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Vladimir Pištalo

MILLENNIO A BELGRADO romanzo

GREMESE


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Nota dell’Editore Per facilitare la lettura, all’interno del romanzo i nomi serbi sono stati riportati con una grafia semplificata. I corretti segni diacritici figurano comunque nell’appendice conclusiva del volume, che contiene cenni sommari sui più importanti luoghi e personaggi storici citati. Nel testo, un asterisco (*) segnala di volta in volta il rinvio alle pagine finali.

Titolo originale: Milenijum au Beogradu 2009 © Vladimir Pištalo Traduzione: Stefano Andrea Cresti Copertina: Patrizia Marrocco Foto di copertina: Gervasio Sánchez Fernández (2009 © Gervasio Sánchez) Stampa: La Moderna – Roma Copyright dell’edizione italiana: GREMESE 2010 © E.G.E. s.r.l. – Roma Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta, registrata o trasmessa, in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo, senza il preventivo consenso formale dell’Editore. ISBN 978-88-8440-630-9


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A Mira


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PROLOGO

Una leggenda sulle origini di Belgrado narra di un uomo che recò offesa ai centauri, i quali all’alba dei tempi vivevano nelle vicinanze del monte Avala*. Gli zoccoli dei centauri, furiosi, fecero tremare il terreno. I loro nitriti lacerarono il cielo. L’uomo sfuggì per un soffio, un passo appena, e si gettò nel fiume. Sentiva le frecce sibilargli intorno, e poi affondare nell’acqua. I centauri si fermarono sull’argine del fiume, nitrendo e scalpitando nel fango. Arrivato al centro della Sava, il fuggiasco tirò fuori la testa dall’acqua per respirare. Nuotando fino all’altra riva aveva inghiottito molta acqua. Stremato, si accasciò ai piedi della collina del Kalemegdan*, dove la Sava confluisce con il Danubio, e chiuse gli occhi. Sognò una città. Sognò santuari e palazzi. Sognò un grande piazzale, circondato di teatri in cui i poeti declamavano i loro versi. Sognò di vecchi vigorosi, vestiti con gusto, e di donne che passeggiavano nei giardini. Sognò di amanti, inebriati di sospiri e carezze. Sognò di sculture sulle piazze e sulle facciate. Sognò di mille locande, in cui venivano servite le pietanze di mille popoli. Sognò di cantine i cui vini erano disposti come libri in un’immensa biblioteca. Sognò di una città i cui due fiumi trascinavano via con sé ogni affanno, lasciandola spensierata e libera. Sognò di librerie e di case da tè in cui sarebbe stato bello invecchiare. Sognò di una città in cui era un piacere assecondare il susseguirsi delle stagioni. Sognò di un posto i cui det-

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tagli lo incantavano, e il cui insieme alimentava la sua passione. Sognò una città. Una città in cui era eternamente giorno, una città senza ombre né crepuscolo. Lungo le sue strade passeggiavano gli angeli, e dalle finestre le donne scuotevano su di loro involti di stoffa pieni di coriandoli. Dalla cima delle terrazze si agitavano tante mani bianche, che salutavano il sognatore. Quando si rivegliò, vide un angelo accanto a lui. Occhi così, l’uomo non ne aveva mai visti prima d’allora. L’angelo puntò un dito verso la roccia che sovrastava le acque e disse: «Guarda!». L’uomo guardò nella direzione indicata dall’angelo, ed era tutto lì! Arroccata sulla collina c’era una città. Le mura più bianche di un osso di seppia splendevano nel sole. Le case e gli edifici si sovrapponevano in un piacevole disordine. Questo successe molto tempo prima che io nascessi a Belgrado, dove ho conosciuto Irina, la donna di cui mi sono innamorato. Eppure, parlo di questi fatti come se fossi un testimone. Questo è possibile perché tutto ciò è avvenuto nel Tempo dei Sogni, che precede il tempo, che viene dopo il tempo, e con il tempo si mischia. Tutto questo è avvenuto in una primavera sacrosanta, nell’eternità, in un “tempo onnipresente, ovunque e sempre”. Ecco perché io posso essere testimone della gioia del sognatore di fronte a quelle mura che l’avrebbero finalmente protetto dalla barbarie ululante. Sgomento, il sognatore beveva con gli occhi il suo sogno divenuto realtà. Non restava altro da fare che aprire le porte della città e abitarla. Ma all’improvviso si sentì troppo piccolo per addossarsi la responsabilità del suo sogno. Voleva gridare. Voleva urlare. Voleva nascondersi e sparire, lì dove si trovava. Il sogno, una volta realizzato, sarebbe potuto anche scoppiare, come una bolla di sapone. Le labbra del sognatore si incresparono. E rise di sé, rise di quello che più aveva desiderato al mondo. Sulle gambe malferme, fece un primo passo indietro. Poi ne fece un secondo, e un terzo. Nel momento stesso in cui girava per sempre le spalle alla città, dalle bianche mura riecheggiò il grido stridente dell’angelo. Senza vol-

