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Gnosi e Noesi

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Le Basi

( http://gnosienoesi.blogspot.it/ )

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Ripartiamo dalle basi (12-4-2017) Il tempo del coraggio (14-4-2017) Venerdì Santo: Nella Passione del Signore (15-4-2017) di don Gigi Pini Tra rovine e macerie. Il mondo nuovo (17-4-2017) Gli immigrati, il documentarista e il cardinale (21-4-2017) Due Papi o lo Stato che verrà (22-4-2017) di LaDurezza del vivere Tornare alla Costituzione? (22-4-2017) La canzone del maggio (25-4-2017) Kubrick o la puttana di Eyes Wide Shut (01-5-2017) La predica sull'amore di un prete dannato (03-5-2017) La rosa blu e la rosa bianca (08-5-2017) L'umiltà e la Misericordia (13-5-2017) di don Divo Barsotti Morto un paese se ne fa un altro (29-7-2017) Come un sogno nel sogno – Eric Voegelin e la lotta al terrorismo (21-8-2017) Oltre il sogno – Snowflakes, i talebani occidentali (01-9-2017) Sulla ricostruzione dell'ordine sociale (22-9-2017) di Pio XI Il filosofo e i giornalisti (27-9-2017) Come una luce tra le montagne (12-10-2017) Dizionario minimo dell’intellettuale realista (19-10-2017) Siamo tutti dei re (26-10-2017) La Realtà (6-11-2017) di don Divo Barsotti L’amore in 280 caratteri (15-11-2017) La fine e il fine (26-11-2017) La teologia della globalizzazione tra noesi e gnosi (2-1-2018) La comunicazione politica in Italia (4-1-2018) Umiltà e solidarietà (13-1-2018) I padroni del vapore e il prete alpinista (10-2-2018) Funziona così (25-2-2018) Elezioni: il commento di Carlo Marx (6-3-2018) I cristiani di Costantinopoli (12-3-2018) Moro pe' tte (16-3-2018) Andate oltre (18-3-2018) Pio XI e Voegelin tra passato e futuro: habemus paper (8-4-2018)

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Le Basi

Gli articoli pubblicati su questo blog si ispirano o sono affini ad alcuni principi fondamentali che formano una vera e propria "carta costituzionale" per la mia azione personale e per un rinnovamento politico generale.

I contributi di altri autori sono ben accetti, così come i commenti, purché in linea coi suddetti principi. Mi riservo comunque il diritto di selezionare i contributi da pubblicare, ove non siano da me esplicitamente richiesti, e di rimuovere eventuali commenti irrispettosi nei confronti degli autori o di altri utenti. Questo blog non è una testata giornalistica in quanto non ha carattere di regolarità. Non saprei d'altronde scrivere o trovare ogni giorno qualcosa che sembri intelligente, sensato o utile da pubblicare. Tuttavia ogni giorno cerco di osservare con attenzione la realtà, di riflettere, di pormi delle domande e restare in ascolto. Ogni tanto qualche risposta arriva.

Il titolo del blog si riferisce alla teoria politica di Eric Voegelin a cui ho accennato qui. La foto di copertina è stata scattata da me all'alba davanti all'Isola di Pasqua. La citazione in epigrafe è tratta dal canto decimo del Paradiso (tutta la Commedia di Dante è una meditazione sulla politica aperta alla trascendenza in un'epoca di crisi della Chiesa, ma le somiglianze si fermano qui perché Dante era favorevole al "vincolo esterno" e al governo tedesco dell'Europa, che allora si chiamava Cristianità).

NOTA BENE:

La riflessione sullo Stato e la politica che percorre tutto il blog è stimolata e in parte ispirata dal fondamentale appello del papa emerito Benedetto XVI del 19 aprile 2017:

Il confronto fra concezioni radicalmente atee dello Stato e il sorgere di uno Stato radicalmente religioso nei movimenti islamistici conduce il nostro tempo in una situazione esplosiva, le cui conseguenze sperimentiamo ogni giorno. Questi radicalismi esigono urgentemente che noi sviluppiamo una concezione convincente dello Stato, che sostenga il confronto con queste sfide e possa superarle.

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Ripartiamo dalle basi aprile 12, 2017

Due ragazzi in una via di Reykjavik, Islanda (archivio personale) Come ho scritto recentemente in un post su Twitter, penso che ci sia un gran bisogno di ripensare alcuni principi fondamentali e condivisibili su cui impostare il nostro futuro. Di seguito la mia proposta.

L’UOMO E IL SUO DESTINO ETERNO

Il cuore dell'uomo è malato, secondo la tradizione religiosa cristiana in conseguenza del peccato originale. In ogni caso, come dimostra abbondantemente la storia, l'uomo non è intrinsecamente buono, ma può essere educato. Lo possono educare al giusto, al bene e al meglio i genitori, oppure la famiglia allargata e il gruppo sociale, oppure lo Stato. Sfruttando questa debolezza ci sono e ci saranno sempre corruttori organizzati o meno che cercano di dirigere i singoli così come interi popoli contro il loro interesse, ma l'ultima parola spetta sempre al libero arbitrio di ciascuno, che può rifiutare la corruzione.

Duemila anni di testimonianze giunte fino a noi ci insegnano che il solo vero medico del cuore umano è Gesu Cristo, che ha vinto il male e redento l'uomo, aprendogli attraverso la remissione dei peccati le porte del regno dei cieli, ovvero

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del dominio di Dio sul suo cuore. L'uomo trova la pace solo in Dio, accogliendolo con umiltà nel suo cuore e incontrandolo nella vita eterna.

CIVILTÀ E ALTERITÀ

Esiste una sola razza umana, da sempre meticcia e interconnessa. Gli scambi e le contaminazioni sono importanti fattori di crescita e sviluppo, ma ovunque l’uomo organizza il suo spazio fisico e mentale attorno a limiti e barriere. Ogni popolo infatti ha lingue, usi, credenze e tradizioni che lo distinguono dagli altri e ne costituiscono l’identità. Una società sana custodisce i "muri" della propria civiltà e nello stesso tempo costruisce "ponti" per attrarre il meglio dall’esterno e diffondere le proprie eccellenze, in termini di beni materiali, immateriali e simbolici, persone e pratiche.

L’UOMO AL CENTRO DELL’ECONOMIA

Il denaro è uno strumento dell’uomo, non il contrario, per cui la vita dell’uomo non dev'essere in funzione della moneta e del capitale. L’usura va riconosciuta in tutte le sue forme e condannata come intrinsecamente sbagliata, in quanto contraria al lavoro e strumento di dominazione dell’uomo sull’uomo. Lo stato deve dotarsi di moneta sovrana e di un istituto che garantisca il debito pubblico, mettendolo al riparo dalla speculazione.

L’INDIVIDUO E LO STATO

Compito dello Stato nazionale moderno è gestire al meglio le risorse comuni e difendere le buone iniziative dei deboli contro i soprusi dei forti. La democrazia si basa sull’abnegazione di singoli che rinunciano a parte della loro libertà e al proprio interesse immediato per un bene superiore e una maggiore libertà. Il benessere dei cittadini deve quindi essere l’unico interesse dello Stato e delle organizzazioni politiche. Lo Stato dev'essere abbastanza forte da tutelarsi contro attacchi esterni e interni e difendere l’interesse dei cittadini, ma nello stesso tempo non deve mai calpestare la libertà e la dignità degli individui, che vanno protette anche da apposite leggi.

TRA POLITICA E TRASCENDENZA

Lo Stato deve coltivare la naturale propensione degli individui alla socialità e all’interdipendenza, indirizzandola allo sviluppo del bene e dell’interesse comune, ma deve anche lasciare aperta la via della trascendenza, evitando di ridurre l’uomo alla sola dimensione del visibile e del misurabile, ovvero di assolutizzare alcune sue idee o costrutti sociali, che in quanto tali sono sempre limitati.

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Il tempo del coraggio aprile 14, 2017

La seconda carica della repubblica italiana con due agnelli (fonte Libero)

Viviamo in un'epoca in cui sappiamo che le notizie sono spesso false e i giornalisti si comportano in diversi casi come pubblicitari o agenti di qualche servizio segreto (come rivelato da Udo Ulfkotte prima di morire). Gli intellettuali, gli studiosi e gli analisti vedono frequentemente frustrati i loro tentativi di interpretare la complessità del mondo, perché i governanti sembrano seguire più i sentimenti del momento o idee preconcette che la ragione. Apparentemente le immagini di bambini morti hanno fatto ribaltare nel giro di poche ore la politica della cancelliera tedesca Merkel sull'immigrazione e quella del presidente americano Trump sull'interventismo bellico del suo paese (in entrambi i casi con conseguenze drammatiche innanzitutto per tanti altri bambini). Questi voltafaccia sono stati subito incensati dai media, che sembrano rivolgersi a un vasto pubblico di persone semplici, animate da buoni sentimenti e assolutamente prive di una visione generale, non dico strategica ma almeno di lungo periodo. Persone che si battono contro le leggi per aiutare l'immigrazione di massa, che sostengono il diritto degli altri all'eutanasia senza chiedersi cosa sarà di loro quando il sistema sociale statale non potrà più mantenerli, che cambiano idea su un politico perché ha salvato la vita a qualche agnello a favore di camera, senza pensare cosa succederebbe agli agnelli e alle pecore se gli allevatori non avessero più profitto. Nello stesso tempo, prelati e teologi cattolici rinnegano secoli di riflessione razionale sulla

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rivelazione per inedite aperture nel nome della misericordia o avviare processi sincretistici le cui conclusioni sembrano non riguardarli né interessarli. Il capitale finanziario, da sempre avido, ottuso e miope, ormai liberato dagli ultimi legacci della politica e dopato dalle banche centrali con frequenti immissioni di denaro, continua la sua folle corsa per nulla turbato dallo scoppio regolare di bolle speculative che disperdono con sé innumerevoli vite umane. Questo insomma non è il momento per fini pensatori. Questo è il momento di guardare al futuro e ripartire dalle basi, da cose semplici e belle, possibilmente da ciò che dura o è eterno. Questo è il momento di rimparare a pregare, ad essere umili, a lavorare con le proprie mani oltre che con la testa e a servire il prossimo con spirito di gratuità. È il momento di essere profeti, poeti e politici, è il momento di essere coraggiosi.

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Venerdì Santo: Nella Passione del Signore aprile 15, 2017

Gesù secondo Akiane Kramarik (immagine dalla rete) di Don Gigi Pini

Giovanni 18,1-19,42

(…) Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco il tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco la tua madre!”.

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E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa. Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata compiuta, disse per adempiere la Scrittura: “Ho sete”. Vi era là un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: “Tutto è compiuto!” E, chinato il capo, spirò. (…)

A contarli tutti quelli che erano sotto la croce, c’è da scoraggiarsi: quattro donne e un uomo. Delle quattro donne una era la sua mamma e l’uomo era Giovanni, l’unico dei Dodici. Abituati come siamo a tirare bilanci e a decidere il che cosa fare sulla base degli ‘indici di gradimento’… abituati così, in una situazione come questa, dopo anni di Parola, di miracoli, di segni… beh, era il caso di dichiarare ‘fallimento totale’. E Lui, invece, rilancia: “Ecco tua madre”. Una donna, Maria, sua mamma che diventa, perché Lui lo vuole, la mamma della Chiesa, del popolo nuovo che sta per ‘nascere’. Nemmeno per un momento dimentica lo scopo della sua missione: salvare l’umanità dal male. E proprio per questo è lì, sulla croce: per la sfida ultima e definitiva con il Male estremo che è la Morte. È lì per vincere con la…Risurrezione. E Lui sa già che, dopo, la Storia cambierà. Ma ci sarà comunque bisogno di un punto di riferimento chiaro e sicuro… e chi può esserlo meglio di Sua Mamma? Lei sarà la Mamma della Chiesa, lei sarà il punto di riferimento per tutti i credenti. Lei, quella del “Sì” nell’Annunciazione, quella del servizio a Elisabetta e quella del Magnificat. Lei, quella delle nozze di Cana e quella del tempio a Gerusalemme. Lei, quella sotto la Croce e quella del Cenacolo… Lei, Madre della Chiesa. “Ecco tua madre”: dalla Croce, in un momento all’apparenza fallimentare, nasce una certezza, un dono del quale non possiamo più fare a meno.

“Tutto è compiuto”. È la conclusione tirata da chi ha la coscienza di avere detto e fatto tutto quello che c’era da dire e da fare. Tutto! Adesso allora è il tempo del silenzio per riandare a capire quel “tutto”. Adesso è il giorno del silenzio per “ascoltare” la Sua vita, per provare a rileggere quel “tutto”. Adesso è davvero il tempo per stare nel silenzio di un giorno carico di attesa… perché arrivi il frutto di quel “tutto è compiuto”, la Sua Risurrezione!. La Mangiatoia si trasforma in Croce per prendere la forma definitiva di un Sepolcro vuoto: Lui sarà il vincitore sulla

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Morte, Lui, il Risorto. La Missione che il Padre gli aveva affidato è arrivata alla sua conclusione: il Figlio di Dio ha vinto, per sempre.

Buona Pasqua. Un abbraccio grande. Ciaooooooooooo

(Pubblicato originariamente su Facebook)

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Tra rovine e macerie. Il mondo nuovo aprile 17, 2017

Quasi tutto è crollato o sta crollando, ma non tutto è da buttare. Ciò che è passato non può più essere ricostruito (né l'Europa cristiana, né i grandi, tragici e fallimentari esperimenti politici del Novecento, come l'Unione Europea), ma senza nostalgia possiamo salvare la sostanza dei vecchi sogni e far fruttare i semi che uomini coraggiosi hanno fatto arrivare fino a noi attraverso le tempeste degli ultimi decenni.

Molte delle fondamenta si sono conservate, anche grazie al lavoro di semplici artigiani che lontano dalle telecamere continuano a riparare i muri della civiltà, e possiamo prendere spunto dai vecchi progetti perché una casa avrà sempre la forma di una casa, finché ad abitarla saranno degli uomini. Il compito storico della nostra generazione è osare una nuova progettualità, che finalmente metta al centro l'uomo nella sua duplice natura carnale e spirituale, l'uomo reale coi suoi limiti e i suoi bisogni, a cominciare da quello di relazione.

Si tratta di un compito titanico e nello stesso tempo umile, perché è oggettivamente poco ciò che oggi singolarmente possiamo fare, a causa della generale restrizione dei diritti individuali e delle possibilità di espressione, anche in conseguenza della crisi economica. Tuttavia proprio nell'umiltà sta la nostra forza e la nostra possibilità. Riusciremo a costruire un mondo nuovo solo se riscopriremo che la democrazia consiste non nell'affermazione delle individualità, attraverso i distinguo e le prese di distanza, come ci hanno insegnato, ma al contrario nell'abnegazione dei singoli che rinunciando ad esprimere pienamente la propria individualità e a soddisfare immediatamente i propri bisogni si mettono insieme e 'fanno politica' per ottenere un vantaggio comune.

Le élite sono molto preoccupate perché iniziano a capire che stanno perdendo la presa sulla gente, ma anche tra i giovani non tutti hanno capito che è finita l'epoca dei professorini e dei maestri di pensiero. Giornalisti di regime, scrittori alla moda e pensatori prezzolati continueranno a lavorare, ma saranno sempre meno influenti. La battaglia contro le “fake news” è un'arma politica delle élite che tornerà indietro come un boomerang, perché la gente sta imparando davvero a fare “fact checking” prima di condividere una notizia e a porsi domande scomode tipo: “Cui prodest? A chi giova?”. Da qui a definire i propri interessi, a lottare per essi e a difenderli ne passa, ma ci arriveremo, ci stiamo arrivando. Il mondo nuovo è già là fuori, ma sta a noi, a ciascuno noi, costruirlo un pezzetto alla volta.

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Gli immigrati, il documentarista e il cardinale aprile 21, 2017

Il reporter Gabriele Del Grande e il vescovo di Milano Giovanni Colombo (foto dalla rete)

Scopo di questo blog è elaborare gli strumenti concettuali necessari a progettare e realizzare un futuro diverso rispetto a quello globalista proposto dalle élite, o alle versioni alternative avanzate da varie sottoculture di resistenza, che però generalmente hanno in comune con le élite una visione unidimensionale dell'uomo, non considerando la sua dimensione spirituale o appiattendola ai fini del mercato. Per questo motivo ho deciso di non occuparmi della stretta attualità, che peraltro è diventata difficilmente interpretabile a causa dell'apparente irrazionalità della classe dominante, la quale in ogni caso fa leva sull'emotività dell'opinione pubblica più che sulla ragione utilizzando tutti gli strumenti della retorica classica e dei moderni mezzi di comunicazione. Tuttavia, sono consapevole che, come diceva un manager con cui ho lavorato, “non si può progettare il futuro se il presente non è chiaro”, e non ci può essere una vera intelligenza del presente senza una prospettiva storica di lungo periodo. Vorrei quindi condividere alcune riflessioni e suggestioni suggeritemi da due recenti letture, che riguardano il presente e il nostro recente passato e sono accomunate dal tema delle migrazioni, sicuramente fondamentale anche nel futuro.

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La prima lettura è un durissimo articolo del giornalista Maurizio Blondet su un mio coetaneo, Gabriele Del Grande, che mentre scrivo è in una prigione turca dopo essere stato fermato alla frontiera con la Siria, in una zona proibita dove si stava documentando per un prossimo libro (il cui titolo, Un partigiano mi disse, rivela un omaggio al conterraneo Tiziano Terzani, a cui sembra ispirarsi per vari motivi). Gabriele ha seguito in diverse occasioni la guerra in Siria, embedded tra i “ribelli” anti Assad di cui certamente condivide le aspirazioni di fondo e per cui non nasconde la propria simpatia. Il titolo del suo blog, Fortress Europe, si riferisce invece al tema centrale della sua attività, ovvero le storie dei migranti che cercano di raggiungere l'Europa e spesso trovano la morte nel Mediterraneo, raccontate anche in libri e articoli su quotidiani. Di Gabriele però confesso che conoscevo un solo lavoro, ovvero il documentario Io sto con la sposa del 2014, su un finto corteo nuziale che in quattro giorni ha attraversato l'Europa per portare alcuni profughi sbarcati a Lampedusa fino in Svezia. Facendo presa sulla simpatia suscitata dalla sposa, l'intento del viaggio e del film era aggirare le leggi dei paesi e le diffidenze dell'opinione pubblica per sostenere il diritto universale alla libera circolazione.

L'articolo di Blondet invece non ha alcuna traccia di simpatia umana, anzi sembra che l'autore abbia fatto violenza alla pietà naturalmente suscitata dalla storia di Gabriele, attualmente in sciopero della fame, per delineare un quadro più ampio alla luce di alcuni elementi razionali. Gabriele viene così paragonato alle due Vanesse rapite “dagli amici jihadisti”, al ricercatore Giulio Regeni, ucciso al Cairo dove stava facendo delle ricerche per conto dell'università di Cambridge (ma forse a vantaggio dei servizi inglesi), a Valeria Solesin, morta al Bataclan di Parigi in un attacco terroristico e a cui sono stati tributati funerali di Stato. Questi giovani italiani, secondo Blondet, sono trattati diversamente dalla nostra classe dirigente perché ne incarnano i “valori” e se ne fanno in modi diversi ambasciatori all'estero. Sono giovani che hanno studiato in università straniere, abitano in grandi città in varie parti del mondo, hanno una mentalità laica e internazionalista. Rappresentano insomma il tipo nuovo di umanità sradicata, plasmabile e facilmente manovrabile tanto caro alle élite globaliste.

Al di là di alcune forzature polemiche di Blondet, condivido la sua intuizione di fondo. Ciò che accomuna molti giovani “alternativi” e “ribelli” alle élite che pubblicamente criticano è ad esempio una ingenua fiducia “liberistica” nel mercato. La convinzione che il privato sia sempre e comunque preferibile al pubblico, l'idea che all'estero siano tutti seri o almeno più seri di noi e che spesso siano mossi da autentica generosità o dagli stessi istinti altruistici che guidano le loro scelte politiche e il loro impegno sociale. Del Grande, ad esempio, commentando nel 2014 le aperture dell'Unione ai paesi dell'est riassumeva così le nuove illuminate conclusioni della politica europea: “È impossibile controllare lo spostamento di milioni di persone. La migliore soluzione è la liberalizzazione, per cui li facciamo entrare e uscire e lasciamo che il mercato del lavoro più o meno regoli le entrate e le uscite”. Peccato che il mercato non è una forza benevola e paternalistica capace di regolare per il meglio i flussi migratori, ma al contrario dimostra di utilizzarli per ridurre gli stipendi e le garanzie a tutti i lavorati, col beneplacito del Fondo Monetario e dei governi, tra cui quello italiano come evidenziato in un recente articolo da Francesco Borgonovo.

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L'atteggiamento di Blondet, per quanto difficilmente condivisibile e applicabile in ogni circostanza, corrisponde in realtà alla tradizionale prudenza e saggezza della Chiesa cattolica (e della buona politica), che oltre ad accogliere le persone in difficoltà e a provvedere alle loro necessità immediate, corporali e spirituali, considerava opera di carità altrettanto importante cercare di sviluppare considerazioni complessive e piani strategici che permettessero di offrire reali soluzioni ai problemi. Questo discernimento tradizionale è stato oggi praticamente sostituito dall'ermeneutica della misericordia, che concentrandosi sui casi singoli e l'emozione suscitata dalla loro narrazione mediatica ha contribuito ad aggravare diversi problemi. Sulla “pericolosità politica e sociale” della bontà che diventa buonismo ha scritto Blondet in un altro fondamentale articolo a cui rimando. Vorrei qui invece riproporre alcune considerazioni del vescovo di Milano Giovanni Colombo sull'immigrazione, pubblicate nel volume Per la liberazione dell'uomo edito da Rusconi nel 1972. Gli immigrati che aveva in mente erano i meridionali giunti in massa nelle città del nord e innanzitutto a Milano nel decennio precedente, ma leggendo le sue riflessioni è impossibile non pensare alla situazione odierna per molti aspetti identica.

