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Narratori Francesi Contemporanei

La successione


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Jean-Paul Dubois

La successione Romanzo

Traduzione dal francese di MARCELLO ORO e ANNARITA STOCCHI


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Titolo originale: La succession Copyright © Éditions de l’Oliver, 2016 Copertina: Francesco Partesano Stampa: AGL – Pomezia Copyright edizione italiana: 2017 © Gremese International s.r.l.s. – Roma Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta, registrata o trasmessa, in qualsiasi modo o con qualsiasi mezzo, senza il preventivo consenso formale dell’Editore. ISBN 978-88-8440-982-9


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A Tsubaki, Arthur e Louis A Cécile ed Hélène LeTendre


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È un piacere stare davanti a voi. Soprattutto è un piacere stare in piedi. GEORGE BEST


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TUTTI I GIORNI, LA FELICITÀ Furono anni meravigliosi. Quattro incredibili anni durante i quali fui sottoposto a un apprendistato folgorante e a un’intensa pratica della felicità. Ne avevo dovuti attendere ventotto per provare ogni giorno quella gioia di vivere già dalle prime ore del mattino, di correre per ossigenare i polmoni, di respirare meglio, di nuotare senza paura, e di non sperare nulla da una giornata se non di essere accompagnato come un’ombra che si porta con sé, e, la sera, di essere lasciato nello stesso stato in cui ero partito, vale a dire semplicemente soddisfatto, abbrutito di quiete e di pace, lontano dal territorio sconnesso che avevo abbandonato e soprattutto lontano da coloro che mi avevano messo al mondo per vie naturali, che mi avevano cresciuto, educato, danneggiato e sicuramente trasmesso il peggio dei loro geni, la feccia dei loro cromosomi. Riguardo a quest’ultimo punto, so esattamente di cosa parlo. Dunque, da metà novembre 1983 al 20 dicembre 1987 fui un uomo profondamente felice, appagato in tutto, vivendo modestamente delle entrate che mi procurava la pratica del solo mestiere che abbia mai sognato di esercitare da quando ero bambino: il giocatore di pelota. In Florida, e soprattutto al Jaï-alaï di Miami, ho fatto parte di quel piccolo circolo di professionisti della pelota basca pagati ogni anno per danzare sui muri, giocare col guantone, fendere l’aria con una cesta punta e scaraventare delle palle di bosso rivestite di pelle di capra a trecento chilometri orari sul campo da gioco più grande del mondo

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– un Vaticano popolato da cento papi dalle mani di vimini – sfiorato dagli aerei dell’aeroporto di Miami International, e frequentato allora dal meglio di una città che, bisogna riconoscerlo, non si era mai molto interessata della sua aristocrazia. Per entrare in quell’arena, formata da tre muri dipinti di un verde profondo, come quello degli oceani baschi, per giocare a quel ritmo, a quel livello, per far semplicemente parte della liturgia, un tempo avrei speso intere fortune. Ed ecco che invece venivo pagato, per contratto, annualmente, per mitragliare quei muri e far urlare di gioia dieci o quindicimila persone che avevano scommesso su di me, il tempo di una quiniela, per poi scegliere di puntare l’istante successivo su un altro difensore. Per quella massa di scommettitori non ero altro che uno strumento di mutua scommessa, un cane da cinodromo, un ronzino da ippodromo. Ma quella condizione mi conveniva. Io non giocavo mai per loro, ma per me stesso. Come da bambino, quando ero autistico, isolato dal mondo, avvolto nel mio guanto, aggrappato alla mia palla, e martellavo senza sosta le pareti da gioco di Hendaye, di Saint-Jean-de-Luz o di Itxassou. E poi, sapendo da dove venivo, anche un semplice ruolo da trottatore che caga dollari di qua e di là mi andava benissimo. Avevo passato l’infanzia a lavorare, studiare, imparare cose inutili e insensate sotto lo strano sguardo di una piccola famiglia di quattro persone completamente fuorvianti, scriteriate, e a volte persino terrificanti. Mio nonno, Spyridon Katrakilis, sosteneva, tra altre prodezze, di essere stato uno dei dottori di Stalin e di essere in possesso di una sottile lamella del suo cervello sottratta durante l’autopsia da lui stesso eseguita molti giorni dopo l’emorragia cerebrale di Vissarionovi Džugašvili. Si sarebbe suicidato nel 1974 in condizioni piuttosto singolari. Mio padre, Adrian Katrakilis, anche lui medico specialista, rivendicava delle peculiarità meno esotiche ma non

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per questo meno inquietanti. Diceva spesso cose incomprensibili, gridava in italiano “strofinaccio” a squarciagola e senza motivo, e appena arrivavano le belle giornate aveva l’abitudine di ricevere i pazienti in calzoncini corti. Quell’eccentricità non era cosa recente perché durante gli studi, quando lavorava come guardia notturna in ospedale, era già famoso per le sue visite ai pazienti in costume da bagno. Anna Gallieni, mia madre, non badava troppo alle stranezze del marito, e non se ne preoccupava minimamente. Aveva già abbastanza da fare col fratello minore, Jules, con cui divideva un piccolo negozio a conduzione familiare dedicato alla riparazione di orologi di ogni genere. Con quel fratello viveva nella casa di famiglia, insieme a noi. Con quel fratello, sul divano, guardava tutte le sere la televisione, finché Jules si addormentava poggiando la sua grossa testa sulla spalla della sorella. Jules era perennemente incollato ad Anna e Anna perennemente incollata a Jules. Quest’ultimo mise fine ai suoi giorni nella primavera del 1981. Mia madre lo imitò all’inizio dell’estate con una messinscena che lasciò mio padre perplesso senza tuttavia turbarlo più di tanto. Trascorsi dunque la mia infanzia in compagnia di Spyridon che sopravviveva a se stesso come la sua porzione di cervelletto, di un padre in calzoncini corti che viveva come uno scapolo, e di una madre quasi sposata con un fratello che amava dormirle sulla spalla davanti alle lagne televisive. Non sapevo cosa ci facessi in mezzo a quella gente e, evidentemente, non lo sapevano neanche loro. Certo, i suicidi di tutti i miei familiari metteranno un po’ d’ordine in quei rapporti sconclusionati, in quelle stanze disordinate, in quella incapacità di amarsi e di dare a un bambino almeno una parvenza di fiducia e di felicità. La cosa più strana è che la morte attraversò più volte la nostra casa ma i sopravvissuti se ne accorsero appena, guardandola passare come un’anonima donna delle pulizie.

