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Narratori Francesi Contemporanei

Stagioni spietate


Kettly Mars

Stagioni spietate Romanzo

Traduzione dal francese di ANTONELLA ALESSANDRINI


Titolo originale: Saisons Sauvages © Éditions Mercure de France, 2010 Stampa: Area Digitale – Roma Copyright dell’edizione italiana 2019 © Gremese International s.r.l.s. – Roma Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta, registrata o trasmessa in qualunque modo e con qualunque mezzo, senza il preventivo consenso formale dell’Editore. ISBN 978-88-6692-062-5


A Roland, viaggiatore per l’eternitĂ


1.

Per quanto tempo dovrò ancora aspettare? Sono quasi due ore che sono qui in attesa di essere ricevuta. Non posso semplicemente alzarmi e andarmene dal momento che ho volontariamente rinunciato al mio libero arbitrio. Dal primo istante in cui ho messo piede in questo edificio, il mio tempo, il mio umore e la mia vita dipendono dalle voglie del Segretario di Stato. Arrendermi al desiderio crescente di fuggire da questa sala d’attesa del Palazzo dei Ministeri proprio ora che mi è stata finalmente concessa, dopo tanti tentativi e false speranze, la possibilità di essere ricevuta da Sua Eccellenza è fuori questione. Non vedo l’ora di tornare a casa. Poco prima di uscire, ho scoperto per caso un diario che apparteneva a Daniel. Era nascosto nel doppio fondo di una cappelliera sistemata sopra un armadio del suo studio. Arrampicata su una sedia, rovistavo nei ripiani del mobile alla ricerca di una chiave che si era smarrita, quando la scatola è caduta ai miei piedi, portando alla luce il suo mistero. Per un attimo sono rimasta con il diario tra le mani, senza capire. Mi incuteva un certo timore, come un intruso dentro di me. Istintivamente mi sono voltata per vedere se c’era qualcuno a osservarmi. Ho iniziato a sfogliare frettolosamente le pagine piene della scrittura fitta di Daniel. Ne ha scritte solo una ventina. I primi appunti risalgono allo scorso ottobre. Già nove mesi e io non ne sapevo nulla. Fa caldo, nonostante l’azione del ventilatore appeso al soffitto. Quasi tutti i dipendenti del Ministero sono usciti. Anche la segretaria del Segretario di Stato se ne va. Mi guarda in modo indecifrabile coprendo la macchina da scrivere e mi dice di non preoccuparmi, il Segretario di Stato mi riceverà. Daniel è in prigione esattamente da due mesi e un giorno. Lo stesso giorno sono stati arrestati anche Wenceslas Lamy e Hubert André, due colleghi del giornale, anch’essi membri dell’UCH1. Michel-An1. Per tutte le sigle e i termini creoli si rimanda al Glossario in fondo al libro.

