Page 1

ANNO XIX ­ N. 3 MENSILE ­ Poste Italiane SpA ­ Spedizione in abb. postale ­ D.I. 353/2003 (conv. in L. 7/02/04 n. 46) art 1, comma 2, dcb Milano ­ MARZO 2011 DIREZIONE E AMMINISTRAZIONE VIA RIPAMONTI, 37/A 20136 MILANO ­ TELEFONO 02/5829871

I francesi di Lactalis conquistano il 30 per cento delle azioni. Coldiretti: servono garanzie per i nostri produttori

Ilbiancooggettodeldesiderio Grandi manovre su Parmalat: tutti vogliono il latte italiano e una delle sue più importanti aziende Caro energia: florovivaisti in difficoltà

Export record nel 2010

I florovivaisti alla “canna del gas-olio”. La crisi libica e le tensioni internazionali sul mercato dei carburanti – s p i e g a l a Coldiretti Lombardia - stanno mettendo in ginocchio un settore che è passato da un giro d’affari di 700 milioni di euro nel 2008 ai 500 milioni scarsi del 2010, valore che rappresenta circa un terzo del totale nazionale. “Se l’anno scorso per mille metri quadrati di serra si spendevano 2.500 euro al mese di riscaldamento, adesso siamo balzati a circa 4.000 euro al mese – spiega Assofloro, che raggruppa gli operatori del settore in Lombardia - livelli insostenibili sia sul fronte dei costi che su quello della concorrenza straniera”. SERVIZIO A PAG. 2

ll valore delle esportazioni di prodotti agroalimentari italiani è aumentato del 13 per cento ed ha raggiunto il massimo di sempre a 27,7 miliardi di euro, nel 2010, frutto di esportazioni effettuate per la grande maggioranza nei paesi dell’Unione Europea, ma anche negli Stati Uniti e nei mercati emergenti come la Cina. E’ il quadro che emerge da una analisi della Coldiretti secondo la quale a crescere all’estero sono tutti i principali settori del Made in Italy ma principalmente l’ortofrutta fresca che con un aumento del 21 per cento in valore raggiunge i 4,1 miliardi di euro e sorpassa il vino diventando la principali voce positiva della bilancia agroalimentare. SERVIZIO A PAG. 8

SERVIZI ALLE PAG. 4 e 5

Crescono Nitrati, le scuole anche in cascina, da altri raggiunta settori quota 180 i problemi in Lombardia alle falde SERVIZIO A PAG. 8

SERVIZIO A PAG. 2

Saverio Romano nominato ministro delle Politiche Agricole E’ Saverio Romano il nuovo Ministro delle Politiche agricole. Quarantasei anni, palermitano di nascita, succede a Giancarlo Galan, destinato alla guida del Ministero della Cultura. Romano è laureato in Giurisprudenza e ha iniziato la sua attività politica nella Democrazia Cristiana siciliana, ricoprendo diversi Saverio incarichi prima di approdare in Parlamento, dove è stato eletto per la prima volta nel 2001. Durante i suoi mandati parlamentari ha ricoperto anche la carica di Sottosegretario al Lavoro. Già segretario regionale dell’Udc, nel settembre del 2010 ha fondato il movimen-

to dei Popolari per l’Italia di domani, dando vita al cosiddetto “gruppo dei responsabili”. “Dalla Coldiretti felicitazioni vivissime e auguri di buon lavoro al neo ministro delle politiche agricole - ha affermato il presidente della Coldiretti, Sergio Marini - nella certezza che saprà operare afRomano finchè l’agricoltura rafforzi la sua centralità e strategicità nella vita economica e sociale del nostro Paese”. Marini ha, inoltre, inviato un sentito grazie e un sincero in bocca al lupo per il nuovo incarico a Giancarlo Galan.

Iniziativa realizzata con il contributo di Regione Lombardia Direzione Generale Agricoltura

Suini Dop, la crisi non molla: servono correttivi alla filiera SERVIZIO A PAG. 3


2

- Il Nuovo Grano

Territorio

Marzo 2011

Coldiretti: gli studi dimostrano che molti altri settori influiscono sui livelli di azoto nelle falde acquifere del nord Italia

Modifichiamo la direttiva nitrati Il provvedimento europeo mette a rischio l’esistenza di moltissimi allevamenti sul territorio Nitrati, è indispensabile rivedere la direttiva europea sugli allevamenti perché ci sono altri settori che influiscono sui livelli di azoto totali nelle falde sotterranee e superficiali. Lo afferma la Coldiretti Lombardia alla luce sia dei dati Arpa che del censimento dei depuratori sul territorio regionale. Le rilevazione Arpa fra il 2002 e il 2008 indicano una situazione buona rispetto ai livelli Ue di riferimento, mentre per quanto riguarda i sistemi di depurazione urbana la verifica sull’azoto e sulle sue diverse forme nei reflui degli scarichi di tali impianti ha evidenziato come su 1.058 campioni ce ne siano 197 (il 18,62%) che hanno superato il limite di concentrazione rispetto ai parametri del testo unico ambientale. “E visto che i depuratori per cui è stata evidenziata la non conformità si trovano in aree definite vulnerabili ai nitrati ma dove il carico zootecnico non è significativo – spiega Nino Andena, Presidente di Coldiretti Lombar-

dia - è evidente che la qualità delle acque non viene certo compromessa dalle aziende agricole”. A tal proposito – sostiene la Coldiretti – urge che la Regione Lombardia inserisca nella stesura del Programma di Azione il fatto che la presenza di nitrati non dipende solo dall’agricoltura. Per questo è indispensabile la revisione della direttiva europea in modo da tenere conto della peculiarità dello Stato Italiano, e in particolare della Pianura Padana, del nostro sistema produttivo e dell’impatto che hanno anche altri settori nell’inquinamento delle acque superficiali e profonde. Il problema è stato affrontato all’inizio di marzo a Milano nella sede di Coldiretti Lombardia durante un vertice con l’assessore regionale all’agricoltura Giulio De Capitani e con il direttore generale dell’assessorato Paolo Baccolo che hanno risposto che la situazione è già al vaglio della Regione.

Le analisi dell’Arpa indicano che in Lombardia anche i depuratori sono una potenziale fonte di nitrati nel terreno

Florovivaisti alla canna del “gas-olio” fra calo del fatturato e caro energia I florovivaisti alla “canna del gas-olio”. La crisi libica e le tensioni internazionali sul mercato dei carburanti – spiega la Coldiretti Lombardia - stanno mettendo in ginocchio un settore che è passato da un giro d’affari di 700 milioni di euro nel 2008 ai 500 milioni scarsi del 2010, valore che rappresenta circa un terzo del totale nazionale. Adesso – dice Coldiretti Lombardia – la spesa dell’energia aumentata di oltre il 60 per cento in un anno rischia di dare il colpo di grazia a molte delle 2.500 realtà lombarde, presenti in particolare a Milano, Bergamo, Brescia, Como e Varese per le serre e a Mantova e in Brianza per le piante da esterno. “Se l’anno scorso per mille metri quadrati di serra si spendevano 2.500 euro al mese di riscaldamento, adesso siamo balzati a circa 4.000 euro al mese – spiega Angelo Vavassori, Direttore di Assofloro, che raggruppa gli operatori del settore in Lombardia - livelli insostenibili sia sul fronte dei costi che su quello della concorrenza straniera”. Infatti mentre all’estero, Francia, Spagna, Olanda e Danimarca, il riscaldamento delle serre costa la metà o anche un terzo rispetto all’Italia – spiega Coldiretti Lombardia - i nostri florovivaisti non possono più nemmeno beneficiare dell’azzeramento delle accise sul gasolio per le serre che ha permesso di restare a galla durante una crisi economica pesante e a fronte di un’aggressiva concorrenza straniera. “Proprio per questo – conclude Nino Andena, Presidente di Coldiretti Lombardia – bisogna sostenere l’uso di essenze locali per esempio sulle grandi opere, anche se il sistema dei maxi appalti rende complesso garantire la partecipazione dei florovivaisti del territorio a valori sostenibili. E pare un controsenso considerato che si tratta di infrastrutture che riguardano la Lombardia”.

Crollo degli infortuni in agricoltura, meno 38% negli ultimi dieci anni E’ nelle campagne che si è verificata nel 2010 la maggiore riduzione degli infortuni sul lavoro che hanno registrato una riduzione del 38 per cento in dieci anni con un calo del 25 per cento per le morti nello stesso periodo. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati dell’Inail che evidenzia una riduzione anche rispetto al 2009 con un calo del 4,9 per cento degli infortuni e del 10,2 per cento per le morti, ben al di sopra della media. Molto resta tuttavia ancora da fare e per questo è necessario continuare con decisione sulla strada intrapresa con interventi per la semplificazione, la trasparenza, l’innovazione tecnologica e la formazione, che sappiano accompa-

gnare le imprese nello sforzo di prevenzione in atto. Il trend registrato conferma il prezioso lavoro di ammodernamento delle imprese agricole fatto in questi anni per rendere il lavoro in agricoltura tecnologicamente più avanzato, ma anche più sicuro come dimostra il progressivo e costante calo degli infortuni con tassi nettamente superiori a quelli degli altri settori. Un risultato che è frutto dell’impegno degli imprenditori e dei lavoratori per lo sviluppo di un’agricoltura al servizio della sicurezza della salute, dell’ambiente e dell’alimentazione, che vuole conciliare gli interessi delle imprese, degli occupati e dei consumatori.

