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i grandi attori del

cinema

JOHNNY DEPP


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LE COUTEAU DANS L’EAU

ELEONORA SARACINO

JOHNNY DEPP GREMESE

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Collana I Grandi Attori del Cinema Monografie di cinema e spettacolo per la scuola e l’università

Ringraziamenti dell’Autrice Realizzare l’aggiornamento al mio primo libro è stata, ancora una volta, un’esperienza esaltante e faticosa. Vorrei allora ringraziare tutti coloro che con il loro sostegno hanno reso il lavoro meno difficile: Maria Antonietta Cazzola e Giuseppina Brunetti, per il loro paziente lavoro di revisione; Oscar Cosulich (mio “prefatore preferito”), Sandro Cisco, Cristina Casati e Marina Caprioli per avermi aiutata nel reperire i materiali necessari per l’ultimo capitolo, e inoltre la redazione di CultFrame – Arti Visive (nelle persone di Maurizio G. De Bonis e Orith Youdovich), Luca Bertolotti, Fabio Carnevali, Stefania Carpiceci, Claudia Cautillo, Gabriella D’Alessio, Mauro Darra, Paolo e Alessandra Ferri, Luca Galeazzi, Federico Grilli, Alex Imburgia, Alessandra Izzo, Monica Latini, Gabriella e Luisa Mannina, Alessandra Meo, Nicola Navazio, Stefano Oliva, Paola Pappalepore, Fabrizio Pompei, Alfredo Tabelli, Daniela Tinti, Michaela Uccelli, Francesca e Beatrice Vicaretti, e, last but not least, i miei genitori per il loro fondamentale contributo.

Copertina: Patrizia Marrocco Fotografie: materiali promozionali distribuiti dalle Case produttrici dei vari film, per le quali si rimanda alla filmografia. Crediti specifici: Greg Gorman pag. 14; Zade Rosenthal pagg. 36, 37, 38, 39; Bruce Birmelin pag. 50; Bruce W. Talamon pagg. 69, 70, 71, 72, 73; Peter Mountain pagg. 80, 81, 83, 84, 85. L’editore si scusa di eventuali errori, lacune od omissioni nell’indicazione di altri o diversi copyright, dichiarandosi fin d’ora disposto a revisioni in sede di eventuali ristampe e al riconoscimento dei relativi diritti ai sensi dell’art. 70 della legge n. 633 del 1941 e successive modifiche. Fotocomposizione: Graphic Art s.r.l. Stampa: D’Auria Printing S.p.A. Copyright GREMESE Prima edizione 2000 © Nuova edizione riveduta e ampliata 2010 © E.G.E. s.r.l. – Roma www.gremese.com

Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta, registrata o trasmessa, in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo, senza il preventivo consenso formale dell’Editore. ISBN 978-88-8440-618-7


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Pirata sì, ma… d’autore di Oscar Cosulich

