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Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n° 633 Capo IV Sezione II e successive modifiche. Ne è vietata qualsiasi riproduzione totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzo in qualunque forma di uno o più contenuti, senza il consenso dell'Autore. Pena le sanzioni previste dagli artt.171e 171-ter della suddetta Legge.

Opera pubblicata nel mese di Marzo 2014


Raccolta gratuita di poesie e racconti

E-book realizzato da Claudia Magnasco, edito su www.Calameo.com


Introduzione all’opera A chi non è mai successo di trovare un feeling particolare con altre persone, parlandoci? Si stabilisce una conoscenza reciproca che, a volte, va anche oltre la conoscenza fisica. Le parole dicono molto di noi: come le usiamo, come le impieghiamo, l'uso che ne facciamo. Si dice spesso che si usano le parole come coltelli, per ferire. Ma se le usassimo per "unire"? Le parole possono essere anche un balsamo per l'anima, e aiutare chi le pronuncia e chi le ascolta a creare qualcosa di bello e positivo. Da questa idea è nato il contest "Parole: un ponte che unisce" da cui si è deciso di fare, in allegato, un e-book che raccoglie poesie, racconti e testi di chi vi ha partecipato con entusiasmo. Grazie a tutti gli autori per la loro partecipazione. Cinzia Cristiano


Autori partecipanti in ordine alfabetico

Rosa Coddura Cinzia Cristiano Gianluca Deidda Egidio De Lauro Gavino Dettori Maria Teresa Dotti Ferna Fernii Barbara Glisenti Angelo Guichardaz Rita Licenziato Claudia Magnasco Bruna Mencaglia Giovanni Moscati Anna Secchi Aldo Villa

Parole nel vento Mondi paralleli Amicizia Parole Parole Costruito con le mie delusioni Da cuore a cuore Neppure il mare può separarci Bla.. bla.. bla Mura parlanti Lettera ad un amico Incontro Un ponte nel passato Un immenso girotondo Parole


Da un’idea di Cinzia Cristiano

Parole: un ponte che unisce AA. VV.


Di Rosa Coddura Parole nel vento Un giorno succede che riscopri le piccole cose, quelle con cui giocavi da bambina, succede di sorriderci e capire che fine hanno fatto quegli anni spensierati e questi per strada all'improvviso sembrano ricordarti che non li hai persi, ritornano sotto le sembianze di una sensazione, nella leggerezza di un palloncino lasciato da un bambino, per istinto gli dai un calcio, e anche se ne senti l'impatto, quello è leggero, lo vedi fluttuare e ti immedesimi nella sua libertà di lasciarsi andare al vento, poi passa una macchina e per effetto dell'elettricità statica, questo si impiccica nella parte posteriore e se lo porta via fino a qualche metro e a guardarla quella macchina sembra una macchina nuziale che si appresta a seminare gli invitati dopo la cerimonia, un inizio di una nuova vita, forse l'inizio di una nuova infanzia o forse la fine di un attimo di distrazione. Non so se sono cose che si imparano o si acquisiscono non appena hai capito il dolore - lezione di questa vita, mi basta poco per appesantire quel palloncino, per appesantire me stessa e non sentirmi più leggera, allora il palloncino si disperde, non c'è più verde, tutto inizia ad incupirsi nelle domande quotidiane, ma forse un po' rimane. Rincaso e le mura già pregne di umida inquietudine mi danno il benvenuto, e non appena entro già mi sento chiamare - Laura, vieni è pronto in tavola..- Inquietudini che mi porto fino alla sera e si risvegliano


con me in una sola maniera "Cosa devo fare?"...Ogni giorno mi passa, mi sfugge come mi è sfuggito quel palloncino trascinato, ogni giorno non so, sembro aspettare un segnale, aspettare, ad un tratto mi ricordo degli altri miei giochi d'infanzia, mi ricordo delle costruzioni che servivano a stimolare la mia creatività, trovare l'incastro adatto per costruire un palazzo oppure trattenere il respiro per non far crollare il castello di carte, sperare che l'onda non facesse naufragare il castello di sabbia...in qualunque materiale, ho sempre costruito delle fortezze, che siano di plastica, di carta o di sabbia, ma agenti esterni li hanno abbattuti e sempre più sfiduciata cercavo di rimetterli in piedi o lasciavo star tutto. Anche per la bicicletta il discorso non cambiava. Non riuscivo a mantenermi in equilibrio, dovetti ricorrere all'ausilio delle rotelle, in modo tale da consentirmi un'andatura più stabile, mi sentivo "potente", mi sentivo in una moto, già grande per possedere la strada, mi fermavo a guardare la fontana del giardino, mi fermavo e quella bici non era solo una bici anche se poi il deficit delle rotelle me lo ricordava, anzi mi imbarazzava. La pista, sì avevo anche quella pista, dovevo montare la mia strada, dagli le curvature che volevo per costruire sempre tratti diversi, una volta montata, la mia aspirazione era premere sull'acceleratore più forte che potevo, poi anche la macchinina si stancava insieme al mio pollice, o si fermava o si scontrava con qualche ostacolo. Forse non sono mai stata brava a costruire, forse non è cosa che mi appartiene. Avere la pazienza di mettere pezzo su pezzo, arrivando fino alla fine con successo, però in me genera soddisfazione, anche se lei è un attimo. Nonostante tutto penso che costruire sia una delle più belle cose che all'uomo è consentito fare per natura. Mi hanno sempre


