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Kate Cambor

Gioventù dorata Tre vite nella Francia della Belle Époque Traduzione di Pamela Cologna

gran vía


Per la riproduzione fotografica in copertina, successivamente elaborata, l’editore è a disposizione degli aventi diritto non potuti reperire.

Titolo originale: Gilded Youth. Three Lives in France’s Belle Époque Copyright © 2009 by Kate Cambor Published by arrangement with Farrar, Straus and Giroux, llc, New York, and Marco Vigevani Agenzia Letteraria © 2012 gran vía edizioni s.c.r.l. Tutti i diritti riservati Prima edizione: aprile 2012 isbn 978-88-95492-21-6 Progetto grafico: Mirko Visentin | www.spaziosputnik.it


Giovent첫 dorata

Ai miei genitori, Kathleen e Glenn, e a mio fratello Peter


Siamo una generazione maledetta, condannata a vivere il raggiungimento della maturitĂ come una serie di eventi splendidi e spaventosi le cui ripercussioni permeeranno il resto delle nostre vite. paul valĂŠry, 1922


Introduzione Per il bimbo innamorato di carte e di stampe l’universo è in tutto uguale a un vasto appetito. Com’è grande il mondo alla luce delle lampe, e agli occhi del ricordo com’è rattrappito! Charles Baudelaire, Il viaggio 1

I fiori del male, 1857

Per chiunque passasse sulla strada non era che una serata movimentata come tante altre al Café du Croissant, un famoso luogo di ritrovo per i giornalisti i cui uffici punteggiavano il quartiere industrioso di rue Montmartre. Alle nove il caffè era affollato di avventori, i suoni vivaci delle conversazioni e della musica fluttuavano dalle grandi finestre aperte nella sera afosa. All’improvviso l’aria fu trafitta dal rumore di due colpi d’arma da fuoco, poi il silenzio e infine un solo urlo: «Hanno ammazzato Jaurès!»2 La notizia esplose nelle strade di Parigi come una scarica elettrica. Era il 31 luglio del 1914. Jean Jaurès, un deputato socialista di cinquantacinque anni, era parso alla Francia l’ultima occasione per evitare la guerra che incombeva. La barba prominente e la corporatura massiccia erano ben note nel Paese: per gran parte degli ultimi trent’anni era stato un esponente di spicco del socialismo francese, esercitando instancabilmente le sue veementi abilità oratorie e il suo acume politico in difesa dei più bisognosi. La sua fama aveva raggiunto nuove vette nel 1895, durante il famigerato sciopero di Carmaux, con la difesa appassionata dei minatori trattati brutalmente, e poi ancora qualche anno dopo, quando era intervenuto nel vortice 9


politico dell’affaire Dreyfus, prima a nome del capitano accusato e poi del suo illustre difensore, lo scrittore Émile Zola. Ma dopo una vita passata a superare impavido e fiducioso le battaglie politiche ed economiche del momento, il socialista ormai invecchiato osservava impotente il dissolversi degli impegni presi dal socialismo internazionale, a cui aveva dedicato la propria vita perché essi fossero garantiti, di fronte al richiamo inebriante del nazionalismo. I suoi sforzi pubblici per evitare che la Francia fosse coinvolta in ciò che chiamava “le selvagge avventure balcaniche” avevano provocato l’ira di molti. Gli attacchi dei giornalisti monarchici Léon Daudet e Charles Maurras erano stati evidenti e velenosi: lo avevano accusato di tradimento, di spionaggio, di essere un nemico dello Stato. Persino gli amici e i precedenti ammiratori avevano iniziato ad attaccarlo per il suo rifiuto ostinato di appoggiare la guerra. Il suo ex protetto, il giovane scrittore Charles Péguy, era così infuriato da dichiarare che l’unico modo per fermare il leader socialista era sovrastare la sua voce con rulli di tamburo, proprio come i nemici della Rivoluzione francese erano stati messi a tacere sulla strada per la ghigliottina. Jaurès aveva trascorso il giorno camminando su e giù per i corridoi della Camera dei Deputati, implorando i vari ministri e parlamentari di mostrare equilibrio di fronte alla crescente pressione internazionale che spingeva a una partecipazione della Francia nel conflitto europeo al fianco della Russia alleata, la quale si era preparata alla guerra fin dall’assassinio in giugno dell’arciduca Francesco Ferdinando da parte dei nazionalisti serbi a Sarajevo. Quando ritornò deluso e sfinito negli uffici del giornale socialista «L’Humanité», Jaurès annunciò alla redazione l’intento di scrivere un nuovo J’accuse, un ultimo disperato tentativo per cambiare il corso della storia appellandosi al pubblico, come Émile Zola aveva fatto con successo durante l’affaire Dreyfus. Ma i suoi amici per primi, rendendosi conto di quanto pesassero gli eventi recenti 10


