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Handkerchief No. 1

Il "codice del fazzoletto" Handkerchief Code — chiamato anche Hanky Code o Bandana Code — è un sistema utilizzato nelle comunità gay dagli anni Settanta, in Europa e Stati Uniti, per segnalare agli altri la propria

disponibilità e preferenza sessuale, tramite un fazzoletto collocato nella tasca posteriore dei pantaloni. Il codice cromatico viene impiegato in tutti i numeri della rivista, stampata in due colori.

Al nero viene accostata una seconda tinta, scelta in base al tema trattato nel numero. L’arancione indica “anything anytime”, ma anche “nothing now”, in un gioco di presenza e assenza.

E se poi scopri che tuo figlio è eterosessuale? Come vivresti con una maschera sempre addosso? Conosci la lucertola whiptail del New Mexico? Riusciresti a stare per un anno in un recinto un metro per un metro? Stai comodo dentro il tuo armadio? Anche tu eri un campione a nascondino? Sei proprio sicuro sicuro di essere un vero eterosessuale? Progetto realizzato presso ISIA Urbino www.isiaurbino.net

Biennio Specialistico in Comunicazione e Design per l'Editoria

Corso di Progettazione Grafica, docente Mauro V. Bubbico


4'33'' Era il 1952, si era appena usciti dal secondo conflitto mondiale e parlare di omosessualità era ancora un argomento per gente coraggiosa che sfidava i taboo del dopoguerra…

Gli arrusi Quante volte, da bambini, ci è capitato di giocare a nascondino? Capita molto spesso anche da adulti: pur di sentirsi socialmente accettati, molti di noi sono disposti a indossare una maschera…

Gone to the Dogs Nato dalla visione di otto fotografi, il lavoro del Collettivo Domino ha riportato alla luce la storia degli omosessuali confinati nelle isole Tremiti durante il Fascismo.

No. 1 SULL'ASSENZA La diversità come elemento di disturbo e vergogna: storie di identità nascoste e di repressione. Un numero per provare a raccontare il silenzio di chi ha paura di essere se stesso.


Handkerchief No. 1

Sull’assenza: reprimere la diversità

4’33’’ — IL SILENZIO NELL’OMOSESSUALITÀ DI JOHN CAGE

Era il 1952, si era appena usciti dal secondo conflitto mondiale e parlare di omosessualità era ancora un argomento per gente coraggiosa che sfidava i taboo del dopoguerra. Quelli che ci provavano venivano denunciati per offesa alla morale pubblica, perseguitati e minacciati nel mondo della cultura, dell’università, del cinema e del teatro. Attivisti, anarchici e omosessuali stavano aspettando quel Sessantotto che avrebbe istituito associazioni, movimenti e discussioni contro le discriminazioni.

si consiglia l’ascolto di "Thirteen Harmonies" (1985) di John Cage durante la lettura.

4’33’’ — Il silenzio nell’omosessualità di John Cage

Sempre in quell’anno, in una serata estiva nei pressi di Woodstock — che diventerà celebre per il suo festival hippie nel 1969 — David Tudor si apprestava ad eseguire uno dei brani che avrebbe scosso la critica della musica contemporanea da lì a cinquant’anni, portando l’autore del pezzo in cima alle discussioni sulla musica sperimentale: 4’33’’ di John Cage. Per l’intera durata dell’esecuzione, Tudor rimane seduto davanti al suo pianoforte, osserva un cronometro e sfoglia uno spartito privo di note. Dopo 4 minuti e 33 secondi, il pianista si alza e fa un inchino per ricevere l’applauso del pubblico. In quel contesto di repressione dei diritti omosessuali, Cage aveva deciso di esprimersi con il silenzio per la prima volta nella sua carriera da compositore: le sonate fino a prima composte erano accompagnamenti ad opere teatrali, balletti e brani carichi di espressività musicale.

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Cosa aveva spinto Cage a fare un passo oltre le tradizionali composizioni da pianoforte per approdare al silenzio? Il musicologo statunitense Philip Gentry interpreta 4’33’’ come un’appropriazione o un’espressione del silenzio al quale erano costretti gli omosessuali durante la repressione del maccartismo, quando i gay che lavoravano per le istituzioni venivano regolarmente licenziati. Quello che sappiamo per certo di 4’33’’ è che Cage voleva indurre il pubblico ad un


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Sull’assenza: reprimere la diversità

4’33’’ — Il silenzio nell’omosessualità di John Cage

ascolto più profondo del brano, dove a parlare non sono le note orchestrate di una sinfonia, ma i suoni prodotti nello spazio d'esecuzione.

