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Filippo

dePisis fiori collezionati, fiori dipinti


Filippo de Pisis fiori collezionati, fiori dipinti 28 ottobre - 9 dicembre 2012

Ente promotore: Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo Mostra a cura di: Elisa Camesasca, Maddalena Tibertelli de Pisis, Cinzia Tesio, Rino Tacchella Testi di: Elisa Camesasca, Maddalena Tibertelli de Pisis, Paola Roncarati, Rossella Marcucci, Cinzia Tesio, Rino Tacchella Coordinamento artistico: Associazione per Filippo de Pisis, Associazione Culturando Insieme Comitato scientifico: Elisa Camesasca, Maddalena Tibertelli de Pisis, Cinzia Tesio, Rino Tacchella Coordinamento generale: Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo Documentazione fotografica: Luigi Acerra, Enzo Bruno, AA .VV Identificazione delle specie botaniche a cura di: Marianna Merisi I curatori della mostra desiderano ringraziare Valentina Dania, Andrea Silvestri, Fausto Pascale, Francesco Bertello e Carlo Giraudo della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo e tutti i prestatori e collezionisti, senza la cui generosa disponibilità la mostra non sarebbe stata possibile Un particolare ringraziamento va a: Francesca Parravicini, Museo Medardo Rosso - Milano Enrico Legnani, Galleria Proposte d’Arte - Legnano Fiorella Mattio e Martina Ganino, Fondazione Corrente - Milano Paolo Rusconi, Università degli Studi di Milano Paolo Sciortino Carlo Giuliano Realizzazione allestimento a cura di: Antonio Davico Allestimento luci: Fabrizio Mana Editrice: Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo. Tutti i diritti riservati Assicurazioni: Milano Assicurazioni, ag. di Bra Trasporti: Autotrasporti Astegiano Valerio - Francesco Tabasso Trasporti Grafica e stampa: Bosio.Associati srl – Centro Stampa srl Sito Internet: Anna Olmo Ufficio stampa: Bbox srl


La mostra “Filippo de Pisis: fiori collezionati, fiori dipinti” prende spunto da un progetto di studio condotto da due ricercatrici presso l’Orto Botanico di Padova e relativo ai fogli di erbario che l’artista Luigi Tibertelli, in arte Filippo de Pisis, aveva raccolto in gioventù e utilizzato successivamente come spunto per le proprie opere. Nel 2012 è stata pubblicato il lavoro di raccolta dei fogli di erbario andati dispersi e, in occasione della presentazione del volume a Milano, sono state esposte alcune tavole dell’erbario e circa una dozzina di opere dell’artista. La Fondazione CRC ha colto l’occasione di promuovere questa iniziativa anche sul nostro territorio, ampliando il nucleo originario delle opere. L’esposizione è dunque l’esito del lavoro congiunto di associazioni e professionalità di territori diversi, che ha evidenziato come la messa in rete di risorse ed esperienze sia condizione imprescindibile in un momento di difficile congiuntura economica. Nonostante il periodo complesso che la nostra società sta attraversando, l’impegno della Fondazione CRC in campo culturale non viene meno e si manifesta con un’attenzione sempre maggiore agli eventi artistici e all’animazione culturale della provincia. Siamo fermamente convinti dell’importanza di investire nella “società della conoscenza”, anche e soprattutto in tempo di crisi: per questo motivo, oltre alle molte iniziative sostenute in tutta la provincia, la Fondazione CRC offre al proprio territorio l’opportunità di conoscere e godere di olii e acquerelli di un artista di fama internazionale come Filippo de Pisis.

Ezio Falco

Presidente Fondazione CRC

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FILIPPO DE PISIS: fiori collezionati, fiori dipinti Elisa Camesasca e Maddalena Tibertelli de Pisis

Filippo de Pisis manifesta subito in giovane età una personalità eclettica e un’intelligenza vivace che lo portano negli anni ad acquisire notevoli conoscenze nelle discipline più disparate. Il sapere così accumulato gli servirà poi a costruirsi un’immagine di artista colto, raffinato, ma anche stravagante, “una complessa figura” in cui si possono quasi distinguere tre personalità: “il pittore vi agiva alla base e di continuo, mentre il poeta e l’attore intervenivano in proporzione varia e a tempo indeterminato”1. Il personaggio de Pisis infatti si traveste, porta il pappagallo sulla spalla, sciorina nozioni erudite in latino, “è un perfetto illusionista. La sua vita è una improvvisazione ininterrotta di malizie e promiscuità varie. La botanica, l’antiquaria, la gastronomia, tutte le manie e follie sono la stessa materia dei suoi dipinti”2. Allo stesso modo egli non perde occasione, nei suoi discorsi da salotto con gli amici artisti e intel1 A. Palazzeschi, Il ritratto della Regina, in Tutte le novelle, Mondadori, Milano, 1966 2 R. Carrieri, in Forme, Milano, 1949

Filippo de Pisis in veste da botanico, 1913

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lettuali, per fare sfoggio della sua cultura enciclopedica, sostenendola con citazioni a effetto e un atteggiamento d’ostentata sicurezza. È in queste circostanze che il pittore nomina spesso il suo erbario, si vanta di averlo donato, appena ventenne e con gesto munifico, all’antico e illustre Orto Botanico di Padova e, come racconta Comisso, “a ogni fiore mi decantava la sua bellezza e mi spiegava a quale specie apparteneva. Ridevo, come uno scolaro ribelle, alla sua pedanteria nel citarmi per ognuno il nome latino”3. Così l’erbario entra nell’immaginario delle persone che de Pisis inebria con i suoi racconti diventando uno dei tasselli che compongono la sua poliedrica personalità e nel tempo, poiché nessuno ha mai potuto vederlo dal vero, ascende alla mitologia. Infatti, conservato tra i 600.000 reperti vegetali patavini, è oggetto prevalentemente di studi botanici che ne sfruttano il valore scientifico più di quello artistico, tanto che viene smembrato senza indugio quando nel 1940 il Prefetto dell’Orto decide di organizzare il materiale non più per fondi ma secondo un criterio di appartenenza ai diversi generi vegetali. I fogli d’erbario depisisiani così si depositano definitivamente sul fondo del mare di dipinti, scritti, articoli di critica artistica, conferenze, mostre, premi che de Pisis accumula durante la sua carriera rimanendo un tesoro inesplorato di cui sporadicamente salgono a galla alcune tracce. Sono proprio queste rare tracce che tengono accesa per anni la fantasia e l’interesse verso il leggendario erbario e che spingono Paola Roncarati e Rossella Marcuc3