sul loro mentore, insistettero per riunirsi al Café du Croissant per rilassarsi e fare progetti. Si raccolsero intorno a un tavolo vicino alla finestra, chini l’uno sull’altro e sul cibo, mentre si sforzavano di udire le loro voci al di là del frastuono. Intenti nella discussione, non notarono il giovane pallido con la barba e la cravatta morbida appostato appena fuori, sul marciapiede. Era Raoul Villain, un ex seguace delle dottrine di Maurras, di Daudet e del loro gruppo monarchico e nazionalista, Action française.3 Già riconosciuto mentalmente instabile, pedinava Jaurès da settimane, in attesa del momento in cui avrebbe liberato la Francia dall’uomo che Action française aveva dichiarato nemico dello Stato. Mentre veniva servito il dessert, un compagno di Jaurès mostrò al deputato una fotografia di sua figlia. Jaurès si complimentò con il padre orgoglioso, ma all’improvviso, dopo essere tornato al suo dolce, la vetrata della finestra alle loro spalle venne giù con uno schianto e una figura emerse dall’oscurità. Villain prese la mira e sparò due colpi alla nuca del suo bersaglio. Jaurès, sanguinante e privo di sensi, si accasciò sul lato sinistro, mentre nel caffè scoppiò il panico e la confusione. Villain fu arrestato immediatamente. Quando arrivò il dottore, Jaurès era già morto. La folla che aveva cominciato a formarsi di fronte al caffè osservava attonita la barella sospesa e candida che trasportava il corpo nell’ambulanza. Un silenzio triste e strano discese su rue Montmartre. Quando la vettura con il carico insanguinato cominciò ad allontanarsi, gli astanti proruppero in un urlo di rabbia e tristezza. «Jaurès! Jaurès! Jaurès! Evviva Jaurès». Ma per altri osservatori l’evento ebbe un significato più immediato. «Hanno ammazzato Jaurès! Significa che siamo in guerra». La notizia della morte di Jaurès apparve sui giornali di Parigi il giorno dopo, sabato primo agosto. Quello stesso pomeriggio, il 11


governo francese e quello tedesco diedero l’ordine di iniziare una mobilitazione generale che sarebbe entrata in vigore l’indomani a mezzogiorno. La sera, a Parigi e nelle città francesi, si vedevano gruppi di giovani, riservisti di ogni classe sociale, marciare verso le stazioni ferroviarie mentre i civili salutavano e applaudivano, rassicurando sé stessi e loro che i ragazzi sarebbero tornati presto e vittoriosi. Molti accoglievano la prospettiva della guerra senza paura, quasi con un senso di sollievo: finalmente avevano la possibilità di vendicarsi del Paese che circa quarant’anni prima aveva assediato Parigi, sottraendole due province nell’Est. La sconfitta della Francia nel 1871 aveva gettato un’intera generazione di francesi in una spirale di amarezza e crisi di coscienza cui solo una possente vittoria militare poteva porre rimedio. L’incubo era iniziato il 19 giugno del 1870, quando l’imperatore francese Napoleone iii aveva dichiarato guerra alla Prussia, dopo anni di crescente tensione politica tra le due nazioni. Gli altri Stati tedeschi si unirono rapidamente al conflitto al fianco della Prussia, e presto le forze francesi furono sovrastate in numero e in abilità dal superiore potere militare dei loro nemici, guidati dal brillante stratega e statista Otto von Bismarck. La serie di vittorie schiaccianti della Germania nella Francia orientale culminò il 2 settembre del 1870 con la battaglia di Sedan, in cui Napoleone iii e il suo esercito furono catturati. Quando la notizia di Sedan raggiunse Parigi, le masse proclamarono la Repubblica e si formò un governo di difesa nazionale. L’esercito prussiano subito dopo prese d’assedio Parigi. Malgrado avessero sopportato un duro inverno in cui si era velocemente diffuso uno stato di carestia, i parigini assediati resistettero fino all’8 gennaio 1871. Il 28 gennaio, dieci giorni dopo la proclamazione dell’unificazione degli Stati tedeschi, fu firmato un armistizio tra le due nazioni. Oltre a pagare un’indennità considerevole ai vincitori, il nuovo governo francese concesse al neonato impero germanico anche 12


