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In Copertina: “Spiagge” di Enotrio Pugliese (olio su tela 50x70)

Direttore Responsabile Angelo de Luca Ideazione grafica ed impaginazione Gianluca Bazzano

Anno 1 - Numero 0

Speciale Agosto 2013

Tutti i diritti riservati. i testi e le foto pubblicate sono di proprietà dei leggittimi proprietari, chiunque volesse utilizzarle è cortesemente invitato a citarne la fonte. Si ringrazia per il prezioso contributo intellettuale:

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Emanuela Sorrentino Antonio Montesanti e il suo blog “Percorsi di autonomia mentale” Giuseppe Addesi Vito Teti e i suoi studi antropologici Ninni Ravazza e la sua passione per il mare Franco vallone e i suoi importanti archivi Silvio Greco Sergio Gambino e la sua macchina fotografica Roberto Maria Naso


Non toccari u pisci all’ oddju, ca ti cundi

Paradisi perduti? Erano gli inizi degli anni ’90 quando un allora sindaco ebbe una genialata di quelle da scrivere nei memoriali della malapolitica. L’idea, infatti, era quella di abbattere un vecchio monumento della civiltà dei pescatori per costruire un grande parcheggio. Fortunatamente, e grazie alla presa di posizione di

di Angelo De Luca è un esempio noiosamente palese. Una città che, seppur riecheggia imponente in tutti i libri di storia come meta e location preferita dai generali romani e dagli intellettuali greci, fino ad arrivare ai Borbone e ai presidi industriali nati sotto la loro dinastia, muore oggi sotto i colpi ingrati di quella modernità selvaggia

alcuni cittadini, non se ne fece più niente e il complesso de la Tonnara di Bivona fu salvo per un quasi miracolo. Sta tutta qui la morale della favola. E pensare che se gli addetti ai lavori calabresi recepissero come opportunità da cogliere al volo il più classico dei moniti popolari, forse questa terra mangerebbe e vivrebbe solo di quanto l’antichità ha lasciato in eredità ai posteri. Quel monito “o nord caccianu sordi puru di petri” – ovvero “al nord fanno soldi anche con le pietre” – spesso si traduce in rabbia e sgomento. Perché da queste parti l’unico patrimonio che non si è mai salvaguardato è proprio quello storico-culturale. E pietre di valore da queste parti ce ne sono parecchie. Vibo Valentia ne

fatto di cemento armato e foratini a vista che hanno devastato paesaggi e disonorato culture e popoli. Basta guardare le rovine antiche mai tutelate dei quartieri San’Aloe, dove esistono, malgrado incuria e degrado lo nascondono, delle terme di epoca romana, con tanto di mosaici, calidarium, frigidarium e palestre. Per non parlare poi della necropoli romana a Vibo Marina affossata completamente, dopo anni di battaglie perse, dalle colate di cemento dell’edilizia residenziale. E poi le famose Mura greche di località “Trappeto vecchio”, oggi prese in possesso, lungo i suoi quasi 8 kilometri di stesura, da pastori e agricoltori del luogo, usurpatori inconsapevoli, assieme ovviamente a

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quelli consapevoli come la politica, di una storia appartenente alla città intera. E così il tempo passa alla ricerca di qualche amministrazione di buon senso che, comprendendo il valore inestimabile dei suoi patrimoni, possa mettere finalmente mano non solo al portafogli, ma anche alla coscienza. Perché il turista,

quello rimasto ovviamente, a parte le cartoline delle spiagge bianche della costa degli Dei, potrebbe sicuramente portare in valigia il meglio di un’antichità che non hai conosciuto, se non per sentito dire sui libri. Ma spiegarlo agli “uomini del fare” sembra ormai tempo perso. E a Vibo Marina si rimane ad esempio ancora sospesi tra i depositi costieri dismessi della ex “Basalti e bitumi” e le promesse politiche trentennali, tra il sogno di un porto sviluppato e il desiderio di un paese curato. Paradiso perduto? Maledetta modernità…


‘ncè chju joirna ca satizza

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I Re dei mari di Nini Ravazza*

Ci sono secoli di tempeste e di bonacce, di sole e di sale, di uomini e pesci che lottano per la vita negli occhi dei Rais. Agostino, Mommo, Iachino, Pio, Totò, Sarino, Mercurio, Giotto… nomi che sono risuonati sotto gli archi delle trizzane e si sono rincorsi tra muciara e vascelli, sussurrati con rispetto e timore, amore e invidia, a volte anche odio. Nomi e uomini senza tempo a cui affidiamo il compito di rappresentare tutti gli altri rais che hanno fatto la storia e la cultura di quel mondo incantato che è stato la Tonnara, nella impossibilità di ricordare tutti i loro nomi, di trovare una foto, di recuperare un ricordo. In fondo, ogni Rais è la summa di tutti quelli che lo avevano preceduto, riunendo in sé un sapere empirico che nei secoli non si è perduto, ma piuttosto si è stratificato, aggiungendo conoscenza a conoscenza, bravura a bravura, sapienza a sapienza. Così è cresciuta la raisìa, l’arte del comandare gli uomini e i tonni, di leggere i segnali della natura, di rivolgersi ai venti e al mare da pari a pari, sapendoli blandire, contrastare, anche subendone le bizze con la rassegnazione dei forti. Grandi vecchi del mare che non sono stati il solitario

Santiago di Hemingway, ma piuttosto intrepidi condottieri di eserciti pronti a obbedire ai loro ordini, senza osare di metterli in dubbio; hanno sfidato il Leviatano forti del supporto di uomini vocianti armati di corchi dalla punta ricurva, sulle loro barche non sono stati mai soli, c’è sempre stato chi trasmettesse agli altri i loro ordini sussurrati. Con tutta la ciurma hanno condiviso la tensione dell’attesa dei tonni e la gioia della mattanza. Nell’ora della verità, però, quando davanti al padrone era il momento di tirare le somme della stagione, allora il Rais tornava l’uomo solo al comando, l’unico responsabile del risultato, destinato alle ghirlande di fiori o al ripudio se le cose erano andate male. Nelle immagini della mostra troviamo Rais tanto distanti nel tempo e nello spazio: i fieri comandanti delle

reti di Trapani e Milazzo, di Stintino e Favignana, di Carloforte e della libica Zliten, di Bonagia e Camogli, di Pizzo e Bivona; molti sono scomparsi, altri sono anziani e non salgono più sulle barche che sono state per loro ammiraglie e corazzate, Bucintoro e Argo, pochi metri di legno e pece da cui hanno guidato gli uomini tonnaroti alla conquista dei mari e dei pesci. Alcuni, pochi, inseguono ancora il loro sogno colorato del bianco sale e del rosso sangue nelle pochissime tonnare ancora in attività. Qualcuno aspetta che un padrone coraggioso e temerario decida di riaprire i malfaraggi per provare ancora a tendere l’insidia antica al tonno che corre per il Mediterraneo e lo chiami all’avventura. Protagonisti restano gli uomini, i Rais. La perfezione sta nella loro storia, nei loro occhi pieni di mare.

*Ninni Ravazza è un giornalista siciliano autore di migliaia di fotografie (sopra e sotto l’acqua) sulle attività di pesca (tonnare e mattanza, corallo) e su interventi di archeologia sub. Gran parte di questo materiale oggi rappresenta una testimonianza irripetibile di realtà e attività scomparse. Le sue foto tratte dal libro “L’ultima muciara” sono state pubblicate sul depliant turistico dell’agenzia di viaggi giapponese “Nippon Travel Agency”. (tratto da “cosedimare.com”)


I guai da pignata i sapi a muddjeri ca i mania

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Giuseppe Maria Galanti e la “scoperta “ del Porto di Santa Venere di Giuseppe Addesi All’indomani del disastroso terremoto del 1783 , il governo del Regno di Napoli aveva assegnato ad uno dei suoi uomini migliori la missione di visitare

la Calabria. Iniziava un viaggio che porterà uno dei più grandi illuministi italiani di fronte alla desolazione di una terra devastata dalla natura ma ancora di più dai suoi abitanti e da un governo incapace di rispondere con riforme efficaci al disfacimento del tessuto politico e sociale. Il “Giornale di Viaggio” che Galanti scrive in questa occasione è una straordinaria testimonianza sullo stato della regione quasi all’inizio dell’800 ma che svela anche molteplici e inquietanti tracce di un gravido passato ancora troppo attuale. In questa opera vi sono annotazioni scientifiche notevoli sui caratteri della regione: fisici, antropici, economici, sociali, civili, culturali, luogo per luogo. Tra le sue “Relazioni” all’ammiraglio Acton, ministro della Marina, vi è quella del 27 febbraio 1793: “Tra il fiume Trainiti ed il Pizzo, li genovesi hanno scoperto un luogo assai adatto al porto, oggi Santa Venera. Il luogo merita attenzione…Qui nell’inverno passato si salvarono da una forte burrasca cinque bastimenti. Si assicura che con 15 o 20 mila ducati si potrebbe costruire un ottimo porto capace di moltissimi bastimenti”. Nel fare presente che già nove anni pri-