John Cage naque nel 1912 a Los Angeles. Figlio di un inventore, sperimentò con diversi strumenti come il pianoforte preparato, il registratore a nastro e le radio. Lavorò sempre con il principio di indeterminazione tramite l'utilizzo di diversi dispositivi per garantire la casualità del suono ed eliminare il gusto personale dell’esecutore. Attraverso le sue insolite idee, John Cage influenzò profondamente artisti, coreografi, pittori e musicisti del ventesimo secolo.

Erano gli inizi degli anni Trenta e John Cage aveva appena abbandonato la pittura per dedicarsi interamente alla musica, seguendo le opere del compositore austriaco Arnold Schoenberg. È il periodo in cui l’artista sperimenta la propria omosessualità, intrattiene relazioni più o meno lunghe con diversi uomini. Cage, con il suo talento e il suo bell’aspetto, attirava la simpatia di diversi personaggi: lo studente Allen Sample, il portavoce del movimento per i diritti degli omosessuali Harry Hay, il compositore Virgil Thomson, l’architetto Philip Johnson. Tuttavia, sebbene Cage fosse ancora coinvolto in una di queste relazioni, il 1935 segnava il suo ingresso nel mondo eterosessuale, sancito dal matrimonio con Xenia Kashevaroff. Pochi anni dopo Cage fuggiva a New York con il coreografo Merce Cunningham con il quale instaurerà un sodalizio sentimentale e professionale per tutta la vita.

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I titoli attribuiti da Cage durante questa unione con Cunningham sembrano riflettere in modo evidente il suo coinvolgimento con il ballerino: Amores; Perilous Night; A Valentine out of Season; Mysterious Adventure. Il suo tema di Unhappy Love mappa l’ultimo tratto di una vita eterosessuale, il risultato di un ritorno ad un’esistenza totalmente omosessuale. John Cage, che aveva accettato la propria omosessualità serenamente, non ne aveva mai fatto parola e quando gli si chiedeva quale fosse la natura del suo rapporto con Cunningham lui rispondeva: “Io cucino e Merce lava i piatti”. Essere gay in una cultura omofobica significava realizzare a forza che il dialogo non era necessariamente espressione, ma che difatti poteva essere esattamente l’opposto: dissimulazione, camouflage, assenza.


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Sull’assenza: reprimere la diversità

L'Italia non ha mai avuto leggi prettamente omofobiche, al contrario di Francia, Inghilterra e Germania, paesi in cui sono state abolite solo tra gli anni Sessanta e Settanta. Tuttavia all'Università Tuscia di Viterbo sono state curate ricerche volte ad approfondire la repressione subita dagli omosessuali, anche dopo il Ventennio fascista, e da cui si evince che erano comunque diffuse forme di controllo esercitate da parte delle forze di polizia sulla vita privata dei cittadini “sospettatidi avere inclinazioni omosessuali”. In particolare alcuni documenti tratti da circolari del Ministero degli Interni lasciano intendere che i controlli di polizia (11mila tra il 1952 e il 1965) servissero da "deterrente" al fenomeno omosessuale in epoca democratica.

GLI ARRUSI — STORIA DI OMOSESSUALI CONFINATI

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numero di arresti ordinati per provincia e anno

Gli arrusi — storia di omosessuali confinati

Quante volte, da bambini, ci è capitato di giocare a nascondino? Capita molto spesso anche da adulti: pur di sentirsi socialmente accettati, molti di noi sono disposti a indossare una maschera, a nascondersi e a occultare parti di sé, in particolar modo quelle relative alla sfera affettiva e sessuale. Omosessualità, bisessualità, transessualità... sono solo alcune delle molteplici sfaccettature della sessualità; ma spesso si tende a confonderle e a rifiutarle, come conseguenza del non conoscerle. Il non sentirsi socialmente accettabili, il non rientrare nella “norma” pone spesso gli omosessuali dinanzi ad un bivio: manifestarsi o nascondersi. Sono in molti a non fare coming out, alle volte neppure con se stessi. Al contrario, vi sono spesso persone che occultano e reprimono attivamente il proprio io: sono ad esempio gli effetti di una dolorosa omofobia interiorizzata. Succede allora che l’identità di una persona si frammenti, si laceri, con conseguenze psicologiche anche gravi. Non è di omosessualità che ci si ammala, ma di stigma sociale e omofobia. Ciò che avviene, ma spesso non si vede, è che una parte dell’identità di molti individui viene ad assentarsi di fronte agli altri. A impedire a molte persone di rivelarsi a sé stessi e agli altri sono le pressioni di una società incapace di dare spazio alla diversità. La realtà, infatti, nella sua complessità, sfugge ad ogni tentativo di generalizzazione e incasellamento. Mario Mieli, figura primaria del pioneristico movimento omosessuale


