Mina Gremese Editore

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Roberta Mar esci

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Dive e Divi

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Copertina: Francesco Partesano Crediti fotografici: © effedia. Qualora su taluna delle immagini esistano copyright diversi o ulteriori, l’Editore si scusa dell’errata o incompleta menzione, dichiarandosi sin d’ora disponibile a revisioni in sede di ristampa e al riconoscimento dei relativi diritti ai sensi dell’art. 70 della legge n. 633 del 1941 e successive modifiche. Stampa: FP Design – Pavona (Rm) Prima edizione: 2015 © Gremese International s.r.l.s. – Roma Nuova edizione aggiornata: 2020 © New Books s.r.l. – Roma Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questo libro può essere registrata, riprodotta o trasmessa, in alcun modo e con qualsiasi mezzo, senza il preventivo consenso formale dell’Editore. ISBN 978-88-6692-105-9


A Massimo e Claudio: se la vita non vi sorride, fatele il solletico. Perché la felicità è il modo più incantevole ed economico per cambiare look. E il sorriso, l’unica ferita che non dovete far rimarginare. Grazie di esistere.


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Ti conosco cara Mina: hai le stimmate di un’epoca Da simbolo dell’Italia “brava gente” a Divina, la storia di Mina è quella di una donna dal cognome risorgimentale ottocentesco, cresciuta a pane e (pochi) brani musicali che le sono rimasti nel sangue, perfettamente intatti. «Non avevo dischi italiani. Se si esclude “Non illuderti” di Marino Barreto, che poi era cubano. Solo americani. E fino alla rivoluzione Elvis, che ha “sparecchiato”, esclusivamente Frank Sinatra, Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan, Nat King Cole e anche i minori di quel periodo. Niente di francese. Niente di inglese. Niente di niente. Un pochino di flamenco che gli amici non sopportavano e che mi ha preso da subito e ancora adesso non so attraverso quale strada. Forse per ricordarmi che sono mediterranea, tutto sommato. La memoria è un motore potente. E, per quanto riguarda la musica, è lunga, corretta, affidabile, onesta. Quei pezzi non sono mai impalliditi, non mi hanno mai lasciato. E non ho mai cambiato opinione sul loro everlasting incanto. E, pensa, non sono per niente evocativi, per quanto mi riguarda. È strano, ma non li collego ad alcuna sensazione bella o brutta che sia. Me li godo 7


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e basta. Ogni tanto, ogni mai, mi permetto di avvicinarli. E li canto. Con circospezione, con cautela. Non dimenticando che sono stati nella gola dei più grandi maestri del passato dai quali ho imparato tutto», dice la più global delle star, che risponde alla corrispondenza degli ammiratori sulla carta stampata, facendoli impazzire sul suo canale YouTube. The Voice è avanti e lo è sempre stata, fin da quando per prima capì che per difendersi artisticamente doveva fare una sua etichetta. È stata la prima a capire il cambiamento della televisione e a decidere di non farla. È stata la prima a giocare con la sua immagine, a distruggerla e a ricrearla con delle copertine folli. Vent’anni. Anzi, trent’anni prima di Lady Gaga. E il web è un campo nuovo che la diverte e la interessa molto. Perché la Rete le permette di avere il pieno controllo artistico su ciò che fa. Non c’è nulla da fare: Mina ha tutte le stimmate di un’epoca. Incarna una stagione italiana, quella degli anni Sessanta: quando non c’era il dio Auditel e un libro famoso, una gag o un’invenzione scenica, diventavano spettacolo. Ascoltandola, capisci che con Domenico Modugno ha incorniciato un mondo. E forse comprendi perché si è ritirata dalle scene. Anni fa ha cercato di spiegarsi: «Vorrei che si capisse che sono una donna come tante altre, che vivo giorni lieti e giorni tristi. Mi sembra normale. In tanti anni avrei dovuto abituarmi alla curiosità del pubblico. E invece non ci sono riuscita. Da ragazza semplice, mi infilavo in un furgone e via a cantare 8


