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VIAGGIARE IN ORIENTE A FINE OTTOCENTO. LA ‘COLLEZIONE’ DI LEONE CAETANI VALENTINA SAGARIA ROSSI

“Un viaggio in Oriente è come un grande evento della vita interiore” 1

Una vita tra viaggi e libri L’orientalista islamista Leone Caetani duca di Sermoneta e principe di Teano (1869-1935) fu viaggiatore inesauribile, per lignaggio ed elezione; i suoi viaggi – e in particolare quelli in Medio Oriente – furono la bussola che orientò le sue scelte di studio, il richiamo fatale che esaltò la sua vocazione di storico, l’impresa che sublimò l’intera sua esistenza2. Cresciuto in una famiglia in perpetuo movimento, l’infanzia e la gioventù scorsero in un continuo rincorrersi di spostamenti tra la tenuta di Fogliano, i giardini di Ninfa, il castello di Sermoneta e le altre proprietà dell’agro pontino. Incessante era anche il ritmo delle visite presso i parenti e gli amici: dai Borghese ai I, p. 10. La sua figura è stata tradizionalmente esaminata sotto il profilo di storico islamista; questo contributo, insieme al precedente GHIONE-SAGARIA ROSSI 2007, costituisce il primo frutto di un lavoro di accurata selezione e disamina delle fonti - diari, lettere, appunti e documenti - relative alla sua inedita attività di viaggiatore. 1 2

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castelli romani, dai Morosini a Venezia e Treviso, dai Savoia a Torino e Stupinigi. A Balcarres, nella contea scozzese del Fife, egli trascorse con la famiglia lunghi periodi, d’estate e d’inverno, ospiti delle residenze degli zii materni Lindsay Crawford e nelle tenute dei parenti Wilbraham Bootle. Durante tali viaggi Londra ed Edinburgo erano mete abituali dove acquistare libri e manoscritti arabi e persiani3, insieme alla sofisticata Parigi, dove visitava la zia Thaida Rzewuski, sorella della nonna paterna, e partecipava alle cerimonie di inaugurazione delle esposizioni universali. A Roma e Firenze, introdotto dal nonno Michelangelo e accompagnato dalla zia Ersilia Caetani Lovatelli, ebbe il privilegio, sin da bambino, di addentrarsi nei principali musei privati di archeologia e di arte antica e di conoscere i collezionisti e gli antiquari più in vista. Camminatore dalla falcata impareggiabile e resistenza straordinaria, fu appassionato di montagna e protagonista di scalate e arrampicate a mano libera, frequentatore assiduo delle maggiori località alpine di villeggiatura: St. Moritz, Grindewald, Pontresina, Zermatt, Promontogno e altre ancora, punti di partenza per escursioni in alta quota con guide specializzate4; nella penisola il Gran Sasso e l’area all’interno della costiera amalfitana erano altresì zone da lui perlustrate. Leone, come i suoi fratelli, praticò più di una disciplina: canottaggio, scherma, tennis sull’erba, momenti di aggregazione, ma anche attivatori dello spirito d’avventura e stimolatori di autocontrollo e disciplina. A palazzo Caetani, inoltre, erano di casa artisti, letterati, insegnanti di lingue, geografi e viaggiatori in terre lontane e inesplorate – Ernest Shackelton e il capitano Antonio Cecchi tra i tanti – oltre la folta schiera degli ambasciatori e diplomatici europei. Suggestionato dall’ambiente cosmopolita in cui crebbe, egli fu rapito sin dall’infanzia dalle esplorazioni ai confini estremi Sulla sua collezione di manoscritti orientali cfr. SAGARIA ROSSI 2010. Un esempio di scalata memorabile è raccontata nella relazione dell’escursione del 1881 sul Piz Bernina compiuta del padre e della madre di Leone, Onorato e Ada Wilbraham Bootle; Onorato CAETANI 1881. 3 4

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del globo e dai continui progressi cartografici; in questo scenario coltivò, grazie anche agli stimoli paterni5, l’interesse per la geografia, vissuta e intesa come scienza viva, per avvicinare e conoscere altri mondi e altre culture. Altra componente particolarmente marcata nei Caetani fu la versatilità per le lingue; di madrelingua anglofoni, Leone e i fratelli furono educati sin dalla prima infanzia all’apprendimento parallelo di quattro lingue: l’inglese e l’italiano, affiancate prestissimo dal francese e dal tedesco, divennero strumenti essenziali per viaggiare indipendenti e padroni di ogni situazione. «A dix ans – racconta Lucien Bouvat, tra le poche fonti dirette sul nostro personaggio – il apprenait, dans la bibliothèque de lord Lindsay, les alphabets de l’arabe, de l’hébreu, du sanscrit, et s’exerçait à écrire des lettres, en italien, à l’aide de ces alphabets étrangers»6. Il riferimento è alla celebre Bibliotheca Lindesiana, fondata nel secolo XVI e arricchita da nuove acquisizioni e cimeli da lord Alexander William Lindsay Crawford, suocero della zia materna di Leone; nei sontuosi saloni di questa antica raccolta Leone fanciullo si immergeva nella lettura di avventure di viaggio e si esercitava nella trascrizione di parole in caratteri arabi. Nell’uso dei mezzi di trasporto, poi, la famiglia abituò i suoi ragazzi agli ultimi modelli di veicoli – velocipedi, automobili, carrozze di ogni tipo – emblemi di quella esigenza di movimento che contraddistinse l’intera famiglia. Il cavallo, poi, animale e mezzo di trasporto, fu venerato in casa Caetani: passione derivata dalla madre inglese, cavallerizza e allevatrice esperta, che fu coltivata e praticata da Leone in ogni tempo, luogo e circostanza7. Onorato Caetani, sindaco di Roma e Ministro degli esteri con Di Rudinì nel 1896, fu presidente della Società Geografica Italiana dal 1879 al 1887, si fece promotore di un grande atlante geografico italiano e del III Congresso geografico italiano. Cfr. DELLA VEDOVA 1904, pp. 43-47. 6 BOUVAT 1914, pp. 53-89, in part. p. 54. 7 Come per esempio le cure dedicate alla cavalla che cavalcò e che lo accompagnò sino a Teheran, nel corso della sua traversata dei deserti mediorientali del 1894. 5

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Anche nella quotidianità per lui si imposero, sin da bambino, ritmi scanditi da una tabella di marcia dettagliatissima e rispettata con scrupolosità: la sveglia prima dell’alba, lo studio, lo stesura del diario giornaliero – pratica mai abbandonata – le lezioni con i precettori, le passeggiate, il gioco, le letture, le lezioni di musica, la cena anticipata. Nella tenuta di Fogliano, luogo di elezione per ritrovarsi e ricrearsi, era solito dedicarsi alla caccia e a brevi escursioni, attività di cui dava conto nei suoi preziosi diarietti, collezionati dall’età di quattordici anni. Già il suo primo diario rivela una personalità intraprendente e pragmatica, in cui la descrizione del susseguirsi di ciascuna impresa o avventura fuori porta – dalla più banale alla più intrigante – lo induceva a segnare con pignoleria tutti i chilometri percorsi nei suoi spostamenti – mettendo in luce una spiccata tendenza tramutata presto in consuetudine irrefrenabile – e a dipanare il proprio vissuto attraverso la cronaca delle sue giornate, fissata nelle righe dei suoi quaderni8. Da sempre attratto dalle scritture enigmatiche e dai crittogrammi, Leone si dedicò sin da giovanissimo alla pratica della stenografia e nel 1886, all’età di diciassette anni, ne conseguì il diploma presso la Società stenografica centrale italiana, secondo il sistema scientifico più accreditato del momento, il Gabelsberger-Noe9. Da quel momento rari furono i suoi scritti e i suoi appunti, di qualsiasi natura e periodo, che non recassero una nota, un segno o un’abbreviazione stenografica. Senza poterlo stabilire con certezza, fu durante gli anni del liceo, concluso nel luglio 1888, che il divertissement infantile delle prove di scrittura in alfabeti misteriosi assunse i connotati di un interesse più concreto e mirato, benché forse ancora non pienamente consapevole. I toni idealizzanti usati dal già citato Bouvat ci lasciano intendere la passione del principe per Nella sua biblioteca sono conservati, insieme ai suoi manoscritti orientali, anche i diari infantili del 1883-84; in particolare Leone CAETANI, Diary (1883, in Roma, BANLC, ms. Or. 82E1). 9 Roma, BANLC, Archivio Leone Caetani, cart. 1244 “Caetani Leone [2]”, diploma di stenografia; cfr. GHIONE-SAGARIA ROSSI 2004, p. 104. 8

