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Comune di Massa Assessorato Turismo e Cultura Provincia di Massa - Carrara APT Massa - Carrara Fondazione Nazionale Carlo Collodi Ministero Istruzione, UniversitĂ e Ricerca Camera Commercio di Massa - Carrara Accademia Maestri Pasticceri Italiani Fondazione Cassa di Risparmio di Carrara


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PALAZZO DUCALE Sala degli Specchi e Salone degli Svizzeri Piazza Aranci - MASSA dal 13 al 27 marzo 2010 dalle 10,00 alle 12,00 e dalle 15,30 alle 19,00 sabato 13 marzo 2010 ore 16,30 inaugurazione lettura della Favola di Pinocchio interpretata da Andrea Balestri il Pinocchio di Luigi Comencini sabato 27 marzo 2010 ore 17,00 asta quadri e lotteria uova di cioccolato il ricavato sarĂ devoluto a Telefono Azzurro


In questa iniziativa patrocinata e sostenuta dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Massa troviamo nuovamente riuniti pittori e maestri pasticceri in un fiabesco laboratorio di ricerca, dove arti diverse si uniscono per creare uno speciale evento di solidarietà dedicato ai bambini. Il tema prescelto quest’anno, la storia di Pinocchio, sarà sicuramente in grado di attirare l’attenzione dei più piccoli e di addolcire anche i più grandi. CARMEN MENCHINI Assessore al Turismo e Cultura Comune di Massa


La Provincia di Massa Carrara è lieta di patrocinare e ospitare l'edizione di Ovoquadro 5 nelle sale di Palazzo Ducale, ed è per me motivo di orgoglio e grande soddisfazione salutare tutti coloro che si sono adoperati per la realizzazione della manifestazione. A tutti va il mio più vivo ringraziamento e quello di tutta l'amministrazione provinciale. Fin dalla sua prima edizione Ovoquadro, evento dedicato ad un'importante Associazione come Telefono Azzurro, è legato ad un tema dedicato all'infanzia; la nascita, il gioco, le favole ...e quest'anno "il mondo di Pinocchio". Questo burattino, seppur nato nel 1881, rappresenta tutt'oggi la fragilità dell'infanzia e l'importanza del dialogo. Pinocchio è solo, come lo sono tanti bambini e ragazzi davanti a situazioni avverse; i bambini poi, grazie al linguaggio rassicurante della favola che indica il nemico come "prevedibile", arrivano a capire che nella vita esistono anche degli adulti cattivi, (Mangiafuoco) dai quali dovranno imparare a guardarsi, così come dovranno imparare a distinguere tra il bene e il male. Pinocchio nel corso degli anni è stato rappresentato in mille modi: ma i valori di questa favola universale restano sempre invariati, come pure rimangono nell'immaginario tutti i personaggi ed i momenti legati a quei valori: il naso che cresce quando dice la bugia, il grillo parlante che dà buoni consigli, la fata turchina che esaudisce i desideri dei bambini buoni, e il buon papà Geppetto. Pinocchio rispecchia la fragilità del mondo dell'infanzia, l'importanza del dialogo e il bisogno dei bambini di avere mani tese verso di loro che li aiutino e li guidino a crescere. E' il valore dell'attività svolta ogni giorno da Telefono Azzurro, che ha lo scopo di porre in primo piano il bambino, di aiutarlo a risolvere i problemi e la conflittualità con il mondo degli adulti. Una mano tesa in un cammino spesso difficile tra solitudini, violenze, maltrattamenti. Grazie, Telefono Azzurro LARA VENÈ Assessore alla Cultura Provincia di Massa Carrara


Carissimo Pinocchio, ricordi quand'ero bambino? Nel bianco mio lettino, ti sfogliai, ti parlai, ti sognai Carissimo Pinocchio, amico dei giorni i più lieti, con tutti i miei segreti resti ancor nel mio cuor come allor… Per questa edizione di Ovoquadro, l’evento annuale dedicato a Telefono Azzurro, ci si è ispirati alla favola di Pinocchio. Questa scelta non è stata casuale: l’idea è venuta in primis a noi volontarie che leggiamo spesso con i bambini della ludoteca della Casa di Reclusione di Massa le “Avventure di Pinocchio” e ascoltiamo insieme


