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Narratori Francesi Contemporanei

Corpo estraneo


NARRATORI FRANCESI CONTEMPORANEI Collana diretta da Gianni Gremese


HÊlène Lenoir

Corpo estraneo romanzo

Traduzione dal francese di Giulia Castorani

GREMESE


Titolo originale: Pièce rapportée © 2011 by Editions de Minuit Stampa: Tipografica Artigiana – Roma Copyright dell’edizione italiana: 2013 © GREMESE New Books s.r.l. – Roma www.gremese.com Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questo libro può essere registrata, riprodotta o trasmessa, in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo, senza il preventivo consenso formale dell’Editore. ISBN 978-88-8440-764-1


L’ha chiamato per dirgli che era riuscita a trovare due biglietti per quel venerdì sera. Era contenta, si sentiva. «Ma sai benissimo che io non posso, venerdì, quindi faresti meglio a dirmi che hai deciso di andarci con qualcun altro.» «Vedremo, vedremo… Dove sei?» «Ti sto aspettando. È l’una e venticinque e mi piacerebbe ordinare.» «Sì, allora per me l’insalata del giorno e una Perrier al limone, sto morendo di sete! Sono lì fra tre minuti.» Pensierosa, ha spinto la bicicletta sul marciapiede risalendo verso l’incrocio, si è fermata al sole, ha guardato il cellulare, esitato, sospirato, poi con un solo movimento del pollice l’ha richiamato: «Ce l’hai con me…? Eppure non sono in ritardo, e ho anche trovato il tuo DVD, te lo porto, sei contento?». «Ok, allora adesso datti una mossa!» Ma lei si è presa il tempo di appoggiare la bicicletta contro il vetro della pensilina dell’autobus, dove poteva guardarsi mentre si abbottonava la giacca, riavvolgeva attorno al collo le sottili sciarpe dai


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toni dominanti malva, tirava giù la corta gonna pantalone e lisciava sulle ginocchia i collant perfettamente intonati, pensando: ho i miei biglietti, ci andrò da sola, cercherò di rivendere l’altro, o anche no, ho vinto alla lotteria, ho ventiquattro anni, posso pagarmi due posti a teatro solo per me, concedermi per una volta, almeno una volta nella mia vita, il lusso di non avere nessuno accanto, lui – lui che ci viene solo per farmi un piacere, e poi si agita tutto il tempo, oppure si addormenta, stanco morto naturalmente e in ritardo, arriva sempre in ritardo, nervoso, ma guai a me se oso brontolare, lamentarmi perché ho dovuto aspettarlo e poi entrare in sala appena due minuti prima che chiudessero le porte, tutte cose che detesto, e in più devo anche ringraziarlo per essersi tanto affannato per me, è proprio come papà… È l’una e venticinque, può aspettare. Andrò da sola a teatro e gli regalerò il suo DVD di merda, tieni, grande e generosa, sì sì, te lo regalo, mi fa piacere, ho vinto alla lotteria, non lo sapevi…? no, è uno scherzo… La faccia che farebbe se glielo dicessi, come la nonna, la sua faccia quando le ho detto che avevo giocato prima ancora di sapere che avevo vinto, questo, non lo sa nessuno, a parte Claas che del resto non mi ha ancora risposto, e la nonna: non hai alcuna cognizione di quali sono i veri valori, eppure alla tua età dovresti sapere che il denaro si guadagna con il sudore della fronte! Lei che naviga nell’oro senza essersi mai dovuta guadagnare un soldo in vita sua, come mamma e tutte quelle brave donne che hanno fatto un terno al lotto senza aver… e io, se sposo Antoine, se… il mio terno al lotto, è lui, il mio?… 6


