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L’Ecomuseo

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L’Ecomuseo Un Ecomuseo (o Museo Diffuso), molto diverso da un normale museo, è un territorio caratterizzato da ambienti di vita tradizionali, patrimonio naturalistico e storico-artistico particolarmente rilevanti e degni di tutela, restauro e valorizzazione. Il termine ecomuseo fu pensato da Hugues De Varine durante una riunione con George Henri Rivière, all’epoca rispettivamente direttore ed ex-direttore e consigliere permanente dell’ICOM (The International Council of Museums), e Serge Antoine, consigliere del Ministro dell’Ambiente. Fu usato per la prima volta nel 1971 in un inter vento dell’allora Ministro dell’Ambiente francese, M. Robert Poujade, che l’utilizzò per qualificare il lavoro di un ministero in piena creazione. Il termine deriva dalla parola greca “oikos” che significa casa, ambiente, habitat, e che costituisce la radice di numerose parole con significati molto diversi. Nel caso dell’ecomuseo, “eco” sta per ecologia, ma questo non è sufficiente per fugare ogni dubbio. Nell’uso comune infatti, ecologia rimanda spesso ad ambientalismo e a tutto quello che è correlato, in un modo o nell’altro, all’ambiente naturale. È innegabile che l’ambiente abbia un ruolo importante nelle dinamiche ecomuseali ma è necessario capire di che ambiente si tratti. Lo stesso De Varine spiega’ di far con esso riferimento all’ecologia umana e quindi all’ambiente in termini più ampi, che comprende anche lo spazio antropizzato. L’ecologia è qui intesa nel suo significato etimologico di “scienza che studia le relazioni tra gli organismi viventi e l’ambiente”. Gli ecomusei inizialmente, realizzati ben prima che assumessero questa definizione, furono pensati come strumenti per tutelare le tracce delle società rurali in un momento in cui l’urbanizzazione, le nuove acquisizioni tecnologiche e i conseguenti cambiamenti sociali, rappresentavano un rischio reale di completo oblio di un patrimonio culturale millenario. Nonostante da moltissimi anni esistano musei di scienze naturali e ambientali dove l’uomo conserva e studia reperti naturali, è solo a partire dalla fine degli anni ‘60 che nascono i primi musei che si interessano dell’ambiente in maniera più globale e che valorizzano il territorio che accoglie il museo. Questi, con operazioni considerate rivoluzionarie all’epoca, invece di portare all’interno del museo le collezioni, portano il museo all’esterno, direttamente sul territorio. Sono gli “open-air museum”, che in Gran Bretagna e nei paesi scandinavi raggiungono rapidamente un grande successo, sono un tipo di museo che mette in scena un’ambiente ricostruendolo, a grandezza naturale e più fedelmente possibile. Si tratta di esempi che spiegano perfettamente la frase di Alberto Magnaghi, docente di Pianificazione Territoriale all’Università di Firenze, secondo cui il territorio sarebbe un’opera d’arte. Ed è infatti questa l’idea su cui si trovano concordi oggi studiosi di diverse materie: considerare globalmente il territorio come un oggetto da valorizzare e conservare al pari di un quadro o un’opera architettonica. A prima vista, questo può sembrare piuttosto semplice: basterebbe ricavare dall’esperienza di conservazione dei beni culturali un modello di condotta valido anche per il territorio.Tuttavia, il territorio è qualcosa di molto complesso e applicare ad esso i vincoli e le regole di una qualsiasi opera d’arte sarebbe difficile e controproducente: il territorio si trasformerebbe in un parco naturale difficilmente vivibile dalla sua comunità. De Varine è molto chiaro al riguardo: non crede nelle espropriazioni o nei vincoli patrimoniali, piuttosto ritiene che sia la stessa comunità che dovrebbe farsi carico del proprio patrimonio, senza imposizioni dall’alto.

