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Collana biblioteca del '900 n. 21


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IL FIGLIO DEL MARESCIALLO 1943 E DINTORNI a cura di Tiziano Arrigoni


4 ©La Bancarella Editrice Viale della Repubblica n. 47 - 57025 Piombino (LI) www.bancarellaweb.eu ® www.bancarellaweb.it e-mail: labancarella@aruba.it tel fax 0565/221959 Collana Biblioteca del '900 n. 21

In copertina: Mussolini e il generale Pietro Badoglio da: http://www.tusciaromana.info/3Cultura/c_sto_badoglio. Copertina Henry Marzo 2014 ean 978-88-6615-096-1

La «Biblioteca del ‘900», sulla base della ricca documentazione del fondo archivistico Bartalini- Gaggero- Zannellini conservato nell’Archivio Storico della Città di Piombino, si propone di ripercorrere momenti cruciali della storia del Novecento attraverso idee, personaggi, eventi che hanno segnato il secolo scorso, con la proposizione di documenti talvolta inediti o comunque poco conosciuti.


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INTRODUZIONE

La villa di Badoglio in Via Buxelles n. 56 oggi.

L

a mattina del 25 luglio del 1945 faceva caldo, quando un distinto signore sessantenne si presentò all’ingresso di una villa dei Parioli a Roma, precisamente in via Bruxelles 56: era una villa lussuosa costruita con marmi bianchi, un ampio cancello di ferro conduceva all’interno di un giardino dotato anche di un campo da tennis 1. Era stata costruita recentemente (nel 1937-39) in questo quartiere benestante della capitale e vi abitava la famiglia di uno dei personaggi che negli anni precedenti era stato fra i più potenti e controversi d’Italia, il maresciallo Pietro Badoglio: la villa faraonica era stata una sorta di “compenso” per la vittoriosa 1 La villa è oggi sede dell’ambasciata della Repubblica Popolare Cinese.


10 guerra d'Etiopia ed era stata progettata dall'architetto Clemente Busiri Vici. Il visitatore era il professor Ezio Bartalini, socialista, antifascista, che neanche un anno prima era rientrato da un lungo esilio in Turchia, a Istanbul precisamente, dove era divenuto, malgrado le sue idee, uno dei personaggi più in vista della locale comunità italiana. Andava a incontrare non il maresciallo, ma suo figlio, il diplomatico Mario Badoglio (1905-1953). Cosa legava i due personaggi apparentemente così lontani? Istanbul e la comune appartenenza massonica, sia pure con idee radicalmente diverse. La permanenza nella metropoli turca doveva comunque essere l’elemento di più forte comunanza. Nel 1937, giovane diplomatico in carriera, appena sposato con la contessa Giuliana Rota di San Vito (1913-2001), Mario Badoglio era stato nominato console italiano ad Istanbul 1. Ben presto conobbe Ezio Bartalini, in esilio nella città turca da dieci anni: socialista, pubblicista (scriveva articoli culturali su “Il Messaggero degli Italiani”, pubblicazione in lingua italiana in Turchia), insegnava come libero docente nell’università locale ed era ben inserito nella città d’adozione. Sostanzialmente isolato dal mondo dell’antifascismo militante che in Turchia era pressoché assente, Bartalini, pur conservando la sua indipendenza intellettuale, non faceva più attività politica. Questo permise al console di avvicinarlo e di entrare in rapporti di stima reciproci; a ciò contribuì probabilmente l’aver saputo che il professor Bartalini era stato iscritto alla massoneria, associazione di cui lo stesso Badoglio doveva dimostrarsi simpatizzante2. Grazie a questo rapporto, la famiglia di Bartalini (composta da moglie, figlia, madre e suocera) riuscì a lasciare Istanbul e a rientrare in Italia il 30 agosto 1939, mentre Ezio rimase in Turchia fino al 1944. Nel 1940 Badoglio era stato nominato console a Tangeri e da quel 1 Sul matrimonio avvenuto a Sanremo nel 1937, con un testimone eccellente come Galeazzo Ciano, I. GRIGNOLIO, Quella foto di Badoglio a Villla Nobel, in “Il Monferrato”, n.44, 13 giugno 2000. 2 Per un breve profilo di Badoglio a Istanbul, Archivio Storico della Città di Piombino, fondo Bartalini 84: Il Duca Mario Badoglio, in “Il Messaggero degli Italiani”, Istanbul, 11 gennaio 1940.


11 momento Bartalini non lo aveva più rivisto, nel mezzo c’erano stati gli anni terribili della guerra e per Badoglio della prigionia. Ora si incontravano di nuovo, in un nuovo contesto: Bartalini aveva iniziato di nuovo a fare politica nelle file del Partito socialista a Roma, mentre l’ex console si stava guardando intorno per riprendere le fila di una realtà profondamente mutata. Bartalini decise di trascrivere le linee essenziali del colloquio, che conteneva anche alcune considerazioni politiche considerate confidenziali,e che terminò con alcune considerazioni sulla vita privata della famiglia Badoglio1.

