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Collana

«Dialoghi»

C’era una volta il Cinema


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Franco Ferrini

C’era una volta il Cinema Storie, aneddoti, ritratti e battute fulminanti nei ricordi di un grande sceneggiatore italiano

GREMESE


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Copertina: Patrizia Marrocco, da un’inquadratura del film C’era una volta in America di Sergio Leone Stampa: Arti Grafiche del Liri – Isola del Liri (Fr) 2013 © GREMESE New Books s.r.l. – Roma www.gremese.com Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta, registrata o trasmessa, in qualunque modo e con qualunque mezzo, senza il preventivo consenso formale dell’Editore. ISBN 978-88-8440-759-7


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Indice

Introduzione

Dario Argento, Tim Burton e Renato

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Zero

MEMORIE DI UNA PAGINA BIANCA

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Il misticismo del lavoro

11

121

Città violenta

Alberto Sordi: la risata non si

123

Le botteghe dei sogni

13

comanda

108

Cane con signora

21

Ulisse a Hollywood

129

Quello dell’ottavo piano

Sergio Corbucci: greve incontro

137

Shakespeare in estiva

25

Le battaglie di Norman Mailer

144

Red carpet

28

La notte in cui inventammo 31

il cinepanettone Suite Hitchcock

FEGATELLI

36 40

Roberto Rossellini 43

Giardini di rocce Vanessa Regina Laura Betti

71

73 75

174

Renato Pozzetto

175

177

Sidney Pollack

90

176

Donald Pleasence Vittorio Gassman

87

Paul Freeman

Linda Christian: la stella in

178 178

179

Pasquale Festa Campanile

94

Robert De Niro va al bagno Monument Valley

78

Mario Monicelli

Jodie Foster

84

Deborah per una notte

La squaw bianca

173

Jennifer Connelly

La morte è fumantina

173

Luigi De Laurentiis

67

Il sorriso finale di Robert De Niro

soffitta

172

Ruggero Deodato

63

Charlie Chaplin e io

172

Ania Pieroni

57

Pronto? Sono Billy Wilder Dario Alpha

171

Clint Eastwood

Re Lear della Ciociaria

171

171

Capannelle

Puerto Vallarta: il paese dei ciechi

169

Anthony Franciosa

100 105

97

Anonimo

181

Francesco Nuti

181

Furio Scarpelli

182

237

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C’era una volta il Cinema

183

Festa Campanile figlio 184

Carlo Verdone

Dino Risi 185

Il Regista Fantasma 186

Lucio Fulci

188

191

Anonima

Max von Sydow 193

193

Arnon Milchan Ennio Morricone

193

Asia Argento

204

206 206 208

Dino De Laurentiis Enrico Vanzina

192

Marcello Mastroianni Elio Petri

Vittorio Sodano

191

L’ultimo invidioso Pino Donaggio

203

203

José Bolaños

Mario Cecchi Gori

190

André Génovès Carlo Ponti

201

Eduardo De Gregorio

189

Zeudi Araya

200

Jurassic Park

Norman Jewison 188

Piero De Bernardi Sophia Loren

198

Zanna bianca

187

La Spezia

197

Rock Hudson

Mia madre

210 210 211 211

213

195

Federico Fellini

195

La strega innamorata Kathy Bates

196

Luc Besson

197

196

Appendice I TITOLI PIÙ AZZECCATI DEI FILM

238

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Introduzione

