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indice Editoriale di Nico Menchini

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Il Grimorio intervista le sue fantasmagoriche illustratrici

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Scontro fra Potenze di Jessica Tommasi

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I Grimoriani

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I Morti di Hamelin di Camael Virtus

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L’Immaginario di Tolkien di Nicola Moracchioli

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L’Angolo delle Poesie

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L’Aforisma Criptato di Aurelio Andriani

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La Guerra di Danas ep.2 di Aurelio Andriani

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Neve Vestita di Nero di Valerio Vozza

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l’editoriale di Nico Menchini

“Un Anello per domarli, un Anello per trovar-

li, un Anello per ghermirli e nell’oscurità incatenarli.” Con queste parole il malvagio Sauron celebrava l’avvenuta forgiatura dell’unico anello; parole in grado di evocare, non solo negli appassionati di Tolkien e delle sue opere, il romanzo Il Signore degli Anelli e i variegati paesaggi della Terra di Mezzo. Potremmo ben dire che quell’anello è riuscito a “stregare” generazioni di lettori per decenni, e probabilmente lo farà nei secoli a venire. Infatti, le opere del Professore non solo hanno gettato le fondamenta del fantasy classico, ma hanno costruito un vero e proprio reame fantastico, popolato di orchi, hobbit, uomini, elfi, nani e molte altre creature leggendarie, a cui hanno attinto a piene mani gioghi di ruolo e di miniature, videogames, fumetti, serie tv e…chi più ne ha, più ne metta. Anche noi de Il Grimorio del Fantastico, nel nostro piccolo, abbiamo voluto omaggiare Tolkien con racconti brevi e poesie ispirati non solo al suo immaginario, bensì al concetto chiave che è alla base della sua intera produzione: il fantasy come evoluzione moderna della fiaba. Sì, perché, tra le molte innovazioni, quella principale apportata dal Nostro nel campo della narrativa fantastica è l’aver dato spessore ai luoghi e ai protagonisti principali delle fiabe.

In questa narrazione di origine popolare i personaggi incarnavano dei valori o dei difetti, secondo dei ruoli ben riconoscibili come il protagonista o l’aiutante, ma non avevano una storia alle spalle; poco, infatti, si sapeva sull’origine della loro razza, sul loro retaggio, sui sentimenti che provavano o sui regni in cui vivevano. Tolkien, al contrario, ha preso l’analisi introspettiva della letteratura psicologica del novecento e l’ha sposata con la fiaba. Il risultato lo conosciamo tutti molto bene. Uno dei racconti che vi proponiamo, in particolare, è ispirato proprio a una fiaba classica; si tratta de “I morti di Hamelin” di Camael Virtus, che narra una versione alternativa e sicuramente più lugubre del Pifferaio magico. Un testo che ha vinto a pieni voti la prima competizione letteraria intitolata al nostro magazine, il Grimorio Team Contest, organizzato da Valerio Vozza e giunto già alla seconda edizione. Inoltre, abbiamo il piacere di annunciarvi anche la nascita della relativa pagina Facebook, grazie alla quale potrete restare aggiornati sulle novità del Grimorio, sui contest relativi, inviare commenti, lettere per lo spazio della posta o proporre i vostri racconti e poesie. Ovviamente, sono ben accette anche le candidature per entrare a far parte del nostro staff.

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Che siate scrittori, editor, grafici, illustratori o poeti, il Grimorio vi aspetta! https://www.facebook.com/grimoriodelfantastico/ Ora non mi resta che augurarvi buona lettura, Grimoriani. E che la fantasia sia con voi!

Nico Menchini


Scontro fra Potenze di Jessica Tommasi

Il nano avanzava tra le pietre e le radici della foresta nera come un orso stremato verso la morte. L’alta cresta arancione che portava sul capo si agitava al suo passo, impregnata da un’intensa puzza di grasso, tale da ricordare al suo cuore di guerriero il disonore per aver infranto un giuramento: un’onta che tormentava ogni giorno il suo animo. Nude le membra al vento che sferzava e ululava fra gli alberi, sospinto da chissà quale stregoneria. La lunga barba color del fuoco raggiungeva le ginocchia robuste, simili a colonne. Era basso, come ogni nano, ma il suo corpo tozzo e massiccio gli conferiva una forza e un’aura di volontà che nessun altro essere avrebbe potuto ostentare. Trascinava un’enorme ascia bipenne con estrema disinvoltura, quasi fosse una piuma, facendo affidamento esclusivo sulla presa della sua mano fiera, che pareva non accorgersi del peso dell’arma; esso era tale da richiedere ben più di due robuste braccia umane per essere vinto. Invece l’arto sinistro era accompagnato da un martello da guerra, la cui testa riportava incise numerose rune. Duro era il suo sguardo, di un grigio spento, nuvole addensate sui monti titanici di un orizzonte distante, perse nei ricordi. Anelli e bracciali d’oro, cesellati di

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simboli di redenzione e onore, coprivano il suo corpo bronzeo: unica protezione, oltre al perizoma che indossava, che celasse i tagli e le ferite che innumerevoli aberrazioni della terra avevano segnato su di lui. Lo sventratore avanzava, con fame e tenacia, abbattendo gli alberi che ostacolavano il suo cammino o che, semplicemente, servivano da bersaglio per sfogare la sua rabbia repressa, provocata da ciò che aveva compiuto. Nessuno poteva sapere quale atrocità avesse commesso, quale giuramento avesse infranto, ma non v’era alcuna creatura che dubitasse della serietà con cui egli serbava quella memoria durante il suo viaggio. La morte cercava e la morte avrebbe trovato, per lavare la macchia che, terribile e cupa, si era abbattuta come una lama sull’arazzo della sua stirpe, tingendolo di rossastra linfa: con il sangue era stato sporcato, con il sangue sarebbe stato lavato. D’un tratto, un immenso ruggito proruppe alle sue spalle. Si girò senza fretta e il suo sguardo vitreo si accese con un luccichio di follia e furia; un sorriso, messaggero d’insensata gioia, gli si dipinse sul volto: un orco! La bestia gigantesca, dalle zanne tinte del rosso delle sue vittime e coperta di acciaio trafugato dai cadaveri delle stesse, brandiva un’ascia gigantesca, ancor più grande di quella del nano ma con una sola, titanica lama spezzata. La pelle color verde scuro, quasi nera, mostrava le vene che si alzavano e abbassavano come portanti onde di furore e selvaggio istinto distruttivo. Con un tuono di rabbia l’orco, dagli occhi accesi di un rosso ardente, si gettò sullo sventratore; questi si tuffò di lato per schivare il colpo d’ascia del mostro, che si andò ad abbattere su un tronco d’albero caduto, distruggendolo letteralmente. Rabbioso e folle, il nano saltò sul suo avversario, calando il martello sulla sua schiena. Un suono di ossa frantumate echeggiò fra gli alberi, amplificato dal sibilo incessante del vento. Il pelleverde parve non farci caso e, voltandosi con uno scatto, afferrò il cercatore

di morte per la cresta e fece vibrare la sua lama su di essa, fino a reciderla in parte. Colto dalla follia per la perdita del simbolo del suo voto di redenzione, il mezz’uomo raggiunse con un balzo il capo del nemico e sferrò una violenta testata sulla sua fronte, tanto da fargli schizzare il sangue fuori dalle narici. Un ruggito, un tronco di membra verdastre agitato nell’aria, e il nano venne scaraventato lontano dall’orco, atterrando di petto sul terreno duro che, inaspettatamente, si aprì in un varco nero. Una voragine si dischiuse, trascinando lo sventratore, spinto dalla terra e dalle pietre che graffiavano il suo corpo, fino a una piccola piana incastonata nel monte ove risiedeva il bosco. Senza avere il tempo di comprendere l’accaduto, il guerriero si scansò in extremis per evitare la rabbia dell’orco che l’aveva seguito, incurante del pericolo, nella galleria richiusasi alle loro spalle. Persino la bestia verde si fermò a riflettere per un momento; si erano ritrovati in una sporgenza, una piana di roccia sigillata, per uno scherzo del destino, a un versante del monte mentre, sopra di loro, troneggiava una ripida parete di pietra. Giacevano inconsapevoli sotto lo stesso orizzonte, con una meta comune: la morte. Un precipizio senza fine. Il vento continuava a sferzare i loro corpi: non vi erano più gli alberi a fare da scudo alle membra imponenti. Lo sguardo dei due avversari si incontrò; il mezz’uomo fece passare la lama della sua scure sulla testa del martello in segno di sfida. L’altro, sorridendo di folle furia omicida, batté a terra la sua arma. Sarebbero morti, non vi era via di scampo, ma il solo pensiero della selvaggia battaglia tingeva i loro volti d’insana gioia. Ghignando d’odio, l’orco si abbatté sul nano, che fermò l’impatto della lama nera con la testa del maglio. Una scossa violenta gli attraversò il braccio, mentre l’altro arto mosse in risposta la bipenne, sganciando un montante adirato.


