Page 1

espress


espress università Ciascuna delle aree tematiche in cui è distinta la produzione universitaria di Espress fa capo a un comitato scientifico composto da docenti universitari provenienti da diversi atenei, che garantisce la qualità dei testi, assicura il processo di peer review delle ricerche scientifiche e concorre a identificare i temi più significativi e i contributi innovativi nel mercato di settore. L’obiettivo è di diffondere pubblicazioni di qualità legate ai risultati della ricerca scientifica nel panorama della comunicazione accademica nazionale e internazionale. A contraddistinguere le opere, sottoposte a sistema di referaggio (<www. espressedizioni.it/universita/referaggio>), qualità e rigore dei contenuti, taglio pratico-operativo e aspetto grafico studiato per agevolare consultazione e fruibilità, in primis da parte degli studenti.

al di là di ogni ragionevole dubbio Ovvero sulla cosiddetta prova scientifica

comitato scientifico area Discipline forensi

nelle discipline psicoforensi

Direttore: Ugo Fornari (Torino) Roberto Catanesi (Bari) Stefano Ferracuti (Roma La Sapienza) Franco Freilone (Torino) Fiorella Giusberti (Bologna) Giuseppe Sartori (Padova) Georgia Zara (Torino) I profili professionali dei professori sono consultabili sul sito della casa editrice (<www.espressedizioni.it/universita/comitati_scientifici>)

Accedendo al sito <www.espressedizioni.it> è possibile visualizzare gratuitamente la versione online del testo, inserendo il codice apposito nella sezione

DIGITALE. Il codice per Al di là di ogni ragionevole dubbio è

Y87HZ1UKX3NE1

Ugo Fornari


indice 9 presentazione, di Giuseppe Sartori 13 preFAZIONE

capitolo 1 17

UN RESOCONTO PERITALE, A MO’ DI PROLOGO capitolo 2

25

premessa capitolo 3

29 L’editore è a disposizione di tutti gli eventuali proprietari dei diritti sulle immagini riprodotte, laddove non sia stato possibile rintracciarli per chiedere la debita autorizzazione. ©2012 ESPRESS EDIZIONI srl c.so San Maurizio 15 10124 Torino tel. 011 19501623 www.espressedizioni.it info@espressedizioni.it

Questo libro è stampato su carta ecologica, orientato all’ecocompatibilità e prodotto attraverso un processo a basso impatto ambientale. Fotocopie per uso personale (cioè privato e individuale) nei limiti del 15% di ciascun volume possono essere effettuate negli esercizi che aderiscono all’accordo SIAE – AIE – SNS e CNA, Confartigianato, CASA, Confcommercio del 18 dicembre 2000, dietro pagamento del compenso previsto in tale accordo. Per la legge italiana la fotocopia è lecita solo per uso personale purché non danneggi l’autore. Chi fotocopia un libro, chi mette a disposizione i mezzi per fotocopiare, chi comunque favorisce questa pratica commette un furto e opera ai danni della cultura.

Prima edizione: gennaio 2012

capitolo 4 39

LE «SCIENZE» DELLA PSICHE capitolo 5

43

LE RICERCHE IN AMBITO NEUROSCIENTIFICO capitolo 6

47

ISBN 978-88-97412-267 I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento totale o parziale, con qualsiasi mezzo (compresi i microfilm e le copie fotostatiche) sono riservati per tutti i paesi.

DEL SAPERE SCIENTIFICO DI PERITI E CONSULENTI

LA EVIDENCE BASED MEDICINE (EBM) capitolo 7

49

DISGONOSOMIE E CRIMINALITÀ

Illustrazione di copertina: Bluff di Martina Abbadessa Redazione: Elisa Santini

capitolo 8

Impaginazione: Rossella Borra Progetto grafico: Pangramma Stampa: Marcograf – Venaria (TO)

53

LE «SCIENZE» UMANE


capitolo 9 55

IL RUOLO DI PERITI E CONSULENTI capitolo 10

61

L’APPROCCIO PSICOPATOLOGICO clinico capitolo 11

69

L’APPROCCIO PSICOPATOLOGICO FORENSE capitolo 12

75

usciamo ora dal penale capitolo 13

83

CONTRIBUTO CASISTICO capitolo 14

119

IL RUOLO della DEONTOLOGIA PROFESSIONALE capitolo 15

123

IL PRIMATO DELLA CLINICA capitolo 16

129

UNA COLLABORAZIONE è PERÒ POSSIBILE capitolo 17

157

ALCUNE PRESCRIZIONI A MO’ DI CONCLUSIONE

189

bibliografia


presentazione È un onore per me scrivere la presentazione dell’ultimo lavoro del prof. Fornari. Sui suoi testi di psichiatria forense si sono formate generazioni di professionisti e Fornari, in questo lavoro, si accinge ad affrontare il tema della valutazione psicopatologico-forense all’interno della più generale discussione sulla prova scientifica nel processo penale. Diventerà sicuramente un lavoro scientifico di consultazione. La questione della prova scientifica è sempre più in primo piano nel dibattito giuridico e nella rappresentazione mediatica del processo penale. Mentre nei sistemi penali accusatori anglosassoni da tempo si sono delineati i criteri di valutazione dell’evidenza scientifica, nel sistema penale italiano solo negli ultimi anni, sia in dottrina sia in giurisprudenza, ci si è occupati della questione. In questo suo ultimo lavoro il prof. Fornari si occupa specificamente della prova scientifica nelle scienze del comportamento. Quando se ne parla solitamente vengono in mente DNA, fingerprint ecc. In realtà le valutazioni psicopatologico forensi, che esistono da sempre e in tutti i sistemi penali, hanno di solito un impatto molto maggiore sui destini del processo e gli errori metodologici sono qui più difficili da enucleare rispetto a quelli che vengono commessi in altri settori. Sotto questo profilo, quindi, la responsabilità del perito e del consulente è difficilmente quantificabile proprio perché in poca attenzione è di solito posta agli aspetti metodologici riferiti alla conduzione della perizia. A complicare ulteriormente la questione vi è la complessità della valutazione nella quale si vanno a intersecare informazioni specifiche sul fatto, la storia personale del periziando, la sua storia familiare, la sua storia clinica ecc. È quindi difficile immaginare e concordare su una procedura standardizzata che però sia sufficientemente flessibile da poter adattarsi alla varietà della casistica forense. Nonostante queste difficoltà, il prof. Fornari, da sempre nei suoi lavori scientifici e nelle sue perizie e consulenze, non si è mai stancato di sviluppare una rigorosa metodologia valutativa. Di fronte a esperti che troppo velocemente effettuavano ed effettuano equazioni del tipo malattia mentale = vizio di mente, egli ci ha sempre ricordato come la valutazione del vizio di mente debba passare attraverso una rigorosa analisi clinica che vada oltre il semplice inquadramento diagnostico di tipo nosografico per confluire nella rico-

9


struzione del funzionamento mentale del periziando sia in generale che nel contesto specifico del crimine. Le condizioni all’interno delle quali si può parlare di un’abolizione della capacità di intendere e di volere, ci ricorda l’autore, sono molto limitate. Non basta dimostrare, come fanno molti, una qualsiasi psicopatologia per evocare l’alone del vizio di mente. L’analisi criminogenetica, ci ricorda ancora Fornari, deve essere guidata proprio da questa ricostruzione del funzionamento mentale patologico che rappresenta la parte più delicata della perizia psichiatrica. Sotto questo profilo, il vizio di mente è quindi il risultato di un funzionamento mentale patologico al punto tale da rendere il soggetto agente incapace di fare diversamente. È quindi una condizione che deve essere verificata indagando la coerenza fra diagnosi e comportamento al momento del crimine, tramite una complessa e rigorosa rete argomentativa. Lo studio del malato psichiatrico, con la messa a punto di tecniche di neuroimmagine sempre più sofisticate, si è, negli ultimi decenni, centrato sull’analisi dei correlati nervosi della malattia mentale. Questo orientamento, relativo alle basi neurobiologiche delle malattie mentali, viene talvolta scambiato come il tentativo di spiegare la malattia psichiatrica con le sole caratteristiche del sistema nervoso patologico. In un periodo sempre più caratterizzato dall’impetuoso ingresso delle neuroscienze nella ricerca psichiatrica, il prof. Fornari ci ricorda come la valutazione clinica non potrà mai essere messa in disparte e mai potrà subire un declassamento rispetto ai risultati delle metodiche strumentali (fMRI, VBM ecc.). Questa posizione, sembrerà strano, è quella condivisa dagli studiosi delle neuroscienze cognitive che da sempre si occupano di mettere in relazione il sintomo con l’organizzazione cerebrale patologica. Le tecniche delle neuroscienze possono essere però di aiuto soprattutto quando si tratta di documentare lo stato del sistema nervoso alla base del comportamento patologico ma, in assenza di comportamento patologico clinicamente rilevabile, il dato relativo al funzionamento del cervello non ha potere esplicativo. È quindi pienamente condivisibile l’affermazione del prof. Fornari circa l’importanza della clinica anche quando messa a confronto con le indagini strumentali, persino le più moderne. L’indagine clinica è certamente in grado di catturare le sottili caratteristiche del soggetto esaminato, caratteristiche che potranno eventualmente, laddove possibile, trovare conferma nei risultati dei test psicopatologici e neuropsicologici. Se teniamo conto del fatto che ogni pa-

10

ziente neurologico e psichiatrico presenta caratteristiche uniche, si comprende come ogni classificazione e inquadramento dei sintomi faccia perdere quelle informazioni che identificano l’unicità del paziente medesimo. La valutazione complessiva è il risultato di un sapiente equilibrio fra ipotesi cliniche emergenti dal colloquio e dati che si possono confermare ai test cognitivi e di personalità. Pertanto nulla quaestio circa l’affermazione che in psicopatologia forense esista una priorità valutativa dell’analisi funzionale sulla analisi neurobiologica. L’analisi funzionale parla direttamente al lessico giuridico cosa che invece non si può dire per la neurobiologia. Questa discussione è molto rilevante in un periodo in cui si fa un gran parlare di neuroscience and law e quando alcuni autori arditamente arrivano a sostenere come i risultati delle neuroscienze possano essere usati per modificare il sistema penale. In realtà le neuroscienze possono essere utili per affrontare in modo più oggettivo certi passaggi relativi alle ipotesi funzionali che nascono dalla clinica. I livelli di analisi del comportamento sono molteplici come ricorda Fornari. Esiste un livello sintomatologico-descrittivo, esiste un livello di analisi funzionale, un livello anatomico morfologico, un livello anatomico funzionale e così via. Le informazioni importanti per il parere in tema di vizio di mente sono, oltre al livello sintomatologico-descrittivo, soprattutto il livello di analisi funzionale. Solo attraverso l’analisi funzionale si riesce quindi a valutare se la capacità di autodeterminazione può essere abolita o grandemente ridotta dalla presenza di uno stato di mente patologico. Per alcuni professori la quiescenza viene vista come una liberazione dai pesi della didattica e della ricerca scientifica. Per pochi altri è vista come un’occasione di approfondita riflessione finalmente libera dalle forche caudine dei bizantinismi accademici per i quali noi universitari italiani siamo famosi. Il prof. Fornari appartiene allo sparuto manipolo di professori che usano la maggiore libertà dovuta alla liberazione dal carico didattico per accelerare nei loro studi e per effettuare quelle ricerche che prima venivano ostacolate da mille difficoltà pratiche. Ribadisco, è per me un onore, quindi, presentare il lavoro dell’amico Ugo, sicuro che il suo impegno continuerà a delineare la rotta della psichiatria forense in Italia. Giuseppe Sartori Professore ordinario di Neuroscienze cognitive Università degli studi di Padova presentazione

11


PREFAZIONE «Non è dato all’uomo di scendere negli abissi dell’umana coscienza e dire con sicurezza in quali condizioni di mente e d’animo versasse un individuo quando commise un misfatto.» Verga A. 1872, Una scorsarella nei campi dell’animismo, «Archivio Italiano per le Malattie Nervose.», IV: 1 «Ho sempre pensato che vi sia molta responsabilità a creare dei nomi nuovi: poiché, se ben trovati, rischiano di vivere e di imporsi malgrado venga poi negata la cosa che volevano indicare.» Sante De Sanctis S. 1902, Sulla classificazione delle psicopatie, «Rivista Sperimentale di Freniatria.», 28:180

Nella mia lunga vita di psichiatra forense, mi sono spesso chiesto che cosa portiamo nel Foro come prova della scientificità dei nostri elaborati. Ricordo che agli inizi della mia carriera professionale i periti dell’epoca (parlo di cinquanta anni fa e anche più) affrontavano il loro compito e assolvevano il loro mandato attraverso pronunce dogmatiche non aperte al contraddittorio, ma legate semplicemente alla loro esperienza, all’indiscusso potere e al prestigio che godevano, trattandosi quasi esclusivamente di medici psichiatri che lavoravano nei manicomi: ricchi, quindi, come non altri di esperienza psichiatrica (cliniche psichiatriche e insegnamenti universitari di Psichiatria esordirono ufficialmente solo negli anni Sessanta). Essi erano assolutamente convinti della bontà del metodo, che traeva forza dagli insegnamenti della sempre imperante scuola positiva. Il modello medico psichiatrico era da tutti loro applicato e non discusso. Le loro conclusioni peritali venivano per lo più accettate pari pari nel Foro. I periti del tempo (e io ero uno di questi) presentavano valutazioni che erano vere e proprie sentenze. Gli strumenti psicodiagnostici non erano di uso comune: sull’intuizione il clinico basava il suo sapere e cercava di imporre le proprie valutazioni in un Foro che riponeva una fiducia quasi cieca nel suo ruolo di perito d’ufficio. Seguirono anni in cui tutto venne messo in discussione: in particolare, le diagnosi di psicosi, di nevrosi e di psicopatia, il valore di malattia della categoria diagnosticata, il contenuto e i limiti del vizio di mente, la nozione di pericolosità sociale e via dicendo.

13


Rimase molto difficile collocare in una dimensione critica i convincimenti di molti di noi sulla giustezza e sacralità della propria scienza, nonostante ci rendessimo conto che, quando si parlava di responsabilità, di libero arbitrio, di incapacità e via dicendo si applicavano semplici convenzioni che appartenevano agli ambiti della filosofia e della sociologia piuttosto che della medicina e della psichiatria. Restava il fatto che eravamo ben lontani da ritenere i nostri elaborati peritali poco capaci di fornire la «prova» richiesta dal giudice, convinti come eravamo che il nostro «intuito» clinico e la nostra buona fede fossero garanzie più che sufficienti per fornire al magistrato o al difensore la «prova» richiesta. Poi sono comparsi altri «saperi»: tra questi, prima quello della psicologia clinica e, del tutto recentemente, una serie di conoscenze in ambito neuroscientifico che cercano di spiegare i rapporti tra cervello, mente (entità per qualche neuroscienziato inesistente) e comportamento attraverso indagini e metodologie oltremodo sofisticate. Su conoscenze parziali (nessuno sa come funziona nella sua complessità un cervello e dove siano collocate funzioni tipo la libertà, la responsabilità, la capacità decisionale e i loro contrari) – fondamentalmente qualitative, statisticamente non validate attraverso campioni di controllo – si è andata e si va affermando pericolosamente una certa neuromania (Legrenzi, Umiltà 2009) che ha la pretesa di spiegare comportamenti semplici (e fin qua ci siamo) e complessi (e qui proprio non ci siamo), riducendo questi ultimi a relais funzionali che, essendo di natura neurologica, assumono per ciò stesso la dignità di «serio» e «convincente» fattore uni causale, a spiegazione del funzionamento o del blocco di un meccanismo mentale e quindi del correlato comportamento. Vulnerabilità genetica e lesione neurologica tendono a divenire i cavalli di battaglia non solo e non tanto per la ricerca, doverosa e indispensabile, ma soprattutto per scardinare i principi fondamentali della clinica, sostituendosi alla stessa nell’interpretazione e nella valutazione di comportamenti che, in tal modo, non appartengono più a persone, bensì a cervelli e a corredi cromosomici. Pur nella sua parzialità e approssimazione scientifica, lo stigma rassicurante della nuova parola «neuro» collega, in modo spiccio, un comportamento a una funzione del cervello e assurge a dignità di causalità monofattoriale per chi vuole dormire sonni tranquilli. Per troppe persone è allettante pensare di aver trovato la moderna versione di quelle

14

desuete dottrine che furono la frenologia di Gall e la freniatria degli psichiatri dell’Ottocento, riscoprendo o recuperando il determinismo biologico sotto nuove, mentite spoglie. Ora nessuno di noi vuole negare l’importante influenza che svolgono sulle condotte umane un organo come il cervello e un particolare assetto cromosomico: sarebbe come negare scioccamente una realtà dalla quale invece non si può prescindere. Quello che si vuole mettere in discussione non è il possesso, bensì l’uso che si può fare e già si fa nella clinica delle fondamentali scoperte di cui tutti noi siamo debitori alle neuroscienze e alla genetica molecolare. Non si può tornare ai vecchi modelli di cui sono testimonianza le perizie del passato, ma non si può neppure sostituire un elaborato psichiatrico con una relazione neuropsicologica. Nel nostro lavoro non si valutano cervelli o assetti cromosomici, bensì persone e condotte complesse, che hanno una loro storia e che solo alla luce di essa assumono quel senso e quel significato cui ci si approssima sempre per difetto e alle quali, certo, gli apporti delle neuroscienze non sono in grado di fornire una risposta esaustiva. Pertanto, allo stato attuale delle conoscenze sul funzionamento del cervello, la seguente definizione mi sembra lievemente trionfalistica e un po’ imprudente negli obiettivi che si prefigge: Il termine neuroscienze indica un gruppo di discipline scientifiche tra loro assai eterogenee, ma che condividono un fondamentale programma comune: quello di comprendere come il cervello renda possibili i fenomeni mentali e i comportamenti umani, anche quelli più complessi e tradizionalmente considerati inaccessibili all’indagine scientifica (Bianchi, Gulotta, Sartori 2009).

Più corretta e più prudente, anche se più generica, mi pare la definizione che si legge sul Vocabolario della lingua italiana Treccani (vol. III, 1989), e cioè: Insieme degli indirizzi di ricerca che hanno per oggetto lo studio del sistema nervoso sotto l’aspetto normale e patologico e tendono a integrare le discipline di base con la neuropatologia e con la neurologia clinica; in esse si comprendono gruppi di programmi della ricerca di base, tra cui la neurofisiologia, la neuropsicologia, la neurogenetica, le scienze del comportamento e i programmi di ricerca sulla neurocomunicazione.

Ecco allora che lo scopo di questa monografia non è quello di discutere sullo statuto epistemologico delle neuroscienze, bensì è prefazione

15


semplicemente quello di dimostrare come sia una questione di metodo ciò che giustifica il ricorso o meno a determinati strumenti diagnostici (di qualsiasi tipo essi siano), la cui scelta e fruizione deve essere funzionale a un procedimento clinico che rimane la via maestra da seguire per evitare il ritorno a teorie e a prassi superate e – al limite – errate. Inizierò il mio scritto con l’esposizione di un modello peritale che ha fatto il suo tempo e concluderò con un esempio di elaborato che tiene in giusto conto gli apporti della psicodiagnosi e della neuropsicologia, collocandoli in una dimensione clinica.

capitolo 1

UN RESOCONTO PERITALE, A MO’ DI PROLOGO Tra i molti contributi peritali del tempo che fu, prendo a caso in esame la perizia medico legale sullo stato di mente dello scultore Cifariello redatta dai prof.ri Virgilio, Corrado e Colucci, tutti e tre freniatri di sicura fede positivista (Virgilio, Corrado, Colucci 1908). Nella loro prefazione, gli autori precisano che dal punto di vista della psichiatria forense il caso Cifariello non ha molto di speciale. Tranne il valore individuale e sociale del protagonista, il suo delitto è quello che ogni giorno registra la storia delle Corti d’Assise senza l’intervento del perito. [Però] della passione umana troppi impeti ed automatismi, troppe malinconie, illusioni, stanchezze, incoordinazioni mancano alle pagine della igiene, della patologia, e della terapia mentale, perché molte di più ne mancano alla psicologia […]. Nella passione vi sono troppi concomitanti somatici, sensoriali e subiettivi, ma soprattutto convengono nella passione troppi elementi disparati […]. Il comune metodo clinico non è sufficiente ad analizzare, a dissociare, a comprendere questo insieme di normalità e di patologia; o guasterebbe, perché al deplorato artificio leguleio si sostituirebbe un formalismo scientifico poco meno convenzionale ed erroneo, che in veri termini non sarebbe realismo e neppure naturalismo. La psicologia e la semeiotica delle passioni non si ricaveranno dai libri, dalle meditazioni, o dai tracciati grafici almeno fino a che una larga osservazione metodica, scientifica non raccoglierà ordinatamente e per la scienza le note genuine più espressive, più acute e stridenti della passione, come se ne trovano nel dramma umano […]. Nella redazione di questa perizia il seguire perciò il tirocinio comune non ci è parso utile. Per quanto l’ordine ed il metodo obiettivo ci fossimo studiati di mantenere nella direttiva delle nostre indagini, nel riassumere ci è parso che la opportunità che avevamo avuto di provare e di dirigere metodicamente la introspezione di un uomo dotato di un forte potere di analisi e di critica, e con un temperamento esuberante di passione, ci avesse dato la migliore raccolta pel nostro studio; ed è quella a cui abbiamo dato maggiore sviluppo.

16

17


Ecco così tracciata, in piena epoca positivista, l’importanza per la clinica psichiatrica del dare voce al dire e alle modalità espressive del periziando, del rilevare il tono e l’inflessione della sua voce e il tipo di sua partecipazione emotiva. Diremmo oggi dare voce ad altri livelli di comunicazione che non siano solo quello verbale e cioè: i livelli paraverbale (volume, tono, pause, timbro) e non verbale o meta verbale (gestualità, mimica). Certamente questo metodo di per sé non ha le caratteristiche di un esame obiettivo o delle risultanze di test diagnostici ampiamente intesi, ma altrettanto certamente è l’unico in grado di consentirci di far conoscere agli operatori della giustizia la persona che essi hanno l’onere di giudicare. Il metodo seguito dai su citati periti fu quello di raccogliere analiticamente dalla viva voce del periziando i dati familiari e individuali (la storia di vita) nei loro aspetti sia oggettivi sia soggettivi (opinioni, sentimenti, vissuti, giudizi su familiari, amicizie, affetti, ambiente di lavoro, attività svolte e via dicendo); il racconto della vicenda sentimentale che culminò con l’uccisone della donna amata, che «sempre aveva delle studiate reticenze, degli slanci di passione, delle finezze di sentimento e di sensualità che ne facevano una donna incantevole», anche se, dopo il matrimonio «l’amante rimaneva sempre la più affascinate, ma la buona donna di famiglia, economica, modesta era completamente scomparsa nella realtà della vita quotidiana […] ad una ad una vedeva fallire tute le premesse del suo programma, vedeva assottigliato e vide poi distrutto tutto il gruzzolo delle sue economie». I litigi si fanno sempre più frequenti; il Cifariello «finiva con l’aver sempre torto, con l’esercitare apparentemente la funzione del tiranno, finiva col non poter imporre mai un sol punto di accordo […] la sua ira aumentò quando rinvenne tante carte e fotografie che attestavano il passato losco della moglie e si irritò tanto più con la suocera che, malgrado le raccomandazioni sue, conservava quelle vergogne come tante reliquie». Si giunse, infine, a «una separazione amichevole», vissuta però in maniera molto sofferta e ambivalente dal Cifariello. Senza la sua compagna, egli «sentiva un vuoto che non poteva colmare». Si vergognava della sua posizione di separato, «avvertiva una grande stanchezza nelle gambe, pareva che non si potesse più alzare, gli pareva di non avere più volontà, di non potere più lavorare […]. Voleva di nuovo lei, rimpiangeva di non averla compresa, di non aver inteso il suo amore, di non avere avuto garbo, di averla lasciata partire […] ciascuno di quelli che sapevano le grandi torture morali che la moglie gli aveva procurato cercava di persuaderlo in questo senso, ma egli non voleva sentire alcuno; il

18

bisogno di riaverla era diventato uno spasimo irresistibile». Il medico che lo prese in cura in quel periodo disse che il Cifariello soffriva di una forma di «frenosi maniaco depressiva». «Quando apprese che sua moglie si era messa in viaggio per ritornare a lui incominciò a sentirsi più calmo e più in forze […] erano passati sei mesi ed erano stati sei mesi di lunghe sofferenze. Si abbandonarono l’uno all’altra tra le braccia, in preda ad un pianto dirotto […] il Cifariello andò progressivamente migliorando; gli tornò l’appetito, gli tornò il sonno, cominciò ad ingrassare e dopo poche settimane poteva dichiararsi guarito […]. Questo stato di quiete durò circa un anno […] nei litigi, che erano ritornati facili, la moglie gli rinfacciava ogni momento l’assistenza prestatagli […] protestava di non poter andare avanti con l’assegno di 200 lire mensili». A un certo punto la donna propose al Cifariello di mettere su una pensione che avrebbero condotto lei e sua madre e lui, anticipate tutte le spese, sarebbe diventato uno dei pensionanti con le solite 200 lire mensili. Ma l’impresa, causa le dissennate spese della moglie, andò ben presto in rovina; si dovette ricorrere a prestiti sempre più frequenti, con debiti che andavano aumentando vieppiù, senza possibilità di restituzione; gli oggetti di valore venivano pignorati, gli usurai esigevano restituzioni onerose. Tutto ciò divenne causa di nuovi dissidi e di nuove incompatibilità: «Cifariello considerava quella donna coe l’unica sorgente delle sue sventure; d’altra parte, era considerato da loro (moglie e suocera) come un tiranno, un avaro, come la causa di tutti i falliti commerci». I rapporti tra i due coniugi si raffreddarono progressivamente e sempre più stridenti divennero le differenze tra di loro: «egli incline per la vita solida, tranquilla, riconcentrato per il risparmio, per l’apparenza, per la reputazione, ella per la vita spensierata, frivola, incurante dell’ordine e della considerazione altrui, amante del denaro e dei gioielli […] a lei non dispiaceva di esser corteggiata, non aveva potuto smettere certi abbigliamenti troppo eccentrici, certe libertà di modi e di linguaggio». Da numerosi altri riscontri testimoniali emerse chiaramente che il Cifariello «subiva il fascino e il dominio assoluto della moglie». Per contro, da deposizioni testimoniali emerse che la moglie aveva la mente «ingombrata da immagini sciocche e fantastiche, da strani quesiti, da angosciose paure, da insistenti motivi musicali, od immagini erotiche». Nonostante tutto ciò, il Cifarello subiva il fascino della moglie che traeva la principale sua origine «nell’intenso godimento sessuale che la donna sapeva sempre scuotere in lui». In quegli stessi anni, il Cifariello mieté una serie di successi: iscrizione alla massoneria; sei medaglie d’oro in UN RESOCONTO PERITALE, A MO’ DI PROLOGO

19


diverse esposizioni; professore onorario dell’Accademia di Napoli; Commenda della Corona d’Italia, quella dell’Ordine di Francesco Giuseppe, il titolo di ufficiale della Corona di Russia e la medaglia dell’Ordine di Ludovico I di Baviera. La moglie, peraltro, era donna molto corteggiata. «Dovunque andava, subito intorno a lei si formava un crocchio di ammiratori e di adoratori. Uno di questi, tale Soria, era diventato l’amico intimo e stava spesso con loro». Qualche tempo dopo, mentre trascorreva un periodo di riposo lontano da casa, Cifariello ricevette la richiesta ufficiale di separazione coniugale. «Corse a casa sua e non trovò la moglie! [...] Passò una notte quasi insonne [...] nella stanza della suocera, in un armadio, trovò una lettera d’amore, dattilografata: v’erano solo delle iniziali I.P.M. Dopo diverse traversie grazie all’intervento di alcuni amici, pace fu fatta e Cifariello invitò a pranzo, tra gli altri, anche tale P.; Cifariello era convinto che costui fosse l’amante della moglie, ma la donna gli confessò che la lettera l’aveva scritta lei per ingelosirlo. I due si riunirono e Cifariello «sentì risorgere tante speranze», fino a che «un giorno vicino al lavabo si accorse di una lettera minutamente spezzata [...] un altro giorno la sorprese dal buco della serratura mentre scriveva a lungo [...] la moglie, con lui, menava vanto di una vera corte di ammiratori». Presero corpo, così, nuovi sospetti e pedinamenti. «Ormai egli si sentiva avvolto in una rete inestricabile ed incapace di qualsiasi soluzione energica [...]. Cercava di persuaderla e di impietosirla, le faceva ogni adulazione e ogni promessa, ma ella si mostrava crudele, fredda, offensiva [...] ella aveva come una crudele voluttà di dominio [...] al Cifariello questa donna che si rivelava così forte, mentre egli era così debole, che mostrava di non temere l’ira di nessuno, gli sembrava in taluni momenti anche più bella; vicino a lei soffriva, ma aveva bisogno prepotente di ammirarla, senza di cui si sentiva annientato [...] lei disprezzava ed offendeva senza paura [...] egli sentiva di non avere più alcuna influenza sull’animo di lei [...] dinanzi a sé non v’era che l’isolamento e la derisione, lei invece sarebbe andata verso la vita e verso il chiasso [...] sul fondo di questo smarrimento spuntò l’idea del suicidio [...] comprò un revolver [...] oramai comprendeva tutto il tradimento di cui era vittima». Di fronte a nuove parole e atteggiamenti ingiuriosi tenuti dalla moglie nei suoi confronti, il mattino del 10 agosto del 1905, mentre erano soli, «presi la rivoltella che avevo nella valigia vicino al letto e tirai su mia moglie un primo colpo, seguito dagli altri quattro di cui era carica. Poi sono scappato come un matto gridando: “ammazzatemi, ammazzatemi!”».

20

Terminato il resoconto che è stato riassunto nelle pagine precedenti, seguono alcune considerazioni sulle indagini di sopralluogo eseguite nella camera in cui era avvenuto l’omicidio. Segue un’attenta e accurata epicrisi del caso. Sulla scorta di alcune lettere scritte da Cifariello alla moglie si contesta la diagnosi di una psicosi degenerativa e di una forma maniaco depressiva. «Nel complesso, noi non abbiamo l’impressione che si tratti di quella malattia costituzionale, cronica, che spesso si ripete in forma periodica [...] abbiamo piuttosto l’impressione che si tratti di una psiconevrosi affettiva a carattere istero nevrastenico». Siamo molto lontani da una diagnosi psichiatrica fondata su evidenze che vadano al di là delle «intuizioni» di clinici che stanno facendo un resoconto «scientifico» del caso e che hanno a disposizione gli strumenti di indagine e il metodo dell’epoca. Segue infatti un minuzioso esame somatico come era in auge al tempo, comprensivo delle misure antropometriche (craniometria, indice cefalico, vita vegetativa, riflessi, riflessi vascolari, motilità, forza muscolare, sensibilità tattile, senso barico muscolare, esame dei sensi specifici). Le condizioni intellettuali del Cifariello, quali obiettivate dai periti, costituiscono l’attuale esame psichiatrico diretto, che però nel caso in discussione non è pura obiettivazione delle singole funzioni mentali, ma è comprensivo anche di considerazioni sul funzionamento mentale del soggetto di fronte a precise domande, considerazioni e contestazioni dei periti che riprendono ampiamente la sua storia di vita e il resoconto della sua infelice vicenda coniugale. Dato atto di una sostanziale negatività dell’esame psichico nel corso del quale si insiste sostanzialmente sul «buon funzionamento intellettivo» del soggetto, i periti si pongono la seguente domanda: «Quale si conserva la sua intelligenza nelle forti emozioni e negli stati accessionali di turbamento emotivo; e in ultimo, quale il presumibile stato della sua intelligenza nel periodo del delitto?». Dagli elementi raccolti attraverso le testimonianze e la viva voce del Cifariello, «né prima né dopo in quel giorno (dell’omicidio) noi troviamo elementi per ammettere una infermità dell’intelligenza [...] il suo delitto va nell’ordine delle ossessioni, prodotto psichico irrazionale che la coscienza non assimila, anzi combatte in un modo angoscioso, apprezzandolo come un fato strano che irrazionalmente si ripete [...] di sintomi coatti, psicastenici, in realtà attualmente non v’è che l’accenno della ripugnanza che ha di rimanere solo [...] in lui non la riteniamo un vero fenomeno coatto». UN RESOCONTO PERITALE, A MO’ DI PROLOGO

21


I tre freniatri passano quindi e descrivere il carattere del Cifariello, uomo già di per se stesso «facile agli entusiasmi e agli abbattimenti [...] l’astuzia, la furberia ed il raggiro stanno un po’ nel carattere del Cifariello [...] in lui si affermano notevolmente la vanità e l’orgoglio», per rilevare che dopo il matrimonio questo era cambiato. «Egli facilmente s’eccita, s’adira, assume un tono di superiorità [...] abitualmente avaro, diventava, episodicamente, spendereccio [...] anche nel dominio della passione (però) manca la nota del dubbio, come ordinariamente suole prevalere sotto forma di gelosia, di sospetto, ecc. [...] ci limitiamo a constatare la mancanza di stati dubitativi a carattere patologico». Nel rapporto con la moglie «appare evidente che ne aveva paura». Paura di lei o piuttosto paura dell’abbandono? Su questo tema i periti non si soffermano, pur avendolo più volte sfiorato nel loro attendo e minuzioso resoconto. Ammettono essere il Cifariello un tipo «notoriamente emotivo e impulsivo». Nella relazione coniugale, «l’emozione e l’impulso non si calmano se non quando lei ritorna [...] entrambi avevano il bisogno di imporsi, il bisogno di dominio, entrambi sentivano ipertrofico l’io, avevano la vanità di sé e della propria abilità, un po’ vendicativi, ed entrambi impulsivi ed astuti; spesso sprezzanti del valore altrui, delle leggi e delle consuetudini sociali [...] entrambi amavano il godimento, il lusso e la vita, ma egli voleva accumulare, voleva collezionare pel godimento più sicuro e più largo del domani, ella voleva il godimento più frivolo, più spasmodico dell’oggi [...] specie quando ritornò dall’America, il dominio di lei avanza e si allarga [...] o bisognava adattarsi a perderla ed egli non se ne sentiva la forza o bisognava cedere [...] di fronte alla moglie, il Cifariello dimostrava una debolezza di volontà, una ristrettezza di risorse come non ne dimostrava in ogni altro campo. Da quando la Maria ritorna dell’America fino all’epoca del delitto è evidente che i poteri volitivi del Cifariello rispetto a lei s’indeboliscono. Per quanto s’ipertrofizzano quelli di sua moglie rispetto a lui». Nella relazione dismetrica della moglie, è lui il perdente e il vinto, che inutilmente cerca di tenerla presso di sé, di non perderla, assecondandola in ogni modo, anche contro i suoi interessi finanziari e le convenienze sociali. Questo asservimento della sua volontà viene dai periti interpretato come la passione. «Il desiderio di lei era diventato il punto di mira unilaterale, monotono della sua vita: senza di lei si sentiva morire. Il delitto [pertanto] non appare come la espressione di uno stato di infermità mentale, né porta le note dell’automati-

22

smo, ma appare come l’acuta, impetuosa, violenta angoscia di uno stato passionale [...] il Cifariello uccide per la minaccia avuta (dalla moglie), uccide col grande incitamento dell’arma che aveva a sua disposizione, uccide stanco e irritato dai patimenti e dalla mancanza di sonno e forse sotto il turbamento dell’alcool e del sulfonal, uccide in un’afosa mattinata d’una giornata di agosto e uccide sotto una forma la più violenta di raptus [...]; il suo delitto porta le impronte psicologiche di uno stato passionale intenso ed ha avuto il determinismo occasionale dell’offesa eccessiva e della paura». Nella sostanza, il fondamento scientifico dell’elaborato peritale si trova nella criteriologia fissata dalla scuola positiva: accurata raccolta di un’anamnesi che copre tutta la vita del Cifariello fino alla sua restrizione carceraria; esame somatico dettagliato; esame psichico in cui tutte le funzioni vengono minuziosamente e analiticamente descritte e misurate; epicrisi del delitto commesso di cui si cercano le radici psicopatologiche e psicologiche; conclusioni che escludono la presenza di un quadro di infermità mentale rilevante a fini forensi e stressano quelle relazionali, strettamente dipendenti e conseguenti alla sua infelice e contrastata vicenda coniugale. Da sottolineare l’importanza che gli autori riconoscono ai contenuti dei verbali di interrogatorio, alle testimonianze e a ogni altra fonte di informazione (in primis, le numerose lettere dai due scritte durante la loro vita matrimoniale), al di là di quanto direttamente conosciuto attraverso la viva voce del periziando, le cui caratteristiche psicologiche vengono nettamente distinte tra il Cifariello «scultore di chiara fama», e il Cifariello «marito sofferente e vinto». L’esame psichico, in particolare, si articola sull’obiettivazione delle funzioni intellettuali e sulle «note del carattere» (istintività, emozioni, sentimenti, volontà, reazione) con continui richiami alla sua storia di vita, interpretazioni e valutazioni che arricchiscono i dati obiettivi seguendo un modello narrativo ed espositivo piuttosto complesso. Ovvio che, al di là dell’osservazione clinica, gli unici elementi di riscontro obiettivo erano rappresentati, all’epoca, dai dati dell’esame somatico e neurologico.1 Di accertamenti psicodiagnostici come di 1. La metodologia prescritta dalla scuola criminologica e freniatrica di quell’epoca attraverso gli scritti di Lombroso prevedeva distinzioni tra «studi peritali comuni», «studi peritali straordinari» e «dimostrazioni scientifiche». A. Schema di perizie ordinarie: «breve esposizione del fatto; misurazione del peso e della statura, esame dell’urina, esame dei caratteri antropologici generali, cute e appendici cutanee, cranio, arti; dati della sensibilità meteorica, tattile, termica, dolorifica; dati dell’affettività, dell’emotività, del tono sentimentale, dell’associazione delle idee; rapporto di tutto ciò con l’atto singolo; sintesi che deve illuminare il giudice». UN RESOCONTO PERITALE, A MO’ DI PROLOGO

23


qualsiasi altro esame strumentale non se ne poteva parlare, per l’assoluta assenza degli stessi. Eppure essi giungono a un inquadramento diagnostico e a una valutazione psichiatrico forense sulla quale anche attualmente ci si potrebbe trovare perfettamente d’accordo. Cosa è cambiato da allora a oggi? Quali strumenti abbiamo a disposizione per rendere più scientifico il nostro lavoro forense? Si tratta di strumenti o di metodo? Tutto ciò è quanto cercheremo di esaminare nelle pagine che seguono, tenendo conto dell’evoluzione delle conoscenze, quale verificatasi in questi anni.

capitolo 2

PREMESSA Sul «valore scientifico» della perizia psichiatrica, in un periodo di trionfante organicismo e di positivismo, R. von Krafft Ebing, professore ordinario di psichiatria e di neuropatologia presso l’Università di Vienna, scriveva: Nei casi straordinariamente frequenti nei quali la libera decisione della volontà è messa in dubbio per l’influenza di momenti interni organici, v’è bisogno che l’accertamento dell’elemento subiettivo nella fattispecie, della cooperazione del perito medico. La nozione che cotali momenti interni organici sono equivalenti agli stati morbosi dell’encefalo esige in omaggio alla logica questo intervento del perito medico. Dalla odierna Legislazione è riconosciuto e regolato il diritto e il dovere della Scienza medica di emettere il suo voto in siffatte questioni di dubbia sanità di mente […]. Quello che il perito ha precipuamente da tener di mira non è la responsabilità né la libertà di elezione, ma sibbene la determinazione della integrità o della infermità mentale derivante dall’analisi scientifica (Von Krafft Ebing 1897: 26 sgg.).

B. Schemi per perizie molto importanti e per le indagini scientifiche: vestito (vestiario o abbigliamento); cute (colore, tracce di ferite, acne rosacea, tatuaggi, rughe, dermografia); appendici cutanee (peli, sopracciglia, barba, capelli, unghie, denti); statura (rapporti tra le diverse parti del corpo); cranio (cefaloscopia, volumetria, craniometria: diametro anteroposteriore, diametro trasverso, curva anteroposteriore, curva trasversale, indice cefalico, tipo e anomalie del cranio, circonferenza, capacità probabile, semi-circonferenza anteriore e posteriore, fronte); faccia (altezza, diametro bizigomatico o bigoniaco, tipo facciale, indice facciale, occhio, naso, orecchio, mandibola); esame somatico (torace e addome, arto superiore, mano, arto inferiore, organi genitali); esame biologico della sensibilità (tattile, elettrica, termica, dolorifica, visiva, uditiva, esame oftalmoiatrico); esame della motilità (volontaria, riflessa, anormale); vita vegetativa (circolazione, respirazione, digestione, secrezione, disturbi della sfera sessuale, cardiaca ecc.); esame psicologico (scrittura, linguaggio, gergo, sensibilità centrale, attenzione, percezione, memoria, raziocinio, sogni, passioni, sentimenti, emozioni, istinti e tendenze); esame anamnestico (generalità, condizioni economiche e igieniche, condizioni della famiglia, ereditarietà, vita fetale, infanzia, pubertà, malattie pregresse, traumi, reato, causa a delinquere, contegno dopo il reato, pentimento, recidiva); sintesi che deve illuminare il giudice». Queste prescrizioni metodologiche non venivano così rigorosamente seguite da tutti i periti, anche se — nella sostanza — in tutti lo schema aderiva ai canoni fondamentali della freniatria ottocentesca (Fornari 2008).

24

Il grande psichiatra austriaco proseguiva poi nel dare indicazioni quanto mai attuali e condivisibili in punto redazione di una perizia psichiatria e collaborazione dei periti con il sistema della giustizia. Cos’è cambiato da allora a oggi, in un momento cioè in cui le indagini neuroscientifiche cercano di riportare, come allora, tutto il discorso della causalità a teorie monofattoriali e deterministiche che vorrebbero spiegare la complessità del comportamento umano riducendolo ad alterazioni neurofunzionali o cromosomiche? Forse è il caso di ricordare quanto scrisse De Sanctis (De Sanctis 1902: 180) a proposito delle teorie psicologiche e psichiatriche, e cioè: «Questo ritorno periodico alle stesse teorie, questo lavoro di Sisifo, è la condanna naturale dell’aver l’uomo voluto trattare argomenti che non si possono appoggiare a fatti o dell’averli appoggiati a fatti ed osservazioni che non si possono controllare né verificare»; aggiungo io: nella loro complessità e nei loro misteriosi intrecci neurofunzionali e psicopatologici.