Immigrati, 60mila stagionali Via libera alle domande per l’assunzione di 60mila lavoratori stagionali extracomunitari previsti dal decreto flussi 2011 che troveranno occupazione per il 53 per cento al nord, per il 21 per cento nel centro Italia e per il 26 per cento nel sud e isole in base alla ripartizione delle quote. Lo rende noto la Coldiretti nel sottolineare che si è svolto regolarmente il click day nel giorno successivo alla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale n. 65 del 21 marzo 2011 del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri di programmazione transitoria delle quote massime di ingresso di lavoratori non comunitari per l’anno 2011. Sono state ripartite tra le regioni - sottolinea la Coldiretti - 48mila autorizzazioni sulle 60mila previste dal decreto lasciando le restanti 12mila nella disponibilità della Direzione Generale come riserva nazionale per essere successivamente assegnate su richiesta degli uffici. L’avvio della procedura informatica è importante - sottolinea la Coldiretti - per ridurre i tempi di attesa e consentire l’avvio delle procedure di assunzione da parte delle imprese agricole, anche in vista dei lavori primaverili di preparazione dei terreni nelle campagne. La maggioranza dei lavoratori stagionali extracomunitari - sottolinea la Coldiretti - troverà infatti occupazione in agricoltura che, insieme al turismo, è il settore con maggiori opportunità occupazionali per questi lavoratori indispensabili nello svolgimento della generalità delle lavorazioni stagionali e sopratutto per le grandi campagne di raccolta delle principali produzioni Made in Italy: dalla frutta alla verdura, dai fiori al vino fino, ma anche negli allevamenti. La presenza dei lavoratori stranieri impegnati nelle campagne italiane è salita a quota 106.058, in aumento del 2,03 per cento, ed oggi la forza lavoro estera rappresenta quasi il 9,15 per cento del totale impiegato in agricoltura, secondo una analisi Coldiretti. In altre parole nei campi quasi un lavoratore su dieci è straniero. Tra gli stranieri nelle campagne prevale la presenza dei lavoratori neocomunitari di provenienza principalmente rumena, slovacca e polacca. Tra quelli extracomunitari si stabilizza invece il numero di albanesi e cittadini dell’ex Jugoslavia, mentre aumentano gli asiatici (India) e nordafricani (Marocco). Sono molti i «distretti agricoli» dove i lavoratori immigrati sono una componente bene integrata nel tessuto economico e sociale come nel caso - aggiunge la Coldiretti - della raccolta delle fragole nel Veronese, della preparazione delle barbatelle in Friuli, delle mele in Trentino, della frutta in Emilia Romagna, dell’uva in Piemonte fino agli allevamenti in Lombardia dove a svolgere l’attività di “bergamini” sono soprattutto gli indiani mentre i macedoni sono coinvolti principalmente nella pastorizia.


Speciale suini

Marzo 2011

Il Nuovo Grano

­3

E mentre gli allevatori combattono per sopravvivere, le industrie di macellazione comprimono ogni possibile aumento di prezzo

Suinicoltura, una crisi che continua Le quotazioni non riescono a compensare il forte aumento dei costi per mangimi e strutture Nel 2011 prosegue la crisi del suino pesante del circuito Dop, con una quotazione media 1,27 euro nelle prime dieci settimane dell’anno ed una media di prezzo liquidato tra 1,31 e i 1,35 euro/kg (comprensivi di premio). Una quotazione che non riesce a compensare il forte aumento dei prezzi di cereali e della soia, né a tenere il passo con l’incremento dei prezzi dei suini in tutta Europa, soprattutto in Spagna, Francia e Germania. Dopo l’aumento del prezzo dei cereali da luglio 2010, il costo di alimentazione medio ha raggiunto 1,13 euro/kg. Se si aggiungono manodopera e spese relative ai medicinali e alle manutenzioni ordinarie (senza quindi considerare l’ammortamento e gli interessi bancari passivi), i costi medi sono di circa 1,40 euro/kg. Nel primo bimestre 2011 la perdita per capo, prodotto da un allevamento di consistenza media, varia tra circa i 18 euro e 30 euro. Se i costi resteranno tali, come prevediamo, le perdite aumenteranno progressivamente durante le prossime settimane. E non si giochi sul fatto che la questione sta nel migliorare la gestione dell’allevamento con un aumento della produttività delle scrofe (nati/ svezzati - nati/venduti) e nell’ottimizzazione degli indici di conversione del mangime nelle varie fasi di allevamento. La nostra suinicoltura ha in ogni caso costi nettamente superiori a quella dei Paesi concorrenti (un esempio è il costo del mangime che è superiore del 30% rispetto alla suinicoltura dei Paesi del nord Europa), perché deve rispettare i rigidi vincoli dettati dai disciplinari di produzione del circuito Dop). Ma il resto degli attori della filiera in che situazione si trovano? Se sostanzialmente il prezzo della carne suina e dei salumi rimane stabile anzi aumenta soprattutto per i secondi, come mai non si riesce ad uscire da questa situazione? E ancora, come mai non si riescono a valorizzare i grandi salumi Dop? Per quale motivo si utilizza molta carne suina di provenienza estera per la produzione di salumi Igp? Tenendo conto dei propri costi operativi, l’industria di macellazione si avvantaggia della rigidità dei contratti di fornitura dei suini per comprimerne ogni possibile aumento di prezzo, mentre spesso rinuncia ad una migliore valorizzazione commerciale dei tagli destinati al consumo fresco (lombi). Questo stato di cose fa sì che pur in uno scenario tendenzialmente favorevole per l’aumento delle quotazioni, l’attività di fissazione anticipata del prezzo della Commissione unica nazionale sia fortemente condizionato e sia il frutto di una serie di compromessi tra le parti, senza alcuna

aderenza alle dinamiche della domanda e dell’offerta. In particolare il prezzo non tiene nella dovuta considerazione il valore aggiunto da attribuire al suino Dop. Dai dati in nostro possesso risulta chiaramente che, considerando un costo alla macellazione per suino di 35/40 euro, i macelli italiani mediamente hanno sempre guadagnato; mentre gli allevamenti nel periodo 2006-2010 hanno prodotto a prezzi inferiori ai costi totali e negli anni 2007 e 2010 non sono riusciti neppure a remunerare i costi espliciti. Questo scenario mina la sostenibilità del circuito Dop, e determina la contrazione del nostro patrimonio scrofe e l’abbandono di un sistema produttivo basato su una vasta rete di imprese agricole. Infatti, è sempre più reale la chiusura degli allevamenti o in alternativa il passaggio alla conduzione in soccida, con gruppi di mangimisti che garantiscono, almeno fino ad oggi, il mantenimento delle strutture e la remunerazione parziale del lavoro famigliare: un modello già visto nel settore avicolo.

Banche, i termini dell’accordo

L’università di Milano conferma: evento eccezionale

Parto record nel Lodigiano 50 maialini per due scrofe Due parti da record per la Lombardia: sono avvenuti nella prima settimana di marzo presso la cascina Gudio a Basiasco, frazione del comune di Mairago (provincia di Lodi) dove da oltre dieci anni Marco Lunati alleva suini. Le “supermmame” sono due scrofe che si chiamano Gina e Alba: la prima ha dato alla luce 26 maialini, mentre la seconda ha raggiunto quota 24. «Siamo di fronte a un fatto eccezionale - dice il professor Corino Carlo, direttore della Scuola di specializzazione in patologia suina dell’Università di Milano -. Non è una rarità assistere a parti intorno ai 18 lattonzoli, ma oltre i 20 è difficile andare soprattutto se si considera che da noi la media per parto è più bassa rispetto a quella del Nord Europa, che oscilla intorno ai 13 maialini». “Si tratta di un evento – spiega Carlo Franciosi, Presidente della Coldiretti di Milano e Lodi – che illustra bene quale sia il grado di specializzazione e capacità che hanno raggiunto gli italiani in questi anni, con una ricerca continua anche della qualità alla quale purtroppo non corrisponde ancora un adeguamento dei prezzi ricono-

sciuti agli allevatori, ancora molto al di sotto del limite di sopravvivenza per le aziende agricole”. Intanto due maxi mamme della casci-

na Gudio stanno bene e si stanno riprendendo grazie a una dieta specifica: dopo un’alimentazione a base di fibre, adesso stanno mangiando cibo a base di proteine e latte e per aiutarle a sostenere la prole sono state selezionate altre scrofe, le “balie”, che si occuperanno di nutrire parte dei nuovi arrivati. Tale pratica - spiega la Coldiretti - è necessaria ai lattonzoli per assumere il colostro, il primo latte con cui la madre trasferisce ai figli le difese immunitarie. Per una scrofa è impossibile nutrire così tanti maialini tutti insieme perché non avrebbe abbastanza latte per tutti e alcuni rischierebbero di morire di fame.