Stavolta era riuscito ad aprire una breccia nel petto del nemico, da cui iniziò a sgorgare copioso sangue vermiglio. Ciononostante, il pelleverde non si mosse, ma mise ancor più forza nella sua ascia, spingendola fino a fare inginocchiare su di una gamba il nano, che dovette porre anche l’altra arma in aiuto del martello. I muscoli allo spasimo, le vene parevano pronte a scoppiare, nuvole di condensa rabbiosa si agitavano sui loro volti, scomparendo nel vento gelido. Lo sventratore, rapido, si spinse allora in avanti, sgusciando fra le gambe divaricate dell’orco, che si ritrovò a terra, alimentato dalla sua stessa rabbia. Questi fece appena in tempo a voltarsi che già stava rovinando su di lui la barba rossiccia e ispida del mezz’uomo, simile a un guizzo di fiamma svolazzante nel vento. D’istinto pose l’acciaio dell’arma dinnanzi a sé, fermando l’implacabile martello e la scure assetata. Entrambi ruggirono come due belve feroci pronte all’assalto finale, poi il pelleverde si rialzò e staccò con un morso bestiale un brandello della carne dell’avversario. Quindi, senza attendere una contromossa, si avventò furiosamente su di lui, facendolo arretrare fino al ciglio della sporgenza con fendenti decisi e inesorabili assalti. In quel preciso istante il nano comprese che era finalmente giunto il suo momento, il frammento di tempo che gli Dei progenitori gli avevano concesso per redimersi. Sorprendendo l’orco, ignorò la sua ascia, si gettò su di lui e lo tirò con sé nel precipizio. La lama nera recise di netto il suo braccio sinistro, che precipitò con loro e con il martello, che ancora stringeva, nel vuoto. La spalla, violentemente privata dell’arto, prese a sanguinare copiosamente. Eppure, nonostante il dolore lancinante, aveva in corpo una quantità tale di adrenalina da fargli pensare solo al combattimento. Durante la caduta, incapaci di fermare la furia selvaggia nella gioia sfrenata della battaglia, i due non smisero di

battersi, avvinghiandosi in una morsa come a voler stritolare l’altro nella propria forza. Ancora a metà del precipizio, il nano menò una testata all’orco, per poi spaccargli il cranio con l’ultimo, esausto fendente della propria bipenne. Mentre il corpo del pelleverde continuava ad agitarsi nel vuoto, colto dagli spasmi dell’ultimo viaggio, lo sventratore si lasciò andare: petto e volto rivolti al cielo, intenti a osservare con cuore e occhi il sangue del suo corpo che, fuoriuscendo incontrollato dalla ferita, si disperdeva nell’aria circostante come in un sogno irreale. Cadeva il nano, cadeva nell’abbraccio gelido e piacevole della redenzione trovata: il suo Dio lo aveva visto, ne era certo. E finalmente una lacrima, solitaria e cristallina, sgorgò dai suoi occhi grigio nuvola per unirsi alla scia di sangue, come la coda di una stella cadente che aveva trovato pace, dando alla sua anima, infine, voce. Addio Sventratore, addio Cercatore, hai trovato la Redenzione, hai risanato l’Onore. Nella pietra il tuo Nome non sarà circoscritto dal tempo bensì rimarrà impresso nelle Ere avvenire, idilliaco momento…


I Morti di Hamelin di Camael Virtus

“Nell’anno 1284, il giorno di Giovanni e

Paolo, centotrenta bambini nati ad Hamelin furono sedotti da un pifferaio magico e furono persi nel luogo dell’esecuzione vicino le colline.” Così era scritto su una stele ad Hamelin, nella strada dove solo un unico flauto poteva interrompere il silenzio. Avevo deciso di indagare sulle radici di questa favola lugubre e strana della Bassa Sassonia e scoprire perché tutti quei bambini fossero stati lasciati morire. E ciò che scoprii fu troppo per me. Non c’era mai stato nessun pifferaio a condurre i piccoli cittadini in un baratro scuro, erano stati i loro genitori stessi a rinchiuderli; in un’epoca in cui le malattie erano i messaggi del male, era comune combattere i morbi con gesti estremi. Ciò che a quel tempo non sapevo era che oltre alla malattia, qualcosa di soprannaturale e orribile aveva intaccato quei bambini. E fu sufficiente che in quella strada maledetta, oltre al suono del flauto incastrato nella stele e suonato dal vento, io eseguissi un’altra melodia per infrangere l’incantesimo. Una musica diversa, che si scontrò con quella ormai storica e immortale. Le montagne iniziarono a tremare. Le rocce iniziarono a cadere. Quando nel fianco terroso si aprì una breccia, l’inferno impestò tutte le vie di Hamelin con un tanfo insopportabile. La puzza della morte era ovunque.

La prima cosa che pensai fu che quei bambini fossero tornati per vendicarsi, che le loro anime fossero tornate per punire i discendenti di coloro che li avevano lasciati morire in una grotta, malati e deliranti, soli e spaventati. Ma non era così. Nessuno era mai morto imprigionato fra le rocce. E fu una conseguenza che mai avrei potuto prevedere. Erano passati più di sette secoli, ma quei corpi non erano diventati ossa. Fui il primo a vederli, piccoli e spaventosi, uscire dalla bocca della grotta come demoni. Zombie. Se non li avessi visti, non ci avrei mai creduto. I loro corpi sembravano morti da solo due giorni, perdevano pezzi di carne marcia insieme a vermi bianchi agitati, che cercavano di divorare quanto più cibo potessero, e al posto del pezzo di carne perso ne ricresceva un altro, nuovo e pronto per essere divorato da altri vermi. Sembravano infiniti, come infinite erano le mosche che si affaccendavano negli occhi, nella bocca e in qualsiasi luogo nascosto di quei corpi che fornisse loro cibo. Rimasi paralizzato a quella vista, le gambe non volevano muoversi. Avevo ancora in mano il flauto e quegli esseri sembravano puntarlo, indicarlo debolmente con le loro braccia marcescenti, sibilando qualcosa d’incomprensibile. Scappai in casa e loro lentamente mi seguirono. Non capivo come potessero riuscirci se 10


i loro occhi erano invasi dagli insetti e i loro corpi dai vermi. Io li avevo risvegliati e adesso loro volevano divorarmi. «Hai suonato nella via maledetta. Hai svegliato i demoni!» disse mia madre, terrorizzata, mentre i mostri continuavano a battere contro i muri, i vetri, la porta. Riuscivo a sentire perfino i loro pezzi di carne cadere a terra con un suono flaccido e disgustoso. «Dobbiamo rispedirli nell’inferno da dove sono venuti!» gridò mio padre. Ci armammo con i fucili di caccia e iniziammo a sparare contro i morti e a noi si unirono altri uomini, speranzosi di combattere i morti bambini e tornare alla pace. Ma la morte non si combatte con la morte. E ce ne accorgemmo tutti quasi subito. I morti, per quante volte venissero fucilati e annientati, non sembravano arrendersi. I loro corpi si rigeneravano nello stesso modo di quando erano i vermi a cibarsene. Erano immortali. La soluzione fu unanime. I demoni volevano me? Ed era me che avrebbero avuto. In settemila anni e nonostante le svariate generazioni che si erano susseguite, i cittadini di Hamelin non erano cambiati: avrebbero sacrificato qualunque cosa pur di vivere nella pace. Io sarei stato scaraventato tra i mostri affamati e avrei placato l’inferno. Mi ribellai gridando, implorando e piangendo. I miei genitori non sembrarono neanche notare le mie suppliche, fredde statue di ghiaccio nella scia della corrente popolare. Io e il flauto che aveva aperto l’inferno fummo gettati per strada. Nessun addio e nessun abbraccio. I morti mi circondarono e nascosero il sole. Il loro tanfo stava per farmi perdere i sensi. Ne fui felice, perché almeno sarei morto senza accorgermene. Non morii. Ancora una volta i piani dei cittadini di Hamelin presero direzioni diverse. Nessuno dei cadaveri voleva divorarmi. «Noi vogliamo solo poter morire» disse uno di quei bambini, inginocchiato a terra perché

le sue gambe erano state appena divorate dai vermi e le ossa non riuscivano a restare attaccate tra loro. «Il tuo flauto» mi disse una ragazzina, un’eterna undicenne. «Il suono del tuo flauto non ci fa andare via.» Mentre parlava, i vermi le cadevano dalla bocca e le mosche le ronzavano tra le labbra marce. In un gesto di umanità cercava di pulirsi, scacciando gli insetti intrusi per rendere chiare le sue parole. Guardai il mio flauto. Uno strumento di legno che aveva costruito mio nonno. Ci tenevo, ma lo avrei sacrificato volentieri. Lo consegnai al ragazzino più grande e rimasi rannicchiato al suolo, in attesa. «Non è questo...» disse uno di loro dopo averlo esaminato. Ero confuso e spaventato. Non capivo. «Il flauto del satiro non è questo» disse un altro. Capii. Il flauto che li teneva in vita non era il mio. Esso aveva solo riaperto le porte. Era il flauto della via maledetta, quello che suonava sempre, da distruggere. Mi rialzai. Dovevo arrampicarmi sulla stele, prenderlo e distruggerlo. Mi introdussi tra i morti, cercando di scacciare il moto di nausea per i vermi che essi mi lasciarono addosso, e


scappai nella via isolata. Il flauto era in alto e suonava una melodia che presto sarebbe rimasta solo nei miei ricordi. Mi arrampicai fino in cima alla stele. Fu difficile e molte volte rischiai di cadere. I morti mi raggiunsero e cercarono anche loro di raggiungere l’altura. Volevano morire davvero, volevano liberarsi di quel fardello. Con forza estrassi il flauto dalla pietra e lo frantumai contro la roccia della stele. Una volta frantumato, un enorme bagliore invase la via maledetta. Quando riacquistai la vista, a terra c’era solo polvere bianca. Finalmente i morti di Hamelin avrebbero riposato in pace. Quando scesi, però, un senso di disgusto e di odio mi invase. I miei vicini, i miei parenti, tutte le persone che avevo sempre creduto amarmi non si erano tirati indietro nel sacrificarmi. Immolarmi per la loro pace. Perdetti i sensi di pace che ogni cittadino di Hamelin ereditava dalla nascita. Iniziai a suonare il flauto di mio nonno e tutti gli adulti del paese si avvicinarono, ipnotizzati dalla mia musica. Ero diventato il nuovo satiro di Hamelin senza neanche rendermene conto, voglioso di punire. I veri zombi erano loro. Persone senza morale, gente che viveva di apparenze, senza alcuna vera profondità. E io, invece, gliel’avrei mostrata. Avrei mostrato loro la vera profondità dell’animo.