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Figura 41. Vista nord dalla Torre del Popolo

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Ma per chiarire meglio questa idea è necessario approfondire il concetto di territorio. Esso è lo spazio sul quale la comunità si evolve, ma sarebbe limitante considerarlo solo come una superficie sulla quale avvengono le azioni dell’uomo, esso va invece preso in considerazione in modo olistico, studiandone le relazioni che si instaurano su di esso e la sua evoluzione nel corso del tempo. È necessario individuare anche quelle tracce del passato che il territorio conserva su di sé e che sono fondamentali nella costruzione del sentimento di appartenenza della comunità. Riassumendo questi punti si può quindi definire il territorio come un’entità culturale portatrice di valori e significati stratificati nel tempo. Il territorio è un organismo vivente particolarmente complesso che trae linfa vitale anche dal benessere della comunità che lo abita: è un circolo virtuoso, dalla prosperità dell’uno deriva la ricchezza dell’altro. Interrompere questa relazione sarebbe come mettere in pericolo entrambi, per questo tra gli ideali dell’ecomuseo c’è la convinzione che sia compito della comunità che abita un territorio prendersene cura. Uno dei progetti che gli ecomusei si prefiggono è che la conoscenza del territorio, che la comunità ancora possiede, venga conservata per produrre uno sviluppo che sia sostenibile e che garantisca una qualità della vita più elevata. Questa si può e anzi si deve raggiungere con metodi diversi a seconda del contesto, per questo è importante che si inneschi un dialogo con gli abitanti del territorio per riattivare la conoscenza locale. Gli ecomusei hanno sicuramente un ruolo centrale nel privilegiare soprattutto realtà piccole e rurali. Ovviamente questa non è una regola, ma Peter Davis ritiene che la scala geografica sia importante e la scala piccola sia la più adatta alla nascita di ecomusei. In parte perché qui l’appartenenza al territorio è più sentita e in parte perché è più facile che vi siano mantenute relazioni dirette tra gli abitanti. Gli ecomusei inoltre, si prefiggono come scopo che sia la stessa comunità prima a studiare e poi a comunicare le sue peculiarità. La dinamicità presente in ogni comunità e il suo essere composta da tanti elementi con interessi diversi, a volte contrastanti, spiega perché spesso l’obiettivo di salvaguardare il territorio viene messo da parte. Alcuni privilegiano il guadagno immediato per non farsi carico di oneri che garantirebbero, sul lungo periodo, uno sviluppo sostenibile per tutta la comunità. L’ecomuseo si propone di ovviare a questo limite coinvolgendo la maggior parte della popolazione e cercando di sviluppare in loro una coscienza comunitaria. Questa dovrebbe nascere dal confronto di tutti e da una maggiore consapevolezza di limiti e potenzialità del proprio territorio; quando l’ecomuseo riesce nel suo scopo, contribuisce ad uno sviluppo che è sostenibile per il territorio e che porta ricchezza reale e durevole alla comunità. L’ecomuseo porta alla luce un concetto spesso dimenticato dagli abitanti e cioè il valore di un territorio. Questo si è costruito attraverso una lenta accumulazione ma può essere peso in poco tempo sul mercato economico, in modo apparentemente remunerativo, senza essere adeguatamente rimpiazzato da nuovi valori: tutto ciò può portare ad un deserto culturale. Per evitare che questo accada è di particolare importanza che si abbandoni, almeno per quello che riguarda la tutela del territorio, l’attuale approccio alla delega tipico di ogni democrazia, e che ci si faccia carico collettivamente di aspetti, spesso immateriali, che sono di grande importanza per il territorio. Anche in questo ambito l’ecomuseo tenta di dare una risposta proponendo quella che è la sua peculiarità più interessante: la partecipazione della comunità. Punto cardine della filosofia degli ecomusei è che siano gli attori locali i principali artefici di tutte le attività ecomuseali. Pur non negando contributi esterni è fondamentale che il lavoro di ricerca venga fatto da membri della comunità perché siano loro ad effettuare le necessarie selezioni, così come la didattica deve rivolgersi principalmente ad essi. Si sottolinea quindi anche il ruolo della formazione

