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PROGETTO DONNA

TRIMESTRALE DI CULTURA E SOCIETÀ

Anno I n. 0 Ottobre • Novembre Dicembre 2010 Euro 1,00


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PROGETTO DONNA

Happy woman e progetto donna per dare e darci voce Non è retorica quando diciamo che la battaglia culturale dei prossimi anni sarà sul ruolo della donna nel mondo. Non lo è più se si pensa che l’attuale papa Benedetto XVI, quando ricopriva la carica di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, scrisse una lettera in cui invitava le donne a riprendere il loro posto di fronte al focolare, di ritornare nei propri angoli familiari, come nume tutelare e vivente della casa. Non lo è più se pensiamo che ancora recentemente il mai morto e mai rintracciato numero uno della rete terroristica di Al Qaida, Bin Laden, annuncia un attacco alla Francia che da anni porta avanti una campagna contro veli ed altri copricapi che trasformano la donna in un fantasma sociale. Lo è ancor meno quando a casa nostra si fanno battute da caserma su donne che in politica hanno fatto e fanno tanto, ma che sono bruttine, o peggio, si incensano le gambe e il fondoschiena di questa e quest’altra ministra sotto l’ombrellone. Non parliamo poi del “Corpo delle donne” – e qui cito l’edificante documentario sull’impatto mediatico di “culi e tette” in tv, realizzato da Lorella Zanardo – che è solo delizioso contorno in talk show dove si impongono troppo spesso i giudizi

PROGETTO DONNA Trimestrale di cultura e società Registrazione Tribunale di Milano: al n°527 in data 01/10/2010 Direttore responsabile Francesca Sassoli Vicedirettore Barbara Marugo Redazione Angiola Bellu, Benedetta Dalla Rovere, Cristina Dagna, Giuseppe Falanga, Chiara Merico, Marco Todarello Hanno collaborato Sabina Negri, Giovanna Nuvoletti Diffusione Edizione Associazione Happy Woman Via Giambellino 34 20146 Milano CF 97543630152 Progetto grafico della copertina Viola Bernasconi Grafica: Augusto Zanoni Stampa: Tipografia Spada sas Milano

della parte seria dell’umanità, quella maschile. E’ ancora così? Certo, perché il movimento femminista degli anni ’70 ha fatto tanto, per poi essere ostracizzato come fenomeno troppo “spinto”…ma il testimone non è passato realmente a nessuno e le donne navigano a vista, sempre con la speranza che i loro stipendi, un giorno, vengano equiparati a quelli dei colleghi uomini (in media c’è uno scarto del 20%, uno dei dati più negativi d’Europa), è che vengano fatte politiche reali su modello nordico a sostegno delle famiglie (perché è ancora la donna a crescere i figli, seguirli nello studio, prendersi cura della casa e degli anziani, lavorando al pari del marito), che quelle pari opportunità tanto citate e messe in ballo vengano messe in atto. Progetto Donna vi offrirà sempre il punto di vista di chi vive e lavora in rosa, ma con nel cuore e nel cervello tutti i colori dell’arcobaleno. Daremo voce a chi si è imposta nella sua professione, a chi invece non ne ha. Vi proporremo approfondimenti e qualche ripasso su chi eravamo, ma soprattutto su cosa potremmo essere. In questo primo numero le sfumature sono davvero tante, trasversali, pulsanti e reali. C’è spazio per la notizia di servizio, come per la pubblicazione di una lettera dolorosa e toccante di una donna iraniana in esilio in Germania. C’è tempo per parlare di arte e di social network, di letteratura leggera e di teatro. Benvenute a bordo e siate donne, sempre. Il direttore di Progetto Donna Francesca Sassoli


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Mauro Morellini, l’editore che non ha paura delle donne… anzi Ecco un editore che non se la prende, anzi. Un uomo atipico quello che pubblica guide ironiche e senza pudori per ammaestrare il maschio, per dire NO, per vivere la gravidanza fiere di avere ansie e dubbi. Si chiama Mauro Morellini e le sue autrici indomite e indomabili sono il suo fiore all’occhiello. Morellini editore ha infatti creato una vera e propria collana curata da giornaliste, professioniste, libere pensatrici che raccontano e consigliano come vivere al meglio il mondo di oggi, visto dalla loro parte: Pink Generation. Non solo, Morellini sembra davvero divertirsi alle presentazioni dove le leonesse delle guide in rosa non risparmiano colpi bassi ai mariti, compagni, colleghi, capi ed amici. Morellini, come nasce la collana Pink? Sin da ragazzo sono stato abituato a vedere le cose dal punto di vista femminile: le mie migliori amicizie dell’adolescenza, quelle in cui si parlava dei massimi sistemi fino a notte fonda, erano in gran parte femminili, e mi hanno accompagnato da allora. Decisiva probabilmente la parrucchiera Nara, dove andavo a tagliarmi i capelli: passato qualche minuto le altre clienti si dimenticavano che “ci fosse un uomo tra loro” e si lasciavano andare a raccontare le cose come probabilmente non avrebbero mai fatto in presenza maschile. Il pianeta donna, però, ha ben poco spazio sui media e in generale nel “raccontare” la società. Quando si è aperta una breccia con il successo, da una parte, della Chick Lit di Kinsella e Bridget Jones, dall’altra di Sex and the City, la prima serie che raccontava il sesso al femminile, mi è sembrato che fosse giunto il momento per una collana di manuali interamente al femminile: a tutt’oggi l’unica in Italia, con ben 40 titoli dal fitness al sesso, dal viaggio alla maternità. Dove e come le ha trovate le sue autrici dalla penna aguzza e dallo smagliante sorriso? Sono entrambi requisiti indispensabili per chi scrive nella collana: indicazioni utili e contenuti originali e innovativi, ma sempre con un pizzico di leggerezza e ironia. Per avviare la collana ho dovuto attingere al mondo francese e inglese, dove la donna sembra avere un po’ più di spazio per dire la sua: ma il successo dei primi titoli come “La guida al sesso” oppure “Uomini istruzioni per l’uso” ha fatto da catalizzatore per un agguerrito drappello di giornaliste e scrittrici brillanti, competenti, argute ed entusiaste: un ingrediente, quest’ultimo, che dovrebbe far parte di ogni progetto. Pink e non solo: anche le sue guide low cost vanno forte, la sua ricetta? Secondo gli addetti ai lavori, per

essere piccoli editori spaziamo un po’ troppo, talvolta si chiedono cosa c’entrano gli scrittori africani della collana Griot con il Manuale della Viaggiatrice... In realtà quello che accompagna le nostre scelte è il desiderio di intercettare e documentare nuove idee, umori e tendenze.. con l’ossessione dell’originalità. Di editoria turistica mi sono occupato da sempre, e dovendo interpretare una novità di questi anni, ho ritenuto opportuno occuparmi della nuova modalità di viaggiare suscitata dalle offerte di voli low cost: ponti o weekend lunghi in città dell’Europa, che magari fino a qualche anno fa neppure si erano sentite nominare. Con la collana low cost forniamo lo strumento ideale: guide pratiche, maneggevoli, economiche, in molti casi le uniche guide disponibili su quella città. Guide rosa, viaggi per tutti, quindi, ma anche ecosostenibilità, vero? ...anche qui, cercando di interpretare un tema di attualità, sul quale tanti sono i libri in circolazione, in maniera nuova, con la collana “Il piccolo libro verde”. Sono volumetti monografici su argomenti specifici: la casa, il bambino, il giardino, la cosmesi... ognuno contiene 250 consigli in pillole, molto pratici e facilmente attuabili da chiunque, per far bene sia al pianeta che al proprio portafoglio. Come descriverebbe la donna di oggi? Consapevole di sé e intraprendente, anche se poi le regole del mondo del lavoro e della divisione dei ruoli spesso finiscono per tarpare le ali alle aspirazioni femminili. E l’uomo? Da una parte ancora schiavo dei vecchi modelli tuttora proposti da media e pubblicità, dall’altra piacevolmente e fortunatamente “contaminato” da caratteristiche storicamente attribuite alle donne: ad esempio, i padri di oggi sono senza dubbio più presenti e più affettivi di un tempo nei confronti dei propri figli. Qual è il suo prossimo obiettivo? Cosa quanto mai inconsueta per l’editoria italiana (a parte ovviamente i grandi scrittori di narrativa), stiamo iniziando a esportare i nostri contenuti negli Stati Uniti, Inghilterra, Francia: mi piacerebbe continuare questa inversione di tendenza. Guardo inoltre con molta attenzione alle nuove modalità di distribuzione dei contenuti per via digitale: molti nostri ebook sono già disponibili su bookrepublic.it, e da nostri libri sono nate diverse applicazioni per IPhone, Nokia, Windows Mobile. Francesca Sassoli