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Mi chiamo Paul Katrakilis e sono dottore in medicina. Non ho mai esercitato. Abito in un appartamento in affitto in Hialeah Drive, possiedo una vecchia automobile dal pavimento corroso e bucato come un merletto e una vecchia barca che non versa in condizioni migliori, neanche troppo impermeabile, ma dotata di un diesel Volvo al quale affido regolarmente il mio destino. È ormeggiata in una marina a sud della città, senza acqua né elettricità. Ho una sola passione, la pelota basca, sebbene sia nato a Tolosa. Anche se in questa città si costruiscono tutti gli aerei del mondo, la maggior parte dei giocatori di pelota credono o immaginano che sia una sorta di lontana periferia di Bayonne o di Guernica. E quando un filippino o un argentino mi chiede se a Tolosa esiste un grande Jaï-alaï, non posso che rispondere: «No, soltanto un muro di battuta». D’inverno, a Miami è alta stagione. Gli americani delle zone dei grandi laghi o delle pianure, i canadesi intirizziti dal freddo, hanno sempre creduto nell’eterna estate della Florida. Allora, muniti di messali e di fede metereologica, riempiono gli alberghi, i bar, i ristoranti cubani, ebraici, argentini, i casinò degli indiani Seminole, e i night con le loro nude girls, che il Natale lo festeggiano ogni sera dacché mondo è mondo. Il 19 dicembre 1987, avevamo giocato la mattina e riempito il Jaï-alaï di sera, moltiplicando le quinielas fino all’una del mattino. A volte la gente ruggiva come il motore di un aereo, altre volte emetteva un rumore di fondo sordo e cavernoso che ricordava il boato produttivo di una fabbrica in piena attività. E quella fabbrica lì produceva denaro e tutte le cose di questo mondo, anche quelle che non si possono né dire né mostrare. Quella fabbrica produceva anche delle storie e delle leggende, delle dicerie e delle malefatte. Nel giro di pochi anni, forse sotto tiro della ma-

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fia, tre direttori del Jaï-alaï, originari della Florida, avevano perso la vita in circostanze molto diverse. Il primo fu fatto fuori sul campo da golf con una pallottola in testa; il secondo fu fatto accuratamente a pezzi e sistemato nel baule posteriore della sua berlina; quanto al terzo, che non fu mai ritrovato, è probabile che abbia contribuito alla solidità delle fondamenta di uno degli edifici che spuntavano quotidianamente sulle sabbie fertili in riva all’oceano. Uscendo dal campo da gioco, fuori, la notte sapeva davvero di notte. Una notte del Sud, urbana, stimolante e trascurata, odorante di pollo asado dei food tr ucks e di cherosene emanato dai Boeing 747 poco distanti, un odore diffuso, tipico di quel luogo, piuttosto distante dalle mangrovie, e che man mano che calava la sera si espandeva come una nebbia pregnante e invisibile. Avevo messo a segno qualche punto in difesa e intascato un premio di sessanta dollari. Somme che non avevano nulla di straordinario ma che alla fine del mese mi permettevano a volte di raddoppiare i milleottocento dollari del mio stipendio base. I giocatori più affermati potevano guadagnare da otto a diecimila dollari al mese. Erano loro a entusiasmare il pubblico e a far esplodere le scommesse. Noi eravamo solo le mani, i piccoli guanti dell’impresa, gli operai di una strana comunità che ogni giorno andava a lavorare con un casco da minatore colorato e un curioso arnese di lavoro la cui anima era rivestita di legno di castagno, a forma di mezzaluna calante e il corpo di un’armatura di vimini intrecciati. Nel giro di tre anni avevo acquistato tre automobili e ne avevo rivendute due. Una vecchia Mercury Brougham che puzzava perennemente di pesce andato a male e che non si vedeva più in circolazione se non nelle vecchie telenovelas girate in Messico. Una Wagooner del 1964, con un fascione in finto noce di plastica applicato sulla parte bassa degli sportelli e sul bagagliaio posteriore. Col magro rica-

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vato di queste due vendite avevo comprato una Karmann Ghia del 1961, il cui pavimento, sotto i nostri piedi, era divorato dalla ruggine che si espandeva fino ai parafanghi e al limite dei fari. Quella notte andai a cena con Joey Epifanio, il mio ultimo compagno di quiniela. Adoravo quel giocatore di origine cubana. Aveva un soprannome che gli calzava a meraviglia: Nervioso. In effetti era difficile immaginare un essere umano più agitato di lui. Posso affermare di non averlo mai visto in posizione statica. Anche negli spogliatoi, trovava sempre il modo di muoversi da una parte all’altra, di agitarsi, di toccare oggetti in continuazione, con le mani e con i piedi, di aggrapparsi a una porta e rimanere sospeso, di giocare a calcio con i bicchieri di plastica usati finché non erano totalmente distrutti. Nervioso aveva un’energia straordinaria. Era una sorta di grosso criceto compulsivo alimentato da una pila a combustibile che non esitava a ricaricare con qualche striscia di cocaina ogni volta che la situazione lo richiedesse. Epifanio era un buon pelotari, un buon attaccante che amava il fair play, che dormiva pochissimo, viveva tanto e che, stando a quel che diceva, passava tutto il tempo libero a quimbar y singar, parole che in cubano significano entrambe “praticare l’atto sessuale”. In macchina, mentre andavamo alla ricerca di una cantina aperta tutta la notte, Epifanio guardava la strada scorrere sotto i suoi piedi attraverso i buchi che la corrosione aveva creato sul fondo. Era totalmente soggiogato da quella specie di tapis roulant vertiginoso e sibilante che scorreva davanti ai suoi occhi. Era chiaro che, per sentirsi a proprio agio nel mondo, Epifanio avrebbe voluto che tutte le cose della vita corressero a quella velocità, si adattassero al suo ritmo. A tavola, divorando fegatini di pollo alla griglia e fagioli neri, e agitando i polpacci contro i piedi della sedia, mi spiegava che non amava molto l’alta stagione, cioè l’inver-