Il cardinale dimostra innanzitutto una chiara comprensione dei meccanismi psicologici alla base delle migrazioni, del ruolo dei mass media e dei rischi sociali connessi:

Le migrazioni sono per lo più un rifiuto dei giovani della vita rurale, almeno nelle forme arcaiche e statiche in cui l'hanno sperimentata.[…] I mezzi di comunicazione, particolarmente la radio e la televisione,alimentano le loro aspirazioni e le loro illusioni, presentando il miraggio di una vita più facile, più ricca, più libera, più divertente. In siffatto stato d'animo basta l'invito di un compaesano o il vago annuncio di un'industria che cerca mano d'opera, perché decidano di rompere con le odiate e superate strutture, e di partire. Al capolinea d'arrivo trovano un mondo ben diverso da quello sognato, irto di difficoltà insospettate e di umiliazioni terribili, a cui forse nessuno li aveva preparati. Il brusco passaggio da una società semplice, tradizionale, paternalistica a una società strutturalmente complessa, li disorienta e li stordisce. Spesso si sentono sorpresi da un senso di insicurezza sui nuovi valori a cui aderire, sulle nuove decisioni da prendere, e oppressi dal peso della solitudine. […] Per tutti questi motivi non è raro che gli immigrati, specialmente i giovani, cadano in un profondo stato di frustrazione, che li espone alla peggiore di tutte le insidie: la tentazione di evadere dalla loro triste condizione prendendo i sentieri della corruzione, della vita dissipata ed emarginata, della droga, della criminalità. Anche a prescindere da questi sbocchi pessimi ed estremi, l'immigrato che non trova lavoro o non resiste al posto, non torna indietro: sarebbe per lui una dichiarazione di fallimento in faccia ai parenti e ai conoscenti. E così resta. Resta con il suo carico di amarezze, di risentimenti, di ribellioni. Resta con l'animo invelenito da una aggressività pericolosa: la cosiddetta conflittualità urbana. 13


Colombo sa bene che gli immigrati sono attratti in quanto “forza per il lavoro”, mentre il loro costo sociale ricade sulla collettività, che deve farsi carico dell'istruzione dei minori, della costruzione di nuove case e del mantenimento dei familiari inattivi una volta avvenuta la ricongiunzione. La carità cristiana secondo il vescovo di Milano deve spingere chi ha ruoli di potere a pensare rapidamente a delle soluzioni strategiche e anche a ripensare le leggi, perché “i poveri hanno fretta, e i sofferenti non possono ragionare a lungo”.

Forse c'è da domandarsi se la legge dell'emigrazione tiene sufficiente calcolo di ogni aspetto del fatto migratorio. Concedere al cittadino di trasferirsi in qualsiasi posto della nazione, senza assicurargli insieme le strutture indispensabili, è per metà una libertà, ma per l'altra metà degli immigrati è sentito come un inganno. A questo proposito l'insegnamento del Concilio è molto equilibrato: «La giustizia e l'equità richiedono che la mobilità, assolutamente necessaria in una economia di sviluppo, sia regolata in modo da evitare che la vita dei singoli e delle loro famiglie si faccia incerta e precaria» (Gaudium et Spes, 66). Non si tratta di impedire ulteriori insediamenti, ma di seguire l'immigrazione con giusti controlli e di darle un opportuno arginamento, perché sia fonte di benessere per la comunità intera e particolarmente per gli stessi immigrati e non causa di delusioni, di ribellioni, di conflittualità sociali. E prima ancora la saggezza previdente consiglia di fare sforzi per creare posti di lavoro sempre più numerosi nella stessa terra di origine. (Giovanni Card. Colombo, Per la liberazione dell'uomo, Rusconi 1972, pp. 66-73) La sfida che abbiamo di fronte, che ogni generazione ha di fronte, è quella di provare a dominare la complessità del mondo o almeno a indirizzarla e gestirla in parte. Alzare bandiera bianca in partenza per concentrasi su dei dettagli o sulle vicende di singole persone, lasciando fare alla nuova divinità del mercato o agli organismi sovranazionali, nella speranza che siano benevoli perché mossi da buone intenzioni o da un ipotetico interesse comune, o che magicamente tutto andrà a posto da solo, non è sintomo di intelligenza e apertura mentale ma al contrario di ottusità e sciatteria intellettuale. Al contempo non si può nemmeno rimanere paralizzati da un disarmante cinismo, da una pregiudiziale diffidenza e chiusura nei confronti di tutto ciò che è tanto grande da non poter essere completamente controllabile e conoscibile. La sfida che abbiamo di fronte è quella di conservare sempre e comunque la nostra umanità, ma senza farci dominare dalle emozioni né tantomeno da una pretesa bontà universale che si traduce regolarmente in un asservente buonismo. Dobbiamo insomma essere “prudenti come serpenti e candidi come colombe” (Mt 10, 16), cercando di coniugare “verità e amore”, secondo il motto del cardinal Colombo. Una cosa e l'altra, et et, nella migliore tradizione cattolica, anche se non ci sono più né una Chiesa autorevole né uno Stato etico a indirizzarci. È possibile, lo è stato e può esserlo ancora, in modi del tutto nuovi che sta a noi inventare.

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Due Papi o lo Stato che verrà aprile 22, 2017

Papa Francesco I e Papa Benedetto XVI (foto dalla rete) di LaDurezza del vivere

È sfuggito a molti (ma non a tutti) un simposio che si è tenuto a Varsavia, “Il concetto di Stato nella prospettiva dell’insegnamento del card. Joseph Ratzinger-Benedetto XVI”, presso la sede della Conferenza dell’episcopato polacco. Sia Papa Francesco che il Papa emerito J. Ratzinger, che non vi hanno partecipato, hanno inviato un messaggio al simposio. Secondo Radio Vaticana,

Papa Francesco esprime “apprezzamento per l’iniziativa volta a riconoscere la benemerita opera del Suo amato Predecessore” e “auspica che l’incontro susciti rinnovato impegno per un dialogo rispettoso e fecondo tra Stato e Chiesa in vista della costruzione della civiltà dell’amore”. Qui invece un estratto del messaggio di Joseph Ratzinger:

Il confronto fra concezioni radicalmente atee dello Stato e il sorgere di uno Stato radicalmente religioso nei movimenti islamistici conduce il nostro tempo in una situazione esplosiva, le cui conseguenze sperimentiamo ogni giorno. Questi radicalismi

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esigono urgentemente che noi sviluppiamo una concezione convincente dello Stato, che sostenga il confronto con queste sfide e possa superarle. La differenza tra i due è enorme: da una parte il messaggio di Papa Francesco rappresenta il pensiero unico globalista, la civiltà (mondialista) dell’amore. Dall'altra, nelle parole di Ratzinger, c’è una chiara disamina storica: concezione radicalmente atea dello Stato (come l’Unione Europea), Stato islamista sorgente, situazione esplosiva di due radicalismi che si scontrano. Ergo, è urgente una revisione del concetto di Stato. Analisi e programma in sette righe. La visione di Ratzinger, naturalmente, è quella di un uomo che a 90 anni può permettersi di chiamare le cose con il proprio nome, oltre ad essere quella che vede nell'ordine morale cristiano un oggettivo elemento costitutivo dello Stato (e su questo si potrà anche discutere). Ma in queste poche parole vi sono diverse evidenti verità. Quello che per Ratzinger è lo Stato a concezione “radicalmente atea” è uno Stato che non ha radici. È uno Stato che nega le identità culturali, la storia e l’evidenza nello sforzo di creare una nuova forma sovra-nazionale. È uno Stato super-statuale. È precisamente quel mito politico positivo di cui abbiamo già parlato qui. La vicenda storica (non unica ma rarissima) della attuale coesistenza di due papi forse, un giorno, ci sarà più chiara nella genesi. Ma già da queste poche parole possiamo stimare quale solco profondo esista tra due concezioni del mondo. La Stato dell’amore La civiltà dell’amore, cioè il globalismo, impone alcune regole economiche: l’imposizione della libera circolazione di mezzi di produzione e di lavoratori tramite l’abbattimento dei confini, soprattutto. Ma anche la riduzione dello Stato a una sorta di controparte contrattuale, tramite accordi internazionali che hanno supremazia sulle leggi statuali, avverso le quali le aziende possano ricorrere a organi giurisdizionali “terzi” sovra-nazionali. Giova ricordarlo. In questo monumentale post su Goofynomics, parlando di Unione Europea, Alberto Bagnai scrive:

Da una parte le aziende italiane sono sempre più frequentemente oggetto di acquisizione da parte di concorrenti stranieri. Dall'altra, l’imposizione di meccanismi di deflazione salariale si attua anche con la creazione di eserciti industriali di riserva, tramite politiche che favoriscono l’immigrazione. Il risultato è che i Paesi più forti politicamente all'interno della Unione Europea trovano una Cina a 500 km anziché a 10.191,70 (distanza tra Francoforte e Pechino via terra). Cioè hanno a portata di mano una massa di lavoratori bassamente qualificati e sottopagati, de-sindacalizzati, grazie ai quali possono produrre e competere qui sul costo del lavoro con i Paesi emergenti. È tutto già stato scritto QUI sei anni fa. Dunque, il meccanismo è comprare asset a prezzo di saldo e farci lavorare masse sottopagate e senza diritti. Semplicemente perfetto. La retorica globalista, rappresentata in Italia dal PD e cespugli conseguenti e concorrenti, ammanta di buoni sentimenti e di pretese etiche le attuali politiche di gestione della immigrazione. Oggi è impossibile parlare di questo tema senza che dalla sinistra perbene arrivi la parolina magica (RAZZISTA!). Sul piano economico, è evidente nei fatti che la massa di immigrati che si sta stabilendo in Italia e nel resto d’Europa costituisce un esercito industriale di riserva. Scambiare Schengen per la vittoria della libertà individuale e non accorgersi che si tratta del cavallo di Troia del liberismo è una vigliacca rimozione psicologica o una consapevole (e vigliacca) adesione da parte della sinistra. A scelta. L’appello di Ratzinger all’urgenza di una seria discussione pubblica su quello che chiamiamo Stato e su quello che sta diventando è perfettamente centrato. È urgente agire, prima che il super-Stato dell’amore fagociti tutto ciò che siamo.

(Pubblicato originariamente su Medium)

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Tornare alla Costituzione? aprile 22, 2017 Video https://www.youtube.com/watch?v=ZlmYe2yEju4

“Il capitalismo se non è arginato dallo Stato tenderà sempre a schiacciare la massa dei cittadini”. Questa secondo il giurista Luciano Barra Caracciolo è la consapevolezza (basata sull'esperienza diretta delle guerre mondiali) che ha spinto i padri costituenti a definire l'Italia una repubblica «fondata sul lavoro». Sul lavoro quindi in alternativa al capitale, perché «la sovranità appartiene al popolo» (Art. 1) e compito dello Stato è innanzitutto tutelare il popolo con dei “principi di regolazione del conflitto sociale”, quindi rimuovere gli ostacoli alla piena partecipazione dei cittadini (Art. 3).

“Questi principi sostanziali”, sostiene Barra Caracciolo, sono incompatibili coi trattati” europei, che “hanno sostituito qualsiasi programma costituzionale nelle politiche di tutti i governi a partire da Maastricht”. Già da prima però la democrazia era stata in qualche modo svuotata dall'interno. Pur nel rispetto formale dei principi costituzionali, a partire dagli anni '80 “la sostanza della democrazia” è stata fatta “oggetto di una misteriosa censura”, per cui i cittadini non hanno avuto percezione “del contenuto sostanziale, divergente, dei trattati”, ma “neanche coloro che li hanno votati”. Stando alle norme europee, ad esempio, “sulla competizione interna non c'è mediazione”, “non è prevista la solidarietà” tra gli stati ma anzi una “forte competizione”. Uscire dall'euro comunque sarebbe possibile con una semplice lettera, in base all'articolo 139 del TFUE sugli Stati in deroga. “L'entrata nell'euro” infatti “viene configurata dal trattato come un beneficio” e “nessuno può obbligarmi a tenermi un beneficio”.

Mi sembra evidente però che, come emerge da tutto l'intervento fin qui citato, per riappropriarci di una moneta sovrana dobbiamo prima tornare allo spirito libertario e democratico della nostra Costituzione. Perché la sovranità appartiene al popolo nella misura in cui il popolo è consapevole del proprio potere e lo esercita assumendosene gli oneri e i rischi. I tecnicismi dell'economia e le regole internazionali d'altra parte non possono essere una scusa per deresponsabilizzare i politici e gli economisti, come sottolinea Alberto Bagnai nella conclusione, perché prima di tutto viene la politica che si basa sull'insopprimibile aspirazione degli individui alla libertà, alla sicurezza e al benessere.

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La canzone del maggio aprile 25, 2017

A sinistra Brigitte ed Emmanuel Macron, a destra il maggiore Bennett Marco

«E se credete ora che tutto sia come prima perché avete votato ancora la sicurezza, la disciplina...» (F. De André, Canzone del maggio)

Dopo i partiti tradizionali in Francia scomparirà lo Stato? Se il prossimo 7 maggio al ballottaggio delle presidenziali vincerà Macron forse sì, di sicuro verrà ulteriormente ridimensionato, a tutto vantaggio del mitico “mercato” raccontato ancora (contro ogni evidenza) come dispensatore di equità e progresso, al contrario dello Stato che la Le Pen vorrebbe forte, cattivo perché funziona creando deficit (cioè ricchezza per i cittadini e sviluppo economico).

Se prendiamo per buone “le verità della televisione”, come cantava De André, lo spareggio si giocherà tra due candidati “antisistema” ma di segno opposto: da una parte il “centrista”, “moderato” Macron (che a fianco della moglie ed ex insegnante di teatro assomiglia curiosamente a Liev Schreiber in The Manchurian Candidate), dall'altra l'“estremista”, “di estrema destra” Le Pen. Le cose non stanno proprio così ma vorrei capirne di più. Ad esempio mi insospettisce la crescente preoccupazione per la sicurezza. La sicurezza (virtuale nella realtà come nel mondo digitale) è la nuova bolla speculativa che prenderà il posto della “green economy”? Quali aziende (multinazionali?) erogheranno i servizi? Si farà vera (verosimile) sicurezza

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o solo gestione della destabilizzazione permanente? L'Europa è la nuova Africa, terra di conquista economica, vendita di armi e destabilizzazione per potenze regionali e mondiali in cerca di egemonia?

Comunque penso che il popolo ha sempre ragione, anche quando vota il lupo travestito da pecora di sinistra o ammantato di stelle. L'intelligenza antica e pratica delle persone semplici va rispettata, come la democrazia, che non è sinonimo di “antifascismo”, qualunque cosa intendano con questo termine certi commentatori televisivi, ma nasce proprio per fare ciò che vorrebbe la signora bionda (non la moglie di Macron), com'è spiegato qui.

Probabilmente il popolo francese ed europeo perderà anche questa occasione di cambiare le cose, almeno in parte. Finché non cambierà la narrazione pubblica, finché non si riscoprirà il vero significato della democrazia, finché l'economia sarà percepita come una lingua straniera che non si insegna a scuola, difficilmente si otterranno risultati concreti. Ma sta a noi, oggi, fare la nostra parte per migliorare le premesse. Dobbiamo liberare le menti, il coraggio verrà in seguito.

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Kubrick o la puttana di Eyes Wide Shut maggio 01, 2017

Julienne Davis (Mandy) e Stanley Kubrick all'obitorio (foto dalla rete)

Oggi primo maggio in vari paesi del mondo si celebra la festa dei lavoratori, ma c'è ben poco da festeggiare. Le politiche liberistiche adottate ormai da quasi tutti gli stati hanno spinto i sacrifici e la competizione tra i lavoratori a livelli impensabili fino a pochi anni fa, dopo decenni di lotte e conquiste sindacali. La lotta di classe tra capitalisti e forza lavoro è stata indubbiamente vinta dai capitalisti, che hanno popolarizzato tra le masse non solo i loro vizi ma anche la loro ambiguità morale e in particolare la scarsità di scrupoli. La moderna organizzazione del lavoro fa si che ad emergere in aziende strutturate con migliaia di dipendenti siano spesso individui psicopatici, ma anche i semplici lavoratori per poter competere coi colleghi e chi potrebbe togliere loro il posto (magari perché immigrato e disposto ad accettare un salario inferiore) arrivano spesso al punto di “prostituirsi” o di “vendere l'anima”.

Una vicenda emblematica in questo senso è senz'altro la parabola di Stanley Kubrick, che da giovane e ambizioso fotografo si è ritrovato ad essere un “venerato maestro” del cinema americano, per poi terminare la sua carriera con un film ambiguo ma in cui riemergono alcuni dei migliori tratti giovanili.

In tutta la filmografia di Kubrick ci sono solo due episodi che mi hanno davvero emozionato: il finale di Orizzonti di Gloria e la scena della prostituta che si sacrifica per il protagonista in Eyes Wide Shut. Sono queste anche le sequenze in

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cui Kubrick mi sembra più sincero e più umano. Il brillante regista newyorkese, ormai pronto a spiccare il volo tra le grandi produzioni di Hollywood, alla fine degli anni Cinquanta dedica uno sguardo carico di malinconia al mondo devastato dalla prima guerra mondiale, in cui tuttavia emerge ancora una possibilità di salvezza.

https://www.youtube.com/watch?v=19LffRwSMFw

Il film termina con un messaggio di speranza, ma che sembra quasi un disperato appello: “Dia ancora qualche minuto agli uomini!”. Kubrick, comunque, da lì in poi verrà sempre più assorbito dalla macchina hollywoodiana. Il suo percorso al servizio delle élite del cinema deve essere stato simile a quello descritto dal manager olandese Ronald Bernard nella prima parte di questa drammatica intervista-confessione, ripresa anche da Maurizio Blondet in un recente articolo.

https://www.youtube.com/watch?v=nEpcY5JU120

Il vertice della connivenza e prostituzione intellettuale viene raggiunto da Kubrick nel 1968 col film 2001: Odissea nello spazio, che è un vero e proprio “film religioso”, secondo le parole dello stesso regista, ma di una religione del tutto particolare, luciferina ed esoterica.

Il suo ultimo film Eyes Wide Shut, uscito postumo nel 1999, rappresenta invece un evidente tentativo di denunciare il mondo che fino ad allora aveva abitato e servito, se non di prenderne le distanze. In questo film risalta particolarmente la figura della prostituta che si sacrifica per salvare il dottore, trattata dal regista con delicatezza ma anche una speciale ambiguità. Come la scena finale di Orizzonti di Gloria, anche questo particolare è ripreso dal romanzo che ha ispirato il film, Doppio sogno del 1925, ma è stato a mio avviso enfatizzato per un motivo. Forse perché Kubrick si identificava con la prostituta, che riscatta uno sconosciuto e sé stessa con un ultimo atto di coraggio e generosità? Forse perché sapeva che per provare ad aprire gli occhi “spalancati chiusi” del suo pubblico anche lui avrebbe dovuto pagare in prima persona? Non lo so, ma a mio avviso il film era parte di un processo, paragonabile a quello descritto da Ronald Bernard nella seconda metà dell'intervista, per tentare di risalire dall'inferno e poter sperare nella redenzione.

Ho condiviso questa riflessione come monito e incoraggiamento. Resta per tutti noi un interrogativo: bisogna proprio sprofondare negli abissi della depravazione o della miseria per accorgersi di vivere in un sistema malato e tentare di uscirne? Certamente come dice Bernard “la gente è completamente assorbita in un meccanismo di sopravvivenza, e ciò è programmato”. Non tutti possono permettersi il lusso di fermarsi a pensare seriamente alla propria vita, ma la mia sensazione è che molti non lo facciano di proposito, per pigrizia o vigliaccheria. Salvo poi pentirsi amaramente quando è troppo tardi, o quasi.

Sta a noi trovare il coraggio di dire “basta”, “questo non lo faccio”, quando sul lavoro viene chiesto di calpestare la dignità propria o altrui. Non è facile e non tutti possono correre il rischio di venire licenziati o restare disoccupati, ma

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dobbiamo riscoprire la forza che viene da persone unite nel dire “no” e possibilmente proporre una soluzione alternativa. Ovviamente non in tutte le realtà lavorative continuando a dire “sì” si finisce per compiere sacrifici umani, ma troppo spesso la vita che viene sacrificata è la nostra, e nemmeno ce ne rendiamo conto.

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La predica sull'amore di un prete dannato maggio 03, 2017

Don Abbondio (interpretatato da Tino Carraro), per Manzoni simbolo dei preti tiepidi

Satana è chiamato anche "padre della menzogna", per cui la Chiesa prudentemente ha sempre vigilato sulle rivelazioni private e le informazioni comunicate dagli ossessi al sacerdote durante l'esorcismo. Tuttavia il demonio e i suoi seguaci sono impotenti di fronte al Cielo e in certi casi possono venire costretti a dire la verità . Ecco quanto avrebbe rivelato sull'amore e il primo dei comandamenti cristiani, per volere divino, l'anima dannata di un prete del Seicento durante un esorcismo avvenuto nel 1978.

E = Esorcista

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V = Verdi Garandieu (nome del prete)

V: Si parla troppo dell'amore del prossimo e si dimentica che l'amore del prossimo deriva solo dal perfetto amore di Dio. Perché parlare sempre di amore del prossimo, di riconciliazione e di reciproca comprensione se si dimentica il principale comandamento a questo proposito? Il primo è il più grande comandamento è: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze"...

E: Di' la verità e solo la verità in nome di Gesù Cristo!

V: (lamenti) ... e solo dopo viene "e il prossimo tuo come te stesso". Se questi preti, ognuno di loro, facessero la pace con QUELLO DI LASSÙ (gesto verso l'alto), il che dovrebbero peraltro fare, se volessero amarLo, l'amore del prossimo verrebbe da sé stesso e ne deriverebbe. È, è una... Non voglio parlare!

E: Di' la verità, Verdi Garandieu, in nome... per la gloria di Dio, in nome di Gesù Cristo, della Santissima Trinità, del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, nient'altro che la verità e solo la verità!

V: ... è una messinscena, completamente riuscita, della Massoneria il dire sempre: amore del prossimo, vivere nella carità, riappacificarsi l'un l'altro, perdonarsi e sostenersi a vicenda. E dove arrivano? Dove si arriva con questo sostegno e questa riconciliazione? Guardate la quotazione dei suicidi! Se questi uomini vedessero dov'e davvero il principale comandamento! Certo, è detto nel primo e più grande comandamento: "E il prossimo tuo come te stesso", ma ciò viene dopo: "Amerai il Signore Dio tuo". Non si può davvero chiamare amore quello che questi preti vivono da anni, questi preti che non sono mai ancora vissuti cosi male come adesso. Si deve cominciare soltanto qui. Si deve praticare di nuovo il principale comandamento e le prime frasi totalmente, senza limiti. E allora questo "il prossimo tuo come te stesso" sarà incluso da sé stesso. Tutti i comandamenti in modo generale sono inclusi in questo principale comandamento. Se lo si osservasse, non si sarebbe costretti a parlare sempre di carità, d'amore del prossimo, di tentativi di riconciliazione e non so che cosa. Tutto questo sarebbe compreso nella sola visione di un'erba o di un ramo verdi, ma nulla di simile accade. Si discute solo e si parla sempre di assemblee ecclesiastiche e di conferenze episcopali. Perfino al vertice, a Roma, non si fa che parlare, dibattere, discutere, esaminare, fare adottare e ancora blaterare, sopprimere ancora qualcosa e lasciarla ancora passare, sicché infine sono state soppresse e lasciate passare tante cose che ciò non può assolutamente più durare, dinanzi a LUI LASSÙ (gesto verso l'alto). Perché LUI LASSÙ non è soltanto misericordia, ma è anche giustizia infinita quanto misericordia. Questo, io l'ho visto, io (piangendo), io, Verdi, Verdi. Ho dovuto farne l'esperienza io stesso. Se avessi solo...