le province orientali dell’Alsazia e gran parte della Lorena. I parigini, che avevano tollerato l’esercito prussiano per quattro mesi, si indignarono per la disinvoltura con cui le province erano state cedute dietro richiesta dei vincitori. Il 18 marzo dello stesso anno insorsero contro il nuovo governo francese, dando così inizio a un’aspra guerra civile nota come la Comune, che durò fino a metà maggio e lasciò cicatrici dolenti nella psiche della nazione, che nei decenni successivi covò un risentimento profondamente radicato e un desiderio di cancellare il ricordo di quella sconfitta umiliante e avvilente. Di conseguenza, quando nell’estate del 1914 fu offerta ai francesi l’occasione di pareggiare i conti con i vicini dell’Est, molti l’accettarono di buon grado. Il giorno stesso in cui iniziò la mobilitazione generale, il movimento ultranazionalista Action française diffuse una dichiarazione in cui si negava che l’assassino di Jaurès fosse un loro affiliato. Eppure, temendo rappresaglie e non disposto a correre rischi, il quarantasettenne Léon Daudet abbandonò precipitosamente Parigi e si trasferì nella Turenna col fratello minore Lucien. Se pubblicamente Léon negò qualsiasi responsabilità, di certo non versò neanche una lacrima per il politico caduto. Mentre Jean Jaurès aveva cercato disperatamente di mettere insieme un piano di pace, Léon Daudet e i suoi collaboratori di Action française avevano soffiato sul fuoco della guerra. Léon aveva spesso dichiarato che Jaurès era una minaccia, qualcuno da “eliminare”. Ma lo aveva detto di molti; gli agenti tedeschi erano dappertutto, Léon e i suoi colleghi avevano informato i loro ansiosi seguaci: un’alleanza improbabile di aristocratici decaduti, sbigottiti dalle richieste di democrazia, bottegai nervosi in cerca di capri espiatori per le loro disgrazie economiche e giovani teppisti che morivano dalla voglia di menare le mani. Léon non aveva mai avuto paura di creare polemiche, al contrario, ne traeva profitto e vi aveva costruito sopra un’intera carriera. Aveva iniziato presto, attaccando nel suo 13


romanzo, Les Morticoles del 1894, il mentore e amico di famiglia Jean-Martin Charcot, insieme alla professione di medico a cui Léon era stato un tempo destinato. Progredendo nella carriera, a poco a poco cominciò a prendere di mira chiunque considerasse “antipatriottico”: maggiore era l’importanza del politico, la protezione del capitano d’industria, maggiore lo zelo con cui Léon lo perseguitava e l’orgoglio che provava quando vedeva crollare il suo bersaglio. E ora che la nazione ansiosa gettava lo sguardo a Est, le sue accuse di collusione e di tradimento con il nemico tedesco sembravano attendibili, persino profetiche. Léon fissava il buio della notte dal finestrino dell’auto, mentre suo fratello Lucien dormiva un sonno agitato accanto a lui. Si sentiva incerto e irritato. Guardando nel vano oscuro, pochi avrebbero indovinato che quell’uomo di mezza età fosse uno dei più controversi istigatori politici della Francia. Con i folti baffi a manubrio, le guance bene in carne e una circonferenza in costante aumento – risultato inevitabile e altamente pubblicizzato di troppi eccessi e bagordi notturni – Léon aveva l’aria di essere affabile. Il suo amore per le parole era quasi rabelesiano. Si rovesciavano una sull’altra, a volte in modo generoso, a volte con crudeltà adolescenziale, nei libelli, negli editoriali e nei romanzi mediocri che si ostinava a scrivere. Ma per comprendere appieno la forza di Léon, la sua assoluta vitalità, bisognava vederlo nel suo elemento naturale: sul palco di fronte a un pubblico. Era là che, arringando e blandendo gli astanti posti in uno stato febbrile di indignazione e fervore, convincendoli di cospirazioni ebree, minacce socialiste e della possibilità di riscatto monarchico, dimostrava il potere delle parole, il potere di suscitare paura e disprezzo, il potere di galvanizzare. Era anche il Léon Daudet del campo di duello, un luogo che la sua propensione allo scherno spietato e alle accuse infamanti lo avevano costretto a frequentare in numerose occasioni. Ma non mancavano le conseguenze di una vita priva di censure e 14