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G. Comisso, Mio sodalizio con de Pisis, Milano, 1954, p. 64


ci ad affrontare il lungo lavoro di ricerca e riaccorpamento che tutti gli appassionati e studiosi di de Pisis avrebbero voluto fare, ma che non sono mai riusciti a intraprendere. È nel 2006 che Paola, studiosa ferrarese pervasa dalle suggestioni de La città dalle 100 meraviglie4, accetta con curiosità la proposta del Garden Club di Ferrara di verificare l’esistenza dell’erbario depisisiano presso l’Orto Botanico di Padova. Qui incontra Rossella, Conservatrice del patrimonio botanico patavino, che non si lascia spaventare dall’impegnativa richiesta e, dopo poco tempo, riporta alla luce un foglio d’erbario etichettato “Filippo Tibertelli de Pisis”, conferma che il fondo è da cercare proprio a Padova, in mezzo alle centinaia di migliaia di reperti botanici. Questo primo ritrovamento accende nelle due ricercatrici l’interesse a comprendere come una ricerca scientifico-botanica possa legarsi al personaggio di Filippo de Pisis e alle origini del suo talento pittorico. Durante i cinque anni di lavoro necessari per ricomporre la quasi totalità del fondo, le due ricercatrici si sono rese conto che dietro a un erbario, e in particolare un erbario d’artista, si celano molteplici aspetti che aiutano a delineare la personalità spesso sfaccettata di un botanico creativo. Capire il significato che può avere per de Pisis il raccogliere una piantina è lo stimolo che spinge Paola e Rossella allo studio e all’analisi degli appunti e delle note riportate sui fogli, al ritrovare i luoghi di raccolta delle erbe e al raccontare i risultati ottenuti e le riflessioni derivatene nel libro Filippo de Pisis botanico flâneur - un giovane tra erbe, ville, poesia. 4

F. de Pisis, La città dalle 100 meraviglie, 1917

Locandina della mostra presso la Fondazione Corrente, Milano (maggio-giugno 2012)

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L’erbario di de Pisis, ricomposto ed esaminato, diventa uno strumento importante sia per ripercorrere le origini del suo estro creativo sia, accostato alle opere scritte e dipinte, per comprenderne gli esiti successivi. Analizzando quindi la pittura depisisiana alla luce degli elementi emersi dai fogli d’erbario, sorge quasi spontaneo iniziare dai suoi soggetti floreali. Nasce per la prima volta l’esigenza di proporre i celebri “fiori dipinti” accanto ai meno conosciuti “fiori collezionati” per permettere loro di riprendere il dialogo cominciato allora nella mente dell’artista. L’occasione si crea con la presentazione da parte di Paola Roncarati e Rossella Marcucci del loro volume presso la Fondazione Corrente di Milano dove, in una sala dall’atmosfera raccolta, è allestita una mostra in cui si sceglie di privilegiare gli acquerelli agli olii nel delicato tentativo di riallacciare il filo tra i due aspetti floreali dell’opera di de Pisis. Istantaneamente la levità del colore ad acqua dei quadri appesi comunica con la soavità delle erbe centenarie spillate sui fogli e il legame nuovamente ricostruito ristabilisce quell’armonia perfetta che nell’artista associa il tocco del pennello al gesto del raccogliere.

Filippo de Pisis, Vaso di fiori, 1950 ca

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Sulla scia di questo primo esperimento, il desiderio di approfondire tale stretta relazione porta ad aggiungere nella presente mostra, accanto alle composizioni già esposte a Milano, anche un nucleo consistente di olii per offrire una varietà botanica ancora più varia. Un ulteriore valore aggiunto al progetto è stato apportato dal prezioso contributo della botanica Marianna Merisi che ha effettuato il riconoscimento delle specie floreali ritratte, permettendo di


individuare nelle opere pittoriche anche alcune delle erbe secche appuntate sui fogli d’erbario in mostra, confermando ancora una volta l’intenso dialogo tra erbario e dipinti. Il realismo dei soggetti floreali depisisiani mostra chiaramente che lo spirito con cui l’artista si avvicina a queste composizioni è quello del ritrattista, sia per l’attenzione al dettaglio reale, sia per una vera e propria analisi “psicologica” del soggetto ritratto, resa anche attraverso la profonda sensibilità coloristica e materica che pervade l’opera di suggestioni poetiche. Questa personificazione rende unici i suoi fiori perché riesce a trasmettere all’osservatore quel senso di poeticità e malinconia ben definito da Arcangeli quando, a proposito delle composizioni di de Pisis, scrive “fiori come cose viventi, come creature amate, respiranti”5. Osservando con attenzione le pagine dell’erbario si può affermare che la cura e la delicatezza con cui l’artista dispone le piantine essiccate sul foglio di carta sono le stesse che egli adopera quando allestisce le composizioni floreali che si appresta a ritrarre: evidentemente l’anima artistica fa già capolino, e a volte prende anche il sopravvento, nell’approccio intellettuale del giovane naturalista. Come giustamente scritto da Roncarati, infatti, de Pisis “non osserva, contempla”6 e le etichette che appone sui fogli d’erbario di tanto in tanto lasciano intravedere un ben più ampio interesse investigativo rispetto a quello meramente scientifico, quando, per esempio, si lascia andare 5 F. Arcangeli, in “Paragone”, luglio 1951 6 P. Roncarati, R. Marcucci, Filippo de Pisis botanico flâneur - un giovane tra erbe, ville, poesia, Firenze, 2012, p. 36

Papaver rhoeas, Centro di Ateneo Orto Botanico dell’Università di Padova

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a manifestazioni di stupore nell’incontro con un piccolo insetto rimasto nascosto tra i petali, o a descrizioni poetiche dei luoghi di raccolta vissuti sempre con immersione panica, con quella sua volontà di - come scrisse Arcangeli - catturare la bellezza e “la sostanza sensuale del mondo”. Dietro le composizioni floreali di de Pisis, sia “collezionate” che “dipinte”, si annida una grande varietà di conoscenze, studio, passioni, e non solo quella botanica, ma anche quelle per letteratura, storia, arte e poesia. E questa stratificazione affascinante e complessa - svelata anche grazie alla possibilità che oggi ci è offerta di accostare i fogli d’erbario alle opere pittoriche dell’artista - si traduce, sublimandosi, in pittura, nel celebre tratto raffinato intriso di intellettualismo e liricità, nelle scelte cromatiche e strutturali caratterizzanti il personalissimo linguaggio dell’artista. A una profonda sensibilità coloristica - costruita con elegante equilibrio tra tocchi di bianchi e di grigi, tra tinte tenui e sgargianti - infatti, de Pisis associa un tratto attento e chiaro che si può distintamente riconoscere in queste sue composizioni: le rose, le dalie, le viole del pensiero o i semplici fiori di campo che il pittore descrive sulla carta o sulla tela a tocchi rapidi, ma precisi, di colore brillante, sono fissati nel momento del loro massimo incanto, esattamente come nel momento in cui vengono recisi nel prato. Condannati a una breve esistenza dopo essere stati raccolti, offrono il loro più fulgente splendore prima di sfiorire, diventando così il simbolo della bellezza più viva ma contemporaneamente della sua caducità e, quindi, della precarietà della vita. Indugiando sul fascino di tale suggestione nel 1931 in