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Sull’assenza: reprimere la diversità

italiano “Fuori!” formatosi nel 1971, scrive: “Al di là di ogni luogo comune, un maschione può essere checca, un figurino esile e raffinato accanito donnaiolo, una fanciulla candida può essere lesbica, una robusta istruttrice tedesca perdutamente etero. Così va il mondo”. Giovanni Dall’Orto, fra i maggiori studiosi di storia omosessuale in Italia, evidenzia come a rimanere nascoste non sono solo le vite dei singoli individui, ma a volte anche quella storia collettiva che li vede protagonisti. Ad esempio, assai di rado si legge delle operazioni di tipo repressivo condotte in Italia contro gli omosessuali durante il Ventennio fascista. Una vicenda poco analizzata, forse deliberatamente taciuta, un argomento scomodo o ritenuto marginale rispetto alle storie della Resistenza e dell’antifascismo. Come scrive sempre Dall’Orto “Soltanto romanzieri e registi avevano osato affrontare l’argomento, come ad esempio Piero Chiara ne Il Balordo o Ettore Scola nell’indimenticabile Una giornata particolare". Emblematica la storia di Catania, dove il questore Molina ordina rastrellamenti e arresti nei confronti di quei pederasti o “arrusi”, come vengono chiamati, sospettati di omosessualità. Cinema e sale da ballo costituiscono in questo contesto luoghi di incontro di una socialità riconosciuta ma al tempo

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Gli arrusi — storia di omosessuali confinati

stesso clandestina: “Filippo, Salvatore e gli altri si portano addosso una sessualità segreta [...]. Vivono la loro vita affettiva e sessuale di nascosto, ritagliando spazi fra i cannoli della domenica dopo la messa, e le pause delle giornate di lavoro. Ma soprattutto aspettando la sera. Di sera, o anche di notte, si esce, si arriva dove si è riconosciuti, accettati. Ammirati, perfino”. Filippo e Salvatore sono gli stessi che, come tanti altri, vengono reclusi sull’isola di San Domino, nelle Tremiti. In un contesto storico che fa capo a ideali di mascolinità eroica e di purezza della stirpe, non vi è posto per il disordine morale e sessuale dei pederasti, peraltro un ostacolo alle politiche di crescita demografica. Non solo a Catania ma in tutta Italia si riscontrano azioni di polizia come la diffida, l’ammonizione e il confino. Uno degli aspetti più originali della repressione italiana è il mancato riconoscimento dell’omosessualità in quanto tale: le accuse impiegate per ammonire e mandare gli omosessuali al confino sono quelle di “pederastia” o più vaghe, come quella di “portare nocumento agli interessi nazionali”, come si legge sul Testo Unico delle leggi di pubblica sicurezza del 1931. Molti omosessuali finiscono al confino come “confinati politici”. Non si vuole ammettere il problema dell’omosessualità, si vuole far credere che non siano necessarie misure repressive: “In Italia sono tutti maschi” è la frase che viene attribuita al Duce e che esclude l’esistenza stessa degli omosessuali,


cognome: Ghisari

professione: ebanista

baffi: —

labbro: ampio

nome: Giovanni

iride: arancio

capelli: lunghi

orecchio destro: ovale, lobo a golfo

nato a: Catania

pigmento: bruno

statura: bassa

fronte: concava

il: 27-06-1920

sangue: roseo

viso: rettangolare

mandibola: larga

paternitĂ : Sebastiano

sopracciglia: colte

naso: rettilineo

contrassegni —


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Sull’assenza: reprimere la diversità