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PROLOGO

tarsi, il sognatore abbandonò il sogno interrotto, e tornò verso la barbarie ululante. Gli dèi, che avevano esaudito il desiderio dell’uomo, colpirono la città con una terribile maledizione: «Che questo luogo sia una ferita. E non appena su questa ferita si formerà una crosta, che la crosta venga strappata via da unghie lorde e impure. Che le generazioni dei figli non portino mai a termine quello che hanno intrapreso le generazioni dei padri. Che gli abitanti di questa città si facciano per sempre beffe di ciò che più desiderano al mondo». Tale fu il castigo degli dèi, per l’uomo che aveva girato le spalle al suo sogno.

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1 SULLE ESEQUIE REALI, E SUGLI ISPIRATI PROPOSITI CHE IN TALE OCCASIONE NUTRIVAMO

Tu-tum, tu-tum, tu-tum… Il primo programma di Radio Belgrado trasmetteva i battiti del cuore del Maresciallo di Jugoslavia, Joseph Broz Tito. Nel silenzio, Bane mi disse: «Questo è l’eco della Storia». In quel quattro di maggio del 1980, il «Politika» titolava, in una sua edizione speciale: Un grande cuore ha smesso di battere. Il nostro Presidente, il Maresciallo Joseph Broz Tito, si è spento. Come sottotitolo, singhiozzava: Un dolore straziante e una profonda desolazione scuotono la classe operaia, i popoli e le minoranze del nostro paese, e ognuno di noi, ogni operaio, soldato, contadino, ognuno dei nostri creatori, dei nostri pionieri e dei nostri giovani, ogni ragazza e ogni madre. Durante la partita tra l’Hajduk e la Stella Rossa, al quarantatreesimo minuto avevano fermato la palla ed erano sgorgate le lacrime. Fu decretato un lutto di una settimana. Per tre giorni, i giornali jugoslavi sprofondarono in un orgasmico cordoglio. Il Maresciallo fu seppellito il giorno del mio compleanno, quattro giorni dopo la sua morte ufficiale. Quel giorno da me c’erano Boris, Bane, Zora* e Irina. Stavamo bevendo un riesling sloveno di Lashko, mentre seguivamo la messa in onda