(Questo breve estratto si trova in Bonaventura Meyer, Un prete dannato mette in guardia contro l'inferno, Edizioni Segno, 2009, pp. 51-53, oppure qui)

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La rosa blu e la rosa bianca maggio 08, 2017

Sul fascismo e il nazismo di oggi

Sophie Scholl, attivista della Rosa Bianca

Come è emerso dalle interviste precedenti al secondo turno delle presidenziali francesi, molti degli elettori di Macron lo hanno votato per non far vincere la “fascista” Le Pen, la quale si presentava sul suo sito con una rosa blu (unendo così un simbolo dei socialisti – il fiore – e uno della destra francese – il colore –). A beneficio di chi non ha conosciuto il fascismo storico (cioè chi scrive e tutti i miei ventitré lettori), vale la pena di ricordare che cosa è stato attraverso le parole di un intellettuale ebreo antifascista:

«Il fascismo non era soltanto un malgoverno buffonesco e improvvido, ma il negatore della giustizia; non aveva soltanto trascinato l'Italia in una guerra ingiusta ed infausta, ma era sorto e si era consolidato come custode di una legalità e di un ordine detestabili, fondati sulla costrizione di chi lavora, sul profitto incontrollato di chi sfrutta il lavoro altrui, sul silenzio imposto a chi pensa e non vuole essere servo, sulla menzogna sistematica e calcolata.» Primo Levi, Il sistema periodico

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L'ultima frase è particolarmente rivelatrice perché nella nostra epoca assistiamo quotidianamente al ribaltamento sistematico e calcolato di ogni realtà. Guerre fatte per interessi economici e destabilizzare intere regioni vengono raccontate come operazioni preventive in difesa della pace o di minoranze oppresse; l'attacco del capitale finanziario ai beni e ai risparmi privati viene portato avanti con la scusa del debito pubblico; la schiavitù monetaria è stata giustificata come soluzione contro gli abusi delle politica; la nuova tratta degli schiavi viene mascherata da intervento umanitario; i tentativi di legalizzare l'utero in affitto e l'eutanasia sono propagandati come battaglie in difesa dei bambini e dei malati.

Allo stesso modo, gli elettori della Le Pen sono stati presentati come impauriti e Marine Le Pen come “la signora della paura”. Che la leader del Front National abbia avuto paura di scontrarsi davvero col sistema dominante è probabile, a giudicare dall'imbarazzante dibattito preelettorale con Macron, caratterizzato da sterili attacchi e dalla retromarcia sull'Euro. Forse puntava ad aumentare il numero degli astensionisti, ma l'impressione è che si stesse preparando a cinque anni di comoda opposizione interna. Ad ogni modo, chi ha comunque votato per lei evidentemente voleva cambiare le cose, anche a costo di fare un inevitabile salto nel buio, dunque non può essere accusato di paura, regressione o conservatorismo.

Il vero conservatore dello status quo è invece il “riformatore” Macron, uomo del capitalismo terminale e della globabilizzazione di rapina, che ha voluto celebrare la vittoria sotto la piramide del Louvre dalla cima illuminata, con la musica di un compositore tedesco divenuta inno europeo. Macron appartiene a quella “razza” di globalisti di successo per cui l'Unione Europea è solo un'espressione geografica, un esperimento socio-economico e una tappa dell'auspicato governo mondiale. Tuttavia, grazie al sostegno di quasi tutti i media, capi di governo e religiosi, artisti e intellettuali, è riuscito durante la campagna elettorale a far passare un messaggio politico dirompente, presentandosi come un modello per l'uomo comune. Ha invitato esplicitamente i giovani francesi a sognare di diventare ricchi, lasciando intendere che chiunque, aprendosi ai paesi esteri con esperienze tipo l'Erasmus e mettendosi in gioco sul mercato internazionale, potesse diventare come lui.

Ancora una volta sento la necessità di fare chiarezza su questo punto fondamentale. Il successo di ogni globalista dipende dallo sfruttamento diretto o indiretto dei poveri nel suo paese e altrove nel mondo. Lo so per certo perché ho toccato con mano per così dire l'essenza della globalizzazione, lavorando per una multinazionale americana che si basa sul lavoro di asiatici poco pagati e illude gli europei di essere diversi, ma è sempre più egualitaria – al ribasso – nel trattamento di tutti i dipendenti. Il “modello Macron” non può essere democratico, popolare, in quanto l'esistenza stessa di un certo numero di sfruttatori presuppone un numero maggiore di sfruttati. Purtroppo, le élite negli ultimi decenni

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sono state talmente brave da far credere a proletari e sfruttati di non essere ciò che sono, seducendoli e corrompendoli coi loro “valori” progressisti e mortiferi, illudendoli che i loro progetti fossero a beneficio di tutti e galvanizzandoli con status symbol elettronici e griffati. Il povero, oggi, anche se non aspira a diventare come Macron, non si sente uno sfruttato ma un ricco potenziale, un mezzo vincente della globalizzazione, fintanto che può comprare la cintura firmata, l'ultimo modello di smartphone o il minisuv a rate, finché può pagare il fondo pensione che specula sulle aziende e le nazioni degli altri, fino a quando pensa di poter girare liberamente nell'Europa unita e pacificata, senza rendersi conto che non lo fa perché essendo disoccupato o sottopagato non possiede abbastanza moneta unica. La vittoria totale dei ricchi, i quali sanno benissimo chi sono e fanno gioco di squadra, si nota anche dalla totale mancanza della coscienza di classe tra i poveri e gli sfruttati, che arrivano persino a schiavizzare col lavoro nero altri disgraziati "richiedenti asilo", attratti a migliaia ogni giorno in Europa dal sogno di diventare come loro, di prendere il loro posto.

Una cosa però Macron l'ha già cambiata. Se al primo turno delle presidenziali erano spariti i partiti tradizionali (eccetto il Front National), dopo la vittoria del rivale Marine Le Pen ha annunciato che anche il suo partito si trasformerà per lasciare il posto a una nuova compagine, capace di accogliere un più ampio numero di sostenitori. Il modello è probabilmente proprio il movimento “En Marche” di Macron. Sembra dunque destinato a scomparire definitivamente il partito tradizionale, che con tutti i suoi limiti (ben evidenti da noi in Italia dove esisteva la “partitocrazia”) era però di fatto la base della democrazia, il primo luogo dove si esercitava il dibattito, il confronto interno e il sano conflitto che portava ad emergere programmi e valori condivisi. Si rischia quindi che la politica sia sempre più appiattita sulla figura del leader e sul racconto che è in grado di produrre. Un racconto che deve essere mediato e veicolato dai media, i quali mai come in questi tempi si sono dimostrati asserviti ai poteri forti e capaci di semplificare e stravolgere la realtà senza il minimo imbarazzo, senza più alcuna traccia di pudore, orgoglio o deontologia professionale.

Così, grazie al fascismo reale dei media che agiteranno lo spauracchio del residuale (perlopiù immaginario) fascismo dei “populisti”, qualunque nome sceglieranno per i loro movimenti futuri, il capitale potrà continuare ad opprimere i lavoratori sempre più schiavi ovunque nel mondo, anche con la benedizione di alcuni leader religiosi. Ciò però non assomiglia al fascismo storico, al “buffonesco e improvvido” governo italiano del ventennio, ma semmai al totalitarismo nazista, ingigantito. La mia speranza è che sorga una nuova Rosa Bianca capace di opporsi alla barbarie di quest'ultima religione politica, a questa estrema forma della nuova gnosi di cui ha scritto Eric Voegelin. Un gruppo di giovani coraggiosi che non partecipano alla menzogna universale ma la combattono per un principio morale, ricordando a tutti, con lo sguardo rivolto all'eternità, che la creazione è cosa buona e giusta, che l'uomo ha il cuore malato ma se lo riconosce può sempre rialzarsi con l'aiuto della grazia, che vale la pena di vivere e lottare contro il male per ciò che è buono e per ciò che può diventarlo.

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L'umiltà e la Misericordia maggio 13, 2017

I "pastorelli" di Fatima Giacinta e Francesco, oggi santi, con la cugina Lucia (foto dalla rete, attribuita a Joshua Benoliel)

Abbiamo imparato a scindere l'atomo ma non a spezzare il nostro cuore di pietra. Solo l'umiltà permette di trasformare il mercurio in oro. (da Twitter)

di don Divo Barsotti

Il cristianesimo è religione di redenzione: non vi è rapporto dell'uomo con Dio che non abbia il suo fondamento sulla misericordia infinita di Dio. Ma la misericordia infinita di Dio suppone due abissi: l'abisso del nulla creaturale (siamo nulla perché dal nulla egli ci ha fatti) e l'abisso del nostro peccato. Se dunque fondamento della vita soprannaturale di tutto il cristianesimo è la misericordia infinita, questa misericordia suppone il riconoscimento del nulla originario dell'uomo e del peccato che lo condanna. Tanto più noi possiamo essere assunti dalla potenza della grazia fino alla luce divina, quanto più discendiamo nel fondo della miseria propria dell'uomo: il suo nulla originario e il suo peccato.

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Santo è colui che si sente più peccatore. Non abbiamo bisogno di fare peccati per sentirci tali; ma è certo che la misura della grazia, proprio perché è una grazia di redenzione, è proporzionata al sentimento che abbiamo del nostro nulla e del nostro peccato. In paradiso non potranno mai entrarvi coloro che si credono santi, perché non ha nessun rapporto colui che si senta santo con Uno che è il Salvatore. La nostra salvezza riposa soltanto sul dono della sua grazia, sul dono di una redenzione del tutto gratuita che non cessa tuttavia di essere immensa. Ecco perché tutti i maestri della spiritualità cristiana ci hanno detto – dai primi secoli cristiani fino ad oggi – che non vi è altro fondamento alla vita cristiana sul piano delle virtù umane, dell'umiltà. (…) La prima cosa che dobbiamo cercare di vivere è precisamente il senso del peccato che è proprio di ciascuno di noi. (…) Certo, non dobbiamo avere nemmeno quell'orrore di noi stessi che ci impedisca di avere fiducia nella misericordia infinita di Dio, ma dobbiamo tuttavia capire che tanto più questa misericordia scenderà in noi e ci colmerà di sé tanto più profondo sarà in noi, con il sentimento della fiducia, il sentimento del nostro peccato. (…) La “preghiera di Gesù” dei monaci orientali è la preghiera che anche noi cantiamo iniziando la Messa, quasi a dire che all'inizio di qualsiasi atto veramente cristiano, s'impone per l'anima l'implorazione della divina pietà: «Kyrie, eleison! Signore, abbi pietà!». Ma lo diciamo davvero con il cuore? Ci sentiamo davvero dei mendicanti che hanno bisogno di questa elemosina (eleison: ha la stessa radice di elemosina); ci sentiamo dei mendicanti che implorano un soccorso e non hanno nessun merito per poterlo ottenere perché è soltanto alla misericordia divina che possiamo rivolgerci?

Divo Barsotti, Dio è misericordia, Edizioni O.R., Milano 1985, pp. 7-11

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Morto un paese se ne fa un altro luglio 29, 2017

(da Twitter una foto con citazione dell'allegro e ottimista Bagnai)

Il titolo dell'articolo è un tweet dell'economista Alberto Bagnai, che qualche giorno fa commentava così un altro tweet dello scrittore Alessandro Greco, secondo cui il nostro è “un paese finito” e non dobbiamo dare retta a chi ci dice che finirà male, perché “la verità è che è già finita da un pezzo. Malissimo”.

In effetti, anche se non abbiamo sentito l'attesa esplosione, lo “scoppio” di cui ha scritto T. S. Eliot, ma ci ha spiazzato il silenzio, il solito rumore di fondo e il “piagnucolio” degli “uomini vuoti”, si nota una diffusa sensazione da rompete le righe, come se la fine del mondo come lo conoscevamo sia già arrivata. Non è stata improvvisa “come il lampo che esce da oriente e sfolgora fino a occidente” (così descrive l'evangelista Matteo il ritorno del Messia), ma è stata preparata da decenni, anche se avvicinandosi la fine il processo ha subito un'accelerazione (secondo il detto latino “motus in fine velocior” ricordato lo scorso novembre da papa Bergoglio a una giornalista di Avvenire).

Nel 1952, il filosofo Eric Voegelin, acuto osservatore del “sogno gnostico” in cui ancora viviamo, ammetteva di non poter prevedere “a che cosa somiglierà la società occidentale au bout de la nuit”. Ebbene, lo abbiamo sotto gli occhi, anche se la gradualità con cui siamo arrivati alla situazione attuale impedisce ancora a molti di riconoscerla. Di fatto, negli ultimi mesi la morte è diventata un tema centrale anche nel dibattito politico, fino ad arrivare alla proposta esplicita di sopprimere anziani e malati, il cui sostentamento è sempre più gravoso per la collettività. Per ora ufficialmente si dice di voler rispettare la volontà dei più deboli, ma sempre più spesso si fa riferimento al loro bene, deciso da altri. Due giorni fa è morto Charlie Gard, un bambino

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inglese colpito da una rara malattia, la cui fine è stata decisa, “per il suo maggiore interesse”, da una sentenza di tribunale contro la volontà dei genitori. La sua breve vita, difesa con scarsa e tardiva convinzione dalla gerarchia cattolica, è stata chiaramente strumentalizzata per reintrodurre di fatto l'eutanasia legale in Europa.

Per tornare al nostro paese e dare ancora qualche dato concreto, le donne italiane risultano quelle che fanno meno figli al mondo, ancora meno delle giapponesi, mentre l'immigrazione irregolare di massa negli ultimi anni ha cambiato aspetto a molte piccole realtà così come a grandi città, dove la convivenza è sempre più difficile. Benché la percezione numerica del fenomeno migratorio sia superiore alla sua reale entità, l'oggettivo isolamento dell'Italia, divenuta frontiera esterna dell'Europa, è indicatore e fattore della sua crescente fragilità politica ed economica. Qualche mese fa alcuni di noi hanno guardato con speranza alle elezioni presidenziali francesi, auspicando che un'improbabile vittoria della Le Pen ponesse fine all'Europa delle banche e dei burocrati, a favore dell'Europa dei popoli. Tuttavia, la ristrettezza di mente e cuore dei cugini francesi, spaventati da una massiccia propaganda, è emersa chiaramente dalla larga vittoria di Macron, confermata nelle successive elezioni politiche che hanno dato origine a un governo forte orientato alla “grandeur” di golliana memoria. I suoi recenti schiaffi all'Italia, sulla questione libica e dei cantieri di Saint Nazaire, nazionalizzati pur di non cederli a Fincantieri come precedentemente concordato, hanno definitivamente smontato le speranze in lui riposte dagli europeisti e liberisti nostrani.

Si delinea quindi un nuovo tipo di umanità, completamente assorbita dal sogno gnostico o incapace di fare appello ai valori che fino all'altro ieri orientavano l'azione politica e pastorale. Il pessimismo e un “realismo” angusto e malato hanno preso il posto specialmente nei giovani degli slanci generosi e coraggiosi che caratterizzavano la loro età, mentre gli adulti e gli anziani sembrano incapaci di esprimere un qualunque tipo di saggezza o discernimento di fronte all'incalzare degli eventi e all'imperscrutabile volontà di entità superiori come “il mercato”, “la globalizzazione” o “i trattati europei”. Alla volontà di governare la complessità e anche gli aspetti più miseri o dolorosi della vita, tipica della vera politica, si è sostituita in vari settori una pigra e rassegnata compartecipazione che non di rado scade nell'aperta complicità. Tuttavia, ed è questo il dato su cui vorrei soffermarmi, è sempre più diffusa la consapevolezza sulle questioni e le poste in gioco. Per usare nuovamente la parole di Voegelin, “la realtà non ha ancora distrutto il sogno”, ma l'ora più buia è quella che precede l'alba e la fine della notte sembra davvero più vicina. Al punto in cui siamo non serve aver letto i trattati europei per capire che la solidarietà è esclusa all'interno dell'Unione: anche l'uomo della strada si fa beffe dei nostri politici che si dimostrano convinti sostenitori del sogno europeo e non fanno altro che aggravare la posizione del paese. Lo stesso FMI ha recentemente riconosciuto che

il

sistema

dell'euro

crea

disuguaglianza,

mentre

sempre

più

studiosi sostengono pubblicamente che l'Italia avrebbe solo interesse ad uscirne, anzi se ne sarebbe dovuta andare molto tempo fa, dato che probabilmente dovrà farlo comunque a condizioni più difficili. Per fare un

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altro esempio, la vicenda di Charlie e dei suoi genitori ha mobilitato un popolo immenso, non solo di pro life e persone precedentemente schierate contro le forze della dissoluzione, ma anche di semplici madri e padri di famiglia, preoccupati che una cosa simile potesse accadere a un loro figlio. Altre preoccupazioni e vibranti proteste sono state scatenate dalla recente decisione del governo italiano di rendere obbligatorie 12 vaccinazioni (poi ridotte a 10, comunque il maggior numero al mondo), un provvedimento motivato da ragioni mediche ma forse anche dalla volontà di ingraziarsi le compagnie farmaceutiche in vista dell'auspicato trasferimento dell'agenzia europea del farmaco da Londra a Milano, dopo l'uscita dell'Inghilterra dall'Unione. Sulla questione dei migranti irregolari infine è in corso una grande lotta di narrazioni: da una parte le campagne dei media sostenute da organizzazioni riconducibili alla galassia finanziata dalla Open Society di Soros – campagne però fortemente ridimensionate o addirittura cambiate di segno dopo la recente clamorosa sconfitta delle sinistre alle elezioni amministrative –, dall'altra le contronarrazioni di decine di intellettuali e semplici utenti che leggo ogni giorno su Twitter, accompagnate da iniziative più strutturate come quelle di Generazione Identitaria e della missione navale “Defend Europe”, volta a contrastare il lavoro delle ONG che trasportano i migranti in Italia.

Il dramma dei migranti tra l'altro ha posto in luce con particolare chiarezza che l'Europa con tutti i suoi difetti è ancora uno spazio di civiltà in cui poveri e perseguitati ambiscono a trasferirsi. Contro la retorica dei ponti e dei muri, sostenuta da chi vorrebbe una “società aperta”, permissiva e “senza confini”, a tutto vantaggio del capitale che potrebbe così disporre di forza lavoro a basso costo anche in Europa (grazie al lavoro “nero” attratto e all'abbattimento dei salari per la pressione di un “esercito industriale di riserva”, secondo l'espressione di Marx), o spostarla facilmente ovunque desideri nel mondo essendo le persone già sradicate culturalmente e spiritualmente, è sempre più evidente che ciò che attrae dell'Europa è proprio la stabilità politica ed economica garantita da leggi comuni e una cultura condivisa. I migranti cioè cercano protezione in Europa proprio perché essa grazie alle sue regole, alle sue barriere di civiltà, si è distinta da tante altre realtà meno fortunate da cui invece desiderano o sono costretti ad uscire. Ho accennato agli interessi materiali e misurabili di molti finanziatori del fenomeno migratorio e sostenitori della “società aperta”. Tuttavia, i loro sforzi e la vastità dei loro piani non sarebbero comprensibili se ci limitassimo ad essi. Per ragioni di spazio non posso dilungarmi su questo punto, ma non è difficile scoprire che tra i loro obiettivi c'è proprio la distruzione di quei valori morali e spirituali che hanno portato alla nostra relativa libertà e al nostro benessere e sono tuttora fattore di attrazione per molti migranti, oltre a un certo piacere che deriva sempre dal distruggere e offendere un ordine superiore, sentendosi sovrani e creatori in un proprio inferno.

La questione fondamentale è quindi che tipo di società, ovvero che tipo di Stato vogliamo. Desideriamo lo “stato etico” che ha condannato a morte Charlie Gard, assicurandosi (ancora contro la volontà dei genitori) di trattenerlo in ospedale fino alla fine? Vogliamo uno stato di polizia che persegue chi critica l'Islam ma non chi

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offende o discrimina i cristiani? Vogliamo una “società aperta” in cui il mercato decide chi deve entrare e uscire, anche dalla vita? Vogliamo una legislazione che fa licito ciò che è libito, come direbbe Dante, ovvero che legalizza ogni possibilità di piacere e perversione (anche a pagamento), comprese pedofila, necrofilia e incesto? Sono questi i nuovi “valori europei” che vogliamo trasmettere ai figli degli immigrati (ammesso che riescano a vincere la malattia della sterilità che colpisce chi vive nel “vecchio continente”)? Vogliamo un'Italia e un'Europa in cui i bianchi si contrappongono ai neri e viceversa, a tutto vantaggio delle élite che sfruttano entrambi?

Se la risposta a tutte queste domande è no, come non è affatto scontato per la maggior parte della popolazione, dovrebbe emergere la necessità di ripensare i principi della convivenza, ovvero di ripartire dalla basi della nostra civiltà. Dobbiamo individuare i veri valori che hanno fatto dell'Europa un polo di attrazione e ricordarceli ogni giorno, per trasmetterli ai nuovi arrivati e farne i principi ispiratori della nostra vita e delle nostre scelte, anche apparentemente banali. Forse ci potrà aiutare l'infusione di fresco sangue africano o il confronto con le miserie, soprattutto mentali, di tanti nuovi e vecchi italiani che non hanno potuto imparare a ragionare o sono stati troppo segnati dalla vita. In ogni caso dobbiamo ritrovare l'energia e l'entusiasmo dei nostri giorni migliori, consapevoli dei nostri limiti e delle difficoltà che incontreremo ma anche del grande compito che abbiamo davanti. Il paese, l'umanità e il mondo che conoscevamo sono morti; ci sono un paese, un'umanità e un mondo da ricostruire.

