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Pablo Gutiérrez Niente è cruciale Traduzione di Anna Mioni «Un romanzo intelligente e brutale, fresco e pieno di luminosa bellezza». El País


gran vía original • narrativa spagnola e latinoamericana


Pablo Gutiérrez

Niente È cruciale Traduzione di Anna Mioni

gran vía


Per la riproduzione fotografica in copertina, successivamente elaborata, l’editore è a disposizione degli aventi diritto non potuti reperire.

Titolo originale: Nada es crucial Copyright © 2010 Pablo Gutiérrez First published in 2010 by Lengua de Trapo SL, Madrid © 2012 gran vía edizioni s.c.r.l. Tutti i diritti riservati Prima edizione: novembre 2012 isbn 978-88-95492-24-7 Progetto grafico: Mirko Visentin | www.spaziosputnik.it


Niente è cruciale


Nessuno mi vedrà del tutto ma nessuno è proprio come lo guardo. miguel hernåndez


Ogni cosa al suo posto: il tavolo bene in ordine, il quaderno e la penna, il rumore forte del mondo ai margini di quel rettangolo con la sua solfa noiosa da baraccone del luna park. È estate, la vecchia apre le finestre e la sempreaccesa assorda il cavedio. Tutta l’angoscia della sua piccola casa (le ore lunghe, il telefono muto, i capelli sporchi) filtra e trasuda, si calcifica dentro di me, si unisce alla lista di bugie e responsabilità che ogni giorno mi perseguitano e non mi lasceranno in pace finché non mi deciderò a mandarle al diavolo e diventare un eremita e coltivare pomodori e allevare galline ed evitare quasi tutto come per esempio la carta igienica la schiuma da barba la sintassi Accorre in mia salvezza un’immagine còlta per strada. Bambini, disegnate questo: due graziose figurine raggomitolate a una fermata dell’autobus, le dita e gli occhi intrecciati. I suoi (di lui) sono bottoni scurissimi; quelli di lei sono sfuggenti come insetti. Sopra la fronte (di lui) aleggia un ciuffo sospeso come un paracadutista. I ricci (quelli di lei) si lasciano spettinare dal vento del sud. È carino, il ragazzo, sembra un soldatino dei fumetti Hazañas Bélicas: la fiamma rossa della frangia, la mascella compatta, gli occhi abbozzati. La ragazza è solo una maschera di ricci, occhiaie scavate, 9


la pancia sferica come un pianeta, tesa come un tamburo. Porta stivali pelosi fino al ginocchio, ha lineamenti da dama delle favole, si chiama Margarita o Marga o Magui. Lui si chiama Lecumberri o Antonio o Lecu. Seduti su una panchina di plastica, aspettano l’autobus, si proteggono, si amano, bisognerebbe essere ciechi per non accorgersene, si amano in un modo stravagante e amplificato: Lecu sostiene la mano di Magui come se fosse un animaletto ferito, Magui percuote dolcemente il suo tamburo provocando piccoli terremoti sulla superficie. Non battono ciglio, non dicono una parola, non lasciano sedere nessuno sulla panchina, né il vecchio che ansima sfinito né la signora che si trascina le borse della spesa. Soffia costante. Dal sud e dai campi e dal depuratore. I ricci e la fiamma rossa, il naso rotondo e le guance bianche puzzeranno di merda se l’autobus tarda, e il loro amore, così propizio e disegnato su un foglio di quaderno, non gli servirà a molto quando quel vento tossico insozzerà tutto, l’elica agra che farà attorcigliare le spirali di dna dentro la scatola armonica di Magui; un vento che si sente solo a quella fermata dell’autobus e che dice agli uccelli delle zone umide: dovete migrare; e ai ragni: dovete essere voraci; e alle api: dovete fabbricare i vostri alveari per ripararvi da me; e agli esseri umani: dovete costruire silos e granai; rimangono lunghi mesi, mesi lunghi d’inverno. In questo non c’è nessuna metafora: gli uccelli sono uccelli, le api api, Magui sente di essere incinta degli uccelli e che un giorno deporrà un grande uovo d’avorio su un cuscino, e loro due passeranno i pomeriggi a guardarlo fisso, e, proprio quando si stancheranno di vegliarlo, si aprirà una crepa a forma di zeta. Dalla crepa uscirà un’unghia, seguita da un dito; dopo il dito, un artiglio coperto di piume e squame, squame e piume come nel Mondoantico, cioè voglio dire molto molto antico. 10


