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STORIA DI UN SALOTTO MONDANO: OGGETTI ORIENTALI E ORIENTALEGGIANTI DELLA FONDAZIONE PRIMOLI*

RICCARDO ROSATI

In questo articolo parleremo delle collezioni orientali e orientaleggianti della Fondazione Primoli. Con sede a Roma in via Zanardelli, essa fu istituita per volontà del conte di discendenza napoleonica Giuseppe Primoli (1851-1927) allo scopo di promuovere le relazioni culturali fra l’Italia e la Francia. Il conte Giuseppe Napoleone Primoli si sentiva romano e francese in egual misura, ma soprattutto un napoleonide: sua madre Carlotta (1832-1901) era figlia di Carlo Luciano Bonaparte (figlio di Luciano, principe di Canino) e di Zenaide Bonaparte (figlia di Giuseppe re di Napoli e poi di Spagna). Culturalmente si era formato a Parigi, innamorandosi della vita mondana di questa città. Un gusto raffinato, quanto Il presente articolo è tratto da un mio intervento, tenutosi il 05/03/2010, presso l’associazione culturale VersOriente di Roma, nel quadro di una serie di cinque conferenze (dal novembre 2009 al febbraio 2011), da me curata, dal titolo: Città universale. Le collezioni orientali a Roma.


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curioso, sostenuto da più che buone possibilità finanziarie, gli permise di collezionare una quantità notevole di libri rari e oggetti di vario tipo. La Fondazione occupa oggi quasi tutto il primo piano di Palazzo Primoli e consta di una biblioteca di circa 30.000 volumi. Di rilievo è anche il prezioso Gabinetto Fotografico che comprende circa 15.000 lastre e fotografie, quasi tutte eseguite dallo stesso conte Primoli, e in parte anche da suo fratello Luigi (1858-1925), entrambi acclamati fotoamatori dell’epoca. Molto importante è inoltre il fondo Mario Praz, donato dal celebre anglista alla Fondazione nel 1982, che ammonta a circa 15.000 volumi. Al terzo piano del palazzo ha sede il museo dedicato proprio a Praz. Aperta al pubblico nel giugno del 1995, questa casa-museo offre al visitatore una serie di ambienti all’interno dei quali sono disposti gli oggetti che compongono l’eccentrica raccolta di questo poliedrico intellettuale . Al piano terra si trova poi il prestigioso Museo Napoleonico, nato dalla collezione che nel 1927 lo stesso Primoli donò alla città di Roma e che si compone di cimeli napoleonici e di preziose memorie familiari. Il Museo fu istituito con l’intenzione non tanto di offrire una testimonianza dei fasti imperiali, quanto piuttosto di documentare, storicamente, gli intensi rapporti che legarono i Bonaparte a Roma. La piccola collezione orientale Primoli ha una sua importanza, in quanto essa è riconducibile a un momento molto particolare del gusto collezionistico italiano e francese di fine Ottocento e inizio Novecento. Lo studio di questa raccolta permette infatti di approfondire non soltanto tematiche squisitamente estetiche – attinenti cioè alla storia del gusto – bensì anche storico-sociali, dal momento che pure un piccolo museo come questo si rivela in grado di rispondere – al di là dell’intrinseco valore storico1

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Il palazzo, terminato nel 1911, è opera di Raffaello Ojetti ed è considerato il suo miglior lavoro architettonico. 2 Sul Museo Mario Praz si veda il mio articolo: ROSATI 2006, pp. 11-13.