Mi diressi verso la montagna e senza dire addio a nessuno li feci entrare nella grotta. La richiusi. Massi enormi crollarono, sigillando per sempre i cittadini di Hamelin.


L’immaginario di Tolkien di Nicola Moracchioli

Quando si parla di Tolkien, viene subito in

mente la magnifica e pacifica Contea degli Hobbit, alla quale siamo stati abituati dai film di Peter Jackson, campioni d’incassi al botteghino e vincitori di numerosi premi Oscar. Ma chi è veramente J.R.R. Tolkien? John Ronald Reuel Tolkien nasce a Bloemfontein, capitale giudiziaria del Sudafrica, il 3 gennaio 1892 da Arthur Reuel e Mabel Tolkien, rispettivamente padre e madre dell’autore, entrambi d’origine inglese. Da quest’ultima ereditò l’amore per le lingue antiche, le leggende e le fiabe. All’età di tre anni si traferì con la mamma e il fratello a Sarehole, in Inghilterra; il babbo non poté raggiungerli perché affetto da febbri reumatiche, che provocheranno la sua morte nel 1896. Nel 1904 venne a mancare anche sua madre; pertanto, lui e suo fratello vennero affidati a un sacerdote, padre Francis Xavier Morgan, che aveva già seguito la famiglia durante la conversione al cattolicesimo. Non si hanno testimonianze certe in merito, ma pare sia stata proprio questa figura a creare nel suo immaginario il personaggio di Gandalf il grigio. Le vicende vissute da Tolkien hanno spesso ripercussioni sulle opere da lui create: nel 1915 si arruolò volontario in guerra, un’esperienza che lo cambiò completamente, portandolo successivamente alla creazione delle avventure degli hobbit. Quest’ultima affermazione potrebbe ricondurre alla sinossi de Lo Hobbit, dove, in una

pacifica contea, un titubante Bilbo Baggins intraprende un viaggio inaspettato e pericoloso per seguire lo spirito avventuroso dei suoi avi e, una volta tornato, raccontare le sue gesta al nipote Frodo.

John Ronald Reuel Tolkien Bloemfontein, 3 gennaio 1892 – Bournemouth, 2 settembre 1973 13


Nella sua vita l’autore ebbe modo di confrontarsi con vari movimenti artistici, ma quello che lo influenzò maggiormente fu senz’altro il Preraffaellismo; ovvero, una corrente artistica e letteraria del XIX secolo, nata, sviluppatasi ed esauritasi in Gran Bretagna. Essa mirava, in contrasto con le vuote convenzioni sociali dell’epoca Vittoriana e i mali della società industriale, a recuperare attraverso l’arte la semplicità e la purezza dei “primitivi”, cioè degli artisti precedenti a Raffaello. Non si trattava di una mera imitazione del loro stile, ma di seguirne l’aderenza alla natura, alla quale i preraffaelliti riconoscevano un’intrinseca poeticità. Lo scrittore ne estrapolò, in particolare, il metodo simbolico, tipico anche delle parabole evangeliche, ossia il parlare di una verità utilizzando dei simboli. Lo stesso Tolkien afferma: «Il Signore degli Anelli è fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica; all’inizio non ne ero consapevole, lo sono diventato durante la correzione. Questo spiega perché non ho inserito, anzi ho tagliato, praticamente qualsiasi allusione a cose tipo la “religione”, oppure culti e pratiche, nel mio mondo immaginario. Perché l’elemento religioso è radicato nella storia e nel simbolismo. Tuttavia detto così suona molto grossolano e più presuntuoso di quanto non sia in realtà. Perché, a dir la verità, io consciamente ho programmato molto poco: e dovrei essere sommamente grato per essere stato allevato (da quando avevo otto anni) in una fede che mi ha nutrito e mi ha insegnato tutto quel poco che so.». Questo scrive l’autore in una lettera al padre gesuita Robert Murray. Ovviamente, come tutti, anche lui aveva delle idee politiche, ma queste non vanno ricercate nella sua produzione letteraria. L’unico modo in cui è forse possibile ricostruirle è attraverso la lettura di scritti più personali pubblicati postumi. Recenti scoperte, fatte fra i muri di una antica libreria di Oxford, ci illustrano come anche il territorio circostante abbia influenzato le sue opere. Infatti, tra le pagine di una copia

illustrata del Signore degli Anelli è stata ritrovata una mappa dello stesso Tolkien, che pare dare un’idea più precisa sulla concezione del mondo da lui creato. In particolar modo, alcune sue annotazioni sembrano ricondurre la Contea e la città degli uomini Minas Tirith rispettivamente a Oxford e Ravenna. Questi appunti non solo mostrano come delle città reali abbiano influenzato il mondo della Terra di Mezzo, ma correggono nomi, ne aggiungono altri, dando persino indicazioni sulla flora e la fauna; essi dimostrano come il lavoro di Tolkien sulle sue opere fosse continuo, anche dopo la stesura definitiva. La sua produzione letteraria risente anche della mitologia norrena e scandinava, in particolar modo del popolo finlandese. Fu proprio l’amore per il mito e le leggende arcaiche che portò Tolkien assieme ad altri autori del calibro di C.S. Lewis, autore delle Cronache di Narnia, a fondare il circolo degli Inklings, un gruppo di discussione letteraria nato originariamente presso l’università di Oxford.

John Ronald Reuel Tolkien e Clive Staples Lewis due dei fondatori de “ Il circolo degli Inklings “


Anche grazie alla fondazione di questo cenacolo di letterati, il nostro ebbe modo di confrontarsi e prendere spunto per nuove idee e linguaggi. Come fu in principio la lingua elfica Quenya, che lo spinse a creare un popolo in grado di parlare, dando vita a dialetti e ad altre lingue più moderne di quella stirpe, costruendo man a mano un mondo sempre più vasto e in continuo mutamento.

I Troll Illustrazione di Tolkien per la prima edizione de “Lo Hobbit” del 1937


Il Silmarillion Il Silmarillion, testo incompiuto nato durante la prima guerra mondiale, è, come disse suo figlio Christopher, l’opera fondamentale e centrale di Tolkien. Quattro anni dopo la sua morte, Christopher decise di pubblicarlo, raccogliendo tutte le bozze del padre per creare un’opera unitaria, grazie anche all’aiuto dello scrittore fantasy Guy Gavriel Kay, che collaborò su alcuni punti. La stesura ebbe inizio mentre Tolkien era arruolato nell’esercito, quando fu colpito dalla febbre delle trincee e ricoverato in ospedale nel 1917. Durante la degenza cominciò ad abbozzare quello che sarebbe diventato, una volta tornato in patria, il primo nucleo dei Racconti Perduti, confluiti poi nell’ideazione di una grande opera sulla storia di Arda e dei suoi abitanti. Il Silmarillion comprende cinque parti: la prima è Ainulindalë (la Musica degli Ainur), che riferisce della creazione di Eä, il «Mondo che È»; la seconda parte, Valaquenta, riporta la

descrizione dei Valar, le «Potenze del Mondo», e dei Maiar; la terza sezione, Quenta Silmarillion, riguarda gli eventi precedenti e nel corso della Prima Era, incluse le guerre per i Silmaril; la quarta, Akallabêth, concerne gli avvenimenti legati alla Caduta di Númenor e del suo popolo durante la Seconda Era; infine l’opera si chiude con una parte intitolata Gli Anelli del Potere e la Terza Era, in cui vengono riassunti gli eventi della Seconda e Terza Era dei quali sono protagonisti gli Anelli del Potere e gli avvenimenti accaduti prima de Lo Hobbit. L’autore lavorò parecchio al testo, dedicandogli tempo e impegno, e nel 1937, dopo il successo de Lo Hobbit, lo propose al proprio editore per la pubblicazione. La risposta fu una netta stroncatura; esso venne infatti definito un semplice “contenitore” di materiale fantastico, da cui attingere per scrivere altri libri come Lo Hobbit. Inoltre, fu considerato impubblicabile per uno stile troppo distante da quest’ultimo. Tolkien fu molto addolorato dal rifiuto;


infatti, seppur consapevole di quanto Il Silmarillion fosse lontano dalle aspettative dei suoi lettori, lo riteneva la più importante tra le sue creazioni. Perciò continuò per tutta la vita a lavorare sui racconti in esso contenuti, affinando e rimaneggiando le proprie idee e il testo stesso, senza mai riuscire però a completarlo, poiché opera talmente vasta ed elaborata. Si può dire che il suo scopo fosse quello di creare un testo epico al pari di Eneide o Iliade. Difatti il Silmarillion si può considerare a tutti gli effetti un’opera cosmogonica fantastica, alla quale sono stati ispirati una vastità di racconti e storie che adesso fanno parte non solo della narrativa inglese, ma di quella mondiale.