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una prosa dal titolo Il sogno felice l’artista scrive: “[…] i fiori bianchi, i crisantemi bianchissimi nel bicchierone con il fiocco di seta nera (il fiocco del mio ombrellino) sul primo piano e una specie di uccello in alto sullo sfondo grigio. Un’ombra, l’anima dei fiori che vola via. Ed è giusto sai, i fiori hanno un’anima”.

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La ‘vertigine’ del collezionismo di erbe disseccate

Paola Roncarati e Rossella Marcucci

A. Dürer, La grande zolla, 1503

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Come sfogliare una margherita, sostiene lo studioso J.-M. Drouin, è il traguardo di una passione botanica: catturare minuziosamente con la punta delle dita (quasi profananti) ogni minuscolo petalo, nessuno da lasciare indietro, esprimendo desideri che sconfinano tra ambizioni e sogni. Lo intuì tra i primi Albrecht Dürer (1471-1528) quando rivolse uno sguardo attento ad una zolla di terra (La grande zolla, 1503) col mirabile corredo di erbette in competizione tra loro, un diritto alla vita che ogni essere vivente svelò inalienabile. Un inno alla divinità, quindi, il ritratto di ogni più esile filo d’erba di quella famosa zolla, tra le tante che Dürer celebrò nei suoi quadri, in un’epoca in cui botanici accreditati, rivolto il loro sguardo a terra per un numero infinito di miglia, ambivano ad arricchire la mappa vegetale di un mondo che le scoperte geografiche rivelavano in tutta la sua vastità, incrementando giorno per giorno la conoscenza di un inestimabile patrimonio naturale, rilevante non solo sotto il profilo farmaceutico.


Questa mappa di conoscenze si perpetuò con la tecnica del disseccamento accurato dei campioni raccolti, una prassi che si perfezionò nel corso del XVI secolo. Campioni più o meno rari, certo, ma ognuno un unicum degno di osservazione e di studio. Di lì a qualche secolo, il naturalista A. von Humboldt (1769-1859), cacciatore e collezionista d’erbe, accomunava nei suoi scritti la botanica, la poesia e la pittura di paesaggio come espressioni dell’ingegno umano, tra le più alte, in una visione universale di armonia e bellezza, che fiutava l’aria balsamica del pensiero di J.-J. Rousseau (1712-1778), la cui tardiva passione botanica ha arricchito di una traccia ineliminabile una visione del mondo, da allora in poi, senza tempo. Scienza gentile, dunque, la botanica che spinge oltre i profumi allusivi, il diletto visivo, gli aromatici sapori, intrecciando la storia della conoscenza con pensieri filosofici ed emozioni poetiche. Con essa, gli occhi della fronte sollecitano gli occhi della mente e un inesauribile orizzonte emozionale in cui terra e cielo, corpo e anima si toccano e si confondono. Piante disegnate, piante disseccate: sensibilità ed ingegno sembrano allearsi nella gnoseologia, nel tentativo di strappare allo scorrere del tempo quell’attimo di vita fragile che si ‘svela’ allo sguardo, un’ipotiposi in cui la visione si fa forma, per prolungare l’ebbrezza di uno stupore aurorale oltre la ricerca sul mistero dell’essere. Non è uno sprovveduto il giovane Filippo de Pisis (18961956) quando raccoglie con meticolosa accuratezza la sua ingente collezione di circa 1200 campioni vegetali, mentre conduceva studi ambiziosi in vari campi ed avvertiva il bisogno di tradurre le immagini in parole poetiche, prima

J.-J. Rousseau erborizzante

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di ispessirne i significati col tocco magico del suo pennello. Magico, quasi intraducibile, eppure così eloquente e ‘vibrante’ di vita da render muti. L’epoca in cui cresce a Ferrara il giovane de Pisis, fino ai vent’anni – in un’area periferica quindi dell’Italia e dell’Europa del tempo, ma non da “provinciale”– è fervida: forti esigenze di rivoluzionare l’esistente e ‘richiami all’ordine’ movimentano scelte esistenziali non improvvisate, forse ‘fatali’ (amerà dire il pittore) per un’ansia pervicace, quasi ossessiva di sperimentare il mondo, che egli non sa spiegare nemmeno a se stesso. Una sperimentazione piuttosto interessante è apparsa la sua collezione di erbe secche, diligentemente fissate su fogli (come prescrivevano le più aggiornate tecniche dei primi anni del XX secolo), che catturano l’attenzione dell’osservatore sotto il profilo estetico, oltre che per la cultura botanica rivelata. Eleganza e bellezza delle forme dei mazzolini di fiori, aggraziata disposizione di foglie e fusti, presenti nel suo erbario, rivelano estro, fantasia, immaginativa, fino a spingersi ben oltre i meri aspetti scientifici. Non si presenta, quindi, come uno sterile elenco di essenze botaniche il patrimonio vegetale raccolto da Filippo de Pisis. Si tratta di un ingente patrimonio di campioni accumulato con l’esercizio di una passione durata circa 10 anni (dal 1907 al 1917, anno in cui la collezione è stata donata all’Orto botanico di Padova) e praticata soprattutto tra l’Emilia e la Romagna, senza trascurare esemplari di piante provenienti dal Veneto e dalla Toscana e i due raccolti nel Lazio, nella capitale. Sfogliando l’erbario depisisiano risultano evidenti alcu-

