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«GRANDI ROMANZI»

L’Eunuco di Costantinopoli


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Zülfü Livaneli

L’Eunuco di Costantinopoli Romanzo

GREMESE


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Volume pubblicato con il patrocinio del Ministero della Cultura e del Turismo della Repubblica Turca nell’ambito del progetto TEDA.

Il Traduttore desidera ringraziare Nicola Verderame per la gentile collaborazione.

Titolo originale: Engereg˘in gözündeki kamas˛ ma, pubblicato da Can Yaynlari Ltd. Sti., Istanbul 1996 © Zülfü Livaneli Traduzione dal turco: Giovanni Zuccalà Revisione della traduzione: Rosita D’Amora Copertina: Giulia Arimattei In copertina: Eugenio Zampighi, Scena araba, 1882, olio su tela (Modena, Museo Civico d’Arte) Stampa: Grafiche del Liri – Isola del Liri (Fr) Copyright dell’edizione italiana: GREMESE 2012 © New Books s.r.l. – Roma Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questo libro può essere registrata, riprodotta o trasmessa, in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo, senza il preventivo consenso formale dell’Editore. ISBN 978-88-8440-724-5


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on sarebbe stato possibile per me scrivere questo libro senza appoggiarmi sui cuscini di tela ricamata dei comodi divani di Naima ed Evliya Çelebi, grandi scrittori del XVI secolo, nonchÊ studiosi di storia e astrologia. Tra le pagine del libro, li ricordo con rispetto e ammirazione in alcune frasi ispirate dalle loro citazioni e dal loro stile meraviglioso. Mi auguro che questo romanzo venga accolto come una sorta di modesta chiosa in calce alla loro grande opera.


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n giorno, al calare della sera, arrivò al villaggio un uomo che asseriva d’essere un profeta. Le genti del villaggio non gli credettero. «Dimostracelo!», gli dissero.

L’uomo indicò loro il vecchio muro di fronte e chiese: «Se questo muro parlasse e vi dicesse che sono un profeta, mi credereste?». I contadini risposero: «Certo che ti crederemmo!». L’uomo tornò vicino al muro e, stendendo le braccia verso di esso, gli ordinò: «Parla, muro!». Dopodiché il muro iniziò a parlare e disse queste parole: «Quest’uomo non è un profeta. Vi inganna. Non è un profeta».

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ebbene molti possano pensare che io sia un uomo a cui manca qualcosa, nel mio cuore so bene che, in questo momento, possiedo molte più cose rispetto a milioni di persone che si lasciano trascinare dal vento del destino senza mai arrivare a conoscere il vero significato della vita. Mi riferisco alle premonizioni e a una tale quantità di conoscenza che è assai raro trovare tra i mortali. Devo ammettere che a volte io stesso ho difficoltà a trovare dei limiti alla mia erudizione. Chiunque dovrebbe stupirsi, mostrare rispetto e prostrarsi davanti a una persona di nobili natali come me, che vivo nel leggendario palazzo della capitale dell’Impero, Costantinopoli, tra lamine d’oro intagliate, ceramiche pregiate, turbanti con pietre preziose, caftani intessuti d’oro, decorazioni di madreperla, giada e agata, pellicce di zibellino. Eppure questo non sempre avviene. Quando non sono soddisfatto di usare solo l’ottomano, imbastisco anche frasi argute in lati9