La Curiosità

ma (1784), nel quadro delle opere di ricostruzione dei danni del terremoto, l’architetto Giuseppe Vinci di Monteleone aveva progettato una strada che da Monteleone portava alla marina di Bivona (sic) , il Galanti così continuava: “ tra le cose degne dell’intelligenza di Vostra Eccellenza, io credo che la più vantaggiosa e la più degna dei benefici sguardi del Sovrano sia la costruzione di un porto che la natura ci ha additato quasi in mezzo alla lunga costa da qui a Messina, la quale per lo lungo corso di 300 miglia è del tutto mancante del menomo sicuro ricovero de’ bastimenti. Anni addietro un pilota genovese, dalla fortuna di mare fu spinto alla spiaggia della marina chiamata di Santa Venere. Qui l’accorto pilota trovò un natural rifugio e fece noto, a vantaggio de’ naviganti, che quel luogo avea una lingua poco sotto il pelo dell’acqua la quale dava un sicuro ricovero. Molti bastimenti hanno profittato e si sono salvati mentre su quella costa solamente l’anno passato sono miseramente naufragati cinque bastimenti, uno veneziano, uno inglese…In quella marina vedesi, formato dalla natura, un seno ben grande, garantito da una lingua di terra che si estende nel mare per circa mezzo miglio in forma quasi semicircolare e che dà l’idea di un magnifico e sicuro porto…La profondità dell’acqua è assai grande e capace di qualunque bastimento di alto bordo. L’ingegnere mi fece la pianta e anche il calcolo approssimativo…potrebbe aversi la più bella costruzione del porto con tutte le necessarie opere di lanterna, ridotti di artiglieria, magazzini e altro per una spesa totale non oltre 130.000 ducati…” Dopo una miriade di relazioni, perizie, piante, fatte da innumerevoli

4 dicembre 1865: nasce il porto di Vibo Marina. “Su tutti i legni sventolavano bandiere di svariate dimensioni e fogge, su gli alberi, su le antenne, negli ormeggi, sulle prore. Era una vera battaglia navale, una scena, un colpo d’occhio nuovo ed incantevole, uno spettacolo. Quando il vapore diè fuoco alla macchina si salpò al grido di “Viva l’Italia”, “Viva il Re”, “Viva il Porto”, che fu ripetuto da tutti, e dallo stesso eco delle circostanti grotte marine”. * Documento estratto da “Il porto ritrovato. documenti e atti per la storia del porto di Santa Venere” di Antonio Montesanti, Ed. Rubbettino, 2012

commissioni, il Re di Napoli decreterà, in data 21.9.1858, la costruzione del porto scegliendo Santa Venere fra altre più blasonate pretendenti ,tra cui Tropea, Pizzo, Scilla, Paola, Reggio. Ma il merito principale di quella scelta si deve all’intuizione del Galanti, molisano di nascita, che può essere considerato uno dei più grandi economisti dell’epoca. Dalle sue numerose opere traspare una straordinaria modernità di vedute, unita ad un sodo realismo. Propose varie riforme, tra cui il decentramento amministrativo nelle provincie, la trasparenza dei bilanci pubblici e una riforma fiscale per determinare la reale capacità contributiva del citta-

dino. Intorno al porto di Santa Venere, da lui così fortemente sostenuto fin dall’inizio, nel tempo si svilupperà un importante centro costiero che ancora attende un adeguato riconoscimento della sua importanza.


Fa bonu e scordati, fa malu e arricordati

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Alan Lomax, un americano a Vibo Marina di Antonio Montesanti

Il 19 luglio 2002 scompariva il geniale Alan Lomax, un etnomusicologo americano che armato di microfono e registratore percorse nell’agosto del 1954 le nostre strade, entrò nei nostri locali, stringendo mani ed amicizie con i tonnaroti ed il rais della Tonnara di via Emilia.

A lui dobbiamo quello che è possibile ormai definire con contezza “il salvataggio” di un patrimonio immenso di testimonianze, di canti e di foto, oggi forse troppo sottostimati e a rischio d’essere estirpati dalla nostra storia e dal nostro territorio. Tra l’altro la fase documentata non è la consueta azione della mattanza ma quella dello “smontaggio” mesto della trappola di reti. «Ricordo - racconta Lomax nei suoi diari - quel giorno quando portai il mio vecchio e malandato registratore Magnecord su una chiatta per la pesca del tonno, quindici miglia al largo del Mediterraneo limpido, blu. Da mesi nemmeno un tonno era caduto nella trappola sottomarina, e i pescatori non erano pagati da quasi un anno. Eppure intonavano a gran voce i loro canti in-

torno all’argano come se fossero davvero impegnati in una ricca retata: a un certo punto incominciarono a battere i piedi nudi sulle tavole, simulando le convulsioni mortali di una dozzina di tonni. Dopo, ascoltando la registrazione, applaudirono alla loro performance, come fanno tanti cantanti d’opera.

I loro canti - i primi, credo, a essere registrati in situ - avevano solo due argomenti: i piaceri del letto che li attendevano a riva e l’infamia del proprietario della tonnara, che chiamavano pescecane». Brevemente ricordiamo che a bordo di un pulmino nel 1954-55 Alan Lomax realizza un viaggio in Italia assieme a Diego Carpitella, per effettuare le registrazioni, da utilizzare con la BBC e la Columbia, dei suoni e dei canti popolari. Un viaggio avventuroso che lo porterà a trascorrere qualche giorno tra i tonnaroti prima a mare, a bordo dei barconi della tonnara ed infine nel porto. I canti qui registrati sono ormai entrati nella storia delle tradizioni popolari, ma le foto (bellissime e uniche) di quell’inedita intesa tra l’americano ed i tonnaroti ... erano ancora sconosciute

ai più. E’ impressionante notare la forte similitudine tra il trasporto delle ancore a riva e le processioni devozionali: ogni ancora è portata a spalla da decine di uomini al pari delle statue di santi e madonne. Da qualche mese sono online le circa 150 foto realizzate in quel giorno e riscoprirle farà certamente comprendere quanto andiamo dicendo da anni: riscoprire la cultura del mare partendo dall’uomo, valorizzare le nostre tonnare è impossibile senza la ricerca, lo studio e la memoria. Abbiamo perso tante occasioni per valorizzare le nostre ricchezze, altre ancora ne perderemo, mentre noi arranchiamo dinanzi all’abbandono, allo sfacelo

di tristi prospettive. Altrove celebrano la nostra storia, mentre da noi muore. Nessuno tra i vecchi tonnaroti ricorda il suo nome, ma basta accennargli de “l’americano” e i loro ricordi riprendono vita. Così come quell’agosto del ‘54 è ancora vivo tra gli appunti del Lomax impressionato per la possente figura del Boss della Tonnara, ripreso al fresco dell’ingresso di un bar (il mitico bar pasticceria Comi!), e chiamato “Pescecane” dalla ciurma che non vedevano una lira dall’inizio della stagione. Studio Grafico

di Gianluca Bazzano

Via Stazione 9 - 89900 Vibo Marina (VV) Cell. 327 68 26 690 gianlucabazzano@gmail.com PEC: gianlucabazzano@pec.it


A triddja na mangia cu a piddja

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I barconi della Tonnara di Bivona di Angelo De Luca

“Caterina” è il nome di un imbarcazio- posto una sorta di clausola d’onore da entrato in possesso temporaneo dello ne in legno a motore lunga 13 metri e trasformarsi in “onere che detto Mu- stabile ha ben pensato di installare in larga 2 e mezzo. E’ malmessa, visto che per quasi cento anni è stata al servi-

zio delle marinerie locali come rimorchiatore dei barconi a servizio tra la tonnara di terra e quella di mare. “U’ Scieri”, invece, è un barcone in legno, lungo 14,5 metri e largo quasi 5. Come la sorella anch’esso è malmesso, visto che per quasi centro anni ha servito le marinerie locali alla stregua di “Caterina”. Due gioielli del passato abbandonati e appartenenti, insieme ad altri sei esemplari, ad una piccola squadra navale di imbarcazioni del marchese Riccardo De Riso, che la stampa dell’epoca li ha definiti come “pezzi unici”, “esempi di perizia degli ingegnosi maestri d’ascia e calafatari locali”, “l’ultima testimonianza visibile di quella è stata la grande flotta delle tonnare italiane”. Sono passati quasi 16 anni da quel 24 settembre 1997. In pochi forse ricorderanno della stipula tra galantuomini. Anche perchè quell’accordo com’era è rimasto, nonostante il marchese De Riso le avesse donate al Comune di Vibo Valentia in totale fiducia o, per come citato dal verbale dell’epoca, “in parola”, perchè “restino a far parte del patrimonio della Città stessa che da oggi ne avrà cura, per la sua manutenzione e conservazione per i posteri”. Ma, a ben vedere dallo stato attuale delle barche, ora come allora dimenticate e date recentemente pure alle fiamme da un qualche pazzo vastaso, i posteri non ne hanno potuto costatare l’effettivo restauro. E pensare che il marchese, durante l’atto di donazione, aveva

seo sia di fatto realizzato nel termine di tre anni ad oggi”. Per “detto Museo” il nobile del famoso casato vibonese intendeva l’intero stabile della Tonnara il quale sarebbe dovuto essere, dopo la restaurazione delle imbarcazioni, la casa madre e la memoria storica degli

alcune sale il comando dei Vigili urbani e in altre una cappella (forse richiamante l’antica cappella del pescatori), senza dimenticare la concessione temporanea data all’associazione “Insieme per Bivona” che, a spese proprie, è riuscita a ricavare da un’ala esterna allo

abitanti di Vibo Marina e Bivona, “affinchè costituiscano il nucleo iniziale del costituendo Museo multimediale della Civiltà del Mare e centro di educazione ambientale”. I buoni propositi, da qualche anno e questa parte, qualcuno li ha avuti. Ma a parte, appunto, i buoni propositi nessuno ancora è riuscito a fare le volontà del donatore, che nel frattempo, pace all’anima sua, è morto. Il Comune, per esempio, da quando è

stabile, chiamata simpaticamente dal sindaco Nicola D’Agostino “dependance di prestigio”, un auditorium più alcuni luoghi della memoria con l’auspicio da parte degli associati, di “riportare in auge il rito della mattanza”. Insomma, niente di quello che si era previsto 16 anni fa perchè di museale non c’è, ad oggi, nemmeno l’ombra.