detto che per costruire solide strutture si deve partire prima da una rielaborazione di dati acquisiti nel corso di un approfondito studio e osservazione della vita quotidiana, mi hanno sempre detto che per coltivare la proprie idee ci vogliono tanta volontà e perseveranza, mi hanno sempre detto di mettere su un foglio le mie idee, di tradurle in parole, in schizzi, bozzetti extemporanei e definirle in progetti. Mi hanno anche detto che una struttura per rimanere in piedi ha bisogno di uno scheletro di sostegno: le fondamenta. Senza le fondamenta solide questa rischia di cadere. Forse lo scheletro delle mie strutture ha le ossa che soffrono di osteoporosi, sono anche carenti di calcio, per questo hanno difficoltà a stare in piedi. Nel mio caso, il mio calcio di cui avrei bisogno è la fiducia, perché non riesco a credere nemmeno più a me stessa, mi manca l'immaginazione, non riesco più a costruire e se lo faccio mi sembra sempre banale e sbagliato. Il foglio bianco qui davanti non mi suggerisce nulla, solo il vuoto di uno spazio a cui voglio dar forma, una forma come quella di un areoplanino, era un gioco semplice, a volte banale, ma era quello che ancora noi chiamavamo "volare". Lo getterò al vento, magari ci scriverò un messaggio, lo invierò a qualcun altro, chissà chi lo riceverà....Sento quest'aria intorno. Adoro ogni giorno, svegliarmi e vedere l'opportunità, sentire con mano la sensazione soffice di una foglia e della natura in generale. Sono fedele al mio nome che hanno scelto per me i miei genitori: Serena. Mi piace vedere la vita a colori, perché la vita è a colori, non riesco ad immaginare un mondo senza colori, nemmeno quando in tv trasmettono un film in bianco e nero riesco ad accettarlo, mi diverto ad immaginare i colori delle vesti o dell'ambientazioni. Non mi limito solo ad immaginare i colori, ma specialmente se son film


muti cerco di immaginarmi il tono, la voce degli attori, mi piace ascoltare, anche se per compensare, si usa mettere un sottofondo che accompagna le vignette delle battute. Immaginare? Si, mi è sempre piaciuto immaginare, ascoltare, vedere, trasmettere, percepire, assaggiare... Abbiamo 5 sensi no? Sin da bambina andavo con i miei genitori al giardino vicino casa. Loro mi tenevano per mano, mentre io stavo al centro, sostenuta dalle loro mani, muovevo i primi passi e qualche volta avvertivo la leggerezza di provare a saltare, la stessa leggerezza che provavo quando andavo in altalena, la stessa che mi faceva immaginare di volare, ed è una bella sensazione. In seguito mi ero fatta prendere dalla passione per il volo, ho cominciato a costruire aereoplanini di carta, poi insieme a mio padre far volare un aquilone e non c'era niente che mi potesse mancare, anzi, chi da lontano lo vedeva, stava a naso in su, immaginando di volare anche lui. Ho sempre voluto trasmettere le mie emozioni, le ho riversate sulla tela, le ho armonizzate sul pentagramma, per farmi leggere anche sulla carta. Ho iniziato anche a scrivere, penso che ancora prima di codificare i gesti in scrittura, ci sia sempre stata questa voglia di comunicare, sentire la voce, e questa è unica per individuo, le parole però che grande invenzione! Ognuna serve per un verso, una frase , una periodo, un discorso, un romanzo. Ogni parola è un mattone che costruisce un muro, un palazzo. Ma so che prima ci vogliono fondamenta logiche, conoscenza, osservazione affinché questo possa rimanere in piedi. Scrivo molto, ma quello che più mi dà soddisfazione è lasciare un'emozione, trasmettermi per trasmettere un messaggio, condividere il mio pensiero, lasciare qualcosa e quando ci riesco mi sento bene. In questi ultimi giorni mi è venuta l'idea di far volare i


miei scritti così che qualcuno mi possa leggere e magari trasmetterò anche un po' della mia solarità. L'altro giorno mentre facevo una passeggiata nel giardino mi è arrivato un aeroplanino trasportato dal vento, è da lì che ho preso questa idea, cosa insolita, c'era scritto qualcosa: "Voglio essere leggera come una rondine a primavera far finta di avere le ali per volare libera in luoghi lontani e tu che leggerai queste parole voglio lasciarti il mio colore: bianco, perché li contiene tutti, io che a volte oltre il bianco e il nero non so volare ma so che tra loro ci stanno tante sfumature e lì non osano più le mie paure" firmato Laura