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Vittorio Sgarbi: “la donna nell’arte? non esiste” Incontro del critico d’arte più famoso – e anche più discusso d’Italia “Non sono d’accordo con le femministe che dicono che gli uomini maltrattano le donne. Sono menzogne! L’uomo ha sempre considerato la donna!”. Così Vittorio Sgarbi replica alla mia domanda sulla parità dei sessi o uguaglianza di genere tra uomo e donna. Ma dopo aver risposto con fermezza al mio quesito si alza e va via... E’ questa la considerazione che l’uomo ha della donna? Questa rivista nasce con un obiettivo: supportare le donne che malgrado le conquiste rimangono sempre in coda ad una piramide gerarchica tutta al maschile. Progetto Donna e’ il nome di questa testata, un free press trimestrale di informazione per le donne, nato dalla volontà di una collaborazione tra il centro anti violenze di Milano della Mangiagalli e il Corpo della Polizia Locale di Milano. Racconteremo le donne e parleremo alle donne, offriremo loro un servizio, tratteremo le tematiche sociali ma anche quelle artistico-culturali. E’ proprio dall’intervista a Vittorio Sgarbi che inizieremo questo lungo viaggio insieme. La mia storia personale, le mie difficoltà di vita, le esperienze che nel tempo sono entrate sotto la mia pelle si sono riflesse in questo progetto editoriale. Sono Barbara Marugo ed ho assunto la vice direzione di questa piccola testata che se fosse un meeting politico, sarebbe come l’ultima Repubblica di uno Stato africano indebitato, ma e‘ con grande dignità che inizio questo lavoro con un valido gruppo di collaboratori, capitanato dal Direttore di Progetto Donna, Francesca Sassoli, giornalista esperta e intraprendente, una donna di oggi : specchio combattivo e avvincente, per me e per le altre donne. Per anni sono stata sulle maggiori e prestigiose riviste di moda, ero una modella, ma a 22 anni ho abbandonato quel mondo fatto da ragazze pensanti che sopprimono i loro pensieri dentro una taglia 38 ed ho deciso di riprendere in mano la mia vita, ho ricominciato il mio percorso, da una divisa, portandomi dietro un bagaglio pesante di esperienze e difficoltà. Oggi sono un agente di Polizia Municipale del Comune di Milano, una scrittrice e poetessa. Quotidianamente, sono a contatto con le donne e proprio dalle loro storie, dal loro sguardo, dai loro occhi e da quello che raccontano nasce questo free press. ‘Guardami negli occhi” e’ il nome della mia autobiografia sul mondo della moda, edito da Rizzoli ed io ho voluto guardare negli occhi il personaggio di un quadro

per capire se era vivo o solo un’opera d’arte: Vittorio Sgarbi. Quando ero una modella, lo sguardo era diventato la mia ossessione, mentre il viso quasi si paralizzava nella ricerca dell’estetica che considera bello tutto ciò che non è perturbato dalle espressioni, l’intensità dello sguardo è l’unica cosa che ti salva da essere una bambola di porcellana. Una sera, in piazza Duomo, incontrai Vittorio Sgarbi, era appena uscito il mio libro “Guardami negli occhi” ed essendo un’appassionata d’arte, era un piacere per me donare una copia a quello che in quel periodo era l’assessore alla cultura del Comune di Milano. Speravo di potermi confrontare con quella personalità tanto problematica e discussa quanto famosa. Per una donna impegnata socialmente e nella propria arte potersi confrontare con un personaggio, nel bene o nel male, in cima alla piramide, è sempre, ingenuamente, una attrazione irresistibile. Da li a poco, Sgarbi ando’ via dal Comune di Milano assumendo il ruolo di Sindaco di Salemi un piccolo Comune siciliano ad alta densita’ mafiosa. Poco tempo fa, appena appreso che Vittorio Sgarbi era divenuto sovrintendente del polo museale di Venezia e si accingeva a trasportare le tre opere di Giorgione dalle gallerie della Accademia a Palazzo Grimani, appena restaurato, mi presentai all’inaugurazione decisa a intervistarlo per i nostri lettori. “Canaletto dipingeva scorci di Venezia per gli inglesi - dice Sgarbi in conferenza stampa - in quanto le famiglie Veneziane non avrebbero commissionato delle vedute della città, potendo loro semplicemente aprire la propria finestra e fruire da soli di qualsiasi visuale” La considerazione d’effetto mi sembra un punto di vista molto originale. Poi il professore-sovraintendente continua spiegando che la tempesta di Giorgione non ha, a suo parere, alcun significato allegorico o magico. “E’ anch’essa frutto del desiderio dell’autore di raffigurare le campagne venete - continua Sgarbi - ovvero ciò che i veneziani


PROGETTO DONNA non avevano sotto il naso tutti i giorni”. Ma quanti artisti erano innamorati della propria città e la dipingevano in modo quasi ossessivo, in ogni loro scorcio rapendo le luci più segrete? La vanità domina la seconda parte della conferenza stampa e prende forma il pensiero che l’opera d’arte rimane intatta, mentre la bellezza umana si corrompe. A testimonianza di questa evidenza naturale prima che umana: una ragazza alta e bionda dal viso quasi angelico, ruba la scena a Sgarbi, Vittoria Risi veneta di nascita, pittrice e nota star del cinema porno. La Risi è stata affiancata alla “Tempesta” del Giorgione rappresentando lei un quadro vivente. Anche questa idea mi sembrava una trovata geniale mentre la ragazza rispondeva alle domande dei giornalisti incuriositi cercando di esprimere il suo punto di vista sulla cosa. “Come quadro vivente mi interessa vedere come gli uomini riescono a sostenere il mio sguardo - precisa Vittoria Risi - perché io a differenza del quadro sono viva”. Ho accostato la splendida pittrice porno alla “Vecchia” di Giorgione, dove la corruzione del corpo è raccontata limpidamente mantenendo la dignità alla figura dell’anziana e pretendendo dallo spettatore rispetto, ed io da poetessa, priva di perfezionismi culturali e di conoscenze artistiche, affilate come rasoi, ripensai alle parole originali del sovrintendente sentendo il senso di quella proposta

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quasi ribaltarsi: “l’anziana era libera di esserlo, appassita ma non corrotta e la giovane bellezza in carne ed ossa che confidava nel suo sguardo per chiedere allo spettatore di riconoscerla in vita, lottava per esistere”. Finita la conferenza, Sgarbi, unitamente all’attrice Vittoria Risi ci condusse nelle sale del palazzo che definì: “Il più grande padiglione dell’arte sperimentale del Rinascimento”. La ricchezza degli stucchi, dei decori e degli affreschi era stupefacente. Sgarbi posizionò la giovane donna-quadro all’interno della nicchia a grandezza umana, ai suoi piedi appoggiati al muro “La tempesta” e “ la Vecchia”. I fotografi all’impazzata continuavano a scattare. Mi interessava trattare con Sgarbi alcuni temi culturali, a me cari, ma d’interesse pubblico e sicuramente rilevanti per i nostri lettori. Come cambia la figura della donna nell’arte dopo il consiglio di Firenze? Ma Sgarbi, quasi con superficialità, mi fa un cenno con la mano per andare avanti, come se il mio quesito fosse irrilevante. Continuo mantenendo l’argomento su un tema femminile: Nella Madonna del Parto di Piero della Francesca c’è assunzione del corpo da parte della donna, la madonna è incinta le si vede il ventre gonfio... “Non vedo nessuna assunzione di un corpo, da parte della figura della donna nell’arte - precisa Sgarbi - non esiste” . La donna, non avendo mai espresso se stessa nella letteratura e nell’arte, chi poteva rappresentare la sua spiritualità e come? “Gli uomini non interpretavano la donna - commenta Sgarbi - ma esprimevano solo se stessi!”. La risposta non mi convince e rincaro la dose. Bellini dipinge le Madonne...come può riuscirci? “Con la sua arte! La donna non c’entra!” L’intervista si era conclusa bruscamente, lasciai la sala, dopo Vittorio Sgarbi. Arrivai in campo Santa Maria Formosa e ripensai al corpo della modella che ispirò questo dipinto e che il sentimento popolare arrivò a individuare nominando addirittura un campo con la caratteristica peculiare di quel corpo in abbondanza. Ma proseguii la mia strada e decisi di scrivere quello che era accaduto con il sovrintendente Sgarbi: le mie domande, le sue risposte, non una parola di più, non un giudizio, non una interpretazione...volevo solo contribuire a far conoscere l’animo di chi è chiamato a sovrintendere. Barbara Marugo