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no, in greco, in italiano, in arabo e in persiano, e di fronte alle mie parole ornate da mille allusioni, in molti restano stupiti e mi guardano perplessi. Allora capisco che una conoscenza superiore come la mia è troppo per loro, miseri mortali, e seppellendo tutti i pensieri tra le pieghe della mia mente assumo un’espressione da cui traspare il compatimento che ho per loro, e li perdono per la miseria e ignoranza di cui non hanno colpa. Ecco, è il momento in cui sulle mie labbra prende forma quel famoso sorriso di cui parlano senza sosta le genti del palazzo e che mi ha reso famoso. Nel tentativo di capire come sia questo sorriso e quanto possa essere potente, provo ogni volta a girare lo specchio, che solitamente è appeso al muro con il dorso d’argento rivolto verso l’esterno per non attirare la sfortuna. Purtroppo, però, non mi è possibile scorgere altro che il mio viso nero, il mio naso rincagnato, i miei capelli crespi schiacciati sotto il turbante e ormai ingrigiti, e i miei occhi dalle grandi pupille nere come olive. Come potrei mai usare verso me stesso quel sorriso pieno di compassionevole sussiego che mi si delinea sul viso quando disprezzo? Quel sorriso che impressiona le donne dell’Harem, i cuochi, i servitori addetti alla legna da ardere, i guardiani dei cani del Sultano, un sorriso che con la sua espressione commiserevole scuote e diminuisce la loro fiducia in se stessi. A dire il vero questa peculiarità che gli altri mi riconoscono è certamente un privilegio 10


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per loro. Certo, non so se ne siano consapevoli, poiché quando quell’atteggiarsi delle labbra mi affiora sul volto, l’espressione inetta e stolta di molti di loro non cambia. Anzi, si potrebbe dire che io venga addirittura guardato come se fossi buffo. Di fronte a uno sguardo del genere li aggredisco con un grosso bastone che sta sempre nello stesso posto, dietro alla porta. Allora è una soddisfazione vedere che non appena prendo in mano il legno, la stupida espressione di felicità sui loro visi scompare e i loro occhi si riempiono di paura. È questo che nelle donne porta in superficie la loro vera bellezza. Dimostra che hanno capito la verità. Non percepisco più alcuna traccia di disprezzo in loro, e ho ormai allontanato il sospetto che non mi vedano come un uomo. Provo piacere nell’assistere alla mansueta sottomissione delle belle donne che spavento con il bastone, mi fa sentire l’uomo più forte al mondo. Faccio scorrere un po’ la verga tra i loro capelli sciolti, sul collo, sulle loro delicate schiene e sulle braccia. E avverto in me una pace infinita. Queste aggraziate fanciulle provenienti da ogni angolo del mondo hanno un piccolo difetto. Sono tutte un po’ pallide. Può darsi che sia il risultato della loro scarsa esposizione al sole, ma è un peccato che nessuna abbia la più bella tra le carnagioni, una pelle nera come il caffè. Mi chiedo se le giovani dalle chiome bionde e dagli occhi 11


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grigio-azzurri nutrano l’ammirazione e il rispetto dovuti per coloro che hanno l’incarnato scuro, le labbra carnose e i capelli ricci, quali si trovano per lo più in quel fortunato angolo del mondo che è l’Africa. Talvolta il riguardo dimostratomi sembra dovuto al bastone che ho in mano più che alla superiorità del mio fisico e della mia intelligenza. Sospetto che sia così per tutte, ma mi consolo pensando che in fondo nessuno possa essere così cieco e stupido. Non so poi se la piccola mancanza nella parte inferiore del mio corpo così perfetto possa avere un effetto profondo su di loro. A eccezione del mio Signore, il più straordinario uomo sulla terra, che eclissa persino me, tutti quanti qui hanno dei difetti insopportabili. Il solo uomo creato senza difetti è il mio Signore: l’Eccellentissimo Sultano. Ma anch’egli vede solo raramente qualcuna delle ragazze. A parte ciò, sono io a occuparmene ogni giorno. Le conduco come fossero uno stuolo di oche. Ho il pieno diritto di ridicolizzare la loro ignoranza e la loro stupidità. Neppure le canzoni che vengono loro insegnate, i lavori di ricamo che le tengono occupate da mattina a sera, le lingue straniere che conoscevano e che hanno dimenticato, neppure i giochi nei quali si intrattengono in piscina come ninfe d’acqua, allorché vengono fatte uscire in giardino una volta alla settimana, nulla 12