Lo scorso 16 febbraio le Organizzazioni di categoria di molti settori, tra cui le Organizzazioni professionali agricole, l’Associazione Bancaria Italiana ed il Ministero dell’Economia e delle Finanze hanno siglato un accordo per il credito alle piccole-medie imprese. In sintesi l’accordo prevede: 1. La proroga dei termini dell’Avviso Comune per la sospensione dei debiti delle PMI sottoscritto il 3 agosto 2009. Il termine per la presentazione delle domande per la sospensione/allungamento dei debiti delle PMI è prorogato al 31 luglio 2011. Rimangono immutati tutti gli altri contenuti dell’Avviso Comune del 3 agosto 2009 (v. Osservatorio ANAS n. 235 del 21 settembre 2009) e dell’Addendum del 23 dicembre 2009. Potranno beneficiare della “sospensione” solo i finanziamenti che non abbiano già fruito di analogo beneficio ai sensi dell’Avviso Comune. 2. L’allungamento della durata dei finanziamenti a medio-lungo termine (mutui) ed eventuale copertura del rischio del tasso di interesse. La banca aderente si impegna ad allungare la data del piano di ammortamento dei finanziamenti a mediolungo termine (mutui) che abbiano fruito della sospensione ai sensi dell’Avviso Comune, per un periodo pari alla durata residua del finanziamento e, in ogni caso, non superiore a due anni per i finanziamenti chirografari e a tre anni per quelli ipotecari. Le banche possono mettere a disposizione delle PMI che ne facciano richiesta e che beneficiano dell’allungamento delle scadenze dei finanziamenti a medio-lungo termine, strumenti di gestione del rischio di tasso di interesse (conversione del tasso di interesse da variabile a fisso o fissazione di un tetto al possibile incremento del tasso di interesse variabile) che consentano alle imprese di proteggersi efficacemente da andamenti non favorevoli dei tassi di mercato. 3. Il finanziamento connesso ad aumenti di capitale. La banca aderente si impegna a concedere un finanziamento alle imprese costituite in forma di società di capitali che avviino un processo di rafforzamento patrimoniale. L’ammontare del finanziamento è proporzionale all’aumento di capitale versato dai soci. Possono beneficiare degli interventi le piccole-medie imprese operanti in Italia appartenenti a tutti i settori. Le imprese, al momento della presentazione della domanda, non devono avere posizioni debitorie classificate dalla banca come “soffenze”, “partite incagliate”, “esposizioni ristrutturate” o “esposizioni

Le imprese ora cercano il “rimbalzo”: dopo i debiti ripartono gli investimenti Le imprese provano il “rimbalzo anti crisi”. Secondo un’analisi di CreditAgriItalia Lombardia, passato il terribile 2009 quando il problema principale era raccogliere liquidità per affrontare le scadenze a medio e breve termine, nel 2010 le aziende agricole stanno tornando a investire su terreni, strutture, fotovoltaico e diversificazione delle attività, come ad esempio quella agrituristica o le vendite dirette dei prodotti. Degli oltre 94 milioni di euro di finanziamenti richiesti l’anno scorso al sistema bancario e garantiti per quasi 40 milioni di euro da CreditAgriItalia: circa il 40 per cento è stato destinato a investimenti, un 40 per cento alle energie rinnovabili mentre è rimasta una quota del 20 per cento per la ristrutturazione

dei debiti e gli anticipi di conduzione (richieste di liquidità per la gestione). I territorio che hanno fatto registrare il maggior numero di pratiche sono Bergamo-Varese, Brescia, Cremona e Mantova. Al 31 dicembre dell’anno scorso erano mille le operazioni totali seguite da CrediAgriItalia a livello lombardo, con oltre 158 milioni di euro di finanziamenti e garanzie per circa un terzo. “Il “sentiment” che percepiamo è quello di una nuova sfida per il futuro dopo i duri mesi del 2009 – spiega Franco Gatti, Presidente lombardo di CrediAgriItalia – di fronte ai timidi segnali di movimento dell’economia, le aziende stanno decidendo investimenti per sfruttare il rimbalzo di questo accenno di

fine crisi. Oltre alla tradizionale attività, si cercano nuovi spunti di reddito come il fotovoltaico o gli agriturismi”. E proprio sul fronte degli agriturismi l’associazione Terranostra Coldiretti ha incrociato i dati sulle possibili nuove aperture del 2011, registrando una crescita potenziale di oltre il 10% rispetto alle 1.250 strutture presenti in Lombardia. “Tutto questo – afferma Carlo Franciosi, Presidente di Coldiretti Milano e Lodi – dimostra l’importanza di un sistema di finanziamento e di garanzia del credito legato alle associazioni e in diretto contatto con il territorio che funzioni a pieno regime per non farsi sfuggire la possibilità di un rilancio dell’economia”.


Speciale Parmalat

4 - Il Nuovo Grano

Marzo 2011

Possibile cordata italiana con Intesa San Paolo e Ferrero, indiscrezioni su contatti già avviati per evitare la guerra frontale sul latte

Scatta il grande risiko su Parmalat I francesi di Lactalis hanno messo sul piatto 750 milioni di euro per il 30 per cento dell’azienda Il Made in Italy piace agli stranieri anche quando si tratta di rilevare le nostre aziene più blasonate. Infatti la multinazionale Lactalis ha staccato un assegno da 750 milioni per rilevare dai fondi esteri il 15,3% del capitale di Parmalat, cui si aggiunge l’esborso affrontato nei giorni scorsi per rastrellare in borsa il 13,7%. Al prezzo di 2,8 euro per azione pagato per il pacchetto di Zenit, Skagen e Mackenzie l’intero gruppo alimentare italiano è stato valutato 5 miliardi di euro. Così il gruppo caseario francese, presente in Italia con i marchi Galbani, Invernizzi e Cadermartori, Locatelli e Vallelata si è portato al 29% dell’azienda di Collecchio e ha ora i numeri per conquistare la maggioranza dei posti in Cda nell’assemblea di aprile che però a questo punto verrà rinviata dopo il decreto del Governo che proroga i termini per la convocazione. Una mossa per dare a cordate concorrenti la possibilità di organizzarsi. I fondi esteri che hanno venduto il loro 15,3% di Parmalat a Lactalis sono stati avvicinati anche da altri soggetti, ma l’unica offerta che hanno ricevuto è stata quella dei francesi. Lo indicano in una nota Zenit, Skagen e Mackenzie. I fondi, per spiegare il loro disimpegno, sostengono poi che l’ingresso dell’azienda francese nella partita con la presentazione di una propria lista aveva «determinato un rischio crescente di un consiglio di amministrazione diviso e di una governance inefficiente». I fondi, quasi a giustificarsi dopo essersi spesi tramite il loro rappresentante Massimo Rossi a favore di un progetto industriale e di una soluzione italiana per Collecchio, e mentre la Consob segue da vicino tutta l’operazione di Lactalis, affermano di essere «giunti alla conclusione che lo scenario, riguardante Parmalat e la votazione della prossima assemblea degli azionisti, è sostanzialmente cambiato negli ultimi giorni». «Tale cambiamento - sostengono - è conseguenza della presentazione da parte di terzi di altre liste per l’elezione degli amministratori e sindaci e l’acquisizione degli stessi di partecipazioni significative in Parmalat e/o l’annuncio della loro intenzione di accrescere la propria partecipazione, sia direttamente o attraverso accordi con altri investitori. Questi sviluppi hanno determinato un rischio crescente di un consiglio di amministrazione diviso e di una governance inefficiente. Questi eventi hanno indotto i fondi a concludere che l’intento iniziale di creare le premesse per lo sviluppo di Parmalat attraverso l’elezione di un consiglio di amministrazione altamente qualificato che i fondi avevano individuato è stato compromesso». «I fondi - prosegue il comunicato dei tre investitori esteri - sono stati avvicinati da parti non sollecitate interessate all’acquisto delle azioni dei fondi stessi in Parmalat, e una di queste parti, Bsa SA, che controlla il gruppo Lactalis, ha presentato un’offerta per l’acquisto delle azioni dei fondi. Tenendo in considerazione la nuova situazione descritta sopra, il prezzo offerto, e il fatto che non sono state ricevute altre offerte, i fondi hanno concordato di risolvere consensualmente l’accordo di coordinamento del 24-25 gennaio 2011 e hanno sottoscritto un accordo per la vendita di tutte le loro partecipazioni in Parmalat a Lactalis, o a controparti di equity swap, ad un prezzo di euro 2,80 per azione». Ma chi è Lactalis? Primo produttore europeo di formaggi, terzo al mondo nei latticini e secondo gruppo agroalimentare francese, Lactalis è presente in 148 paesi con 125 siti industriali. Acquisendo Parmalat, che nel mondo vanta 68 stabilimenti, 14.000 dipendenti e un fatturato di 4 miliardi di euro, aggiungerebbe un nuovo e non trascurabile tassello ad un impero su cui il sole non tramonta mai. Tutto è partito da un’azienda artigianale di Laval (Francia nord-occidentale) fondata da An-

