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INTRODUZIONE «Io sono il luogo in cui è accaduto qualcosa» Claude Lévi-Strauss

L’idea di questo libro nasce una sera a Cartagine, Tunisia, dove viviamo da tre anni. È la vigilia del 14 gennaio, una data destinata a cambiare la storia del paese. L’atmosfera è quasi surreale: sono le ore che precedono il compiersi di un evento non ancora definito, in un’attesa che mescola emozioni, aspettative, paure. Siamo incollati alla tastiera del computer, collegati a internet, seduti a un caffè virtuale con tutti i nostri amici. Ci scambiamo notizie, articoli di giornale, testimonianze di medici che hanno soccorso le vittime della polizia: è un passaparola elevato all’ennesima potenza. Alcuni tunisini residenti all’estero sono in grado di “postare” in tempo reale informazioni puntuali su quanto accade, come se stessero camminando lungo avenue Bourguiba, la via centrale di Tunisi. Altri rilanciano appelli per partecipare alle manifestazioni in corso, nonché i video censurati dei blogger. Impossibile distogliere l’attenzione da questo intensissimo e frenetico flusso di informazioni, che i giornali online rilanciano con esitazione e in ritardo. È più forte di noi, dobbiamo continuare a monitorare le ultime notizie. 13


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Osserviamo con sorpresa due realtà che appaiono avvicinarsi e, allo stesso tempo, allontanarsi: da un lato, il mondo convulso di Facebook, Twitter e YouTube, che da pochissimo hanno ripreso a funzionare, dopo tanti anni di censura; dall’altro, le principali testate internazionali sul web che riportano pezzi non aggiornati e ripetitivi sulla “situazione tunisina”, da alcuni poi ribattezzata la “Rivoluzione del Gelsomino” – un riferimento che offende molti tunisini –, Ben Ali usava la medesima espressione per riferirsi al suo colpo di Stato quando, ventitré anni prima, aveva deposto Habib Bourguiba. Per molti, a Tunisi, l’impegno consiste nel rafforzare il tam tam di notizie a tutto campo, raggiungere più persone possibile. Anche noi vogliamo che gli altri amici, all’estero e in Tunisia, siano tenuti al corrente e diffondano le informazioni ai loro contatti. Il nostro blog familiare e i profili di Facebook sono pieni di racconti di cortei, spari, grida, ronzio di elicotteri, paura, ma anche di tanta solidarietà, tenacia e coraggio, e di cosa voglia dire provare a spiegare tutto questo a due bambini ancora piccoli come i nostri. L’idea di scrivere un libro si trasforma in un vero e proprio progetto durante un breve rimpatrio in Italia, anche per la sorpresa e la rabbia nei confronti di analisi approssimative che etichettano la rivoluzione tunisina come una “rivolta del pane”, sminuendo la consapevolezza e il coraggio di chi è sceso in piazza contro un potere dittatoriale ultraventennale, urlando: «A pane e acqua, ma senza Ben Ali!». Il 14 gennaio 2011 non come “rivolta del pane”, dunque, ma come il 9 novembre 1989, giorno della caduta del Muro di Berlino, cioè una data destinata a entrare nella memoria collettiva, ad assumere una valenza epocale. La rivoluzione tunisina e la sua vittoria se14


