Issuu on Google+

heliosmag@hotmail.com In Italia un centrosinistra senza attrattiva. La politica della partita doppia.

di Pino Rotta La gente non si appassiona più alla politica si dice, e questa non è una novità visto il livello qualitativo dei politici italiani, ciononostante, anche con una legge elettorale schifosa, il tasso di partecipazione elettorale in Italia è tra i più alti tra i paesi occidentali. La gente partecipa e sceglie il centrodestra ormai da venti anni. Perché? Certo Berlusconi ha le armate televisive e l’impero finanziario e li ha usati per la sua propaganda populista, per spostare gran parte dell’opinione pubblica italiana nella terra di nessuno dove quello che conta è l’interesse personale. Niente etica, niente responsabilità, niente solidarietà, solo l’interesse. Si è molto dibattuto su questo berlusconismo, populista e clientelare, ma si è discusso poco e sempre sottotono dei limiti della sinistra o meglio delle sinistre. Limiti strutturali non di leadership. Sono limiti innanzitutto culturali e, di conseguenza, di capacità di lettura dei fenomeni sociali e delle dinamiche del consenso. Il primo limite e quello di avere, in questi venti anni, preteso di interpretare l’evoluzione del capitalismo e della cosiddetta globalizzazione con gli stessi strumenti di analisi del liberismo, abbandonando l’analisi sociologica marxista che, paradossalmente viene, senza troppi pudori, utilizzata da molti governi di centrodestra in Europa e in parte anche negli Stati Uniti. Quando parliamo di sinistra non dobbiamo mai dimenticare la sua “storica” base sociale e la rappresentanza che si ritrovava non solo nei partiti tradizionali ma anche nelle organizzazioni sindacali e nel mondo della cooperazione. Prima che si avviasse il processo di globalizzazione e di delocalizzazione delle imprese, sono stati sterilizzati questi strumenti di rappresentanza e di consenso. Criminalizzando l’organizzazione dei partiti e dei sindacati e delle coop, che erano strumento di confronto democratico ma anche fulcro di aggregazione del consenso, li si è portati a svuotarsi e diventare i primi delle mere facciate rette da più o meno efficaci uffici stampa, ed i secondi a delle semplice agenzie di servizi e, visto che la concorrenza migliora il servizio, ecco che si è dato il via alla proliferazione dei sindacati, patronati e cooperative sempre più numerosi e sempre meno forti e rappresentativi. Molto di questo mondo parcellizzandosi e creando solitudini sul terreno dell’interesse, in un lungo periodo di crisi economica, ha finito con lo scivolare a destra, luogo per vocazione della tutela degli interessi


di parte. Ecco che scompaiono le sezioni dei partiti ma si gonfiano le segreterie politiche dei potenti di turno che, transumando nel pascolo politico, si portano dietro il codazzo di “clienti fidelizzati”. Su questo terreno si è confrontato il centrosinistra con la logica conseguenza di essere percepito come una scelta di ripiego. Solo quando chi può tutelare i tuoi interessi si assenta, quando il padrone vero non siede al “trono”, si sceglie un sostituto in attesa che torni il principale. Sposando il principio della globalizzazione come ideologia della postmodernità la sinistra si è condannata all’estinzione. C’è una soluzione a questo stato di crisi della sinistra? Per rispondere a questa domanda bisogna capire che la crisi economica non piove dal cielo, era prevedibile e prevista quando si è data via libera alla globalizzazione. Per qualcuno è crisi, per altri è crescita. Detto in termini diversi, per i lavoratori dei paesi occidentali la globalizzazione e la delocalizzazione hanno determinato un impoverimento ed una perdita sostanziale delle tutele sociali (oggi si mettono all’indice come privilegi quelli che fino a venti anni fa erano considerati diritti conquistati a caro prezzo, come il diritto al lavoro stabile e sicuro, il diritto alla salute, alla scuola pubblica e pluralista, il diritto ad una vecchiaia serena e sicura). Dall’altra parte c’è un ceto finanziario ed industriale che ha sfruttato questa ristrutturazione dei mercati e delle produzioni per massimizzare i profitti e fuggire all’estero. Tutto questo è ancora in atto e durerà ancora molti anni. Quindi alla domanda se la sinistra italiana può evitare la sua estinzione la risposta è ampiamente pessimista, almeno nel breve termine. Se la sinistra non fa suoi, in maniera convinta, i valori dell’equa distribuzione della ricchezza, della laicità dello Stato (soprattutto nei suoi aspetti economici), della tutela dei livelli medi del tenore di vita europeo, difficilmente avrà argomenti su cui attrarre consenso. La sinistra, nel bene e nel male, deve mantenere come riferimento la sua storia europea, gli americani sono un’altra cosa. Perderà le prossime elezioni? Forse. Ma almeno uscirà dalla nebbia che l’avvolge. Ai lavoratori si possono chiedere sacrifici quando c’è la crescita, quando c’è la crisi bisogna difendere il tenore di vita spostando il peso della crisi su chi ha di più non chiamando a responsabilità la gente per gli sprechi e gli abusi del sistema. 16-9-2010

HOME: www.heliosmag.it


quale_sinistra