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ne predilezioni del giovane raccoglitore: ad esempio, quella per le felci, presenti con 23 esemplari, o per le graminacee, senz’altro una delle famiglie più ricche della nostra flora e caratterizzate da fiori molto piccoli e scarsamente vistosi. Nonostante l’aspetto poco appariscente, il giovane ne raccoglie circa settanta, diversificandole tra generi diversi. È indubbio, peraltro, il valore scientifico della raccolta. Infatti, oltre ad esemplari generalmente completi (e quindi facilmente determinabili, anche a distanza di un secolo), una gran parte dei fogli è corredata da etichette ‘personalizzate’, con annotazioni scrupolose di luoghi e date delle sue escursioni botaniche. Il frequente ricorso al corretto binomio linneiano, nell’identificazione del campione, induce a ritenere che abbia goduto del supporto di esperti botanici dell’epoca. I fogli che contengono i campioni disseccati sono arricchiti spesso da brevi annotazioni (espressioni non consuete per i botanici), che rendono originali le etichette di corredo. Giacché fanno intuire tutti quei ‘saperi’ che abbracciano occidente ed oriente (il giovane de Pisis prese lezioni di buddismo per ampliare il campo delle sue conoscenze): spunti di estetica, gusto dell’accenno, particolari disegnati, moti di meraviglia, una ‘vertigine’ di emozioni. Inseguire e svelare quelle emozioni ha richiesto una ricerca quinquennale, pervicace, faticosa, fonte di inesauribili ‘informazioni’ sull’uomo e sull’artista. Ciò ha coinvolto necessariamente la cultura scientifica e umanistica delle ricercatrici, che si sono dedicate ad un progetto dai contorni non ben definibili, per quell’intreccio ‘magico’ che si è rivelato il contributo offerto dal giovane

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cacciatore d’erbe e di poesia in tutta la sua mirabolante complessità. Informazioni che si sono tradotte nel volume ‘Filippo de Pisis botanico flâneur’, della casa editrice Leo S. Olschki, un libro che è la storia della ricerca nel suo farsi, nel suo complicarsi. Un felice esito, crediamo, per l’esaltazione di un artista che rimane un unicum come ogni suo campione di erba secca, esemplare reso immortale in una collezione semisommersa per un secolo, ma che non aspettava che di uscire allo scoperto per riprendere a parlare.

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SEGNO E COLORE NEI DIPINTI FLOREALI DI DE PISIS Rino Tacchella

“… una miniatura ch’io feci da ragazzo su una lastrina vecchia d’avorio. Ricordo che volli imitare quei graziosi lavorucci del 1700 fatti da umili e ignoti artisti. Vi dipinsi piccolissimi fiori variopinti, un tulipano giallo variegato di rosso, dei non ti scordar di me ceruli, delle spighette violacee, dei ranuncoli gialli, legati in un mazzetto con un nastrino cilestre svolazzante”. Così, in modo preciso e dettagliato, il giovane de Pisis ripensa e descrive come aveva realizzato una miniatura su avorio in un breve racconto pubblicato in “Prose” stampato da Taddei a Ferrara nel 1919 e riedito nel 1947, con altri scritti, dalla casa editrice “il Balcone” di Milano a cura di Massimo Carrà. Questo piccolo dipinto descritto da de Pisis, a ben ragione, potrebbe essere considerato una delle prime opere a soggetto floreale realizzata dal pittore ferrarese, come potrebbe essere anche una semplice invenzione letteraria; quello che colpisce è la minuziosa definizione cromatica dei fiori riprodotti, delle loro intense colorazioni che

Copertina del volume Filippo de Pisis, Prose e articoli, Milano, 1947

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rivelano un innato e acuto senso di percezione e di penetrazione, doti necessarie anche per realizzare abilmente le tavole botaniche. E proprio gli erbari, composti da de Pisis in gioventù e nel 1917 donati all’Orto Botanico di Padova, costituiscono il tassello in più per comprendere la sua maestria e la precisione nel dipingere fiori e frutti, foglie e erbe e il gusto manifestato per la leggerezza delle composizioni, l’armonia e gli equilibri con cui le foglie e i petali si dispongono nello spazio. Altresì si evince da dove abbia avuto origine la sua dote di cogliere e porre in evidenza la vitalità intrinseca che possiedono la materia e i colori floreali; tutto ciò ha sicuramente sviluppato la sua puntigliosa capacità di osservare in profondità i vegetali, non solo sostando al semplice aspetto esteriore, ma cercando di andare oltre, come alla ricerca del segreto vitale della materia organica di cui i fiori e le erbe sono composti. Altro dato che colpisce la nostra immaginazione, ripensando al dipinto vero o immaginato del giovane de Pisis, è il “nastrino cilestre svolazzante”: alla precisione dei colori dei fiori è contrapposta la libertà formale del nastrino libero di fluttuare delicatamente nello spazio del supporto. Analizzando le opere floreali e le nature morte con fiori e frutti realizzate negli anni successivi, verifichiamo come la sua pittura si sia allontanata progressivamente da questa prima esperienza per avviarsi verso un modo di dipingere che, pur essendo ispirato alle apparenze del mondo fisico e allo spettacolo naturale, non è una mera descrizione della realtà che si offre ai nostri occhi, ma una rappresentazione

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di essa attraverso una personale interpretazione in cui si caratterizzano soprattutto i colori impiegati e il segno con cui sono deposti sulla tela. Un segno e dei colori che rendono de Pisis estraneo alle correnti d’arte del periodo -nonostante abbia aderito alla pittura metafisica- in quanto propone immagini pittoriche personali, lontane da quelle dei suoi contemporanei, sia per come utilizza la forma ridotta all’essenzialità pura dovuta all’impiego della personale sintesi formale, sia per il modo con cui stempera e depone i colori con colpi sicuri, con pennellate saettanti e aeree, con vibranti stacchi cromatici, con infinite variazioni tonali. Il colore. I dipinti floreali di de Pisis sono ricchi di umori e di succhi, sono una creatura viva che continua a svilupparsi, sempre in movimento per effetto dei colori che scorrono come linfa assorbita dalla terra che si addensa nelle fibre degli steli o si condensa in sottili e fresche dissoluzioni sui petali. Toni e tinte sono elaborati sulla tavolozza con una sapiente e rapida amalgama dell’impasto nel quale la materia cromatica non si fonde completamente, ma resta poco mescolata lasciando affiorare, attraverso lievi e pulsanti venature, i colori impiegati che riescono a far sentire viva la linfa di cui i fiori si sono nutriti. Colori che soddisfano una maniera di dipingere immediata e improvvisa, attuata senza ripensamenti, realizzata con pochi tocchi successivi che riescono ad arricchire, modificare o approfondire la commozione istintiva della visione dove anche i vasi e i contenitori sono del tutto privi