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di tutto questo può mettere in discussione la mia assoluta autorità su di loro. In breve, sono uno scrigno di conoscenza senza pari, un sapiente che ha raggiunto un livello di umanità perfetta, un guardiano che sa essere, a seconda della situazione, tanto di buon cuore quanto crudele. Nonostante il passare degli anni, i miei muscoli sono forti e con il capo bene eretto rendo onore al mio fiero portamento africano, io, che in questo mondo mortale mi sono inchinato solo di fronte al mio Signore. Così accresco il valore della mia fedeltà e della mia virtù e sono oggetto delle sue lodi. Voglio sperare che ormai stiate iniziando a capire. Se invece anche voi che leggete queste righe scritte da me in lettere naskhi su una pergamena doveste rivelarvi ignoranti e stupidi, non potrei far nulla, poiché sfortunatamente non posseggo un bastone che possa raggiungervi. Ero felice e pensavo che lo sarei stato sino al momento di morire. Ma mi sbagliavo. Un giorno cominciarono a susseguirsi dei segni infausti, accompagnati da eventi che sconvolsero non solo la mia pace, ma quella di tutto l’Impero. Il primo fu questo: il vaso in cui conservavo il pezzo più prezioso del mio corpo cadde per terra e andò in frantumi. Se non si fosse potuto considerare un presagio di future catastrofi quel miserabile e debole brandello di carne che giaceva sul 13


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pavimento di marmo e porfido, cos’altro avrebbe dovuto allertarci? Vedendo in sogno un’enorme mano che prendeva e spegneva il sole, sul volto dello sceicco Naks¸ ibendi scese quella paura che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita e i suoi occhi ruotarono nelle orbite come se fosse posseduto da uno spirito. Non era forse un segno anche quello? E che dire del più violento terremoto che avesse colpito la città dal tempo dei Megaresi, facendo tremare gli edifici come foglie d’autunno per poi raderli al suolo, mentre le acque del Bosforo raggiungevano l’altezza di dieci minareti e inghiottivano gli yali, gli splendidi palazzi sulle rive? A causa delle scosse, l’immensa capitale dell’Impero continuò a ondeggiare per due mesi interi. Gli abitanti dovevano tenere legati ben stretti tazze e boccali, vasche e padelle, perché non tremassero come in preda alla febbre malarica, e per strada camminavano aggrappati ai muri. Persino il Sultano nostro signore non poteva siglare i suoi sacri editti poiché l’anello con il sigillo vagava sui fogli da una parte all’altra. Il terremoto, iniziato in pieno giorno, fu considerato dai più grandi scienziati la prova del fatto che di lì a poco in Anatolia si sarebbe sparso del sangue. Le ceneri bianche dei grandi incendi che divoravano Costantinopoli cominciarono a cadere come pioggia dal cielo, arrivando fino al giardino 14


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del palazzo e rischiarando l’oscurità delle notti senza luna. Nei sogni del derviscio Mevlevi la luna, sorgendo, copriva il sole e ne eclissava la luce. Ma i segni del divino Allah non erano ancora finiti. Alcuni uomini di alto rango videro nei loro sogni gente che gridava: «Il Visir è stato ucciso, ora è la volta di Sua Altezza!». Così, gli scienziati che facevano calcoli basandosi sulle stelle conclusero che la posizione delle costellazioni faceva presagire un’immane catastrofe. La linea della fortuna del Sultano nostro signore era in Marte e quando fosse entrata nella costellazione di Saturno… Comunque non voglio parlare di questo. La terra iniziava a esprimersi con la propria lingua, gli oggetti rivelavano uno a uno i propri segreti e quando li vedemmo con i nostri occhi impudenti ne fummo scioccati e terrorizzati. Alla fine, tra i vari segni ve ne fu uno che non era così facile da decifrare. Alcuni contadini provenienti dalla regione di Turhal, introdotti alla presenza del Governatore della città di Sivas, portarono un cucciolo morto di elefante che era stato deposto in una cassa. Quando il Pascià chiese cosa significasse tutto ciò, gli risposero che quell’elefante era stato dato alla luce da una vergine del villaggio. Il giudice locale aveva fatto incarcerare la vergine insieme ai suoi 15