la bellissima canzone “Lettera a Pinocchio”; gli organizzatori dell’iniziativa poi, da buoni toscani, sono stati ben felici di ricordare così Carlo Collodi, che forse mai avrebbe immaginato il successo mondiale del suo romanzo; anche tutti gli artisti - maestri pasticceri e pittori - non potevano che essere entusiasti di interpretare questo tema. Le avventure di Pinocchio hanno fatto sognare, ridere e commuovere tante generazioni. Pinocchio, seppur scritto nel 1881, è una favola attualissima che racconta la vita e ricorda ed insegna valori: l’importanza di dire la verità, l’impegno nello studio e nella vita per ottenere ciò che si desidera, ricorda, inoltre, quali sono i rischi che si corrono non ascoltando i consigli dei genitori, degli insegnanti, ed i pericoli che si incontrano frequentando cattive compagnie. Pinocchio nasce burattino, ma fin da subito palesa la volontà di trasformarsi in un bambino vero e proprio, uguale in tutto e per tutto ai suoi coetanei; sono tante le difficoltà che deve superare: nasce in condizioni disagiate, è privo non solo di una famiglia nel senso tradizionale del termine, ma pure di una stabile condizione economica, subisce i lazzi dei nuovi compagni di scuola che si fanno beffa di lui, è spaventato quando costretto a svelare il suo analfabetismo, è attratto ed imita personalità forti come quella di Lucignolo, incontra adulti cattivi come Mangiafuoco… Il percorso di crescita per arrivare ad una consapevolezza di sé di questo burattino/bambino non è stato dei più facili ed è simile a quello di tanti bambini dei quali si occupa in vari modi Telefono Azzurro, ma come Pinocchio ha potuto contare su un padre affettuoso e paziente e su una madre/Fata tenera, protettiva e confortante, così tanti bambini in difficoltà potranno sempre contare su tutti quegli adulti che, come noi volontari, non si stancheranno mai di difendere i diritti dei bambini. MARIAGIOVANNA GUERRA Coordinatore Gruppo Volontari di Massa Carrara Sos il Telefono Azzurro Onlus


E’ ancora attuale Pinocchio? Disegnare, dipingere, fantasticare insomma sul burattino di Collodi? C’è ancora spazio per lui? Per le dolci e materne fatine, per mastro Geppetto falegname, per animali subdoli e tentatori, il gatto e la volpe, per traversate marine nel ventre d’un pescecane? E per altro ancora: per un naso impertinente che s’allunga se menti, per orecchie che diventano d’asino se marini la scuola? C’è ancora spazio per la favola bella che muta un legno nodoso in un bimbo roseo e rubicondo, delizia al fine di un padre accorato. Babbino, babbino mio! Finalmente vi ho ritrovato! Vado avanti e mi chiedo: si leggono ancora Cuore, Piccole donne, Alice


nel paese delle meraviglie? Oggi che con un lieve clic della mano puoi visionare tutto e tutti in un frammento di tempo. Dico in breve, tornando al burattino di Collodi, che un tale spazio esiste ancora. Pinocchio è tutt’altro che confinato nel mondo polveroso dei ricordi. Certo i tempi sono cambiati da quel lontano 1883, quando Carlo Lorenzini consegnava le pagine del burattino ai ragazzi nostrani. Di acqua ne è passata sotto le voraci macine del tempo, a sovvertire il mondo della fabulazione scritta e illustrata. Avatar è lì a dimostrarlo con lo stupore che ha depositato negli occhi di piccoli e grandi. Favole d’oggi, istruttive non solo immaginifiche, perché, al fine, il bene vince un potere sordido e violento. I capolavori non invecchiano, né muoiono, restano duraturi e fecondi a nutrire quanti credono nel potere salvifico della fantasia. Questo è il destino di Pinocchio! E allora spazio alla creatività e alle risorse dell’intelletto a fronte di un mondo fatto di convenzioni e conformismi. I tempi sono mutati, è vero, lo dimostrano i diligenti, e ora sì polverosi, disegni di E. Mazzanti, fatti nel 1883 per il libro di Collodi. La penna evocava figurine con piena adesione al racconto e scenette scarne viste con occhio divertito. Un burattino stecchito e allampanato passa di pagina in pagina fino all’ultima, quando acquista il volto e il corpo di un compiaciuto giovinetto. Oggi non è più così. La comunicazione visiva è cambiata, va oltre l’oggetto e la natura; anche l’illustrazione fugge il vincolo di una stretta conformità alla parola scritta: scava esigente tra le sue pieghe per renderne il senso più proprio e profondo. Mi accorgo di aver richiamato il tenore dei lavori fatti per la quinta edizione di Ovoquadro, dedicata al burattino di Collodi. In essi la favola si è aperta alla metafora, all’humour e ad un’interpretazione che non vuol essere mera trascrizione della storia. Le variegate declinazioni figurali e tecniche realizzate, testimoniano infatti l’ampio spettro dell’espressione artistica corrente, dalla grafica, alla fotografia, dal fumetto al collage. Qualche esempio: il volto di Pinocchio diventa materia per un esercizio linguistico di colori e pigmento pittorico e ne presenta la doppia identità umana e lignea; oppure campeggia rovesciato in forma di uovo sul bianco della pagina associato alla scritta: “Mais oui: maman è un magnifico esemplare di Tyrannosaurus rex”. Le frasi anzi