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l’Oriente “de tout temps”, vocazione che si sarebbe meglio precisata a quindici anni, in seguito alla lettura della Crestomazia di Italo Pizzi10. L’attrazione per la cultura iranica lo indusse già a diciotto anni ad apporre il suo nome persianizzato in caratteri arabi, e la data 1887, sul frontespizio del Manuale della lingua persiana con grammatica, antologia e vocabolario dell’iranista Pizzi11, uno dei primi libri della sua collezione orientalistica12. Tutto ciò delinea la figura di un giovane desideroso di primeggiare in saperi ancora sommersi, dedito all’apprendimento dei primi rudimenti della lingua persiana e di estratti dell’epopea dell’autore persiano Firdawsī13. Sarebbe stata – come ci racconta Levi Della Vida – «la lettura di una voluminosa cronaca generale in persiano quella che fece nascere nel giovane audace e inesperto l’idea di tradurla per fornire a lettori non orientalisti un racconto continuo e completo delle vicende storiche dell’Islam: non si era reso conto (me lo raccontava ironizzando sulla sua ingenuità di novellino) che quella tarda compilazione non era se non lo stringato compendio di fonti arabe molto più antiche […]»14. Ancora al 1887, a conferma del suo primo interesse per la lingua e la letteratura persiana, risalgono le note di possesso sul Golestan del celebre poeta persiano Sa‘dī15, con annotazioni di suo pugno a margine. Agli autori persiani classici Leone rimarrà legato anche quando i suoi studi saranno definitivamente orientati alla Cfr. BOUVAT 1914, pp. 54-55. Lipsia 1883: Roma, BANLC, Caet. A.IV.g.13, ovvero la ‘Crestomazia’ a cui si riferisce Bouvat. 12 A questo proposito si consiglia la lettura dell’elegante e personale profilo di TRAINI 1986, pp. 17-37. 13 Brani tratti dalla stessa ‘Crestomazia’, ovvero il Manuale di Pizzi (supra). Cfr. BOUVAT 1914, p. 54. 14 LEVI DELLA VIDA 2004, p. 30. Si fa riferimento qui all’opera storica in più volumi di Mirḫond (Muḥammad ibn Ḫavendšāh ibn Maḥmūd), autore persiano del XV secolo, Rawzat al-ṣafā, di cui Leone possedeva edizioni originali e traduzioni (parziali) in inglese e francese. 15 Edizione persiana di Francis Johnson (London 1863), con vocabolario persiano-inglese in appendice. Roma, BANLC, Caet. A.IV.c.2. 10 11

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storia araba; prova ne sono le varie edizioni persiane – anche in rari esemplari litografici – delle opere di Sa‘dī, di Ğāmī, di alRūmī, di ‘Umar Ḫayyām, le cui date di possesso sono attestate fino al 1893. Segnati a matita, studiati e appuntati – in parallelo con la lettura dei testi persiani -, sono La Chrestomathie élémentaire de l’arabe littéral di Derenbourg e Spiro (Paris 1885)16 e la prima edizione completa – composta in Europa – delle Alf laylah walaylah (le Mille e una notte)17. Stando alle date apposte sui libri acquistati – abitudine praticata in modo non sistematico – è, infatti, tra il 1887 e il 1888 che Leone spostò, per non abbandonarlo più, il focus dei suoi studi sul côté arabistico. Durante quest’ultimo anno – mentre stava concludendo i suoi studi liceali – dotò la sua raccolta di crestomazie, cioè antologie di testi arabi, passi di storia, di geografia, di letteratura, di poesia; li segnò, li annotò, facendoli in qualche modo suoi. Emblematica è la singolare nota di possesso in arabo, preceduta dalla basmalah18, sul frontespizio bilingue del Dictionnaire arabe-français di Biberstein de Kazimirski (Beyrouth 1860)19: “Bi-ismi Allāh al-ramān al-raḥīm hādhā al-kitāb mulk Asad Kaytānī wa-Allāh a‘lamu” (nel nome di Dio, il clemente il misericordioso, questo libro è proprietà di Leone Caetani, Dio è colui che meglio sa). Iniziò a tradurre i primi brani di testi classici, in arabo vocalizzato per semplificarne la lettura; non mancò di munirsi anche di corani20. Nella sua rotta verso l’Oriente islamico, le lingue furono un tramite, mentre la storia – Roma, BANLC, Caet. A.II.k.7. Pubblicata a cura di W. H. MACNAGHTEN (Calcutta-London 1839-1842). Roma, BANLC, Caet. A.II.m.21-4. 18 Primo versetto della prima sura del Corano, abituale preambolo degli autori musulmani. 19 Roma, BANLC, Caet. Cons. II.g.21-4. Benché sul frontespizio del volume non sia presente la data di possesso, tutti gli indizi riconducono ad un’acquisizione giovanile. 20 Esemplari del Corano, acquistati da Leone tra il 1888 e il 1892, sono presenti nella sua biblioteca in varie lingue: arabo, persiano, italiano, inglese, francese e tedesco. 16 17

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la storia sul campo – fu il suo vero obiettivo e il suo terreno di lavoro21. Tra le attività che più lo appassionarono non poteva mancare l’esercizio della fotografia, strumento assolutamente all’avanguardia che permetteva di carpire momenti e situazioni irrepetibili. Simbolo di modernità tecnologica ed espressione di una nuova ‘global visual culture’, la sua azione conservativa della memoria offriva l’opportunità di fermare in uno scatto paesaggi e monumenti inevitabilmente destinati all’alterazione del tempo e dell’uomo22. Scoperta dal giovane viaggiatore nel 1888 – anno del viaggio in Grecia ed Egitto –, fu coltivata con maggiore dedizione tra gli anni 1890 e 1895, quando Leone si dotò di un apparecchio portatile senza cavalletto, un Express della ditta parigina Nadar, di un’istantanea Kodak, un modello inglese e novità assoluta in Italia, che poteva realizzare fino a cento pose circolari di un diametro di 65 mm., oltre a una macchina da posa Adams. Quanto all’attività di viaggiatore svolta per suo conto – la trafila di mete e date non ebbe soluzione di continuità –, fu il padre ad avere il primo ruolo di organizzatore e promotore, convinto assertore dell’importanza della conoscenza di popoli e terre diverse per la formazione del carattere dei giovani; suggeriva obiettivi e seguiva itinerari, intercedeva e mediava presso ambasciate e personalità influenti in Europa e all’estero affinché Leone fosse libero di muoversi e di raggiungere le mete prefissate. Fu il 1888 l’anno del suo primo viaggio importante, da luglio a settembre, entro quella Europa testimone millenaria d’arte e di storia; appena terminata la licenza liceale, a Leone fu regalato dal In una nuova prospettiva sono stati esaminati gli elementi di intreccio tra Oriente e vissuto nella figura di Leone Caetani: GHIONE-SAGARIA ROSSI 2007. 22 Alla vasta collezione fotografica della famiglia appartengono i nove album, con più di 3.000 positivi, dell’Archivio fotografico di Leone Caetani presso la Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana ( BANLC), un caleidoscopio di immagini di paesi, situazioni, scorci e visuali straordinari. 21

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padre Onorato – che considerava i viaggi veri e propri libri aperti – un tour di settantadue giorni attraverso i ghiacci polari e le capitali europee, Norvegia, Svezia, Germania, Belgio, Olanda, Francia e Inghilterra: ormai l’ancora era levata. Di questo viaggio egli stilò un diario con appunti stenografici, scrittura privata ancora nel solco delle cronache infantili. Nell’ottobre dello stesso anno s’iscrisse al corso di laurea in Lettere alla Sapienza, dove si laureò in Storia moderna nel 1892; il periodo universitario fu per Leone particolarmente intenso di viaggi, dal gelo del Nord alle cataratte del Nilo, dalle brume scozzesi alle sabbie del Sahara. Al più classico e borghese grand tour, seguì infatti l’avventura più ricercata, con le mete combinate Grecia-Egitto-Sinai; il 6 novembre s’imbarcò, da solo, per la Grecia classica – Corfù, Atene, Eleusi, Laurio, Corinto, Maratona -, sentendosi magicamente parte di quella terra e di quella storia, fino ad allora percepita soltanto sui libri di scuola; in Egitto, dove visitò Alessandria, Il Cairo e dintorni, percorse il Nilo giungendo fino alla seconda cateratta, confine estremo dell’Egitto moderno; ai primi di gennaio 1889 rientrò di nuovo al Cairo, da cui partì – l’11 gennaio – con una carovana di beduini e un dragomanno, per esplorare a dorso di cammello la penisola sinaitica; fece ritorno ad Alessandria l’8 febbraio; dall’Egitto s’imbarcò per Smirne e Costantinopoli, e da lì rientrò in Italia il 22 febbraio, passando da Sofia, Budapest, Belgrado e Vienna, seguendo il corso del Danubio. Nell’ottobre 1889, dopo un giro turistico estivo con il fratello Roffredo in Svizzera e in Germania per cure termali, s’imbarcò da Lisbona per una crociera nel Mediterraneo occidentale, alla volta di Algeri, passando da Gibilterra e, di ritorno, per Palermo e Napoli. Nella primavera 1890 visitò la Sicilia: si recò a Messina, Taormina e Agrigento, senza mancare la scalata dell’Etna. Nell’estate 1890 fu alle prese con i fiordi norvegesi ed i ghiacci del Mare del Nord, rientrando a Londra. Nell’autunno 1890 salpò da Marsiglia alla volta di Orano, Tlemcen, Algeri, Costantina, Biskra, Tuggurt, El-Oued, Biskra, 348