La mano del pittore

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di ombre, ovvero si tratta di semplici porzioni di superficie delimitate e racchiuse dalla linea colorata che li contorna e li definisce. In alcuni dipinti l’artista impiega un impasto materico ricco di carnosità morbide dai colori accesi, altre volte mezze luci ottenute con velature e trasparenze, altre volte ancora fa uso di golosità e vivezze cromatiche persino impetuose dimostrando un gusto vivo e partecipato alla materia pittorica, che in alcune opere è limpida e trasparente, in altre è densa e ricca di sovrapposizioni. In altre opere il colore consunto, alternato ad ombre scure appena accennate, denota una sottile malinconia che avvolge sempre i fiori recisi; una malinconia accentuata dal fatto che non è una luce ben precisa che spiove sull’immagine, ma è una luminosità che dilaga in sfioccature di trasparenze in ogni punto uguale, senza tempo e stagioni, perché più che un chiarore di natura è il riflesso di uno stato d’animo e la trascrizione istintiva della commozione che la visione gli procura. Il segno. De Pisis usa il pennello d’istinto, come se trascrivesse sempre istantanee impressioni –frutto della sua formazione parigina- con colpi rapidi e lievi, morbidi e immateriali, ricco di sfarfallii e svolazzi, con pennellate saettanti e aeree. In fondo si tratta pur sempre di una pittura di tradizione in cui l’artista ha colto il lato più intimo e raffinato, ma soprattutto una pittura che si basa sul rapporto tra essenzialità di alcuni segni e atmosfera in cui questi sono collocati. Un segno che, a volte, è denso e materico o pastoso e

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ricco di spessi tasselli cromatici, altre volte limpido e trasparente oppure lieve e appena accennato con brividi di colore. In altre occasioni è un graffio leggero, un umore vegetale appena sfiorato e scomposto in una moltitudine di trepidazioni dettate dal gusto innato per la sintesi delle forme. La levità del segno-arabesco è abilmente impiegata per riprodurre i tracciati di vitalità che erompono improvvisi in primavera e si assopiscono devitalizzati in autunno con incastri, tasselli e guizzi dettati da improvvise e improbabili direttrici per cui i suoi fiori non sono mai inanimate masse compatte, ma arabeschi e dispersioni nello spazio. De Pisis attua in questo modo un abile gioco segnicocromatico in cui le forme si fondono e si confondono con l’ambiente che li contiene per effetto di dissolvenze abilmente ottenute mediante impronte leggere e prive di materialità attraverso le quali raggiungere l’essenza formale e la geometria di come i fiori sono costituiti e di come le foglie sono disposte nello spazio.

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PER UNA STORIA Cinzia Tesio

Filippo de Pisis

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Luigi Filippo Tibertelli, in arte Filippo de Pisis, nasce a Ferrara nel 1896 e a soli sessant’anni si spegne a Milano; è stato, senza ombra di dubbio, un indiscusso protagonista dell’arte europea del Novecento, un autore capace di reinventare la pittura avvalendosi di un singolare linguaggio espressivo sospeso fra la cultura impressionista francese e le innovative correnti artistiche italiane. Bimbo precoce con molteplici interessi, a soli 8 anni inizia a studiare privatamente disegno allievo dapprima del prof. Edoardo Domenichini e successivamente allievo del prof. Giovanni Longanesi. Nonostante questo avvio precoce al disegno e alla pittura, è attratto dagli studi umanistici e al termine del Liceo, nel 1914, si iscrive alla Facoltà di Lettere presso l’Università di Bologna. Ma la sua sete di sapere non si limita al disegno, alla pittura e alla lettura dei testi letterari e poetici, perché proprio in questi anni realizza un erbario classificando più di 1000 campioni di erbe presenti nel suo territorio; erbario che nel 1917 dona all’Orto Botanico di Padova. Nel capoluogo emiliano, dove si è trasferito per gli stu-


di universitari, frequenta e stringe amicizia con Dino Campana, Marino Moretti, Umberto Saba, Giuseppe Raimondi e Giovanni Cavicchioli. Studia i pittori ferraresi antichi ai quali dedica alcuni saggi; contemporaneamente collabora con alcune riviste d’avanguardia come “La Voce” e “Lacerba” e nel 1916, a soli 20 anni, pubblica I canti della Croara e una raccolta di poemetti intitolata La lampada. Di ritorno a Ferrara nello stesso anno conosce i fratelli de Chirico e Carlo Carrà e affascinato dall’incantesimo della visione della pittura metafisica, vi aderisce soprattutto in veste di teorico sostenitore del nuovo linguaggio e degli echi classici che emana. è attratto anche dal Futurismo per la sua teatralità e durante gli anni in cui frequenta l’Università, scrive testi ispirandosi proprio al “teatro sintetico” e dà avvio a una fitta corrispondenza con Depero e Prampolini. Sono anni in cui ha tempo per realizzare anche alcune opere a collages di sapore dadaista e poche opere pittoriche, rispetto alla sua produzione come critico d’arte per importanti pubblicazioni periodiche come “La brigata”, “La raccolta” e nel 1918 per “Valori plastici”. Nel 1919 conosce e frequenta Filippo Tommaso Marinetti, Giorgio Morandi e il romano Giovanni Comisso che diviene per molti anni suo amico e collaboratore. Prosegue la sua collaborazione con scritti sulle avanguardie pittoriche alle quali è molto attento e nel 1920, anno in cui si laurea, si trasferisce a Roma. Qui frequenta i musei, gli ambienti culturali come il Caffè Greco e il Caffè Aragno, incontra i poeti della Ron-

Filippo de Pisis e Giorgio de Chirico, in divisa, Ferrara, (1918-19)

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da e dipinge en plein air con il pittore Armando Spadini. Ed è proprio quando dipinge “en plein air” che i suoi lavori diventavano una sorta di diario; un diario quotidiano dalle diverse valenze. Inquietudine, ansia, gioia, drammaticità, malinconia o esaltazione dell’attimo si mescolavano in tali “pagine” svolazzanti, quotidianamente disperse con apparente noncuranza. “Il diario pittorico di de Pisis, del resto – ebbe a sottolineare Enzo di Martino – aveva tutte le caratteristiche dell’annotazione veloce – la mitica rapidità della sua pittura che esigeva la conclusione di un dipinto in una sola seduta – e possedeva quegli accenti espressionisti che gli consentivano l’immediata dichiarazione delle emozioni dinanzi al modello, ad una chiesa, ad uno scorcio di città, ad una natura morta o un paesaggio”. Il tempo della pittura di de Pisis è infatti sempre il “presente”, un presente-eternità, perché ciò che viene vivamente e intensamente sentito e fissato dall’artista e dal poeta implica il tempo smisurato dello spirito e del pensiero, dunque della partecipazione totale all’evento visivo e poetico che egli stesso mette in atto nei momenti di febbrile attività. Ma continuiamo con il percorso biografico. Sempre a Roma allestisce la sua prima mostra personale, senza riscuotere consensi particolari, con disegni e acquarelli nella prestigiosa galleria d’Arte Bragaglia. Durante la sua permanenza romana nel 1924 espone i suoi lavori nel Ridotto del Teatro Nazionale e nel 1925 partecipa alla III Biennale Romana. Vive a Roma fino al 1925, ma da spirito inquieto qual è, si sposta per periodi più o meno lunghi a Bologna, Ferrara, Poggio Mirteto e ad Assisi dove rimane particolar-