25


Con il progredire delle conoscenze e dei nuovi orizzonti operativi in ambito psichiatrico e giuridico, terminata l’era lombrosiana e quella della medicina criminologica, è risultata sempre più evidente l’insufficienza e l’inappropriatezza del modello medico-psichiatrico per rispondere ai quesiti posti dal magistrato, in ambito sia penale (imputabilità, capacità di partecipare coscientemente al processo e pericolosità sociale), sia civile (la valutazione della capacità decisionale in riferimento ai temi complessi e delicati del consenso/ dissenso). Il problema di fondo nasce dal fatto che – per volontà del legislatore – periti e consulenti devono procedere a un non facile, discutibile e controverso abbinamento tra categorie cliniche e categorie giuridiche, divergenti per significato, per statuto epistemologico, per obiettivi e fini perseguiti. Il modello delle scienze umane e quello del diritto sono più lontani che vicini, se non altro perché il giudice valuta fatti aventi rilevanza giuridica, il perito/consulente esamina persone autrici o vittime di reato. Nel valutare un elaborato peritale è sufficiente ritenere credibile e affidabile quel perito o quel consulente tecnico che si sostiene abbia operato in buona fede, in scienza e coscienza, con caratteristiche di obiettività e di imparzialità? Il fatto che un perito sia conosciuto come persona seria, preparata, accreditata è sufficiente per conferire alle sue valutazioni valore di «prova», sia pur sui generis? È fondamentale che la clinica rimanga sovrana nell’interpretazione e nella valutazione dei dati «tecnici» raccolti oppure questo criterio può benissimo essere superato (ovvero annullato) dalle moderne conoscenze in ambito neuroscientifico? Solo il perito o il consulente d’ufficio sono affidabili al punto che il giudice può far riferimento solo al loro elaborato, benignamente mettendo agli atti, ma sostanzialmente ignorandoli, gli elaborati di parte? Si può chiedere a periti e consulenti di fornire ai quesiti loro posti risposte che si collochino «al di là di ogni ragionevole dubbio» o è meglio aspettarsi semplicemente che essi rispondano in «scienza e coscienza» per poi vedere se e come è possibile inserire nella composizione processuale i loro pareri? È corretto «giustificare» un perito/consulente che non conosce le regole del processo e i principi del codice penale e civile e di quello di procedura solo perché è un clinico: pertanto non tenu-

26

to a conoscere il forense? E «perdonare» un perito/consulente che si ostina nel sostenere i suoi errori procedurali e di tecnico della psiche solo perché è nominato dall’ufficio, mentre la scure si può tranquillamente abbattere sui consulenti delle parti, dal momento che questi non hanno l’obbligo di impegnarsi a «dire la verità»? E imporre nel Foro le nostre verità scientifiche non accettando il contraddittorio con le parti e fornendo risposte tautologiche e dogmatiche, come se quando siamo nominati dall’Ufficio fossimo investiti di chissà quale potere e possedessimo un sapere supra partes? È lecito che un consulente prometta al suo assistito percorsi di assoluzione o di consistente riduzione della pena o di non applicazione di una misura di sicurezza, senza essersi preventivamente consultato con il suo committente e aver sentito il parere del magistrato? E insinuare dubbi sulla moralità e sulla validità della testimonianza di una vittima, solo perché si è consulenti della parte avversa o perché si è schiavi dei propri pregiudizi? Nei casi di separazione, è lecito difendere a spada tratta gli interessi di un genitore o dell’altro di cui siamo i consulenti, dimenticando che le vere e uniche persone da tutelare sono i figli dei due contendenti? È lecito dimenticare che la perizia e la consulenza sono mezzi di prova (sia pur particolari) per trasformarli in un prodotto di esercitazione accademica? Ed è lecito dimenticare, solo perché siamo periti o consulenti nominati dal giudice, che il periziando è una persona alla quale dobbiamo rispetto e considerazione, che non dobbiamo giudicare e nei confronti della quale esistono i doveri della deontologia professionale? È lecito piegarsi supinamente o mostrare accondiscendenza alle richieste/suggerimenti forniteci dalle parti del processo (penale o civile) o non dobbiamo piuttosto sempre e ovunque rivendicare il nostro ruolo di tecnici della psiche che devono rendere conto solo alla loro scienza e coscienza? Dare un qualche tipo di risposta ai problemi sopra accennati (e altri se ne potrebbero individuare) è di fondamentale importanza per tutti coloro che, a titolo di «esperti» vengono chiamati dal giudice o dal difensore per esprimere un parere tecnico motivato su specifici problemi che nascono dall’applicazione di precise disposizioni contenute nei codici, penale e civile. Non vorrei però che si pensi che io sia persona in grado di dare risposte risolutive a tutti questi problemi. Quello che mi propongo di fare è semplicemente denunciare le difficoltà in cui, tramontato premessa

27


il periodo delle certezze della vecchia psichiatria forense, quando il perito era un oracolo che pronunciava sentenze, invece che un consulente cui si chiedeva (come accade ora) di fornire un pare tecnico motivato, noi ci dibattiamo quotidianamente per cercare una soluzione relativamente semplice a problemi complessi, ribaltando spesso i termini del discorso, ciò è a dire: cercare una soluzione complessa a problemi relativamente semplici. Vorrei tanto allora che tutto quello che scriverò nelle pagine che seguono sia letto come «sistema aperto» al contraddittorio, dal momento che metterò in discussione fin dalle prime battute che cosa sia il «sapere scientifico» dei periti e dei consulenti e in che cosa consista la «scientificità» del loro lavoro, non tanto clinico quanto peritale. Di quest’ultimo mi sono sempre occupato e a questo darò la posizione più rilevante, non perché ignori o sottovaluti la clinica che – a mio parere – mantiene il suo primato anche nell’attività forense, ma perché il taglio che voglio dare alla mia monografia è volto a fornire ai forensi spunti di riflessione e di discussione. So che incontrerò molta disapprovazione e raccoglierò molti pareri contrari; ma sono proprio questi che mi interessano, purché motivati, perché solo attraverso il contraddittorio motivato e articolato sui diversi argomenti sui quali mi intratterrò si può cercare di fornire un contributo utile alla conoscenza e al progresso delle nostre discipline.

capitolo 3

DEL SAPERE SCIENTIFICO DI PERITI E CONSULENTI In questo ambito di lavoro, l’esperienza quotidiana consente di constatare quanto spesso la valutazione psichiatrico forense dell’imputabilità (e della pericolosità sociale) dell’autore di reato risenta di notevoli disparità che rasentano il soggettivismo e l’arbitrarietà. Il fenomeno può essere riportato sia: › allo stato attuale delle discipline della psiche, dove esistono più psicologie e più psichiatrie; › alla mai sopita diatriba circa le categorie che rilevano nell’escludere o nello scemare grandemente la capacità di intendere o quella di volere; › agli errori che si perpetuano in questo campo ancora infarcito di preconcetti positivisti; › sia all’utilizzazione delle neuroscienze in ambito peritale; › sia all’invasione del «forense» da parte di persone che aspirano a esserlo, ma non sono dei periti, se non nel momento in cui vengono nominati dal giudice o dall’avvocato, per poi tornare a essere dei professionisti che si occupano della loro attività che nulla ha a che fare con il Foro; › sia all’opposizione tra giudici e periti che si ritengono ognuno detentore di verità opposte: quella processuale e quella clinica. Il sistema della giustizia e quello delle scienze devono invece collaborare nella costruzione di una verità (il processo prima, la sentenza poi) che non solo comporti l’applicazione dei codici e di principi dottrinali e giurisprudenziali, ma che rispetti criteri scientifici, riducendo così al minimo la percentuale di errore dovuta all’umano operare in questo campo, specialmente alla luce della sentenza n. 9163/2005 delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, che tra l’altro, recita: Quanto al rapporto e al contenuto dei due piani del giudizio (quello biologico e quello normativo), il secondo non appare poter prescindere, in ogni caso, dai contenuti del sapere scientifico, […] sicché, postulandosi, nella simbiosi di un piano empirico e di uno norma-

28

29


tivo, una necessaria collaborazione tra giustizia penale e scienza, a quest’ultima il giudice non può in ogni caso rinunciare – pena la impossibilità stessa di esprimere un qualsiasi giudizio – e, pur in presenza di una varietà di paradigmi interpretativi –, non può che fare riferimento alle acquisizioni scientifiche che, per un verso, siano quelle più aggiornate e, per altro verso, siano quelle più generalmente accolte, più condivise, finendo col costituire generalizzata (anche se non unica, unanime) prassi applicativa dei relativi protocolli scientifici.

La sentenza, estremamente articolata, dà atto di alcuni pregiudizi diffusi nel mondo forense, che si traducono operativamente nei seguenti errori concettuali e metodologici: i disturbi della personalità sono altra cosa rispetto a nevrosi e psicopatie; il concetto di «infermità» si sostanzia in una lesione cerebrale a carattere organico e con basi anatomiche; il paradigma nosografico coincide con quello della lesione organica e del modello medico, se non è dimostrabile la lesione organica non si può fare diagnosi di malattia mentale; di per se stessa, l’infermità di mente rileva a fini forensi; il concetto di «infermità» coincide con quello di «malattia», la differenza tra malattia e infermità è una questione meramente nominale dietro cui non esiste alcun concetto; esistono «alterazioni psicopatiche» o «disturbi della personalità» che non sono in rapporto diretto di causalità con la condotta dell’agente; si colloca la nozione medico legale di «malattia mentale» nell’ambito della più vasta categoria dell’«infermità», riconoscendo un valore generico al termine «infermità» e un valore specifico al termine «malattia». Adottando tali assunti, non si esce fuori dal modello nosografico descrittivo, medico, biologico, statico, e non si colgono altri livelli di analisi che non siano ricompresi in quelli dell’importanza essenziale ed esclusiva del contenitore diagnostico per la valutazione psichiatrico forense. Una corretta interpretazione del rapporto tra vizio (parziale) di mente e disturbi di personalità, secondo la succitata sentenza, che richiama in più parti gli orientamenti giurisprudenziali e gli indirizzi della Suprema Corte, invece, si articola nei seguenti passaggi: l’infermità di mente deve «causare» un tale stato di mente da escludere o scemare grandemente la capacità di intendere o quella di volere; è necessaria la sussistenza di una correlazione diretta tra il disturbo psichico e l’azione delittuosa posta in essere dal soggetto agente, e quinti tra abnormità psichica effettivamente riscontrata e determinismo dell’azione delittuosa (Cass. Sez. I, n. 19532/2003); il

30

disturbo psichico deve avere l’attitudine a incidere, effettivamente e nel caso concreto, nella misura e nei termini voluti dalla norma, sulla capacità di intendere e di volere del soggetto agente (Cass. Sez. I, n. 19532/2003; n. 24255/2004; n. 33230/2004); non è l’infermità in se stessa (neppure, a rigore la più grave) a rilevare, bensì un «tale stato di mente», da essa determinato, «da escludere la capacità di intendere o di volere» o da farla ritenere «grandemente scemata»; nella categoria dei malati di mente potrebbero rientrare anche quei soggetti affetti da nevrosi e psicopatie nel caso che queste si manifestino con elevato grado di intensità e con forme più complesse tanto da integrare gli estremi di una vera e propria psicosi (Cass. Sez. I, n. 19532/2003); anche situazioni classificabili come «borderline» hanno rilevanza forense (Cass. Sez. I, n. 6062/2000; n. 15419/2002; di diverso avviso, Cass. Sez. VI, n. 7845/1997); il vizio parziale deve discendere da uno stato morboso, dipendente da un’alterazione patologica clinicamente accertabile (Cass. Sez. I, n. 9739/1997); l’infermità può caratterizzare anche le anomalie psichiche non derivabili da sicura base organica, purché si manifestino con un grado di intensità tale da escludere o scemare grandemente la capacità di intendere e di volere (Cass. Sez. I, n. 24255/2004); la malattia in senso clinico psichiatrico è categoria distinta dalla malattia in senso psichiatrico-forense; il concetto di «infermità» non è del tutto sovrapponibile a quello di «malattia», risultando, rispetto a questo, più ampio. In questa prospettiva, divenuta prescrittiva per tutti gli operatori del diritto e i loro collaboratori, verità processuale e verità clinica rappresentano simultaneamente due voci fondamentali della composizione processual penalistica o processual civilistica, ognuna con la sua legittimità e autonomia. Ne consegue che: «il giudice non deve più piegarsi passivamente all’opinione consolidata nella comunità scientifica di riferimento, ma assume un ruolo attivo esercitando un controllo diretto sulle prove» (Collica 2008: 1170-1216). E ancora: «il libero convincimento del giudice resta sostanzialmente intatto. Nulla può delimitare da un lato la discrezionalità correlata a questo principio e dall’altro rendere assolutamente oggettivo il giudizio da lui emesso» (Fiori 2009: 1149-1158). Il giudizio penale è destinato pertanto a convivere con lo spettro dell’errore. Il problema del giudice non è quello di cercare una certezza impossibile, ma di aumentare il grado di probabilità e ridurre il margine di errore a una soglia razionalmente e socialmente accetDEL SAPERE SCIENTIFICO DI PERITI E CONSULENTI

31


tabile. Come tutte le persone umane, anch’egli è soggetto all’errore: il problema non è quello di non sbagliare mai, bensì quello di sbagliare il meno possibile, tenendo conto che si tratta di valutare «fatti» (comportamenti e vissuti) aventi rilevanza giuridica ai quali né periti, né giudici, né avvocati, né quant’altri hanno assistito, ma in riferimento ai quali si devono prendere delle decisioni il più possibile aderenti a una realtà storica, ricostruita attraverso la realtà processuale. A questo proposito, però, scriveva, già nel lontano 1897, KrafftEbing (op. cit.): È sommamente da deplorarsi il fatto di quel giudice il quale in luogo di sollecitare il parere di tutti quei gradi di giurisdizione medicolegale che la legge pone a sua disposizione, giudica secondo il suo modo di vedere personale di uno stato di mente sulla cui integrità esistono dei dubbi e delle controversie.

Ne consegue che al giudice viene imposto un limite al suo libero convincimento, per evitare che l’esito del procedimento e del processo siano rimessi ad apprezzamenti discrezionali, soggettivi e confinanti con l’arbitrio. Si tratta di un principio che permea l’intero ordinamento processuale e che trova saliente espressione nelle garanzie fondamentali inerenti al processo penale, quali la presunzione d’innocenza dell’imputato, l’onere della prova a carico dell’accusa, l’enunciazione del principio in dubbio pro reo e l’obbligo di motivazione e giustificazione razionale della decisione a norma degli artt. 111 c. 6 Cost. e 192 c. 1 c.p.p. (Cass. Pen., sez. I, 14 maggio 2004).

Dal momento che l’attuale art. 533 del codice di procedura penale, modificato dalla legge 20 febbraio 2006, n. 46 (art. 5) recita: «il giudice pronuncia sentenza di condanna se l’imputato risulta colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio», l’ipotesi «probabile oltre ogni ragionevole dubbio» non è quella che esclude l’ombra del dubbio: è quella di fronte alla quale l’ipotesi antagonista ha soltanto un carattere di «probabilità remota». Logica conseguenza è che nel dettato dell’art. 533 c.p.p. si può individuare un ulteriore richiesta di rigore scientifico anche del parere tecnico rilasciato al giudice o alle parti da psichiatri, psicologi e medici legali. È la morte del libero convincimento dei periti e dei consulenti che pertanto deve essere pronunciata, specie in punto «nesso causale» e «ragionamento contro fattuale», che invece

32

devono essere sottoposti a rigorosa e impietosa verifica da parte dei periti stessi. In tutti i casi il magistrato (c.d. peritus peritorum) non è tenuto a sottoscrivere le conclusioni cui è pervenuto il suo consulente o il collegio peritale (Cass. Pen., sez. III, 11 aprile 2006, n. 12647). La valutazione circa la necessità o meno di disporre un accertamento peritale costituisce l’espressione del potere discrezionale del giudice di merito, «incensurabile in Cassazione, se sorretto da motivazione immune da vizi logico-giuridici». Il giudice può revocare l’ordinanza ammissiva di perizia psichiatrica, purché tale prova risulti superflua e al revoca sia sorretta da adeguata motivazione (artt. 125 e 495 c.p.p.). È poi nel suo potere-dovere dissentire dalle conclusioni del perito o del consulente e disporre altri accertamenti peritali, dopo aver verificato la validità scientifica dei criteri e dei metodi di indagine utilizzati dai periti. Non si dimentichi mai che è il giudice che pronuncia sentenza o che istruisce il procedimento penale o civile confutando o accogliendo la ricostruzione dei fatti e il divenire della verità processuale entro oppure oltre il ragionevole dubbio. Ma che cosa è ragionevole e cosa non lo è? Quali elementi obiettivi possiede il magistrato per pronunciarsi in merito? Si tratta per caso delle cosiddette prove scientifiche che gli forniscono i raggruppamenti investigativi dei carabinieri e la polizia scientifica o i periti di volta in volta nominati oppure si tratta semplicemente del suo libero convincimento fondato sul contenuto e sulle modalità di svolgimento del fatto reato? Quali garanzie offrono le cosiddette indagini di sopralluogo le cui caratteristiche di «scientificità» sono ancora in larga parte da definire, e, quando definite, sono assai discutibili? La prova logica su cosa si fonda, se non in larga parte sul libero convincimento dal quale non è eliminabile una più o meno grande quota di soggettività e di aprioristico verificazionismo? Come si vede, i problemi sono tanti e neppure tutti ricompresi in queste poche righe. Eppure qualche cosa la si deve pure fare e dire, se non altro per restringere il campo della soggettività e dell’aleatorietà investigativa e psichiatrico forense, anche perché poi le sentenze parlano e le ingiustizie esistono, sia a vantaggio sia a svantaggio della cosiddetta giustizia. Terminati i reciproci funerali, presentate le doverose e inevitabili (per i periti/consulenti, ovviamente) condoglianze, ecco allora che il giudice (e come lui il procuratore e i difensori) deve: › essere in grado di poter scegliere un perito (competenza e capacità scientifica dell’esperto); DEL SAPERE SCIENTIFICO DI PERITI E CONSULENTI

33


› essere messo a conoscenza del metodo da questi applicato (tradizionale, innovativo, sperimentale); › essere competente nel valutarlo (a questo livello, quasi sempre ci si «affida»); › pretendere chiarezza diagnostica (modello categoriale, che rappresenta l’imprescindibile contenitore di base); › esigere chiare e comprensibili spiegazioni sul funzionamento mentale del soggetto in esame in riferimento al fatto avente rilevanza giuridica (modello funzionale e attributivo); › poter comprendere l’incidenza della valutazione clinica sull’oggetto specifico dell’accertamento disposto e i provvedimenti da prendere (vizio di mente, pericolosità sociale, cure, capacità decisionale, istituti di protezione) (il c.d. nesso etiologico o significato d’infermità dell’atto). E il perito/consulente deve: › possedere un minimo di conoscenze giuridiche (le nozioni di infermità di mente, di incapacità decisionale, di pericolosità sociale, di idoneità a rendere testimonianza e via dicendo) e di conoscenze procedurali (il contenuto e i limiti del suo mandato, i doveri verso il committente e i colleghi, e via dicendo); › essere in grado di garantire al giudice o al difensore tutte le competenze tecniche, deontologiche scientifiche e metodologiche richieste; › essere in grado di stendere un elaborato convincente, motivato, documentato, fruibile e comprensibile. In questa prospettiva di reciproca integrazione, non esiste una narrazione unilaterale; infatti, come accade nell’opera musicale in cui «il dialogo contrappuntistico presenta sempre almeno due racconti e consente a ciascuno di presentarsi nella propria pienezza, mai però di parlare senza una controparte che sostiene, contraddice e completa l’esposizione dell’altra» (Barenboim 2007: 115), così in una gestione integrata tra discipline forensi e diritto è possibile raggiungere una crescente implementazione e armonizzazione delle une con l’altra, nel rispetto delle reciproche autonomie. Per conferire caratteristiche di «scientificità» (che innanzi tutto significa affidabilità) a una perizia/consulenza in materia psichiatrica occorre che fin dal conferimento dell’incarico e ancor prima si abbia massima cura ne: a) la scelta dei periti/consulenti, che devono avere rigorosamente una formazione psicopatologico forense o psicologico giudiziaria;

34

questa non è garantita né dalla specializzazione in medicina legale (il medico legale non conosce la clinica psichiatrica e psicologica, perché privo di un training specifico), né dalla semplice specializzazione in psichiatra o in psicologia, scuole in cui il «forense» non è di casa, se non per summa capita; b) la correttezza e chiarezza di formulazione dei quesiti, a quesiti scorretti o incompleti corrispondono risposte scorrette o incomplete; pertanto ogni conferimento di incarico peritale (d’ufficio o di parte) deve essere preceduto da una discussione collegiale del tipo di problema che si vuole affidare al tecnico, in modo da evitare risposte scorrette o incomplete o che devono essere integrate e interpretate dal perito/consulente.2 2. Riporto, qui di seguito, alcuni esempi di quesiti, correttamente formulati, rinviando a Fornari 2008. Quesiti su indagato/imputato: «accertino i periti […] – quali sono le attuali condizioni di mente di (nome e cognome); – se esse siano o meno compatibili con il protrarsi del regime di custodia cautelare in atto (se si tratta di indagato o imputato detenuto); – se si tratti di persona capace o meno di partecipare coscientemente al suo processo (artt. 70 e segg. c.p.p., 284 e 286 c.p.p.); – in caso di risposta negativa, se sia necessario disporre il ricovero provvisorio presso idonea struttura del servizio psichiatrico ospedaliero, ovvero gli arresti domiciliari (anche eventualmente presso case di cura, ovvero comunità specializzate), ovvero l’internamento provvisorio in Ospedale Psichiatrico Giudiziario (art. 206 c.p.) ovvero altra misura di sicurezza non detentiva idonea ad assicurare alla persona inferma di mente cure adeguate a contenere la sua pericolosità sociale (Corte Cost. n.367/2004); – valutino se l’indagato (o imputato) versasse o meno, al momento dei fatti e in riferimento agli stessi, in stato di infermità di mente tale da escludere o scemare grandemente la sua capacità di intendere o di volere (artt. 88 e 89 c.p.); – ricostruiscano criminogenesi e criminodinamica del reato addebitato al soggetto ed esaminino il funzionamento mentale dello stesso, in riferimento sia al contesto in cui esso è avvenuto, sia alla possibilità o meno di comprendere il significato del fatto e di agire in conformità a tale valutazione (Cass. Pen., S.U., sentenza n. 9163/2005); – accertino se (nome e cognome) sia da considerare persona socialmente pericolosa sotto il profilo psichiatrico, nel senso di presenza e persistenza di patologia psichiatrica rilevante a fini forensi (Corte Cost., n.139/1982 e n. 249/1983); – in caso di risposta positiva, valutino se si tratti di pericolosità sociale elevata o attenuata (Corte Cost., n. 253/2003; e n. 367/2004), al fine della determinazione della misura di sicurezza da adottare». Minore autore di reato: «accerti il perito […], in riferimento al reato per cui si procede, la compromissione della capacità di intendere e di volere di (nome e cognome del o dei minori) sotto il profilo degli artt. 88, 89 e 98 c.p. In particolare, ne valuti gli aspetti biologici, intellettivi, affettivi e sociali al fine di esplorare il funzionamento mentale generale e particolare, nonché gli eventuali difetti settoriali o globali riferibili e correlabili con il fatto oggetto del presente accertamento peritale. Dica inoltre se trattasi di persona socialmente pericolosa sotto il profilo psichiatrico e la necessità di trattamenti psicosociali e psicoterapeutici orientati al suo recupero». Vittime di delitti sessuali: «tenuto conto della dinamica del reato per cui è processo, dica il perito […] se B.A. (la vitti-

DEL SAPERE SCIENTIFICO DI PERITI E CONSULENTI

35


Dai periti/consulenti il giudice poi deve pretendere: c) il rigore metodologico (che etimologicamente deriva da meta-hodòs e significa «la strada che si percorre»)3 seguito dal perito o consulente che sia e che si articola ne: 1. il percorso clinico; 2. la criteriologia psichiatrico-forense; 3. la valutazione psichiatrico-forense. La prova del rispetto di questo principio viene assunta attraverso la domanda fondamentale che il giudice, nel corso dell’esame del perito, dopo aver acquisito la risposta ai quesiti sollevati, gli pone: «come è pervenuto a queste conclusioni?». È fuori dubbio che i ma, tale o presunta tale), al momento del fatto, si trovava o meno in condizioni di inferiorità psichica nei confronti di C.D. (l’autore, tale o presunto tale). Dica inoltre se detta condizioni di inferiorità fosse percepibile da parte dell’indagato». Circonvenzione di persone incapaci: «accerti il perito […] se, alla data penalmente rilevante, C.R. (nome e cognome del soggetto passivo) si trovasse in condizioni di infermità o deficienza psichica tali da renderlo persona circonvenibile. Dica altresì se dette condizioni fossero riconoscibili dall’autore del reato e anche da terzi, non particolarmente competenti nel settore specifico in esame». I quesiti in ambito di testimonianza: a) Nella maggiore età. «Dica il perito se B.A. (vittima reale o presunta tale) sia o meno persona idonea a rendere testimonianza relativamente ai fatti dalla stessa denunciati e descritti in atti». b) Nella minore età. «Descriva il perito la personalità di A.B., ne delinei il tipo di rapporto che ha con la realtà e il grado di sviluppo intellettivo. Accerti se sono presenti disturbi della sfera cognitiva e/o affettiva e/o relazionale che interferiscano con la percezione del reale o con la capacità di ricordarlo e riferirlo a terzi, anche in relazione al contesto familiare e relazionale in cui A.B. è inserito». Affidamento di minori: «dica il C.T.U. (dicano i C.T.U., se trattasi di indagine disposta collegialmente), letti gli atti di causa, sentite le parti (i coniugi e le persone che vivono con l’uno o con l’altra), esaminati il(i) minore(i) e delineate le loro caratteristiche psicologico-relazionali, compiuti i sopralluoghi negli appartamenti dell’uno o dell’altro coniuge, assunte le opportune informazioni e svolte tutte le indagini necessarie ed opportune, quale sia la situazione più adeguata in merito all’affidamento del(dei) minore(i) e la sua (loro) collocazione abitativa più idonea, nell’esclusivo suo(loro) interesse e in base alle esigenze materiali, morali e psicologiche dello(degli) stesso(i) per una sua (loro) crescita armoniosa. Indichi(no) inoltre quali siano le modalità concrete più opportune per il genitore non affidatario di periodicamente vedere e tenere con sé il(i) figlio(i), nonché eventuali prescrizioni che sia opportuno che il giudice dia al genitore affidatario ex art. 155 c.c.». Idoneità genitoriale: «delinei il C.T.U. (dicano i C.T.U., se trattasi di indagine disposta collegialmente), letti gli atti di causa, sentite le parti (i coniugi e le persone che vivono con l’uno o con l’altra), esaminati il(i) minore(i), compiuti i sopralluoghi negli appartamenti dell’uno o dell’altro coniuge, assunte le opportune informazioni e svolte tutte le indagini necessarie ed opportune, le caratteristiche di personalità dei genitori con particolare riferimento alla loro idoneità a svolgere la loro funzione genitoriale (capacità riflessive, empatico-identificatorie, di contenimento, di stabilità affettiva, di controllo degli agiti, di integrazione sociale, di trasmissione normativa, di bassa emotività espressa, di coerenza e costanza relazionali); descrivano le dinamiche relazionali specifiche tra i genitori e i loro figli esaminandi, la continuità e discontinuità delle condotte genitoriali e gli elementi di criticità, individuali, reciproci e relazionali, che possano incidere negativamente sulla loro idoneità di genitori».

36

garanti di questo «sapere scientifico» debbano essere i periti/consulenti, anche se il garante finale di questo sapere scientifico è il giudice di merito, come ribadisce la sentenza della IV Sezione penale della corte di Cassazione del 13 dicembre 2010, n. 43786:

Interdizione, inabilitazione, amministrazione di sostegno: «dica il CTU, letti gli atti ed eseguiti tutti gli opportuni accertamenti clinici strumentali e psicodiagnostici, esaminate le cartelle cliniche relative a eventuali ricoveri della parte convenuta, acquisita tutta la documentazione necessaria presso enti pubblici o privati, esaminata la parte convenuta, assunte eventuali informazioni anche presso i servizi sociali e/o sanitari: a) se la parte convenuta sia affetta da un’infermità (in tal caso ne indichi la natura) e/o da una menomazione fisica o psichica; b) in caso di infermità mentale se questa sia abituale o temporanea; c) in caso di infermità mentale abituale, se la parte convenuta sia in tutto o solo in parte incapace di provvedere ai propri interessi; d) quali atti, di natura ordinaria e/o straordinaria, la parte convenuta sia in grado di compiere senza l’assistenza di una terza persona; e) in quali atti, nell’ipotesi in cui il convenuto si trovi nell’impossibilità anche solo parziale o temporanea di provvedere ai propri interessi, a causa di menomazione fisica o psichica, debba essere rappresentato o assistito da un amministratore (artt. 404, 405 c.c.); f) in tale ipotesi, se il convenuto abbia coscienza di malattia; se sia in grado di esprimere compiutamente un consenso informato a trattamenti sanitari; se assuma terapia farmacologica e con quali effetti; se sia in grado o meno di determinarsi in merito al luogo in cui vivere e alle modalità di gestione del quotidiano». Danno biologico di natura psichica: «il CTU, letti gli atti ed eseguiti tutti gli opportuni accertamenti, compreso l’esame delle cartelle cliniche relative a eventuali ricoveri della parte attrice, acquisita tutta la documentazione necessaria presso enti pubblici o privati, esaminata la parte attrice, assunta ogni altra informazione ritenuta utile a fini valutativi – descriva sotto il profilo categoriale e funzionale lo “stato di malattia” attuale, adottando un criterio comparativo tra il “prima” e il “dopo”, anche al fine di “comprendere” il significato che ha assunto per quella persona quel particolare evento psicolesivo sul suo diritto fondamentale al “bene salute”; – accerti se l’alterato funzionamento psichico si sia tradotto in una sensibile, effettiva compromissione delle abilità sociali preesistenti e ne valuti il correlato impatto nel determinare il “quid novi” o il “quid pluris” sul suo funzionamento cognitivo, affettivo, relazionale, lavorativo e sociale; – valuti in che misura il disturbo psichico accertato, tenuto conto di tutti gli interventi di cura effettuati e della loro efficacia, abbia leso, menomandola, l’integrità psicofisica, la vita relazionale e la capacità lavorativa del soggetto in esame». 3. Il metodo: Lettura degli atti à verità processuale. Acquisizione documentazione clinica. Esame clinico del periziando: anamnesi familiare e personale. Importante la audio/videoregistrazione nella vittima di reato, specie se bambini abusati. Attenzione nell’anziano vittima di reato. Esame obiettivo psichico: rigorosa descrizione delle singole funzioni mentali e delle loro alterazioni funzionali; non interpretazioni e valutazioni. Esami di laboratorio e strumentali: sussidiari. Indagini di sussidio psicodiagnostico: non alla presenza di più consulenti. Inquadramento clinico à verità clinica. – Attenzione al riduttivismo classificatorio (DSM, ICD...); è importante il classificare (che cosa ha la persona), ma lo è ancor più il comprendere (chi è la persona); – Valutare sempre il funzionamento mentale del periziando à più aree funzionali dell’Io

DEL SAPERE SCIENTIFICO DI PERITI E CONSULENTI

37


il giudice di legittimità non è giudice del sapere scientifico, non detiene proprie conoscenze privilegiate ed è chiamato soltanto a valutare la correttezza metodologica dell’approccio del giudice di merito al sapere tecnico-scientifico, che riguarda la preliminare, indispensabile verifica critica in ordine all’affidabilità delle informazioni che utilizza ai fini della spiegazione del fatto. [Tale verifica] è al servizio dell’attendibilità dell’argomentazione probatoria ed è dunque rimessa al giudice di merito che dispone, soprattutto attraverso la perizia, degli strumenti per accedere al mondo della scienza (Fiori, Marchetti 2011: 479 sgg.)

sono investite dal disturbo psicopatologico e più sarà compromesso, in acuto, il comportamento (organizzato, disorganizzato). Altrettanto non può dirsi nei casi in cui il quadro psicopatologico è connotato da disturbi persistenti. Discussione psichiatrico-forense: Il fatto/reato è sintomatico del disturbo mentale (reato di) o non è a esso correlato (reato in). Il vizio di mente è in stretta correlazione con i disturbi psichici presenti nella categoria diagnostica individuata, purché essi siano funzionalmente in rapporto con le modalità e il fatto/reato stesso. Valutazione del vizio di mente (totale o parziale). Risposte ai quesiti.

38

capitolo 4

LE «SCIENZE» DELLA PSICHE Ma come si fa a conferire agli elaborati peritali4 quel carattere di rigore e di autentica scientificità che può garantire loro (e agli estensori degli stessi) autorevolezza e prestigio? Preliminare alla risposta è definire il concetto di «scienza» e vederne le possibili applicazioni nell’ambito delle discipline forensi (psicopatologia forense e psicologia giudiziaria). La scienza è conoscenza parziale e incompleta della realtà che ci circonda e in cui viviamo immersi (il relativismo scientifico). «Le scienze esatte misurano il misurabile, ma ciò che può essere misurato è ben lontano dall’essere il tutto» (Augias, Mancuso 2009: 150). Come già scriveva Pirandello nel suo Uno, nessuno, centomila, bisogna, quindi, stare in guardia dalla trappola pericolosa e micidiale che può diventare la scienza quando lo studioso, imboccata una strada perché crede di aver trovato la via giusta, si trova costretto a vivere nella sua gabbia, prigioniero della sua stessa costruzione (Sciascia 2007). Nel settore specifico qui in discussione, possiamo dire che la scienza della psiche è quel corpus di assunti teorici e di applicazioni pratiche ricavate attraverso il metodo deduttivo da osservazioni cliniche, sperimentali, strumentali e di laboratorio accettate e condivise dalla comunità scientifica in quel momento e in quel contesto storico-culturale. Pertanto è un corpus in continua evoluzione, dal carattere relativo e dalla portata limitata e come tale deve essere proposto a chi deve poi prendere decisioni in ambito di applicazione del diritto penale o civile. 4. La perizia come mezzo di prova (Codice di Procedura Penale, libro III, titolo II, capo VI, artt. 220-233): 1. Un elaborato peritale è una costruzione tridimensionale in cui confluiscono una dimensione giuridica, una metodologica e una deontologica. 2. Nessuna metodologia, anche la più rigorosa, è garanzia di un corretto operare in ambito forense, se non integrata da principi deontologici ed etici. 3. Le linee guida devono essere intese come un sistema di riferimento aperto, dinamico e flessibile, in cui collocare una modalità clinica e valutativa condivisa e concordata. 4. Il compito del perito o del consulente è quello di esplorare possibili legami tra verità processuale e verità clinica e valutare uno stato di mente. 5. Verità processuale e verità clinica rappresentano simultaneamente due voci fondamentali della composizione processual penalistica o processual civilistica, ognuna con la sua legittimità e autonomia.

39


Il relativismo scientifico costituisce un aspetto fondamentale cui si deve fare costante e preliminare riferimento per articolare la successiva discussione,5 tanto più quanto più nel sistema giuridico attualmente in vigore oggi in Italia, il riferimento teorico non è certo a quello proprio della scuola positiva, bensì a quello della scuola classica (principi fondamentali: libertà individuale, capacità di autodeterminazione, responsabilità soggettiva, capacità di decidere e via dicendo). La complessità del problema, ben presente negli studiosi fin dai tempi antichi (Fornari, Rosso 1988: 1139-1174), è stata recentemente riassunta da Gazzaniga, quando scrive: «il concetto di responsabilità è una costruzione sociale che esiste nelle regole di una società e non nelle strutture neuronali del cervello» (Gazzaniga 2006). Inoltre: l’integrità anatomica e funzionale del cervello non è più «il» ma «uno» dei presupposti della normalità psichica. A questo proposito, occorre ricordare che: 1. la suddivisione del cervello in lobi frontali, temporali, parietali e occipitali è un anacronismo illusorio e ha una validità funzionale limitata; 2. le funzioni cognitive (percezione, rappresentazione e intelligenza) sono una parte importante del funzionamento cerebrale, ma non esprimono altro che ciò, senza nulla dire su come funziona nel suo insieme questo sistema, di cui poco o nulla si conosce, specie per quanto si riferisce alle funzioni più complesse (previsione, giudizio, analisi, critica, coloritura emotiva, affettività ecc.); 3. la letteratura medica è piena di affermazioni inconsistenti sulla fisiologia del lobo frontale. Si ritiene che vi risiedano i meccanismi della personalità e del carattere, delle motivazioni, della capacità specificamente umana di pensiero astratto, dell’introspezione e della programmazione del futuro; però questi caratteri e qualità non si prestano a facili definizioni né a localizzazioni specifiche; 4. disturbi neuropsicologici dell’emotività, dell’ideazione e del comportamento causati da un danno cerebrale, possono presentarsi in maniera molto simile anche in soggetti che sono privi di una storia di malattia neurologica o di trauma cerebrale. Fattori neuro-

logici e fattori psicosociali possono portare al medesimo comportamento e, in alcuni casi, possono operare contemporaneamente; 5. «mente» e «cervello» sono termini che hanno un significato distinto, indicando l’una la sfera psichica, l’altro quella neurologica; la distinzione tra sintomi «mentali» e sintomi «neurologici», anche se artificiosa, rimane utile allo stato delle nostre conoscenze, nella misura in cui una percentuale di sintomi non sono chiaramente dovuti a malattie strutturali certe, o, perlomeno, non se ne è ancora potuta dimostrare la derivabilità; 6. la contrapposizione tra aspetti biologici e psicosociali in psichiatria favorisce, però, una forma di dualismo cartesiano. La psichiatria rischia di trasformarsi suo malgrado in una casa divisa in due abitata da un lato da specialisti in campo psicosociale e dall’altro da neuroscienziati.

5. La presunzione di obiettività della scienza lascia, tra gli altri, piuttosto scettico anche Damasio, quando tra l’altro scrive: «mi è difficile considerare i risultati scientifici – specialmente in neurobiologia – come qualcosa di più che approssimazioni provvisorie, da usare per un po’ e poi gettare via non appena se ne rendono disponibili di migliori» (Damasio 2009: 26).

40

LE «SCIENZE» DELLA PSICHE

41


capitolo 5

LE RICERCHE IN AMBITO NEUROSCIENTIFICO Nonostante si sappia che mente (espressione funzionale) e cervello (base anatomica) sono inseparabili, non sempre questa visione integrata si riflette nella letteratura e nella pratica psichiatrica e psicologica. Inoltre se pure le disfunzioni del lobo frontale sono quelle maggiormente riconducibili a patologie che incidono sulla capacità di intendere o di volere, non abbiamo ancora evidenze scientifiche che ci assicurino che soggetti con tali disfunzioni non abbiano poi capacità adeguate. Dire che chi è incapace di intendere o di volere ha disfunzioni del lobo frontale non è la stessa cosa di dire che chi presenta disfunzioni del lobo frontale è incapace di intendere o di volere (Merzagora Betsos 2011: 175-208).

Nell’esplorare i rapporti tra aree cerebrali e funzionamenti mentali semplici e complessi di tipo cognitivo, emotivo e comportamentale, si è dimostrato che le diverse aree anatomiche del cervello (in particolare la corteccia fronto-temporale e il sistema limbico) non agiscono indipendenti e separate, ma si integrano funzionalmente tra di loro, per cui la neuroanatomia funzionale della cognitività, dell’emotività e del comportamento vede coinvolte aree quali la corteccia prefrontale ventro-mediale e dorso-laterale, l’amigdala, i gangli della base, l’insula e altre strutture viciniori. L’essere portatore di una patologia morfo funzionale a carico di una o più queste aree non implica però automaticamente (nel senso di causa-effetto) che i meccanismi psicologici alla base della imputabilità, della libertà, della capacità di prendere decisioni e di altre nostre capacità siano automaticamente compromessi, per cui da quella discende un’incapacità o un difetto qualsiasi. Alterazioni anatomo funzionali dei lobi frontali e del sistema limbico non possono, da sole, spiegare la complessità della psicopatologia e rischiano di ridurre il comportamento umano ad ambiti e dimensioni che, allo stato, sono ben lungi dall’ottenere una loro

43


validazione clinica. Inoltre queste ricerche si collocano sostanzialmente a livello cognitivo: emozioni, sentimenti e passioni6 che ruolo svolgono? Esse ci dicono una cosa fondamentale, che le aree cerebrali attivate sono diverse a seconda del tipo e dell’impatto emotivo sul comportamento umano. E allora? Assistere o agire un comportamento violento non è la stessa cosa, a livello sia comportamentale, sia neurofisiologico. I fattori razionali sono importanti, ma lo sono per lo meno nella stessa misura (io credo ancora di più) i fattori emotivi e quelli affettivi, a livello conscio o inconscio (categoria, questa, inesistente per i neuroscienziati cognitivisti). La punta dell’iceberg non è la parte sommersa; ma noi, quando agiamo o ci asteniamo o differiamo una risposta comportamentale o reagiamo a stimoli provenienti dall’ambiente esterno (latamente considerato) abbiamo a che fare con questa e non soltanto con quella. Ma non basta: un’alterazione anatomo funzionale di queste e altre aree non può fornire «prova scientifica» della compromissione della capacità di intendere o di volere, perché, come ricorda la Merzagora (Merzagora Betsos 2011): «libero arbitrio e imputabilità non sono sinonimi; il primo è concetto filosofico, il secondo concetto giuridico» ed è «il diritto che decide cosa sia infermità in senso giuridico».

LA NEUROPSICOLOGIA Nell’offrire un valido aiuto alla ricerca di risposte e alla costruzione di inquadramenti clinici e di procedure valutative più ricche, più articolate e maggiormente fondate sull’obiettività, e quindi sull’evidenza dei dati, può al massimo stabilire la compromissione di una funzione, ma non necessariamente la presenza di una lesione organica cerebrale (Ferracuti et al. 2008: 97 sgg.), fatta ovviamente eccezione per i casi in cui la clinica è già di per se stessa più che elo6. Ricordiamo le relative definizioni. Emozione: espressione somatica di un sentimento avente caratteristiche di transitorietà, di immediatezza e di spiccata intensità. Essa ha caratteristiche di risposta o reazione a situazioni esistenziali emotigene. Affetto: esperienza soggettiva di un sentimento più o meno duraturo nel tempo, correlata a un oggetto, a un’idea o a un pensiero. Passione: sentimento protratto e intenso, per cui la partecipazione affettiva ed emotiva all’avvenimento è preponderante e domina su ogni capacità di ragionamento. Sentimento: condizione stabile, duratura e meno intensa della passione, che ci informa sullo stato generale di benessere o di malessere corporeo o su atteggiamenti interpersonali variamente orientati. Umore è uno stato emotivo che non ha oggetto o il cui oggetto è indeterminabile.

44

quente. Inoltre è uno, non lo strumento di conoscenza di fenomeni che nella loro complessità sfuggono al riduttivismo diagnostico di chi crede o cerca di poter semplificare discorsi complessi, fornendo risposte attendibili ed esaustive. Ne consegue che «l’esame neuropsicologico assomiglia a un’euristica complessa, dove sensibilità clinica, conoscenza teorica e competenza psicometrica si fondono in maniera inseparabile» (Stracciari, Bianchi, Sartori 2010: 10). La neuropsicologia forense ha i seguenti vantaggi: › riduce il margine di discrezionalità e aumenta il «tasso di oggettività» nell’accertamento del funzionamento mentale individuale, normale o patologico che sia; › offre evidenze scientifiche maggiormente solide rispetto a quelle ottenibili con il solo metodo clinico; › consente un’accurata descrizione e valutazione del quadro cognitivo (di base e residuo = neuropsicologia cognitiva); › analizza le risposte a uno specifico compito proposto (= ciò che il soggetto fa in condizioni controllate); › assegna punteggi rigorosamente standardizzati; › comprende come la persona in esame realizza la conoscenza e come i processi cognitivi ed emotivi emergono dal loro substrato biologico, cioè il cervello; › misura accuratamente ed efficacemente il funzionamento cognitivo e comportamentale del soggetto esaminato. Ha invece i seguenti svantaggi: › l’evidenza neuropsicologica non ha caratteristiche di oggettività, come può averlo un esame strumentale o di laboratorio, dal momento che l’esaminatore è una variabile tutt’altro che indipendente; › l’indagine neuropsicologica avviene in condizioni che poco o nulla hanno a che fare con quelle del contesto in cui è accaduto l’evento penalmente o civilmente rilevante; › la prestazione a un test neuropsicologico è influenzata da sorgenti multiple di variabilità (il test stesso, l’esaminatore, il contesto di esame, le caratteristiche del soggetto esaminato, il tipo di relazione stabilita tra esaminato ed esaminando); › in punto imputabilità – pericolosità sociale, capacità di cosciente partecipazione al processo, capacità (incapacità) decisionale, deficienza e inferiorità psichica, controllo della condotte emotive e degli automatismi e via dicendo – le va-

LE RICERCHE IN AMBITO NEUROSCIENTIFICO

45


lutazioni neuropsicologiche, allo stato, non sono in grado di pervenire, di per sé sole, a una verifica oggettiva dell’esistenza o meno della libertà umana. In una valutazione neuropsicologica o di neuroimaging, pertanto, la clinica ancora una volta rimane sovrana nell’interpretazione, nell’integrazione e nella valutazione dei dati raccolti, anche perché le tecniche di valutazione sperimentale vengono applicate in situazioni artificiose e decontestualizzate che nulla hanno a che condividere con la realtà (quella relazione e quella situazione) in cui il fatto giuridicamente rilevante è avvenuto. In altre parole, «la valutazione comportamentale e clinica non può essere sostituita dalla valutazione del cervello tramite le tecniche di neuroimaging cerebrale e le tecniche neuropsicologiche e neuroscientifiche dovrebbero, per il momento, essere viste come metodologie di approfondimento e di supporto» (Stracciari, Bianchi, Sartori 2010: 117-9). Quindi se è vero che «con le nuove metodologie di ricerca abbiamo oggi un potentissimo microscopio per esaminare i processi molecolari che sono associati alle funzioni della mente e ai suoi disturbi» (Pietrini 2007: 317 sgg.), è altrettanto vero che «il correlato neurale permette di rafforzare la prova del disfunzionamento mentale, a prescindere dal significato causale o correlazionale del rapporto tra cervello e comportamento» (Sammicheli, Sartori 2007: 335 sgg.).