dré Besnier nel 1933, con una produzione giornaliera di 17 Camembert per 35 litri di latte raccolti nelle campagne della Loira occidentale. Oggi il gruppo ha un fatturato di circa 10 miliardi di euro (di cui circa il 50% generato al di fuori della Francia) ed è il terzo produttore mondiale di latticini e il primo in Europa nella produzione di formaggi (889.000 tonnellate). Il settore caseario costituisce, infatti, il core business del gruppo, e conta il maggior numero di prodotti a denominazione di origine controllata nel mondo. Lactalis è inoltre il secondo gruppo nella produzione di latte confezionato (1.840.000 tonnellate) e nei latticini freschi (731.000 tonnellate) a livello europeo, oltre ad essere secondo a livello mondiale per

raccolta di latte (9,2 miliardi di litri). Con un portafoglio di oltre 100 marchi, i francesi sono entrati in Italia nel 1997, rilevando da Nestlé il marchio Locatelli, per consolidare la loro presenza nel 2003, acquistando da Kraft la Invernizzi. Due anni più tardi è la volta di Cademartori, mentre nel 2006 entra a far parte del colosso francese anche la Galbani, facendo di Lactalis Italia il primo produttore nazionale di formaggi. Detto questo, però, qualcosa si sta muovendo anche sul fronte italiano. Il vicepresidente di Unicredit, Fabrizio Palenzona, reputa «importante» l’ipotesi di un’aggregazione fra il gruppo Ferrero e la Parmalat. Parlando a margine di un convegno all’università Roma Tre, Palenzona ha detto: «Per me

occorre preservare la filiera industriale dell’agroalimentare e del latte in Italia». In una eventuale operazione, Palenzona ha spiegato come Unicredit, fatto salvo che la decisione spetta all’ad Federico Ghizzoni, «potrebbe appoggiarla. Ritengo che sarebbe profittevole per la banca».Intanto Intesa San paolo sta lavorando con la piemontese Ferrero (quelli della nutella, tanto per carpirci) per «un progetto industriale di lungo periodo» su Parmalat. E’ quanto dichiarato dall’amministratore delegato della banca, Corrado Passera, secondo cui l’impegno della azienda piemontese, anche finanziario, «é uno dei presupposti su cui stiamo lavorando, non è l’unico ma il più rilevante». Il progetto per una possi-

Con l’azienda di Collecchio, Lactalis controllerebbe il 10% del prodotto lombardo

Scalata, preoccupati gli allevatori: “Garanzie per il latte italiano” Scalata alla Parmalat, servono garanzie per il latte italiano. Lo sostiene la Coldiretti Lombardia dopo che i francesi di Lactalis hanno conquistato il 29 per cento del capitale dell’azienda di Collecchio staccando un assegno da 750 milioni di euro per comprare le quote in mano ai fondi. Aggregando i dati di raccolta di Italatte (gruppo Lactalis) con Parmalat (che comprende anche Lactis a Bergamo e Carnini a Como) e tolte le produzioni che si sono spostate sul grana padano, la Coldiretti Lombardia stima che i francesi controlleranno il 10 per cento delle quasi 4 milioni e mezzo di tonnellate di latte munte in Lombardia (pari a circa il 40 per cento del latte italiano). Tramite Italatte – spiega Coldiretti – Lactalis è già un partner importante degli allevamenti lombardi e ci auguriamo che l’operazione su Parmalat serva a sviluppare ancora di più una filiera legata al territorio non solo attraverso marchi conosciuti ma anche e soprattutto con l’utilizzo di latte italiano.

Una moderna sala di mungitura all’interno di uno degli allevamenti lombardi

bile cordata alternativa italiana per rilevare la Parmalat in contrapposizione all’offerta della francese Lactalis troverebbe sicuramente l’interesse del sistema finanziario nazionale. E’ quanto rilevato dal consigliere delegato di Intesa San Paolo, Corrado Passera, del gruppo che sta lavorando a un ipotesi di questo tipo. Parlando a margine di un incontro al museo Maxxi di Roma Passera ha rilevato come «se ci sono progetti industriali seri, trovare crediti e supporti finanziari non è un problema». Il banchiere ha quindi aggiunto «percepiamo un crescente interesse di fronte a questa possibile operazione». A chi gli chiedeva se nel progetto alternativo ai francesi ci fosse un investimento finanziario pari o superiore a quello della Lactalis, Passera ha evitato di entrare nei dettagli ma ha rilevato come «é chiaro che, nel caso, ci dovrebbe essere un impegno finanziario importante e adeguato. Nessuno ha in mente di pensare al futuro di Parmalat senza investire». Per questo, secondo il consigliere delegato, un’ipotesi Ferrero dovrebbe presupporre un impegno diretto dell’azienda piemontese: «Loro - ha spiegato - hanno fatto affermazioni inequivocabili, a un progetto industriale di lungo periodo potrebbero essere interessati e questo è uno dei presupposti su cui stiamo lavorando, non l’unico ma il più rilevante». Nel momento in cui andiamo in stampa, i giochi sono ancora aperti e come si potrà leggere nell’intervista anche i francesi che parevano aver chiuso la partita, stanno mandando segnali per un’eventuale trattativa che alcuni giornali transalpini danno già per avviata. Infatti il 23 marzo scorso Giovanni Ferrero, figlio del numero uno di Ferrero, ed Emmanuel Besnier, patron dell’azienda francese Lactalis, si sarebbero incontrati a Parigi, per discutere dell’ipotesi di «creare insieme una holding di controllo di Parmalat». Lo ha scritto il quotidiano economico Les Echos, precisando che l’incontro era già fissato «da domenica», prima dell’annuncio da parte di Lactalis dell’acquisto della quota dei fondi esteri in Parmalat. L’ipotesi, spiega il giornale, sarebbe di dare vita a una società comune «di cui entrambe sarebbero azioniste», per prendere il controllo dell’azienda lattiero-casearia emiliane, a cui «potrebbero essere associati altri investitori, come Granarolo e delle banche, in particolare Intesa Sanpaolo, Mediobanca e forse Unicredit». Lactalis al momento «non conferma ne smentisce» l’ipotesi, precisa Les Echos, ma ribadisce «una posizione di apertura a qualsiasi discussione che sbocchi su un dispositivo che permetta di accompagnare e partecipare allo sviluppo di Parmalat». Intanto la procura di Milano ha aperto un’indagine per verificare se ci siano stati reati di aggiotaggio dietro l’inizio della guerra per l’azienda di Collecchio.


Speciale Parmalat

Marzo 2011

Il Nuovo Grano

­5

Intervista a Antonio Sala, general manager della multinazionale francese nel nostro Paese, che dice di voler investire sull’azienda di Collecchio