concepiti come dei non-uomini. Secondo l’ideologia fascista gli uomini italiani non possono che essere maschi, attivi e virili; dunque non possono esserci omosessuali, ma semmai solo pederasti, “adusati al vizio”. Occorre poi tenere conto dell’influenza delle leggi razziali dell’alleata Germania, che annoverano, fra le minacce all’integrità della razza, l’omosessualità. Rimuovere gli omosessuali dalla società, con il confino come avviene in Italia, o con l’eliminazione fisica, come avviene nella ben più atroce realtà dei lager, significa cancellarne la minaccia. Non stupisce allora che i “pederasti” di San Domino nelle Tremiti siano isolati persino dagli altri confinati, che si trovavano sull’isola di San Nicola: una segregazione nella segregazione, allo scopo di isolare e contenerne il “morbo”. A essere colpiti non sono però personaggi di spicco o noti dissidenti ma persone qualunque, di ogni ceto, a volte indistinguibili dalle altre: sarti, fabbri, contadini, professori. In alcuni casi, a essere bollati come “pericolosissimi per l’ordine pubblico” non sono altro che ragazzi poco più che diciottenni, di famiglie anche indigenti, che vivono in maniera ingenua e spontanea la propria sessualità. Come leggiamo sempre nel libro di T. Giartosio e G. Goretti, senza una legislazione repressiva specifica in materia, si riesce a punire gli

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Impronte simultanee della mano destra dei confinati ricavate dalle schede dell'Archivio Centrale di Stato

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omosessuali e altri individui scomodi per il regime con semplici operazioni di polizia, innescate da accuse e dicerie anche anonime: questo senza dover passare attraverso il codice penale e, quindi, senza processo, in maniera arbitraria, senza venire all’attenzione degli storici... senza lasciare traccia. Sarebbe però arrivato un giorno in cui le minoranze avrebbero preso consapevolezza e cessato di accettare qualsiasi sopruso. Gay, lesbiche, bisessuali, transgender e drag queen si solleveranno al grido “We are everywhere!” durante gli storici moti di Stonewall del 1969. “Siamo come tutti gli altri” sembra di sentirli dire, anche a nome di quegli “arrusi” di Catania che ancora, molti anni addietro, non avevano potuto trovare la propria voce: “Siamo i vostri vicini, i vostri familiari, i vostri colleghi di lavoro. Non potete cancellarci.” Perché cancellare e rifiutare le storie e le vite di tanti “diversi” significa negare una parte consistente della nostra storia, cultura e memoria collettiva.


Collettivo Domino nasce nell’estate 2013. Unisce le visioni di otto fotografi, diversi per formazione e provenienza. Nel sito www.collettivodomino.com il gruppo racconta la propria esperienza attraverso video, foto e testi che aggiungono dettagli a questa storia."

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Valeria Accili, Chiara Bandino, Francesco Biasi, Francesca Falsetti, Pierangelo Laterza, Martina Sampaolo e Jonathan Santoro hanno lavorato assieme per riportare alla luce la storia degli omosessuali confinati durante il Fascismo. Otto punti di vista collimano in un racconto visivo silenzioso che parla della desolazione delle isole Tremiti.

San Domino viene descritta come un luogo che può anche incutere timore. Quali sensazioni vi ha trasmesso l'isola?

Avete ritrovato traccia della permanenza degli arrusi durante il confino fascista nelle architetture, sul territorio e nei racconti delle persone?

Sull’assenza: reprimere la diversità

Intervista a Pierangelo Laterza Collettivo Domino

Arrivare a San Domino in autunno non è la stessa cosa che arrivarci d’estate. D’estate è un incantevole luogo di vacanza, con le sue barche e le baie nascoste, le villette e i ristoranti, i turisti e il sole. Ed è quello che abbiamo visto durante un sopralluogo svolto ad agosto, e che ci aveva anche un pò lasciati dubbiosi sulla possibilità di riuscire ad evocare quella storia così lontana in un posto che oggi appariva così diverso da un luogo di confino. Ci siamo tornati poi ad ottobre, e tutto è apparso diverso, un pò più vicino a quello che doveva essere: poche persone, nuvole basse, mare agitato, pioggia, tanti cani. San Domino, fatta eccezione per una ristretta area abitata, è un’isola completamente verde, piena di alberi e con poche tracce della presenza umana, in buona parte selvaggia. Era quello di cui avevamo bisogno per cercare di immedesimarci nella sensazione di essere stati portati in maniera forzata in questo posto, in cui ogni cammino non può che finire a strapiombo sull’acqua, e da cui quel che si riesce a vedere è solo un orizzonte blu mare. Si certo, anche con alcuni, pochi, che all’epoca erano bambini, e che quindi qualcosa ricordano, o almeno dovrebbero. Bisogna però ricordare che il confino degli omosessuali in epoca fascista fu un'opera di segregazione e repressione svolta nel massimo silenzio. E che a questo silenzio contribuirono anche le vittime e gli abitanti dell'isola che vi avevano assistito. Non ci sono piú arrusi in vita e gli anziani di S.Domino, che al tempo erano bambini, sembrano non ricordarsi molto bene di questi femminielli. Alcuni abitanti dell'isola addirittura non sanno (o fanno finta di non sapere) del confino degli "amori invertiti". Gli stessi due cameroni in cui erano alloggiati sono diventati ora una parte di un albergo e una rimessa privata.