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gnano infatti non solo la caduta del “muro” di paura vissuta quotidianamente durante gli oltre vent’anni di regime, ma soprattutto la rottura di un modello, quello delle dittature ereditarie e dell’egemonia del partito unico, che aveva tratto forza e legittimità dalla sua capacità di garantire la stabilità in aree ritenute problematiche. È la fine di una struttura ideologica in larga parte appoggiata dall’Occidente, che ritiene alcuni popoli incapaci di scegliere per proprio conto una classe dirigente o dei leader che si presentino come un’alternativa democratica, non integralista e non islamista. Come accadde con la caduta del Muro di Berlino, che indebolì irrimediabilmente i regimi comunisti, il crollo del “Muro di Tunisi” apre uno squarcio sui regimi totalitari della regione, mettendo in discussione il rapporto tra cittadino e autorità, al di là dei confini geografici, politici e culturali. Il successo del popolo tunisino nel vincere la paura e la sottomissione alle istituzioni alimenta la fiducia in un possibile destino diverso per tutto il mondo arabo e oltre, mostrando come la rivendicazione dei diritti e della dignità sia un’aspirazione universale, non asservita alla volontà delle grandi potenze. È da tali considerazioni che nasce il progetto del libro sui trenta giorni che hanno aperto al popolo tunisino la strada verso la libertà. Non c’è in esso alcuna velleità di fornire un quadro completo ed esaustivo dei fatti, quanto piuttosto il desiderio di restituire una prospettiva diversa, quella vissuta in prima linea dai veri protagonisti, ma anche dai molti che, come noi, ne sono stati parte, pur senza scendere in piazza. Questo libro è dunque una cronaca, ma anche un tentativo di spiegare perché la miccia sia scoppiata proprio il 14 gennaio 2011, perché il gesto di un venditore ambulante che si è immolato per rivendicare la propria dignità abbia dato il via a un 15


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cambiamento inaspettato, influenzando non solo la Tunisia, ma l’intera regione; mentre solo qualche mese prima la disperazione analoga di un altro giovane a Monastir non aveva scatenato alcuna reazione, non aveva portato giudici, avvocati e studenti a schierarsi pubblicamente in una rivoluzione unica sotto tutti i punti di vista. Non ho più paura rappresenta quindi la ricomposizione dei tasselli del mosaico che, sul web, ha permesso ai tunisini espatriati all’estero, agli immigrati in Tunisia e persino alle persone lontane e senza legami forti con questo paese di non sentirsi soli, ma parte di un movimento che ha finito per coinvolgere tutti. Vi è dunque la descrizione di come ciascuno – a modo suo – sia riuscito a vincere la paura e a prendere coraggio, (ri)affermando il karama (dignità) che i soprusi e le violenze del regime avevano scalfito. Oltre alla nostra esperienza personale, il racconto si basa su centinaia di lettere, messaggi e commenti scambiati su Facebook, fonte preziosissima in Tunisia (dove, su circa dieci milioni di abitanti, almeno due hanno un profilo), che si è trasformato in una piazza virtuale in cui esprimere il proprio dissenso, organizzare le dimostrazioni tramite messaggi in codice, informare gli altri utenti dei pericoli. Il libro è frutto anche di interviste e lunghe chiacchierate con i maggiori protagonisti della rivoluzione (registi, attivisti, studenti e blogger) e con i familiari di alcuni “martiri”. È un libro in un certo senso partecipato, vissuto, non solo con gli amici tunisini e italiani in Tunisia, ma anche e soprattutto con i nostri figli. Mentre eravamo chiusi in casa, a due passi dal palazzo presidenziale di Cartagine, sono stati i loro 16


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giochi e le loro esigenze a distrarci, regalandoci momenti di serenità e aiutandoci a mantenere il senso della realtà. Come si fa a spiegare a due bambini piccoli qualcosa che neppure noi adulti capiamo fino in fondo – i saccheggi nei supermercati, gli spari ravvicinati, le barricate sulle strade, le porte sprangate? Non ho più paura vuole essere un omaggio a un popolo che è stato la guida di se stesso, leader della propria rivoluzione, ma allo stesso tempo attento ai suoi ospiti, come eravamo noi, anche nei momenti più difficili. È un modo, infine, per preservare il ricordo delle vittime e dei loro familiari che con tanta dignità ci hanno raccontato le loro storie, e per ringraziare quelli che ci hanno dato la possibilità di stare loro accanto, facendoci sentire partecipi di un movimento senza bandiere e permettendoci di condividere una delle pagine più belle della storia del Nordafrica.