Erano queste le parole che ho letto, che mi sono arrivate da lontano. Laura, la persona che le ha scritte. Non so nulla di questa persona, non so come sia, né so la sua età, posso solo immaginarla come faccio con i film muti e senza colore, ma da quello che ho letto lei non sa andare oltre a quello che vede. Si vede, osservare è l'approfondimento, la vista è solo un assaggio. Lei si è trasmessa così, lo farò anch'io e chissà magari sarà proprio lei la destinataria di queste parole nel vento. Chissà chi avrà ricevuto quell'aereoplanino di carta, mi farebbe piacere se malgrado le vie del vento, possa essere arrivato in buone mani, una persona che sappia ascoltare, perché è di quello che io ho bisogno, di essere ascoltata. Mentre passeggio per il parco, sorrido, mi imbatto in un altro palloncino, ma noto che c'è scritto qualcosa, c'è un biglietto appeso, legato al palloncino stesso, vediamo cosa


dice: "Ti porto parole sulla scia di ogni colore usa l'arcobaleno come ponte per vedere il mondo più sereno. Ma questa serenità ma non sarà come la pentola piena d'oro custodita gelosamente da un folletto irlandese, ti hanno detto che arrivare è impossibile ma non è vero! quello che stai cercando l'hai trovato già sul tuo cammino è la bellezza di ogni giorno: vivi guardati intorno! Non sei sola, senza rendertene conto stringi già la mano ad altre persone queste se inciampi ti aiuteranno a rialzarti, volerai , salterai e ti aiuteranno ad apprezzarti. Ama e amati, lasciati andare, lasciati amare". Firmato Serena

Grazie, non so chi tu sia, Serena, posso adesso provare ad immaginarti, mi hai tolto questi miei occhiali da sole, quest'involucro grigio che ricopriva i mei occhi. Cerco di immaginarti, immaginare la persona che senza sapere ha finalmente fatto luce. Sì, ero alla ricerca di risposte, di un segnale, questo mi è arrivato nella maniera più strana, ma


è arrivato. So di nuovo immaginare, so vedere di nuovo ogni colore, posso rialzarmi, riesco di nuovo ad amare. Serena, chiunque tu sia, qualunque cosa tu faccia, resti fedele al tuo nome! Sarai sicuramente una persona solare, appunto serena. Grazie per queste parole, mi servivano, le terrò per sempre nel mio cuore. Chissà a chi sono arrivate quelle parole, magari sono arrivate a quella Laura, magari le ho tirato su il morale. Lo spero. Posso solo ringraziarla, mi ha dato senza saperlo un metodo per trasmettermi, ho fuso la sua idea con la mia. Penso che tutti aspettiamo un messaggio nel momento in cui ne abbiamo piÚ bisogno. Le due protagoniste del racconto, due mesi dopo si incrociano nello stesso parco. Nessuna di loro sa che le loro parole hanno dialogato nel vento, eppure per istinto Laura si gira, di riflesso , in qualche maniera le sembra familiare quella ragazza di spalle. Lo stesso fa Serena dopo che Laura si gira. L'una ha dato all'altra un modo per andare avanti, si sono raggiunte con le parole inconsapevolmente.


Immagine scelta da Claudia Magnasco


Di Cinzia Cristiano Mondi paralleli Le parole divennero reali. Tramutarono il sogno, ne fecero una casa, vi misero mobili e album di foto. C'era il vento, l'odore del mare fra grattacieli, semafori, e il Mac Donald. Non si capĂŹ dove iniziava il cielo e finiva la terra. Insieme cosĂŹ, da potersi toccare oltre i confini. Furono giorni di risa, di pianto, e le parole fra loro costruivano strade,

costruivano colline e vecchie chiese di periferia. Costruivano un mondo, di fiumi e prati di papaveri. Ed erano parole. - "Tu profumi di vaniglia... Dimmi: come stai?" Poi quel mondo implose. Eppur viveva ancora tra comignoli di paese e lo smog di Milano cittĂ , nel cielo azzurro che rispecchiava il mare e l'acciaio cupo di un empireo nord. SĂŹ, erano parole.


Immagine scelta da Cinzia Cristiano


Di Gianluca Deidda

Amicizia Esistono persone speciali capaci di trasformare in un minuto la tua giornata. Quando l 'amicizia vera ti tocca il cuore non se ne va. Ho cercato di essere una persona migliore, non ci riesco. Il mio essere migliore è questo. Ho tanti difetti ma so di averli. A volte il destino é strano, a reprimere i propri sentimenti soffocandoli si diventa apatici, non si provano emozioni, ma non è questa la via. La vita mi insegna che l'uomo è capace di amare, di gioire, piangere quando si incontrano persone speciali come voi......