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Facebook e la voglia di privacy: una donna italiana ai vertici della ricerca sulla sicurezza dei dati La incontriamo in una giornata ottobrina piena di sole in un bar all’aperto a fianco dell’Arco della Pace, a Milano, a due passi dal parco. L’immagine che si ha di un’esperta d’informatica è forse polverosa e ormai fuori moda: in un settore così maschile, l’unico esemplare femmina che ce la fa è sicuramente un soggetto strano, quasi esotico, difficilmente inquadrabile. Diciamo che ci aspettavamo una figura severa ed austera, un po’ rigida, quasi robotica. Chissà poi perché, anche se sui cliché potremmo disquisire per giorni interi. Si avvicina una donna alta e mora, i capelli mossi e folti, lo sguardo grande e chiaro, fisico asciutto e sinuoso, un maglione nero che le disegna la linea perfetta. Giovane e brillante, la professoressa Elena Ferrari, ordinario di Informatica presso il Dipartimento di Informatica e Comunicazione dell’Università dell’Insubria è la quinta donna che ha ricevuto il Technocal Achievemente Award 2009, attribuito annualmente dalla IEE Computer Society, uno dei più prestigiosi premi mondiali in campo informatico. La sicurezza sul Web è la specializzazione della professoressa Ferrari che si è distinta nello studio della privacy in Rete, specie in quei tentacolari e sempre più diffusi sistemi di comunicazione sociale: i social network. Parliamo ovviamente di Facebook, MySpace, Linkedin, e tutti quei territori sconfinati di dati personali che spesso non si sa dove vadano a finire. Recentemente il creatore di Facebook, Marc Zuckerberg, ha modificato i sistemi di protezione delle proprie pagine, ma il dilemma su visibilità ed invisibilità nelle maglie dei social network è tutt’altro che risolto. Facebook è costantemente sotto accusa da parte dei suoi utenti circa la privacy, la diffusione e utilizzo dei propri dati. Quali sono i problemi più frequenti riguardanti la privacy? Non è una contraddizione in termini l’utilizzo di uno strumento di comunicazione in cui tutti sono “amici” e la pretesa di proteggere la propria privacy? Facebook conta più di 500 milioni di utenti, ed è in continua crescita. E’ un social network “general purpose”, che viene utilizzato dagli utenti per motivazioni differenti e che può servire per svariati scopi. Fotografa le relazioni sociali più disparate, dal

vecchio compagno di scuola al lontano parente al migliore amico al fidanzato. La questione della privacy è controversa, in quanto spesso si tratta di un concetto soggettivo. Molti utenti di social network condividono spontaneamente le proprie informazioni, e sembrano non curarsi della privacy. E’ però giusto che ogni social network, anche Facebook, si preoccupi di tutelare la privacy di tutti, soprattutto di coloro che non hanno dimestichezza col mezzo e non sono abituati ad utilizzarlo. Per esempio, si sta osservando che i teenager, target di punta nell’utilizzo dei social network, sembrano ormai abili nel gestire la quantità di informazioni che decidono di rendere pubbliche su Facebook e simili: gli adolescenti sono abituati ad utilizzare queste reti sociali fin da piccoli e quindi sanno cosa sia meglio dire e su cosa, invece, è meglio tacere. Il problema della privacy è spesso più delle persone adulte o poco informatizzate, che non sanno dosare la quantità di informazioni da rendere pubbliche. Ci sono altri social network in ascesa? Hanno anche loro gli stessi problemi di privacy? Ci sono social network più specializzati, come ad esempio Linkedin, che si concentra sulle relazioni lavorative e sulla ricerca di un impiego. Sono social network che si occupano di mettere in relazione persone con obiettivi comuni, permettono di creare un sistema di referenze e raccomandazioni, a volte possono davvero essere utili per trovare lavoro. Il problema della privacy è ridimensionato, in quanto il numero di informazioni condivise è minore e specializzato. In contrapposizione a Facebook, che più volte ha sollevato polemiche per la gestione della privacy dei suoi utenti, stanno nascendo nuovi social network. MySpace è in calo da anni, Twitter abbastanza stabile. Sta nascendo Orkut (di Google), ma soprattutto Diaspora, sviluppato da studenti del MIT. Diaspora, a differenza di Facebook, dovrebbe essere un social network decentralizzato, senza un gestore unico che gestisce tutte le informazioni: in questo modo, è l’utente a decidere quali informazioni dare e a chi, e può anche integrare social network differenti su una stessa piattaforma. I social network decentralizzati sembrano, al momento, rappresentare il futuro.


PROGETTO DONNA I social network stanno diventando come il cellulare, ovvero, se non sei su Facebook sei tagliato fuori? Ad oggi, i social network non sono ancora diventati l’equivalente del telefonino: soprattutto in Italia, non è ancora vero che chi non utilizza i social network finisca “tagliato fuori”. Di certo, però, è quella la direzione verso cui si sta andando. I social network si stanno configurando sempre più come un mezzo di comunicazione importantissimo e fondamentale. Inoltre, c’è un’interazione tra telefonia mobile e social network, basti vedere quelli che vengono chiamati “geo social network” (per esempio anche twitter, ma non solo): gli iscritti segnalano ai propri contatti la propria posizione in quell’esatto momento. L’interazione tra mobile e social network si collega anche con la pubblicità. Sono già in uso delle applicazioni che, determinando la tua posizione, ti mandano sms con le offerte e le promozioni dei negozi nelle tue vicinanze. A questo proposito, quali sono le interazioni tra social network e ecommerce? I social network e l’e-commerce collaborano già da tempo, soprattutto in Usa, Germania e Francia, dando vita ad un business notevole. I social network permettono alle aziende di fare pubblicità specifiche e mirate, a seconda delle informazioni che il proprio profilo forni-

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sce. Si ritorna però, così, al problema di privacy di cui si è già parlato. La sfida della pubblicità è proprio quella di trovare nuovi metodi comunicativi, che non risultino però troppo invasivi e non allontanino i potenziali clienti. E’ necessario comprendere che i social network sono vere e proprie reti di socializzazione, che influenzano e interagiscono con la società, modificandola. In questo modo, cambiano anche la pubblicità. Un metodo che i pubblicitari stanno studiando è quello della fiducia e delle raccomandazioni: un utente di Facebook o un blogger molto seguiti possono creare e spostare consenso da un brand ad un altro. In Italia tutti questi processi avvengono con una maggiore lentezza, dovuta soprattutto alla scarsa informatizzazione. Nel suo ambiente è difficile essere donna? Beh, l’università è un ambiente protetto, dove vai avanti solo se sei bravo e vinci i concorsi, non c’è quel clima di lotta di trincea che mi raccontano molte mia amiche che lavorano in altri campi. In più essere donna in un settore esclusivamente maschile mi rende una mosca bianca, e quindi mi trattano con ogni riguardo. Sicuramente quasi ovunque bisogna fare ancora tanto per applicare – e non solo teorizzare – il concetto di pari opportunità. Francesca Sassoli


