Non so dirti ti amo di Nicolas Robin

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Narratori Francesi Contemporanei

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Nicolas Robin

NON SO DIRTI TI AMO Romanzo

Traduzione dal francese di

DIANA DI COSTANZO

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Copertina: Francesco Partesano Titolo originale: Je ne sais pas dire je t’aime © S.N. Éditions Anne Carrière, Paris, 2017 Stampa: Printonweb – Isola del Liri (FR) Copyright dell’edizione italiana: 2018 © Gremese Internationsl s.r.l.s. – Roma Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta, registrata o trasmessa, in qualunque modo e con qualunque mezzo, senza il preventivo consenso formale dell’Editore.

ISBN 978-88-6692-004-5

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Vi è più genio in una lacrima, che in tutti i musei e le biblioteche dell’universo. Alphonse Lamartine, Graziella Quand notre coeur fait Boum, Tout avec lui dit Boum. Et c’est l’amour qui s’éveille. Charles Trenet

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1 Parigi, o la ami o la abbandoni. È un imperativo quotidiano per chi si ritrova con il naso schiacciato contro il vetro di una metropolitana sovraffollata, per chi fa lo slalom tra le chiazze d’urina e gli escrementi di piccione, per chi in strada viene spintonato da un cafone. Parigi è una bolgia fatta di clacson, odori di fritto e di smog, dove gente proveniente da ogni dove s’incrocia e fa finta di non vedersi. Ogni giorno, migliaia di parigini si ammassano negli autobus, sfuggono alla morte per asfissia, litigano con i tassisti, decidono d’iscriversi a un corso di arti marziali. E in mezzo a tanto caos, entra in scena il farmacista, il grande consolatore in camice bianco dei casi disperati, colui che a colpi d’ansiolitico vi convince che tutto andrà per il meglio, vi restituisce la serenità e vi fa ripartire col piede giusto… almeno fino alla prossima crisi di nervi. A volte Parigi è difficile da amare, allora alcuni vanno via definitivamente. Raccolgono le loro cose e partono, vanno lontano, su un’isola dove non ci sono né clacson né wi-fi, niente. Altri, invece, la lasciano solo per poco tempo, si procurano un biglietto di andata e ritorno e un posto accanto al finestrino. Francine è una pensionata e ha scelto di partire per una vacanza. Presto volerà verso la Florida per festeggiare i suoi quarant’anni di matrimonio con Henri. Solo a pensarci le tremano le gambe. Ama suo marito. Insieme andranno fino a Key West, lungo i ponti so–7–

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spesi sull’arcipelago, viaggiando tra il cielo azzurro e l’oceano, dritti nel blu fino all’orizzonte. Insieme, stanno vivendo una bella storia d’amore. Francine si prepara alla partenza e sta per rinnovare il passaporto presso il municipio del XX arrondissement. Una piccola formalità, nulla di stressante. In fila allo sportello, con aria civettuola controlla la sua pettinatura in uno specchietto. È sicura del suo nuovo colore biondo cenere. Per fortuna, dal parrucchiere non hanno forzato troppo la mano con il fon. Francine è una pensionata dinamica e non vuole somigliare a una vecchia. È molto apprezzata a Porte de Bagnolet, il suo quartiere, ed è considerata una vicina simpatica perché generosa e sempre disposta ad aiutare gli altri: se siete a corto di sale e uova, Francine è pronta a darvene un po’ dei suoi e se siete fortunati ci scapperà anche un vasetto di conserva di pomodoro. Richiude lo specchietto. Ecco arrivato il suo turno allo sportello. Francine avanza allegra e sicura di sé, fiera del suo nuovo colore biondo cenere. – Buongiorno signorina. Avrei bisogno del certificato di nascita per il rinnovo del passaporto. – Nome? – Francine Fauret, nata Poularmé. – Un attimo. La donna allo sportello rimesta tra le carte, fischietta un motivetto popolare difficilmente riconoscibile, segno del suo buon umore. – Non rilasciamo più gli estratti del certificato di nascita, le do una fotocopia del registro di stato civile. Francine avverte un dolce brivido: per la prima volta in vita sua leggerà il testo del proprio ingresso ufficiale in società. Prima si era sempre rifiutata di farlo – per –8–