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artistico dei singoli oggetti in esso conservati – a precisi intenti culturali e politici. La Fondazione possiede per lo più oggetti “alla maniera” orientale. Tra questi, spiccano per quantità le cineserie , le quali rivestono sempre un certo interesse, giacché ben rappresentano quella moda diffusasi in Europa già nel Seicento e Settecento nel campo delle arti minori a seguito dell’importazione di oggetti provenienti dall’Estremo Oriente. In Italia, tale moda ebbe un suo famoso centro a Venezia – per secoli il principale collegamento tra l’Europa e l’Asia – soprattutto per la diffusione della lacca. La raccolta Primoli si compone essenzialmente di imitazioni del XIX sec.: centocinquanta sono i piatti decorati con motivi orientali, per non dire delle porcellane orientaleggianti del XVIII sec., provenienti per lo più da Francia, Germania e Italia, e realizzate, appunto, alla maniera orientale. Tuttavia i pezzi di maggior interesse facenti parte del lotto orientale si trovano nella serie dei 23 rotoli giapponesi detti kakemono . I kakemono ( , letteralmente “cose appese”) venivano utilizzati dal Primoli per ricevere i suoi ospiti. Molti di questi rotoli assumono un particolare valore storico perché sono firmati da illustri musicisti e scrittori dell’epoca, di varie nazioni: tra questi ne spicca uno, che presenta un acceso e raffinato contrasto tra tonalità rosse e grigie, e che reca la firma nientemeno che di Eleonora Duse. A dire il vero, per la quasi totalità, i kakemono della Fondazione non possono essere considerati opere di alta qualità, trattandosi in molti casi solo di riproduzioni occidentali, pure se eseguite nel pieno rispetto dello stile giapponese. Questi oggetti offrono però un chiaro 3

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Dette anche Chinoiserie. Tale gusto si esplicò soprattutto nell’arredamento e in suppellettili vari, quali porcellane, lacche, sete ricamate, nonché mobili, argenterie e tappezzerie in cui motivi cinesi erano mescolati a motivi barocchi e rococò. 4 Il personale della Fondazione ci ha informato a suo tempo del fatto che anche il Museo Napoleonico possiede alcuni kakemono. Quelli della Fondazione necessiterebbero in gran parte di un restauro.

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esempio dell’ibridismo culturale della moda del Japonisme , dove sovente predominano figurazioni classiche di “fiori e uccelli”, tipiche d’altronde della pittura alla maniera cinese (Kara-e ), dalla quale dipende, poi, quella nipponica. 5

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Per fornire maggiori informazioni sulla natura dei kakemono posseduti da Giuseppe Primoli, può essere utile fare una breve digressione sulla sopracitata maniera a “fiori e uccelli” . Nei dipinti della Dinastia Song (960 – 1279), questo stile ebbe un grande sviluppo, al punto da raggiungere un ineguagliato culmine tecnico nella pittura tradizionale cinese . Di primo acchito, tali figurazioni si potrebbero ritenere in qualche modo accostabili al genere della natura morta occidentale. Tuttavia, sia in Cina che in Giappone, questo tipo di opere avevano anche 7

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Per il particolare fenomeno del Japonisme, segnaliamo due contributi di R. BOGLIONE (in bibliografia). Possiamo solo qui brevemente accennare come questo termine venne usato per la prima volta (1872 – 73) dal critico e incisore francese Philippe Burty, per indicare l’interesse per il Giappone e l’influenza della sua arte sui movimenti artistici europei tra la metà del XIX sec. e la Prima Guerra Mondiale. È inoltre risaputo come Impressionisti e Postimpressionisti furono attratti dai valori cromatici e spaziali delle xilografie giapponesi. 6 Kara-e, che vuol dire “pittura alla maniera/stile cinese”. Essa prendeva spunto fondamentale dalla elevata cultura artistica della Dinastia Tang (618 – 907), presentando essenzialmente paesaggi immaginati alla maniera cinese e delle illustrazioni di varie leggende e racconti popolari. Questa forma di arte si sviluppò in Giappone durante i periodi Nara (645 – 794) e Heian (794 – 1185). Malgrado nei secoli si andò sempre più affermando uno stile autoctono, il cosiddetto Yamato-e, la pittura Kara-e continuò a essere praticata sino al XII secolo, sebbene confinata nell’ambito di cerimonie ufficiali e riti religiosi. 7 Molti dei Kakemono Primoli, irriconoscibili rispetto a una qualsiasi scuola artistica giapponese, sono opera di autori, sia occidentali che nipponici, che utilizzano un tratto semplificato e snaturato rispetto a quello originale. Il soggetto che la fa da padrone nella collezione è per l’appunto il cosiddetto “fiori e uccelli” (Kachō, , in giapponese). Secondo la tradizione orientale, ogni animale o fiore ha un preciso significato simbolico; ad esempio, l’iris rappresenta la sagacia e l’amicizia terrene, il loto la purezza, l’anatra è il simbolo dell’amore coniugale e della fertilità e la gru, amatissima in Giappone, rappresenta la longevità. 8 Questo periodo, nel quale la Cina ritrovò una sua unità politica dopo la frammentazione delle “Cinque Dinastie e Dieci Regni” (907 – 979), vide anche la piena maturazione di altre importantissime forme artistiche quali la calligrafia e la fabbricazione della porcellana.

