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1 Il postino mi ha dato la lettera di Paola mentre andavo a casa di mio zio. L’ho letta rapidamente. Sono rimasto contento che si è fatta una scorpacciata di paesi, passando sull’auto, e che è arrivata bene, sebbene stanca. Le sue parole mi hanno allargato l’orizzonte. Vorrei averla qui vicino a me e mostrarle la mia casa ai piedi del colle, il gelso che conosce i nostri segreti, il fico che ho piantato quando avevo sei anni; le vorrei far vedere le mie montagne piene di olivi e di mortelle, i rivi che ora non scorrono, il noce alto, il carrubo nodoso, il mandorlo che fiorisce per primo, i girasoli che si alzano spilungoni in mezzo all’orto; le vorrei far conoscere le mie mucche dalle corna a mezza luna, il mio pollaio con venti galline e un gallo, i miei cani bastardi, la mia famiglia che resterebbe incantata di fronte al sorriso di una ragazza bella e sconosciuta. 2 Mi dicono per via che non tarderà molto e ci metteranno la luce. Hanno visto infatti alcuni uomini vestiti per bene prendere misure per la campagna. Ma io non ci spero molto. Anche due anni fa abbiamo visto degli sconosciuti aggirarsi per questi campi con rolline e picchetti. – Appena la metteranno, – dice Erasmo, – io mi faccio la televisione. – Io metterò le lampadine dappertutto, – dice Francesco, – così non mi alzerò più la mattina col naso pieno di fumo. – Guardate là, sembra sangue, – esclama il figlio di Francesco. Ci volgiamo all’orizzonte. Il sole è in mezzo a una nuvola densa e arrossata.

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– Questo tramonto non mi piace. – Chissà che succederà! – Il mondo è tristo e il cielo soffre, – afferma Filomena. A casa, i miei stanno sistemando gli animali per la sera. Mia sorella prepara il brodone al maiale; mio padre lega l’asino al cavicchio nel campo dove è tenera gramigna; mia madre va a prendere la pecora e la capra che aspettano silenziose, legate presso le zone fresche del rivo. Le mucche sono già belle e coricate a ruminare. – Vado io a sciogliere il porco, – dico a mia sorella. Lo trovo che ha scavato col muso tutto il terreno intorno; lo slego a fatica perché tira animoso la catena. Appena libero, lui corre al tinello, io ritorno piano piano. Ormai comincia a imbrunire e le cose si tramutano in ombre; sono ombre grandi e piccole e ogni sera compaiono senza farci paura. Ceniamo sui gradini della scalinata con pane e cacio. Come al solito, il compare Antonio fa uno starnuto che ribella tutta la campagna. Parliamo di ciò che dobbiamo fare domani. All’improvviso si sente una confusione alla casa di Filippo il «carratore». Ascoltiamo per capire che è successo. Un vitello ha spezzato la capezza ed è uscito dalla stalla. Vado con mio padre ad aiutare ad acchiapparlo. 3 Quando la sera esco e ritorno tardi, mio padre è molto in pensiero. Se non arrivo dopo il primo sonno, allora l’agitazione lo spinge dal letto. Si affaccia alla finestra, esce sul pianerottolo, tende l’orecchio a ogni minimo rumore, a ogni abbaio del cane lungo il sentiero per cui devo passare. Mia madre, sveglia anche lei, gli dice: – Mettiti a dormire; è giovanotto, si trova con i compagni!

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– Che compagni e compagni! – esclama lui adirato, facendo avanti e indietro tra il letto e la finestra. Quando ode i rumori dei miei passi o le moine del cane, manda un sospiro e ritorna a coricarsi. E mia madre, tranquillizzata anche lei, gli ricorda: – Te lo avevo detto io. Appena io apro la porta, ascolto il rimprovero: – Questa storia non mi piace! Molte sere però si fa controra e niente, io non ritorno. Mio padre scende giù e lentamente mi viene incontro. Si ferma a ogni istante e non udendo nulla avanza sempre più preoccupato. Al rivo, ancora nulla; l’oltrepassa, ancora nulla. Comincia la salita del colle. Dal fondo di Marco il «gigante» passa a quello di Domenico lo «zingaro». Difficilmente però va oltre la masseria vecchia di Giovambattista perché i cani di Michele lo avvertono che io sto arrivando. Più di una volta ho visto un’ombra insolita in mezzo al tratturo e, quantunque non ci avessi mai creduto, tuttavia ero lì lì per pensare che fosse un fantasma. Ma presto mi accorgevo che era mio padre che mi diceva accorato e nervoso: – A quest’ora si viene! – E ci avviavamo verso casa l’uno avanti e l’altro dietro senza far parola. Mio padre non vuole che io ritorni tardi, perché a «core di notte» si ruba, si spara, si corre, girano persone male intenzionate, s’incontrano esseri che non hanno pace e perché chi cammina quando è scuro si può trovare in mezzo a cose che non servono. Io cerco di ascoltarlo, ma basta che io resti a vedere un film, a discorrere con un amico perché mi si faccia tardi; e poi mi piace intervenire ai comizi durante le elezioni, andare alle feste dei santi patroni che pullulano nei paesi vicini, vedere la televisione. Quindi ciascuno di noi ha le sue ragioni e, sebbene ce le siamo manifestate più volte, ognuno comprende quelle dell’altro, ma continua a obbedire alle proprie.