C’è una vecchia barzelletta di Hollywood. (Premessa: in America le barzellette sui cretini prendono di mira i Polacchi, come succede qui da noi con i Carabinieri, mentre i Francesi se la ridono dei Belgi). Durante la lavorazione di un film, uno della troupe spettegola con un collega: «L’attrice va a letto con…». «Il produttore». «No. Va a letto con…». «Il primo attore». «No». «Col regista». «Nemmeno. Va a letto con lo sceneggiatore». «Allora l’attrice deve essere polacca». Avendo scritto una cinquantina di film, più svariate serie televisive, so sin troppo bene che questa barzelletta contiene una mezza verità. O una verità e mezza. Dino De Laurentiis invece soleva dire che la vera star dei suoi film era la sceneggiatura. Due visioni diametralmente opposte, dunque. Chi ha ragione? In certi giorni mi dico la barzelletta, in altri Dino De Laurentiis. Non fare tante storie: quante volte abbiamo detto o sentito dire questa frase? Per me è diverso, sono uno sceneggiatore, uno di quelli che devono fare tante storie. Ci campano. Sono le storie. Anche vere. Quanto a me, ho sceneggiato storie vere solo in rarissime oc7


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C’era una volta il Cinema

casioni. Questo è dipeso da motivi in gran parte casuali, ma devo ammettere che davanti ai film “basati su fatti reali” non riesco a non provare una certa diffidenza, come se volessero togliermi il divertimento o vendermi qualcosa. Per me il cinema è invenzione, sennò è un documentario. Sono fatto così, potrei aggiungere dannunziano. In un salotto chiesero al Vate se conosceva il tedesco e lui rispose: «No, ma me lo immagino». Allora come si spiega che tutto d’un colpo mi sia venuta voglia di scrivere un libro basato su personaggi e fatti veri? Mah, per sperimentare una cosa nuova, per un senso di rivincita contro il tempo, per non dimenticare qualcuno, per dialogare ancora una volta con gli amici assenti, per trovare le parole che a voce non sono riuscito a dirgli, o semplicemente per rivangare un pugno di ricordi: qualche incidente e qualche frase. Con il risultato di un quasi romanzo autobiografico, avanti e indietro nel tempo, fatto di tante storie diverse, aneddoti gustosi, ritratti sorprendenti, battute memorabili (come succede in certi film corali o a episodi di Robert Altman), i cui protagonisti sono registi, produttori, scrittori, attori, attrici, musicisti, tecnici, e qualche volta perfino persone “normali”. Ho imparato almeno questo in tanti anni, per averli conosciuti e frequentati, sia nel lavoro che in altri momenti: i grandi sono grandi in tutto. Non si fermano davanti a nulla e vanno dietro al proprio ego fino all’eccesso, l’iperbole e la battuta micidiale, quasi epigrammatica. I Borderline. I Debordanti. Per contro, i tipi normativi, rispettosi delle regole, ligi alla debita misura, sono meno interessanti. Me ne spiace, ma troveranno uno spazio molto minore. Scrivere un libro di ricordi è un duello al sole al tramonto fra Mnemosine, la dea della Memoria, e la ninfa Lete, sovrana dell’Oblio. Non ho mai tenuto un diario, perciò è possibile che in alcuni casi abbia romanzato un po’, sia pure senza discostarmi troppo dalla realtà. D’altro canto, «Tutti abbiamo unicamente ricordi di ricordi», come fa notare J.L. Borges. I nomi più ricorrenti sono Sergio Leone, Dario Argento e Enrico Oldoini: il motivo è che ho collaborato alla sceneggiatura di C’era una volta in America, una liturgia durata quasi un decennio, e a quasi tutti i film del maestro dell’horror. Con Enrico Oldoini ho condiviso tante avventure, quando facevamo coppia 8


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Introduzione

fissa come sceneggiatori, scambiandoci l’un con l’altro a giorni alterni il ruolo di sparring partner. Enrico è stato e sarà sempre il mio migliore amico. Alcuni episodi, invero pochissimi, sono riportati di seconda mano, nel senso che non ero presente quando sono accaduti, ma ne ho appreso l’esistenza da chi ne è stato protagonista o quantomeno testimone diretto. Il cinema ha una sua mitologia, e i miti sono storie che si raccontano tante volte, per bocca di narratori diversi: io sono uno dei tanti. E unico, credo. Ci vediamo al cinema (c’era una volta, c’è ancora, ci sarà sempre).