Testata del “Messaggero degli Italiani” rivista dove scriveva E. Bartalini.

1 Sulla vita della famiglia Badoglio i due siti www.museobadoglio.altervista.org (sul Museo Badoglio a Grazzano in Piemonte); www.castellodiflambruzzo.it (sulla dimora di Badoglio nel castello di Flambruzzo a Ravignano ).


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MARIO BADOGLIO1 25 luglio 1945. Stamani alle 11, in seguito ad appuntamento telefonico, sono stato a colloquio col duca Mario Badoglio, nella sua abitazione di via Bruxelles 56, al secondo piano della villa, dove credo che abiti pure il Maresciallo. Conobbi Mario Badoglio quando fu console generale a Istanbul, subito dopo la conquista di Addis Abeba, alla quale partecipò come aiutante di campo di suo padre. Fui presentato a lui dall’ambasciatore Carlo Gal1 Archivio Storico della Città di Piombino, fondo Bartalini, 78.3: Mario Badoglio, 1945.


20 L’8 settembre Mario accompagnò il padre, in abiti borghesi e senza la divisa di Maresciallo d’Italia, in Via Asiago alla sede dell’Ente Italiano Audizioni Radiofoniche (Eiar), per pronunciare il famoso discorso che annunciava l’armistizio con gli Alleati e che doveva cambiare la storia del paese1.

Testata del “Corriere della Sera” del'9 settembre 1943.

Dopo il primo ministro tornò a casa con il figlio, consumarono una cena frugale e poi il maresciallo andò a letto: «cascasse il mondo, Badoglio alle 22 si abbandonava alle rassicuranti braccia di Morfeo; non stava cascando il mondo, ma l’Italia sì»2. Su questo fatto abbiamo anche la testimonianza del generale Giacomo Carboni (1889-1973), allora comandante del corpo d’armata a difesa di Roma, che in suo documento ad uso dell’inchiesta ufficiale del '45 da parte del Ministero della Difesa sui “fatti di Roma del settembre 1943”, scriveva che alle 22 dell’8 settembre lui stesso «si recò dal figlio del Ma1 Sugli avvenimenti, rimando ai testi documentati di E. AGA ROSSI, Una nazione allo sbando. L'armistizio italiano del settembre 1943, Bologna, Il Mulino 1998 e M. PATRICELLI, Settembre 1943. I giorni della vergogna, Roma-Bari, Laterza 2010. 2 M. PATRICELLI, Settembre 1943, cit., p. 28.


21 resciallo dottor Mario Badoglio e chiese di parlare col Maresciallo; Mario Badoglio dichiarò che la cosa era impossibile perché il Maresciallo era stanchissimo e riposava, non si poteva disturbarlo per nessun motivo. Dichiarò che da sue informazioni personali sui tedeschi le cose andavano molto bene perché i tedeschi non avrebbero attaccato»1. Se l’ultima frase che sollevò le perplessità del generale non è certo che sia stata pronunciata, resta il fatto che in una notte come quella dell’armistizio il maresciallo dormiva tranquillamente, mentre il paese stava affondando. La stessa presenza di Mario Badoglio nella capitale dopo la fuga del governo (a cui accenneremo in seguito) lasciava al generale Carboni la possibilità di fare illazioni velenose: «tutte le ipotesi sono consentite - scriveva - e se si volesse svolgere un'inchiesta seria ed approfondita su queste ipotesi e se si indagasse, ad esempio, sui compiti con cui il dottor Mario Badoglio fu lasciato a Roma la mattina del giorno 9 settembre e sulla origine del misterioso ordine che all'alba di quello stesso giorno partì da Roma di togliere le guardie attorno a Mussolini a Campo Imperatore, probabilmente l'Italia arriverebbe a conoscere l'esatta fisionomia del tradimento che la abbandonò nelle mani dei tedeschi la mattina del 9 settembre 1943”2.

Mussolini liberato dai tedeschi a Campo Imperatore, 12 settembre 1943.

1 G. CARBONI, L’armistizio e la difesa di Roma. Verità e menzogna, Roma, Universale De Luigi 1945, p.36. 2 G. CARBONI, L'armistizio, cit., p.50 (Mussolini era stato “confinato” in quel periodo in un albergo a Campo Imperatore sul Gran Sasso, sorvegliato a vista).


22 Proprio a causa di questa affermazione Badoglio cercò di accennare nel colloquio avuto nella vicenda della prigionia di Mussolini da Carmine Senise, già capo della polizia con Mussolini (1940-1943), caduto in disgrazia e reintegrato da Badoglio il 26 luglio del '43.