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4 «Cari genitori, non coltivate più la terra,» aveva scritto tante volte a Cosimo e a Maria il figlio da Francoforte, «fatela restare tutta saura. Lasciatevi crescere l’erba, che diventi alta come canne, io con un mese di stipendio vi comprerò il grano necessario per un anno intero.» «Cari genitori, non coltivate più la terra, lasciate che le piante vi crescano selvagge e che formino un bosco come quello che vi era quando l’avete dissodata; io con un mese di stipendio vi comprerò i fagioli, i ceci, il granoturco che vi basteranno per sempre.» «Cari genitori, non coltivate più la terra e nell’inverno accendete un fuoco grande e stateci davanti dalla mattina alla sera, asciugatevi di tutta la pioggia che avete presa negli inverni passati, io con un mese di stipendio vi comprerò il vino, i vestiti, le scarpe che vi occorreranno.» «Cari genitori, non coltivate più la terra, lasciateci crescere i fiori che profumino i sudori che vi avete sparsi.» E Cosimo e Maria gli facevano rispondere: «Caro figlio, conserva lo stipendio per te e la buona fortuna ti aiuti sempre. Noi, per questi pochi giorni che ci restano, continueremo a lavorare la terra, a chiederle il pane e il vino; tu fai parte della generazione delle macchine, ma noi siamo grati alla terra». E così è stato. Cosimo e Maria fino all’ultimo hanno lavorato la terra e, partendo quasi insieme per il viaggio della conoscenza, hanno lasciato tutto in ordine. Nel grano non si vede un filo di loglio, il granoturco è zappato, il fieno è ammucchiato intorno al palo, la siepe dell’orto è rifatta con canne nuove, la casa è imbiancata con la calce. Con le mani dietro la schiena, leggermente curvo, Cosimo mi raggiungeva dovunque vedeva Caporossa e Biancuccia pascolare e si faceva leggere le lettere di

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Giuseppino, e Maria seduta sul muretto del cortile ci guardava da lontano, tutta pronta a indovinare dai gesti del marito quello che mandava a dire il figlio. 5 È il compare Elio che accende per primo il fuoco. Ed ecco, man mano, come rispondendo a una voce di allarme, si vedono alzarsi altri fuochi. Domani è sant’Antonio e nella vigilia gli accendono i falò. In alcune case si accende soltanto una fiammella: forse solo per devozione. In altre case non si accende affatto perché sono vuote, perché si è in disgrazia o non ci si tiene più. Anche mia sorella accende un focherello con paglia e legna. Subito si sviluppa un’alta fiammata e al chiarore appare il selciato, il gelso, il cespuglio di rose. Mia madre, in piedi, guarda come se assistesse a un rito; mio padre, seduto sul gradino della porta, ogni tanto esclama: – Sant’Antonio ci possa aiutare. Dai campi viene un profumo di grano biondo. Qualche sparo di schioppo passa di colle in colle. Un bimbo grida: – Quante luci! Davanti al fuoco «santo» un tempo si rideva forte o si recitavano preghiere o si cantavano a distesa mottetti e canzoni. Ora si sente solo la vecchia Concetta. Il suo canto si sparge come un lamento. Commuove come un addio. Già si spengono i fuochi di sant’Antonio! Va morendo anche quello davanti alla mia casa e la parete e il cortile ritornano nell’ombra. I tizzoni vengono spenti con l’acqua e gettati con altra legna. Neppure mia madre crede più che essi siano capaci di scacciare i fulmini. 6 Ora questo piccolo campo nessuno lo coltiva più e io

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vi pascolo le mucche, ma da esso si alzano ancora le preghiere e le bestemmie per la pioggia che non veniva o per quella che veniva inopportuna; da esso s’alza ancora il mugolio sordo d’una giovane muta che lavorava come un’asina; da esso si alza ancora la voce d’una madre che, trascinandosi ammalata tra i solchi, ripeteva: – Chissà fino a quando ce la farò. E una mattina si accasciò sulle zolle e vi rimase. Noi accorremmo solo quando capimmo che il pianto del figlioletto che le stava accanto non era il pianto di vincigliate o schiaffi. Poi quel fanciullo, per ricordarsi del punto dove era morta la madre, vi piantò una canna. Quella canna mise radici e generò altre canne. Si formò un boschetto che ora diventa sempre più grande e in estate e in inverno bisbiglia al vento. 7 Di buon mattino mi avvio con i miei a mietere il grano. – In nome di Dio! – esclama mio padre e comincia a tagliare. – In nome di Dio! – lo seguiamo noi. Leghiamo ogni mazzo di spighe con una di esse e lo adagiamo sulle stoppie irte. Ripetiamo per tutto il giorno questi movimenti fino a compierli senza accorgercene. Tra i componenti della mia squadra, chi ammucchia più manipoli sono io; chi miete più lentamente è mia madre su cui si fanno sentire le sofferenze di alcune malattie patite; mio padre e mia sorella mi tengono dietro, a breve distanza. Il sole arriva e i suoi raggi si spargono sui colli e scendono giù nelle zone affossate, brillando per la rugiada sui pampini delle viti e sulle foglie dei pioppi. Squadre piccole, come la nostra, sono sparse un po’ dovunque; ogni famiglia, o meglio ciò che è rimasto di ogni famiglia, una squadra. Vi è tuttavia qualche squadra