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Happy woman: siete tutte invitate ad essere donne più felici L’obiettivo della nostra associazione, Happy Woman, è quello di diffondere una figura femminile più ricca e più complessa, fare cultura coinvolgendo italiani e stranieri, uomini e donne, giovani ed anziani. Attenzione particolare è rivolta alle donne considerate perno sociale nell’accudimento dei minori e degli anziani oltre che fattori dell’innovazione politico-culturale di ogni paese che tiene in considerazione materie sociali e politiche rivolte all’ambiente. Per conseguire tale scopo abbiamo ritenuto fondamentale fondare una rivista:”Progetto Donna” che combattesse la violenza sulle donne e che lavorasse per formare o agevolare l’autocoscienza al femminile dando spazio a tutte quelle tematiche che spesso vengono trascurate: ambiente, servizi alla famiglia, progetti sociali volti a promuovere luoghi di aggregazione della cittadinanza. Oltre a questo abbiamo il fine più pratico di allestire un centro rivolto alle mamme che vogliono stare coi loro figli senza rinunciare alla propria vita, di qui la necessità di acquisire uno spazio per fare cultura che offra una assistenza ai minori. Alle donne con problemi l’associazione già offre, in collaborazione con il centro anti-violenze di Milano (Ove siamo il giornale accreditato dall’amministrazione del centro) l’informazione necessaria sulle strutture di supporto, ausilio legale, e oggi, tramite la collaborazione con il Comune, altri servizi, anche se, il nostro obbiettivo primario è di creare una informazione adeguata sulle donne per la collettività. Per promuovere questo fine editoriale Happy Woman organizza anche degli eventi di qualità. In questa ottica ha già collaborato con vari artisti trai quali la dott. Claudia Pastorino , musicista e cantautrice di primo piano, scrittrice ( Libri editi con la Mondadori) e organizzatrice del festival internazionale della poesia di Genova che ha vinto il premio del ministero come miglior evento nel settore in Italia ed è al vaglio, da parte del comune una proposta:” Da Genova al mondo” per portare la musica e la poesia in piazza. L’associazione si impegna ad aiutare a rimuovere gli ostacoli che impediscono la parità uomo-donna, creando un osservatorio socio-culturale che riesca a rintracciare le effettive ragioni della mancata emancipa-

zione femminile. Cercheremo di chiarire le ambiguità e i fraintendimenti che si sono venuti a creare intorno alla parità dei sessi, troppo spesso vista come omologazione di generi, oppure assunta come scusa per non riconoscere la specificità della donna e i suoi diritti. Ed è proprio su questo ultimo fattore che la nostra associazione concentra la sua attenzione: la consapevolezza che la tutela di qualsiasi categoria deve passare attraverso il ritratto che se ne fa. Rintracciare tutti gli elementi che costituiscono l’identità della donna è l’inizio di una conquista realizzata finora solo a metà. Questa identità va tutelata, divulgando i valori e il pensiero femminile nella nostra società. Siamo convinte che questo porterà un concreto progresso economicoculturale dell’intero Paese oggi alla prese con la crisi e con una generalizzata perdita dei diritti. La stessa religiosità è da rivivere al femminile: non più dogmi di fede inamovibili dietro ai quali si nasconde il mondo politico ma accudimento e rispetto della vita che si incarna nel simbolo della donna. E’ proprio rispettando la metà in rosa dell’umanità che è meno forte materialmente che siamo chiamati a rispettare le minoranze, quelle culture meno “aggressive” o arroganti. Cerchiamo di ribaltare la visione individualista e “pionieristica” dell’Occidente che ha sposato la legge del più forte, al pari dei primi coloni di America, per trasformarla in tolleranza e filantropia. La nostra intenzione è quella di invitare e invitarci a non imporci sul prossimo, privilegiando la qualità della nostra e dell’altrui esistenza, piuttosto che la cieca affermazione del sé. Riscrivere la società: dall’architettura, ripensandola in senso più aggregativo e accogliente, al lavoro agevolando il sistema di squadra; dall’alimentazione, utilizzando prodotti ecologici e a chilometri zero, all’inquinamento, agevolando politiche di mobilità sostenibili e il lavoro da casa. Insomma una rivoluzione vera e propria senza sconti perché solo inseguendo la cima più alta si inizia la salita. Presidentessa Happy Woman Barbara Marugo


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Infomilano: il bus dell’assessore Mascaretti che porta il comune dai cittadini Quante volte chiunque di noi, dopo avere espresso la sua preferenza a una parte politica ha visto spuntare responsabili della cosa pubblica che non lo rappresentano? Nel dibattito sulla riforma elettorale si parla sempre del premio di maggioranza e di come questo sia iniquo e antidemocratico ma non ci si sofferma mai al vero problema che è quello dell’elezione diretta dei ministri e degli assessori. Per l’appunto questo è il problema: trovarsi responsabili non qualificati o sconosciuti ai vertici che parlano alla cittadinanza del Comune, della Provincia, della Regione o, ancor peggio, dello Stato nascondendosi o legittimandosi dietro al fatto di essere stati votati dal potere sovrano del popolo che di fatto il più delle volte neanche li conosce. E poi, per parlare al positivo, quando il responsabile ha lavorato bene e ha agito realmente con competenza lo stesso cittadino non può premiarlo riconfermandolo in quel ruolo. Questa è libertà? In questa testata si vuole dare risalto alle positività espresse dalla politica e ai suoi attori per valorizzarne le idee più fattive e avveniristiche in modo da raccontare i progetti più virtuosi e il profilo dei suoi ideatori. Continua l’attività di Infomilano, il bus realizzato dall’Assessorato alle Aree Cittadine e Consigli di zona in collaborazione con l’Atm che porta l’amministrazione dai cittadini. Dopo il successo della fase sperimentale del 2009, Infomilano è partito il 22 giugno completamente rinnovato. Il bus è presente sei giorni alla settimana (compresi il sabato e la domenica) nei principali mercati rionali , nelle feste di via o di quartiere e nelle piazze cittadine in occasione di concerti e di manifestazioni culturali sportive. L’ufficio mobile del Comune offre ai cittadini numerosi servizi come il rilascio di certificati anagrafici in tempo reale e l’orientamento legale gratuito, grazie alla presenza di avvocati dell’Ordine di Milano sul Bus, due volte alla settimana. Ma adesso entriamo nel vivo del faccia a faccia con chi si è occupato di tutto questo: l’assessore alle Aree Cittadine e Consigli di zona, Andrea Mascaretti. Cosa ha spinto l’assessorato a istituire sul territorio questo tipo di servizio? La volontà di portare l’amministrazione con i suoi ser-

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vizi tra i cittadini in modo che Milano diventi l’apripista per gli altri comuni in Italia. Quali fasce della popolazione pensate di agevolare maggiormente? Prevalentemente le persone anziane e i pensionati che non sanno utilizzare le tecnologie, chi lavora e si sposta ha più possibilità di accedere ai servizi in quanto ha più dimestichezza con il computer che, generalmente, utilizza nella sua attività e può accedere ai servizi dell’amministrazione on-line sul sito del Comune. Questa iniziativa avrà un seguito? Si, pensiamo di ampliare i servizi del Comune offerti tramite il bus. Avete qualche iniziativa per le donne? Sì, l’accordo tra il Comune di Milano e l’ordine degli avvocati è stato effettuato prevalentemente per offrire una consulenza legale gratuita alle donne in difficoltà ed infatti l’attività dei legali si concentra maggiormente sul diritto di famiglia e sulle problematiche riguardanti la casa. In futuro, cosa vorrebbe proporre con il suo assessorato alla popolazione? Dei quartieri che crescono e si sviluppano in base alle esigenze dei cittadini tramite un utilizzo maggiore dei consigli di zona, per valorizzare maggiormente le proposte dei cittadini e per rispondere alle esigenze del territorio. Cosa vorrebbe che i cittadini sapessero sul suo operato e su i traguardi che si è prefissato? Il mio grande impegno per rendere le periferie i nuovi poli della vita sociale e culturale della città in modo da riqualificare appieno queste zone. Non crede che nonostante il suo impegno alcuni problemi sociali strutturali, quali l’emergenza casa per i giovani o la solitudine e il bisogno di assistenza degli anziani non possano essere risolti senza la chiamata in soccorso dei privati, agevolando magari con delle leggi o con delle politiche, il loro possibile contributo sociale? Si, credo che questo ulteriore passo sia necessario, magari detassando i padroni di casa che applicano un canone all’inquilino basso o dando agevolazioni a quelle famiglie che vogliono prendersi cura di un anziano, anche se non è un suo parente, e poi ci sarebbero tante altre cose da studiare per promuovere ed agevolare il servizio sociale dei privati ma questo discorso merita un approfondimento adeguato. Barbara Marugo