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mente affascinato dalle pitture di Giotto e dei Lorenzetti. Nel 1925 trasferisce stabilmente la sua residenza a Parigi, anche se sovente ritorna in Italia e viaggia in Europa. Nel capoluogo francese oltre alla frequentazione dei Musei e ad essere influenzato dai pittori impressionisti, è particolarmente interessato alla pittura contemporanea. Nelle opere realizzate durante questo prolungato soggiorno, in cui frequenta soprattutto gli studi di Braque e di Soutine, nel suo modo di dipingere avviene una trasformazione principalmente dal punto di vista cromatico schiarendo particolarmente i colori in raffinati timbri e avviandosi a dipingere con uno stile lieve, veloce e stenografico, con una pennellata leggera e franta; caratteri necessari per fissare in modo rapido la fugacità dell’immediatezza dell’impressione visiva. A questo punto è doveroso precisare che “il catturare l’attimo” è sempre stato l’obiettivo principale di de Pisis. «E tutti vidi / gli eventi del minuto / come pronti a disgiungersi in un crollo», scrive Montale. Anche de Pisis sa che i petali dei fiori sono pronti a staccarsi o ad appassire in un crollo. Ma, nell’attesa, dipinge la rotonda lucentezza di dalie, margherite e fiori di campo con linee brevi che vorrebbero imprigionarli e non riescono, il vuoto tra segni e colore che dà all’immagine una volatile sospensione. Oppure ci parla di vasi di fiori appoggiati al centro di un tavolo; è un esempio di interni di case più volte descritti da de Pisis. Un insieme di segni, e proprio le case,che dovrebbero suggerire le solidità dell’architettura, sono solo instabili nidi di paglia. Ci troviamo di fronte a eventi del minuto che vanno rap-

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presentati con immediatezza e velocità. Ed è la brevità dell’istante che ci affascina. Torniamo però al periodo parigino: sono anni sereni in cui ritrova gli amici di un tempo come i fratelli de Chirico, ne conosce dei nuovi e partecipa a importanti rassegne pittoriche. In primo luogo nel 1926 espone 3 dipinti alla prima mostra del “Novecento Italiano” (esporrà anche in quella del 1929) ed è presente alla Biennale Internazionale di Venezia (dove esporrà ancora a tutte le edizioni dal 1928 al 1936 e dal 1942 al 1956). Giorgio de Chirico presenta la sua mostra personale del 1926 alla Galerie au Sacre de Printemps a Parigi definendolo una sorta di demone perché sa mostrare “il segreto nascosto delle cose”. Un vaso, un fiore, due pesci comprati al mercato, o da un indolente pescatore sulla battigia, una tazzina cinese, un paio di occhiali, un melograno attraente per la polpa variegata diventavano improvvisamente “muse ispiratrici” che de Pisis trasforma in pittura anullandone il senso e la fisicità, e facendone riaffiorare, quasi come un alchimista, le nascoste valenze michelangiolescamente percepite. Cresce la sua notorietà e nel 1931 è invitato alla Quadriennale Romana (vi espone regolarmente fino al 1943) e gli viene dedicata una sala personale nel 1935. Naturalmente e parallelamente alla sua intensa attività pittorica prosegue la sua collaborazione come critico d’arte a numerose riviste dell’epoca tra le quali ricordiamo “Il selvaggio”, “Emporium”, “Frontespizio”, “L’Italia letteraria” e “L’Ambrosiano”. Nel 1939 fa ritorno in Italia e risiede fino al 1943 a Mi-

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lano e poi fino al 1947 a Venezia dove dipinge e descrive angoli inediti della città lagunare, esegue ritratti e realizza molte opere a soggetto floreale. Nel 1947 si reca nuovamente a Parigi, ma per gravi motivi di salute è costretto a far ritorno in Italia. Trascorre gli ultimi anni della sua vita in case di cura dove continua a dipingere fino a quando, per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute, è costretto ad abbandonare i colori ad olio. I suoi ultimi lavori sono infatti dei disegni ad inchiostro realizzati con segni lievi, svolazzanti e stenografici. Pochi mesi dopo la sua morte, avvenuta a Milano nel 1956, è ricordato con una importante retrospettiva presentata da Francesco Arcangeli, alla XXVIII edizione della Biennale Internazionale di Venezia. Concludo segnalando che de Pisis ha dipinto molti soggetti, uniti da una sola idea: l’idea che ogni cosa è destinata a svanire. Tutti i suoi fiori, tema centrale della rassegna, rappresentano una sola e grande metafora della nostra esistenza. Che è breve. Nonostante sia nata da una intima e sentita malinconia metafisica, la sua arte è però percorsa da un altrettanto profondo e metafisico amore della bellezza. Concetto questo che si può chiarire meglio con un esempio. Ci sono, come scrisse Elena Pontiggia in un suo testo sull’artista ferrarese, nella storia dell’arte, “Madonne adolescenti e materne, che guardano il Bambino con pensierosa dolcezza. Sanno che dovrà morire. Nello sguardo di de Pisis (se è lecito accostare temi sacri e temi profani: ma una delle magie dell’arte consiste nel rendere umane le cose di-

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vine e sacre le cose umane) si avverte qualcosa di simile”. I fiori inseriti in nature morte come quelli di campo sono sempre visti con doloroso amore, in quanto l’artista è consapevole della brevità della loro vita. “Ma a questa conoscenza, per così dire religiosa, de Pisis ne affianca un’altra, laica e aristotelica: la consapevolezza della sensualità delle cose”. Così, pur nel presentimento del loro inevitabile sfiorire, de Pisis ci descrive i fiori splendenti di luce, come raggi di sole riuniti insieme oppure inseriti in ambienti dove ciò che è importante sono solo gli oggetti in primo piano, perché l’infinito è lì, non altrove. L’infinito è l’attimo che viene catturato, descritto; è ciò che cattura la nostra attenzione e, seppur per pochi istanti, ci stupisce. è “l’arte dell’attimo”: un attimo in grado di meravigliarci.