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in un itinerario attraverso il deserto algerino, con una sola guida e a dorso di mulo. Nel marzo 1891 svolse il suo secondo viaggio in Grecia, Corfù e Atene, rientrando per Venezia. Nell’estate-autunno del 1891 s’imbarcò da Liverpool per New York, attraversando gli Stati Uniti e il Canada, fino a giungere nelle foreste selvagge della British Columbia e, poi, San Francisco, guadando fiumi, scalando vette e cacciando orsi. Nel gennaio 1894 partì per il suo viaggio più lungo e significativo – ultima tappa in Persia – indagato di recente. Nel luglio 1896 intraprese di nuovo una crociera da Marsiglia verso Barcellona e Montecarlo; in agosto si recò a Vienna e Budapest, a novembre a Parigi. Nell’aprile 1897 decise di partecipare all’XI Congrès international des orientalistes, luogo di incontri proficui con specialisti e studiosi autorevoli e influenti. Il 14 dicembre 1899 s’imbarcò da Napoli alla volta dell’India, per raggiungere la spedizione di caccia di Vittorio Emanuele di Savoia, conte di Torino; ai primi di gennaio del nuovo millennio sbarcò a Colombo (Ceylon); il 7 febbraio fu ospite di lord Curzon – allora viceré dell’India – a Calcutta, il 10 dello stesso mese fu in viaggio per il Bengala, Nepal e altre località dell’India settentrionale, per alcune battute di caccia alle tigri, rinoceronti e bufali. Al seguito della corte del Savoia Leone si inoltrò nelle giungle del Bengala del nord e nel Bihar, in carovana a dorso di elefanti, ma non mancò di fare tappa presso le principali città indiane di interesse storico e archeologico – i luoghi sacri dell’architettura indo-musulmana – Benares, Madura, Trichinopoli, Hyderabad, Madras, Delhi, Agra. Di questi viaggi – a esclusione degli ultimi due in India e in Siria – lasciò traccia in appunti stenografici, più o meno dettagliati, scritture private ancora nel solco delle cronache infantili i primi, veri e proprie memorie di bordo gli ultimi: quattro eleganti volumetti in mezza pergamena, chiamati “Appunti di viaggi” e redatti interamente in stenografia, sono i testimoni – con qualche salto cronologico – di sette anni di vita e di viaggi, dall’ottobre 1887 al 1894. Ad essi, compagni inseparabili di tante Horti Hesperidum, II, 2012, 1

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avventure, Leone dedicò tempo e cure durante i suoi spostamenti; ad essi attinse al suo ritorno per ricordare tappe, date e momenti salienti. Sono tuttavia i primi viaggi a cui decise di dedicare una stesura ‘ufficiale’: quelli nel Sinai (1889), nel Sahara algerino (1890) e nella catena del Selkirks in America del Nord (1891). Di questi redasse anche tre relazioni, destinate alla pubblicazione e concepite con un unico titolo a tre “S”, che comprendesse le iniziali delle rispettive mete; il progetto editoriale non fu mai portato a compimento da Leone, che ritenne opportuno divulgare soltanto la versione iniziale del suo primo resoconto, stampato con tiratura limitata23. Ormai maturo studioso del primo Islam, alla vigilia della sua prima esperienza elettorale al Parlamento italiano, nel marzo 1908 Leone si recò per un’ultima volta – forse per ragioni diplomatiche – nel ‘suo’ Oriente – Egitto, Palestina, Siria – quelle terre che aveva studiato con dedizione e passione da un ventennio e che aveva imparato ad amare, senza veli, senza miti, senza confini24. La prima ‘tappa’: ricognizione e divulgazione Attitudine formativa fondamentale nel costume di nobili e borghesi intellettuali, il viaggio fu fattore interculturale di scambio, paragone, condivisione di esperienze e valori. Nello specifico, i viaggi in paesi lontani – l’Oriente, i Poli, i deserti – intrapresi da aristocratici tout court prescindevano, di per sé, da impulsi prettamente scientifici e classificatori, tanto meno Il primo e terzo diario di viaggio recano i titoli, rispettivamente Nel deserto dei Sinai (Arabia Petrea) e Selkirks, di recente editato in italiano con testo a fronte in inglese; dei primi due diari (Sinai e Sahara) è in corso di stampa l’edizione, con un’ampia introduzione su Leone viaggiatore e con la revisione critica delle diverse versioni manoscritte, a cura di Paola Ghione e mia. 24 Di questo viaggio, compiuto alla vigilia della sua elezione a deputato nella legislatura 1909-1913, non si hanno notizie né documentazione precise. 23

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moralistici, e trovavano la loro prima pulsione nella ricerca di qualcosa di diverso, di un’alterità che avvolgesse sensi e mente, in una profusione di elementi primordiali o nell’oblio di una dimensione all’antitesi del quotidiano. In fatto di viaggi e di vocazione internazionale, tuttavia, i Caetani si distinsero decisamente dai nobili del tempo; protesi dalla nascita al di fuori dei confini nazionali, inseriti in contesti culturali e diplomatici ad ampio spettro, coinvolti in operazioni di interesse geografico sopranazionale, oltre che contrassegnati da uno spiccato individualismo, la loro azione ha preceduto con lungimiranza il pensiero europeistico, antesignani – nei fatti e nel vissuto – di una visione del territorio aperta e anticonvenzionale. Un aspetto coltivato dai Caetani, condiviso con altri casati, fu il culto degli avi e la memoria delle imprese dei propri antenati, un primato da non deludere e, se possibile, da uguagliare e superare. Dall’esperienza e dalle narrazioni del conte e orientalista polacco Waclaw Seweryn Rzewuski, padre della nonna paterna, Leone attinse, presumibilmente, il vivo interesse per la vita nel deserto. Per quanto riguarda la sua passione per le lingue orientali, in particolare per l’arabo, egli viaggò in Turchia e nell’Arabia settentrionale tra il 1817 e il 1820: la sua missione era quella di acquistare cavalli per arricchire le scuderie della regina del Würtemberg, del sultano ottomano e dello zar. Nei diari dei suoi viaggi in Oriente, “arabo tra gli arabi”, l’avo di Leone descrisse il deserto così: «Quoi de plus majesteux, de plus sublime et de plus entraînant qu’un désert pour celui don l’âme est vaste et l’imagination ardente? La pensée y prend son libre essor, elle franchit avec hardiesse les barrières du temps. La mémoire y accumule les archives des siècles. […] La contemplation y développe l’âme, l’agrandit, l’inspire. L’homme parle. Un dieu est révélé. La croyance des peuples est assujettie. Le désert est la patrie du calme, l’asile des souvenirs, le volcan des prophètes»25.

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RZEWUSKI 2002, p. 11.

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All’ésprit dell’avo polacco – che associava i profitti del commercio a divagazioni romantiche – fu tuttavia estranea la concezione di Leone, che intese i viaggi in mondi diversi come nutrimento essenziale per corpo e mente, “levatrici di pensieri e riflessioni”26, il miglior transito per affermare identità e maturare metamorfosi, formidabile vettore di modernità e progresso. L’influenza del côté scozzese fu un altro fattore che testimonia l’ascendenza familiare di tale vocazione, mantenuta viva dalla madre, contessa di Lathom, e dai parenti Lindsay conti di Crawford: l’Egitto faraonico e la crociera lungo il Nilo – per citare le mete più tradizionali – si rivelò un’attrazione che contagiò tutta la famiglia, tramandata e approfondita di generazione in generazione. Nel ricercare un modello ispiratore del suo spirito di avventura, inoltre, occorre segnalare la mancanza di archetipi tra i viaggiatori italiani che, a differenza di inglesi e francesi, non furono implicati con lo stesso impegno generazionale in missioni militari, diplomatiche, esplorative, avviate e supportate dalle politiche imperialiste della seconda metà dell’80027. Esclusi dalle vicende colonialiste, gli italiani coltivarono viaggi in Africa, Asia ed Estremo Oriente, con una spiccata carica di affermazione personale – nel caso di motivazioni scientifiche –, oppure attirati da quell’aura di esotismo e di estraniazione che quelle terre ispiravano28. In questa prospettiva fu determinante l’influenza delle fonti straniere sulla costruzione dell’immaginario e dei giudizi relativi ai popoli e ai paesi orientali; la sintesi tra il viaggio sentimentale e il reportage giornalistico, così apprezzata tra gli autori francesi e inglesi, iniziò a essere ricercata anche tra gli italiani. Ma neppure la suggestione di sentimenti patriottici – cliché dell’ideologia di 2002, p. 7. Per le testimonianze europee risalenti a questo periodo si rimanda all’aggiornato repertorio di relazioni di viaggio, suddiviso per paesi, Nineteenth century travels 2004. 28 Sulle attrattive sentimentali ed esotiche esercitate dalle tematiche orientali offre una disamina significativa il contributo monografico BRILLI 2009. 26

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conquista sostenuta dall’aristocrazia più tradizionale –, né l’orgoglio di rappresentare l’Italia all’estero, parvero ispirare Leone Caetani nel suo peregrinare verso est. Se non fu coinvolto in incarichi o spedizioni ufficiali, né tantomeno trascinato da abbagli di evasione in un Oriente visto in sogno, cosa mosse, allora, un esponente della nobiltà fin de siècle a viaggiare attraverso l’Oriente, in un cosmo borghese, ove la pulsione positivistica, di matrice non blasonata, sospingeva gli animi più alti alla ricerca e alla vivisezione del tangibile e dell’osservabile? Il carattere e le finalità del viaggio di esordio in un paese lontano, percepito agli antipodi del proprio, erano lontani dall’essere chiari e definiti, spesso privi di un tratto prevalente, e rivelavano una pluralità di intenti e di obiettivi ancora sfocati, messi a punto e incanalati in fasi successive. All’esigenza personale di esito positivo, alla ricerca di aggiornamento e primato culturale, si univa – come in Leone – la fierezza di mettere a disposizione e di divulgare il proprio contributo di esplorazione, studio e documentazione, al servizio della scienza e della tecnica. Quanto al valore del viaggio compiuto verso regioni periferiche, poco o nulla conosciute, esso divenne prevalente rispetto a quello rivolto al centro della civiltà europea, tanto da superare l’immaginario romantico e da costituire un vissuto che forgiava e allo stesso tempo trasformava colui che lo concretizzava, plasmandone dall’interno l’identità29. L’essenziale era recarsi sul posto e vedere dal vivo, per poter dire di esserci stato, per poter riferire di aver piantato la propria bandiera sul territorio. Scorrendo idealmente il ‘libro’ dei viaggi di Leone Caetani – intersecando le testimonianze personali con quelle permeate dalla temperie dell’epoca – si possono individuare due grandi ‘tappe’ o ‘capitoli’ della sua maniera di sperimentare l’Oriente sul finire del XIX secolo, svelate dalle tracce che egli stesso

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Cfr. DE CAPRIO 1996, pp. 127-128.