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doro lavorare con lui: è talmente brutto e tappo che mi fa sembrare alto e bello! No, scherzi a parte, è intelligente, divertente e si mette sempre in gioco come pochi attori sanno fare»: così, con la sua inconfondibile ironia, Terry Gilliam celebra l’esperienza registica con Johnny Depp. Un attore tanto meticoloso che, essendo «terrorizzato dall’idea di deludere Hunter Thompson», decise, al fine di evitare un simile rischio, di andare a vivere con lui per assumerne le caratteristiche psicologiche e fisiche e interpretarlo al meglio in Paura e delirio a Las Vegas di Gilliam, non mostrando nemmeno la minima esitazione, lui icona sexy per migliaia di fan (e anche per critici e studiosi, tra cui l’ottima Eleonora Saracino, da tempo sua esegeta), di fronte alla necessità di radersi i capelli per sembrare calvo. Dopo essere stato accolto malissimo a Cannes come regista de Il coraggioso nel 1997, Depp vi ritornò l’anno seguente solo come attore, proprio per Paura e delirio a Las Vegas, sottolineando in quell’occasione il filo rosso che legava il suo film a quello di Gilliam e spiegando con insolita acutezza politica le sue «convinzioni sull’America: su quello che era, che è oggi e che diventerà. Credo che Paura e delirio a Las Vegas sia un testo divertente in modo addirittura isterico, pur essendo scritto in modo estremamente serio. È un libro malinconico sulla fine del sogno americano, sulla fine della speranza: in quel tempo Martin Luther King, Bobby Kennedy, John Kennedy sono stati tutti uccisi, abbiamo perso ogni ideale, alla Casa Bianca c’erano strane figure, tanto nascoste nell’ombra da assomigliare a gangster. Oggi è ancora più assurdo: facciamo indagini sul pene del presidente». Da allora molte cose sono cambiate, ci sono stati gli otto anni di Bush Jr., l’11 settembre, le guerre infinite e Depp, mantenendo un simile approccio critico, ha abbandonato gli Stati Uniti per la Francia, con una scelta molto simile a quella del suo regista di culto, quel Tim Burton emigrato in Inghilterra che lo ha voluto sempre più frequentemente come protagonista, magari anche solo per chiedergli una performance vocale come quella di Victor nel film a pupazzi animati La sposa cadavere. Depp, insofferente così come Burton e prima di loro Gilliam («inglese in un corpo americano», come si definisce lui) per le incapacità intellettuali degli Studios di Hollywood e dei burocrati che li gestiscono, ha avuto però l’umorismo e l’arguzia di accettare un ruolo tanto improbabile come quello di Jack Sparrow nella serie blockbuster Pirati dei Caraibi, da diventare una vera performance “d’autore”, prima ancora che d’attore e che, soprattutto, gli ha permesso di incassare alcuni dei compensi più alti mai elargiti da uno Studio. Una scelta che gli consente di giocare al meglio le proprie carte altrove, in progetti più sofisticati, magari assecondando le richieste proprio di Terry Gilliam che, parlando dell’incredibile disponibilità incontrata con star come lui, Matt Damon, Bruce Willis, Robin Williams, Brad Pitt, Benicio Del Toro (e il compianto Heath Ledger), sghignazza: «Sono giovani, sono naïf, non capiscono che lavorare con me può stroncare loro la carriera! Per me è molto piacevole la loro fiducia nei miei riguardi, mi fa sentire potente!».

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capitolo I

VOLEVO ESSERE UNA ROCKSTAR...

«H

o iniziato a fumare a 12 anni, ho perso la verginità a 13 e a 14 avevo già provato ogni tipo di droga... Non dico di essere stato un cattivo ragazzo, ero soltanto curioso». Johnny Depp si definiva così, nel 1989, dalle pagine del magazine «US», prima ancora di essere il divo che è oggi, ma già alle prese con la popolarità che stava ottenendo in America con la serie tv 21 Jump Street. Forse nemmeno lui, che finì per odiare il suo ruolo di poliziotto sotto copertura nel serial della Fox, poteva immaginare che proprio la tv avrebbe rappresentato la sua svolta esistenziale e artistica. Nemico delle definizioni e dei paragoni, Johnny Depp, nel corso della sua carriera, ha sempre dovuto fare i conti con le etichette che giornalisti e colleghi hanno usato per descriverlo. «Ribelle» è il termine che più spesso ricorre accanto al suo nome, così come James Dean, non senza ovvietà, diventa per la stampa l’attore di riferimento più “naturale” per colui che, negli anni Ottanta, rappresentava la nuova icona della trasgressione giovanile. Bellezza insolita e selvaggia, nei lineamenti ereditati dalla sua discendenza Cherokee, capelli lunghi e tatuaggi, Johnny bad boy Depp era quello che lo show business dell’epoca andava cercando: il sex symbol dei teen agers e, al tempo stesso, il volto accattivante della perfetta gioventù americana. Una studiata

Depp nei panni di John Dillinger in Nemico Pubblico di Michael Mann. Una grande prova d’attore, per la quale si è preparato con precisione maniacale dichiarando, a proposito del personaggio, di «sentirlo nel Dna». Nella pagina accanto: è alle soglie dei 40 anni che Depp arriva alla consacrazione di “divo” con la fortunata saga de I pirati dei Caraibi, e il suo Jack Sparrow diventa, da subito, un personaggio di culto a metà tra un bucaniere e una rockstar del XVIII secolo.