freni, conseguenze che ora, in viaggio verso la casa di famiglia a Orléans, lo opprimevano. Il pubblico, Léon lo sapeva, era volubile, e quello che ieri era un atto di patriottismo poteva diventare alla svelta, nelle mani di un collega giornalista, il tradimento di domani. Essere lontano dalla capitale in un momento come quello, con la guerra alle porte, era cosa ridicola e mediocre per un uomo abituato a essere al centro dell’azione. Un bagliore di luci e il rumore del metallo contro il metallo furono le ultime impressioni di Léon, prima di essere catapultato fuori dall’auto. Il veicolo era stato colpito da un carro che sopraggiungeva. Caduto in un fosso vicino, Léon giaceva a terra stordito, mentre il sangue gli sgorgava da una grossa ferita alla testa. Lucien, che se l’era cavata con lievi tagli e qualche livido, si precipitò sul fratello riverso. Fortunatamente, qualche istante dopo, arrivò un’auto: era la vettura della principessa de Broglie, una rossa vivace nota nell’alta società parigina per le sue stravaganze, in viaggio verso il suo château nella valle della Loira. L’autista e i fratelli Daudet furono spinti nella limousine della donna e portati rapidamente nel vicino paese di Artenay, un tranquillo villaggio nascosto fra le colline ondulate e i campi di frumento della Beauce, a venti chilometri da Orléans. Il medico del paese, il dottor Naudet, stava ultimando i preparativi per unirsi al proprio reggimento e partire per la guerra, quando la comitiva inzaccherata e ferita si presentò alla sua porta. Che ironia che quel giovane, in procinto di partecipare a un conflitto internazionale che avrebbe portato a una carneficina indicibile, dovesse prendersi cura del cranio fratturato di un uomo corpulento di mezza età, i cui articoli e discorsi avevano salutato con tanto cieco entusiasmo la prospettiva di una guerra. Dopo aver lavato con l’alcol la ferita aperta e averla chiusa con ventidue punti, il dottor Naudet avvertì che bisognava solo aspettare. Léon 15


scivolò in uno stato di incoscienza e non si risvegliò per oltre tre settimane. Il giorno dopo aver prestato le cure al suo famigerato paziente, il dottor Naudet si unì ad altri uomini del suo villaggio e partì per la capitale, dove il treno li portò a Est verso la Germania e, probabilmente, la vittoria. Mentre madri e padri in tutta Europa dicevano con coraggio addio ai loro figli, la famiglia di Léon continuò a vegliare su di lui, pregando che riprendesse conoscenza. E finalmente, sfidando i sinistri pronostici dei medici, Léon emerse dal sonno. Doveva solo riposare e rimettersi. Com’era frustrante starsene immobili, lontano dagli amici e dai colleghi a Parigi, dalle notizie su ciò che accadeva, soprattutto ora che il Paese era mobilitato per la guerra. In ogni caso, era troppo vecchio per essere arruolato e troppo debole, al momento, per ingaggiare la consueta battaglia retorica contro gli innumerevoli nemici della Francia. E così Léon vedeva dalla finestra della sua camera da letto le strade del paese, un tempo tranquille, riempirsi di auto cariche di parigini preoccupati, stanchi, in fuga dalla capitale al diffondersi della notizia dell’avanzata dell’esercito tedesco. Osservava, aspettava e pianificava il suo ritorno. A centinaia di chilometri dalla casa di famiglia dove i Daudet si prendevano cura di Léon e attendevano con ansia notizie da Parigi, il quarantasettenne Jean-Baptiste Charcot se ne stava sul ponte della sua nave a tre alberi a solcare le acque al largo dell’Islanda, dopo aver dato l’ordine di cambiare rotta e di tornare a Cherbourg. Gli occhi scuri e la figura snella, i folti baffi irti sul labbro superiore e la barba sapientemente curata e ben appuntita trasmettevano a un tempo forza e imponenza. Aveva appena ricevuto la notizia che il suo Paese stava entrando in guerra, quindi non vi era alcun dubbio: doveva tornare a casa insieme ai suoi uomini. L’equipaggio – Jean-Baptiste e i suoi ufficiali erano a capo 16