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paura di dover affrontare il suo passato, perché non le piacciono le storie che iniziano male, anche se finiscono bene. La donna guarda la scheda, vede il suo nome da ragazza e l’anno della sua nascita, il 1945. Appena al di sotto sono riportati il nome e la data di nascita della madre. Lo spazio riservato al padre invece è vuoto. Nulla di sconvolgente, lei non l’ha mai conosciuto. Un soldato di passaggio, un segreto di famiglia ben custodito. Il padre di Francine è iscritto tra gli irreperibili, sul piano amministrativo non esiste. Tuttavia, sul documento, con una grafia maldestra, è precisata una data che la donna non conosce: Francine Poularmé, nata il 21 febbraio 1945 all’ospedale Tenon, riconosciuta dalla madre Micheline Poularmé il 21 marzo 1945. In piedi davanti allo sportello dell’ufficio comunale, Francine si sente mancare. Sua madre non l’ha riconosciuta il giorno della nascita, ma ha aspettato un mese per farlo! Il primo giorno di primavera si è ricordata di avere avuto una figlia ed è tornata al reparto maternità a cercarla, come se nulla fosse. Francine ha una vampata di calore, anche se quel giorno non fa particolarmente caldo. Rilegge la data e subito il calore lascia il posto al gelo. Un brivido la percorre. – Tutto bene signora? – Oh, non è nulla. Sa com’è… la menopausa. La donna allo sportello alza gli occhi al cielo, perché ne vede tutti i giorni di tipe strane con problemi esistenziali. Francine si stampa un sorriso forzato. Non può rimanere lì impalata senza fare nulla, non dopo che una verità del genere le è piombata addosso. Fa un respiro profondo per trovare la forza di girarsi e andare via, e così esce dal municipio correndo, senza salutare –9–

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l’impiegata allo sportello, che non ne può più di quelle tardone maleducate. Sul piazzale antistante il municipio, una lacrima le scende sulla guancia e le lascia una striscia nera sul viso. La messa in piega ha retto allo shock ma il trucco è andato. Nella mano, la donna accartoccia il suo passato stampato su un foglio. Il sole le accarezza il volto ma è una magra consolazione. Sessantadue anni dopo la nascita, all’età in cui presumibilmente si è raggiunta la saggezza, Francine scopre una verità tagliente quanto un coltello per ostriche. Micheline, la sua mamma dagli occhi verdi, la detestava al punto da ignorarla crudelmente. Ed è ormai troppo tardi per chiedere una spiegazione, perché lei non è più in vita e non può giustificare il proprio gesto. Al suo passaggio, i piccioni volano via e le api vanno altrove in cerca di fiori. Francine si precipita verso suo marito seduto su una panchina di piazza Gambetta, il viso rivolto in direzione delle nuvole che sorvolano la fontana in mezzo alla grande rotonda. – Vieni Henri! Torniamo a casa! – Tutto bene? – Prendiamo l’autobus, sbrigati! – Allora, quando si parte per la Florida? – Ma chi se ne importa del viaggio! – Cos’è successo? Francine ha le lacrime agli occhi, come se fosse stata accusata di un crimine che non ha commesso. Ha solo chiesto un estratto del suo stato civile, ma all’improvviso il mondo le è crollato addosso. – Ne ho abbastanza di essere la figlia di un crucco!