Mappa del BELERIAND e delle TERRE DEL NORD


Il segreto della Fata Leggera posavi tra rosei petali di delicata campanula, leggiadra come farfalla, coperta dalle tue sole ali. Come Eva dopo il morso della mela, sorpresa della sua nudità, così il tuo sguardo al risveglio mostrava contrappunto alla mia curiosità. Ma come la materna carezza è roccia per il bimbo impaurito, bastò così un mio solo sorriso a risvegliare pace sul tuo candido viso Ah, in quanti luoghi segreti mi hai fatto volare lieto, oltre i cieli grigi e i freddi tetti, tra le ombrose e sacre foreste dove il rumore è un nemico esiliato. Così ho visto un sole assonnato dipingere gemme di luce sulla tua rosea pelle al serpeggiare dell’alba.

Indomabile fata dalle mille forme: di fiero orso per proteggermi, di giovane cerbiatta per ammaliarmi, di fedele lucciola per guidarmi al buio, di misteriosa falena per spiarmi la notte, di sinuoso serpente per scivolare via da me. Con labbra tremanti un segreto come dono d’addio mi hai sussurrato: dove il tuo cuore per sempre dimora. È negli alberi protesi al cielo, nell’acqua incorrotta e selvaggia che solca la roccia muta, nello sguardo della fiera poiana che vigila attenta il nido, nell’eterno invisibile ritmo dell’erba che cresce coraggiosa. Così che possa in silenzio chiamarti e ritrovarmi nel tuo leggero posare.

Copyright Nico Menchini

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L’occhio, Il lago (Leggenda Barbara)

Lago, segreto lunare, specchio profondo, oscuro, nenia d’attesa illusa, amara come morte in mare, strazio d’elfa che dura da millenni di fame e scure e millenni di pianto: nelle spire boschive, deluso, avvolse il raggio infranto d’un canto puro, dischiuso al miraggio d’un infido scongiuro, alla malia d’un sogno intruso, al veleno d’uno sguardo spergiuro… Rete maliarda, laccio bugiardo d’una voce di velluto e vento: dell’attimo la leggerezza, del sangue la fragile, incandescente ebbrezza gioca d’azzardo e smania e scalpita e tenta di sfidare della clessidra la finitezza e dell’oblio l’accattivante mollezza, e punta sul folle traguardo d’un sempre, in eterno negato all’ottusa debolezza di chi calpesta il futuro e deride il passato Fuso d’elfa fila paziente Firmamenti arabescati di pesci e serpi di luce e di fogliami lunati e di sciami d’api dorati irradiati dall’abisso splendente: è la veglia volo silente, poi spasimo crescente, poi tarlo cocente, poi solco di dolore incipiente, ferita che matura nel profondo dell’occhio veggente…

Pupilla d’elfa cattura torbida visione, foriera di rose scialate, rubate, buttate alla ventura; di paludosi sentieri; di sillabe dimenticate: sbocciate a primavera, arse dall’estate, divelte dalla bufera, dalla neve cancellate… … e scroscia sui passi fatui immemori labili del dolore la nera nuvola e del candore l’indomita cascata, irrefrenabile: invano si ripara e trincera il vuoto ingannatore dietro la maschera di cera, disciolta, consumata… … ora occulto e oscuro, tra le spire del bosco più folto il lago dolente, strazio d’elfa che dura, sortilegio irrisolto, da millenni di fame e scure alla luna offre lo specchio insonne di passato e presente, e, a chi ricorda, in ascolto, forse un canto lento, riecheggiante oltre, altrove altrove altrove in qualche remoto futuro… Isabella Horn (Da “Codice Barbaro”, 2013)


La Nave, Le Navi (Tristano e Isotta)

Abbagliato, tacque il vento e s’arrese il mare: irretì con auree serpi le vele il meriggio e ancorò nel nontempo del vuoto prua e scia. Tra sguardi d’ambra e d’acquamarina silenzio d’abisso… Più vasto dell’orizzonte, pulsava, rifulgeva il cristallo d’arsura e attesa… Poi, l’incandescenza del cielo si sciolse nell’onda d’un canto senza parole, immortale bello crudele: scrosciò nella coppa, traboccò e scese nel sangue… spalancato al magma sonoro, il sotterraneo pozzo bevve e fu mare. Né caso né cecità, ma scelta, sublime e atroce, d’un infinito d’ebbrezza e diniego: lutto di sorti gemelle eternamente divise, eternamente fuse in suoni taciuti, oltre la soglia, oltre lo spazio del dire: silenzio d’abisso tra fuochi d’ambra e acquamarina…

Si svincolò il vento, fiammeggiarono, auree, le vele, solcò tramonto e notte la nave e quando, stremata, all’alba toccò terre d’esilio, muto, a due voci, sbarcò un canto immortale, bello e crudele… Ora spuntano rose d’ambra e tralci d’acquamarina da sotterranee navi. Isabella Horn


L’aforisma Criptato Trivia a cura di Aurelio Andriani

Un aforisma a tema è stato abilmente criptato con dei numeri da Tolkien in persona. Lettere uguali corrispondono a medesimi numeri. Sarete in grado di risolvere il suo enigma?

L_11 * 2_11_4_5_11_6_3_11 * è * 8_4_11 * 4_11_5_8_9_11_l_7 * 11_5_5_3_v_3_5_à * 8_m_11_4_11, * l_11 * q_8_11_l_7 * 1_7_9_5_11_m_7_4_5_7 * 4_12_4 * d_3_6_5_9_8_13_13_7 * 7 * 4_7_10_10_8_9_7 * 9_7_1_11 * 12_2_2_7_6_11 * 11_l_l_11 * 9_11_13_3_12_4_7 , * 4_é * 6_m_8_6_6_11 * l’ 11_10_10_7_5_3_5_12 * 10_7_9 * l_11 * v_7_9_3_5_à * 6_1_3_7_4_5_3_2_3_1_11 , * d_3 * 1_8_3 * 4_12_4 * 12_5_5_8_4_d_7 * l_11 * 10_7_9_1_7_z_3_12_4_7. * 11_l * 1_12_4_5_9_11_9_3_12: * 10_3_ù * 11_1_8_5_11 * 7 * 1_h_3_11_9_11 * è * l_11 * 9_11_13_3_12_4_7 , * 7 * m_3_13_l_3_12_9_3 * 2_11_4_5_11_6_3_7 * 10_9_12_d_8_9_9_à.

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La Guerra di Danas Crisi D’Identità Episodio N.2

di Aurelio Andriani

«Josh! Josh!» Bella, dolce, calda voce femminile. «Josh!» La sentiva perfettamente ed era sicuro di conoscerla. Ma lui stava bene, non ci teneva più di tanto ad ascoltare quella dolce voce che chiamava un certo Josh. Chi è Josh? Ma sì, che importa? pensava. Era convinto di sorridere. Disteso? In piedi? Dove sono? Era sereno, ma sentiva che qualcosa nel suo inconscio premeva per venire a galla. Una doccia ghiacciata gli bagnò la schiena e la testa cominciò a girargli per impedire che quella domanda lo colpisse. Nulla di fatto. Chi sono io? Inquietudine, nervosismo, agitazione. Non ricordava chi era e vagava nel buio più completo, cullato da un tepore strano e invogliante che lo distoglieva da qualsiasi forma di inquietudine. «Dottore! Venga a vedere.» Di nuovo quella voce. «Credo che abbia mosso le labbra per un breve istante! Dottore!» Cosa c’è da urlare? pensava. Lasciatemi godere questa dolce armonia. «Kelly, lascia perdere, sei stanca e ti capisco.» Una voce maschile, possente e calma aveva interrotto quella di lei. «Josh ha pochissime speranze di riprendersi dal coma, ormai sono passati due mesi e le probabilità diminuiscono col passare del tempo.» «Ma...» Percepì che l’aria si era fatta triste. Era dispiaciuto per quello sconosciuto, quel Josh; doveva essere vicino a lui in quel momento, in quel posto... chissà dove. Forse si sentiva così perché era di animo buono e cercava di immedesimarsi nei panni di quel Josh, per provarne le stesse sensazioni, soffrire per lui. Bah! Io comunque sto bene così come sto, continuava a pensare,

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immaginando di girarsi dall’altro lato del suo presunto letto e, tirandosi la coperta fino alle orecchie, di godere il tepore sul suo corpo comodamente adagiato su di un fianco. Aveva bisogno di dormire o di continuare a farlo se stava già dormendo, e voleva godersi quella sensazione strana e dolce, come galleggiare su un materassino sulle limpide acque di una piscina assolata. Non si mosse di un millimetro. Tutto sommato quella situazione di assoluta oscurità non lo inquietava, anzi, lui avrebbe voluto rimanervi cullato per sempre, senza alcun problema da risolvere e senza dover soffrire, così come riteneva stesse facendo, invece, quel povero sconosciuto di nome Josh. Ma ora voglio solo dormire... Buio completo. Nebbia. Dolce, un suono di violini e la nebbia pesante che gli ghiacciava i piedi. All’improvviso, nel buio profondo si accese una luce abbagliante. Molto lentamente, il bagliore si affievolì e nel suo fulcro si materializzò una figura. Sempre più nitida, apparve l’immagine di una donna che camminava verso di lui. Era bella, alta, con i capelli corvini e gli occhi castani, del colore della terra umida appena dissodata. Le lunghe chiome fluivano sul suo volto bianco e vellutato e, ondeggiando in sincronia con i suoi lenti passi, lambivano l’aria e il lungo vestito color panna che indossava. All’improvviso gli venne in mente un nome: Kira. «Buona sera, Kelly. Come sta oggi Tony?» Un’altra voce femminile, ancora più familiare, interruppe quel dolce sogno. «Buona sera, signorina Colly. È sempre stazionario, ma, se devo essere sincera, credo che non dovrebbe perdere la speranza per lui.» «In che senso?» «Guardi, glielo dico ma non ne faccia menzione con il dottor Simon. Vede, ieri sera mi è parso che avesse mosso per un istante le labbra, ma il dottore dice che è stata un’allucinazione»