ricorrono: “Pinocchio gioca con l’uovo e da questo, come per magia nasce una luna, ed è subito mattina”, non solo vergate in italiano (Wouldn’t nice if he was a Real Boy?). Pare questo il mezzo linguistico prescelto, ovviamente con l’immagine, per conferire alla tavola un significato talora enigmatico (Pinocchio e il cardinale, Goccia/ non due/ mare, Verità, Ri-generazioni, Tra le tue braccia, Cercare non serve …). Inevitabilmente il burattino viene unito all’uovo e l’ovale ospita situazioni impensate come Pinocchio mentre dirige un’orchestrina nella quale spicca la sonora presenza di due tromboni, oppure lo include insieme al gatto e alla volpe in momenti più consueti; l’ovale contiene altresì due nasuti personaggi sovrastati dalla scritta “Non siamo Artisti siamo Ferrovieri”. Non manca l’uovo cucinato, in una scenetta scandita in quattro tempi, dalla preparazione alla consumazione; o infine nella versione che associa un volto dotato di naso prominente alla scritta:”… detto fatto mise un tegamino sopra della brace accesa” e che ripropone il sibillino accento della favola. Sono questi solo alcuni dei saggi - e me ne rammarico, ma stringono spazio e tempo - prodotti dagli artisti invitati da Gum Design e Telefono Azzurro, esposti nelle sale affrescate di Palazzo Ducale a Massa, per una provvida iniziativa alla quale concorre, com’è noto, anche l’abile opera dei maestri pasticceri. Sul tema della favola di Pinocchio, che dimostra ancora una volta la sua non perduta vitalità. Vita d’arte cioè e di poetico incanto. CLAUDIO GIUMELLI


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COME ANDÒ CHE MAESTRO CILIEGIA, FALEGNAME, TROVÒ UN PEZZO DI LEGNO, CHE PIANGEVA E RIDEVA COME UN BAMBINO


— C’era una volta... — Un re! — diranno subito i miei piccoli lettori. — No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno. Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze. Non so come andasse, ma il fatto gli è che un bel giorno questo pezzo di legno capitò nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva nome Mastr’Antonio, se non che tutti lo chiamavano maestro Ciliegia, per via della punta del suo naso, che era sempre lustra e paonazza, come una ciliegia matura. Appena maestro Ciliegia ebbe visto quel pezzo di legno, si rallegrò tutto e dandosi una fregatina di mani per la contentezza, borbottò a mezza voce: — Questo legno è capitato a tempo voglio servirmene per fare una gamba di tavolino. — Detto fatto, prese subito l’ascia arrotata per cominciare a levargli la scorza e a digrossarlo ma quando fu lì per lasciare andare la prima asciata, rimase col braccio sospeso in aria, perché sentì una vocina sottile sottile, che disse raccomandandosi: — Non mi picchiar tanto forte! — Figuratevi come rimase quel buon vecchio di maestro Ciliegia! Girò gli occhi smarriti intorno alla stanza per vedere di dove mai poteva essere uscita quella vocina, e non vide nessuno! Guardò sotto il banco, e nessuno guardò dentro un armadio che stava sempre chiuso, e nessuno guardò nel corbello dei trucioli e della segatura, e nessuno


aprì l’uscio di bottega per dare un’occhiata anche sulla strada, e nessuno. O dunque?... — Ho capito — disse allora ridendo e grattandosi la parrucca — si vede che quella vocina me la son figurata io. Rimettiamoci a lavorare. — E ripresa l’ascia in mano, tirò giù un solennissimo colpo sul pezzo di legno. — Ohi! tu m’hai fatto male! — gridò rammaricandosi la solita vocina. Questa volta maestro Ciliegia restò di stucco, cogli occhi fuori del capo per la paura, colla bocca spalancata e colla lingua giù ciondoloni fino al mento, come un mascherone da fontana. Appena riebbe l’uso della parola, cominciò a dire tremando e balbettando dallo spavento: — Ma di dove sarà uscita questa vocina che ha detto ohi?... Eppure qui non c’è anima viva. Che sia per caso questo pezzo di legno che abbia imparato a piangere e a lamentarsi come un bambino? Io non lo posso credere. Questo legno eccolo qui è un pezzo di legno da caminetto, come tutti gli altri, e a buttarlo sul fuoco, c’è da far bollire una pentola di fagioli... O dunque? Che ci sia nascosto dentro qualcuno? Se c’è nascosto qualcuno, tanto peggio per lui. Ora l’accomodo io! — E così dicendo, agguantò con tutte e due le mani quel povero pezzo di legno, e si pose a sbatacchiarlo senza carità contro le pareti della stanza. Poi si messe in ascolto, per sentire se c’era qualche vocina che si lamentasse. Aspettò due minuti, e nulla cinque minuti, e nulla dieci minuti, e nulla! — Ho capito — disse allora sforzandosi di ridere e arruffandosi la parrucca — si vede che quella vocina che ha detto ohi, me la son figurata io! Rimettiamoci a lavorare. — E perché gli era entrata addosso una gran paura, si provò a canterellare per farsi un po’ di coraggio. Intanto, posata da una parte l’ascia, prese in mano la pialla, per piallare e tirare a pulimento il pezzo di legno ma nel mentre che lo piallava in su e in giù, sentì la solita vocina che gli disse ridendo: — Smetti! tu mi fai il pizzicorino sul corpo! — Questa volta il povero maestro Ciliegia cadde giù come fulminato. Quando riaprì gli occhi, si trovò seduto per terra. Il suo viso pareva trasfigurito, e perfino la punta del naso, di paonazza come era quasi sempre, gli era diventata turchina dalla gran paura.