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ge Lefèvre, il Segretario generale del partito, è riuscito a nascondersi. Non ci sarà alcun processo, né una sentenza o una condanna. Daniel sarà rilasciato o giustiziato dopo essere stato torturato e lasciato a marcire nella sua cella. Nel secondo caso, io non saprò né il giorno della sua morte, né in quale fossa comune verrà buttato il suo corpo. La giustizia non ha tempo per i comunisti invischiati nei loro discorsi teorici e nelle loro lotte pacifiche. Sono come parassiti che la dittatura non esita a schiacciare. Gli altri, i kamoken, i golpisti, vengono braccati senza pietà, massacrati dalla folla o giustiziati sulla pubblica piazza. Chi di spada ferisce… I loro cadaveri gonfi restano talvolta per giorni in balia delle mosche e dei curiosi affascinati e terrorizzati. Ma almeno in questi casi è possibile elaborare il lutto. Non c’è niente di peggio dell’incertezza della morte, dell’attesa, come una ferita che non si cicatrizza e uccide, goccia dopo goccia. Alcuni parenti e amici pensano che Daniel sbagli a provocare il governo con articoli in cui denuncia le violazioni alla Costituzione e il totale disprezzo dei diritti dei cittadini. Lo accusano anche di diffondere pericolose idee comuniste. Probabilmente hanno ragione. Ma oggi, non ho tempo di pensare. Devo bussare a tutte le porte, suonare a tutti i campanelli, ingoiare il mio orgoglio e la mia paura per chiedere la sua scarcerazione. Per supplicare che lo liberino, che lo restituiscano ai suoi due figli. Talvolta questo miracolo diventa incredibilmente possibile. Aspetterò. Due ore, quattro anche, se necessario. Non ho alcuna notizia di Daniel. Qualcuno mi ha detto che è ancora vivo. Questo “qualcuno” è un individuo in possesso di uno straccio di informazione, di un briciolo di speranza. “Qualcuno” è un conoscente il cui cugino, detenuto a Fort-Dimanche, sarebbe riuscito a far filtrare all’esterno un biglietto con i nomi di alcuni sopravvissuti, ormai una settimana fa. “Qualcuno” è un giardiniere della prigione, il cugino del marito della mia domestica, il quale avrebbe saputo che Daniel si trova nell’ala destra dell’edificio, in una cella dove sei uomini dormono a turno sull’unico letto della stanza. Ogni informazione si paga a suon di contanti o di notti insonni.

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2.

È il Segretario di Stato in persona a introdurmi nel suo ufficio. L’aria fredda della stanza mi assale già dalla soglia. Saranno cinque gradi in meno rispetto alla sala d’aspetto. Com’è possibile vivere in un ambiente così glaciale? L’arredamento è pesante e solenne. Legno ovunque, massiccio e scuro. Nella stanza regna un ordine perfetto. Una lampada al neon proietta un fascio di luce violenta su un angolo della scrivania. Il Segretario di Stato ha il palmo della mano gelido e asciutto, la sua è una stretta senz’anima. Indossa un completo blu scuro, una camicia bianca e una cravatta rossa. Un abbigliamento banale. Leggermente più alto della media, la pelle nera come la pece non lascia indovinare la sua età. Intorno ai quarantacinque anni, direi. Occhi sporgenti dietro lenti spesse, labbra carnose e un naso pronunciato con le narici che sembrano fissarti come un altro paio di occhi vuoti. Sulle tempie i capelli lanosi tendono al brizzolato. Un viso privo di qualsiasi bellezza, senza alcun segreto da svelare. Sotto la giacca affiora una leggera rotondità. All’improvviso sento l’impellente bisogno di urinare, sicuramente a causa del freddo. Uscendo la segretaria ha chiuso a chiave la porta del bagno della sala d’aspetto, la sto trattenendo ormai già da parecchio tempo. «Si accomodi…, signora Leroy.» «Grazie… Eccellenza.» Pausa. Aspetto che sia il Segretario di Stato a rivolgermi la parola. Non sembra avere fretta. Mi osserva di nascosto con una faccia strana, come se avesse visto un fantasma, poi però si ricompone in fretta. In seguito ho avuto l’impressione di vedere un accenno di sorriso sulle sue labbra. Ora che sono seduta, la pressione sulla vescica si fa più dolorosa. Mi raddrizzo un po’ per fare in modo che il peso del mio corpo poggi soprattutto sulle cosce. 9