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Ha scosso i capelli e li ha stretti in una coda di cavallo con una fascia elastica viola, sorridendo ai due o tre barboni che, dall’ombra dell’ampia tettoia della Fnac sotto cui erano accampati, la chiamavano e la stuzzicavano, in vena di scherzi. Si sentiva carina e, senza controllare l’effetto nel vetro della pensilina, si è messa la borsa sulla schiena sistemandosi la tracolla prima di riprendere la bicicletta e spingerla lentamente sul bordo del marciapiede verso l’incrocio, offrendo il volto al sole, abbagliata da qualcosa di molto più grande dell’eccitazione di andare da sola a teatro venerdì, come se, uscendo da un bosco, si stesse lanciando con la bici in mezzo ai campi di colza, la luce, l’odore e Claas che la aspetta a braccia aperte in fondo al sentiero… Claas, vicino al fienile dove finalmente sarebbe stata lei, sarebbe stato il suo turno, finalmente… Ha inforcato la bicicletta, si è messa in posizione al semaforo per attraversare avenue Niel insieme ai pedoni ed evitare così l’ingorgo dell’incrocio, adesso ha fretta, Claas, sms: se venerdì sera sei a Parigi, ho due biglietti, vieni!… sì: vieni!… Glielo manderò dopo pranzo… oppure adesso?… no, preferisco tenermelo per dopo, Antoine… mi farà bene pensarci mentre lui mangerà, il tempo passerà più velocemente, o più lentamente, in ogni caso meglio, il tempo passerà meglio se so che dopo… E, vedendo l’omino diventare verde, è montata in sella per raggiungere con tre pedalate avenue des Ternes. La moto si era intrufolata fra l’ingorgo di macchine ferme per girare a sinistra, che bloccavano ancora l’incrocio. Claire aveva appena girato l’angolo, accelerando e tenendosi sulla destra. Il tipo ha 7


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strombazzato insultandola da sotto il casco. Senza guardarlo, lei gli ha risposto con un gesto brusco, la mano aperta, morbida, schiaffeggia l’aria appena sopra il manubrio. Lui ha frenato. Lei ha sentito quella massa scura e calda avvicinarsi e sfiorarla tuonando sulla sua sinistra: cado, paura, Anne mia sorella Anne e Claas e Nathalie, mamma e Claas, mamma, rombo acuto del suo grido rosso, arancione, bolide, razzo che si immerge all’improvviso nella gomma elastica, poi duro, nero, e tutto fu silenzio.

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I


Girata verso il finestrino sporco e forse azzurrognolo del treno, Elvire cerca di ricordarsi, di ricostruire con grande precisione l’ultima scena, gesti, parole, e il luogo esatto, la luce, il volto, la voce, non quella fin troppo nota del telefono, ma quella della partenza, la voce di Claire che se ne andava dieci giorni prima, strapazzata dal padre che aveva deciso all’ultimo momento di portarla alla stazione, a patto che si sbrigasse, si spicciasse, si desse una mossa… Non sento altro, lui che sbraita e lei che non osa neanche domandarmi, no anzi, io, io che non oso neanche insistere con lui perché lasci che sia io ad accompagnarla, con calma, come avevamo previsto sin dall’inizio… Aveva le lacrime agli occhi mentre mi abbracciava, o me lo sto inventando? Ci siamo guardate? Abbiamo avuto il tempo e il coraggio di farlo, di salutarci, prenderci dieci secondi per salutarci e lasciare che si spazientisse?… Sicuramente no, e ho dovuto spingerla fuori infilandole cento euro in tasca, vai, presto, non far aspettare tuo padre, non sono neanche sicura di averla accompagnata fino alla macchina perché so che a lui non piace e non volevo esagerare, in modo che il tragitto 11


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fosse almeno passabilmente sopportabile per lei, un quarto d’ora, o forse neanche perché lui pretende sempre di arrivarci in dieci minuti, lui, e mancava ancora più di mezzora prima della partenza del treno… Non so più perché ha voluto farsi carico a tutti i costi di quella corvè, perché accompagnarla alla stazione è sempre una corvè per lui, stufo di fare il tassista alla signorina… ma lascia fare a me, a me fa piacere, no no, tu hai già tutto il suo casino da mettere a posto, è normale dividersi il lavoro… Non ho detto nulla, l’ho lasciata andar via con lui, punita, proprio così, punita e se anche lui adesso cerca di ricordarsi della sua ultima scena, la sua ultima… se lei non si sveglia, se… le sue ultime parole, di Frédéric, le sue ultime parole rivolte alla figlia e il suo sguardo quando l’ha lasciata alla stazione dieci giorni fa… lo sguardo… Ma forse lui ancora non lo sa, il suo cellulare era spento, e quando vede che sono io non ha mai fretta di sapere perché ho cercato di parlargli, come se lo chiamassi in continuazione per un nonnulla… Per fortuna mi ha risposto la segreteria telefonica, non avevo voglia di sentire la sua reazione, mi avrebbe impedito di partire, mi avrebbe supplicato, mi avrebbe ordinato di aspettarlo in modo da andarci insieme in macchina, e durante tutto il tragitto avrei dovuto sopportare i suoi soliloqui e la sua guida violenta, avrebbe sfrecciato sull’autostrada e dopo, negli ingorghi del boulevard périphérique… Probabilmente lo farà fra pochissimo, forse è già partito, deciso a battere il record per cercare di essere lì prima di me, il che fortunatamente è impossibile ma… No. Frédéric non si muoverà… lui… Non voglio pensare a questo, voglio, vorrei po12