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no. Diceva che quella città era fatta per l’estate, quando pioveva così tanto da affogarti, quando i temporali sferzavano il mare e limavano gli edifici, quando gli uragani spaccavano i semafori, scardinavano i tetti, tranciavano i pannelli della segnaletica stradale e facevano impazzire la popolazione. Amava il rumore delle sirene della polizia che tentavano di affrontare l’emergenza, l’ululato delle ambulanze soffocato dalla potenza delle burrasche, quella furia alla quale bisognava resistere, a qualsiasi costo. In quei momenti, mi raccontava, Epifanio usciva e si mescolava al caos generale. Usciva e camminava nella tempesta, nella follia del suo vortice interiore, del suo ciclone personale, insieme a quello che aveva sniffato per l’occasione. Usciva e avanzava, senza fermarsi, qualunque fosse il prezzo da pagare per ogni suo passo, e fino alla fine, finché non fosse crollato o la tempesta non si fosse stancata prima di lui. Per ora era stata sempre lei a cedere per prima. Ecco perché, per quattro anni, ero stato felice. Ogni giornata mi aveva regalato dei piccoli momenti come quello, dei pasti consumati in compagnia di baschi, argentini, cubani, di giocatori arrivati da Manila, dal Perù, o anche da New York, pervasi da una fede cieca, da un desiderio inalterabile, venuti a cercare qui l’origine di un mondo che entrava tutto nel palmo di una mano, un mondo così piccolo che respirava appena, ma per il quale si era disposti ad affrontare tutti i mostri della Creazione, quand’anche somigliassero a quei lampi incredibili che Epifanio riusciva a spegnere e a mettersi in tasca. Lo riaccompagnai a casa. Come all’andata, Joey guardò la strada scorrere sotto i buchi della macchina. Poi, arrivati davanti al suo palazzo, si accorse che nel suo appartamento la luce era accesa. Si strofinò le mani come per prepararsi ad affrontare un blizzard, poi con un sorriso vorace da vecchio habanero mi disse: «Quimbar y singar».

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Su Hialeah Drive, viale senza grazia, non accade nulla di particolare se non il flusso di persone che vanno e vengono sotto il mio palazzo. È inverno, il clima è piacevole, e io non ho altro desiderio che essere qui. Il defunto Spyridon Katrakilis e i defunti gemelli Gallieni errano nei loro complessi universi dalle logiche concave e illeggibili. Quanto al sopravvissuto, quel padre dalle gambe nude, lui è ancora sulla terra ma la mia mente lo ha messo in orbita già da un bel po’. La mattina del 20 dicembre 1987 andai alla mia barca. Si chiamava Señor Cansado, che in spagnolo significa qualcosa come “Signor Stanco”. Uno scafo a fasciame sovrapposto, una cabina minimalista per mettersi al riparo durante gli acquazzoni, e una linea d’albero che consentiva di passeggiare a sei nodi di velocità. Una barca venuta da un altro mondo, qualcosa che ancora galleggiava ma che non aveva più posto nelle marine di Coconut Grove, dove i super potenti Evinrude si allineavano accanto agli ultimi modelli di Mariner o Mercury. Il Señor Cansado era ormeggiato a sud della città, in un pontile arrangiato alla meglio accanto a un parcheggio pubblico. Il suo ex proprietario me l’aveva dato in cambio della mia vecchia jeep Wagooner. Era un dipendente del Jaïalaï che andava in pensione. Possedeva un capanno negli Everglades. Un bungalow in legno che pian piano si stava impantanando nella palude. Mentre mi affidava le chiavi del Señor Cansado, mi disse: «Questa barca non ti abbandonerà mai. È come mia moglie. Voglio dire che ce l’avrai sempre sul collo». Il cielo era grigio, con delle macchie scure che facevano pensare a degli ematomi. Il vento veniva da ovest, una brezza leggera che in quel periodo non voleva dire granché. Liberatosi degli ormeggi, Señor Cansado si allontanò lentamente dalla terra in direzione di Fisher Island poi, dopo una mezz’ora, virò a sinistra per raggiungere Biscayne Bay, quel piccolo mare interno che separa Miami da

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Miami Beach. L’aria aveva un certo sapore. Lasciava una sorta di impronta sulla lingua e sul naso. Cosa che non aveva niente a che vedere con ciò che si poteva sentire al largo, in alto mare. Qui, c’erano le tracce umane ad alterare la potenza dello iodio e del sale, residui delle attività che brulicavano da un capo all’altro della baia, anche di domenica, anche un 20 novembre, anche in pieno inverno. L’acqua era liscia come un panno da biliardo. Neanche la minima onda. Appena mettevo piede sulla barca mi sentivo davvero felice. E in questo avevo un gran merito perché, malgrado la mia posizione da capitano, soffrivo di un mal di mare cronico. E nessuna medicina era stata in grado di attenuare le nausee. Quando il mare si faceva più grosso sentivo che dentro di me le cose andavano in tutte le direzioni e che avrei dovuto rigettare in mare il poco che avevo avuto la debolezza di portarmi dentro. Vomitavo con l’applicazione e la costanza di un inglese in vacanza. E sulla mia barca, per giunta. Ma navigare mi piaceva più di ogni altra cosa. Avevo sempre con me un pacchetto di Fisherman’s Friend, delle pastiglie alla menta dal sapore così forte che potevano sollevare un’ancora. Sul retro della confezione erano stampate queste parole: “Never be without a friend, pensava il farmacista James Lofthouse quando nel 1865 creò le pastiglie Fisherman’s Friend per i marinai che andavano in alto mare con qualsiasi condizione metereologica”. Allusioni cariche di senso e di promesse per un medico quale ero. Immaginavo quei pescatori emaciati e lividi, chinati sul parapetto e improvvisamente rinvigoriti dopo aver stivato nel loro stomaco le mentine di James Lofthouse. Quale che fosse lo stato del mare, non appena mi allontanavo dal molo mettevo in bocca quel rimedio al sorbitolo, all’aspartame, allo stearato di magnesio e olio di menta da cui mi attendevo miracoli. Mentre lasciavo North Bay Village, sulla destra, notai