di una squadra di marinai in addestramento per diventare capitani – era necessario per difendere la Francia, ma non solo. Anche la nave, la famosa Pourquoi-Pas?, che aveva resistito a molti iceberg insidiosi dell’Antartide e ai flutti implacabili dell’Atlantico, poteva senz’altro essere utile nella difesa delle coste francesi. Onore e Patria: questo era il motto della nave e in nessun’altra occasione quelle parole avevano suscitato un tale sentimento in quegli uomini. Ma nel momento stesso in cui ogni pensiero era rivolto a Sud, alla Francia e a un continente sull’orlo di una calamità internazionale, Jean-Baptiste non poteva fare a meno di riandare con la mente alle acque dell’Artico che quell’estate non avrebbero più solcato. Senza dubbio stava ripensando al suo primo viaggio in quella regione, quando nel 1902, all’età di trentacinque anni, aveva perlustrato l’isola disabitata di Jan Mayen nel mar Glaciale Artico. Era stata la sua iniziazione al mondo bizzarro e ammaliatore delle regioni polari, un luogo incontaminato e naturale, a un tempo solitario e grandioso, sinistro e magnifico. Jean-Baptiste avrebbe sentito il richiamo di quelle terre inimmaginabili per il resto della sua vita. Ora, poiché la distanza tra lui e le acque del Nord era maggiore, si chiedeva se avrebbe mai trovato il modo per tornare ai confini della terra. L’estate del 1914 era cominciata in modo abbastanza tranquillo. Naturalmente, Jean-Baptiste era a conoscenza delle voci e delle tensioni. Anche nei corridoi polverosi e silenti e nelle sale rivestite da spessi pannelli dello Yacht Club di Parigi, dove Jean-Baptiste trascorreva molto del suo tempo a organizzare le spedizioni scientifiche e a promuovere l’esplorazione dell’Artico, le conversazioni sulla questione imminente si erano intrufolate in tutti gli altri discorsi. L’ingresso del famoso esploratore, che aveva guidato la prima spedizione antartica francese nel 1903 e un’altra nel 1908, provocava sempre nei soci e negli ospiti del club sguardi di ammirazione e toni sommessi: ora tutti erano ansiosi di conoscere la sua 17


opinione sulla migliore linea d’azione per la Francia. Ma i discorsi di politica, di primi ministri stranieri e di dispute territoriali, di munizioni e di spostamenti di truppe non erano mai stati argomento d’interesse per lui. In realtà, Jean-Baptiste non vedeva l’ora di intraprendere il suo viaggio estivo a bordo della Pourquoi-Pas? per poter sfuggire – anche solo per un breve periodo – alle disgrazie del continente. Sapeva ormai che un’altra spedizione antartica era fuori discussione: era troppo vecchio e stanco per quelle prove estenuanti. Ma c’era ancora tanto da vedere e da scoprire, e le acque gelide tra l’Islanda e la Groenlandia rappresentavano un terreno fertile, sebbene più modesto, per uno scienziato e un esploratore come lui. Negli ultimi due anni, divenuto prudente con l’età, si era dedicato al nuovo incarico di capitano di una missione istruttiva per addestrare giovani reclute, a bordo della nave che con successo aveva superato un viaggio di andata e ritorno in Antartide. Solo sette anni prima la Pourquoi-Pas? era stata presentata come la nave più veloce e superba che avesse mai affrontato la sfida antartica. Jean-Baptiste non aveva badato a spese nel farla costruire. Lunga quaranta metri, era un’elegante tre alberi di 460 tonnellate, realizzata interamente in quercia e coronata da un’intricata rete di funi, traversi e vele. Viaggiava a sette nodi se il tempo era buono, con un motore da 550 cavalli vapore, a undici nodi con le vele in mare aperto. Jean-Baptiste si era raccomandato affinché fosse in grado di resistere alle condizioni estreme di un’esplorazione antartica, per cui ogni cosa era stata realizzata con una solidità tripla rispetto a una nave comune di pari tonnellaggio. Al di là dei risultati strutturali, Jean-Baptiste era molto orgoglioso dei suoi due laboratori, colmi di becher e banchi di lavoro, e della biblioteca, che vantava una collezione di quasi duemila opere letterarie e scientifiche. La Pourquoi-Pas? era la sua nave, la realizzazione matura dei sogni che, da ragazzino, lo avevano tenuto sveglio di notte. Ora 18