ARTISTI / Silvia Ancillotti / Franco Balan / Vittore Baroni / Carlo Battisti / Antonino Bove / Luca Brocchini / Girolamo Ciulla / Gianluca Cupisti / Simona Dallori / Piero Dellamelia / Vittorio Formisano / Beppe Francesconi / Delio Gennai / Marco Gondoli / Graziano Guiso / I santini del prete / Bruno Larini / Arturo Lini / Remo Lorenzetti / Marco Maffei / Stefano Montagna / Mirco Mugnaini (Artifex Mumia) / Francesco Musante / Achille Pardini / Massimo Pellegrinetti / Fabio Peloso / Giacomo Piussi / Antonio Possenti / Serena Pruno / Alessandra Ragionieri / Maurizio Rivieri / Janet Stayton / Giancarlo Vaccarezza / SEZ. TELEFONO AZZURRO / Magda Gavarini / Attilio Peloso


SILVIA ANCILLOTTI TITOLO: FELICE TRA LE UOVA TECNICA: ACRILICO SU TELA MISURE: 30x40 CM


FRANCO BALAN TITOLO: PINOCCHIO E IL CARDINALE TECNICA: COLLAGE MISURE: 27x27 CM


VITTORE BARONI TITOLO: AUTOPINOCCHIO TECNICA: XEROGRAFIA E COLLAGE SU CARTA MISURE: 30x40 CM


CARLO BATTISTI TITOLO: SENZA TITOLO TECNICA: ASSEMBLAGGIO E SCRITTURA A CHINA MISURE: 30x40 CM


ANTONINO BOVE TITOLO: VERITA' TECNICA: ASSEMBLAGGIO MISURE: 35x50 CM


LUCA BROCCHINI TITOLO: LA FATA DAI CAPELLI TURCHINI TECNICA: MISTA MISURE: 21x30 CM


GIROLAMO CIULLA TITOLO: STUDIO TECNICA: MISTA SU CARTA MISURE: 25x35 CM


GIANLUCA CUPISTI TITOLO: L'UOVO DI PIERO (...detto fatto, mise un tegamino sopra della brace accesa...) TECNICA: ELABORAZIONE AL COMPUTER + STAMPA DIGITALE SU TELA MISURE: 29,5x40 CM


SIMONA DALLORI TITOLO: IN FUGA DAL PAESE DEI BALOCCHI TECNICA: MISTA SU TELA MISURE: 30x40 CM


PIERO DELLAMELIA TITOLO: IL PAPPAGALLO PARLANTE TECNICA: OLIO MISURE: 40x30 CM


VITTORIO FORMISANO TITOLO: APOGEO TECNICA: OLIO SU TELA MISURE: 30x40 CM


BEPPE FRANCESCONI TITOLO: CORRERE NON SERVE TECNICA: OLIO SU CARTA PESANTE MISURE: 30x40 CM


DELIO GENNAI TITOLO: UOVO CON SCRITTURA CUFICA TECNICA: COLLAGE CON GARZA MISURE: 30x40 CM


MARCO GONDOLI TITOLO: ORSETTO PINOCCHIETTO TECNICA: MISTO SU CARTA MISURE: 30x40 CM


GRAZIANO GUISO TITOLO: ... SCAPPO' FUORI UN PULCINO TECNICA: ACRILICO SU CARTA RICICLATA MISURE: 40x50 CM


I SANTINI DEL PRETE TITOLO: ISDP NELL'UOVO TECNICA: SMALTO ACRILICO SU CARTONE MISURE: 400x50 CM


BRUNO LARINI TITOLO: IL PADRE DELLA VANITA' TECNICA: SMALTI E MAXICLEAR HS SU FOTOGRAFIA MISURE: 30x45 CM


ARTURO LINI TITOLO: STELLINA FATATA TECNICA: MISTA MISURE: 30x30 CM


REMO LORENZETTI TITOLO: LA SORPRESA TECNICA: MISTA MISURE: 30x40 CM


MARCO MAFFEI TITOLO: L'UOVO DI PINOCCHIO TECNICA: MISTA SU CARTA CELLULOSA SU TELA MISURE: 30x40 CM


STEFANO MONTAGNA TITOLO: PI NUOVO TECNICA: OLIO SU TAVOLA MISURE: 40x40 CM


MIRKO MUGNAINI TITOLO: L'UOVO COSMICO CONTIENE MUMIA MENTRE VISUALIZZA IL NASO DI PINOCCHIO PUNTATO ALL'ORIZZONTE LONTANISSIMO TECNICA: MISTA MISURE: 35x50 CM