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Violenza sulle donne, le colpe dei media Bellezze mute e semisvestite, o creature inermi. I mezzi di comunicazione italiani spesso mostrano la donna solo come oggetto del desiderio o vittima. Un’immagine falsata che secondo molti esperti alimenta le violenze maschili. Le cronache italiane riferiscono ogni giorno di donne maltrattate e perseguitate, se non stuprate e uccise. Abusi frequenti soprattutto in famiglia, o nella cerchia dei conoscenti. Quando una donna viene assassinata, il colpevole spesso è un ex marito o ex fidanzato che non si rassegna all’abbandono, o un innamorato respinto. Le aggressioni casuali sono rare, anche se colpiscono la collettività molto di più degli schiaffi e degli insulti tra le mura domestiche. Gli spot antiviolenza sembrano poco efficaci, almeno per ora, contro una mentalità diffusa che giustifica gli abusi: se la moglie ha un carattere forte maltrattarla non è reato, ha sentenziato di recente la Cassazione, suscitando l’ira bipartisan delle nostre parlamentari e in generale delle donne italiane. Spot e foto che mostrano le donne come oggetto peggiorano la situazione. “E’ un messaggio gravissimo, ed è ancora peggiore quando si rivolge ai giovani” dice Gabriella Carnieri Moscatelli, presidente di Telefono Rosa. “Con i giovani noi dovremmo lavorare sulla cul-

tura del rispetto reciproco. Quando vengono mostrate donne trattate peggio delle schiave, questo influenza in maniera determinante l’opinione che un giovane si fa sul modo di rapportarsi con loro”. I dati diffusi nei mesi scorsi dall’associazione rivelano un aumento dei casi di violenza sessuale: “Da un lato significa che le vittime non tacciono più e denunciano - conclude Moscatelli - ma al tempo stesso aumentano proprio gli stupri: siamo di fronte a una società più violenta, specialmente tra i giovani”. Agnese Usai è una giovane avvocatessa che lavora a Padova. Rappresenta la famiglia di Federica Squarise, la 21enne padovana violentata e uccisa due anni fa da un ragazzo uruguayano durante una vacanza in Spagna. Con il collega Massimiliano Stiz ha scritto un documento per sollecitare una rivoluzione culturale contro la violenza di genere. “Gli uomini uccidono le donne perché si sentono legittimati a farlo - recita, in sintesi, un passaggio del testo - perché le considerano solo come merce”. “Ho fatto una proposta provocatoria ma non troppo - racconta Agnese Usai - un garante sulla dignità della donna in televisione. Se in un programma ci sono cinque donne e un uomo, e parla solo lui, passa il messaggio che l’uomo ha il potere e le donne sono solo merce intorno a lui. Persone che hanno come unico modello valoriale la programmazione tv vedranno la donna come un oggetto di cui l’uomo può disporre come vuole, e da cui non può e non deve accettare un rifiuto”. Qualcosa però si muove, e non solo in Italia. Il Consiglio d’Europa di recente ha chiesto ai mezzi di informazione di smetterla con gli stereotipi sessisti: le donne sono rappresentate come madri, vittime e oggetti sessuali - fa notare un documento - gli uomini appaiono invece come personaggi di successo. Un’immagine falsata, secondo i parlamentari dell’organismo europeo, che alimenta la discriminazione e impedisce la parità. Cristina Dagna


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Alla ricerca della vera Oriana Fallaci La giornalista italiana Mary Giuffré, ora a New York, ne ha fatto un ritratto inedito. Un ritratto delicato, unico ed esclusivo di una grande donna del giornalismo italiano ed internazionale: Oriana Fallaci. La giornalista e scrittrice e’ stata raccontata, come non era mai stato fatto fino ad ora, da un’altra giornalista, Mary Giuffre’ che per lo Speciale Tg1, in onda il 24 ottobre scorso su RaiUno, condotto da Monica Maggioni, e visibile oggi sul sito internet di Speciale Tg1, ha tracciato un profilo inedito di Oriana Fallaci, attraverso una toccante intervista alla sorella Paola. Da New York alla Toscana per ripercorrere le tappe della vita di Oriana. Il racconto degli amori e della sofferenza per le gravidanze perse e per la morte di un figlio che ha raccontato in “Lettera ad un bambino mai nato” e che finalmente, attraverso l’intervista, si apprende essere autobiografico. Da Panagulis a Francois Pelou fino ad un amore importante della giornalista, un personaggio che Paola Fallaci definisce: “l’odioso londinese” e per il quale Oriana tento’ il suicidio. La giornalista era sempre stata raccontata come se

fosse il soldataccio del giornalismo, ma attraverso il ritratto televisivo realizzato dalla Giuffre’, si scopre una Oriana Fallaci dolce, sensibile e femminile, una donna diversa da quella che abitualmente descrivono. “Ho lavorato per due anni alla realizzazione dello speciale - dice Mary Giuffre’ raccolgo materiale su Oriana Fallaci da oltre dieci anni. Volevo che finalmente i telespettatori conoscessero un lato inedito di Oriana Fallaci, quello femminile”. Lo Speciale Tg1 e’ diviso in tre grandi blocchi: La carriera, la donna e l’eredita’ piu’ l’intervista a Charlie Rose, grande giornalista americano che fu l’ultimo ad intervistare la Fallaci per il Charlie Rose Show, in onda su Bloomberg Tv. “Paola Fallaci e’ una grande una donna - continua Mary Giuffre’ - e’ una sorella che ha sofferto tanto, prima per la perdita di Oriana e dopo per il cambiamento improvviso di un figlio. Ha un grande carattere, tipico delle donne Fallaci. Posso dire che si tratta di un documentario, fatto dalle donne, con protagoniste donne e per le donne. Monica Maggioni ed Augusto Minzolini mi hanno dato la possibilita’ di far conoscere agli spettatori un’Oriana mai vista prima d’ora. Hanno creduto in questo progetto e ringrazio loro e chi mi ha aiutata in questi anni, ma soprattutto grazie ad Oriana Fallaci”. Barbara Marugo


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Paese mio ti scrivo: lettera aperta da un’iraniana ferita nell’anima La nostra Angiola Bellu ci propone la lettera di una donna Iraniana che colpisce per la sua crudele poesia. L’Iran è una delle bestie nere dell’Occidente. La sua politica estera, la negazione dello stato di Israele - ‘l’Entità sionista’ – la produzione nucleare, gli aiuti al terrorismo internazionale. Oggi, il caso di Sakineh Astiani riporta in primo piano l’altra faccia della bestia: la sua politica interna d’odio verso l’universo femminile. Un regime assolutamente misogino, che in nome dell’Islam reprime sevizia, violenta e , soprattutto, snatura. Sakineh è una vittima del regime iraniano come tante altre. Ci sono almeno altre 14 persone nelle sue stesse condizioni: questo è il regime in vigore in Iran ormai da trent’anni. Il regime non vuole che si sappia cosa succede in Iran, anche se ora un po’ si inizia a vedere. Le donne iraniane che appartengono al ceto medio e medio alto, riescono, con mille difficoltà e divieti, a studiare. E ad essere molto brave. Le statistiche parlano dell’80% di donne laureate, di cui solo il 3% riesce a lavorare: il regime le vuole a casa. Quando lavorano non possono avere ruoli di responsabilità: una donna può fare l’avvocato (delle donne) ma non il giudice. E quando esercita l’attività forense, spesso deve essere disposta a lottare duramente. Nasrin Setudeh è un’avvocata delle donne. È in carcere, e ha cominciato a fare lo sciopero della fame. Certo non è molto conosciuta in Occidente, ma il coraggio di Nasrin, che lotta per un lembo di diritti, è comune a moltissime donne iraniane che hanno avuto la possibilità di studiare. Le donne dei ceti più bassi, invece, non hanno alcun valore che possa ricordare la loro natura ‘umana’. Vengono spesso vendute – per fame dai genitori a uomini molto più grandi. Spesso vengono fatte prostituire dai mariti. Spesso sono lapidate o impiccate perché prostitute. Bahar è un’iraniana che, come tante altre ragazze, è stata arrestata dal regime e porta marchiato a fuoco sulla pelle e nell’anima, l’orrore della misoginia del regime. Questa la sua lettera dalla Germania: Ba-