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MEMORIE DI UNA PAGINA BIANCA


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Alberto Sordi: la risata non si comanda Il Torturatore Repubblichino mi ha dato un consiglio che si è rivelato molto prezioso: «Mettiti con gli attori. Specie quelli comici». Eravamo al “Fungo”, il ristorante dell’EUR la cui sala avvolge il gambo di cemento come un’enorme cappella di vetro a cinquanta metri d’altezza, con vista panoramica di Roma dal quattordicesimo piano: noi due sedevamo al piano zero, rasoterra, all’ora di pranzo. Pagava lui. Torturatore Repubblichino era il soprannome affibbiato all’attore di origine triestina Nino Crisman (1911-1983), o anche Krisman. Celebre in gioventù per il suo fisico da spiaggia e il fascino mezzo ungherese, si era arruolato nelle milizie della Repubblica di Salò e aveva messo teschio e tibie per combattere al fianco dei tedeschi e partecipare ai rastrellamenti contro i civili e la Resistenza. Da qui il nomignolo col quale era noto nell’ambiente del cinema. Al suo collega e kammeraden Osvaldo Valenti era andata peggio: fucilato a raffiche di mitra dai partigiani. Nino Crisman invece era tornato alla vita civile e con l’età aveva smesso di fare l’attore per riciclarsi come produttore e direttore di produzione. Ed è in quest’ultima veste che l’ho conosciuto al tempo in cui “facevo cose, vedevo gente”. Sapevo che aveva fatto più di cento film, per cui il consiglio che mi stava dando non era da prendere tanto alla leggera. Per rendere meglio l’idea, Crisman mi ha snocciolato il Gotha degli sceneggiatori. «Vedi Rodolfo Sonego con Sordi. Ruggero Maccari con Nino Manfredi. Leo Benvenuti e Piero De Bernardi con Ugo Tognazzi e Paolo Villaggio. Age e Scarpelli con Gassman e ancora prima con Totò. O Ettore Scola, che ha scritto per tutti i comici e ora fa il regista». Tutto vero. Il suo ragionamento non faceva una grinza. Quindi 13


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C’era una volta il Cinema

avrei dovuto mettermi con la Pentade: Sordi, Manfredi, Tognazzi, Gassman, Mastroianni. Mi veniva da ridere. I 5 avevano già i loro scrittori di fiducia, in un sodalizio creativo collaudato da anni e anni di grandi successi, più che matrimoniale. Certo non avrebbero divorziato per mettersi con una nullità come me. Dove andare a parare, quindi? Con chi accasarmi? Per fortuna, c’erano altri comici emergenti o già sulla cresta dell’onda: Renato Pozzetto, Enrico Montesano, Carlo Verdone, Diego Abatantuono, Adriano Celentano, Massimo Boldi. Avrei potuto tentare con loro. Ma dovevo prepararmi prima, e bene, non potevo rischiare un buco nell’acqua. Ma che ne sapevo della commedia, dei meccanismi comici, di un dialogo brillante, di battute folgoranti, che ne sapevo delle gag? Sì, disponevo di un certo senso dell’umorismo e avevo visto i film di Chaplin, di Buster Keaton, Stanlio e Ollio, Harold Lloyd, ma quella era comicità vecchia, roba da film muti. Se volevo inventarmi “autore di commedia” (suonava bene a dirlo!) dovevo attingere alla fonte meravigliosa di Billy Wilder, Lubitsch, Howard Hawks, Jerry Lewis, Walter Matthau, Jack Lemmon, Blake Edwards, Mario Monicelli, Dino Risi, Pietro Germi, Cary Grant, Jacques Tati… Vicino casa mia, a Campo de’ Fiori, c’era il Cinema Farnese, una sala di quart’ordine che cambiava programma tutti i giorni. Per cui nell’arco della settimana poteva starci che programmasse La strana coppia, La pantera rosa, Caccia al ladro o Dramma della gelosia e compagnia bella. Sono andato a rivederli tutti quanti, uno dopo l’altro. Stavo seduto nel buio, su una sedia traballante, come su un banco di scuola. C’era pure la ricreazione, tra il primo e il secondo tempo, e si poteva fumare. A quell’epoca, non esistevano ancora le videocassette, e se uno voleva studiare i classici doveva frequentare i pidocchietti e i cineclub, o sperare nella televisione, magari a tarda ora. Per mia fortuna, la retta scolastica del Farnese era a portata di tutte le tasche. Ricordo che il primo giorno di scuola mi sono sorbito, al primo spettacolo, Goodbye amore mio! (1977), una commedia scritta da Neil Simon e diretta da Herbert Ross, con Richard Dreyfuss e Marsha Mason. John Belushi, Chevy Chase, John Landis, Mel Brooks, Gene Wilder, Steve Martin: in quel periodo era arrivata dall’America una ventata di comicità nuova, fresca, giovanile, che in mancanza di altri termini definivano “demenziale”. Ebbene, sono andato a stu14