Lecu dirà ha le fauci da bella bimba. Magui dirà ha gli speroni da bimbo buono. Aspetteranno tutti e tre tenendosi per mano, seduti, lì alla fermata dell’autobus (si fa tardi e non arriva, non arriva e si fa tardi), mentre continuano a riempirsi il naso di concime e di tossina, il naso e gli occhi, gli occhi e gli alveoli vuoti dei denti, soprattutto se si fa sera e c’è il vento da sud e dal depuratore dove la città evacua il suo pranzo. Nessuno saprà che ogni sventura di Mondobrutto (le calamità più grandi e le piccole tragedie, di ogni giorno) la produce quel vento vivo, vento caldo come una zuppa bollita che trasporta onde herziane e piombo e mercurio e motori scorticati e voci umanoidi e una parte di materie rare, costante dal sud. Dal sud e dai campi dove matura la frutta innestata e l’avarizia dell’agricoltore che bombarda di solfato i ciuffi del primo germoglio. Seduti, lì seduti alla fermata dell’autobus, belli e mutanti come personaggi di un fumetto, Magui e Lecu attendono che il tempo finisca senza farsi domande ridicole come di cosa campare, o cosa fare quando arriveranno. Magui e Lecu: i miei due eliotropi al solfato, fiorellini secchi tra le pagine di un libro di poesie vaporose, Sono un caso disperato, Contro i ponti levatoi, così vivi sopra il vertice, I formali e il freddo.* Osservo la loro sagoma bicefala e mi sdilinquisco: l’angolo virile del mento di Lecu, la curva fruttifera della pancia di Magui, il contatto delicato di dita contro dita, degli occhi insettivori (quelli di lui) negli occhi catturati (quelli di lei). Mi immagino il buco in cui vivono, le coperte leggere che li coprono, la luce del mattino che gli brulica negli occhi quando Lecu appoggia la sua voce sbiadita, buongiorno, sulla spalla di Magui. Vivo attraverso di loro con rancore di roccia, costruendo i giorni pacifici, le ore felici che a me * Queste e le citazioni immediatamente successive sono poesie e versi di Mario Benedetti. [N.d.T.]

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furono negati, per quanto esista un passato con le sue rose repentine, un blocco da disegno, matite, simulacri che mi servono da sollievo. Sogno tutte queste cose sommerso come un naufrago nelle ondulazioni della sempreaccesa. La groppa del divano è la mia incubatrice, mi protegge; il divano è il baccello in cui dimoro, la sempreaccesa è la lampada che mi scalda, la finestra è il cristallo gelato, il punto di fuga verso il quale si proietta lo sguardo, per quanto mi stringa le tempie per mantenerlo dentro quei venti pollici, si perde. Attraverso di lei percepisco il palpito del mondo, il suo battito vischioso, la corda di vite sostenute dal dolore e dalla paura, mondo brutto e ostile come un porcospino, mondo gremito di orribili storie quotidiane, abissi sottomarini attraversati a tratti da creature luminose. Creature come Magui e Lecu, i miei eliotropi imprigionati tra Controffensiva e A sinistra della quercia. Magui e Lecu: due animaletti stranissimi che custodisco in un astuccio trasparente (non dategli da mangiare dopo mezzanotte). A volte gli soffio piano sopra e gli disegno intorno nuvole grigie e api gialle, e altre volte mi limito a guardarli dalla finestra quando fingono di non essere due eliotropi miei, e nemmeno due figurine di plastilina, ma esseri completi e reali che aspettano l’autobus in questa plaga desolata di Mondobrutto dove ho la mia stalla. Ogni cosa al suo posto, come una cartolina spedita dalle vacanze: il mare calmino al posto del mare, contenuto nel suo bacino come l’occhio di un gigante; lo scoglio fisso al posto dello scoglio. Quando ero piccolo, la spiaggia era tappezzata di vongole, trilioni di vongole grezze e secche che pizzicavano i piedi come spine o scogliere. La mamma le toglieva con le pinzette, curava la ferita con l’acqua ossigenata, non andare in giro scalzo, come ci sono andate a finire proprio lì, quale civiltà di molluschi le abitava, di che èra geologica, da quale Atlantide erano fuggiti? Uno ci cam12