FRANCESCO MUSANTE TITOLO: L'UOVO DI PINOCCHIO TECNICA: ACQUARELLO MISURE: 45x35 CM


ACHILLE PARDINI TITOLO: VERSO IL CAMPO DEI MIRACOLI TECNICA: ACRILICO SU CARTAMACERO MISURE: 40x55 CM


MAXIMO PELLEGRINETTI TITOLO: GUARDANDO PINOCCHIO TECNICA: MISTA SU ONICE MISURE: 30x40 CM


FABIO PELOSO TITOLO: NON DUE, GOCCIA MARE TECNICA: MISTA SU CARTA MISURE: 40x50 CM


GIACOMO PIUSSI TITOLO: UOVO AL TEGAMINO TECNICA: MATITA SU CARTA MISURE: 20x28 CM


ANTONIO POSSENTI TITOLO: PINOCCHIO E DUE AMICI TECNICA: MISTA MISURE: 35x50 CM


SERENA PRUNO TITOLO: PINOCCHIO DOUBLE FACE TECNICA: MISTA, OLIO, COLLAGE, ACRILICO MISURE: 40x30 CM


ALESSANDRA RAGIONIERI TITOLO: UOVO CELLULA TECNICA: PASTELLO, SPILLI, FILO METALLICO SU CARTA MISURE: 40x30 CM


MAURIZIO RIVIERI TITOLO: SOLO TECNICA: MISTA SU CARTA MISURE: 40x40 CM


JANET STAYTON TITOLO: PINOCCHIO TECNICA: MISTA SU CARTA MISURE: 40x40 CM


GIANCARLO VACCAREZZA TITOLO: PINOCCHIO DIRETTORE D'ORCHESTRA TECNICA: OLIO MISURE: 40x30 CM


MAGDA GAVARINI (SEZ. TELEFONO AZZURRO) TITOLO: IL SOGNO DI GEPPETTO TECNICA: TECNICA MISTA MISURE: 30x40 CM


ATTILIO PELOSO (SEZ. TELEFONO AZZURRO) TITOLO: AVATAR DI PINOCCHIO E LA FATA TECNICA: OLIO SU TELA MISURE: 40x50 CM


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FINALMENTE PINOCCHIO CESSA D’ESSERE UN BURATTINO E DIVENTA UN RAGAZZO


Mentre Pinocchio nuotava alla svelta per raggiungere la spiaggia, si accòrse che il suo babbo, il quale gli stava a cavalluccio sulle spalle e aveva le gambe mezze nell’acqua, tremava fitto fitto, come se al pover’uomo gli battesse la febbre terzana. Tremava di freddo o di paura? Chi lo sa?... Forse un po’ dell’uno e un po’ dell’altra. Ma Pinocchio, credendo che quel tremito fosse di paura, gli disse per confortarlo: — Coraggio, babbo! Fra pochi minuti arriveremo a terra e saremo salvi. — Ma dov’è questa spiaggia benedetta? — domandò il vecchietto, diventando sempre più inquieto, e appuntando gli occhi, come fanno i sarti quando infilano l’ago. — Eccomi qui, che guardo da tutte le parti e non vedo altro che cielo e mare. — Ma io vedo anche la spiaggia — disse il burattino. — Per vostra regola io sono come i gatti: ci vedo meglio di notte che di giorno. — Il povero Pinocchio faceva finta di esser di buon umore: ma invece... invece cominciava a scoraggirsi: le forze gli scemavano, il suo respiro diventava grosso e affannoso... insomma non ne poteva più, e la


spiaggia era sempre lontana. Nuotò finché ebbe fiato: poi si voltò col capo verso Geppetto, e disse con parole interrotte: — Babbo mio... ajutatevi... perché io muojo!... — E padre e figliuolo erano oramai sul punto di affogare, quando udirono una voce di chitarra scordata che disse: — Chi è che muore? — Sono io e il mio povero babbo! — Questa voce la riconosco! Tu sei Pinocchio!... — Preciso: e tu? — Io sono il Tonno, il tuo compagno di prigionia in corpo al Pescecane. — E come hai fatto a scappare? — Ho imitato il tuo esempio. Tu sei quello che mi hai insegnato la strada, e dopo te, sono fuggito anch’io. — Tonno mio, tu capiti proprio a tempo! Ti prego per l’amore che porti ai Tonnini tuoi figliuoli: ajutaci, o siamo perduti. — Volentieri e con tutto il cuore. Attaccatevi tutti e due alla mia coda, e lasciatevi guidare. In quattro minuti vi condurrò alla riva. — Geppetto e Pinocchio, come potete immaginarvelo, accettarono subito l’invito: ma invece di attaccarsi alla coda, giudicarono più comodo di mettersi addirittura a sedere sulla groppa del Tonno. — Siamo troppo pesi? — gli domandò Pinocchio. — Pesi? Neanche per ombra mi par di avere addosso due gusci di conchiglia — rispose il Tonno, il quale era di una corporatura così grossa e robusta, da parere un vitello di due anni. Giunti alla riva, Pinocchio saltò a terra il primo, per ajutare il suo babbo a fare altrettanto: poi si voltò al Tonno, e con voce commossa gli disse: — Amico mio, tu hai salvato il mio babbo! Dunque non ho parole per ringraziarti abbastanza! Permetti almeno che ti dia un bacio, in segno di riconoscenza eterna!... — Il Tonno cacciò il muso fuori dell’acqua, e Pinocchio, piegandosi coi ginocchi a terra, gli posò un affettuosissimo bacio sulla bocca. A questo tratto di spontanea e vivissima tenerezza, il povero Tonno, che non c’era avvezzo, si sentì talmente commosso, che vergognandosi a farsi veder piangere come un bambino, ricacciò il capo sott’acqua e sparì.