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genitori e l’ispettore governativo aveva strangolato il cucciolo con una fune. Gli abitanti del villaggio piangevano mostrando le orecchie a sventola dell’adorabile elefantino, le zampe piegate che, per quanto grandi, ricordavano quelle paffute di un bambino e la proboscide senza vita che pendeva fuori dalla cassa. In lacrime essi dicevano: «Che cosa voleva l’ispettore dal nostro elefante innocente?». Se l’elefante fosse rimasto in vita lo avrebbero inviato come dono al Principino e così egli sarebbe stato l’unico sulla terra a possedere un elefante nato da un essere umano. Il Pascià, dopo aver ascoltato gli abitanti del villaggio mentre si trastullava con l’orecchio del cucciolo, disse: «Questo è un segreto divino. Non raccontatelo né qui né altrove, altrimenti i miscredenti di tutta la terra favoleggeranno degli elefanti nati dalle donne delle province ottomane». Poi ordinò che la ragazza, la sua famiglia e tutti i testimoni fossero condotti in sua presenza. La ragazza del villaggio tremava come una foglia di fronte al Pascià. Aveva i capelli raccolti in moltissime trecce lunghe fino alla vita, ed era tesa come la corda di un arco. All’inizio fu presa dalla vergogna, intimorita dalla presenza del Pascià, ma dietro insistenza di quest’ultimo iniziò la sua storia: «Il Sultano dell’India aveva inviato degli elefanti come dono al nostro Sultano. Per il tempo che ven16


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nero tenuti vicino al villaggio, tutti quanti si recarono a vederli. Anche noi insieme ad alcuni amici andammo lì. Più ci addentravamo nella folla, meno riuscivamo a vedere. Alcuni continuavano a dire quanto maestoso fosse uno degli animali, ma io non riuscivo a scorgere nulla. Chiedevo dove fosse l’elefante, continuavo a cercarlo. Qualcuno, trattenendomi per un braccio, mi disse di non avvicinarmi ulteriormente, ma io ancora non vedevo. Così facendo, arrivai all’ombra di un tetto. Le colonne che lo reggevano erano gigantesche. Una di esse venne verso di me, mi afferrò per la vita e mi spinse in alto. Mi ritrovai sprofondata in un luogo caldo e umido. Iniziai a dimenarmi chiedendo aiuto. Svenni dalla paura. Poco dopo, la stessa colonna mi afferrò di nuovo per la vita e mi accorsi che ero stata riportata per terra. Mi presero e mi condussero a casa. In seguito il mio ventre iniziò a gonfiarsi. Dopo una gravidanza durata due anni ho partorito questo elefantino, che a un solo mese di vita è stato ucciso». Terminato il racconto, la ragazza si inginocchiò vicino al piccolo elefante e iniziò a piangere a dirotto. Il Pascià chiese a tutte le genti di Turhal, Inepazari e Kazova che erano al suo cospetto se la storia rispondesse a verità ed essi giurarono di sì. Allora, per impedire che altri la udissero, fece incatenare le settanta persone che ne erano state testimoni e le fece imprigionare a vita. Poi, ordinò che il corpo dell’elefantino fosse riempito 17