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diare anche i classici del genere appena nato (un ossimoro). Al Farnese, Animal House, Frankenstein jr., The Blues Brothers e L’aereo più pazzo del mondo li programmavano puntualmente tutti i mesi. Andavo a vederli tutti, vecchi e nuovi, come una spia, un infiltrato. All’uscita avrebbero dovuto perquisirmi perché avevo rubato dei tesori. Va da sé che non lo facevo per amore del cinema (l’amore è per i dilettanti). No, per me era questione di sopravvivenza. Alla peggio, se non avessi imparato nulla, e se il cinema mi avesse chiuso le porte in faccia, mi sarei fatto un sacco di risate. Era già qualcosa con quello che succedeva di fuori. Brigate Rosse, stragi di stato, sequestro Moro, P.38, bombe sui treni, morti ammazzati rossi e neri, inflazione al venti per cento, occupazioni, rapine, scioperi, baraccati. Erano i cosiddetti Anni di Piombo. Bazzecole. «La vita è una tragedia per quelli che sentono, una commedia per quelli che guardano»: Jean de La Bruyére (1645-1695). Per farmi coraggio, in cerca di un alibi per il mio disimpegno politico, per il mio cinismo da neofita, avevo ripescato questa massima dai miei studi universitari di letteratura francese. In fondo, la lezione era semplice se uno voleva scrivere una commedia: bastava osservare la vita, la gente che ti stava intorno, bastava guardare se stessi con il necessario distacco, magari impietosamente, e il materiale non sarebbe mancato. Si può ridere di tutto. Inclusa Varsavia occupata dai nazisti. «Quell’attore sta facendo a Shakespeare quello che Hitler ha fatto alla Polonia», battuta folgorante che si trova in Vogliamo vivere dell’ebreo Lubitsch. Si può ridere anche della morte. C’è un film con Billy Chrystal, Alla scoperta di papà, in cui suo padre, un vecchio attore comico, sta morendo per un attacco di cuore. «Mi mancherai», dice il figlio in lacrime. E il padre: «Anche io mi mancherò!». Si può ridere del sesso. A letto con Helena Bonham Carter, Woody Allen tira fuori la testa da sotto le coperte e dice in tono mortificato: «Mi dispiace. Non l’ho trovata». Il fatto che abbia gli occhiali sbilenchi sul ponte del naso rende ancora più comica la scena. L’essenza della buona commedia sta sempre nel dramma a sproposito. Finalmente ero in grado di capirlo, da adepto o infiltrato dell’ultima ora. Torturatore Repubblichino aveva contribuito a rivelare la mia identità nascosta, segreta. Quel giorno, al “Fungo”, il vecchio Nino Crisman ha giocato il ruolo inconsapevole dell’analista che non ho mai avuto. 15