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delle esequie. Avevamo abbassato a zero il volume della tivù e intanto, per cinque volte di fila, avevamo ascoltato “Sultans of Swing” di Mark Knopfler. A scuola, Boris si batteva al posto mio. Dal suo viso emanava una sorta di tranquilla virilità. Era capace di aprire una lattina con i denti. «Che dicono i giornali?», chiese. Io non lo sapevo. Bane invece ne era al corrente. Ci ripeté i titoli della stampa con la voce di un gitano che giura di non essere spergiuro: «Per più di tre ore, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, gli ambasciatori di Africa, Asia, Europa dell’Est ed Europa dell’Ovest, dell’America Latina, del Consiglio dell’ASEAN, della Lega Araba e dei paesi non allineati hanno reso omaggio al defunto Tito. Settecento giornalisti, venuti da quarantaquattro paesi, permetteranno a un miliardo e mezzo di persone di seguire le esequie. La figura di Tito rappresentava un bene comune di tutti i popoli, e la sua morte è stata una perdita per i progressisti del mondo intero». Mentre declamava, Bane si protendeva come per afferrare una stella dal cielo con la mano sinistra, e con la destra si premeva sul petto per impedire al cuore di balzare via. La sua voce si ruppe, e lui si asciugò una lacrima immaginaria: «Egli fu… fu… il creatore del movimento dei non allineati». Tutto questo succedeva in un periodo in cui l’affascinante Irina non usciva più con Boris, e parecchio prima che uscisse con me. «Dai! Stai zitto e facci sentire che cosa dicono sul serio», disse Irina, e rialzò il volume della tivù. È attraverso la tivù che ho saputo della presenza ai funerali di una schiera di capi di Stato, in compagnia dei quali il defunto presidente andava a sparare agli orsi drogati nelle riserve di caccia della Repubblica Federale di Jugoslavia, e del fatto che io, in quanto jugoslavo in lutto, mi sarei dovuto sentire rincuorato per quella circostanza. A Belgrado erano arrivati i sovrani di Svezia, Belgio e Norvegia. L’Italia era rappresentata da Sandro Pertini, l’Unione Sovietica da Leonid

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SULLE ESEQUIE REALI…

Breznev, la Gran Bretagna da Margaret Thatcher, gli Stati Uniti da Walter Mondale, la Francia da François Mitterand, la Germania da Willy Brandt, l’India da Indira Gandhi, lo Zambia da Kenneth Kaunda, la Cina da Hua Guofeng. C’erano anche il principe Henrik di Danimarca, il duca di Edimburgo, il principe Gyanedera del Nepal, i principi Klaus e Bernhard di Olanda. Ed era stato confermato l’arrivo del segretario generale delle Nazioni Unite, Kurt Waldheim*. «È bello che venga anche lui», fece Boris con tono ingenuo. La tivù ci informò che erano arrivati a Belgrado anche alcuni rappresentanti dell’Unesco, della Lega Araba, del Parlamento Europeo e del Consiglio d’Europa. «Che figata». Il passo malfermo della madre del presidente Jimmy Carter, Lillian, aveva solcato il suolo dell’aeroporto. Era sorretta dal vicepresidente degli Stati Uniti, Walter Mondale, che faceva mostra di un sorriso gelido. Cinquantatre paesi avevano proclamato il lutto nazionale. «Ecco cosa alimenta le nostre smanie di grandezza», dichiarò Zora senza smettere di fissare lo schermo. «Ci aspetta una caduta disastrosa, direttamente proporzionale alle altezze che ci inebriano in questi giorni». «Rimetti il disco», reclamò Boris. «Niente disco, sta’ zitto!», lo redarguì Zora. «E dai, Zora, aprimi un’altra bottiglia dalla cassa!». Zora mi indirizzò un lungo sguardo di rimprovero. Il televisore vomitava informazioni, come una grondaia durante un acquazzone. Era consolante sapere che: 1) un mondo diviso aveva sceso le sue bandiere a mezz’asta e si era riunito in omaggio a Tito; 2) ovunque Tito era stato accolto con il sorriso, e ora veniva scortato tra le lacrime; 3) la caduta di quella quercia, le cui radici affondavano fino al cuore della classe operaia, aveva scosso l’universo; 4) milioni di esseri compativano il dolore delle nazioni e dei popoli jugoslavi.