Si mangia u pisci cu si vagna u culu

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Tonnara e tonnaroti, racconti di vita in mare di David Donato*

La tonnara offriva da vivere ad un centinaio di pescatori e rappresentava una delle poche fonti di lavoro e di guadagno per la gente di questa povera zona della costa calabra. Le annate di pesca erano legate alle alterne vicende della stagione e, quindi, del mare; esse non erano sempre ricche, anche se, raramente, risultavano deficitarie, tranne che non si fossero commessi errori nel predisporre il complesso sistema delle reti formanti, in blocco, la tonnara. Tale sistema, tenuto segreto fra poche famiglie di tonnaroti, veniva tramandato gelosamente da padre in figlio. Colui che si assumeva la responsabilità di far collocare le reti era quasi sempre persona anziana, assai esperta, quindi, e prendeva il nome di «rais», cioè di capo della ciurma, secondo un termine mutuato dagli arabi, qui venuti da dominatori, i quali avevano per primi ideato il marchingegno della tonnara così come arrivata ai nostri tempi. Dalla capacità del «rais» dipendevano le sorti della pesca; se sbagliava, un danno gravissimo si abbatteva sulle spalle del finanziatore dell’impresa, il quale rischiava un cospicuo capitale. Dunque, moltissimi anni fa «Giappone» asseriva che un «rais» bravissimo di nome Emanuele, era stato gettato in carcere, perché si era al 10 di giugno e la tonnara non aveva pescato niente, nemmeno un solo tonno, così come la consuetudine voleva, affinché egli fosse scagionato da ogni responsabilità. Il povero «rais» Emanuele, dalla grata della prigione, guardava disperato il mare calmissimo e la tonnara affogata nel sole cocente dell’estate ormai prossima. Egli ripassava nella propria mente tutte le operazioni che aveva fatto compiere ai tonnaroti per calare, nei modi dovuti, le reti in acqua. Se le ripeteva cento volte il giorno, senza scoprire nulla che non andasse bene, che non fosse

stato fatto come negli anni precedenti, quando la pesca del tonno era stata sempre copiosa ed a lui, di riflesso, erano stati elargiti premi particolari e attestati di benemerenza. Certamente non dipendeva da eventuale sua inettitudine se, quell’anno, non c’era stato ancora lo spettacolo cruento e affascinante della mattanza, ultimo capitolo della vita libera dei tonni, fatta di corse veloci nelle limpide acque del Mediterraneo. E allora, perché la tonnara non pescava? Perché tanta iattura era piombata su di lui? Mentre così tormentava il suo cervello, sentì suonare la campana annunciante la solenne processione dell’indomani in onore di Sant’Antonio da Padova. Buono e pio come era, il buon «rais» cadde in ginocchio e, col cuore colmo di dolore, si mise ad invocare a gran voce la protezione del Santo, chiedendo: - O miracoloso Sant’Antonio, domani, 13 giugno, proprio allo scadere del periodo propizio alla pesca, fammi la grazia di fare entrare almeno un solo tonno nella trappola, affinché sia chiaro a tutti che io non ho commesso errori di sorta!... -. Così pregò, sino a quando, travolto dal nodo di pianto che lo stringeva alla gola, più non gli riuscì di parlare. L’indomani, una brezza sostenuta fece increspare il mare, creando condizioni ideali per indurre i tonni a muoversi lungo l’arco del Golfo, facendoli finire, poi, contro la rete di sbarramento della tonnara e, quindi, nell’intricato labirinto della trappola insidiosa, ove vanamente si sarebbero dibattuti, fra un ribollire di spume, causate dai possenti colpi delle loro code, alla disperata ricerca di una via di scampo verso il libero mare aperto, perduto per sempre! Il povero «rais» Emanuele guardò fuori dalla grata della cella, rinnovando, più fervida, la preghiera fatta la sera prima a Sant’Antonio. Poi, quando la statua del Santo già avanzava in processione per le vie del paese, accompagnata dalla moltitudine dei fedeli e del clero salmodiante, fra scoppi di mortaretti e di allegre marcette di una rumorosa banda musicale, al suo occhio esperto non sfuggì un insolito movimento fra le barche della tonnara, là ove è posta la cosiddetta «camera della morte». Poco dopo, infatti, sul pennone della barca

più grande vide innalzarsi il convenuto segnale, preannunciante l’imminente mattanza. Non c’era dubbio: la tonnara si apprestava a pescare! I tonnaroti, fra poco, tirando su la pesante rete della «camera della morte», avrebbero intonato le loro lunghe nenie, fatte di frasi semplici e toccanti, con ringraziamento al buon Dio e al loro padrone, il quale avrebbe loro elargito una ricca mercede, proporzionata alla quantità del pescato, mentre ai tonni, avrebbero chiesto di perdonarli per la crudele morte a cui li avrebbero destinati. Era, dunque, la fine di un incubo tremendo, che rischiava di fare impazzire l’esperto ed onesto «rais», se non si fosse risolto in bene, col sapore di un miracolo; di un miracolo di altri tempi, allorché gli uomini, più buoni di quelli di oggi, lo meritavano! E riuscì davvero una giornata memorabile, quella, perché furono catturati più di 13.000 tonni, tanto che non si sapeva dove metterli, quando venivano scaricati a riva dalle barche ed ammucchiati sulla lunga spiaggia. Perciò, fu consentito a chiunque di portarne via quanti più potesse, ed anche dai paesi vicini vennero a prenderne in gran copia, quando la notizia della pesca eccezionale si sparse. L’arrosto di tonno fu il cibo più consumato per parecchi giorni sulle mense di una vasta zona della Calabria e sfamò migliaia di poveri, i quali mai avevano potuto mangiare con tanta abbondanza e a così poco prezzo! Il buon «Giappone», finendo di raccontare, aveva gli occhi lucidi di commozione e di gioia: davanti ai suoi occhi cilestrini riviveva la pesca miracolosa di quel lontano 13 giugno di tanti e tanti anni fa!

*David Donato (5/10/1926 Feroleto Antico – Pizzo Calabro 20/01/2009) è stato un grande personaggio napitino prima e calabrese poi. Un intellettuale a tutto tondo, che ha raccontato pezzi della sua terra sia dalle pagine dei quotidiani nazionali come “Il Messaggero”e “Il Tempo”, che nelle riviste locali come “Calabria Letteraria”. Inoltre è stato attivissimo nel teatro, scrivendo decine di commedie di un certo livello, regalando alla città di Pizzo delle indimenticabile stagioni di cultura e poesia.


U signuri duna pani a cu non avi i denti

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U suverchju ruppi a pignatta e puru u cuperchiu

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Generazione marinaro di Emanuela Sorrentino

Ripercorrendo la tradizione marinaresca della nostra cittadina, abbiamo raccolto la testimonianza di una delle famiglie più note in paese nell’attività della pesca. Loro sono i fratelli Finelli, 7 uomini cresciuti nel mare e conosciuti da tutta la comunità di Vibo Marina come esempio di lavoro pulito, limpido e sofferto. Il maggiore tra loro è Gennaro, Rino, o meglio il ‘’Re’’, appellativo con il quale è conosciuto nell’ambiente. Oggi, il ‘’Re’’, dopo oltre 50 anni di piena attività si gode la sua meritata pensione, ma non rinuncia al suo hobby preferito che quale potrebbe mai essere? Ovviamente pescare! E lo fa con la sua piccola barca, acquistata per non perdere il ‘’vizio’’ del mare.

mestiere, ovvero il calzolaio. Quando lui si ammalò, io avevo 14 anni, ed essendo il più grande, e dovendo sostenere la famiglia, quello che prima era solo un gioco, diventò un vero lavoro. Raggiunta la maggiore età, fui chiamato per svolgere il servizio di leva, ma ben presto, mi congedarono proprio perché dovevo badare al sostentamento familiare. Fu in quel periodo che chiesi un prestito per acquistare una barca in proprio. Lo feci, si chiamava ‘’Graziella’’ e, insieme ai miei fratelli Antonio e Renato, cercavamo di ingranare la nuova attività per mantenere i nostri fratelli più piccoli.

Come si svolgeva il vostro lavoro a quei tempi e quanto era più difficoltoso rispetto ad oggi? All’epoca non esisteva la tecnologia, il lavoro era molto duro visto che facevamo tutto a mano. I nostri radar erano gli occhi, dovevamo percepire i segnali per avere punti di riferimento per la battuta di pesca. Pescavamo con il ‘’conzo’’ e le ‘’coffe’’ . successivamente, anche i miei fratelli minori iniziarono a lavorare insieme a noi. Solo franco, decise di cambiare mestiere e dopo il matrimonio, si trasferì in Canada con sua moglie Maria. Negli anni a seguire, la tecnologia avanzò e questo ha portato ad avere un pescato decisamente inferiore.