Carmine Senise.

Il generale Giacomo Carboni.

Effettivamente il capo della polizia aveva diretto alle forze di guardia alll'ex duce disposizioni piuttosto ambigue, come quella che raccomandava che qualora si fosse tentata la liberazione del “recluso”, quest'ultimo doveva essere consegnato. Consapevolezza della propria inferiorità militare di fronte ai tedeschi oppure tentativo di una futura benevolenza. Certamente se il disegno era quest'ultimo non dovette funzionare in quanto Senise fu arrestato dalle SS naziste il 26 settembre e deportato prima al campo di Dachau poi a quello di Hirschegg1. È ovvio come Mario Badoglio considerasse la ricostruzione di Giacomo Carboni come sostanzialmente menzognera ed entrambi erano invece d’accordo nel considerare una “falsificazione” il libro del giornalista 1 M. PATRICELLI, Liberate Mussolini. Gran Sasso 1943, Milano, Mondadori 2001; R. FORCZYK, Rescuing Mussolini. Gran Sasso 1943, Oxford, Osprey 2010.


31 quidare il fascismo con lo stato d’assedio, presentò sì il decreto alla firma del re, ma di fronte al rifiuto del Sovrano, non ebbe il coraggio d’appellarsi al Parlamento, come aveva costituzionalmente il diritto di fare. Badoglio fece anche in quella circostanza il suo dovere, e avrebbe anche liquidato il fascismo dopo la guerra di Grecia, se non fosse stato sostituito da Ambrosio, suo nemico personale1.

Maria Jose e il principe Umberto a bordo della nave “Città di Palermo “a Napoli, 1939.

Lo stesso Bartalini probabilmente si accorse che il dialogo stava scivolando in un terreno pericoloso (anche perché a Roma si stava notando una presenza attiva di neofascisti) e preferì ritornare alle cosiddette “memorie” del maresciallo, che potrebbero anche essere tradotte negli Stati 1 In realtà dopo le dimissioni da capo di Stato Maggiore nel 1940, a causa della disastrosa campagna militare di Grecia, Badoglio era stato sostituito da Ugo Cavallero. Solo nel febbraio del 1943 Vittorio Ambrosio era stato nominato capo di Stato Maggiore. Fra l'altro Ambrosio era una delle personalità più critica verso la condotta della guerra su posizioni totalmente subordinate ai tedeschi, R. DE FELICE, Introduzione, in D. GRANDI, 25 luglio. Quarant'anni dopo, Bologna, Il Mulino 1983, p. 21.


36 co tra i funzionari. Non bisogna dimenticare che M. B. appartiene appunto al Min. degli Est., e non spera di ottenere ormai una posizione eminente, anche perché non è giudicato un’aquila. Per ora m’ha detto di non aver intenzione di riprendere servizio. Ha soggiunto di essere preoccupato, perché ha oramai parecchi figli, e non può condurli in campagna, perché nei luoghi di villeggiatura, si domandano di pensione 1500 lire a persona: gli ho fatto osservare che ci sono anche delle buone pensioni a 500 lire, ma ha concluso che per ora i bambini continueranno a fare i bagni a Roma nella vasca del giardino».

Il negus Hailé Selassié al centro,e nel riquadro Renato Piacentini.

Ritorna nell'ultima parte del colloqui il problema delle epurazioni, soprattutto nei ranghi ministeriali: il problema dimostra come l'intreccio fra vecchio e nuovo mondo non fosse così semplice da districare, come si guardasse con diffidenza in certi ambienti al movimento resistenziale, a quello che sarà poi chiamato il “vento del Nord”, simbolicamente quello che spirava dalle montagne partigiane, che doveva depurare l'aria di


37 Roma, ancora troppo inquinata dal fascismo e dalla monarchia. Un percorso che doveva trovare ostacoli a non finire: non a caso Badoglio tendeva a minimizzare quello che poteva uscire dai fascicoli della polizia fascista, l'Ovra, in fatto di sovvenzioni segrete ad eventuali collaboratori e delatori, affermando che Mussolini se ne serviva per operazioni finanziarie “nascoste� che nulla avevano a che vedere con l'operato della polizia stessa. Essendo nei ranghi diplomatici, Badoglio appunta la sua attenzione sulle possibili epurazioni al Ministero degli Esteri e per dimostrare come tale epurazione potesse essere dannosa citava il caso di un diplomatico di prestigio, l'ultimo ambasciatore italiano ad Addis Abeba Renato Piacentini.

Africa orientale italiana 1936-1941.