minava sopra e scricchiolavano come noci, probabilmente gli dèi sentivano qualcosa di simile. Prendendo un pugno di sabbia e osservandolo da vicino, si vedeva che erano tutti frammenti, schegge minuscole di vongole amalgamate come il granito, un’abilità titanica che il me stesso bambino non capiva, e che continuo a non capire. Nelle maree di Santiago, a fine luglio, il mare molto mosso entrava nella spiaggia-cimitero, straripava dalla conca come occhio di un gigante, le onde sono enormi e noi, piccolissimi, ci andiamo a sbattere contro rozzamente per farci triturare senza rispetto sopra quel tappeto da fachiri. La sera torniamo a casa come indiani trascinati da un cavallo per tutto il deserto, ceniamo in fretta, crolliamo spossati nel letto, pieni di graffi, punture di zanzara, felici. Adesso invece: la fragilità, il rimbombo della sempreaccesa, tutte le cose che si mettono in fila impegnandosi (e chissà chi le ha reclutate) a farmi dimenticare qualsiasi creatura straordinaria. Mondobrutto è volubile e stolto, i più severamente puniti tra la gente saranno coloro che provano a competere con Allah nell’atto della creazione, perché solo Allah, l’Unico Dio, può creare la vita, e per ciò chiunque disegni o scolpisca un’immagine il giorno del Giudizio ne riceverà l’anima, e nel Fuoco dell’Inferno arderà con ogni immagine che ha creato nella vita terrena, e se ha creato dieci o cento immagini soffrirà dieci o cento volte di più degli altri dentro la fiamma che brucia senza consumarsi, però fa così freddo che permetto ai miei due burattini di stirarsi come gattini, di sgranchirsi, di sparpagliarsi sul tavolo, che si diano quel tipo di baci mentre con il nastro isolante mi lego alla cintola l’esplosivo al plastico delle mie matite colorate. Per me non ci sarà nessun paradiso, nessuna dozzina di imeni intatti che mi aspetta nelle stanze celesti, mi resta solo da trattenere il panico prima che scoppi il botto dello spettacolo di fine festa, e perciò metto tutto al suo posto: Un tavolo di legno di quercia. 13


Pennarelli, etichette bianche in ordine come banconote del Monopoli. Su ogni angolo un numero scritto a matita. In blu scrivo i brutti ricordi. In verde, i desideri della torta di compleanno. Rosso per mamma e papà. Nero per le ragazze che mi passano a fianco e non mi appartengono. Dovrebbe essere così. E invece tutto si mescola, me lo invento tutto con una sola penna e nessuno dei miei fotosogni permane; nessuno, a parte il mio giocattolo Magui, e a parte il mio giocattolo Lecu. Lecu. Antonio Lecumberri era un bambino sporco e sbadato che non si portava mai il grembiule né i pastelli a cera né i biscotti avvolti nell’alluminio che gli altri bimbetti non si dimenticavano mai; e non aveva mai due scarpe uguali. A volte veniva in pigiama e ciabatte, e altre volte non si faceva vedere per un mese perché i suoi genitori, il Sig. e la Sig.ra Tossici, non si ricordavano che quella cosa giallognola respirava e mangiava e faceva la cacca e la pipì, e c’era una scuola dove una maestra benevola lo aspettava per pulirgli la faccia con un asciugamano e dargli, senza farsi accorgere dagli altri bambini, una colazione molto abbondante. Antonio Lecumberri abitava insieme al Sig. e alla Sig.ra Tossici in un terreno abbandonato dove sorgeva la rovina di un antro che era stato di proprietà della madre della Sig.ra Tossici, che per il suo bene era morta prima di conoscere quella schifezza di suo nipote. Quando la Sig.ra Tossici era piccola e sana e faceva un disegno di casa sua, non si dimenticava mai i portavasi e le aiuole dove si accalcavano le piante di geranio, i gelsomini bianchissimi che si abbarbicavano al cancello, gli alberelli nani, il pozzo che 14