Intanto s’era fatto giorno. Allora Pinocchio, offrendo il suo braccio a Geppetto, che aveva appena il fiato di reggersi in piedi, gli disse: — Appoggiatevi pure al mio braccio, caro babbino, e andiamo. Cammineremo pian pianino come le formicole, e quando saremo stanchi, ci riposeremo lungo la via. — E dove dobbiamo andare? — domandò Geppetto. — In cerca di una casa o d’una capanna, dove ci diano per carità un boccon di pane e un po’ di paglia che ci serva da letto. — Non avevano ancora fatti cento passi, che videro seduti sul ciglione della strada due brutti ceffi, i quali stavano lì in atto di chiedere l’elemosina. Erano il Gatto e la Volpe: ma non si riconoscevano più da quelli d'una volta. Figuratevi che il Gatto, a furia di fingersi cieco, aveva finito coll’accecare davvero: e la Volpe invecchiata, intignata e tutta perduta da una parte, non aveva più nemmeno la coda. Così è. Quella trista ladracchiola, caduta nella più squallida miseria, si trovò costretta un bel giorno a vendere perfino la sua bellissima coda a un merciajo ambulante, che la comprò per farsene uno scacciamosche. — O Pinocchio — gridò la Volpe con voce di piagnisteo — fai un po’ di carità a questi due poveri infermi. — Infermi! — ripeté il Gatto. — Addio, mascherine! — rispose il burattino. — Mi avete ingannato una volta, e ora non mi ripigliate più. — Credilo, Pinocchio, che oggi siamo poveri e disgraziati davvero! — Davvero! — ripeté il Gatto. — Se siete poveri, ve lo meritate. Ricordatevi del proverbio che dice: «I quattrini rubati non fanno mai frutto». Addio, mascherine! — Abbi compassione di noi!... — Di noi! — Addio, mascherine! Ricordatevi del proverbio che dice: «La farina del diavolo va tutta in crusca.» — Non ci abbandonare! — ...are! — ripeté il Gatto. — Addio, mascherine! Ricordatevi del proverbio che dice: «Chi ruba il mantello al suo prossimo, per il solito muore senza camicia». — E così dicendo, Pinocchio e Geppetto seguitarono tranquillamente


per la loro strada: finché, fatti altri cento passi, videro in fondo a una viottola, in mezzo ai campi, una bella capanna tutta di paglia, e col tetto coperto d’embrici e di mattoni. — Quella capanna dev’essere abitata da qualcuno — disse Pinocchio. —Andiamo là, e bussiamo. — Difatti andarono, e bussarono alla porta. — Chi è? — disse una vocina di dentro. — Siamo un povero babbo e un povero figliuolo, senza pane e senza tetto — rispose il burattino. — Girate la chiave, e la porta si aprirà — disse la solita vocina. Pinocchio girò la chiave, e la porta si aprì. Appena entrati dentro, guardarono di qua, guardarono di là, e non videro nessuno. — O il padrone della capanna dov’è? — disse Pinocchio maravigliato. — Eccomi quassù! — Babbo e figliuolo si voltarono subito verso il soffitto, e videro sopra un travicello il Grilloparlante. — Oh! mio caro Grillino — disse Pinocchio salutandolo garbatamente. — Ora mi chiami il «Tuo caro Grillino», non è vero? Ma ti rammenti di quando, per cacciarmi di casa tua, mi tirasti un manico di martello?... — Hai ragione, Grillino! Scaccia anche me... tira anche a me un manico di martello: ma abbi pietà del mio povero babbo... — Io avrò pietà del babbo e anche del figliuolo: ma ho voluto rammentarti il brutto garbo ricevuto, per insegnarti che in questo mondo, quando si può, bisogna mostrarsi cortesi con tutti, se vogliamo esser ricambiati con pari cortesia nei giorni del bisogno. — Hai ragione, Grillino, hai ragione da vendere e io terrò a mente la lezione che mi hai data. Ma mi dici come hai fatto a comprarti questa bella capanna? — Questa capanna mi è stata regalata jeri da una graziosa capra, che aveva la lana d’un bellissimo colore turchino. — E la capra dov’è andata? — domandò Pinocchio, con vivissima curiosità. — Non lo so. — E quando ritornerà?... — Non ritornerà mai. Ieri è partita tutta afflitta, e, belando, pareva che dicesse: — «Povero Pinocchio...oramai non lo rivedrò più... il Pescecane a quest’ora l’avrà bell’e divorato!...»