Filippo de Pisis nella casa di via Rugabella

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Fonti

G. Comisso, Questa è Parigi, Meschina, Milano, 1931 P. Tibertelli de Pisis, Mio fratello de Pisis, D. Bonuglia, Ricordi romani, Edizioni Guarnati, Milano, 1957 M. Carrà, De Pisis, in “I maestri del colore”, Fratelli Fabbri Editori, Milano, 1964 De Pisis, Il marchesino pittore, Longanesi, Milano 1969 De Pisis, Futurismo, dadaismo, metafisica, Libri Scheiwiller, Milano, 1981 S. Gallo, G. Zucconi, Arte del Novecento, 1900-1944, Mondadori Università Milano, Milano, 2002 E. Pontiggia, Il Novecento Italiano, Edizioni Abscondita, 2003 Il marchesino pittore: Filippo de Pisis e il suo tempo, catalogo della mostra, a cura di C. Tesio, E. Pontiggia, Edizioni Città di Cherasco, Cherasco, 2009

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Fogli d’erbario

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Agrimonia eupatoria Centro di Ateneo Orto Botanico dell’Università di Padova

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Anemone hepatica Centro di Ateneo Orto Botanico dell’Università di Padova

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Clemati vitalba Centro di Ateneo Orto Botanico dell’Università di Padova

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Dianthus, 1912 Centro di Ateneo Orto Botanico dell’Università di Padova

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Humulus lupulus Centro di Ateneo Orto Botanico dell’Università di Padova

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Nigella damascena Centro di Ateneo Orto Botanico dell’Università di Padova

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Ranunculus ficaria Centro di Ateneo Orto Botanico dell’Università di Padova

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Verbascum niveum Centro di Ateneo Orto Botanico dell’Università di Padova

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De Pisis botanico convive con de Pisis artista; per questo in alcuni casi l'identificazione dei fiori è incerta o, a volte, impossibile. Al piacere di riconoscerli e nominarli uniamo quindi l'emozione pura suscitata da forme e colori nati dalla sua libertà creativa.

Tutte le opere riprodotte nelle pagine successive provengono da collezioni private


Olii e acquerelli

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Giardino, 1922

olio su tavola, cm 27,5 x 20,5 G.Briganti, De Pisis. Catalogo generale, Electa, Milano, 1991, Tomo I, p. 32, n. 1922/6 Specie botaniche identificate: Magnolia grandiflora, Rosa, Tulipa

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Vaso di fiori e fichi, 1927 ca.

olio su cartone intelato, cm 61 x 46 G.Briganti, De Pisis. Catalogo generale, Electa, Milano, 1991, Tomo I, p. 145, n.1927/30 Specie botaniche identificate: Convallaria majalis, Lilium, Matricaria chamomilla, Punica granatum, Solanum melongena

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Natura morta con vaso di fiori e bottiglia, 1928

olio su tela, cm 65 x 54 G.Briganti, De Pisis. Catalogo generale, Electa, Milano, 1991, Tomo I, p. 180, n. 1928/30 Specie botaniche identificate: Acacia dealbata, Malus, Polygonatum multiflorum

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Vaso di fiori con paravento e bottiglia, 1928

olio su cartone, cm 26,5 x 22,4 Archiviato dall’Associazione per Filippo de Pisis, Milano, con il n. 03263 Specie botaniche identificate: Delphinium ajacis, Lupinus polyphyllus, Zea mays

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Interno con fiori, 1929

olio su tela, cm 65 x 50 G.Briganti, De Pisis. Catalogo generale, Electa, Milano, 1991, Tomo I, p. 217, n. 1929/43 Specie botaniche identificate: Achillea millefolium, Canna indica

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Vaso con fiori, 1931

olio su tela, cm 60 x 38 G.Briganti, De Pisis. Catalogo generale, Electa, Milano, 1991, Tomo I, p. 286, n. 1931/94 Specie botaniche identificate: Centaurea montana, Paeonia, Polygonatum multiflorum

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Dalie, 1931

olio su tela, cm 82 x 61 G.Briganti, De Pisis. Catalogo generale, Electa, Milano, 1991, Tomo I, p. 286, n. 1931/93 Specie botaniche identificate: Aster, Dahlia, Quercus

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Fiori recisi (Le viole del pensiero), 1932

olio su tela, cm 39 x 62 Archiviato dall’Associazione per Filippo de Pisis, Milano, con il n. 01540 Specie botaniche identificate: Viola tricolor

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Natura morta, 1935

olio su tela, cm 65 x 84,5 G.Briganti, De Pisis. Catalogo generale, Electa, Milano, 1991, Tomo I, p. 374, n. 1935/55 Specie botaniche identificate: Leucanthemum vulgare, Viola odorata, Viola tricolor

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Fiori e quadri o dalie nel vaso, 1936

olio su cartone intelato, cm 60 x 50 G.Briganti, De Pisis. Catalogo generale, Electa, Milano, 1991, Tomo I, p. 390, n. 1936/34 Specie botaniche identificate: Dahlia, Quercus

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Fiori di campo, 1938

olio su cartone, cm 41 x 30 G.Briganti, De Pisis. Catalogo generale, Electa, Milano, 1991, Tomo I, p. 427, n. 1938/19 Specie botaniche identificate: Buddleja davidii, Lilium, Salvia pratensis, Silybum marianum

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Natura morta con i fiori, 1940

olio su tela, cm 100 x 80 Archiviato dall’Associazione per Filippo de Pisis, Milano, con il n. 00015 Specie botaniche identificate: Anemone coronaria, Rosa

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Fiori, 1943

olio su cartone, cm 31 x 27 Archiviato dall’Associazione per Filippo de Pisis, Milano, con il n. 00389 Specie botaniche identificate: Hyacinthus, Paeonia, Rosa

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Vaso di fiori (la viola), 1943

olio su tavola, cm 54,5 x 35,5 G.Briganti, De Pisis. Catalogo generale, Electa, Milano, 1991, Tomo II, p. 623, n. 1943/47 Specie botaniche identificate: Dieffenbachia, Fuchsia magellanica, Rosa, Viola tricolor

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Vaso di fiori, 1948 ca.

olio su tela, cm 39,8 x 29,7 Archiviato dall’Associazione per Filippo de Pisis, Milano, con il n. 03000 Specie botaniche identificate: Chrysanthemum

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Vaso di fiori, 1950

olio su tela, cm 50 x 40 Archiviato dall’Associazione per Filippo de Pisis, Milano, con il n. 02294 Specie botaniche identificate: Centaurea cyanus, Leucanthemum vulgare

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Il Fiore rosso, 1950

olio su tela, cm 59 x 50 G.Briganti, De Pisis. Catalogo generale, Electa, Milano, 1991, Tomo II, p. 797, n. 1950/63 Specie botaniche identificate: Rosa, Strelitzia