Esperto in problemi coloniali, Piacentini era stato console in Eritrea nel 1911, poi era passato in Somalia e, dopo una parentesi a Riga e a Sofia, era stato inviato in Etiopia (aveva acquistato un tale prestigio che col


43 poteva venire dagli ambienti militari che circondavano Umberto II, come scrisse Nenni il 12 giugno, senza dare loro molta importanza: «o Umberto se ne va oppure tenta di investire del potere un governo militare. La seconda alternativa è evidentemente quella che solletica alcuni dei suoi consiglieri militari, ma è per fortuna di impossibile attuazione»1. Gli ambienti descritti dal documento sono proprio quelli più vicini al sovrano, a partire da De Courten dal maresciallo Giovanni Messe, ma anche il generale Giuseppe Mancinelli (1895-1976), già addetto militare a Berlino dal 1930 al 1936 e aiutante onorario di campo di Vittorio Emanuele III, “già collaboratore dell'Italia Nuova sulla quale ha pubblicato vari articoli contro Omodeo, a difesa della monarchia”. Mancinelli era quindi legato all'esponente più attivo del movimento monarchico. Enzo Selvaggi (1913-1957) segretario del Partito Democratico Italiano, di ispirazione monarchica (16 seggi alla Costituente) e direttore di “Italia Nuova”, un'agguerrita rivista, profondamente antisocialista, con un tocco di satira che non impediva anche invenzioni comunicative di successo come la sigla “Fodria” (Forze Oscure della Reazione in Agguato) 2.

Cartello elettorale del PDI e alcune testate di Italia nuova.

1 P. NENNI, Tempo, cit., p. 229. 2 U. ZATTERIN, Al Viminale con il morto, Milano, Baldini & Castoldi 1996, p. 40.


44 Esponenti militari quindi non alieni ad esporsi politicamente, sia pure per una causa da loro ritenuta “superiore” come quella della fedeltà alla monarchia, ma che finiva per scadere nella sedizione come per le riunioni che si tennero a casa del comandante della Guardia di Finanza Giovanni Battista Oxilia a Roma nei giorni successivi al referendum e che fa pensare all'ipotesi di quel “governo militare” ipotizzato nel diario di Nenni. «Oxilia fu messo a un posto di tale importanza dal generale Infante, suo intimo amico fin dal periodo della loro permanenza in Africa. L'Oxilia si presentò quale candidato alla Costituente in una delle tante listerelle monarchiche, precisamente quella dei cosiddetti “combattenti, reduci e partigiani”. Durante il periodo elettorale mantenne contatti giornalieri col generale Infante. Mise a disposizione dell'Unione monarchica l'autovettura della Finanza Fiat 1100».

Il generale Battista Oxilia

Il gen. F. von Botticher e il gen. Adolfo Infante.

Il generale Oxilia era stato al comando della 27 divisione “Brescia” sul fronte libico-egiziano, mentre il generale Adolfo Infante (1891-1971) era stato comandante della 132 Divisione Corazzata Ariete, successivamente Oxilia era stato inviato in Croazia dove collaborò con l'ustascia


49 Bacci, che si dice medaglia d'oro, vicepresidente dell'associazione mutilati, casa madre, e che è informatore inglese. Questo Bacci rilascia commende dell'Ordine di Betlemme, che gli vengono da Napoli e che vende a 10 mila lire ciascuna. Avrebbe spesso parlato del presidente dei monarchici, Covelli, col quale sarebbe in contatto. Frequenta a Piazza Zama un'autorimessa già sede del movimento monarchico. Gli stessi elementi monarchici lavorano in questa autorimessa, dove riparano automezzi specialmente polacchi. Sostano in tale autorimessa anche macchine civili provenienti dal Nord e dal Sud.(...) Il Chierici è venuto recentemente a Roma, lamentandosi dell'incapacità dei suoi agenti, di predisporre una lista per le elezioni amministrative di Roma».

Volantino del partito popolare Italiano di Rolando Chierici.


50 Fra movimenti di copertura, titoli di ordini cavallereschi, sedi camuffate in autorimesse, spicca il nome di Italo Nebulante, che riesce a frequentare la sede dell'ANPI, ma che è nello stesso tempo legato alla destra monarchica ed eversiva (Movimento monarchico) e che ritroveremo nel 1947 all'iniziativa di suffragio per il secondo anniversario della morte del Duce1.

Manifesto del Movimento Monarchico.

1 G. CASARRUBEA, Lupara nera. La guerra segreta alla democrazia in Italia 1943 -1947, Milano, Bompiani 2009, pp. 398; 419.


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Indice Ezio Bartalini................................................................................... Introduzione..................................................................................... Mario Badoglio................................................................................ Appendice........................................................................................

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Finito di stampare nel marzo 2014 da Ink Yostro Piombino

Abstratc figlio maresciallo  

IL FIGLIO DEL MARESCIALLO 1943 E DINTORNI La testimonianza inedita di Ezio Bartalini su Mario Badoglio e altri documenti affini.

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