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in stadi gremiti di folla. Mi sentivo libera. Avevo il mondo in tasca. Poi quando ho cominciato a vedermi i fucili puntati addosso, è subentrata la paura. Così ho scelto di starmene tranquilla, per avere meno noie possibili. Cerco di vivere come tante altre donne. Non mi sembra di chiedere la luna». Come biasimarla? Il punto è che Mina con la sua ugola, ha attraversato cinquant’anni della nostra vita, accompagnando da trionfatrice almeno tre generazioni. Simbolo degli anni del boom con i quali la sua ascesa è coincisa, personifica il made in Italy. Al pari di grandi “marchi” come il Parmigiano Reggiano, Illy, Jacuzzi, Valentino e la Ferrari. Poco cambia se la signora amava scorrazzare in lungo e in largo con la Lamborghini Miura, lei rappresenta un patrimonio del quale andare orgogliosi e a lei dobbiamo dire tutti un grande grazie per aver scelto di scomparire dalla circolazione. Di non cantare o parlare mai più in tv, né di lasciarsi intervistare come Greta Garbo. Perché in questo modo, ha lasciato spazio alla leggenda che neppure le foto rubate possono scalfire. Ha il volto della luna È stata urlatrice, è divenuta interprete straordinaria, ha educato il pubblico alla canzone d’autore, ha scoperto e valorizzato talenti. È nata come una stella 9


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fissa a cui tutti guardano e attorno alla quale gravitano tanti pianeti. Perché, se ci si ferma un attimo a rifletterci, ce n’è di gente che crede abbia davvero qualcosa proprio della Luna. Una sfumatura trascurabile, se non fosse che proprio tra “la gente” è stato avvistato tempo fa anche il celebre regista Federico Fellini, che di Mina disse: «Mi serve una donna immensa; quindi Mina. Ho disegnato per lei facce tenere e smaglianti. L’ho immaginata in un circo mentre canta una ninna nanna ai leoni, o mentre casca dall’alto sopra un cavallo che nitrisce, e lei canta per superare quei nitriti… Ha la faccia della luna. Gli occhi sono dolci e crudeli. La bocca chiama dal cielo le comete: basta un fischio». Richiamo che il Maestro le fece ripetutamente, senza però ricevere alcuna risposta positiva. Basta ricordare la puntata di “Canzonissima” del 14 dicembre 1968, in cui il geniale regista, intervistato sul set di Satyricon da Lello Bersani in collegamento da Cinecittà per presiedere la giuria esterna della gara canora, raccontò dei suoi ripetuti e vani tentativi di avere l’urlatrice come attrice in un suo film (sia nel mai realizzato Il viaggio di G. Mastorna che nello stesso Satyricon, nel ruolo di Trifena, poi affidato a Capucine). In quella occasione i due si salutarono affettuosamente a distanza ripromettendosi di incontrarsi prima o poi «almeno per un caffè». Ma quello di una loro collaborazione rimase il grande sogno del Maestro. «Lavorare con Federico mi avrebbe immensamente interessato come esperienza», ha avuto modo 10


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di confessare poi Mina in un’intervista radiofonica qualche tempo dopo; «adoro Fellini sempre e comunque. Mi sarebbe piaciuto vedere come lavora un Mostro sacro come lui, ma ho preferito non farlo, anche per rispetto: preferisco limitarmi a fare ciò che so fare…». Cantare. E canta ancora, la Divina: «Canto per me, perché mi piace cantare», così ha sentenziato in una delle rare dichiarazioni pubbliche, quando ancora si lasciava vedere in giro. Quando cantare per lei era, come agli inizi della carriera, più che un lavoro, un divertimento. «Mi danno persino i soldi», si meravigliava. Ora, invece, neppure per qualche assegno in bianco salirebbe sul palco a cantare: se torna sarà per allegria e noi l’aspettiamo. Nel frattempo a chi, come il fan Alberto, le chiede di ripresentarsi una volta, per il mondo dei giovani che non conoscono il valore dell’arte, ha risposto sulle pagine del mensile «Vanity Fair»: «Grazie Alberto, sei gentile. Ma l’arte è un’altra cosa. È Wagner, è Puccini, è Picasso, è Gadda, è Borges, è Callas, è Abbado, è Billie Holiday, è persino Sinatra. Io sono poca cosa. Proprio una roba minima. Può darsi che io mi decida a “tornare”. Sì, quando fossi completamente fuori di testa, pazza da legare, dementissima. E per citare un classico: “Tu non sai che peso ha questa musica leggera”. Ti saluto, amico mio». Perché Mina è così. È donna dai tanti no. A parte quello a Federico Fellini di cui ho già raccontato, ha detto un no anche a Francis Ford Coppola, che 11