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Fiori, 1938

acquerello su carta, cm 45 x 31,5 Archiviato dall’Associazione per Filippo de Pisis, Milano, con il n. 03892 Specie botaniche identificate: Agapanthus, Campanula persicifolia, Leucanthemum vulgare, Silybum marianum

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Vaso di fiori, anni ’40

acquerello su carta, cm 28 x 22,5 Archiviato dall’Associazione per Filippo de Pisis, Milano, con il n. 00253 Specie botaniche identificate: Pelargonium

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Vaso di fiori, 1945

acquerello su carta, cm 38,8 x 24 Archiviato dall’Associazione per Filippo de Pisis, Milano, con il n. 00306 Specie botaniche identificate: Centaurea montana, Cosmos bipinnatus, Freesia, Ranunculus gramineus

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Natura morta con fiori e brocca, 1950

acquerello e olio su carta, cm 69,8 x 49,8 Archiviato dall’Associazione per Filippo de Pisis, Milano, con il n. 02259 Specie botaniche identificate: Centaurea cyanus, Dianthus caryophyllus, Gladiolus segetum, Leucanthemum vulgare, Papaver rhoeas, Triticum vulgare

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Vaso di fiori, 1950

acquerello su carta applicata su cartone, cm 50 x 35 Archiviato dall’Associazione per Filippo de Pisis, Milano, con il n. 03562 Specie botaniche identificate: Helichrysum bracteatum, Viola tricolor

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Fiori sulla spiaggia, 1950

acquerello su carta applicata su tavola, cm 69 x 48 Archiviato dall’Associazione per Filippo de Pisis, Milano, con il n. 03857 Specie botaniche identificate: Achillea millefolium, Avena barbata, Campanula, Leucanthemum vulgare, Oryza sativa

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Rosa nella bottiglia, 1950

acquerello su carta, cm 48 x 31,5 Archiviato dall’Associazione per Filippo de Pisis, Milano, con il n. 03891 Specie botaniche identificate: Rosa

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Vaso di fiori, 1952

acquerello su carta applicata su cartoncino, cm 47,5 x 33 Archiviato dall’Associazione per Filippo de Pisis, Milano, con il n. 01882 Specie botaniche identificate: Anemone sylvestris, Campanula, Lilium, Nigella damascena

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Fiori e calamaio, 1952

china acquerellata su carta, cm 64,5 x 46,5 Archiviato dall’Associazione per Filippo de Pisis, Milano, con il n. 03938 Specie botaniche identificate: Leucanthemum vulgare, Rosa

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Bibliografia essenziale

F. Tibertelli de Pisis, Fiori e frutti nella pittura ferrarese, Rassegna Nazionale, Firenze, 1917 W. George, F. de Pisis, Les Chroniques du Jour, Parigi, 1928 S. Solmi, Filippo de Pisis, Hoepli, Milano, 1931 (ristampe nel 1941 e 1946) P. Fierens, Filippo de Pisis, Hoepli, Milano, 1937 G. Cavicchioli, Filippo de Pisis, Vallecchi, Firenze, 1942 U. Nebbia, De Pisis, Chiantore, Torino, 1943 G. Raimondi, Filippo de Pisis, Garzanti, Milano, 1944 F. de Pisis, Prose e articoli, Il balcone, Milano, 1947 De Pisis, a cura di G. Raimondi, catalogo mostra, Castello Estense, Ferrara, 1951 G. Raimondi, Filippo de Pisis, Vallecchi, Firenze, 1952 G. Ballo, Filippo de Pisis, La Simonetta, Milano, 1956 G. Marchiori, De Pisis, Garzanti, Milano, 1956 M. Valsecchi, Filippo de Pisis, Electa, Milano, 1956 G. Marchiori, De Pisis, Garzanti, Milano, 1963 G. Ballo, De Pisis, Ilte, Torino, 1968 Mostra dell’opera pittorica e grafica di Filippo de Pisis, a cura di L. Magagnato, M. Malabotta, S. Zanotto, catalogo mostra, Palazzo della Gran Guardia, Verona, 1969 Filippo de Pisis, a cura di F. Farina, A.P. de Mandiargues, G. Marchiori, S. Zanotto, catalogo mostra, Galleria Civica d’Arte Moderna, Ferrara, 1973

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De Pisis, gli anni di Parigi 1925-1939, a cura di G. Briganti, C. Levi, N. Naldini, G. Cortenova, V. Brosio, D. De Angelis, N. Boschiero, catalogo mostra, Galleria dello Scudo, Verona, poi Galleria dell’Oca, Roma, 1987-1988 G. Briganti, Catalogo Generale dell’opera di Filippo de Pisis, 2 voll., Electa, Milano, 1991 De Pisis a Milano, a cura di C. Gian Ferrari, catalogo mostra, Palazzo Reale, Milano, 1991 Filippo de Pisis, a cura di A. Buzzoni, catalogo mostra, Palazzo Massari, Ferrara, 1996-1997 Filippo de Pisis – La poesia nei fiori e nelle cose, a cura di C. Gian Ferrari, L. Caramel, catalogo mostra, Palazzo Liceo Saracco, Acqui Terme, 2000 Filippo de Pisis, catalogo mostra, IVAM, centre Julio Gonzàlez, Valencia, poi Rupertinum Museum für Moderne und Zeitgenössische Kunst, Salisburgo, 2000 De Pisis, catalogo mostra GAM, Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino, 2005 P. Roncarati, R. Marcucci, Filippo de Pisis botanico flâneur, un giovane tra erbe, ville, poesia. Ricostruita la collezione giovanile di erbe secche, Ed. Leo S. Olschki, Firenze, 2012 De Pisis e Montale, Le occasioni tra poesia e pittura, catalogo mostra, Museo d’arte Mendrisio, 2012

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indice

Presentazione Ezio Falco, Presidente Fondazione CRC

p. 3

Filippo de pisis: fiori collezionati, fiori dipinti Elisa Camesasca e Maddalena Tibertelli de Pisis

p. 5

La ‘vertigine’ del collezionismo di erbe disseccate Paola Roncarati e Rossella Marcucci

SEGNO E COLORE NEI DIPINTI FLOREALI DI DE PISIS Rino Tacchella

PER UNA STORIA

p. 11

p. 17

Cinzia Tesio

p. 22

fogli d’erbario

p. 31

Olii e acquerelli

p. 41

Bibliografia essenziale

p. 69

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Finito di stampare nel mese di ottobre 2012


Catalogo de pisis