Immagine scelta da Gianluca Deidda


Di Egidio De Lauro Parole Parliamo tanto Amanti della nostra voce Ricordiamo a stento Oscurando ciò che ci da croce. Libere le immaginiamo le parole Eppure trovan spesso leggi contro l’emigrazione


Immagine scelta da Egidio De Lauro


Di Gavino Dettori Parole Ho provato con il linguaggio dei fiori. ma una volta appassiti non ne resta traccia. Ho provato col linguaggio dei cenni, ma ho creato solo confusione! Prova un po’ con le parole, mi son detto, quelle entrano nelle orecchie, passano dal cervello e si fermano nel cuore!


Immagine scelta da Gavino Dettori


Di Maria Teresa Dotti Costruito con le mie delusioni Questione di feeling, Mina mi mette i brividi. Feeling che sento, come se io e te ci si conoscesse da sempre...invece non conosco ne' il tuo viso ne' il tuo nome. Sono grande mi dico e non ho paura dell'uomo nero, anche perché sei talmente bravo a galoppare nella mia fantasia che potresti essere il principe azzurro, con i tuoi modi belli, le sfumature delicate delle parole scritte veloci sullo schermo e quel bacio della buonanotte che morbido mi schiude le labbra di sorpresa. Così nel sonno t'immagino, capelli corti, grandi occhi scuri e dolci sotto le sopracciglia folte...la mascella decisa. Sei alto ed io piccola, tanto piccola da perdermi tra le tue braccia...e mi sveglio sorridendo della mia stupidità...tu non mi vuoi...o forse non puoi rivelarti.. Anche stasera sto qui e attendo, attendo che digiti un "ciao amore", è così forte il tuo richiamo, perché c'è feeling, quello che non ho mai provato con nessuno, perché non sei vero...perché ti ho costruito con le mie delusioni... "addio amore" Spengo il pc...


Immagine scelta da Cinzia Cristiano


Di Ferna Fernii Da cuore a cuore Usavo la mia "bacheca" per comunicare con amici di vecchia data, colleghi e conoscenti, piano piano gli amici crescono e si aggiungono visi, nomi, persone sconosciute e proprio loro, loro che non ho visto mai, loro che sono i piÚ lontani, sono quelli che se manco mi chiedono il perchÊ, che mi hanno aiutata nei momenti difficili che hanno gioito con me per le piccole cose che fanno grandi i giorni... Non ricordo se loro hanno scelto me o se io ho scelto loro so solo che quel filo che ci unisce è "virtuale" e non importa se non vi potrò conoscere tutti personalmente ma so che esistete e siete persone vere.


Immagine scelta da Ferna Fernii


Di Barbara Glisenti Neppure il mare può separarci Ho scoperto Facebook alla fine del 2008, ma ho iniziato a usarlo davvero nel giugno del 2009. Perché? Perché avevo bisogno di comunicare. Non avevo mai avuto bisogno della tecnologia o di un pc per farlo. Ho sempre avuto amici di penna e anche con la mia migliore amica di Torino, usavo lettere o telefono. Fisso. Perché anche il mio primo cellulare lo comprai proprio allora. Semplice, normalissimo, ma rosa perché volevo qualcosa di colorato che portasse bene in un periodo difficile. Tutto è buono per pensare positivo. E perché avevo bisogno del pc per comunicare, se fino ad allora avevo sempre usato i metodi tradizionali? Perché io e mio marito dovemmo partire per Milano. Destinazione ospedale Niguarda. Mio marito era stato finalmente chiamato per lo screening trapianti. Finalmente dopo mesi d'attesa avrebbe fatto tutti gli esami per entrare il lista d'attesa per un trapianto di fegato. Saremmo rimasti a Milano 10 giorni. Questo era quello che pensavamo noi, ma in realtà i giorni diventarono 33 e tornammo a casa, senza che lui fosse messo


in lista. Avremmo dovuto ricominciare tutto da capo. In un altro ospedale, mentre il tempo passava inesorabile. Fb mi servì per mandare notizie a casa. Ogni sera, dopo aver passato la giornata in ospedale con lui, rientravo nella mia minuscola e afosa camera d'albergo e mandavo messaggi a chi ci voleva bene, per tenerli aggiornati. Quando tornammo a casa, piegati, ma non spezzati, ricominciammo a cercare un altro ospedale. Nel frattempo io mi ero incuriosita e avevo iniziato a esplorare le infinite possibilità che offriva un social network. E così facendo scoprì un tesoro. Come? Grazie al mio amore per le parole e alla mia passione per i libri. Si sa chi ama leggere non può parlarne al bar, o nell'attesa di una visita, o al supermercato, come le altre persone parlano di calcio, di donne o di malattie altrui. Noi lettori possiamo parlarne solo tra noi e la possibilità di incontrare qualcuno che ama leggere in un piccolo paese è abbastanza limitata. Ecco...chi ama leggere...le parole che digitai su fb,...per vedere che sarebbe successo. E quello che successe, mai l'avrei potuto prevedere. Conobbi quella che ora è una delle persone che amo di più. Ma come, direte voi, su fb? Ebbene sì! Su fb. Le parole sono magiche e se le usiamo come si deve, possono regalarci emozioni, amori e amicizie...splendide amicizie...quelle che durano tutta una