Signor Gennaro, ci parli della sua famiglia e di come sia iniziata la sua attività di pescatore Sono il maggiore di una famiglia formata da 10 figli, 7 maschi e 3 femmine. Già a dieci anni mi divertivo ad andare a pesca con gli zii materni. La famiglia di mia madre, i De Leonardo, originari di Palmi, erano infatti pescatori, mio padre, invece, Tra voi pescatori, c’è mai stata rivanativo di Avellino, faceva tutt’altro lità e competizione?

In passato, come anche oggi, fra noi pescatori, c’era tanta rivalità, una competizione comunque sana e senza colpi bassi. Non ho mai temuto nessuno, anzi, non vorrei sembrar presuntuoso, ma erano gli altri che temevano me. Se potesse tornare indietro nel tempo, cambierebbe qualcosa della sua vita? Assolutamente no, nonostante il mio lavoro sia sempre stato tanto faticoso ed io abbia dovuto affrontare tanti sacrifici, non cambierei proprio nulla del mio passato, ma rifarei tutto quello che ho fatto. C’è qualcuno dei suoi figli che ha intrapreso al sua stessa attività? Ho tre figli, due femmine, Nicoletta e Daniela ed un maschio, Carmelo. Lui ha intrapreso la strada della pesca, per un periodo, abbiamo lavorato insieme su un’altra nostra barca, il ‘’San Vincenzo’’. Attualmente invece, è imbarcato sul peschereccio di una famiglia del posto. Ho anche un nipotino che si chiama Giuseppe che spesso mi accompagna nelle mie ‘’traversate’’ con la mia barchetta a cui ho dato proprio il suo nome. Lui ha nove anni, tanta voglia di imparare, spero che questa passione non tramonti, e che la tradizione di famiglia possa andare avanti con lui. I suoi fratelli sono ancora in attività? Mio fratello Antonio è come me in pensione, mentre Gerardo e Salvatore sono occupati con la cosiddetta ‘’pesca alla vela’’ e la loro imbarcazione si chiama ‘’Atlantide’’. Luciano e Renato invece, sono sul ‘’Paradise’’, imbarcazione chiamata ‘’ pa-


Cu avi fortuna e si jetta a mari, chiana cu culu chjnu i calamari

ranza’’ o a ‘’strascico’’. Abbiamo chiacchierato anche con Luciano, fratello minore del signor Gennaro, che come già detto è ancora in attività con la motopesca ‘’Paradise’’. Signor Luciano lei come si è avvicinato alla tradizione della pesca? Già a tredici anni, ero solito dare una mano ai miei fratelli maggiori, che già da tempo lavoravano a tempo pieno per mandare avanti la famiglia. Intorno ai diciassette anni presi il libretto di imbarco, pertanto anche per me da li il mare diventò un vero e proprio lavoro. Da ragazzo, avevo preso questa attività come un gioco, il mio sogno sarebbe stato andare a scuola, ma all’epoca non c’era la possibilità di farlo e quindi dovetti rinunciare a malincuore. Dopo tanti anni a lavorare tutti insieme, da circa otto io, mio fratello Renato e suo figlio Roberto siamo soli sul ‘’Paradise’’.

Che tipo di pesca fate con la vostra barca? La nostra è la pesca con le reti, può capitare di prendere di tutto ma, le specie commerciabili si riducono veramente molto. Un tempo il pescato era maggiore perché c’erano meno barche ma soprattutto meno diportisti, ovvero dilettanti. In oltre si guadagnava di più anche perché c’erano meno restrizioni.

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ideale, questo perché ci sono tipi la pesca del tonno per le piccole imdi pesci che si trovano durante il prese, una cosa che ha messo a dura giorno ed altri durante la notte. Ad prova l’economia della pesca. esempio, occhialoni, gamberi, merluzzi, scampi sono dei pesci diurni, mentre calamari, cernie, e saraghi sono notturni. Certamente le fasi lunari incidono sulla qualità del pe-

sce. Tra noi pescatori è risaputo che il 29 giugno è il giorno in cui la pesca del tonno è più prolifica in quanto c’è la deposizione delle uova. Ci spieghi nel dettaglio come svolge la sua attività. Appena usciti in mare buttiamo la rete, a questa è attaccato un cavo animato di circa 200 metri, a questo sono agganciati due divergenti che servono da bilancia alla rete stessa. Dopo quattro ore la rete si tira su e si continua con questo procedimento. Il nostro guadagno è determinato dalle condizioni atmosferiche. Per tanto nella stagione estiva ci si aspetta di incassare qualcosa in più.

C’è un esperienza che ricorda in maniera particolare? Certamente la pesca del tonno. Dal 2006 per tre anni, nel periodo compreso tra fine maggio e fine giugno siamo stati a largo delle isole Eolie per questo tipo di pesca. E’stata una bellissima esperienza in quanto nonostante si tratti di una pesca un po più pericolosa ci siamo tuffati in questa avventura. La nostra imbarEsiste un orario particolare in cui il cazione si chiamava ‘’Nunzio’’ ma pescato è maggiore? in seguito siamo stati costretti a deDiciamo che non esiste un orario molirla perché lo stato ha annullato

Quali sono i segreti per essere un bravo pescatore? Non credo ci siano dei grossi segreti. Per fare questo mestiere bisogna avere innanzitutto grande tolleranza e spirito di adattamento. In oltre, il rispetto gerarchico è fondamentale.


‘nta tavola e ‘nto tavolinu si canusci u tavulinu

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Il canto del sacrificio Il canto “U leva leva”, interpretato magistralmente dai pescatori nostrani, serviva per accompagnare ritmicamente il lavoro durante la mattanza dei tonni. Il rais era, per così dire, il solista, mentre gli altri pescatori intonavano in coro il ritornello. Il grande regista calabrese Vittorio De Seta sosteneva come quello dei tonnatori fosse “un tempo mitico fatto di musica, suoni, povertà, gioia, disperazione, ingiustizia, amore, dialetto e poesia formato nel corso dei millenni, dove nessuno pensava che questo mondo, da li a poco, venisse spazzato via dal “voodoo” del progresso”. ‘U LEVA LEVA Interpreti: Rocco Cannavino, Salvatore Canduci, Onofrio Lopresti with Registrato live in Vibo Valentia Marina (Calabria) il 3 agosto del 1954 da Alan Lomax e contenuto nella collezione “Italian Treasury - Calabria” dell’omonimo etnomusicologo americano. Toccau! Oh! Tiramu sta barca. (Coro. E leva, leva.) Tiramu sta barca. (Coro. E leva, leva.) Tiramu arrancata Ca ‘ndi pigghiamu Pura ducentu Tiramu arrancata E ‘gghiamu sutta Facimundi sutta A caparazzu / Tiramu arrancata. Oh... Oh... Cala!... La rete!... Cala!... La rete!... (Coro. O leva, leva, leva.) Rispondimu tutti a vuci. (Coro. O leva, leva, leva.) Jamu sutta a caparazzu Preparamudi puru l’uncini Ammazzamu centu pisci Tiramu arrancata Assuccamu cu la riffa Tiramu da li messi In nome di S. Francesco! E viva Gesù. Oh!


Meddju u pani niru ca a fami sicura

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Curiosità marinaresche La tonnara si calava in mare in aprile e si teneva in attività sino a giugno inoltrato con un imponente sistema di reti fisse e mobili, collegato a uno sbarramento che partiva da terra dallo sco¬glio cosiddetto della «catena», perché una grossa catena vi veniva legata attorno per tenere ferma la lunga rete dello sbarramento, che si pro¬tendeva a semicerchio sino a circa due miglia al largo, ove era posta la tonnara vera e propria. Guidava tutte le operazioni, assumendosene le responsabilità, un esperto marinaio anziano, chiamato nel nostro dialetto «arrasu», con molta evidenza storpiato dal termine arabo di «rais». Gli Arabi, infatti, così chiamano colui che svolge funzioni di comando. Bisognava calare le reti, la prima volta soltanto e quelle fisse, in una giornata senza vento e senza «rema», cioè una corrente marina, così chiamata in dialetto pizzitano, che scorre da sud-sud/est. E le campane della cittadina suonavano a stormo quando ciò avveniva e altrettanto face¬vano in occasione della prima mattanza della stagione! Il complesso sistema di reti della ton¬nara era tenuto fermo da pesanti ancore, da grossi blocchi di pietra e legato con solide funi a loro volta legate, in affioramento, a grossi bloc¬chi di sughero e a cilindrici galleggianti di metallo. *(tratto da Calabria Letteraria n. 10,11,12 ott./die. 1984) Le barche della tonnara avevano una loro specifica nomenclatura, a seconda dei compiti che dovevano assolvere: «caparrassu», la barca più grande di tutte, a cui si faceva accostare la rete sollevata per la mattanza; «sceri», cioè l’usciere la barca da cui venivano chiuse le porte attraverso le quali i tonni finivano nella «camera dellamorte»; «colonnitu», la barca che aveva a bordo quattro marinai, sempre intenti a scrutare il fondo dello specchio d’acqua in cui insisteva la trap¬pola: spesso vi lanciavano olio di oliva per vedere meglio i tonni incappati nella rete, stabilendone,approssimativamente, anche il numero; «portanova», la barca che dava le buone novità, poiché era posta all’anticamera della tonnara e segnalava per prima quando i tonni, dopo lo sbarramento, erano entrati e si accingevano a passare nella «camera della morte»; «musciari» erano chiamate tutte le altre barche addette ai più svariati servizi, fra cui quello di trasportare a terra i tonni catturati. Caratteristica era, poi, la litania che i tonnarotti cantavano ai tonni, improvvisando di volta in volta, per chiedere scusa della morte che doveva¬no infliggere loro per necessità, cioè per la so¬pravvivenza dei tonnarotti stessi, delle loro fa¬miglie, della popolazione di Pizzo e del finanzia¬tore della tonnara, tutti economicamente legati alle alterne, rischiose vicende della pesca. Ai tonnarotti, oltre alla paga giornaliera, spettava un premio in denaro per ogni tonno, pesce-spada, sgambirri e palamidi pescati. Essi avevano anche diritto a prelevare un pattuito numero di palamidi e di sgambirri e potevano disporre a loro piacimento di tutti i pesciluna, per mangiarli o venderli. *(tratto da Calabria Letteraria n. 10,11,12 ott./die. 1984)