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qualcosa che galleggiava in mezzo alla baia, a un centinaio di metri dalla mia barca. La logica avrebbe voluto che si trattasse di un pesce di discreta taglia eppure, anche da lontano, si vedeva chiaramente che era un altro tipo di animale che, evidentemente, non amava l’acqua. Andai nella sua direzione e, una volta vicino, spensi il motore. Era un cane. Un cagnolino di circa quindici chili, che con le zampe anteriori batteva l’acqua per rimanere a galla, gli occhi spalancati, fissi sul mondo, aggrappati alla vita come due ami. Feci lentamente manovra finché il cane non si trovò a fianco della barca, mi chinai sull’acqua, lo afferrai per le zampe e lo issai a bordo. Ebbe appena la forza di scuotersi l’acqua di dosso. Lo avvolsi in un grande asciugamano e lo posai accanto a me, sul sedile di pilotaggio. Allora la stanchezza prese il posto dello spavento e il suo sguardo cambiò. Sollevò debolmente la testa, mi esaminò a lungo, poi, come vivessimo insieme da sempre, appoggiò il muso sulla mia coscia e si addormentò all’istante. A giudicare dal punto in cui ci trovavamo e dalla distanza che ci separava dalla riva più vicina, era evidente che quell’animale, nel migliore dei casi un bastardo abbandonato, in ogni caso non un cane acquatico, non era venuto a nuoto. Lo avevano gettato in mare. Intorno a me, nella baia navigavano in quel momento tre imbarcazioni. Tutte verso nord. Con i sei nodi che potevo al massimo ottenere dal mio vecchio motore Volvo, non mi restava che fare inversione di marcia, ritornare al molo e vedere come potessi curare quel cane. Appena ebbi attraccato la barca e spento il motore, l’animale si svegliò e si stiracchiò come fosse tornato da una bella giornata in spiaggia. Il suo pelo era ancora tutto incollato, non aveva tratti particolari e non aveva né collare né marchio. Saltò dalla barca, si accucciò sul pontile e mi guardò come per dirmi: “Bene, e ora che si fa?”. Quando aprii lo sportello della Karmann saltò sul sedile

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passeggeri. Così, la vita aveva creato l’incontro tra un tizio e un cane, incrociando le loro improbabili traiettorie, una domenica d’inverno, in mezzo a una baia, quando sarebbe stato più logico che l’uomo avesse continuato a navigare verso nord guardando dritto davanti a sé e che il cane, lui, fosse annegato, un po’ più in là, stremato. Durante il tragitto verso casa, gli accarezzavo il muso. Lui non provava la minima diffidenza. Sapeva che un tizio che lo aveva salvato dalle acque non poteva essere veramente cattivo. Nessuno lo stava cercando né sarebbe mai venuto a reclamarlo. Poteva restare con me se lo desiderava. Il suo nome era Watson. Erano due o tre giorni che non aprivo la cassetta della posta. Non ne trovai molta. Tre lettere, di cui una proveniente dalla Francia. Sulla busta riconobbi subito la grafia di mio padre. All’interno, due foto. Sulla prima, la sua cabriolet Triumph Vitesse MK2 del 1969 vista di lato. Sulla seconda, un’immagine molto nitida e ravvicinata del contachilometri, dove si poteva leggere la cifra: “77777”. Nient’altro. Neanche una parola. L’ultimo messaggio di mio padre risaliva ai primissimi tempi del mio trasferimento qui, a Miami, nel 1983. Nessuna Triumph quella volta, e nessuna facezia odometrica, ma solo queste poche parole: “Un giorno prenderai il mio posto”. Preparai un pasto di benvenuto per Watson, poi mi sistemai sul divano per esaminare nel dettaglio le due fotografie inviatemi da Adrian Katrakilis, come per cercarvi un segno, un indizio che potesse aiutarmi a decriptare i meandri del cervello di mio padre. Che dopo quattro anni di silenzio, di ignoranza e di indifferenza, mi spediva ora delle immagini della sua vecchia automobile. Posto di guida a destra. Color blu notte. Volante con tre sottili razze metalliche. Tachimetri Smith. Quattro marce sincronizzate. Overdrive. 2 litri. 6 cilindri. Carburatori a olio SU.

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Mi ricordavo del periodo e delle circostanze in cui l’aveva acquistata, che avevo sempre trovato infinitamente tristi. Mi ricordavo dell’ultima volta che vi avevo visto, seduta all’interno, mia madre. Mi ricordavo della forma appuntita e affusolata dei parafanghi posteriori e della posizione accigliata dei fari anteriori che davano alla vettura quell’espressione ostinata, testarda e perennemente contrariata. 77777 miglia. 125.169 chilometri. E allora? Come un cane delle nevi, Watson fece tre o quattro giri su se stesso prima di adagiarsi accanto a me sul divano, il pelo ancora umido, l’odore della baia che gli risaliva nella memoria e aleggiava ora intorno a noi, invisibile e allo stesso tempo palpabile, come per ricordarci ciò che ci univa e soprattutto da dove venivamo, lui e io. Erano le 15:30. Quel giorno non dovevo giocare. Accanto a me avevo un cane e due fotografie. Pensai che ora i buchi sulla mia Karmann erano troppo pericolosi per Watson. Dovevo farci saldare delle lastre di metallo per chiuderli. Non sarebbe stato difficile da queste parti, anzi l’operazione era molto praticata dai carrozzieri cubani. Erano le 15:30. Ancora non lo sapevo ma mi restava pochissimo tempo per godermi quella vita che mi ero arrangiato a costruire con gli attrezzi della mia infanzia e della mia giovinezza. Qualche ora tutt’al più. Dalla mia postazione vedevo lampeggiare la spia della segreteria telefonica sul tavolino vicino all’ingresso. Lampeggiava da quando ero arrivato. Lampeggiava come aveva fatto centinaia di volte da quando abitavo qui. E sempre per annunciarmi notizie di nessun rilievo, tizi che mi chiedevano di passare a prenderli mentre andavo al Jaï-alaï, o che mi invitavano a bere una birra dopo il lavoro, Nervioso che voleva raccontarmi la sua ultima serata a quimbar y singar o ancora Friendly Auto Repair della NW 2nd Avenue