46

capitolo 6

LA EVIDENCE BASED MEDICINE (EBM) Nel sottolineare l’importanza dell’evidenza come dato fisico, misurabile, numericamente rappresentabile, statisticamente validato, essa vuole mettere da parte nell’attività diagnostica e terapeutica l’intuizione, l’arte sanitaria, l’esperienza clinica. Essa enfatizza un’impostazione razionale che tragga la sua forza dalle prove sperimentali a disposizione del generico e dello specialista, anche attraverso il ricorso alle riviste più accreditate e all’uso di revisioni che utilizzano tutti i trial effettuati per valutare l’efficacia di un intervento. Questo tipo di medicina è di notevole interesse nell’ambito della medicina generale e di alcune branche specialistiche, ma è di discutibile o impossibile applicazione nel settore delle scienze umane, nel quale si collocano tradizionalmente le discipline psichiatriche e psicologiche e nelle quali la dinamica relazionale tra sanitario e paziente è il fondamento della clinica. Da essa non si può prescindere, anche se la si vuole ignorare: le caratteristiche dell’esaminatore e del contesto in cui avviene l’assessment clinico svolgono una loro fondamentale funzione in tutti i settori della medicina e della psicologia: si può ignorare il dato, ma non lo si può eliminare, tranne che pensare che le indagini strumentali possano soppiantare questa realtà: il che è tutto da dimostrare. Pertanto nel suo complesso non ha nulla di scientifico una medicina che ignori la relazione medico-paziente, ma è semplicemente una medicina che si avvale di strumenti scientifici di indagine, che offrono un apporto fondamentale alla conoscenza, ma non sostitutivo della relazione che completa e spesso consente di dare un significato e un senso a dati di per se soli disaggregati da una clinica completa. Questo dato emerge in tutta la sua evidenza nelle cosiddette scienze della psiche. Il dato neuroscientifico certamente fornisce delle evidenze importanti, il cui significato però deve essere collocato in una dimensione clinica e non utilizzato come elemento isolato e ritenuto esaustivo ed esplicativo di fenomeni complessi come i comportamenti umani. Un’evidenza non equivale all’evidenza, pena un approccio

47


unifattoriale, riduttivo, uni causale ed errato, a fenomeni che per loro natura sono multifattoriali e polideterminati dal concorso armonico o disarmonico di molteplici dati dalla cui integrazione possono discendere spiegazioni e comprensioni più complete ed esaurienti.

capitolo 7

DISGONOSOMIE E CRIMINALITÀ Da anni il problema delle alterazioni del corredo cromosomico è in discussione per quanto si riferisce al suo potere causale. Lungi dal voler intervenire in una discussione in cui si sono costruite e distrutte teorie etiopatogenetiche (v. per tutte la teoria del cromosoma Y sopranumerario, inteso agli inizi come cromosoma della violenza e quindi solo più come reperto casuale o concausale – Fornari 1973: 311-335), mi limito a ricordare semplicemente che: › la natura della biologia è tale che la base dell’individualità è largamente impossibile da catturare, il che rende tutto il parlare delle origini evolutive dell’ignoto nel migliore dei casi prematuro, nel peggiore privo di contenuto, le interazioni genetiche sono fenotipiche, non genotipiche. Difendere il gene come unità della selezione è incoerente dal punto di vista operativo e sbagliato dal punto di vista genetico (Dover 2006); › i geni, durante tutta la loro vita, vanno incontro a molteplici modificazioni chimiche; gli effetti di queste modificazioni chimiche dei geni, che danno luogo a fenotipi differenti nonostante il DNA genetico sottostante sia identico, hanno fatto nascere un nuovo settore di ricerca che ha preso il nome di epigenetica (Piattelli Palmarini, Fodor 2010: 79-80); › in ambito psicopatologico, ereditarietà non è sinonimo di inevitabilità, dato che anche i disturbi più legati a fattori ereditari possono migliorare con trattamenti psicologici e psicofarmacologici e di per sé soli non sono sufficienti per «determinare» un disturbo mentale; › il gioco reciproco tra gene e ambiente è importante; geni e ambiente si influenzano reciprocamente (effetti largamente sottostimati); › l’analisi genetica in psichiatria non fornisce dati utili nel processo di decision making (= prendere una decisione) in ambito psicopatologico forense; › in tema di capacità, responsabilità, libertà le ricerche geneti-

48

49


che non hanno portato nessuna conoscenza di rilievo semmai, hanno ulteriormente confuso le idee; › il pericolo consiste nella prematura o ingiustificata importazione di teorie neuroscientifiche nel sistema giudiziario allo scopo di supportare preesistenti concezioni di imputabilità (= pregiudizi); il rischio per le neuroscienze cognitive di fare danno a causa di una loro scorretta applicazione è tanto elevato quanto lo è il suo potenziale di contribuire allo sviluppo di una giurisprudenza che crede di diventare in questo modo scientificamente difendibile; › l’utilizzo dell’analisi genetica sul piano psicopatologico clinico non fornisce, allo stato attuale, informazioni rilevanti, perché non è in grado di prendere nella necessaria considerazione gli aspetti dinamico-evolutivi e trasformativi insiti nella persona umana; › (re)introduce inoltre una visione deterministica della condotta umana che ipersemplifica indebitamente eventi di per sé complessi. Ecco allora che occorre denunciare a chiare lettere ed eliminare tre pericolosi pregiudizi che possono condizionare negativamente ogni operato clinico in ambito psicopatologico e cioè: › Il primo (culturale) è che possa esistere una «genetica lombrosiana»: che cioè sia possibile l’individuazione di strutture geniche e cromosomiche che «in sé» diano conto di comportamenti socio-relazionali correlati a un allele particolare o a un cromosoma mancante o modificato. Oggi è universalmente riconosciuto nel campo dei genetisti sperimentali che in natura le cose non sono mai semplici come in laboratorio, o in un’azienda agricola; […] è difficile, spesso impossibile, ricostruire quale tratto sia stato selezionato naturalmente (se c’è un tratto selezionato) e «per» che cosa […] la nostra capacità di ricostruire le peculiarità della selezione naturale è estremamente limitata, per non dire di peggio. II caso enormemente più complesso dell’evoluzione delle specie multicellulari superiori, con tutto l’intrecciarsi di vincoli interni e interazioni fra geni, spesso rende impossibile la ricostruzione, a meno che i sistemi modello (specie attuali) possano essere manipolati geneticamente in un laboratorio e se ne possano trarre analogie forti con plausibili eventi evolutivi […]. West-Eberhard (West-Eberhard 2003), rappresentante di primo piano, si concentra sulla plasticità nello sviluppo e ci invita a considerare un tipo ben diverso di «ambientalismo»: non quello tradizionale in cui un filtro

50

di selezione onnipotente fa la cernita entro una variabilità genetica preesistente, ma un ambiente che avvia i cambiamenti genetici amplificando la plasticità dello sviluppo: il cambiamento nella frequenza dei tratti comporta l’accomodazione genetica della soglia o della possibilità di espressione di un tratto nuovo, un processo che segue anziché dirigere il cambiamento fenotipico. Contrariamente alle convinzioni comuni, le novità avviate dall’ambiente possono avere un potenziale evolutivo maggiore di quelle indotte dalle mutazioni. Perciò i geni probabilmente sono più spesso gregari che leader, nel cambiamento evolutivo. Le differenze fra specie possono avere origine prima dell’isolamento riproduttivo e contribuire allo stesso processo di speciazione. Perciò la genetica della speciazione può trarre profitto da studi dei cambiamenti nell’espressione dei geni così come dei cambiamenti nella frequenza dei geni e nell’isolamento genetico […]. Ne ricaviamo che l’idea stessa di che cosa costituisca un «ambiente» e delle relazioni fra fattori interni ed esterni nell’evoluzione ha bisogno di una drastica revisione (Piattelli Palmarini, Fodor 2010: 78 sgg.).

› Il secondo problema (metodologico) è che sarebbe del tutto inappropriato effettuare esami strumentali, di qualsiasi tipo, prima di aver formulato una diagnosi clinica d’indirizzo. Questo approccio, infatti, favorirebbe unicamente l’estensione automatica e a tappeto di indagini di laboratorio al fine di «pescare un jolly diagnostico» non altrimenti giustificabile. È lampante che il percorso diagnostico clinico (e di riflesso quello psichiatrico forense) diventerebbe un’infinita sommatoria di esami e accertamenti non orientati in cui, a posteriori, trovare dati strumentali parziali e puntiformi da proiettare come giudizio complessivo e multi-dimensionale: innegabili ma radicalmente devastanti, a questo punto, sarebbero le conseguenze in punto applicazione del codice penale e civile (capacità, imputabilità, pericolosità sociale ecc.). Inoltre si negherebbe ogni possibilità di modificazione (in senso migliorativo o peggiorativo) di vissuti psicologici largamente dipendenti dal contesto storico culturale e non dal corredo cromosomico. › Il terzo problema (giuridico) si articola con i primi due, nel senso che nel sistema giuridico attualmente in vigore in Italia, il riferimento teorico non è certo a quello proprio della scuola positiva, bensì a quello della scuola classica (principi fondamentali = libertà individuale, capacità di autodeterminazione, responsabilità soggettiva, capacità di decidere ecc.). DISGONOSOMIE E CRIMINALITÀ

51


Capacità e responsabilità sono date come postulati irrinunciabili, di cui eventualmente si deve dimostrare la mancanza o la rilevante compromissione per cause patologiche psichiche, non viceversa. In sintesi: La possibilità di conoscere come funziona il cervello e, in un prossimo futuro, di poter utilizzare una particolare mappa di attività cerebrale come predittiva di comportamento anomalo apre [...] un problema in campo psichiatrico-forense e accende il dibattito su neuroscienze e neuroetica [...]. Riguardo al tema della libertà, le indagini medico-biologiche possono offrire risposte significative all’interno di un determinato paradigma scientifico esplicativo. È evidente che non si tratta di risposte «assolute» e non è probabilmente questa la metodologia che possa permettere di passare dalla conoscenza del «sentimento di libertà» almeno parziale, nel quale ci sentiamo di vivere, ad una verifica oggettiva dell’esistenza o meno della libertà umana, se non altro perché, in questo caso, soggetto e oggetto dell’indagine coincidono (Bogetto, Rocca 2008: 1117 sgg.)

Siamo d’accordo sul fatto che «la mente è ciò che il cervello fa» (Bianchi, Gulotta, Sartori 2009), ma non solo, dal momento che il comportamento umano, conforme o difforme che sia, è qualcosa di molto più complesso di un arco diastatico semplice o della stimolazione di un’area cerebrale.

52

capitolo 8

LE «SCIENZE» UMANE Psichiatria e psicologia clinica, nei loro aspetti pragmatici, sono discipline che appartengono fondamentalmente alle cosiddette «scienze umane», nel senso che partono dalla persona e a lei ritornano attraverso un osservatore che elabora con la mente le informazioni che riceve, ascolta la sofferenza umana con partecipazione e interagisce con un altro da sé, il suo ambiente di appartenenza e il sistema socio-culturale che sempre fanno da sfondo alla scena sulla quale accadono eventi «patologici» e/o «delinquenziali». Le leggi scientifiche sono pure ipotesi, sono fallibili, devono essere continuamente falsificate; l’errore nella ricerca è un male di per se stesso necessario e inevitabile («sbagliando si impara»); il suo margine può essere ridotto al minimo, ma non può (e non deve) essere eliminato. Nel settore specifico qui in discussione, possiamo dire che la scienza della psiche è quel corpus di assunti teorici e di applicazioni pratiche ricavate attraverso il metodo induttivo da osservazioni cliniche, sperimentali, strumentali e di laboratorio accettate e condivise dalla comunità scientifica in quel momento e in quel contesto storico-culturale. Il relativismo scientifico costituisce un aspetto fondamentale cui si deve fare costante e preliminare riferimento per articolare la successiva discussione. Nell’ambito delle cosiddette scienze umane, poi, il perito può fare riferimento ai seguenti postulati non dimostrabili, ma ricavabili direttamente dall’esperienza clinica: › il comportamento è appreso in base all’esperienza e al collaudo emotivi e intellettivi che l’individuo ha fatto nell’infanzia con la costellazione familiare prima, la scuola e il gruppo dei pari poi, in presenza di un terreno biologico individuale dal quale non si può prescindere; › ogni persona è essenzialmente attiva e relativamente autonoma nel progettare e nel determinare i propri comportamenti, nel compiere scelte e nel prendere decisioni che per lei abbiano un significato (il senso della vita);

53


› una completa comprensione del comportamento individuale può avvenire solo se si tiene conto del contesto storico, sociale e culturale in cui esso avviene; › ogni azione umana è finalisticamente orientata al raggiungimento di determinati scopi e fini, consapevoli o inconsci essi siano; › pur non ignorando i condizionamenti individuali, sociali e culturali, l’individuo prende decisioni e agisce nei suoi diversi contesti di vita; › il comportamento individuale ha un suo preciso significato per quella persona, solo se viene inquadrato nella sua particolare visione del mondo; › ciascun individuo – salvo prova contraria – possiede la capacità creativa e la possibilità di interpretare e conferire un significato personale alle sue capacità, oltre che conoscere quali esse siano; › il comportamento è il frutto di un processo interpersonale e non solo intrapersonale, nel senso che scaturisce da una continua transazione tra soggetto, ambiente, storia e cultura; › ogni tipo di comportamento consegue al tipo di conoscenza o di riconoscimento della realtà; nel processo di transazione l’oggettivo (ciò che è) si mescola intimamente con il soggettivo (ciò che significa). Ma non basta: nel settore specifico qui in discussione ogni perito giudiziario deve fare i conti con: 1. i suoi pregiudizi personali, che riguardano la sua visione del mondo, il suo credo religioso, politico, filosofico, sociale, il suo atteggiamento verso la scienza, o, meglio ancora, verso la sua scienza; 2. l’uso che vuole fare dei dati della ricerca scientifica: li può ignorare, citare solo parzialmente, citare nelle parti che interessano la tesi da lui proposta; travisare con forzature interpretative; nascondere, enfatizzare, minimizzare l’eventuale tasso di errore; 3. la possibilità di presentare i dati in una dimensione verificazionista o falsificazionista; 4. la tendenza a usare un linguaggio ambiguo e indeterminato (il concetto di «compatibilità», tanto caro alla medicina legale, che non significa null’altro che mera possibilità).

54

capitolo 9

IL RUOLO DI PERITI E CONSULENTI Il ruolo coperto dal perito in quel contesto giudiziario è tutt’altro che indifferente nel conferirgli credibilità e affidabilità. Nel nostro sistema, infatti, il perito viene identificato e si identifica nel ruolo del tecnico super partes, che ha l’obbligo di dire la verità; mentre in capo al consulente tecnico, assimilato al testimone, tale obbligo non sussiste. Ne consegue che dalla posizione di perito o di consulente tecnico d’ufficio viene fatto discendere, in maniera quasi assiomatica, il contenuto veritiero delle tesi da lui presentate e sostenute. I consulenti di parte, nella misura in cui vengono identificati e si identificano nel ruolo dell’accusatore e del difensore e sono esonerati dall’obbligo «di dire la verità», sono gravati della pregiudiziale della loro relativa o assoluta inaffidabilità. Non è possibile pertanto dimenticare o sottostimare il fatto che il cosiddetto tecnico della psiche si muove in un settore estremamente complesso, variegato, suscettibile di interpretazioni le più disparate, in continua evoluzione, in cui il connubio tra scienza e diritto è costellato da una serie di difficoltà, da un lato legate alla formazione scientifica del perito, dall’altro al contesto specifico del processo. In particolare, qualsiasi compromissione del funzionamento mentale individuale deve essere valutata nell’ambito di un discorso clinico che prenda in considerazione l’intera persona, nella sua storia di vita irripetibile e non riproducibile in laboratorio. Ecco che allora il clinico deve inevitabilmente spostare il suo interesse dal piano della ricerca pura, che rimane indispensabile, a quello delle sue applicazioni concrete per comprendere il significato di quel funzionamento psicopatologico o delinquenziale e valutare convenzionalmente se e quanto è compromessa la capacità e la competenza di un autore o di una vittima nel prendere/subire decisioni giuridicamente significative. Se i problemi del malato di mente e dell’autore di reato si costituiscono in un contesto sociale e non solo privato, sia esso quello della famiglia, del lavoro o altro, l’analisi psichiatrica o criminologica, nell’occuparsi di persone con-

55


crete e di casi concreti, deve collocarli su uno sfondo di comprensione di ordine sociale e culturale. Il problema del clinico diviene quello di comprendere non come mai e perché una persona sia «libera, capace, responsabile e competente»; ma se e in quale misura eventuali alterazioni del suo funzionamento mentale, in quel contesto e in presenza di quali stressor possono aver inciso e incidere sulle suddette caratteristiche e costituirsi in un difetto di capacità avente rilevanza giuridica. Pertanto il problema dell’imputabilità e della capacità si arricchiscono di nuovi aspetti, che vanno ben al di là della necessità di applicare più o meno chiari e dotti codici alfa-numerici ed esigono chiarezza di impostazione teorico-pratica, onde evitare pericolose commistioni tra descrizioni, obiettivazioni, classificazioni, interpretazioni e valutazioni. Si tratta infatti di piani di approccio al problema diagnostico e valutativo che devono essere tenuti distinti e separati, per poi essere integrati tra di loro in un secondo tempo. Qualsiasi tipo di scienza, e la nostra in particolare, in generale e nelle sue diverse articolazioni, è tutt’altro che neutrale e certa. È un modello di approssimazione alla realtà, di avvicinamento a verità umane che, come tali, rimangono sconosciute nella loro intima essenza. Di per sé, essa è fatta di incertezze, è provvisoria e mutevole. Inoltre essa deve fare i conti con il fatto che gli accertamenti peritali vengono disposti a distanza dall’evento che il magistrato deve giudicare e sono condizionati da una serie di pregiudiziali che sono note a tutti (il tempo trascorso tra l’evento e l’accertamento, la carenza di documentazione specifica o significativa, la collaborazione forzata da parte del periziando il cui libero accesso all’accertamento peritale o non esiste o è interessato, le versioni contrastanti, la ricostruzione di verità cliniche e processuali divergenti e talvolta opposte, gli interessi in gioco e via dicendo). Le ipotesi scientifiche dovrebbero pertanto essere assunte come se fossero vere o false, dal momento che nulla dice che siano tali (o vere o false). Premesso poi che scientifico è il metodo seguito nel procedimento logico-compilativo e non il principio cui si fa di volta in volta riferimento, è possibile affermare che scientifico è: › costruire ipotesi falsificabili, abbandonando il metodo verificazionista e i pregiudizi di cui spesso è infarcito il nostro «sapere»; › utilizzare con prudenza e con una certa dose di scetticismo il cercare spiegazioni e motivazioni criminogenetiche e crimi-

56

nodinamiche che vadano «al di là di ogni ragionevole dubbio», tranne che ci si trovi di fronte a verità processuali e cliniche indiscutibili e chiare; › accettare il principio del relativismo scientifico, rinunciando a ogni presa di posizione «dogmatica» o «fideistica»; › ammettere l’irriducibile antinomia, presente in molti ambiti, tra scienza e diritto; › ricordare che la prova di natura scientifica è affidabile, se basata su criteri accettati e condivisi dalla comunità scientifica che l’accredita sulla scorta delle conoscenze e dei progressi raggiunti in quel momento storico-culturale; › utilizzare tecniche e metodologie a riconosciuta validità clinica, in quanto applicate nella maggioranza dei casi e dalla maggioranza dei periti; in altre parole, la teoria di riferimento, la criteriologia e la metodologia utilizzate dal perito/consulente devono essere esplicitate, passibili di falsificazione, verificabili. Gli strumenti diagnostici utilizzati devono essere conosciuti, condivisi e accettati dalla comunità scientifica di appartenenza, devono essere obiettivi, attendibili, affidabili e controllabili, il loro margine di errore, come quello di affidabilità, deve essere esplicitato così pure devono essere esplicitati la letteratura di riferimento, il metodo di somministrazione e i criteri di interpretazione dei risultati;7 › non esprimere opinioni che derivano dalla sola esperienza di quel perito (il «secondo me», «a mio parere», «io credo che»); › conoscere e saper utilizzare un metodo che sia in grado di fornire un elaborato convincente, motivato, documentato, fruibile, comprensibile, specifico e utile per la soluzione del particolare quesito peritale posto dal giudice o dal difensore; › tener conto di tutto quello che – allo stato – costituisce patrimonio comune e condiviso della nostra conoscenza e del nostro operare come periti e/o consulenti e saperlo applicare al caso concreto; › scientifico è non adottare come risolutivi modelli riduzionistici e teorie monofattoriali che ipersemplificando problemi complessi e traducendoli in verità assolute falsano la realtà umana che vogliono esplorare e conoscere. Da tutto ciò consegue che – nel settore qui in esame – non esistono teorie e valutazioni scientifiche oggettive ed è un’illusione 7. Al proposito si veda l’ottimo articolo di Sammicheli, Sartori 2009: 15 sgg.

IL RUOLO DI PERITI E CONSULENTI

57


pensare che gli esperti giungano a esse in maniera universalmente valida e secondo metodi obiettivi: il che rappresenta un indubbio problema di difficilissima soluzione. Ogni storia clinica è una storia unica e irripetibile nel suo svolgersi e divenire, e costruire ipotesi interpretative che vadano al di là di ogni ragionevole dubbio significa non costruire ipotesi criminogenetiche e criminodinamiche che soddisfino il narcisismo del perito/consulente, bensì fondare la teoria esplicativa di «quel» caso su dati che abbiano retto alla falsificazione e al ragionamento contro fattuale. Se dunque la scienza non è neutrale, le ricerche e le teorie scientifiche risentono delle contingenze culturali e sociali di quel determinato momento storico, le posizioni assunte dai tecnici della psiche sono tutt’altro che scevre da pregiudizi e finzioni personali e derivate dal contesto giudiziario, quale affidabilità e credibilità conferire a periti e consulenti? Credo possibile la seguente risposta che propongo alla discussione: nel gioco delle parti in cui ognuno tutela le proprie convinzioni e le proprie valutazioni senza stravolgere i dati obiettivi, possono conferire valore di prova all’elaborato peritale il rispetto delle conoscenze scientifiche accreditate in quel momento storico, il rigore metodologico e il rispetto dei criteri seguiti per giungere a determinate valutazioni, non certo le inesistenti e improponibili imparzialità, obiettività e scientificità delle stesse. Non altrimenti prevede il codice di procedura penale, all’art. 192 (Valutazione della prova) quando precisa che: «il giudice valuta la prova dando conto nella motivazione dei risultati acquisiti dei criteri adottati». In sintesi: 1. un elaborato peritale è una costruzione tridimensionale in cui confluiscono una dimensione giuridica, una metodologica e una deontologica; 2. nessuna metodologia, anche la più rigorosa, è garanzia di un corretto operare in ambito forense, se non integrata da principi deontologici ed etici; 3. le linee guida devono essere intese come un sistema di riferimento aperto, dinamico e flessibile, in cui collocare una modalità clinica e valutativa condivisa e concordata; 4. la verità clinica che si costruisce deve essere fondata su una metodologia rigorosa e affidabile; 5. il compito del perito o del consulente è quello di esplorare possibili legami tra verità processuale e verità clinica e valutare uno stato di mente;

58

6. la deduzione di ipotesi criminogenetiche e criminodinamiche deve basarsi sulle ammissioni del periziando e sulla ricostruzione della verità processuale, quale fatta al momento dell’indagine disposta dal magistrato.

IL RUOLO DI PERITI E CONSULENTI

59


capitolo 10

L’APPROCCIO PSICOPATOLOGICO CLINICO Non esiste pertanto un approccio diagnostico unico, ottimale, codificabile e codificato, ma è sempre indispensabile che sia stata prioritariamente costruita una relazione significativa con il paziente/ periziando in cui collocare i dati clinici e quelli ricavati dai protocolli o dalle indagini strumentali (interviste, questionari, test mentali e di valutazione neuropsicologica e quant’altro l’intervistatore voglia utilizzare), confermandone o disconfermandone validità e significato. L’analisi psicopatologica consiste nell’individuare e descrivere i segni psicopatologici presenti in quel disturbo mentale diagnosticato, allo scopo di costruire il contenuto della diagnosi psichiatrica, dandole vita rispetto alla pietrificazione nosografica. Esso, inoltre, si occupa della dimensione umana della sofferenza mentale e dà la priorità al mondo interno, alle esperienze vissute dai pazienti in una ricerca di senso e di significato dei segni psicopatologici, prescindendo dalle categorie nosografiche. Deve tenere conto del fatto che deliri, allucinazioni, eloquio disorganizzato, sintomi negativi, disturbi dell’emotività e via dicendo possono essere tutti ricondotti a una alterazione più o meno grave delle funzioni dell’Io. Applicando il metodo clinico, di primaria importanza diventa il concetto di «autonomia funzionale dell’Io». Questa istanza, intesa nel suo significato originario di struttura intrapsichica che interagisce con l’Es e il Super-Io, mediandoli, può comprendere anche l’Io in relazione con gli oggetti (il Sé, appunto). Il Sé, che si costruisce nelle e attraverso le nostre diverse esperienze esistenziali, si trova in continuo rapporto con l’Io, essendo in un certo senso il suo «ministro degli esteri» e gli offre continue informazioni attraverso le quali l’Io («ministro degli interni») costruisce e consolida la sua «identità» e la sua «forza», «contratta» e «media» tra Es e Super-Io, tenendo ovviamente un occhio sempre ben aperto sul tirannico Ideale dell’Io. Questo interscambio tra mondo interno ed esterno, tra istanze intra e interpersonali è continuo e incessante; il suo fluire può essere armonico oppure ostacolato, bloccato, represso da disturbi patolo-

61


gici psichici a varia espressione e gravità. Di tutto ciò la persona può avere contezza o essere inconsapevole; il fatto che ella registri o meno con la ragione questi processi, non incide sulla constatazione che essi comunque avvengono, essendo la nostra vita un continuo fluire e un incessante interagire con il mondo e con gli altri. Seguendo un percorso evolutivo armonico, l’Io si sviluppa in maniera integrata e si riconosce nelle sue funzioni, che possono essere convenzionalmente distinte in: › funzioni percettivo-memorizzative. Percezione delle situazioni per quelle che sono (interne o esterne al soggetto: percezione formale), attenzione, memoria (implicita, esplicita, prospettica, emozionale, ripetitiva, elaborativa ecc.); › funzioni organizzative. Analisi, comprensione e conferimento di significato alle stesse (attribuzione di senso); › funzioni previsionali. Progettazione, previsione e valutazione delle possibili conseguenze delle risposte che possono essere emesse (analisi, critica e giudizio); › funzioni decisionali. Scelta tra adeguamento, evitamento o rifiuto (attivo o passivo) nei confronti della situazione-stimolo (la decisione di agire o di non agire); › funzioni esecutive. Emissione della risposta scelta in vista dell’obiettivo che si vuole o si può raggiungere in quel particolare contesto relazionale (comportamento organizzato o disorganizzato; condotta intelligente o emotiva). Talvolta il procedimento cognitivo e operativo si svolge su di un piano di consapevolezza critica, ma il più delle volte segue procedimenti automatici e inconsci e non è di matura puramente razionale ma anche emotiva (Damasio 2000, 2009: prefazione). In tutti i nostri processi decisionali intervengono ragione, emozioni, affetti, stimoli ambientali, dati esperienziali. L’autonomia funzionale dell’Io (concetto postulato e pertanto non dimostrabile), consiste nella possibilità attiva e relativa che l’Io ha di emettere attraverso il Sé risposte adeguate e adattate (di rispondere, cioè, in maniera adeguata e funzionale alle sollecitazioni molteplici e variate che provengono dall’ambiente). Essa è garantita: › dall’integrità (sempre relativa e modulata) di tutte le funzioni sopraelencate (identità dell’Io) e tra loro intimamente connesse (il «buon» funzionamento); › dal ruolo fondamentale giocato da emozioni e sentimenti e dal loro bilanciamento con i processi razionali;

62

› dalle circostanze in cui il comportamento viene emesso; › dal ruolo e dal significato svolto da precedenti esperienze; › dall’integrità dei meccanismi neurofisiologici posti alla base del loro funzionamento. Il loro «sorgere-divenire-estinguersi» scaturisce da una continua, complessa, pluriarticolata transazione tra caratteristiche innate, ambiente, storia, cultura, norme e valori. Di conseguenza, si tratta sempre e comunque di un’autonomia e di una responsabilità individuali relative e condizionate, mai assolute e indipendenti; anche perché le rappresentazioni che l’Io ha di Sé sono forzatamente molteplici, sfaccettate e modulari, dal momento che si forgiano sulle relazioni sempre diverse che ogni persona ha con gli Altri.8 L’autonomia funzionale dell’Io deve pertanto essere intesa come capacità e possibilità, sempre condizionata e relativa, che l’individuo ha di comprendere (= conoscere con partecipazione emotiva, con il cuore e non solo con la ragione) la realtà che lo circonda e di emettere risposte socialmente e culturalmente condivise e adattative, tenuto conto delle caratteristiche del contesto relazionale e culturale in cui agisce e delle precedenti sue esperienze. Quando le condotte emesse non sono tali, possono (non necessariamente debbono) essere frutto di una compromissione della sfera psichica idonea a ingenerare un disturbo – anche solo transeunte – delle funzioni dell’Io e della sua autonomia funzionale. Ecco allora che il criterio nosografico (individuazione del o dei disturbi psichici in atto) e quello funzionale (loro incidenza sul funzionamento dell’Io) trovano una reciproca, armonica possibilità di integrarsi tra di loro. In altre parole, la domanda ultima che sempre ci si pone in questi casi è: «ma quella persona (autore o vittima, si 8. Il comportamento umano, dalla normalità alla patologia, è pertanto il risultato di un equilibrio dinamico, funzionale e transattivo fra tre modelli concettuali e operativi che sono: › il modello di cultura (complesso di norme, usi, costumi, tradizioni, credenze religiose, miti, riti); › il modello di società (istituti e codici di riferimento per il comportamento approvato e conforme, aspettative di ruolo e di status); › il modello di personalità (base biologica e apprendimento affettivo, cognitivo, relazionale e sociale). Questa visione unitaria e complessa dell’«individuo-in-situazione», tra l’altro, non si concilia con la richiesta dicotomica di stabilire l’esclusione o la compromissione di una sola capacità: o quella di intendere o quella di volere. Le nozioni di «comprensione», di «attribuzione di significato» e di «scelta decisionale» sono molto più adeguate per mantenere una concezione unitaria della psiche umana ed eliminare la presunta autonomia del volere, essendo questa la funzione esecutiva e subordinata dell’intendere.

L’APPROCCIO PSICOPATOLOGICO CLINICO

63


badi bene) era in grado di prendere una decisione adeguata o la sua capacità era compromessa e in quale misura?». Sviluppando la domanda, si comprende molto bene che, in ultima analisi, è sulla capacità/incapacità di prendere decisioni (= l’autodeterminazione, il volere) che si concentra ogni attenzione e discussione clinica e forense. Ma questa discussione non può prescindere dall’esame del funzionamento cognitivo9 che, conscio o inconscio, sta sempre a monte dell’agire o del subire. Né può omettere lo studio dell’incidenza di altri fattori, patologici e non. Ne consegue che l’attenzione del clinico deve essere concentrata non solo sull’inquadramento diagnostico (l’iscrizione del paziente/periziando in una categoria alfa numerica), ma deve tenere conto del tipo di funzionamento mentale di quella persona (organizzazione cognitiva, assetto affettivo-relazionale, gestione delle emozioni), del suo bagaglio culturale e nozionistico, delle caratteristiche della relazione, del contesto in cui è avvenuto il fatto e via dicendo. Il «volere» è la traduzione in azione (o in evitamento dell’azione) di tutto questo complesso processo: come tale, non può essere «sganciato» da esso e inteso come dinamismo autonomo.

LA DIAGNOSI E I SUOI MODELLI (dal «che cosa ha» al «come funziona») Possiamo, a scopo esclusivamente didattico, ma non solo, proporre i seguenti modelli diagnostici: 1. Nosografico = la costruzione di classificazioni alfa numeriche (insieme di segni e sintomi); 2. Strutturale = il ricorso al modello psicoanalitico e delle relazioni oggettuali; 3. Neurobiologico = l’esplorazione del funzionamento cognitivo del cervello (= mente); 4. Dimensionale = la costruzione del contenitore e del continuum psicopatologico; 5. Funzionale = il funzionamento psichico intra e intersoggettivo. L’approccio categoriale o alfa numerico (applicazione di un codice alfa numerico). Nell’I.C.D. (Classificazione Internazionale delle sindromi e dei Disturbi psichici e comportamentali) i criteri diagno9. Il funzionamento cognitivo non è mai puramente razionale: le emozioni partecipano obbligatoriamente ai processi di ragionamento (Damasio 2009: 69).

64

stici classificano dettagliatamente oltre 300 sindromi e disturbi. Nel DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali) la diagnosi di disturbo mentale viene fatta tenendo presenti cinque diverse classi di informazione e di decodificazione dei sintomi e dei segni psicopatologici (sistema di valutazione multi assiale, del DSM). L’approccio strutturale (ricorso al modello psicoanalitico e delle relazioni oggettuali). Consiste nell’analisi di come si è organizzata stabilmente l’identità personale, attraverso il divenire dell’Io, del Super Io e dell’Es, le loro relazioni reciproche, lo sviluppo dei meccanismi difensivi, il tipo di relazioni oggettuali, la gestione dell’aggressività. Concetto centrale di questo tipo di approccio è la nozione di Io, infrastruttura della personalità che si definisce attraverso le sue funzioni. L’approccio neurobiologico (esplorazione del funzionamento cognitivo del cervello). Studia attraverso l’utilizzazione di strumenti suoi propri (protocolli, questionari, strumenti di valutazione specifici, PET, SPECT, fMRI e altro) la presenza o meno di alterazioni delle attività cerebrali: in particolare, delle regioni prefrontali (essenziali per la mentalizzazione), rispetto a quella dell’amigdala e dell’ippocampo e cerca di stabilire correlazioni significative tra lesioni del cervello (fondamentalmente i danni neurocognitivi, ma anche quelli emozionali e comportamentali) e disturbi mentali (le c.d. evidenze scientifiche). L’approccio dimensionale (costruzione di un contenitore tridimensionale). L’analisi quantitativa è eminentemente dimensionale e introduce il concetto di «continuum psicopatologico» (tra normalità e patologia), nel senso che la patologia della personalità ha un legame di continuità con la psicologia della personalità (Maffei 2008). Consiste nella costruzione di contenitori in cui vengono collocati gruppi di sintomi (riferiti dal paziente) e di segni (rilevati dall’osservatore), indicatori di una comune, alterata funzione mentale che riguarda le funzioni dell’Io. Le alterazioni funzionali di questa infrastruttura della personalità sono verosimilmente sostenute da un meccanismo patofisiologico specifico, ad altri funzionalmente correlato. In questa sede voglio sottolineare l’importanza particolare che ha l’approccio dimensionale. Premesso che l’analisi qualitativa è eminentemente categoriale (DSM), alfa numerica, l’analisi quantitativa è eminentemente dimensionale e introduce il concetto di «continuum psicopatologico» (tra normalità e patologia). L’approccio funzionale. Esso mira a esplorare il funzionamento mentale normale e patologico che sia, tenendo fondamentalmente presente la nozione di autonomia funzionale dell’Io.

L’APPROCCIO PSICOPATOLOGICO CLINICO

65


LE DIMENSIONI DELLA PSICOLOGIA E DELLA PSICOPATOLOGIA Se si accetta questa premessa e si integrano i dati categoriali con quelli funzionali e neurobiologici nel concetto di «dimensione», è possibile suddividere il continuum delle dimensioni in quattro classi (dalla normalità alla psicosi) e rappresentarle nel seguente modo: le dimensioni funzionali della normalità, della psicopatia, degli stati al limite e delle psicosi. In ognuna di esse confluiscono: › la diagnosi (approccio categoriale, alfa numerico); › le funzioni dell’Io (i dati strutturali = identità e forza dell’Io, meccanismi di difesa, livello di organizzazione dell’Io, funzionamento del Super Io, confini, relazioni oggettuali); › presenza/assenza di disturbi psicopatologici (l’analisi clinica); › morfometria e funzionamento cerebrale (i dati neuroscientifici relativi alle regioni prefrontali, all’amigdala e all’ippocampo). La dimensione della normalità è caratterizzata da: › identità dell’Io (integrazione del Sé e dell’Altro significativo, coerenza interna, autostima, autonomia, gioia di vivere); › forza dell’Io (disponibilità affettiva, capacità di controllo delle emozioni e degli impulsi, capacità di sublimazione, coerenza, creatività e perseveranza nel lavoro e nelle relazioni interpersonali); › Super-Io integrato e maturo (interiorizzazione di un sistema di valori e di riferimenti stabile individuale, responsabile, realistico, autocritico, rispettoso delle norme sociali e dei valori); › gestione appropriata dell’aggressività e della sessualità (empatia e investimenti emotivi nel rispetto della relazione oggettuale, capacità di tenerezza e di coinvolgimento emotivo); › costanza nell’ambivalenza della relazione con l’oggetto interiorizzato (gli oggetti sono contemporaneamente buoni e cattivi; bassa attivazione emotiva); › non alterazioni delle attività cerebrali: in particolare, delle regioni prefrontali (essenziali per la mentalizzazione), rispetto a quella dell’amigdala e dell’ippocampo. Nella dimensione della psicopatia: › l’immagine del proprio Sé interiorizzato è stabile; › è mantenuta l’unitarietà dell’Io; › vengono utilizzati prevalentemente meccanismi difensivi di tipo secondario (in particolare: rimozione e proiezione); › il comportamento è organizzato e finalisticamente orientato;

66

› i confini dell’Io sono mantenuti; › è conservata la capacità di distinguere il Sé dal Non-Sé, il mondo interno da quello esterno, la Realtà dalla Non-Realtà; › mancano sentimenti di colpa, di resipiscenza e di rimorso; il soggetto è persona che presenta notevoli difficoltà nello stabilire una relazione significativa e stabile con l’Altro (deficit di sentimento sociale, di giudizio morale, di mentalizzazione, di ragionamento contro fattuale e di empatia); › tanto più grave è la psicopatia, tanto più significativa è la correlazione tra morfometria cerebrale e psicopatia elevata, nel senso di una riduzione significativa della materia grigia orbito frontale e temporale sinistre, del cingolo e dell’amigdala (discontrollo delle emozioni, del comportamento aggressivo e sessuale nella psicopatia congenita). Normale densità della materia grigia e bianca del cervello (VBM).10 La dimensione degli stati limite è caratterizzata da: › alterazioni del funzionamento cognitivo (stile cognitivo capriccioso e oscillante, difetto di funzione riflessiva, distorsioni cognitive frequenti che variano dalla sospettosità all’ideazione paranoide); › alterazioni del funzionamento affettivo-relazionale (esplosioni di rabbia eccessiva, intensa disforia, grave instabilità affettiva e relazionale, intolleranza allo stress, impulsività e distruttività auto o etero diretta); › disturbi dell’identità (diffusione e assenza di una chiara identificazione con incapacità di reggere, organizzare ed elaborare la solitudine e di stare con se stessi); › ricorso prevalente all’utilizzazione di meccanismi primari di difesa (scissione, identificazione proiettiva, negazione, idealizzazione, svalutazione, diniego); › alterazioni transitorie del sentimento o dell’esame di realtà; 10. È proprio su alcune caratteristiche della personalità psicopatica che si collocano i risultati di brain imaging ritenuti più significativi dai neuroscienziati. Com’è noto, lo psicopatico appare superficialmente piacevole, accattivante, convenzionale, socievole; in realtà, è una persona fredda, cinica, egocentrica, incapace di empatia, manipolatrice, solitaria e isolata (elevato distacco emotivo e sociale). Insincerità, mendacio, assenza di rimorso e di colpa, insensibilità, egosintonismo, alloplasticità sono tutti elementi presenti in questi soggetti. Sono proprio i disturbi di personalità l’ambito in cui i neuroscienziati hanno cercato di stabilire correlazioni significative con i correlati neurali, specie a livello di disfunzioni dei lobi frontali, o, meglio, di lesioni della corteccia orbito frontale; oppure i disturbi del comportamento conseguenti a lesioni traumatiche o di altra natura dei lobi frontali che compromettono il funzionamento affettivo relazionale, sociale e lavorativo del soggetto colpito, senza comprometterne il funzionamento cognitivo (sindrome del lobo frontale o disturbo di personalità organico).

L’APPROCCIO PSICOPATOLOGICO CLINICO

67


› minore attività delle regioni prefrontali (essenziali per la mentalizzazione) e maggiore attività dell’amigdala (ipervigilanza, iperreattività, stati affettivi negativi, impulsività). Minore densità della materia grigia e bianca del cervello (VBM).11 La dimensione psicotica è caratterizzata da: › compromissione transitoria o persistente dell’esame di realtà (deliri e allucinazioni, disturbi gravi dell’umore, deterioramento cognitivo); › ricorso all’utilizzazione di meccanismi primari di difesa (scissione, identificazione proiettiva, negazione, idealizzazione, svalutazione, diniego); › autismo con alterazioni gravi dell’affettività contatto, impulsività incontrollata, comportamento disorganizzato e/o bizzarro, disturbi dell’identità; › i confini dell’Io sono gravemente alterati, fino alla loro frantumazione e perdita; il Sé è investito e temporaneamente disorganizzato dalla tempesta psicotica; se l’episodio acuto non si risolve, l’Io si riorganizza da un punto di vista cognitivo e affettivo relazionale sui nuclei psicotici; › alterazioni neurofunzionali sovrapponibili alle precedenti (alterazioni strutturali e funzionali della corteccia prefrontale).

11. Secondo Stracciari, Bianchi e Sartori (2010) «oggi è possibile oggettivare il correlato neuronale del disturbo di personalità. Il grave disturbo di personalità ha infatti maggiori possibilità di avere dei correlati microstrutturali evidenziabili alla Voxel-Based Morphometry (VBM) mentre il disturbo di personalità lieve non presenta queste caratteristiche». Attraverso la risonanza magnetica, la VBM consente di evidenziare la densità della materia grigia e bianca del cervello, permettendo di mettere in evidenza alterazioni anatomiche anche minime non individuabili al semplice esame visivo.

68

capitolo 11

L’APPROCCIO PSICOPATOLOGICO FORENSE Questo tipo di approccio cerca di stabilire eventuali rapporti tra il o i disturbi psicopatologici e l’atto commesso o subito e avente rilevanza giuridica in ambito sia penale, sia civile (imputabilità, inferiorità e deficienza psichica, pericolosità sociale, capacità decisionale, e via dicendo). Il procedimento è indispensabile per poter conferire significato di infermità all’atto agito o subito. L’attenzione del clinico deve dunque essere concentrata non solo sull’inquadramento diagnostico (l’iscrizione del paziente/periziando in una categoria alfa numerica), ma deve tenere conto del tipo di funzionamento mentale di quella persona (organizzazione cognitiva, assetto affettivo-relazionale, gestione delle emozioni), del suo bagaglio culturale e nozionistico, delle caratteristiche della relazione e del contesto in cui è avvenuto il fatto e via dicendo. Il «volere» è la traduzione in azione (o in evitamento dell’azione) di tutto questo complesso processo: come tale, non può essere «sganciato» da esso e inteso come dinamismo autonomo. Pertanto il problema dell’imputabilità e della capacità si arricchiscono di nuovi aspetti, che vanno ben al di là della necessità di applicare più o meno chiari e dotti codici alfa-numerici ed esigono chiarezza di impostazione teorico-pratica, onde evitare pericolose commistioni tra descrizioni, obiettivazioni, classificazioni, interpretazioni e valutazioni. Si tratta infatti di piani di approccio al problema diagnostico e valutativo che devono essere tenuti distinti e separati, per poi essere integrati tra di loro in un secondo tempo. A questo proposito, una cosa è ricostruire le motivazioni di un delitto e interpretarle in chiave psicodinamica o fenomenologica (il conferimento di significato); altra cosa è inquadrarle alla luce delle categorie psichiatriche (il mettere ordine nel disordine). Imprescindibile diviene pertanto esplorare il funzionamento mentale di autori e vittime di reato, affetti o meno da una patologia mentale iscrivibile in categorie alfa numeriche.

69


APPROCCIO CATEGORIALE e DIMENSIONALE (1+2) 1. Formulare una diagnosi psichiatrica (criterio nosografico) 2. Descrivere e analizzare i disturbi psicopatologici in atto sotto il profilo sia qualitativo, sia quantitativo (criterio psicopatologico) + APPROCCIO FUNZIONALE (3+4) 3. Esaminare la conseguente compromissione delle funzioni autonome dell’Io (criterio funzionale) 4. Stabilire se il comportamento giuridicamente rilevante cui è riferita l’indagine peritale è o meno sintomatico di un funzionamento patologico psichico (criterio attributivo) + 5. Specificare il tipo e grado di compromissione della capacità di intendere e di volere e delle condizioni di mente attuali del soggetto in esame, in relazione al fatto che la costellazione psicopatologica sia in fase florida o spenta, rappresenti un quadro di stato o dinamico (criterio forense) Questo procedimento è prescrittivo, dal momento che per definizione la perizia è una relazione clinica non finalizzata al trattamento bensì alla valutazione dello stato di mente di un soggetto, autore o vittima di reato o, più in generale, di un atto avente rilevanza giuridica. Pertanto la diagnosi segna l’inizio della perizia, che si sostanzia e si qualifica per la capacità/possibilità da parte del perito/ consulente di esplorare il funzionamento mentale del peritato in riferimento a quel fatto e non a un altro, a quel momento e non a un altro, a quella capacità specifica e non a un’altra e via dicendo. In ogni caso, è fondamentale evitare ipotesi interpretative del reato, se non in presenza di una chiara verità processuale o di una esplicita ammissione e/o descrizione dell’accaduto da parte dell’autore di reato. Questa può anche essere la «sua» verità, che dovrà ovviamente essere confrontata con quella ricostruita da chi svolge o ha svolto le indagini giudiziarie non per essere corretta, ma per essere interpretata nel suo significato clinico. La diagnosi clinica, quando tiene conto di tutti i criteri sopraelencati (categoriale, strutturale, neurobiologico) è un momento importante della perizia, ma non sufficiente e tanto meno esauriente il compito peritale. Infatti quello che importa stabilire non è solo la connessione tra categoria diagnostica e reato, bensì quella tra disturbo psicopatologico, funzionamento patologico psichico e de-

70

litto (modello e approccio funzionale), dopo aver collocato il soggetto in esame in una dimensione psicologica o psicopatologica. I modelli si devono integrare reciprocamente, senza possibilità che l’uno prevalga sull’altro o lo escluda. La diagnosi clinica è il risultato di un processo costruttivo che prevede la narrazione di una storia di vita con ricorso o meno a indagini psicodiagnostiche o ad altri tipi di valutazione. Essa si articola attraverso diversi passaggi che includono strategie relazionali, tecniche di intervista, raccolta di dati anamnestici, ricorso a test mentali e ad altri mezzi di indagine, individuazione di criteri diagnostici e funzionali specifici e differenziali. La diagnosi descrittiva, pur necessaria, non è più sufficiente per comprendere appieno la persona che si sta esaminando, nel senso che diviene fondamentale capire non tanto di che eventuale patologia è portatore, ma come funziona mentalmente quel soggetto affetto dal disturbo mentale diagnosticato e come ha funzionato in riferimento al reato commesso o subito.