Jean-Baptiste provava a un tempo conforto ed emozione nell’osservare quei giovani marinai imparare il mestiere sulla nave che lo aveva tanto sostenuto nelle precedenti spedizioni. I suoi uomini, soprattutto chi aveva rischiato tutto pur di condividere il suo sogno di esplorare l’Antartide, erano sempre stati il vero cuore dell’impresa.4 Jean-Baptiste si era preso cura di loro come fossero figli suoi. Eppure, mentre adesso li udiva uggiolare e acclamare alla notizia della guerra, infiammarsi al pensiero dei crucchi che avrebbero ucciso, della gloria che ne avrebbero ricavato, sentiva che si stavano allontanando da lui. I sogni di esplorazione avevano abbandonato le loro menti. I giovani avevano lasciato i laboratori e gli osservatori. L’unico loro pensiero era fare presto ritorno a casa, ma per andare in guerra, non dalle famiglie. Onore e Patria: forse avevano ragione loro, forse era giunto il momento di accantonare i sogni dell’Artico. Jean-Baptiste sperava di fare il proprio dovere nel conflitto imminente, ma non poteva fare a meno di pensare che era una guerra per giovani e ingenui. Mentre osservava i volti dei suoi uomini, rivolti ora speranzosi alla Francia, lottava in preda a sentimenti contrastanti. Orgoglio paterno. Un pizzico di fastidio. Un presentimento. Cosa sapevano della guerra, dopo tutto? A malapena ne sapeva qualcosa lui, solo fugaci ricordi d’infanzia: l’immagine di una cameriera che si precipita a fare le valigie; il rumore delle dita che armeggiano con le chiusure dei bauli; la pressione della mano di sua madre sulla testa che lo ammonisce di stare zitto e fermo; il rumore delle ruote della carrozza e il fragore degli zoccoli dei cavalli sul selciato, mentre la famiglia viene allontanata da Parigi, dal bombardamento e dall’avanzata inesorabile degli eserciti prussiani nel 1870. Quei giovani marinai, quei ragazzi, non sapevano ancora nulla della precarietà della vita: lo stesso Jean-Baptiste aveva iniziato a comprenderla davvero solo in Antartide. Anche laggiù, nei luoghi più incontaminati, non si poteva sfuggire alle 19


intrusioni pericolose del mondo moderno o all’implacabilità degli uomini. Esaurite le provviste, quante foche avevano ucciso? E che dire dei cacciatori di balene, il cui macello meccanizzato aveva riempito la baia dell’isola Deception delle carcasse di quelle creature enormi e del puzzo disgustoso di morte? Erano solo animali, ma la loro vulnerabilità di fronte ai bisogni insaziabili dell’uomo lo aveva turbato. “Perché l’uomo è destinato a fare del male ovunque vada?” si era chiesto nel suo diario il 30 dicembre 1908.5 Se la natura poteva sembrare crudele, gli uomini potevano esserlo ancora di più, e quei brevi momenti di violenza che aveva visto in Antartide – violenza a cui lui stesso a volte era stato costretto a prendere parte – lo avevano lasciato quasi smarrito. E adesso stavano governando la Pourquoi-Pas? per riportarla in Francia, verso nuove occasioni di violenza contro altri uomini. Davanti all’entusiasmo dei suoi allievi, Jean-Baptiste si sentiva nervoso, stanco, spaventato e, sì, alquanto vecchio. Mentre la Pourquoi-Pas? avanzava verso la Francia, una donna sedeva da sola nel suo grande appartamento riccamente adorno, al 171 di rue de la Pompe, nel 16° arrondissement. Le pesanti tende di velluto erano chiuse sul sole del tardo pomeriggio che avrebbe dovuto fluire attraverso le grandi doppie finestre. Immobile e al buio, ella ignorava che la città era stata travolta da attività vorticose. Ma se per le strade la tensione e l’eccitazione erano palpabili, nell’appartamento una pesante immobilità gravava sulla donna vestita di nero. A Jeanne Hugo avevano sempre detto di essere bellissima. Suo nonno, il famoso Victor Hugo, l’aveva resa immortale con la sua Jeanne au pain sec (Jeanne sul pane secco), la creatura incantevole e singolare che aveva ridato la luce agli occhi invecchiati dello scrittore. Era impossibile contare le volte in cui era stata fotografata o ritratta, l’immagine perfetta della leggiadra devozione 20