«Davvero, Kelly?» Parve che un po’ di gioia penetrasse la tristezza che la pervadeva. «Tony, so che mi puoi sentire, ti prego» riprese la signorina Colly. «Fallo per me, torna a illuminarmi le sere e a godere il tramonto con me. Ti ricordi la sera prima che ci mettessimo insieme?» Tony era sempre il famoso vicino di letto? Forse Josh è il nome di battesimo o forse il cognome, continuava a pensare. Comunque, chiunque essa sia, deve essere venuta a trovarlo... peccato che con queste bende sugli occhi non riesca a vedere altro che il buio... «Tony, ti ricordi quella volta... sul lungomare...» La voce commossa della nuova arrivata si faceva sempre più fioca e rimbombava nell’oscurità ovattata e tiepida, mentre il suo corpo lentamente si intorpidiva e non percepiva più le sensazioni esterne, quasi fosse una dissolvenza sensoriale. Ancora nebbia e buio. Da qualche parte, in quel nero profondo, qualcuno stava parlando e si avvicinava a lui. Ora poteva percepire quasi distintamente una voce femminile e, a mano a mano che il tempo passava, diveniva sempre più nitida. Come in un film, all’improvviso il nero si trasformò in uno scenario colorato. *** «Non ci posso credere! Tu credi ancora a queste cose, Tony?» L’espressione stupita di lei si stagliava contro il cielo color piombo. «Davvero sei convinto che usare i cornetti rossi comprati a una bancarella o camminare sulle mattonelle senza calpestare le intercapedini possano essere rimedi efficaci contro la iella?» La pioggia cominciava a inumidire le strade di Collison Bay e l’odore d’erba umida reclamava il suo posto fra gli aromi che all’ora di pranzo le case a pianterreno rilasciavano nell’aria ottobrina. «Non vedo cosa ci sia di strano, in fondo sono figlio del mare. E poi se lo faccio è anche perché nessuno ha smentito l’esistenza di qualcosa che possa intrecciarsi negativamente con il nostro destino, magari adducendo prove tangibili e


schiaccianti.» Kira lo guardava estasiata e quasi stupita nel vederlo convinto di quello che diceva; forse non aveva tutti i torti. «Vedi, anche tu senza accorgertene hai degli atteggiamenti che danno ragione alle mie teorie» aveva proseguito lui, accorgendosi di come la sua amica lo stava guardando ma facendo finta di non essere interessato. «Tu stessa ti fermi a guardare l’oroscopo su qualsiasi giornale che ti capiti per le mani e, senza volerlo ammettere a te stessa, in fondo ci credi. Tutti noi facciamo così e chi lascia che nella sua mente si insinui un sottilissimo filo di dubbio è quello che più si fa influenzare da congetture astratte come la sfortuna e la fortuna. Sono proprio le persone che deridono una data cosa, nella fattispecie oroscopo, destino, fortuna e sfortuna, che forse più di altre ci credono.» Il pomeriggio era passato velocemente, lasciando che i loro discorsi si facessero largo fra la gente che passeggiava sul lungomare sferzato dal vento. Lui sapeva parlare, Kira amava ascoltarlo. Lo stesso era per Tony. Molte volte si erano trovati in disaccordo riguardo a un argomento e molte volte la discussione non aveva avuto vie di mezzo, al punto che lui era rimasto delle sue idee e lei altrettanto. Però c’era qualcosa fra loro che li rendeva affini e li attraeva. Si conoscevano da anni, fin da quando lei era una bambina e lui poco più che un ragazzino. Il destino aveva voluto scherzare con loro: Tony aveva sempre visto Kira solo come la sorella del suo più intimo amico. Lui e Phil, il fratello di Kira, erano cresciuti insieme a partire dalle scuole più basse fino alle superiori. Avevano molti interessi in comune e questo li aveva portati a diventare ottimi amici. Ai suoi occhi Kira era sempre stata affettivamente la sorellina più piccola di entrambi, ma ora... Sai, Tony, mi sto accorgendo che mai avevo pensato a te come a un qualcosa di più di un amico fraterno. Eppure mi rendo conto che dirtelo comprometterebbe i rapporti fra te e mio

fratello e ne andrei di mezzo anch’io, pensava Kira mentre Tony, soffermatosi a guardare il tramonto sul mare, appariva sempre più dolce ai suoi occhi. Non posso dirle che in me sta nascendo qualcosa di più che semplice amicizia, metterei a rischio il rapporto con Phil e perderei tanto, pensava dall’altro canto Tony, mentre faceva finta di ammirare il tramonto sul mare agitato per evitare di guardarla negli occhi e permetterle di leggervi ciò che in quell’istante stava sbocciando in lui. «Fantastico...» avevano detto all’unisono mentre si godevano quello spettacolo, quel fenomeno quotidiano ma sempre sorprendente che creava un’atmosfera romantica e triste al contempo. Si sorpresero a guardarsi negli occhi e quella penombra rosa, che aveva fatto dilatare le loro pupille, stava per smascherare i loro veri sentimenti. «Porca miseria, mi sono sporcata le scarpe nuove.» Lei aveva trovato la scusa per distogliere lo sguardo da quel vortice che li avrebbe travolti. «Ora mi toccherà ripulire il camoscio.» Si era accesa una sigaretta. Le sigarette. Tony non fumava e odiava la sensazione che gli dava respirare il fumo. Si sentiva morire, soffocato dalla mancanza di ossigeno che le sigarette provocavano. Ma questa volta era diverso. Questa volta era lei che stava fumando e nulla avrebbe potuto infastidirlo. «Sai, stavo pensando...» Ancora una volta avevano parlato contemporaneamente. Con un dolce sorriso si erano guardati attraverso il fumo della sigaretta, che ora rifletteva le luci lontane sul lungomare sopra la spiaggia dove stavano passeggiando. «Torniamo su, dai che si sta facendo tardi.» «Tardi?» aveva detto lei, stringendo gli occhi infastiditi dal fumo e guardando l’orologio. «Sono solo le sette, dai. Piuttosto, offrimi qualcosa al bar.» La serata era continuata all’insegna di disquisizioni più o meno serie, intervallate da momenti assolutamente demenziali.


Tony stava conoscendo un aspetto di Kira che non aveva mai preso in considerazione e questo gli infondeva uno strano senso di inquietudine. Era terrorizzato all’idea di fare un passo falso o di fraintendere, come già altre volte gli era successo, quello che era solamente affetto fraterno per Kira. Kira. Poco più che ventenne, dimostrava una maturità e un bisogno di affetto da donna matura e sapeva comportarsi di conseguenza, in qualsiasi situazione si trovasse. A seconda delle circostanze aveva la straordinaria capacità di passare da un discorso serio e maturo a uno banale e senza capo né coda. Era senza dubbio un’abile e semiconsapevole seduttrice e sapeva come mettere pudicamente in mostra le sue qualità. La modestia era velata da uno spesso strato di autocommiserazione, ma questo non faceva altro che accrescerne la sensualità. Era consapevole di ammaliare, ma si nascondeva dietro un’asserita bassa considerazione del proprio fisico, esaltando, all’opposto, un alto quoziente intellettivo. La vita, evidentemente, non era stata molto clemente con lei e non le aveva risparmiato sofferenze d’amore. Ma quello che la rendeva straordinaria, agli occhi di chiunque la conoscesse più da vicino, era che sapeva farsi coraggio e sfoderare il suo carattere, a volte da maschiaccio testardo; un’arma, questa, che la preservava da ulteriori delusioni. Lei sapeva imparare dagli errori che faceva, a differenza di Tony. Lui era un ragazzo di media entità fisica e lasciava sempre che di sé si parlasse bene. Non sopportava essere criticato, forse perché preferiva nascondere i sentimenti per evitare ulteriori scottature. Parlava bene e si faceva ascoltare, giostrandosi fra discorsi seri e profondi, stupidi e ironici. Aveva la particolarità di riuscire a far sorridere chiunque gli parlasse, grazie al suo modo sempre ironico di affrontare qualsiasi discorso. In effetti era solo un’arma per difendersi dalle osservazioni negative che qualcuno avrebbe potuto fare sul suo aspetto fisico. Non era grasso,

ma si rendeva conto che il sovrappeso che si trascinava da anni non lo rendeva un atletico principe azzurro; non poteva permettersi di fare effetto su una donna per le sue doti fisiche. Però a lui piaceva lo “sport da tavola” e difficilmente riusciva a controllarsi se non quando era innamorato. Tony non aveva fame e Kira neanche. Dopo aver bevuto una cioccolata incandescente al bar del porto (non un locale molto fine per portarci una ragazza), si incamminarono verso casa di lei. Senza mai smettere di parlare dei più svariati argomenti, i ragazzi avevano trascorso la più bella serata degli ultimi mesi. Lei era sempre in casa ad aiutare la madre nelle faccende domestiche, e lui sempre sul peschereccio del padre, dove rimaneva imbarcato anche per mesi. E proprio quella era l’ultima sera che avrebbe passato a terra, perché l’indomani sarebbe partito per un’altra battuta di pesca. Era stressante, ma fino a quella sera non gli era pesato tanto il dover stare lontano da Collison Bay per lunghi periodi. Il vento marino umido trasportò con sé il fresco della serata. Il mare si stava agitando sempre più; non lasciava presagire nulla di buono. La spuma si dissolveva e galleggiava sulle onde che si infrangevano sui frangiflutti appena fuori dal porto. Per tutto il paese si propagava un odore di alghe e iodio che in pochi altri posti Tony aveva sentito così intenso e pulito. Lui amava quell’odore. Piano piano la gente imbacuccata, che aveva affollato i viali principali della cittadella marittima, si era andata diradando, fino a lasciare i due ragazzi soli in balìa del vento che stava aumentando il suo impeto. Ormai era notte inoltrata ma i due sembravano immuni dal sonno che ormai pervadeva l’abitato. Non si rendevano neanche conto di come il tempo fosse volato via, forse strappato da quel vento imponente che non accennava a placarsi. È stata una bellissima serata, pensava Tony mentre diceva: «Ci si rivede, allora.» «Certamente!» aveva risposto lei in quell’attimo


di convenevoli standard, come il doppio bacio sulle gote in segno di saluto. «Quando ritornerai.» Non erano riusciti a dirsi altro. Lei era scomparsa dietro i vetri opachi del portone di casa e lui pensava già a quello che lo aspettava la mattina seguente.