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un po’ più grande, composta di fanciulle, ragazzi, vecchi, bambini che si scambiano a turno le giornate. Anche i vecchi e i bambini, perché se non si miete subito, lo stelo del grano maturo, per il troppo calore, si spezza e i chicchi escono dalla spiga e si disperdono fra le stoppie. Ma i vecchi non sembrano affatto angustiati, anzi impegnano tutte le forze per quell’opera che, in tutta la loro vita, fu sempre la più attesa e la più feconda di soddisfazioni. Non solo, ma prendono finanche l’iniziativa di cantare, intonando, con la voce grossa e scordata, mottetti dei loro tempi. Non li accompagnano i giovani che, tutt’al più, preferiscono canticchiare gli ultimi successi dei festival che, da un po’ di tempo, le radio transistor diffondono anche qui. Ecco, comincia un canto vero; è il canto di quando si miete. Viene da una madre e una figlia che hanno tutte e due i mariti in Svizzera. E che begli occhi che ha la campagnola, ce l’ha gli occhi per incantar l’amore, la bella campagnola morire a me mi fa; e che belle trecce che ha la campagnola, ce l’ha le trecce per incantar l’amore, la bella campagnola morire a me mi fa e che bel viso che ha la campagnola... Invano aspetto che si alzi, che mi scuota. Nell’infanzia, questa canzone faceva diventare la campagna tutta un coro e portava le voci alle stelle. Le ragazze ora non hanno neppure voglia di parlare. Causa non solo la stanchezza, ma il pensiero in cui cade ognuna. Le loro compagne, in quest’ora, sono al mare, sulla spiaggia contente o al fresco degli ombrelloni o siedono in compagnia nelle scuole di taglio e non sono rozzi i loro visi né incallite le loro mani; o studiano e imparano tante cose e sono rispettate. Ognuna, in cuor suo, maledi-

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ce la terra. Né entusiasma nessuna quella mietitrice meccanica che s’avanza, tirata da un trattore, nella proprietà di don Marco e che, manovrata da un solo uomo, in un momento ha mietuto già un tomolo di terra. Al vederla, penso che, quando diremo ai nostri figli che noi abbiamo mietuto il grano con la falce, essi ci ascolteranno come se raccontassimo una favola antica. Il sole è sulla casa di Mario il «guardiacaccia». – È già mezzogiorno, – esclama mia madre e va a preparare il pranzo. Anche gli altri mietitori s’avviano, ognuno alla sua casa. Non si mangia più all’ombra degli olmi, presso le fresche riviere dei fossi, raccolti tutti insieme intorno a pasti preparati come per una festa, dove chi suonava il corno e chi la fisarmonica. 8 Oggi il caldo si fa sentire di più. Scambio qualche parola con i miei, ma presto mi metto a fischiettare. Di tanto in tanto i capelli irti delle spighe mi rintuzzano contro la fronte e mi procurano fastidio e mi fanno venire i nervi. – Mieti un po’ a distanza, non ti ci mettere addosso, – mi consiglia mio padre. Verso il tramonto, con cenni di mano mi saluta una schiera di cinque quasi giovanotti che vengono a mietere in un campo vicino, agitando le falci splendenti, con larghi cappelli di paglia. Rispondo al saluto e quelli mi dicono: – Tu sei come noi. In poco tempo mietono un’ampia distesa di grano. Parlano dei film visti di cui ognuno cerca di dimostrare agli altri di aver capito il vero significato. In quanto alle ragazze preferiscono quelle di città perché sono più carnali, però sono difficili a essere conquistate da un campagnolo; e a questo proposito ridono sui loro insuccessi e figuracce, cia-