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«Sono… sono stato convocato con urgenza dal Presidente della Repubblica…» Prende la parola usando lo stesso tono di uno che vuole parlarmi del tempo. Immagino che l’informazione sia un modo di scusarsi per essersi fatto attendere per quattro ore e dieci minuti. Ma non sono una sciocca. Quell’attesa intenzionale e calcolata definisce con chiarezza lo scenario: mi tiene in pugno. Il suo potere può salvarmi o distruggermi. Sono nella peggior situazione in cui potrebbe trovarsi un cittadino di questo paese. In balia dell’ira legittima dell’autorità assoluta, provocata, in opposizione alla «rivoluzione in cammino», dai traditori della causa. C’è una porta che si apre proprio dietro la poltrona del Segretario di Stato. È sicuramente da lì che entra ed esce dal Palazzo dei Ministeri, eludendo così quella fauna che per tutto il giorno resta in speranzosa attesa davanti al suo ufficio. La porta alla mia sinistra deve essere quella del bagno. Il Segretario di Stato tira fuori un taccuino e una penna da uno dei cassetti della scrivania. Mi osserva attentamente, fingendo di non guardarmi. Decido di fare il suo stesso gioco. «Mhmm… ho accettato di riceverla qui, signora, su intercessione di un mio amico, il dottor Xavier.» Il Segretario di Stato si concede una pausa. «Un internista eccellente, il dottor Xavier», mi dice in tono confidenziale. «Un uomo al quale devo molto, davvero molto… mi ha salvato la vita. Di solito non concedo udienza a questo genere di… rimostranze, ma, in via del tutto eccezionale… Nome e cognome di suo… marito?» Il tono cambia. Mi fa paura quella punta di gentilezza nella sua voce. Ho il cuore che vorrebbe aprirsi un varco e uscire dal petto. «Leroy… Daniel», rispondo d’un fiato. «Età?» «Trentanove anni.» «Professione?» «Professore di filosofia, di diritto… e di storia.» «E poi?», mi chiede il Segretario di Stato alzando un sopracciglio. La sua voce si fa dura. Per la prima volta, da quando sono entrata nella stanza, cerca il mio sguardo. 10


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Mi inquieta questa peculiarità del Segretario di Stato di cambiare argomento e tono durante la conversazione in maniera del tutto fuorviante. Come un corridore che avanza a zig-zag. Sicuramente una tecnica di interrogatorio diventata naturale. Di fatto, lui sa già tutto di Daniel. La sua età, i suoi genitori, la sua situazione finanziaria, le sue cattedre all’università, i suoi articoli di giornale che criticano il governo, il colore della pelle, la data del nostro matrimonio, i nomi dei nostri figli, tutto. Il suo lavoro consiste nel sapere tutto di tutti i Daniel che gettano sabbia negli ingranaggi del potere, e di costringerli al silenzio. «Giornalista…», aggiungo con un filo di voce. «Redattore capo del giornale di opposizione “Le Témoin” e numero due dell’UCH», conclude il Segretario di Stato, come se nulla fosse. Sento una fitta di dolore che mi tormenta nel basso ventre. La mia vescica non ne può più. Ma non ho il coraggio di chiedere al Segretario di Stato il permesso di usufruire del suo bagno personale. Non oso ricordargli che ho un corpo, un apparato urinario, una vagina. Il rumore del getto di urina arriverebbe forse fino alle sue orecchie. Non voglio che lui mi immagini nella stanza accanto, vulnerabile e nuda. In quel momento quella funzione della mia femminilità mi sembrerebbe una debolezza, una minaccia contro il mio stesso corpo. Non sarei dovuta andare da sola a quell’udienza. Il sudore inizia a imperlarmi la fronte nonostante l’aria condizionata. Il dottor Xavier mi ha raccomandato di non farmi accompagnare e di mantenere il più possibile segreta la mia iniziativa. Tutto ciò che riguarda i prigionieri politici deve essere gestito con la massima discrezione. «Da quanto tempo suo marito risulta… scomparso?» «Due mesi e un giorno.» Ma avrei voluto aggiungere anche ciò che il Segretario di Stato già sapeva e cioè che Daniel non è scomparso, ma è stato portato via da tre uomini mentre stava rientrando a casa al tramonto, e che si sono poi infilati nella nostra macchina non ancora ritrovata. Alcuni testimoni avrebbero assistito alla 11