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di miele, fasciato con feltro e infine inviato a Costantinopoli al nostro Signore. Il nostro Signore, per amore del quale ci siamo sacrificati, non è solo nostro, ma è Sultano di una persona su quattro di questo grande mondo. È il sovrano assoluto voluto da Allah, non solo di Costantinopoli e dell’Anatolia; è Imperatore, signore e padrone anche della Valacchia, della Crimea, delle regioni dell’Egitto e dello Yemen, di Mecca e Medina, di Baghdad, dell’Algeria, di Belgrado, del regno d’Ungheria, della Moldavia, delle terre della Bosnia Erzegovina e delle pianure della Macedonia. È sovrano di settantadue nazioni estese su tre continenti, e nel suo regno ognuno continua a vivere parlando la propria lingua e professando la propria religione. Da quando, a dodici anni, fui preso e portato via dai deserti dell’Abissinia, tutte le mie azioni e i miei pensieri sono stati rivolti al mio insostituibile Signore. Io non provengo dalle regioni alte del Nilo, dal lago del Ciad, dal Kordufan o dal Darfur come tutti gli altri. Fummo portati dall’Abissinia su delle navi. Nella stiva, schiacciati l’uno contro l’altro come pesci, eravamo in maggioranza giovani uomini e donne. Ricordo che vi erano quindici o venti fanciulli 18


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della mia età. La stiva della nave era asfissiante e puzzava di marcio. Ogni volta che la nave beccheggiava a causa delle onde, coloro che si trovavano all’interno vomitavano fino alla bile, quando non avevano altro nello stomaco. Con quell’odore pungente era impossibile respirare. Ogni mattina veniva aperto il portello della stiva per trascinare fuori quelli morti durante la notte e i loro cadaveri venivano gettati in mare. Non so quanto sia durato il viaggio su quella nave della morte. Mi sembrava di aver passato una vita intera in mare. Fino al giorno in cui fui reso “pregevole”… In un porto lungo la rotta del bastimento, fui trasformato in qualcosa di quattro o cinque volte più prezioso di un comune giovane schiavo nero. Dio onnipotente mi è testimone che, in tutta la mia lunga vita piena di affanni, mai ho vissuto nulla di così spaventoso e doloroso come l’operazione che mi conferì tanto valore. Nel porto in cui eravamo ancorati, scesi insieme ad altri bambini. Da ciò che riesco a riportare alla luce dalla mia memoria offuscata, ricordo che camminammo per un sentiero stretto, ricoperto di ciottoli, all’ombra di due file di case. Fummo condotti nell’anticamera di una di esse. Qui ci vennero tolte di dosso le lunghe brache, dopodiché ci ripulirono tra le gambe con dell’acqua bollente in cui era stato messo del peperoncino. Iniziammo a gridare per il dolore, ma l’acqua al peperoncino 19


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non era nulla al confronto di ciò che sarebbe venuto dopo. Ci legarono ben strette le cosce con delle corde. Mentre mi tenevano per le braccia perché non mi potessi muovere, improvvisamente apparve un uomo imponente che aveva in mano un coltello ricurvo e che, a una velocità inimmaginabile, tagliò con la sua falce tutto ciò che avevo tra le gambe. Urlavo e strepitavo. Tra le gambe mi scorreva un fiume di sangue. Svenni. Quando mi ripresi, vidi che stavano sistemando un tappo metallico nella ferita. Quindi la avvolsero strettamente con delle fasce umide. Ancora in preda al dolore lancinante, in quelle condizioni fui preso sotto le braccia e costretto ad alzarmi e a deambulare per la stanza. Dopo aver camminato per un po’, mi consentirono di stendermi su un sottile materasso. Fecero la stessa cosa anche agli altri bambini. L’aria era intrisa di un intenso odore di sangue. Ancora oggi mi capita di avvertire quell’odore, e le grida terrorizzate dei bambini mi risuonano in testa echeggiando tra queste cupole ombrose. Per tre giorni rimanemmo lì senza mangiare e bere nulla. Alcuni morirono, e quelli che come me erano riusciti a restare in vita dopo il dolore e la paura vennero di nuovo caricati sulle navi, portati a Costantinopoli e venduti al mercato degli schiavi.

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Eunoco di Costantinopoli  

Costantinopoli, XVII secolo. In una notte di agosto, i corridoi del palazzo imperiale risuonano delle grida del Sultano, a forza condotto ne...

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