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deliberatamente ha lasciato e che hanno segnato la sua trasformazione. La prima ‘tappa’ ebbe i connotati di un contatto iniziale, un approdo ricognitivo dal valore formativo universale, ancora pervaso da un vago spirito pedagogico illuminista; compiaciuto dalle aspettative di successo suscitate da quel suo moto di intraprendenza, egli era conscio che al suo ritorno avrebbe dovuto farsi carico di rendere note le informazioni di quel viaggio in un racconto-documento, calibrando nel travaso interesse e godimento. Requisiti, consigli, vantaggi e rischi – conformi allo stile di don Leone e al suo pragmatismo di stampo anglosassone – sono esposti in forma diretta e senza retorica in un raro manuale ad uso del viaggiatore, pubblicato nel 1872 dall’antropologo britannico sir Francis Galton in seguito all’esplorazione dell’Africa sudoccidentale: «Se avete salute, desiderio di avventura, una piccola fortuna su cui contare ed avete in mente un obiettivo che non sia considerato irraggiungibile da viaggiatori esperti, allora non esitate a partire. Se in più avete conoscenze ed interessi scientifici, io credo che non vi sia nessuna occupazione che possa offrirvi, in tempo di pace, che quella di viaggiare […] Uno dei vantaggi del viaggiare è l’aura di distinzione che il viaggio conferisce. Se si compie il viaggio in un paese che desta l’interesse di coloro che sono rimasti a casa, si godrà di vantaggi scientifici enormi, si potrà vedere in che modo opera la natura non contaminata dall’uomo e conoscerla sotto nuovi aspetti, si potrà avere tutto il tempo di cercare risposte a problemi che attraggono l’attenzione per la loro novità. Il giovane viaggiatore può avere la sorpresa. Proprio grazie ai suoi interessi scientifici, di essere ammesso al cospetto di scienziati che egli aveva conosciuto prima soltanto di fama e riverito come eroi […] Una spedizione può andare incontro a incidenti che ne mettono a repentaglio la continuazione […] Occorre concentrarsi sulle diverse fasi del viaggio nel loro progredire, senza pensare al giorno in cui questo sarà terminato. Il ritorno alla civilizzazione deve essere visto non come la fine di disagi, tribolazioni o malattie, ma come la fine di una 354


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piacevole avventura […] Dopo qualche mese, ci si guarderà indietro, sorpresi dalla grande distanza percorsa […] Non è detto che uomini molto forti siano viaggiatori eccezionali. Sono piuttosto le persone che hanno una grande intuizione e curiosità per l’esplorazione ad avere più successo nei viaggi»30. La componente britannica propria di tale modalità di viaggio appartenne a Leone per discendenza familiare; essa è contraddistinta da obiettivi metodici, cioè dall’esigenza di riempire i vuoti sulle cartine o rettificare dati non accertati; a tale componente si unisce, in una singolare sintesi, un aspetto più tipicamente italiano, il desiderio inebriante di andare alla ventura, proprio in una dimensione individuale e volitiva. Per il suo battesimo di esploratore il giovane principe designò l’Egitto, meta solitamente prescelta da quanti appartenessero alla classe aristocratica e borghese del mondo europeo, studiosi, appassionati di antichità, avventurieri, affaristi di ogni genere; questa sorta di viaggio rituale, stimolato per così dire dal desiderio di una “celebrazione collettiva”31, assunse per Leone i connotati di un passato da riscoprire e svelare, le coordinate di una geografia con cui confrontarsi sul piano fisico e misurarsi con il barometro alla mano, come sulle cime del Sinai. Pellegrini, commercianti, scienziati e avventurieri furono invece le categorie di italiani presenti a vario titolo nel Vicino Oriente della seconda metà dell’Ottocento, gravitanti anch’essi intorno a viaggiatori ed esploratori stranieri, meno conosciuti e sostenuti da appoggi politici e finanziari; si distinse tra questi personaggi un uomo della levatura del marchese Giammartino Arconati Visconti, socio della Royal Geographical Society di Londra e primo italiano recatosi con intenti scientifici nel Sinai e nell’Arabia Petrea nel 186532, sulla scia dei lavori di Suez. Il Nilo e l’Africa Orientale furono – proprio secondo il percorso seguito da Caetani – le prime regioni oggetto di peregrinazioni

GALTON 2007, pp. 25-27. BRILLI 2009, p. 74. 32 Cfr. il puntuale contributo dedicato a tale viaggio di LACERENZA 1996. 30 31

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da parte di nostri compatrioti, che si spinsero fin verso i deserti d’Arabia e lo Yemen33. Tornando al manuale di Galton, egli ci offre un’idea della pratica – esercitata con costanza da Leone – di fissare per iscritto fatti ed esperienze, senza entrare nel merito della selezione degli argomenti e della modalità di presentazione: «È essenziale, nel prendere appunti, essere accurati e abbondanti, leggibili da sconosciuti e a distanza di tempo […] Il lavoro di mettere in bella copia gli appunti ha numerosi vantaggi, il più importante è quello della revisione immediata delle osservazioni fatte. In questo modo si possono correggere contraddizioni e ambiguità, mentre la memoria dei fatti è ancora fresca»34; «Pensate al modo in cui potrete utilizzare al vostro ritorno le cose che avete raccolto, siano esse utensili, vestiti, armi […] Alla prima occasione affidate i vostri manoscritti e gli appunti di viaggio a un rilegatore perché li sistemi […] Rendete più esaurienti le descrizioni che vi sembrano insufficienti. Alla fine del viaggio si ha l’impressione che le avventure attraverso cui si è passati non si dimenticheranno più, ma non è così. Il ritorno alla vita civilizzata cancella in fretta il ricordo della dura esperienza vissuta e i nuovi ricordi si sovrappongono in fretta a quelli vecchi, con la stessa rapidità di un sogno»35. Ed è per colmare la distanza tra la realtà del viaggio e il ritorno in patria che Leone concepì e redasse una relazione ufficiale, con la quale fermò sulla carta la linea ancora incerta del suo viaggiare, dove la crociera sul Nilo e la visita alle antichità egizie lo legava ancora a un modello standard mentre la perlustrazione della penisola sinaitica rispondeva già alla sua natura autonoma e fuori da schemi e convenzioni. Al primo viaggio in Egitto e Sinai del 1888-1889 fece seguito la redazione di un diario in italiano, che non corrispose, però, all’itinerario completo; per il suo Sulle imprese di esploratori italiani - Giovanni Chiarini, Antonio Cecchi, Carlo Guarmani, Renzo Manzoni – in queste regioni si veda BRILLI 2009, pp. 104-109, e LACERENZA 1996, pp. 2-5. 34 GALTON, 2007, pp. 46-47. 35 Ibid., pp. 303-304. 33

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primo resoconto, pubblicato in tiratura limitata nel 189136, Leone scelse di raccontare soltanto il tragitto dal Cairo al Sinai, quello più avventuroso e originale, mentre tralasciò la prima parte del suo soggiorno al Cairo e la crociera sul Nilo organizzata dalla Thomas Cook and Son, ritenendola più standard e formale. Nel testo intitolato Nel deserto dei Sinai (Arabia Petrea) – relegato finora al ruolo di primo esperimento giovanile – ci dice già molto sulla forma mentis del suo ideatore. Fu anche grazie a questo viaggio che l’attrazione verso l’est calamitò definitivamente il suo sguardo; fu qui che la sua curiosità di viaggiatore infaticabile scoprì irresistibile il fascino del deserto; fu nell’atmosfera lunare delle scabre cime bibliche che il suo spirito solitario di scalatore indomito ritrovò la sua parte più vera. Alla perizia del padre Onorato, geografo esperto oltre che ispiratore e revisore della prima stesura, Leone affidò le digressioni geologiche o le notizie sul territorio, oltre che un attento controllo del suo italiano incerto, infarcito di espressioni colorite, gergali e dialettali, dalla sintassi incerta, che scavalca il letterario e diventa terreno di misura e confronto con se stesso. Se il viaggio ha permesso di tracciare la carta materiale del mondo, esso ha senza meno innescato e istigato la rappresentazione mentale dei luoghi tracciati su quella carta. A partire, dunque, dal processo di congiungimento tra le realtà tangibili del globo e i diversi concetti che queste stesse hanno generato, è possibile evocare la letteratura di viaggio non tanto come genere a sé, quanto piuttosto come discorso sull’universo in rapporto al sé. Le récit de voyage, con le sue forme eterogenee e la varietà di scritture, è esso stesso il luogo ove questa metafora si realizza e trova il proprio compimento più dinamico e creativo, in sinergia con l’azione di drenaggio di immagini e di saperi. Tale prospettiva, che non rigetta il senso e il valore estetico dei testi, diventa particolarmente feconda se si osserva

Leone CAETANI 1891; la tipografia delle Terme Diocleziane di Balbi Giovanni stampò alcune copie, dalla veste editoriale semplice ed essenziale, destinate perlopiù alla stretta cerchia di amici e parenti. 36