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A questo proposito, qualcuno potrebbe ritorcermi contro: «Adesso che l’hai detto, caro Franco, si spiegano tante cose di te e della tua personalità». In effetti, devo essere l’unico negli annali della psicanalisi ad avere avuto uno strizzacervelli nazifascista. A mia difesa, però, potrei sempre ribattere che coloro che andavano in cura dagli analisti ebrei non sono mai guariti (spendendo una fortuna, tra l’altro, come ha fatto notare acutamente Woody Allen), mentre a me è bastata una seduta sola. Mi sono fatto vedere da uno bravo. E gratis. Flash forward: nel 1980 avrei recitato come attore nel film di Monicelli Camera d’albergo (più avanti dirò come e perché), a fianco di Gassman, Montesano e Monica Vitti. Ne avrei beccati tre in un colpo solo, e anche quella sarebbe stata un’ottima scuola. Avrei potuto vedere da vicino Monicelli al lavoro. Come faceva a far scattare la risata? Improvvisava o c’era già tutto nel copione? Che cosa diceva agli attori? In realtà, quasi niente o niente del tutto. Altro flash forward: un anno dopo uscirà nei cinema la mia prima commedia, Nessuno è perfetto, scritta a quattro mani con Enrico Oldoini, spezzino come me (ma ci siamo conosciuti a Roma). Grande successo di pubblico, anche perché ci sono le star del momento, Renato Pozzetto e Ornella Muti (soprannominata per le sue doti recitative “Eppur si muove”). In quattro e quattr’otto, Oldoini e io diventiamo una coppia di successo. I nuovi Re della Commedia, pardon, i prìncipi. Siamo nel Gotha anche noi e sforniamo un copione divertente dopo l’altro: Testa o croce; Io, Chiara e lo Scuro; Acqua e sapone; Bingo Bongo; Sing Sing. Dal nostro aspetto non si direbbe: siamo seri senza rimedio, cupi, tristi. Cosa che ci guadagna il nomignolo, mannianamente, di “Morte a La Spezia”. In Nessuno è perfetto un nobilastro si innamora di una modella conosciuta in circostanze straordinarie. Lei tenta il suicidio, in albergo, ma per uno strano equivoco è lui a mandar giù i barbiturici. Poi la sposa e, dopo la luna di miele in cui va tutto liscio come l’olio, gli arriva una tegolata in testa: la sua dolce metà era un paracadutista tedesco. Ha sposato un transessuale, e ora tutta la città (upper and lower Bergamo) spettegola di lui. Sembrerà strano, ma un fatto analogo era veramente accaduto all’anziano attore Lionel Stander durante le riprese di C’era una volta il West, in Spagna (lo so da fonte sicura: Sergio Leone). Nel16


