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HabanerO Erga

Francesca Sophie Giona Saltare nelle Pozzanghere

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Francesca Sophie Giona 

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ZŽŵĂŶnjŽ Per HabanerO Edizioni: La Sindrome di Bob Dylan - Emanuele Podestà *** Per Erga Edizioni - HabanerO Guida alle più bastarde vie del Mondo - AA. VV. I Giorni dell’Assenza - Bruno Cicchetti Paura & Delirio a Genova - AA. VV. Nuvole nel Mattino - Mario Cavo Il Cielo in rovina - Michele Lorefice Ceviche a colazione – Roberto Marras   




Senz’Usura: POPproduzione vol. I di Emanuele Podestà, direttore artistico HabanerO Senz’Usura si posson grandi cose: solide case di pietra squadrata e liscia, chiese con affreschi di paradiso, Saint Trophime e Saint Hilaire e pure i Gonzaga, d’altronde, furon frutto della «non usura». Echi poundiani. Da un anno, poco meno, insieme ai tanti ragazzi che sin da subito abbracciarono con fiducia e slancio l’esperienza che HabanerO aveva loro da offrire, di serrature ne abbiamo scardinate, di cose ne abbiamo fatte. HabanerO è un grimaldello: nata dalla consapevolezza, vissuta e sofferta, che l’artista, nel mondo odierno della cultura, non conta più – come dire? – un beneamato cazzo (questo perché c’è ancora chi, ridicolo e grottesco, ancor più ignorante dell’insegnamento baudelairiano, non s’è accorto che l’aureola è nel bordello), HabanerO ha portato avanti un discorso di autosufficienza intellettuale: gli artisti possono, devono, organizzarsi in sistemi di edizione e promozione in cui loro possano decidere per se stessi. E se artisti davvero sono, lo faranno senz’usura. L’usura è peccato contro natura, l’usura è peggio della peste. Il matrimonio morganatico dell’arte con i soldi, del Bello con l’interesse, questa è usura: mercimonio che indigna e rende spregevole l’uomo e la donna, i rapporti, le relazioni. Anche Filomela, stuprata da Tereo, si riduce ad emettere pallidi suoni di sesso e attrito.


Con Usura siamo batterie scariche, kundalini in riserva: ci affievoliamo, morendo, dando il passo a chi comanda e, così facendo, comanderà sempre di più. E noi sempre più tristi. HabanerO ci ha provato ancora e, con un pizzico di orgoglio, anche sta volta ce l’ha fatta: l’ultimo tabù era quello di rendere gli editori inutili, almeno in questo primo esperimento. Perché il 4 febbraio 2011 centocinquanta (150!) persone sono accorse al Teatro della Tosse (Genova), Sala La Claque, per assistere ad un concerto la cui finalità è stata quella di produrre questo libro che ora avete in mano: tre reading (Daniel Nevoso, Federico Ghillino e Francesca Baraghini) e tre live (Delirio da Luci Compresse, Mayland e Karmatest), la nostra proposta. Prezzo del biglietto: 10 €. Con l’acquisto avveniva contestualmente l’acquisizione futura del libro che, una volta editato, sarebbe stato distribuito. Una specie di prelazione culturale che ha reso possibile trovare i fondi per la stampa. L’idea mi è venuta in mente dalle esperienze di autoproduzione e DIY (Do It Yourself) tipiche della stagione del grande Punk inglese piuttosto che alla vitalità dell’attuale scena musicale indie, ma far capire alla gente lo scatto concerto/cd è una cosa, far comprendere il passaggio concerto/libro è tutt’altro. Perché allacciare le varie storie e sensibilità di persone diverse alla pubblicazione di un'altra persona, Francesca Sophie, è stato possibile solo sconfinando e rappresentando alle persone coinvolte la


dimensione che questo progetto ha avuto sin da subito: il sogno. Lo scrittore deve mostrarsi, come in una specie di originale transfert jungiano, solo davanti ai propri sogni e, in un caso ben preciso, al proprio pubblico: soltanto se questo dimostra di avere FIDUCIA. La letteratura può essere ancora un atto d’amore. Lo stesso sentimento che i 150 paganti della Claque e tutti quelli che hanno lavorato dietro alla serata hanno dimostrato di avere per Francesca Sophie. Evviva Francesca Sophie Giona. Evviva HabanerO.