har ce l’ha fatta. O forse no. “Il mio nome è Bahar (il significato di Bahar è primavera in persiano). E’ primavera e vi scrivo di fiori, ma con petali di fiori sparsi. Vi scrivo dei germogli verdi, ma i germogli schiacciati che sono stati calpestati dall’odio, un odio da traditori verso la bellezza e coloro che cercano giustizia. Vi scrivo di coloro che non sono veri uomini. Il mio nome è Bahareh Maghami e ho 28 anni. Non c’è più nulla che resti di me, quindi non ho più motivo di nascondere la mia identità. Ho perso tutte le persone importanti per me. Ho perso parenti, amici, vicini, compagni, colleghi. Ho perso tutto. Coloro che pretendono di essere uomini mi hanno rubato tutto ingiustamente. Hanno rubato la mia vita. Ora che ho lasciato il paese, voglio condividere il mio dolore con qualcuno, anche se solo una volta. Vorrei chiedere agli altri amici che hanno avuto un simile doloroso destino di scrivere anche su di esso: devono scrivere quello che è successo a loro. Anche se temono la loro vita o la perdita della loro dignità potrebbero utilizzare pseudonimi...Devono scrivere in modo che la prossima generazione che vivrà in un Iran libero comprenda il prezzo pagato per la sua libertà, in modo che sia a conoscenza di quante vite sono state distrutte e quante speranze sono svanite. Devono sapere di schiene rotte e ginocchia piegate. Quando mio padre scoprì cos’era successo al suo Paese e ai suoi figli, la sua schiena si ruppe e lui fu ridotto in pezzi. Mia madre è invecchiata di un centinaio di anni da un giorno all’altro. Io ancora non sono stata in grado di guardare negli occhi mio fratello e lui non mi guarda neanche. Lui non vuole che io soffra più di quanto ho già fatto. Gli hanno portato via la virilità…Per gli uomini [falsi], la dignità, la nobiltà e la castità non hanno alcun significato. Ero un’insegnante di prima elementare. Insegnavo ai bambini del nostro paese come leggere e scrivere. Stavo insegnando loro [come si scrive] “Papà ha portato l’acqua”, “L’uomo viene”, “L’uomo porta il pane.” Per me l’immagine di un uomo era il gentile capofamiglia. Io aspettavo che arrivasse. E ora che l’immagine è cambiata. Lui è arrabbiato e accecato dal suo desiderio. Io non riesco a liberarmi del suo odore di sudore infetto. Ho sempre paura che lui torni.. La nostra casa era a Kargar Shomali Street. Ero alla moschea Ghoba con mio fratello, quando sono stata arrestata. Mi hanno picchiata, mi hanno portato via e poi mi hanno distrutta. Come il nostro antico poeta Hafez ha detto: “Hanno fatto quello che hanno fatto i mongoli!” [Riferendosi all’invasione mongola dell’Iran]…Ero abituata ad essere la Primavera, e ora sono morta. Sono un grano di papavero schiacciato. Vorrei chiedere a coloro che leggono questa lettera e che conoscono qualcuno che è una vittima di stupro di mostrare maggiore


PROGETTO DONNA gentilezza e simpatia verso di loro. Il problema è che nella nostra cultura, lo stupro non è solo un colpo ad una persona, è un duro colpo per tutta la famiglia. Una vittima di stupro non è mai guarita con il passare del tempo. Con ogni sguardo dato da un padre, le ferite si aprono di nuovo. Il suo cuore si spezza di nuovo con ogni goccia di lacrime di sua madre. Parenti, amici, vicini e chiunque altro taglia i rapporti con loro…Abbiamo lasciato tutto alle spalle e siamo immigrati [in Germania]. Alla loro età, i miei genitori sono diventati rifugiati in un campo. Posso facilmente dire che le ferite culturali sono stati molto più difficili da trattare rispetto a quelle fisiche. Molte persone sorridono quando sentono parlare di stupro. Giuro che non c’è nulla di divertente nello stupro. Si tratta della sofferenza di una famiglia semplice. Si tratta di una giovane ragazza o ragazzo che perde la sua dignità. Rompere la dignità dell’amore non è divertente….Quelli che mi hanno violentata hanno riso. Erano in tre. Tutti e tre erano sporchi e ciascuno di loro aveva la barba. Avevano un linguaggio terribile e bocche oscene. Le loro parole erano dirette alla maledizione di tutta la mia famiglia. Anche se hanno visto ero vergine,

Dalla fine del 2008 la Polizia Locale di Milano si è dotata del Nucleo Tutela Donne e Minori, nell’ambito delle unità specialistiche che puntano ad incrementare l’offerta di prevenzione e sicurezza per la cittadinanza milanese. Nato per volontà del comandante Tullio Mastrangelo (all’epoca responsabile del Presidio del Territorio), il Nucleo ha gli uffici in zona C.so Lodi ed è costituito da 10 agenti coordinati da 1 commissario aggiunto di P.L. Essi sono chiamati a supportare gli operatori della Polizia Locale di Milano che , nell’ambito dei propri interventi, si imbattono in casi si maltrattamenti e/o situazioni anomale che riguardano minori e donne. Tutto quanto al fine di agevolarli nell’eventuale espletamento di accertamenti ed ulteriori indagini necessarie per la raccolta di elementi utili al perseguimento dei responsabili di reati che venissero individuati o per evitare che questi vengano portati ad ulteriori conseguenze. Il Nucleo intesse rapporti di collaborazione proficua con una rete composta da ospedali, altre forze dell’ordine, psicologi, servizi sociali e associazioni orientate alla lotta alla violenza sulle fasce deboli. Fra tutti spicca il Tribunale ordinario ed il Tribunale dei minori, il Servizio di violenza sessuale e domestica della Clinica Mangiagalli (in virtù di un apposito protocollo d’intervento), il Soccorso Rosa dell’Ospedale San Carlo, il Telefono Azzurro e l’Unità Multidisciplinare Integrata del Comune di Milano che realizza interventi socio-educativi e di recupero

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mi hanno accusato di essere una puttana e mi ha costretto a firmare una dichiarazione di essere una prostituta. Non mi vergogno a dirlo più. Non solo non mi vergogno, sono anche orgoglioso di dirlo: mi hanno chiamato puttana. Hanno detto: “Firma questa puttana!” Ho detto loro che ero un insegnante e non avrei firmato. Hanno detto che avevano tre testimoni che mi avevano visto dormire con tre persone una notte. Ho detto loro che avevano 30 testimoni che possono confermare che io ero un’ insegnante, e che se mi succede qualcosa in carcere, sarebbe stata colpa loro. Hanno riso e detto: “Beh, non è così male per te. Il tuo stipendio oggi è cresciuto! “ Con il mio corpo senza vita che giaceva sul pavimento della mia cella, ho spesso sentito le loro voci nelle celle vicine che mostravano loro fottuta virilità. Chiedo a tutte le persone che hanno sofferto come me di scrivere”. Bahareh Maghami, Aprile 2010, Germania

per prevenire e contrastare il fenomeno della dipendenza da droga, alcool e prostituzione da strada, per le implicazioni legate appunto alla violenza alla persona ed allo sfruttamento sessuale. Non si deve trascurare che a livello provinciale – secondo quanto emerge dall’ Osservatorio permanente sulla violenza alle donne della Provincia di Milano - i centri antiviolenza hanno accolto, nel 2009, oltre 2.000 richieste di aiuto: il 60% da parte di donne italiane, il 90% di queste per casi di violenza compiuti da familiari o da una persona di fiducia. In Lombardia le richieste sono ammontate a 3.072, oltre 2.200 presentate da italiane. Dal punto di vista giudiziario il Nucleo fa riferimento al dott. Forno, procuratore

aggiunto del Tribunale di Milano e per questo l’area di intervento non coincide con la sola città di Milano , ma ricomprende anche tutta provincia di Milano. L’ambito di intervento tipicamente penale spazia dalle fattispecie dei delitti contro l’assistenza familiare puniti a partire dall’ articolo 570 c.p. in poi (Violazione degli obblighi di assistenza familiare, Abuso dei mezzi di correzione o di disciplina, Maltrattamenti in famiglia o verso i fanciulli, Sottrazione di persone incapaci ). Il Nucleo T.D.M. assume valide ragion d’essere considerando che il fenomeno della violenza in strada è più controllato e controllabile, mentre quello tra le mura domestiche è ancora più problematico da individuare. Milano rimane in testa, in Italia, per numero di denunce di violenza di questo tipo ma questo triste primato porta in sé anche una valenza positiva in quanto il dato statistico emerge solo con la denuncia, mancando ulteriori strumenti affinché il fenomeno appartenente alla sfera domestica, possa venire fuori e venire raccontato. E forse, il citato andamento “positivo” potrebbe essere imputato ad iniziative come quella qui analizzata, in quanto la diffusione e la pubblicizzazione dei servizi di indagine e supporto, aggiunta alla consapevolezza di ottenere garanzie e tutele in caso di denuncia infondono la necessaria fiducia di ottenere ristoro e affrancamento dalle aggressività e maltrattamenti familiari. Giuseppe Falanga