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Figura 42. Vista della Piazza e quartiere Mura dalla Torre del Popolo

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per la comunità, che va fatto con strumenti e linguaggi adeguati ad essa. Si riprende il concetto secondo il quale ciascuno impara dal territorio e mette da parte questa esperienza per tramandarla alle generazioni future. L’ecomuseo, oltre a fare ricerca e formazione, si propone anche di comunicare questi risultati all’esterno, sul resto della popolazione poco coinvolta ma anche ai visitatori. È in quest’ottica che va inquadrato il turismo per l’ecomuseo; questo non dovrebbe cercare il guadagno immediato, facendo un’operazione di marketing territoriale, ma piuttosto si propone di dare gli strumenti adeguati a quei turisti che vogliono scoprire dall’interno il territorio. Ovviamente non ci sono modelli da seguire, la forza dell’ecomuseo sta anche nell’adattarsi alla situazione locale e a proporre nuove soluzioni. Gli ecomusei sono piccoli musei, spesso con poca visibilità al di fuori del proprio territorio, non sono quindi gli istituti più adatti ad attirare turismo ed investimenti nella zona. Questa loro scala piccola, potremmo dire “a misura d’uomo”, ha però dei vantaggi che vanno tenuti in considerazione per essere sfruttati al meglio. Essi possono, o meglio devono, instaurare con la comunità che li accoglie un legame che non è possibile creare nelle grandi istituzioni museali. Questo legame permette loro di comprendere più che l’identità culturale, che abbiamo visto essere un concetto dinamico, il “sense of place”, quell’intreccio di conoscenza fra le persone e l’ambiente, le persone e i loro vicini, le persone e la loro storia. Ogni museo può tentare questa strada, ma gli ecomusei presentano un altro vantaggio: essi sono fatti dalla stessa comunità alla quale si rivolgono, hanno perciò delle conoscenze pregresse che permettono loro di fare certe scelte. Nella pratica questo si riflette in molti esempi: dalla comunità che traccia il proprio territorio creando nuove mappe (le mappe di comunità), alla progettazione partecipata di attività imprenditoriali, alla formazione dei giovani in loco e così via. Molte di queste attività sono culturali, perché, non bisogna dimenticarlo, l’ecomuseo rimane votato alla conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale. In Italia e in Lombardia gli ecomusei si sono sviluppati recentemente e con caratteri peculiari rispetto a quanto è avvenuto in Francia, in America del Sud e in altre parti del mondo. In pochi anni gli ecomusei italiani si sono radicati nei territori, sono cresciuti di numero e di qualità, hanno ottenuto il sostegno di regioni e di enti locali, hanno costituito reti regionali e momenti di confronto nazionali. L’esperienza degli ecomusei italiani si inserisce nel dibattito sulla democratizzazione dei musei, con riferimento all’elaborazione di Georges Henri Rivière, ma soprattutto di Hugue De Varine. Di De Varine gli ecomusei italiani hanno ripreso i concetti chiave - patrimonio, territorio e popolazione - e una visione degli ecomusei come un processo cooperativo con cui le comunità locali reinterpretano il patrimonio culturale come strumento di sviluppo locale. Il riferimento a Hugues De Varine non è solo intellettuale, ma anche operativo: De Varine è stato coinvolto in prima persona nella stesura ed attuazione della Legge regionale lombarda n. 13 del 12 luglio 2007, “Riconoscimento degli ecomusei per la valorizzazione della cultura e delle tradizioni locali ai fini ambientali, paesaggistici, culturali, turistici ed economici. In logica sussidiaria, Regione Lombardia non istituisce ecomusei, bensì li riconosce e sostiene quando raggiungo standard di qualità. La loro gestione è affidata agli enti locali, ad associazioni e a fondazioni. Regione Lombardia sostiene i progetti degli ecomusei riconosciuti, con finanziamenti in investimento e in attività che coprono al massimo il 50% dei costi. Spetta agli ecomusei a alle comunità locali recuperare i restanti finanziamenti, con risorse proprie o di altri partner pubblici e privati. Gli istituti lombardi autodefinitisi ecomusei sono più di trenta, e la Regione nel 2008 ne ha già riconosciuti diciotto che hanno raggiunto gli impegnativi requisiti regionali. I termini del riconoscimento sono riaperti ogni anno e anche quest’anno altri ecomusei potranno essere riconosciuti e sostenuti dalla Regione