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Come un sogno nel sogno – Eric Voegelin e la lotta al terrorismo agosto 21, 2017

Il filosofo Eric Voegelin (foto dalla rete)

La nostra esistenza non è condizionata solo da qualche economista defunto, come diceva John Maynard Keynes, ma anche da alcuni filosofi. Nel 1945, al termine della seconda guerra mondiale, è uscito un libro destinato a grande successo: La società aperta e i suoi nemici. L'autore, il filosofo Karl Popper, era un grande amico dell'economista liberale Friedrich von Hayek, padre nobile del moderno liberismo economico. Entrambi in quegli anni svilupparono una riflessione per rispondere alle cause economiche e culturali del conflitto che aveva devastato l'Europa. La guerra era vista dai due autori come la continuazione con altri mezzi della lotta economica tra gli stati, e come la conseguenza della volontà di alcuni teorici e politici di imporre ad altri le proprie idee, ritenute verità assolute. Pertanto, secondo loro, per evitare future guerre gli stati non dovevano più intervenire direttamente nell'economia, mentre la tolleranza verso le idee altrui doveva diventare l'unico principio morale assoluto. Due convinzioni fondamentali che completavano le precedenti erano che il mercato fosse in grado di regolarsi da solo per il meglio e che le persone identificate come intolleranti non potevano essere tollerate nella società aperta.

Veniamo quindi ai nostri giorni prima di fare un altro passo indietro che spieghi meglio la questione. Facendo un giro sui social media, dagli Stati Uniti alla Cina, tra i critici del mondo attuale un nome rimbalza costantemente in cima alla classifica dei “cattivi”, facendo pensare a un “supervillain” degno di qualche fumetto Marvel: George Soros. L'ex finanziere di origine ungherese, oggi “filantropo” mondiale, è un discepolo dichiarato di Karl Popper, tanto da aver

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chiamato la sua fondazione “Open Society”. Attraverso le ONG da lui finanziate, infatti, promuove sistematicamente l'abbattimento di ogni frontiera – geografica, economica o culturale –, a tutto vantaggio di quel libero mercato che lo ha reso immensamente ricco, mentre le persone che dovrebbero beneficiarne sono in realtà quasi sempre vittime inconsapevoli dei suoi esperimenti di ingegneria sociale. Negli ultimi giorni ha fatto scalpore la dichiarazione del ministro della giustizia Andrea Orlando di voler censurare gli intolleranti su Internet, anche affidando ad alcune ONG il compito di cancellare i loro post non allineati al pensiero dominante, mentre sui social due settimane fa ha suscitato indignazione la notizia dell'ingegnere di Google licenziato per aver sostenuto che gli uomini e le donne sono biologicamente diversi e che l'ossessione dell'azienda per il politicamente corretto rischia di danneggiarla. Chi si stupisce per questi fatti non ha compreso l'origine ideologica del mondo in cui viviamo, mentre altri che l'hanno capita tendono ad osservarlo da una prospettiva limitata, come il giovane filosofo Diego Fusaro che pure con le sue analisi marxiste riesce a smascherare il sostrato materialistico dell'ideologia dominante, evidenziando come l'eterna lotta di classe sia oggi vinta dai più ricchi.

Per comprendere la reale natura del mondo in cui viviamo non basta guardare in basso o in orizzontale ma bisogna anche guardare in alto. Ne era convinto un contemporaneo di Popper e Von Hayek, il filosofo tedesco naturalizzato statunitense Eric Voegelin. Secondo lui in ogni epoca e all'interno di ogni persona c'è una spaccatura tra lo spirito e il potere, ovvero «l'uomo, nella sua autonomia, può ordinare sé stesso e la società orientandosi verso la trascendenza o emancipandosi nella sua esistenza immanente e terrena». Per sostenere la sua convinzione Voegelin cita molti autori del passato, come Omero, Platone e Sant'Agostino, ma anche un filosofo francese della generazione precedente, Henri Bergson. Infatti in un'altra epoca di crisi, conseguente al crollo finanziario del 1929, Bergson si era interrogato sulle forme della società e in un'opera del 1932 aveva coniato il concetto di “società aperta”, per certi versi simile a quella di Popper ma con un'origine e alcune caratteristiche significativamente diverse. Cito ancora dal saggio di Voegelin Che cos'è la storia?, che così descrive l'intuizione di Bergson: «la coesione della società chiusa deriva dal mito; la transizione verso una società aperta, ove si verifichi, è segnata dall'apertura dell'anima all'esperienza della trascendenza». Quando l'uomo si rende conto di essere limitato, insomma, è più propenso ad accettare idee e pratiche altrui e ad utilizzarle per progredire verso mete inattese. Secondo Voegelin, una società sana è quella in cui c'è una tensione costante tra i due poli, il potere e lo spirito, l'immanenza e la trascendenza, la “gnosi” e la “noesi”. Tuttavia, come riconosciuto anche da Popper e Bergson, ogni “gnosi”, ogni visione del mondo, tende a diventare verità assoluta e simbolo poltico universale. Un seguace italiano di Voegelin, il filosofo Augusto Del Noce, ha spiegato bene l'evoluzione delle tendenze gnostiche, chiarendone le notevoli differenze: la gnosi antica vedeva il mondo come totalmente negativo e gli gnostici cercavano di trascenderlo, gli gnostici “cristiani” come Gioacchino da Fiore lo rivalutarono parzialmente, in quanto poteva essere trasformato dall'azione dello Spirito, mentre la gnosi moderna si caratterizza come una «immanentizzazione dell'eschaton cristiano», ovvero rivaluta totalmente il mondo come luogo in cui l'uomo, non condizionato dal peccato originale, può salvarsi da solo costruendo un “paradiso in terra”. Questa convinzione in ambito scientifico si è tradotta nello “scientismo” condannato da Popper, in ambito religioso nel “modernismo”

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condannato per la prima volta da Pio X, nella filosofia novecentesca nel mito della “società aperta”, svelato da Voegelin come sogno gnostico.

Come Anakin Skywalker, infatti, la “società aperta” è vissuta abbastanza a lungo da diventare il male che aveva giurato di distruggere, ma Voegelin lo aveva capito al suo esordio identificandola come una forma particolare della gnosi moderna. Per spiegare meglio il concetto di “mondo di sogno” elaborato da Voegelin in relazione a molte costruzioni gnostiche, ovvero “religioni civili” come il nazismo e la società aperta che lo ha sostituito, due giorni fa ho pubblicato sul canale di Telegram legato a questo blog un paragrafo tratto dalla sua opera La nuova scienza politica del 1952. Riproposto poco dopo anche sul mio profilo Twitter, il brano è stato più volte condiviso raggiungendo in meno di un giorno più di mille interazioni e tredicimila visualizzazioni, motivate anche dal fatto che le sue considerazioni aiutano a capire meglio alcune “operazioni magiche” della stretta attualità come l'uso dei gessetti colorati, delle chitarre e delle immagini di gattini in risposta ad attacchi terroristici come quello avvenuto tre giorni fa a Barcellona. Lo riporto integralmente:

«L'identificazione fra sogno e realtà elevata alla dignità di principio ha conseguenze pratiche che possono apparire strane, ma che non si possono considerare sorprendenti. L'analisi critica del rapporto causa-effetto nella storia è bandita e quindi diventa impossibile in politica la razionale coordinazione fra mezzi e fini. Le società gnostiche e i loro leaders riconoscono certo i pericoli che si profilano contro la loro esistenza, ma questi pericoli non possono essere fronteggiati con azioni adeguate nel mondo della realtà. Si tende piuttosto a fronteggiarli per via di operazioni magiche nel mondo di sogno, come la disapprovazione, la condanna morale, le dichiarazioni di intenzioni, i manifesti, gli appelli all'opinione pubblica mondiale, la condanna dei nemici come aggressori, il mettere fuori legge la guerra, la propaganda per la pace mondiale e per un governo mondiale, ecc. La corruzione intellettuale e morale che si manifesta nel complesso di siffatte operazioni magiche può pervadere la società con l'atmosfera maniaca e spettrale di un manicomio, come possiamo sperimentare nella crisi occidentale del nostro tempo.» In effetti, un attentato come quello di Barcellona, ideato a quanto sembra da una cellula islamista povera ma organizzata ed eseguito da un ragazzo non ancora diciottenne, non si può interpretare solo con un'analisi marxista o religiosa. Le questioni di questo mondo, in generale, nella vita delle persone comuni come in quella dei cosiddetti potenti, non si possono comprendere adeguatamente senza fare riferimento allo spirito e a ciò che lo condiziona, in alto come in basso. Come spiegare ad esempio certe scelte di eredi o costruttori di grandi fortune solo col piacere del potere e il desiderio di accrescerlo insieme alle ricchezze, ignorando l'altro grande e misero piacere riservato alle creature, quello di distruggere la creazione e offenderne l'artefice? Non serve nemmeno spingersi troppo in là nell'analisi, cercando magari di risalire fino ai principali protagonisti e alle origini del male. Basta riconoscere che le cause dei problemi attuali sono anche spirituali e solo risposte anche spirituali possono porvi rimedio.

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I seguaci della società aperta, in quanto gnostici che vivono in un sogno basato sulla sistematica negazione della realtà, non possono capirlo e non possono cambiare, come dimostrano in Italia tanti esponenti della sinistra. Tuttavia comprendono perfettamente che è in corso una guerra simbolica che deciderà anche la loro sopravvivenza politica, per cui sono pronti a fare di tutto per mettere a tacere coloro che al sogno del politicamente corretto oppongono i fatti della realtà. Secondo Voegelin, anche se «la realtà non ha ancora distrutto il sogno», la loro sorte è segnata, perché «la politica gnostica è autodistruttiva, in quanto il suo misconoscimento della struttura della realtà conduce a un continuo stato di guerra». Ai nostri giorni si tratta principalmente della guerra al terrorismo, che in particolare nella variante di “guerra al terrore” si configura come un conflitto destinato a non finire mai, anche perché lo stesso terrorismo islamista appare come un sogno gnostico orientale nel sogno gnostico occidentale, o come un incubo nell'incubo. Ad ogni modo, i politici gnostici nostrani stanno inesorabilmente perdendo consensi e lo sanno, ma per arrivare alla loro sostituzione servirà ancora un po' di tempo, e dunque un ulteriore inutile sacrificio da parte della popolazione, vittima dei loro incantesimi gnostici – che sarebbero comunque incapaci di fermare – come quello dell'austerità espansiva o per l'estensione della cittadinanza ai nuovi schiavi del capitale. La vera questione pertanto è se i politici che li sostituiranno saranno a loro volta benché in modo diverso gnostici, cambiando ad esempio il sogno dell'Unione Europea con quello di un governo mondiale, o riusciranno finalmente ad essere semplici e bravi amministratori. Forse, se inizieranno ad occuparsi con umiltà, consapevoli dei limiti della nostra condizione umana, della spazzatura nelle strade, della gestione della moneta, dei bisogni dei più poveri, senza soffocare la naturale propensione delle persone alla trascendenza né cercare a tutti i costi di migliorare il resto del mondo, forse, con l'aiuto di Dio, qualcosa cambierà davvero.

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Oltre il sogno – Snowflakes, i talebani occidentali settembre 01, 2017

Un busto di Cristoforo Colombo decapitato a New York (foto dalla rete)

Continuo brevemente la riflessione sulla “società aperta” come “sogno gnostico”, alla luce della teoria politica di Eric Voegelin, perché i simboli sviluppati dal filosofo tedesco sono particolarmente efficaci per spiegare le immagini di distruzione che giungono quotidianamente dagli Stati Uniti. Come abbiamo visto nel post precedente, ogni società gnostica si basa sulla negazione sistematica della realtà ed è quindi incapace di rispondere adeguatamente alle minacce o agli stimoli esterni, generando uno stato di guerra permanente. In La nuova scienza politica Voegelin analizza un caso specifico di rivoluzione gnostica, quella dei puritani inglesi, a cui rimando per un approfondimento e un miglior confronto con l'attualità.

Prima operazione magica degli gnostici di ogni epoca è quella di dividere il mondo in “noi” e “loro”. I “noi” ovviamente sono i giusti, i buoni, i puri, mentre i “loro” assumono tutte le caratteristiche negative, fino al punto da essere considerati “non persone”. Questo simbolo politico tra l'altro è ben noto anche agli antropologi culturali: il nome di molte tribù africane, ad esempio, tradotto significa semplicemente “gli uomini”, mentre tutti gli altri di conseguenza sono non uomini, demoni o animali parlanti. Venendo al caso americano, gli “altri, “loro”, in quanto rozzi non uomini, non possono vincere le elezioni, a meno di essere aiutati dagli hacker russi o di far parte di una cospirazione di milioni di simpatizzanti occulti del Ku Klux Klan. La seconda ipotesi ha preso piede nel momento in cui la prima si è rivelata una montatura dei media, ma molti “democratici” credono a entrambe le spiegazioni di sogno e sarebbero pronti a sposarne una terza pur di non ammettere la realtà, ovvero che gli “altri” hanno vinto democraticamente le elezioni. Da buoni gnostici

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infatti «essi sono impermeabili a ogni argomentazione e hanno sempre una risposta pronta».

Per opporsi agli “altri”, agli “intolleranti” della società aperta, ovviamente, ogni mezzo è valido. Si comincia con «l'interdizione degli strumenti di critica», ovvero ad esempio col tentativo di limitare Internet come luogo in cui vengono diffuse “fake news”, ma nel momento in cui si percepisce che il proprio mondo di sogno è messo in pericolo da troppi elementi esterni (di realtà), ci si sente legittimati a rimuovere o distruggere i simboli veri o presunti degli “altri”, come nel caso delle statue pagane di Buddha smantellate dai talebani afghani o delle statue dei confederati e di Cristoforo Colombo distrutte o deturpate dai liberals americani. Poco importa che l'esploratore genovese sia innanzitutto simbolo della comunità italo-americana; le sue statue attaccate in tutta l'America vanno abbattute e la sua festa cancellata, perché Colombo era un colonizzatore e un imperialista, ma soprattutto perché come i generali sudisti è un simbolo dei “suprematisti bianchi” e dei “nazisti” che hanno eletto Trump. Per spiegare questa ondata di isteria che da diverso tempo ha contagiato l'America arrivando fino in Europa, si può benissimo fare ricorso alla psicologia (e al ruolo dei mass media, dei figuranti stipendiati e degli agenti di influenza), ma per comprendere pienamente il significato e le implicazioni della guerra simbolica in corso bisogna fare riferimento alla teoria del “sogno gnostico” di Voegelin. Il caso più emblematico ed esplicativo in questo senso è rappresentato dagli “snowflakes”, i “fiocchi di neve” nati al volgere del millennio e cresciuti col mito della società aperta, di cui sono certamente il frutto più compiuto. Da noi sono i giovani della “generazione Erasmus”, entusiasti sostenitori di quell'Europa che ha tolto i soldi dalle tasche ma anche le frontiere, dando a tutti la libertà teorica di viaggiare per il continente mentre i loro genitori potevano farlo davvero fermandosi qualche minuto alle dogane. In America sono i rampolli liberal di famiglie della superstite middle class, allevati nei campus dove imperversa il pensiero unico mondialista, seguaci di quella Clinton che ha portato guerra e morte tra i suoi nemici ma è stata immancabilmente giustificata perché “democratica”. Oggi ingrossano le file del movimento “Antifa”, ma erano saliti alla ribalta alcuni anni fa, con la richiesta di trasformare i loro college in “safe spaces”, ovvero zone libere da concetti, parole e immagini che potessero urtare la loro suscettibilità. Si trattava cioè di mantenere la realtà e la durezza del linguaggio politico al di fuori di vere e proprie bolle, un ecosistema ideale in cui evidentemente sarebbero stati felici di restare per sempre. Il mondo gnostico, fin dai tempi dei puritani inglesi, si basa come sappiamo sul rifiuto della realtà, ma credo che gli snowflakes siano stati i primi ad avanzare la richiesta formale di istituzionalizzare lo stato di sogno che ne deriva. Forse questa singolarità storica dipende dal fatto che oggi, grazie ai mezzi di comunicazione di massa e alla possibilità per chiunque di accedere alle informazioni, la tensione tra il sogno e la realtà è particolarmente forte, tanto da permettere a diverse persone di sperimentare momenti di lucidità, come in una sorta di “sogno lucido”. Di fatto, con gli “snowflakes” il mondo di sogno in qualche modo è uscito dall'inconscio per diventare uno spazio semi-cosciente, di cui si percepisce la natura fittizia ma che viene comunque preferito alla realtà come luogo simbolico in cui abitare.

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Chi si vuole opporre a quest'ultima forma della gnosi moderna deve quindi aver ben chiare due cose. Innanzitutto che gli gnostici del terzo millennio, nella forma inoffensiva (o passivo-aggressiva) degli snowflakes come in quella bellicosa e imprevedibile degli antifa, pur non essendo in grado di riconoscere il mondo di sogno in quanto tale e uscirne (anche perché, come insegnano gli psicologi, dovrebbero prima riuscire a immaginare una versione alternativa di sé stessi), sono abbastanza consapevoli che è in corso una guerra simbolica, dal cui esito dipenderà molto anche del loro futuro come individui. La lotta senza quartiere alla libertà di Internet dichiarata dai politici del Partito Democratico italiano come dal probabile futuro presidente statunitense Mark Zuckerberg sul suo Facebook è significativa del livello di consapevolezza simbolica raggiunto all'interno del mondo di sogno. Questo grado di comprensione manca tra i critici della “società aperta” e del liberismo selvaggio, che pure sono spesso culturalmente e intellettualmente superiori ai loro coetanei “di sinistra”, ma generalmente si limitano ad analisi economiche o comunque

materialistiche.

La seconda considerazione riguarda appunto la contrapposizione tra “noi” e “loro” in cui rischiano di cadere, anche solo per riflesso, gli “altri” della dicotomia gnostica. Leggendo i giornali italiani sembra ormai superata “l'emergenza migratoria” a cui si è sostituito lo “scontro tra bianchi e neri”. Non so quanto di voluto ci sia in tutto questo, ma mi sembra fondamentale rifiutare aprioristicamente la contrapposizione tra europei e immigrati, cristiani e musulmani, che pure c'è e sarà sempre più evidente. Allo stesso modo dobbiamo avere comprensione per gli amici che ancora vivono nel sogno gnostico. Cercare di svegliarli in modo brusco potrebbe essere controproducente e d'altronde oggi (come al tempo dei puritani) è impossibile fare un dibattito serio sui media. In attesa di conquistare il potere con le elezioni e cambiare le regole del gioco – a meno che non ci venga tolta prima la possibilità di votare – molto meglio ignorarli, riconoscendone i tanti aspetti positivi, e andare avanti per la propria strada. C'è così tanto lavoro da fare, su di noi e sul mondo che ci circonda. Non perdiamo tempo a criticare, a sottolineare le miserie intellettuali o le evidenti contraddizioni logiche di chi ancora dorme, svegliamoci piuttosto sempre di più e concentriamoci sulle cose belle che possiamo realizzare. Ci aspettano mesi di lotta, in cui dovremo difenderci da attacchi inauditi, quindi non sarà una passeggiata in discesa, ma il mondo di sogno gnostico sta crollando per cui dobbiamo pensare al mondo che verrà.

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Sulla ricostruzione dell'ordine sociale settembre 22, 2017

«La resistenza austriaca al nazismo portò, dopo il 1933, alla situazione di guerra civile del 1934 ed alla fondazione del cosiddetto stato autoritario. Poiché la concezione dello stato autoritario era strettamente legata alle idee della Quadragesimo Anno, oltre che alle precedenti encicliche papali sulle questioni sociali, mi era necessario accedere a questi materiali...» Eric Voegelin, Riflessioni Autobiografiche

di Pio XI

La teoria del gioco economico*

49. E veramente dal carattere stesso della proprietà, che abbiamo detta individuale insieme e sociale, si deduce che in questa materia gli uomini debbono aver riguardo non solo al proprio vantaggio, ma altresì al bene comune. La determinazione poi di questi doveri in particolare e secondo le circostanze, quando non sono già indicati dalla legge di

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natura, è ufficio dei pubblici poteri. Onde la pubblica autorità può con maggior cura specificare, considerata la vera necessità del bene comune e tenendo sempre innanzi agli occhi la legge naturale e divina, che cosa sia lecito ai possidenti e che cosa no, nell'uso dei propri beni.

La riforma dello Stato

25. Quanto al potere civile, Leone XIII, superando arditamente i limiti segnati dal liberalismo, insegna coraggiosamente che esso non è puramente un guardiano dell'ordine e del diritto, ma deve adoperarsi in modo che con tutto il complesso delle leggi e delle istituzioni politiche, ordinando e amministrando lo Stato, ne risulti naturalmente la pubblica e privata prosperità (enc. Rerum novarum, n. 26). È bensì vero che si deve lasciare la loro giusta libertà di azione alle famiglie e agli individui, ma questo senza danno del pubblico bene e senza offesa di persona. Spetta poi ai reggitori dello Stato difendere la comunità e le parti di essa, ma nella protezione dei diritti stessi dei privati si deve tener conto principalmente dei deboli e dei poveri. Perché, come dice il Nostro Antecessore, il ceto dei ricchi, forte per sé stesso, abbisogna meno della pubblica difesa; le misere plebi invece, che mancano di sostegno proprio, hanno somma necessità di trovarlo nel patrocinio dello Stato. Perciò agli operai, che sono nel numero dei deboli e dei bisognosi, deve lo Stato a preferenza rivolgere le cure e la provvidenza sua (enciclica Rerum novarum, n. 29).

79. E quando parliamo di riforma delle istituzioni, pensiamo primieramente allo Stato, non perché dall'opera sua si debba aspettare tutta la salvezza, ma perché, per il vizio dell'individualismo, come abbiamo detto, le cose si trovano ridotte a tal punto, che abbattuta e quasi estinta l'antica ricca forma di vita sociale, svoltasi un tempo mediante un complesso di associazioni diverse, restano di fronte quasi soli gli individui e lo Stato. E siffatta deformazione dell'ordine sociale reca non piccolo danno allo Stato medesimo, sul quale vengono a ricadere tutti i pesi, che quelle distrutte corporazioni non possono più portare, onde si trova oppresso da una infinità di carichi e di affari.

80. È vero certamente e ben dimostrato dalla storia, che, per la mutazione delle circostanze, molte cose non si possono più compiere se non da grandi associazioni, laddove prima si eseguivano anche delle piccole. Ma deve tuttavia restare saldo il principio importantissimo nella filosofa sociale: che siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l'industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare. Ed è questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società; perché l'oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle.