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Depp interpreta il ruolo di Joe Pistone, un agente infiltrato nella mafia, in Donnie Brasco, un film ispirato a una storia realmente accaduta. L’attore lavorò a lungo sul personaggio, studiandone le movenze e imparando l’accento, tanto che il vero Pistone dichiarò di essere rimasto impressionato dall’interpretazione di Depp, nel quale rivedeva se stesso.

contraddizione che giocava sulle dicotomie. Se da un lato la vita del giovane attore era costellata da intemperanze, dall’altro la tv faceva del personaggio di 21 Jump Street il perfetto “bravo ragazzo” che le figlie vogliono e le mamme sperano. Il successo fu immediato e fin dalla prima stagione, nel 1987, Johnny Depp divenne il personaggio di punta del serial della Fox. Una popolarità che quasi travolse il giovane attore, che ricorda quel periodo come «frastornato e confuso». Le migliaia di lettere di fans, le copertine delle più diffuse riviste per teen agers, le scene isteriche delle ragazzine al suo passaggio non erano esattamente quello che Johnny sognava. Il mestiere di attore non lo aveva ancora completamente sedotto e i suoi primi guadagni, confesserà in seguito, gli servivano solo per finanziare la sua band dove suonava l’amata chitarra. Non si può, infatti, parlare di Depp senza iniziare dal suo primo grande amore, quello per la musica. Attraverso quegli strani e tortuosi percorsi che solo il destino sa tracciare, è proprio partendo da essa che Johnny arriverà al cinema, forse il traguardo più lontano dai suoi sogni di ragazzino. La sua infanzia, inquieta e difficile, ha fatto di lui un uomo che dalle sue contraddizioni trae ispirazione e passione. Le stesse che mette nelle sue scelte di artista (un’altra parola che non ama), tratti salienti della sua personalità di attore, oggi considerato tra i più bravi, originali ed eclettici della sua generazione. Ultimo di quattro figli, John Christopher Depp II, nato a Owensboro, nel Kentucky, il 9 giugno 1963, è cresciuto in una tipica famiglia della working class americana. La madre, cameriera, e il padre, impiegato pubblico, decidono di stabilirsi a Miramar, in Florida, quando Johnny ha 7 anni. Una città che lui stesso, in seguito, paragonerà a Endora, il luogo dove è ambientato il film Buon compleanno Mr. Grape (What’s Eating Gilbert Grape?, 1993), ovvero un microcosmo «dove non c’è niente e non accade mai niente». Insofferente alla vacuità della sonnacchiosa vita di provincia e alle regole scolastiche, è solo nella musica che il giovanissimo Depp trova quella libertà di espressione che rappresenterà, anche nel corso della sua carriera di attore, la sua principale ricerca. A 12 anni ha la sua prima chitarra e subito dopo inizia a suonare nelle band,