infantile. La sua bellezza, con gli anni, non era che aumentata. I capelli folti e castani e i vivaci occhi azzurri avevano conquistato molti ammiratori già al tempo in cui era solo un’adolescente. Gli amici di suo fratello Georges – Léon Daudet, Philippe Berthelot e Jean-Baptiste Charcot – avevano fatto ogni sforzo per sedurla. Jeanne aveva provato una gioia disinvolta per quelle attenzioni, come avrebbe fatto qualsiasi ragazzina. Ma chiunque quel giorno l’avesse osservata in quella stanza cupa, mentre il mondo precipitava verso la guerra, avrebbe visto solo l’ombra della passata bellezza. La giovane reginetta, che ballando e sfavillando si era fatta largo tra i ricevimenti più eleganti e tra i sontuosi saloni della Parigi a cavallo dei due secoli, aveva lasciato il posto a una malinconica donna di quarantacinque anni, con i capelli ingrigiti. L’aspetto, una volta ammirato per la sua floridezza, ora era divenuto grassoccio, e gli occhi, che un tempo brillavano intensi, ora fissavano vuoti. Jeanne aveva l’aria della persona sconfitta. Dopo soli otto anni di matrimonio, aveva seppellito ai primi di aprile il terzo marito, Michel Nègreponte. Era stato il grande amore della sua vita e la sua morte l’aveva fatta precipitare in una profonda solitudine. Si erano conosciuti quando lei era solo un’adolescente. L’incontro era avvenuto nell’elegante dimora del grande Ferdinand de Lesseps, l’architetto artefice del trionfo del Canale di Suez, il cui figlio aveva sposato la madre di Michel, un’ereditiera greco-egiziana. Jeanne e Michel, che a quel tempo era un cadetto greco, studente all’Accademia militare di Saint-Cyr, avevano ballato insieme tutta la sera. L’affinità tra loro era stata istantanea ed elettrica. Ma la madre di Jeanne aveva previsto altro per lei, un matrimonio con un francese di ottima famiglia, qualcuno con amicizie e origini illustri. Ogni cosa venne così organizzata perché Jeanne stringesse amicizia e sposasse Léon Daudet. Léon aveva preso a frequentare gli stessi circoli esclusivi dei giovani Hugo e del loro amico 21


comune, Jean-Baptiste Charcot. L’unione dei due grandi nomi della letteratura, Daudet e Hugo, fu celebrato ampiamente come la fusione trionfante di due grandi dinastie repubblicane. Ma né il matrimonio né la nascita di un figlio furono in grado di tenere in piedi la coppia in difficoltà. Divorziarono qualche anno dopo. Jeanne trovò conforto nell’amico d’infanzia Jean-Baptiste Charcot, che presto ammise di averla sempre amata a distanza e che adesso voleva sposarla. Lei gli spiegò che il suo cuore apparteneva a un altro. Nonostante quella confessione, Jean-Baptiste volle comunque sposarla, con la speranza che il suo amore e la sua devozione sarebbero stati sufficienti a sostenere entrambi. Anche quel matrimonio fallì: le assenze frequenti di lui per i viaggi in mare allargarono il divario che esisteva tra loro fin dal principio. Fu solo all’età di trentasei anni che Jeanne ritrovò finalmente l’ufficiale che aveva conosciuto a una festa tanti anni prima. Anche lui si era sposato, con un’attrice greca di nome Eugenia Antoniadis, e aveva divorziato, ma non aveva mai dimenticato la giovane donna con il viso angelico e la grande reputazione che lo aveva profondamente sorpreso nell’annunciargli, con orgoglio e voce imperiosa, di essere la nipote di Victor Hugo. Il destino le aveva inferto un duro colpo strappandoglielo prima che potessero invecchiare insieme. E ora, mentre i figli della Francia si erano mobilitati, lei rimaneva chiusa nel suo dolore, incapace di muoversi, restia a immaginare che qualsiasi crisi internazionale potesse essere annichilente quanto la sua perdita personale. Durante quell’estate del 1914, quando l’intera Europa si era lanciata con entusiasmo terrificante nell’esperimento orribile della guerra moderna, Léon Daudet, Jean-Baptiste Charcot e Jeanne Hugo si trovarono imprevedibilmente relegati ai margini, una condizione a cui non erano abituati. Erano cresciuti nel mo22