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Figura 43. Vista del fiume Oglio

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La regione finanzia il 50% anche i progetti di promozione, formazione e cooperazione della rete regionale degli ecomusei, che grazie alla sua vitalità, è un riferimento a livello nazionale. La Rete Ecomusei Lombardia (REL) intende valorizzare e promuovere il patrimonio culturale dei territori ecomuseali. E’ un’istituzione viva, un luogo di costruzione della memoria e, soprattutto, un laboratorio di formazione e ricerca. La volontà degli ecomusei aderenti alla Rete è quella di non perdere la memoria dei luoghi che hanno profondamente segnato l’economia e la vita dei territori e delle realtà socio-culturali lombarde per portare il passato alla conoscenza dei giovani e dei visitatori di oggi. Un nuovo turismo consapevole: per gli abitanti del territorio e per gli ospiti visitatori.

Conoscere per capire sapere per non dimenticare, ricordare per progredire.

Quest’azione è svolta in modo coordinato, organizzata dalla rete degli ecomuseo e sviluppata a livello nazionale ed internazionale per favorire l’incremento dei flussi e realizzare un interscambio di conoscenze che non limiterà i suoi benefici solo al turismo e all’economia assolvendo all’importante funzione di conservare l’identità della cultura che costituisce la prima, grande ricchezza del nostro territorio e a valorizzare il legame sussidiario, naturalmente solidale, che contraddistingue gli ecomusei. Gli ecomusei hanno sempre suscitato molte aspettative di tipo turistico, per far diventare di un luogo una destinazione visibile e attrattiva. Di fatto però la promozione turistica non dovrebbe rientrare nei compiti degli ecomusei. ma turismo oggi non significa solo promozione e marketing. Migliorando la qualità dei propri territori, gli ecomusei possono offrire non solo un contributo più adatto alla loro natura, ma anche più utile al turismo nazionale. Come può tradursi in modo concreto il concetto di “qualità del territorio”? Dal punto di vista degli ecomusei vi sono almeno 5 valori interessanti: • • • • •

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identità paesaggio gastronomia accoglienza sicurezza ambientale

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Figura 44. Scalinata interna alla Torre del Popolo

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Gli ecomusei attuano molte pratiche innovative e se opportunamente aiutati, potrebbero fare molto di più. E’ con questo obiettivo che nasce la Rete degli Ecomusei di Lombardia, un network che si riconoscono nella volontà di promuovere territori di qualità, caratterizzati da: • un carattere identitario definito e originale, sentito dagli abitanti, non basato su cliché inventati a tavolino o conosciuto solo dagli esperti • offre modalità e punti di vista innovativi, divertenti e non banali di esplorazione del paesaggio e della cultura locale • accoglienza e alimentazione basate sulla produzione locale, controllabile nella filiera e con trasparenza dei prezzi e della qualità, garantite da una rete di produttori vitale e innovativa • è sicuro per chi lo visita come per chi lo abita perchè i suoi potenziali pericoli sono conosciuti; è sicuro dall’impatto di chi lo visita e chi lo abita, grazie all’adozione di stili di vita il più possibile vicini alla sostenibilità. Queste attività non hanno l’ambizione di risolvere tutti i problemi del turismo italiano. Tuttavia la molteplicità dei territorio italiano, costituisce al tempo stesso un’offerta turistica originale e un elemento chiave per la qualità della vita dei residenti.