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2 Juliette trova che la scarpa di marca tedesca sia affidabile. O almeno è arrivata a convincersene e a persuaderne gli altri. Gracile nel suo tailleur in poliestere grigio, vende scarpe per nove ore al giorno in un centro commerciale parigino. Mostra modelli resistenti e confortevoli; attira l’attenzione dei clienti sulla sapiente manifattura ed evidenzia le rifiniture. «È perfetta per chi ha i piedi sensibili», sottolinea sempre. E a quel punto, di solito, i clienti si convincono. La scarpa tedesca resiste a tutti i tipi di trattamento. Non vi molla dopo appena due mesi, neanche se frenate con i piedi quando andate in bicicletta. È l’ultima carta che Juliette gioca con i suoi clienti, se fanno resistenza, e alla fine la spunta sempre. Fosse dipeso da lei, avrebbe preferito vendere le scarpe italiane, più eleganti, più morbide, scarpe che invitano alla spensieratezza, all’ozio, alla dolce vita. Ma il caporeparto ha deciso diversamente. L’ha assegnata allo stand delle calzature tedesche e Juliette cerca di conquistare i clienti elogiando l’efficacia della suola antiscivolo. Non è la vita che aveva sognato: ha più di trent’anni, non è sposata, non ha figli e aspira a un altro futuro – vorrebbe passare a un altro piano del centro commerciale, cambiare prodotto e soprattutto non lavorare più con Claudine. Juliette ha un problema con la sua collega perché, bisogna ammetterlo, Claudine non è il genere di persona con cui si può ridere e scherzare. Di età indefinita, ma più anziana di Juliette, ha la voce roca, i capelli lunghi e bianchi raccolti a coda di cavallo, il volto scuro, solcato dalle rughe. Si direbbe una strega. È – 11 –

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vicina alla pensione, non è più capace di essere gentile, e non lo nasconde ai clienti. Quando le si chiede: «Ha il 38 di questo modello?», non si fa troppi scrupoli a rispondere: «Ora non ho tempo, passi più tardi!». Cosa che lascia alquanto perplessi. E se il cliente è un tipo insistente, allora lo pianta nel bel mezzo del reparto e si rifugia dietro la cassa per spiluccare qualche boccone di gruviera. Tutti lì la chiamano “madame Claudine” perché è la più anziana del negozio e ciò le garantisce comunque un certo rispetto da parte dei colleghi. Dopodiché, non schioda più dalla sedia per il resto della giornata. Accennando un saluto con la mano, ogni giorno va via almeno dieci minuti prima dell’orario di chiusura, perché dice che è proprio il tempo che ci vuole per arrivare all’uscita del centro commerciale. Juliette spera che un giorno la ruota giri, che otterrà un posto come caposettore, una posizione all’altezza delle sue capacità, dato che ha un master in tecniche di commercio; non è mica poco, questo dovrebbe farla arrivare in alto o quantomeno allontanarla da madame Claudine. Non vuole diventare come quella vecchia zitella, che la sera torna a casa da sola senza neanche un cane ad aspettarla. Guardandosi allo specchio del negozio, Juliette si mette alla ricerca di eventuali capelli bianchi. Nulla, almeno per il momento nessun segno che la faccia sembrare anche solo lontanamente a una strega. Non le piacciono i suoi capelli, li trova troppo sottili, e in più, legati, somigliano alla coda di un topo. Non le piace neanche il suo naso all’insù, che non è per niente come quello delle attrici sposate ai piloti di Formula 1 o ai principi ereditari. Nel complesso si trova troppo magra, con il seno piccolo e il sedere piatto. Di certo non ha – 12 –

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il fisico formoso delle commesse che vendono le scarpe italiane. A quello stand le ragazze indossano tailleur rosso carminio, una tonalità sanguigna che trasmette quel calore tipicamente latino; hanno capelli morbidi e fluenti e un piccolo neo sul labbro superiore. Legate da una complicità che le fa scoppiare a ridere insieme anche diverse volte al giorno, svolazzano con la sicurezza che scaturisce da un portamento aggraziato e un seno generoso. Juliette torna a girarsi verso madame Claudine che nel frattempo si spazzola la forfora dai capelli. Il centro commerciale assomiglia a un alveare luminoso dove nulla è fuori posto. Sotto le luci alogene dei grandi lampadari che accompagnano i clienti fino alle casse, ogni cosa è studiata nei minimi dettagli. Ognuno fa la sua parte e rispetta il proprio ruolo. Per sua sfortuna Juliette è stata relegata alle scarpe tedesche. Ha più di trent’anni, non è sposata, non ha figli, nessuna relazione sentimentale con un affascinante rampollo di buona famiglia, e invece un rapporto decisamente complicato con lo specchio. All’improvviso un cliente la distoglie dalla deprimente contemplazione del suo aspetto fisico: è un uomo d’affari dall’aria frettolosa in completo blu navy. Il businessman vorrebbe sostituire i suoi vecchi mocassini con un paio di scarpe marroni dotate di una comoda suola antiscivolo, e che reggano bene il ritmo frenetico della sua routine quotidiana, insomma, un paio di scarpe per uomini vincenti, come lui. Avanti, bisogna fare in fretta che il tempo è denaro. Certamente, nessun problema. Con un sorriso professionale Juliette si mette subito all’opera. In fondo allo stand, madame Claudine è concentrata sul sudoku. Il cliente si siede sul divanetto in – 13 –