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ter piangere, piangere come si deve, sentire qualcosa lì, lì… Tutta quella colza… Non conosce Antoine, «il caro amico di Claire» come ha chiarito inutilmente lui per presentarsi quando l’ha chiamata verso l’una dal taxi che lo stava portando all’ospedale Beaujon, dove Claire era stata trasportata immediatamente, priva di conoscenza, il polso insanguinato e la guancia… era tutto quello che lui poteva dirle. Non l’aveva vista, era arrivato sul luogo dell’incidente dieci secondi dopo la partenza dell’ambulanza. Claire stava uscendo dalla Fnac, dovevano incontrarsi per pranzare insieme, come facevano tutti i mercoledì, in un bistrot di place Saint-Ferdinand, più o meno a metà strada fra i loro uffici, lui lavorava ad Argentine, e dall’avenue de Villiers Claire ci metteva solo dieci minuti in bicicletta, prudente, sì, era sempre molto prudente, ed era stato un pirata della strada, un motociclista, uno stronzo in moto che l’aveva stesa per poi filarsela verso Neuilly, la polizia… Io la stavo aspettando, avevamo appena parlato al telefono, avevo addirittura ordinato per tutti e due e l’ho chiamata almeno dieci volte, finché una signora mi ha risposto e mi ha detto… Ho fatto la strada di corsa ma sono arrivato troppo tardi… io… io sono tanto… ma venga, la prego, venga!… Claire le aveva parlato per la prima volta di Antoine a Natale: gentile, ventisette anni, buona famiglia, ottima posizione, aveva tutto per piacere. Elvire: Non sei innamorata. Claire: No, ma sto bene insieme a lui e penso che lui mi ami. È sufficiente, 13


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no? Elvire: In ogni caso avete tempo. «Sì. È un romantico. Vuole fare tutto secondo la tradizione. Farà il viaggio fino a qui per chiedere la mia mano a papà… presto ci saranno i fiori all’arancia!» «Fiori d’arancio, cara, non all’arancia… Va bene, ma prima dovremo avere modo di conoscerlo un po’, devi portarlo qui e presentarcelo…» «Sì sì.» «E se è di buona famiglia, come dici, anche loro faranno qualche piccola ricerca sulla nostra, per sapere se sei degna di entrare nella loro.» «L’hanno già fatto e sono entusiasti perché anche nella loro famiglia c’è uno zio parroco che conosce molto bene padre Bohlander.» «Tua nonna ne sarà felicissima.» Non aveva osato aggiungere che Frédéric lo sarebbe stato meno e che non era il caso di dirglielo perché lo avrebbe ferito non essere stato menzionato come prima referenza familiare affidabile, visti i suoi meriti e la sua posizione di avvocato, di primogenito. Aveva preferito fermarsi lì e ringraziarla con un sorriso molto materno per quelle confidenze appassionanti, sicuramente eccitanti, ma guarda, quante cose succederanno!… senza metterla a parte delle sue preoccupazioni, abbastanza leggere del resto, perché se Claire non era innamorata e la famiglia di Antoine aveva già cominciato a grattare la santa etichetta Bohlander per esaminare il contenuto della bottiglia, ne sarebbe passata di acqua sotto i ponti prima che apparisse un ridicolo pretendente e che arrivassero i fiori d’arancio. Dio, quant’era sciocca, e così estranea a questo mondo… 14