aveva l’acqua per davvero, il fico che dava fichi per davvero e le finestre e le porte e i muri che non formavano un antro diroccato, ma un rifugio calduccio e rifinito. Intorno alla proprietà c’era uno steccato di legno che tutte le primavere il papà della Sig.ra Tossici ridipingeva di verde; anche lui era morto tanti secoli prima, e lo Stato gli aveva dato quella casetta perché di fianco doveva passare una nuova linea del treno Talgo e lui era incaricato di sorvegliare che i buzzurri campagnoli non si rubassero i pali d’acciaio e non rischiassero l’osso del collo sotto la catenaria, però alla fine non costruirono più la linea, e la casetta gliela diedero lo stesso perché, tanto, lo spreco era già stato fatto ed erano dei morti di fame e per lo meno suo suocero aveva combattuto dalla parte giusta quando era successa la Grande Eccetera, per questo il rogito era sempre stato a nome di lei anche se era lui che firmava le ricevute in quanto capofamiglia, allora si chiamava così quello che picchiava più duro. La casetta era isolata dai quartieri. Anzi era in culo ai lupi rispetto ai quartieri, come diceva il nonno di Lecu, però con il tempo i quartieri si avvicinarono alla campagna, e quando nacque il piccolo la casetta era già al centro della Città Media e valeva una fortuna, anche se il Sig. e la Sig.ra Tossici, che erano dei pessimi affaristi e pensavano sempre ai fattacci loro, non ne avevano la minima idea. Tutto questo succedeva negli anni Ottanta, quando i tossici dominavano il pianeta e vagavano e s’impossessavano degli edifici e dei terreni abbandonati senza trovare agenzie immobiliari e assistenti sociali che glielo impedissero, o quanto meno non ce n’erano abbastanza per occuparsi della cascata di marmocchi lerci sparpagliati dalle mamme tossiche in giro per Mondobrutto, perché andassero a scuola sempre meno rognosi, stessero seduti composti al loro posticino, ubbidissero docili alle maestre e fossero altrettanto concilianti nel lasciarsi espellere quando combinavano 15


qualche guaio in cortile come, per esempio, pisciare in testa a un bimbo più piccolo strattonare forte il bidello palpare la passerina a una bimba in bagno, cose molto frequenti nei selvaggi anni Ottanta, bambini, non permettete alla sempreaccesa di convincervi che solo a voi è toccato vivere in un’epoca di aggressività smodata, perché è sicuro che prima si mordeva comunque, si picchiava comunque, si mettevano le mani (tutt’e due insieme) dove non si doveva e si inventavano punizioni cruente per i traditori e le femminucce. Non sono i film e nemmeno i videogiochi ultraviolenti a farvi comportare da zombi e ammazzarvi di botte: se noi avessimo avuto le vostre formidabili videocamere, avremmo registrato le stesse bastonate, le stesse ripassate epiche inflitte ai mollaccioni che ci facevano tanto schifo. Ma il plasticoso proiettore Cinexin, purtroppo, non si poteva usare per quello. Proprio come del muschio e dei gigli del terreno abbandonato, di Lecumberri non si occupava nessuno. Né la Sig.ra Tossici né il Sig. Tossici né gli assistenti sociali, nessuno; e se è riuscito a sopravvivere fino a potersi difendere fu grazie a quella Maestra Benevola che a volte se lo portava a casa, gli faceva il bagno, gli comprava vestiti e gli dava da mangiare come a una mascotte. Invece Magui era stata molto più fortunata. Magui. Magui era stata molto più fortunata perché non era nata nella Città Media e Ostile, ma in un paesino di campagna che si chiama Belalcázar. Sostanzialmente, a Belalcázar ci sono prati con vacche marroni un bowling che funge da albergo un castello spelato dal vento che pettina le vacche. 16