vita. Scoprii una pagina dedicata ai lettori “Per chi ama leggere, di Claudia Magnasco”. Il nome era indicativo e perfetto...c'era la parola ama....che viene da amore che, per me, è la parola più bella esista. E attraverso la mia passione per i libri e l'amore per le parole conobbi, colei che mi sarebbe stata più vicina di chiunque altro, che mi avrebbe dato forza, quando io ancora non sapevo quello che avrei dovuto affrontare. All'inizio, entravo in pagina, per commentare un libro, un aforisma, per dire “sì l'ho letto anche io”! Poi perché i commenti di colei che gestiva la pagina mi piacevano. La sentivo simile a me, avvertivo un feeling particolare, ma non le chiesi l'amicizia. Pensai che fosse troppo occupata e troppo speciale per dedicarsi a una lettrice in particolare. Comunicavamo tramite i commenti, finché un giorno fu lei a chiedermi l'amicizia e accettai con gioia. E lì cominciò tutto...la nostra amicizia, i suoi incoraggiamenti, le nostre chiacchiere, le telefonate. Potevo parlare solo con lei della lunga lotta ce io e mio marito stavamo affrontando, perché lui, giustamente, teneva alla sua privacy e solo alcuni amici e i parenti più stretti sapevano. Io rispettavo il suo desiderio, ma avevo anche bisogno di parlare con qualcuno che mi volesse bene.


Non lo facevo nemmeno con la mia famiglia, perché io ero quella forte che contagiava gli altri. Mai li avrei fatti preoccupare. In realtà non avevo dubbi che mio marito ce l'avrebbe fatta, ma a volte la stanchezza prendeva il sopravvento e Claudia c'era...era lì ad ascoltarmi. Claudia c'è sempre stata..... C'era il giorno che mio marito entrò in lista dopo due anni di lotta e gioì con me...c'era il giorno che mio marito, a pochi passi dal traguardo, morì all'improvviso in una solare mattina di marzo e pianse con me. Fu l'amica che chiamai per prima. L'unica vera. Perché quella di Torino non era riuscita a starmi vicino. C'era il giorno del funerale....non materialmente, abitiamo lontano, ma sentivo i suoi pensieri. C'era quando piangevo, c'era nei libri che leggevo e che ci avevano fatto diventare amiche. C'era anche quando sapeva che non servivano parole. Ma sono state proprio quelle ad unirci e io le amo ancor di più per questo. Ci incontrammo in Sardegna dopo più di un anno dalla morte di Roberto e l'emozione che ho provato nell'abbracciarla è indescrivibile. Le parlai della malattia di mio padre.....e lei mi fu vicina come sempre. Fu la prima a cui telefonai quando i medici non diedero più speranze al mio papà e la chiamai il giorno che mio padre raggiunse Roberto....due amori in sedici mesi....


Credetti di impazzire...ma c'era Claudia e un grande amico di mio marito che non mi lasciarono mai..... Sono quasi passati tre anni dalla solare mattina di marzo in cui la mia vita cambiò completamente, ma in questi anni di dolore c'è stato qualcosa che è riuscito a tenermi a galla nei momenti in cui volevo solo affondare.....un ponte.....un ponte di parole e amore che ha unito due donne separate dal mare........E se tutto quello che mi è successo mi ha fatto capire che nella vita, non ci sono certezze.....una è rimasta......quel ponte resisterà per sempre ,perché è intrecciato di amore, amicizia, empatia, comprensione, momenti felici e soprattutto grandi dolori condivisi. Ma nessuna parola potrà mai descrivere l'immensa gratitudine e l'immenso amore che provo per questa magnifica donna.....


Fotografia di Giorgio Frigerio – Barbara e Claudia


Di Angelo Guichardaz Bla.. bla.. bla Parole strette non abbastanza grandi per abbracciarci, recipienti scarni, deformati, come spugne assorbono emozioni, con difficoltĂ  ne raccontano il pathos, esili al tocco dei turbamenti evanescenti come bolle di sapone scoppiano ad una carezza lieve, brezze primaverili o dardi avvelenati che sibilano lontani....


Immagine scelta da Cinzia Cristiano


Di Rita Licenziato Mura parlanti Ho lasciato le mie parole scritte sul muro sotto casa: “Mi manchi�. So che tu passando le leggerai, ti verranno le lacrime agli occhi e se avrai voglia ancora di ricostruire dalle macerie, risponderai con un cuore o con un’altra frase. E ritorneremo a stare insieme, forti come quel muro che porta scolpita la nostra storia.