“Punteremo sul latte italiano” I vertici di Lactalis promettono di sviluppare l’approvvigionamento dalle stalle del territorio Lactalis giudica scorretto, per la conquista di Parmalat, cambiare le regole in corsa ed è aperta a condividere il progetto con altri investitori mentre non ha come obiettivo quello di mettere le mani sul miliardo e 400 milioni che il gruppo di Collecchio custodisce grazie alle transazioni con le banche responsabili del crac. A parlare di tutto questo con l’ANSA, è il deputy general manager di Lactalis e presidente del gruppo Lactalis Italia, Antonio Sala. Il decreto del CdM quanto disturba il vostro intervento in Parmalat? E’ una questione da avvocati. Noto però che Parmalat la facoltà di attendere 180 giorni per approvare il bilancio ce l’ha nello statuto e non l’ha utilizzata. Noi abbiamo fatto un investimento rilevante e l’abbiamo fatto rispettando tutte le regole. Pensiamo che non si possano cambiare le regole del gioco in corsa. Crediamo anche che qualunque legge debba poi essere coerente alle regole Ue di cui tutti facciamo parte. Lactalis ha investito in modo trasparente e nel rispetto delle leggi, dichiarando sin da subito che l’obiettivo è sviluppare un progetto industriale di lungo periodo, che salvaguardi gli asset produttivi della società, la filiera del latte ed i dipendenti, senza alcuna finalità speculativa. Il gruppo è molto rispettoso dei Paesi in cui opera. Lactalis non produce e non distribuisce latte confezionato in Italia e riteniamo che le attività di Parmalat e Lactalis siano complementari. Da italiano faccio fatica a capire la preoccupazione nei confronti di un investitore industriale che ha già dimostrato di avere a cuore, anche, in Italia le attività dell’intera filiera agro-alimentare. Il progetto Parmalat è ben distinto dalle altre attività del gruppo in Italia. E’ interessante guardare alla storia del gruppo nel nostro Paese. Il numero dei Paesi in cui il marchio Galbani è presente nel mondo è raddoppiato, solo nel 2010 i volumi di esportazione del marchio sono aumentati del 17%. L’azienda è rimasta italiana e dà lavoro a oltre 3300 persone. Non sono state fatte delocalizzazioni, gli investimenti industriali sono aumentati del 50%. Inoltre, una serie di produzioni che prima Galbani aveva affidato a terzi sono state riportate qui. Questo significa tutelare il valore dell’italianità, prodotti, posti di lavoro, valorizzare la filiera, rispettare il territorio e far lavorare le economie locali. Queste sono le cose importanti: la difesa dell’italianità delle aziende e non la nazionalità dell’azionista. Come giudicate l’ipotesi di spostare l’assemblea a fine giugno? Non siamo d’accordo e il nostro obiettivo rimane fermo. Siamo interessati a sviluppare un progetto che valorizzi Parmalat ed esprima appieno le potenzialità di crescita del business. Crediamo che anche altri azionisti possano condividere il nostro progetto e contribuire al successo. Indiscrezioni parlano di contatti in corso tra Besnier, Ferrero e Intesa SanPaolo. Sono veri questi rumors? Sono previsti incontri?

Non commentiamo per policy indiscrezioni di mercato. Siete disponibili a trattare con un’eventuale cordata italiana? Siamo disponibili, come abbiamo dichiarato sin dall’inizio, a condividere il nostro progetto con altri investitori che come noi siano intenzionati a portare il brand e i prodotti Parmalat in tutto il mondo puntando sull’innovazione di prodotto e l’ espansione verso nuovi mercati. Siamo un gruppo aperto e sarebbe sciocco non valutare progetti interessanti. Che strategie di sviluppo vedete per il gruppo di Collecchio? Parmalat diventerà la filiale italiana di Lactalis? Nessuna fliale. Riteniamo che tutte le funzioni produttive e strategiche

debbano rimanere in Italia e a Collecchio. Vogliamo contribuire al rafforzamento di Parmalat, rispettando e valorizzando le risorse manageriali e tutte le professionalità. Metteremo a disposizione capacità e conoscenze. Il nostro contributo è quello di un azionista che opera su scala internazionale in settori con rilevanti sinergie. Continuerete ad acquistare latte dagli allevatori italiani, anche se il latte in Italia costa più che in Francia e nel resto della Ue? La gestione della raccolta del latte è uno dei punti di forza del gruppo Lactalis, così come il rispetto dei produttori locali ovunque operi. L’Italia è un Paese deficitario di latte e ne importa quasi il 50%. Faccio l’esempio di Galbani: acquistava il 40% del proprio fabbisogno di latte in Italia, dopo l’acquisizione nel 2006 da parte del gruppo Lactalis la società ha aumentato la quota di latte italiano al 60%. Oggi il mix d’acquisto di Lactalis Italia è addirittura più italiano di quello di Parmalat. Come pensate di destinare quel miliardo e 400 milioni di euro che Parmalat ha in cassa? Quanto per Parmalat e quanto per Lactalis? Quelle risorse finanziarie sono di Parmalat e saranno destinate unicamente ad investimenti per far crescere il valore del gruppo Parmalat e per acquisire nuove realtà. Non intendiamo fare l’operazione per la cassa, questo è certo. Ho letto tante fantasie sulla stampa, per esempio la vendita di Galbani a Parmalat. Le escludo nella maniera più categorica. Che tipo di operazione pensate di realizzare? Il mercato ormai si attende un’Opa. Non la riteniamo necessaria per realizzare il nostro progetto industriale.

Parmalat si prepara al rinnovo del Cda, ma per adesso non si sa ancora quando L’assemblea ordinaria di Parmalat per l’approvazione del bilancio 2010 e per la nomina degli organi sociali era stata convocata per il 12 e il 14 aprile, ma gli ultimi provvedimenti del Governo italiano la faranno probabilmente slittare a giugno. Per adesso sono state depositate quattro liste per il consiglio di amministrazione e il collegio sindacale: quella di Intesa Sanpaolo, quella di Assogestioni, quella dei tre fondi Skagen, Mackenzie Financial Corp e Zenit Asset Management e quella della francese Lactalis. La scadenza per acquistare le azioni per il voto in assemblea è l’1 aprile e prima di quella data potrebbero registrarsi ancora forti movimenti sul titolo in preparazione della battaglia tra i diversi schieramenti. Il Cda di Parmalat è composto da 11 amministratori con almeno sei indipendenti. Lo statuto della società prevede che alla lista che avrà ottenuto la maggioranza dei voti sarà assegnato un numero di amministratori proporzionale ai voti ottenuti più due, con il limite massimo comunque di nove. Per quanto riguarda gli altri consiglieri, questi verranno tratti dalle altre liste secondo un meccanismo che prevede l’assegnazione di quozienti in base ai voti ottenuti da ciascuna. In pratica, al primo candidato di ogni lista verrà assegnato il totale dei voti ricevuti dalla lista stessa, al secondo la

metà, al terzo un terzo, al quarto un quarto, secondo il numero di amministratori da eleggere. Tutti i candidati con i relativi quozienti andranno quindi a formare una graduatoria complessiva decrescente da cui risulteranno i consiglieri eletti. Di seguito un estratto dell’articolo 11 dello statuto di Parmalat che illustra i meccanismi di voto. «All’elezione del Consiglio di Amministrazione si procederà come di seguito precisato: a) alla lista che avrà ottenuto la maggioranza dei voti sarà assegnato un numero di Amministratori proporzionale ai voti ottenuti più due con il limite massimo comunque di 9 (nove) Amministratori. Le frazioni superiori a 0,5 (zero virgola cinque) si arrotondano all’unità superiore mentre le frazioni pari a 0,5 (zero virgola cinque) o inferiori sono azzerate; b) i restanti Amministratori saranno tratti dalle altre liste; a tal fine i voti ottenuti dalle liste stesse saranno divisi successivamente per uno, due, tre, quattro secondo il numero degli Amministratori da eleggere. I quozienti così ottenuti saranno assegnati progressivamente ai candidati di ciascuna di tali liste, secondo l’ordine dalle stesse rispettivamente previsto. I quozienti così attribuiti ai candidati delle varie liste verranno disposti in unica graduatoria decrescente. Risulteranno eletti coloro che avranno ottenuto i quozienti più elevati. Nel caso in cui più candidati abbiano ottenuto

lo stesso quoziente, risulterà eletto il candidato della lista che non abbia ancora eletto alcun Amministratore o che abbia eletto il minor numero di Amministratori. Nel caso in cui nessuna di tali liste abbia ancora eletto un Amministratore ovvero tutte abbiano eletto lo stesso numero di Amministratori, nell’ambito di tali liste risulterà eletto il candidato di quella che abbia ottenuto il maggior numero di voti. In caso di parità di voti di lista e, sempre a parità di quoziente, si procederà a nuova votazione da parte dell’intera Assemblea, risultando eletto il candidato che ottenga la maggioranza semplice dei voti. Qualora con i candidati eletti con la lista che ha ottenuto la maggioranza dei voti non sia assicurato il numero minimo di Amministratori indipendenti, il candidato non indipendente eletto con il minor quoziente nella lista che ha riportato il maggior numero di voti dopo la prima lista sarà sostituito dal candidato indipendente non eletto della stessa lista con il maggiore quoziente e così via lista per lista sino a completare il numero di Amministratori indipendenti. Nel caso in cui venga presentata un’unica lista, nel caso in cui non venga presentata alcuna lista o nel caso in cui non si tratti di eleggere l’intero Consiglio, l’Assemblea delibera con le maggioranze di legge nel rispetto del principio di cui all’art. 11, 2° comma».