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Con uno sbuffo, Bane scansò dagli occhi una ciocca di capelli. La sua ragazza, Maria, l’aveva appena lasciato, nel giorno della morte di Tito. Era la cantante e la sassofonista del gruppo “Ombra acustica”, con cui Bane suonava da un anno. Colgo l’occasione per precisare che il nome del gruppo veniva dal fatto che, spesso, il rumore di una battaglia si sente meglio da lontano che da un’immediata vicinanza situata, appunto, in un’ombra acustica. Bane faceva tutto quel che poteva per ubriacarsi. «Cosa staranno facendo, in questo momento, le minoranze e i popoli jugoslavi?», si interrogò continuando a masticare. «Da quanto ho letto e capito», disse Zora, «gli sloveni, con il lutto nel cuore, si rimettono al lavoro. In Croazia ognuno ha perso una parte di sé. I bosniaci soffrono di un sincero dolore umano. La Vojvodina esclama: «L’opera di Tito vivrà!». I montenegrini sono alteri nel loro tormento. I cuori dei macedoni danno libero sfogo al proprio dolore. La Krajina* è paralizzata in un profondo e maschio sgomento. La grande pianura è stata bagnata dalle lacrime degli afflitti abitanti della Sirmia*». «Ho chiuso con la musica», disse Bane. «Mia madre non ama la musica», esclamò Zora. «Mia madre ama Tito! E ora sta piangendo». Così me ne stavo seduto, nel giorno del mio compleanno, in una vita di cui ignoravo tutto, e ascoltavo la tivù che riassumeva quello che stava succedendo: avevano cominciato con il trasportare la salma di Tito da Lubiana a Belgrado, su un treno speciale. Poi la bara aperta era stata esposta al Parlamento di Jugoslavia. Trattenendo il dolore, duecento eroi del popolo avevano reso omaggio al catafalco, indossando le loro più importanti decorazioni. Nei giorni seguenti, uno jugoslavo su cinque fece lo stesso. Ero contento di vedere la città così violentemente illuminata durante tutta la notte. Era un vero prodigio! Interminabili colonne di persone, in ranghi ben ordinati, aspettavano pazientemente di inchinarsi di fronte al defunto Tito.

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SULLE ESEQUIE REALI…

«Guarda che file», dicevo a Bane mentre ce ne stavamo all’ombra del filare di alberi di fronte all’Assemblea, nel fulgore di una città scintillante riempita da una folla silenziosa. «Adesso, il cuore di questa città è un cadavere». «Mi piace molto», mi rispose. «Non è mica vero, quello che succede. Questa Belgrado l’ha dipinta Delvaux. E Buñuel ha messo in scena l’intera cerimonia». In quella Belgrado surrealista, gente che non era del posto aspettava una giornata intera per fare qualche passo lungo il catafalco e rendere omaggio a Tito. Colonne silenziose serpeggiavano dal mercato della Ghirlanda Verde fino al Parlamento. Alcune persone in uniforme verde con l’insegna della Croce Rossa distribuivano l’acqua che andavano a prendere negli asili Terazije e Skadarlija. A capo di ogni gruppo c’era un medico, in caso di malore. I giornali del paese spiegavano che gli agenti della polizia, battezzati nel testo “agguerriti difensori della legge”, permettevano alle persone di attraversare al di fuori dei passaggi loro riservati, poiché quei “pedoni speciali” si precipitavano a raggiungere le file provenienti da altre direzioni. Pedoni di quel tipo, si capiva da quello che c’era scritto sul giornale, il poliziotto jugoslavo aveva il dovere di soccorrerli come se si fosse trattato di feriti… Era interessante osservare in diretta i “cortei del dolore e del silenzio”. I rappresentanti delle minoranze e dei popoli jugoslavi si riunivano per davvero davanti al Parlamento, e per davvero rimanevano in piedi nelle file e svenivano a causa del caldo. Erano diventati tutti “orecchie e lacrime”, come aveva detto un giornalista pieno di spirito. Un altro giornalista ispirato aveva notato che a Belgrado tutti quanti erano sull’attenti, e che soltanto i fiumi continuavano a scorrere. Boris si versò un bicchiere di riesling e si grattò dietro l’orecchio. «Se solo potessi sapere come era davvero, Tito». I giornali, zuppi di lacrime, conoscevano la risposta a quel suo interrogativo. L’avevano formulata, questa risposta, nella