89. Un'altra cosa ancora si deve procurare, che è molto connessa con la precedente. A quel modo cioè che l'unità della società umana non può fondarsi nella opposizione di classe, cosi il retto ordine dell'economia non può essere abbandonato alla libera concorrenza delle forze. Da questo capo anzi, come da fonte avvelenata, sono derivati tutti gli

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errori della scienza economica individualistica, la quale dimenticando o ignorando che l'economia ha un suo carattere sociale, non meno che morale, ritenne che l'autorità pubblica la dovesse stimare e lasciare assolutamente libera a sé, come quella che nel mercato o libera concorrenza doveva trovare il suo principio direttivo o timone proprio, secondo cui si sarebbe diretta molto più perfettamente che per qualsiasi intelligenza creata. Se non che la libera concorrenza, quantunque sia cosa equa certamente e utile se contenuta nei limiti bene determinati, non può essere in alcun modo il timone dell'economia; il che è dimostrato anche troppo dall'esperienza, quando furono applicate nella pratica le norme dello spirito individualistico. È dunque al tutto necessario che l'economia torni a regolarsi secondo un vero ed efficace suo principio direttivo. Ma tale ufficio molto meno può essere preso da quella supremazia economica, che in questi ultimi tempi è andata sostituendosi alla libera concorrenza; poiché, essendo essa una forza cieca e una energia violenta, per diventare utile agli uomini ha bisogno di essere sapientemente frenata e guidata. Si devono quindi ricercare più alti e più nobili principi da cui questa egemonia possa essere vigorosamente e totalmente governata: e tali sono la giustizia e la carità sociali. Perciò è necessario che alla giustizia sociale si ispirino le istituzioni dei popoli, anzi di tutta la vita della società; e più ancora è necessario che questa giustizia sia davvero efficace, ossia costituisca un ordine giuridico e sociale a cui l'economia tutta si conformi. La carità sociale poi deve essere come l'anima di questo ordine, alla cui tutela e rivendicazione efficace deve attendere l'autorità pubblica; e lo potrà fare tanto più facilmente se si sbrigherà da quei pesi che non le sono propri, come abbiamo sopra dichiarato.

Contro il liberismo selvaggio...

105. E in primo luogo ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l'accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell'economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento.

106. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l'organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l'anima dell'economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare.

107. Una tale concentrazione di forze e di potere, che è quasi la nota specifica della economia contemporanea, è il frutto naturale di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza.

108. A sua volta poi la concentrazione stessa di ricchezze e di potenza genera tre specie di lotta per il predominio: dapprima si combatte per la prevalenza economica; di poi si contrasta accanitamente per il predominio sul potere politico, per valersi delle sue forze e della sua influenza nelle competizioni economiche; infine si lotta tra gli stessi Stati,

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o perché le nazioni adoperano le loro forze e la potenza politica a promuovere i vantaggi economici dei propri cittadini, o perché applicano il potere e le forze economiche a troncare le questioni politiche sorte fra le nazioni.

109. Ultime conseguenze dello spirito individualistico nella vita economica sono poi quelle che voi stessi, venerabili Fratelli e diletti Figli, vedete e deplorate; la libera concorrenza cioè si è da se stessa distrutta; alla libertà del mercato è sottentrata la egemonia economica; alla bramosia del lucro è seguita la sfrenata cupidigia del predominio; e tutta l'economia è così divenuta orribilmente dura, inesorabile, crudele. A ciò si aggiungono i danni gravissimi che sgorgano dalla deplorevole confusione delle ingerenze e servizi propri dell'autorità pubblica con quelli della economia stessa: quale, per citarne uno solo tra i più importanti, l'abbassarsi della dignità dello Stato, che si fa servo e docile strumento delle passioni e ambizione umane, mentre dovrebbe assidersi quale sovrano e arbitro delle cose, libero da ogni passione di partito e intento al solo bene comune e alla giustizia. Nell'ordine poi delle relazioni internazionali, da una stessa fonte sgorgò una doppia corrente: da una parte, il nazionalismo o anche l'imperialismo economico; dall'altra non meno funesto ed esecrabile, l'internazionalismo bancario o imperialismo internazionale del denaro, per cui la patria è dove si sta bene.

110. Ora, con quali mezzi si possa rimediare a un male così profondo, già l'abbiamo indicato nella seconda parte di questa enciclica, dove ne abbiamo trattato di proposito sotto l'aspetto dottrinale: qui ci basterà ricordare la sostanza del Nostro insegnamento. Essendo dunque l'ordinamento economico moderno fondato particolarmente sul capitale e sul lavoro, devono essere conosciuti e praticati i precetti della retta ragione, ossia della filosofia sociale cristiana, concernenti i due elementi menzionati e le loro relazioni. Così, per evitare l'estremo dell'individualismo da una parte, come del socialismo dall'altra, si dovrà soprattutto avere riguardo del pari alla doppia natura, individuale e sociale propria, tanto del capitale o della proprietà, quanto del lavoro. Le relazioni quindi fra l'uno e l'altro devono essere regolate secondo le leggi di una esattissima giustizia commutativa, appoggiata alla carità cristiana. È necessario che la libera concorrenza, confinata in ragionevoli e giusti limiti, e più ancora che la potenza economica siano di fatto soggetti all'autorità pubblica, in ciò che concerne l'ufficio di questa. Infine le istituzioni dei popoli dovranno venire adattando la società tutta quanta alle esigenze del bene comune cioè alle leggi della giustizia sociale; onde seguirà necessariamente che una sezione così importante della vita sociale, qual è l'attività economica, verrà a sua volta ricondotta ad un ordine sano e bene equilibrato.

… e le sue varianti socialiste

116. Né perciò si dovrà credere che quei partiti o gruppi di socialisti, che non sono comunisti, si siano ricreduti tutti a tal segno, o di fatto o nel loro programma. No, perché essi per lo più, non rigettano né la lotta di classe, né l'abolizione della proprietà, ma solo la vogliono in qualche modo mitigata. Senonché, essendosi i loro falsi princìpi così mitigati e in qualche modo cancellati, ne sorge, o piuttosto viene mosso da qualcuno, il dubbio: se per caso anche i princìpi della verità cristiana non si possano in qualche modo mitigare o temperare, per andare così incontro al socialismo e quasi per

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una via media accordarsi insieme. E vi ha di quelli che nutrono la vana speranza di trarre a noi in questo modo i socialisti. Vana speranza, diciamo. Quelli, infatti, che vogliono essere apostoli tra i socialisti, devono professare apertamente e sinceramente, nella sua pienezza e integrità, la verità cristiana, ed in nessuna maniera usare connivenza con gli errori. Che, se veramente vogliono essere banditori del Vangelo, devono studiarsi anzitutto di far vedere ai socialisti che le loro rivendicazioni, in quanto hanno di giusto, si possono molto più validamente sostenere coi princìpi della fede cristiana e molto più efficacemente promuovere con le forze della cristiana carità.

Conclusione: più a fondo e più in alto

127. Ma se consideriamo la cosa con più diligenza e più a fondo, chiaramente vediamo che a questa tanto desiderata restaurazione sociale deve precedere l'interno rinnovamento dello spirito cristiano, dal quale purtroppo si sono allontanati tanti di coloro che si occupano di cose economiche; se no, tutti gli sforzi cadranno a vuoto, non costruendosi l'edificio sulla roccia, ma su la mobile arena (cfr. Mat 7,24).

128. E infatti, venerabili Fratelli e diletti figli, abbiamo dato uno sguardo all'odierno ordinamento economico, e l'abbiamo trovato guasto profondamente. Di poi, richiamato a nuovo esame il comunismo e il socialismo, e tutte le loro forme, anche più mitigate, abbiamo trovato che sono molto lontani dagli insegnamenti del Vangelo.

129. Quindi, per usare le parole del Nostro Predecessore, se un rimedio si vuole dare alla società umana, questo non sarà altro che il ritorno alla vita e alle istituzioni cristiane (enc. Rerum novarum, n. 22). Giacché questo solo può distogliere gli occhi degli uomini affascinati e al tutto immersi nelle cose transitorie di questo mondo, e innalzarli al cielo: questo solo può portare efficace rimedio alla troppa sollecitudine per i beni caduchi, che è l'origine di tutti i vizi. Del quale rimedio chi può negare che la società umana non abbia al presente un sommo bisogno?

130. Tutti restano quasi unicamente atterriti dagli sconvolgimenti, dalle stragi, dalle rovine temporali. Ma se consideriamo i fatti con occhio cristiano, com'è dovere, che cosa sono tutti questi mali in paragone della rovina delle anime? Eppure si può dire senza temerità essere tale oggi l'andamento della vita sociale ed economica, che un numero grandissimo di persone trova le difficoltà più gravi nell'attendere a quell'uno necessario all'opera capitale fra tutte, quella della propria salute eterna.

131. Di queste innumerevoli pecorelle costituiti Pastore e Tutore dal Principe dei Pastori, che le redense col suo sangue, non possiamo contemplare con indifferenza tale sommo pericolo; che anzi, memori dell'ufficio pastorale, con paterna sollecitudine andiamo di continuo ripensando come recare ad esse aiuto, ricorrendo altresì allo studio indefesso di altri, che vi sono impegnati per debito di giustizia e di carità. Che cosa gioverebbe infatti che gli uomini con più saggio uso delle ricchezze si rendessero più capaci di fare acquisto anche di tutto il mondo, se poi ne ricevessero danno per l'anima? (cfr. Mat 15,26). Che cosa gioverebbe insegnar loro sicuri princìpi intorno alla economia, se poi si lasciano

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trascinare dalla sfrenata cupidigia e dal gretto amore proprio a tal segno che pur avendo udito gli ordini del Signore, abbiano poi a fare tutto all'opposto! (cfr. Fudic. 2,17).

140. Da questa nuova diffusione pertanto dello spirito evangelico nel mondo, che è spirito di moderazione cristiana, e di carità universale, sorgerà, speriamo, quella piena e desideratissima restaurazione della umana società in Cristo e quella pace di Cristo nel regno di Cristo a cui fin dall'inizio del Nostro Pontificato abbiamo fermamente proposto di consacrare tutte le Nostre cure e la Nostra pastorale sollecitudine.

*I titoli in grassetto sono miei. Nel primo paragrafo Pio XI partendo dal diritto naturale giunge ad abbozzare una teoria economica e politica, evocando il punto di equilibrio di un gioco non cooperativo (formulato in termini matematici da John Nash nel 1950, vent'anni dopo l'enciclica) che coincide con l'ottimo di Pareto, una condizione che può essere garantita solo da accordi vincolanti e dal controllo di un'istituzione con potere sanzionatorio, ovvero dalle leggi e dalla vigilanza attiva di uno Stato nazionale.

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Il filosofo e i giornalisti settembre 27, 2017

Eric Voegelin (foto dalla rete)

Leggendo le Riflessioni Autobiografiche di Eric Voegelin, mi ha colpito la sua fedeltà al principio dell'onesta intellettuale, motivata innanzitutto da un'istintiva repulsione verso ogni forma di disonestà intellettuale. Non solo è emigrato dall'Austria agli Stati Uniti dopo l'Anschluss nazista per il rifiuto di aderire a una qualunque ideologia, ma ha costantemente messo in discussione le sue stesse acquisizioni, cercando di comprendere sempre meglio la complessità del reale.

Durante i suoi studi giuridici, si era reso conto che «una teoria politica doveva fondarsi sulla filosofia classica e su quella cristiana», ma studiando la storia delle idee aveva dovuto superare anche il tradizionale inizio con Platone e Aristotele. In particolare, capì che «non si poteva comprendere il cristianesimo primitivo senza addentrarsi nell'ebraismo che gli stava dietro», e ben presto lo sfondo si estese «agli antichi imperi mediorientali dai quali era emerso Israele».

L'approccio comparativo alla conoscenza non era d'altronde il suo unico principio metodologico, in quanto si era reso conto che «non è possibile avere a che fare con materiali che non si è in grado di leggere». Per questo motivo, nel corso degli anni, si era attivato per imparare l'inglese, il francese, l'italiano e il russo, ma anche il latino, il greco, l'ebraico e il cinese.

Non stupisce quindi che la sua cultura enciclopedica unita alla conoscenza delle lingue e ai contatti con le migliori menti dell'epoca desse adito a non pochi equivoci, non solo tra i giornalisti e i divulgatori del suo pensiero, ma anche

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all'interno della stessa comunità accademica, il cui livello culturale come ricorda ironicamente Voegelin era spesso molto al di sotto delle aspettative.

«Voglio sottolineare che tanto lo gnosticisimo quanto la sua storia – dall'antichità al presente – rappresentano l'oggetto di una scienza molto sviluppata, e che l'idea di interpretare i fenomeni contemporanei come gnostici non è originale come può sembrare agli ignorantoni che mi hanno per essa criticato. In generale, mi piacerebbe far notare che se avessi scoperto da me stesso tutti i problemi storici e filosofici per i quali sono stato criticato dagli intellettuali, sarei senza dubbio il più grande filosofo della storia dell'umanità.» L'interesse quasi ossessivo per le lingue e il linguaggio non si spiega d'altronde solo come una deformazione professionale del filosofo, ma nasce nel clima culturale e politico che ha portato all'avvento del nazismo. «Riguadagnare il linguaggio» scrive Voegelin, ricordando l'opera di coraggiosi polemisti come Stefan George e Karl Kraus, «significava recuperare il contenuto soggettivo che doveva esprimersi nel linguaggio», perché «gli ideologi avevano perduto il contatto con la realtà e sviluppavano simboli che, non esprimendola, esprimevano piuttosto il proprio stato di alienazione rispetto ad essa». A questo riguardo, l'attacco del filosofo a un certo modo di fare informazione diventa molto deciso, certamente a causa dei dolorosi ricordi personali.

«Persone di questo livello – che chiamo volgare e che, per quanto attiene alla sua rilevanza sociale, definisco come livello oclocratico – non sono ammissibili alla posizione di interlocutori ma possono solo interessare come oggetti di ricerca. Questi problemi che riguardano oclocrazia e volgarità non possono essere presi alla leggera. Non è possibile prenderne semplicemente nota. Sono seri problemi che riguardano la vita e la morte, dal momento che queste persone volgari creano e successivamente dominano il clima intellettuale nel quale diventa possibile l'ascesa al potere di persone come Hitler. Potrei dire che, nel caso della Germania, i corruttori del linguaggio al livello giornalistico e letterario siano stati i veri criminali colpevoli delle atrocità naziste. Atrocità che furono possibili soltanto allorché l'ambiente sociale fu così corrotto dalle persone volgari, da far salire al potere un vero rappresentante dello spirito volgare.» Se per Voegelin dunque la società era già in rovina «dal punto di vista morale ed intellettuale» ben prima di Hitler, la sua distruzione interiore «non terminò con la vittoria degli Alleati, ma continua ancora». Anzi, «l'odierna distruzione della vita intellettuale tedesca – ed in particolare la distruzione delle università – rappresenta la conseguenza di quella medesima distruzione che portò Hitler al potere e di quella operata sotto il suo regime». Voegelin, che pubblicò queste note nel 1973, era dunque preoccupato dal parallelismo tra la «banalità del male» degli anni Trenta e alcuni fenomeni culturali della società contemporanea, ma concludeva con una nota di speranza, riconoscendo che «nessuna fine è ancora in vista, e sono possibili conseguenze che potrebbero sorprendere».

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Vorrei quindi sviluppare alcune considerazioni personali, perché, anche se negli ultimi mesi ho utilizzato su questo blog i simboli politici e alcuni concetti di Voegelin per spiegare il “sogno gnostico” in cui ancora viviamo, non sono certo un filosofo né uno studioso della politica, ma piuttosto mi identifico per storia personale e affinità mentale nella vasta schiera dei “giornalisti”. Il mio primo incontro col grande filosofo è avvenuto infatti al tempo dell'università, all'interno di un manuale sul pensiero politico del Novecento, ma in quel periodo stavo studiando per prepararmi a una carriera letteraria in una casa editrice o in un quotidiano. Tra i miei professori c'erano alcune importanti firme del Corriere della Sera e sono stati loro a trasmettermi i due princìpi del giornalismo moderno, l'understatement e l'organizzazione del dibattito.

Nonostante la somiglianza con la prudenza, l'umiltà e l'onestà intellettuale proprie dei grandi scienziati, così come di certi contadini della mitica tradizione piemontese o lombarda, questi due princìpi si ispirano piuttosto al “pensiero debole” di tipo gnostico così ben descritto da Voegelin. Nel giornalismo moderno, infatti, la tendenza sistematica a smussare e a mettere in discussione le proprie convinzioni (understatement) si coniuga con la progressiva scomparsa della notizia (trovabile facilmente anche altrove, come in televisione o su Internet) per far spazio al confronto di opinioni diverse. L'obiettivo finale dovrebbe essere permettere al lettore di sviluppare una sua opinione, ma in realtà queste operazioni pilatesche, motivate anche dalla volontà di contenere i costi tagliando indagini e approfondimenti, sono state a mio avviso una delle cause principali della crescente disaffezione nei confronti dei giornali. Perché infatti qualcuno dovrebbe pagare per avere notizie scarne che può ascoltare nei telegiornali od opinioni qualificate ma contrastanti che può leggere gratuitamente su Internet?

Qualche anno dopo ho provato a spiegarlo anche ad amici e conoscenti che scrivevano sul quotidiano Avvenire, i quali in realtà avrebbero avuto un motivo “forte” per distinguersi dalla massa dei giornalisti con una “linea editoriale” chiara e autorevole, sfruttando così anche una significativa nicchia di mercato e un importante vantaggio competitivo. Allora ovviamente non disponevo degli strumenti concettuali per riconoscere pienamente la piaga del relativismo gnostico e la sua pervasività anche negli ambienti cattolici, ma facendo ricorso in modo volutamente un po' rozzo a semplici concetti economici identificavo nel tradizione core business della Chiesa, cioè Gesù Cristo, un “prodotto” che era sempre molto richiesto dalla gente. A mio avviso, non a caso, finché i sacerdoti dipendevano per il loro sostentamento dalle offerte della gente (anche sotto forma di terreni agricoli donati alla parrocchia) nelle loro prediche si parlava di Gesù e del destino eterno dell'uomo e le chiese erano piene; dopo l'introduzione della congrua e poi dell'otto per mille invece ogni parroco aveva messo in luce i suoi interessi, formali o sociali, e le persone non li avevano seguiti perché andare a messa non era più incontrare Gesù ma assistere allo show del prete.

La contrapposizione tra “pensiero debole” e ciò che vorrebbe ergersi come “pensiero forte”, divenuta ormai insanabile e particolarmente evidente in riferimento alle dinamiche della chiesa, è emersa in questi giorni in seguito alla pubblicazione di un documento su alcune presunte eresie diffuse dal pontefice regnante. Se la “correzione filiale” è un testo doloroso per un credente e non privo di asperità, le risposte che ho letto in questi giorni sono a dir poco deludenti, accettabili solo in quanto reazioni isteriche od «oggetti di studio», secondo l'espressione di Voegelin. Per umana carità

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non metto collegamenti all'articolo di uno scrittore che cavilla su questioni linguistiche o di un filosofo (docente universitario) che propone raffazzonate argomentazioni da temino liceale, le cui contraddizioni sono apparse subito evidenti persino a me.

Così, al termine della riflessione sulla sciagurata società in cui ho avuto la ventura di nascere ormai trentacinque anni fa, devo concludere che il disagio che ho sempre avvertito (stimolato da brave insegnanti di italiano alle scuole medie e superiori) per la bassa qualità del linguaggio pubblico era ben motivato. Non rivelava solo la pigrizia e l'ignoranza di giornalisti, redattori e burocrati, ma serviva anche a mascherare – quanto inconsciamente non è dato sapere – il ribaltamento dei significati esistenziali. I due autori forse più importanti della modernità, Hegel e Marx (decisivi anche nella formazione intellettuale e linguistica di papa Francesco), come ribadito da Voegelin avevano costruito le loro filosofie su presupposti sbagliati che però rifiutavano di discutere (in ciò consiste primariamente la disonestà intellettuale degli ideologi); si trattava di credenze gnostiche basate su dogmi, ma fatte passare per scienza, dileggiando la religione che invece aveva costruito cattedrali di libertà intellettuale a gloria di Dio e ad elevazione dell'uomo. Allo stesso modo oggi giornalisti e politici invocano bavagli per Internet, ma è stata la loro sciatteria intellettuale e la loro mediocrità morale a formare il brodo di coltura delle “fake news” e del risentimento popolare che ora contestano e temono; leggendo sui giornali tante evidenti bugie e mezze verità le persone hanno cercato le notizie su Internet dove le hanno trovate insieme ad altre falsità e scorrettezze. Da tutto ciò nascerà un nuovo Hitler, oppure avremo la capacità di recuperare nel tesoro del nostro passato, ad esempio nella profetica concezione dello Stato sviluppata da Leone XIII e Pio XI, il modello di un ordine futuro capace di rispondere alle sfide della contemporaneità, secondo il recente appello di Ratzinger? Ai posteri, e ai più intelligenti lettori di questo blog, l'ardua sentenza.