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la popolarità del fenomeno, che nell’epoca dei lumi affonda le radici più profonde di un modello dal successo innegabile37. Ben consapevole dell’arditezza delle sue imprese – non privo di una buona dose di orgoglio –, Leone stesso informò il lettore sulle circostanze che lo avrebbero spinto a divulgare la sua relazione di viaggio e indotto ad incentrarla proprio sulla penisola sinaitica: «parecchi miei amici mi consigliarono di pubblicare qualche cenno sul mio viaggio, […] esitai lungo tempo […] per timore di ripetere cose già molto note. Coi libri sull’Egitto e sulla Grecia si potrebbe formare una voluminosa biblioteca; e credo che niuno dovrebbe accingersi a trattare tali argomenti, senza la convinzione di far meglio di tutti i suoi predecessori […] Ma non così riguardo alla penisola del Sinai, meno studiata e assai meno nota, dove anzi credo che pochissimi Italiani abbiano mai messo il piede. Nel registro dei viaggiatori tenuto al convento di S. Caterina non trovai il nome di alcuno italiano, oltre quello del marchese Arconato Visconti che vi passò nel 1865»38. La novità dell’argomento fu, dunque, lo stimolo a «metter giù questi magri appunti»39; la terra prescelta è il Sinai, non l’Egitto dei faraoni o Petra, l’antica capitale nabatea. Per ‘Arabia Petrea’, nome dell’antica provincia dell’impero romano e corrispondente all’ex regno cristiano di Nabatea, s’intendeva tutta la zona che dal deserto di al-Tih, nell’altopiano sinaitico, si estendeva a est fino a Petra, nell’odierna Giordania. Ma Leone, a dispetto del sottotitolo scelto per la sua relazione, non proseguì per quella che fu la meta di tutti i pellegrini che dal Medioevo raggiunsero il Sinai; egli si fermò nella penisola crocevia di civiltà millenarie, la percorse a dorso di cammello con una carovana di beduini, un dragomanno e un equipaggiamento completo di ogni comodità, scalò tutte le vette intorno ai 3.000 metri, smontando le ipotesi “non verificate” circa il vero monte Sinai di Mosé. Tra i numerosi riferimenti a proposito, cito, uno per tutti, il saggio di ADAMS 1978. 38 Leone CAETANI 1891, pp. 7-8. 39 Ibid., p. 8. 37

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Altra primizia di tale ‘tappa’ furono le fotografie, che riportò come trofeo di viaggio, adeguate a conferire un tono di ufficialità ai luoghi ritratti piuttosto che rispondenti a un desiderio di documentazione di prima mano. Sprovvisto in quella occasione di un proprio apparecchio, il giovane principe ritorna dall’Egitto con un centinaio di fotografie acquistate al Cairo presso gli atelier di famosi artisti, tra i quali Pascal Sébah, tra i più rinomati fotografi dell’epoca. Ancora in fase di rodaggio nei confronti della vita orientale, tale documentazione non riflette una compenetrazione profonda con la dimensione vissuta e corrisponde piuttosto a un cliché iconografico conforme al suo rango e alla sua posizione: le piramidi, il Nilo, rovine e templi egizi a Memphis, Zakkarah, Tebe, Abu Simbel, ritratti di studio. Alcune foto nel Sinai tuttavia, tra le poche in cui Leone si lasciò ritrarre, sono tracce niente affatto impersonali del suo passaggio. Dopo la consueta tappa estiva dai parenti inglesi a Londra e in Scozia, e quasi un mese trascorso tra i fiordi norvegesi, nel settembre 1890 s’imbarcò da Marsiglia alla volta di Orano, per un’incursione pionieristica nel cuore del Sahara algerino. Le date delle tappe di questo viaggio non furono registrate con la stessa precisione dell’altro; si può tentare di ricostruirle seguendo il resoconto che Leone redasse al suo ritorno, relativo però soltanto all’itinerario sahariano, un susseguirsi di traversate interminabili nella sabbia e nel vento, con le stelle come tetto per la notte. Passando da Tlemcen, Algeri – di cui vi sono foto del porto e del convento dei Trappisti realizzate con la sua Kodak – e Costantina, «Arrivai a Biskra [nella provincia di Costantina, sul lembo settentrionale del Sahara] verso metà del mese di ottobre 1890. Era mia intenzione di partire di lì per visitare le oasi più vicine del Sahara Algerino ed i laghi salati di Sciott El Melrir; vi rimasi quindi un paio di giorni per allestire la mia piccola carovana», composta da «due Arabi e due muli», per una «più completa libertà d’azione». Dall’oasi di Biskra s’inoltrò nel deserto e seguendo la via delle carovane fece una prima sosta a Sa‘ada, a trenta chilometri da Biskra, da lì verso la piccola oasi di Horti Hesperidum, II, 2012, 1

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Scegga. In piena notte fu in marcia verso Kaf El Dor, e poi ancora, passando dall’oasi di Ulghir, arrivarono a quella di M’raier dopo quasi un giorno intero di marcia. Il giorno seguente ripartono verso l’oasi e il villaggio di Sidi Khelil, dove assiste a un matrimonio. Arrivano all’oasi di Ouargla, dove c’è «uno dei più copiosi pozzi artesiani di tutto il Oued Rir», e da lì a quella di Zimram, e ancora a quella di Gamra, e finalmente a Tuggurt, capitale del Oued Rir’, dove rimane tre giorni. Da Tuggurt riprende la strada attraverso il Oued Souf e arriva a El Oued. «A mezzogiorno del 21 ottobre partii da El Oued, senza guida […], fino a Gmurr, ultimo villaggio del Oued Souf»40. Dopo essersi smarriti in pieno deserto – per colpa della guida – e ritornati sul punto di partenza, giungono al pozzo di Scif M’nebi. Ancora una volta disorientati e vagando stremati nelle distese di sale del deserto, raggiungono infine il borgo di Hammraia ed il giorno seguente sono di nuovo a Biskra. Qui si conclude il racconto; da qui Leone deve aver proseguito per Costantina e poi per Tunisi, di cui si hanno diverse fotografie. Come egli stesso ci dice – spinto dalla necessità di giustificare questa nuova stesura –, «non deve il lettore cercare in queste pagine né nuove osservazioni scientifiche, né scoperte geografiche», ma «non mi è parso di fare atto di troppa presunzione nel dare alle stampe tali ricordi […] perché ho sperato che tra i pochi che leggeranno queste pagine ve ne sarà forse alcuno a cui potrò giovare, sia che abbia in vista un simile viaggio, sia che seguendo il mio esempio abbia un giorno a trovare nelle emozioni di difficili viaggi quelle soddisfazioni che non è possibile trovare nella vita oziosa delle grandi capitali europee». È la lontananza dalla «vita artificiale, malsanamente agitata e nervosa della società moderna», attraverso il «diretto contatto con la grande natura», che fa ritornare «a casa più forti d’animo e di corpo», serbando «in sé il dolce ricordo d’un tempo felice». È questa ricerca spasmodica del contatto con un mondo ‘altro’ che I toponimi sono riportati qui secondo la forma incontrata nei diari di Caetani. 40

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suscita ammirazione, è questa attrazione verso il nuovo che lo distanzia nettamente da «quelli che preferendo moderatamente ad ogni altra le patrie cose, aborrono il nuovo e l’estraneo, quasi che ognuno debba trovare nel suo il sommo bene e la somma felicità possibile». Dal deserto di pietra che si sviluppa in altezza – il Sinai – Leone attraversò il deserto puro, piatto e a tratti monotono, una realtà metafisica in cui la storia si annulla nella sabbia e il sole annebbia la mente. Il diario sul Sahara è infatti carico di emotività, di sensorialità, di pensieri assolutamente liberi; anche nel momento drammatico in cui si perdono di notte nel deserto del Oued Souf, «mentre il corpo rimane occupatissimo […] la mente libera si distrae […]. E così trascinato di pensiero in pensiero dimenticai ogni cosa e continuai per un pezzo a seguir macchinalmente il bianco fantasma della guida». Lì dove «la sabbia smorzava il rumore dei piedi, e il leggiero sibilo del vento copriva ogni altro rumore» si apriva un varco nella sua ostinata razionalità, si intravedeva un vago – forse inconscio – senso di immaterialità quasi metafisico41. Durante questo viaggio Leone portò con sé un proprio apparecchio fotografico, realizzando quasi un centinaio di scatti con soggetti naturalistici ed etnografici: strade e quartieri di città e villaggi – Algeri, Tlemcen, Costantina, Biskra, Tuggurt –, vedute del deserto, uomini e donne, accampamenti, carovane, cammelli, moschee e rovine, oasi e palmeti. Nel caso del viaggio algerino le fotografie, benché eseguite personalmente, non dialogano con il resoconto e conservano una loro autonomia e accessorietà rispetto al testo; elemento di discontinuità rispetto a quelle riportate dall’Egitto, esse non appaiono standardizzate e sfuggono all’adesione a stereotipi di fruizione sociale. La tappa algerina costituì, dunque, un’evoluzione rispetto a quella egiziana, sia per la modalità di gestire il viaggio sia per lo spirito con cui questo fu vissuto; il resoconto dell’avventura nel Sahara, infatti, predisposto e mai pubblicato, collocò tale Roma, BANLC, ms. Or. 78c, Leone Caetani, Sahara, cc. 2-4, 5, 22, 24, 122, 180, 200. 41

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esperienza in una fase di passaggio e di congiunzione con la tappa che seguì, quella in cui il puro piacere di viaggiare si svincolò da modelli e doveri, combinando consapevolmente esigenza personale a vocazione professionale. La seconda ‘tappa’: hobby e missione Nel gennaio 1894 Leone Caetani partì per il suo viaggiospartiacque, raggiungendo la Persia – «strano paese sul quale aveva tanto letto e che tanto mi aveva interessato»42 – attraverso l’Oriente arabo, turco, persiano: la ‘tappa’ illuminante e decisiva, l’approdo fisico e metafisico che lo svelò a se stesso, la ‘galoppata’ che lo spronò a dedicarsi anima e corpo all’impegno storiografico come supremo ideale fra tutti gli altri progetti. Soggetti al controllo inglese, soprattutto in corrispondenza dei principali sistemi viari, i paesi incontrati lungo il cammino verso l’India hanno visto schiere di etnografi, naturalisti, antropologi, archeologi, funzionari governativi d’oltremanica e francesi, forti della loro influenza sul territorio e proiettati a produrre una vasta mole di documentazione sul campo: lettere, diari, resoconti, relazioni. Nella tradizione dei viaggiatori occidentali in Persia, il percorso canonico puntava verso l’Est europeo, passava per la Russia e arrivava nelle regioni iraniche dal Caucaso e dall’Azerbaigian, attraverso linee ferroviarie e carrozzabili più battute e meno accidentate; l’itinerario stesso mirava alla meta finale: rigide rotte piuttosto che orizzonti dilatati. Periodo centrale per la costruzione dell’immagine della Persia nella cultura letteraria e visiva occidentale, nella seconda metà dell’Ottocento si verificò un risveglio europeo e italiano nei confronti del paese, anche in seguito all’interesse per l’Occidente e la fotografia manifestato dallo scià Nasir al-Din, primo sovrano iraniano in visita in Europa nel 1873. Importanti 42

Roma, BANLC, ms. Or. 82E5, Leone Caetani, Appunti di viaggio IV, c. 141.