La posizione di Coldiretti nelle parole del Presidente Marini

Stranieri tre litri di latte su quattro: “Difendere l’italianità fin dalla stalla” Tre litri di latte a lunga conservazione sui quattro venduti in Italia con marchi del Made in Italy sono in realtà già stranieri senza indicazioni per il consumatore come pure il latte impiegato in quasi la metà delle mozzarelle sugli scaffali. E’ quanto afferma il presidente della Coldiretti Sergio Marini in riferimento alla vicenda Parmalat nel sottolineare che “l’italianità va difesa dalla stalla alla borsa e per questo è prioritario un progetto industriale che valorizzi veramente il latte e i quasi 40mila allevamenti italiani e si impegni su un Made in Italy che, oltre al marchio, contenga materie prime nazionali”. E’ auspicabile sostiene Marini - che siano imprenditori italiani a governare questo processo in quanto dovrebbero essere piu’ sensibili alla tutela del vero prodotto italiano. Non è piu’ pensabile - precisa Marini - slegare l’italianità dal coinvolgimento pieno della zootecnia e dell’agricoltura italiana. Peraltro - continua Marini - la strategicità del settore agroalimentare non può essere legata al solo fatto che nel nostro Paese ci sia solo la sede legale del marchi o la sola trasformazione industriale. Nel 2010 - rileva la Coldiretti - ben 8,6 miliardi litri in equivalente latte hanno attraversato la frontiera per essere

Una citerna di latte straniero parcheggiata nello scalo merci ferroviario di Lodi confezionati dietro marchi italiani. Il caso Parmalat conferma che la delocalizzazione degli approvvigionamenti e spesso

accompagnata - conclude Marini - da una delocalizzazione degli stabilimenti produttivi e quindi della proprietà.


150 anni dell’unità d’Italia

6 - Il Nuovo Grano

Marzo 2011

Il Presidente Carlo Franciosi: “Attraverso il Made in Italy raccontiamo anche un pezzo della nostra storia”

Il tricolore conquista la gente Successo dell’iniziativa del farmers market di Milano per i 150 anni dell’unità d’Italia Bandiere, fiori e pasta tricolore per festeggiare i 150 anni dell’unità d’Italia. Questa mattina al farmers’ market della Coldiretti a Milano in via Ripamonti, è stato un tripudio di verde-bianco-rosso. Ai consumatori passati a fare rifornimento di verdure, formaggi, salumi, conserve, olio, carne e frutta direttamente dagli agricoltori sono stati regalati oltre duecento mazzetti di fiori tricolori e verso le 11.30 sono stati distribuiti altrettanti piatti di pasta preparata sul momento e condita con salsa di pomodoro, mozzarella e basilico proprio per celebrare con i prodotti italiani i colori della nostra bandiera nazionale. “La gente ha apprezzato molto l’iniziativa – spiega Carlo Franciosi, Presidente della Coldiretti di Milano e Lodi – e per noi è stato anche un modo per celebrare i 150 anni dell’unità d’Italia e raccontare un pezzo della nostra storia attraverso i prodotti della terra. Il Made in Italy rappresenta un messaggio forte sia dal punto di vista culturale che economico, due aspetti che ben si amalgamano nel progetto di una filiera agricola italiana che come Coldiretti stiamo portando avanti in tutto il Paese”. E aggiunge: “La tradizione agroalimentare italiana è conosciuta nel mondo e racconta un pezzo della nostra storia rappresenta un valore per tutta la società. E’ il racconto di un percorso su certezza dell’origine, qualità e sicurezza che stiamo facendo insieme ai consumatori e che vogliamo continuare anche in futuro”.

Unità d’Italia, alzabandiera a Solferino con task force di pensionati Coldiretti Alzabandiera tricolore per i pensionati della Coldiretti Lombardia nel giorno dei 150 anni dell’unità d’Italia: alle 10 del mattino di domani giovedì 17 marzo 2011 una task force in arrivo da Cremona, Brescia, Milano e Mantova sarà a Solferino (Mantova) per le celebrazione solenni che ricordano la storica battaglia della seconda guerra di indipendenza. “La presenza della nostra delegazione – spiegano i pensionati di Coldiretti - vuole essere il segnale dell’importanza che per noi ha la storia di questo Paese che nella sua diversità ha saputo creare una propria unitarietà e la cui tradizione alimentare dal campo alla tavola è diventata un biglietto da visita conosciuto in tutto il mondo”.

Coldiretti al fianco del Presidente Napolitano a Milano per l’inaugurazione della nuova sede della Regione Lombardia

“Un esempio di equilibrio e di buon senso” La Coldiretti al fianco del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che a Milano ha inaugurato la nuova sede della Regione Lombardia. La delegazione che ha dato il benvenuto a Napolitano a nome delle imprese agricole era composta da Nino Andena (Presidente Coldiretti Lombardia), Eugenio Torchio (Direttore Coldiretti Lombardia), Carlo Franciosi (Presidente Coldiretti Milano e Lodi) e Carlo Greco (Direttore Coldiretti Milano e Lodi) Il Presidente – commenta la Coldiretti - ha fatto un discorso di ampio respiro sul futuro istituzionale del Paese che conCarlo Franciosi dividiamo appieno. L’Italia è un valore anche grazie alle specificità che offre dal punto di vista geografico e produttivo, un dato che le nostre imprese hanno ben presente visto che lo sperimentano ogni giorno sul territorio e all’estero.

La presenza della nostra delegazione – aggiunge la Coldiretti – ha voluto essere la testimonianza di quanto la Coldiretti veda nel Presidente Napolitano un alto esempio di equilibrio e di buon senso. Il fatto che il Capo dello Stato sia venuto a Milano a inaugurare la nuova sede della Regione Lombardia è un chiaro segno dell’importanza che questa parte d’Italia ha anche per il resto del Paese. E come il Presidente della Regione Roberto Formigoni ha voluto sottolineare l’importanza di una nuova sede che custodisca i valori del federalismo, della trasparenza e del servizio ai cittadini – conclude Coldiretti– così Nino Andena la filiera agricola tutta italiana che stiamo costruendo vuole essere uno strumento a disposizione dei consumatori grazie alla varietà dei prodotti offerti, alla loro qualità, alla sicurezza e alla certezza sull’origine.

La marcia delle bandiere nei mercati agricoli della Lombardia La marcia del tricolore nei farmers’ market della Coldiretti in Lombardia. Durante la settimana a cavallo del 17 marzo da Milano a Mantova e Sondrio, da Cremona a Brescia, a Varese e Como nei mercati degli agricoltori sono stati schierati decine di simboli dell’unità d’Italia e i colori verde-bianco-rosso che sono il biglietto da visita dei prodotti agroalimentari Made in Italy nel mondo. “Quella bandiera – spiega Nino Andena, Presidente della Coldiretti Lombardia – racconta anche la tradizione alimentare italiana fatta di qualità, trasparenza e sicurezza che tutti ci invidiano e molti ci copiano. E grazie al progetto di Coldiretti per una filiera agricola italiana vogliamo continuare in questa direzione avvicinando sempre più il territorio alla sua gente, la storia alla vita di tutti i giorni”. A Milano i tricolori sono stati esposti

sia mercoledì mattina che sabato mattina nei banchi degli agricoltori. Mercoledì 16 marzo, alla vigilia dei 150 anni dell’unità d’Italia, sempre nel farmers’ market milanese di via Ripamonti 37 alle ore 11 è stata organizzata una degustazione di pasta tricolore (salsa di pomodoro, mozzarella e basilico) Made in Italy, mentre alle signore è stato regalato un mazzo di fiori verde-bianco-rosso. Gli stendardi nazionali hanno sventolato poi venerdì mattina al farmers’ market di Lodi in viale Pavia. Ma la marcia della bandiera italiana ha coinvolto tutti i mercati degli agricoltori: in provincia di Mantova si è partiti con Bozzolo e si è proseguito con Monzambano, Castel Goffredo, San Giorgio e con Cerese di Virgilio, in provincia di Cremona la settimana del tricolore è iniziata domenica 13 marzo a Bagnolo Cremasco e poi a Pandino, per continuare venerdì 18 marzo a

Cremona, sabato 19 a Vescovato e domenica 20 marzo a Crema. Anche Bergamo il 17 marzo è stato imbandierato il mercato di Seriate, mentre venerdì 18 marzo e sabato 19 marzo ci sono stati i mercati di Bergamo in piazza Pontida e presso l’ortomercato in via Borgo Palazzo. A Pavia le bandiere hanno sventolato mercoledì 16 marzo e sabato 19 marzo nel mercato di Campagna Amica in piazza del Carmine, sabato anche nel mercato di via Pastrengo e domenica in quello di Vigevano. In provincia di Brescia il mercato di Orzinuovi sono stati colorati di tricolore, i mercati di Orzinuovi, Rovato, Palazzolo sull’Oglio e Brescia. In provincia di Sondrio il tricolore ha sventolato sui due mercati di Tirano e Morbegno, in provincia di Varese a Vedano Olona, mentre a Como la bandiera ha sventolato sui farmers’ market di Cantù ed Erba.