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I VENTITRÉ ANNI DI BEN ALI «Chi pianta spine, non si aspetti di raccogliere rose» Proverbio arabo

Non si possono capire i trenta giorni della rivoluzione tunisina senza un quadro d’insieme di ciò che è stata la Tunisia nei trent’anni precedenti. In quello che viene ricordato come il “colpo di Stato medico”, il 7 novembre 1987, Ben Ali, a quel tempo primo ministro e militare di carriera, avrebbe spinto i medici dell’allora presidente Bourguiba – primo leader dell’indipendenza e simbolo della resistenza contro i francesi – a dichiararlo incapace di adempiere all’incarico a causa dell’età avanzata. Il colpo di Stato, in realtà sostenuto dal governo italiano e dai suoi servizi segreti – come confessò molti anni dopo Fulvio Martini2, a lungo a capo del Sismi sotto il governo Craxi –, avviene in un momento in cui lo Stato tunisino si trova sull’orlo del collasso economico, a rischio di un attacco militare algerino, nonché di infiltrazioni da parte dei movimenti terroristici islamici operanti in Nordafrica. È proprio per contrastare questi ultimi che Ben Ali imposta un regime dittatoriale, camuffato da democrazia, nel quale la 2

C. Chianura, «L’Italia dietro il golpe in Tunisia», la Repubblica, 10 ottobre 1999.

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limitazione dello spazio politico e il sacrificio delle libertà individuali vengono fatti apparire come il prezzo da pagare per combattere l’estremismo islamico3. Dopo l’11 settembre 2001 la Tunisia diventa il fiore all’occhiello della lotta contro il terrorismo. Nel 2003, scossa dall’attentato dell’anno precedente (l’11 aprile una bomba era scoppiata alla sinagoga di Djerba, causando diciassette vittime), viene approvata una severa legge antiterrorista. Questo provvedimento, di fatto, limita fortemente lo Stato di diritto e offre ampia discrezionalità alle forze dell’ordine nell’arrestare chiunque sia considerato una minaccia per la sicurezza nazionale. Inizia così una vera e propria caccia alle streghe. Jihed Aounie è un ragazzo di vent’anni che abita in una frazione vicino Sidi Bouzid, nel cuore della Tunisia. Nel 2007 viene condannato a otto anni di carcere per essersi convertito alla dottrina sciita, influenzato (secondo l’accusa) da canali televisivi islamici eversivi e libri “proibiti”. «Il ragazzo non sapeva né leggere né scrivere, era analfabeta. La sua abitazione non era servita da corrente elettrica e la famiglia non possedeva un televisore», racconta ora Khaled Ouayniya, il suo avvocato. Ma queste affermazioni allora non erano servite a scagionare il ragazzo, un evidente capro espiatorio, costretto a scontare una pena che doveva servire da monito alla popolazione della regione. L’avvocato Khaled è uno dei tanti piccoli eroi dell’epoca di Ben Ali: assiste casi come questo e ne paga il prezzo. Ogni

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S. Gannoushi, «Exposing the real Tunisia», The Guardian, 4 aprile 2011.