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all’inizio con i Flame, poi con The Kids, il gruppo con il quale tenterà la scalata al successo nella città di Los Angeles. La separazione dei suoi genitori, quando lui ha solo 15 anni, segna per Johnny l’inizio di un periodo angoscioso e difficile. Lascia la scuola a 16 anni e per un po’ vivrà con il suo migliore amico in una macchina. «Lui era solo e io non volevo che si sentisse abbandonato», ha dichiarato Depp parlando di Sal Jenco, l’amico fraterno e pressoché inseparabile sia nella vita che nel lavoro. Componente della sua band P e socio in affari nella gestione del club Viper Room di L.A., Jenco ha infatti partecipato anche a numerosi episodi di 21 Jump Street (nei panni di Blowfish, l’addetto alla manutenzione) ed è apparso nei film Arizona Dream (id., 1993) e Donnie Brasco (id., 1996). L’amicizia che lo lega a Sal e l’affetto per la propria famiglia rappresentano i punti di riferimento della irrequieta esistenza di Johnny, il cui animo inquieto e sensibile, che così bene sa esprimere sullo schermo, racchiude, in fondo, il suo talento spontaneo e autentico di attore. Nel 1979, dopo aver lasciato la scuola, Johnny inizia a suonare nei locali della Florida con la sua band The Kids. I soldi non sono molti, ma il gruppo riscuote un discreto successo e apre anche concerti importanti come quello dei B52 e dei Talking Heads. È agli inizi degli anni Ottanta, quando The Kids cominciano a farsi conoscere, che Depp, appena ventenne, sposa Lori Ann Allison, sorella di uno dei componenti della band. Un matrimonio-lampo la cui fine, due anni più tardi, coinciderà con il trasferimento di Johnny e del suo gruppo nella città che, musicalmente, avrebbe dovuto rappresentare il “grande salto”: Los Angeles. Ma la città degli Angeli non segnò quella svolta che Depp immaginava, almeno non in senso musicale. Di quel periodo, che definirà «orribile», Johnny ricorda infatti le grandi difficoltà nell’ottenere un ingaggio e l’impossibilità di farsi strada in una città sovraffollata di band di tutti i tipi. Il denaro scarseggiava, il gruppo arrancava in cerca di scritture, mentre il suo matrimonio andava in pezzi. Era il 1984 e per Johnny era tempo di cambiare. Con Nicolas Cage, nipote di Francis Ford Coppola, per Depp arriva la sua prima, vera occasione. Sarà proprio questo giovane attore, del quale diventa amico, a consigliargli la via del cinema e a presentargli il suo agente. In quel periodo il regista Wes Craven stava selezionando il cast per un horror a basso costo, dal titolo Night-

Depp in Buon Compleanno Mr. Grape di Lasse Hallström, del 1993. Il regista, che lo dirigerà anche in Chocolat (2000), mentre pensava al soggetto del film aveva già in mente l’attore per il ruolo del protagonista.

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mare – Dal profondo della notte (A Nightmare on Elm Street, 1984), e proprio con lui Johnny farà il suo primo provino. Secondo quanto il regista e l’attore dichiareranno in numerose interviste, il ruolo per il film non era esattamente corrispondente né alla personalità, né alla fisicità di Depp. Quello che Craven cercava era, infatti, il tipico beach-boy biondo e muscoloso, agli antipodi del volto emaciato di quel ventunenne che sembrava ancora un adolescente. Tuttavia il regista ricorda che Johnny lo colpì per quel «certo silenzioso carisma che nessuno degli altri attori possedeva». Fu così che ottenne il ruolo di Glen Lantz in quello che finì per diventare un classico dell’horror, e dal quale sono scaturiti numerosi sequel, nonostante le rimostranze di Craven che voleva per il suo film un finale compiuto e non aperto a un possibile seguito. Il film fu comunque un successo – tanto che Craven tornerà, nel 1994, a girare il numero VII, Nightmare nuovo incubo (Wes Craven’s New Nightmare, 1994), dopo aver collaborato alla realizzazione dei numeri III e V – e venne considerato dalla critica americana un esempio di come il «genere horror potesse esplorare nuove e bizzarre potenzialità». Oltre a fare di Freddy Krueger, l’assassino con la mani di rasoio, un personaggio-culto ironica

Sopra: Posizioni promettenti (Private Resort) è una sexy commedia del 1985, uscita in Italia in home video e, a oggi, quasi introvabile. A destra: In Platoon di Oliver Stone, Depp aveva all’inizio un buon numero di pose, ma molte delle sue scene furono tagliate. La delusione fu tanto cocente che, ancora oggi, l’attore ha difficoltà a rivedersi nei film.