Immagine scelta da Cinzia Cristiano


Di Claudia Magnasco Lettera ad un amico All'inizio erano parole tristi, cucite sulla carta per dare vita ad una poesia, la mia, una delle tante. Ancora non mi conoscevi quasi per niente e nei miei versi ci incontrammo. Quelle parole erano piene di sabbia, giacché all'epoca, frugavo ciclica, infinita desolazione, col vano intento di trovare un senso ad un trascorso ancora troppo cocente e gelido al tempo stesso. E fu così che mi scrivesti, per dirmi che quella poesia era troppo triste. Proprio così, né più né meno. Spalancai la bocca e pure gli occhi, assai perplessa circa le tue vere intenzioni e solo per un istante ebbi l'istinto di mandarti a quel paese. Chi eri tu! Sconosciuto venuto dal nulla? E come ti permettevi di raggiungermi con un messaggio, per dirmi....... invece mi fu subito chiaro che avevi capito tutto e che di te potevo fidarmi. Non sapevi nulla di me, eppure si, le parole della poesia ti arrivarono schiette e colme del mio stato, per niente gradevole... E dire che era un periodo in cui anche la mia ombra mi risultava ambigua, figuriamoci un estraneo.


Invece scattò qualcosa...la serratura.. ed entrasti in me, con fare gentile. Il tuo esordio era stato solo apparentemente glaciale, ma nella parola TRISTE, ci avevi messo il tuo desiderio che nessuno debba ridursi a rodersi come un ossesso, per farsi una ragione dei propri dispiaceri, per più di un certo tempo. Perché ne avevi lette in precedenza, di poesie mie, e la solfa era più o meno la stessa. Iniziammo in questo modo piuttosto singolare, a raccontarci, o meglio io ti narravo di me e del fracasso che mi aveva investita di lì a poco prima. E si che mi sembravi tanto sicuro di te, tu! A modo anche, quasi come se non avessi problemi, mentre io ero il brutto anatroccolo, dopo esser stata cigno. Grondante insicurezze e tanto altro, comunque niente di buono. Non mi mancavano gli amici fidati, ma per natura non ho mai voluto accollare più di tanto sugli altri, le mie spiacevoli vicissitudini, ma con te era diverso, era come parlare a me stessa nel vero senso del termine e le nostre parole sono divenute tante e tante, quando la distanza non concedeva ancora sguardi, tanto meno abbracci. Ciò che più ho amato era la capacità tua di fiutarmi e rinvenirmi, quando mi celavo dietro certe mie parole. Se io dicevo rosso per esempio, tu capivi subito che invece il mio cuore vestiva blu malinconia e io rimanevo di stucco e ti chiedevo spesso come diavolo riuscissi a smascherare ciò che


provavo veramente. Semplicemente, tu sapevi ascoltare le mie parole scritte e tutti i miei significati di cui erano piene. Così, giorno dopo giorno mi veniva sempre più facile aprirmi e i miei timori scemavano. Più dialogavamo e più stavo a mio agio e il mio umore migliorava. E capitò poi, che anche tu ti sei aperto a me. Ecco che ti rivelavi non più uomo impeccabile senza grattacapi, ma bambino, con tutti i suoi sogni irrealizzati e i suoi casini quotidiani, che non erano roba da poco. Ti raccontavi con parole dure a volte, a tratti ferocissime, tipiche di chi si è ampiamente guardato allo specchio, ma ancora non del tutto. Il tuo specchio ero diventata io e tua parola dopo tua parola, venni a conoscenza di cosa ti era successo prima di incontrarci. Non ti palesavi a me in un momento a caso, bensì quando io ero più forte rispetto a quella maledetta poesia e alle altre del periodo. Sapevi ormai, che con le tue parole, mi avevi dato una mano per guarire da stagioni spinose. E avevi bisogno tu in quel mentre, di essere ascoltato e capito da me. Eravamo l'uno lo specchio dell'altra, così, banalmente, come dovrebbe essere sempre con le persone della nostra vita. Mi raccomandavi di frequente di non tenermi tutto per me, di narrarti ogni cosa, ogni pensiero, perché con te era al sicuro.