mento di massima affermazione della Terza Repubblica; la loro comprensione del mondo e il posto che vi occupavano erano stati forgiati dalle conversazioni con presidenti e filosofi, con pionieri delle arti e delle scienze. Avevano frequentato i ricevimenti più eleganti e trascorso le vacanze nelle località turistiche europee più in voga, passando attraverso le sfere più alte della società parigina con la disinvoltura che proveniva dal loro lignaggio. I loro padri (o, nel caso di Jeanne, il nonno) – il popolarissimo scrittore Alphonse Daudet, il neurologo Jean-Martin Charcot, rinomato in tutto il mondo, e l’immortale Victor Hugo – avevano gettato lunghe ombre non solo sui propri figli, ma anche su un’intera generazione di francesi. Alphonse Daudet, Jean-Martin Charcot e Victor Hugo contribuirono a ridefinire i rispettivi campi di indagine e in questo modo accompagnarono i connazionali fino agli ultimi anni del xix secolo, infondendo loro fiducia. Da bambini, Léon, Jean-Baptiste e Jeanne avevano visto quegli uomini corteggiati da imperatori, intrattenuti nei salotti più esclusivi, lodati dai loro contemporanei come eroi e tesori nazionali. Ma il passaggio del testimone da una generazione all’altra non avvenne senza complicazioni: crescendo nel bagliore rifratto della celebrità delle loro famiglie, Léon Daudet, Jean-Baptiste Charcot e Jeanne Hugo avrebbero lottato per sempre con il fardello della loro gioventù dorata e con la pressione di aver ereditato un patrimonio di grandezza che non era il loro. Come discendenti dei tre più grandi rappresentanti del successo francese del xix secolo, erano determinati, più di altri, a trarre vantaggio dalle promesse del secolo nascente. Per questo motivo sentirono più profonda la delusione e il disorientamento di una generazione che aveva scoperto l’inadeguatezza moderna della fede nella scienza e nel progresso, che aveva invece sostenuto in larga misura i loro padri. Appartenevano a una generazione che era passata per gli estremi: dalle nobili certezze della Belle 23


Époque all’incubo della Prima guerra mondiale, dalle turbolenze degli anni tra le due guerre al rumore dei soldati tedeschi in marcia per le strade di Parigi all’inizio della Seconda guerra mondiale. Le loro vite offrono uno spaccato eccezionale delle speranze e delle disillusioni di una generazione e delle sfide universali che affiorano tra i sogni della giovinezza e la realtà dell’età matura, tra le aspirazioni di grandezza e le paure della mediocrità. Erano cresciuti con determinate aspettative, ereditate e autoimposte, su sé stessi e sul mondo. Queste attese sarebbero state messe in discussione e capovolte. Le fantasie infantili cedettero il passo ai compromessi dell’età adulta: matrimoni brillanti finiti in divorzio, carriere abbandonate e una politica che portava all’ostracismo, all’esilio e persino alla guerra. La nuova generazione di scrittori e politici che li circondava era impegnata in una battaglia di proporzioni epiche e edipiche: la posta in gioco era il cuore e l’anima della Madre Francia. Costretti a confrontarsi con le inquietudini dovute all’influenza circostante, i tre giovani passarono dalla gioventù dorata, nel momento culminante della società della Terza Repubblica, alle varie aree dominate dalla destra, alle esplorazioni polari e all’autosegregazione domestica. Le ricerche individuali alla scoperta di sé stessi ebbero luogo nei salotti più esclusivi di Parigi e nelle strade di Buenos Aires, sulle coste dell’Antartide e nelle comunità di pescatori della Bretagna, e furono legate ai grandi dibattiti del momento sul potere della scienza, sul ruolo della religione e sul destino della nazione. Le difficoltà vissute da una generazione di uomini e donne francesi si riflettono nelle storie di questi tre giovani. Il tempo trascorso insieme e le scelte fatte in seguito offrono uno sguardo illuminante sulle opportunità e sulle frustrazioni legate al divenire adulti agli albori del secolo scorso.

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Gioventù dorata.Tre vite nella Francia della Belle Époque  

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