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versione del terrore “usa e getta”, il film di Craven ha dato nuovo impulso a quello che diventerà un vero e proprio trend cinematografico, l’horror ambientato nel mondo degli adolescenti, tema da lui stesso ripreso con successo alla fine degli anni ’90 con Scream (id., 1996) e Scream II (id., 1997) e da Jim Gillespie con So cosa hai fatto (I Know What You Did Last Summer, 1997), solo per citare alcuni titoli. È con il ruolo di Glen, che nel film muore inghiottito dal materasso in una fontana di sangue, che Johnny Depp fa il suo ingresso ufficiale nel cinema, seppur ancora poco convinto del mestiere di attore. Tuttavia con Nightmare – Dal profondo della notte ottiene una popolarità inaspettata e, come egli ricorderà in seguito, «anche se ero conosciuto come “il ragazzo mangiato dal letto” le prime offerte di lavoro cominciarono a bussare alla mia porta». Al suo primo film Johnny resterà affettivamente legato, tanto che nel 1991, quando il suo nome è già celebre, accetta di comparire in un cameo, con il bizzarro pseudonimo di Oprah Noodlemantra, in Nightmare VI: la fine (Freddy’s Dead: The Final Nightmare, 1991), debutto registico di Rachel Talalay, già assistente di John Waters e produttrice della serie Nightmare. Dopo il successo della pellicola di Craven, The Kids si sciolsero, mentre Johnny, che aveva iniziato a suonare in un’altra band, i Rock City Angels, girò un altro film, Posizioni promettenti (Private Resort, 1985) che, generalmente, viene trascurato nella sua filmografia ufficiale e sul quale lo stesso Depp sorvola. Erano gli inizi di una carriera e, soprattutto, erano gli anni Ottanta dove il collaudato mix di sesso e glamour bastava a sostenere anche la storia più esile. «Non avevo davvero deciso di diventare un attore» ha dichiarato Depp in seguito, «ero ancora un musicista e quello che facevo mi permetteva di guadagnare soldi. Non c’era altro modo per ottenerne così tanti. A parte il crimine, naturalmente...». Posizioni promettenti è una sexy commedia in cui due aitanti giovanotti, Johnny Depp e Rob Morrow, sono alle prese con altrettanto seducenti ragazze in bikini nell’incantevole posto di vacanza promesso nel titolo. Primo e, fino a questo momento, unico film in cui l’attore appare nudo, Private Resort, definito non senza ironia da Brian J. Robb, autore di una delle prime biografie di Depp, «l’iniziale prototipo di Baywatch», permette a Johnny di farsi notare e di ottenere ruoli da guest star in serial tv di successo come Hotel e Lady Blue e di entrare, nel 1986, nel cast di Slow Burn, film per la tv via cavo con Eric Roberts (fratello della più famosa Julia) e Beverly D’Angelo. Tratto da un romanzo di Arthur Lions, Castles Burning, e prodotto da Joel Schumacher, la pellicola è un pretenzioso tentativo di realizzare un noir d’ispirazione hitchcockiana. E nello stesso anno, quando Depp, diviso tra la musica e il cinema, si chiedeva ancora quale strada intraprendere, viene scelto per un piccolo ruolo nel film scritto e diretto da Oliver Stone: Platoon (id., 1986). Veterano del Vietnam, il regista aveva scritto un copione sui generis per un film di guerra: scarno, duro e privo di compiacimento trionfalistico. Non c’era alcun eroe da celebrare, nessuna leggenda da raccontare. Soltanto la realtà cruda di chi ha visto quell’orrore, quella di una memoria che non si alleggerisce nella metafora, né si sublima negli eroismi. «Stone non prega: ricorda – scrive Rita Kempley sul «Washington Post» nel gennaio dell’87 – [...] e ci rammenta che la guerra è l’inferno». Ed è quest’inferno che il regista vuole far vedere, non soltanto agli spettatori, ma al suo stesso cast. Quando Stone incontra Depp per la parte si limita a dirgli: «Ho bisogno di te per per 10 settimane nella giungla». Un periodo in cui il regista ha fatto in modo che i suoi attori non soltanto interpretassero dei soldati, ma lo diventassero. Dopo questo film, Johnny capirà realmente l’importanza del training e della preparazione. In più di due mesi trascorsi nelle Filippine, Stone allena i suoi attori a marciare, a sopportare l’umidità, la fatica e la sporcizia. La guerra è pericolo e paura, è quell’inferno che, alla fine, brucerà sullo schermo e nell’animo di chi vedrà il film. Con un cast che annovera Tom Berenger, Willem Dafoe e Charlie Sheen, Depp crede che Platoon possa rappresentare la sua vera occasione. Il suo ruolo è quello di Lerner, l’interprete, non certo di enorme rilievo ma, almeno inizialmente, con un buon numero di pose. Quelle che, in sede di montaggio, finiranno per essere in gran parte tagliate. La sua presenza nel film viene così ridotta al minimo e quando Platoon si rivelerà il più grande successo della stagione, sostenuto dalla critica e dal pubblico, Johnny Depp ha ben poco di cui rallegrarsi.