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la realtà, scoprendo che la sua ragazza gli aveva tenuto nascosto qualcosa di essenziale, Stander ne aveva fatto un dramma grottesco, noi invece nella finzione del film ne abbiamo fatto una commedia leggero-sentimentale. A dire il vero, i due casi erano un po’ diversi: quando Stander ha scoperto la verità la sua ragazza era ancora un uomo, en travesti. Nel caso nostro, non più. Ci aveva dato un taglio. La comicità nasceva dagli atteggiamenti diametralmente opposti dei due neo sposi: per lui era una tragedia, per lei un falso problema. Minimizzava. Faceva spallucce. Non capiva (o fingeva di non capire) qual era il problema. Era donna, adesso, a tutti gli effetti, o no? Che importanza poteva avere una stupida questione anagrafica? Razionalmente, il povero marito cercava di convincersi che le cose stavano veramente così, ma poi ricadeva preda dei suoi dubbi e, dilacerato tra sentimenti opposti, si (la) tormentava con una serie di fantasie e interrogativi scabrosi circa il passato maschile di lei (un altro ossimoro). Scopriva persino che la moglie aveva avuto un figlio, di cui era ovviamente il padre, cosa che acuiva il suo dramma interiore (ergo la comicità della situazione). Da una parte, era sempre innamorato di lei e la desiderava come prima, dall’altra la trovava repellente e la teneva a distanza di sicurezza per evitare il minimo contatto fisico con lei. Attrazione e repulsione. Sistole e diastole. Saliscendi, soprattutto scendi. L’eterno conflitto tra la testa e la panza, secondo una psicologia un po’ elementare, ma che funziona sempre molto bene al cinema. Trattandosi di una commedia, alla fine l’amore prevaleva su tutto. Nelle commedie s’impara ad amare, nelle tragedie a morire. Le commedie sono a lieto fine. Molto spesso si concludono con un matrimonio, o un ri-matrimonio, come succede alla fine di Nessuno è perfetto (dopo un periodo di separazione, marito e moglie si rimettono insieme), sul modello delle commedie sofisticate, tipo Scandalo a Filadelfia. Oppure non c’è sviluppo alcuno, alla faccia di tutti gli sforzi, e si ritorna alla situazione di partenza, come succede alla fine dell’episodio con Boldi e De Sica, presi di nuovo nelle grinfie delle rispettive mogli, che Oldoini e io avremmo scritto dieci anni dopo per Vacanze di Natale ’90. Per il protagonista di Nessuno è perfetto i produttori Luigi e Aurelio De Laurentiis, padre e figlio, hanno pensato immediatamente ad Alberto Sordi. A me e Oldoini non sembrava vero. Solo che 17


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Sordi non leggeva i soggetti. Voleva che gli venissero raccontati a voce. Se scattava qualcosa, se riusciva a vedersi nei panni del personaggio, accettava la parte, altrimenti ciccia. Si fidava solo del suo istinto. Date queste premesse, abbiamo dovuto incontrarlo di persona. Nell’occasione, il regista prescelto per dirigere il film, Pasquale Festa Campanile, ha detto a Oldoini: «Sei bravo a raccontare. Raccontala tu la storia a Sordi». A tale scopo, è stata organizzata una cena a casa di Aurelio De Laurentiis, all’Aventino. A differenza degli altri presenti che lo conoscevano di persona, Oldoini e io Sordi lo avevamo visto solo al cinema, per cui all’emozione di venirgli presentati come due giovani valenti scrittori si aggiungeva quella di averlo davanti in carne e ossa. Era tirato a cera, abbronzato (d’inverno), non un capello (tinto) fuori posto, scoppiettante di battute, elegantissimo. Se stava recitando non se ne faceva accorgere. Naturalmente, tutte le attenzioni erano rivolte a lui. I produttori si erano persino premurati di mostrargli il pesce ancora crudo, in modo che Sordi potesse sincerarsi de visu della sua freschezza e apprezzarne l’occhio vivo e le branchie sanguigne. Solo che i De Laurentiis non avevano il maggiordomo, allora hanno sopperito alla mancanza affidando l’incombenza all’autista, costretto a girare intorno alla tavola col pescione sotto il naso di Sordi, quasi fosse l’inimitabile Jeeves di P.G. Wodehouse. Sordi ha subito avvertito la comicità involontaria, il lato grottesco della cosa, e non ha mancato di rimarcarlo, con malcelata ironia: «Ammazza, sembra de sta’ al castello». Oldoini e io ci siamo dati un calcio sotto il tavolo: la prima avvisaglia. Dopo la cena a base di pesce, ci siamo trasferiti nello studio di Aurelio. Tutto dipendeva da Oldoini, l’aedo, il cantore della serata. C’era tensione. La posta in gioco era molto alta. I De Laurentiis e Festa Campanile ci tenevano tantissimo che Sordi accettasse il ruolo propostogli. Bene, l’esposizione orale di Oldoini è andata liscia fino al punto in cui lo sposino novello compiva la “ferale” scoperta, e invece di affrontare la questione di petto con la moglie preferiva macerarsi in silenzio, tenendosi tutto dentro, anche perché ancora sotto shock. Sordi non era d’accordo. E lo disse come poteva dirlo solo Alberto Sordi: «Io a questa je mando i carabinieri». 18