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Come una luce tra le montagne ottobre 12, 2017

Santuario di Gallivaggio, 10 ottobre 2017 (archivio personale)

Il 1492 non è solo l'anno della scoperta dell'America. Dalle mie parti è anche l'anno dell'apparizione di Gallivaggio, una località nascosta tra i monti della Valchiavenna, lungo la strada dello Spluga, dove la Madonna da allora è venerata come "Madre della Misericordia". Presentandosi a due ragazze in cerca di castagne, infatti, Maria si era descritta come mediatrice tra i peccatori e l'ira del figlio, chiedendo penitenza e una maggiore osservanza dei precetti festivi, in particolare l'astensione dal lavoro fin dai vespri del sabato. Sul significato della Misericordia e il suo rapporto con l'umiltà e il senso del peccato avevo già pubblicato su questo blog la trascrizione di un discorso di don Divo Barsotti, che oltre ad essere un fine teologo era anche e soprattutto un mistico. Non torno quindi sulla questione, oggi particolarmente fraintesa e soggetta a pericolose interpretazioni anticristiane, per cui ad esempio siccome Dio è buono e perdona sarebbe in fondo tutto

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permesso. Vorrei però sottolineare l'importanza di questa apparizione con alcune considerazioni semplici, direi di buon senso pratico. A volte infatti siamo baciati dalla fortuna, o per chi crede toccati dalla grazia divina, e non solo non ce ne rendiamo conto ma addirittuta disprezziamo quanto ci capita. Certamente all'epoca dell'apparizione la vita dei contadini sulle montagne, tra scarsi pascoli e campi sassosi, era particolarmente dura, ma la gente della Valchiavenna ha preso subito sul serio la richiesta della Madonna di rispettare il riposo della domenica fin dal pomeriggio del sabato. Oggi qualche pastore preoccupato più del benessere materiale che di quello spirituale potrebbe accusarla di essere una “rigida”, di aver chiesto un inutile sacrificio a popolazioni sempre a rischio di cadere nella miseria, eppure per Dio che ragiona in termini di vita eterna e lunghi periodi storici evidentemente le cose stavano e stanno diversamente. Un quarto di secolo dopo l'apparizione di Gallivaggio, nel 1517, scoppiava in Germania l'eresia protestante, che in breve tempo avrebbe contagiato quasi tutto il mondo tedesco, arrivando fino al dominio dei Grigioni che nel 1512 avevano conquistato la Valtellina e la Valchiavenna. Eppure il protestantesimo non ha mai attecchito in questa terra, e non è difficile capire che ciò sia in parte dovuto anche all'allenamento di venticinque anni che la Madonna aveva imposto al suo esercito di fedeli. Partendo dal rispetto di semplici consuetudini, dall'obbedienza a rigidi precetti di fede, anche sotto la minaccia di disastri naturali e altri castighi, si era plasmata la tempra morale e spirituale di un popolo, capace di resistere per secoli alle pressioni e alle angherie di dominatori stranieri di un'altra religione. Non mi dilungo oltre in azzardate considerazioni sulla pedagogia divina; si tratta di misteri che non è dato all'uomo conoscere appieno, almeno su questa terra, eppure non credo sia sbagliato pensare che il richiamo della Madonna, certamente prezioso per il destino individuale di ogni fedele in ogni epoca e parte del mondo, sia servito anche a preparare la risposta ad eventi specifici avvenuti in quella terra diversi anni dopo l'apparizione. Spinto da queste considerazioni, mi sembra di poter concludere che anche l'attuale inflazione della Misericordia, compresi gli errori di tanti suoi profeti in buona o cattiva fede, possa rientrare in un più grande piano divino. La Misericordia infatti non agisce solo nell'animo di un uomo che le abbia fatto spazio, restringendo umilmente il proprio io e invocando il suo aiuto, ma molte volte “liberamente al dimandar precorre”, come ha 52


insegnato Sant'Agostino molti anni prima del San Bernardo di Dante. Non poniamo quindi limiti all'azione di Dio, che tutti e tutto supera nel suo amore folle e smemorato, come appare ai nostri occhi umani creati a sua immagine, senza mai dimenticare però l'abisso che ci separa dal Creatore, le esigenze della sua giustizia e i nostri doveri semplici, umili e nascosti. Non inseguiamo grandi cose o risultati immediati ma conformiamo la nostra misericordia a quella del Maestro, a colui che è la Misericordia. Per anni magari ci sembra che non succeda niente, ma a volte, quando le nostre azioni coincidono davvero con la volontà divina, possono risplendere come una luce meravigliosa tra impervie montagne.

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Dizionario minimo dell'intellettuale realista ottobre 19, 2017 (in costruzione, ad uso dei lettori del blog, aperto ai contributi di tutti)

Gnosi e Noesi Le gnosi moderne derivano dal disordine spirituale e dalla superbia (hybris) di intellettuali che si sono illusi di poter costruire il paradiso in terra, iniziando a ri-pensare il mondo e confidando solo nella scienza, nel progresso e nella potenza dei loro sistemi teorici. Dall'idealismo di Hegel al materialismo di Marx, dal programma di Hilbert alla teoria del tutto di Einstein, dall'impero millenario di Hitler alla società aperta di Soros, la tentazione di sostituirsi a Dio ha percorso tutta la storia della modernità, con esiti spesso più simili all'inferno che al paradiso terrestre. Alla gnosi moderna si oppone la noesi antica, ovvero la ragione umile aperta alla trascendenza, tipica dei filosofi classici e dei pensatori cristiani. Esempi di intellettuali noetici del Novecento sono il filosofo Eric Voegelin, il matematico Kurt Gödel e il politico Giorgio La Pira.

Lo Stato Secondo una definizione scolastica proposta da Voegelin, lo Stato è un'unità associativa di uomini stanziali dotata di un potere sovrano originario. Per il papa Leone XIII, compito principale dello Stato dev’essere la difesa della comunità e delle sue parti, ma specialmente dei più poveri, dal momento che i ricchi sono in grado di sostenere da soli i propri interessi. Coerentemente con questo principio, l'articolo 1 della costituzione italiana del 1948 sancisce che la Repubblica è fondata sul lavoro (di operai e imprenditori), in opposizione al capitale parassitario (tendenzialmente monopolistico e imperialistico)

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che aveva generato le guerre mondiali. Negli ultimi decenni il capitale internazionale ha cercato di eliminare gli stati togliendo loro la residua sovranità monetaria e politica, delegittimandoli con campagne contro la corruzione e i disservizi, smembrandoli in unità più piccole e favorendo l'emigrazione e l'immigrazione, anche per togliere valore al carattere di stanzialità che ne è alla base. Tuttavia, lo Stato nazionale, sussidiario e solidale, che come legislatore e imprenditore tra imprenditori orienta la sua azione al supremo bene dei cittadini, appare l'unica possibile soluzione politica ora che sta crollando il sogno della “società aperta” e dei vantaggi per tutti derivanti dalla liberalizzazione delle speculazioni economico-finanziarie e dalla globalizzazione dei mercati di beni, servizi, capitali e forza lavoro, rivelando gli innumerevoli danni materiali, morali e spirituali che ha prodotto in intere generazioni.

Il Sogno Gnostico Il mondo di sogno è un simbolo filosofico sviluppato da Eric Voegelin per descrivere le società gnostiche, basate su una sistematica negazione della realtà. In questi contesti è impossibile fare analisi rigorose e quindi giungere a efficaci soluzioni dei problemi. Al loro posto si preferiscono operazioni magiche come marce per la pace o chitarre e gessetti colorati contro il terrorismo. Recentemente il mondo di sogno è stato istituzionalizzato con la creazione di zone sicure (“safe space”) nei college americani, in cui il pensiero unico del politicamente corretto elevato a ideologia totalitaria dovrebbe proteggere le giovani menti dalle micro-aggressioni della realtà. D'altronde questo concetto è studiato apertamente nelle stesse università – all'interno delle loro bolle protettive anche verso l'esterno – con espressioni e implicazioni diverse quali “echo chambers”, “filter bubbles” e “post-truth”. Sono state le parole a far cadere gran parte del mondo nel sogno gnostico e solo con un lavoro sulle parole si potrà tornare alla realtà: non basta però mostrare le contraddizione del sogno e ripararne il linguaggio, bisogna anche avere il coraggio e la capacità di pensare nuovi concetti per il mondo che verrà.

Aggiunta del 21/10/2017

L'uomo e le leggi La nostra specie ha già alle spalle parecchi millenni, eppure non siamo cambiati molto né cambieremo significativamente in futuro. Siamo creature magnifiche, con possibilità straordinarie, eppure tanto

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fragili e facili a cadere e perderci. Ciò che realmente ci distingue dalla altre creature è la capacità di rialzarci ogni volta guardando a un Dio che si è fatto uomo, e avanzare un po' verso di Lui. L'unica ascesa, l'unica trascendenza che ci è data non avverrà come specie o gruppo sociale, nemmeno tra mille anni con l'ausilio di macchine sofisticate, ma può avvenire qui ed ora nel nostro corpo, nella nostra anima e nel nostro spirito, e al termine della nostra vita in Dio. La condizione fondamentale però è che noi riconosciamo i limiti della nostra condizione umana, che per il cristianesimo sono conseguenza del “peccato originale”, e il dramma del nostro peccato individuale che ci separa dalle leggi eterne ed armoniose della natura e del Creatore. Ogni legislazione civile, ogni idea di Stato, per essere realistica, deve basarsi su questa concezione dell'uomo. Il nostro cuore è malato. Se lo ignoriamo, altri sfrutteranno la nostra debolezza per i loro interessi. Se lo riconosciamo, individualmente e socialmente, possiamo farci risanare dall'unico medico dell'umanità, Gesù il Cristo, e curarci a vicenda con l'educazione, la solidarietà, la giustizia e soprattutto la carità che supera ogni legge.

Moneta ed Economia La moneta e l'economia devono essere strumenti in funzione dell'uomo e della società, non il contrario. In generale, le leggi dell'economia ed eventuali accordi economici internazionali non devono essere un alibi deresponsabilizzante per i politici, ma al contrario devono sempre essere revisionabili da parte della politica, qualora si rivelassero contrari alla dignità umana e all'interesse nazionale. La proprietà della moneta deve essere popolare e quindi nazionale. Lo Stato deve poterne regolare il flusso in base alle esigenze della propria economia. Fatto salvo questo principio, è bene un certo grado di indipendenza nel Tesoro o nell'istituto deputato all'emissione e alla regolazione della moneta, come nel corpo umano è in buona parte indipendente dal cervello il cuore che regola la circolazione sanguigna. Allo stesso modo, lo Stato deve favorire la creazione e l'attività di corpi intermedi, quali associazioni di lavoratori e di imprenditori, rispettandone sempre l'indipendenza a differenza di quanto successo ad esempio alle corporazioni nell'Italia fascista.

Debito pubblico e privato Attualmente tutta la moneta circolante rappresenta un debito di qualcuno verso qualcun'altro. In attesa che politici ed economisti inventino un sistema economico migliore non basato sul debito, bisogna sapere che la spesa a deficit, ovvero la creazione di debito pubblico, è il normale metodo di funzionamento di uno Stato. Non si tratta quindi di un male ma anzi di un bene, in quanto il debito

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pubblico investito nel paese si traduce sempre in ricchezza creata dal nulla per i cittadini. Per tutelare anche le generazioni future, lo Stato dovrebbe far acquistare dal Tesoro o da un altro istituto con moneta sovrana e quindi annullare eventuali titoli di debito pubblico non assorbiti dal mercato, per evitare possibili speculazioni e un eccessivo aumento del debito stesso. Il vero problema di molti paesi oggi è semmai il debito privato, ovvero la capacità dei cittadini di ripagare le banche. Purtroppo l'economia negli ultimi decenni è stata fortemente depressa dall'applicazione, specialmente nell'Unione Europea, della teoria dell'austerità espansiva, secondo cui la diminuzione del debito pubblico e quindi delle tasse genererebbe nel medio periodo un aumento dei consumi e della produzione. Nonostante il suo palese fallimento, molti ci credono ancora, mentre è evidente e provato che l'oculata spesa a deficit in funzione degli investimenti è un formidabile moltiplicatore di ricchezza. Per ovviare all'enorme pressione attuale dei debiti pubblici, infine, sarebbe possibile ed economicamente conveniente adottare un'usanza ebraica, ovvero il condono totale dei debiti ogni sette anni, all'inizio del cosiddetto “anno sabbatico”. Da notare che il tema della remissione dei debiti è presente anche nella principale preghiera cristiana, mentre per i musulmani il prestito a interesse è formalmente proibito. In fondo, basterebbe un accordo a livello mondiale tra uomini di buona volontà.

Aggiunta del 24/10/2017

Realtà e complessità Realtà e complessità sono sinonimi, eppure per vivere abbiamo bisogno di semplificazioni, che ci permettono di risparmiare preziose risorse cognitive e organizzare efficacemente le normali attività lavorative. Questo dizionario ad esempio è un'opera di sintesi che presenta inevitabili limiti e difficoltà, eppure è realizzato col massimo del rigore e dell'onestà intellettuale di chi scrive. Allo stesso modo andrebbe compiuta ogni attività intellettuale nell'era che stiamo vivendo, segnata dal confronto con la complessità più di ogni altra epoca della storia. La sfida consiste nel saper gestire i grandi flussi di emozioni, stimoli e dati senza censurarli. I presupposti perché ciò avvenga sono la fiducia nelle capacità adattive e creative delle persone (anche ai confini del caos, purché in presenza di obiettivi chiari e condivisi) e la comprensione della natura della realtà, che nonostante i nuovi strumenti informatici rimarrà sempre difficile da interpretare e superiore alle nostre capacità di comprensione. Ogni vera intelligenza infatti nasce da uno sforzo consistente, metodico e umile, ma è l'imitata dall'indagine stessa e può illuminare solo la porzione di realtà compresa nei propri limiti. Non esiste una risposta semplice nella lotta alle “fake news”, né un facile compromesso tra le esigenze commerciali dei media e l'aspirazione individuale alla libertà di espressione, né una soluzione universalmente valida per la

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gestione dei flussi migratori o delle meccaniche monetarie. Eppure Dio ci ha creato capaci della complessità e ci ha instillato l'insoddisfazione di fronte a ogni risposta parziale di comodo; ecco perché la sfida della complessità è anche una sfida alla nostra umanità. Riusciremo a restare umani nell'era dei “big data” e delle “intelligenze artificiali”? Questo confronto ci renderà più consapevoli dei nostri limiti e quindi liberi? Nell'impossibilità attuale di rispondere, teniamo bene in mente queste domande.

Aggiunta del 28/10/2017

Libertà Secondo don Luigi Sturzo, «la libertà è come la verità: si conquista; e quando si è conquistata, per conservarla, si riconquista; e quando mutano gli eventi ed evolvono gli istituti, per adattarli, si riconquista». La libertà quindi non è una condizione in cui si è ma qualcosa che si fa, con impegno e competenza. A partire dalla dignità fondamentale della persona umana, dal singolo individuo, il desiderio di libertà si irradia nei vari corpi della società, ovvero la famiglia e poi il comune, salendo secondo il principio di sussidiarietà fino allo Stato. Per concretizzarlo occorre un costante lavoro di studio e applicazione ai vari livelli, che coniughi lo slancio ideale con le esigenze pratiche e gli interessi concreti in gioco. Se per don Sturzo la conquista della libertà si attuava soprattutto a livello comunale e in senso federalista, nella visione di Enrico Mattei si estendeva allo Stato e alla competizione internazionale, ma anche per lui era strettamente legata alla competenza tecnica, funzionale in particolare al controllo delle risorse strategiche, perché «la cosa più importante per un Paese, e cioè l'indipendenza politica, non ha valore, non ha peso, se non c'è l'indipendenza economica».

Aggiunta del 6/11/2017

Politica Fare politica in senso stretto e nell'accezione migliore significa essere dei buoni amministratori ai vari livelli, dal comune alla regione fino allo Stato, nell'interesse esclusivo dei cittadini e a difesa della loro libertà. Ciò significa che le istituzioni pubbliche devono lasciare la massima libertà di azione ai cittadini in campo economico, culturale, sociale e politico, garantendo però nei limiti del possibile che l'interesse dei singoli e dei gruppi coincida con l'interesse di tutti. Ciò avviene principalmente in fase legislativa e 58


poi con una costante verifica, anche giudiziaria, che porti eventualmente a modifiche delle leggi e dei regolamenti. La storia comunque ci ha già abbondantemente fornito esempi di cosa non funziona, dal comunismo al socialismo al turbocapitalismo o liberismo selvaggio dei nostri giorni, che permette di fare soldi senza il lavoro e quindi le persone, con le conseguenze che abbiamo sotto gli occhi. La buona politica pone sempre al centro le persone e la dignità umana; tutto il resto è una conseguenza, dal riparare le buche nelle strade a proibire certe speculazioni finanziare o regolare il numero dei robot al posto di quello delle persone.

Aggiunta del 15/1/2018

Nazione e nazionalismo La nazione è una comunità caratterizzata da un’unità percepita superiore ai particolarismi locali, che permette una solidarietà interna e quindi una progettualità comune. Per fare un esempio, il trasferimento di denaro pubblico dal nord al sud è possibile in Italia, mentre non può avvenire in Europa, coerentemente con l’articolo 3 comma 3 del Trattato sull’Unione Europea, che sancisce per il mercato interno un’economia “fortemente competitiva”. Elementi unitivi di una nazione possono essere la lingua, i confini naturali o particolari eventi storici, tra cui purtroppo le guerre che cementano le nazioni col sangue dei caduti delle varie regioni, com’è successo all’Italia con la prima guerra mondiale. “Nazionalismo” quindi dovrebbe essere un termine neutro, che indica il sentimento di appartenenza a una nazione e il tentativo di perseguire nelle relazioni con l’estero innanzitutto l’interesse nazionale. Chi lo utilizza polemicamente con un’accezione negativa lo confonde spesso con l’imperialismo, ovvero con la volontà di sottomettere altre nazioni, come l’imperialismo tedesco che ha fatto scoppiare la seconda guerra mondiale rompendo la pacifica convivenza tra i “nazionalismi” europei degli anni Trenta. In ogni caso, quale sarebbe per un popolo l’alternativa razionale, anche in base alla teoria dei giochi, a perseguire innanzitutto il proprio interesse? Forse privilegiare sistematicamente gli interessi degli stranieri, sperando di ottenere in cambio le ricompense riservate a giornalisti, studiosi, alti funzionari e politici compiacenti?

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Siamo tutti dei re ottobre 26, 2017

Sabato scorso è tornato alla casa del Padre il missionario saveriano Marino Rigon, noto in Italia per aver tradotto Tagore. Da una sua poesia, Amra sobai raja, è stata tratta questa canzone, Siamo tutti re, che ha vinto lo Zecchino d'Oro nel 1986. Pur non avendo conosciuto di persona padre Rigon, una notte a Khulna ho avuto il privilegio di dormire nella camera di solito riservata a lui, e mi piace ricordarlo con questa piccola gemma.

Video: https://www.youtube.com/watch?v=t6cwEIUYOyc

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La Realtà novembre 06, 2017

di don Divo Barsotti

«La nostra vita non è la vera vita. Il nostro mondo nel quale viviamo non è il mondo dell'uomo redento... la vita nostra non è la vita dei figli di Dio. Dio non ha bisogno di mangiare né di bere, né tantomeno di dormire. Noi non viviamo ancora la Realtà ultima. Tuttavia, in questa vita, misteriosamente si fa presente la Realtà... Noi dobbiamo capire dunque che non viviamo l'era escatologica nella sua esperienza ultima, nella visione piena di quello che siamo. Ancora siamo in attesa, non di qualche cosa di nuovo, ma della manifestazione di quello che siamo, perché anche la morte non aggiunge nulla a noi: fa cadere il velo... ...devi affondare nel silenzio di Gesù, presente nell'Eucaristia, devi sprofondare nel suo annientamento: allora tutto sarà rovesciato: la vita del mondo, la Realtà ultima è là.»

Video: https://www.youtube.com/watch?v=HE_V5LplGMM

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L'amore in 280 caratteri novembre 15, 2017

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La fine e il fine novembre 26, 2017

(Immagine dalla rete)

Oggi, domenica 26 novembre, la Chiesa celebra la solennità di Cristo Re dell'universo, a conclusione dell'anno liturgico. Questa festa è stata introdotta da Pio XI nel 1925, con un intento politico e a mio avviso in modo profetico, perché la sua concezione di Stato cristiano, proposta in alternativa ai regimi allora dominanti del comunismo, del liberalismo e del fascismo, non riguarda solo esperimenti da lui ispirati in quegli anni come quello di Dollfuss in Austria o di Salazar in Portogallo, ma può essere il modello su cui costruire lo Stato del futuro, capace di rispondere alle sfide del radicalismo religioso come di quello ateo, secondo le indicazioni del papa emerito Benedetto XVI. Resta da intendere però che cos'è la “regalità sociale di Cristo” che si festeggia oggi, una regalità che come ha detto Gesù «non è di questo mondo», ovvero non può essere assimilata ad uno specifico regime politico, come l'impero romano di Costantino, la società cristiana medievale dominata dalla Chiesa o l'Ecuador cattolico di García Moreno. Anzi, Gesù nel Vangelo ha parlato chiaramente del «principe di questo mondo», da lui sconfitto ma che continua a tentare gli uomini con l'illusione del potere e della ricchezza. Dunque qualunque istituzione umana sarà soggetta alla corruzione e potrà sopravvivere solo se, come la Chiesa, avrà sempre ben chiara la necessità di riformarsi, ovvero di ritornare al suo modello, al Maestro.

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Che cos'è quindi il “regno” di cui noi cristiani chiediamo la venuta nel Padre Nostro? Ebbene, Gesù non era un leader politico come si aspettava il traditore Giuda, non era venuto a innalzare gli oppressi ma a trasformare i cuori. Il “regno di Dio” non è altro che il dominio di Dio sul nostro cuore, che solo noi, nella nostra drammatica libertà possiamo concedere. Ogni giorno infatti dentro ognuno di noi si ripropone la più grande guerra della storia, quella tra l'amore per il nostro io e l'amore per Dio. In ogni caso ne usciamo servi: o delle nostre passioni che ci lasciano tristi e infelici o del Re dell'universo che ci dà pace e gioia anche tra le tribolazioni. Ciò suggerisce dunque un ritorno all'intransigenza cattolica dell'Ottocento e alle sole pratiche di pietà? Niente affatto. Il dominio di Cristo sui cuori si può e si deve estendere alle famiglie, ai comuni, ai corpi intermedi della società, fino allo Stato nazionale, con enorme beneficio per tutti. Questa mattina leggevo su Twitter uno scontro di opinioni tra il responsabile economico della Lega Borghi e il suo corrispettivo di Forza Italia Brunetta, su temi di fondamentale importanza economica come la definizione del debito pubblico e delle strategie per lo sviluppo. Se avete letto il mio dizionario realista saprete chi dei due per me ha torto, ma al di là della questione specifica è chiaro che se due partiti della stessa area che potrebbero coalizzarsi e vincere le prossime elezioni non si intendono nemmeno sulle basi, la soluzione ai problemi del nostro paese non può venire solo dalla politica. In generale negli ultimi tempi c'è un'enorme confusione a tutti i livelli. Questo conflitto è evidente in numerose famiglie ma anche in tante relazioni che molto probabilmente una famiglia non diventeranno mai, a causa dello scontro di opinioni e visioni del mondo quasi inconciliabili, che a ben guardare spesso è riconducibile alla grande guerra di cui ho parlato prima. C'è chi sostiene d'altronde che ogni relazione duratura sia impossibile, a meno di un miracolo. Questo miracolo, che vediamo pure compiersi in tante coppie e famiglie, è dato proprio dalla regalità di Cristo, dal suo dominio sui cuori. Quando in una famiglia al centro c'è Gesù, c'è anche l'armonia e il miracolo dell'unione. Mettere al centro Cristo significa anche mettere al centro la dignità umana, poiché lui si è fatto uomo ed è morto per noi. Oggi sembra che il riferimento dell'azione politica come di quella ecclesiale sia la libertà, un concetto importantissimo ma ambiguo, che si presta a tante strumentalizzazioni e a fare il gioco del liberalismo selvaggio già condannato da Pio XI. Se invece al centro di tutto tornasse la dignità umana sancita dalla regalità e dal sangue di Cristo, sarebbe più facile inquadrare anche concetti economici come il debito pubblico o il modo migliore per far ripartire un paese. Su questo valore ben compreso si compatterebbe non solo la “destra” ma anche ciò che resta della nostra comune umanità.