Ecomuseo Palazzolo sull’Oglio Il volto storico-economico tra natura e cultura L’Italia è ricca come nessun altro paese di una moltitudine di territori con una ben definita identità. E’ un valore cruciale per la competitività di destinazione turistica, specie se non dispone di eccezionale emergenze artistiche o ambientali. Palazzolo possiede un carattere paesaggistico equilibrato e coerente, tipico di un comune che è sorto sulle sponde di un fiume e da quest’ultimo ne ha estratto ogni vantaggio e sostentamento. La coerenza dei segni che caratterizzano il territorio è minacciato però da fenomeni omologati che tendono invece a far assomigliare il paesaggio comunale al paesaggio di tutti gli altri insediamenti sottoposti allo stesso avvenimento. La “fabbricazione” di identità artificiali e “clonate”, realizzate a stampo da un’unica matrice, non fa che accrescere, paradossalmente, il fenomeno di riduzione della diversità culturale, creando scenari specchiati all’infinito. Anche le riscoperte storicamente fondate sono ad appannaggio dei soli studiosi o dai sempre meno presenti appassionati locali: se l’identità di un territorio non è sentita dagli abitanti, non si può pretendere che l’avvertano i turisti. L’ecomuseo di Palazzolo vorrebbe promuovere processi partecipati e dal basso di riscoperta dei caratteri dei propri luoghi. E’ un processo, questo, molto più lento rispetto alle campagne pubblicitarie (che l’amministrazione comunale ha avviato da qualche anno), ma lavora in maniera più profonda. L’iniziativa del comune consiste nel promuovere la riscoperta di alcuni monumenti (solo 5) della città. La “riscoperta” avviene attraverso un percorso che nella pratica è inesistente, i monumenti individuati, seppur dotati di un valore storico/artistico, non appartengono ad un stesso periodo storico e quindi la visita è incoerente dal punto di vista cronologico. Inoltre vengo tralasciati edifici e monumenti di pregio storico, che hanno anch’essi contribuito a determinare lo sviluppo del territorio comunale. E’ indispensabile, per la sussistenza stessa dell’Ecomuseo, che vengano individuati dei percorsi tematici, stabiliti mediante argomentazioni valide da stimolare nel visitatore sentimenti di curiosità e “appagamento culturale”. La composizione di tali percorsi prevede il coinvolgimento delle personalità locali , individui o associazioni, in quanto possiedono i requisiti e le conoscenze per determinare i giusti percorsi. Si tratta

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Figura 45. Resti dell’Italcementi