Era bellissimo, non mi sono sentita così a casa, così ben accolta, come con te. Non c'era bisogno di troppe spiegazioni, le parole avevano un valore ben preciso tra noi, era quello e basta, e lo percepivamo senza dubbi e remore e quando le parole erano troppo grevi, una volta che ce le scambiavamo, diventavano farfalle e noi ci alleviavamo. Ridevamo tanto anche.. le parole erano piene di risate, anche quelle che raccontavano le nostre versioni più drammatiche, forse soprattutto. Abbiamo riso da subito in effetti. In due e però distanti. Che dirti, sei stato un amico grande, un sentimento profondo che ha attecchito in me e mai più mi ha lasciata e con te ho imparato tante cose. Per esempio ad essere più comprensiva con gli altri, ascoltandoli qualche attimo di più rispetto alla mia norma. Non che prima fossi sorda, ma tu sei stato il ponte tra me e me e viceversa io per te. Tra me e te il nostro ponte di parole, che sapevano di pane e primavera. Questo ponte, semplicemente è proseguito.. e continua ad allungarsi da me verso gli altri.. molto più solido rispetto a prima di conoscerti. Quando scrivo poesie lo sai, è diverso, sono solo gli altri che ascoltano le mie parole, se riescono, ma la poesia trasmette molto e al tempo stesso può dar vita a vari punti


interrogativi, un po' come capitava a te quando le leggevi senza conoscermi. Domande a cui poi risposi, perchĂŠ sei stato degno di sapermi.


Immagine scelta da Claudia Magnasco


Di Bruna Mencaglia Incontro Ricordo il nostro ultimo incontro. - Come stai? - Non so che cosa dirti. Le giornate sono sempre diverse, io cambio continuamente, i miei pensieri a volte prendono il sopravvento sulla realtĂ  e mi conducono in labirinti dai quali faccio fatica ad uscire. - Sei felice? - A volte mi sento in pace con me stessa e il mondo, a volte invece vorrei capovolgere tutto. - Che cosa ti fa paura? - La solitudine intesa come incapacitĂ  di comunicare e di condividere con qualcuno la mia visione della vita, i miei sentimenti e la mia interioritĂ  spesso molto ingombrante. Fu in quel momento che tu ti avvicinasti e mi stringesti in un caloroso abbraccio. Sento ancora le tue braccia che circondano il mio corpo, una stretta dalla quale non sarei potuta sfuggire. E poi arrivarono le tue parole sussurrate: - Io sono l'ostacolo che puoi superare, la lontananza che vuoi ridurre, la mancanza che speri sempre di colmare. Io sono le parole non dette, quelle che rimangono dentro e che, appena nate, sono giĂ  orfane di significato. Afferrai la tua mano e lasciai cadere ogni barriera che mi isolava da me...da te.. dal mondo.


Immagine scelta da Bruna Mencaglia


Di Giovanni Moscati Un ponte nel passato (da una storia vera) Camminavo, camminavo sempre di fretta. Avevo paura di perdere il treno perché all’uscita della scuola c’era solo un treno che da Piazza Italia andava a Tivoli a casa mia. Non mi annoiavo al ginnasio. Ma non studiavo mai. Certo la migliore scuola di Roma, dai gesuiti. Non mi andava di studiare tanto i sei e i sette li prendevo lo stesso. In arte ero bravissima, prendevo sempre otto ma era una passione non era studio. Del resto avevo un gran bisogno di esprimermi di essere libera. Questi pensieri mi affollano ora, e dove mi trovo. Camminavo, Camminavo, camminavo sempre di fretta. Avevo paura di perdere il treno perché all’uscita della scuola c’era solo un treno che da Piazza Italia andava a Tivoli a casa mia. Correvamo con le mie compagne di scuola, quelle che abitavano vicino alla mia villetta. E come facevo correre anche uno dei miei pretendenti. Lui sempre alle 17 mi veniva a prendere all’uscita della scuola, lo facevo correre assieme alle mie amiche lungo viale dei gigli fino alla stazione, Ah che corse. Non mi stancavo mai. Che giornate. Ogni giorno era uguale, stesso rituale: uscita di corsa, saltavamo il marciapiede, un


bacetto a Gianni e presto sul viale alberato. Tutti i giorni era uguale. Tranne quel pomeriggio del 10 di marzo. Come sempre all’uscita, io, Lucia, Marzia e Gianni correvamo verso la stazione. Ma inciampai e loro non si accorsero che ero quasi caduta per terra e mi ero fermata. Mi alzai e mi rigirai per vedere se mi ero sporcata e lo vidi. Lì dietro un angolo tra la tabaccheria e il bar c’era questo ragazzo. Capelli neri, occhi azzurri e alto, alto. Mi fisso per un attimo anche lui poi si nascose. Io feci finta di non averlo visto ma avevo capito benissimo che mi seguiva. In un attimo corsi verso le mie compagne e Gianni e andammo in stazione. Da quel giorno oltre a noi tre c’era un altra presenza constante che ci seguiva, fino alla stazione. Era l’otto aprile, me lo ricordo benissimo. Quel giorno Lucia era rimasta a casa e Gianni aveva una gran fretta. Io e Marzia correvamo come pazze, ma Gianni era più veloce e quando entrammo nell’atrio della stazione lui era già sul binario ad aspettare il treno. Quando andai a prendere i biglietti, me lo vidi spuntare davanti. I suoi occhi azzurri mi avevano già illuminato il viso. “Salve, che treno prende?” “Il treno per Tivoli, - risposi” “Peccato io devo andare a Monterotondo, altrimenti avremmo preso la stessa carrozza . Ma in fondo e’ come se ti conoscessi. Mia sorella sta in classe con te.”