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missioni diplomatiche e scientifiche coinvolsero la Francia nel 1856-1858 e l’Italia nel 1862; le relazioni di viaggio dei loro partecipanti presentano un’impostazione impersonale, un impianto tematico con singoli capitoli dedicati ad approfondimenti sulle città principali – Isfahan, Kashan, Teheran –, l���amministrazione, i culti, i riti, la caccia. Il conte de Gobineau, primo segretario dell’ambasciata francese in Persia e capo della missione del 1856, pubblicò le sue annotazioni come risultato del soggiorno persiano, «accennando solo a ciò che riguarda il Paese propriamente detto»43. Spostandosi con una carovana ufficiale, «che non viaggia con gli stessi vantaggi e le stesse libertà dei turisti», Gobineau scoprì una terra di cavalieri, con distanze smisurate non percorribili che a cavallo, espose critiche velate al governo francese e si dilungò in interessanti riflessioni sulla storia, i costumi, il governo e le cerimonie persiane, offrendo una lettura politica del paese44. Alla missione italiana del 1862, meno vincolata da interessi politici rispetto a quella francese, partecipò una folta schiera di professionisti, esponenti di diverse discipline: professori naturalisti – Filippo De Filippi, Michele Lessona, Giacomo Doria -, militari, diplomatici e viaggiatori; «Ogni scienza avea il suo rappresentante in quella missione. Furono seguiti lavori etnografici, si tracciarono operazioni geodesiache, si raccolsero antichità, furono studiati i monumenti e scoperti preziosi manoscritti, furono esaminate le celebri cave di turchesi del Khorassan, fu descritta la flora e la fauna»45. A ventiquattro anni Leone partì, direzione Medio Oriente, con la sola compagnia di un servitore, senza un programma stabilito e senza aver rivelato ad alcuno la destinazione da lui realmente ambita: una traversata epocale attraverso deserti e altopiani, 2003, p. 100. Ibid., pp. 40, 90-96. 45 Viaggi in Persia, pp. i-iii: il volume fu pubblicato nel 1873 da Treves per presentare le memorie di Gobineau e alcuni estratti del resoconto scientifico, Note di un viaggio in Persia, di De Filippi. 43

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all’insegna dell’improvvisazione, ma fortemente voluta e travagliata; un tragitto circolare che si espanse in itinere e che abbracciò diverse longitudini e latitudini; un percorso dai ritmi serrati, difficile e insidioso, ma covato da tempo e da lui solo. Imbarcatosi il 20 gennaio a Brindisi alla volta di Alessandria, dopo aver cambiato vapore per Giaffa, raggiunse in treno Gerusalemme, dove soggiornò una settimana, con visita ai luoghi sacri, Santo Sepolcro, Golgota, moschea di ‘Umar o Cupola della Roccia (fig. 2), al quartiere ebraico, con escursioni a Betlemme, Mar Morto e Gerico; dal 2 all’11 febbraio fu in viaggio verso Damasco con una propria carovana, via Nazareth e Tiberiade (fig. 3); dal 18 al 28 febbraio cavalcò verso Palmira (con meno 5° sotto zero), dove visitò gli antichi templi (figg. 4 e 5), la fortezza e la moschea; dal 1° al 16 marzo – sempre a cavallo – attraversò il deserto con un gruppo di mulattieri arabi e persiani (figg. 6-7) e giunse a Mossul in Mesopotamia, si spinse fino al monte Sinğar (fig. 8) presso i villaggi degli accoglienti Yazidi – popolazione di origine curda, sconosciuta all’epoca e perseguitata dai Turchi –; si accampò lungo l’Eufrate vicino alle tende nere dei forastici beduini Banu Shammar; deviò fino a Ninive e riprese la discesa del Tigri a bordo di un kelek (figg. 9 e 10), giungendo a Baghdad il 25 marzo; visitò villaggi e moschee (figg. 11-13), come quelle di al-Kazimiyya e delle due città sante sciite Najaf e Kerbela, Samarra e i giardini di Babilonia; dal 17 aprile partì da Baghdad e cavalcò fino a Qasr-i Shirin in Persia, visitando i rilievi rupestri sasanidi di Taq-i Bostan (figg. 14-16), fino a raggiungere Kirmanshah (fig. 17) il 28 aprile; di nuovo in viaggio dal 3 maggio fino a Kangavar e alle iscrizioni di Bisotun in diversi stili cuneiformi: antico persiano, elamitico e babilonese, tradotte nel 1843; il 7 maggio arrivò a Hamadan, da dove ascese il Kuh-i Alvand (3.600 m.); dal 10 al 22 maggio cavalcò fino a Isfahan, dove conobbe e frequentò il principe cagiaro Zill-i Sultan, figlio dello scià e governatore di Isfahan dal 1872 al 1907; il 30 maggio partì da Isfahan per Kashan, Qum e Teheran, dove giunse l’8 giugno e dove visitò lo scià Nasir alDin (regno 1848-1896), sovrano dittatoriale, anche egli scrittore di diari; il 17 giugno ripartì per Qazwin e Rasht, a pochi 364


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chilometri dal Mar Caspio, e da lì raggiunse Astrakan in battello e, lungo il Volga, Baku e Syzran il 27 giugno; il 29 giugno arrivò in treno a Mosca, dove visitò il Cremlino, poi di nuovo in treno a Brest, Varsavia, Vienna; il 4 luglio è in Italia (si veda la cartina dell’epoca con l’itinerario persiano, fig. 1). Durante i quasi sei mesi di lontananza dall’Italia egli toccò una decina di paesi, varcò confini, mari, fiumi, deserti, steppe, valichi innevati, cime vertiginose, aride pietraie e giardini lussureggianti; ricorse a ogni genere di mezzo di trasporto, navi, battelli, treni, carrozze, chiatte, kelek e quffe – imbarcazioni usate in Mesopotamia per la navigazione fluviale –, cavalcando giorno e notte per migliaia di chilometri con ogni tempo e clima; sostò presso conventi, khan (caravanserragli), dimore di sceikh e governatori, camere, capanne, tende; visitò moschee, chiese, siti archeologici, villaggi, grotte, tribù e popolazioni sconosciute; forte delle esperienze egiziane e più sicuro dei suoi passi, condivise esperienze e si confrontò in prima persona con i diversi gradi della realtà politica e sociale incontrata lungo la strada, una galleria di tipi umani di ogni categoria: ‘muccari’ (mulattieri, carovanieri), guide, stallieri, kaimakan, militari, wali (governatori), sceikh, beduini, principi, dignitari, commercianti; si intrattenne in dialoghi e conviti insieme ad arabi, ebrei, cristiani, ortodossi, musulmani sunniti e sciiti, curdi, armeni, turchi, persiani, circassi, russi, slavi, ungheresi e vari personaggi europei, rimanendo nell’ombra o quasi del tutto assente la presenza femminile, se si eccettuano alcune donne armene adornate da un bizzarro copricapo a forma di tiara con catenelle d’argento, adocchiate in Persia nei pressi di Khonsar. In tale tour de force il giovane Caetani si mosse con disinvoltura, acquisì competenze culturali e antropologiche, estese e praticò il suo patrimonio linguistico, migliorando l’arabo e il persiano; con «l’imprévu all’ordine del giorno», come scrisse nel suo diario privato46; scelse e diresse personalmente il suo cammino, Roma, BANLC, ms. Or. 82E5, Leone Caetani, Appunti di viaggio IV, c. 4; la porzione del diario dedicata al viaggio in Persia del 1894 è stata portata alla luce e decodificata con perizia e precisione da Anna Maria Trombetti, 46

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consapevole del valore dell’indipendenza, galvanizzato dall’opportunità di sperimentarla, nostalgico al pensiero della sua fine. Sulla scia delle riflessioni già raccolte nel diario del Sahara e alla ricerca di straniamento dall’aria europea, Leone temette di essere contagiato dalla «triste malattia del secolo», quel senso di noia e di assuefazione che spegne l’entusiasmo e contagia tutto con un velo di indifferenza. Qui, più che mai, emerse con forza il bisogno di «ritemprarmi all’aria dei deserti, prima di arrischiarmi nuovamente nel vortice della società […], per ritrovare me stesso, studiarmi e studiare quello che mi tornerà conto negli anni a venire». Senza tramiti e in piena autonomia, queste peregrinazioni sancirono il senso più profondo del suo intendere il viaggio in Oriente, che racchiuse proprio nell’istantaneità del suo svolgersi l’essenza più pregnante, dimensione fisica e mentale da assaporare con pienezza a costo di «rischiare tutto, accada quel che debba accadere», «tra i momenti eroici della mia esistenza, una scuola sul serio»47. Decidere sempre in prima persona, libero di cambiare programma all’ultimo istante e senza intermediari, lo espose a rischi e imprevisti quotidiani, costringendolo a estenuanti trattative per assoldare mulattieri e guide, sui compensi e sul bakhshish (mancia) per il cibo e l’ospitalità, sulla durata e sul percorso di ciascuna tappa; tutto questo accompagnato dai borbottii di Cesare, suo servitore personale, che non perse occasione per maledire la vita che conducevano, opinione che in fondo Leone non biasimò, sicuro che pochi avrebbero compreso quella scelta: non un viaggio per turisti, dunque, ma esperta e preziosa custode del sistema Gabelsberger-Noe; a lei sono grata per essersi dedicata con rigore filologico all’interpretazione di nomi, cariche e toponimi arabi, turchi e persiani, indecifrabili nelle contrazioni grafiche, e per aver trasformato una stesura embrionale, quasi allo stato di abbozzo, in un testo italiano fluente. A Fulvio Tessitore si deve il sostegno morale e sostanziale a questa originale iniziativa. 47 Ibid., cc. 15, 31, 97-98, 104.