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che mi avvisava che la macchina era pronta. L’ordinario flusso telefonico di una piccola vita quotidiana. Anni fa mi chiamava anche una donna, di tanto in tanto. Si chiamava Soraya Luengo e lavorava al Miami City Hall dove era impiegata al servizio acquisti. Dalla semplice risma di carta all’acquisizione di nuovi camion per i vigili del fuoco, tutte le ordinazioni del municipio dovevano passare per la convalida da quegli uffici. Soraya era un’operatrice tra le tante, incaricata di ricevere i rappresentanti delle compagnie venuti a proporre le loro offerte. Secondo le regole in vigore nel municipio, le conversazioni potevano svolgersi in inglese o in spagnolo poiché, tenuto conto della popolazione di Miami, il bilinguismo era un obbligo legale nell’amministrazione. Con un certo orgoglio, Soraya sosteneva che Miami fosse la capitale dell’America latina. E per dimostrare la sua tesi, propinava a tutti la sua barzelletta preferita: «Reagan incontra Castro. Il presidente cubano domanda al suo omologo americano: “Quand’è che ci restituirete Guantanamo?” e Reagan risponde: “Quando voi ci avrete restituito Miami.”». Nel quartiere di Little Habana la sua storiella avrebbe potuto riscuotere un certo successo ma, sfortunatamente per lei, la maggior parte dei suoi interlocutori la conoscevano già. Non saprei definire esattamente la natura del nostro rapporto. Da parte mia, le cose erano molto semplici: mi piaceva stare con lei. Mi piaceva mangiare, fare il bagno, andare in barca, parlare, fare l’amore con lei e persino, di tanto in tanto, fumare le sue sigarette hechos a mano. Quanto a lei, direi che il sentimento principale che la dominava quando mi osservava era la perplessità. Non capiva come un uomo della mia età, laureato in medicina, avesse potuto abbandonare il suo paese, la sua città, la sua famiglia per vivere a Miami e giocare alla cesta punta, quel gioco puerile adatto, diceva lei, «ai pecorai». «Che un basco lo faccia di mestiere è già abbastanza bizzarro. Ma tu non sei nem-

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meno un basco. E in più sei un medico. Cos’è che non va in te?» What’s wrong with you? era la sua espressione inglese preferita. E sulla sua lingua, le r di wrong scivolavano aggrappandosi a tutto. Allora mi accontentavo di farle un sorriso e, wrong o non wrong, la sera stessa, o l’indomani, infilavo il mio guanto di vimini e ricominciavo a lanciare, ricevere, rilanciare finché il mio braccio ne aveva le forze, saltando sul «muro a sinistra» se era necessario, e a riportare all’ovile la palla smarrita, come fanno tutti i pastori. Quando portavo Soraya Luengo a fare un giro in mare, sentivo che tra noi c’era qualcosa di inconciliabile, una sorta di frattura ontologica. Innanzitutto, come qualsiasi isolana – i suoi geni erano cubani – vedeva l’oceano come una massa fluida portatrice soltanto di disagi e inconvenienti – un dolor en el culo, diceva lei (“rogne”) e solo accessoriamente come un luogo per godersi il piacere di un bagno. Era terrorizzata all’idea di veder passare nei paraggi uno squalo o di condividere la sua immersione con una razza. Così, quando mi vedeva prendere il largo con il mio battello, il mio diesel approssimativo e le mie Fisherman’s Friend come viatico, quando mi vedeva a volte azionare la pompa di sentina per svuotare l’acqua, a volte rigettare in mare il toast alla marmellata di ciliegie della colazione, lei alzava la voce per coprire il rumore del motore e lanciarmi il suo dolce mantra: «What’s wrong with you?». Cos’è che non andava in me in quegli anni? Sinceramente non ne avevo la minima idea. Prendevo ogni giorno come una felicità agevolata, come un contributo erogato dalla fortuna. Mi sembrava di essere un giocatore fortunato che tutte le mattine, appena sveglio, riceveva un piccolo montepremi. Di fatto, e provo ancora un certo imbarazzo nel dirlo in questo modo, nulla, ma proprio nulla mi andava storto in quel periodo. Una sera d’estate, il caldo era umido e soffocante, Soraya non si presentò all’appuntamento e non rispose più al

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telefono. L’indomani provai a contattarla di nuovo, invano. I giorni seguenti mi presentai a casa sua a più riprese, ma la porta restò sempre chiusa. Andai al municipio, dove lavorava, e chiesi di vederla. Mi risposero che erano tre giorni che non si presentava al lavoro. Il portiere del suo palazzo, che conoscevo, possedeva un doppione della chiave e accettò di entrare nell’appartamento. Mi disse che non c’era nessuno e che tutto sembrava in ordine. Passò una settimana, poi un’altra. Non tornò mai al municipio. Né alla sua abitazione. Qualche tempo dopo il portiere mi informò che una ditta di traslochi aveva svuotato l’appartamento. Nessun indirizzo per inoltrare la posta. Non ho mai saputo cosa fosse successo. Ho riferito tutto alla polizia locale ma la mia storia non ha chiaramente interessato nessuno. «Questa città è piena di gente che va e che viene, che parte senza dire niente a nessuno». Nei mesi che seguirono la sua scomparsa, spesso, prima di trovare il sonno, pensavo a Soraya Luengo, e le sussurravo: «What’s wrong with you?». Quando la segreteria lampeggiava nella penombra, il tempo di una sinapsi, speravo per il meglio. Questa volta accadde il peggio. Dal vivavoce dell’apparecchio uscì una voce francese, terribilmente francese, allo stesso tempo precisa e distante, sicura di sé, quasi recitata, una voce che mi chiedeva di presentarmi appena possibile al consolato di Francia, al 1395 di Brickell Avenue. Il tono era quasi comminatorio. La telefonata era arrivata mentre ero in barca. Cercai di ricontattare la rappresentanza francese ma una segreteria telefonica mi contrappose testardamente qualche frase fatta e una litania degli orari di apertura degli uffici. Watson mi aveva seguito ed era balzato nella macchina. Avevo messo un pezzo di asfalto nei buchi della vettura in modo che il cane non vi scivolasse dentro. Gli avevo confezionato un collare con un vecchio foulard annodato e, come guinzaglio, avevo recuperato un pezzo della cima