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un valore filosofico, per così dire, oltre che puramente estetico. Se infatti in Occidente per secoli si è sempre seguito un ben preciso canone di bellezza, in Estremo Oriente “forma” e “sostanza” – più precisamente intese in funzione di un’idea tutta orientale di armonia e moralità – sono le due qualità principali che connotano qualsivoglia manufatto artistico. Andando ancora più nel dettaglio, mentre in Cina l’aspetto morale che si evince già solo nell’apprezzamento della sicurezza del tratto è indicativo di un animo puro e di una mente limpida, in Giappone è il conseguimento di un effetto di armonia della composizione, ancora più che la precisione del tratto stesso, a decretare la qualità di un’opera grafica. Dunque, se la tradizione occidentale prevede che la bellezza sia percepita visivamente, per gli orientali l’aspetto puramente estetico è sì importante, ma solo per veicolare un messaggio che travalica il più delle volte il semplice apprezzamento della forma. Inoltre, spesso le immagini venivano accompagnate da un commento scritto, il quale rivestiva un ruolo importante per la perfetta riuscita compositiva della rappresentazione. Nelle figurazioni riconducibili a questo stile si possono trovare animali, uccelli, fiori e persone, resi in maniera accurata, non solo nella forma, ma in certo qual modo catturati nella loro sostanza interna. Difatti, gli artisti cercavano di raffigurare le emozioni, le idee e le aspirazioni dei soggetti rappresentati. La Fondazione possiede anche un prezioso disegno, probabilmente risalente al periodo di Qianlong ( , 1735 – 96). Trattasi di un acquarello (talvolta si usa il termine 9

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Opera probabilmente di artigiani specializzati in questo genere destinato ai curiosity shops dei prodotti da esportazione. Due erano i principali centri di produzione: Pechino e Canton, successivamente anche Shanghai. Gli esemplari più antichi presenti in Europa sono forse quelli facenti parte della collezione Vidua a Casal Monferrato, che possono datarsi alla fine del Settecento. La produzione delle pitture da esportazione, nell’ambito della quale si inquadra questo acquarello, si sviluppò principalmente nella città portuale di Canton agli inizi dell’Ottocento per soddisfare le richieste dei mercanti occidentali che desideravano riportare in patria una testimonianza del paese visitato. In seguito questi acquarelli alimentarono una

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“guazzo”) su carta di midollino (pith paper), fatto in Cina e destinato alla esportazione. A onor di precisione, è doveroso ricordare pure la presenza di una cospicua raccolta di tessuti orientali, ancora da catalogare e studiare in modo dettagliato; anche in questo caso, in virtù della deperibilità del materiale con cui tanti manufatti sono fabbricati, andrebbe preso quanto prima in considerazione un progetto di conservazione specifico. Tornando ai kakemono, sappiamo che il Primoli li acquistò probabilmente in gran parte intorno al 1884, a conferma del fatto che egli non dedicò molto tempo alla scelta e alla ricerca dei pezzi. Difatti, lui considerava questi rotoli come dei “quaderni” abbelliti da suggestive illustrazioni esotiche da far firmare ai celebri ospiti che frequentavano il suo salotto mondano, tra i quali ricordiamo scrittori di assoluta rinomanza come Alexandre Dumas e Guy de Maupassant. Dal punto di vista museologico, è interessante comprendere fino a che punto le collezioni orientali di Giuseppe Primoli siano frutto di un chiaro interesse verso l’arte asiatica , oppure più semplicemente il risultato di una moda collezionistica in voga tra gli aristocratici di quel tempo. La natura “confusa” della raccolta fa propendere per la seconda ipotesi. Ciononostante, il Primoli con la sua collezione mise assieme, per così dire, un’eccezionale anagrafe della cultura e della mondanità dell’epoca. La flebile identità decorativa di questi oggetti orientaleggianti, per lo più di fattura occidentale, è 10