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una prova di audacia e resistenza, sostenuta da un poderoso slancio che lo mosse a immergersi nell’avvincente realtà araba. Ne tornò definitivamente cambiato, ormai convinto della sua scelta di dedicarsi a tempo pieno agli eventi della storia islamica, «a un’introduzione sui difetti della Storia e alle ragioni che mi spinsero a fare un’enciclopedia storica orientale». A favorire il processo di trasformazione interiore furono le condizioni di viaggio, dure e imprevedibili che, proprio a causa della loro nuda asprezza, stimolarono uno stato di grazia in grado di sublimare il calarsi in quel contesto e in quella dimensione in prima linea, inducendo a compenetrarsi nel territorio e a vivere una geografia senza filtri, ‘con gli stivali nel fango’. L’osservazione diretta diventò, dunque, strumento guida e motore del suo rapporto privilegiato con i paesi visitati, imperniato sull’incontro tra le dinamiche della natura e quelle della società; accampato lungo le rive del Tigri Leone annotò: «Guardando le stelle prima di mettermi a letto, osservavo tutte quelle strane scene, così diverse da quello che accade da noi, tutti quei costumi, quella lingua, quei modi di pensare, di credere, di dire; capii un’altra potente ragione che mi aveva spinto i quei luoghi: l’amore del nuovo e del diverso»48. L’angolo visuale di chi legge il paesaggio naturalistico e sociale evidenzia infatti singoli elementi spesso non altrimenti percettibili e permette, a chi lo definisce, di incrociare e completare il campo di indagine in una sintesi complessiva che libera spazi e confini. L’interpretazione del paesaggio, risultato tangibile di variabili e di mutamenti storici, può essere vista come un documento che parla della società, della natura e della sua trasformazione antropica; essa suggerisce indizi, legge impronte e lascia trapelare scopi e funzioni. In questa ottica il primo contatto è sensoriale ed emozionale e l’indagine percettiva lega in un abbraccio indissolubile esperienza e

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Ibid., c. 78.

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paesaggio; la realtà visibile, rivestita di colori, si esprime anche in suoni e odori. In primavera, nei pressi di Kerbela, il deserto apparve al nostro giovane esploratore «una grande pianura liscia e piana come un biliardo […], ricoperto da una rada copertura di verde, rasa come i capelli di un uomo che invecchia»49. La sintesi tra paesaggio, impressioni e sensi sedusse Caetani nei suoi viaggi orientali e lo distanziò nettamente da altre impostazioni; già la sua domanda, «come ritrarre le impressioni?» che si pose di fronte al Santo Sepolcro, tradì la frustrazione di non riuscire a esprimere ogni situazione con immagini o parole. Inclinazione solitamente non relazionata al viaggio è quella del collezionismo culturale e antropologico che, nella dimensione sperimentata da Leone in particolare nella sua seconda ‘tappa’, rappresentò una predisposizione spontanea e non premeditata, nella quale gli stessi viaggi costituirono entità definite, materiali e immateriali, da collezionare. Come per i professionisti del collezionismo di oggetti, l’osservazione del territorio deve essere combinata a una documentazione che possa dar vita ad approfondimenti e raffigurazioni di ciò che è stato colto nell’immediatezza del visibile e che, al tempo stesso, il visibile ha nascosto. Tale attività rivela – come nel caso di Caetani – un attaccamento appassionato al tempo trascorso insieme e all’urgenza di coglierne e conservarne la memoria, rimandando alla immagine di sé, al proprio passato e ai propri avi, per marcare e rendere concreta quella linea di derivazione che connette alle origini e delinea la propria identità. In questa prospettiva Leone coniugò, con uno spiccato impulso naturale, la passione per i viaggi con la vocazione a collezionare tracce multiformi di orizzonti lontani, salvati dall’oblio grazie alla raccolta di testimonianze e immagini, alla loro scrupolosa selezione e conservazione. Attraverso gli oggetti si possono raccontare storie, sentinelle di reminiscenze cariche di significati, sorta di richiami alla 49

Ibid., c. 113.

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Wunderkammer della memoria, per risvegliare quella meraviglia destata al primo incontro e suscitare il lato immaginifico e didattico dell’ignoto50. Dalla Persia Leone riportò una documentazione eterogenea in arabo, turco, persiano, russo, italiano e inglese, da lui ricevuta e riunita non in forma sistematica in un fascicolo del suo archivio personale51: telegrammi, lettere di presentazione, stralci di recensioni, conti, ricevute, spese di hotel, lasciapassare ottomani o buruldi, compresa una lettera informale del Ministro degli Affari Esteri con il governo Crispi, Alberto Blanc, che gli chiede di essere informato su “tutto quello che potrebbe avere qualche interesse per il Governo di Sua Maestà”, in relazione al suo viaggio in Egitto e Siria. Nei bazar dei centri principali egli acquistò: cinghie, kefiah, fazzoletti, tappeti, tessuti, armi e metalli persiani damaschinati, monete antiche (talvolta contraffatte!), vasi di rame; tra i doni, ricevuti soprattutto in Persia da principi e dignitari: manoscritti arabi e persiani, un eccentrico seme di zucca con dedica, tappeti, dolciumi. A Baghdad si fa ritrarre in costume arabo, con kefiah e narghilè, foto-ricordo che diffonderà tra familiari e amici, con dedica e autografo; sul sito dell’antica Hamadan raccolse polvere d’oro come ricordo. Anche da questo viaggio riportò moltissime fotografie, realizzate personalmente con i suoi due apparecchi, la Kodak portatile e la Adams con cavalletto: immagini istantanee di piccolo formato, non convenzionali, con inquadrature inconsuete ma non spettacolari. Munito altresì di telescopio e barometro, il suo occhio si posò liberamente ora su paesaggi e cime granitiche, ora su cupole, rovine, villaggi sperduti e momenti della vita nel deserto; per un esponente delle classi più elevate era senza dubbio più facile esprimersi liberamente attraverso l’obiettivo fotografico, sfuggendo ai prototipi più comuni, noncurante di giudizi e censure. Sul collezionismo antropologico si consiglia la lettura di PUCCINI. Cfr. i ricordi di viaggio in BANLC, Archivio Leone Caetani, cart. 1442 “Persia (viaggio 1894”; GHIONE-SAGARIA ROSSI 2004, pp. 341-342). 50 51

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Effetto di un atteggiamento collezionistico fuori scena e a lungo sommerso, tali testimonianze faranno capolino ai primi anni del Novecento negli archivi e nei fondi documentari, dopo essere rimaste dietro le quinte per buona parte del secolo precedente. Alla scaturigine dell’azione e della conoscenza, il collezionismo immateriale di ricordi, azioni, aspettative, impressioni e sensazioni, può essere volto al servizio delle scienze antropiche e geografiche. Leone sentì spesso «il bisogno di alleggerire un poco l’animo del cumulo delle impressioni avute» e registrò le sue meditazioni sotto la luna e durante le interminabili cavalcate, le sue prodezze e i suoi vanti da riferire a casa, le fantasticherie e i castelli in aria, i pensieri premonitori sul suo futuro. Anche le situazioni e i momenti più ricorrenti della quotidianità suonano come ‘collezionati’ nell’eco del suo racconto e partecipano a ricomporre dal vivo e dal vero il vasto repertorio di immagini del viaggio: i cieli stellati, le bufere di vento, sabbia e neve, la piaggia interminabile, i deserti senza orizzonti, le estenuanti tappe a cavallo, la ricerca di guide affidabili e oneste, il dirimere le liti tra i servitori, la caccia giornaliera a uccelli e selvaggina, la cerimonia del caffè, le conversazioni animate in arabo, le cene frugali a base di grano macinato, riso e datteri, la notte nei khan, i giacigli pieni di pulci, le letture filosofiche di Renan (Vie de Jésus) e di Herbert Spencer (First principles) all’ombra delle palme o al riparo in qualche tenda, le verdi pianure di Babilonia, i floridi giardini di Persia, le giocate a dadi o a carte con gli sceikh ospitanti, la gran pompa della burocrazia persiana. Dove riversare tutto questo nel modo più immediato? Un diario è un contenitore a portata di mano, che a distanza di tempo si trasforma in un monumento personale, anche quando lo si è riempito non per essere letto. Un diario è una narrazione che si dipana seguendo un percorso frammentario, contorto, interrotto, assecondando un’urgenza, un bisogno di dire qualcosa a se stessi per iscritto; lasciare nero su bianco le proprie memorie è un’abitudine che si acquisisce da bambini e si può mantenere nel corso della vita, come l’esercizio fisico o le 370