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la voleva nel Padrino. E ha detto un no a Giorgio Strehler, che la voleva al posto di Milva, nell’Opera da tre soldi di Brecht. Ha detto un no all’offerta di Paolo Grassi che la invitò a cantare al Teatro alla Scala di Milano. Agli inizi degli anni Novanta erano circolate voci che Elton John le avesse proposto di fare un duetto con lei, e che Mina avesse rifiutato perché la canzone non le piaceva un granché (ma la notizia non è stata mai confermata). E ancora un doppio no a Frank Sinatra, che la voleva con sé in una serie di concerti e, addirittura, in un suo film. Un no lo ha detto anche a Gigi Vesigna, rifiutando di tenere una rubrica sul suo giornale, salvo poi cominciare la sua avventura da opinionista su «La Stampa» di Torino poco tempo dopo. A sentire «La Repubblica» del 20 dicembre 2014, anche la mafia la voleva, ma la Tigre rifiutò. C’era già un contratto firmato dall’altra parte dell’Oceano. La conferma è arrivata pochi giorni fa dal figlio di Mina, Massimiliano Pani che ha commentato: «Negli uffici della casa discografica di mio nonno, la Pdu, arrivò questo americano, Joe Adonis, si è capito soltanto molto dopo che si trattava non di un semplice manager, come diceva, ma di un mafioso mandato dalla cupola a cercare l’unica artista che secondo loro poteva fare la differenza in America, visto che un’italo-americana non ce l’avevano, una che potesse prendere lo scettro di Frank Sinatra e sostituire nel ruolo di cantante e attrice un’artista di grande successo come era allora Barbra Streisand. 12


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Pensavano a un contratto di anni, con tournées, film, pubblicità: mia madre pensò – afferma Pani – “se comincio non ne esco più”, e così ebbe l’illuminazione di rinunciare». Colpito nell’orgoglio, Adonis venne a Roma di persona per controllare se l’improvviso malore di Mina era una scusa per non venire in America: «Le sembrò strano ma realizzò solo vent’anni dopo grazie al film Donnie Brasco, quando lesse il nome di Adonis tra le famiglie mafiose…». Grande Ufficiale della Repubblica No, non conosce proprio le mezze misure. Mina è un evento: come un’eclissi. Che importa se è sempre stata una potenziale pantofolaia? Se è superstiziosa e meticolosa? Con la penna è donna generosa, non ci pensa su due volte a rispondere dalle pagine di un periodico a Stefano, ventiquattro anni: le ha scritto semplicemente per sapere come sta. Lei gli ha risposto: «Beh, ma grazie. Stefano, sai, è rarissimo che mi si chieda come sto. La prima cosa che mi viene in mente è: “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”. Come tutti, amico mio. Pensa che allegria». Snobismo? Siete fuori strada. «Detesto il divismo. Detesto le mode», dice la Divina, che nel 2015 festeggia settantacinque anni. Ma potrebbero essere venti o novanta, sarebbe lo stesso. Il punto è un altro: il 25 marzo è il Giorno di Mina. Ricorrenza al pari del Due Giugno, i Santis13