importante corrente di esportazione contribuendo ad accrescere in Europa il gusto per le Chinoiserie. Sebbene questi “guazzi” siano stati realizzati da mano cinese, in realtà essi mostrano una Cina vista dagli occidentali, restituendoci materiale di grande valore documentario sugli usi e costumi della società dell’epoca. Dal punto di vista storico-artistico si tratta di un’arte “minore”, spesso anonima, che denuncia un forte adeguamento ai canoni estetici occidentali e concede molto al gusto per l’esotico, ma al contempo tradisce i propri legami con una parte della tradizione pittorica cinese soprattutto nella cura dei particolari, per il gusto delle rappresentazioni miniaturizzate con chiarezza di dettagli e le brillanti policromie. 10 Per quanto concerne l’Oriente, sono di una certa importanza le foto scattate dal fratello del Conte, Luigi Primoli, in India, specialmente per la rappresentazione delle varie società indiane di inizio ‘900: cfr. AA.VV. 2004.

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fortemente legata a un diffuso orientamento della moda, in anni caratterizzati da un forte gusto retrò e da una passione, spesso naïf, per l’esotico. Col suo salotto, Giuseppe Primoli fu uno scopritore di numerosi intellettuali italiani che volevano farsi un nome in Francia. Al tempo stesso egli si offrì come preziosa guida, a Roma, per quegli artisti e letterati francesi che intendevano essere introdotti presso l’alta società della Capitale, in un’epoca caratterizzata da un collezionismo ancora diviso tra quello colto borghese e uno più generalista di tipo aristocratico. Abbiamo evidenziato il fatto che Giuseppe Primoli ritenesse i suoi kakemono più che altro come degli oggetti decorativi, dunque non li considerava come vere opere d’arte; da qui la decisione di utilizzarli come “quaderni” da offrire alla penna dei suoi illustri conoscenti, frequentatori assidui della mondanità dell’epoca, dei salotti, dei teatri, delle feste, delle cacce dove l’impatto, obbligatorio, con un’estetica orientaleggiante si esplica, per quanto riguarda il Primoli, nelle forme più consuete del gusto esotico, anche di fonte a oggetti, acquistati nei bazar sia parigini che italiani, prodotti in Asia per essere esportati all’estero o imitati in Europa. Le raccolte della Fondazione documentano inoltre la grande passione per le arti francesi e italiane, ovviamente per la letteratura, la musica, il teatro, ma conservano anche il ricordo dei molti incontri fatti dal Conte durante i suoi viaggi, fino almeno al 1886 documentati da numerosi album, vari souvenir (bibelot) e autografi del tout-lemonde europeo. Per l’analisi e la valutazione della portata e dell’ampiezza delle relazioni culturali e sociali di Giuseppe Primoli, gli oggetti orientali da lui raccolti, in particolare la collezione di Kakemono firmati, rappresentano uno strumento di indagine affascinante e del tutto particolare per il tocco di esotismo che racchiudono, così sottilmente adeguato alla moda delle cose nipponiche in voga a Parigi nelle cerchia aristocratica frequentata dal Conte. I Horti Hesperidum, II, 2012, 2

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kakemono e le cineserie sembrano inoltre documentare l’esaurirsi della suggestione orientaleggiante nel Vecchio Continente. Una passione che si compiace pure di repliche, spesso non all’altezza degli originali, che hanno alla fine saturato il mercato antiquario del periodo. Una vera e propria eccitazione per l’oggetto esotico che coincide quasi perfettamente col Secondo Impero: un tempo “perduto”, alla continua ricerca del gusto passato, e al quale il Primoli rimase sempre fedele.

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Didascalie 1. Il kakemono dedicato a Eleonora Duse, recante anche la firma di Gabriele D’Annunzio 2. Disegno risalente al periodo dell'imperatore mancese Qianlong (cfr. nota 9) 3. Una delle vetrine espositive della parte adibita a spazio museale nella sede della Fondazione Primoli 4. Un esempio, tra i meglio conservati, della collezione di tessuti, probabilmente di provenienza mediorientale 5. Un altro tessuto, questa volta un tappeto. Di pregevole fattura, con il motivo degli uccelli dal chiaro sapore esotico; aspetto che ne ha presumibilmente determinato l'acquisizione. Dall'immagine si può avere una idea dello stato non ottimale di conservazione di questi tessuti

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R. Rosati, Storia di un salotto mondano: oggetti orientali e orientaleggianti...  

"Horti Hesperidum. Studi di storia de collezionismo e della storiografia artistica", II, 2012, 2, pp. 170-193

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