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tanto la polizia visita i suoi clienti e staziona davanti alla porta del suo piccolo ufficio di Sidi Bouzid, cercando di impedirgli di fare il suo lavoro. Ben Ali attribuisce un ruolo essenziale ai mezzi di comunicazione di massa, seguendo l’esempio del predecessore Bourguiba. Mantiene il controllo totale della stampa e delle radio, che diffondono l’immagine di un leader competente, progressista e di successo. Le foto e le dichiarazioni di Ben Ali sono una presenza costante sulle prime pagine dei giornali, e metà dei notiziari delle emittenti pubbliche Tv7 e Canale 21 è dedicata agli impegni e alle iniziative del presidente. La nascita di alcune stazioni radio e televisioni indipendenti nel corso degli anni sembra migliorare lo scenario, ma le regole del gioco rimangono immutate: nessuno spazio è concesso a opinioni divergenti. Criticare le cariche istituzionali è tabù, denunciare la corruzione del governo è un suicidio. È il caso di Zouhair Yahyahoui, nome in codice “Ettounsi” (il tunisino), autore del sito internet di opposizione satirica TUNeZINE4 (un gioco di parole con “Zine”, il nome di battesimo del presidente), incarcerato per due anni. Subisce torture di ogni genere, tra cui le “sessioni di sospensione”, un metodo crudele che vede la vittima appesa per le braccia con i polsi legati dietro la schiena. Dopo la terza sessione, Zouhair rivela il codice di accesso del suo sito web, permettendo alle autorità tunisine di rimuoverlo da internet. Uscito di prigione, passa le giornate tra cure ospedaliere, caffè e sigarette. Muore pochi mesi dopo per un attacco cardiaco. Molti giornali internazionali (Le Monde, Libération, Le Figaro, Al-Quds Al-Arabi) che denunciano la corruzione del go-

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www.tunezine.com.

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verno, gli abusi contro i diritti umani e il deficit democratico del paese, vengono censurati uno dopo l’altro. «Giornalisti e attivisti dei diritti umani – dichiara Reporters sans frontières – sono oggetto di costanti molestie burocratiche e di violenze da parte della polizia, e sono tenuti sotto continua sorveglianza dai servizi segreti. Il governo ha il controllo diretto sui server, è diventato ossessivo nei confronti di notizie e informazioni». Il quotidiano francese Le Monde, giornale di riferimento di una buona parte della numerosa comunità francese nel paese, nonché di molti tunisini, dal 2009 non viene più distribuito. L’accusa è quella di avere commentato il risultato delle ultime elezioni presidenziali sottolineando la conferma di Ben Ali grazie alla sospetta percentuale bulgara (89,62%). Le misure repressive colpiscono sistematicamente gli oppositori politici. Le organizzazioni non governative come la Lega tunisina per i diritti umani, l’Associazione dei giovani avvocati, l’Associazione delle donne democratiche e il sindacato non compaiono mai sui media governativi, e solo raramente riescono a trovare uno spazio sulla stampa indipendente, specie in riferimento a questioni molto sensibili. Il sindacato nazionale dei giornalisti tunisini (Snjt) è perseguitato fin dai tempi della pubblicazione di un rapporto sulle restrizioni alla libertà di espressione e sul controllo dei media. I giornalisti devono spesso ricorrere all’autocensura, come racconta Omar S’Habou, direttore della rivista Le Maghreb, secondo cui i ventitré anni di Ben Ali «sono stati un incubo. Come direttore di una rivista politica indipendente ero al corrente più di altri delle verità occultate. Vivevo in una mistifi5

AA.VV., Dégage: La révolution tunisienne, Éditions du Layeur, Tunisi, 2011.

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cazione quotidiana orchestrata attorno alla persona di Ben Ali e al suo clan. Vedevo che si costruiva un banditismo di Stato e avrei preferito non saperne niente»5. In Tunisia, fino a qualche giorno prima della vittoria della rivoluzione, gli utenti di internet erano abituati al messaggio errore 404, che appare sullo schermo a ogni tentativo di accedere a YouTube, accompagnato dalla frase: «Non è possibile visualizzare la pagina». I siti di Al Jazeera o Al Arabiya si mostrano più fantasiosi: «Siamo dispiaciuti, ma non siamo in grado di fornire questo servizio». Altri, creati e mantenuti attivi dalla Tunisia, come tunisinews, aafaq.org o nawaat.org risultano “non accessibili” da tempo immemore. Nell’immaginario collettivo e nelle conversazioni private la censura è personificata da Ammar 404, un personaggio di pura invenzione, un nome in codice che diviene ben presto il simbolo del nemico. La limitazione dei diritti civili e di espressione è però accettata da molti, in particolare da una larga parte della borghesia tunisina, che la considera il prezzo da pagare per continuare a vivere in un ambiente sicuro e agiato, in “un’isola di stabilità” nel mondo arabo, spesso lodata dagli alleati occidentali. A questo conformismo di convenienza si aggiunge un certo senso di fatalità. «Un popolo che da molto tempo assiste impotente alla degradazione della sua dignità», ricorda il noto scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun, «pensa che le disuguaglianze sociali siano delle decisioni divine e che fatalmente Dio abbia voluto così»6. La Tunisia si distingue dalle vicine Algeria e Libia per un T. Ben Jelloun, La rivoluzione dei gelsomini. Il risveglio della dignità araba, Bompiani, Milano, 2011.