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Cu prima non pensa dopu suspira


Quantu u culu ‘ntrona a persuna si senti bona

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La lenta involuzione di Vibo Marina, ei fu Porto Santa Venera di Roberto Maria Naso

Quando Nilla Pizzi cantava “Notte a Vibo Marina” era il 1954. Anni belli, di rinascita, ricostruzione, sviluppo. Si usciva da poco dalla guerra e negli occhi e nelle orecchie degli abitanti risuonavano ancora forti le bombe angloamericane della Grande Guerra. Si guardava al futuro carichi di speranza ed orgoglio, partecipi di un sogno che era non solo di questo piccolo centro del profondo sud, ma di tutta la nazione. C’era soprattutto voglia di fuggire dalla miseria e dalla fame, riscattando per sempre gli anni bui da poco passati. Cambiarono tante cose. Anche il nome al paese cambiò, che divenne nell’uso - e mai per decreto Vibo Marina. All’ombra delle fumose ciminiere cresceva il borgo, disordinatamente, tra fabbriche, polvere ed ancora le cristalline acque del mare. Case su case costruite al Pennello, dove la splendida zona di spiaggia, la stessa dei versi della canzone di Nino Grasso da Conidoni, col tempo venne spogliata sempre più di sabbia ed ombrelloni, fino a sparire oggi completamente. Al porto in quegli anni di esplosione di vita, arrivavano gli Agnelli, gli Onassis, i Mike Bongiorno, i Modugno, i Villa, la regina Beatrice d’Olanda, ed i divi di una nuova Italia canterina e del cinema. Al Festival della Canzone di Vibo, partecipava il fior fiore dei cantanti italiani ed internazionali e per qualche anno si svolse anche Miss Italia. La bellezza dei luoghi ancora vergini ed intatti accoglieva i ricchi e potenti personaggi del jet set internazionale, che a bordo dei loro yacht, rendevano frizzante la vita del piccolo borgo marinaro. Il nostro tratto di costa era quello che oggi è in Sardegna la Costa Smeralda. Appoggiati al juke box i giovani operai, allisciati i capelli di brillantina “Linetti” presa all’Emporio Muschella, fischiavano alle belle ragazze che in gruppetti am-

miccanti “strusciavano” festose su corso Michele Bianchi. Che bella era Vibo Marina a quei tempi. Le due stazioni, quella delle Ferrovie dello Stato e quella delle Ferrovie Calabro Lucane formicolavano di gente in arrivo e partenza, trasportando nei week-end giovani vacanzieri armati di ombrelloni, cestini da pic nic e goliardica allegria. Il porto e le fabbriche d’intorno, quando ancora non c’era coscienza dei rischi per la salute, erano avvolti di fumo e polvere, ma erano indice di progresso e crescita, non si badava. Nacque il Nuovo Pignone ed arrivò “gente di fuori” ed il piccolo borgo con ancora le case del terremoto del 1908, quelle in legno, cominciarono a lasciare il passo a caseggiati grandi ed in muratura. La terra battuta lasciò il passo al catrame, e l’eleganza liberty di alcune ville dei primi del ‘900 venne fagocitata da palazzi con coperture in eternit. L’allumino anodizzato ebbe il sopravvento sul ferro battuto, la formica sul legno e le insegne dei negozi in legno cedettero il passo ai neon. Piccoli angoli sopravvissero ancora per poco, la tonnara di via Emilia sparì per fare spazio alla caserma della Guardia di Finanza e, ben presto, con gli anni ci si allontanò da quella breve stagione di frizzante euforia. La cittadina crebbe a dismisura, veloce fu il ricambio di gente, benché sempre positivo fu il saldo demografico. A Vibo Marina non si respirò mai aria di provincia, ma non vi fu mai spirito d’unione. Il pregio di avere gente proveniente da tutti gli angoli del paese, il difetto di non avere una memoria collettiva e radici comuni. Oggi Vibo Marina è come un’incompiuta. Un albero cresciuto male e senza sostegno, con poche e profonde radici. Non valsero i Satriani, i Don Costa, i Don Cantore, fulgidi esempi di umane virtù ad elevarne le sorti, si gal-

leggiò nell’inazione e nel torpore. Si rimase avvinghiati alla matrigna Vibo Valentia che ne tarpò sempre le ali e la voglia di crescere con orgoglio, dignità ed indipendenza. Forse non siamo mai stati maturi per questo passo. Tanti figli di Vibo Marina sono lontani, forse non faranno mai più ritorno, la città che dava lavoro e cittadinanza, oggi non offre più nulla, le molte fabbriche non ci sono più, quelle che rimangono sono sul punto di chiudere, la politica non offre soluzioni, l’economia nemmeno. Si scappa lontani per fame, dignità, nuove prospettive. Rimangono gli anziani, con dentro negli occhi la nostalgia della antica giovinezza e l’orgoglio di sentirsi ancora “portolani”, cittadini di Porto Santa Venere, un paese che non c’è più.


Cu mangia cu du ganghi prestu s’affuca

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PescAttori “portulani” nel film del regista Sabel di Franco Vallone

Nel 1963 nei cinema usciva “In Italia si chiama amore” un film del regista torinese Virgilio Sabel. Un film drammatico, una vera e propria inchiesta che racconta delle vicende dell’amore della provincia italiana. Voce commento fuori campo, di questo film documentario, è il grande attore Nino Manfredi, allora ancora sconosciuto al grande pubblico. Il film è stato girato tra il 1960 e il 1961 in varie zone d’Italia. I due episodi sulla tematica della gelosia, delle irruenze e delle violenze che ne scaturiscono, sono stati girati in Calabria; un episodio a Reggio Ca-

re nel film, attori non professionisti presi sul campo tra pescatori, contadini e popolani. Oltre alle comparse, anche alcuni degli attori principali furono presi dalla strada in tutto il circondario, a Briatico, Vibo Marina e Pizzo, scelti da Sabel per avvicinarsi il più possibile alla realtà. E’ il caso della mitica Letterina Maria De Lorenzo, una signora, esile e smilza, che successivamente e per tutto il resto della sua vita, si portò addosso il titolo di attrice. Anzi, il film intero, “In Italia si chiama amore”, per i briaticesi, diventò e rimase alla mente come “il film di Letterina”. La

labria ed uno a Briatico, dove, come set cinematografico, solare ed esclusivo, gli autori scelsero la marina e l’antica torre di avvistamento la “Rocchetta”. Era l’estate del 1960, proprio l’inizio dei favolosi mitici anni Sessanta, e il regista Sabel andava in giro nei paesi, nelle campagne e nelle marine per cercare le facce giuste, i volti più interessanti, le figure e le comparse da utilizza-

De Lorenzo, nata a Briatico il 9 maggio del 1897, nella sua parte doveva recitare e rappresentare una donna contesa tra due anziani pescatori e far scatenare la gelosia dei due pretendenti. Una gelosia che sfocerà in rabbia, in violenza, in sfida all’ultimo sangue per la conquista della donna. Rocco De Leonardo, pescatore di Vibo Marina, ebbe una parte nel film, come anche suo padre

Nicola di Bagnara Calabra, anche lui pescatore. Nicola impersonava uno dei due pretendenti di Letterina. L’altro pretendente, un uomo dall’aspetto gracile, era un certo Leonardo Trombino di Pizzo. Per quattro giorni e per 5000 lire al giorno per gli attori principali, qualche lira in meno per gli altri, tutti i prescelti attori calabresi parteciparono alle riprese del film. Rocco De Leonardo, come allora vive a Vibo Marina, abita ancora in una casa nei pressi della pineta, a due passi dal mare. Proprio di fronte, oltrepassata la strada, la pescheria di sua proprietà dal nome “Paradise”. Nel suo album della memoria personale ingiallito e fotografico racconta di mare, di pesci giganteschi visti una sola volta, di barche e pescherecci sempre più grandi dai nomi Paradise I e Paradise II, tanto per cambiare. Anni sessanta, anni di stenti ma anche di ripresa economica con tanti sacrifici dopo il buio e le pene della guerra. Rocco oggi, in compagnia di una delle sue figlie, racconta con un sorriso carico di nostalgia della sua prima piccola barca; del padre, attore principale nell’episodio girato a Briatico; degli amici pescatori che hanno partecipato alle riprese. Ci confida di aver cercato inutilmente per quarant’anni il film, cercando in archivi cinematografici un nome diverso da Virgilio Sabel. Solo adesso, si spiega, come mai il film non è stato mai rintracciato. Calabria, il Paese dei bruni, un paese dove i maschi sono maschi veri, dove la mascolinità viene esaltata dal colore della pelle, scura, bruna. Sabel racconta nel suo film - documento un episodio in riva al mare, in quella marina di Briatico che vide nel suo antico passato incursioni e battaglie. E’ il mare della memoria e dei ricordi.