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Mentre lo diceva si era trasformato, anche fisicamente. Se un attimo prima era l’Alberto Sordi che potevamo aver visto sui rotocalchi, nelle sue apparizioni televisive, o in occasioni ufficiali, d’un tratto era diventato l’Alberto Sordi quale conoscevamo dallo schermo, l’Americano a Roma, uno dei Vitelloni, il marito geloso che prende a sonori ceffoni Monica Vitti in Amore mio aiutami. Oldoini e io siamo scoppiati a ridere. E non abbiamo più smesso. Ci è preso un attacco di riso idiota e irrefrenabile. Il fou rire. Sordi ridacchiava. A un attore comico fa sempre piacere vedere la gente ridere a una propria battuta. Oldoini e io imperterriti. Ridevamo come pazzi. Era più forte di noi. Avevamo gli stranguglioni, le lacrime agli occhi. Come a scuola, quando si rideva in classe del tic del professore proprio perché era proibito farlo. Esilarante. Uno dei ricordi più belli della vita. Ma lì non eravamo a scuola. I produttori e il regista ci fissavano attoniti. Serissimi. Sprofondati in una lunga pausa di riflessione. Non sapendo come frenarci, Oldoini e io siamo usciti precipitosamente dalla stanza, intralciandoci a vicenda. La ridarella è risuonata ancora per un po’ nella casa sull’Aventino. Poi, per esaurimento, siamo tornati seri, quasi insieme, e ci siamo asciugati le lacrime. O Dio Dio! Che cosa avevamo fatto! Si poteva essere più imbecilli di così? Avevamo compromesso tutto. Adesso chi ce l’aveva la faccia di ritornare di là? Era uno di quei momenti in cui uno deve essere uomo. Non si scappava. Facendoci coraggio, siamo tornati dove erano gli altri, i produttori, il regista e lui, Sordi. Eravamo rossi in faccia, ricoperti di sudore, mortificati. «Scusate». Nel silenzio greve, Oldoini e io non osavamo guardare Sordi. Tenevamo gli occhi bassi o guardavamo altrove nel giustificato timore che, incrociando di nuovo il suo sguardo, ci potesse riprendere la ridarola. I De Laurentiis e Festa Campanile avevano un’aria di débacle. Mentre non eravamo presenti, Sordi li aveva informati che non aveva alcuna intenzione di accettare il film. «Spero non per causa nostra», abbiamo detto io e Oldoini. Sordi ci ha rassicurati: «No, è che non fa per me. Io non subisco. Il personaggio di cui mi avete parlato, invece, subisce. Si tiene tutto dentro. Io no. Io esplodo. Io a quella je mando i carabinieri. La sgrugno». 19