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scena, ma non sarà aperta alcuna inchiesta e nessuno verrà a testimoniare. Il Segretario di Stato ripone la penna, quindi si appoggia allo schienale della poltrona, sospirando. Ho perso la nozione del tempo. Deve essere quasi notte fuori. I bambini mi aspettano. Dopo l’arresto di Daniel stanno imparando a convivere con la preoccupazione, diventano grandi prima del dovuto. Solo il dottor Xavier sa dove mi trovo in questo momento. I miei muscoli pelvici sono doloranti a causa dello sforzo di trattenere la pipì che cerca di uscire dal corpo. «Sa dove si trova attualmente suo marito, signora?» La voce del Segretario di Stato è tornata di nuovo dolce e grave. «No… Eccellenza.» «Lei mente, signora!» Il Segretario di Stato sorride e il suo naso si appiattisce fino a toccare il labbro superiore. Scopre una fila di denti lunghi, regolari ed estremamente bianchi. Un sorriso rapace che getta un’ombra di bellezza su un viso sgradevole. Ho il cuore che batte all’impazzata. Mi sento come un bambino colto in flagrante nel tentativo di nascondere qualcosa. Che fare? Devo dirgli la verità, non ho altra scelta. «Il fatto è… è che non posso fidarmi delle voci che girano, Eccellenza.» «E cosa dicono queste voci, signora?» «Che Daniel… che mio marito si trova a Fort-Dimanche.» «A Fort-Dimanche… naturalmente», si lascia sfuggire il Segretario di Stato in un lungo sospiro. Prende nota. «Vede signora, nel nostro Paese le voci sono un’arma a doppio taglio, un’arma spietata. Possono liberare e condannare, costare soldi e rendere felici, ma mai a lungo. Le voci rendono vulnerabili. Qual è il suo indirizzo?» Il tono ora torna neutro. «16, rue des Cigales…» «È venuta con la sua auto?» «No… sono arrivata in taxi… non sappiamo ancora dove si trovi la macchina di mio…» «Bene… Capisco…», taglia corto il Segretario di Stato infastidito. 12


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Preme quindi con discrezione un pulsante situato sotto il tavolo e dagli abissi del Ministero si sente risuonare un campanello. Qualche istante dopo, la porta dietro la poltrona si apre e compare un uomo giovane, alto e snello, dal viso rubicondo, uno scribacchino dagli occhi stranamente cerchiati. Il ragazzo è in maniche di camicia e porta con sé una pistola riposta in una fondina di pelle appesa al fianco destro. Si avvicina e mi guarda di nascosto, fermandosi in piedi in silenzio accanto al Segretario di Stato. «Jocelyn, accompagni a casa la Signora Leroy, al 16, rue des Cigales.» «Sì, Eccellenza.» «Signora, non si fidi delle voci…», mi dice il Segretario di Stato in quello che dovrebbe essere un arrivederci. «Grazie… Eccellenza.» Esito ad alzarmi. Suppongo che l’udienza sia finita, appena una decina di minuti, dopo oltre quattro ore di attesa. C’è un momento di disagio. Il Segretario di Stato resta seduto, d’un tratto sembra molto stanco. Jocelyn si dirige verso la porta per uscire dall’ufficio, seguito da me che cerco di camminare nella maniera più disinvolta possibile. Lo sguardo del Segretario di Stato mi brucia la nuca, le scapole, le natiche, i polpacci. Fuori, rue Saint-Honoré è attraversata da qualche sporadico passante. Più in là, lungo rue de l’Enterrement, i venditori ambulanti di cibo hanno già sistemato le loro bancarelle rischiarate da piccole lampade a cherosene. La facciata occidentale del Palazzo nazionale, a una cinquantina di metri, è illuminata a giorno; alcuni soldati si muovono da un capo all’altro. Alle mie spalle, la massa scura delle Caserme Dessalines si staglia come una sfinge nell’oscurità dello sfondo. L’edificio ospita un gran numero di prigionieri, tra le sue mura spesse uomini e donne soffrono e agonizzano. Salgo in una lunga macchina nera parcheggiata davanti al Ministero, è lo stesso Jocelyn ad aprirmi uno degli sportelli posteriori. Una figura si materializza dal nulla e si accomoda sul sedile anteriore, accanto all’autista. Il Palazzo dei Ministeri dista circa venti minuti da casa mia. Avverto un dolore lancinante ogni volta che l’auto prende una buca. Temo 13