ANALISI FUNZIONALE DELL’IO E IMPUTABILITÀ Si può in questo modo stabilire una corrispondenza tra le categorie giuridiche dell’intendere e del volere con quelle dimensionali del funzionamento dell’Io come segue: › Capacità di intendere = funzioni percettivo-memorizzative, funzioni organizzative e funzioni previsionali. Esse riguardano fondamentalmente le funzioni cognitive e la capacità riflessiva del soggetto (principali strutture cerebrali coinvolte: lobi frontali). › Capacità di volere = funzioni decisionali e funzioni esecutive. Esse riguardano fondamentalmente i processi affettivo emotivi e decisionali (principali strutture cerebrali coinvolte: ippocampo e amigdala).

L’APPROCCIO PSICOPATOLOGICO FORENSE

71


LA NOZIONE DI INFERMITà DI MENTE Diagnosi categoriale e dimensionale sono due aspetti complementari, ma distinti, da non confondere l’uno con l’altro

Compromissione rilevante e grave delle funzioni autonome dell’Io al momento e in riferimento al fatto agito o subito (il quid novi o il quid pluris)

Significato di infermità dell’atto agito o subito12

IL SIGNIFICATO DI INFERMITÀ DELL’ATTO Nel settore qui in esame, non esistono teorie e valutazioni scientifiche oggettive ed è un’illusione pensare che gli esperti giungano a esse in maniera universalmente valida e secondo metodi obiettivi. L’importante è avere sempre presente che «malattia mentale» e «significato di infermità» sono due nozioni non necessariamente intercambiabili e non reciprocamente identificabili. Il «significato di infermità» di un atto agito o subito lo si deve ricavare da un codice di lettura che prenda in considerazione, oltre la formulazione diagnostica, le caratteristiche dimensionali di quella personalità affetta da quel disturbo, collocate in quel contesto di vita con specifico riferimento al fatto reato agito o subito. Ne consegue che è ragionevole pensare che, in caso di vizio di mente, un disturbo mentale produca in disordine comportamentale che precede, accompagna e segue il reato di gravità diversa, a seconda dell’entità e della quantità di compromissione delle sin12. La nozione di «valore di malattia» venne proposta nel 1956 da Müller-Suur per risolvere il problema della valutazione psichiatrico-forense delle «anomalie mentali» in riferimento ad un reato; la nozione fu definita come «il grado di diversità tra le direttive abituali di una determinata personalità (ed i modi di reazione ad essa propri) ed il suo comportamento abnorme». (Müller-Suur 1956). Da un punto di vista funzionale e dimensionale, è preferibile sostituire a questa nozione il concetto di «significato di infermità dell’atto». In linea di massima, il vizio di mente esiste solo in quei casi in cui il reato può, a buona ragione, essere iscritto in determinati disturbi mentali di cui il soggetto è portatore e del correlato, ed essere ritenuto sintomatico dal correlato suo alterato funzionamento: in difetto o in assenza di detto rapporto, anche il malato di mente può essere ritenuto imputabile, dal momento che, pur essendo egli affetto da disturbi psichici, questi non incidono funzionalmente sul suo comportamento criminale che si colloca in spazi convenzionali di «libertà», «autonomia» e «capacità». Il principio fondamentale è quello posto alla base della distinzione tra reato di e reato in malato di mente.

72

gole funzioni psichiche, delle condizioni di acuzie o di cronicità, di produzione o di spegnimento della sintomatologia psicopatologica, di età, di assunzione o meno di terapie psicofarmacologiche e psicoterapeutiche. In questo senso, più aree funzionali dell’Io saranno investite dal disturbo patologico psichico, più ampia ed evidente sarà la compromissione comportamentale (comportamento organizzato e disorganizzato).13 Seguendo il ragionamento fin qui svolto, si escludono dal «significato di infermità» tutti quei disturbi mentali che si presentano funzionalmente come: › disarmonie del comportamento; › modi di essere e stili comportamentali stabili nel tempo; › quadri dis tato o in condizioni di compenso clinico, nelle quali il comportamento criminoso concorda funzionalmente con le direttive di fondo della personalità; › in commissione non diretta con funzionamenti mentali patologici sopravvenuti. Si includono nel «significato di infermità» tutti quei comportamenti che costituiscono quel quid novi o quel quid pluris espressivo di uno scompenso psicopatologico in atto o di una riorganizzazione su uno o più disturbi patologici. Sono questi i casi in cui le insufficienze mentali, le personalità psicopatiche, le psiconevrosi, le perversioni sessuali e le tossicodipendenze si complicano funzionalmente con altri disturbi mentali oppure severe alterazioni della personalità (i disturbi gravi di personalità), gli sviluppi di personalità 13. Comportamento criminale organizzato (indicatori): crimine spesso premeditato e pianificato nella successione delle strategie di selezione e di avvicinamento; vittima aggredita solo in condizioni di sicurezza e di certezza di non venire scoperti; capacità di differire il progetto omicidiario; trasporto del cadavere in luogo lontano da quello del reato; mancanza di armi o di indizi in loco; i luoghi del crimine sono abbandonati e l’autore mette in atto condotte intelligenti per sfuggire alla cattura; assenza di tematiche mentali patologiche addotte a motivazione o a spiegazione del delitto; tendenza a falsare i dati di realtà per ritardare la cattura o l’accertamento della verità processuale, negando le proprie responsabilità. Comportamento criminale disorganizzato (indicatori): delitto non premeditato e non pianificato; assenza di ragioni oggettive precipitanti; vittima vissuta secondo modalità psichiche chiaramente patologiche; passaggio all’atto disorganizzato, improvviso ed efferato (mutilazioni e ricorso a plurimi mezzi omicidiari); aumento dell’angoscia durante il crimine; presenza di patologia delirante, allucinatoria e/o depressiva; transitori stati di alterata coscienza; deplezione psicotica post delictum; cadavere abbandonato sul luogo del delitto con numerosi indizi; ricorso alle mani o ad armi quasi sempre bianche o improprie; comportamenti bizzarri post delictum (rimanere accanto al cadavere della vittima, fughe afinalistiche e scoordinate, non resistenza all’arresto); suicidio (attuato o tentato) frequente dopo il crimine.

L’APPROCCIO PSICOPATOLOGICO FORENSE

73


e i disturbi psicotici vanno incontro a scompensi sul piano del loro funzionamento mentale e comportamentale. Resta fuori discussione il fatto che il perito/consulente deve rispondere ai quesiti che gli vengono posti, se e quando possibile. Il suo intervento è finalizzato a ciò e non ad altro, tranne che il committente gli ponga domande specifiche oltre quelle tradizionali (v. nota 10): non è pensabile che un percorso clinico assolutamente corretto sotto il profilo metodologico e che conduce a un inquadramento diagnostico esauriente e corretto non affronti il problema psichiatrico forense dell’imputabilità o della capacità decisionale del peritato. Mi ripeto: qualsiasi tipo di accertamento peritale inizia dalla diagnosi clinica, ma non si esaurisce in essa. Se si limita alla clinica, la relazione non è utilizzabile, anche se viene acquisita agli atti.

OSSERVAZIONI CLINICHE E COMPORTAMENTALI NELL’IMMEDIATEZZA DEL FATTO DELITTUOSO L’organizzazione o la disorganizzazione del comportamento criminale – di per sé soli considerati – poco o nulla ci dicono, però, circa il funzionamento mentale, normale o patologico dell’autore. Un delirante lucido può emettere un comportamento sostanzialmente organizzato e pianificato; in un momento d’ira o di intensa emozione la condotta relativa più essere disorganizzata e confusiva. Diventa pertanto fondamentale la conoscenza del soggetto agente, nella misura in cui nell’atto delinquenziale egli generalmente ha lasciato la firma o tracce personali significative (il modus operandi). Non solo, ma l’agito criminale si colloca in un continuum rispetto alle caratteristiche della personalità dell’autore di reato (lo «stile di vita», nella normalità e nella patologia è unitario) ricavabili dalla sua storia di vita, per cui l’atto delinquenziale non può essere separato da un suo modo abituale di essere nel mondo e con gli altri, tranne che ci si trovi di fronte a uno scompenso psicopatologico acuto che irrompe nella vita del soggetto e ne interrompe brutalmente la trama a guisa di un quid novi o di un quid pluris.

74

capitolo 12

USCIAMO ORA DAL PENALE Passo ora a esaminare rapidamente altri settori dell’attività peritale in cui la «scientificità» del consulente ancor più deve essere accurata, dal momento che i relativi ambiti di indagine sono estremamente delicati e in sostanza delegati al tecnico della psiche. In questi settori infatti si introduce, di fatto, la perizia psicologica e a nessuno sfugge la maggiore discrezionalità che interviene in un apprezzamento di questa natura, se non si garantisce il ricorso a una metodologia rigorosa e a chiari referenti teorici che devono sempre essere esplicitati. Metodo e criteriologia sono le uniche garanzie di fronte a un disciplina che – senza l’ausilio della tecnica – rischia il pericolo di essere etichettata di eccessiva soggettività, anche perché l’approccio psicodinamico è ricco di postulati non dimostrati se non attraverso l’esperienza del clinico; maggiori caratteristiche di «scientificità» sono fornite dalle teorie cognitiviste e dai correlati metodi di esplorazione del funzionamento mentale.

IN AMBITO VITTIMOLOGICO E DI TESTIMONIANZA Il funzionamento mentale del soggetto in esame incide su: › le condizioni di mente e, in particolare, d’inferiorità psichica dei soggetti che hanno subito reati sessuali, ex l. 66/1996; › l’eventuale presenza di danni psichici sopravvenuti nelle vittime di maltrattamenti e di violenze sessuali, ex artt. 571 e 572 c.p. e l. 66/1996; › le condizioni psichiche (infermità o deficienza psichica) delle vittime di circonvenzione, ex art. 643 c.p.; › l’idoneità o meno a rendere testimonianza circa un evento avente rilevanza penale subito o al quale si è assistito; il funzionamento mentale circa fissazione e rievocazione del ricordo. Per quanto si riferisce alla vittimologia, occorre ricordare la distinzione fondamentale che si pone tra vittima passiva e attiva. La prima è una persona con la quale il soggetto non ha mai stabilito contatto alcuno (vittima accidentale, preferenziale, simbolica

75


e trasversale), ma che, per esempio, costituisce fonte di sadico piacere il seguirla per strada, tormentarla telefonicamente magari svegliandola nella notte, recapitarle scritti osceni o provocatori. Detta dinamica non esiste quando la vittima viene scelta per colpire un’ideologia, un determinato gruppo o una specifica funzione sociale. Per quanto si riferisce alla vittima attiva, spesso il tipo di donna perseguitata è portatrice di problemi psicologici e di conflittualità non risolte, per cui – a livello più o meno consapevole – mantiene con il molestatore un legame ambivalente, ricco di sottintesi, di fraintendimenti, di non detto e di non chiaramente espresso, di rifiuto verbale, ma non emotivo, del legame che si intende recidere (vittima provocatrice, induttrice, favorente, consenziente). Molto interessante e importante è analizzare il rapporto che si è venuto a creare tra vittima e carnefice, ricercare (dalla parte dell’autore e della vittima) i motivi che hanno spinto l’autore a scegliere quel dato soggetto piuttosto che un altro, sapere se sia stato sollecitato, provocato o meno dalla sua vittima, magari senza che questa se ne sia resa conto, può dunque offrire un contributo importante non solo alla comprensione del reato commesso, ma anche all’aiuto di chi lo ha subito per capirne il perché e per superare i traumi che ne sono derivati e che ne possono derivare. Reali o presunti che siano, essi devono pertanto essere sempre esplorati per comprendere appieno i ruoli rispettivamente assunti. Dalla neutralità alla provocazione esiste tutta una serie di variabili e di sfumature che animano e caratterizzano gli scenari di violenza. Il rapporto che lega la vittima al suo carnefice, poi, può produrre addirittura una vera e propria inversione di funzioni, con assunzione da parte della vittima del ruolo di elemento scatenante e determinante l’evento. Né si può omettere un esame accurato del contesto in cui avviene il comportamento violento, potendosi individuare in esso elementi di per se stessi patogenetici o patoplastici (importanza della caratteristiche culturali, sociali, ambientali, economiche, storiche e situazionali). Il ruolo della vittima, specie nei reati intrafamiliari e in quelli passionali, rappresenta un aspetto che non può essere collocato sullo sfondo della storia in cui uno o più personaggi interagiscono tra di loro fino al tragico esito della stessa. Altro tema di importanza fondamentale riguarda la distinzione tra danno primario e danno secondario: il primo deriva direttamente dal reato, il secondo deriva dalla risposta informale o formale alla vittimizzazione. Pertanto è fondamentale che la vittima, fin dai primi momenti, non si

76

senta sola. Il senso di isolamento è ciò che può produrre il maggior danno alla vittima (immediatezza dell’intervento). Gli indicatori della vittimizzazione primaria possono essere così riassunti: evidenti cambiamenti nello stile di vita del soggetto; diminuzione delle attività sociali; cambio di residenza; sistemi di allarme; telefono sotto controllo; cambiamento lavorativo e/o scolastico; incremento di apprensione e del livello d’ansia; distorsioni cognitive (pregiudizi e preconcetti di tipo vittimistico-persecutorio); paura, angoscia, tensione, rabbia, depressione, sensazione di impotenza; pensieri ricorrenti riguardanti l’evento traumatico; disturbi dell’alimentazione, del sonno e somatizzazioni di vario genere; incremento dell’abuso di sostanze alcoliche e del fumo; pensieri di morte; tentativi di suicidio; avversione sessuale, impotenza, frigidità. La vittimizzazione secondaria è invece conseguente al fatto che la persona oggetto di molestie, di aggressioni o di violenze variamente orientate spesso non sa con chi confidarsi; raramente chiede la solidarietà degli amici per non coinvolgerli e difficilmente informa i familiari per il timore di reazioni inconsulte da parte di questi ultimi verso il molestatore o di non essere creduta. Così aumentano l’ansia e l’isolamento della vittima. La costruzione della «vittima-oggetto» avviene, inoltre, attraverso processi di vittimizzazione secondaria processuale (denunciare la violenza subita rappresenta per la donna un evento critico spesso peggiore dell’aggressione sessuale stessa); vittimizzazione secondaria giudiziaria (l’idoneità a testimoniare e l’inferiorità psichica tanto spesso messe in discussione con una sorta di pregiudizio e di diffidenza che permea tutta l’indagine, fin dalle prime battute); vittimizzazione secondaria peritale (quanti preconcetti, atteggiamenti verificazionisti, omissioni nelle indagini cliniche, errori metodologici si possono commettere in questo delicatissimo e complessissimo settore di indagini!). I costi che la vittima deve affrontare quando si svela come persona offesa sono diretta conseguenza anche dal fatto che la si possa e la si sappia aiutare ad assumere un ruolo obiettivo e scientificamente valido. A proposito della testimonianza di una vittima, ci si limita a segnalarne le aree critiche quali: la capacità di comprensione; la capacità linguistica nella narrazione dell’accaduto; la suggestibilità e influenzabilità; i rapporti tra ricordi e tempo trascorso dall’evento; le risposte emotive, nonché i rapporti emotività e tempo. Specie nei bambini oggetto di maltrattamenti e abusi di vario genere: 1. la comprensione del linguaggio è tanto più ridotta quanto più USCIAMO ORA DAL PENALE

77


piccolo è il bambino; sotto i 4 anni manca la competenza linguistica, e la capacità di riconoscere il significato di parole e concetti può lasciare molto a desiderare; tra i 4 e i 6 anni il livello di comprensione è ridotto fino al 65%; tra i 6 e i 13 anni esso aumenta gradualmente. Un bambino di 4-5 anni non comprende il senso di frasi negative, passive o subordinate e dà risposte casuali o dovute alla suggestione; 2. la capacità linguistica nella narrazione trova i propri limiti naturali negli aspetti sintattici, lessicali e semantici; quella che può sembrare una fantasia o una difficoltà nel distinguere la realtà dalla fantasia (accertamento peritale), spesso corrisponde a realtà (accertamento giudiziario), e viceversa; 3. i bambini tendono a rispondere «sì» a molte domande, specialmente se chi le pone è una figura autoritaria e inquisitoria; la suggestibilità del minore è un tratto sia individuale (fattori cognitivi ed emotivi) sia contesto-dipendente (fattori socioculturali e relazionali). I bambini sono normalmente più suggestibili da parte di adulti. La suggestione nel tempo facilita la produzione di dichiarazioni difformi dalla realtà. Un modo suggestivo di interrogare il bambino stimola la «costruzione» di ricordi (procedure inducenti). In linea puramente orientativa, è lecito ipotizzare che a 3 anni l’attendibilità delle risposte sia solo del 33%, a 5 sia del 54%. La suggestibilità riguarda anche fatti accaduti al proprio corpo ed è massima dai 2 ai 7/8 anni, poi è costante fino ai 15, anche se con gradi e intensità molto diversificate, ampiamente dipendenti dall’ambiente in cui si è cresciuti e dal tipo di acculturazione ricevuta; 4. l’efficienza del recupero del ricordo è legata alla distanza temporale dall’evento; tanto più piccolo è il bambino, tanto più lungo è l’intervallo di tempo fra l’evento e il ricordo, meno idoneo sarà a testimoniare, in considerazione della labilità della traccia mnesica sotto il profilo cognitivo; 5. la risposta emotiva che il bambino dà a un accadimento, viene appresa dall’adulto significativo; tale risposta può venire indotta dall’adulto attraverso la sua emotività espressa. Se la narrazione di un evento non è accompagnata da adeguata partecipazione emotiva, può significare che il ricordo è falso; 6. la risonanza emotiva dell’evento cambia con il trascorrere del tempo; l’emozione che accompagna la rivelazione di un evento traumatizzante può essere autentica solo nell’immediatezza della narrazione.

78

Non si dimentichi che – in generale – la risonanza emotiva dell’evento e l’interpretazione soggettiva che ne dà la vittima (sia minore, sia adulta) è importante da valutare come elemento costitutivo del sentirsi più o meno vittima. Il dato oggettivo, in altre parole, deve sempre essere visitato alla luce di quello soggettivo: del significato, cioè, che la vittima e il contesto di riferimento conferiscono al fatto-reato.

IN AMBITO CIVILISTICO Capacità/incapacità decisionale Con il raggiungimento della maggiore età, si acquista la capacità personale di votare, di disporre per testamento, di stipulare contratti, di stare in giudizio, di donare, di contrarre matrimonio, di assumere decisioni autonome nel campo della salute (v. anche artt. 84, 250, 291, 390 c.c. e le eccezioni in materia di capacità a prestare il proprio lavoro e di esercitare i diritti d’autore, che non interessano direttamente in questa sede). La capacità di succedere si acquista con la nascita; la capacità decisionale (competence o capacity) è un insieme di capacità, un’attribuzione psicologica assai articolata e complessa, che riguarda atti diversificati. Pertanto essa deve sempre essere contestualizzata, riferita a un atto specifico, riportata a quel preciso contesto, a quel determinato problema, al momento della decisione e al correlato funzionamento mentale. Per quanto si riferisce ad amministrazione di sostegno, interdizione, inabilitazione, impugnazione di un atto (contratto, testamento, donazione), i problemi del consenso/dissenso, il problema fondamentale è relativo all’accertamento del funzionamento mentale del soggetto interessato relativo agli atti aventi rilevanza giuridica che egli può (ancora)/non può (più) compiere e a quali sottoscritti di cui viene messa in discussione/impugnata la validità. Il settore del consenso/dissenso dell’avente diritto vede nuovamente in primo piano l’accertamento del funzionamento mentale del soggetto che manifesta il suo consenso/dissenso rispetto a un atto avente rilevanza giuridica o una decisione che riguarda l’esercizio del diritto alla salute. L’analisi del funzionamento mentale del ricevente è un procedimento molto complesso e delicato che si articola nell’esame delle seguenti attività psichiche:

USCIAMO ORA DAL PENALE

79


- capacità/possibilità di ricevere le informazioni; - capacità/possibilità di comprenderle; - capacità/possibilità di ragionare su di esse; - capacità/possibilità di valutare il loro significato; - capacità/possibilità di esprimere una scelta. L’incapacità non si sovrappone alle diagnosi psicopatologiche, ma è correlata con la presenza di una patologia mentale che incide significativamente sul funzionamento mentale indispensabile per esercitare la capacità decisionale. La necessità dell’assoluta certezza della sussistenza dell’incapacità è un dato da cui non si può prescindere in tutti questi tipi di valutazione (Cass., sez. II, 27.10.1983; analogamente, Cass. Pen., sez. II, 10.6.1998, n. 2532; Cass. Pen., sez. II, 8.10.2004, n. 44869; Cass. Pen., sez. II, 15.12.2004, n. 48302; Cass. Pen., sez. II, 27.1.2006, n. 3458; Cass. Pen., sez. II, 4.10-7.12.2006, n. 40383). La valutazione del danno psichico Esistono anche in questo settore foriero di conseguenze sia per il valutato sia per colui che deve indennizzarlo, alcune regole minime che devono essere assolutamente rispettate, e cioè: 1. ogni caso deve essere singolarmente analizzato e valutato, integrando l’approccio categoriale con quello funzionale; 2. l’obiettivazione psichiatrica è la traduzione in termini più o meno codificati e concordati di qualcosa di cui l’osservatore viene a conoscenza attraverso i sintomi che l’osservato soggettivamente denuncia; 3. è da escludere che si possa stabilire un rapporto di causaeffetto tra situazione ambientale negativa e malattia mentale, proprio perché – per definizione – essa riconosce una genesi multifattoriale, in cui nessun singolo fattore svolge un ruolo di causalità unilineare; 4. l’aspetto qualificante e unificante l’apporto psicologico-psichiatrico è costituito dal rigore metodologico (che etimologicamente deriva da meta-hodòs e significa «la strada che si percorre»); 5. l’inquadramento clinico deve fondarsi su dati trasferibili, comprensibili e controllabili; 6. il danno psichico valutabile risulta dal grado di compromissione funzionale al momento dell’indagine nel senso di un quid novi o di un quid pluris, da cui vanno sottratti disturbi

80

fittizi, elaborazioni secondarie e preesistenti disturbi del funzionamento mentale dell’esaminando; 7. non esistono criteri standard codificati o precisi metodi di misurazione dell’invalidità per le patologie mentali che consentano la costruzione di sistemi tabellari, generalizzazioni o valutazioni analogiche, se ci si attiene semplicisticamente alla nosografia psichiatrica, qualsiasi essa sia; ogni tipo di nosografia, infatti, offre unicamente la possibilità di costruire un contenitore alfa numerico entro il quale deve sempre essere inserita una complessa e articolata discussione clinica; 8. la valutazione del danno biologico può scaturire solo da un’opportuna e meditata integrazione tra approccio nosografico e approccio funzionale; ne consegue che la categoria «disturbo» (posto che sia stata correttamente applicata) non significa nulla sul piano valutativo; 9. convenzionalmente, la valutazione percentuale del danno psichico può essere fatta ricorrendo alle tabelle in uso per l’invalidità civile; 10. il giudizio che viene dato ha caratteristiche orientative, alcune di probabilità, nessuna di certezza; 11. forse come in nessun altro campo della psichiatria medicolegale, i tecnici hanno semplicemente il compito di offrire il massimo di elementi di conoscenza, sui quali si possa poi basare la discussione e motivare ogni decisione; 12. la quantificazione del danno resta di pertinenza dei tecnici, attraverso il contraddittorio delle parti, con la supervisione del magistrato; 13. è necessaria una specifica formazione medico-legale per lo psichiatra e psichiatrica per il medico-legale che si avventurino in questo settore di attività; 14. il massimo di attendibilità si può avere se l’accertamento viene affidato a un collegio in cui siano garantite e rispettate competenze diversificate (lo psichiatra, lo psicologo, il medico-legale, con possibilità di usufruire della consulenza di altri colleghi). Anche in questo settore, quindi, si ripropongono i problemi finora esaminati: la formazione del consulente al quale poter affidare l’incarico, la sua capacità di collaborare con altri colleghi, la sua disponibilità a mettersi in discussione e a riconoscere le caratteristiche di relatività di tutti i suoi giudizi. Questi devono comunque sapere essere presentati come un sistema di valutazione aperto al USCIAMO ORA DAL PENALE

81


confronto e al contradditorio e alla necessità che il suo operato non sia lasciato al suo «libero arbitrio» valutativo, ma possa essere necessariamente sottoposto a tutte quelle verifiche che consentano al giudice di pronunciarsi «al di là di ogni ragionevole dubbio».

capitolo 13

CONTRIBUTO CASISTICO Per sviluppare il tema di cui ho trattato in esordio, vorrei prendere spunto da un caso di omicidio, diversamente valutato da due successivi periti, in seguito alle considerazioni fatte dal magistrato in punto primo accertamento peritale.14 Questa sentenza, pronunciata prima che uscisse quella delle S.U. Corte di Cassazione n. 9163/2005 (Sent. N. 9163, ud. 25.1.05, deposito dell’8.3.05, Sezioni Unite), fa riferimento alla relativa massima provvisoria in attesa di motivazione e dimostra la necessità di collaborazione tra il sapere scientifico e il giudizio normativo, verificando in concreto il grado e l’intensità dell’eventuale disturbo di personalità rilevato, oltre che il suo nesso eziologico con il delitto obiettivamente accertato: in altre parole, la sua incidenza funzionale sul reato commesso. Il problema ha preso le mosse dall’esame critico degli elaborati tecnici acquisiti nell’ambito dell’incidente probatorio – condizionati evidentemente dall’orientamento giurisprudenziale, superato dalle S.U., i quali non consentivano di valutare compiutamente grado e intensità dell’anomalia di funzionamento psichico accertata a carico dell’imputato (disturbo paranoide o disturbo delirante persistente? Fornari 2011). Nel caso di specie, però, il principio ha investito l’accertamento peritale disposto dal GIP ed è stato superato sostanzialmente, anche se non esclusivamente, dal fatto che il perito del GUP ha individuato nell’imputato un disturbo psicotico (disturbo delirante persistente) e non già un disturbo, sia pur grave, di personalità. Il perito, per parte sua, ha trattato il profilo della classificazione nosografica (quella che la dottrina definisce la dimensione categoriale) soltanto dopo aver compiutamente illustrato l’aspetto funzionale e ha ritenuto che – anche volendo definire la condizione di base di Antonio come disturbo di personalità paranoide, 14. Il mio ringraziamento più sentito va al consigliere dr. Raffaele Piccirillo, in allora GUP presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere che mi ha inviato la sentenza integrale e della quale io ho tratto ampi spunti e al prof. Ivan Galliani, specialista in Medicina legale e delle assicurazioni, professore Associato presso l’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia, che mi ha fornito il suo magistrale elaborato peritale.

82

83


al momento dell’azione criminosa si verificò certamente un quid pluris definibile come «scompenso a netta impronta psicotica». Può anzi affermarsi che il racconto dei numerosi e diuturni segnali di allarme e delle sensazioni avvicendatesi nella mente e nel cuore dell’imputato a partire dalla cena dei cacciatori rappresenta vividamente cosa possano in concreto significare la perdita dei confini tra mondo interno e mondo esterno, della capacità di differenziare il sé dal non-sé, l’irruzione di uno stato di ansietà pervasiva e di angoscia panica.

PRIMO CASO Antonio è un uomo di 44 anni imputato di aver causato la morte della propria consorte Filomena attingendola ripetutamente con un coltello da cucina e cagionandole numerosissime e profonde lesioni da punta e taglio in svariate parti del corpo (al volto, al collo, al torace, al fianco sinistro e destro). Con l’aggravante di aver agito per futili motivi di gelosia verso la consorte nonché di avere infierito con crudeltà verso la predetta mentre la stessa, dopo una prima reazione, era in stato di incapacità di reagire all’aggressione a causa dell’abbondante e immediata perdita ematica. In un primo momento il giudice rigettava l’istanza di rinnovo di perizia psichiatrica presentata dal difensore con riferimento all’insufficienza dell’accertamento peritale già eseguito nelle forme dell’incidente probatorio. Il Pubblico Ministero e il difensore delle parti civili eccepivano la non necessità dell’accertamento richiesto e il contrasto tra la sua eventuale ammissione e le esigenze di economia processuale, alla luce del corposo materiale già acquisito nel corso dell’incidente probatorio. Il Giudice dell’Udienza Preliminare (GUP), con ordinanza resa nel corso dell’udienza, rigettava la richiesta evidenziando come le condizioni psichiche dell’imputato e la sua capacità di intendere e volere al momento del fatto fossero state già esplorate nel corso delle indagini attraverso acquisizioni documentali (in particolare la documentazione relativa all’unica visita psichiatrica cui il soggetto si era sottoposto prima del fatto), nonché attraverso le relazioni dei sanitari che avevano tenuto il soggetto sotto osservazione psichiatrica durante la sua detenzione e le cartelle cliniche relative ai ricoveri cui era stato sottoposto in quell’ambito. Soprattutto poi il Giudice rilevava che i temi oggetto della richiesta integrazione istruttoria erano stati oggetto del procedimento di incidente probatorio nel corso del quale avevano potuto confrontarsi le valutazioni

84

del perito nominato dal Giudice dell’Incidente Probatorio (GIP) con quelle dei consulenti delle parti civili e dell’imputato. Considerato infine che all’accertamento dell’imputabilità del soggetto concorrono anche le informazioni concernenti il fatto reato nella sua obiettività e nelle sue modalità esecutive, il GUP riteneva non necessario disporre un nuovo accertamento peritale neppure al fine di colmare le lacune della relazione del perito del GIP rilevate dalla difesa. Si fa notare che il perito del GIP aveva concluso per la piena capacità di intendere di volere di Antonio, conclusioni che il PM aveva pienamente condiviso. Il difensore delle parti civili costituite si associava alla richiesta di declaratoria di responsabilità del PM e depositava nota scritta nella quale chiedeva la liquidazione di una provvisionale immediatamente esecutiva pari a euro 50 mila con rinvio alla separata sede civile per l’integrale liquidazione dei danni patrimoniali ed extrapatrimoniali patiti dai genitori della vittima. I difensori dell’imputato chiedevano: in linea principale l’assoluzione dell’imputato per totale infermità di mente al momento del fatto; in linea subordinata, l’esclusione delle aggravanti di cui all’art. 61 nn. 1 e 4 c.p., il riconoscimento della diminuente della cosiddetta seminfermità e delle attenuanti generiche da applicare nella massima estensione su una pena contenuta entro i minimi edittali. Sciogliendo la riserva, il GUP disponeva la citazione testimoniale del consulente psichiatra della Direzione Sanitaria del Centro Penitenziario che aveva stilato una relazione nella quale diagnosticava a carico dell’imputato sottoposto a osservazione «una sindrome delirante a sfondo persecutorio e di gelosia» e il conferimento di incarico peritale a un collegio composto da un esperto in psichiatria e psicopatologia forense e da un esperto in psicologia giudiziaria. Nella motivazione dell’ordinanza si esplicitavano le ragioni che avevano indotto il Giudice a mutare opinione rispetto a quanto stabilito nell’ordinanza precedentemente emessa. In particolare si richiamava l’insegnamento espresso dalle Sezioni Unite Penali della S.C. nella sentenza resa in data 25/01/’05 (all’epoca nota soltanto per la «massima provvisoria in attesa di motivazione») con la quale, sovvertendo l’insegnamento fino a quel momento maggioritario, si era stabilita la possibile incidenza del cosiddetto disturbo di personalità sulla capacità di intendere e volere al momento del fatto e l’obbligo del giudice di verificare in concreto il grado e l’intensità del disturbo di personalità rilevato, oltre che il suo nesso eziologico con il delitto obiettivamente accertato. Spiegava questo Giudice che gli elaborati tecnici acquisiti nell’ambito dell’incidente probatorio – condizionati evidentemente dall’orientamento giurisprudenziale, superato dalle S.U., che conferiva rilievo dirimente alla questione relativa alla qualificazione nosografica dell’affezione psichica – non consentivano di valutare CONTRIBUTO CASISTICO

85


compiutamente grado e intensità dell’anomalia di funzionamento psichico accertata a carico dell’imputato. Di qui la necessità di escutere il consulente psichiatra del carcere perché illustrasse gli elementi (non esplicitati nella citata relazione) che lo avevano indotto a formulare la diagnosi anzidetta e di procedere a un nuovo accertamento peritale che tenesse conto «di tutti gli elementi finora raccolti, di quelli ulteriori che potranno trarsi dall’escussione del suddetto consulente, delle istanze di approfondimento diagnostico fatte proprie dalla recente pronuncia delle S.U.». Al termine delle operazioni peritali, ha avuto luogo l’esame del perito nel contraddittorio delle parti documentato con fonoregistrazione, all’esito le parti hanno nuovamente rassegnato le loro conclusioni. Il Pubblico Ministero e il difensore delle parti civili si sono riportati alle conclusioni già illustrate in precedenza ritenendo confutabili le conclusioni raggiunte dal perito del GUP alla stregua delle considerazioni formulate in sede di incidente probatorio dal perito del GIP e dal consulente di parte civile. La difesa, preso atto della relazione peritale depositata e illustrata in sede di giudizio abbreviato, ha chiesto l’assoluzione dell’imputato per totale incapacità di intendere e volere al momento del fatto. Sulle conclusioni rassegnate dalle parti, il Giudice ha deciso di prosciogliere l’imputato per vizio totale di mente e ritenerlo socialmente pericoloso, dando pubblica lettura del dispositivo, che ha preso le mosse, oltre che dai risultati delle indagini di polizia giudiziaria, dalla relazione dello psichiatra dello stabilimento carcerario, nella quale è contenuto un giudizio diagnostico di particolare rilevanza, nel senso che il redattore di quel giudizio, attribuiva esplicitamente al paziente un delirio persecutorio e di gelosia, accreditato tra l’altro da allucinazioni olfattive che erano state perspicuamente criticate dal consulente delle parti civili e dal perito del Giudice nella fase dell’incidente probatorio: costoro infatti, come meglio si dirà tra breve, avevano qualificato le presunte allucinazioni come mere dispercezioni (piuttosto che come percezioni sine materia) e avevano in linea generale escluso che i sospetti di tradimento e di complotto manifestati dal paziente presentassero quel connotato di incrollabile certezza soggettiva che caratterizza i veri e propri deliri.

Continua la sentenza (che d’ora in avanti citerò quasi integralmente, stante l’estremo interesse della stessa): Veniva perciò assunta la testimonianza esperta dello psichiatra che quel giudizio diagnostico aveva redatto. Il sanitario non riusciva a ricordare distintamente in cosa consistessero le percezioni olfattive che aveva qualificato come allucinazioni nella sua relazione, ma ribadiva in udienza il suo giudizio clinico. Rilevante era stato per lui il fatto che Antonio, a fronte di un comportamento generale lucido

86

e corretto nei rapporti con i detenuti e con gli operatori del centro penitenziario, aveva scantonato ogniqualvolta fosse stato invitato a parlare del reato commesso. Con questa espressione lo psichiatra designava che l’imputato aveva dimostrato di non riconoscere la realtà di quel fatto tragico riproponendo ossessivamente la tesi del tradimento della moglie e del complotto. Variamente stimolato dagli operatori, Antonio non aveva mai saputo identificare la persona con la quale la moglie lo avrebbe tradito né i partecipanti al presunto complotto e tuttavia aveva manifestato un’emotività nel racconto («possiamo essere tutti sospettosi in relazione a qualche cosa che ci accade, ma parlarne non dico con rabbia ma quasi») che lo aveva indotto a ritenere che Antonio fosse realmente convinto dei suoi assunti («penso che ci sia una sorta di convinzione»). Altri elementi di significato clinico vengono ricavati dall’esame del diario clinico della casa circondariale e che qui non si riportano. Il perito del GIP e i consulenti delle arti, per canto loro, hanno concordato sul fatto che Antonio presentava, al momento del fatto delittuoso e ancora all’epoca del colloquio clinico, anomalie di funzionamento psichico. Il contrasto tra di loro concerneva la diagnosi differenziale tra disturbo di personalità di tipo paranoideo e psicosi. Il che vuol dire che nessuno dei professionisti ha ritenuto liquidabili la gelosia, la sospettosità e le dietrologie complottarde dell’imputato come meri tratti di personalità: categoria che il DSM IV R definisce come «modi costanti di percepire, rapportarsi e pensare nei confronti dell’ambiente e di se stessi, che si manifestano in un ampio spettro di contesti sociali e lavorativi» e che in definitiva designa quei modi prevalenti dell’essere, dell’agire e del reagire che compongono il carattere di qualsiasi individuo. L’approdo minimale degli accertamenti e delle valutazioni compiute ha riconosciuto che quanto meno i tratti di una personalità gelosa, sospettosa, diffidente si sono aggregati nell’imputato in maniera rigida e non adattiva, causando quindi una costante e frequente sofferenza soggettiva. Alcune premesse teoriche accomunano poi l’iter argomentativo dei professionisti coinvolti nell’accertamento incidentale e concernono: › sul piano squisitamente psicopatologico, la definizione di delirio e di allucinazione e i criteri che consentono di differenziare questi fenomeni (tipicamente indicativi di malattia psicotica) da altri prima facie simili; › sul piano strettamente medico-legale, l’adesione alla tesi giurisprudenziale, all’epoca prevalente, dell’ininfluenza dei disturbi di personalità descritti dal DSM IV e dall’ICD 10 sulla valutazione di imputabilità del soggetto.

CONTRIBUTO CASISTICO

87


La definizione di delirio più o meno esplicitamente condivisa dal perito del GIP e dai consulenti delle parti è quella fornita da Karl Jaspers (Jaspers 1964). Per quanto invece concerne l’allucinazione ricorre nel ragionamento dei tre professionisti la consapevolezza che essa si identifica con i fenomeni di percezione sensoriale (visiva, uditiva, olfattiva) sine materia, differenziandosi dall’illusione che consiste invece nell’abnorme interpretazione di dati reali. Attenendosi implicitamente a tali premesse, il perito del Giudice investito in sede di incidente probatorio esprime un orientamento diagnostico per il disturbo paranoide di personalità, fornendo di tale categoria una descrizione sindromica di carattere generale, ricalcata dal DSM IV. Descrizione che il perito preferiva alla diagnosi di psicosi per il fatto che l’imputato non presentava deficit intellettivi, non versava in stato delirante né in una condizione dissociativa del pensiero, non presentava un quadro di destrutturazione della personalità. Il racconto del complotto ripetuto più volte da Antonio anche in occasione dei colloqui clinici veniva svalutato dal perito del GIP il quale vi ravvisava, piuttosto che un sintomo di grave patologia mentale, «un atteggiamento di difesa e di giustificazione rispetto al terribile atto commesso». Così inquadrata la condizione clinica dell’imputato, il perito riteneva di poter escludere sia compromissioni della capacità di stare in giudizio sia apprezzabili menomazioni della capacità di intendere e di volere al momento del fatto («ritengo di poter affermare che Antonio, al momento dei fatti per cui è processo era, con elevata probabilità, capace di intendere e volere»). Nell’esame dibattimentale, il perito ribadiva l’orientamento diagnostico espresso nell’elaborato scritto palesando immediatamente quanto l’inquadramento clinico avesse condizionato il convincimento espresso sul piano strettamente forense: «A mio avviso Antonio ha un disturbo di personalità, ho dato anche una sottoclasse a questo disturbo ma comunque, al di là della sottoclasse, il disturbo di personalità di per sé è noto a tutti che non inficia la capacità di intendere e volere, né la intacca sì da farla ritenere grandemente scemata». Incalzato dalla difesa dell’imputato, il suddetto perito esplicitava alcuni passaggi della sua valutazione più di quanto avesse fatto nell’elaborato scritto (invero piuttosto laconico). Il professionista ammetteva di non aver afferrato il movente del grave gesto criminale, di aver registrato la teoria del complotto più volte emersa dalle parole dell’imputato, di avere nutrito seri dubbi sulla corrispondenza delle circostanze di fatto che avevano insospettito l’imputato nei riguardi della moglie a dati di realtà. Tutto questo però non giustificava, secondo il perito, l’adesione alla tesi del delirio psicotico.

88

Da un lato infatti l’insondabilità delle motivazioni ad agire non è una caratteristica esclusiva dei soggetti gravemente compromessi nella psiche (difesa: «Che cosa l’ha spinto al delitto secondo lei?»; perito: «Questo non lo so, fa parte del genere umano, purtroppo è la distruttività dei confini»). In secondo luogo la teoria del complotto, pur non corrispondendo a dati reali, poteva essere stata prospettata dall’imputato al fine di giustificarsi senza con ciò necessariamente ipotizzare un chiaro progetto simulatorio: «Lui veramente non credeva nel complotto, però magari quando lo dice lo dice per difendersi perché comunque ha commesso questa cosa così brutta che è ingiustificabile e quindi deve pur trovare qualche storia da dire, che non era soltanto per la gelosia punto e basta […] non è che ha organizzato la sua difesa e dice “allora mò io dico questo perché”». Decisa svalutazione esprimeva poi il perito per quelle percezioni che le relazioni dei consulenti psichiatri degli istituti di pena e il consulente della difesa hanno giudicato allucinatorie. Per quanto riguarda le allucinazioni olfattive riportate nella citata relazione del consulente del carcere, il perito esprime fortissime perplessità sulla correttezza tecnica del rilievo («certificare una puzza è proprio…»), evidenziando che un sintomo del genere, per essere ritenuto affidabile, avrebbe dovuto essere verificato attraverso indagini strumentali. Per quanto riguarda le allucinazioni visive enucleate per esempio dalla telefonata in cui l’imputato manifestava al 112 il suo allarme per le persone che erano convenute sul suo pianerottolo per ammazzarlo, il perito evidenziava che evidentemente Antonio si riferiva ai carabinieri che tentavano di convincerlo ad aprire la porta di casa: di talché, piuttosto che una percezione visiva senza oggetto, il suo timore derivava da una disturbata interpretazione della realtà effettuale. Anche la prescrizione dello psicofarmaco «Haldol Janssen» fatta dallo psichiatra all’esito di una visita precedentemente effettuata da Antonio non deponeva, secondo il perito del GIP, per la tesi della patologia psicotica: «era un quantitativo che era più da ansiolitico che non…». Richiamato su un passaggio della relazione peritale nel quale si afferma che «se sottoposte a situazioni particolarmente stressanti, le persone affette da disturbi paranoidi di personalità possono andare incontro ad episodi psicotici anche se di solito brevi e transitori o sviluppare un’ideazione delirante», il perito chiariva che certamente quello illustrato in astratto non era il caso concretamente occorso ad Antonio. In realtà il cosiddetto scivolamento psicotico del soggetto affetto da disturbo di personalità costituisce – secondo il perito – un’eve-

CONTRIBUTO CASISTICO

89


nienza rarissima per lo più concernente la sottoclasse del disturbo borderline nella quale non si iscrive il caso dell’imputato. Al termine del suo esame il perito dissolveva qualsiasi dubbio sul passaggio finale della relazione nel quale si richiamava la necessità che comunque Antonio fosse seguito costantemente dallo psichiatra.

Il GUP passa poi a esaminare la novità ermeneutica introdotta dalla sentenza S.U. n. 9163 del 25 gennaio 2005 ricordando che ai fini del riconoscimento del vizio totale o parziale di mente, rientrano nel concetto di «infermità» anche i gravi disturbi della personalità a condizione che il giudice ne accerti la gravità e l’intensità, tali da escludere o scemare grandemente la capacità di intendere o di volere e il nesso eziologico con la specifica azione criminosa [e sostenendo che] il Giudice del merito è invitato ad interrogarsi – piuttosto che sull’etichetta consona alla tipologia di malfunzionamento psichico rilevata nell’imputato – sul se detto malfunzionamento abbia effettivamente inciso sulla sua capacità di colpevolezza […]. Sul momento funzionale si concentrano perciò le cautele valutative che, nell’economia del ragionamento delle S.U., consentono il contemperamento tra le ragioni della garanzia e quelle della difesa sociale: a) la gravità e l’intensità tali da escludere o scemare grandemente la capacità di intendere e di volere; b) il nesso eziologico tra il disturbo e la specifica azione criminosa. Orbene, la sentenza delle S.U. appena richiamata ha evidentemente imposto al Giudice l’approfondimento della questione relativa alla capacità dell’imputato Antonio e il conferimento dell’incarico peritale nella sede dell’integrazione istruttoria in giudizio abbreviato. Per ragioni diverse gli elaborati fino a quel momento acquisiti e le osservazioni emerse dal dibattito medico-legale avvenuto nella sede dell’incidente probatorio presentavano lacune che non consentivano di addivenire alla decisione. Le proposizioni del perito del GIP e del difensore di parte civile apparivano infatti vistosamente condizionate da due presupposti che la sentenza delle S.U. ha persuasivamente superato: quello dell’intrinseca inidoneità del disturbo di personalità a integrare le cause di esclusione/limitazione dell’imputabilità previste dagli artt. 88 e 89 c.p.; quello della strutturale non evolvibilità e non graduabilità del disturbo di personalità. Quest’ultimo punto dell’argomentazione – oltre a non consentire la compiuta applicazione del principio di diritto dettato dalle S.U. – appariva aprioristico anche alla stregua della lettura dei più accreditati trattati di psichiatria forense che al disturbo grave di personalità dedicano appositi capitoli.