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Il riconoscimento della regalità di Cristo quindi non è solo la fine dell'anno liturgico ma anche il fine della Chiesa e in particolare della sua profetica dottrina sociale espressa da Leone XIII e Pio XI. Dovrebbe essere il fine di ogni uomo di buona volontà ed evidentemente era il fine della riflessione portata avanti sul blog nel corso di quest'anno straordinario, centenario delle apparizioni di Fatima e cinquecentenario della riforma protestante. L'ex monaco Lutero molto probabilmente è morto sucida dopo una delle sue solite sbornie, Lucia di Fatima da quel che sappiamo è morta quasi centenaria nel silenzio di un convento, nella preghiera e nella gioia. A volte anche la nostra fine riflette il fine della nostra vita: la miseria dell'io o la maestà di Dio.

Guido Copes13 dicembre 2017 04:37 Come ho sintetizzato su Twitter, tutto ciò che stiamo cercando, in termini di risposte politiche alla crisi economica che dura ormai da un decennio, era già nella dottrina sociale di Pio XI: lo Stato nazionale contro gli eccessi del capitale internazionale, i “corpi intermedi” della società contro gli eccessi dello Stato, alla base di tutto il valore sacro e universale della dignità umana. Dal pontificato di Giovanni XXIII però è entrato anche nella dottrina sociale delle Chiesa il “sogno gnostico” di cui ho scritto ampiamente sul blog, manifestatosi sia nella parziale adesione ai valori della “società aperta” sia nell'aspirazione a un governo mondiale orientato ai principi della sussidiarietà e della solidarietà e capace di risolvere le distorsioni dell'economia come della società. Ovviamente la Chiesa ha il diritto e il dovere di ispirare con la sua dottrina sociale uomini generosi, ma c'è differenza tra gettare il cuore oltre la realtà contingente e vagheggiare un impossibile “commercio internazionale giusto e bilanciato” o “una vera Autorità politica mondiale... ordinata alla realizzazione del bene comune”. Come abbiamo visto nemmeno nell'Unione Europea, tra nazioni molto simili, esiste un mercato simmetrico o spazio per la solidarietà, peraltro negata dai trattati. Solo in uno Stato nazionale come l'Italia è possibile ad esempio il trasferimento di ricchezza dal nord al sud, perché esiste una reale unità superiore agli interessi locali. Di fatto, proprio la crisi del 2008 ha spinto Benedetto XVI a rivalutare il ruolo dello Stato nazionale, e nei paragrafi 24 e 25 di Caritas in Veritate arriva alle mie stesse conclusioni, riprendendo senza citarla la dottrina di Pio XI. La questione infine è stata in qualche modo chiusa da Papa Francesco in Evangelii Gaudium, citando Paolo VI: “Di fronte a situazioni tanto diverse, ci è difficile pronunciare una parola unica e proporre una soluzione di valore universale. Del resto non è questa la nostra ambizione e neppure la nostra missione. Spetta alle comunità cristiane analizzare obiettivamente la situazione del loro paese”. D'altronde, l'alternativa a uno Stato nazionale, realmente sussidiario e solidale, sono individui che in nome di una pretesa libertà slegata dalla verità esistenziale perseguono unicamente i desideri del momento. C'è chi da anni prepara le condizioni materiali, culturali e anche la teologia per questa fase terminale del liberalismo. Non sappiamo come continuerà la grande guerra della nostra epoca tra “innamorati dell'io” e “innamorati di Dio”, ma il Signore dell'Universo ci ha garantito che le porte degli inferi non prevarranno sulla sua Chiesa e alla fine resterà solo il suo Regno.

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La teologia della globalizzazione tra noesi e gnosi gennaio 02, 2018

(Articolo di Avvenire del 27 aprile 2017)

Come altri anni il 31 dicembre ho partecipato nella mia parrocchia a una veglia di preghiera, incentrata sul messaggio di Papa Francesco per la giornata mondiale della pace 2018 dal tema “Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace”. Si tratta di un argomento particolarmente caro a Papa Francesco, da lui ripreso anche nell'omelia della vigilia di Natale e nell'angelus del primo dell'anno. Nonostante alcune perplessità motivate anche da questa insistenza, mi ero recato in chiesa con le migliori disposizioni, cercando di farmi “convertire” dal messaggio del Papa, che in effetti mi ha spinto a riflettere su diverse questioni e interpellato personalmente. Il passaggio che mi ha più colpito è stato nel terzo paragrafo, intitolato “Con uno sguardo contemplativo”. Dopo aver citato Benedetto XVI (in linea con Giovanni Paolo II, Paolo VI e Giovanni XXIII) per ricordare l'universale destinazione dei beni della terra a beneficio dell'unica famiglia umana, Francesco continua il suo invito a uno sguardo aperto alla trascendenza citando Isaia:

Queste parole ci ripropongono l’immagine della nuova Gerusalemme. Il libro del profeta Isaia (cap. 60) e poi quello dell’Apocalisse (cap. 21) la descrivono come una città con le porte sempre aperte, per lasciare entrare genti di ogni nazione, che la ammirano e la colmano di ricchezze. La pace è il sovrano che la guida e la giustizia il principio che governa la convivenza al suo interno.

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Abbiamo bisogno di rivolgere anche sulla città in cui viviamo questo sguardo contemplativo, «ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze [...] promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia», in altre parole realizzando la promessa della pace.

Francesco prosegue quindi invitando i politici a fare il massimo possibile per accogliere i migranti e le loro “ricchezze”, ovvero per realizzare la Gerusalemme celeste “su questa nostra amata terra”, come dirà nella conclusione del messaggio. Questo paragrafo mi ha stimolato particolarmente perché la “noesi” di cui ho spesso scritto sul blog è un'intelligenza aperta non solo genericamente alla trascendenza, ma anche alla tensione tra il qui e l'oltre, il già e il non ancora. Questa tensione è alla base della vita della Chiesa, la cui stessa esistenza rappresenta la continuazione dell'operato di Gesù tra gli uomini con l'aiuto dello Spirito in attesa del suo ritorno glorioso. La causa di gran parte delle eresie antiche e moderne, ovvero della perdita della fede da parte di persone pur buone e intelligenti, è proprio la mancata comprensione di questo rapporto dialettico tra il visibile e l'invisibile, il regno di Dio nei cuori e quello sul mondo trasfigurato alla fine dei tempi, la nostra fondamentale collaborazione alla Provvidenza e l'azione misteriosa di Dio nella storia, la cui pedagogia e il cui disegno complessivo sono da noi indagabili ma superano le nostre capacità di comprensione. Il cristiano quindi può guardare noeticamente alla Gerusalemme celeste e cercare di anticiparla in questo mondo, restando però come fa notare Papa Francesco entro i “limiti consentiti dal bene comune rettamente inteso”. Il confronto con la realtà infatti ci rivela l'impossibilità di realizzare il “sogno” della gnosi moderna, che come ci hanno spiegato Eric Voegelin e Augusto Del Noce consiste nell'immanentizzazione dell'eschaton cristiano, ovvero nell'impossibile tentativo di costruire il paradiso in terra e salvarci da soli. Dopo la seconda guerra mondiale questo “sogno gnostico” si è concretizzato nel simbolo teorizzato da Karl Popper della “società aperta”, relativista, liberista e sempre più globalizzata. Leggendo le encicliche e i messaggi di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI si ha a volte l'impressione che la “globalizzazione” sia un processo ineluttabile, una trasformazione del mondo di origine semi-divina che la Chiesa in conseguenza del suo mandato può e deve abitare cercando di fecondarla e cristianizzarla. Posto che il mondo è sempre stato interconnesso (le navi romane ad esempio commerciavano fino in India e in Cina e gli eruditi europei del Rinascimento si scambiavano lettere forse più degli studiosi contemporanei), la mondializzazione dell'economia basata su trattati multilaterali e organizzazioni sovranazionali (come l'Organizzazione Mondiale del Commercio e l'Unione Europea) è un fenomeno tutto umano che ha avuto una decisiva accelerazione negli anni novanta del Novecento e già dai primi

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anni duemila ha mostrato tutte le sue contraddizioni e fragilità, esplose con la crisi dell'eurozona che ha portato alla Brexit. Proprio la crisi economica iniziata nel 2008 ha spinto Benedetto XVI a rivalutare il ruolo dello Stato nazionale, che sicuramente sarà un protagonista della politica futura, come ha riconosciuto anche Francesco. La Chiesa sembra però ancora incapace di smarcarsi con chiarezza dai capisaldi della cultura dominante relativista e globalista, forse per un malinteso concetto di umanità e fratellanza. “Amore è la legge, amore sotto la volontà” è stato il motto del secondo Novecento formulato da Aleister Crowley, scimmiottando il precetto di Sant'Agostino “Ama e fa' ciò che vuoi”. La menzogna più grande è spesso quella più vicina alla verità, e il “fumo di Satana” entrato allora “nel tempio di Dio”, secondo l'espressione di Paolo VI, sembra ancora lontano dal disperdersi, tanto da far sospettare ad alcuni una sudditanza della Chiesa ai progetti mondialisti di certe élite culturali, industriali e finanziarie, magari anche per motivi economici (pochi sanno che l'anno della mia nascita, ricordato per la vittoria dell'Italia sulla Germania ai mondiali di calcio, ha in realtà tra i suoi eventi più importanti il fallimento tecnico della banca vaticana nascosto dietro la morte di Roberto Calvi). Che cosa può fare dunque il singolo fedele, spesso disorientato o smarrito, conteso politicamente tra “buonisti” e “cattivisti” sul complesso tema delle migrazioni, che sarà centrale anche per le prossime scelte elettorali? Come favorire un'autentica integrazione della famiglia umana e la costruzione della giustizia e della pace? A mio avviso, come ci hanno insegnato i santi, possiamo solo accogliere nel nostro cuore il Principe della Pace, farlo vivere sempre più dentro di noi, rimpicciolendo l'uomo affinché Dio trovi spazio. Solo così, cominciando a tacere come Gesù, poi a parlare come lui, arriveremo forse ad agire come lui e quindi a costruire davvero in lui la pace. Pax Christi in regno Christi, secondo il motto di Pio XI.

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La comunicazione politica in Italia tra ricerca del consenso e gestione del dissenso gennaio 04, 2018

Video (https://www.youtube.com/watch?v=rQAc427uKeI)

“Uno studio corrente dice che la media del pubblico italiano rappresenta l'evoluzione mentale di un ragazzo che fa la seconda media e che non sta nemmeno seduto nei primi banchi” Silvio Berlusconi, 2004

Riflettere sulla comunicazione politica oggi significa innanzitutto occuparsi di leader. Sono loro infatti a incarnare e definire la “linea” del partito, a decidere chi verrà eletto e chi eventualmente può andare in televisione al loro posto. “Rottamate” le dinamiche interne ai partiti in nome della lotta alla corruzione e alle inefficienze (un tipico “frame” liberista, come vedremo), la competizione democratica consiste ormai nella lotta per la leadership e quindi nella ricerca di maggiore consenso e gestione del dissenso, in particolare attraverso i social media. Più che ai programmi e all'evoluzione storica dei partiti, quindi, dovremmo interessarci alla psicologia dei leader e al loro passato, ad esempio al Grillo comico o al Salvini “comunista padano”. Tuttavia, poiché i politici restano soggetti al controllo e all'influenza di militanti e sostenitori, è opportuno considerare insieme tutti questi fattori, concentrandoci sui quattro partiti principali. Forza Italia Ho voluto cominciare questa breve analisi nell'imminenza delle elezioni politiche con Silvio Berlusconi non solo perché si tratta ancor oggi del miglior talento comunicativo in circolazione, ma anche perché la sua famosa citazione in epigrafe, benché datata, ha un valore decisamente attuale e rappresenta una delle principali ragioni del suo duraturo successo. Infatti, sebbene l'italiano medio sia nel frattempo cresciuto, almeno di un paio d'anni, Berlusconi continua a rivolgersi con un approccio scientifico e un ammirevole realismo agli elettori a cui per anni ha venduto ottimismo, sogni europei e formule liberiste, anche se come tutti gli altri sono stati scottati dalla crisi economica e dalle crescenti difficoltà della zona euro. Ciò che Berlusconi sa bene e alcuni suoi alleati sembrano non capire, infatti, è che l'elettore medio di Forza Italia è un anziano liberale. Liberale, ma innanzitutto anziano, lo “zoccolo duro” essendo

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formato dalle signore che qualche anno fa sognavano un'avventura col Cavaliere e negli anni, nonostante i numerosi “tradimenti” con donne più giovani, gli sono rimaste fedeli. Certo, molti dei suoi elettori sono passati a miglior vita, ma quelli che rimangono sono – in quanto anziani – incapaci di recepire le sirene anti-sistema degli altri partiti. Sono cresciuti nel clima libertario post-sessantottino, sognando l'Europa dei popoli e magari facendo anche qualche affare con l'estero (senza bisogno dell'euro) nel contesto di un'economia in crescita. Il “frame” costruito da Berlusconi nel '94 è per loro ancora confortevole come casa propria: la lotta ai comunisti (oggi i “pauperisti” grillini), la difesa dei piccoli privilegi (a cominciare dallo stipendio e dalla pensione), la lotta allo Stato che opprime anche con le tasse la libera iniziativa, mantenendo però la possibilità di allargarne le maglie legislative e ungerne gli ingranaggi per ottenere vantaggi personali e sanatorie (penso in particolare al nome della coalizione “Casa delle Libertà”, che immediatamente evoca condoni edilizi). Sebbene Berlusconi abbia più volte affermato in televisione di essere stato fatto fuori politicamente da un golpe ordito dalle più alte cariche dello Stato su mandato anche di alleati europei, per via della sua intenzione di uscire dal sistema dell'euro confidata alla Merkel, oggi si presenta come un paladino dell'Europa minacciata dai populismi, limitandosi a criticare i rincari dei prezzi seguiti all'introduzione della moneta unica, tema che sa condiviso da tutti ma che ovviamente non rappresenta il problema dell'euro, ed è talmente bravo da risultare credibile a molti. Purtroppo la sua abilità nella ricerca del consenso non è stata eguagliata dalle capacità di governo, e Berlusconi sa bene che tanti suoi ex elettori non glielo perdoneranno (demenza senile a parte, il processo collettivo di perdita della memoria storica non è ancora così avanzato da dimenticare certe cose, e comunque pare riguardi soprattutto i giovani fruitori di Internet e smartphone). Tuttavia, vorrei ancora una volta sottolineare la sua straordinaria forza comunicativa, certamente supportata da un'attenta analisi della realtà e approfondite indagini di mercato. Nella scorsa primavera, poco prima di Pasqua era partita una campagna per salvare gli agnelli che molti consumano in quel giorno. Da mesi Salvini andava in televisione quasi quotidianamente prendendosi i peggiori insulti, e ogni volta opponendo calma e buon senso alle accuse degli avversari riusciva a guadagnare nei sondaggi lo 0,0qualcosa, ma è bastato che Berlusconi comparisse una sola volta in televisione con un agnello in braccio perché Forza Italia superasse le Lega nelle intenzioni di voto.

Lega e Movimento 5 Stelle Siccome il piano di Prodi & Co. di rendere i lavoratori europei competitivi come quelli cinesi è riuscito (“il grande successo dell'euro!”, per citare Mario Monti), i giovani italiani sono troppo a contatto con la “durezza del vivere” (cit. Tommaso Padoa-Schioppa) per credere ancora ai sogni ottimistici spacciati da Berlusconi. Sanno che qualcuno li ha fregati e probabilmente sono le stesse persone che ora li accusano di essere “populisti” perché iniziano a protestare per le loro condizioni di precarietà economica ed 70


esistenziale. I partiti che in Italia incarnano maggiormente la protesta allo status quo sono il Movimento 5 Stelle e la Lega. Qualche tempo fa avevo sentito un analista affermare che la differenza principale tra i due partiti starebbe nel tipo di elettore: mentre l'elettore tipo del M5S è un disoccupato o un dipendente che si sente sfruttato ma in fondo non ha più nemmeno la speranza di cambiare le cose, l'elettore tipo della Lega è un disoccupato, un dipendente o un piccolo imprenditore che ha ancora speranza ed è pronto a impegnarsi per migliorare la propria situazione. Il voto per il movimento di Grillo sarebbe in sostanza un solenne “Vaffanculo!” gridato al sistema, mentre il voto per “Salvini premier” sarebbe un voto di protesta popolare simile a quello che negli USA ha portato Trump alla Casa Bianca. Al di là di questa semplicistica ma rivelatrice spiegazione, va notato che mentre il M5S ha mantenuto negli anni una certa coerenza politica e comunicativa, sostenendo fin dall'inizio tutto e il contrario di tutto (su Europa, immigrazione, “diritti civili”...), la linea della Lega ha fatto un'inversione a U rispetto ai tempi di Bossi e soprattutto alla sua origine come partito europeista e anti-nazionalista. D'altronde, bisogna ricordare che quando Salvini nel 2013 ha preso la guida del partito in seguito agli scandali (legati alla corruzione e all'uso improprio del denaro pubblico, ovviamente) che avevano azzerato i vertici, la popolarità della Lega era scesa al 3%. Certamente per convinzione, ispirato dall'economista Claudio Borghi, ma anche per opportunismo politico Salvini si è quindi buttato nel campo sovranista e nella polemica contro l'Europa, posizionandosi nella mente degli elettori come corrispettivo italiano del Front National di Marine Le Pen, allora in ascesa in Francia, e occupando di forza un'area non presidiata da grandi partiti. Si può dire che Salvini abbia continuato la lotta “per l'indipendenza della Padania” opponendosi al nemico di Bruxelles ben più reale e pericoloso di quello di Roma, ma sta di fatto che nel giro di pochi anni il suo partito ha guadagnato oltre dieci punti arrivando oggi al 15% nei sondaggi ufficiali. Primo partito italiano con attualmente il 27% delle preferenze resta però il Movimento 5 Stelle guidato da Luigi Di Maio. Sebbene il partito fondato da Beppe Grillo sia percepito da molti suoi elettori come tendenzialmente “di sinistra”, il suo impianto è chiaramente liberista, anzi rappresenta la vera evoluzione di Forza Italia nel percorso di demolizione dello Stato e costruzione di una rete di individui sempre più soli di fronte alla “sfida della globalizzazione”. Sostenitore entusiasta della democrazia diretta tramite Internet, in particolare con la “piattaforma Rousseau”, il movimento potrebbe avvalersi presto delle meraviglie della blockchain, il sistema ad enorme impatto energetico attualmente utilizzato per validare le transazioni in Bitcoin e altre criptovalute (monete fittizie il cui valore non è garantito da uno Stato bensì dagli stessi utenti), ma che potrebbe in un prossimo futuro sostituire l'attuale processo elettorale (ovviamente dopo una campagna contro i brogli e per il risparmio di carta e paghe degli scrutatori). Lo stesso “reddito di cittadinanza”, caposaldo del movimento, è una misura pensata per i consumatori del futuro, non più lavoratori a causa della crescente robotizzazione delle attività 71


produttive. Secondo l'incubo del capitalismo terminale fatto proprio dai pentastellati, i padroni del futuro non avranno più bisogno degli ex-lavoratori (che infatti potranno morire quando vogliono con l'eutanasia), ma solo di alcuni consumatori foraggiati per questo dalle banche centrali, che come quasi tutti i grillini sanno creano denaro dal nulla e possono quindi regalarlo alle ultime larve dell'umanità. Ovviamente nel movimento degli “onesti” ci sono diversi militanti e dirigenti accorti e spaventati da queste implicazioni, ma come abbiamo detto la linea politica oggi viene decisa dai leader che si aspettano di ricevere l'applauso della base, per cui anche nel movimento dove “1 vale 1” non c'è spazio per i “deviazionisti” e i “disfattisti”, peraltro sempre più numerosi come il coraggioso europarlamentare Marco Zanni. Comunque, la contiguità dei 5 stelle al progetto europeista (nonostante alcune proposte e dichiarazioni il partito palesemente non vuole uscire dall'euro) e globalista di certe élite ha fatto ipotizzare a diversi analisti che il loro scopo fosse fin dall'inizio quello di canalizzare e disperdere su Internet il crescente malcontento della popolazione, un'interpretazione indirettamente avvalorata dallo stesso Grillo, secondo cui senza il suo movimento avrebbe preso piede anche in Italia un partito radicalmente anti-sistema come il greco “Alba Dorata”.

Partito Democratico Benché meno estremista nel “tone of voice” del Movimento 5 Stelle, anche il Partito Democratico di Renzi ha fatto propri i valori liberisti del capitalismo terminale, ed è anzi fin dall'inizio in Italia l'araldo della “globalizzazione” seguita al crollo dell'Unione Sovietica. Con una battuta, si può dire che i comunisti erano caratterizzati dalla difesa dei lavoratori e dall'internazionalismo; scomparso il grande paese che difendeva i lavoratori ai post-comunisti è rimasto solo l'internazionalismo. Il modello ideale del Partito Democratico è il presidente francese Macron, un “vincente della globalizzazione” con studi in università prestigiose, un importante incarico presso una banca d'affari e un aspetto sano e attraente, capace di attrarre voti anche dall'elettorato gender-fluid. Benché non particolarmente bello, Renzi col suo carattere spigliato e le sue capacità affabulatorie (non innate come quelle di Berlusconi ma piuttosto – si potrebbe pensare – apprese in qualche corso sul marketing politico, le televendite o la programmazione neurolinguistica) è riuscito a conquistare la fiducia degli elettori di sinistra, compattandoli nel tentativo di battere la destra imitandola. Nonostante il suo enorme consenso iniziale (oltre il 60% nel 2014), l'ex sindaco di Firenze non è comunque riuscito a diventare il “sindaco d'Italia” e ben presto la sua maggioranza si è sfaldata in contrasti interni, legati più al tentativo di mantenere visibilità e posizioni di potere che a dialettiche politiche. Soprattutto però Renzi è stato punito dagli italiani al referendum costituzionale del 2016, da lui interpretato in chiave personalistica come una specie di plebiscito. Punito per un errore comunicativo, un eccesso di arroganza, ma soprattutto per gli esiti infausti delle scelte politiche del PD, che si è 72


occupato più delle banche e degli immigrati illegali giunti dall'Africa che dei cittadini italiani. Punito per aver dimenticato o ignorato che se ci sono dei “vincenti della globalizzazione” ci sono anche dei perdenti, che per forza di cose devono essere la maggioranza. Punito per non aver capito quindi che i Renzi/Macron non possono essere modelli “democratici” per i giovani, perché chi privilegia sistematicamente gli interessi degli altri e per questo viene da loro lodato e premiato non può fare contemporaneamente quelli del suo popolo, né i suoi nel lungo periodo. A questo proposito, l'atteggiamento del degno successore di Renzi, Gentiloni, sulla questione Fincantieri-STX mi ha fatto inizialmente pensare alla nota battuta di Tomas Milian sul cane di Mustafà, ma in seguito ho intuito che sotto ci poteva essere un più vasto progetto di difesa europeo, in cui gli italiani avrebbero messo la marina, i francesi l'esercito e i tedeschi il quarto Reich. Da notare che, nello stesso periodo, anche all'interno del governo PD qualcuno ha capito che gli “alleati” europei non stavano cooperando con noi ma anzi cercavano di fregarci, eppure la brillante strategia coordinata dal ministro Minniti, che ha portato a interrompere momentaneamente la rotta mediterranea dei migranti, è rimasta un caso isolato nel contesto di un'azione di governo prona alle suggestioni dei potenti amici internazionali, a cominciare dal famigerato Soros. Così l'attività e la comunicazione politica dell'Italia morente rappresentata dal PD si è concentrata sulle battaglie per l'accoglienza e la cittadinanza agli stranieri, l'approvazione della legge sul fine vita, la lotta alle notizie non di regime (false o meno) e alcuni marginali interventi economici permessi dai vincoli europei che il governo Monti ha inserito nella costituzione. Quest'anno in molti hanno cercato aria nuova fuori dalle asfittiche stanze del partito, ma i gruppuscoli sorti dalla disgregazione del PD non hanno ovviamente né lo slancio ideale né le capacità progettuali per ripensare la sinistra, se non rifacendosi più o meno direttamente all'analisi marxista e al progetto comunista. Non credo che gli italiani sentiranno molto la mancanza del PD, che probabilmente alle prossime elezioni scenderà sotto il 20% diventando sempre più marginale, ma è possibile che il fronte “progressista” si compatti ancora dietro un nuovo leader e nuovi “sogni”, magari simili agli incubi pentastellati.