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d’ormeggio. La Karmann non aveva fatto cento metri che il mio cane – le formule di adozione canine qui sono rapidissime – dormiva come un sasso. Al consolato dovetti suonare, aspettare, essere accompagnato alla sala d’aspetto, e ancora pazientare prima di essere accompagnato da un uomo silenzioso in una stanza che non somigliava né a un ufficio né a uno stanzino. Non c’era posto dove potersi sedere, non c’erano finestre, prese d’aria, solo una lampada, posata sulla mensola di una libreria vuota. Il cane era accanto a me. Immobile. Mi guardava fisso come se fossi il centro del mondo. La parte inferiore della porta sfregò contro il parquet, si aprì, e un uomo che non aveva nulla del diplomatico, neanche di quello di un posto tropicale, entrò e disse: «Buongiorno. Lei è?». Stupito dalla sua domanda, dichiarai la mia identità. L’uomo lanciò un breve sguardo contrariato su Watson, poi: «Ha il passaporto?». Lo prese e lo sfogliò come se consultasse delle tavole illustrate di Audubon. «Signor Katrakilis, le abbiamo chiesto di venire in consolato per portarla a conoscenza di una spiacevole notizia. Abbiamo preferito incontrarla di persona per annunciarle il decesso del signor Adrian Katrakilis, suo padre. La morte è stata constatata ieri alle 16:10, ora francese. A nome della delegazione le porgiamo le nostre più sentite condoglianze. Non siamo autorizzati a darle ulteriori informazioni sulle circostanze della morte di suo padre, ma qui ci sono dei documenti e delle indicazioni sulla condotta che un francese deve tenere in circostanze come la sua.» L’uomo mi tese la mano e mi venne spontaneo chiedergli: «Lei è?». Mi rispose qualcosa ma le sue parole si erano disperse ancor prima di uscire dalla bocca. Ero nella mia Karmann. Fermo. Watson aspettava che mettessi in moto. Fissavo il contachilometri. Era da un pezzo che avevo superato i 77777.

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77777 Il cane mi si era accucciato in grembo. Percepivo il suo respiro regolare. A volte una delle sue zampe era percorsa da una leggera contrazione nervosa che forse traduceva il brivido di un sogno. Il giorno della morte di mio padre avevo salvato quel cane e lo avevo chiamato Watson. Dunque ero in grado di fare dei piccoli miracoli. Come saltare su un campo di pelota, lanciare palle a oltre duecentocinquanta chilometri orari, essere acclamato da migliaia di persone. Oltretutto, facevo parte della cerchia dei professionisti della cesta punta. Conoscevo Joey “Nervioso” Epifanio. Come lui, mi capitava di quimbar y singar. Parlavo spagnolo e, in certi giorni, capivo anche il basco. Sì, a mio modo potevo fare dei piccoli miracoli. Fino al 19 dicembre 1987, intorno alle 16:10, ero il figlio unico di Adrian, medico di base, il cui studio era anche, in parte, la casa della mia infanzia e della mia giovinezza. A partire da quel momento, sono rimasto l’ultimo dei Katrakilis, cosa che, fatta eccezione per me, non significa molto. Nel giro di pochi anni, uno dopo l’altro, tutti i membri della mia famiglia si erano suicidati. Telefonando al numero fornitomi dal consolato, ho appreso poi che anche mio padre si era uniformato alla regola. L’impiegato non mi ha rivelato i dettagli sulla natura esatta del gesto, ma ha sobriamente osservato che “sulle sue intenzioni non vi era alcun dubbio”. Quattro su quattro. Tutti i Katrakilis e i Gallieni con cui avevo condiviso l’esistenza, anche quelli che mi esortavano a essere come loro, si erano tolti la vita. E l’ultimo lo aveva fatto subito dopo aver raggiunto la soglia delle 77777 miglia.

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Una semplice fotografia spedita dalla Francia, scattata con una macchina qualsiasi, era bastata a sconvolgermi la vita. Ancor più della morte di mio padre, l’immagine del contachilometri mi ricordava chi ero, da dove venivo, da quali gonadi ero dovuto passare, quel pene, quel glande e quell’interminabile soggiorno nell’utero dei Gallieni. Quelle persone, incapaci di vivere, di sopportare il loro peso su questa terra, mi avevano forgiato, fabbricato e danneggiato. Ero venuto fin qui, in questa catapecchia di Hialeah Drive per sottrarmi a quel disastro, per sfuggire a quel destino da sottoprefettura. Ed ecco che l’altro era riapparso. Coi suoi miseri calzoncini, il suo viso smunto. Le sue visite pomeridiane. Le sue eruttazioni domestiche. Le sue sentenze presuntuose. Il suo latino da cucina. Era venuto a molestarmi fino a qui, a seguirmi come un cane da caccia, a fiutare le mie tracce, il mio odore, quello della nostra famiglia; era arrivato una domenica d’inverno mentre navigavo nella baia. Dopo avermi preparato alla sua morte con una lettera sibillina. Il suo geroglifico mentale. Il chilometraggio della sua auto. I cinque 7 premeditati. Aveva guidato finché quei numeri non si erano tutti allineati. Per lanciare in orbita la sua matematica da quattro soldi. In modo che nel momento in cui avessi posato gli occhi su quelle cifre avrei sentito il suono pretenzioso della sua voce che mi diceva: «7? Il quarto numero primo, ritenuto “sicuro” e “super singolare”, il secondo numero primo di Mersenne, il secondo numero doppio di Mersenne, un numero di Newman-Shanks-Williams, un numero di Woodall, un numero di Carol». Destabilizzare, suggerire, instillare, sottintendere, servirsi del suo linguaggio oscuro, il suo vizio cerebrale, la sua perversione da medico generico. Far del male senza rumore. Morire nel groviglio delle illusioni fattoriali, nel miscuglio delle potenze, delle traslazioni, dei monogeni infiniti, la bocca piena di frazioni continue e di esponenti, ma priva di parole per suo figlio.