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maniera seguente: Tito era di un’umanità eccezionale. Tutte le sue lotte furono per l’uomo. Ed ecco ora l’unica battaglia che abbia mai perso! Tito fu un simbolo per molte generazioni. La sua opera ci onora e ci impegna. Ha lasciato dietro di sé un inestimabile contributo scientifico. Era grande, anche nelle piccole cose. Aveva a cuore il gioco e i giocatori di scacchi. Tuttavia, i grandi uomini non disertano il mondo. È per questo che il nostro dolore si fa esortazione. «Esortazione a cosa?», si chiese Boris, borbottando. Bane scansò il bicchiere come un’inutile convenzione. Si mise a bere alla bottiglia. E a gridare: «I-riii-naaaaa!». Irina, l’affascinante, faceva orecchie da mercante. «I-riii-naaaaa!». «Che succede?». «Tu quand’è che hai avuto voglia di scopare, per la prima volta?». Irina rimase in silenzio. Mentre Bane aspettava una risposta alla sua domanda sboccata, la tivù abbordava i problemi fondamentali della condizione mortale dell’uomo e della natura effimera di questo mondo: Nei grandi magazzini del palazzo Beogradjanka, la gente non compra altro che insegne con l’effigie di Tito e abiti da lutto. Lo scrittore Tone Svetina ci raccontava come le virtù di Tito si rivelassero in particolar modo quando andava a caccia. Sulla sua tomba saranno incise, questo ci hanno insegnato, tutte le nostre vittorie. «I-riii-naaaaa!». Come ogni jugoslavo medio, Irina guardava il funerale con un sentimento di noia commossa, e ovviamente ignorava il richiamo avvinazzato di Bane. Boris avvertì Bane: «Senti, stai davvero esagerando». Bane allora gli chiese serio: «E tu, quand’è che hai cominciato a menartelo?». In quel preciso momento la televisione emise un crescendo, e la voce del cronista salì fino al falsetto: Tito ha surclassato la sua epoca! È il personaggio più eminente di tutta la Storia!

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SULLE ESEQUIE REALI…

Urrà! Il più grande di tutti gli umanisti! Viva Tito! Il più grande personaggio della nostra Storia è morto. «Quando avevo tredici anni», rispose Boris. «È quella l’età, no?» Il cronista, con funerea gravità, non si curava dei motti salaci che ci scambiavamo nella nostra stanza. Con una sorta di pedanteria ci informò che, per le esequie di Tito, si incontravano lì gli uomini di Stato di centoventuno nazioni, rappresentanti di tre miliardi e settecento milioni di abitanti del pianeta. Bane non mollava: «E quante volte al giorno?». Boris si grattò tra i capelli rossi tagliati corti e disse: «Beh, cinque volte, più o meno. Mi sarebbe piaciuto di più, ma non avevo tempo». «È qui, il problema», li interruppe Zora. «È che gli Jugoslavi partecipano della megalomania faraonica del loro presidente. Da noi, i superlativi sono diventati una maniera di concepire il mondo». Perché mai tutte queste persone sono venute a Belgrado?, si interrogò in quell’istante la televisione, e subito propose una risposta delirante a quella domanda retorica: Hanno attraversato l’oceano per venire a inchinarsi di fronte a Tito, di fronte a uno dei più grandi personaggi del nostro tempo… Di fronte a un uomo universale… I suoi funerali hanno riunito i vertici del mondo intero. I secoli non potranno eclissare la sua opera… La morte è l’unica battaglia che abbia perduto! Una cosa del genere non è mai successa nella Storia! Un uomo trafelato confessava dallo schermo: «Quello che ho provato passando accanto al catafalco, lo racconterò ai miei figli, e ai figli dei miei figli!». Un operaio cercava le parole: «Lavoriamo, ma non è come al solito… non è mai stato così. Non mi vergogno di piangere». «Banda di scimmie, ma chi vi si incula!», imprecò Bane, completamente ubriaco. «Andate a farvi fottere, tutti quanti!».