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Era la terza volta. A ventiquattro anni. Tre tentativi in meno di quattro anni. L’ultima era recente: il settembre precedente, appena otto mesi prima. Copione ben noto. Un cocktail di pillole e compresse varie, una nuova riserva accumulata di nascosto alla farmacia, dove lei pure sapeva di rischiare il posto di semplice preparatrice sottraendo campioni oppure medicinali più o meno scaduti portati dalla gente per aiutare i più sfortunati e che a volte le veniva chiesto di suddividere in base alla data di scadenza indicata su scatole, tubetti, fiale, flaconi… Le capsule e le compresse doveva estrarle una a una dai blister e gettarle tutte nei contenitori per il trattamento speciale dei rifiuti tossici o nocivi. Teschio su etichetta arancione. Era la sua attività preferita, quella che aveva sempre sognato di poter fare per mestiere: contare, selezionare, maneggiare quei piccoli oggetti molto più interessanti delle caramelle o dei bottoni. Infatti, dato che sin da bambina aveva dimostrato una grande passione per quel genere di giochi, quando aveva dovuto scegliere il suo futuro indirizzo professionale Elvire le aveva consigliato di scegliere un lavoro che fosse gratificante per lei, come la produzione di dolciumi, o di gioielli, la sartoria, la moda… Ma Claire non era golosa e non possedeva alcun estro creativo. L’unica cosa che voleva non era neanche fare la farmacista (gli studi erano decisamente troppo lunghi e difficili), ma semplicemente lavorare in una farmacia, vale a dire, diceva suo padre, sorbirsi le lagne dei vecchietti e giocare in eterno alla commerciante senza neanche poter toccare la cassa, ma se ti fa piacere, se è l’unica ambi15


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zione che hai nella vita, vai!, fai!, ma poi non venirci a chiedere l’elemosina piagnucolando perché, se non te ne sei resa conto, dubito che potrai continuare con il tuo stile di vita attuale con i quattro soldi che guadagnerai nel tuo negozio, sempre ammesso che ne trovi uno che accetti di assumerti!… Non contare su di me, ripeteva… Di fronte a lei, ma in realtà Frédéric aveva ceduto alle preghiere di Elvire di fare tutto il possibile per almeno una delle due figlie, e proprio quella, la maggiore, Claire, la più fragile, la più fedele, quella che non era fatta per questa terra… Perché, si chiedeva ora guardando sfilare i campi di colza che si alternavano a distese altrettanto immense di orzo, avena e grano ancora verdi, di altezze e densità diverse sotto un cielo grigio, monotono – perché ho detto così sin dalla sua nascita, quel miracolo di bambina così tranquilla dopo tanti dolori, non fatta per la terra… per anni, come un ritornello, senza mai chiedermi che cosa volesse dire… mentre invece Anne… non so… ho mai avuto per Anne, quand’era piccola?… ho mai pensato, guardandola, a qualcosa che non fosse dare a Claire, se non un fratello, almeno una sorella che invece, Anne, mia sorella Anne?… per sentirla poi dirmelo e gridarmelo insieme ad altre atrocità prima di sbattere la porta… quella porta, quegli insulti e come eravamo, io e Claire, rannicchiate l’una contro l’altra, impietrite, in lacrime, sul divano del salone, incapaci di fare un gesto per trattenerla o di correre per raggiungerla, chiederle di aspettarci, di portarci con lei, diciassette anni, Frédéric era a Parigi, e io ho chiamato Claas perché la accogliesse quando sareb16


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be arrivata da lui, ero sicura che sarebbe andata lì… e Claire… se Claas… se scopre che Claire di nuovo, ma in un modo molto più violento e deciso questa volta, senza giocare con le sue pillole colorate né chiamare in extremis, ma sempre in tempo per poter costruire una tranquillizzante versione ufficiale: gastroenterite, coliche renali, cosa non abbiamo inventato per mascherare quei brevi ricoveri! Tre o quattro giorni di osservazione, la parola d’ordine: osservazione, la teniamo in osservazione, e Bernard, il cognato dottore, che le firmava dei permessi per il lavoro quando usciva, riposo fortemente consigliato, presenza, non lasciarla sola nelle prossime settimane, e io ci sono andata, l’ultima volta, per quasi quindici giorni in ottobre ho vissuto nel minuscolo bilocale, senza sapere come distrarla, chiedendo alle sue amiche o ai cugini di darmi un po’ il cambio e farla uscire in modo che io potessi frugare tra le sue cose e trovare… che cosa ho trovato cercando mio malgrado, su ordine di Frédéric: solo tu puoi farlo, è tuo dovere… Ma tutto, tutto quello che vedevo allora in quell’appartamento, il quarto piano, la finestra, le tende, cinture, bicchieri, fili elettrici, coltelli da cucina, quando si inizia a guardare cosa potrebbe servire a qualcuno che vuole davvero morire… Forse è per questo che non sento niente? Stanca, nauseata, il cuore… per il fatto che non mi sono accorta di nulla? Io, sua madre, non ho… eppure l’ho sentita, l’altro fine settimana, mi sembrava che finalmente stesse cominciando a tornare con i piedi per terra, aveva ripreso la danza, aveva messo su un po’ di peso, sembrava a suo agio, neanche una parola su Antoine e io non ho fatto domande, 17