— Ha detto proprio così?... Dunque era lei!... era lei!... era la mia cara Fatina!... — cominciò a urlare Pinocchio, singhiozzando e piangendo dirottamente. Quand’ebbe pianto ben bene, si rasciugò gli occhi e, preparato un buon lettino di paglia, vi distese sopra il vecchio Geppetto. Poi domandò al Grilloparlante: — Dimmi, Grillino: dove potrei trovare un bicchiere di latte per il mio povero babbo? — Tre campi distante di qui c’è l’ortolano Giangio, che tiene le mucche. Va’ da lui e troverai il latte che cerchi. — Pinocchio andò di corsa a casa dell’ortolano Giangio: ma l’ortolano gli disse: — Quanto ne vuoi del latte? — Ne voglio un bicchiere pieno. — Un bicchiere di latte costa un soldo. Comincia intanto dal darmi il soldo. — Non ho nemmeno un centesimo — rispose Pinocchio tutto mortificato e dolente. — Male, burattino mio — replicò l’ortolano. — Se tu non hai nemmeno un centesimo, io non ho nemmeno un dito di latte. — Pazienza! — disse Pinocchio, e fece l’atto di andarsene. — Aspetta un po’ — disse Giangio. — Fra te e me ci possiamo accomodare. Vuoi adattarti a girare il bindolo? — Che cos’è il bindolo? — Gli è quell’ordigno di legno, che serve a tirar su l’acqua dalla cisterna per annaffiare gli ortaggi. — Mi proverò... — Dunque, tirami su cento secchie d’acqua, e io ti regalerò in compenso un bicchiere di latte. — Sta bene. — Giangio condusse il burattino nell’orto e gl’insegnò la maniera di girare il bindolo . Pinocchio si pose subito al lavoro ma prima di aver tirato su le cento secchie d’acqua, era tutto grondante di sudore dalla testa ai piedi. Una fatica a quel modo non l’aveva durata mai. — Finora questa fatica di girare il bindolo — disse l’ortolano — l’ho fatta fare al mio ciuchino: ma oggi quel povero animale è in fin di vita. — Mi menate a vederlo? — disse Pinocchio.


— Volentieri. — Appena che Pinocchio fu entrato nella stalla vide un bel ciuchino disteso sulla paglia, rifinito dalla fame e dal troppo lavoro. Quando l’ebbe guardato fisso fisso, disse dentro di sé, turbandosi: — Eppure quel ciuchino lo conosco! Non mi è fisonomia nuova! — E chinatosi fino a lui, gli domandò in dialetto asinino: — Chi sei? — A questa domanda, il ciuchino aprì gli occhi moribondi, e rispose balbettando nel medesimo dialetto: — Sono Lu...ci...gno...lo... — E dopo richiuse gli occhi e spirò. — Oh! povero Lucignolo! — disse Pinocchio a mezza voce: e presa una manciata di paglia, si rasciugò una lacrima che gli colava giù per il viso. — Ti commuovi tanto per un asino che non ti costa nulla? — disse l’ortolano. — Che cosa dovrei far io che lo comprai a quattrini contanti? — Vi dirò... era un mio amico!... — Tuo amico? — Un mio compagno di scuola!... — Come?! — urlò Giangio dando in una gran risata. — Come?! avevi dei somari per compagni di scuola?... Figuriamoci i begli studi che devi aver fatto!... — Il burattino, sentendosi mortificato da quelle parole, non rispose: ma prese il suo bicchiere di latte quasi caldo, e se ne tornò alla capanna. E da quel giorno in poi, continuò più di cinque mesi a levarsi ogni mattina, prima dell’alba, per andare a girare il bindolo, e guadagnare così quel bicchiere di latte, che faceva tanto bene alla salute cagionosa del suo babbo. Né si contentò di questo: perché a tempo avanzato, imparò a fabbricare anche i canestri e i panieri di giunco: e coi quattrini che ne ricavava, provvedeva con moltissimo giudizio a tutte le spese giornaliere. Fra le altre cose, costruì da sé stesso un elegante carrettino per condurre a spasso il suo babbo nelle belle giornate, e per fargli prendere una boccata d’aria. Nelle veglie poi della sera, si esercitava a leggere e a scrivere. Aveva comprato nel vicino paese per pochi centesimi un grosso libro, al


quale mancavano il frontespizio e l’indice, e con quello faceva la sua lettura. Quanto allo scrivere, si serviva di un fuscello temperato a uso penna e non avendo né calamajo né inchiostro, lo intingeva in una boccettina ripiena di sugo di more e di ciliege. Fatto sta, che con la sua buona volontà d’ingegnarsi, di lavorare e di tirarsi avanti, non solo era riuscito a mantenere quasi agiatamente il suo genitore sempre malaticcio, ma per di più aveva potuto mettere da parte anche quaranta soldi per comprarsi un vestitino nuovo. Una mattina disse a suo padre: — Vado qui al mercato vicino, a comprarmi una giacchettina, un berrettino e un pajo di scarpe. Quando tornerò a casa — soggiunse ridendo — sarò vestito così bene, che mi scambierete per un gran signore. — E uscito di casa, cominciò a correre tutto allegro e contento. Quando a un tratto sentì chiamarsi per nome: e voltandosi, vide una bella lumaca che sbucava fuori dalla siepe. — Non mi riconosci? — disse la Lumaca. — Mi pare e non mi pare... — Non ti ricordi di quella Lumaca, che stava per cameriera con la Fata dai capelli turchini? non ti rammenti di quella volta, quando scesi a farti lume e che tu rimanesti con un piede confitto nell’uscio di casa? — Mi rammento di tutto — gridò Pinocchio. — Rispondimi subito, Lumachina bella: dove hai lasciato la mia buona Fata? che fa? mi ha perdonato? si ricorda sempre di me? mi vuol sempre bene? è molto lontana di qui? potrei andare a trovarla? — A tutte queste domande, fatte precipitosamente e senza ripigliar fiato, la Lumaca rispose con la sua solita flemma. — Pinocchio mio! La povera Fata giace in un fondo di letto allo spedale!... — Allo spedale?... — Pur troppo. Colpita da mille disgrazie, si è gravemente ammalata, e non ha più da comprarsi un boccon di pane. — Davvero?... Oh! che gran dolore che mi hai dato! Oh! povera Fatina! povera Fatina! povera Fatina!... Se avessi un milione, correrei a portarglielo... Ma io non ho che quaranta soldi... eccoli qui: andavo giusto a comprarmi un vestito nuovo. Prendili, Lumaca, e va’ a