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pelle e Juliette s’inginocchia davanti a lui, mostrandogli le scarpe nella scatola appena aperta. − È un modello perfetto per chi ha i piedi delicati. − Non ho problemi di questo tipo! Il cliente si toglie le scarpe e resta in calzini, pensando bene di sgranchirsi le dita. Di certo, anche se non ha i piedi sensibili, per il povero naso di Juliette è chiaro che l’uomo ha invece i piedi che puzzano. Con un veloce scatto dettato dall’istinto di sopravvivenza, la ragazza gira la testa di lato tentando di sfuggire all’odore nauseabondo che le aggredisce le narici. Non è la prima persona a soffrire di una sudorazione eccessiva dei piedi e purtroppo non sarà l’ultima. Juliette lascia che il cliente indossi la sua scarpa da vincente e le dica se gli piace come calza oppure no. Non ci pensa nemmeno a contraddirlo, spera solo che se ne vada al più presto. È ancora nella stessa posizione con la testa girata di lato, il che le fa cadere lo sguardo su madame Claudine che, seduta lì di fronte a lei, si sta pulendo il naso. Non è proprio la vita che aveva sognato. Juliette rimane in apnea e tenta di farsi forza immaginando un futuro migliore. Quella sera, per esempio, si farà una doccia calda, si preparerà un’insalata con gamberetti e avocado e guarderà la replica di Dirty Dancing alla televisione. 3 Stasera per la prima volta in vita sua Joachim apparirà in tv. Non è abituato a certe cose, per questo si è messo la solita maglietta della sua squadra di pallamano e le scarpe da ginnastica quasi logore. Un look sportivo – 14 –

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dalla testa ai piedi, molto alla moda, con le sue sopracciglia folte unite all’attaccatura del naso, che gli incorniciano gli occhi e gli donano un’aria ribelle. Non è facile accettare quel tipo di sopracciglia, è un po’ come avere il naso a patata o le orecchie a sventola, non si può dire che stiano bene a tutti. Eppure Joachim ha imparato a conviverci. Non è un fan dell’epilazione maschile; se ne frega dei canoni estetici e dei dettami della moda. È fiero dei suoi peli superflui. Ha muscoli e peli da vero uomo. Questa sera è stato chiamato a partecipare a una di quelle trasmissioni televisive dove la gente confida in diretta i propri segreti, litiga con gli altri invitati o lancia ogni oggetto presente sul set addosso al proprio rivale. Di solito gli ospiti, seduti sui divanetti dello studio, fanno dichiarazioni scioccanti, del tipo: «Non sopporto più tua madre!», oppure: «Voglio cambiare sesso», o ancora: «Mi chiamo Jean-Françoise e vi odio tutti!». Joachim si chiede cosa ci fa lui lì. Conduce una vita semplice e tranquilla: è istruttore di guida in un’autoscuola, i suoi hobby sono lo sport e i documentari sugli animali alla tv. Ha le spalle larghe e l’aria da duro ma in fondo è un tipo sensibile, che si emoziona davanti alla nascita di un elefantino e si commuove fino alle lacrime quando vede una pecorella uccisa davanti al suo agnellino. Lui non ha voglia di fare l’amore con sua suocera, né di farsi asportare i testicoli: quindi cosa ci fa lì? Normalmente, Joachim non è il tipo che si fa troppe domande, eppure in quella situazione ha la netta sensazione che qualcosa non quadri. La compagna lo ha lasciato portandosi via tutte le sue cose, anche la piastra per capelli “Bellissima” della Imetec e i dischi di Enrique Iglesias. A Joachim piacerebbe molto avere una – 15 –