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sperando che avesse rotto lei stessa e che un altro… sì, ci ho pensato, come se finalmente si fosse innamorata e io volevo, accompagnandola alla stazione se solo Frédéric me l’avesse permesso invece di… Avremmo bevuto qualcosa, l’avrei guardata e le avrei detto… non so… Priva di conoscenza, non vuol dire niente… ma il sangue, la guancia insanguinata, vuol dire il viso… sfigurata?… mia figlia, sfigurata?… Perché si sarebbe gettata sotto le ruote di un motociclista in piena Parigi se avesse veramente voluto…? e il motociclista, lo stronzo in moto, anche lui sarebbe caduto, bici, pedone, cane o gatto, è comunque un urto e ci si ferma per forza, normalmente quando si investe qualcuno… ma lui ha tagliato la corda, Antoine mi ha detto che il tizio se l’è filata… Quindi lei non voleva, questa volta, non ha affatto tentato di… niente affatto, è evidente, lo dirò a Frédéric se sbraita accusandola di aver di nuovo… Lei voleva vivere… Elvire lo ripete a mezza voce scuotendo piano la testa: lei voleva vivere, debole, schiacciata, incapace di interrompersi per pronunciare il mormorio del suo pensiero: lei deve vivere… Fuori, la colza di quel giallo tanto violento ha ceduto il passo a boschetti verdeggianti, piccole valli, giovani fogliami picchiettati di fiorellini pallidi, meraviglie di maggio, viali di carpini, frutteti, una prateria che scivola verso l’ombra di un fiume, l’erba alta piena di botton d’oro e graminacee, il cielo imperturbabilmente insulso, Elvire chiude gli occhi. Suoneria. Spaventata, cerca il cellulare nonostante ce l’abbia in mano da quando è partita, Frédéric?… Antoi18


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ne. È a Beaujon, al pronto soccorso, ma non vogliono dirgli niente… Solo qualcuno della famiglia… non c’è nessuno a Parigi che potrebbe?… «Sì, sì, io, arrivo, sarò lì fra tre quarti d’ora, ma che cos’ha? cosa le stanno facendo? è un buon ospedale?…» Tutte domande alle quali lui ovviamente non poteva rispondere e che, lo sentiva, non facevano che aumentare il suo nervosismo: Vada via, gli dice, non ser ve a niente che lei rimanga lì, al momento solo i medici possono fare qualcosa, lei è stato formidabile ma adesso vada via, è troppo doloroso, la avvertirò appena arrivata, appena avrò qualche notizia, glielo prometto! Sulla scia di questa telefonata, chiama Frédéric, questa volta contrariata di sentire di nuovo la segreteria: Ti ho appena lasciato un messaggio. Claire è stata investita da un pirata della strada, un pazzo, un assassino in moto che è scappato. All’incrocio Ternes-Mac Mahon. È ferita al viso, priva di conoscenza, è tutto quello che so. L’hanno portata all’ospedale Beaujon. Io sono in treno e dovrei arrivare fra un’ora… ma per favore, informati e dimmi… oh, non lo so, ho tanta paura! Riattacca, unisce le mani sul cellulare e le stringe fra le ginocchia, respira lentamente, la bocca semiaperta, concentrata sul respiro, gli occhi chiusi, come se la sua voce e gli sguardi smarriti dei tre o quattro passeggeri seduti non lontano da lei avessero appena attestato la realtà della catastrofe, proiettando lei, Elvire, al centro della sala da ballo quando l’orchestra si ferma e i ballerini si allontanano, le luci si spengono poco a poco in un’alba glaciale, il suo abito cade, lei ha freddo e nessuno… Claas? Mi farebbe 19


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talmente bene sentire la sua voce, anche solamente quella del messaggio registrato della segreteria… Ma a che scopo allarmarlo se nel frattempo Claire si è ripresa, solo un lieve trauma, la guancia, un semplice graffio, tre punti di sutura, e il polso, forse rotto, ma non è grave un polso rotto…

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