portarli subito alla mia buona Fata. — E il tuo vestito nuovo?... — Che m’importa del vestito nuovo? Venderei anche questi cenci che ho addosso, per poterla ajutare! Va’, Lumaca, e spicciati: e fra due giorni ritorna qui, ché spero di poterti dare qualche altro soldo. Finora ho lavorato per mantenere il mio babbo: da oggi in là, lavorerò cinque ore di più per mantenere anche la mia buona mamma. Addio, Lumaca, e fra due giorni ti aspetto. — La Lumaca, contro il suo costume, cominciò a correre come una lucertola nei grandi solleoni d’agosto. Quando Pinocchio tornò a casa, il suo babbo gli domandò: — E il vestito nuovo? — Non m’è stato possibile di trovarne uno che mi tornasse bene. Pazienza!... Lo comprerò un’altra volta. — Quella sera Pinocchio, invece di vegliare fino alle dieci, vegliò fino alla mezzanotte sonata: e invece di far otto canestri di giunco, ne fece sedici. Poi andò a letto e si addormentò. E nel dormire, gli parve di vedere in sogno la Fata, tutta bella e sorridente, la quale, dopo avergli dato un bacio, gli disse così: «Bravo Pinocchio! In grazia del tuo buon cuore, io ti perdono tutte le monellerie che hai fatto fino a oggi. I ragazzi che assistono amorosamente i propri genitori nelle loro miserie e nelle loro infermità, meritano sempre gran lode e grande affetto, anche se non possono esser citati come modelli d’ubbidienza e di buona condotta. Metti giudizio per l’avvenire, e sarai felice». A questo punto il sogno finì, e Pinocchio si svegliò con tanto d’occhi spalancati. Ora immaginatevi voi quale fu la sua meraviglia quando, svegliandosi, si accòrse che non era più un burattino di legno: ma che era diventato, invece, un ragazzo come tutti gli altri. Dètte un’occhiata all’intorno e invece delle solite pareti di paglia della capanna, vide una bella camerina ammobiliata e agghindata con una semplicità quasi elegante. Saltando giù dal letto, trovò preparato un bel vestiario nuovo, un berretto nuovo e un pajo di stivaletti di pelle, che gli tornavano una vera pittura.


Appena si fu vestito, gli venne fatto naturalmente di mettere le mani nelle tasche e tirò fuori un piccolo portamonete d’avorio, sul quale erano scritte queste parole: «La Fata dai capelli turchini restituisce al suo caro Pinocchio i quaranta soldi e lo ringrazia tanto del suo buon cuore.» Aperto il portafoglio, invece dei 40 soldi di rame, vi luccicavano quaranta zecchini d’oro, tutti nuovi di zecca. Dopo andò a guardarsi allo specchio, e gli parve d’essere un altro. Non vide più riflessa la solita immagine della marionetta di legno, ma vide l’immagine vispa e intelligente di un bel fanciullo coi capelli castagni, cogli occhi celesti e con un’aria allegra e festosa come una pasqua di rose. In mezzo a tutte queste meraviglie, che si succedevano le une alle altre, Pinocchio non sapeva più nemmeno lui se era desto davvero o se sognava sempre a occhi aperti. — E il mio babbo dov’è? — gridò tutt’a un tratto: ed entrato nella stanza accanto trovò il vecchio Geppetto sano, arzillo e di buon umore, come una volta, il quale, avendo ripreso subito la sua professione d’intagliatore, stava appunto disegnando una bellissima cornice ricca di fogliami, di fiori e di testine di diversi animali. — Levatemi una curiosità, babbino: ma come si spiega tutto questo cambiamento improvviso? — gli domandò Pinocchio saltandogli al collo e coprendolo di baci. — Questo improvviso cambiamento in casa nostra è tutto merito tuo — disse Geppetto. — Perché merito mio?... — Perché quando i ragazzi, di cattivi diventano buoni, hanno la virtù di far prendere un aspetto nuovo e sorridente anche all’interno delle loro famiglie. — E il vecchio Pinocchio di legno dove si sarà nascosto? — Eccolo là — rispose Geppetto: e gli accennò un grosso burattino appoggiato a una seggiola, col capo girato sur una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stava ritto. Pinocchio si voltò a guardarlo e dopo che l’ebbe guardato un poco, disse dentro di sé con grandissima compiacenza: — Com’ero buffo, quand’ero un burattino! e come ora son contento di esser diventato un ragazzino perbene!... —


ASTA

SUSANNA ORLANDO


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