Verso le elezioni e oltre Avvicinandosi le elezioni politiche del 4 marzo 2018, tutti i candidati sono ormai entrati in modalità campagna elettorale, limitando le apparizioni in tv (ma non sui social) e assumendo un atteggiamento più “presidenziale”. Salvini, conscio di non condividere la posizione sull'euro né con gli alleati del centrodestra né con la maggioranza degli italiani, per ora ha abbassato i toni della polemica che aveva fatto risalire la Lega nei sondaggi, limitandosi a definire con Borghi la strategia che potrebbe un domani

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portare all'Italexit (minibot, tentativo di rinegoziare i trattati, ecc.). La sua nota vis polemica, fonte di eccessi e veri e propri errori comunicativi, ogni tanto riemerge sui social soprattutto riguardo al tema dell'immigrazione, galvanizzando la base ma indebolendo la sua immagine di potenziale premier. Berlusconi, che è in campagna elettorale da almeno un anno, ne approfitta appellandosi con le sue parole d'ordine al popolo dei “moderati”, ovvero cercando di riconquistare parte dei suoi ex elettori in vista del confronto finale sui numeri col leader leghista. Di Maio è volato negli States per assicurare la sua fedeltà allo “stato profondo” che continua a osteggiare Trump, mentre in patria sfoggia il suo charme compassato e le sue ben note doti di oratore capace di parlare di nulla per decine di minuti. La base gli avrebbe preferito il più simpatico e concreto Di Battista, ma è probabile che in caso di un risultato insoddisfacente venga sostituito senza tanti complimenti dai padroni del movimento e dei siti Grillo e Casaleggio jr. Anche Renzi per ora non si sovraespone mediaticamente, segno che ha imparato qualcosa dalla bruciante sconfitta del referendum. D'altronde il suo partito più che problemi di leadership ha problemi di compattezza e indirizzo politico. Tutto sommato Gentiloni al governo sta facendo grossomodo quello che avrebbe fatto lui, potendo contare su ministri capaci e popolari come Minniti. Molto riguardo alla guida renziana e al destino del partito verrà deciso dalle elezioni, il cui esito comunque dovrebbe restituire l'immagine che già abbiamo della politica nazionale, con vari partiti frammentati (anche al loro interno), poche idee e poca voglia di governare davvero questa Italia con scarsa sovranità residua e tanti problemi di difficile soluzione. L'analisi che ho portato avanti fin qui permette di cogliere un altro aspetto generale della politica italiana, dalle implicazioni non banali ma poco studiate: i quattro partiti principali hanno tutti un'anima liberista, con qualche differenza secondaria su cui puntano per distinguersi nella lotta per il consenso. I due partiti più simili come abbiamo visto sono Forza Italia e il Movimento 5 Stelle, ma una loro coalizione è quasi impossibile perché un terzo degli elettori 5 Stelle che si considera “di sinistra” non accetterebbe mai un accordo col nemico storico Berlusconi. Il PD è il partito più liberista nella pratica, avendo accettato entusiasticamente, come tutti i convertiti tardivi, i dogmi del liberalismo europeo che per anni i comunisti avevano osteggiato. Tuttavia proprio questo palese tradimento della sua anima popolare è la causa della profonda crisi che lo attraversa e ha allontanato la dirigenza dalla base (non serve ad esempio conoscere la storia e le ragioni delle internazionali comuniste per sapere che le migrazioni tanto sostenute dal PD favoriscono i padroni e danneggiano in primo luogo i lavoratori italiani, e non migliora certo le cose insultarli definendoli “populisti”, “rancorosi”, “ignoranti” e “impauriti”). Salvini in teoria sarebbe il paladino del popolo sovranista, a cui fanno riferimento anche partiti minori come Fratelli d'Italia e CasaPound, ma pure lui è favorevole a uno Stato nazionale piccolo, “che faccia poche cose, ma le faccia bene”, possibilmente federale, dunque smembrato in regioni o “macroregioni” sul modello di quelle europee. Le due anime (sovranista e liberal-federalista) potrebbero coesistere, ma finché non avrà modo di governare è difficile capire, come nel caso di Di Maio, quanto sincere siano le sue intenzioni di riforma e se potrebbe essere capace di portarle a termine. Come 74


dimostra la vicenda di Berlusconi, non basta essere un abile comunicatore per diventare un brillante statista, ma è anche vero che spesso sono i tempi difficili e le occasioni che generano a trasformare gli uomini e a renderli capaci di grandi cose. Qualche osservazione in più va fatta su Internet e i social media, che stando a tutti gli analisti sono stati determinanti per le vittorie di Obama e Trump e sembrano suggerire un desiderio delle persone comuni di riappropriarsi della politica, con azioni dirette e un rapporto personale coi rappresentanti del potere. Internet insomma non è più o non può più essere considerato un mondo “virtuale”, bensì va visto come un'estensione del mondo reale in cui si svolgono buona parte delle azioni per la ricerca del consenso e il controllo del dissenso. Anche i politici più sprovveduti hanno capito che non possono andare di persona ai comizi e delegare la propria presenza sul web a social media manager, per quanto bravi. Il rischio di errori, ed errori clamorosi dalle enormi ricadute mediatiche, è sempre dietro l'angolo, per cui aprire un profilo Twitter o Facebook è un impegno che il politico deve affrontare solo se pronto a portarlo avanti anche personalmente, dedicandogli persino alcune ore al giorno. Se i profili social possono diventare una minaccia per i leader, a cui sarebbe consigliabile almeno un corso di gestione comunicativa delle crisi (la “crisi” anche etimologicamente indica sempre un'opportunità: ad esempio il sequestro dei conti della Lega è stato trasformato in un importante topos propagandistico), rappresentano una formidabile cassa di risonanza potenziale per politici mediaticamente poco considerati o sotto attacco. Tra questi il più noto paradossalmente è il presidente degli Stati Uniti, che in effetti denunciando le “fake news” dei media tradizionali sul suo profilo Twitter ha ottenuto anche importati vittorie, come quella contro la CNN sul “caso Russiagate”. Infine, come abbiamo visto, Internet è anche il luogo in cui si raccolgono e incanalano pacificamente (ma spesso con un'accesa violenza verbale) la rabbia e la frustrazione delle persone comuni, che i politici devono imparare a gestire, distinguendole dalle critiche dei propri elettori che meritano un trattamento a parte. Il dissenso interno ai partiti, infatti, viene spesso espresso da esponenti della minoranza e semplici militanti sui social o su blog anche molto influenti, per cui il leader se vuole sopravvivere politicamente (e fisicamente, mantenendo una minima salute mentale) deve imparare presto anche quando e come rispondere a questi attacchi, coerentemente con le proprie campagne comunicative e i propri principi politici. Uno scoppio d'ira o una risposta isterica sono ad esempio più gravi se provengono da chi si definisce “democratico”, “intelligente” e “tollerante”. In effetti, si può dire che per vincere sia a volte sufficiente lasciar parlare gli avversari, specialmente con le modalità perlopiù ancora poco conosciute tipiche della rete. Purtroppo molti leader occidentali non sembrano capaci di uscire da certi “frame” mentali né di fare una sana autocritica, per cui incolpano delle proprie fragilità politiche le vittime della “società aperta” e fantomatiche cospirazioni eversive, o i soliti hacker russi e non meglio precisate manovre del Cremlino, come recentemente ha fatto la premier inglese Theresa May. Sui conflitti di narrazioni tra nazioni e le guerre simboliche su vecchi e nuovi media, almeno a 75


partire dai fatti di piazza Maidan durante le olimpiadi invernali di Sochi, ci sarebbe in effetti parecchio da aggiungere, ma questa è un'altra storia. Concludendo l'analisi della situazione italiana, il panorama politico rimane fosco, essendo caratterizzato da poche idee e pure confuse. Ci saranno probabilmente accordi post-elettorali su orientamenti di fondo o singole questioni, ma in questa condizione di debolezza relativa e assoluta della democrazia italiana è ipotizzabile che il percorso verso una sua più piena realizzazione sia ancora molto lungo. Tuttavia, se sempre meno persone leggono i giornali o seguono i talk show politici in televisione, bisogna notare che i video ormai ovunque protagonisti su Internet stanno anche ridando importanza alla dimensione uditiva, per cui i discorsi e i gesti dei politici continueranno a contare ed anzi probabilmente crescerà la loro capacità di smuovere le coscienze ed evocare mondi simbolici. La speranza è che le parole non vengano usate per veicolare nuove illusioni ma servano al contrario a riappropriarci della realtà, della sua drammatica concretezza e delle sue coinvolgenti sfide, ben più affascinanti di qualunque sogno.

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Umiltà e solidarietà gennaio 13, 2018

Umiltà e solidarietà. Queste sono le vere parole magiche. Non io, io, io; distinguo, distinguo, distinguo. Sforzarsi di stare assieme per ottenere domani un bene comune è democrazia, cercare di soddisfare oggi i propri impulsi è anarchia, cioè lasciarsi dirigere da chi è già abbastanza forte da non aver bisogno di fare politica. Può essere riposante, ma il rischio è trascorrere tutta la vita nel sogno di qualcun altro, che magari si rivela un incubo.

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I padroni del vapore e il prete alpinista febbraio 10, 2018

Prima hanno fatto abbassare il costo del lavoro coi cambi fissi e la moneta unica, la disoccupazione strutturale legata alla stabilità dei prezzi e l'immigrazione indotta da guerre programmate e rivoluzioni colorate, ora nel magico mondo dell'industria 4.0 sognano di portarlo quasi a zero. Dicono di voler competere con la Cina, che però non gioca al ribasso sugli stipendi ma investe in infrastrutture e tecnologie pensando al futuro. Si capisce quindi che il vero problema della nostra epoca non è la concorrenza dei lavoratori robotici, ma che stiamo diventando come loro, a cominciare dal nostro modo di pensare sempre più povero di slanci e creatività. Siamo giunti a un bivio e dobbiamo scegliere: continuare a farci governare dagli algoritmi che "prevedono" e condizionano le nostre azioni, non solo su Internet, e dalle fredde logiche del "mercato" che si ripercuotono ogni giorno sulle nostre aziende e famiglie, oppure rimettere al centro di tutto l'uomo, la dignità di ogni uomo, in quanto figlio di Dio. 79 anni fa, il 10 febbraio del 1939, è tornato a casa in Cielo un prete brianzolo, un alpinista diventato Papa col nome di Pio XI. Secondo me aveva trovato la soluzione a quasi tutti i nostri problemi politici, perché lo Stato da lui descritto potrebbe oggi convivere con gli altri in una globalizzazione finalmente più equilibrata e vantaggiosa per tutti. Non è troppo tardi per riscoprire ciò che sapevamo e abbiamo dimenticato, anzi è proprio questo il momento giusto! http://gnosienoesi.blogspot.it/p/pio-xi.html

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Funziona così febbraio 25, 2018

Funziona così. Tu attraverso i media e gli “influencer” costruisci il “quadro” concettuale, al suo interno stabilisci un “mondo simbolico”, e poi lasci che la gente lo abiti come vuole, lo viva fino a sentircisi a casa, a trasmetterlo ai propri figli e a difenderlo da attacchi esterni, cioè da idee non coerenti col discorso dominante.

Tutti possono provare a farlo. Tutti forse discutendo con gli amici abbiamo iniziato il processo almeno una volta, ma ovviamente per portarlo a termine servono grossi investimenti, una grande passione o un “quadro” veramente forte, che però col tempo può rivelarsi sbagliato, dannoso o pericoloso, specialmente se non prevede un'apertura, ovvero quello al suo interno diventa l'unico mondo possibile.

Per contestare il “quadro” devi avere abbastanza tempo libero e strumenti concettuali da riconoscerlo nella sua interezza e metterlo in discussione. Le persone con queste caratteristiche appartenevano alla “classe media” scomparsa negli ultimi decenni, sembrerebbe eliminata di proposito.

Nel frattempo però l'università di massa e i media di massa come Internet hanno comunque permesso a molti di accedere a validi strumenti concettuali, e alcuni di loro si sono presi il tempo per capire, magari rinunciando al piccolo privilegio dello stipendio o facendo qualche altro sacrificio con la speranza di migliorare la situazione generale.

Chi ha compreso davvero ha raccontato le sue scoperte infischiandosene delle conseguenze, perché la verità è troppo bella, molto meglio di qualunque mondo di sogno, ma ha anche sperimentato grosse frustrazioni non riuscendo a farsi capire.

Però è così che si è sempre fatto. A piccoli passi. Prima pochi, poi, col loro tempo, i molti guidati da altri pochi. Costruendo, promuovendo e difendendo un nuovo “quadro”, magari sul modello di uno dotato di apertura che c'era prima ed è andato bene per centinaia di anni. Così funziona.

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Elezioni: il commento di Carlo Marx marzo 06, 2018

Distribuzione del voto e dei disoccupati

Uno spettro si aggira per l'Europa: lo spettro della globalizzazione nazionalista. In Italia questa nuova proposta anti-sistema alle elezioni politiche del 4 marzo 2018 è stata votata dalla maggioranza, rappresentata dai partiti Lega (al nord) e Movimento 5 Stelle (al sud).

Democraticamente, il futuro governo dovrebbe quindi essere guidato da Salvini (capo della coalizione vincitrice) con l'appoggio dei molti eletti tra i 5 stelle informati, capaci e realmente interessati al bene del loro paese (come il collega economista ed europarlamentare Zanni, giĂ passato alla Lega).

Tuttavia, non è difficile prevedere la reazione del sistema, guidata del Presidente della Repubblica Mattarella. La "sovrastruttura" culturale liberista, incarnata dalla superstite sinistra e in particolare dal PD, nonostante le frenate del segretario in scadenza Renzi preme per allearsi con la "struttura" liberista

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post-industriale incarnata dai 5 Stelle, che hanno vinto anche promettendo ai disoccupati del sud un reddito con cui acquistare i beni prodotti dai robot del capitale 4.0.

Il siciliano Mattarella potrebbe quindi dare l'incarico di formare il governo al leader campano dei 5 Stelle Di Maio, col supporto di parte della sinistra compattatasi allo slogan "Mai con Salvini". Sarebbe il ribaltamento funzionale al sistema del risultato anti-sistemico delle urne, ma d'altronde "divide et impera" è una legge formulata e applicata con successo proprio dagli antichi Italiani.

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I cristiani di Costantinopoli marzo 12, 2018

Alienati, sradicati, disuniti. I cristiani sconfitti di Costantinopoli (immagine dalla rete)

Nell'assedio di Costantinopoli del 1453 si ricordano tre tipi di cristiani: i teologi che discutevano sul sesso degli angeli, i soccorritori giunti a difendere la città, coraggiosi e generosi ma disuniti, e i soldati, rapiti da bambini dai Turchi, che combattevano col nemico nel reparto d'élite dei giannizzeri. Oggi invece... i teologi continuano a parlare di sesso, facendo "discernimento" sul sesso dei divorziati, dei preti, ecc., mentre tantissimi giovani cristiani plasmati dalla cultura commerciale difendono la libertà dei "mercati" di dettare le politiche pubbliche, regolare i movimenti migratori, decidere sulla vita e sulla morte. Un altro tipo di giannizzeri del cuore è rappresentato da cristiani più attempati come Dugin in Russia e Bannon in America, consiglieri politici intelligenti ma cresciuti in un clima di violenza e cattiveria che esprimono nelle loro ideologie, per ora fortunatamente non troppo ascoltati dai veri leader. I valorosi cristiani, perlopiù militanti ignoti e confusi di un esercito allo sbando, disperdono i loro sforzi generosi in attività marginali o in futili polemiche. La speranza è che sempre più condottieri abbandonino definitivamente le torri d'avorio per unirsi alla gente, superando il blocco puerile del "mai con...", se non altro per non lasciare i partiti che rappresentano realmente la maggioranza delle persone nelle mani di "cristiani" incattiviti sedotti dal fascino della violenza o inconsapevoli agenti di forze economiche e culturali anti-umane. C'è tanto da fare e anche se nessuno è indispensabile mi auguro che molti ritrovino la via del buon senso, ovvero della solidarietà nell'umiltà, per il bene di tutti.

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Moro pe' tte marzo 16, 2018

Aldo Moro, foto dalla rete

CIAo Aldo, grazie per averci insegnato che una nazione per diventare realmente libera e forte deve essere unita, o almeno provarci. Purtroppo, quarant'anni dopo il tuo rapimento da parte delle Brigate Rosse, i sinistri, tristi, utili idioti del potere sovranazionale, che ci vuole divisi e quindi deboli, continuano a farsi suggestionare e manovrare a distanza. Anche se ho passato gli ultimi mesi a studiare il “sogno gnostico” della modernità e ad analizzare l'attuale psicosi da risveglio, ieri leggendo un articolo sulla lista nera degli “antifascisti” nella ex rossa Emilia mi ha percorso la schiena un irrazionale brivido da anni di piombo. La tua lezione però è ancora oggi attuale: l'impegno politico ha senso solo se si lotta anche per loro, perché un giorno possano contribuire da veri cittadini, donne e uomini liberi, al progresso del loro disprezzato paese, al bene dei loro odiati fratelli.

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Andate oltre marzo 18, 2018

Video: https://www.youtube.com/watch?v=W_sSx54aIYI

Il mondo è pieno di persone stupide e cattive. Per amore potete provare a correggerle alcune volte, poi andate oltre.

I sogni del recente passato stanno crollando. Non sosteneteli voi criticandoli.

Il nemico tiene imprigionato il vostro pensiero nelle sue gabbie mentali, che voi stessi rafforzate con stati d'animo costruiti ad arte. Non dibattetevi tra le sbarre dei suoi concetti. Inventate parole nuove, recuperate vecchie idee, usatele nelle vostre conversazioni. Così vi troverete fuori dalle gabbie, e aiuterete altri a liberarsi.

C'è un mondo da ricostruire, ci sono opportunità inimmaginabili appena dietro l'angolo delle vostre paure. Non fermatevi. Osate essere liberi. Andate oltre.

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Pio XI e Voegelin tra passato e futuro: habemus paper aprile 08, 2018

Eric Voegelin e Achille Ratti (Pio XI)

A quanto risulta, nonostante il suo apparente trionfo, la modernità è spacciata: l'individualismo, il liberismo e l'immanentismo sono da tempo in declino, pur continuando a crescere per inerzia in alcune parti del mondo come princìpi del sistema dominante. Forse la mia generazione si accorgerà appena del cambiamento, ma vari indicatori suggeriscono in modo inequivocabile che stiamo andando in questa direzione. In politica, i segnali esprimono ancora più chiaramente il passaggio a un mondo multipolare in cui tornerà protagonista lo Stato nazionale. Forse, da qui a qualche anno, realizzeremo una “globalizzazione nazionalista” finalmente più equilibrata e vantaggiosa per tutti.

Il punto però è che per superare culturalmente la modernità dovremo anche recuperare qualcosa del passato. La questione in particolare è: torneremo al cristianesimo pre-moderno o al paganesimo precristiano, mai davvero scomparso? Oggi sulla scena politica e culturale sono particolarmente influenti i rappresentanti del paganesimo, a volte nascosto dietro un velo cristiano, per cui rischiamo di fare tutti la fine dei cristiani di Costantinopoli.

Per indirizzare correttamente questa trasformazione epocale dobbiamo essere consapevoli dei limiti della modernità, ovvero di vivere ancora in un “mondo di sogno” generato dall'alienazione rispetto alla nostra essenza spirituale. Nello stesso tempo, però, dobbiamo riappropriarci di un linguaggio e di un

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pensiero capaci di esprimere la tensione trascendentale tra questo mondo e l'oltre non solo dalla prospettiva umana ma anche da quella divina, rivelata da Cristo e trasmessa dalla sua Chiesa.

Ringrazio Franco Cajani dell'Associazione Centro Internazionale di Studi e Documentazione Pio XI per avermi invitato a scrivere un articolo che mi ha costretto a sintetizzare in modo rigoroso i risultati di più di un anno di ricerche sulla filosofia politica di Eric Voegelin e la dottrina sociale della Chiesa, proposta in modo originale e profetico da Papa Ratti.

Anche se non è la versione definitiva, che verrà pubblicata in autunno insieme agli atti del convegno biennale su Pio XI e il suo tempo, ho deciso di condividerlo fin d'ora sperando possa servire a quei cristiani che, pur disorientati, isolati e in minoranza, non si fanno bloccare dalla paura e dal pessimismo, ma anzi cercano ogni giorno gli strumenti concettuali e gli aiuti spirituali necessari per contribuire in qualche misura, lì dove sono, con umiltà e senso di responsabilità, alla restaurazione cristiana della società.

Specialmente oggi, nella Festa della Divina Misericordia, dobbiamo essere convinti con Pio XI che «la Chiesa di Cristo (…) dalle tempeste anche più violente uscirà sempre più forte e gloriosa di nuovi trionfi», e che «mediante il soccorso della grazia divina noi abbiamo in mano la sorte della famiglia umana».

Qui la bozza dell'articolo:

https://issuu.com/guidocopes/docs/saggio_su_pio_xi_e_voegelin

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Gnosi e Noesi  

Backup of my blog Gnosi e Noesi http://gnosienoesi.blogspot.it/

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