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di svolgere inventari partecipati del patrimonio storico-culturale e “passeggiate di scoperta” della specificità dei luoghi, in maniera non ripetitiva e col sostegno della comunità residente. La mappa di comunità di Raggiolo (Ecomuseo del Casentino, provincia di Arezzo) ha coinvolto per nove mesi di lavoro una quarantina di abitanti coordinati dal responsabile dell’Ecomuseo, per una mappa delle specificità della cultura locale. Pochi soldi e molto lavoro volontario hanno recuperato sentieri, finti d’acqua e architetture tradizionali. L’Ecomuseo del Casentino, nella sua concezione originaria, è stato strutturato in sei sistemi (archeologico, civiltà castellana, acqua, bosco, agro pastorale, manifatturiero), macrotematiche attraverso le quali è possibile ripercorre la dinamica del rapporto uomo-ambiente nel tempo e nello spazio. Ogni sistema si articola attraverso una serie di “antenne” tematiche con specifici ruoli e caratteristiche che suggeriscono anche tempi, spazi e modalità di fruizione diversificate. La borgata è oggi più viva, gli esercizi commerciale non si sono trasferiti e anzi, ha scoperto un nuovo ristorante. Il senso di appartenenza degli abitanti si è rafforzato e non è più una “cosa da vecchi”. L’ecomuseo di Palazzolo, offrirà la possibilità di capire e non solo ammirare i paesaggi: come si sono formati o perché si stanno modificando, le cose positive e negative che sottendono, aspetti e sfumature che una visita superficiale, tesa solo a vedere “cosa c’è di bello”, non riescono a cogliere. Sarò allora interessante, ad esempio, capire com’è avvenuto lo sviluppo industriale, dov’erano collocati i primi impianti che hanno permesso lo sviluppo economico del paese, svolgendo operazioni di consultazione di materiale e cartografia storica nonché visite in loco negli impianti in disuso mostrando utensili e macchinari dimenticati. Questo consente di mettere in azioni quegli interventi destinati al recupero di manufatti o immobili sottoposti fino ad oggi solo al degrado o ad un uso scorretto; trovare una nuova destinazione funzionale, come ad esempio sale espositive temporanee o per conferenze, darebbe un nuovo valore e una ragione di esistere più che valida a ciò che è destinato ad essere divorato dal tempo. L’Ecomuseo Scopriminiera situato nella Valle Germanasca, in provincia di Torino, ad esempio consiste in un percorso in una miniera recuperata, con il contributo degli ex minatori diventati guide, gestori del punto ristoro e operatori del museo (oltre 20.000 visitatori annui); la valle è visibile anche lungo un sentiero etnografico, nato dalla mappa di comunità realizzata dai ragazzi delle scuole locali. Gli Ecomusei mentre promuovono la riscoperta della cultura locale, fanno crescere anche le capacità gestionali e imprenditoriali dei residenti: promuovono i prodotti ma anche i produttori, incoraggiano i locali ad assumere iniziative perché sviluppino da sé stessi ciò che il territorio offre, mettono a disposizione esempi di valore emblematico che chiunque può seguire. La Baita&Breakfast, ecomuseo del paesaggio della Valtaleggio, in provincia di Bergamo, consiste nella ristrutturazione di una baita tradizionale ad uso residenziale turistico gestita da residenti. La prospettiva è di recuperarne altre, gestendole con le risorse locali in modo da assicurare sia il recupero architettonico che opportunità di lavoro qualificato per i giovani del luogo. Palazzolo non è estraneo a tali iniziative, ogni anno in primavera, viene organizzato un percorso eno-gastronomico per le vie dell’antica Mura, per l’occasione vengono aperti al pubblico cortili e vecchie locande nelle quali vengono offerti prodotti culinari tipici del luogo. Dietro pietanze e vini (in primis le bollicine di Franciacorta) la mano di 40 fra ristoratori, commercianti, artigiani di Palazzolo e paesi limitrofi. Da segnalare la presenza di vini doc provenienti da 16 aziende vitivinicole della Franciacorta

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Figura 46. La Pieve Vecchia o Auditorium San Fedele

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Un altro tema importante che l’Ecomuseo sviluppa è quello riguardante la sicurezza, sicurezza sia per l’uomo sia per l’ambiente. Un territorio è sicuro quando esiste un buon equilibrio fra i luoghi e i suoi utilizzatori: chi usa e pratica il territorio deve essere a conoscenza delle sue insidie e pericoli, ma deve anche saperne rispettare i limiti, per non degradarlo o deturparlo. Sicurezza ambientale significa non farsi male col territorio più pregiato; un valore per l’abitante come per il turista. Un territorio non si può “mettere a norma” come si fa con gli edifici. Bisogna agire sui suoi frequentatori, sono loro che devono essere “a norma”, cioè informati. E’ in questa direzione che il percorso didattico in progetto nel Parco tre Ville di Palazzolo deve andare: assicurare ai suoi utenti le nozioni base sull’educazione ambientale, intenso come un momento pratico divertente e non un obbligo. La volontà dell’Ecomuseo è quella di accrescere la consapevolezza, la partecipazione e la cooperazione della comunità locale, che ha profondamente segnato l’economia e la vita del territorio e della realtà socio-culturale della città che oggi rischia di veder disperdere la propria identità.

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Figura 47. Sentiero del Russ

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