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Donne pensanti website: la rivoluzione rosa parte dalla rete Chiacchierata con la famosa blogger Francesca Sanzio E’ una blogger famosa, è mamma, ma soprattutto una “donna pensante”. Francesca Sanzo di www.panzallaria.com ci presenta la neonata associazione Donne pensanti, con un sottotitolo da evidenziare: Resistenza attiva 2.0 perché le donne con il cervello devono si devono unire, come i carbonari all’epoca della lotta per l’indipendenza italiana. L’associazione è stata fondata il 14 ottobre scorso e fa del Web il suo centro. Chissà, si potrebbe pensare di fare qualcosa insieme, noi di Happy Woman e le Donne Pensanti. Intanto conosciamo Francesca e l’associazione. Innanzitutto, Francesca Sanzo, si presenti... Ho 37 anni, vivo a Bologna con un compagno e una figlia di 4 anni. Sono laureata in Lettere con specializzazione post lauream in Informatica Umanistica, mi occupo di comunicazione web. Da 5 anni ho un blog personale che ha una discreta visibilità e da cui è stato tratto anche uno spettacolo teatrale e grazie alla mia presenza sul web ho creato una bella e proficua rete di persone con cui discutere e riflettere su tante cose, in particolare sulla situazione culturale e civile del nostro Paese. Com’è nata l’idea di Donne Pensanti? I fatti della primavera 2009 che riguardavano il Premier e le feste in cui moltissime donne erano invitate per incorniciare il potere hanno dato il la a riflessioni che maturavo da tempo, soprattutto da quando sono genitore e mi sento una grande responsabilità civile nei confronti di mia figlia. Perché l’unico modello che ha la meglio in Italia delle donne è quello mercificato e di corpo strumentalizzato da e per il potere? Mi sono resa conto che molte donne erano profondamente indignate e ho voluto usare la credibilità e visibilità conquistata in Rete, unendola alle competenze sul mezzo, per creare un luogo virtuale dove proporre alternative e pensare ad eventi e progetti che uscissero dalla rete e influissero sul reale. Per questo è nato Donne Pensanti, un progetto in continua evoluzione che dal 14 ottobre 2010 è un’associazione di promozione sociale con sede a Bologna e circoli territoriali che si stanno formando in tutta Italia. Quali sono i passi perché davvero le donne abbiano voce e peso in politica e nella società? Il primo passo è psicologico e riguarda le donne: bisogna che smettiamo di sentirci sempre inadeguate a dire, affermare, testimoniare e proporre. Cominciamo a non vergognarci più, con il datore di lavoro, della maternità, coinvolgiamo gli uomini e facciamo loro capire che i problemi che riguardano la questione femminile riguardano anche loro e che la conciliazione, quella reale, è qualcosa di molto pratico che offre benefici a tutti. Bisogna poi compiere un passo istituzionale, per ciò per noi è stato fondamentale trasformarci in associazione, per accreditarci nei confronti delle istituzioni. Ma le Istituzioni, al loro interno, la politica, dovrebbero cominciare a mettere veramente in agenda la questione femminile, troppo spesso derubricata a favore di problemi considerati più gravi. Secondo me invece quello delle pari opportunità è un problema davvero trasversale e che tocca ogni ambito e la sua soluzione porterebbe alla soluzione di altri ambiti, in una sorta di effetto domino. Per avere voce le donne devono unirsi, si deve creare un movimento che non prescinda dalle tante specificità ma le faccia emergere tutte, che dia forza ad ognuno valorizzando il lavoro di ognuna in un ambito specifico ma remando tutte insieme. Poi bisogna allearsi con gli uomini: sono loro che devono smettere di

lavarsi le mani di questioni che li riguardano e farsene un po’ carico. Un altro tema molto in voga è quello dell’immagine che i media e la pubblicità diffondono sulle donna. E’ davvero un problema o le questioni cruciali sono altre? L’immaginario collettivo si basa tantissimo su ciò che gli fa da sfondo e i Media generano spesso lo sfondo, il contesto. Per ciò se la donna viene rappresentata sempre in un unico modo, svilente, come oggetto, in maniera sottile ma pervasiva quel modello sarà l’unica proposta che facciamo a noi stessi e ai nostri figli. I problemi cruciali forse sono altri ma questo è lo sfondo e se non riflettiamo criticamente sullo sfondo, smettiamo di vederlo e non riusciamo più a staccarci da esso e a proporre alternative. Le immagini proposte da Media e pubblicità, se non smontate criticamente dalla collettività diventano carta moschicida e ingabbiano la donna. Se riusciamo a fare emergere modelli alternativi, forse svilupperemo anticorpi e allora davvero saranno un problema marginale. Come blogger racconta anche di problematiche relative alla famiglia e all’infanzia. Pochi e mal gestiti i fondi per aiuti alla donna che ha figli e lavora. Quali i provvedimenti che bisognerebbe prendere? E’ davanti agli occhi di tutti come scuola, cultura e servizi sociali vengano ogni giorno impoveriti di risorse e potenzialità, quando invece sono la base su cui dovrebbe crescere tutto il resto. Fare alla scuola quello che stiamo facendo in Italia equivale a non innaffiare più una bellissima pianta: rimarrà bella per un po’ ma poi appassirà. Sul mio blog Panzallaria, da sempre virato alla comicità, ho scelto di affrontare questi problemi, le tante notizie che arrivano dai giornali e che a volte mi fanno sentire una extraterrestre, con quella che chiamo la mia “battaglia ironica”. Scrivo fanta post che sono fantasticherie futuribili che spero inneschino sia la risata ma anche la riflessione. Per quanto riguarda i provvedimenti a favore delle lavoratrici, non so quali provvedimenti prendere, con Stefania Boleso, molto attiva sul tema e Manuela Cervetti di Mamme Acrobate stiamo provando a elaborare qualche proposta e raccogliamo spunti e riflessioni per creare un documento condiviso da sottoporre alle Istituzioni su senzadonne.wordpress.com Un tentativo di progettazione partecipata che parta dalle esperienze di chi discriminazioni e problemi di conciliazione li vive sulla sua pelle. Esistono tante associazioni e fondazioni, come la vostra e la nostra, ma ci si lamenta che le donne non fanno squadra, come mai? Che le donne non facciano squadra mi sembra spesso un luogo comune. Di certo le donne sono ancestralmente abituate a dover cercare di emergere sulle altre per aggiudicarsi “il maschio alfa” e questo è sempre un problema che si riverbera in moltissime situazioni (anche in assenza di maschi alfa ;-)) E’ vero che esistono tantissime realtà e secondo me un modo per creare un movimento vero c’è: ogni realtà deve continuare ad operare su quello che fa meglio, dando visibilità e supportando le altre associazioni, progetti su quelle che sono le loro specificità. Siamo tutte sulla stessa barca. Quello che cerco sempre di ripetere quando mi propongono di imbarcarmi in un nuovo progetto è che non occorre sempre fare qualcosa di nuovo e originale, che è importante rendersi conto se non esista già qualcosa di analogo ed eventualmente promuovere e supportare quello. Se creiamo sempre nuove idee perché ci piace mettere al mondo qualcosa di nostro rischiamo di disperderci. Concentriamo le energie solo su alcuni temi e lasciamo spazio alle altre, agli altri, su altri, promuovendoli. Così e solo così potrà nascere un movimento rispettoso delle singole specificità. Quali sono i primi obiettivi di Donne Pensanti? Promuovere alternative con narr-azioni sia verbali che video che diano voce alle tante donne che compongono la molteplicità; dialogare con i più giovani, nelle scuole, per una riflessione collettiva sugli stereotipi di genere e per fornire qualche strumento critico nell’uso dei Media; riportare il senso di una politica partecipata (e non istituzionale) tra le persone, nelle osterie, nei luoghi non normalmente deputati; coinvolgere chi non si rende nemmeno conto che il problema esista e non frequenta la rete. Il sito: www.donnepensanti.net La community: donnepensanti.ning.com