Pilu russu malu culuri: o birbanti o tradituri

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I luoghi e la memoria: Vibo Marina e la tonnara di Bivona Vibo Marina, una volta superato Pizzo, e poi una serie di tornanti che si affacciano capricciosi e imprevedibili su uno specchio di mare di un azzurro profondo, ti viene incontro come una dolce carezza. Con la visione del suo porto, dei silos dei carburanti, delle barche dei pescatori, dei motoscafi, dei lidi affollati nei mesi estivi. Potenza dei contrasti della nostra terra e della nostra

storia. Subito dopo hai come la sensazione che una divinità burlona trasformi la carezza in una sorta di schiaffo. Ponti, sopraelevate, casupole incompiute, villini di una certa pretenziosità, lamiere di quello che resta dell’antico cementificio: la cittadina ti accoglie con un senso di precarietà e di indefinitezza. Resta più un luogo di passaggio e di transito che non un centro dove ci si reca di proposito, per sostare. Santa Venere, una rada scoperta alla fine del Settecento dai naviganti genovesi sorpresi da una tempesta in mare, già nota ai locali da secoli, sorge come porto di Monteleone nella seconda meta dell’Ottocento, ed oggi è un posto emblamatico dei tanti non luoghi prosperati senza un ordine, un progetto e un’idea, quasi a caso. Le costruzioni incompiute e senza intonaco, costruite da chi si è ritagliato quasi a suo piacemento un proprio spazio, sono quasi tutte abusive, prive di servizio, di centri di aggregazione e di socializzazione. Questo luogo, che ho frequentato e abitato, con amore, ha, nonostante tutto, il fascino dei territori di frontiera, dove si muovono persone provenienti da paesi diversi. L’incompiutezza e la provvisorietà esercitano anche il fasci-

di Vito Teti*

no dei posti dove immagini che qualcosa di nuovo e di buono possa accadere. Negli ultimi tempi, dopo tanti anni di disattenzione delle istituzioni locali, l’amministrazione comunale di Vibo Valentia, guidata dal sindaco dottor Elio Costa, si sta ponendo, in maniera seria e concreta, il problema della riqualificazione e della valutazione urbanistica e sociale dell’importante comunità costiera. Non sono addentro a questioni relativi agli interventi di recupero e di risanamento previsti, ma da sempre ho l’impressione che la rivalutazione di Vibo Marina possa avvenire senza sperperi, con poche colate di cemento tanta buona volontà, molta fantasia. Per renderla un posto vivibile e aperto in fondo basta, forse, condonare l’abusivismo generalizzato impegnando i proprietari a terminare le abitazioni, intonacarle e pitturarle con colori vivi e uniformi, circondarle di piante e di fiori. Da tempo, peraltro, i suoi abitanti, i discendenti dei contadini-pescatori, ma anche i tanti arrivati dall’interno che hanno costituito una nuova piccola e midia borghesia, si pongono il problema della rifondazione del loro centro. In realtà, più che un non luogo postmoderno la cittadina genera l’idea di un particolare incontro, di un’originale mescolanza tra di antico e di nuovo, di un «non più luogo» un tempo importante e di un «non ancora luogo» da fondare. Persone giunte da diverse parti dell’entroterra tentano faticosamente di dare una fisionomia, una dignità, un’identità a quello che fino a pochi decenni orsono era una sorta di deserto con una storia di lunga durata alle spalle. Ogni anno la domenica successiva a ferragosto si svolge la processione nelle vie del paese e poi a mare, nello specchio d’acqua del porto, della Madonna di Pompei, il cui culto risale agli anni cinquanta del secolo scorso. La processione, vero e proprio rito di rifondazione e sacralizzazione di un non ancora luogo, non narra (come avviene in tanti altri nuovi centri costieri) però una discesa recente delle popolazioni

lungo la costa. E un rito che reinterpreta, rielabora, reinventa un rapporto antico e consolidato tra l’uomo e il mare. Il culto mariano delle genti di mare ha in questi luoghi una storia antica. Nella vicina frazione di Portosalvo è oggetto di devozione un quadro settecentesco della Madonna di Portosalvo. Il culto della Madonna della Romania a Tropea, una delle città marinare più importanti in epoca medievale e moderna, risale a un arrivo legendario e miracoloso di

un quadro nel VIII secolo. Alla fine del XVII secolo la marina di Nicotera viene scoperta e fondata a seguito del rinvenimento miracoloso nelle acque del mare di una statua della Madonna Immacolata. Le antiche tonnare e la tradizionale cultura del mare. Il folklore religioso dei pescatori, la dimensione magico-religiosa legata alla pesca, i saperi che consentivano un rapporto proficuo con il mare, sono state documentate in questa area da folkloristi e da antropologi (Raffaele Corso, Raffaele Lombardi Satriani, Giuseppe Chiapparo, Luigi M. Lombradi Satriani, Mariano Meligrana). In localalità S. Irene e in località La Rocchetta di Briatico sono presenti due stabilimenti per la lavorazione del pesce risalenti al periodo tra III e il II secolo a. C. Il tonno del mare di Hipponion, subcolonia di Locri (fondata nel VII secolo a C.), che aveva un porto ai limiti della laguna detta «Il Maricello» di Bivona, è famoso nell’antichità, soprattutto in epoca romana. In questo periodo sorgevano, come attestano alcuni reperti, alcune villae probabilmente legate all’attività


16 agricola e peschiera. E’ noto come ai romani fosse molto gradito il garum, una salsa che si otteneva da pesce conservato in salamoia, come avveniva in questa area. Ancora oggi (lo ricorda Maria Tersa Iannelli che a S. Irene ha condotto importanti ricerche di archeologia marina) le uova del tonno vengono lavorate secondo procedure antiche. Un prodotto molto richiesto è conosciuto col termine dialettale vatarico, evidente derivazione del greco tarjchos che indicava in genere il pesce salato. Antonio Montesanti, attento ed appassionato studioso, ha ricostruito la storia delle tonnare nell’area che va dall’Angitola e Briatico. La tradizione della pesca del tonno rimane viva dall’antichità ai nostri giorni, anche se mancano notizie relative al periodo che va dal X al XV secolo. Tra il XIV e il XV secolo si hanno notizie della tonnara di Santa Venere, in prossimità dell’antico porto distrutto nel periodo delle incursioni saracene del X-XI secolo. Al 1445 risalgono le prime notizie della tonnara di Bivona, costruita a ridosso delle mura del castello fatto erigere da Carlo II D’Angiò a difesa del traffico marittimo. Nel corso dei secoli la tonnara cambia ubicazione e viene data in fitto (la proprietà è dei Pignatelli, duchi di Monteleone) a diversi rais. Dalla fine del Seicento alla fine del Settecento viene amministrata dall’Abazia di Mileto, a riprova di un legame economico e produttivo tra zone interne e marine, tra terra e mare. In questo periodo oltre alle tonnare di Santa Venere e a quella di Bivona, lungo la fascia costiera sono attive due tonnare a Pizzo e un’altra a Briatico. All’epoca moderna risalgono molte notizie sul fundaco di Bivona dove viene prodotto il sale per la preparazione e la conservazione del tonno. Saint-Non (1777) e Keppel Craven (1821) ne colgono l’importanza, sottolineando la bellezza dei luoghi, la bontà e la delicatezza del tonno. Nel corso dell’Ottocento la tonnara cambia diverse volte proprietari e gestori (dalla metà dell’Ottocento i de Carolis e, infine, i Gagliardi). La costruzione dell’ultima tonnara di Bivona, ancora in buono stato di conservazione, viene realizza-

si u populu non parra u previti si marita

ta in diverse fasi a partire dagli anni ottanta dell’Ottocento. Nell’edificio, la tonnara di terra, l’area posta sull’arenile, così definita per distinguerla dalla tonnara di mare (il reticolo di reti che creava la trappola per i tonni nel mare), vi erano - e talora sono ancora distinguibili - zone destinate all’amministrazione, ai depositi delle salagioni, alle reti, alla pesatura, al lavaggio del pescato, al rimessaggio dei barconi, ai dormitori dei pescatori, all’abitazione della famiglia del rais. Al piano superiore vi era l’appartamento gentilizio del

proprietario, la sala del the, la camera da fumo e della servitù. Da un balcone vista mare si comunicava con i pescatori impegnati nella cattura del tonno tramite bandiere o numeri. I pilastri in legno di quercia della loggia, realizzati da un maestro d’ascia calabrese, costituiscono un reperto di grande pregio artistico e valore storico-artistico. In una casetta accanto vi era il fundacu, dove si depositava il sale necessario alle salaggioni. Nella palazzina era costruita anche una cappella dedicata a Sant’Antonio di Padova, patrono della Tonnara, festeggiato a giugno, la cui venerazione si deve probabilmente ai primi rais giunti a Bivona dalla Sicilia. Vi era anche una piccola statua di S. Francesco di Paola (come quella di S. Antonio ben conservata), altro santo protettore delle tonnare e dei pescatori della zona. Il primo tonno pescato veniva donato ai frati francescani di Pizzo, città di cui il santo è patrono. La pesca del tonno restava un’attività incerta, il cui protagonista era un animale irrequieto, trasmigrante, leggendario e mitico, la cui cattura doveva avvenire con attente preparazioni di ordine pratico, ma anche con una forte sensibilità magico-religioso. Come il maiale per il contadino, il tonno per il pescatore