I farmers’ market della Coldiretti sempre molto apprezzati dai consumatori


Il Nuovo Grano ­

Territorio

Marzo 2011

7

Il Made in Italy ha stregato pure i rivali francesi, mentre si allarga il mercato in Germania e negli Stati Uniti

Vino, l’export vola con le Doc Sulle colline di San Colombano vini di qualità apprezzati dai consumatori italiani e stranieri Cambiano i consumi: bere bene senza eccessi

Anche il vino delle colline va all’estero

Vola l’export del vino lombardo. Nel 2010 - spiega Coldiretti sulla base dei dati diffusi dalla Regione – l’estero, in particolare Francia, Germania e Stati Uniti, ha rappresentato un volume d’affari di 184 milioni di euro (con un saldo positivo di 84 milioni di euro rispetto alle importazioni) generato da una superficie a vigneto di oltre 24 mila ettari, con più di 40 fra docg, doc e igt. Le denominazioni di origine rappresentano il 59 per cento della produzione totale, contro una media nazionale del 35 per cento. La Lombardia è al terzo posto in Italia, dopo Piemonte e Toscana, per numero di certificazioni. “Si tratta di un patrimonio di grande importanza non solo economica, ma anche culturale e ambientale – spiega Carlo Franciosi, Presidente di Coldiretti Milano e Lodi – che al prossimo Vinitaly che si apre il 7 aprile a Verona saprà raccontare al meglio il nostro territorio. L’origine, anche nel vino, come per tutta la filiera agricola italiana rappresenta un criterio basilare di identificazione e valorizzazione”. Il vino lombardo rappresenta quasi il 3 per cento della produzione nazionale e può vantare diverse zone di eccellenza (dalle colline di San Colombano alla Franciacorta bresciana, dalla Bergamasca all’Oltrepò Pavese, dalla Valtellina al Mantovano) che vengono attraversate da oltre duemila chilometri di percorsi enogastronomici dedicati. Sulle colline di San Colombano fra Lodi, Milano e Pavia, la vite si coltiva da oltre mille anni e vini che nascono da questo piccolo fazzoletto di terra sono sempre più apprezzati grazie alla qualità in costante crescita. Associato L a s f i d a d Unione e l f uStampa turo – dice Coldiretti - Periodica è quella di vini di Italiana sempre maggiore qualità e di Carlo Greco un’educazione anche delle DIRETTORE RESPONSABILE nuove generazioni al bere conDIREZIONE AMMINISTRAZIONE sapevole e Ealla conoscenza Via Ripamonti 37/A della Milano tradizione del vino, ­ Tel. 02/5829871 (r.a.) che è un pezzo di valore della nostra Redazione storia. Fabio Bonaccorso Registrazione Tribunale di Milano n. 83 dell’8/02/1992 Hanno collaborato a questo numero: Ermes Sagula, Gigi Simonazzi, Andrea Repossini, Daniela Maggi Progetto grafico e impaginazione PMP Srl ­ Lodi Fotografie Archivio “il Cittadino” Stampa Sigraf spa ­ Treviglio (BG)

Da Milano a Mantova gli agricoltori diventano maestri del luppolo

Non solo latte in cascina, “si munge” anche la birra Non solo latte, in cascina adesso “si munge” anche la birra prodotta direttamente in azienda. Un fenomeno - spiega la Coldiretti - in espansione e che offre un buon esempio della capacità multifunzionale della nostra agricoltura. Da Milano a Mantova, passando per Pavia, sono diversi gli esempi di questa nuova frontiera. Da circa quattro anni, Achille De Ponti realizza a Settala (Milano) differenti tipologie di birra: dalla multicereale a quelle aromatizzate al mandarino e arancia, con un ciclo produttivo che dura 80 giorni e si svolge tutto all’interno dell’azienda. La produzione annua si aggira sulle 150mila bottiglie. Mentre da circa due anni, presso la Fattoria Oasi di Certosa di Pavia è nato un birrificio rurale dove si fanno bevande di filiera dai nomi evocativi come Seta, Milady, Terzo Miglio e Blackout e la stagionale Castigamatt ribattezzata “il lato oscuro del luppolo”. A fronte di agro birrerie già in attività, cresce il numero degli impianti che dovrebbero entrare in funzione entro l’autunno. “Inizierò a settembre – dice Enrico Treccani, titolare di un’azienda agricola a Castel Goffredo nel Mantovano -Produrrò la Golden Ale, una birra ad alta fermentazione”. Entro il 2013 conta di arrivare a 30mila litri l’anno. “E’ un modo per sfruttare al massimo le potenzialità del nostro territorio – spiega Cristian Perantoni, della Cascina Roveri di Monzambano (Mantova) –. Le mie birre saranno prodotte con il frumento e l’orzo che coltivo nei miei terreni”. Di diretto nella filiera delle agro birrerie non ci sono solo le materie prime. Sia Perantoni che Treccani, infatti, distribuiranno la loro birra direttamente in azienda e attraverso i mercati di Campagna Amica. La birra rappresenta in Italia il 22 per cento del totale del consumo di alcolici con un produzione di quasi 13 milioni di ettolitri (di cui il 13,5 per cento esportati) e circa 300 microbirrifici artigianali attivi in tutta la penisola.

Consumare in modo responsabile i grandi vini di Lombardia e d’Italia. Questo l’invito emerso oggi a Milano durante la presentazione nella sede della Regione dello stand lombardo al prossimo Vinitaly di Verona che apre il 7 aprile. La cultura del bere in modo corretto e responsabile – spiega la Coldiretti di Milano e Lodi – viene da una tradizione che va trasmessa alle nuove generazioni. Bisogna investire nella conoscenza e nella qualità. Il vino è un alimento della dieta italiana. Non bisogna esagerare, ma nelle giuste dosi e per chi non ha particolari patologie non è certo un veleno. Anzi, ha effetti benefici per l’organismo. Negli ultimi 30 anni in Italia – afferma la Coldiretti - si è dimezzato il consumo procapite di vino, arrivato a circa 40 litri a persona. La riduzione delle quantità (20 per cento negli ultimi dieci anni) è stata accompagnata da un atteggiamento più responsabile di consumo e da una maggiore ricerca della qualità. Il vino - precisa la Coldiretti - è divenuto l’espressione di uno stile di vita «lento», attento all’equilibrio psico-fisico che aiuta a stare bene, da contrapporre all’assunzione sregolata di alcol. Lo stesso Roberto Formigoni, Presidente della Lombardia, accennando alla preparazione a cui si sta sottoponendo per affrontare la “Stramilano” ha sottolineato che il suo regime alimentare di allenamento prescrive proprio un bicchiere, bicchiere e mezzo, di vino al giorno durante i pasti. “Bisogna puntare sui prodotti di qualità che ci vengono dal mondo agricolo – ha ribadito l’assessore regionale all’agricoltura Giulio De Capitani – scegliendo quelli di alto livello per degustare consapevolmente e non solo per bere”. Intanto a Milano, durante la presentazione dello stand lombardo, Ettore Riello, Presidente di Veronafiere, ha proposto la creazione di “una commissione scientifica che valuti tutti gli aspetti della soglia alcolica massima prevista per legge per chi si mette alla guida”.

Scorcio di un birrificio agricolo

Borsa della spesa anti inflazione con i prodotti dei farmers’ market Borsa della spesa anti inflazione nei farmers’ market di Campagna Amica. Mentre il caro vita rialza la testa, secondo quanto rilevato dalla Coldiretti nel mercato agricolo di via Ripamonti 37 a Milano i consumatori possono risparmiare anche più del 30 per cento rispetto alle quotazioni rilevate nel nord Italia dal sito smsconsumatori. Ad esempio – spiega la Coldiretti di Milano e Lodi – le bietole sono a un euro contro l’euro e mezzo rilevato dal sito per l’Italia settentrionale, le braciole di maiale sono a 5 euro contro i 7 del smsconsumatori, il petto di pollo a 6 euro contro 8,40, gli arrosti a 9,90 contro

11,90, il grana tipico lodigiano stagionato 24 mesi viene offerto a 11,50 euro al chilo contro i 12,30 del grana padano, le mele golden al farmers’ market sono vendute da 50 centesimi a un euro al chilo (a seconda della grandezza) contro l’1,65 segnato dal sito. In Lombardia sono attivi circa 80 farmers’ market, la metà dei quali concentrati fra le province di Milano, Lodi e Monza Brianza. Quello di via Ripamonti a Milano si svolge ogni mercoledì mattina e ogni sabato mattina, con diverse tipologie di prodotti: frutta, verdura, carne, salumi, formaggi, miele e confetture. “I nostri produttori – spiega Carlo Fran-

ciosi, Presidente della Coldiretti di Milano e Lodi – sono in prima linea per realizzare il progetto di una filiera agricola italiana in grado di portare vantaggi sia agli agricoltori che ai consumatori, come dimostrano anche i prezzi garantiti nei nostri mercati di Campagna Amica. E’ la dimostrazione che questo movimento di “democrazia della spesa” funziona davvero ed è una tutela in più contro i morsi dell’inflazione. I prodotti di stagione che arrivano dal territorio sono una difesa per il portafogli, garantiscono qualità e freschezza e mettono in moto un ciclo virtuoso che favorisce la ripresa economica e la diffusione di conoscenza”.