90

La relazione del consulente della difesa, dal canto suo, pur affermando la sussistenza nell’imputato di profili francamente psicotici tali da rendere ininfluente la novità interpretativa introdotta dalle S.U., non conteneva (ovviamente, trattandosi di relazione del consulente della difesa) elementi utili a orientare il Giudice nel giudizio di pericolosità sociale del soggetto ritenuto inimputabile. Soprattutto però le proposizioni del suddetto consulente non erano sostenute da una soddisfacente ricostruzione della criminogenesi e della criminodinamica. Nell’assoluta rilevanza di questi profili dell’accertamento psichiatrico-forense questo Giudice ravvisa un fondamentale suggerimento pratico della sentenza delle S.U. e, prima ancora, dei dati testuali oggetto di quell’autorevole interpretazione. Se infatti compito ineludibile e quasi assorbente del Giudice di merito dev’essere quello di verificare in termini funzionali l’incidenza del disturbo sulla capacità di determinarsi e il nesso eziologico tra il disturbo e il fatto criminoso, si comprende bene l’insufficienza di elaborati che si soffermino diffusamente sul profilo personologico dell’imputato, all’inquadramento categoriale della sua infermità (che rispondano cioè alla domanda «chi è l’imputato») senza adeguatamente approfondire il perché del gesto criminoso, il suo collegamento psicodinamico con il soggetto. Dallo studio della letteratura scientifica, questo Giudice desumeva poi la necessità di implementare il materiale raccolto con la somministrazione di test psicodiagnostici e in particolare di reattivi di personalità. Questo tipo di accertamento trova infatti indicazione per risolvere i problemi di diagnosi differenziale che erano già emersi nel corso dell’incidente probatorio e per superare le difficoltà di studio del settore profondo della personalità dell’imputato che – secondo la valutazione comune di tutti i professionisti che lo hanno avvicinato – presenta note di forte rigidità delle strutture difensive. Per questi motivi veniva conferito incarico peritale ad altro perito con la contestuale autorizzazione ad avvalersi di uno psicologo giudiziario per la valutazione psicodiagnostica del periziando. La relazione e l’esame del perito del GUP Le considerazioni diagnostiche e medico-legali del perito sono precedute dalla puntuale ricostruzione della documentazione giudiziaria, della documentazione sanitaria, delle valutazioni del perito e dei consulenti di parte che lo avevano preceduto, della relazione psicodiagnostica dello psicologo nominato dal Giudice. Gli accertamenti direttamente svolti dal perito del GUP sono poi consistiti (oltre che nell’esame della documentazione già acquisita) nella raccolta dei dati anamnestici e nell’esame psichico illustrato con la trascrizione di ampi stralci dei contenuti del colloquio libero orientato avuto con

CONTRIBUTO CASISTICO

91


l’imputato nel corso di due incontri della durata complessiva di sei ore (v. pp. 29-46 della relazione). Riveste particolare interesse la ricostruzione dell’esame psichico svolto sul paziente-imputato, in cui si mettono in evidenza i due registri di funzionamento psichico di Antonio. 1. Una modalità, caratterizzata da relativa normalità, è riservata alla sfera delle relazioni lavorative e sociali in senso lato nella quale, Antonio «è perfettamente calato nella realtà, è caratterizzato da un certo grado di empatia nei confronti dell’interlocutore, consentendo diverse modulazioni nel rapporto, alle quali il p. mostra di aderire prontamente, anche se in modo superficiale. Si individua, di fondo, una rigidità della struttura psichica, un’affettività coartata, con scarsa risonanza interiore, l’ansia del contatto che impedisce (ed ha impedito) la formazione di rapporti affettivi profondi, un pensiero tendente alla rimuginazione. La rievocazione mnestica, nell’ambito di questo registro, avviene seguendo i canoni della logicità e della ragionevolezza. Non compaiono elementi paranoidi di sospettosità, diffidenza, sfiducia negli altri, rancore: né in ambito familiare, né in ambito sociale o in quello lavorativo. Sono presenti comunque tratti di ipersensibilità, con tendenza rimuginativa, e la tendenza a richiedere a se stesso ed agli altri la rigida adesione ad uno schema normativo. I rapporti interpersonali vengono elicitati senza vera partecipazione affettivo-emotiva: se ne ricava l’impressione di rapporti superficiali e, in un certo senso, strumentali, basati essenzialmente sulla deontologia nel rapporto interpersonale. È presente un forte legame con i membri della famiglia d’origine, che appare connotato da una certa freddezza di sentimenti, e basato essenzialmente sul senso del dovere e sul rispetto filiale nei confronti dei genitori. Contenuti depressivi compaiono quando il p. pensa alle figlie, ed appaiono legati soprattutto alla perdita dello status di padre ed al conseguente abbassamento del livello di autostima». 2. Il secondo registro fa la sua comparsa quando l’imputato-paziente è chiamato a rievocare relazioni di carattere più intimo, in particolare con le figure femminili che nella sua vita hanno preceduto la moglie: «si ricava in generale una scarsa propensione al rapporto di intimità psicologica, anche con la figura femminile, nei confronti della quale sembra vi sia una duplice modalità di rapportarsi: se il rapporto è non coinvolgente, allora è superficiale e strumentale, poco duraturo, e il modello di interazione è poco dissimile a quello che si instaura negli incontri occasionali; se il rapporto è maggiormente coinvolgente, allora la donna entra a far parte di una sfera «egocentrata», come un satellite intorno al pianeta, e la positività della relazione viene giudicata dal grado di corrispondenza della donna alle proprie esigenze, e dal grado di corrispondenza alla concezione della propria deontologia dei rapporti interpersonali. Condizionano

92

tale impostazione (che appare inconscia), l’ansia del rapporto e l’incapacità a confrontarsi con l’altro come persona realmente distinta da sé. Dice il p. che in passato, su decine di “fidanzamenti”, sarà capitato una volta di sospettare il tradimento, nella relazione precedente a quella che poi ha portato al matrimonio, che è durata 5-6 anni. È stato il rapporto più conflittuale “erano più i giorni che litigavamo che gli altri. Però ci capivamo, perché anche la ragazza lavorava in ferrovia. Sono stati sospetti passeggeri, il fatto che lei lavorasse di notte, atteggiamenti troppo confidenziali con altre persone sul lavoro. Forse i sospetti li ho avuti fin dall’inizio, ma non ho mai approfondito, anche perché non sono mai riuscito a definire quel tipo di rapporto, forse non era amore, forse neppure un fidanzamento, certo non un matrimonio. Forse eravamo legati soltanto da un fatto di sesso, anche se a volte credevo che ci volessimo bene, ma alle minime difficoltà il rapporto si interrompeva”». La difficoltà nel legame con la figura femminile appare al perito la «cerniera» con la seconda modalità di funzionamento psichico; la quale si attiva soprattutto quando il colloquio libero orientato verte sul reato e sui suoi antecedenti, ma compare anche quando si parla approfonditamente dei rapporti con le donne. Nella qualificazione di questo secondo registro di funzionamento il perito non esita a definirlo francamente psicotico, fondando il suo giudizio sull’emersione di «idee deliranti parzialmente strutturate, idee di riferimento, interpretatività, rigidità del pensiero, allontanamento dal testing di realtà». I contenuti definiti come ideazioni abnormi hanno come tema «il tradimento da parte della moglie e un complotto per eliminare lui, e sono strettamente intrecciate tra di loro. È verosimilmente di origine recente una maggior tendenza alla strutturazione di un delirio». L’illustrazione del registro di funzionamento psicotico è operata dal perito riportando ampi stralci del colloquio libero orientato avuto con il paziente-imputato. I contenuti ideativi che illustrano la seconda modalità di funzionamento dell’imputato sono ampiamente riportati dal perito in una sintesi che con tutta evidenza appare sovrapponibile – per temi ideativi, vicende narrate, modalità interpretative manifestate dal narrante, toni e linguaggio – con quanto si è potuto riscontrare nella trascrizione del colloquio avvenuto alla presenza del perito del GIP e dei consulenti delle parti. Ritornano nel racconto le vicende della breve separazione dalla moglie e dei sospetti che l’avevano determinato, delle cose strane notate nel comportamento di lei nel corso degli ultimi anni, delle misteriose ricariche telefoniche, dello strano funzionamento dell’ascensore, della visita presso lo psichiatra sammaritano, del pranzo avvelenato offertogli dai familiari della defunta consorte. CONTRIBUTO CASISTICO

93


I primi sospetti di tradimento da parte della moglie sono sorti dopo pochi mesi dalla nascita della prima figlia, tra la fine del 2001 e l’inizio del 2002 «“Mia moglie mi si rivolgeva sempre in modo scorbutico, avvertivo una sorta di disprezzo, poi dei segnali strani: io rientro a mezzanotte, c’era odore di fumo in casa e mia moglie non fumava. Dopo è successo l’episodio che lei è andata via”. Sostanzialmente ricavava il sospetto di tradimento da una maggiore irritabilità della moglie, anche nei suoi confronti, che gli dava l’impressione di vederla cambiata. Anche il diniego dell’intimità sessuale da parte della moglie, dopo i parti, gli sembrava non del tutto giustificato. Altri “segnali” resero ai suoi occhi il sospetto una certezza: squilli del telefono senza che all’altro capo del filo qualcuno parlasse, ricariche telefoniche che arrivavano gratuitamente a sua moglie, come accade a volte per errore di qualche altro utente, la chiave nella serratura posizionata in modo diverso da come l’aveva messa lui, il fatto che la moglie avesse preso l’abitudine di sedersi nel sedile posteriore dell’auto e mostrasse la figlia, come a voler dire a qualcuno (secondo la sua interpretazione delirante) che non era il momento di effettuare un’aggressione. Verosimilmente nell’aprile-maggio del 2002 vi fu il litigio che indusse la moglie a far ritorno a casa dai genitori, per poi rientrare e riappacificarsi. La riappacificazione con la moglie non distolse il p. dalla certezza del complotto contro di lui, e dal convincimento che anche i familiari della moglie ne fossero implicati; convincimento che fu ricavato dal p. proprio da un episodio occorso nelle prime fasi della riappacificazione, quando i due sposi andarono a pranzo presso i genitori della moglie. “Mi sono sentito male, mi girava la testa, appena ho mangiato 2-3 cucchiaini mi sono sentito male, pensavo avessero messo qualcosa nel piatto. Poi dopo ho notato che è un cibo che loro non mangiano, pasta e lenticchie, piace solo a me, mentre a casa mia si fa una volta la settimana. Mi hanno portato al pronto soccorso, dove hanno detto che avevo la pressione alta e il battito alterato. Non avevo mai avuto prima quei sintomi. Dopo li ho avuti ancora: in carcere, sia alla cena dei cacciatori, sia una settimana dopo l’arresto, prendendo il latte al mattino; ho smesso di prenderlo e non mi è venuto più. Prima pensavo al fantomatico amante, visto che c’erano i segni di un tradimento, dopo ho pensato che anche loro ne fossero al corrente, e che fossero tutti d’accordo per fare qualcosa. Tutto ciò mi veniva confermato dagli atteggiamenti che loro tenevano nei miei confronti: facevano in modo di restare da soli per parlare; parlavano a me in codice, mi dicevano: ‘Mi capisci? Capisci a me?’”. Sempre al maggio 2002 il p. fa risalire le “stranezze” in auto della moglie (ossia l’insistenza a voler sedere sul sedile posteriore, il fatto di “mostrare” la figlia mentre era sull’auto) ed un episodio occorso una sera, quando di ritorno da una cena a casa dei genitori di lui, il p. si accorse di non avere più le chiavi di

94

casa, che aveva messo nella tasca della portiera dell’auto. Racconta che la moglie, “stranamente”, volle scendere dall’auto ed attenderlo in strada, mentre lui ritornava a casa dei suoi per cercare le chiavi; lui temeva che la moglie avesse architettato tutto, dal far sparire le chiavi al costringerlo a tornare indietro da solo, per favorire un agguato. A volte si voleva autoconvincere che quello che stava pensando era impossibile “Possibile che un padre favorisca il tradimento di una figlia al marito, e cose peggiori? Fino a che punto io non sono in grado di capire come è fatta una persona, che io la vedo in un certo modo e invece cova in sé tutta questa malvagità? Nemmeno in un film, una cosa del genere. Una volta l’ho detto anche a mio fratello: penso di vivere in un film. Lui si è messo a ridere”. Inizialmente ne ha parlato con qualcuno dei suoi familiari, poi non più, verosimilmente per il fatto che veniva consigliato a consultare uno psichiatra. Con i suoceri non ne parlava “perché ritenevo che fossero già informati, e non volevo scoprire le carte. Con mia moglie solo la prima volta, perché poi la ritenevo una nemica, cercavo di fare l’indifferente”. Dopo il primo episodio si lasciò convincere a consultare uno psichiatra. “Ho trovato sulle pagine gialle: dottor …, mi ha dato l’Haldol in gocce, che io non ho preso, se non un paio di giorni, non mi dava nessun effetto ed ero convinto di non averne bisogno. Per due mesi io e mia moglie eravamo in un’atmosfera strana, come se volessimo entrambi che tutto si normalizzasse, e così in effetti è stato”. Dopo un periodo di apparente “normalizzazione”, durato circa un anno, dopo la nascita della seconda figlia, nel novembre-dicembre 2003, i “sospetti” ricominciarono: di nuovo condizionati agli occhi del p. dagli squilli telefonici a vuoto, dalle ricariche telefoniche che arrivavano gratuite, da un improvviso atteggiamento duro, scorbutico della moglie, dalla mancanza di dialogo. Quando gli si chiede di sostanziare altri elementi si limita a rispondere “lo vedi quando rientri a casa, che c’è qualcosa che non va”. A domanda, ammette “forse io ero un po’ più silenzioso del solito”. Lui pensò che si stava ripetendo “la stessa cosa dell’altra volta” (ossia tradimento+complotto), e decise di non parlarne alla moglie, di fare l’indifferente, “Voglio scoprire la verità”. Era disposto anche ad arrivare a un divorzio. In realtà non scoprì nulla, ma continuava a ricevere “dei segnali”, che lo convincevano sempre di più di essere nel giusto. “Adesso penso che i segnali del complotto c’erano proprio in quel periodo lì, come ho capito negli ultimi 10-15 giorni, perché c’erano segnali più evidenti, e timori per la mia vita, che mi volessero fare del male”. Gli si chiede quale sia stato il primo segnale, il primo che l’ha preoccupato seriamente: “È un po’ difficile stabilire qual è il primo segnale. Quel giorno che sono tornato a casa avrei dovuto pensare che c’era qualcuno sul pianerottolo. Prima che prendessi CONTRIBUTO CASISTICO

95


fuori le chiavi sul pianerottolo, la figlia ha detto: ‘Babbo, babbo’. E mi ha aperto la porta, si è messa a giocare sull’uscio, mi è voluta salire in braccio. Era come se sapesse che stavo arrivando. Appena sono uscito dall’ascensore qualcuno ha chiamato da sopra. Però nessuno lo prendeva, l’ascensore, perché avrebbe dovuto passare davanti a me. L’ho annotato subito e mi sono chiesto: perché non lo prende? Mi sono trattenuto sull’uscio a giocare con mia figlia, perché volevo vedere chi era. Mia moglie si innervosiva sempre di più, e mi diceva: entra, entra. Io pensavo: vado di sopra e scopro chi è? Ma anche se trovo qualcuno, non posso provare niente. Sono entrato e mi sono tenuto il sospetto. Da quel momento sono iniziati i segnali più evidenti della aggressione, perché è come se mia moglie avesse capito che io avevo capito. Ogni giorno ricevevo segnali: quelli che ricordo con più precisione sono degli ultimi giorni. Mia moglie aveva un numero particolare per l’appartamento di sopra, che era disabitato ma si sentivano dei passi, come se ci fossero 5-6 persone. Mia moglie faceva ogni cosa in funzione dell’appartamento, per esempio alzava la voce parlando con me o con mia figlia, quasi urlava, e poi alzava gli occhi all’appartamento di sopra. Tutto mi faceva pensare che queste persone di sopra fossero d’accordo con lei. Anche l’appartamento di fianco: una stanza nostra confina con il bagno dell’appartamento di fianco. Mia figlia ha paura dello sciacquone, s’impauriva sempre, ogni 10-15 minuti. Mia moglie diceva che ci abitava una coppia di extracomunitari, e io dicevo: ma accertati di quante persone ci stanno. Io l’avevo sempre ritenuto il punto debole per i furti: era nostro il balcone,una finestra dell’altro appartamento dava sul balcone, era possibile passare dall’altro appartamento al nostro. Mia moglie guardava in alto, parlava ad alta voce, e voleva sempre tenere il balcone aperto. E poi mi seguiva sempre e controllava tutto quello che stavo facendo, magari con qualche scusa”». Impressionante è poi la rappresentazione, tratta dalla viva voce dell’imputato, del modo in cui Antonio aveva vissuto i giorni immediatamente precedenti il delitto. Comincia qui una sequenza nella quale il perito non esita a riconoscere nell’imputato le tracce di un vero e proprio scompenso psicotico, un’escalation dell’interpretatività, delle ideazioni deliranti, del controllo occhiuto della realtà nella quale i contenuti persecutori finiscono per prevalere nettamente su quelli di gelosia. Il racconto della cena dei cacciatori è ritenuto addirittura paradigmatico «del grado di acuzie che aveva ormai raggiunto lo scompenso»: «“Dopo il matrimonio mi sono avvicinato a persone che andavano a caccia, e ho ripreso anch’io; c’era uno, un geometra, amico di famiglia, ci eravamo frequentati per tanto tempo con amicizia, affetto, poi alla cena di fine anno dei cacciatori, autorizzata dalla

96

provincia, il 15-16 gennaio, mi sono sentito dire delle parole che mi hanno ferito molto. È possibile che un amico ti ferisca così? Il 16 pomeriggio sono rientrato dal lavoro, avevo 2 giorni di riposo. Mi sono preparato per la cena. Mia moglie mi chiedeva in modo assillante: ‘A che ora vai? Vai prima dai tuoi? Vai direttamente là o prima ritorni a casa?’. Si informava stranamente di quello che sarebbe stato il mio itinerario. All’inizio ho pensato che fosse irritata perché lei riteneva che io andassi troppo spesso dai miei. Dopo ho pensato che volesse effettivamente informarsi per conoscere le mie mosse, il mio itinerario, e mi chiedevo: ‘Perché lo vuole sapere?’. Volevo quasi rinunciare ad andarmene, poi mi sono detto: ‘Passo una serata diversa, così mi svago’. Invece è stato uno stress maggiore. Non sono passato dai miei, avevo fatto tardi per l’incertezza e la preoccupazione. Sono andato a prendere l’amico, quello che mi ha introdotto nell’ambiente della caccia, e con la mia macchina siamo andati al ristorante. Ci stavano già altre persone, alcune le conoscevo, altre no. Più o meno era come tutte le altre volte, anche se questa volta eravamo in un ristorante in montagna, c’erano molti tornanti. Si parlava del più e del meno, di caccia, di episodi vecchi, non ricordo bene. Io partecipavo, anche se comunque pensavo a quello che era successo negli ultimi giorni. È stato tutto normale, ci siamo trasferiti in una sala più grande, perché eravamo in tanti, poi abbiamo cominciato a mangiare. Prima, ho notato che l’amico ci teneva particolarmente a farmi girare verso la finestra, con dei pretesti ‘Guarda lì, si vede la mia casa’, e mentre ero girato qualcuno metteva qualcosa nella stufa, e usciva un odore che dava fastidio, anche agli altri. Lacrimavano gli occhi, sembrava che ci avessero messo degli stupefacenti. Io non avevo sospetti sull’amico, gli atteggiamenti strani sono incominciati dopo. Dopo il primo, quando hanno portato la carne di cinghiale, ho cominciato a sentirmi strano, mi girava la testa, come se ci fossero degli stupefacenti. Ho smesso di mangiare. La persona alla mia destra voleva altra carne, gli ho offerto quella che era nel mio piatto, che non l’avevo quasi toccata. Lui non l’ha voluta e se ne è fatta portare dell’altra dal cameriere. Ho cominciato a sospettare ancora di più. Da quel momento anche l’amico ha cominciato a dire cose offensive. Io avevo bevuto 1 o 2 bicchieri di vino, anche il mio amico non è un bevitore, è una persona sobria e seria, di principi morali. Quando ho sentito che mi girava la testa, sono andato in bagno. Qualcuno ha detto: ‘Ecco, ci siamo’. Io ho avuto la certezza che mi avessero messo qualcosa nel cibo. Sono andato fuori a prendere una boccata d’aria, ma non è cambiato niente. Mi sono riseduto, ho bevuto solo acqua, e poi il mio amico all’improvviso mi è venuto vicino, mi ha parlato di cose di cui aveva parlato con un’altra persona, e poi mi ha detto queste brutte cose di mia moglie. E poi ha detto: ‘Buttati giù con la macchina, falla finita, c’è la scarpata quando vai giù’. Io sono tornato in bagno, CONTRIBUTO CASISTICO

97


sono uscito di nuovo, quando sono rientrato ho trovato tutti che mi guardavano e ridevano, poi c’erano quegli occhiali grandi di plastica. Era un gruppetto all’estremità del tavolo. Mi dava l’impressione che si rivolgessero tutti a me perché mi guardavano e ridevano, come se dicessero: ‘Con questi occhiali se ne accorgerà’. Io mi sentivo distrutto soprattutto per quelle parole offensive dette dal mio amico. C’è poi stata una cosa speciale che mi ha detto, come se mia moglie fosse al corrente di tutto: ‘Tu dovevi morire in un incidente di caccia, ti doveva succedere qualcosa a caccia’. In effetti mi sono ricordato che non sempre ero andato quest’anno, capitava che quando andavamo in un posto nuovo io non c’ero, perché non avevo giorni di ferie. Dopo, l’amico mi ha fatto capire che doveva tornare a casa da solo, ma poi ha detto: ‘Se sei stanco, puoi dormire a casa mia’. Non vedevo gentilezza da parte sua. Poi è salito con me, mi diceva: ‘C’è la curva, vai piano, stai attento’. Sulla strada del ritorno non mi ha detto altre cose sgradevoli. Mi ha fatto solo vedere che era armato; cosa strana, perché so che non ha l’autorizzazione. In quel momento non sapevo cosa pensare, avevo il coltello in tasca, me lo sono tenuto stretto. Dopo aver accompagnato l’amico, c’era una macchina che mi seguiva, mi incrociava, a un certo punto sono tornato indietro a fari spenti, e mi ha perso. A casa stavano tutti dormendo. A letto, collegavo tutte le cose che mi avevano detto quella sera, e quelle che erano successe in casa, e la macchina che mi seguiva. Io pensavo che ero indifeso, avevo solo il coltello”. La rimuginazione degli eventi della sera precedente e l’incessante ricerca di collegamenti con gli avvenimenti degli ultimi tempi caratterizzano il vissuto del giorno del delitto e l’impulso che aveva armato la mano dell’imputato contro la moglie. “La mattina mi sentivo stanco, strano, sono stato in casa tutto il giorno. Pensavo alle mie cose. Mia moglie mi ha chiesto subito ‘Non sei passato dai tuoi?’, con un tono come se già lo sapesse. Dopo pranzo sono stato sul divano, a pensare e ripensare. Mia moglie mi ripeteva che dovevo andare a fare la spesa, e mentre stavo per prepararmi andava a fare segnali sul balcone con la scopa. Se mi risiedevo rientrava, e così via. Allora ho detto: ‘Non ci vado a fare la spesa’. Lei si è irritata moltissimo. Si era fatto buio. A un certo punto abbiamo mangiato qualcosa senza sederci a tavola, come se ci stessimo studiando. Lei ci teneva a lasciare il balcone aperto, anche se c’era freddo. Era nervosa, ha detto: ‘Ho bisogno di fumare, devo uscire, non ho le sigarette’. Non aveva più fumato dalla seconda gravidanza. Per me era una scusa per scendere, per avvisare qualcuno. Io le ho detto: ‘I tabaccai sono chiusi’. Lei ha detto: ‘Allora vai tu al distributore automatico’. Io le ho detto di no, c’è andata lei, ma è tornata troppo presto per essere arrivata fino al distributore automatico. È andata subito sul balcone e si è messa a fumare. A un mio tentativo di andare sul balcone è scattata come

98

una molla, come se non volesse che andassi sul balcone con lei. Ero sempre più convinto che era come se le avessi rotto le uova nel paniere, non uscendo di casa, e che lei era d’accordo con qualcuno per farmi del male, e non avevano potuto realizzare il piano. Parlava a voce alta con la bambina, facendole il bagnetto, e guardava in alto. Verso le undici, undici e mezza siamo andati a letto. Io non riuscivo a dormire. Mi sono alzato più di una volta, per controllare se aveva aperto il balcone, se aveva tolto le chiavi dalla porta, perché pensavo che ne avesse fatto una copia e l’avesse data a qualcuno, che non avrebbe potuto aprire se la chiave fosse stata inserita nella serratura. Gli orari non glieli so dire, non li ho controllati. Ero sempre sveglio al buio, come se avessi un mal di testa. Sentivo delle voci per le scale, qualcuno diceva ‘Chi ha staccato la corrente?’. Qualcun altro ha detto ‘Attacca la corrente’. L’hanno riattaccata, si è staccata di nuovo, perché si sono riaccese le lampade di emergenza. Io pensavo che qualcuno cercasse di oscurare tutto. Sentivo i passi e le voci, e il rumore della ringhiera dell’appartamento di sopra. Un momento che stavo per prendere sonno, ho sentito un dolore al petto come se mi venisse l’infarto. Cercavo di stare sveglio per non sentirlo. Una seconda volta mi stavo addormentando, ho sentito un rumore di ringhiera forte dall’appartamento di sopra. In uno di questi momenti mi sono portato il coltello da cucina a letto, perché pensavo che potessero entrare in casa per uccidermi, volevo difendermi. Poi ricordo che ho pensato: comunque domattina dovrò andarci a fare la spesa, se non succede oggi succederà domani. Ho visto in lei la maggior colpevole, che mi aveva ingannato bene. Forse pensavo che quel gesto potesse essere un segnale per l’aggressore. Mia moglie aveva detto più di una volta, l’anno precedente, durante un litigio: ‘Qualche volta durante il sonno ti ammazzo’. Mi diceva anche che nella sua parentela questa cosa era già successa. Una volta avevo anche pensato di portare lei dallo psicologo, perché aveva fatto un gesto col coltello verso di me, mentre avevo la bambina in braccio. Non so se mia moglie fosse sveglia o dormisse mentre la colpivo. Poi lei si è alzata, è scappata verso la porta. Io quando ho visto che apriva la porta non l’ho seguita, perché pensavo che fuori ci fossero le persone che erano d’accordo con lei. Sono andato a prendere il fucile, mi sono affacciato dalla porta aperta, ho visto lei e un’altra persona. Lei stava sulle scale per salire su. Sopra ho sentito i passi e ho visto la gamba di una persona che stava scendendo, e allora ho sparato. La persona che scendeva non so se fosse una donna o un uomo. Ho sparato un colpo, poi il fucile si è inceppato. Mi sono chiuso dentro e ho scaricato il fucile. Volevo sparare alle persone che scendevano. Ne ho intravisto solo una, ma sentivo voci di più persone. Ho controllato un’altra volta le finestre, il balcone in fondo, tutte le porte dei balconi. Poi sono andato a controllare le mie figlie. La grande CONTRIBUTO CASISTICO

99


era fredda. Ho pensato di aver potuto far del male anche a lei, che dormiva in mezzo a noi. L’ho svegliata, l’ho portata nel salone sul divano, con una coperta. Dopo ho ricaricato il fucile. Ho controllato le finestre e le porte. Mia figlia si è svegliata. Ho scaricato di nuovo il fucile per paura di fare altri guai. Da quando ho esploso il colpo, è cambiato qualcosa in me, come se il tempo si fosse rallentato, se mi fossi risvegliato da un incubo, ma ricordavo quello che era successo. Ero sempre convinto che ci fossero fuori le persone che volevano aggredirmi. Ho abbracciato mia figlia che stava venendo verso di me calpestando il sangue. L’ho riportata sul divano. Poi ho guardato l’occhietto magico, ho visto che c’erano delle persone armate, con la pistola, due persone in abiti normali che chiacchieravano con la pistola in pugno. Hanno detto: ‘Dove sta lui?’. Ho pensato che fossero lì per aggredirmi. Volevo aprire la porta e sparare, ma quando ho visto le pistole mi sono detto: ‘Se apro mi ammazzano’. Allora ho telefonato ai carabinieri: forse ho detto che avevo fatto un guaio, mi vogliono uccidere, qualcosa del genere, venite subito. Mi hanno chiesto il nome, gliel’ho detto. Dopo, o forse prima, ho chiamato mio fratello, perché avevo paura che volessero far del male anche a loro, li ho avvisati di stare attenti. Lui mi ha chiesto: ‘Cosa è successo? Tua moglie dov’è?’. Io: ‘Sta fuori, non ti preoccupare. L’importante è che non ti muovi di casa, che ti fanno fuori; pensa a te’. Poi sono arrivati i carabinieri. Le altre persone erano armate e silenziose, per me non erano carabinieri. Forse, col senno di poi, stavano là per proteggere mia moglie. Ai carabinieri io non ci credevo, loro dicevano che erano carabinieri, io vedevo giù una macchina della polizia. Poi uno di loro ha cercato di stabilire un rapporto, mi chiedeva sempre se le mie figlie stavano bene, se volevo bene alle mie figlie. Loro facevano vedere il tesserino, che io non riuscivo a leggere, dall’occhio magico. Pochi giorni prima, o mesi prima, ero andato in caserma per un problema di armi e di autorizzazioni, e un maresciallo mi era rimasto impresso. Mi ha detto: ‘Tu mi conosci, vero?’. Allora io ho aperto, ma a una condizione, che poi portassero le figlie a casa di mia madre”». Un punto qualificante dell’esame psichico è rappresentato dalla ricostruzione dell’assetto successivo ai fatti nel quale il perito ha riconosciuto un’accelerazione del processo di sistematizzazione dei contenuti deliranti. «Oggi il delirio investe i Carabinieri, le istituzioni, i periti, ritenuti responsabili quanto meno di sapere chi lo avrebbe costretto al gesto omicidiario e di non volerlo rivelare: “Avrei dovuto capire tutto prima, 24 ore prima. Io lunedì 19 gennaio ho cominciato a capire, a capire il complotto. Erano troppe le persone coinvolte. Anche i Carabinieri sembrava che sapessero quello che doveva succedere. Per questo ho pensato che doveva essere qualcosa che proveniva dall’autorità. Io sono stato una cavia, sono stato sottoposto a controllo, pedinato”. Domanda: cosa c’entrano i carabinieri?: “Mi

100

viene in mente solo una cosa. Quando stavo in caserma, ho sentito un maresciallo dire: ‘Mi hanno chiamato un minuto dopo, purtroppo non ho potuto intervenire’. Io ho pensato: stavano nell’appartamento di sopra, sapevano. Poi ho pensato che negli ultimi tempi gli amici mi hanno fatto tanti sgarbi. Ho pensato: ma non è possibile, sono sempre stato stimato… Successivamente ho capito che quei segnali forse non facevano parte di un tradimento, ma di un complotto più grande, o con il famigerato amante o con altre persone, per cui volevano ammazzarmi, uccidermi. Ma non riesco a stabilirne la natura, i motivi per cui si fanno certe cose. Perché ci sono immischiate tante persone che erano brave persone, e anche le istituzioni. Non posso provare niente, anche l’avvocato quando gliel’ho detto mi ha riso in faccia. Dice: ‘Come facciamo a dimostrare questo?’ Penso che l’avvocato mi abbia creduto. Inizialmente volevo fare altre cose, non sapevo cosa fosse il rito abbreviato. Alla fine l’avvocato ha detto: ‘Facciamo il rito abbreviato perché significa ammettere la colpa’. Però il processo mi sembra una farsa. I veri colpevoli non saranno mai trovati, io non posso dimostrare nulla. I colpevoli sono da ricercare in altre persone, che io non potrò mai dimostrare né trovare. Io mi sento parte lesa, anche se sono colpevole per la legge penale, perché ho perso la famiglia e tutto. Io penso che chi viene indotto a compiere un reato”. Domanda: indotto?: “Io penso che volessero indurmi al suicidio, all’esasperazione perché mi suicidassi. Non riesco a capire, perché non sono un esperto, non sono un dottore, non riesco a capire dove vuole arrivare chi organizza queste cose. Le sollecitazioni sono arrivate da tutte le parti, sia negli affetti, sia nell’amicizia, da tante persone, tutto è stato manipolato”. Domanda: il GIP, il PM?: “Penso che se non tutti, qualcuno deve sapere per forza quello che è veramente successo. Come anche voi [si rivolge ai consulenti e al perito del GIP presenti], qualcuno dovrebbe essere a conoscenza di come sono andate le cose (domanda: perché tutte queste persone dovrebbero essere al corrente?) per continuare il lavoro che è stato iniziato”, come andrà a finire secondo lei il processo?: “il processo è un melone, lo apriamo e non sappiamo come sarà”». L’esame clinico illustrato con ampi stralci del colloquio libero orientato costituisce a questo punto la migliore introduzione per la parte più qualificante dell’elaborato del perito, quella nella quale è ricostruita la psicodinamica del delitto. La ricostruzione è effettuata tenendo coerentemente insieme, più e meglio di tutti i professionisti che lo hanno preceduto nel corso della vicenda processuale, le numerose conoscenze personologiche e fattuali acquisite attraverso le numerose fonti passate in rassegna. Lo sforzo profuso dal perito accompagna il Giudice dal momento originario del malfunzionamento psichico di Antonio fino al delitto e ancora oltre, sì da consentire l’effettivo esercizio del controllo sul CONTRIBUTO CASISTICO

101


nesso tra il malfunzionamento e fatto criminoso e un’informata valutazione sulla pericolosità sociale del soggetto. Vengono quindi riprodotte testualmente le conclusioni medicolegali dell’elaborato, scandendole per paragrafi corrispondenti alle tappe della storia clinica di Antonio e cioè: l’infanzia e l’adolescenza, il matrimonio e la nascita della prima figlia, il complesso di Laio e l’idea delirante del complotto, la nascita della seconda figlia, il culmine dell’angoscia psicotica, la cena dei cacciatori come episodio delirante acuto, la notte del delitto: la soppressione di Dalila prima che faccia irrompere i Filistei. Continua il GUP: «All’esito di una così analitica ricostruzione della psicodinamica appare congrua e aderente la conclusione del perito del GUP secondo la quale al delitto Antonio pervenne in una condizione: di totale esclusione della capacità di intendere, di assoluta incapacità cioè di leggere correttamente la realtà; di volontà sovra determinata, viziata cioè dal completo travisamento della realtà indotto dalla patologia». Le conclusioni trovano una significativa convalida nella perizia psicologica redatta dalla psicologa giudiziaria sulla base dei test somministrati. Non è chi non colga le forti assonanze che intercorrono tra il giudizio del perito d’ufficio e la personalità di Antonio quale è emersa, su un piano se possibile più obiettivo e meno suscettibile di deviazioni simulatorie, dai rilievi psicodiagnostici: «Si configura un quadro della personalità altamente problematico per la presenza di aspetti di sofferenza depressiva e di angoscia che condizionano la sfera psichica, assorbendo molte delle energie del soggetto e penalizzando fortemente le capacità cognitive, quelle di adattamento e quelle affettive […] una condizione di grave difficoltà nel contatto interpersonale, una forte carenza di attenzione per le esigenze dell’altro […]. L’uso massiccio della rimozione, associato alla presenza di un potenziale introspettivo ed elaborativi di base, unita a questa condizione di scarsa mentalizzazione ed insight può dare origine a fenomeni di rimuginazione e di proiezione intensi […]. Si delinea quindi un funzionamento psicologico complessivamente compromesso il cui disagio è centrato su problematiche antiche concernenti la propria identità e la rappresentazione dell’altro da sé: le relazioni oggettuali sono penalizzate dall’ambivalenza e dalla scissione affettiva che, associate alle caratteristiche fin qui descritte circa il pensiero e l’affettività, orientano verso una diagnosi di Disturbo Schizoide in un individuo con marcati tratti di dipendenza e di ambivalenza». Il perito ha dato all’inversione metodologica suggerita dalle S.U. evidenza grafica scegliendo di trattare il profilo della classificazione nosografica (quella che la dottrina definisce la dimensione categoriale) soltanto dopo aver compiutamente illustrato l’aspetto funzionale. Ritiene che – anche volendo condividere l’affermazione del

102

perito del GIP e del consulente di parte civile quando definiscono la condizione di base di Antonio come disturbo di personalità paranoide – al momento dell’azione criminosa si verificò certamente un quid pluris definibile come «scompenso a netta impronta psicotica». Seguendo la storicizzazione sopra illustrata, il perito del GUP ritiene che la definizione di «mero disturbo di personalità» sia riduttiva per indicare la condizione psicopatologica dell’imputato al momento del fatto e all’attualità. Più adeguata è oggi una diagnosi di delirio cronico o parafrenia nella quale le idee deliranti vanno sistematizzandosi, inglobando molte delle figure con le quali Antonio viene in contatto. Anche in questa parte la valutazione del perito del GUP si conforma alle acquisizioni della migliore dottrina psico-patologica la quale – in evidente contrasto con l’affermazione della strutturale non graduabilità e dell’aprocessualità dei disturbi di personalità formulato dal perito del GIP e dal consulente di parte civile – al contrario ritiene possibili derive psicotiche e che segnala al clinico i sintomi che consentono di riconoscerle. Tra questi sintomi appare di immediata evidenza l’ingravescente alterazione del sentimento e dell’esame di realtà che connota in più punti il vissuto coniugale di Antonio e in maniera particolare i giorni e le ore che immediatamente precedettero il delitto. Può anzi affermarsi che il racconto dei numerosi e diuturni segnali di allarme e delle sensazioni avvicendatesi nella mente e nel cuore dell’imputato a partire dalla cena dei cacciatori vividamente rappresenta cosa possano in concreto significare «la perdita dei confini tra mondo interno e mondo esterno, della capacità di differenziare il sé dal non-sé, l’irruzione di uno stato di ansietà pervasiva e di angoscia panica».15 La scrupolosa storicizzazione della disfunzione psichica dell’imputato e l’attenzione prestata soprattutto dal perito del GUP all’assetto mentale determinatosi dopo il gesto criminoso ha notevolmente agevolato il complesso compito giurisdizionale di valutare la pericolosità sociale dell’imputato. Possono all’uopo valorizzarsi alcuni dati pacifici (confermati cioè da tutti i clinici intervenuti nel processo e dalle relazioni redatte in ambito penitenziario) ed estremamente rilevanti: la totale assenza nell’imputato di consapevolezza di malattia; l’ostinata indisponibilità al trattamento farmacologico e psicoterapeutico. Trattamento che peraltro, quand’anche fosse accettato, avrebbe esiti aleatori. La relazione del perito del GUP e quella del consulente per la difesa rappresentano poi vividamente la cronicizzazione, l’estensione 15. Nota della sentenza: così autorevole dottrina psichiatrico forense individua lo slittamento psicotico del disturbo di personalità, nello sforzo di dare concretezza al surriportato insegnamento delle S.U. (il riferimento è a Fornari 2008: Precisazione fornita dall’Autore).

CONTRIBUTO CASISTICO

103


e la sistematizzazione del delirio paranoide che oggi ingloba un numero crescente di individui (tra i quali tutti i soggetti che, nel processo e al di fuori di esso, dimostrano di non credere alla veridicità delle teorie complottarde dell’imputato). Non può dunque seriamente affermarsi che la potenzialità criminosa di Antonio si sia esaurita con la soppressione della moglie che del resto, sin dal primo affiorare della disfunzione, non ha mai rappresentato per l’imputato la responsabile esclusiva degli ipotizzati complotti. Se a questi elementi si aggiunge l’efferatezza modale del delitto, non può non convenirsi sul fatto che sussiste una rilevante probabilità che Antonio commetta nuovi fatti preveduti dalla legge come reato. Nasce da queste considerazioni la necessità di disporre il ricovero di Antonio in ospedale psichiatrico giudiziario. Assume rilievo, nella determinazione della durata minima della misura di sicurezza personale, la qualificazione del fatto e in particolare degli accidentalia delicti. Questo Giudice ritiene certamente incongrua rispetto alla criminodinamica che si è descritta la contestazione della gelosia come motivo futile rilevante ex art. 61 n. 1 c.p. In fatto deve innanzitutto osservarsi che il motivo di gelosia non risulta né esclusivo né prevalente nell’azione criminosa posta in essere dall’imputato. I dati obiettivi (si considerino in particolare gli spari contro i presunti assalitori appostati al piano superiore, l’allarmata telefonata ai carabinieri, le parole profferite all’indirizzo dei carabinieri pervenuti sul pianerottolo) e le convergenti valutazioni cliniche attestano che, anzi, prevalse nella causazione psichica del fatto il terrore del complotto e dell’imminente assalto dei congiurati. A ciò deve aggiungersi che, sul piano generale, non può ritenersi compatibile con l’accertamento dell’inimputabilità per infermità mentale una circostanza che cristallizza un motivo delittuoso direttamente promanante dalla patologia accertata.16 Si finirebbe in tal modo per applicare, a un soggetto per definizione incapace di colpevolezza, un’aggravante soggettiva che vuol proprio sanzionare un quid pluris di colpevolezza. Diversamente deve ritenersi per quanto concerne l’aggravante dell’aver agito con crudeltà verso le persone (art. 61 n. 4 c.p.). Dalla definizione testuale («aver agito con…») si ricava infatti la connotazione squisitamente oggettiva dell’aggravante che stigmatizza la particolare estensione e reiterazione delle lesioni inferte alla vittima, a prescindere dal significato strettamente personologico (in termini di particolare malvagità dell’agente) che pure la crudeltà può assumere. È d’altro canto indubitabile che le diciotto lesioni da arma da taglio inferte alla moglie in più parti del corpo e senza che questa 16. Nota della sentenza: può affermarsi che nel caso di specie la gelosia, anche ove la si volesse ritenere effettivo movente del delitto, presenta un marcato valore di malattia.

104

avesse opposto alcuna resistenza integrino pienamente la materialità della circostanza in esame. Così qualificato il delitto commesso da Antonio rientra nella portata dell’art. 576 c.p. ed è pertanto punibile con l’ergastolo. Ne deriva che la durata minima del ricovero di Antonio in ospedale psichiatrico giudiziario non potrà essere inferiore ai dieci anni. Sul piano squisitamente obiettivo e finanche su quello della determinazione criminosa (il dolo17 o lo pseudo-dolo dell’inimputabile) il fatto presenta del resto note di gravità tali da non consentire il riconoscimento delle attenuanti generiche che possano elidere la portata dell’aggravante. Discende dalla gravità dei fatti e dai rilievi svolti sulla pericolosità del soggetto la necessità di sottoporre a confisca tutte le armi proprie e improprie cadute in sequestro.

Fin qui i contenuti di una sentenza che ha fatto sue le considerazioni e le conclusioni valutative del perito psichiatra condividendone la validità di prova scientifica.

SECONDO CASO Il secondo caso riguarda un giovane di 33 anni, Roberto, che ha ucciso durante il sonno la propria compagna che era prossimo a sposare. La donna è deceduta per anemia meta emorragica da ferite penetranti che hanno sezionato vasi minori del collo (senza interessamento delle arterie carotidee e giugulari) verosimilmente associata a strozzamento. Al momento del ritrovamento, il cadavere di Giovanna indossava un pigiama ampiamente imbrattato di sangue, giaceva sotto il letto di una delle due camere da letto, in posizione supina, leggermente trasversale e sporgeva con parte degli arti inferiori sui quali era appoggiato un grosso coltello da cucina, lungo circa 35 cm, sporco di sangue, cui mancava la punta; il letto era stato rimesso in ordine; erano presenti evidenti tracce di natura ematica che imbrattavano la biancheria del letto. Il cadavere presentava due vistose ferite da taglio al lato destro del collo, una sul lato sinistro, una grossa ferita da taglio alla mano destra, una all’avambraccio si17. Nota della sentenza: si consideri che il dolo, attenendo alla tipicità del fatto (tipicità soggettiva) è ben configurabile anche nella condotta del non imputabile. Non avrebbero altrimenti significato le previsioni codicistiche che collegano la durata minima o la stessa applicabilità delle misure di sicurezza riservate ai non imputabili per vizio di mente al carattere doloso o colposo del fatto. Cosa diversa è poi stabilire se la condotta dolosa o colposa dell’agente sia colpevole, se cioè questi sia rimproverabile per il fatto e sanzionabile con la pena; ovvero non rimproverabile per la sua incapacità di orientarsi diversamente e perciò non suscettibile di pena (cd. concezione normativa della colpevolezza che ha trovato autorevolissimo avallo in Corte Cost. sentenza n. 364/88). CONTRIBUTO CASISTICO

105


nistro e altre ferite, sempre da punta e taglio, su più parti del tronco, di cui una tra le scapole. Il cadavere viene scoperto solo il giorno dopo dai genitori della ragazza che, allarmati da un lungo e ingiustificato silenzio della figlia, già si erano recati presso l’abitazione in cui era avvenuto l’omicidio, ma non erano riesciti a trovare Giovanna perché la porta della camera da letto era stata chiusa a chiave. Un mese dopo, dopo lungo e inconcludente vagabondare per l’Italia e all’Estero, Roberto si consegnava ai Carabinieri, rendendo dell’episodio un resoconto che ha aperto due vie opposte di indagine clinica (omicidio non sotteso da un quadro di infermità di mente, omicidio patologico), rivelandosi poi un caso di patologia del sonno. L’accadimento venne così raccontato dal periziando al PM: La mattina, quando mi sono svegliato, ho pensato al sogno che avevo fatto, un sogno orribile, sono rimasto un po’ così e ho pensato a due o tre scene che sono: 1a scena: mi alzo, vado in cucina, prendo un bicchiere e bevo, apro l’armadietto sopra il lavandino, prendo un coltello, chiudo l’armadietto, torno in camera con il coltello dietro la schiena; 2a scena: sono nel letto, do una coltellata alla schiena di Giovanna, ma il coltello non le ha fatto niente o è entrato di poco, come fosse un coltello di plastica, non tagliava... poi non vedo più il coltello; 3a scena: siamo di fronte, vedo che Giovanna ha un segno rosso al collo dal quale non esce sangue; voglio mettere una mano dentro quel segno per strapparle la carotide, ma non riesco; in quel momento Giovanna e io abbiamo le mani sporche di sangue e, mentre siamo di fronte, Giovanna mi slaccia un braccialetto che ho al polso; 4a scena: Giovanna è sdraiata per terra e io cerco di strangolarla… non riesco e mi dico: «perché non muori?» e lei mi guarda…. Era come se io fossi qui e contemporaneamente ci fosse un altro me stesso che fa queste cose e prova una cattiveria terribile, perché Giovanna non vuole morire… non riuscivo a fare niente… la mia mano non riusciva a prenderla… Qui il sogno finisce. Era la cattiveria che provavo che mi ha colpito. Era come se assistessi a un film. A questo punto mi giro e vedo che lei non è nel letto; subito subito non ci ho dato peso, perché non era una novità. Poi mi sono affacciato dalla sua parte, più per avere conferma che non era successo quello che avevo sognato. Quando ho guardato, era lì… aveva una goccia di sangue che usciva dalla bocca e una macchia di sangue qua (indica la regione epi-mesograstrica). Aveva un taglio in un mano, non so quale… Le ho toccato un piede: era freddo. Il coltello era come appoggiato su un cuscino, per terra, vicino alla finestra. Il cuscino era azzurro e il coltello mi sembrava pulito. Il viso non me lo

106

ricordo… Io il viso di quella ragazza lì ancora oggi non me lo ricordo; dovessi disegnare il suo volto, non lo saprei fare… nella stanza c’era poco o niente sangue. Sono andato in cucina e ho preso delle pastiglie di un calmante che non so come si chiamassero. Non mi sono messo a piangere, non mi sono disperato. Volevo morire per quello che avevo fatto; quello che mi ha sconvolto è il dolore che ho provocato alle persone e a lei. Non ritengo giusto che io viva davanti a una persona che è morta per colpa mia. Non sopporto pensare che ci siano delle persone che soffrono per colpa mia. Adesso però lei è in paradiso ed è felice. È giusto che soffra anch’io, non è giusto che muoia.