«Josh! La prego, cerchi di riprendersi. La signorina Kira non può vivere senza di lei, lo faccia almeno per amor suo» Ancora una volta quella voce femminile... doveva chiamarsi Kelly. Ah, sì, ora ricordo. È stato ieri che quel dottore l’aveva chiamata così... «Kelly, perché ti ostini?» Ancora la voce calda del dottor Simon. «Ormai sono cinque mesi dall’ultima volta che hai creduto di vedergli muovere le labbra.» Cinque mesi... e a me sembrava ieri... Una grossa delusione aveva afferrato il cuore di Tony e lo stringeva forte. Quel dolore immane lo rendeva irrequieto. Avrebbe voluto scappare... Ma finalmente ora stava correndo e correva consapevole di chi fosse. Correva nel buio denso verso l’ignoto, con la sola consapevolezza di essere Tony, Tony Josh. Non sudava, non aveva affanno, correva solamente in quel luogo immobile e il tempo non esisteva più. «Ehi, boss.» Un’altra voce maschile lo strappò alla sua corsa, inchiodandolo di nuovo in quel polmone d’acciaio intorno al suo corpo inerte. «Può anche bastare: ormai sono quasi sette mesi che sei lì ed è ora che ritorni a farci “trottare” sul campo.» Questa voce non mi è nuova... I suoi pensieri si stavano dissolvendo per l’ennesima volta. Le voci si allontanarono, inghiottite da un buio tetro e minaccioso.

Nella foschia grigia davanti a lui, l’immagine sfocata di un uomo vestito di verde gli stava sorridendo. «Hey, boss! Che ne dici di bere una birra con noi?» Qualcuno, dalla voce molto simile a quella di Tony, aveva risposto accodandosi all’eco dell’altra. «No, grazie, Pig. Questa sera non posso, devo terminare i piani addestrativi per domani e poi...» «Ma, porca... ti ammazzi di lavoro come un cane, stai chiuso in questo cesso di ufficio dalla mattina alla sera e non ti concedi neanche una birra per distrarti un po’? Dog, tu lavori troppo!» «Hai ragione, caporale, hai proprio ragione, ma come hai detto tu mi chiamo Dog, perciò la vita da cani è quello che fa per me. Andate, andate pure voi e... tienimi d’occhio i ragazzi.» Aveva alzato la mano con il pollice e l’indice a formare una finta pistola puntata al suo vicecomandante di squadra. Anche l’altro stava facendo lo stesso con lui, un attimo prima di scomparire, con un sorriso smagliante, dietro la porta grigia dell’ufficio di una caserma dispersa fra le montagne del Rastland. Non era la prima volta che gli capitava una cosa del genere, anzi. Proprio per via del suo forte attaccamento al lavoro, al sentimento che provava nei suoi confronti, a volte immolava se stesso e la sua vita privata e si donava all’esercito. Viveva per i suoi ragazzi, così come suo padre viveva per il mare. Gli mancava quella vita in pieno oceano e le battute di pesca; gli mancava sua madre, sempre così ansiosa mentre attendeva che lui e suo marito ritornassero dopo mesi in barca; e gli mancava suo padre, con i suoi discorsi retorici, con la sua mentalità un po’ gretta, tipica dell’uomo che ha sempre vissuto lavorando e costruendosi da sé. Gli mancava Kira... Solo, in quell’ufficio, si domandava perché fosse stato messo sulla terra e vivesse quelle esperienze di amore, lavoro e mistero.

***

***

***


Ma, in fondo, quelli erano interrogativi che non gli interessavano più: ora voleva solo dormire e restare in quel tepore accogliente come un piumino d’oca nelle notti nevose. Ora voleva solo che tutto intorno a lui si fermasse e ripiombasse nel buio più assoluto, così come era stato negli ultimi cinque... dieci... cento mesi, non sapeva più. Dissolvenza.

Continua...


Neve vestita di Nero di Valerio Vozza

Nella linea degli eventi originaria di mia madre, io non sono nata. Grazie a un incidente con un manufatto che permetteva la preveggenza, lei ha potuto viaggiare nel tempo; le bastava pensare a un momento passato per essere di nuovo lì, giovane come la prima volta. Crede di aver vissuto tre vite prima che nascessi. La sua migliore amica, invece, sostiene che ne abbia trascorse milioni. In ogni caso, durante una delle sue vecchiaie rincontrò il suo primo amore – Cielo, mio padre – mentre combattevano insieme nell’ultima battaglia dei Tre Regni. Al termine della carneficina si fermarono a parlare sulla sommità di una collina: scoprirono entrambi di non aver avuto molta fortuna in amore. Mamma gli confessò di aver cercato in tutti i modi di tornare con lui, modificando il passato, ma evidentemente non era destino; papà le disse di non aver mai avuto l’occasione di viaggiare nel tempo, pur avendo pensato molto a questa eventualità. Il problema non era il destino, ma che quei due si erano innamorati troppo presto, quando ancora vivevano di dolci illusioni. Mia madre ci pensò su, poi rispose: “Stavolta non viaggerò da sola. Verrai con me e porterai la tua esperienza. Sarà più rischioso e dovremo nasconderci da tutti per non influenzare la storia, almeno fino al nostro ritorno in questo momento. Ma, se vuoi, vivremo la vita che non abbiamo avuto modo di conoscere.” Mio padre accettò. Non voleva morire senza aver passato l’esistenza al suo fianco. Si baciarono e mamma trasportò entrambi nel passato. Andarono ad abitare in un villaggio al di là delle Montagne Invalicabili, – a Nimbi, per l’esattezza – dove nessuno li conosceva: in questo modo non avrebbero potuto influenzare la linea temporale. In quel paese sono nata io. 31


Dopo dodici cicli solari, in maniera molto precoce, ricevetti dai miei genitori l’addestramento necessario per diventare Gran Maestra. Mia madre mi insegnò anche a scoccare le frecce al Sole per macchiarlo; mio padre, l’arte di essere in tre posti contemporaneamente. Scelsero il mio nome. In mezzo a tutto quel bianco, era ovvio che scegliessero Neve.

Terminato l’addestramento, ho cercato in me stessa la mia rivale. Noi kjxii soffriamo il clima rigido di quelle montagne, così ho deciso di non allenarmi nel tepore della nostra casa, ma tra la neve. All’inizio, dopo solo dieci minuti il pugnale mi scivolava di mano, come se avesse decuplicato il suo peso, e mio padre doveva uscire per riportarmi al caldo, svenuta. Per farmi trovare meglio iniziai a vestirmi solo di nero, in contrasto alla mia rivale vestita di bianco. Resistevo sempre di più: quindici minuti, venti minuti, un’ora, tre ore, dodici ore. Una mattina, infuriava una terribile tormenta, ma non potevo evitare di allenarmi. Nel giardino di casa la neve mi si accumulava addosso. I miei genitori mi guardavano, pronti a intervenire, ma non ce ne fu bisogno: riuscii con le mie sole forze a disseppellirmi; la Neve nera aveva sconfitto la neve bianca. Il bianco vince sempre, senza eccezioni, è stabilito così. Da quando esiste il mondo, il nero non trionfa mai. Io sono l’eccezione, la kjxii che non sarebbe mai dovuta nascere. Ero emersa da sola dalla materia disordinata. Ecco il significato del nome che mi è stato regalato: io sono ciò che di più raro esiste. Una volta completato l’addestramento, fui libera di lasciare Nimbi, poiché nemmeno le leggi del tempo avrebbero più potuto fermarmi. Conobbi così i miei fratelli, nati dalle vite precedenti dei miei genitori; furono loro a convincermi ad arruolarmi nell’esercito imperiale. Entrai nel corpo dei Cavalieri della Pace, ai comandi diretti dell’imperatrice. Fu lei, impressionata delle mie capacità, ad affidarmi la missione del tuo salvataggio. Secondo sua madre eri stato imprigionato in un inferno senza tempo da una

perfida strega ancor prima che io nascessi, privato della possibilità di invecchiare e di vivere. Per liberarti doveva esserti offerto l’amore più raro che un mortale possa ricevere. Non ho perso un solo istante: sono salita in sella al mio cavallo per venire a cercarti. Ho affrontato pericoli che nemmeno immagini, milioni di difficoltà: interi campi affollati di non-morti, le torri infuocate di Moloch, la spaventosa palude dei globster viventi. È raro vincere anche una sola delle insidie che ho fronteggiato, tanto quanto trovare una palla di neve all’inferno; eppure io sono qui, davanti a te. Io sono una kjxii alla quale non è stato concesso di nascere, sono la neve che non si posa a terra. Sono come inchiostro che affiora dalla carta grazie alla forza dell’autore. Sono l’idea nuova che lotta per esistere ed emerge dalla tempesta della banalità. E ora mi sto posando per te. Quale fiocco di neve può amarti meglio?