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clima molto favorevole agli investimenti esteri, frutto spesso di negoziazioni bilaterali e di legami privilegiati, come nel caso di Italia e Francia. Secondo un rapporto dell’ambasciata italiana a Tunisi7, l’Italia risulta infatti il secondo paese investitore, per un ammontare complessivo di 680 milioni di dinari (350 milioni di euro) nel 2009, in gran parte concentrati nel settore energetico. Sono circa 700 le imprese italiane registrate dalle autorità tunisine, escluso il settore dell’energia, con oltre 55.000 addetti. Gli investimenti italiani spaziano dal tessile ai trasporti, dalle costruzioni alle banche. Tutti i grandi nomi sono presenti: Benetton, Eni, Ansaldo, Fiat, Todini, Monte dei Paschi di Siena, Unicredit e Intesa San Paolo, oltre a una miriade di piccole e medie imprese. La Tunisia offre alle imprese l’opportunità di beneficiare di un generoso sistema di offshore, delocalizzando la produzione e fatturando il proprio business in loco, evitando dunque di pagare tasse in Italia. «Ero già nel settore del legname quando vivevo in Costa d’Avorio – racconta Stefano, a capo di una società di import-export – poi, a seguito della guerra civile, sono venuto qui, dove ho continuato a comprare legno africano e a rivenderlo ai miei clienti in Italia». In Tunisia trova le condizioni ideali, con una segretaria e un paio di contabili che parlano persino italiano, imparato guardando la televisione. «Molti imprenditori abusano di queste politiche, creando precarietà», commenta Aldo, giovane imprenditore che ha rilevato una fonderia pubblica con 140 dipendenti, attratto dal basso costo dell’acciaio e dell’elettricità, nonché dal regime favorevole di detassazione dei guadagni. «Tanti – aggiunge –, soprattutto nel tessile, tenevano gli impiegati con contratti di 7

http://www.ambtunisi.esteri.it.

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formazione della durata di quattro anni (il massimo concesso) per poi “rigirarli” ad altre società. Il tutto sotto gli occhi di un sindacato appiattito sulle posizioni del governo». Ma la Tunisia è anche una delle destinazioni turistiche preferite dagli italiani, spesso attratti da formule all inclusive in hotel a quattro e cinque stelle, molto economiche ma prive di qualsiasi contatto con la popolazione locale. Sotto la patina rassicurante dell’abile propaganda tunisina, la realtà è tutt’altro che scintillante. L’economia tunisina è afflitta da un tasso di disoccupazione giovanile superiore al 30%, e soffre di un enorme divario tra le ricche regioni costiere e un entroterra meridionale e orientale dove si vivono situazioni di povertà “africana”. Infine, è un paese dove la corruzione è dilagante. Il business si concentra nelle mani di pochi, e la condizione per fare affari diventa sempre più il legame con qualche “padrino” del partito al potere o, meglio ancora, con qualche membro della famiglia del presidente. Leila Trabelsi, la controversa seconda moglie di Ben Ali, diviene il fulcro di una concentrazione di potere economico e politico senza precedenti, emergendo da un oscuro passato fatto di servizi segreti tunisini e libici, e di frequentazioni con alti funzionari. Imed, figlio illegittimo della donna, diventa sindaco di La Gaulette e proprietario del concessionario di Bricorama. Nesrine, figlia avuta dal matrimonio con il presidente, sposa e facilita l’ascesa del già ricco Mohamed Sakher El Materi, proprietario di concessionarie d’auto, banche e mezzi di comunicazione, nonché possibile successore al trono. La loro sontuosa casa a Hammamet è arricchita da pezzi di antichità, colonne romane, affreschi e una scultura a forma di testa di leone da cui sgorga l’acqua che riempie la piscina. «El Materi ha più volte ribadito – racconta l’ambasciatore 25