“Come si chiama tua sorella?” “Virginia. Sta al terzo banco. Tu invece siedi al primo. Me lo ha detto lei, eh” Mi sparò un sorriso, come un raggio di sole quando esci da una stanza buia. Sapevo che mi aveva spiato sbirciando da una delle porte che davano al corridoio. Non mi importava, il cuore già mi era andato in gola. ���Ora devo andare, altrimenti perdo il treno” Scappai al binario, dove Gianni mi rimproverava di spicciarmi. Da quel giorno sempre lo incontravo nella biglietteria. Sembravano incontri messi lì dal caso. Ma sapevo perfettamente che sceglieva i tempi giusti per arrivare nello stesso momento in cui io tiravo fuori i soldi per comprare il biglietto del treno. Continuò cosi per tutto il trimestre, fino alla fine della scuola. E le vacanze per me erano solo una dolce parentesi per aspettare settembre e rivederlo…. “Oi, ma non pensavo che eri tu. Trovarti su Facebook, Ah ma che sorpresa. I ponti invisibili che ci uniscono assieme alle parole. E’ proprio piccolo il mondo”. Il suono sordo del nuovo messaggio mi aveva svegliato, Mi ero addormentata davanti allo schermo del computer e mi ritrovavo davanti ad un passato che avevo dimenticato… “Ciao. Ma chi sei? Perché mi scrivi?”


“Sono Virginia, la tua compagna di classe. Sei diventata di memoria corta” “Ma no. Ciao! Che bello risentirti dopo 15 anni.” “Anche io sono felice di risentirti. Ma ti sei sposata con Gianni?” “Si, il pretendente di tutta la vita” “Io invece non mi sono sposata. Lucio mio fratello invece si è sposato. Ti ricordi Lucio” Ascoltando quel nome, era come se il tempo fosse tornato indietro. L’emozione di un fremito, che avevo soffocato negli anni, quasi dimenticato in un antro della mia anima, come se fosse stata spazzatura, proruppe in un calore nel petto. Lucio. Non l’avevo mai dimenticato Lucio. L’avevo solo rinchiuso in una scatola. “Si, si Lucio tuo fratello – risposi vaga, cercando di dissimulare l’emozione. “Si mio fratello. Vedi, come te lo posso spiegare. Io ti ho riconosciuto nella foto del profilo ma ti ho scritto insomma ti ho cercato soprattutto per lui. Si perché è sposato ma non è felice. Mia nuora è fantástica, tedesca, organizzatrice, lavoratrice, puntuale. Ma così diversa da lui. E’ fredda mentre lui come dire è caldo. Sta molto male. E’ depresso. Lo devi vedere. Se non lo vedi súbito so che morirà, al massimo tra due anni morirà. Ti prego, solo vederlo”


Incontrare una persona dopo 15 anni che non la vedi può essere una delusione o una gran sorpresa. Quando incontrai Lucio al bar seppi che mai avevo amato. Da un drink all’altro fino ad andare a cena il passo fu breve. Quando mi riaccompagnò a casa, davanti al cancello mi disse: “Sono quindici anni che aspetto questo momento. Dovevo farlo, si quel giorno che ci siamo visti nella stazione. Ti ho sempre amato e ti seguivo di nascosto. Non sei cambiata per niente. E questo bacio è per te”. Le sue labbra si avvicinarono alle mie e la scossa che attraverso la mia pelle mi fece tremare, pensando che mai più avrei sentito il battito del mio cuore o il respiro che trattenni più del fiato che voleva uscire dal naso. Mi diede un bacio e che bacio! Durò due anni la relazione. Poi un giorno mi telefonò e mi disse che le corna vanno bene per gli animali come i cervi ma non possono rimanere attaccate alla testa di chi amiamo. Quando gli risposi che andava bene cosi, sapevo già che lui si era firmato la sua condanna ed io avevo buttato la chiave della mia stanza della felicità.


Immagine scelta da Cinzia Cristiano


Di Anna Secchi Un immenso girotondo Parole scritte, cantate, pronunciate Parole sussurrate, urlate, strozzate Parole per raccontare, parole da ascoltare. Parole che come un immenso girotondo uniscono tutto il mondo, per comprendere senza giudicare, ciò che troppo spesso distante appare.


Immagine scelta da Anna Secchi


Di Aldo Villa Parole E poi ci scambiammo poesie d'amore, ma non lo sapevamo allora. Noi credevamo fossero parole, di quelle che non fanno male, di quelle che non sanno dire ancora: - T'amo non lo dimenticare. –


Immagine scelta da Claudia Magnasco


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Parole: un ponte che unisce