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Sull’assenza: reprimere la diversità

Intervista a Pierangelo Laterza Collettivo Domino

Le vostre immagini più che descrivere sembrano voler offrire delle suggestioni e delle emozioni. Di cosa eravate in cerca sull'isola di S.Domino?

Non possiamo dire che sia stata una scelta presa a tavolino, nè che discutessimo molto su come o cosa fotografare mentre eravamo lì. Semplicemente ognuno per conto proprio faceva la conoscenza dell’isola e prendeva, fotograficamente parlando, “possesso” della stessa. In ognuno di noi è emerso un tentativo di immedesimazione, non ovviamente nella parte drammatica della vicenda, ma nelle sensazioni che il vivere costretti su un'isola può indurre: il sentirsi liberi in mezzo alla natura bellissima ed il sentirsi prigioneri entro quei confini altrettanto naturali ed invalicabili. Percorrevamo quei sentieri percorsi ottant'anni prima da loro, guardavamo quell’orizzonte e provavamo a rendere tutto questo in un'immagine.

Pensate ci sia stato un cambiamento nella condizione sociale degli omosessuali in Italia dalla passata esperienza di S. Domino alla situazione attuale?

Sicuramente le cose sono migliorate da allora, oggi c’è, soprattutto nella parte più aperta e moderna della nostra società, un riconoscimento più o meno completo di quelli che sono gli orientamenti sessuali personali. Ma molto dipende anche da dove, da quali contesti socio-culturali, per cui la sensibilità e la capacità di giudizio su questo tema sono molto diverse. Ci sono ancora persone che non riescono a vivere libere il loro orientamento sessuale, e persone che non riescono ad accettare il principio di questa libertà negli altri, per cui la situazione rispetto ai tempi del fascismo è sicuramente cambiata ma non risolta. Ma questo non significa che i miglioramenti non ci siano stati, anche grazie all’attività delle numerose associazioni attive nel nostro paese. È diverso però essere socialmente tollerati dal poter vivere liberamente senza essere giudicati. Giudicati ad esempio inadatti ad avere una famiglia, o ad avere un vincolo con la persona che si ama. Il “confino”, se così si può definire, ora è solo mentale.


D. W. Bernstein, C. Hatch, Writings through John Cage's Music, Poetry and Art, University of Chicago Press, 2000. G. Goretti, T. Giartosio, La Città e l'isola, Donzelli, Roma, 2006. A. Pini, Quando eravamo froci, Il Saggiatore, Milano, 2011. M. Mieli, Elementi d critica omosessuale, Einaudi, Torino, 1977.

Fonti bibliografiche:

Handkerchief No. 1 Sull’assenza: reprimere la diversità Gone to the dogs: Collettivo Domino

No.2

SULL'ECCESSO

No.3

SULLA SPONTANEITÀ

No.4

SULL'ESPERIENZA


Per curiositĂ o per aiutarci con la prossima uscita: handkerchief@outlook.it

Stampato presso Motola Snc in 250 copie

Stampato su carta usomano Fedrigoni X-Per Premium White 100 g/m2

Illustrazione a cura di Andrea Romagnuolo

Giacomo Delfini Alessandro Piacente Lorenzo Toso

Numero 01

Progetto a cura di Francesco Barbaro Giulia Cordin

Gay e lesbiche vennero perseguitati secondo le Leggi di Pubblica Sicurezza che davano alla polizia il potere decisionale di eliminare dalla convivenza sociale. Oltre ai pestaggi, allo stigma sociale e all'olio di ricino, ad un individuo omosessuale potevano toccare in sorte la diffida, l'ammonizione e il confino. A seguito della promulgazione delle Leggi per la difesa della razza, l'Italia fascista tentò di allinearsi alla Germania nazista. Nessun riconoscimento è stato ad oggi concesso alle vittime omosessuali della persecuzione.

Handkerchief No.1  

HANDKERCHIEF è una pubblicazione di approfondimento culturale che ha come obbiettivo il dialogo e la sensibilizzazione sul tema dell'omofobi...

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