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spiegazione, per questo ha deciso di partecipare al programma, dal momento che lei lo ha invitato senza dargli la possibilità di parlare della faccenda al telefono. Gli piacerebbe anche sapere cosa ci fa il suo compagno di squadra seduto di fronte a lui sul divanetto giallo, con quell’aria goffa e silenziosa. A Joachim la cosa puzza po’ di bruciato. È la prima volta che appare in televisione e non è molto a suo agio davanti al conduttore dai capelli brizzolati, che sembra decisamente un maniaco dell’autoabbronzante. Aggrotta il suo unico sopracciglio in un momento di intensa riflessione, il che gli conferisce uno sguardo da bel tenebroso. Il presentatore si accorge che Joachim ha lo sguardo intenso, di quelli che fanno innamorare le ragazze al primo colpo, tengono le spettatrici incollate al teleschermo e fanno salire l’audience al massimo. Bene allora, che lo show abbia inizio. − Buonasera Joachim, lei ha trentadue anni, lavora in un’autoscuola e ignora il motivo per cui è qui stasera. − Direi proprio di sì! − Dunque, lei ha una fidanzata che, a quanto ne so, è andata via di casa. − Sì, è così. − Bene, quindi in questo momento non si può certo dire che le cose tra voi siano tutte rose e fiori. − Ehm… no, non proprio. Joachim si morde il labbro inferiore. Non gli piace fare la figura dell’idiota, vorrebbe solo essere lasciato in pace. Il conduttore gli fa un bel sorriso, poi si volta verso la telecamera mostrando la dentatura sbiancata a colpi di laser, in aperto contrasto con il colorito bronzeo del viso. − Guardi l’uomo seduto di fronte a lei. Lei lo cono– 16 –

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sce, giocate nella stessa squadra di pallamano, forse lo considera un amico, o un fratello addirittura. Joachim aggrotta il sopracciglio, quell’uomo è un compagno a cui passa la palla durante le partite, non è né un amico né tantomeno un fratello, è solo uno della squadra. Il presentatore rincara la dose continuando a sorridere rivolto di tre quarti alla telecamera e sferra un ultimo attacco prima del colpo di grazia. − Ebbene, stasera questo amico ha qualcosa di molto importante da dirle. Joachim incrocia le braccia aspettandosi una dichiarazione del tipo: «Sono una drag queen», oppure «Sono un feticista, adoro i piedi», o ancora «Sono fan di Luis Mariano e vi odio tutti!». Tutte affermazioni che in fondo non sconvolgerebbero più di tanto la sua vita in diretta televisiva, ma poco male se questo servisse a fare stare meglio il compagno di squadra. Qualcuno tra il pubblico inizia a schiarirsi rumorosamente la gola. Il giocatore di pallamano prende la parola: − Vedi… devo dirti che… ho conosciuto una tipa. − Ah sì? − Una bella tipa, una figa. − E quindi? − Quindi… il fatto è che… lei è la tua ragazza. Il pubblico emette un «Ohhhh!» carico d’indignazione e Joachim si drizza sul divanetto senza riuscire a dire una parola, con gli occhi sgranati e la mascella contratta, non è per niente felice. Il conduttore si china verso di lui con la delicatezza di un boia. − Joachim, so che lei ora è arrabbiato, a questo mondo ci sono delle verità che hanno il potere di annientare un uomo, ma lo mettono faccia a faccia con il pro– 17 –

