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DI S C OVE R I E S .

LO SA I C H E ?

L’orologio, inventore di linguaggio

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Non sono in molti a saperlo, ma svariati MODI DI DIRE derivano da termini e locuzioni usati nel campo dei segnatempo.

giudiziarie o forensi – anche se poi erano impiegate pure per calcolare il tempo delle “prestazioni” delle donnine di malaffare – e a esse, per esempio, si riferiva Cicerone di GIAMPIERO NEGRETTI quando, per rimarcare come un oratore divagasse troppo senza mai giungere a una conclusione, diceva “aquam perdere” (2). on ci facciamo caso o non Va detto anche che quelle ad acqua sono le ce lo siamo mai chiesto, ma vere clessidre, mentre il nome corretto di diversi modi di dire e parole quelle a sabbia, adottate molti che normalmente usiamo derivano dal mondo dell’orologeria o comunque secoli dopo, è “clepsamie”. Deriva, invece, dai primi dai modi di misurare il tempo. orologi meccanici la frase “essere giù di corda” (3) che Tra le parole più comuni, per esempio, vi indica di trovarsi senza forze. è “siesta”: il riposino postprandiale il cui All’epoca, e siamo nel XIIInome viene da hora sexta, ovvero la sesta ora, che, secondo le ore canoniche medievali XIV secolo, la forza motrice degli orologi era solo la gravità, (e anche quelle in vigore nell’antica con uno o più pesi collegati al Roma), andava dal nostro mezzogiorno, meccanismo e che scendendo momento di mettersi a tavola, fino al lo facevano funzionare: giunti a fondo corsa, però, se non si provvedeva a riportarli in alto – cosa che avveniva issandoli a forza di braccia e tirando la corda cui erano agganciati – l’orologio non aveva più forza motrice e si fermava. E da qui viene anche il “dare la corda”, usato dai nostri nonni fino a non moltissimi anni fa non solo per caricare la pendola domestica a pesi, ma anche i cipolloni da tasca che avevano la carica a molla. Sempre dagli orologi discende il detto, che primo pomeriggio. Anche la locuzione non ha bisogno di spiegazioni, “fare le “essere agli sgoccioli” (1) deriva dal passato e da un passato ancora più remoto: ore piccole” (4). Queste, però, in passato erano molto meno antelucane di quelle nell’antica Grecia, infatti, e poi anche nell’Urbe, il tempo a disposizione per udienze, dibattiti, spettacoli e così via era misurato con una clessidra ad acqua. Si trattava di un’ampollina, riempita d’acqua e con un foro alla base, da cui il liquido fuoriusciva goccia dopo goccia e quando il flusso stava per esaurirsi ecco che ci si trovava agli sgoccioli perché il tempo a disposizione stava per terminare. Molto usate a Roma, venivano chiamate clessidre

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odierne: il quadrante degli orologi più antichi, infatti, era impostato in 24 ore, suddivise in 12 del giorno e altrettante della notte: le 24, però, corrispondevano al tramonto, che poteva variare in funzione delle stagioni e così la terza o quarta ora della notte, come troviamo spesso scritto nei testi rinascimentali, potevano corrispondere alle nostre 19 o 20, ed erano, quindi, molto meno “piccole” di quelle odierne che sono nel cuore della notte. Pure portare il “cappello sulle ventitré” è collegato all’orologio: le 23, sempre sui segnatempo più antichi, corrispondevano a poco prima del tramonto, quando il sole era basso e accecava, così il cappello veniva portato di sghembo, in modo che la tesa riparasse dall’abbagliamento. Un altro termine che sembra

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ARCHITECTURAL DIGEST • ITALIA

non aver nulla a che fare con gli orologi e invece lo è strettamente è “sconcerto” (5). Si riferisce alle campane su torri e chiese che rintoccavano a festa, o chiamavano alle funzioni, oppure segnalavano qualche evento importante. Poteva, infatti, capitare che i rintocchi non si succedessero a tempo, o che si accavallassero, producendo suoni disarmonici: non un concerto, quindi, ma uno “sconcerto” che sconcertava chi lo udiva.

ILLUSTRAZIONI CRISTIANO LISSONI

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