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E quell’automobile scelta appositamente. Quell’automobile inglese con guida a destra di cui io stesso, un giorno, avevo spento il motore, scoprendo ciò che un figlio non dovrebbe mai vedere. I Katrakilis e i Gallieni erano degli artisti. Sapevano morire all’infinito. Crepare come quegli attori mediocri che vogliono essere richiamati sul palco. Mettere in scena i loro miasmi per fissare i ricordi, mantenerli nell’asse dell’infelicità, ormeggiarli al dolore. Avrei dovuto aggrapparmi alle pareti dell’utero, aspettare, resistere, non uscire mai da quel miserabile condotto e lasciarlo dibattersi nella sua eiaculazione sterile di medico della mutua. Ricordo perfettamente la stagione e le circostanze in cui mio padre acquistò la sua Triumph Vitesse cabriolet. Era l’inizio della primavera del 1978. All’epoca non aveva la minima passione per le macchine: alle sue visite a domicilio andava con una Renault 4L e durante le vacanze, che trascorrevamo immancabilmente nei Paesi Baschi, trasportava la sua sacra famiglia in una DS19. Fu dunque da uno dei suoi pazienti, commerciante di legname e collezionista di automobili, che contrasse quell’infatuazione tanto strana quanto repentina per i prodotti delle industrie di Coventry, West Midlands. Per mio padre quell’uomo era un autentico imbecille. Una volta auscultato, rassicurato, rivestito, l’appassionato di automobili veloci era solito vantarsi con lui dei suoi ultimi acquisti e delle sue ultime decisioni. A tavola, mio padre ce ne faceva spesso il resoconto, tentando di restituire, a proprio vantaggio, il sapore dei dialoghi: «Ne ho acquistata un’altra, dottore. Una Porche Carrera da tre litri. Ma ora basta, questa è l’ultima. Sono arrivato a undici, sono davvero troppe. Come ho detto a mia moglie, questa è l’ultima, lo giuro, è quella che mi condurrà al cimitero». Allora mio padre confezionava una faccia da babbeo,

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accompagnata da una voce leggermente flautata che non gli conoscevamo, e domandava al brav’uomo: «Deve essere veloce questa, arriverà almeno a centotrenta, centoquaranta chilometri all’ora». E l’altro si dondolava sulla poltrona, arrossendo dal piacere di rettificare. «Lei scherza, signore: duecentotrenta, duecentoquaranta». E così di seguito… Tanto in famiglia quanto nella sua professione, ho sempre avuto l’impressione che nel suo intimo mio padre provasse l’irrefrenabile desiderio di palpare l’animo umano, di plasmarlo, così come si modella della plastilina. Fatto sta che un giorno, nella relativa riservatezza dello studio, il paziente gli parlò di una Triumph Vitesse, una cabriolet 4 posti usata ma in ottime condizioni. L’auto era del 1969 ma sembrava appena uscita dalla fabbrica di Coventry. Quella sera, a cena, il dottor Katrakilis non prese in giro il suo paziente. Al contrario. Ne parlò con molta benevolenza, dipingendolo come una persona molto amichevole, dotata di un grande discernimento e di molta sensibilità. Poi ci servì la sua storia, piena di compunzione, come se, tra una portata e l’altra, ci stesse narrando la storia di un mondo: «Questa automobile è stata acquistata nuova nel 1969 da un certo Dennis Mason di Birmingham. Allora aveva 71 anni, cosa che era abbastanza singolare. Quell’uomo era celibe, senza legami e senza figli, e quell’auto costituiva per lui tutta la sua famiglia. Così, se ne prese cura gelosamente e la utilizzò tutti i giorni per recarsi a Wolverhampton dove aveva ancora una piccola attività. Nessuno si è mai seduto sui sedili dei passeggeri, tutto è immacolato all’interno, dal cruscotto in legno alla moquette bouclé. Quattro anni fa Mason è venuto in Francia con la sua automobile, con l’intenzione di trascorrervi l’ultima parte della sua vita. È morto nel Gers, a una cinquantina di chilometri da qui, un paio di settimane fa. Non avendo figli, ha donato tutti i suoi beni ad alcune associazioni benefiche inglesi. Ma per quanto riguarda la sua Triumph, ha

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voluto che restasse in Francia e che fosse affidata a qualcuno che se ne prendesse gran cura. È stato il notaio del mio paziente a occuparsi della liquidazione. Il ricavato della vendita sarà versato a una fondazione francese che si occupa di bambini malati». Mio padre mandò giù un boccone, bevve un sorso d’acqua. E senza neanche guardarci aggiunse: «L’ho comprata io». Fu così che, nella primavera del 1978, la Triumph fece ingresso nella nostra famiglia. Varcando timidamente il cancello di casa. Sembrava che il suo posto di guida a destra e la sua andatura risolutamente britannica intimidissero mio padre. Fece un giro intorno alla casa, costeggiò gli alberi del giardino e la rimise subito nel garage dalle pesanti porte in quercia. Avevo allora ventidue anni, degli studi di medicina in corso, ma soprattutto l’apprendistato e i tornei di cesta punta che mi facevano continuamente partire per la costa basca. Partecipavo a tutte le competizioni, soprattutto in primavera e in estate, quando i giocatori che avevano spopolato in Florida tornavano per disputare i grandi tornei locali. Giocavo, osservavo, imparavo e giocavo di nuovo, cercando di rifare quanto avevo appreso osservando. Per consentirmi di andare a Bayonne, mio padre mi prestava la Triumph. Non per gentilezza o magnanimità, ma perché quella macchina ora non gli interessava più. Frenava male, diceva lui, era troppo rumorosa, troppo scomoda – insomma: infinitamente troppo spartana, troppo inglese. Inoltre, per lui guidare a destra e cambiare marcia con la sinistra era un segno di ritardo mentale. Perciò era tornato alla sua DS e all’ortodossia nazionale delle industrie di quai de Javel. Dalle parti di Bidart o di Saint-Jean-de-Luz la posizione del volante della Triumph mi aveva fatto guadagnare un soprannome: “l’inglese”. Dubito che nel mondo della cesta punta fosse un complimento.