La narrazione apparve subito del tutto singolare, nel senso che il resoconto aveva tutte le caratteristiche di un episodio psicotico acuto, non fosse stato per l’assoluta assenza di ogni indicatore anamnestico e clinico che potesse orientare in tal senso. Il passaggio all’atto si configurava come un reato a primo acchito «immotivato» e «inspiegabile», un agito che meritava alcune considerazioni fondamentali. Infatti non erano obiettivabili segni di deterioramento organico riferibili a uso di sostanze alcooliche e/o stupefacenti rilevanti ai sensi dell’art-95 c.p. (nonostante che, per sua stessa ammissione, Roberto facesse uso di sostanze alcooliche ed in modo saltuario di sostanze stupefacenti del tipo cocaina). Non segni propri di una psicosi funzionale (schizofrenica o affettiva). Il delitto non poteva essere ricompreso nell’ambito di uno stato emotivo o passionale, che comunque sarebbe irrilevante ai fini degli artt. 88 e 89 c.p., ma potrebbe offrire una chiave possibile di lettura e di ricostruzione criminogenetica e criminodinamica. La narrazione del fatto, quale resa da Roberto a tutti coloro che l’hanno ascoltato si caratterizzava infatti come un «brutto sogno» con le seguenti connotazioni: › stato di coscienza alterato con evidente scissione della personalità. «Era come se assistessi a un film… era come se io fossi qui e contemporaneamente ci fosse un altro Roberto che fa queste cose e prova una cattiveria terribile, perché Giovanna non vuole morire… non riuscivo a fare niente… era la cattiveria che provavo che mi ha colpito… e quel senso terribile di impotenza»; freddezza emozionale, sdoppiamento della personalità, rievocazione di momenti non collegati tra di loro, ma rievocati come flash estremamente nitidi; sentimenti di rabbia e di impotenza che accompagnano l’accanimento omicidiario, nella sensazione-convincimento che la vittima non muoia; rievocazione di particolari agghiaccianti e orripilanti (la mano che cerCONTRIBUTO CASISTICO

107


ca, senza riuscirci, di penetrare nel collo di Giovanna per strapparle la carotide); eccessiva dilatazione del tempo «interno»; › l’assenza di colore (il colore del sangue sulle mani, peraltro non correlato a un «prima» e a un «dopo», non può essere dimenticato); assenza di particolari emozioni al risveglio. Inoltre si trattava di episodio omicidiario accaduto durante la notte. La mattina, al risveglio, «ho pensato al sogno che avevo fatto, un sogno orribile, sono rimasto un po’ così e ho pensato a quelle scene». Sono però assenti particolari emozioni al risveglio, o, meglio, non vengono denunciate dal soggetto. Tutto il comportamento dopo il fatto, nell’immediato e perlomeno nel giorno successivo è caratterizzato da momenti di azioni lucide, finalizzate, organizzate e pianificate (porta con sé il telefonino di Giovanna, telefona al di lei fratello e a suo fratello, si cambia la maglietta sporca di sangue, preleva 4000 euro dalla cassa del ristorante di proprietà della famiglia ecc.) insieme a momenti in cui tale lucidità appare gravemente compromessa: nella mattinata, poco dopo il risveglio, risponde al telefono, con voce assonnata, dicendo che Giovanna era lì con lui ma stava ancora dormendo… in trattoria, all’ora di pranzo, le persone che lo videro dissero: «Mi è sembrato che fosse stanco, assente e poco interessato al lavoro […] camminava avanti e indietro […] in modo agitato […] mi sembrava un po’ stanco e forse stressato […] mi sembrava un po’ giù di corda […] era giù di corda e molto pensieroso». Nella mattinata stessa, infatti, Roberto era fuggito di casa, ma la sua fuga era stata caratterizzata da un vagabondare, piuttosto che da un progetto lucidamente meditato e logicamente perseguito. Si colse, pertanto, in tutta la narrazione del soggetto, la presenza autentica e genuina di uno stato alterato di coscienza, che oscillava tra lo stato onirico, la piena lucidità e il crepuscolo. Tutto ciò premesso, mi venne da chiedermi se l’uccisione di Giovanna non fosse avvenuta in una condizione di alterata coscienza18, 18. La coscienza è una funzione integrativa e organizzativa che rappresenta un contenitore, una struttura psichica complessa, in cui confluiscono molteplici attività o sottosistemi operativi fondamentalmente articolati a due livelli: – quello delle categorie spazio temporali, della vigilanza, dell’attenzione, della percezione, dell’orientamento e della memoria; – quello della consapevolezza del proprio Sé (capacità di separare il mondo esterno da quello interno), dei propri atti, sentimenti, pensieri ed emozioni (= della propria unità e identità). Categorie operative della coscienza sono: vigilanza, attenzione, percezione, orientamento, memoria, affettività ideazione, comunicazione. Tipi di coscienza sono: coscienza di sé; coscienza del proprio corpo; coscienza del mondo esterno.

108

come può accadere nel corso del sonno REM, caratterizzata da desincronizzazione EEG, con evidenza di attività elettrica molto simile a quella presente durante la veglia, comparsa di movimenti oculari rapidi (Rapid Eye Movements, da cui il nome di sonno REM), irregolarità della frequenza cardiaca e respiratoria, attività mentale onirica e drammatica. Il sonno REM è più rappresentato nella seconda metà della notte. Il livello di vigilanza è più alto nel sonno REM rispetto al sonno non-REM. Il sonno REM è la sede preferenziale dell’attività onirica spesso drammatica e il racconto verbale del sogno in atto è molto accurato e vivido più di quello del sogno non Rem. In letteratura sono descritti disturbi della condotta e comportamenti violenti associati al sonno, a stadi del sonno o a risvegli parziali, complessivamente chiamati parasonnie. In questi casi, ci si può trovare di fronte a un’attività motoria, spesso di natura violenta, che insorge durante il sonno REM; questi episodi tendono a verificarsi in piena notte, verso il mattino e sono associati al ricordo di sogni vividi (parasonnie violente REM). I disturbi del sonno, inoltre, possono essere presenti in alcune patologie psichiatriche e neurologiche; essi possono scatenare o acutizzare altre patologie psichiche e fisiche. Per verificare una simile ipotesi, se cioè Roberto avesse agito in uno stato di parasonnia, e cioè di sonno REM alterato o nel corso un eventuale risveglio patologico concomitante o meno con Lucidità = stato di coscienza integra e orientata. Assenza di confusione mentale. Vigilanza = stato di coscienza che consente di detenere e selezionare gli stimoli che vengono immagazzinati nella memoria. Lucidità e vigilanza sono i prerequisiti che garantiscono la consapevolezza del sé e l’attenzione per l’ambiente: quindi una coscienza integra. La coscienza e i suoi disturbi. Psicopatologia: – sonnolenza (o assopimento = principio o stato di sopore) e un leggero ottundimento della vigilanza; – sopore: livello più grave di assopimento (= intorpidimento della psiche con obnubilamento del sensorio); – torpore o obnubilamento dello stato di coscienza = diminuzione dello stato di vigilanza (soggetto, sonnolento, rallentato, con disturbi della concentrazione e della memoria, difficoltà a capire); – stato crepuscolare = restringimento del campo di coscienza con interruzione dei rapporti con l’ambiente e conservazione di automatismi; – stato confusionale = impossibilità di organizzare le esperienze percettive in un insieme coerente, riduzione della memoria, comparsa di stati oniroidi, sconnessione ideativa; – coma = perdita totale della coscienza e dell’attività volontaria. I disturbi della coscienza dell’Io: – disturbi dell’identità dell’Io = fenomeni di depersonalizzazione (il soggetto osserva se stesso come un altro da sé, un estraneo); – disturbi dei confini dell’Io (= perdita dei confini, della distinzione tra mondo interno ed esterno con diffusione del pensiero e delle emozioni); – la coscienza alternante = personalità multipla (presenza di un’altra personalità di cui quella normale non conserva il ricordo.

CONTRIBUTO CASISTICO

109


altra patologia neurologica e/o psichiatrica,19 ritenni indispensabile sottoporre il soggetto a indagine videopolisonnografica presso un centro di medicina del sonno altamente attrezzato,20 premessi alcuni parametri (non necessariamente tutti presenti) da accertare, onde evitare il dilagare immotivato di indagini sul sonno in caso di atti violenti, e stabilire quando sia opportuno e ragionevole avviare le indagini presso un Centro di Medicina del sonno allo scopo di dimostrare (o escludere) l’esistenza di una patologia del sonno (Mahowald, Schenck 2000: 786-795; Fornari 2008; Broughton et al. 1994). Detti parametri sono: 1. l’anamnesi patologica remota e prossima spingono a sospettare un disturbo del sonno; 2. il comportamento violento è improvviso, senza motivazione apparente, senza prova di premeditazione e in contrasto con il carattere del soggetto da sveglio; 3. la vittima è qualcuno presente casualmente sulla scena o che ha agito stimolando il risveglio del soggetto; 4. non vi è coscienza piena dell’atto violento, coperto da amnesia parziale o totale; in caso di parasonnie non-rem, l’atto violento può accadere nella prima parte della notte o al risve19. Si veda la trattazione completa di questo capitolo in Fornari 2008. 20. L’indagine necessaria allo studio dei movimenti automatici legati al sonno è la videopolisonnografia, indagine che può essere eseguita solo in un laboratorio del sonno che risponda a una serie di indispensabili requisiti tecnici. Il soggetto in esame viene posto a dormire in una stanza insonorizzata, munita di letto confortevole, e attigua a quella di registrazione: in quest’ultima vengono collocate tutte le attrezzature necessarie per la registrazione. Di fronte al letto viene sistemata una telecamera a raggi infrarossi, adatta alla registrazione notturna, e un microfono ambientale, entrambi collegati all’apparecchio di videoregistrazione con un cavo passante attraverso la parete divisoria. In maniera analoga il paziente viene collegato con gli apparecchi dedicati alla registrazione dei parametri fisiologici. I parametri minimi necessari sono: elettroencefalogramma (eeg), elettrooculogramma (eog), elettromiogramma (emg) di un muscolo antigravitario (usualmente il muscolo miloioideo), elettrocardiogramma (ecg). Parametri accessori sono l’emg dei muscoli tibiali, per valutare i movimenti delle gambe, mentre per valutare la respirazione possono essere monitorizzati il flusso aereo oronasale, i movimenti toraco-addominale, l’ossimetria e il russamento. I tracciati ottenuti dalla registrazione dei singoli parametri concorrono a formare il tracciato polisonnografico e devono risultare sincroni tra loro e con la traccia video e audio. Poiché la comparsa di automatismi in pazienti parasonnici viene facilitata dalla carenza di sonno, la registrazione notturna videopolisonnografica viene usualmente preceduta da un periodo di privazione parziale di sonno (es. n. 4 ore di sonno notturno per una settimana). In tal caso appare indispensabile, onde verificare il numero di ore dormite dal soggetto, l’uso dell’actigrafo da polso che, associato a un diario compilato dal soggetto, consente di monitorizzare per tutto il periodo il ritmo sonno-veglia. Il laboratorio del sonno fa usualmente parte di un più ampio Centro di Medicina del Sonno, dotato di strutture ambulatoriali, day-hospital e di personale medico, tecnico ed infermieristico dedicato. Dopo apposito esame, la rispondenza del Centro agli standard qualitativi internazionali viene riconosciuta e certificata dall’Associazione Italiana di Medicina del Sonno.

110

glio dopo almeno un’ora di sonno, essere scatenato dal tentativo di risvegliare il soggetto, essere facilitato dall’ingestione di alcol, di sedativi o dalla privazione di sonno; 5. il delitto non è ricordato o la sua narrazione si accompagna a uno stato confusionale o onirico; 6. non è in assetto con il comportamento usuale del soggetto, all’interno e all’esterno della relazione con la vittima; 7. emerge un’anamnesi positiva per parasonnie, privazione di sonno, uso di alcool e/o di sedativi, stress; 8. non è dovuto a una condizione di intossicazione acuta (peraltro irrilevante a fini forensi); 9. il soggetto non è a conoscenza della lesione di cui è portatore; e non ha messo negligentemente in atto una condotta che sapeva capace di provocare l’insorgere dell’automatismo; 10. è assente l’elemento volontario nell’atto criminoso, per cui questo risulta casuale, non premeditato e non riconducibile a motivazioni realistiche e «comprensibili»; così pure si possono escludere eventuali «interessi altri» nell’agito violento; 11. nel caso di automatismo «sano» si prova la presenza e la rilevanza del trauma psichico, in assenza di lesioni neurologiche o disturbi mentali seri, spesso in presenza di disturbi funzionali (nevrotici) di personalità. Torniamo ora alla nostra storia e procediamo con ordine, nel senso che prima di approfondire le indagini da un punto di vista strumentale, raccolsi la storia di vita di Roberto, con particolare riferimento alla sua relazione con Giovanna (dalle testimonianze rilasciate da due giovani che ebbero una storia sentimentale con Roberto non emerse nulla di significativo, anzi, solo ricordi e apprezzamenti positivi). La nostra storia è iniziata bene; poi sono venute fuori delle divergenze e pian piano le cose sono andate disgregandosi. Giovanna era una ragazza sensibile e dolce, legata alla famiglia, ai valori principali della vita; era anche una bella ragazza. Nei primi tempi, la nostra storia è andata bene. Io avevo il mio lavoro, quando potevo andavo a trovarla, ci telefonavamo; poi ho conosciuto i suoi: ottima famiglia, molto legata, schietta, genuina; mi hanno fatto sentire subito a casa. Poi è iniziato il problema della lontananza. Agli inizi dormivo qualche volta da Giovanna poi ho incominciato ad andare tutte le sere a dormire da lei. All’inizio, anche se mi fermavo con gli amici, non diceva niente, poi ha incominciato a dirle di telefonarle quando finivo il turno con la scusa che così sapeva per che ora prepararmi

CONTRIBUTO CASISTICO

111


la cena. Dopo le vacanze al mare, andate molto bene, da settembre ha incominciato ad avere bisogno di sempre maggiori attenzioni. Voleva che le parlassi, che le raccontassi tutto quello che mi capitava; per me invece era la solita vita monotona di tutti i giorni e le dicevo che non avevo niente da dirle, oltre le solite cose. Lei allora diceva che io la escludevo, invece non era vero. Mi faceva il broncio e andava a guardare la TV. Giovanna con me si è sempre lamentata del suo lavoro e per l’ambiente e per i soldi che erano pochi. Lei però si lamentava solo e non faceva niente per cambiare. Non ha mai fatto la vita di una ragazza di 26 anni; la sera alle 8 era già in pigiama e non voleva mai uscire, tranne il fine settimana. Io avevo molti amici e lei nessuno; si lamentava che era sola; io le dicevo di raggiungermi in trattoria, che stavamo insieme in compagnia e lei non veniva. Di fatto, le uniche due sere in cui si poteva stare insieme erano il sabato e la domenica, che erano anche le uniche sere con cui potevo stare con i miei amici tranquillamente. Lei telefonava e chiamava in continuazione, voleva sentirmi tutti i momenti, voleva sapere cosa stavo facendo, con chi ero, se avevo finito a che ora tornavo. Controllava il mio telefonino. Non mi sentivo più libero. Qualche volta ho spento il telefonino e sono rientrato alle 4 o 5 del mattino, e lei mi metteva il muso, si lamentava che puzzavo di vino e si girava dall’altra parte. Io non mi sono mai ubriacato; era lei che pensava che io fossi fuori dei limiti se solo bevevo un grappino o due bicchieri di più. Il suo discorso era che lei era lì che mi aspettava e io finito il lavoro dovevo tornare subito da lei e non fermarmi dagli amici come facevo. Siccome arrivavo tardi, tra l’altro, cenavo sempre da solo. Poi guardavo un po’ di T.V. e lei: «Non vai a letto che è tardi? Poi al mattino sei stanco, devi alzarti presto». Sessualmente non c’era più niente: o aveva mal di testa, a guardava la TV; diceva sempre di no; bisognava fare domanda in carta da bollo un mese prima e poi ancora […]. Quando si faceva, era solo più una cosa meccanica. È brutto parlare così e dire queste cose […]. Non era più un rapporto tra due ragazzi. Stavo malissimo. Questa storia ha incominciato a ossessionarmi, non ne potevo più ultimamente. C’era di mezzo anche un po’ di gelosia, ma io ero arrivato da lei a 32 anni e non potevo certo dirle che non avevo mai avuto delle storie prima di lei. Mi chiamavano delle mie amiche e delle mie ex morose, in specie E., alla quale non era andata giù che io l’avessi lasciata per Giovanna. Giovanna sapeva di E., che le aveva telefonato per dirle che io avevo contemporaneamente una relazione anche con lei. Però, quando le ho chiarito le cose (a Giovanna) non ha più detto niente. Io effettivamente non le avevo fatto niente di male; lei non mi dava più niente. Mi sembrava mia madre, che lava, stira e basta. Poteva essere una seconda madre. Non era più un rapporto tra due ragazzi. Stavo malissimo […]. Questa storia ha incominciato a os-

112

sessionarmi, non ne potevo più ultimamente […]. Non c’erano più uscite da questa storia.

Noi sappiamo, per esperienza, che quando una persona non si configura più «uscite» da una situazione divenuta per lui penosa e insostenibile, una soluzione si affaccia sempre alla mente: quella della morte, o propria o altrui o di entrambi. Nessuno però aveva mai fatto menzione a episodi violenti e di aggressività fisica da parte di Roberto in danno di Giovanna, né si hanno notizia di agiti violenti al di fuori della relazione tra i due. La lettura di due diari lasciati da Giovanna, consente di appurare che quando conosce Roberto, Giovanna è reduce da una serie di esperienze affettive negative e ha una serie di problemi e livello della propria immagine corporea (complesso di inferiorità fisica) ed economica (guadagna poco, fa un lavoro che non la soddisfa, se ne lamenta, ma non reagisce). È una ragazza scontenta, annoiata, instabile, fortemente insicura nelle relazioni intime. Ha un’immagine negativa della madre, che vede come donna debole, succube, marginale, sfruttata, relegata in un ruolo poco significativo e ha paura di essere come lei, dimenticata e messa da parte dall’uomo, vissuto come un prevaricatore che usa, sfrutta e getta. Le esperienze da lei fatte sono negative ed ella è convinta di non possedere strategie e mezzi per modificare in positivo questi vissuti e queste esperienze estremamente penose. Inizia pertanto la sua storia con Roberto gravata da questi pregiudizi «con tanta paura e timore di essere ancora presa in giro, con la paura di ricominciare ad amare e dare tutta me stessa a qualcuno che non lo meriti […] il mio passato giustifica il presente». Invece Roberto, in un primo tempo, si presenta ai suoi occhi come un giovane che consola, ripara, protegge, dà stabilità e continuità affettiva e di presenza, riempie il vuoto interiore, risponde alle sue richieste di rassicurazione e di drammatizzazione. Riveste, così, il ruolo del salvatore magico, viene idealizzato e investito di grande potere. L’idillio è ancora in pieno sviluppo (o è stato recuperato e ripristinato) pochi mesi prima del tragico evento. Le richieste però non solo continuano, ma come tipicamente avviene in questi casi, aumentano con il trascorrere del tempo, non sono mai sufficienti, anche perché Roberto mantiene i suoi vecchi legami con gli amici di sempre e con le abitudini preesistenti alla relazione con Giovanna. Un po’ per volta, pertanto, Roberto si trasforma dall’oggetto idealizzato a quello svalutato che delude, perché CONTRIBUTO CASISTICO

113


beve, preferisce gli amici, rincasa tardi, è distratto e non l’accudisce più come lei si aspetta e pretende. A parte brevi periodi di «bonaccia» la situazione tra i due si aggrava progressivamente nei primi mesi del 2002: le massicce richieste di Giovanna diventano sempre più prescrittive («chi la dura la vince e io ti martellerò all’infinito») ossessionanti e assillanti di contro ai suoi vissuti negativi e deludenti («paura che continui a bere sempre più, che vengano sperperati i soldi in giochi d’azzardo, che non venga più presa in considerazione ma messa da parte non vedo un futuro rosa ma tutto nero […] ho perso fiducia e stima e questo mi riconduce alle precedenti delusioni alle batoste prese dopo aver tanto amato e donato tutta me stessa alla persona amata»). Roberto, nel suo mondo interno, si trasforma da oggetto «buono» a oggetto «cattivo», caricato di rancore, sospetto, odio, svalutazione; è da lei ritenuto responsabile (come gli altri) di tutti i suoi malesseri, delle sue delusioni, del suo fallimento esistenziale (identificazione proiettiva). In Giovanna si fa sempre più spazio tantissima delusione, depressione e rabbia; la ferita narcisistica aumenta il bisogno di risarcimento («mi sento ferita dentro, non rispettata, non amata […] anno nuovo e vita di merda!»). Oltre il lamento, l’identificazione proiettiva in Roberto della fonte dei suoi problemi esistenziali, la paura della perdita, del vuoto interiore, della solitudine fredda che ella non sa come riempire, c’è un uomo che si allontana sempre più, fugge da una situazione che non sa come gestire e che gli sta ogni giorno «più stretta», in un clima di reciproca, insanabile, irreparabile incomprensione («Non riesco proprio a capire perché mi tratti così male, io non so più cosa fare per farlo felice e lui mi tratta di merda, sono esausta di queste situazioni. Cosa farò di sbagliato?»; «Mi ha rattristato molto essere rifiutata»; «Un oggetto! Ecco cosa sono per lui!»; «Non mi fa sentire donna, ma solo serva»). Non più dialogo, non più incontro, non più tenerezza, non più rapporti intimi; solo paura, paura interiore, si badi bene, paura di ripiombare nella situazione antica di fallimento, di inadeguatezza, di solitudine, di insignificanza («Non ho nessuno con cui andare, com’è triste la solitudine»). Siamo alla vigilia dell’omicidio. È vero che si uccide per molto meno, ma non fu questo il pensiero che determinò il succedersi dei miei accertamenti, fondamentalmente guidati dal tipo di resoconto fattomi da Roberto, resoconto che non aveva nulla di artificioso e di simulato. Prima però di approfondire le mie indagini attraverso l’invio del soggetto presso un Centro di Medicina del sonno, ritenni indispen-

114

sabile approfondire l’Assessment clinico attraverso un’indagine psicodiagnostica mirata, che diede i risultati riportati qui di seguito. › Test di Rorschach: Al test non emergono elementi francamente psicotici. La personalità appare tuttavia portatrice di importanti disarmonie che riguardano in primo luogo l’area affettivo relazionale. Inoltre il funzionamento interno appare caratterizzato dalla presenza di meccanismi primari, di fabulazioni, di vissuti persecutori, di angosce non elaborate, sintomatiche di una tendenza allo sganciamento dalla realtà.

› Thematic Apperception Test (T.A.T.): Al test non emergono elementi francamente psicotici. Tuttavia il funzionamento della personalità e lo stile di vita appaiono notevolmente disarmonici per quanto attiene all’ambito affettivo-relazionale.

Nella sintesi diagnostica la personalità di R. appare caratterizzata dai seguenti aspetti: › discreta dotazione intellettiva, attualmente inibita da interferenze di natura affettivo- emotiva; › affettività immatura, caratterizzata da dipendenza, passività e oppositività; › notevoli difficoltà relazionali, consistenti in una presa di distanza difensiva dagli altri, mancanza di spontaneità e vissuti persecutori dei propri simili e della realtà circostante (sindrome del contatto); › ipercompensazione in chiave narcisistica dei vissuti di insicurezza e di inadeguatezza, dell’incomunicabilità e della distanza emotiva che il soggetto avverte tra sé e gli Altri significativi; › vissuti depressivi e vissuti di colpa non elaborati, a causa del ricorso preponderante a meccanismi di difesa di tipo primario. A livello profondo i rapporti con la figura femminile-materna sono caratterizzati dal conflitto dipendenza-autonomia, nonché da vissuti di impotenza, frustrazione e aggressività ipercompensatoria. Il contatto con la realtà è mantenuto. La tendenza allo sganciamento dalla realtà emersa al test di Rorschach (test di struttura), se confrontata con il protocollo T.A.T. (test di funzionamento), lascia supporre che la personalità funzioni, di norma, a un livello più evoluto, rispetto alle carenze strutturali che presenta.

Anche a livello di struttura e di funzionamento, dunque, fu esclusa un’organizzazione psicotica di personalità; emerse piuttosto una forte disarmonia di fondo con ricorso preponderante a meccanismi difensivi primari. CONTRIBUTO CASISTICO

115


Il quadro videopolisonnografico e clinico risultarono congrui con i criteri diagnostici del disturbo comportamentale del sonno REM (Rem Behaviour Disorder, RBD) secondo il DSM-IV. Stante la positività del tracciato, ho chiesto ai colleghi di trattenere per un periodo ulteriore Roberto e di somministrargli il farmaco che consuetamente si utilizza in questi casi (il clonazepam, un composto benzodiazepinico). L’eventuale negatività del tracciato mi sarebbe servita per rinforzare la diagnosi fatta e per escludere la possibilità di recidiva comportamentale. La registrazione videopolisonnografica del 7 luglio (quella cruciale è del 19 giugno), a conferma della mia ipotesi di partenza, ha offerto un tracciato completamente normalizzato. Donde le conclusioni del Centro di Medicina del Sonno: › R. risulta affetto da Disturbo comportamentale del sonno REM di tipo idiopatico; › la terapia intrapresa ha determinato la completa normalizzazione della dissociazione del sonno REM come dimostrato dal quadro polisonnografico.

Ovviamente non si nega che R. abbia commesso un atto criminoso, ma da un punto di vista clinico sollevo il problema della sua capacità di esercitare coscientemente mezzi di controllo volontario finalizzati all’impedimento della commissione dell’atto durante l’episodio parasonnico (art. 42 codice penale). Infatti: › egli ha agito quello che stava sognando; › l’episodio violento è unico; ciò in assetto con i dati della letteratura (Fornari 2008); › l’atto si è prodotto al di fuori del controllo cosciente da parte del soggetto e rappresenta una discontinuità nella storia della sua vita psichica e in quella relativa a Giovanna; › la rievocazione del fatto (la cosiddetta memoria dichiarativa) è di tipo onirico; › la possibilità di compiere un atto automatico (= interruzione «sana» della vita psichica del soggetto) è documentata dall’accurata indagine clinica e videopolisonnografica allegata ed è indipendente da un quadro di intossicazione acuta da alcool o stupefacenti; ovviamente, non è stato possibile riprodurre sperimentalmente la situazione, il contesto e la problematica relazionale che al tempo caratterizzava i vissuti e le condizioni psichiche di Roberto;

116

› l’indagine svolta con tutte le garanzie di metodo richieste, e concordate dalla comunità scientifica, documenta un episodio di RBD nel corso di sonno REM dopo privazione di sonno; › la diagnosi è stata effettuata da un centro altamente specializzato come il Centro di Medicina del sonno della Clinica neurologica dell’Università di Torino; › l’assenza di precedente documentazione polisonnografica del comportamento violento non deve essere presa come prova definitiva che questo comportamento non sia avvenuto in altri momenti della vita di Roberto, data la rarità della possibilità di catturare dei comportamenti correlati al sonno in un laboratorio del sonno e data, purtroppo, la morte dell’unica persona che, avendo dormito a lungo con Roberto, avrebbe potuto offrire elementi di conoscenza utili al fine di documentare precedenti manifestazioni violente REM o non REM; › il soggetto non era a conoscenza della lesione funzionale di cui è portatore e non ha messo negligentemente in atto una condotta che sapeva capace di provocare l’insorgere dell’automatismo; › è assente l’elemento volontario nell’atto criminoso, per cui questo risulta casuale, non premeditato e non riconducibile a motivazioni realistiche e «comprensibili» (spesso rubricate come «motivi abietti e futili», ex art. 61 c.p.); così pure si possono escludere eventuali «interessi altri» nell’agito violento; › non esiste alcun motivo di passaggio all’atto che si possa in qualche modo mettere in relazione con le caratteristiche comportamentali del soggetto in stato di veglia; › è provata la presenza e la rilevanza di una situazione di stress e di privazione di sonno protratte, in assenza di lesioni neurologiche o disturbi mentali seri e in presenza di disturbi funzionali (nevrotici) di personalità; › non esiste possibilità alcuna di collegare clinicamente il comportamento violento di Roberto e l’episodio di RBD con una patologia mentale maggiore; › è provato che Roberto è affetto da Disturbo comportamentale del sonno REM di tipo idiopatico; › è provata l’efficacia terapeutica nel soggetto in esame del clonazepam (Rivotril del commercio), farmaco benzodiazepinico la cui somministrazione ha completamente normalizzato il tracciato poligrafico durante le fasi REM, con ripristino della fisiologica atonia muscolare. CONTRIBUTO CASISTICO

117


A questo punto, non rimase altro che concludere affermando che: › Roberto, la notte del 1 aprile 2002, ha ucciso Giovanna, traducendo in automatismo violento REM sano il sogno da lui fatto la stessa notte; › la possibilità di agire il sogno è da addebitare al fatto che il soggetto è affetto da Disturbo comportamentale del sonno REM; infatti, dopo deprivazione di sonno dalla durata di circa 10 giorni, si è registrato un episodio di RBD, per assenza dell’inibizione dei muscoli somatici che consuetamente caratterizza il sonno REM; › in assenza di patologia mentale maggiore, la sua parasonnia comportamentale violenta rientra nell’ambito degli automatismi «sani»; › è escluso che in queste condizioni (certamente molto più evidenti nell’aprile 2002, per la situazione contingente in allora esistente) Roberto fosse in grado di esercitare coscientemente mezzi di controllo volontario finalizzati all’impedimento della commissione del delitto che gli viene addebitato; › la somministrazione di un farmaco benzodiazepinico specifico, ha completamente normalizzato il tracciato polisonnografico.

Processato con rito abbreviato, Roberto fu condannato alla pena della reclusione per un periodo di 15 anni. I giudici non ritennero di poter adottare altra soluzione, dal momento che non si poteva affermare, oltre ogni ragionevole dubbio, che l’agito di Roberto fosse riferibile alla patologia del sonno in lui riscontrata e non ad altra causa. Il caso viene qui segnalato per esemplificare una metodologia corretta di indagine che, come tale, non venne sottoposta a critica alcuna. Fu la valutazione psichico forense che non fu condivisa, ma su ciò nulla quaestio, dal momento che è il magistrato, non il perito che, come già detto, deve emettere sentenza al di là di ogni ragionevole dubbio: il che puntualmente avvenne.

capitolo 14

IL RUOLO della DEONTOLOGIA PROFESSIONALE In questo periodo in cui le neuroscienze «la fanno da padrona», non dimentichiamoci degli insegnamenti deontologici, i quali devono sempre essere presenti al sanitario (psicologo o psichiatra) che si accinga a formarsi in questo complesso settore di attività. Innanzi tutto, i periti mai devono subordinasi ai «suggerimenti» dei committenti: essi hanno esigenze diverse dalle nostre; essi cercano di ricostruire la verità processuale, noi dobbiamo avere a cuore solo la verità clinica e le possibili sue inferenze in ambito forense secondo criteri di obiettività, verificabilità e comprensibilità che devono conferire alla perizia «valore di prova» nei limiti perentori del mandato peritale e delle regole procedurali.21 Non dimentichiamoci mai che il perito/consulente deve essere inattaccabile nella costruzione della verità clinica, attraverso l’applicazione di una metodologia rigorosa e rispettosa di principi e criteri condivisi dall’esperienza e dalle conoscenze via via messe a disposizione dalla comunità scientifica. La sua indipendenza gli è garantita non da un potere che gli viene (o egli crede che gli venga) fittiziamente conferito dal fatto di essere un perito o un consulente del giudice, ma dal rispetto della deontologia professionale che fa di lui prima di tutto un sanitario e poi un consulente del giudice. Pertanto i periti/consulenti del giudice (e come loro anche i consulenti di parte), a parer mio, hanno da rispettare alcune inderogabili regole deontologiche nei rapporti con il periziando che sono: › il rispetto per la persona umana; › il dovere di informare compiutamente ed esaurientemente; › il rispetto del diritto di consentire; 21. In ambito penale il perito deve «adempiere al proprio ufficio senza altro scopo che quello di far conoscere la verità e di mantenere il segreto su tutte le operazioni peritali» (art. 226 c.p.p.). In ambito civile i periti devono «bene e fedelmente adempiere le funzioni loro affidate al solo scopo di far conoscere ai giudici la verità» (art.193 c.p.c.). Non esistono nei codici analoghi obblighi di legge per i consulenti di parte.

118

119


› la tutela del segreto professionale; › l’obbligo di costruire una verità clinica documentata. Vi sono poi alcune regole deontologiche nei rapporti con i mass-media, che sono: › il divieto di accesso ai non addetti ai lavori a informazioni e interpretazioni in possesso dell’esperto; › la supervisione di ogni intervista rilasciata ai massa media; › l’attento controllo di ogni dichiarazione che si basi sul semplice dato giornalistico (gli oracoli dei tuttologi); › il rifiuto netto di accettare la funzione di coloro che si ritengono in obbligo di dare risposte a tutto e a tutti; › il perito deve fungere da contenitore forte che tutela il periziando da intrusioni indebite che violino il setting peritale. Occuparsi del periziando come clinici, oltre che come periti, vuol dire inoltre svolgere funzioni di mediazione terapeutica, nel senso di fornire indicazioni, che altri tradurranno in intervento. Esistono infatti sul territorio servizi sociali e di salute mentale con compiti di trattamento in ambito socio-sanitario e socio-assistenziale, sui cui possibili e doverosi interventi già abbiamo scritto. Non si dimentichi che quello peritale è un setting del tutto particolare in cui il perito ha una posizione di potere ed è assente un libero accesso del periziando e del perito all’accertamento; il periziando è una persona da valutare e non da curare; è assente un iniziale approccio fiduciario; è da dare per scontata la ricerca del massimo vantaggio con il minimo danno da parte del periziando. Pertanto il perito/consulente non deve confondere il processo con la terapia; il colloquio clinico con il colloquio peritale; la verità processuale con la verità clinica. Abbiamo detto che il perito (e il consulente di parte) ha l’obbligo di far conoscere la verità e di mantenere il segreto sulle notizie apprese. Ma quale verità? Non certo quella storica o quella processuale, bensì quella clinica inserita in una verità processuale, secondo criteri di obiettività, verificabilità e comprensibilità che devono conferire alla perizia «valore di prova». Sono parti integranti del suo ruolo la dimensione del «comprendere» (l’ascolto, il silenzio, la compartecipazione) e il riconoscimento all’autore e alla vittima di reato la dignità di persone. A proposito delle vittime di reato, desidero ricordare aspetti deontologici particolari che mirano fondamentalmente a raggiungere due specifici scopi: 1. non contribuire alla costruzione della «vittimaoggetto»; 2. favorire la presentazione della «vittima-soggetto».

120

1. In riferimento al primo punto, è proprio nel caso della «vittimatestimone» che si può ravvisare un’occasione in cui, al di là e oltre il processo di vittimizzazione primaria, è facile contribuire a quello di vittimizzazione secondaria. 2. Nella presentazione della vittima come soggetto, strumenti necessari ma non sufficienti sono il rigore metodologico e la consapevolezza dei limiti che occorre rispettare per evitare i rischi di cui finora si è trattato e che riguardano i processi di vittimizzazione secondaria peritale (gli altri riguardano i processi di vittimizzazione secondaria processuale, giudiziaria e di stigmatizzazione sociale). Anche la preparazione e la formazione del perito possono contribuire, agevolare, rinforzare, o, per contro, evitare e controllare un’azione di emarginazione e di stigmatizzazione della persona esaminata, incidendo ulteriormente sulla sua vulnerabilità. I rischi che il perito corre quando esamina una vittima-testimone sono quelli di ignorare o sottovalutare: › le limitazioni dell’agire psichiatrico-forense; › gli aspetti deontologici generali già ricordati e quelli particolari relativi al contesto processual-normativo; › il suo ruolo storico, che lo pone in maniera oggettivamente diversa di fronte a un autore rispetto a una vittima; › la possibilità di iper-valutare caratteristiche personali della vittima e ipovalutare fattori situazionali; › i vissuti individuali che variano, a seconda che ci si trovi davanti all’una o all’altra delle seguenti vittime: un bambino, una donna, un anziano, un adulto capace, un malato di mente; › i conflitti di genere; questi nel campo dei reati sessuali possono produrre una lontananza/impossibilità di comprensione con la vittima donna se il perito è uomo; › le aspirazioni fittizie, che possono indurre a far giustizia, cercare il vero o il falso, premiare o punire, soddisfare i propri bisogni narcisistici, usare il periziando per gratificare il proprio Sé grandioso, esibire il proprio potere e difenderlo a ogni costo, cercare le colpe, le responsabilità e le giustificazioni; › ignorare le eventuali inferenze di contro-atteggiamenti legati a problemi psicologici del perito; di conseguenza, egli potrebbe assumere gratuiti e inutili atteggiamenti di critica o di svalutazione della vittima, oppure di alleanza paternalistica o di solidarietà pietistica o di difesa acritica; › ulteriore pericolo può derivare dal volersi mantenere nella dimensione del «tecnico neutrale», che agisce fuori della relaIL RUOLO della DEONTOLOGIa PROFESSIONALE

121


zione e non interagisce nella relazione. È inutile e dannosa finzione negarsi l’aspetto «umano» del lavoro peritale; il perito è anche «dentro» un rapporto particolare; la sua «neutralità» è relativa, dal momento che non può depurare il suo operato della soggettività non eludibile da chi lavora nel settore delle «scienze umane». In questo settore, come in nessun altro, osservazione partecipante e comprensione empatica non significano affatto identificazione acritica con il periziando: evitano piuttosto l’assunzione di atteggiamenti controtransferali negativi e risposte emotive di ostilità, di rifiuto, di giudizio, di stigmatizzazione, che ostacolano il comprendere psicologico e psicopatologico; costruiscono, al contempo, un’occasione di incontro esistenziale che riconosce e restituisce alla vittima dignità di persona. La capacità di narrare, costituisce una dimensione fondamentale e insopprimibile, che si affianca e si integra con gli aspetti metodologici e sistematici. I dati raccolti possono allora tradursi in una ricca, motivata, articolata narrazione clinica, il cui scopo non è quello di raggiungere la «verità scientifica» o «processuale», bensì di trasmettere una «verità umana». Questa modalità narrativa sembra assumere particolare interesse nell’accertamento sulla vittima, perché essa è il principale strumento attraverso il quale dare voce e lasciare spazio a personaggi che sulla scena processual-penalistica sono mute e passive comparse. Rispetto alla vittima sembra particolarmente urgente sviluppare il ruolo di mediazione tra tali agenzie e l’autorità giudiziaria, traducendo i rispettivi discorsi, che di solito si collocano su piani tra di loro non articolati (mediazione giudiziaria). Ricorrere al modello delle scienze umane significa, infine, assumere funzioni di mediazione culturale e di mediazione sociale, nel sollecitare una diversa attenzione per i protagonisti del reato, nel dare maggiore sviluppo alle riflessioni degli psicologi e degli psichiatri forensi, nel promuovere un’informazione il più possibile corretta ai e attraverso i mezzi di comunicazione di massa.

122

capitolo 15

IL PRIMATO DELLA CLINICA In più parti di questa monografia si è sottolineato e si sottolineerà il richiamo alla clinica. Con questa parola – di cui oggi, nel tentativo di soffocarla e di sostituirla con le neuroscienze si dimenticano il profondo significato e le implicazioni tecniche, iperdeterminati come siamo da un conformismo imperante che tende a omogeneizzare e appiattire la formazione psicologica e psichiatrica su protocolli, dizionari, formulari, mappe cromosomiche, indagini neurofunzionali e quant’altro, sostituendo con una pretesa formazione scientifica di sapore encefaloiatrico la complessità tridimensionale della persona umana: esaminatori ed esaminanti tutti massificati in questa operazione omologante e omologata della formazione clinica e forense – cosa intendo dire? Le moderne tecniche di indagine cercano di soffocare e abolire ogni forma di conoscenza dell’Altro che non sia quella della corretta esecuzione di procedure e tecniche che «aboliscono qualsiasi progettazione di una condotta non omologata» (Galimberti 2010: 75 sgg.), con la pretestuosa predicazione che un solo mondo è possibile nella ricerca e nella pratica: quello della tecnica ora affidata alle neuroscienze. Si impedisce, in tal modo, la possibilità agli aspiranti psicologi e psichiatri di fare esperienza, soprattutto un’esperienza diversa e non globalizzante quale nasce dalla complessità e unicità del comportamento umano, conforme o difforme esso sia. È fuori discussione che una preparazione clinica sia molto più onerosa e susciti meno clamore di un addestramento tecnologico, ma è inutile pensare che in questo modo si faccia buon servizio al progresso scientifico che per sua natura procede su più piani che si devono armonizzare tra di loro, non elidersi a vicenda. Proviamo allora a non omologarci e a differenziarci (non certo come vuole certa «scienza» attuale), non ancoriamoci a norme troppo rigide e proviamo a porre, con entusiasmo e curiosità, le mani sulla tastiera della vita e ad ascoltare le armonie che riusciamo a trarre suonando le note con lo spirito e con il cuore, piuttosto che con la mente e con la ragione.

123


Sarà un percorso lento e faticoso, ma certamente sempre nuovo e stimolante; dalle prime dissonanze passeremo alla costruzione di armonie sempre più complesse e variate, che ci faranno sentire vivi e non appiattiti su modelli preformati e prevedibili di conoscenza, di intervento e di valutazione o su esecuzioni precostituite che ci vengono fornite da coloro «che sanno». Progettare, inventare, sperimentare nella relazione con l’Altro, non uniformarsi alle esigenze degli altri, non appiattirsi su nozioni preformate e pregiudizievoli: tutto ciò, nelle scienze umane, costituisce la chiave di volta di ogni forma di conoscenza dalla quale si possono poi dipartire altre strategie per loro natura parziali e strumentali: pertanto mai esaustive del compito che ci viene affidato come clinici e come forensi. Stare fuori del coro è possibile, anche se non obbligatorio: certamente può non essere appagante sul breve termine, ma solo così possono emergere i solisti di cui nel nostro settore di lavoro abbiamo tanto bisogno. Ecco perché voglio proporre uno scenario diverso tra i tanti possibili, dissentendo energicamente dalle «mode» che tendono a imporre – in questa triste epoca di reflusso storico – l’omogeneizzazione e l’appiattimento che rischia di tradursi nel qualunquismo dell’«uomo a una dimensione», anche nel settore delle scienze umane. L’approccio alla dimensione umana può essere diverso da quello predicato dalle neuroscienze, complementare ma diverso, con uno statuto epistemologico, contenuti e obiettivi che non dimenticano il cervello, ma non riducono a questo organo tutta la complessità della nostra esperienza che è prima di tutto umana e che ci dice essere possibile percorrere altre vie non antitetiche ma integrative e capaci di dare un senso e un significato clinico al mero dato tecnico e di laboratorio.22 Il mondo possibile, non esclusivo che intendo tratteggiare è quello di un approccio clinico integrato, e cioè: normalità e patologia sono collocati lungo un continuum psicopatologico (approccio dimensionale). L’inquadramento diagnostico (approccio catego22. Per esempio, il termine «coscienza», dai contenuti molteplici, enigmatici e tuttora inesplorati nella loro complessità, ha fatto scrivere a Churchland: «Non stiamo a fare tanti discorsi. La coscienza è enigmatica. Il resto della nostra esperienza comune non contiene alcun ovvio corrispondente, nessun fenomeno che le sia anche solo remotamente parallelo. Non disponiamo di alcun modello chiaro ed evocativo che ci possa promettere di cogliere utilmente la sua essenza. La coscienza sembra dunque unica e, a molti, anche al di là della spiegazione scientifica […] la coscienza è essenzialmente un fenomeno soggettivo accessibile solo alla creatura che la possiede» (Churchland 1998: 205 sgg.).