L’intervista

a cura di Nico Menchini

Cari lettori, vi siete mai domandati quali oscuri segreti si celino dietro a un’illustrazione? Cosa ha ispirato gli artisti prima e durante la genesi dell’opera, e perché hanno deciso di rappresentare proprio quei soggetti e in quel modo? Magari non ve lo sarete mai chiesti, ma io sì. Pertanto, abbiamo domandato alle nostre illustratrici di rivelarci questi e altri retroscena inerenti ai disegni realizzati per questo volume. Ecco cosa ci hanno risposto.

Elly Capp: ha illustrato Il segreto della Fata. “L’ispirazione nasce nei modi più strani e bizzarri; è così che una poesia su una piccola fata misteriosa risveglia milioni di ricordi di un’infanzia passata. Adoravo le fate, talmente piccole da non poter essere viste senza il loro consenso e così veloci da poter volare verso qualsiasi luogo, erano un simbolo di perfezione e libertà ai miei occhi infantili. In questa poesia la fata è resa più umana, si vergogna di essere stata vista, ma si rincuora subito perché si rende conto di essere accettata; è in quell’istante che ho voluto rappresentarla nel mio disegno: vulnerabile ma felice. Per la realizzazione dell’illustrazione ho usato pantoni, chine e matite, perfette per il mio stile stilizzato con colori accesi.” Valentina Vanasia ha disegnato La guerra di Danas episodio 2. “Siamo collegati inevitabilmente tramite il filo rosso del destino. Avete mai sentito una simile affermazione? È una leggenda popolare, diffusa soprattutto in Cina e Giappone, secondo la quale ogni persona possiede un invisibile e indistruttibile filo rosso legato al mignolo della mano sinistra che lo lega alla propria anima gemella: i due sono destinati, prima o poi, a incontrarsi e a sposarsi. Da questa leggenda io ho preso spunto. Perché? In contrapposizione vi è la storia qui scritta: una separazione e un rifiuto alla vita, agli affetti. Arrendersi è

spesso la risposta più facile e questo è ciò che ho voluto rappresentare. È uno sfogo il mio, nel domandarmi: - Non lottare più è semplice, ma a quale prezzo? Spezzereste forse voi quel filo invisibile in cambio di una pace definitiva, accogliente e calda ma solitaria e vuota? - Parto sempre con delle domande prima di rappresentare qualcosa, e questa domanda mi ha portato a ciò che vedete voi ora. Non mi fa stare bene osservare quella mano tesa che cerca disperatamente l’altro, che si chiude, allontana, disposta a non tornare più. Destino e Morte, ciò che ci sconvolge e soffoca, permeano i nostri ragionamenti, sogni e tormenti. E voi? Come vi sentite a vedere e leggere questa storia? Tecniche utilizzate: sketch a matita, pittura digitale in Photoshop.” Marika Michelazzi ha realizzato Scontro tra potenze. “Prima di mettermi all’opera, ho letto il racconto un paio di volte, cercando un equilibrio tra la prima impressione a caldo e quelli che, invece, erano i punti forti della storia. Mi sono quindi focalizzata sulla sensazione che si prova quando si è in un bosco e qualcosa ti osserva; così ho creato una sorta di ‘soggettiva’, con il protagonista che guarda direttamente in “camera” mentre avanza nel fitto della foresta, dal punto di vista dell’altro. La tecnica è tutta in digitale, accentuando il metallo e la barba rossa 33


del nano nel verde dell’ambiente.” Pepper Von Bones ha illustrato I morti di Hamelin. “Leggere questo racconto è stato come tornare a casa dopo una lunga giornata fuori: essere nel proprio mondo completamente a proprio agio. Ho scelto di illustrare una bambina, in particolare, dell’orda di piccoli zombie perché, nell’orrore di quell’immagine di dannazione, stasi e morte, lei conservava la sua umanità con gli occhi velati di innocenza; credo che questo concetto rappresenti l’essenza stessa del racconto. La tecnica utilizzata è china nera su carta bianca. Ho scelto solo il nero e il bianco per rendere ancora più vivida l’atmosfera tetra della scena che ho deciso di rappresentare. Quest’opera segue una delle mie tecniche preferite, immancabile in ogni mio lavoro: la china nera; inoltre, l’illustrazione è una degna rappresentazione di quello che sta diventando il mio stile e il mio tratto.” Andrea Piera Laguzzi ha realizzato – udite, udite! – la copertina, ispirata al mondo di J.R.R. Tolkien. “Sono stata indecisa fino all’ultimo su quale soggetto rappresentare: l’universo tolkieniano è davvero sterminato. Avrei potuto concentrarmi su Bilbo o su Frodo, protagonisti centrali della saga, ma siccome sono un’amante dei villain la mia ispirazione poteva cadere solo su due personaggi: Melkor/Morgoth, oppure Sauron. E Sauron fu, colto nell’attimo della creazione degli Anelli. Come tecnica ho fatto un passo indietro, tornando ai miei inizi come illustratrice, e ho operato una fusion tra il disegno tradizionale a grafite (visibile sullo sfondo) e la colorazione digitale con tavoletta grafica, usando uno stile piuttosto lontano dal mio canonico realismo e più vicino al fumetto o al cartoon.” Valentina Vanasia ha illustrato Neve Vestita di nero. “Il nostro più grande nemico e alleato, una danza senza fine per conoscerlo, accettarlo e superarlo. Egli è l’io, percepito come esterno, estraneo. Come davanti a uno specchio, noi siamo sempre a osservare “quell’altro” che

ricambia lo sguardo, che comunica quotidianamente con noi. È il nostro compagno di viaggio, o quella figura che spesso rifiutiamo per paura del suo giudizio costante su di noi. Questa dualità è ciò che ha colpito la mia attenzione. Ho giocato con quest’illustrazione, dando sfogo alla curiosità di rappresentare il contatto con il nostro io, portandolo alla superficie del visibile, forse con una certa delicatezza che può contraddistinguere il mio tratto. C’è chi è diretto, chi guarda davanti a sé senza timore, chi chiude gli occhi e si lascia guidare dalla percezione. Il tutto rappresentato in un groviglio, un legame indissolubile che ci collega a noi stessi, nella nostra pelle. Non lasciatevi ingannare da una storia che parla di questa fanciulla esterna e distante da noi, poiché è apparenza. La storia stessa suggerisce che noi tutti siamo come lei e ogni giorno ci tuffiamo nella neve della vita fino a rimanere privi di forze, per poi ricominciare, ancora e ancora, a incontrare l’altro io. Il vostro è un quotidiano scontro? O un viaggio mano nella mano? Tecniche utilizzate: sketch a matita, pittura digitale in Photoshop.”

Per questo numero è tutto. Ma, per il prossimo, chi avreste la curiosità di vedere intervistato, o meglio torchiato, dai nostri spietati articolisti? Fatecelo sapere inviando direttamente un messaggio alla nostra pagina Facebook.


i Grimoriani Last but not least, gli autori e i collaboratori de “Il Grimorio del Fantastico – vol. 2”

Aurelio Andriani nasce in Puglia nel 1971. Roma è la sua ultima città d’adozione dove vive con la sua famiglia. L’ispirazione per scrivere poesie e racconti la trae dalla quotidianità che ogni giorno gli manda spunti e poi riporta su carta. In ogni suo scritto c’è un unico filo conduttore latente, un messaggio finale importante, un cammino da percorrere e una riflessione lasciata al lettore per una crescita intellettuale e spirituale. BLOG “Emozioni Pensanti”: https://aurelioandriani.wordpress.com/ Pagina FB di Emozioni: https://m.facebook. com/emozionipensanti/(@emozionipensanti) Angela Bernardoni è giornalista ed editor freelance, collabora con diverse testate online e nel tempo libero accarezza cani e fotografa persone. In attesa di diventare un’autostoppista galattica, cerca di divulgare la narrativa speculativa attraverso il portale The Plausible. Sara Bondi è una lettrice appassionata e un’autrice di romanzi fantastici. Il suo blog www. tessitricedistorie.wordpress.com e la pagina facebook “Tessitrice di storie” raccontano il suo amore per la scrittura e contengono una bozza del suo primo romanzo, “Cathanthum”. Pepper Von Bones è il nome d’arte che Azzurra Maria Cometti sceglie per affacciarsi sul mondo competitivo dell’arte: è più di uno pseudonimo, è una nuova identità, che dovrebbe racchiudere

tutto ciò che si promette di essere in quanto persona ed artista. Nasce a Massa nel Dicembre del 1991, appassionata di disegno e del mondo dell’arte in tutte le sue sfumature, dopo aver lasciato gli studi in scienze veterinarie viene coinvolta in un programma di “riabilitazione culturale del territorio Massese” da un gruppo di artisti locali. Riscopre qui la sua passione per il mestiere dell’artista, realizzando illustrazioni e quadri ispirati ai libri degli scrittori locali: questo la porta ad iscriversi a Pittura all’Accademia di Belle Arti di Carrara, che tutt’ora frequenta. Date le soddisfazioni che riceve dal pubblico, decide di coinvolgere tutta la città nelle sue iniziative, sia come singolo che come gruppo, per estemporanee live e piccole esposizioni. Elly Capp è lo pseudonimo di Elisa, nata a Massa (MS), diplomata alla scuola di Moda F. Burgo di Milano come Fashion Designer e Stilista di moda. Studia inoltre Disegno, Pittura e Grafica come autodidatta da parecchi anni, e si è specializzata come illustratrice di libri e copertine, come Characters Design, Creatures Design e soprattutto come Fumettista, la sua vera passione! Si definisce una “Stilista/Illustratrice emergente e Freelance”. Olga De Blasio, classe 1991, si è laureata a Napoli in Lettere Classiche, seguendo la sua passione per l’archeologia, il mondo antico e i generali romani di età repubblicana. Attualmente vive a Padova, dove lavora come 35