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scuno portando alla luce quelli degli altri. Riguardo al loro avvenire, ognuno ha la sola certezza che emigrerà. – Io farò il poliziotto e il mondo sarà diverso, – afferma uno di loro. Scoppia una forte risata. Qualcuno osserva: – Povere mosche! Tu sicuramente le arresterai tutte. Ora che l’aria si è rinfrescata, si miete più volentieri, ma presto le prime oscurità della sera ci mandano a casa. 9 È passata un’altra giornata di mietitura. Metto la falce nel buco della parete. Bevo alla giarra di acqua fresca che mia madre ci fa trovare. Mi siedo su un sasso liscio appoggiato al muro di casa. Mio padre fa altrettanto. Mia sorella ritorna un po’ più tardi dai campi, dove si è fermata a mietere un fascio d’erba per i vitelli. Siamo poco distanti l’uno dall’altro, silenziosi. Le lucciole sfiorano i nostri visi e li illuminano, a intervalli. Dalle case giunge la voce adirata delle madri. Mio padre e mia madre s’odono dormire. Mia sorella di tanto in tanto sospira. Mi addormento anch’io... mi appare un’aia grande dove, tra mucchi di covoni, i giovani e le contadine ballano pieni d’amore... Mi svegliano i miei dicendomi: – Noi andiamo a letto. Io resto ancora un po’ nel fresco della sera. Guardo le stelle, le montagne, i campi. Un cane abbaia in lontananza. Come è triste il cane che abbaia nella notte! Ti si imprime nella mente e ti scende nel cuore come la voce della sventura. 10 Il postino mi ha detto che ieri non se l’è sentita di venire dal paese fin quaggiù per la mia lettera soltanto. Non gli ho fatto alcun segno di rimprovero perché lo comprendo.

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Paola sta bene ed è contenta. Mi invita ad andare a trovarla perché mi vuole vedere. Là, inoltre, vi sono tante cose da ammirare. Ma come si fa? Chi me li dà i soldi per il viaggio? Mio padre me li darebbe volentieri, è vero, ma io non me la sento di chiederglieli perché so che asciugherei la casa. E poi mi sembra impossibile andare via proprio adesso che qui c’è tanto da fare. Le prometto comunque che andrò appena posso. Le chiedo come sta il suo viso da bambina, le dico che la tesi, appena abbozzata, dorme nella nuovissima cartella che lei mi ha regalata. Le dico ancora che l’affetto che le porto si sta ingrossando nel mio cuore. 11 Ieri sera è venuto a trovarmi il vicino Filippo, un faticatore di prim’ordine, e mi ha proposto di farci «san Giovanni», cioè compari. Cresimerò il figlio Mario all’ultima domenica di giugno. Non me l’ha chiesto il figlio perché si è vergognato. – È timido come una foglia, – ha aggiunto. Io ho accettato ed egli mi ha ringraziato. Contento, anch’io ho ringraziato lui della fiducia che mi ha dimostrata. Così sale a dieci il numero dei miei figliocci. 12 – In ogni lettera, mio figlio ti manda a salutare, – dice Rosaria che pascola la capra presso casa. Io mi fermo a chiedere notizie di Carluccio e lei tutta contenta mi informa che il figlio si è fatto una grande posizione a Londra, che ha imparato la lingua come se ci fosse nato, che conosce le cose che gli spettano come un avvocato, che si è trovata una innamorata che è la più bella del mondo. Non vorrebbe mandarmi mai

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via. Quando me ne vado mi riempie le tasche di amarene. Che popolo di gente sulla piazza! Era la festa dei santi Cosma e Damiano e tutti aspettavano con ansia la partenza dei corridori della corsa a piedi. Tra i concorrenti non c’era nessuno di Cerri Aprano, eppure eravamo venuti in molti dalla campagna. Ma Carluccio non seppe resistere all’affronto. Senza avvisarci, si scamiciò, si rimboccò i calzoni, si tolse le scarpe e si presentò. Il giudice di gara col gesso azzurro gli scrisse il numero sedici sul dorso nudo. In noi cerraioli nacque un grande entusiasmo e cominciammo a gridare con passione: – Bravo Carluccio! Bravo Carluccio! Fa’ vedere a tutti chi siamo! Appena si dette il via, lui passò subito in prima fila. Staccò gli altri di molto; poi sparì fra le case. – Carluccio vincerà, – si diceva tra noi, – Carluccio non è fesso. – Quando si deve acchiappare un pollastro, lui lo acchiappa in un momento, – disse il fratello. – Io l’ho visto correre appresso alla cola e stancarla, – affermò un vicino. – Sembra un cane cacciatore. – Una lepre. – Un fringuello. – Arrivano, arrivano! – gridarono i ragazzi in cima agli alberi, sui tetti. – Uno solo è in testa. Ci precipitammo a vedere, infiltrandoci tra la folla che non ci faceva passare. – È Carluccio, – disse uno del paese. Noi gli credemmo senza riserve e lo aspettammo col cuore che batteva forte. Il primo corridore apparve, ma non era lui; neppure il secondo era lui. Al terzo, ci raccogliemmo in un angolo. Molti ci guardavano e ridevano e ci indicavano a dito. Vedemmo portare in trionfo il vincitore. Quando giunsero tutti i corridori e Carluccio no, una