124

riale) necessita di un’analisi dimensionale in cui vengono collocati gruppi di sintomi e di segni (analisi psicopatologica), indicatori di una comune, alterata funzione mentale che riguarda le funzioni dell’Io (analisi funzionale). Né vanno sottaciuti le risultanze della morfometria e funzionamento cerebrale (i dati neuroscientifici relativi alle regioni prefrontali, all’amigdala e all’ippocampo), che, come tutti i dati di ausilio diagnostico, assumono un loro pertinente significato solo in una dimensione clinica. Nessuno potrà sostenere che il dato di laboratorio che documenta una sofferenza del funzionamento del fegato è di per se stessa esaustiva di una diagnosi che non sia frutto di un’interpretazione clinica che dà senso e significato al dato di laboratorio. E così via. In un’indagine clinica, poi, descrizione, interpretazione e valutazione sono piani diversi e non sovrapposti. In ambito di valutazione del danno, per esempio, la valutazione di una patologia psichiatrica deve essere espressa in maniera descrittiva sottolineando la preesistente condizione psicopatologica, ove sussistente, e la pregressa validità funzionale del soggetto, puntualizzando in modo chiaro e comprensivo le caratteristiche dell’evento nell’ambito della causalità, definendo il quadro clinico riscontrato e quali sue componenti siano rapportabili all’evento, fornendo una analisi accurata sul come e su quali attività della vita lavorativa ed extralavorativa il riscontrato peggioramento dello stato anteriore svolga la sua influenza negativa. Siccome i problemi del malato di mente e dell’autore di reato si costituiscono in un contesto sociale e non solo privato, sia esso quello della famiglia, del lavoro o altro, l’analisi psichiatrica o criminologica, nell’occuparsi di persone concrete e di casi concreti, deve collocarli su uno sfondo di comprensione di ordine sociale e culturale: ma deve collocarli, innanzi tutto, in una relazione significativa con il periziando, al quale la dignità di persona deve essere sempre riconosciuta, qualsiasi sia il delitto di cui si è macchiato e qualsiasi sia l’atteggiamento che egli assume nei confronti dell’indagine peritale. Due esempi: 1. Vengo nominato perito per accertare la capacità di partecipare coscientemente al processo da parte di un soggetto che presentava un ricco delirio di grandezza e di riforma. Il soggetto era già stato sottoposto a una precedente perizia, nel corso della quale gli era stata somministrata una scala di intelligenza che aveva dato un Q.I. pari a 60. Nel contesto del mio esame clinico nessun dato confortava tale basso valore. Chiesi allora al soggetto di spiegarmi il perché di questo risultato ed egli mi IL PRIMATO DELLA CLINICA

125


disse che era stato accolto – lui che era a capo di una stirpe di personaggi di origine divina che avrebbero dovuto riformare il mondo – senza nessuna considerazione e rispetto dalla psicologa testista che neppure gli aveva offerto un caffè che si stava raffreddando sulla scrivania. «Che fare con una simile persona?». Ogni commento è superfluo, ma il risultato fu quello che fu, al punto che i magistrati disposero nuovo accertamento peritale. 2. Un autore di un omicidio a matrice chiaramente psicotica viene interrogato dal pubblico ministero che si fa assistere da uno psichiatra direttore di un dipartimento di salute mentale. Di fronte ai contenuti verbali e alle manifestazioni non verbali chiaramente patologiche del soggetto in questione, lo psichiatra interrompe il giudice e chiede all’indagato: «Scusi, ma sente le voci?». La risposta fu quella di una sdegnata e recisa negazione. Lo psichiatra concluse trattarsi di un soggetto affetto da disturbo antisociale di personalità (!). A me, mesi dopo, il soggetto dirà: «Ma voleva che io rispondessi a uno che non sapevo neppure cosa facesse là e che voleva sapere gli affari miei per darmi contro?». Lo psichiatra aveva evidentemente confuso un atteggiamento di copertura con la patologia di fondo che non aveva riconosciuto confondendola con quella accessoria. Attenzione, allora, a come si costruisce il setting peritale! In ambito criminologico e psicopatologico, il problema del clinico diviene quello di comprendere non come mai e perché una persona sia libera, capace, responsabile e competente; ma se e in quale misura eventuali alterazioni del suo funzionamento mentale possono aver inciso e incidere sulle suddette caratteristiche e costituirsi in un difetto di capacità avente rilevanza giuridica. Ne consegue che: › classificare significa collocare una persona in una classe, al fine di mettere ordine e di raggruppare sotto un termine convenzionale elementi complessi. Ogni nosografia è dunque finalizzata alla diagnosi. La caratteristica fondamentale della diagnosi è quella di essere descrittiva (il contenitore) e nulla dice sui percorsi psicopatologici e sugli aspetti strutturali e funzionali che la caratterizzano (il contenuto). Il classificare è un aspetto metodologico importante per rispondere ai quesiti posti dal magistrato; ma è insufficiente per orientarsi e addentrarsi nei meandri dell’indagine motivazionale;

126

› il comprendere, invece, si articola in una modalità di essere con il periziando nei suoi problemi. Questo modello, proprio delle scienze umane, mette in secondo piano le classificazioni e le categorizzazioni e privilegia l’ascolto per cogliere dal di dentro la conflittualità e la sofferenza umana nei loro aspetti disfunzionali. La psichiatria psicodinamica e quella fenomenologica si discostano dunque da quella biologica e morfologica, confliggendo con queste ultime per metodologia di approccio e fini perseguiti. L’ascolto partecipe che lascia il periziando libero di raccontare la sua storia di vita è la premessa a una corretta costruzione diagnostica (procedimento deduttivo). Se lasciata libera di narrare, ogni persona, attraverso la comunicazione verbale e quella non verbale, è in grado di offrire gli elementi fondamentali utili all’inquadramento diagnostico e alla comprensione e alla ricostruzione della sua storia clinica. Se invece il perito interrompe o pilota il fluire del discorso cercando di convogliare le informazioni che il periziando fornisce in una direzione diagnostica precostituita, nella migliore delle ipotesi perde dati clinici utili; nella peggiore sbaglia il suo inquadramento (procedimento induttivo). Ricordo, al proposito, il seguente episodio: nel corso di un faticoso incontro con un periziando internato in ospedale psichiatrico giudiziario per aver ucciso la madre durante un episodio psicotico acuto, avevo finalmente individuato uno spazio di incontro che poteva consentire un recupero del confuso ricordo di quanto accaduto. Il suo consulente di parte, cattedratico di chiara fama, invece che ascoltare, stava sfogliando il diario clinico del giovane e improvvisamente mi ha interrotto per richiamare la mia attenzione su di una annotazione che poteva benissimo essere recuperata in un secondo momento. Improvvisamente, il periziando si è chiuso in un ostinato silenzio che ha rotto solo quando il suo consulente si è allontanato ed è potuto rimanere solo con me. Il «comprendere» (la parte dinamica della perizia) e il «classificare» (la parte statica), inoltre, si integrano quando si affronta il problema della criminogenesi e della criminodinamica. Tutto ciò per dire che una cosa è ricostruire le motivazioni di un delitto e offrirne una lettura psicodinamica (il conferimento di significato); altra cosa è inquadrarle alla luce delle categorie psichiatriche (il mettere ordine nel disordine). I due metodi, già distinti nell’ambito clinico, debbono esserlo ancor più in quello forense, dove la formulazione dei quesiti costringe IL PRIMATO DELLA CLINICA

127


a un lavoro «a imbuto»; a dare, cioè, risposte più vicine al registro del classificare che non a quello del comprendere. Il riduttivismo diagnostico è un male necessario nel lavoro clinico e peritale, ma è l’indispensabile premessa alla valutazione dello stato di mente di un autore o di una vittima, specie per quanto riguarda il suo funzionamento in riferimento al fatto di cui è stato autore o vittima. Non esiste un approccio diagnostico unico, ottimale, codificabile e codificato, ma è sempre indispensabile che sia stata prioritariamente costruita una relazione significativa in cui collocare i dati clinici e quelli ricavati dai protocolli o dalle indagini strumentali (interviste, questionari, test mentali e di valutazione neuropsicologica e quant’altro l’intervistatore voglia utilizzare), confermandone o disconfermandone validità e significato. Non c’è perito o magistrato che non riconosca che questo ampliamento del contenuto peritale può avere un effettivo peso sul destino giudiziario di un autore di reato. L’apertura alla dimensione del «comprendere psicologico», se può aiutare a collocare in una luce più appropriata reati apparentemente incomprensibili proprio a causa della loro efferatezza e del «silenzio psichiatrico», deve, però, essere tenuta ben distinta dalla ricostruzione psicopatologica e presentata come una delle tante ipotesi che si possono fare in tema di criminogenesi e di criminodinamica. Diventa invece parte integrante dell’elaborato peritale, quando criminogenesi e criminodinamica trovano il loro contenitore formale e sostanziale in quel funzionamento patologico psichico della cui rilevanza forense abbiamo già detto. Andare oltre i fatti per esplorare i percorsi psicodinamici dell’autore di reato è procedimento che non incrina nelle fondamenta la «sacralità» della perizia psichiatrica, né vuole introdurre nell’attività forense il «buon analista» o il perito che, attraverso il comprendere, finisce per voler «spiegare» o, peggio, «giustificare» ogni comportamento, purché i piani e i percorsi del comprendere «psicologico» e «psicopatologico» siano tenuti ben distinti (Fornari 2008).

128

capitolo 16

UNA COLLABORAZIONE è PERÒ POSSIBILE Non vorrei che si pensasse, a questo punto, che ogni forma di collaborazione tra clinica e neuroscienze sia da escludere a priori: tutt’altro. E lo voglio esemplificare con un caso che, a suo tempo, studiai con la collaborazione del prof. Giuseppe Sartori, professore Ordinario di Neuropsicologia clinica presso l’Università degli studi di Padova. Si trattava di un giovane di 36 anni, che convenzionalmente chiamerò Renato. L’uomo, di ottima cultura e attivo professionalmente a livelli piuttosto complessi, felicemente sposato, padre di due figli, due mesi prima del mio accertamento, aveva ucciso un cugino che chiameremo Giovanni, con più colpi d’arma da fuoco esplosi a breve distanza, nel corso di una serata di festa in famiglia. Di fondamentale importanza fu l’antefatto, nel senso del racconto di quanto accaduto a lui e al fratellino che chiamerò Daniele, quando i due avevano rispettivamente circa 11 e 9 anni e il cugino circa 16. Il ricordo di una violenza sessuale subita dal fratellino, senza che Renato avesse fatto alcunché per impedirlo, è preceduto da quello di due episodi di masturbazione e di un tentativo di penetrazione anale da parte del cugino che videro Renato vittima delle iniziative di Giovanni. Il ricordo di questi eventi risultò molto traumatico e fu accompagnato da evidente turbamento emotivo. In quel periodo questo mio cugino era ospite nostro; un giorno ha voluto che mio fratello e io lo seguissimo in un luogo appartato. Ancora una volta mi ha fatto tirare giù i pantaloni e mi ha penetrato; io mi sono messo a piangere perché mi faceva male e non volevo farlo e anche mio fratello piangeva […] ma lui è andato avanti ugualmente […] poi ha detto: «Adesso basta con te, adesso tocca a Daniele» e lo ha fatto anche con lui […]. Daniele piangeva, piangeva […] io mi sono sentito male, perché mi sentivo responsabile di quello che stava succedendo a mio fratello […] io pensavo che ero omosessuale, però era una cosa mia […] finché succedeva a me, faceva niente, ma al mio fratellino […] poi Giovanni se ne è andato dicendo che se avessimo parlato ci avrebbe ammazzato, perché lui sapeva dove mio

129


padre teneva la pistola; io ho detto a mio fratello che non dovevamo dire niente, altrimenti i nostri genitori non ci avrebbero più amato se sapevano che eravamo omosessuali […] poi non ne abbiamo mai più parlato di queste cose. Io ho saputo di non essere un omosessuale quando ho avuto a 17 anni una fidanzata, con la quale non ho avuto nessun problema; prima di lei ero preoccupato di avere delle fidanzate, perché non sapevo se mi sarebbero piaciute le ragazze, però non mi è mai piaciuto un uomo; non ho mai provato nessuna attrazione per gli uomini.

Con il tempo, il ricordo di quanto accaduto con il cugino si affievolì, ma non si spense; «Mi sentivo colpevole, per me e per mio fratello, anche se cercavo di dimenticare […] non ne ho mai parlato con nessuno […] il problema evidentemente era rimasto, anche se non è più accaduto nulla che me lo facesse ricordare, fino a quella sera». Il racconto dell’episodio omicidiario, quale a me reso, fu il seguente: Non ho più visto Giovanni fino a quel giorno lì. Eravamo a casa di mio padre e io l’ho rivisto per la prima volta dopo più di 20 anni […] non mi ha fatto né bene né male […] c’era tanta gente, e io non ho parlato con lui […] io mi sentivo un po’ teso, come se lui mi desse fastidio, ma non capivo perché […] a un certo punto mio padre, rivolto a mio figlio, non so perché gli ha detto: «Per caso, sei un finocchio?», mio padre scherza così, non so di che cosa stessero parlando prima […] mi ricordo però che Giovanni, a questo punto, ha sorriso a mio figlio […] era lo stesso sorriso di quando, tanti anni prima, aveva detto: «adesso basta con te, adesso tocca a Daniele» e lo ha fatto anche con lui […] io ho sentito come un’esplosione […] poi ricordo che ero fuori che parlavo con mio padre e gli dicevo: «lui mi prendeva per il culo» […] mi hanno detto che l’ho ripetuto tante volte, ma io non mi ricordo […] poi qualcuno mi ha detto che avevo ucciso un uomo […] io non lo ricordo ucciso per terra […] ricordo un colpo di pistola, ma lui è stato ucciso con cinque colpi […] quando è successo tutto questo non ho avuto nessun ragionamento […] non mi posso spiegare quello che ho fatto, perché per me non ha logica tutto questo […] mi ricordo che pensavo: adesso tocca a mio figlio […] non so perché lo pensavo, lui non lo ha toccato, non gli ha neppure parlato, ma il sentimento io l’ho avuto con quel sorriso […] deve essere stata una cosa molto potente per non averne il controllo.

Da un punto di vista della clinica psichiatrica e psicologica, Renato apparve un giovane assolutamente privo di qualsiasi tipo di patologia mentale. In particolare, negò difficoltà in ambito di relazioni con le donne frequentate nella sua vita, fino al matrimonio,

130

che fu consumato e procedeva in maniera felice e gratificante per entrambi i coniugi. Tra l’altro, la moglie risultò essere all’oscuro di quanto sopra riferito da Renato. L’indagine diretta, l’osservazione clinica protratta e scandita in numerosi incontri e la raccolta anamnestica misero in evidenza tratti di personalità, quali: forte inibizione dell’affettività; emotività non sempre controllata; tendenza alla iperrazionalizzazione, lieve depressione dell’umore reattiva alla situazione contingente di indagato per un grave reato contro al persona; buona e spontanea collaborazione e nessuna reticenza nel parlare di se stesso, della propria vita e delle proprie esperienze, anche le più sgradevoli e difficili da verbalizzare. Le violenze sessuali subite all’età di 9-10 anni furono descritte con evidente imbarazzo e con quel pudore e quella reticenza che erano espressive di un’antica vergogna e un malcelato senso di colpa tuttora perduranti. Quanto accaduto tra il cugino e il fratellino, in particolare, fu rievocato con notevole difficoltà e tanto devastante quanto dissimulato senso di colpa. Particolarmente genuino, credibile e straziante risultò il ricordo di quando Giovanni violò Daniele che «ha gridato, gridato, gridato». L’attuale fatto di sangue fu rievocato solo parzialmente e ricostruito con difficoltà nei suoi passaggi cronologici e si accompagnò a una rottura cognitiva ed emotiva assai importanti. La domanda che mi posi nel contesto dei miei accertamenti clinici fu la seguente: in assenza di patologia inficiante i suoi processi mentali, che tipo di funzionamento si era messo in azione per motivare e rendere comprensibile un così grave passaggio all’atto in un soggetto dalla vita irreprensibile? Pensai a questo punto di articolare la mia indagine in due filoni: 1. il primo correlato a un accurato esame psicodiagnostico per evidenziare eventuali disturbi mentali non immediatamente accessibili in ambito di osservazione diretta; 2. l’altro finalizzato a indagare se il ricordo che aveva scatenato il passaggio all’atto era reale o era frutto di una elaborazione fantastica o di una strategia difensiva specifica; in altre parole, se era possibile evidenziare la presenza di memorie autobiografiche relative a fatti processualmente rilevanti. L’indagine psicodiagnostica, ha compreso la somministrazione del test di Rorschach, del TAT e del MMPI-2. Non si riportano i rispettivi protocolli e ci si limita alla loro lettura interpretativa. Sintesi del test di Rorschach: Renato si pone sin da subito in modo collaborativo e accetta di buon grado di sottoporsi al test UNA COLLABORAZIONE È PERÒ POSSIBILE

131


dopo un breve colloquio introduttivo. Riferisce, prima di iniziare la somministrazione del test proiettivo di personalità Rorschach, di non essere mai stato sottoposto in passato ad alcun test di tipo psicologico. La verbalizzazione è chiara ed espressiva. Non si ritrova alcuna manipolazione delle tavole, l’oppositività al test risulta quindi essere assente o comunque non rilevante (presenza solo 1DblG). Il numero delle risposte date è nella norma anche se al limite inferiore della stessa e rende possibile un’analisi del test sia quantitativa che qualitativa. Le risposte sono solitamente verbalizzate con un tempo di reazione non particolarmente rilevante (dai 10” ai 20”), anche nelle tavole (quasi tutte) in cui il soggetto trova difficoltà nella sua performance. Questo però a discapito della prestazione stessa. Renato infatti non riesce a mantenere un livello adeguato di prestazione per tutta la durata del test. L’aspetto formale appare utilizzato in modo preferenziale dal soggetto ma le risposte di buona forma sono nettamente inferiori alla norma (F+%=62,5% rispetto alla norma dell’80%) con una «caduta» di performance nell’utilizzo proprio nelle tavole colorate (dove si ritrova la presenza di ben 3 F- e 1 CF- su sette risposte totali). Ciò crea inoltre alcune defaillance con l’irrompere dell’affettività che non viene canalizzata e contenuta con successo (assenza banale forte alla VIII Tav., pre senza di 1FC, 1CF-, risposte Anat. e Rx, presenza F-). Il livello intellettivo appare quindi nettamente inferiore a quanto ci si aspetterebbe dal soggetto. Infatti questo risulta piuttosto deficitario sia per numero di risposte (R.=14) sia per varietà delle stesse, anche se non stereotipato (A%=43, varietà di contenuti molto limitata). Il conformismo sociale è presente anche se deficitario (Ban=2, I.R.=4) e l’esame di realtà appare indebolito (I.R.=4, mancanza di banale forte alla tav. VIII e alla X in cui come seconda risposta abbiamo una F-). L’angoscia è presente (rilevazione simmetria nell’inchiesta, risposta ClobF, presenza choc allo scuro, colore e rosso, risposte Anat e Rx) ed è proprio in tali occasioni che il soggetto risulta deficitario nelle sue prestazioni inficiando il livello di prestazione al test e soprattutto mettendo in scacco l’aspetto cognitivo: il soggetto infatti utilizza solo parzialmente con successo le risorse intellettive e soprattutto affettive per «controllarla e monitorarla». L’impegno permane per tutta la durata del test ma le risorse cognitive e affettive non risultano sempre idonee, non permettono di supera-

132

re le difficoltà e di mantenere comunque un livello adeguato per quanto riguarda l’aspetto intellettivo (F+% 62,5, presenza 1K e 1FK). Renato presenta quindi un quadro cognitivo con risorse non sempre sufficienti a fronteggiare l’ansia e l’angoscia; il pensiero, anche se un po’ rigido (G% alto, poca varietà di contenuti) non è stereotipato ma non riesce nemmeno ad avvalersi di una certa banalizzazione della realtà (presenza solo 2 banali) né del conformismo sociale. L’affettività è rilevante in senso però più destrutturante (presenza F- e CF- alle tavole colorate e presenza di vai fenomeni particolari, presenza choc al rosso alla II tav.) e porta il soggetto a difendersi inibendosi (riduzione numero delle risposte totali, presenza consapevolezza interpretativa indebolita, TRIp coartativo e TRIs coartato) perdendo quindi la possibilità di rendere il pensiero più «creativo» o di rivolgersi a un dinamismo interno adeguato (solo 1 K e una FK). L’interesse per le relazioni è ben presente (H%=21%) anche se non sempre armonico. Non appaiono evidenti bizzarrie del pensiero o risposte di contaminazione, ma la presenza di banali è deficitaria: le banali considerate forti risultano in numero non sufficiente (presenza della banale forte alla III, alla V tav.) e l’indice di «realtà» appare indebolito (I.R.=4). Nella valutazione delle risorse intellettive, quindi, riassumendo, si può rilevare che il soggetto possiede buone capacità intellettive messe in evidente scacco dall’affettività (risposte tavole colorate e presenza rosso) e dall’angoscia e si pone con un pensiero che affronta in primis la complessità del percetto (n. risposte Globali alto) e in un secondo momento si concentra sul dettaglio, con risultati però non adeguati. L’affettività pare essere piuttosto o inibita o poco controllabile (FC=1, CF-=2, 1 K, 1FK). Si riscontrano tratti di tipo narcisistico (presenza risposte riflesso). I meccanismi difensivi utilizzati con successo sono l’intellettualizzazione (I e X), e la rimozione che in alcuni casi si esprime proprio con una tendenza generale all’inibizione delle risposte (n. totale=14) e dell’utilizzo dell’affettività, mancando quindi di una rielaborazione del rimosso che possa comunque essere funzionale all’interno della risposta, della tavola o più in generale del test. In questo senso si riscontra come tale meccanismo sia insufficiente a dare al soggetto la possibilità di integrare con successo affettività e aspetto cognitivo con relativa «rottura» e destrutturazione proprio delle capacità intellettive. La relazione sul TAT ha così concluso: Renato si pone anche in questo caso in modo collaborativo alla somministrazione del test. UNA COLLABORAZIONE È PERÒ POSSIBILE

133


Il tempo totale e quello di latenza nella presentazione delle tavole risulta essere, come già nel test di Rorschach, piuttosto breve. Le risposte sono quasi immediate. La verbalizzazione anche in questo caso è chiara, ricca ed espressiva. Le risposte appaiono per la maggior parte non solo legate allo stimolo visivo, ma si riscontra anche un tentativo di approfondimento dei personaggi riguardante le emozioni e i pensieri degli stessi. L’evoluzione delle storie è quasi sempre presente. L’emergere dell’affettività è quasi sempre immediata ma non sempre ben gestita. La strutturazione delle storie infatti rileva particolari difficoltà in presenza di sentimenti ed emozioni negative. Come già durante la somministrazione del test di Rorschach il soggetto in presenza di stimoli visivi cui non sa dare immediatamente un significato logico, appare in notevole difficoltà, tra l’altro verbalizzata più volte dallo stesso. In questi casi pare che le sue capacità cognitive vengano messe in scacco dall’emergere dell’affettività cui egli reagisce inibendosi e verbalizzando la sua difficoltà (II, VIII, IX, XI, XIII, IX). Anche in questo caso sono presenti autoriferimenti alla propria storia o ai propri vissuti (III, VII, XVI), quasi a rassicurazione di una sua maggiore padronanza del materiale (si rileva quindi il corrispettivo della consapevolezza interpretativa indebolita del Rorschach). In definitiva si può rilevare che non sono presenti problematiche di tipo cognitivo, il pensiero appare privo di bizzarrie. Le emozioni sono ben gestite solo in alcune tavole mentre interferiscono in modo particolare nella costruzione delle storie stesse in altre, dando al soggetto la sensazione di confusione e di impossibilità a dare risposte coerenti. Le relazioni sono descritte per lo più in modo adeguato e corretto in connessione con lo stimolo visivo e ben modulate su una vasta gamma di tipologie (coppia, madre-figlia, fidanzati, padre-figlio, coniugi ecc.). La tavola XVI, bianca, induce invece il soggetto a riportare a sé e alla sua famiglia la sua attenzione, quasi a consolazione e rifugio dalle difficoltà che ha ritrovato nel test e dalla lontananza coatta dagli affetti. La fantasia e la creatività appaiono un po’ inibite, ma comunque funzionali e integrate con le risorse cognitive. Si conferma quindi, come già nel test proiettivo di Rorschach, un funzionamento intellettivo a volte deficitario a fronte di stimoli di tipo affettivo che il soggetto tende a rimuovere e a non elaborare in modo integrato.

134

Infine, la valutazione delle Scale di Base e delle Scale Supplementari del test MMPI-2 ha dato i seguenti risultati: per quanto riguarda la scala della Menzogna (L) e la scala F (della Frequenza) e la K (relativa all’aspetto difensivo) si rileva che i punteggi risultano nella fascia di validità. Non si riscontrano problematiche di tipo patologico in nessuna delle Scale di base, rientrando tutte nei parametri di normalità. Nel profilo relativo alle Scale Supplementari invece si rileva un innalzamento notevole relativo alla Scala AAS (Scala di Ammissione di Dipendenza) che indica che il soggetto riconosce molti e seri i problemi derivati da abuso di alcool o di droga. Mettendo inoltre in connessione i dati rilevati nelle scale di base e in quelle supplementari con il profilo delle Sottoscale di Harris e Lingoes si può rilevare che: › per quanto riguarda la scala D (Depressione) si denota un’elevazione della scala D2 corrispondente a un rallentamento psicomotorio riportando quindi sensazioni di immobilità, ritiro, mancanza di energia, svogliatezza e desiderio di evitare il rapporto con le persone; › per quanto riguarda la scala Pd (Deviazione Psicopatica) si rileva un punteggio al limite nella sottoscala Pd2 relativo a problemi con l’autorità, ammettendo anche problemi con la legge (in questo caso quindi ammissibile considerato che tale relazione è a seguito di un fatto-reato); › per quanto riguarda la scala Sc (Schizofrenia) si rileva un’elevazione della scala Sc5 relativa a perdita di controllo dell’Io, mancanza di inibizione rilevando quindi impulsività, agitazione e irritabilità. Infine nella sottoscala Si si rileva un innalzamento del punteggio Si2 relativo a un evitamento sociale e a problematiche relative a un coinvolgimento relazionale nel gruppo. In conclusione, non si rilevarono nel soggetto psicopatologie specifiche in atto, ma emerse un funzionamento non sempre adeguato, una tendenza all’evitamento e al ritiro relazionale sociale. Inoltre i meccanismi difensivi utilizzati dal soggetto non sempre risultarono funzionali per una buona integrazione dell’affettività e dell’aspetto cognitivo, aspetto quest’ultimo su cui il soggetto investiva in modo primario (sia nel Rorschach che nel TAT), ma che spesso veniva messo in scacco dall’irrompere dell’affettività, riportando quindi problematiche relative anche a un esame di realtà corretto e funzionale. In altre parole, emersero alcuni aspetti strutturali e funzionali importanti per approfondire la conoscenza del funzioUNA COLLABORAZIONE È PERÒ POSSIBILE

135


namento mentale del soggetto. Alcuni dati indicavano una buona tenuta del soggetto a livello formale e superficiale, per cui in situazioni di quotidiana e ordinaria «amministrazione» le sue capacità erano orientate nel senso dell’ipercontrollo e dell’ipervigilanza; non lo erano più quando in determinati, specifici contesti di realtà, angosce profonde emergevano e fornivano una spinta a un’affettività e a un’emotività poco o nulla integrate e gestibili. In simili contesti il percepito subiva delle distorsioni interpretative, l’esame di realtà si indeboliva, la consapevolezza interpretativa del contesto e della situazione veniva meno, il funzionamento cognitivo e la funzione riflessiva risultavano sommerse da spinte emotive non integrate. Pertanto in questi casi le sue capacità cognitive e iperrazionali venivano messe in scacco dall’emergere di un’affettività e di un’angoscia profondamente disturbate e rimosse, che potevano conferire significati devastanti e destrutturanti al suo normale funzionamento mentale. A questo punto si presentò un altro problema di assoluta rilevanza forense: Renato mi aveva fornito una versione credibile delle sue esperienze di vita e dell’omicidio commesso, oppure tutto il suo racconto era frutto di mera invenzione e di una versione defensionale? In altre parole, mi chiesi se era possibile verificare: 1. l’esistenza di un abuso subito da Giovanni durante il periodo di età compreso tra i 9 ed 11 anni; 2. la provocazione effettuata da Giovanni verso l’esaminato. Giovanni avrebbe fatto allusioni circa i rapporti sessuali avvenuti tra lo stesso e Renato, durante il periodo tra i 9 e gli 11 anni, e circa la possibilità di abuso nei confronti del figlio dell’esaminato (Paolo). Quest’ultimo aspetto avrebbe fatto riemergere nella memoria di Renato vecchi ricordi, riguardanti i rapporti sessuali che Giovanni aveva cominciato ad avere con suo fratello minore, circa 26 anni prima; 3. l’assenza di frequentazione di Renato con Giovanni nel periodo intercorso dai 12 anni a oggi; 4. la premeditazione dell’azione omicidiaria. Il quesito per me nasceva dal fatto che, al momento della indagine peritale richiestami, la ricostruzione del fatto-reato era tutt’altro che pacifica, dal momento che le diverse versioni, in punto momento cruciale dell’episodio e di ciò che immediatamente lo aveva preceduto e seguito, risultavano piuttosto contraddittorie e lacunose. In altre parole, mi trovavo di fronte a una verità processuale provvisoria e in fieri. Per questa ragione chiesi al prof. Sartori di sottoporre Renato a indagine neuropsicologica attraverso il ricorso a metodologie in

136

grado di documentare la presenza di memorie autobiografiche nel cervello del soggetto esaminato. Le metodologie a cui in generale si fa riferimento utilizzano la fMRI, i potenziali evocati (P300) e procedure comportamentali. Nel caso di specie, i due metodi utilizzati sono stati lo autobiographical Implicit Association Test (aIAT) (Sartori et al. 2008) e il Timed Antagonistic Response Alethiometer (TARA) (Gregg 2007). L’autobiographical Implicit Association Test (aIAT) e la misurazione della traccia di memoria.23 Le moderne neuroscienze hanno sviluppato una procedura che permette di verificare l’esistenza di una traccia mnestica relativa a un evento autobiografico nel cervello del soggetto esaminato. Al fine di valutare l’esistenza una traccia mnesica, relativa ai fatti di seguito discussi, nel cervello di Renato, è stato applicato lo autobiographical Implicit Association Test che rappresenta uno sviluppo specifico della metodologia IAT (Greenwald et al. 1998).24-25

23. La logica che sta alla base dello IAT è la seguente: quando due concetti, associati tra loro, richiedono la stessa risposta motoria (premere lo stesso tasto), i soggetti risponderanno più velocemente rispetto a quando gli stessi due concetti associati richiedono due risposte motorie differenti (premere tasti diversi). Supponiamo di voler verificare se esista un pregiudizio implicito verso le persone di colore rispetto a quelle di razza bianca. Il soggetto esaminato deve classificare le fotografie di volti che gli vengono mostrate su un monitor di computer, come bianche o nere, usando due tasti e rispondendo il più velocemente possibile. Mescolate assieme ai volti possono comparire parole piacevoli (es. neonato) o spiacevoli (es. scorpione) e, il soggetto esaminato, deve classificarle usando sempre i medesimi due tasti. L’autobiographical-IAT si basa su una modificazione innovativa di tale metodologia. La logica alla base dello autobiographical-IAT (Sartori et al. 2008) è la seguente: quando il soggetto dovrà rispondere, attraverso la stessa risposta motoria (premere lo stesso tasto), ad affermazioni vere, riguardanti la sua condizione al momento del test, e ad affermazioni autobiografiche vere, il tempo impiegato in tale azione sarà minore rispetto alla condizione in cui lo stesso dovrà rispondere con lo stesso tasto ad affermazioni false, riguardanti la sua condizione al momento del test, e ad affermazioni autobiografiche vere. Per esempio: al soggetto saranno presentate frasi associate alla condizione di «colpevole» (es. Ho ucciso mia madre) e frasi associate alla condizione di «innocente» (es. Non ho ucciso mia madre). Il soggetto dovrà rispondere attraverso due tasti. Mescolate a tali affermazioni saranno presenti frasi sempre vere (es. Sono di fronte al computer) e frasi sempre false (es. Sto scalando una montagna). Anch’esse saranno da classificare attraverso gli stessi due tasti di risposta. Se l’esaminato mostrerà tempi di risposta inferiori quando dovrà rispondere, con lo stesso tasto, alle frasi vere e alle frasi relative a «colpevole», vorrà dire che «Ho ucciso mia madre» è la traccia presente nella sua memoria, ovvero il soggetto ha commesso l’omicidio. Al contrario, se l’esaminato mostrerà tempi di risposta inferiori quando dovrà rispondere, con lo stesso tasto, alle frasi vere e alle frasi relative a «innocente», vorrà dire che «Non ho ucciso mia madre» è la traccia presente nella sua memoria, ovvero il soggetto non ha commesso alcun omicidio. 24. Lo autobiographical-IAT ha le seguenti caratteristiche: › è un metodo estremamente accurato e permette di ottenere informazioni affidabili di molto superiori a qualunque altro metodo disponibile;

UNA COLLABORAZIONE È PERÒ POSSIBILE

137


Esclusione della contraffazione nello IAT. Per quanto riguarda la possibilità di contraffare l’effetto dello IAT, studi recenti (Asendorpf et al. 2002; Banse et al. 2000; Egloff, Schmuckle 2002; Fiedler, Bluemke 2005; Kim D.A., Oh H. 2001; Steffens et al. 2004) hanno dimostrato che, se il soggetto non conosce il funzionamento della metodologia, è praticamente impossibile il controllo consapevole sulle proprie risposte. Altre ricerche hanno evidenziato che i soggetti, che non hanno mai visto lo IAT, non sono in grado di controllare le proprie risposte, nemmeno quando viene loro chiesto esplicitamente di farlo. Infine ulteriori esperimenti hanno dimostrato come anche le persone che conoscono il funzionamento dello IAT non riescono a modificare artificiosamente i risultati. Per identificare la menzogna è stata utilizzata la metodologia TARA (Timed Antagonistic Response Alethiometer), che permette di definire se il soggetto sia onesto, o al contrario menta, nel momento in cui ci classifica › è un metodo flessibile in quanto permette di verificare l’esistenza di tracce di memoria di qualunque tipo. Nel caso in esame l’esistenza di una traccia mnestica relativa a fatti concernenti il presunto abuso subito, la provocazione che avrebbe spinto il sig. Paolo Coen ad agire, l’assenza di premeditazione e l’assenza di frequentazione tra il sig. Paolo Coen e la vittima. È quindi un test adattabile alle specificità del caso in esame. Permette, infatti, di personalizzare le frasi. Si basa sulla memoria implicita e, quindi, «inconscia». È un metodo che non è passibile di contromisure efficaci da parte del soggetto. In altre parole, l’esaminato, anche volendo, non riesce a mettere in atto contromisure che permettano di alterarne i risultati. I dati sono calcolati mediante procedura algoritmica. Per tale ragione, qualsiasi consulente, partendo dai medesimi dati, arriverà alle medesime conclusioni. 25. Metodologia di analisi dei dati: IAT/aIAT. La procedura, di seguito descritta, è utilizzata sia per le analisi dei dati dello IAT classico che per lo aIAT. L’attenzione è posta sull’indice IAT, calcolato secondo la procedura proposta da Greenwald e coll. (2003). Questo indice è ricavato mediante procedura algoritmica e, pertanto, replicabile da qualsiasi consulente in qualsiasi momento. La tabella 2, relativa allo aIAT, faciliterà la comprensione della modalità attraverso la quale i dati vengono analizzati e mediante la quale si ottiene l’indice IAT. L’indice IAT, viene calcolato come la differenza tra i tempi di reazione tra la situazione incongruente e quella congruente, tenendo in considerazione gli errori commessi dal soggetto. Se tale indice assumerà valori positivi vorrà dire che l’esaminato avrà riportato minori tempi di risposta nella condizione congruente (vero/innocente). Questo significa che lo stesso esaminato non ha commesso/vissuto l’evento oggetto di indagine, in quanto presente nella sua memoria una traccia dell’evento corrispondente a «innocente». Se tale indice assumerà valori negativi vorrà dire che l’esaminato avrà riportato minori tempi di risposta nella condizione incongruente (vero/colpevole). Questo significa che l’esaminato ha commesso/ vissuto l’evento oggetto di indagine, in quanto presente nella sua memoria una traccia dell’evento corrispondente a «colpevole». La differenza nei tempi di reazione, tra la condizione congruente e quella incongruente, infatti, serve a ricavare il grado in cui i concetti sono associati nel cervello dell’esaminato. In altri termini, se nel cervello del soggetto esistesse una traccia di memoria «innocente», corrispondente alla frase «Non ho commesso il crimine», i tempi di reazione, in questa condizione, dovrebbero essere minori nel caso in cui l’esaminato debba rispondere, con lo stesso tasto a frasi vere, come «Sono di fronte a un computer».

138

informazioni che lo riguardano.26 Se al soggetto sarà chiesto di rispondere in modo onesto alle frasi che lo riguardano, attraverso due tasti (associati a «vero» e «falso»), il tempo impiegato nell’effettuare la risposta motoria sarà minore, rispetto alla condizione in cui al soggetto sia chiesto di mentire rispetto alle stesse affermazioni presentategli.27 Metodologia di analisi dei dati: TARA. L’attenzione è posta sulla condizione di onestà, in cui al soggetto è richiesto di rispondere in modo onesto alle affermazioni che lo riguardano, e alla condizione di disonestà, in cui al soggetto è richiesto di mentire rispetto alle affermazioni che lo riguardano. La differenza nei tempi di reazione tra le condizioni di onestà e disonestà, è stata calcolata seguendo la procedura proposta da Gregg e coll. (2007). Gli stessi risultati sono, pertanto, replicabili da qualsiasi consulente in qualsiasi momento. Se i tempi di risposta saranno minori nella condizione di onestà, vorrà dire che l’esaminato 26. TARA ha le seguenti caratteristiche: Permette di valutare se il soggetto sia onesto, in relazione all’evento d’indagine verso il quale è chiamato a rispondere. Nel caso specifico, consente di definire se l’esaminato abbia affermato il vero nel momento in cui ha riportato di essere stato vittima di abuso sessuale, di non aver premeditato l’omicidio e di non aver più frequentato la vittima dalla sua infanzia. È un test adattabile alle specificità del caso in esame, permettendo di personalizzare le frasi in relazione al soggetto ed all’evento indagato. Si basa sulla conoscenza semantica che l’individuo ha verso se stesso, in particolare verso l’evento cui è chiamato a rispondere. È un metodo che non permette al soggetto di mettere in pratica contromisure efficaci, anche volendo, per alterarne i risultati. I risultati sono calcolati mediante procedura algoritmica. Per tale ragione, qualsiasi consulente, partendo dai medesimi dati, giungerà alle medesime conclusioni. 27. Verrà esplicitato, di seguito, un esempio classico della metodologia, in modo che si possa comprendere meglio il meccanismo di azione di TARA. Ipotizziamo che si voglia valutare come si differenzino i tempi di risposta nel caso in cui un soggetto sia onesto e nel caso in cui menta. All’esaminato verranno presentate, sul monitor, affermazioni autobiografiche vere (es. Il mio nome è Luca) e affermazioni autobiografiche false (es. Il mio nome è Marco). Il soggetto dovrà rispondere premendo due tasti, uno associato al «vero» e l’altro associato al «falso». Mescolate a tali frasi, all’esaminato, verranno presentate affermazioni vere (es. Sono di fronte a un computer) o false (es. Sono sdraiato su una spiaggia), relative alla condizione in cui egli si trova nel momento in cui svolge il test. Anch’esse dovranno essere classificate con gli stessi due tasti. Se al soggetto sarà chiesto di rispondere in modo onesto, lo stesso tasto sarà utilizzato per rispondere alle affermazioni autobiografiche vere e alle frasi vere, circa la condizione attuale. Al contrario, nel caso in cui al soggetto sia chiesto di mentire, ma solo in relazione alle affermazioni autobiografiche, il soggetto dovrà utilizzare due tasti diversi per classificare le frasi autobiografiche vere e le frasi vere della condizione attuale. L’esaminato dovrà, quindi, rispondere alle affermazioni che lo riguardano, in modo contrario rispetto a quelle che sono le sue conoscenze reali di sé. Dovrà, inoltre, inibire la risposta motoria che lo porterebbe a premere il tasto «vero» (nel caso gli si presenti una frase autobiografica vera) e attuare un’azione contraria, ovvero premere il tasto «falso». Tale incompatibilità che si viene a creare, farà sì che il soggetto impieghi maggior tempo nel rispondere.