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soprattutto di farla lì sul sedile posteriore. Il traffico è piuttosto scarso lungo avenue John Brown. Alla fine arriviamo a destinazione. Jocelyn scende ad aprirmi la portiera, l’altro passeggero non batte ciglio. Accenno un sorriso di ringraziamento. L’auto riparte a tutta velocità, sollevando una densa nuvola di polvere. Solo in quell’istante mi rendo conto che il Segretario di Stato non mi ha fatto alcuna promessa, non mi ha fissato un nuovo appuntamento e io continuo a non sapere nulla sulla sorte di Daniel. Quanto al suo atteggiamento nei miei confronti, sono sconcertata. La mia presenza sembrava lasciarlo indifferente, ma ho colto delle scintille animalesche in alcuni suoi sguardi. Ho come la sensazione di un corpo estraneo che mi ostruisce la trachea, non riesco a deglutire. Il dolore si propaga dal basso ventre alle gambe, mi paralizza fino a farmi flettere leggermente il busto. Finirò con l’accovacciarmi per fare infine pipì sulla terra battuta del marciapiede, come fanno le fruttivendole ambulanti? Nessuno all’orizzonte. La casa è immersa nel silenzio. È il momento del blackout questo. Dietro le tende del soggiorno splende il cono di luce di una lampada a cherosene. Tutto è calmo, la brezza tiepida della sera porta con sé un’inebriante fragranza di ylang-ylang. In lontananza tuona un temporale, forse pioverà. Chiudo gli occhi e inspiro profondamente. È una sera come le altre a Port-au-Prince e i rami vibrano al frinire dei grilli come tutte le altre sere. L’estate diffonde un caldo soffio vegetale. Daniel rientrerà a momenti, con quel suo odore di gesso e sigaretta. Posso immaginare le teste di Marie e Nicolas chine sui loro quaderni; Nicolas finge di studiare, mentre tutta la sua attenzione è concentrata sul gatto disteso ai suoi piedi. La fine dell’anno scolastico si avvicina. Mi costringo a fare un passo per aprire il portone e sento, impotente, l’urina tiepida scivolarmi lungo le gambe e bagnarmi le scarpe.

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3.

A più di un’ora dalla sua partenza, percepiva ancora la presenza di Nirvah Leroy tra le quattro mura del suo ufficio. L’elettricità generata dalla donna sembrava finalmente disperdersi, lasciandolo psicologicamente a pezzi. Non riusciva a concentrarsi sui documenti allineati davanti a lui. Eppure pensava di sapersi difendere dagli attacchi della carne, di essere padrone dei propri istinti e ormai indifferente a tutti quei giovani corpi che ogni giorno gli si offrivano in cambio della sua misericordia o protezione. Conosceva donne di qualsiasi sfumatura di pelle che si davano a lui gratuitamente, solo per approfittare del suo potere. Era diventato un habitué di quei bordelli all’uscita sud della città, dove le ragazze erano belle disgraziate dalla pelle chiara e dalla chioma fluente, arrivate dalla Repubblica Dominicana, dall’altra parte dell’isola. Crocevia, luogo dei piaceri più disparati, oasi del versante meridionale della capitale che perdeva lentamente il suo fascino bucolico per diventare il paradiso dei nottambuli, dei commercianti, degli albergatori, nonché rifugio per migliaia di cittadini dell’entroterra scaricati dai camion sulla piazza Champ de Mars per manifestare occasionalmente il loro sostegno alla sovranità nazionale e incapaci di pagarsi il viaggio di ritorno. Ma quella donna non assomigliava a nessun’altra. Se ne era convinto non appena aveva posato i suoi occhi su di lei. Una donna per cui un uomo potrebbe perdere la testa. Il suo profumo di mango maturo aleggiava ancora nell’aria, eccitandolo. Trasudava forza e fragilità, raffinatezza e dissolutezza, serenità e vertigine. Dietro il suo sguardo innocente nascondeva un mondo segreto, di classe, di casta, di sussurri e risatine discrete. Un mondo altezzoso e inaccessibile. Un mondo ipocrita e corrotto. Conservava sotto la pelle la chiave che apre le porte su viaggi in terre proibite. Durante i pochi minuti trascorsi in sua presenza, il Segretario di Stato aveva toccato 15