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Io amavo il mondo, e lo rispettavo. Credevo all’idea di Durkheim, secondo la quale la società possiede tutti gli attributi di Dio. Dal fatto che l’umanità era la più grande società nel mondo traevo la convinzione che per me le Nazioni Unite rappresentassero… Dio. «Ecco la fine del nostro despotismo illuminato», fece notare Bane. «E adesso a chi tocca? A quello non-illuminato?», sghignazzai, soddisfatto della mia facezia. Eppure, non appena le mie labbra si richiusero, capii che era la fine di un’epoca. Arrivò il freddo, dalle stelle, e mi avvolse come un mantello. Con voce alterata, chiesi: «Cosa succederà, adesso?». «Adesso, ci sarà la Peste», rispose Zora, «e dopo di lei rimarranno soltanto racconti. Come nel Decamerone». Irina si avvicinò alle mie spalle, appoggiò le labbra contro la mia guancia e disse: «Felice ingresso nell’età adulta».

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2 METAMORFOSI

Dopo la morte di Joseph Broz Tito, cominciarono a suonare il miglior rock che si fosse mai sentito a Belgrado. Il mio amico Bane Janovic formava dei gruppi molto new wave, insieme con il suo eterno amore ed eterna dannazione, Maria, e li chiamavano “Ombra acustica”, “Giovani ma grossi”, “Storpiati dalla paura” e, dulcis in fundo, “Lucertole selvagge”. Con questa “onda nuova”, nella nostra città si era liberato un tale entusiasmo che anche le statue si erano svegliate. Per le strade di Belgrado la gente si muoveva febbrile, con gli occhi lucidi. E io potevo dire: tutto questo è qualcosa che mi appartiene. Finalmente la mia città mi appartiene. È qualcosa che fa parte del mio pianeta. Tutto è iniziato con il modo in cui Bane Janovic fu decorato con una medaglia al valor militare della Seconda guerra mondiale. Aprì il suo accendino a gas e arroventò una delle spille. Si pizzicò forte uno dei capezzoli e si appuntò la medaglia nella nuda carne. Strinse i denti e disse: «E andiamo!». È così che esprimeva la sua immagine di artista, in poche parole: 1) Sono disperato. 2) Non ho la ragazza. 3) Non so fare musica.

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4) Ce ne sono tanti che la sanno fare, ma non hanno niente da dire. 5) Voglio dire qualcosa, ma ignoro come fare. Finché non impararono a suonare, Bane e Maria recitavano le frasi di un abbecedario, su una base elettronica. Divulgavano i successi popolari dell’avanguardia dello «Zenith*» degli anni Venti, parodiavano il realismo socialista e i successi degli anni Sessanta. Gli “Storpiati dalla paura” si separarono appena prima di registrare un disco. Il miglior organista della città li aveva mollati per dedicarsi alla magia nera. Avevano chiamato un amico a Zagabria per annullare un concerto al club “Kulucic”. Quando misero in piedi le “Lucertole selvagge”, Bane si mise a fare le smorfie sulla rivista «Juke-Box». «In questa città, la nostra città, la realtà è tremendamente deficitaria», dichiarò in un’intervista. «Non sopporto gli altri», dichiarò in una seconda intervista. «Perché sono “altri”, e poi, ad ogni modo, perché mai dovrei sopportarli?». Gli chiedevano: «Ti senti celebre?». Bane rispondeva con una citazione di Ian Dury: «Sono celebre nel momento in cui sono felice». Una sera di maggio, nel 1982, le “Lucertole selvagge” suonavano in quel palazzotto tozzo che prima chiamavano la “Casa degli Ufficiali”. È da questo posto che, sessantanove anni prima, erano partiti Dragutin Dimitrijevic-Apis e i suoi congiurati per assassinare il re di Serbia Aleksandar Obrenovic* e la regina Draga Mashin. Nello stesso luogo in cui una volta avevano giurato i membri della Mano nera, adesso facevano baccano le “Lucertole selvagge”. Ogni volta che penso a Bane e Maria mi ricordo del loro primo disco: Quanto ne abbiamo, e di cosa? La mano del bassista delle “Lucertole selvagge” faceva pensare alla zampa di un cane che si sta grattando. Il batterista riusciva a malapena a centrare i tamburi in mezzo al fumo di scena. Con la sua giacca troppo larga sulle spalle, Bane