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lunghe camminate. L’aspirazione primaria di chi scrive un diario, e mette in moto la comunicazione verso l’esterno, è di conoscere se stessi; in qualcuno – come in Leone – prevale la chiave puramente fotografica, in cui la descrizione minuziosa della quotidianità vira verso la confessione, pur conservando la meticolosità del reportage etnografico52; la formula della fotocopia del presente, ideale della comunicazione istantanea e dell’immediatezza assoluta, non è generalmente coltivata nei diari di viaggio, quantomeno nella loro forma rielaborata e destinata alla divulgazione. Il ricorso alla stenografia, unica forma di registrazione per il viaggio persiano, fu un’altra risorsa particolarissima a cui Leone attinse a piene mani, sfruttandone le molteplici potenzialità: riversare i propri pensieri senza inibizioni, generare un pre-testo a gettito diretto per uso personale, secretare ad altri il contenuto, preservare per il futuro il nucleo embrionale del testo. Quando non codificata sapientemente, tuttavia, tale forma grafica può evidenziare tutta la sua mutabilità, attenuando la apparente stabilità del viaggio che l’aveva resa possibile53. Grazie a tutto l’equipaggiamento necessario, anche la cronaca stenografica diventò per Leone un rituale a cui attingere ogni giorno idee ed energie per pensare e studiare: mappe, guide (il Baedeker), quaderni, risme di carte, scorte di pennini, inchiostri, calamai, e carte assorbenti. Nella visione dell’Oriente maturata da Caetani non era la Persia la sua meta ultima, bensì l’India, progetto sognato da anni per «fare di una spedizione qualcosa di importante, che tenga un posto non insignificante nelle riviste geografiche»54, ma compiuto soltanto cinque anni più tardi e con una formula del Il genere della scrittura del diario e alcuni modelli significativi sono esaminati in PICCONE STELLA 2008, pp. 18-30. 53 Il delicatissimo lavoro di interpretazione e stabilizzazione del testo stenografico del diario persiano, in via di pubblicazione, ha imposto controlli e revisioni del tutto particolari. 54 Roma, BANLC, ms. Or. 82E5, Leone Caetani, Appunti di viaggio IV, c. 3. 52

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tutto diversa, a bordo di un piroscafo di lusso e affidandosi a una spedizione organizzata da altri, provvisto di tutti i confort. Anche del tour in India del 1899-1900, al seguito di una spedizione di caccia pianificata e senza dubbio più convenzionale rispetto al viaggio persiano, si conservano splendide fotografie, realizzate da Leone e acquistate presso atelier locali, e una dettagliata documentazione di viaggio: lettere, lasciapassare, biglietti da visita, ricevute, conti, liste d’imbarco, menu55. Viaggio di piacere, dunque, ma che corrobora la sua conoscenza dal vivo del popolo e del territorio indiano, che permise al suo sguardo di continuare ad allungarsi fino al lembo più orientale in cui quella civiltà islamica si era affermata ed espansa.

Conservata nel fascicolo BANLC, Archivio Leone Caetani, cart. 1563 “India (ricordi di viaggio 1900”; cfr. GHIONE-SAGARIA ROSSI 2004, pp. 341-342. 55

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Bibliografia ADAMS 1978 = P. G. ADAMS, Travel literature of the Seventeenth and the Eighteenth centuries. A review of recent approaches, in «Texas studies in literature and language», v. 30, n. 3 (1978), pp. 488-515. DE BOTON 2002 = A. DE BOTON, L’arte di viaggiare, Parma, Ugo Vianda, 2002. BOUVAT 1914 = L. BOUVAT, Le prince Caetani et son oeuvre, Paris, E. Leroux, 1914 (Collection de la Revue du monde musulman), pp. 5389. BRILLI 2009 = A. BRILLI, Il viaggio in Oriente, Bologna, Il Mulino, 2009. Leone CAETANI 1891 = L. CAETANI, Nel deserto del Sinai (Arabia Petrea), Roma, Tipografia delle Terme Diocleziane di Balbi Giovanni, 1891. Leone CAETANI 1999 = L. CAETANI, Selkirks, trad. inglese di Danilo Aguzzi Barbagli, a cura di H.S. Noce, Fasano, Schena, 1999. Onorato CAETANI 1881 = O. CAETANI, Piz Palù e Piz Bernina, estr. da «Bollettino del Club Alpino Italiano», v. 15, n. 46 (1881), pp. 117. DE CAPRIO 1996 = V. DE CAPRIO, Un genere letterario instabile. Sulla relazione di viaggio al Capo Nord (1799) di Giuseppe Acerbi, Roma, Archivio Guido Izzi, 1996. DELLA VEDOVA 1904 = G. DELLA VEDOVA, La Società Geografica Italiana e l’opera sua nel secolo XIX, Roma, Società Geografica Italiana, 1904, pp. 43-47. GALTON 2007 = F. GALTON, L’arte di viaggiare. Il manuale degli esploratori inglesi dell’Ottocento secondo le indicazioni della Royal Geographical Society, a cura di G. Martina, Como, Ibis, 2007. GHIONE-SAGARIA ROSSI 2004 = P. GHIONE-V. SAGARIA ROSSI, L’archivio Leone Caetani all’Accademia Nazionale dei Lincei, Roma, L’Erma di Bretschneider, 2004. GHIONE-SAGARIA ROSSI (2007) = P. GHIONE-V. SAGARIA-ROSSI, Leone Caetani. L’Oriente nella vita e nella storia, in Le mille e una cultura. Scrittura e libri fra Oriente e Occidente, a cura di M. C. Misiti, Bari, Edipuglia, 2007, pp. 121-140. DE GOBINEAU 2003 = J.-A. DE GOBINEAU, Viaggio in Persia, a cura di H. Vahramian, Milano, Medusa, 2003.

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LACERENZA 1996 = G. LACERENZA, Il viaggio a Petra di Giammartino Arconati Visconti (1865), Napoli, Istituto Universitario Orientale, 1996 (Annali dell’Istituto Universitario Orientale. Supplementi, 88). DE LAMARTINE 1978 = A. DE LAMARTINE, Voyage en Orient (1835), v. 1, Paris, Editions d’Aujourd’hui, 1978. LEVI DELLA VIDA 2004 = G. LEVI DELLA VIDA, Fantasmi ritrovati, a cura di M. G. Guzzo Amadasi e F. Tessitore, Napoli, Liguori, 2004. Nineteenth century travels (2004) = Nineteenth century travels, explorations and empires. Writings from the era of imperial consolidation, 1835-1910, editor P. J. Kitson, v. 5: Middle East, London, Pickering and Chatto, 2004. PUCCINI = S. PUCCINI, Le “sentinelle” della memoria. Per una tipologia del collezionismo antropologico, in http:/dspace.unitus.it/bitstream/2067/127/1/puccini_sentinelle_m emoria.pdf. PICCONE STELLA 2008 = S. PICCONE STELLA, In prima persona. Scrivere un diario, Bologna, Il Mulino, 2008. RZEWUSKI (2002) = W. S. RZEWUSKI, Impressions d’Orient et d'’Arabie. Un cavalier polonais chez les Bédouins, édition dirigée par B. Lizet, Paris, Corti, 2002. SAGARIA ROSSI 2010 = V. SAGARIA ROSSI, La collezione di manoscritti di Leone Caetani di Sermoneta, in Il fascino dell’Oriente nelle collezioni e nei musei d’Italia, a cura di B. Palma Venetucci, Roma, Artemide, 2010, pp. 196-205. TRAINI 1986 = R. TRAINI, Leone Caetani e la sua biblioteca, in Giornata di studio nel cinquantenario della morte di Leone Caetani (Roma, 16 dicembre 1985), Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, 1986, pp. 17-37. Viaggi in Persia 1873 = Viaggi in Persia, Milano, Treves, 1873.

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Didascalie. Fig. 1. L’itinerario mediorientale. Fig. 2. Gerusalemme, moschea di ‘Umar. Fig. 3. Tiberiade, donne a una fontana. Fig. 4. Palmira, tempio di Baalshamin (130 d. C). Fig. 5. Palmira, arco di Settimio Severo (I secolo d. C.). Fig. 6. Dayr al-Zawr (Mesopotamia), accampamenti beduini. Fig. 7. Dayr al-Zawr (Mesopotamia), tende beduine. Fig. 8. Gabal Sinğar (Mesopotamia), Leone Caetani (al centro) con gli Yazidi. Fig. 9. Navigazione lungo il Tigri. Fig. 10. I “Giardini di Babilonia”: palmeti lungo il Tigri. Fig. 11. Baghdad, scorcio della moschea sciita di Kazimiyyah (XVI secolo). Fig. 12. Baghdad, esterno della moschea di Abu Hanifah (VIII secolo). Fig. 13. Baghdad, ingresso al cortile della moschea di Kazimiyyah (XVI secolo). Fig. 14. Leone Caetani a Taq-i Bostan (Kirmanshah), rilievo rupestre con l’investitura di Ardashir II (379-383). Fig. 15.Taq-i Bostan (Kirmanshah), archi sasanidi con altorilievi rupestri (VII secolo). Fig. 16. Taq-i Bostan (Kirmanshah), altorilievo rupestre con il re sasanide Cosroe II a cavallo (591-628). Fig. 17. Kirmanshah con il Kuh-i Parau innevato. (Fotografie tratte dall’Archivio fotografico conservato presso la Biblioteca dell'Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana, Roma).

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