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voce d’allarme circolò tra di noi e gli andammo incontro, in frotta. Lo trovammo all’osteria, davanti a un boccale di marsala. – Favorite, favorite, – ci invitò sereno. Ci unimmo e bevemmo tra canti e risate, come se avesse vinto davvero. Poi tutti insieme ci recammo a sentire la banda. 13 Mi svegliano i passeri e il sole. Mio padre è già andato in paese, mia madre sta partendo adesso con mia zia. Non si sente nessuno. Fino a pochi anni fa quante voci, che chiamarsi a vicenda la domenica mattina! Mi faccio la barba e parto anch’io. Salgo il colle rasentando il boschetto di Giovambattista. Per la via, va avanti a me un uomo a cavallo di un asino; due fanciulli, presso un gruppetto di case, imparano ad andare in bicicletta. Alla Cava, mentre aspetto l’autobus, guardo due bambine che giocano sul piazzale di cemento disegnato a rettangoli: le madri le chiamano invano. Nessuno aspetta l’autobus con me. Ero abituato a trovarci una ragazza che voleva un fidanzato come Gregory Peck, che invece ha sposato uno qualsiasi e se n’è andata in Canada. Zeppieri viene con pochi passeggeri. Mi siedo accanto a un vecchietto tutto profumato. Mi dice che oggi i giovani possono divertirsi come vogliono; le donne le trovano dappertutto; invece essi, una volta, si dovevano solo sposare. A Castelforte è bello il mercato, ma ogni domenica diminuiscono gli ortolani che vengono dalla valle di Suio a vendere frutta e verdura e aumentano i venditori di scarpe, di vestiti e di ogni cosa di plastica. Incontro gli amici. Passeggiamo lungo la via principale. Intorno a noi quello dell’«Unità» diffonde il giornale, il veterinario chiede ai clienti come stanno le bestie che ha visitate nei giorni scorsi, un emigrante pre-

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senta agli amici la sposa forestiera. Dovunque ci spostiamo, sentiamo parole di malcontento e noi stessi facciamo accuse, facciamo critiche e ciascuno aspetta che cominci l’altro a migliorare il mondo. Al ritorno un amico mi dà un passaggio fino a San Lorenzo e mi scarica davanti alla chiesa. Suona la messa delle undici. Vi entro; i banchi sono quasi vuoti. Resto in fondo e cerco di pregare. Dopo un po’ me ne esco senza sapere perché. Una vecchia che entra mi chiede: – Che? È già finita? Le rispondo che sta per cominciare. Due passi a piedi ed eccomi presso la Cava, nella bottega del barbiere. La moglie lo va a chiamare perché è andato a mietere un po’ di prato al vitello. Non si fa aspettare molto Marcantonio, il barbiere di cui ho udito tanto parlare quando ero ragazzo. Tante volte i contadini della mia terra si trattenevano a giocare e a bere nelle cantine e poi si giustificavano presso le mogli che da Marcantonio c’era la folla. Mi invita ad accomodarmi. Mentre taglia mi osserva che ho già i capelli bianchi. Gli chiedo se c’è qualcosa da fare. – No, sono teste fatte così. Mi chiede che cosa si fa in paese, dove sono stato in questi giorni, si lamenta di stare sempre solo e fa il confronto con gli anni passati, quando il suo salone era pieno e si parlava di tante cose. Arrivo a casa nell’ora più calda del sole. Dopo poco giungono anche mio padre e mia madre dalla via di montagna e mia sorella ci prepara da mangiare. A pranzo mio padre si adira perché mi vede sempre pensoso, perché non faccio mai un discorso con lui, che non gli do nessuna soddisfazione. – Ci sono figli che a casa raccontano tutto. Io cerco di addebitare tutto al carattere, ma egli commenta: – Che carattere e carattere. Mi ritiro a studiare nella stanza di sopra. Dopo due

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pagine non vi resisto più. Dico ai miei di andare al cinema e riparto per il sentiero. Incontro tre fanciulli puliti e pettinati che vanno ansiosi a vedere Maciste nella valle dei Ciclopi. Alla Cava parlo un po’ con Lello sotto il suo capannone. A San Lorenzo ci arrivo sulla canna della bicicletta di Domenico, ex carabiniere che si è fermato e mi ha detto: – Monta su, quando un favore si può fare, si fa. Poiché al cinema è presto, entro in un bar. Cercano giusto un quarto per farsi una partita. Li accompagno volentieri. Ci conosciamo senza essere amici. Giochiamo e fumiamo, consumando birra e gazzose. Trovo Maciste che cavalca alto sui monti. Vince sulla perfidia e contro i potenti e libera gli schiavi; a ogni vittoria gli spettatori che mi circondano esclamano: – Sta bene! A me piacciono questi spettacoli mitologici a sfondo sociale. Maciste continua le sue prodezze. Non sono rimaste molte persone... Maciste ritorna sui monti a cavalcare e anch’io vado via. Per strada i fari delle macchine mi scoprono che cammino solo. Per il sentiero mi fanno compagnia i cespugli, i fruscii dei boschi, le civette che cantano e quella luce che è accesa nella casa di Giacomo. 14 Il fuoco arde nel cortile e si distingue nella sera. Mia madre abbrustolisce sulla brace pannocchie di granoturco e viene a offrirle a Giuseppe «baccone» e a me che stiamo a parlare vicino al pagliaio. Si sono conosciuti l’anno scorso, di giugno, in Germania, davanti alla buca delle lettere. Così. – Italia? – Italia.