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Johnny Depp in 21 Jump Street, il serial della Fox che segnò l’inizio del suo successo. Sulle prime l’attore non era interessato alla carriera televisiva ma, dopo aver visto la puntata pilota, si convinse che un ruolo nel telefilm poteva rivelarsi utile per approdare, successivamente, al cinema.

Quei quattro Oscar vinti dalla pellicola (Miglior film, Miglior regista, Miglior sonoro e Miglior montaggio) dovevano suonare come una beffa per l’attore che da quel momento in poi non riuscirà completamente a superare la riluttanza di rivedersi in un film. Ma il vero successo non era poi così lontano. È il 1987, infatti, quando Depp viene contattato dalla produzione televisiva di Stephen J. Cannell, che vantava lo straordinario successo della serie A-Team, per una parte nel nuovo serial della Fox: 21 Jump Street (id). Si trattava della storia di un gruppo di giovani detective, la cui sede si trovava in una vecchia cappella (il titolo iniziale era infatti Jump Street Chapel), che avevano il compito di lavorare sotto copertura nelle scuole per contrastare lo spaccio di droga e la violenza. Sulle prime Johnny declinò l’offerta. Non era interessato alla tv e soprattutto non voleva legarsi a una serie la cui durata poteva protrarsi per anni. Ma dovette ricredersi. Nonostante un film con Stone «la gente non sfondava la mia porta con le sceneggiature» ricorda l’attore, «e inoltre la puntata-pilota era molto buona [...] così accettai di farlo». «Originariamente la Fox voleva che 21 Jump Street fosse una sorta di Happy Days in versione poliziesca» ha spiegato Patrick Hasburgh, produttore e autore della serie insieme a Cannell, ma successivamente le cose cambiarono. I due creatori, infatti, avevano idee molto precise riguardo allo schema dei telefilm. Doveva basarsi su tre punti fondamentali: essere un crime-show (che mostrasse quindi il lavoro dei poliziotti), avere una continuità episodica e tematica ed essere destinato a un pubblico di teen agers e di adulti. Anche per quel che riguardava il cast Hasburgh e Cannell sapevano ciò che volevano. «Non cercavamo dei nomi, ma dei talenti» spiegò Hasburgh, «e Johnny Depp era un vero talento». Il suo ruolo era quello di Tom Hanson, un giovane poliziotto intelligente, sensibile e completamente dedito al suo lavoro. Dotato di senso dell’umorismo e di una buona dose di goliardia, Hanson, con la sua squadra, rappresentava la faccia pulita di un’America che lottava contro i propri demoni (la guerra in Vietnam) e quelli di una società confusa e violenta (droga, prostituzione, razzismo, abusi sessuali...). Erano questi, almeno nelle prime stagioni, i temi portanti del serial. Gli sceneggiatori lavoravano infatti su storie reali e i telefilm erano un modo per mostrare ai ragazzi i pericoli del mondo vero e non ricreato in uno studio tv. 21 Jump Street riscosse un successo straordinario. I quattro poliziotti e il loro capo divennero ben presto dei personaggi cult nell’immaginario collettivo dei giovani americani e questo segnò per Johnny Depp l’inizio di una popolarità destinata a crescere. Gli studi di Vancouver, in Canada, erano assediati dalle ragazzine in cerca dei suoi autografi e invasi da circa 4000 lettere la settimana indirizzate a colui che stava diventando un vero e proprio idolo. Le prime due stagioni rappresentarono il meglio della serie, con personaggi credibili (in alcuni episodi comparirono molte delle star del futuro come Bridget Fonda e Brad Pitt) e storie che attingevano dall’attualità dei problemi sociali, per la maggior parte scritte dallo stesso Patrick Hasburgh. I problemi cominciarono a sorgere nel momento in cui quest’ultimo lasciò lo show e il serial sembrò orientarsi verso altre direzioni. Johnny Depp, ormai star indiscussa di 21 Jump Street, fu il primo ad accorgersi di questi cambiamenti. «Le cose non erano più le stesse e le storie sempre meno interessanti» era il giudizio dell’attore, i cui contrasti con la produzione si facevano sempre più pesanti. Depp, infatti, non apprezzava il tono a volte eccessivamente moralista di alcuni episodi e la superficialità con la quale si affrontavano argomenti come, per esempio, la droga