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picchi di irritazione ed eccitazione. Quella donna si rivolgeva a lui perché sperimentava, forse per la prima volta in vita sua, i tormenti della disperazione. Perché capiva che alla fine il vento era girato e che la supremazia aveva cambiato colore e fazione. Veniva quindi a supplicarlo, senza alcun pudore, dimenticando che, in circostanze diverse, lui sarebbe stato l’oggetto del suo disprezzo o, ancora peggio, della sua indifferenza. Lo aveva atteso per oltre quattro ore, ormai rassegnata, forse, all’idea di non incontrarlo. Sotto la sua flemma apparente, il Segretario di Stato aveva percepito il tremore della carne, l’anelito dell’anima. La donna faceva fatica a nascondere la paura, soffriva ormai da molte settimane, non dormiva più la notte. I soldi dovevano iniziare a mancarle poiché il conto del marito era bloccato presso la Banca Reale del Canada, i suoi beni messi sotto sequestro a eccezione della casa. Daniel Leroy… quell’aspirante comunista aveva creduto di potersi prendere gioco dei servizi segreti del suo Ministero. Di fatto, li fregava fingendo di aderire all’UCH e di essere un dissidente che agisce alla luce del sole, mentre invece coltivava nell’ombra progetti perversi, seminando caos e ideali di rivolta nelle menti dei contadini e dei giovani, minando le basi della rivoluzione. Tramava perfino un golpe. Tutti vogliono fare il Presidente. Mhmm… Quando si possiede una moglie così bella, Leroy, è pericoloso, estremamente pericoloso, scherzare con la politica. Probabilmente dopo numerosi tentativi infruttuosi, la signora Leroy aveva deciso di appellarsi al potere. Il suo potere. Una droga senza la quale ormai non poteva più vivere. Cercava di misurarne l’entità nello sguardo degli imputati che interrogava, in quello dei prigionieri grondanti sudore e sangue che lo supplicavano di interrompere una sessione di torture. Aveva una collezione di fazzoletti macchiati del sangue delle giovani vergini che lui stesso deflorava con violenza. Era uno degli uomini più potenti e temuti del Paese e ne aveva appena ricevuto l’ultima conferma proprio dalla presenza disperata di quella donna seduta davanti a lui che metteva il proprio destino nelle sue mani. Una donna che incarnava una nazione divisa, una storia iniziata male, benessere e privilegi per pochi insolenti e un retaggio di disprezzo per la stragrande 16