era un animale sacro. La sua uccisione, cruenta con versamento di sangue, costituiva insieme un sacrificio, una festa, un rito di propiziazione. Era il racconto di una morte, quella dell’animale, da cui derivava la vita di tante persone. La fine di un mondo e il recupero della memoria All’indomani dell’unificazione nazionale in Calabria la gente di mare superava di poco le seimila unità, delle quali 1471 erano i pescatori distribuiti nei centri costieri di Paola, Pizzo, Tropea, Nicotera, Bagnara. Pizzo e Bivona, la cui tonnara è la più importante del Mezzogiorno d’Italia e della Sicilia dopo quella di Favignana, nella seconda metà dell’Ottocento realizzavano (come ricorda Piero Bevilacqua) in media 2000 quintali di pescato. Queste coste erano popolate quando ancora il mare calabrese si presentava come un ininterrotto deserto. L’ultima mattanza al largo della tonnara di Bivona - a seguito di grandi trasformazioni e innovazioni tecnologiche, commerciali, produttive - avveniva nel 1947. Nel 1957 chiudeva anche la tonnara di via Emilia a Vibo Marina che aveva iniziato la sua attività nel 1928. Finiva, così, una storia millenaria di economie, tecniche, saperi, tradizioni, culture legate alla pesca del tonno che hanno assicurato la sopravvivenza di generazioni di persone, reso famoso in tutto il Mediterraneo questo territorio. Con la chuisura delle tonnare il mare ridiventava (per molti versi lo è ancora) lontano anche in questa zona. Un territorio faticosamente riconquistato in epoca moderna veniva di nuovo perduto. Salvo ad essere accolto in anni recenti in forme spesso devastanti, violente, sacrileghe. All’identità forte e peculiare del passato finalmente si torna a fare riferimento, in maniera seria e propositiva, dopo decenni di dimenticanze. Per iniziativa dell’amministrazione comunale di Vibo Valentia e della Pro Loco, impegnate in un’opera di salvaguardia, recupero, valorizzazione della tonnara è stata allestita una bella mostra storico-fotografica. L’importanza dell’evento è accentuata dal fatto che luogo dell’esposizione è l’antica tonnara, miraco-


U monacu chi fujia sapia i cazzi soi

losamente salva, in attesa di un totale recupero, collocata al centro della località turistica meta di tanti vibonesi e forestieri. La tonnara monumento artistico e di archeologia marinara si offre essa stessa come itinerario, documento e segno di un’epoca e di un territorio. L’amministrazione comunale (con la collaborazione della Sovrintendenza ai Beni monumentali e della Provincia) sembra motivata a fare di questo luogo (la proprietà e del Comune) una sorta di Museo aperto, un centro di iniziative e ricerche, sulle pratiche e sulle culture marinare. Sono previste la creazione di una sezione di archeologia marina e di percorsi didattici, la ricreazione di tutti gli ambienti, degli oggetti e dei materiali del passato. Sono conservati in ottimo stato cinque barconi di fine Ottocento, donati alla città dalla famiglia De Riso-Gagliardi, un piccolo rimorchiatore «Caterina» (da Caterina Gagliardi), costruito a inzio Novecento, la prima barca a motore della zona, adoperata per trasportare le barche a mare, che

17 introdusse molte innovazioni nelle tecniche di pesca. In una terra di iniziative effimere, stagionali, occasionali il Centro dovrebbe costituire un luogo stabile di richiamo turistico e di promozione culturale e anche di valorizzazione di nuove professionalità. Anche stabilendo rapporti con istituzioni culturali, pubbliche e private, a cominciare dal bellissimo e originale «Museo del Mare», che da anni Giuseppe Procopio va realizzando, con amore e in solitudine, nella vicina Pizzo. Il Centro dell’identità marinara potrebbe diventare punto di riconoscimento di un luogo dove, nonostante le grandi trasformazioni, la pesca continua ad avere una sua rilevanza economica e sociale, il tonno viene prodotto e commercializzato da importanti e rinomati operatori del settore, il pesce viene cucinato in maniera eccellente, e il mare resta bello, nonostante devastazioni compiute nella zona negli ultimi anni. Una lezione arriva dal passato: il mare è vita e risorsa a condizione che venga rispet-

tato, salvaguardato, protetto. All’inaugurazione della mostra parteciperà anche Nunzio Canduci, ultimo rais della tonnara. Ho visto alcune sue foto: ha lo sguardo attento e profondo dell’uomo di mare, di chi ha fissato dalla terra l’orizzonte marino e dalla distesa marina ha sognato un approdo. Potrebbe essere una delle metafore di una terra che ha bisogno di camminare, custodendo la memoria del passato, affermando un nuovo sentimento dei luoghi. *Vito Teti è ordinario di Etnologia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università della Calabria, dove ha fondato e dirige il Centro di Antropologie e Letterature del Mediterraneo. I percorsi della costruzione identitaria, il motivo della melanconia e della nostalgia, l’antropologia dei luoghi e dell’abbandono, il rapporto antropologia-letteratura sono al centro della sua scrittura. È autore di reportage fotografici e ha realizzato numerosi documentari etnografici in Calabria e in Canada per conto della Rai.


Gatta presciarola fici i fiddji orbi

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” Guarda che mare, come salvare una risorsa” di Silvio Greco*

Il consiglio è sempre lo stesso: informatevi, fate domande, chiedete al vostro pescivendolo di fiducia da dove arriva il pesce che vi propone, come è stato pescato, e se è stato allevato con che tipo di acquacoltura. Forse la prima volta lo troverete impreparato, ma siamo sicuri che le vostre domande potranno stimolare anche la sua curiosità. Se siete fortunati e vivete vicino al mare fate conoscenza con un pescatore, sarà un ottimo punto di riferimento. Sappiamo che non è facile trovare le informazioni che cercate e sul pesce in particolare le ricerche non sono ancora sufficienti (uno dei grandi buchi della conoscenza umana è legato proprio alla consistenza degli stock di pesci e alla loro quantificazione rispetto ai vari mari del pianeta). Per questo l’impegno di Slow Food va oltre l’evento e continua tutti i giorni con la campagna internazionale Slow Fish. Oggi vi proponiamo una sintesi (tratti da Guarda che mare, come salvare una risorsa di Cinzia Scaffidi e Silvio Greco, edito da Slow Food Editore) dei principali sistema di pesca e di quale sia il loro impatto indicando nell’ecosistema acquatico. Un aiuto in più nel ponderare le nostre scelte. Lo strascico Attività parecchio importante nella pesca italiana per volume di cattura, rappresenta circa il 30% della flotta peschereccia. I pescatori italiani hanno talmente migliorato tecniche e attrezzature da fare scuola, nel Mediterraneo e in altri mari. Può essere effettuata a una distanza di almeno un miglio e mezzo dalla costa e in ogni caso a profondità superiori ai 50 metri. Si basa sull’utilizzo di reti zavorrate da pesanti carichi e dotate di cavi laterali – detti calamenti – che raschiano i fondi marini. Strisciando sul fondo alzano due muri di fango e sabbia e creano un canale

interno di acqua più limpida. I pesci non sono in grado di comprendere che è possibile nuotare attraverso le acque più torbide e si comportano come se quella zona di sabbia fosse davvero un muro invalicabile. È così che finiscono nella bocca della rete. Le principali specie catturabili con queste reti sono: gamberi rossi, gamberi rosa, scampi, canocchie, triglie, naselli, pagelli, saraghi, sogliole, rane pescatrici, palombi, seppie, calamari, moscardini, polpi. La pesca a strascico è quella maggiormente accusata di illegalità, in particolare nel periodo di riproduzione della triglia (agosto-settembre), in quanto per catturare triglie sotto taglia, richieste dal mercato, è comune che in alcune zone del Paese le imbarcazioni eludano le regole comunitarie entrando nelle aree protette occupate dal poseidonieto (Poseidonia oceanica, una pianta acquatica che forma praterie che ospitano molti organismi) e da tutto il substrato bentonico (costituito dai fondali marini e popolato dal benthos). Qui la rete fa danni inestimabili comportandosi sul fondale come un aratro, alte-

randone la superficie e distruggendo gli organismi che lo abitano. Allontanandosi dalla costa invece, i fondi sono in genere sabbiosi o fangosi, per cui è possibile catturare gli organismi che sono l’obiettivo della pesca (gamberi, scampi ecc.) senza particolari danni all’ambiente. La circuizione La pesca a circuizione si avvale di un’ampia parete di rete disposta in modo da

circondare il banco di pesci. Sono reti che possono raggiungere 800, talvolta 4000 metri di lunghezza e 300 di altezza. Quando il pesce è circondato, i pescatori tirano una cima posta sul fondo della rete e ne chiudono all’interno gli animali. Le specie catturate con questo tipo di pesca sono acciughe, sarde, sgombri, suri e più in generale per tutte le specie pelagiche (ovvero quelle che

vivono a stretto contatto con la superficie del mare). Una delle più tradizionali forme di pesca si avvale di forme luminose, denominate lampare, che permettono di richiamare in prossimità delle barche i banchi di pesce. Le reti a circuizione possono essere utilizzate anche di giorno su banchi di pesce localizzati grazie ai sonar. Per la pesca dei tonni si usa poi un tipo speciale di rete a circuizione detto, come l’imbarcazione, tonnara volante. La pesca artigianale Si definisce piccola pesca o pesca artigianale quella esercitata, sia in mare sia in acqua dolce, da imbarcazioni di lunghezza fuori tutto inferiore ai 12 metri e di stazza lorda inferiore alle 10 tonnellate, che non utilizzino il motore trainante nell’azione di cattura. Molto diffusa sul territorio nazionale, presenta caratteristiche fortemente connesse agli aspetti morfologici ed ecologici delle aree in cui svolge. In linea di principio dunque è un’attività che può interagire con l’ambiente marino in modo sostenibile, bisogna però evidenziare alcuni fattori critici che possono aumentar-


U cani muzzicca sempi u sciancatu

ne l’impatto ambientale. Buona parte della pesca artigianale viene praticata entro 2 miglia dalla costa, proprio le acque in cui la maggior parte delle specie si riproduce. Inoltre, a livello professionale, questa pesca è ormai in grado di prelevare grosse quantità di pescato, rispondendo alle logiche imperanti di mercato che impongono di recuperare i costi fissi portando a terra il più possibile. Certo è che alcuni dei sistemi di pesca artigianale possono ritenersi attività di prelievo all’avanguardia per quanto riguarda sia criteri ecologici sia economici. Ed ecco i principali sistemi utilizzati: Le reti da posta formano uno sbarramento sul fondo alto da un minimo di un metro e mezzo fino ad alcuni metri nel caso di cattura di pesci pelagici. La loro caratteristica, in generale, è di essere minimamente impattanti sull’ambienta marino costiero.