8 - Il Nuovo Grano

Italia ­ Mondo

Marzo 2011

I nostri prodotti piacciono molto in Europa e negli Stati Uniti, ma stanno crescendo anche fra i consumatori cinesi

Export, vola il Made in Italy Raggiunto il record di quasi 28 miliardi di euro con un aumento del 13 per cento

Il Presidente di Coldiretti Marini: “Agroalimentare traino del Paese” “L’agroalimentare italiano in pochi anni da una economia di sussistenza ha saputo conquistare primati mondiali e diventare simbolo e traino del Made in Italy facendo leva sulla diversità e sul forte legame con il territorio. Un esempio per l’intero sistema economico del Paese il cui rilancio dipenderà dalla capacità di essere diversi e migliori e non omologati a quei sistemi produttivi che operano con strutture di costi per noi irraggiungibili”. Lo ha detto il presidente di Coldiretti, Sergio Marini, in occasione dei festeggiamenti per l’Unità d’Italia, intervenendo a una convention promossa a Reggio Emilia, patria del tricolore. “Dall’Unità di Italia ad oggi – ha sottolineato ll valore delle esportazioni di prodotti agroalimentari italiani è aumentato del 13 per cento ed ha raggiunto il massimo di sempre a 27,7 miliardi di euro, nel 2010, frutto di esportazioni effettuate per la grande maggioranza nei paesi dell’Unione Europea, ma anche negli Stati Uniti e nei mercati emergenti come la Cina. E’ il quadro che emerge da una analisi della Coldiretti secondo la quale a crescere all’estero sono tutti i principali settori del Made in Italy ma principalmente l’ortofrutta fresca che con un aumento del 21 per cento in valore raggiunge i 4,1 miliardi di euro e sorpassa il vino diventando la principali voce positiva della bilancia agroalimentare. Aumenta peraltro anche il vino che raggiunge il valore record di 3,9 miliardi con una crescita del 12 per cento mentre formaggi e latticini crescono del 15 per cento per un valore di 1,7 miliardi e l’olio del 14 per cento a 1,1 miliardi. Sostanzialmente stabili le esportazioni di pasta che rappresenta una voce importante del Made in Italy sulle tavole straniere con 1,8 miliardi. Tra i singoli prodotti positive sono soprattutto le performance di quelli a denominazione di origine come il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano che mettono a segno un aumento record del 26 per cento sui mercati mondiali ma anche il prosciutto di Parma che ha ottenuto nel 2010 il miglior risultato di sempre con una rilevante effetto traino per l’intero settore. I risultati positivi delle esportazioni alimentari non si sono però ancora adeguatamente trasferiti alle imprese agricole dove si registrano ancora in molti settori quotazioni al di sotto dei costi di produzione, a conferma delle pesanti distorsioni che permangono nel passaggio degli alimenti lungo la filiera dal campo alla tavola. La Coldiretti sta promuovendo il progetto per una filiera agricola tutta italiana con l’obiettivo di tagliare le intermediazioni e arrivare ad offrire, attraverso la rete di Consorzi Agrari, cooperative, farmers market, agriturismi e imprese agricole, prodotti alimentari al cento per cento italiani firmati dagli agricoltori al giusto prezzo.

l’agroalimentare italiano, che significava arretratezza e fame, è diventato in tutto il mondo il simbolo di uno stile di vita di successo fondato su qualità e benessere”. Lo dimostra anche un sondaggio effettuato da Coldiretti e Swg, secondo il quale la cucina e i piatti della tradizione italiana sono l’aspetto più rappresentativo dell’identità nazionale per quasi la metà degli italiani (il 46 per cento) che li ritengono più significativi della cultura (37 per cento), della moda (9 per cento), del calcio (5 per cento) e della scienza e tecnologia (3 per cento). Per valorizzare il lavoro portato avanti dalle imprese agricole, secondo il presidente della Coldiretti,

intervenuto a una convention a Fermo, nelle Marche, occorre però “un nuovo protagonismo dell’agricoltura, non solo di carattere economico ma anche sociale” capace di recuperare, attraverso il progetto per una Filiera agricola tutta italiana, i “furti di valore, di identità, di strategicità, di strutture organizzative costruite dalle nostre aziende” che sono stati subiti in questi anni. Quanto sta accadendo in Giappone, dove la questione cibo è diventata di drammatica urgenza, o in Nordafrica, dove proprio il cibo è stata una delle cause scatenanti le rivoluzioni, rappresentano dimostrazioni evidenti della centralità dell’agricoltura.

Percorsi educativi che vanno dalla filiera del latte allo studio delle piante

Crescono le “scuole in cascina”: la Lombardia raggiunge quota 180

Alle donne manca il tempo: il 90% fra da casa e lavoro Oltre il 90 per cento del tempo delle donne è monopolizzato da casa, famiglia e lavoro, mentre solo una quota di meno del 10 per cento è dedicato a se stesse. Il dato emerge da una rilevazione di Coldiretti Lombardia su un focus group di imprenditrici agricole la cui giornata tipo inizia per tutte verso le 6 del mattino e si chiude alle 11 di sera. “Non si ha quasi il tempo di respirare perché tutte dobbiamo gestire un doppio fronte: a casa con la famiglia e fuori in azienda. E per noi resta quello che resta” commenta Pina Alagia, leader delle imprenditrici della Coldiretti. In Lombardia sono oltre 17 mila le donne impegnate a vario titolo in agricoltura di cui circa 11 mila sono anche titolari di azienda. “Una volta dicevano che la tecnologia ci avrebbe garantito più tempo libero da dedicare a noi stessi – commenta Pina Alagia – in realtà è cambiata solo la tipologia di utilizzo del tempo, ma noi donne siamo sempre di corsa perchè siamo un punto di riferimento sia dentro che fuori casa. E’ bello, ma è anche molto faticoso. E l’8 marzo non fa eccezione”. Maria Gerola coltiva frutta e verdura a Calcinato (Brescia), dalle 8 alle 13 e dalle 14.30 alle 20 segue il punto di vendita diretta che ha in azienda “ma nei momenti in cui non c’è gente – racconta - mi prendo una pausa, se così possiamo chiamarla, per passare l’aspirapolvere. Intanto cucino pranzo e cena e seguo la casa”. Gabriella Bersani di Sondrio nel “tempo libero” segue i nipoti, pulisce la casa, prepara da mangiare, si dedica a un gruppo di ragazzi in difficoltà seguiti dai servizi sociali e finalmente, quando lavora, dalle 8 alle 11.30 e poi dalle 14 fino a quando fa buio è in mezzo alle sue vigne a potare e sistemare le piante: “Tutti i giorni perché non ti puoi certo fermare”. E allora cosa resta del giorno? Secondo quanto rilevato da Coldiretti Lombardia, è di circa un’ora il tempo medio che le donne riescono a ritagliare per se stesse: fra le 8 e le 10 ore (a seconda dei casi) sono assorbite dal lavoro in azienda e poco meno sono dedicate alla famiglia e alla casa.

Cresce la “scuola in cascina” con la rete regionale delle fattorie didattiche. Dal 2008 a oggi il numero delle aziende che fanno educazione ai bambini sono aumentate di oltre il 16 per cento passando da 150 a 180. Ai primi posti della classifica ci sono le province di Bergamo (24 per cento), Pavia (14 per cento) e Brescia (12 per cento). I percorsi educativi vanno dalla scoperta della filiera del latte (c’è ancora qualche bambino – dice Coldiretti Lombardia - che crede che le mucche siano viola come in una pubblicità televisiva) al cammino del pane dal

campo alla pagnotta, oppure ci sono corsi per il riconoscimento delle piante spontanee, laboratori sensoriali o lezioni sulla riscoperta degli attrezzi agricoli. Si tratta di una realtà partita nel Duemila con le prime esperienze pionieristiche e che adesso celebra il proprio compleanno con il concorso fotografico indetto dalla Regione Lombardia in collaborazione con un pool di associazioni agrituristiche guidate da Terranostra Coldiretti. Il concorso punta a trovare l’immagine più bella e significativa legata all’agricoltura e alla didattica rurale dalle Alpi al Po.

Tema, aperto a tutti i maggiorenni, è illustrare l’attività didattica in una fattoria approfittando delle visite delle scolaresche oppure di famiglie con bambini in 50 aziende agricole lombarde. Entro il 15 maggio 2011 i partecipanti dovranno trasmettere alla segreteria organizzativa un massimo di tre immagini. Oltre a quelle premiate, una selezione delle più belle formerà una mostra che sarà allestita nel palazzo della Regione. Per scoprire tutte le 180 Fattorie Didattiche della Lombardia visita il sito www.buonalombardia.it

il nuovo grano  

periodico della coldiretti di milano e lodi

Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you