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o il razzismo. Senza la vena creativa di Hasburgh, 21 Jump Street stava perdendo quell’originalità che lo distingueva dagli altri telefilm e, nonostante gli indici d’ascolto fossero ancora altissimi, Johnny si sentiva sempre più prigioniero di un ruolo che iniziava a detestare. Le sue divergenze, spesso violente, con i produttori finirono anche sulla stampa, a uso e consumo di una strategia di marketing che vedeva in questa pubblicità gratuita un modo per accrescere la popolarità del telefilm e, soprattutto, dell’attore, le cui intemperanze venivano attribuite ai soliti capricci da divo. «Non volevo certo essere un ingrato» affermò successivamente Depp, «lo show era un tremendo impegno per me. Mi ha permesso di farmi conoscere, ma in molti casi gli sceneggiatori erano dei veri irresponsabili. E ciò era spaventoso». In uno degli episodi ricordati da Johnny un gruppo di ragazzi costruiva una sedia elettrica nel laboratorio scolastico e in un altro un liceale veniva assassinato perché fortemente sospettato di essere un poliziotto infiltrato e il personaggio di Johnny, realmente un poliziotto, doveva fare di tutto per dimostrare di non esserlo. L’attore non si riconosceva più nel ruolo e in alcuni episodi rifiutò di apparire. La produzione corse allora ai ripari e scritturò Richard Grieco per la parte di Dennis Booker, il cui personaggio divenne successivamente il protagonista di una propria serie. Gli sceneggiatori fecero in modo che Hanson e Booker figurassero come rivali, in modo tale da giustificare l’entrata in scena di Grieco con il quale si apprestavano a sostituire un sempre più irascibile Johnny Depp. «Quello fu un periodo davvero infelice per me» ha commentato l’attore in un’intervista riferendosi all’ultima stagione del telefilm, «mi sentivo come qualcuno a cui non è concesso di fare niente. Un burattino [...] che non poteva interferire con quello che lo circondava. In una parola: ero in prigione». Johnny Depp restò nel cast di 21 Jump Street fino al 1990, anno in cui incontra John Waters, il regista con il quale inaugura il suo originale e personalissimo percorso cinematografico. La sua strada di attore sembrava quindi segnata, sebbene la musica non abbia mai smesso di essere una delle sue passioni più autentiche. La sua band P è, infatti, per Johnny qualcosa di più che un semplice hobby, è un modo per non dimenticare le sue origini e il fascino dei primi sogni. «Una volta iniziato a fare l’attore sapevo che la mia carriera di musicista sarebbe finita» dichiara in un’intervista nei primi anni Novanta. Tuttavia dopo che il cd, uscito nel 1995, chiamato semplicemente con il nome del gruppo, riscuote anche discreti consensi, Depp tiene a precisare: «Non voglio essere uno che capitalizza il suo successo in un altro campo per incuriosire la gente a venirmi a vedere suonare. Non penso che avere un gruppo sia una cosa che va di moda. La musica resta il mio primo amore. È davvero qualcosa di sensuale...». Questo essere, a suo modo, “rigoroso” resta una delle caratteristiche principali nelle sue scelte di attore, scelte che lo porteranno a seguire i percorsi alternativi di un cinema non sempre facile tanto da arrivare, con la saga de I Pirati dei Caraibi, alla consacrazione di “divo” all’età di quarant’anni.

Depp restò nel cast di 21 Jump Street fino al 1990. L’ultima stagione del telefilm fu, per l’attore, una specie di incubo. «Mi sentivo come un burattino – dichiarò – al quale non è concesso di fare niente».

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Johnny Depp