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simi Pietro e Paolo o Ferragosto. Poco conta se la circostanza non ha nulla di religioso o non appare sul calendario di Barbanera. La data è comunque storica per i quattrocentomila fedelissimi della cantante, che ogni anno attendono il momento in cui da Lugano, terra d’esilio volontario, la Tigre ruggirà con un disco, con un video o qualche nuovo guizzo creativo. Ad alimentare il mito infatti c’è una produzione incessante, cominciata non proprio dalla sera del suo ultimo concerto in pubblico, il 23 agosto del 1978. Fatto sta che Mina canta, studia, lavora e produce: tutto l’anno. E si perde il numero delle persone che vanno in visibilio per lei. Nomi noti e non. L’amico Adriano Celentano la considera «una bomba che non si può disinnescare ed esplode quando meno te lo aspetti». L’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a «Gente» ha detto: «In anni non più vicini sono stato anch’io un ammiratore di Mina, veramente una grande cantante». «Se facesse un concerto andrei nel backstage a chiederle un autografo», ha detto di lei anche Liza Minnelli, che la considera «la più grande». Nel 2001, il presidente Carlo Azeglio Ciampi l’ha proclamata Grande Ufficiale della Repubblica, per il lavoro svolto nella società civile insieme allo scrittore Claudio Magris, l’astronauta Franco Malerba e altri cinquantadue connazionali. Malgrado dal 1989 sia cittadina svizzera, la sua 14


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casa di Lugano è meta continua dei viaggi di alcuni dei migliori musicisti e autori italiani che vanno a registrare con lei. Per tutti comunque vale un dovere: osservare il silenzio stampa. Gli amici sono tutti avvertiti: scrivi una parola, e io non ti parlo più. Siccome la faccenda funziona, va da sé che l’amicizia con Mina è più ambita di uno scoop. E mentre ci chiediamo come la diva avvolta dal silenzio festeggerà il prossimo compleanno, troviamo una risposta fra le interviste concesse dal figlio Massimiliano Pani che, quando ne parla, la chiama Mina, come fosse uno dei milioni di fan adoranti e non il figlio. Ma Massimiliano è talmente abituato a gestire la curiosità di amici, giornalisti e irriducibili ammiratori di The Voice, che ha imparato a difendersi come può, a costo di parlare della madre esattamente come fosse un’artista qualsiasi. Cosa, nel suo caso, doppiamente non vera. Ogni tanto però se ne esce anche con un più intimo «mia madre» e perfino con un decisamente più divertito e divertente «il comandante». Ma l’orgoglio filiale viene fuori soprattutto in un racconto svelato in occasione dei settant’anni della mamma, che accoglie gli anni che passano «con la sua ironia, la sua intelligenza, non le interessa più di tanto, non è argomento di per sé. La festa di compleanno non rientra nelle abitudini, in verità, di un po’ tutta la famiglia». Famiglia che Mina ha sempre messo al di sopra 15


Roberta Maresci (1971), esperta di collezionismo e antiquariato,

€ 9,90 (i.i.)

è giornalista e scrittrice. È stata voce e autrice per Rai Radio2 e ha pubblicato diversi libri tra cui: La stanza delle meraviglie, Death Market, Lo scambio, I grandi miti del XX secolo, Il grande libro del collezionismo, La sigaretta, Wanda Osiris, Erbe (non solo) in tavola e Il grande libro delle erbe medicinali per le donne (insieme a Cindy Gilbert). Per Gremese ha scritto libri anche su Maria Callas e Raffaella Carrà. Collabora con alcuni giornali.

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È rimasta una protagonista assoluta della ribalta musicale anche da quando, nel 1978, ha scelto di autoesiliarsi dalle apparizioni pubbliche. Ne aveva davvero bisogno, dopo un ventennio passato sotto i riflettori: amata, seguita, idolatrata, ma anche spiata e giudicata dall’Italietta benpensante degli anni Sessanta. Le vicissitudini della sua tormentata vita privata – due figli da due uomini diversi, i gravi lutti di un fratello e di un ex marito entrambi morti sulla strada – hanno a lungo alimentato le chiacchiere di tutto un paese, affiancando i clamorosi successi artistici che la Tigre di Cremona intanto collezionava uno dopo l’altro: non solo su vinile, ma anche in indimenticabili stagioni televisive (ricordate la storica esibizione live con Lucio Battisti a “Teatro 10”, nel 1972?). Poi, con la sparizione dalle scene, il Mito si è ridotto all’essenziale: un volto trasfigurato sulla copertina dell’ultimo album e una voce miracolosamente intatta nel tempo, elargita al pubblico con la cadenza regolare di una produzione musicale ampia e versatile. All'alba dei suoi ottant'anni, ecco dunque l'appassionante ritratto della nostra artista più amata di sempre. L’unica che è diventata una star per poi cercare di farlo dimenticare a tutti.