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americano nei rapporti resi pubblici da WikiLeaks – l’autenticità dei pezzi esposti». A questo si aggiunge la tigre tenuta in un recinto nel giardino, che divorava quattro polli interi al giorno. «L’opulenza nella quale El Materi e Nesrine vivono e il loro comportamento – continua l’ambasciatore – spiegano chiaramente perché molti tunisini odiano loro e vari membri della famiglia di Ben Ali. Gli eccessi stanno diventando intollerabili». Ma è Belhassen, fratello di Leila, a essere considerato il più ricco e corrotto della famiglia. Sposato con la figlia del presidente degli industriali tunisini, è proprietario di numerose imprese, fra cui una compagnia aerea, due radio private, alcune fabbriche automobilistiche, la rete di distribuzione Ford, società immobiliari e alberghi di lusso. Belhassen Trabelsi acquisisce inoltre il controllo della Banca di Tunisia, un’importante banca privata, grazie all’intervento del governatore della Banca Centrale, consolidando così il dominio della famiglia Trabelsi su gran parte del sistema bancario del paese. L’arricchimento del clan passa spesso attraverso la compravendita di terreni, il cui prezzo aumenta esponenzialmente con la crescita del turismo. Le aree più appetibili vengono vendute dallo Stato ai membri della famiglia Ben Ali e rese edificabili. Un terreno comprato da Leila Trabelsi per costruire una scuola privata internazionale viene successivamente rivenduto a un prezzo molto più alto. Il patrimonio personale della coppia presidenziale arriva a raggiungere i cinque miliardi di euro8, secondo alcune stime, tra immobili e depositi in conti bancari esteri. Ma la corruzione si estende anche ai 8

G. Guichard, «Le gel difficile de la fortune des Ben Ali», Le Figaro, 17 gennaio 2011.

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membri del partito di Ben Ali, l’Rcd (Rassemblement constitutionnel démocratique) e alla polizia, in un sistema assai diffuso di piccoli e grandi favori. Tuttavia, molti tunisini sembrano sostenere fino all’ultimo la buona volontà di un presidente ignaro: «Ben Ali è un uomo buono, il problema sono le persone cattive che lo circondano», si sentiva spesso ripetere. La corruzione, il nepotismo e la brutalità delle prigioni sono ben noti all’Europa e agli Stati Uniti (come emergerà dalla fuga di notizie su WikiLeaks), ma, ciononostante, l’Unione Europea avvia un processo di progressivo avvicinamento alla Tunisia, la quale, nel 1995, diventa il primo paese del Nordafrica e del Medio Oriente a firmare accordi di associazione con l’Ue. Nel 2010 l’Ue apre una serie di negoziati allo scopo di accordare alla Tunisia uno “statuto avanzato”, a dispetto del pronunciamento di Javier Solana, Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, secondo cui: «La qualità della società internazionale dipende dalla qualità dei governi che ne costituiscono le fondamenta. La miglior protezione della nostra sicurezza è un mondo di Stati democratici ben amministrati. La diffusione del buon governo, il sostegno alle riforme politiche e sociali, il contrasto della corruzione e dell’abuso di potere, lo stabilimento dello Stato di diritto e il rispetto dei diritti dell’uomo rappresentano i mezzi più efficaci per il rafforzamento dell’ordine internazionale».

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Non ho più paura  

il racconto si basa sulle centinaia di messaggi scambiati all’epoca della rivolta sui social network come Facebook e Twitter, che durante la...

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