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– Di che provincia? – Rieti e tu? – Latina. – Ho uno zio a Latina. – Scommetto che sei turista anche tu. – Infatti stiro in un ristorante. – Io invece lavo tazze e bicchieri in un bar. – Più o meno abbiamo lo stesso impiego. – Io mi chiamo Giuseppe. – Piacere, Maria. Improvvisamente a Giuseppe e Maria, Stoccarda divenne cara come il loro paese, le strade accoglienti come le pareti della loro casa, il cuore pieno come se fossero bambini sulle ginocchia della madre. Lui disse subito a Maria che prima di emigrare aveva fatto il bracciante agricolo e che aveva sognato di fare il carabiniere a cavallo. Maria gli disse che aveva fatto la raccoglitrice di olive e di carrube e aveva sognato di fare la maestra di scuola. Si sposeranno alla fine dell’estate e torneranno di nuovo a lavorare a Stoccarda. Io farò il compare d’anello a Giuseppe. 15 La vedo venire lentamente, rosseggiante; tirata dalle mie mucche come prima della guerra. Ora la sento anche rumoreggiare per il sentiero. Le vado incontro. Il sole appare sui colli opposti. La raggiungo. Mi fermo sul ciglio della via e la lascio passare. È la stessa macchina per trebbiare degli altri anni, porta la stessa scritta «Casale». Poiché non abbiamo l’aia, viene piantata in mezzo al campo. I macchinisti accendono il motore e al suono della sirena ognuno corre al suo lavoro. Mio padre è pronto con la forca di legno, mia sorella e mia cugina si preparano con bianchi

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lenzuoli al trasporto della paglia che il compare Peppino ammucchierà intorno a un palo; infatti si affretta a finire la sigaretta, ripetendo quasi di seguito i respiri. Altre due donne sono addette a portare i covoni sulla trebbia. Io, aggiustatomi il fazzoletto sul capo a mo’ di basco, mi pianto davanti alla bocchetta da cui esce il grano per vuotarlo nei sacchi. La trebbia comincia, ruggendo, a divorare le spighe. Ognuno è occupato senza sosta. Ci vorrebbero per lo meno altre tre persone, ma non si sono potute trovare. Alcune donne pregate e ripregate hanno detto che non si sentivano bene; i pochi uomini rimasti lavorano alla ditta di costruzioni in paese e hanno risposto che non potevano lasciare. Il caldo si fa sentire e appiccica sul collo pula e camicia, provocando prurito. I macchinisti chiedono da bere, ma vedendo che tutti sono impegnati si recano essi stessi al pozzo. Fino a pochi anni fa, bastava che essi manifestassero di aver bisogno di qualcosa perché i ragazzi e anche i grandi si precipitassero per soddisfarli. I contadini, allora, sentivano gratitudine e rispetto per i padroni della trebbia che facevano toccare con mano la gioia del raccolto... Vedo la misura del grano che si riempie a vista d’occhio. Di tanto in tanto si avvicina mio padre, mi chiede il numero dei tomoli e, palleggiando i chicchi, esclama: – È buono, peccato che non vale. Il metale di paglia a forma di cono viene appuntito, i quattro mucchi di covoni sono scomparsi, il motore affievolisce il suo scoppio. Le donne raccolgono le spighe frantumate e le porgono al boccatore con un secchio. Ora che tace il motore, s’odono le voci. I più corrono all’ombra della quercia vicina; chi beve, chi si asciuga il sudore. Le galline e i pollastri accorrono a piluccare, intrufolandosi tra le ruote e i sacchi, e beccano senza aver bisogno di ruspare. Tra tutti, però, l’unico soddisfatto della fatica appare Peppino l’«ammucchiatore». Non si sazia mai di contemplare la sua meta. – Vedete che arte, – dice agli altri.

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Ma agli altri non interessa gran che; soltanto il macchinista Saverio gli dà retta e si diverte a dire che è storta e ha la pancia. Facciamo colazione, all’aperto, all’ombra della casa, intorno a un vecchio tavolo di quercia. Giarre di vino, due bottiglie di aranciata, piatti di insalata di pomodori, olive all’acqua, quattro frittate, cacio maturo di capra. Io taglio il pane per tutti. Mia madre fa avanti e indietro, sempre preoccupandosi che manchi qualcosa. Lei è l’unica che crede che la trebbiatura sia ancora una festa. Difatti ha imbiancato, giorni or sono, con la calce le pareti della casa e domenica scorsa è andata in paese a fare una spesa migliore del solito per i macchinisti. – Quelli sono come noi, – le hanno detto mio padre e mia sorella; io non le ho detto nulla per non distruggere anche in lei quel poco di rispetto per le cose dei campi. Ci porta anche due piatti di salsicce e due di peperoni fritti, scusandosi: – Abbiamo solo questo. Nessuno le risponde. I macchinisti affermano che l’annata è abbastanza buona e riferiscono il numero dei quintali di grano di molti loro clienti. – Ma nonostante la buona annata, non conviene seminare il grano, – osserva uno di essi, – il ricavato è niente in confronto al lavoro. – È proprio così, – conferma mio padre. E aggiunge: – Ecco io ho fatto venti quintali e se anche li vendo a seimila lire non farei che centoventimila lire. Ora che cosa sono centoventimila lire dopo aver seminato un ettaro e mezzo di terreno e aver lavorato quattro persone per un anno intero? – Non sono neppure centoventimila, – precisa un altro macchinista, – perché dodicimila spettano a noi. Ci mettiamo a ridere.