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Ecco, l’aveva ridetto! Oldoini e io siamo stati colti da un nuovo attacco di ridarella, ancora più irrefrenabile di prima. I De Laurentiis e Festa Campanile erano increduli. Basiti. Il film stava andando a puttane e noi due sciagurati la prendevamo in ridere. «Non ti faccio più lavorare! Non lavorerai mai più in questa città. Hai chiuso col cinema. Sei finito».In quei momenti terribili, ci risuonava nelle orecchie la tipica frase udita chissà quante volte nei film su Hollywood, anche se lì dove eravamo noi nessuno si prendeva la briga di pronunciarla. In quel momento l’unica preoccupazione per loro era quella di non lasciarsi sfuggire Sordi completamente. Festa Campanile ha tentato di salvare il salvabile proponendogli un soggetto di ripiego, intitolato Un povero ricco. «I poveri non esistono più», Sordi l’ha gelato all’istante. Festa Campanile non ha insistito. Avendo incassato già due rifiuti, ha preferito mandare avanti ancora una volta Oldoini. «Enrico, perché non racconti l’altro soggetto che avete tu e Ferrini?». E così Oldoini, grato in cuor suo per l’occasione che gli veniva data di riscattarsi dalla ridarella, ha raccontato a Sordi il terzo soggetto della serata, incentrato su un uomo anziano che stava per diventare padre per la prima volta quando oramai non ci pensava più (oggi può sembrare normale, ma nel 1980 le cose andavano diversamente). Dopo dubbi e complicazioni a non finire, il bambino nasceva morto, ma l’anziano padre usciva dall’ospedale assieme alla moglie con uno scatto d’orgoglio: «E noi ne facciamo subito un altro!». Con nostra grande sorpresa, a Sordi la storia è piaciuta. E l’ha detto apertamente. Con una precisazione, però: «Questo film lo devo fare più in là. Adesso sono troppo giovane. Dovrei truccarmi da vecchio». Oldoini e io, elegantemente, gli abbiamo assicurato che avremmo tenuto la storia in serbo per lui, senza proporla a nessun altro. E non stavamo bluffando. Bilancio della serata: due no e un sì, o quasi. I produttori e il regista: neri. Oldoini e io invece eravamo contenti. Per noi era stato un mezzo trionfo. Avevamo riso come matti e potevamo andarcene con la soddisfazione non solo di avere conosciuto professionalmente Alberto Sordi ma anche di aver ottenuto il suo placet per una storia nostra. All’uscita, prima di assaporare l’aria fresca della notte, si è riap20


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Memorie di una pagina bianca

palesato “Jeeves”, che era rimasto a disposizione tutto il tempo, e per poco non ci è ripresa la ridarola. Tutto è bene quel che finisce bene, come nelle commedie che si rispettino: i De Laurentiis e Festa Campanile si rifaranno producendo e dirigendo il film con Renato Pozzetto al posto di Sordi. E sarà un grande successo. Per quanto riguarda la storia dell’uomo che diventa padre in tarda età, siamo tornati alla carica con Sordi, a tempo debito, quando non aveva più bisogno di truccarsi da vecchio perché ci avevano già pensato gli anni. Sordi era felicissimo di fare il film, ma purtroppo le cose non sono andate per il verso giusto e Il pupo, titolo di (non) lavorazione, non si è più fatto. Un giorno, mentre cercavamo di rimettere in piedi il progetto, una ragazza che stava con noi si è rivolta a Sordi con una domanda un po’ indiscreta: «Ma lei non ha mai desiderato di avere un figlio?». «No, cara. Ecché, mi metto un estraneo dentro casa? Pussa via!». Abbiamo riso, certo, ma non era più la ridarola di una volta.

Ulisse A Hollywood Questa è la vera storia della trentennale gestazione di C’era una volta in America. Una storia di inganni e disinganni che stranamente ricalca e raddoppia quella del film. Negli anni Sessanta Sergio Leone aveva trovato su una bancarella il romanzo autobiografico Mano armata di Harry Grey, pseudonimo di David Aaronson, un gangster ebreo che lo aveva scritto mentre era detenuto a Sing Sing. Divorandolo pagina dopo pagina, Leone era cascato da cavallo. Non sapeva né come né quando, ma doveva assolutamente ricavarne un film. Aveva già il titolo: C’era una volta in America1. Partito per Los Angeles, si era incontrato con Warren Beatty e

1 In seguito è stato costretto a cambiarlo in C’era una volta in America, perché nel frattempo era uscito nelle sale un documentario con lo stesso titolo.

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C'era una volta il cinema  

Come in un film di Robert Altman, in questo libro, si intrecciano storie diverse, insieme a battute folgoranti, aneddoti gustosi e ritratti...

C'era una volta il cinema  

Come in un film di Robert Altman, in questo libro, si intrecciano storie diverse, insieme a battute folgoranti, aneddoti gustosi e ritratti...

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