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prio destino. È per questo che ora le chiedo di stare a sentire colei che ha dato vita a tutto questo… la sua ragazza! La compagna di Joachim fa il suo ingresso nello studio con un paio di jeans a vita bassa da cui fuoriesce l’elastico rosa del perizoma e s’incammina verso i divanetti con un’andatura che gran parte dei presenti definirebbe da «da gatta morta». Con un sorriso da predatrice, saluta il pubblico che dal canto suo la fischia o le urla dietro, e si siede sul divanetto giallo posando una mano sulla gamba del giocatore di pallamano. In quell’istante, Joachim rimpiange di non essere rimasto a casa a guardare un documentario sulla stagione degli amori dei martin-pescatore. La compagna accavalla le gambe, getta i capelli all’indietro e assume un’aria fiera e spavalda. − Buonasera, lei è Melissa e fa l’estetista. È la compagna di Joachim da cinque anni e stasera ha qualcosa da dirgli. − Questo è poco ma sicuro! − Bene allora, dica pure, lui la ascolta. Il pubblico freme. Joachim invece è sprofondato nel divanetto. Osserva attentamente la donna che gli ha fatto montare un palo da lap dance in salotto, che gli faceva la guerra perché si depilasse il suo sopracciglio e che alla fine è sparita senza dire una parola. L’estetista verifica che la telecamera la stia inquadrando per bene, dopodiché inizia a parlare con voce nasale e tagliente come un rasoio. − In poche parole ti dico solo che ne ho abbastanza di te! Russi e lasci calzini sporchi in giro per casa, è una cosa che mi dà davvero sui nervi! Ne ho piene le scatole delle tue giraffe e dei tuoi panda alla televisione, per – 18 –

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una volta vorrei vederli dal vivo! Inoltre ti abbuffi di pasta, mentre io non mangio roba che contiene glutine, e non va bene! Sono stanca, per questo ho preso le mie cose e sono andata via. Non tornerò mai più! Spero che tu non ce l’abbia troppo con me, ecco! Il pubblico si lascia andare a un «Ohhhh!» carico di stupore. Joachim ha delle difficoltà a incassare il colpo. Dubita di riuscire a rimanere calmo e a conservare la sua dignità, dopo che si è appena fatto mollare in diretta televisiva dalla donna con cui viveva da più di cinque anni. È pallido, quasi cadaverico. La camera assapora la disperazione dell’ospite e fa un primo piano del suo viso, non permettendo allo spettatore di perdersi neanche il più piccolo dettaglio. 4 Seduto davanti al televisore, Ben si sente un idiota. Avrebbe potuto investire il suo tempo libero facendo altre cose, per esempio andare a un corso di tuffi, oppure di rock acrobatico, insomma uno di quegli sport che fanno fare tante capriole in aria e contribuiscono a ossigenare i neuroni. Si sente veramente stupido a starsene lì impalato a guardare un programma dove la gente si massacra sotto l’occhio vigile della telecamera e scrosciano gli applausi di un pubblico che non è mai soddisfatto. È in preda alla disperazione e ha voglia di farsi una sigaretta. Però deve ammetterlo: per un attimo si è lasciato andare a delle fantasie su quel tipo con le sopracciglia unite che si sta facendo lapidare in diretta. L’uomo ha uno sguardo davvero intenso, le spalle larghe e una maglietta sportiva che lascia indovinare – 19 –

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muscoli niente male. Somiglia a uno di quegli attori dei film d’azione, pronti in pieno Sahara a strapparsi la canotta con i denti per usarla come laccio emostatico. Ben fantastica con discrezione: accanto a lui, nel letto, il suo compagno sonnecchia, annoiato dai programmi televisivi. Il fidanzato non prova alcuna empatia per quelli che si fanno scaricare in diretta davanti a milioni di telespettatori, anche se, a dirla tutta, non prova empatia per nessuno in generale. Quella sera Ben non vuole guardare la televisione, vorrebbe che il fidanzato gli saltasse addosso e gli strappasse via le mutande. Vorrebbe fare l’amore come facevano sette anni prima, quando erano studenti, come la prima volta. Da quanto tempo ormai non fanno più sesso? Giorni, settimane? Forse mesi. Ben si alza e fa un giro dell’appartamento, è triste dover proiettare la propria libido sullo schermo della tv a soli ventotto anni. Il compagno dorme in posizione fetale. Da quando è disoccupato è inattivo sia di giorno che di notte. Niente più massaggi e mutande lanciate per aria. Ben dimentica la propria tristezza concentrandosi su quella altrui e assiste a un massacro di prima qualità. Il primo piano del presentatore dal sorriso smagliante sul viso superabbronzato conferma la mostruosità della trasmissione. Ben cambia canale. Abbandona quello spettacolo osceno e inizia a fare zapping. Anche su un’altra rete è appena iniziato lo scontro. Al telegiornale, i candidati alle elezioni presidenziali si affrontano a colpi di dichiarazioni feroci. Ben riceve le informazioni passivamente: domenica prossima tutti i francesi andranno a votare ed eleggeranno colui che guiderà la nazione verso il grande cambiamento. Tutti insieme faranno un passo in avanti, certi che l’indoma– 20 –