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maggioranza di uomini e donne, da ormai troppo tempo. Oggi il suo potere non conosceva limiti: era in grado di comandare con il denaro, corrompere, comprare coscienze, perseguitare, emettere condanne e assoluzioni in un Paese senza regole in cui ogni giorno le leggi cambiavano volto. Al Segretario di Stato non sembrava vero di essere diventato ormai l’artefice del destino di quella donna, venuta a fargli visita direttamente da un mondo di cui conosceva solo le porte chiuse. Lei incarnava ciò che maggiormente disprezzava, ciò che avrebbe voluto vedere scomparire dalla faccia di questa terra, tutto ciò che aveva impedito a generazioni di uomini e donne come lui di raggiungere la pienezza della loro umanità. Lei rappresentava anche ciò che più desiderava al mondo, il motivo per cui avrebbe dato persino la vita. La pelle vellutata, il naso dritto, le lunghe ciglia all’ombra delle quali si nascondevano grandi occhi umidi, la bocca rossa, tendente al porpora, i capelli lisci, così neri, raccolti in uno chignon che lui immaginava in disordine sulle spalle nude nel gesto di accarezzarle i seni, i cui capezzoli dovevano richiamare il porpora fatale delle labbra. Lui l’avrebbe schiaffeggiata, spogliata davanti a tutti, umiliata, per tutte le volte che quelle della sua razza avevano ignorato la sua esistenza, negato la sua intelligenza. L’avrebbe morsa fino a farla sanguinare per il disprezzo sottile o arrogante, per i club esclusivi, i luoghi inaccessibili, l’oligarchia. L’avrebbe accarezzata per tutta la notte, inondandola di lacrime, implorando il suo perdono di fronte a tanto odio. L’avrebbe presa con brutalità, senza dire una sola parola, eccitandosi ai suoi lamenti, assaporando, sul punto di venire, la sconfitta in fondo ai suoi occhi. Non si era alzato per dirle arrivederci perché in quel momento il suo corpo eccitato avrebbe confessato a Nirvah Leroy tutto ciò che le labbra non le dicevano, perché la sua erezione era come quella di un ragazzo di vent’anni, quando il sangue non sa cosa vuol dire avere una défaillance.

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Traduzione dal francese: Antonella Alessandrini

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STAGIONI SPIETATE

Kettly Mars è una scrittrice haitiana autrice di poesie, novelle e romanzi tra cui ricordiamo Kasalé (2003) e L’ora ibrida (Epoché 2007), con il quale ha vinto il Premio Senghor come miglior romanzo d’esordio francofono; a questo sono seguiti Le Prince noir de Lillian Russel (2011), Au frontier de la soif (2012), Je suis vivant (2015), L’Ange du patriarche (2018).

««Il Segretario di Stato fa il gesto di andarsene, io respiro. Si alza e anch’io faccio lo stesso. Ma non si dirige verso la porta, si limita a guardarmi, la sua mano destra si solleva per dirmi arrivederci, ma invece va a posarsi sulla mia nuca, sento le sue dita scivolare sul mio cuoio capelluto. Tutto il mio corpo si contrae in un rifiuto assoluto verso il contatto di quell’uomo, il suo sudore, il suo odore. Avvicina il viso al mio. Provo a indietreggiare. La stretta sul mio collo è decisa, sento già il suo respiro sulla guancia…»»

Kettly Mars

aver preso la decisione giusta… o almeno così crede. Attraverso la storia di Nirvah e della sua famiglia, Kettly Mars rievoca le sofferenze e le paure di tutto il popolo haitiano nel lungo e tragico inverno della dittatura.

978-88-6692-062-5

Kettly Mars

STAGIONI SPIETATE romanzo

Porte-au-Prince, Haiti, anni Sessanta: il dittatore François Duvalier e le sue milizie, i Tonton Macoutes, eliminano sistematicamente tutti gli oppositori del regime. Daniel Leroy, caporedattore del principale giornale d’opposizione e capo segreto della resistenza comunista, è appena stato arrestato. Disperata, dopo mesi passati senza avere notizie del marito, Nirvah chiede infine udienza al potente e temibile Segretario di Stato Raoul Vincent per conoscere la situazione in cui versa Daniel. Tuttavia, quello che doveva essere un semplice colloquio formale si trasforma nella prima di una serie di strane coincidenze e di visite inaspettate che sconvolgono la vita già difficile di Nirvah. Con il tempo, il Segretario di Stato diventa una presenza sempre più ingombrante nella quotidianità della donna, fino a quando non le manifesta palesemente le proprie intenzioni: vuole che lei diventi la sua amante o non rivedrà mai più Daniel. Nirvah si trova così davanti a un bivio: mantenere la propria dignità o cedere ai desideri del Segretario e garantire così la sopravvivenza di Daniel e dei loro figli. La scelta risulterà difficile e carica di conseguenze. Per Nirvah, l’unico conforto sarà dato dalla certezza di

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Stagioni spietate di Kettly Mars  

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