copywriter, ma cerca di dedicare la maggior parte delle sue energie creative alla stesura di un prequel e un sequel del suo romanzo fantasy d’esordio “La sacerdotessa e ilguerriero”. Oltre alla scrittura, le piace passare il tempo libero (se ne avesse!) leggendo (la lettura è il suo primo vero grande amore), disegnando, guardando anime e serie tv, e giocando a pallavolo, Dungeons & Dragons e giochi da tavolo. Facebook Page: https://www.facebook.com/lasacerdotessaeilguerriero Website: http://lasacerdotessaeilguerriero.it/ Pietro Ferruzzi è nato a Firenze nel 1976. Appassionato di sport e scienza, decide di aprire un piccolo blog dove riversare pensieri e inserire articoli sul suo mondo (https://pferruzzi. wordpress.com). Nel 2016 ha pubblicato con la Casa Editrice Campanila il suo primo romanzo epic fantasy autoconclusivo, “L’Era della Luna Rossa: Il Sigillo di Aetherea”. Ha da poco terminato il secondo capitolo della saga, intitolato: “Il Ritorno dei Berserker”. Isabella Horn è nata in Germania ma da molti anni vive a Firenze, dove si è laureata in Lingue Straniere Moderne. Ha lavorato come traduttrice e interprete, ha condotto un corso propedeutico di Filologia Germanica presso la Facoltà di Lettere di Firenze, e si è in seguito dedicata all’insegnamento della lingua e letteratura tedesca. Scrive poesia dagli anni Settanta, vincendo numerosi premi e altrettante segnalazioni e menzioni in concorsi letterari nazionali e internazionali. Ha al suo attivo ben dodici raccolte poetiche pubblicate tra il 1995 e il 2017. Andrea Piera Laguzzi è un’artista freelance nata a Genova nel 1985. Sempre a Genova ha frequentato la Facoltà di Lettere e Filosofia, laureandosi in Conservazione dei Beni Culturali, Storia dell’Arte e Scienze Storiche. Dopo un inizio come ritrattista e paesaggista a olio, ha iniziato a collaborare come illustratrice fantasy e horror, prima con Plesio Editore, poi con Dunwich Edizioni. Di recente si è avvicinata al

character design. Nico Menchini nasce nel 1982 a Pietrasanta (Lu), vive nella ridente Massa. Coltiva fin da piccolo la passione per la scrittura, componendo praticamente qualsiasi cosa si possa mettere su carta (poesie, racconti, canzoni, romanzi e filastrocche). Laureato con lode in Scienze Naturali all’Università di Pisa, insegna Matematica e Scienze nella scuola media. Ha all’attivo due pubblicazioni: Storia di Non-Arturo Rose e altre fantastiche creature e Versi nel vento. Blog personale www.nicomenchini.wordpress. com Pagina FB www.facebook.com/NicoMenchiniCustode Agnese Merli nasce a Massa nel 1990. Diplomata in grafica presso l’Istituto d’arte Felice Palma, coltiva fin da piccola la passione per l’arte in ogni sua forma, passando dal disegno alla musica, dalla grafica all’hobby per il fai da te. Dal 2017 collabora con il “Comitato di The Seven Deadly Arts”, un gruppo di artisti che spazia su ogni campo dell’arte. Pagina Fb: https://www.facebook.com/The-Seven-Deadly-Arts-309207689583482/ Instagram: https://www.instagram.com/merliagnese/ Marika Michelazzi vive e lavora a Milano. Laureata in storia antica e medievale, è fumettista e illustratrice. Ha pubblicato racconti fantasy e creato con il gruppo “Gnomi armati di Ascia” autoproduzioni a fumetti fantasy e storiche. La sua autoproduzione più recente è il fantasy storico “Chiantishire”. Pagina FB: https://www.facebook.com/Nightfallpro Nicola Moracchioli Il mestiere dell’artista lo si sceglie perché si ha qualcosa da esprimere, lui no. Sarebbe il classico stereotipo dello scrittore: timido e pacato che sorseggia il suo tè nella tranquilla quiete di casa.


Invece convive con Nik, che è sentimenti misti e contrastanti e lo fa uscire da quella quiete che ricerca, e che se trovasse, probabilmente, non lo renderebbe un artista. https://www.facebook.com/ NikMoraofficial/?modal=admin_todo_tour Emanuela Navone Classe 1986, da sempre ha una forte passione per la lettura e la scrittura. Nel 2014 ha deciso di lanciarsi anima e corpo nelle sue passioni per farle diventare un lavoro a tempo pieno. È nato prima il blog letterario “L’antico calamaio”, dedicato a scrittori emergenti e auto pubblicati, al quale affianca poi il sito personale (www.emanuelanavone.it) dove offre tuttora consulenza e servizi editoriali. Nel frattempo non ha mai smesso di leggere né, tantomeno, di scrivere. Molte storie sono finite nel dimenticatoio, altre attendono di essere pubblicate. Jessica Tommasi alias Scarlett Rose, classe 1995, scrive da tempo, ovvero da quando frequentava le elementari. Ha pubblicato la sua prima opera (in formato cartaceo) nel 2014, grazie alla casa editrice Kimerik. Partecipa ai concorsi più disparati, sia di genere narrativo che di poesia, per i quali ha già ricevuto alcuni riconoscimenti pubblici. Diplomata presso il Liceo Psico Pedagogico Sociale, prosegue in via privata gli studi a impronta socio-umanistica, dilettandosi nello studio del linguaggio non verbale, della psiche umana e della Criminologia. Collabora anche con riviste online a favore, per esempio, della tutela dell’ambiente e degli animali. Ama il genere gotico in tutte le sue forme e declinazioni. È del 2016 la sua prima silloge poetica, “Necrotica – Trama di un sogno e sottile raso d’incubo”. Valentina Vanasia La sua arte vuole sussurrare sensazioni, atmosfere e parole non dette come dentro un sogno, attraverso i suoi occhi. Ha conseguito il Diploma accademico in “Nuove tecnologie per l’arte” a Brera. Ha realizzato: la

copertina di “Undermind” di Matteo Valentini, il videoclip live Marianne Mirage, fuori salone (MI), dipinti su muro, Dublino, lo Spot Apurimac onlus Facebook:https://www.facebook.com/valentinavanasiaart/ Instagram: https://www.instagram.com/valentinavanasia/ tumblr: http://valentina-vanasia.tumblr.com Camael Virtus, un nome che da anni usa per firmare ogni sua opera, racchiude parte di quello che sente di voler trasmettere: Giustizia, attraverso il nome dell’Arcangelo Camaele, e la Virtus che per i romani era l’espressione del valore, nonché dea del coraggio. Scrive da quando aveva sedici anni, pubblicando solo racconti. Il primo è contenuto nell’antologia ‘De Rosa Rubra’, la cui copertina è stata disegnata a mano da lei stessa, seguendo l’idea di uno degli autori che ha partecipato all’iniziativa. Adora la storia antica e l’esoterismo, da cui parte per scrivere. È di Bari, nata nel lontano Agosto del 1993 in un caldo venerdì 13 e ora abita a Lugo, in EmiliaRomagna, un paese pieno di storia dove inizierà un nuovo viaggio scrivendo le sue leggende. Valerio Vozza Amante del genere fantastico e della meta-narrazione, pubblica nel 2015 il romanzo fantasy “Il bosco delle kjxii”, i cui protagonisti appartengono a una razza da lui inventata, frutto delle numerose letture e della visione di film e telefilm di genere. Dal 2014 organizza contest letterari. Nel 2016 collabora con MeeTale come contest manager e fonda, insieme ad altri amici, Kairòs Officina Editoriale, una pagina di service editoriale. Nel 2017 inizia la collaborazione come grafico ed esperto informatico presso Edizioni Godot e, sempre nello stesso anno, fonda il web-network WordShine.


SOLUZIONE AL TRIVIA DI PAG.22 La fantasia è una naturale attività umana, la quale certamente non distrugge e neppure reca offesa alla Ragione, né smussa l’appetito per la verità scientifica, di cui non ottunde la percezione. Al contrario: più acuta e chiara è la ragione, e migliori fantasie produrrà.


Illustrazione di Copertina: Andrea Piera Laguzzi Scontro Fra Potenze: Illustrazione di Marika Michelazzi I Morti Di Hamelin: Illustrazione di Pepper Von Bones Il Segreto Della Fata: Illustrazione di Elly Cap La Guerra Di Danas ep.2: Illustrazione di Valentina Vanasia Neve Vestita Di Nero: Illustrazione di Valentina Vanasia Editing: Emanuela Navone, Nico Menchini, Angela Bernardoni Impaginazione: Agnese Merli


Il Grimorio vi aspetta prossimamente con il terzo volume, dedicato a Isaac Asimov

Il Grimorio del Fantastico volume 2  

Secondo volume della nuova collana antologica dedicata alla narrativa fantastica. In questo numero abbiamo deciso di omaggiare il padre dell...

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