Belalcázar è un paese opprimente, ma Belalcázar è una parola armoniosa e squillante, da favola con un bimbo bello, una parola graziosa che ti fa dimenticare il suo stupido bastione di pietra spelata e i suoi prati pieni di vacche idiote che viste a volo d’uccello sembrano cacche enormi, le vacche. Le vie salgono con curve a gomito fino alla piazza oppressa dal bastione con la sua ombra lugubre, e poi scendono ritte per la collina di orticelli e finiscono poco dopo nei sentieri sterrati che portano in montagna, dove si allevano le bestiacce e cresce solo la malerba. Nella piazza c’è una merceria antica che vende calzamaglie di lana grossa e calze glassate come ciambelle, due bar con il tavolino rotondo e le sedie da cinema all’aperto, una fontana con i piccioni, una videoteca che noleggia porno dietro una tendina, una farmacia a fianco della parrocchia e alcuni poveri che si danno il turno per le messe. A fianco della fontana ci sono due panchine sulle quali di giorno muoiono di noia tre vecchi e di notte limonano duro due ragazzini, lui minuto e nervoso come un levriero, lei grassottella come sua madre, quella della videoteca, sono sempre gli stessi. Dato che la piazza è esposta a nord e non le arriva neanche un raggio di sole, lì non si fermano nemmeno i gatti, anzi, soprattutto i gatti evitano di fermarcisi, e, per quanto tutte le vie del paese vi si immettano come buche del biliardo, solo i vecchi e i ragazzini la abitano come templari che fanno la guardia a non si sa cosa. A tal punto che i vecchi potrebbero giocare a sputarsi addosso e i ragazzini a spaccarsi la testa facendo quello che si vede nei film della tendina, e nessuno in paese si accorgerebbe di niente, nemmeno la sciocchina della merceria. Magui abitava vicino alla piazza, per quello non si baciava sulle panchine con nessuno, sua madre l’avrebbe vista subito dalla finestra e l’avrebbe portata via tirandola per i capelli, almeno na17


sconditi un po’ se sei così zoccola, Margarita. Però Magui no, non era affatto zoccola. Magui era una bimba graziosa e felice. I suoi genitori avevano una drogheria dove vendevano bibite, insaccati, dolcetti e trottole, e non chiudevano nemmeno nei giorni festivi per poter comprare alla loro figlia del cuore gli zainetti più carini e le reebook più belle, e per questo Magui era graziosa e felice e sembrava sempre appena uscita dalla doccia, con l’elastico dei capelli coordinato con l’etichetta delle scarpe. Però il tempo passò, bambini, e il Tempo è il corruttore della felicità, come già sapete, della felicità di Magui e della vostra, e sono certo che avete già sperimentato il graffio del suo dente aguzzo: non resterà niente di quei giorni magici e gialli in cui lasciavate che gli altri si schiantassero l’anima mentre voi li contemplavate da una terrazza intonacata, soffia vento da sud, torrido e costante, i panni stesi si agitano come bandiere che fuggono precipitose.

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Pablo Gutiérrez Niente è cruciale Il giovane Lecu sapeva che nessuna felicità dura più di un istante, nessun vantaggio dura troppo, ogni giorno fa buio invariabilmente, ogni scena finisce con una dissolvenza nera e per quanto uno pensi che il mattino arriverà presto, può essere che non succeda mai, può capitare. «Spiccate doti stilistiche e incisivo anticonformismo sociale, morale e letterario fanno di questo romanzo un’opera irriverente e divertente, dotata di acuto umorismo e potente immaginazione». El Mundo «Pablo Gutiérrez scrive bene, straordinariamente bene. Ci sono pagine in questo romanzo che andrebbero celebrate con una bottiglia di champagne». Revista de Libros

ISBN 978-88-95492-24-7

9 788895 492247

Cover design: Mirko Visentin

€ 15,00

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