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– Se togliamo poi, – continua mio padre, – la fondiaria e le spese di nitrato ammonico e di solfato ammonico, non resta che un pacchetto di sigarette. – E che dovrei dire io, – dice Peppino, – che ho fatto solo dieci quintali e siamo stati in cinque a lavorare? – Poi dicono che i giovani non vogliono saperne di agricoltura: per forza! Fanno bene ad abbandonare i campi. – Fanno bene e come! Dal dopoguerra a oggi tutto è aumentato per tre quattro volte, solo le cose che produciamo noi sono rimaste allo stesso prezzo. – Questo perché i prodotti agricoli vengono dall’estero. – La cosa migliore sarebbe quella di mettere tutto a erbe e ingrassare vitelli; in tal modo si lavora di meno e si guadagna di più. – Comunque neppure si risolve niente, perché anche gli animali vengono dall’estero. – Né grano né granoturco; vedete che pena! Guardiamo il granoturco rado, la maggior parte senza spighe; ingiallito. – Eppure, – nota Peppino, arrotolando un’altra sigaretta, – quando viene l’autunno non si può fare a meno di seminare. – È vero, è vero, – esclamano tutti a una voce. – È vero, e noi, che siamo rimasti, siamo destinati a scolare sui solchi, – afferma mio padre. – Infatti non abbiamo né la forza di andarcene né di cambiare sistema. Oggi chi resta a lavorare la terra ci muore. I macchinisti ci dicono arrivederci e si muovono verso la trebbia. Le mucche del vicino la trasportano via. Sento in me farsi un vuoto. 16 – Vieni a farti due fichi, – mi diceva sempre Maddalena, quando passavo di qui, e se non ne era tempo mi andava a

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prendere una manata di quelli secchi che erano bianchi e pieni di miele. Ora non è rimasto neppure lo steccato del recinto né alle finestre della casa sono appese in fila le fiscelle, ma tutti sanno che suo figlio Armando era l’unico che aveva lo zappo in questa zona. Lo chiamavamo «scacciacivetta» e, appena si finiva di mietere e trebbiare, noi gli portavamo le nostre capre. Egli se le teneva per circa due mesi perché esse non vanno subito in calore e hanno bisogno che il becco le corteggi e scherzi un po’ con loro a «tuzzate». Come compenso si accontentava del latte che esse gli davano. Di solito pascolava nelle stoppie non mietute lungo l’Ausente sulle cui rive crescevano pioppi, olmi e vesche e anche chiazze di erba tenera. Quando alla fine di agosto andavamo a prenderci le nostre capre, egli restava con le sue che erano circa venti e con esse tirava avanti insieme alla madre che nella settimana cagliava il latte e la domenica andava al mercato a vendere il marzolino fresco e quello maturo. Nessuno suonava il flauto come lui; sapeva fare con esso tutti i motivi e ogni volta noi ci meravigliavamo che da un pezzo di canna potesse uscire tanta armonia. Imitava con esso il canto degli uccelli o inventava canzoni e diceva di averle sentite nelle fiere; spesso mentre suonava i capretti gli facevano capriole intorno e sembrava che ballassero. Aveva avvezzato le capre al suono del flauto e, quando esse scantonavano nelle terre in cui non potevano pascolare, le richiamava suonando note di rimprovero. Molte sere, dopo aver sistemato le bestie, anche se l’acqua se lo portava e il freddo faceva morire il passero, usciva e si metteva a suonare presso le case dove c’era stato un fatto lieto. Quelli che erano in allegria lo mandavano a chiamare dai bambini per offrirgli da bere, ma lui rispondeva che voleva restare solo per suonare meglio, finché tutti si abituarono a non disturbarlo più; se aveva il più piccolo sospetto che qualcuno non gradiva la serenata,