19 La sciabica si usa soprattutto nel periodo invernale ed è simile a una rete da circuizione costiera e da raccolta per pesci pelagici, Sparidi e per pesche speciali come quella del rossetto. Le nasse, sorta di trappole da calare sul fondo spesso con un’esca all’interno, sono attrezzi di antichissima tradizione utilizzati sia in acqua dolce (le più comuni nasse da acqua dolce sono i cogoli e i bertovelli) per la cattura delle anguille, sia in mare per la pesca dei crostacei (gamberi, aragoste, astici), dei molluschi (polpi, seppie), nonché di pesci di specie pregiate di alto valore economico (orate, saraghi).

ca. Come si può capire, è un sistema di pesca fortemente impattante sull’ambiente marino, dal momento che ara i fondali sabbiosi e cattura senza selezione tutti gli organismi che vi abitano. I rastrelli sono attrezzi che possono essere trainati sul fondo marino a mano o da piccole imbarcazioni. Quelli da natante sono impiegati soprattutto per la pesca delle telline, quelli trainati a mano per la cattura delle vongole veraci. Infine, alcuni pescatori professionisti subacquei sono autorizzati alla pesca del corallo e degli bechinodermi (i ricci di mare); altri alla pesca di lamellibranchi (cannelli), con l’uso di una piccola asta di acciaio su bassi fondali sabbiosi.

Strumenti utilizzati quasi esclusivamente dalla pesca artigianale sono gli

Il tremaglio è, tra queste, la rete più utilizzata, formato da tre tipi di maglia di varia pezzatura assemblati, è uno strumento passivo: è il pesce con il suo movimento che si impiglia nella rete e non viceversa. Altri tipi di reti da posta prendono il nome dalla specie di pesce a cui è mirata la cattura: nasellare, sogliolare, trigliare, calamitare. Le reti a imbrocco con una sola parete impigliano i pesci stringendoli per l’opercolo (lo scudo osseo che protegge le branchie), mentre le reti incastellate uniscono le caratteristiche del tremaglio e dell’imbrocco monofilo e sono utilizzate nella cattura delle specie pregiate, degli Sparidi e delle seppie. Tra le reti da posta ci sono poi quelle derivanti: si calano in mare lasciandole libere di seguire l’azione delle correnti ma, essendo collegate a galleggianti, sono facilmente individuabili. Le reti volanti o pelagiche si trainano a mezz’acqua o sfiorano appena il fondo e offrono la possibilità di pesca a diverse profondità anche su fondali rocciosi. In Italia, sono diffuse in particolare nella zona adriatica per la cattura di alci, sardine, sgombri e aguglie.

attrezzi con ami: lenze per la cattura dei tonni, palangari di fondo, semipelagici e di superficie. Per i molluschi lamellibranchi (bivalvi, come le vongole), si utilizzano, principalmente in Adriatico, le draghe idrauliche o turbosoffianti: si comportano come grandi rastrelli fissati alla poppa della barca che dragano il fondale; la barca è ancorata a poppa e tramite un argano e traina la draga per il tratto consentito dalla lunghezza della catena dell’ancora. La sabbia e il fango, accumulati dall’attrezzo durante il suo avanzamento sul fondo, sono spinti fuori con getti d’acqua pompati a forza nel sistema, mentre i molluschi sono trattenuti da una griglia metalli-

*Silvio Greco è membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Biologia Marina, è socio dell’associazione Italiana Oceanografia e Limnologia. Attualmente è delegato Italiano allla CIESM (Commissione Internazionale per lo studio del Mediterraneo), Membro della COI (Commissione Oceanografica Internazionale), Rappresentante del Ministro dell’Ambiente. È Presidente di Slow Food Calabria.


Lardo e pisci chju ‘ndi teni e chju ‘ndi smartisci

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Inversioni di tendenza: Calabria a kilometro zero LA CUCINA MARINARA DELLA SIGNORA TINA Rigatoni pesce spada e melanzane

Involtini di spatola

Ingredienti per 4 persone: -400 gr. di rigatoni -300 gr. di pesce spada -mezza melanzana - mezzo kg. di pomodori pelati -aglio -olio -sale -pepe nero -vino bianco secco -prezzemolo

-1 spatola di circa un kg. -ricotta -pepe nero -pecorino -aglio -olio di oliva -sale -prezzemolo

Fare asciugare il pesce spada, dopodiché tagliarlo a cubetti e fare soffriggere aggiungendo olio ed aglio. Sfumare con il vino bianco. Aggiungere il pomodori pelati e fare cuocere insieme ad un pizzico di pepe nero. Nel frattempo soffriggere la melanzana tagliata a cubetti e metterla da parte. Dopo aver cotto la pasta, saltare il tutto in padella aggiungendo un filo di olio di oliva ed una spolverata di prezzemolo.

Spaghetti alla bottarga

Ingredienti per 4 persone -400 gr. di spaghetti -2 teste di aglio -olio di oliva -un dado vegetale - succo di mezzo limone -buccia di limone -bottarga grattugiata -formaggio Dopo aver pulito la spatola, selezio- -prezzemolo narla in fettine. Arrotolare dal lato pelle riempiendo con tutti gli ingre- Tritare le due teste di aglio insieme dienti. Bagnare gli involtini nell’uo- al prezzemolo e soffriggere con olio vo e nel pan grattato, quindi frigge- di oliva e dado vegetale. Aggiungere il succo di limone filtrato, la bottarre. ga grattugiata e la buccia di limone. Cuocere gli spaghetti e saltarli nel sughetto insieme ad un po di acqua della bollitura. Spruzzata finale di formaggio e prezzemolo.


A tavula e a muddjeri ‘mbicinati chi boni manieri

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Il tartufo made in Calabria: specialità inimitabile. La Gelateria Enrico, fondata nel 1979, può zo, la nocciola imbottita le loro specialità, essere considerata come la “sweet eco- preparate abilmente con materie prime nomy” calabrese. Nel 1979, infatti, Enrico pregiate e da qualche tempo riconosciute Penna insieme alla moglie Concetta Esposito inaugura l’omonima gelateria alla marinella di Pizzo, una zona periferica e lontana dal centro storico.

“Ai tempi – ci fa sapere orgoglioso il figlio Domenico – un gesto del genere era considerato una vera pazzia. Mio padre, però, sicuro delle sue capacità e dei propri mezzi decise di tentare la sua nuova avventura imprenditoriale e nel giro di qualche anno la gelateria divenne punto di riferimento per i numerosi turisti e per i cittadini”. Una sfida vinta, dunque, in linea con la tenacia e la cocciutaggine calabrese. La fantasia e le mani sapienti dei maestri gelatieri interpretano accuratamente la vera specialità della tradizione pizzitana. Il tartufo di Piz-

anche a livello mondiale. “Per fare questo – continua Domenico siamo rigorosi nella ricerca delle migliori materie prime che la natura ci può fornire, come il latte fresco di alta qualità e di soli allevamenti italiani, le uova fresche, frutta matura e saporita, cacao e cioccolato selezionati e provenienti dai migliori produttori nazionali. Per noi – conclude - è importante utilizzare solo ingredienti amici della salute e dell’ambiente”. Inizialmente la produzione riguardava solo la vendita di gelati presso la sede della gelateria ma ben presto Enrico iniziò a far assaggiare ai ristoratori della zona i prodotti. E fu subito successo, tanto da riuscire a cambiare il trend commerciale, che fino ad allora vedeva primeggiare solo prodotti di tipo industriale. L’azienda oggi guidata dai figli, probabilmente è stata la prima in Calabria ed in Italia a produrre il Tartufo

di Pizzo da distribuire presso per il canale “HO.RE.CA”. Agli inizi del 2000 Enrico Penna insieme al figlio Domenico trasferisce lo stabilimento produttivo in Via Nazionale a Pizzo, specializzandosi nella produzione di dessert artigianali di alta qualità. Oggi la produzione della Gelateria Enrico si articola di diverse linee produttive e diverse specialità di gelato, che vanno dal Tartufo di Pizzo, alla Nocciola imbottita, passando per la Cassata gelato e le Monoporzioni in vetro, più ovviamente tutta la bontà del classico gelato mantecato.



Pubblicazione rivista culturale "Raisìa - appunti e leggende di mare e marinai"