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Sabrina Negri a teatro: è un ragazzo che soffre di bulimia La conosciamo come spumeggiante ospite di talk show televisivi, graffiante opinionista dalle idee trasversali, ex moglie di un ministro ed anche versatile attrice. Sabina Negri è la protagonista del monologo teatrale “Come se non fossi mai morto”, ispirato al diario omonimo scritto da Filippo Corvi. Si affronta un tema delicato, spesso collegato al mondo femminile, anche se non è così: l’esperienza di un ragazzo affetto da bulimia. L’autore, Riccardo Luraschi, scava nell’anima piagata del protagonista, nel suo rapporto tormentato con la madre, nel suo senso di solitudine. Sabina, cosa è per lei il teatro e quale parte di lei tira fuori in palcoscenico? La premessa è che io inizio la mia carriera teatrale come autrice con l’intento di restituire allo spettatore uno spaccato della società contemporanea. Sul palcoscenico i miei personaggi prendono vita e danno, direttamente o indirettamente delle risposte, su temi attuali. A volte mi servo di personaggi del passato per arrivare al presente, altre volte parto dalla realtà attuale. Lei ha anche calcato la scena interpretando, personalmente, un’ industriale lombarda che tradiva il marito con un giovane ragazzo? La commedia era “ Ho perso la faccia” con Carlo Delle Piane e Erica Blanc e il regista, Renato Giordano, mi ha voluta in questo ruolo. E’ stata un’ esperienza emozionante e divertente, avendo scritto io la drammaturgia conoscevo bene la donna che portavo in scena e questo mi ha, indubbiamente, facilitata. Ora però si è trovata a vestire i panni di un ragazzo bulimico? Nel monologo teatrale “Come se non fossi mai morto”, ispirato al diario omonimo scritto da Filippo Corvi, che ha per oggetto l’esperienza di un giovane affetto da bulimia, disturbo alimentare caratterizzato dall’assunzione smodata di cibo.

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Anche questo lavoro porta la sua firma? No, è stato scritto da Riccardo Luraschi, che ha saputo scavare nell’anima piagata del protagonista, nel suo rapporto tormentato con la madre, nel suo senso di solitudine. Perché è da queste ferite che nasce, come una risposta sbagliata che è anche sintomo, la sindrome bulimica. Il ruolo che interpreta è drammatico, il pubblico ha prevalentemente un’ idea di lei spumeggiante e positiva. E’ stato difficile entrare in questo personaggio? Quando mi è stato proposto sono rimasta perplessa, anch’ io ero abituata a restituire al mio pubblico un’ immagine più brillante, ma ho capito che potevo farcela quando ho letto questo lavoro perché si snoda fra crisi violente, propositi di riscatto, nuove cadute, disperate richieste d’aiuto, fino a una progressiva presa di coscienza di sé e del mondo, unica vera “medicina” contro la malattia e presupposto per il recupero di un fecondo rapporto con la madre e con tutta la realtà. Come si è sentita nel ruolo di Filippo? Non è solo un ruolo, è anche una realtà che mi appartiene e che,in forma diversa, può far parte di ognuno di noi. E’ un monologo duro, quasi spietato, perché spietata è l’analisi che compie il protagonista su se stesso, deciso a cercare la sua “verità”. Lei è stata scelta anche per la sua capacità di trasformarsi. Ma Sabina Negri in che cosa non si potrebbe mai trasformare? In quello che non sento vicino a livello emozionale: la femmina. Sono una donna non una femmina e quando ho letto il libro/diario di Filippo Corvi ho capito che davanti ad una patologia come questa non si deve focalizzare l’ interesse sul sesso, né sull’ età: di fronte al disagio psicologico e fisico non esistono diversità. Bulimia e anoressia sono problemi che spesso vengono associati al mondo femminile ma è venuto ormai alla luce che molte volte non è così…. Infatti, in questo caso è un ragazzo a soffrirne. Lei, che vive nel mondo dello spettacolo e sembra essere anche una donna pratica, pensa che i media abbiano una responsabilità sul modello diffuso agli adolescenti? Certo, ma non voglio addentrarmi in discorsi triti e ritriti. Giornali e televisioni non fanno altro che sottolineare questi aspetti, salvo poi promuoverli come una realtà che ti fa integrare in una società. Se è necessario ribadirlo lo faccio: questi esempi sono deleteri e fanno comodo ad un certo tipo di mercato, finché questo non entrerà nella coscienza individuale sarà difficile correre ai ripari. C’ è uno spettacolo in scena che consiglia ai nostri lettori? “Il guardiano” di Harold Pinter, con la regia di Lorenzo Loris, dal 15 Novembre al Teatro Out Off di Milano. Questa pièce è illuminante nel restituirci la necessità di costruire, nelle nostre società, un senso di comunità e condivisione fra le persone in modo da favorire una sintesi viva fra vita pubblica e vita privata dove la coscienza politica non rimanga una teoria ma sia parte integrante della società. Barbara Marugo


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Vai alla voce misoginia: dagli anni ’70 ad oggi La scrittrice e fotografa Giovanna Nuvoletti ci racconta i tempi in cui era una battaglia da combattere “In quegli anni tutti facevano tutto, sperimentavano e volevano cambiare le cose.” Giovanna Nuvoletti ci racconta come erano quegli anni ’70 che ha vissuto sulla sua pelle: il femminismo, le speranze, le battaglie, le conquiste sociali e l’odio verso quei polverosi paradigmi borghesi da spazzare via. Begli anni e brutti anni ma vivi e intensi. Come donna le chiediamo il perché delle difficoltà di allora e di oggi o forse di sempre. “Io, quella cosa che rende così pesante la condizione delle donne in molti paesi del mondo, non la chiamo maschilismo, ma misoginia – dice la Nuvoletti - Non è l’affermazione della superiorità dell’uomo, ma l’odio per il genere femminile. Un uomo può esserne esente, una donna gravemente affetta.” Questa parola spiazza perché non la sentiamo pronunciare quasi mai da nessuno: ne negli ambienti “Intellettuali”, ne dai borghesi insicuri di oggi, ne dalla gente nei bar o sul lavoro. Ma cos’è questa parola desueta? “ La misoginia è una struttura culturale. Una potente e spesso silenziosa ideologia. “ Non esiste da sempre, non è un dato di natura. Nel mondo naturale i rapporti maschio/femmina sono i più diversi, e leggervi una prevalenza del maschio è quasi sempre antiscientifico – anche un po’ allucinatorio. Una specie animale che trattasse le proprie femmine come i talebani trattano le donne si sarebbe già estinta da un pezzo.” Giovanna afferma di essere stata sempre poco attratta dal femminismo europeo ma di avere provato grande interesse per quello americano che vede nello studio dell’evoluzionismo animale la chiave di lettura della nostra specie ”Nel mondo animale non c’è soltanto l’emulazione ma l’insegnamento, la coscienza più o meno sviluppata di sé, e la tradizione orale, tutte cose che noi non vogliamo approfondire perché arroganti” Quindi, ci sarebbe da imparare eccome dagli animali, sopratutto nelle relazioni tra femmine e maschi “Nella prima parte della storia dell’umanità

nell’archeologia, per un bel po’ di millenni, non si rintracciano prove di persecuzione delle donne. Poi arrivano le grandi civiltà misogine, che divinizzano il maschio e umiliano la femmina. La misoginia è il punto chiave di molte e diverse strutture di potere. Più totalitario è il potere, peggiore la condizione femminile. I paesi più democratici, più liberi, più rispettosi della natura umana sono quelli dove c’è una effettiva parità di diritti e di dignità tra l’uomo e la donna. Sono anche i più ricchi, perché liberare i talenti femminili, oltre a rendere tutti più felici, rende soprattutto sul piano economico.”A queste dichiarazioni si potrebbe obiettare che la specie umana ha comunque costruito: in architettura, in produzione letteraria, in scoperte medico-scientifiche e cosa più importante si è moltiplicata a dismisura (Si pensa che il pianeta toccherà presto i dodici miliardi di persone). La nostra pensatrice scomoda sorride “ Non voglio criticare, l’inquinamento dell’ambiente, l’aumento dei tumori, le guerre o il cibo geneticamente modificato ma per un momeno pensiamo a una cosa: quali sono gli animali che continuano a riprodursi a prescindere dalla disponibilità al cibo? I virus! che si moltiplicano esponenzialmente fino a che non ci sono più risorse. Dopo di che, tutti, muoiono di colpo!” Beh direi che questa considerazione ghiaccia il sangue, ma cosa c’entrano le donne con questa apocalisse? ”Intanto proviamo a ricostruire un equilibrio naturale tra maschile e femminile e per farlo, partiamo innanzi tutto da noi stessi. Consiglio sempre ai miei interlocutori – e a me stessa – di guardare in faccia quel po’ di misoginia che abita in ciascuno di noi. Solo ciò che questa parola significa chiaramente, riusciremo a liberarcene. Nessuno è immune dalla misoginia, ma chiunque può diventare in grado di viverne senza.” Barbara Marugo


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