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ni sarà migliore perché si andrà incontro alla rinascita. I candidati annunciano i programmi, propongono le riforme, promettono questo mondo e quell’altro, prevedono il peggio per la nazione qualora venisse eletto l’avversario. Non sono lì per scherzare. Si fulminano a vicenda da dietro i microfoni, litigano puntandosi addosso indici accusatori, ogni tanto perdono anche le staffe. Nessuno si tira indietro. Ognuno mostra cifre, percentuali, risultati di sondaggi assolutamente attendibili. Rimanendo ben fermi e decisi, i due candidati alle elezioni presidenziali non si allontanano dalle proprie posizioni. Stasera in televisione litigano tutti. − Preferisci guardare questo? Ben interroga il suo ragazzo, ma come sempre quello non risponde, è partito lontano per il mondo dei sogni, agli antipodi della politica. Nulla lo entusiasma o lo diverte. Nell’oscurità, Ben lo osserva per qualche istante e si sente abbandonato. Il conto alla rovescia verso la fine della loro relazione è ormai iniziato. Ben sa che se non farà delle scelte in campo politico alla fine sarà la politica a decidere per lui, ma nonostante questo spegne la tv e mette a tacere i candidati. Nessuno dei due vivacizzerà la sua vita di coppia, e per Ben quello sì che sarebbe un grande cambiamento. Seduto ai piedi del letto, il ragazzo non ha idee politiche, non si affida ad alcun credo religioso, non ha più fiducia in niente. È lì nella penombra insieme alla propria malinconia e al compagno che dorme. Forse ci si può sentire soli senza Dio e senza un presidente; di sicuro si è soli senza la persona che si ama. Il richiamo della sigaretta, più forte di qualsiasi altra cosa, lo attira alla finestra da dove osserva la luna incorniciata dal telaio; accende un fiammifero e si sporge – 21 –

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fuori. Il quinto piano è davvero in alto. Il fumo si dissolve sopra le fioriere, in cielo un aereo vola a bassa quota verso la zona nord di Parigi. Ben si passa una mano tra i ricci neri. Sogna di andare via, di viaggiare, di dare una svolta alla propria esistenza. − E se andassimo in Costa Rica? Ma dal fondo della stanza, il corpo pesante e addormentato, il compagno non risponde. Non dà alcun segno di vita. 5 Francine freme davanti al televisore. Non vuole esplodere di rabbia lì in salotto davanti al marito che guarda i politici contraddirsi, mentre parlano a un mucchio di ignoranti. Trattiene la collera, il risentimento per la madre che riposa al cimitero, che è morta senza dirle la verità, lasciandola all’oscuro di chi fosse suo padre, se un tedesco di passaggio durante la Seconda guerra mondiale, un soldato che si era perso o l’amante di una notte… I politici si agitano sulle sedie, si accusano, rinnegano ciò hanno detto due secondi prima, si provocano a vicenda. Lanciano parole pesanti come macigni che piombano addosso all’avversario e rimbombano nella testa di Francine. Se la madre non l’ha subito riconosciuta al momento della nascita, chi l’ha tenuta allora tra le braccia? Un’infermiera, una suora, un’adolescente depressa che cantava le canzoni di Édith Piaf sul sagrato di una chiesa? Una figlia nata dalla guerra, questo è il peso della vergogna che la sua famiglia ha dovuto sopportare. Tanto graziosa quanto ingenua, Micheline era stata – 22 –

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