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egli suonava lo stesso e si metteva sul punto più alto del colle Morrone. Suonava se un giovanotto mandava l’imbasciata e la ragazza diceva di sì, se due compari che si odiavano ritornavano a discorrere per i sentieri; suonò perché Filippo, cui mancava un centimetro, alla visita fu preso a fare il carabiniere e quando venne la prima volta in grande uniforme; suonò quando fu ritrovato il vitello che era stato rubato alla vedova Armida; suonò quando il fulmine spaccò il tronco della quercia e Antonio che vi si riparava non si fece niente; suonò per mia madre quando ritornò dall’ospedale, per Angela Maria quando le fu riconosciuta la pensione, per Michele quando, dopo cinque figlie femmine, gli nacque il figlio maschio. Poi diminuirono quelli che gli portavano le capre e la madre morì. Aveva trent’anni quando suonammo e cantammo per la sua partenza e lui nella valigia di emigrante mise anche il flauto. 17 So dove porta questo sentiero pieno di cardi, ma la casa, sebbene nuova, da anni aspetta invano che ritorni qualcuno dei suoi. Vi abitavano Pasquale «pagliarello» e la moglie che, quantunque al di sotto della trentina, avevano già sette figli. Sono partiti per l’America un paio di anni fa, essendosi messi in quota subito dopo la guerra; ormai non ci speravano più, ma un giorno giunse la chiamata. Quella casa è rispettata da tutti e il vento non le ha tolto nessuna tegola, né la pioggia ha infracidato le finestre, né la civetta vi canta a sera. Pasquale e la moglie la costruirono lentamente. Appena riuscivano a risparmiare qualche lira, mettevano una giornata di muratore e dei loro figli chi aiutava a impastare la calce, chi portava le pietre, chi raccoglieva i sassi per la zavorra; e spesso li vedevi cadere sotto la caldarella e fermarsi e sedersi sul sasso troppo grande;

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quello nato da poco, adagiato in un canestro sotto il fico, osservava e non piangeva. Ci vollero cinque anni, ma alla fine fu pronta. E fu di quattro stanze, due sopra e due sotto, con la scalinata esterna e un pianerottolo largo che presto riempirono tutto intorno di vasi di garofani. I bambini erano cresciuti con essa. Vi andarono ad abitare la sera dell’Immacolata. Tutto il giorno, in fila i ragazzini trasportarono, un pezzo ciascuno, le casse, i letti, gli sgabelli, uno specchio rotto che luccicava al sole e sembrava che Pasquale e la moglie si dovessero sposare un’altra volta. E la sera stessa diedero fuoco al grosso pagliaio in cui avevano abitato prima. Una grande fiammata si alzò nella campagna e tutti si allarmarono e cominciarono a correre in aiuto, ma presto si udirono Pasquale, la moglie e i bambini che gridavano di gioia, che battevano le mani, che cantavano: – Evviva, brucia il pagliaio. Poi tra il crepitio delle stoppie e dei pali si udivano risate e dire forte: – Lì c’era il comò. – Quest’anno d’inverno staremo caldi. – Tata, ora l’estate non dormirai più sul fico come un uccello. La brace restò viva fino a tarda sera. 18 Mentre cammino tra le stoppie, eccito le locuste che scappano saltellando; hanno paura come quando, rincorrendole di qua e di là, le acchiappavo e ne facevo lunghe «inserte» per darle alla cola. Com’era contento Vivardo quando le trovava! Prima sceglieva con lo sguardo quelle più grosse e poi con un salto le sorprendeva. Di gazze avvezzate ne aveva due e le portava sempre con sé e quando si sedeva in mezzo ai campi esse gli si posavano intor-

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no e lui sembrava san Francesco. Una domenica se le portò anche in paese e una gli stava a destra e l’altra a sinistra sulle spalle e la gente si fermava a guardare e diceva: – Sembra uno del circo equestre. Vivardo se ne andò che gli uccelli facevano il nido, ma le sue gazze, quando passavi presso la sua casa, le trovavi immalinconite sulla siepe dell’orto. 19 – Fatti medico delle donne, – mi ripete per via il nonno del mio figlioccio Giannino. E di tanto in tanto si dà una lisciatina ai baffi né folti né lunghi. – Fatti medico delle donne, avrai tante soddisfazioni. Io gli osservo che i medici delle donne per l’abitudine non ci fanno più caso. Egli insiste: – Comunque, se io avessi le scuole alte che hai tu, mi farei medico delle donne. Lo chiamano «senecariello» e nessuno sa perché. Ha sessant’anni e nove figli di cui l’ultimo frequenta la prima elementare. Gli è morta la prima e la seconda moglie e se n’è presa una terza. – Questa però, – dice con una certa rassegnazione, – mi seppellirà. Per il mantenimento dei figli non si spaventa. Ha due pensioni: una di vecchiaia e l’altra per un figlio disperso in Russia. Non solo, ma lavora come un dannato perché non è giusto mettere al mondo dei figli e non dargli da mangiare. E poi c’è l’estero. Già se ne sono andati quattro, tutti in età da guadagnarsi la vita; e gli altri, man mano, appena saranno in grado di gettarsi dal nido, partiranno anche loro. Uno tira l’altro. I figli sono forza e coraggio. E poi oggi c’è l’estero che pensa ai figli dei poveri.

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