SALTARE NELLE POZZANGHERE


 

ÇŁ .LQJVRI&RQYHQLHQFH+RPHVLFN Ăˆ buio, fuori. Buio come può esserlo il cielo al di sopra delle nuvole, e lui in quel momento si rende conto di quanti differenti colori di buio esistano. Pensa al buio di una notte solitaria in casa, ed è diverso. Pensa al buio dietro gli occhi addormentati di Lila. Pensa al buio delle strade e alla penombra squallida dei bar e a quel paese dove il sole tramonta prima di farsi vedere, il freddo, il buio tra le foglie degli alberi, e ciascuna sfumatura è un colore di buio differente, uno stato d’animo diverso, un freddo un po’ piĂš intenso o un’intimitĂ  un po’ piĂš morbida. Nelle lingue polisintetiche si può prendere una radice –ad esempio aput in lingua inuit, che significa neve- e accostarla a decine di altre radici o particelle, fino a trovare esattamente e precisamente il significato desiderato. Aput può diventare la neve che cade, o la descrizione di un colore, una sfumatura color aput sul viso di qualcuno, o la neve che si scioglie su un prato e sotto ci sono i fiori. Vorrebbe poter fare altrettanto con la propria lingua, per dipingere una particolare sfumatura di buio, ad esempio il buiosilenzionottestradadicampagnanessunointorno alberipochinientestelle, o anche il 7


buioincasaandareadormireinsiemelunafuorifaridel leautoperstradadentrosolopaceesilenzio, o… L’imperfezione della lingua lo spaventa. Ha paura di ciò che non si può dire a parole, perché ha paura che ciò che non si può dire a parole non possa esistere. Quel buio oltre le nuvole è qualcosa che non ha mai visto prima. Cerca in quell’archivio disordinato che è la sua mente, fruga tra le lingue che conosce, alla ricerca di una parola che possa avvicinarsi a quel nero così luminoso, a quell’infinità colorata, ma non trova nulla, l’unica risposta che ottiene è dalla lingua dell’anima, quella che non ha parole e alfabeti ma immagini, sensazioni, temperature e a volte note musicali. Lei non l’ha accompagnato fino in aeroporto. Non poteva; aveva fretta di riprendere la propria vita, quella vita senza di lui che era stata messa in attesa durante il loro tempo insieme ma che, nonostante i loro possibili sforzi, aveva continuato ad andare avanti, perdendosi, gocciolando via mentre loro erano nascosti, al chiuso di un abbraccio e di una stanza, dimentichi di tutto. Non l’ha accompagnato anche perché gli addii in aeroporto non sono romantici. È tanto più bello salutarsi sui binari di una stazione, abbracciarsi 8


lasciando le valigie posate a terra accanto al treno sul punto di partire – le train en train de partir, gli piace quest’espressione, è uno di quei casi in cui almeno una lingua riesce davvero a dipingere qualcosa con chiarezza. È più bello salire sul treno e scambiarsi un ultimo sguardo mentre il treno fischia e si allontana. Permette di trascinare lo sguardo, di prolungare l’istante dell’addio. Gli aeroporti sono decisamente troppo prosastici. J’ai pensé qu’il valait mieux Nous quitter sans un adieu Je n’aurais pas eu le coeur de te revoir Mais j’entends siffler le train1 Non hanno saputo cosa dirsi, al momento di salutarsi. Non lo sanno mai. Non ci sono parole –in nessuna dannatissima lingua- per dire ciò che passa per le loro menti in quell’istante. La quotidianità delle vite cui torneranno dopo la separazione è già in agguato, preme ai margini dei pensieri, richiama la loro attenzione non urlando ma con quei fastidiosi e rumorosissimi pssst che si emettono tra i denti quando si vuole chiamare qualcuno senza essere sentiti, e invece si fa molto più chiasso che se si fosse soltanto parlato. E anche mentre si guardano negli occhi, lei in realtà sta già pensando che dovrà tornare a lavorare, 1

J’entends siffler le train, canzone di Franco Battiato nell’album Fleurs del 1999, cover dell’omonima canzone di Richard Anthony

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lui si sta chiedendo in quale tasca della borsa ha messo le chiavi di casa, tutto è così dannatamente prosastico che le parole sarebbero false, ucciderebbero la poesia dell’addio. Lei non gli augura un buon viaggio, in fondo non le importa, perché nel momento stesso in cui il treno lascerà la stazione, lui sarà lontano da lei e dalla sua mente, e perciò non è affar suo che lui faccia buon viaggio o meno. Non si dicono ti amo, perché è quasi scontato, e perché il concetto del ti amo l’hanno costruito così alto e così forte nei giorni e nelle ore precedenti, che dirlo a voce suonerebbe ridondante, forzato, sbagliato soprattutto nel momento in cui entrambi hanno già la testa altrove. Commettevano questi errori, le prime volte. Si abbracciavano e si baciavano con foga disperata, si dicevano ti amo, si scambiavano promesse che non avrebbero potuto mantenere. Lei piangeva, gli diceva mi mancherai, pensami, e quello dei due che stava per salire sull’aereo (già, andavano insieme fino in aeroporto allora) prometteva all’altro di chiamarlo appena atterrato, e… Guarda il buio oltre le nuvole e si chiede quanto sarà lungo stavolta il viaggio fino a casa. Minuti. Ore. Giorni interi.  

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