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METAMORFOSI

somigliava a Frankenstein. Un proiettore gli disegnava un cerchio di luce intorno. Lui si raddrizzò e lasciò cadere la giacca. Sul suo petto nudo scintillò la decorazione al valor militare della Seconda guerra mondiale. Il pubblico era un enorme corpo senza volto, che ballava. Il pubblico era un Quasimodo tutto nero, che rispose con un clamore di incoraggiamento al gesto di Bane. Stavo assistendo a un miscuglio di macumba e opera napoletana del XIX secolo. La scena era divenuta il luogo magico di una metamorfosi. Le piante dei nostri piedi erano rese roventi dalla potenza dei suoni. I bassi premevano sui reni. Nel cerchio di luce, Bane faceva vibrare le spalle. Più che ballare a ritmo di musica, si dondolava nervosamente. Sentii che lottava contro il suo stesso corpo, e che poco a poco stava riuscendo a controllarlo. All’improvviso si scrollò di dosso il nervosismo e cominciò a sbraitare nel microfono. Con movimenti a scatti accennò una danza frenetica. La folla esplose. Bane Janovic, che aveva appena lottato contro il proprio corpo, suonava ora con tutti i corpi del suo pubblico. Mi fulminò l’idea che era proprio questa la new wave di Belgrado, la conquista di se stessi. Mai in vita mia avevo visto Bane così serio. Era il capo indiano Cavallo Pazzo. Era un derviscio che eseguiva la sua danza turbinante. Bane reggeva il microfono con due mani, e teneva il tempo con il piede. Provai fierezza e gelosia. Lui osava essere quello che era. Sulla scena, Bane era ormai un uomo che ballava sui carboni ardenti. Era ormai il profeta che apre i cieli con uno sguardo e fa sgorgare le fonti con i talloni. Da Bane si riversava del fumo. Da lui sgorgava la cosa più meravigliosa e terribile dell’universo. Osservandolo durante il concerto, capii che tutte le istituzioni di questo mondo non sono altro che barriere erette intorno a un carisma. Questa potenza profetica ha il potere di trasformare un deserto in oasi, di far risollevare gli infermi, di far infuriare gli indolenti, di colmare gli occhi di lacrime. Il proiettore cambiò colore, e anche Bane. Ora era verde,

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simile a uno spirito del peyote. Era davvero l’uomo accanto al quale ero cresciuto? Quando Maria fece la sua apparizione in scena con il sassofono, sentii un brivido che mi correva lungo la schiena. Anche lei si era trasformata. Bane era fiero e tragicamente grave. Il suo petto, con la medaglia al valore, si gonfiava. Il sudore gli scorreva lungo le tempie. Non cantava più. Guardava Maria, e basta. Lei alzò il sassofono, e soffiò. E fu come quando aveva fischiato Behemoth, ne Il maestro e Margherita. Lei soffiò, e si alzò un vento tremendo. Soffiò, e le tende presero a sbattere. Soffiò nelle vele delle nostre anime. Fummo travolti da un’enorme tempesta. Maria si inarcava come un marinaio sul veliero, e la voce del sassofono ci portava sempre più in alto. La sala, riempita da una folla esultante, era diventata il vascello dell’Olandese Volante. Maria soffiava nelle vele di un vascello che stava volando sopra la città e sopra il mondo intero. Tutti quanti eravamo sicuri che insieme saremmo volati via verso un universo abitato da meduse urticanti, giganti e spiriti del peyote.

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