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Col tempo mi ero affezionato a questa macchina. Facevamo così spesso quel tratto di strada insieme che avevo finito col trovarle un certo fascino. Il pomello del cambio, rotondo come la protesi di un’anca, calzava perfettamente nel palmo della mano sinistra e, sebbene il contachilometri Smith calcolasse i nostri percorsi e la nostra velocità in miglia, sui tratti di strada rettilinei continuavamo a superare i nostri simili senza la minima aria di superiorità, anche se con una certa esultanza. Per raggiungere la costa atlantica avevo due possibilità. La prima era attraversare le strade del Gers, passando per l’austera Auch, le colline vinicole di Saint-Mont, Manciet, il circuito di Nogaro, poi le strade delle Landes, Mont-deMarsan, e Dax, dove già si sentiva il profumo di piperade. Oppure potevo raggiungere Bayonne passando da Martres-Tolosane, attraversare le distese puzzolenti delle fabbriche di cellulosa di Saint-Gaudens, sentire il brivido dell’aria corroborante dell’altopiano di Lannemezan, immergermi nella rampa di Capvern, dimenticare Tarbes, trascurare Pau, pregare affinché il vento soffiasse nella giusta direzione così da sfuggire agli effluvi putridi di mercaptano rilasciati dalle raffinerie di Lacq, poi virare verso Orthez, Peyrehorade, Biarrote, le rive dell’Adour, e la gola di Anglet. Ma ciò che mi piaceva di più era la traversata e la discesa di Bidart, che a prima vista non sembrava granché e non lasciava ragionevolmente sperare in nulla di buono, ma poi all’improvviso, sulla destra, avveniva il miracolo, perché un inaspettato scorcio offriva allo sguardo l’oceano, una promessa di immensità, l’orlo imperfetto della spiaggia e l’aria iodata che subito penetrava nella macchina attraverso il finestrino aperto. Era come ritrovare un amico d’infanzia che, stagione dopo stagione, anno dopo anno, mi aspettava sempre allo stesso punto. Per un uomo come me, venuto dall’entroterra, quello scorcio di Bidart era l’annuncio di una vita migliore.

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La Triumph fu anche la testimone, la complice e, in qualche modo, l’assassina di mia madre. Ammetto che è abbastanza ridicolo parlare di un’automobile in questi termini, eppure fu proprio quello il ruolo che l’automobile ebbe quel giovedì 9 luglio 1981, il giorno in cui mia madre si tolse la vita a Tolosa. Mi ero alzato abbastanza presto per preparare la valigia e mettermi in strada verso Hendaye, dove avrei dovuto giocare il sabato successivo. Le mie mani di vimini erano nelle loro custodie, e la medicina l’ultima delle mie preoccupazioni. Faceva già un caldo soffocante, di quelli che svuotano il corpo di ogni energia. La casa, immensa, dava sempre l’impressione di essere abbandonata. Ognuno ci viveva per conto proprio, nel proprio angolino, nella propria camera, o nel proprio studio, andando e venendo senza avvisare. Per me tutto questo non aveva nulla di stravagante, ero cresciuto in quel modo, cinto da quel perimetro di indifferenza. Mio padre era uscito per fare le sue visite, mia madre doveva essere andata al suo laboratorio di alta orologeria. Quanto a mio nonno Spyridon, morto dal 1974, c’era da chiedersi se qualcuno si fosse mai accorto della sua scomparsa. Fu dapprima l’odore a mettermi in allerta, un odore di gas di scarico, vagamente nauseante, che non aveva nulla a che fare con una cucina. Poi il rumore. Lontano, appena percettibile, di una tonalità grave, una specie di ronzio, qualcosa che si sarebbe potuto confondere con il suono di un contrabasso. Nel giardino non c’era nessuno. Man mano che mi dirigevo verso il garage il rumore diventava più intenso, e riconobbi immediatamente il rombo della Triumph. Le porte imponenti del garage erano barricate dall’interno e dovetti faticare molto per aprire una fessura, introdurre una mano e poter spalancare i battenti. L’aria era diventata bluastra per la concentrazione di idrocarburi

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e un fetore tossico impediva di avanzare. La nube si disgregò, l’aria nuova si fece poco a poco spazio e vidi apparire la schiena di mia madre. Era seduta sul sedile accanto al posto di guida, la testa appoggiata al vetro come qualcuno che si fosse assopito durante un lungo viaggio. Le presi il polso, cercai di sentire se respirasse, e spensi il motore. Il pronto soccorso tentò una tecnica di rianimazione sul posto ma mia madre era morta da tempo. Il motore era bollente. Mia madre doveva essere entrata nel garage durante la notte, mentre stavamo dormendo. Mio padre non si era accorto di nulla e al mattino era andato a curare angine o a prescrivere antinfiammatori mentre a due passi dalla sua tazza di caffè mattutina sua moglie stava morendo, seduta nella sua Triumph, annegata in una spessa nube di diossido di carbonio. Era stata l’automobile a ucciderla, ma anche la solitudine, il dolore, la scomparsa del fratello, le nostre reciproche indifferenze, e mio padre semisvestito, con quei suoi ridicoli calzoncini corti. L’asfissia da gas di scarico era il modo meno aggressivo e più radicale di congedarsi dall’esistenza. Ho letto che con un tasso di CO2 nell’aria del 2%, la respirazione diventa più ampia. Al 4% accelera. Al 10% si comincia a sudare, compaiono i tremori e la vista si offusca. Al 15% si perde conoscenza, e poi, superato il 20%, il cuore si arresta e con lui la respirazione, e tutti i ricordi delle gioie, degli odori, dei sentimenti, delle abitudini, le chiavi della macchina, l’orario dell’orologio, i risultati sportivi, tutte quelle cose che ci legano al mondo, tutta quella splendida mediocrità che costituisce un’esistenza, tutto questo si arresta definitivamente. Così morì dunque Anna Gallieni, sudata, accecata e soffocata sotto il diluvio di CO2 di cui i motori di Coventry non erano mai stati avari. La sera della morte di sua moglie, mio padre cenava a tavola, al suo posto, come se niente fosse. Intorno a lui le sedie di Spyridon, Jules e Anna erano vuote, ma ciò non

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