UNA COLLABORAZIONE È PERÒ POSSIBILE

139


è stato onesto nel momento in cui ha sottolineato la propria condizione di innocenza o in relazione all’evento dallo stesso narrato. Se i tempi di risposta saranno minori nella condizione di disonestà, vorrà dire che l’esaminato ha mentito, nel momento in cui ha riportato di essere innocente o in relazione agli eventi narrati. A questo punto si è proceduto nello studio della memoria di informazioni autobiografiche relative a eventi processualmente rilevanti, con i due metodi aIAT e TARA, incentrati sulle seguenti tematiche: › esistenza di un abuso subito da Renato durante il periodo di età compreso tra i 9 ed 11 anni; › provocazione effettuata da Giovanni verso l’esaminato. Giovanni avrebbe fatto allusioni, circa i rapporti sessuali avvenuti tra lo stesso e Renato durante il periodo tra suoi 9 e gli 11 anni, e circa la possibilità di abuso nei confronti di Paolo, figlio dell’esaminato. Quest’ultimo aspetto avrebbe fatto riemergere nella memoria di Renato vecchi ricordi, riguardanti i rapporti sessuali che Giovanni aveva cominciato ad avere con suo fratello minore, circa 26 anni prima; › mancanza di frequentazione da parte di Renato con Giovanni nel periodo intercorso dai 12 anni a oggi; › premeditazione dell’azione omicidiaria. Ognuna di queste informazioni autobiografiche è stata rappresentata da numero 5 frasi, in opposizione con altrettante frasi che rappresentano un’ipotetica versione accusatoria dei medesimi fatti. Le frasi associate all’evento d’indagine sono riportate nella seguente tabella. Tab. 1. informazioni autobiografiche Argomento ABUSO SESSUALE

140

Eventi riportati dall’esaminato 1. Giovanni mi ha chiesto di toccarlo 2. Giovanni mi ha penetrato 3. Giovanni ha eiaculato dentro i miei pantaloni 4. Giovanni ha cercato di penetrarmi 5. Giovanni si è fatto masturbare da me

Eventi di confronto 1. Giovanni mi ha trafitto con un coltello 2. Giovanni mi ha accoltellato 3. Giovanni mi ha colpito con un coltello 4. Giovanni mi ha ferito con un coltello 5. Giovanni mi ha leso con un coltello

ABUSO SESSUALE

1. Giovanni mi ha chiesto di toccarlo 2. Giovanni mi ha penetrato 3. Giovanni ha eiaculato dentro i miei pantaloni 4. Giovanni ha cercato di penetrarmi 5. Giovanni si è fatto masturbare da me

1. Giovanni non mi ha chiesto di toccarlo 2. Giovanni non mi ha mai penetrato 3. Giovanni non ha eiaculato dentro i miei pantaloni 4. Giovanni non ha mai cercato di penetrarmi 5. Giovanni non si è fatto mai masturbare da me PROVOCAZIONE 1. Ho visto Giovanni toccare 1. Giovanni mi la testa di Paolo ha ignorato per tutto 2. Ho visto Giovanni sorridere il tempo a Paolo 2. Giovanni ha ignorato 3. Giovanni ha fatto Paolo per tutto il riferimento ai nostri tempo rapporti sessuali 3. Giovanni ha evitato 4. Ho creduto che Giovanni di parlare con me volesse abusare di Paolo 4. Giovanni ha evitato 5. Ho sentito Giovanni Paolo per tutta la notte chiedere a Paolo se fosse 5. Giovanni ha evitato pronto il contatto con Paolo FREQUENTAZIONE 1. Ho incontrato Giovanni 1. Ho visto Giovanni solo il giorno in cui si è regolarmente dopo verificato il fatto la mia infanzia 2. Vidi Giovanni la notte 2. Ho incontrato della sua morte dopo più Giovanni prima della di 20 anni notte della sua morte 3. Ho incontrato Giovanni 3. Ho visto Giovanni solo dopo 25 anni regolarmente 4. Ho rivisto Giovanni negli ultimi 20 anni al ristorante 4. Ho visto Giovanni 5. Ho incontrato Giovanni regolarmente dopo solo dopo due decadi i miei 10 anni 5. Ho visto Giovanni molte volte negli ultimi anni PREMEDITAZIONE 1. Ho perso il controllo 1. Avevo pianificato e sparato senza intenzione il crimine sin 2. Ho provato un impulso dall’infanzia ad agire vedendo Giovanni 2. Avevo pianificato sorridere a Paolo l’omicidio di Giovanni 3. Ho sparato verso Giovanni molto tempo prima senza una chiara intenzione 3. Ho pianificato 4. Ho deciso al momento l’omicidio di Giovanni di sparare a Giovanni per lungo tempo 5. Ho agito senza intenzione 4. Ho incontrato la notte del crimine Giovanni con l’intenzione di ucciderlo 5. Ho organizzato un agguato ai danni di Giovanni UNA COLLABORAZIONE È PERÒ POSSIBILE

141


Valutazione dell’abuso sessuale. A questo scopo sono stati somministrati all’esaminato due aIAT, seguiti dalla somministrazione di TARA. 1. Somministrazione aIAT. Nella prima somministrazione è stato contrapposto l’evento abuso sessuale, così come raccontato dall’esaminato, con l’evento accoltellamento, fatto di per certo mai avvenuto. Lo scopo era quello di valutare se esisteva, nel cervello di Renato, una traccia di memoria abuso sessuale corrispondente all’evento Giovanni mi ha penetrato. Lo IAT ci permette, quindi, di stabilire se sia presente un’associazione, a livello neurale, tra il concetto vero e il concetto abuso sessuale. Nello IAT sono presentati in ordine casuale degli stimoli che rappresentano quattro concetti/eventi. Nel caso in esame i concetti considerati sono: vero/falso e abuso/accoltellamento. Noi siamo interessati a verificare l’eventuale esistenza di un’associazione tra vero-abuso Sessuale o vero-accoltellamento. Se risulterà che vero è associato ad abuso sessuale, significherà che esiste una traccia di memoria corrispondente all’abuso sessuale. Se risulterà che vero è associato ad accoltellamento significherà che la traccia di memoria è quella dell’accoltellamento. Si riportano di seguito, in modo esaustivo, i risultati relativi alla prima prova condotta sull’argomento abuso sessuale, al fine di far comprendere la procedura e il metodo di analisi dello aIAT. Successivamente sugli argomenti di premeditazione, provocazione e frequentazione si riporteranno i risultati solamente in forma sintetica. Il metodo prevede che il soggetto esaminato debba rispondere con due tasti, nel modo più veloce possibile, a stimoli presentati visivamente secondo lo schema seguente. Tab. 2. Esempi di frasi presenti nello aIAT relativo all’argomento abuso Tipo di condizione Tasto sinistro

Tasto destro

CONGRUENTE

Vero (Sono di fronte al computer)

Falso (Sono sdraiato sul divano)

Abuso sessuale (Giovanni mi ha chiesto di toccarlo)

Accoltellamento (Giovanni mi ha ferito con un coltello)

INCONGRUENTE

Vero (Sono di fronte al computer)

Falso (Sono sdraiato sul divano)

Accoltellamento (Giovanni mi ha ferito con un coltello)

Abuso sessuale (Giovanni mi ha chiesto di toccarlo)

La differenza nei tempi di reazione, tra la condizione congruente e quella incongruente, serve a ricavare il grado in cui i concetti sono associati nel cervello dell’esaminato. In altri termini, se nel cervello del Renato esistesse una traccia di memoria abuso sessuale, corrispondente alla frase Giovanni mi ha penetrato, i tempi di reazione, in questa condizione, dovrebbero essere minori nel caso in cui l’esaminato debba rispondere, con lo stesso tasto, a frasi vere, come Sono di fronte a un computer. Come vedremo di seguito, è proprio ciò che è accaduto per Renato. L’indice IAT è stato calcolato secondo la procedura proposta da Greenwald e coll. (2003). Questo indice è ricavato mediante procedura algoritmica e, pertanto, replicabile da qualsiasi consulente in qualsiasi momento. I tempi di reazione dell’esaminato, accurati al millisecondo, della condizione vero/abuso sessuale (condizione congruente) sono pari a: 1921 ms. I tempi di reazione della situazione vero/accoltellamento (condizione incongruente) sono pari a: 4153 ms. La differenza fra i tempi di reazione, nella condizione congruente e in quella incongruente, risulta essere statisticamente significativa (p<0,001)28 e indica che i tempi di risposta nella condizione vero/abuso sessuale, sono minori di quelli relativi alla condizione vero/accoltellamento. L’indice IAT, che viene calcolato come la differenza tra i tempi di reazione tra la situazione incongruente e quella congruente, tenendo in considerazione gli errori commessi dal soggetto, è pari a 1,29 (l’indice sarebbe stato negativo se la traccia di memoria vera fosse stata vero/accoltellamento). Tale indice rappresenta una differenza significativa nei tempi di reazione tra le due condizioni (incongruente e congruente) e sta a indicare che Giovanni mi ha penetrato è la traccia mnesica che si trova nel cervello di Renato. Il valore di p<0,001 sta a indicare che, nel fare la precedente affermazione, c’è solo una possibilità su mille di sbagliare. I risultati ottenuti indicano che Renato mostra un’associazione molto forte, a livello di tracce mestiche nel cervello, fra il concetto 28. La significatività statistica è stata calcolata usando il t di Student.

142

UNA COLLABORAZIONE È PERÒ POSSIBILE

143


di vero e la categoria abuso sessuale (es. Giovanni mi ha penetrato) fornendo, così, una conferma indipendente, oggettiva e non falsificabile del fatto che abuso sessuale è la traccia di memoria che si trova nel cervello del soggetto esaminato. In conclusione, da quanto sopra riportato, si può affermare che il soggetto sia stato realmente abusato nel periodo intercorso tra i 9 e gli 11 anni. Nella seconda somministrazione dello aIAT è stato contrapposto l’evento abuso sessuale con il suo opposto non abuso sessuale, con lo scopo di verificare se esisteva nel cervello dell’esaminato una traccia dell’evento abuso sessuale corrispondente all’evento Giovanni mi ha penetrato. Lo IAT ci permette, quindi, di stabilire se sia presente un’associazione, a livello neurale, tra il concetto vero e il concetto abuso sessuale. Il metodo prevede che il soggetto esaminato debba rispondere con due tasti, nel modo più veloce possibile, a stimoli presentati visivamente secondo la seguente tabella. Tab. 3. Esempi di frasi appartenenti al secondo IAT somministrato all’esaminato relativo all’argomento abuso Tipo di condizione Tasto sinistro

Tasto destro

CONGRUENTE

Vero (Sono di fronte al computer)

Falso (Sono sdraiato sul divano)

Abuso sessuale (Giovanni mi ha chiesto di toccarlo)

Accoltellamento (Giovanni non mi ha mai chiesto di toccarlo)

Vero (Sono di fronte al computer)

Falso (Sono sdraiato sul divano)

Accoltellamento (Giovanni non mi ha mai chiesto di toccarlo)

Abuso sessuale (Giovanni mi ha chiesto di toccarlo)

INCONGRUENTE

I tempi di reazione dell’esaminato, accurati al millisecondo, della condizione vero/abuso sessuale (condizione congruente) sono pari a: 2390 ms. I tempi di reazione della situazione vero/non abuso sessuale (condizione incongruente) sono pari a: 3825 ms. La differenza fra i tempi di reazione, nella condizione incongruente e in quella

144

congruente, risulta essere statisticamente significativa (p<0,001)29 e indica che i tempi di risposta nella condizione vero/abuso sessuale, sono minori di quelli della condizione vero/non abuso sessuale. L’indice IAT è pari a 1,02 (l’indice sarebbe stato negativo se la traccia di memoria vera fosse stata vero/non abuso sessuale). Tale indice rappresenta una differenza significativa nei tempi di reazione tra le due condizioni (incongruente e congruente) e sta a indicare che Giovanni mi ha penetrato è la traccia mnesica che si trova nel cervello del Renato. Il valore di p<0,001 sta a indicare che, nel fare la precedente affermazione, c’è solo una possibilità su mille di sbagliare. Renato mostra un’associazione molto forte, a livello di tracce mestiche nel cervello, fra il concetto di vero e la categoria abuso sessuale (es. Giovanni mi ha penetrato) fornendo, così, una conferma indipendente, oggettiva e non falsificabile del fatto che abuso sessuale è la traccia di memoria che si trova nel cervello del soggetto esaminato. In conclusione, anche dai risultati ottenuti nel secondo IAT, si può affermare che il soggetto sia stato realmente abusato nel periodo intercorso tra i 9 e gli 11 anni. Il TARA, applicato al caso in esame, ci permetterà di stabilire se Renato sia stato onesto nel momento in cui ha raccontato di essere stato abusato, nel periodo intercorso tra i 9 e gli 11 anni. In questo metodo vengono presentati, in ordine casuale, degli stimoli da associare a due concetti, nello specifico: vero/falso. Si riportano di seguito, in modo esaustivo, i risultati relativi alla prima prova condotta con TARA sull’argomento abuso sessuale, al fine di farne comprendere la procedura e il metodo di analisi. Successivamente sugli argomenti di premeditazione e frequentazione si riporteranno i risultati solamente in forma sintetica. Il metodo TARA prevede che il soggetto risponda, nel modo più veloce possibile, attraverso due tasti a stimoli che verranno lui presentati visivamente, secondo la seguente tabella.

29. La significatività statistica è stata calcolata usando il t di Student.

UNA COLLABORAZIONE È PERÒ POSSIBILE

145


Tab. 4. Esempi di frasi presenti in TARA, utilizzate con l’esaminato in relazione all’argomento abuso Tipo di condizione

Tasto sinistro

Tasto destro

Vero (Sono di fronte al computer) ONESTÀ o (il soggetto risponde (Giovanni mi ha chiesto ONESTAMENTE) di toccarlo)

Falso (Sono sdraiato sul divano) o (Giovanni mi ha ferito con il coltello)

Vero DISONESTÀ (Sono di fronte al computer) (il soggetto risponde o DISONESTAMENTE) (Giovanni mi ha ferito con il coltello)

Falso (Sono sdraiato sul divano) o (Giovanni mi ha chiesto di toccarlo)

La differenza nei tempi di reazione, confrontando la condizione di onestà e quella di disonestà, ci permette di valutare se l’evento associato all’abuso sessuale (es. Giovanni mi ha penetrato) sia realmente stato esperito dal soggetto. In altre parole, se il soggetto mostrerà tempi di reazione minori nella condizione di onestà (vero/ Giovanni mi ha penetrato), significherà che ha realmente subito l’abuso sessuale, come da egli stesso narrato. Al contrario, se i tempi di reazione saranno minori nella condizione disonestà (vero/Giovanni mi ha ferito con il coltello), significherà che ha mentito nel raccontare di essere stato abusato. La differenza dei tempi di reazione tra le condizioni di onestà e disonestà è stata calcolata seguendo la procedura proposta da Gregg e coll. (2007). Gli stessi risultati sono, pertanto, replicabili da qualsiasi consulente in qualsiasi momento. I tempi di reazione dell’esaminato, accurati al millisecondo, della condizione onestà (vero/ Giovanni mi ha penetrato) sono pari a: 2127 ms. I tempi di reazione della situazione disonestà (vero/Giovanni mi ha ferito con il coltello) sono pari a: 3950 ms. La differenza fra i tempi di reazione, in queste due condizioni, risulta essere statisticamente significativa (p<0,001)30 e indica che i tempi di reazione nella condizione vero/ Giovanni mi ha penetrato, sono minori di quelli della condizione vero/Giovanni mi ha ferito con il coltello. In altre parole, il soggetto è onesto nel momento in cui afferma di essere stato abusato. Si giunge, così, a ottenere un’ulteriore conferma del fatto che Renato sia realmente stato abusato nel periodo intercorso tra i 9 e gli 11

anni. Il valore p<0,001 sta a indicare che, nel fare la precedente affermazione, c’è solo una possibilità su mille di sbagliare. Nel complesso, a conclusione dei tre test somministrati sull’argomento abuso sessuale, si può affermare che Renato mostra un’associazione molto forte, a livello di tracce mnesiche nel cervello, fra il concetto di vero e il concetto di abuso sessuale (Giovanni mi ha penetrato), fornendo così una conferma indipendente, oggettiva e non falsificabile dall’esaminato del fatto che Giovanni mi ha penetrato è la traccia di memoria che si trova nel cervello del Renato, e del fatto che lo stesso sia stato onesto nel riportare tale evento. Valutazione della provocazione. Per valutare se l’esaminato abbia commesso l’omicidio in quanto provocato dalla vittima, è stato applicato lo aIAT. Tale strumento, infatti, basandosi sulle memorie celate, implicite, ci permetterà di verificare se sia presente nel suo cervello una traccia di memoria contatto corrispondente all’evento Ho sentito Giovanni chiedere a Paolo se fosse pronto. Tale evento è stato contrapposto con la condizione di evitamento, nei termini di assenza di relazione. Lo IAT ci permette, quindi, di stabilire se sia presente un’associazione, a livello neurale, tra il concetto vero e il concetto contatto. Il metodo prevede che il soggetto esaminato debba rispondere con due tasti, nel modo più veloce possibile, a degli stimoli presentati visivamente secondo la tabella seguente. Tab. 5. Esempi di frasi presenti nello aIAT in relazione all’argomento provocazione Tipo di condizione Tasto Sinistro

CONGRUENTE

INCONGRUENTE

Tasto Destro

Vero (Sono di fronte al computer)

Falso (Sono sdraiato sulla spiaggia)

Contatto (Ho sentito Giovanni chiedere a Paolo se fosse pronto) Vero (Sono di fronte al computer)

Evitamento (Giovanni ha ignorato Paolo per tutto il tempo)

Evitamento (Giovanni ha ignorato Paolo per tutto il tempo)

30. La significatività statistica è stata calcolata usando il t di Student.

146

UNA COLLABORAZIONE È PERÒ POSSIBILE

147

Falso (Sono sdraiato sulla spiaggia) Contatto (Ho sentito Giovanni chiedere a Paolo se fosse pronto)


I tempi di reazione dell’esaminato, accurati al millisecondo, della condizione vero/contatto (condizione congruente) sono pari a 2785 ms. I tempi di reazione della situazione vero/evitamento (condizione incongruente) sono pari a 3468 ms. La differenza fra i tempi di reazione, nella condizione congruente e in quella incongruente, risulta essere statisticamente significativa (p<0,001)31 e indica che i tempi di risposta nella condizione vero/contatto, sono minori di quelli relativi alla condizione vero/evitamento. L’indice IAT è pari a 0,57 (l’indice sarebbe stato negativo se la traccia di memoria vera fosse stata vero/evitamento). Tale indice rappresenta una differenza significativa nei tempi di reazione tra le due condizioni (incongruente e congruente) e sta a indicare che Ho sentito Giovanni chiedere a Paolo se fosse pronto è la traccia mnesica che si trova nel cervello del Renato. Il valore di p<0,001 sta a indicare che, nel fare la precedente affermazione, c’è solo una possibilità su mille di sbagliare. I risultati ottenuti indicano che Renato mostra un’associazione molto forte, a livello di tracce mestiche nel cervello, fra il concetto di vero e la categoria contatto (es. Ho sentito Giovanni chiedere a Paolo se fosse pronto) fornendo, così, una conferma indipendente, oggettiva e non falsificabile del fatto che contatto è la traccia di memoria che si trova nel cervello del soggetto esaminato. In conclusione, da quanto sopra riportato, si può affermare che l’esaminato sia stato realmente provocato la sera in cui ha commesso l’omicidio e che sia stata proprio tale provocazione a spingere Renato a commettere l’omicidio. Valutazione della frequentazione. Per valutare se l’esaminato abbia frequentato la vittima, dopo la sua infanzia, o non l’abbia più incontrato per i successivi 25 anni, come dallo stesso riportato, è stato applicato lo aIAT seguito dalla somministrazione di TARA. 1. Somministrazione aIAT: tale strumento permetterà di verificare se sia presente nel cervello del Renato una traccia di memoria primo incontro corrispondente all’evento Ho incontrato Giovanni solo dopo 25 anni. Tale evento è stato contrapposto con la condizione di frequentazione. Lo IAT ci permette, quindi, di stabilire se sia presente un’associazione, a livello neurale, tra il concetto vero e il concetto primo incontro. Il metodo prevede che il soggetto esaminato debba rispondere con due tasti, nel modo più veloce possibile, a stimoli presentati visivamente secondo la tabella seguente.

Tab. 6. Esempi di frasi utilizzate nello aIAT in relazione all’argomento frequentazione Tipo di condizione Tasto sinistro

Tasto destro

CONGRUENTE

Vero (Sono di fronte al computer)

Falso (Sono sdraiato sulla spiaggia)

Primo incontro (Ho incontrato Giovanni dopo 25 anni) Vero (Sono di fronte al computer)

Frequentazione (Ho visto Giovanni molte volte negli ultimi anni) Falso (Sono sdraiato sulla spiaggia)

Frequentazione (Ho visto Giovanni molte volte negli ultimi anni)

Primo incontro (Ho incontrato Giovanni dopo 25 anni)

INCONGRUENTE

Risultanze a IAT dell’esaminato. I tempi di reazione dell’esaminato, accurati al millisecondo, della condizione vero/primo incontro (condizione congruente) sono pari a 3552 ms. I tempi di reazione della situazione vero/frequentazione (condizione incongruente) sono pari a 3335 ms. L’indice IAT è pari a -0,14. Tale valore, cadendo all’interno del range [-0,2; +0,2], indicativo di un effect size «piccolo» (Cohen 1988), non ci permette di affermare quale dei due eventi sia quello presente nel cervello del Renato. La differenza nella media dei tempi di reazione tra le due condizioni non risulta essere statisticamente significativa. Da quanto emerso, non si può apportare alcuna conclusione circa la traccia mnesica presente nel cervello di Renato, in relazione all’argomento frequentazione. I risultati sono incerti. 2. Somministrazione TARA: lo scopo è quello di valutare se l’esaminato sia stato onesto nel momento in cui ha raccontato di non aver mai più frequentato la vittima, dalla sua infanzia per circa 25 anni. Il metodo prevede che il soggetto risponda nel modo più veloce possibile, attraverso due tasti, a degli stimoli che verranno lui presentati visivamente.

31. La significatività statistica è stata calcolata usando il t di Student.

148

UNA COLLABORAZIONE È PERÒ POSSIBILE

149


Tab. 7. Esempi di frasi presenti in TARA relative all’argomento frequentazione Tipo di condizione

Tasto sinistro Vero (Sono di fronte ONESTÀ al computer) (il soggetto risponde o ONESTAMENTE) (Ho incontrato Giovanni dopo 25 anni) Vero (Sono di fronte DISONESTÀ al computer) (il soggetto risponde o DISONESTAMENTE) (Ho visto Giovanni molte volte negli ultimi anni)

Tasto destro Falso (Sono sdraiato sulla spiaggia) o (Ho visto Giovanni molte volte negli ultimi anni) Falso (Sono sdraiato sulla spiaggia) o (Ho incontrato Giovanni dopo 25 anni)

corrispondente all’evento Ho deciso in quel momento di sparare a Giovanni. Ho contrapposto tale evento con la condizione di premeditazione. Lo IAT ci permette, quindi, di stabilire se sia presente un’associazione, a livello neurale, tra il concetto vero e il concetto impulso. Il metodo prevede che il soggetto risponda nel modo più veloce possibile, attraverso due tasti, a degli stimoli che verranno lui presentati visivamente. Tab. 8. Esempi di frase presenti nello aIAT relative all’argomento premeditazione Tipo di condizione Tasto sinistro

Tasto destro

CONGRUENTE

Vero (Sono di fronte al computer)

Falso (Sono sdraiato sulla spiaggia)

Impulso (Ho deciso in quel momento di sparare a Giovanni) Vero (Sono di fronte al computer)

Premeditazione (Ho pianificato l’omicidio di Giovanni per lungo tempo)

I tempi di reazione dell’esaminato, accurati al millisecondo, della condizione onestà (vero/Ho incontrato Giovanni solo dopo 25 anni) sono pari a 2395 ms. I tempi di reazione della situazione disonestà (vero/Ho visto Giovanni molte volte negli ultimi anni) sono pari a 3981 ms. La differenza fra i tempi di reazione, in queste due condizioni, risulta essere statisticamente significativa (p<0,001)32 e indica che i tempi di reazione nella condizione vero/Ho incontrato giovanni solo dopo 25 anni, sono minori di quelli della condizione vero/Ho visto giovanni molte volte negli ultimi anni. Dai risultati emerge che Renato sia onesto nel momento in cui afferma di aver incontrato Giovanni, per la prima volta dopo circa 25 anni, il giorno in cui ha commesso il crimine. Il valore p<0,001 sta a indicare che, nel fare la precedente affermazione, c’è solo una possibilità su mille di sbagliare. A conclusione dei due test somministrati in relazione all’argomento frequentazione, si può avere solo una conferma indipendente, oggettiva e non falsificabile del fatto che Renato sia stato onesto nel momento in cui ha raccontato di non aver più frequentato la vittima per circa 25 anni. Valutazione della premeditazione. Al fine di valutare se il Renato abbia agito di impulso, la sera dell’omicidio o, al contrario, abbia premeditato l’agguato, ho somministrato lo aIAT e il TARA. 1. Somministrazione aIAT: lo scopo è quello di valutare se sia presente nel cervello di Renato una traccia di memoria impulso

I tempi di reazione dell’esaminato, accurati al millisecondo, della condizione vero/impulso (condizione congruente) sono pari a 2306 ms. I tempi di reazione della situazione vero/premeditazione (condizione incongruente) sono pari a 2518 ms. La differenza fra i tempi di reazione, nella condizione congruente e in quella incongruente, risulta essere statisticamente significativa (p<0,001)33 e indica che i tempi di risposta nella condizione vero/impulso, sono minori di quelli relativi alla condizione vero/premeditazione. L’indice IAT è pari a 0,25 (l’indice sarebbe stato negativo se la traccia di memoria vera fosse stata vero/premeditazione). Tale indice rappresenta una differenza significativa nei tempi di reazione tra le due condizioni (incongruente e congruente) e sta a indicare che Ho deciso in quel

32. La significatività statistica è stata calcolata usando il t di Student.

33. La significatività statistica è stata calcolata usando il t di Student.

150

INCONGRUENTE

Premeditazione (Ho pianificato l’omicidio di Giovanni per lungo tempo)

UNA COLLABORAZIONE È PERÒ POSSIBILE

Falso (Sono sdraiato sulla spiaggia) Impulso (Ho deciso in quel momento di sparare a Giovanni)

151


momento di sparare a Giovanni è la traccia mnesica che si trova nel cervello di Renato. Il valore di p<0,001 sta a indicare che, nel fare la precedente affermazione, c’è solo una possibilità su mille di sbagliare. I risultati ottenuti indicano che Renato mostra un’associazione molto forte, a livello di tracce mestiche nel cervello, fra il concetto di vero e la categoria impulso (es. Ho deciso in quel momento di sparare a Giovanni) fornendo, così, una conferma indipendente, oggettiva e non falsificabile del fatto che impulso è la traccia di memoria che si trova nel cervello del soggetto esaminato. In conclusione, da quanto sopra riportato, si può affermare che l’esaminato abbia realmente agito di impulso la sera in cui ha commesso l’omicidio. 2. Somministrazione TARA: lo scopo è quello di valutare se l’esaminato sia stato onesto nel momento in cui ha raccontato di non aver premeditato l’omicidio. Il metodo prevede che il soggetto risponda nel modo più veloce possibile, attraverso due tasti, a stimoli che verranno lui presentati visivamente. Tab. 9. Esempi di frasi presenti in TARA relative all’argomento premeditazione Tipo di condizione ONESTÀ (il soggetto risponde ONESTAMENTE)

DISONESTÀ (il soggetto risponde DISONESTAMENTE)

Tasto sinistro Vero (Sono di fronte al computer) o (Ho deciso in quel momento di sparare a Giovanni)

Tasto destro Falso (Sono sdraiato sulla spiaggia) o (Ho pianificato l’omicidio di Giovanni per lungo tempo)

Vero (Sono di fronte al computer) o (Ho pianificato l’omicidio di Giovanni per lungo tempo)

Falso (Sono sdraiato sulla spiaggia) o (Ho deciso in quel momento di sparare a Giovanni)

I tempi di reazione dell’esaminato, accurati al millisecondo, della condizione onestà (vero/Ho deciso al momento di sparare a Giovanni) sono pari a 2098 ms. I tempi di reazione della situazione disonestà (vero/Ho pianificato l’omicidio di Giovanni per lungo

152

tempo) sono pari a 3892 ms. La differenza fra i tempi di reazione, in queste due condizioni, risulta essere statisticamente significativa (p<0,001)34 e indica che i tempi di reazione nella condizione vero/ Ho deciso in quel momento di sparare a Giovanni, sono minori di quelli della condizione vero/Ho pianificato l’omicidio di Giovanni per lungo tempo. In altre parole, il soggetto è ONESTO nel momento in cui afferma di aver agito di impulso. Si giunge, così, a ottenere una conferma del fatto che Renato non abbia premeditato l’omicidio. Il valore p<0,001 sta a indicare che, nel fare la precedente affermazione, c’è solo una possibilità su mille di sbagliare. A conclusione dei due test somministrati in relazione all’argomento premeditazione, si può affermare che sia presente nel cervello di Renato una traccia di memoria della categoria impulso associato all’evento Ho deciso al momento di sparare a Giovanni e che lo stesso sia stato onesto nel momento in cui ha riportato tale evento come reale. La seguente tabella mostra in maniera riassuntiva i risultati ottenuti attraverso le prove somministrate a Renato. Tab. 10. Tabella riassuntiva dei risultati ottenuti attraverso le prove somministrate a Renato Memoria

aIAT

TARA

ABUSO

PRESENTE

PRESENTE

PROVOCAZIONE

PRESENTE

Non somministrato. Eventi fuori dalla consapevolezza dell’esaminato.1*

NON FREQUENTAZIONE

Risultato INCERTO

PRESENTE

IMPULSO all’azione PRESENTE

PRESENTE

1* Il TARA può essere effettuato solo su eventi autobiografici dei quali il soggetto è consapevole. L’autobiographical IAT invece può essere usato anche per eventi privi di consapevolezza.

L’applicazione dello autobiographical IAT e del TARA hanno permesso di evidenziare i contenuti di memoria sia consapevole (abuso, non-frequentazione di Giovanni e impulso all’azione), sia inconsapevole del soggetto esaminato (provocazione) e quindi di validare la versione esplicita sui fatti fornita dal soggetto esaminato. 34. La significatività statistica è stata calcolata usando il t di Student.

UNA COLLABORAZIONE È PERÒ POSSIBILE

153


Inquadramento clinico del caso. Tenuto conto di tutti i dati esposti nelle pagine precedenti, proverò ora a ricostruire le condizioni di mente di Renato all’epoca degli episodi di violenza sessuale subiti e al momento dei fatti, con riferimento agli stessi. La situazione clinica all’età di 10-11 anni. A quell’epoca, Renato, in riferimento alle aggressioni sessuali subite, ma soprattutto in riferimento all’episodio di violenza sessuale subita dal fratello e al quale fu costretto ad assistere, è stato sottoposto a un evento psicotraumatico la cui rievocazione confortata dai dati neuropsicologici è del tutto credibile e nel quale sono presenti entrambe le caratteristiche seguenti: 1. Renato ha vissuto, ha assistito e si è confrontato con uno o più eventi che hanno comportato minaccia di morte o di gravi lesioni o minaccia all’integrità fisica propria e del fratellino; 2. la sua risposta ha compreso intensa paura, sentimenti di impotenza e di orrore. È seguito evitamento persistente degli stimoli associati con il trauma, come indicato da almeno tre dei seguenti elementi: 1. sforzi per evitare pensieri, sensazioni o conversazioni associate con il trauma; 2. sforzi per evitare attività, luoghi o persone che evocano ricordi del trauma; 3. rifiuto di ricordare spontaneamente aspetti importanti del trauma. Risultano il tal modo soddisfatti alcuni criteri diagnostici significativi del Disturbo Post Traumatico da Stress o PTSD. Come avviene in maniera tutt’altro che infrequente, i sintomi del disturbo si sono sviluppati, in Renato, come sintomi sottosoglia (evitamento da un lato, ipercontrollo dall’altro), con concomitanti, dissimulati sintomi post traumatici aspecifici tipo ipervigilanza, depressione, ansia, somatizzazioni. Per molti anni il soggetto ha nutrito forti dubbi sulla propria identità di genere, ha rimosso gli episodi traumatici di abuso sessuale, ne ha dissociato le componenti emotive solo di recente drammaticamente riemerse e recuperate, ha sviluppato un ipercontrollo e una ipervigilanza compensatori su tutti i propri atti e comportamenti fondamentalmente finalizzati a dimenticare e rimuovere. La situazione clinica al momento del fatto e in riferimento allo stesso. La sera del fatto, in base al racconto resomi e confermato nella sua genuinità e credibilità dagli accertamenti neuropsicologici, Renato ha sviluppato una reazione acuta da stress, avente molte

154

caratteristiche patologiche in comune con il Disturbo Mentale Transitorio o Disturbo Psicotico Breve. Si tratta di un quadro sindromico clinicamente articolato su diversi piani sintomatologici e comportamentali che, nel loro insieme, si costituiscono nel cosiddetto spettro traumatico attraverso la convergenza di Aspetto oggettivo

gravità dell’evento traumatico

Aspetto soggettivo caratteristiche contingenti mentali e situazionali del percipiente

tipologia, intensità, repentinità, imprevedibilità mancata o insufficiente allerta dei sistemi di controllo e di difesa; impossibilità di mettere in atto reazioni attive di difesa; significato catastrofico assunto dall’evento per l’individuo

Gli aspetti oggettivi e soggettivi, a loro volta, sono immersi in un contesto socio culturale e storico che incide sui vissuti individuali e sull’attribuzione di significato di traumaticità o meno dell’evento (multifattorialità funzionale dell’evento traumatico). L’evento traumatico, quando è, e assume una siffatta connotazione, esclude le funzioni cognitive (corteccia frontale), attiva massicciamente quelle emotive (amigdala) e verbalmente si accompagna a frasi del genere «non me l’aspettavo» (non prevedibilità), «non me ne sono neppure accorto» (repentinità), «non ho potuto farci niente» (impotenza), «è stato terribile» (significato catastrofico dell’evento). Discussione psichiatrico forense del caso. La genuinità del racconto di Renato e la credibilità dei suoi ricordi e della versione del fatto per cui si procede hanno trovato puntuale riscontro nell’indagine neuropsicologica finalizzata a evidenziare la presenza di memorie autobiografiche relative a fatti processualmente psicologicamente rilevanti. L’applicazione del aIAT e del TARA hanno permesso di studiare ed esplorare i contenuti di memoria sia consapevole (abuso, interrotta frequentazione di Giovanni e impulso all’azione) sia inconsapevole di Renato (provocazione) e quindi di validare la versione esplicita sui fatti quale fornita dal soggetto esaminato in ambito clinico. La sera del reato, il comportamento di Renato durante la festa presso l’abitazione paterna e prima dell’episodio di sangue si dimostra ipervigilante. È attento a tutto, osserva tutto. A un certo punto UNA COLLABORAZIONE È PERÒ POSSIBILE

155


e in un determinato momento della serata, il sorriso che Giovanni rivolge a Paolo (il figlioletto di Renato) assume per Renato le caratteristiche di percezione delirante alla quale il soggetto conferisce significato catastrofico (= riattivazione del trauma). Il passato irrompe incontenibile e irrefrenabile nel presente, si riattualizza e spezza bruscamente e drammaticamente ogni rapporto con la realtà attuale: «Mi ricordo che Giovanni sorrideva a Paolo mio figlio […] era lo stesso sorriso di quando lui ha detto: “Ora tocca a Daniele”». La reazione ha caratteristiche di sproporzioni inusuali ed è parzialmente disorganizzata (non premeditazione dell’atto, non pianificazione dell’agito, non predisposizione di una strategia difensiva). Rappresenta quel quid novi che si costituisce come rottura di un continuum e si estrinseca come reazione acuta da stress avente molte caratteristiche del disturbo mentale transitorio (presenza di una situazione stressante che precede la fase di scompenso acuto; evidente sproporzione della reazione; compromissione dello stato di coscienza seguito da dismnesia per quanto accaduto nel corso della reazione; intuizioni e spunti deliranti non organizzati; allentamento dei nessi associativi; gravi turbe dell’affettività contatto; emotività ridondante e non controllabile). In quel momento il funzionamento mentale di Renato è tornato preda di passati episodi sconvolgenti ed è stato catapultato nell’immediato presente. Il vissuto di impotenza, di intensa paura e di orrore in allora sperimentato («Daniele piangeva, piangeva, e io non ho fatto nulla per salvarlo, sono stato inutile, non avevo nessun potere di fare niente»), massicciamente rimosso e dissociato per il suo drammatico impatto emotivo e mai verbalizzato, se non nell’attualità dei nostri incontri, si è improvvisamente rovesciato in azione del tipo: «In mia presenza, non farai a mio figlio quello che hai fatto a me e a mio fratello». L’omicidio commesso, pertanto, può essere inteso come la reazione psicotica a una percezione delirante (il significato catastrofico conferito al sorriso del cugino) a elevato impatto emotivo e distruttivo della sua self image e della sua self esteem (immagine e stima di se stesso), vedendo il fratello minore nel figlio Paolo e rivivendo l’antica, rimossa e mai risolta tragedia. La rottura psicotica transitoria ha armato la mano di Renato che nell’agito ha «recuperato» la sua soggettività, ma al contempo ha sconvolto e annullato tutte le sue funzioni mentali. Il suo è stato un omicidio d’impeto, le cui caratteristiche psicopatologiche lo fanno ritenere espressione di un’infermità di mente temporanea che ha escluso le sue capacità di intendere e di volere.

156

capitolo 17

ALCUNE PRESCRIZIONI A MO’ DI CONCLUSIONE Sono state presentate le storie di due persone che esemplificano il tramonto del libero convincimento dei periti e la necessità di offrire al giudice (o chi per lui) la cosiddetta prova scientifica (leggi: la validità scientifica dei nostri elaborati). In Italia non esistono criteri di ammissibilità o meno della prova scientifica. I rigorosi criteri elaborati dalla giurisprudenza degli Stati Uniti (le Daubert rules)35 hanno per l’autorità giudiziaria italiana natura meramente orientativa e non vincolante (essendo privilegiato il libero convincimento del giudice: v. sentenza Cass. Pen., sez. IV, 4 dicembre 2008, n. 45126). Solo la IV sezione della Cassazione penale (sentenza n. 43786 del 13 dicembre 2010, Cozzini estensore) ha accolto i criteri Daubert sulla prova scientifica. Non si hanno precedenti conformi. Anni prima, la I sezione (sentenza n. 26 luglio 2008, n. 31456) era andata di parere difforme. Commenta Paolo Tonini, con importanti riferimenti e rinvii (Tonini 2011):

35. La sentenza Daubert è stata pronunciata dalla Suprema Corte degli USA del 1993 e ha precisato gli indici in base ai quali si deve stabilire se un determinato metodo costituisce o meno una conoscenza «scientifica». Può essere utile ricordare, per sintesi, quali sono i criteri di affidabilità del metodo scientifico ritenuti validi dalla sentenza Daubert: 1. Verificabilità del metodo. Il primo carattere che la conoscenza scientifica deve possedere è quello della verificabilità, una teoria è scientifica se può essere controllata mediante esperimenti; 2. Falsificabilità. Il secondo criterio richiede che la teoria scientifica sia sottoposta a tentativi di smentita, i quali, se hanno esito negativo, confermano la sua affidabilità; 3. Sottoposizione al controllo della comunità scientifica. Si chiede che il metodo sia stato reso noto in riviste specializzate in modo da essere sottoposto alla cosiddetta peer review; 4. Conoscenza del tasso di errore. Occorre che al giudice sia reso noto, per ogni metodo proposto, la percentuale di errore, accertato o potenziale, che quel metodo comporta; 5. Generale accettazione. Soltanto a questo punto il giudice deve considerare se il metodo proposto gode di una generale accettazione nella comunità degli esperti. Tuttavia, si tratta di un criterio ausiliario, ma non indispensabile, poiché la scienza maggioritaria è superabile da un metodo più recente. In base alle predette regole, il giudice diventa il guardiano (gatekeeper) del metodo: egli deve vagliarne l’effettiva scientificità.

157


La sentenza non soltanto accoglie i tradizionali criteri enunciati dalla Corte Suprema statunitense nel caso Daubert (1993), ma in più aspetti li amplifica. Infatti, agli ormai consueti requisiti della verificabilità, della falsificabilità, della sottoposizione al controllo della comunità scientifica, della conoscenza del tasso di errore, della generale accettazione nella comunità degli esperti, la Cassazione ha aggiunto i nuovi requisiti dell’affidabilità e dell’indipendenza dell’esperto, della considerazione delle finalità per le quali si muove, della possibilità di formulare criteri di scelta tra le contrapposte tesi scientifiche […]. La giurisprudenza di merito in tempi recenti ha fatto riferimento alla decisione Daubert abbastanza frequentemente, ma la Corte di Cassazione finora non l’aveva assecondata. Anzi, in un caso noto alle cronache aveva manifestato un orientamento espressamente contrario. Nel processo di Cogne aveva sostenuto che «i rigorosi criteri di validazione della prova scientifica, elaborati dalla giurisprudenza degli USA», hanno per l’autorità giudiziaria italiana «natura meramente orientativa». Ebbene, il predetto orientamento appare oggi superato. Con la sentenza Cozzini la S.C. ha imposto i criteri Daubert alla Corte di appello di Trento e lo ha fatto mediante lo strumento dell’annullamento con rinvio.

Conclude il suddetto autore: La morale è: non dobbiamo limitarci a lamentare che nella prassi giudiziaria le massime di esperienza sono costruite in modo non corretto o sono applicate in modo errato, così che spesso si ragiona in base a pregiudizi. Il compito delle parti (del pubblico ministero e del difensore) è di sottoporre la singola massima al tentativo di smentita, alla stregua di quanto accade – o dovrebbe accadere – quotidianamente per le leggi scientifiche.

In parte, anche senza citarli, i criteri Daubert sono ripresi nelle Linee Guida per l’acquisizione della prova scientifica elaborate a Noto nel 2008 e di cui più avanti. Proviamo allora ad affrontare il problema della cosiddetta scientificità degli elaborati peritali in ambito psico forense. Quali i punti qualificanti? › Innanzi tutto la conoscenza della psicopatologia clinica e forense. L’ho già detto, ma i giudici dovrebbero poter attingere i loro consulenti da liste di periti di comprovata esperienza e non dover improvvisare costretti da forza maggiore, eleggendo magari periti professionisti che tali non sono, solo perché gli albi non rispecchiano la realtà professionale esistente e ampiamente sconosciuta;

158

› evitare inutili perdite di tempo nel dimostrare la capacità di intendere e di volere di un autore di reato o la competence difensiva o la capacità decisionale di un soggetto che intende disporre o ha disposto di un proprio diritto: nel nostro sistema giudiziario, la capacità è data per presunta, sia in ambito penale sia in ambito civile. Il compito peritale è quello di dimostrare, se e quando possibile, la compromissione di queste capacità, qualificandole, quantificandole e circostanziandole; › l’onestà intellettuale dei periti/consulenti. Noi serviamo solo «scienza» e «coscienza» e ce n’è d’avanzo. I committenti non hanno nessun diritto o potere nel dirigere le nostre indagini e i nostri convincimenti tecnici, bensì devono collocare gli stessi nell’ambito di un libero contraddittorio in cui si confronta la verità processuale con quella clinica, non si riduce questa a quella o viceversa; › il possesso del metodo, unica garanzia di scientificità. Non è scientifica la risposta ai quesiti posti dal giudice o dal difensore, bensì e scientifico il percorso attraverso il quale si giunge a dare (o non dare) risposte ai quesiti. Le risposte sono convenzionali e devono essere aperte al contraddittorio, il metodo però deve essere inattaccabile; › l’adesione a una deontologia che per noi è contenuta nei codici deontologici per i medici e per gli psicologi. Dal dettato di queste Carte non si può derogare e i principi non si possono ignorare, pena la nostra credibilità e affidabilità, sia nei confronti dei committenti sia nei confronti dei destinatari del nostro lavoro; › la chiara consapevolezza di essere dei collaboratori e non sostituti del giudice. Il fine del nostro lavoro è semplicemente quello di offrire al magistrato un elaborato che egli possa utilizzare nella composizione del suo puzzle che è molto più ampio del nostro. Il potere che ci viene concesso con l’investimento di periti/consulenti è solo temporaneo e fittizio e non sostituisce quello di coloro che devono prendere decisioni giuridicamente fondate; › la capacità di falsificare le nostre ipotesi man mano che le formuliamo e di ragionare oltre ogni ragionevole dubbio al fine di costruire una clinica sulla quale poter basare le nostre valutazioni: una clinica incerta, provvisoria, approssimativa, non fondata sulle prove cliniche esita in risposte incerte, approssimative, discutibili al di là delle convenzioni; ALCUNE PRESCRIZIONI A MO’ DI CONCLUSIONE

159


› il coraggio di essere indipendenti da pressioni e da suggestioni più o meno esplicite. La nostra indipendenza intellettuale e scientifica è la maggiore garanzia che il giudice o il difensore debbono pretendere e possono avere circa la nostra affidabilità e credibilità in ambiti tanto delicati e complessi, in cui ogni parte, comprensibilmente, tira l’acqua al suo mulino. Vediamo di non restare impigliati nella corda e di non rimanere travolti dalle pale del mulino; › si devono rifiutare quesiti mal formulati o ai quali non si può rispondere se non creando altri problemi. Il che comporta conoscere da parte nostra e per primi i contenuti e la formulazione dei quesiti (altrimenti, come si fa a discuterne con il committente e chiedere eventuali modificazioni o integrazioni?); › non è lecito accettare limitazioni alla metodologia che si vuole adottare, purché il nostro modo di procedere negli accertamenti disposti o richiesti sia sorretto da giustificate motivazioni e da corretti finalismi; accettiamo, per contro, ogni tipo di confronto e di critica, purché non autoritaria e non autoreferenziale; › occorre evitare accertamenti che sappiamo inutili o ultronei, che soddisfano il nostro narcisismo, ma appesantiscono il nostro lavoro senza apportare sostanziali conoscenze; dal cattivo uso (=abuso) del potere che ci è conferito dal committente discendono discredito e sfiducia nel nostro operato. Così però non limitiamo il nostro lavoro al nostro intuito clinico, che può essere una buon guida, un prezioso alleato, ma che deve fare parte di una costruzione la cui composizione è affidata a plurime fonti di sapere; › è importante considerare i consulenti delle parti come colleghi e non come avversari schierati su rive opposte con interessi divergenti. Il loro compito è unicamente quello di seguire le operazioni peritali, facendo osservazioni e suggerendo approfondimenti che ritengono utili per il confronto e il contraddittorio, che tale deve essere, senza mai trasformarsi in una lotta senza quartiere, dove la spunta il più dotato in dialettica o il più blasonato o il più prepotente; › per converso, non è ammesso accettare indebite interferenze o pressioni di qualsiasi natura. Quando lavoriamo per l’Ufficio, lavoriamo per il sistema della giustizia e non per interessi di parte; operiamo per concorrere alla costruzione di quella verità cui tutti dobbiamo tendere. Quando lavoriamo per le parti,

160

dobbiamo far loro presenti i nostri limiti e le nostre competenze, in cui non rientrano quelle di compiacere il committente non avendo stoffa «per fare camicia» o, peggio, facendo camicia con la stoffa che ci viene fornita dal committente stesso. L’onere dell’accusa e quello della difesa spettano ad altri, come la decisione ultima depositata in una sentenza sia pur provvisoria; › è consigliabile non sposare, come se fossero vere ed esaustive, le teorie che possono succedersi di giorno in giorno solo perché moderne o sensazionali o semplicemente curiose o originali; il puzzle della realtà umana è troppo complesso per essere ridotto alle nuove scoperte che tendono sistematicamente alla costruzione di approcci uni causali di per se stessi antiscientifici e quindi inutili; essi possono solo parzialmente arricchire, non sostituire una globalità che – allo stato – è molto lontana dall’essere conosciuta, se non in una parte non quantificabile e che presumiamo sia minima. Come si vede, non si tratta solo di prescrizioni tecniche, bensì anche deontologiche. Le une non possono andare disgiunte dalle altre. Una metodologia corretta dovrebbe consentire di pervenire, al di là di ogni ragionevole dubbio (clinico), a un inquadramento diagnostico condiviso ed esauriente sotto il profilo sia nosografico che dimensionale. La valutazione psichiatrico forense, però, proprio per la sua natura convenzionale, non potrà mai, sempre e comunque, collocarsi al di là di ragionevoli riserve e dubbi e su di una fondatezza scientifica che è ben lungi dal possedere. Se la prova scientifica è tutto ciò, è chiaro che essa non può coincidere semplicisticamente e riduttivamente con le risultanze di neuroimaging cerebrale e di genetica molecolare di cui peraltro non si può disconoscere, come per tutte le indagini psicodiagnostiche, strumentali e di laboratorio, l’utilità.36 Il loro significato, però, deve essere interpretato alla luce delle emergenze cliniche. Esse sono tecniche e metodologie di approfondimento, di supporto e di utile complemento che non sostituiscono la clinica. Non possono e non devono introdurre criteri deterministici e unicausali da cui inferire direttamente che a una certa alterazione morfologica del cervello conseguono certi comportamenti e non altri, ma semplicemente documentare possibili 36. Siamo ben lontani, secondo questa prospettiva, da quanto sostenuto in de Cataldo Neuburger (a cura di) 2007; Stracciari, Bianchi, Sartori 2010.

ALCUNE PRESCRIZIONI A MO’ DI CONCLUSIONE

161


correlazioni tra le anomalie di certe aree sensibili del cervello e il rischio, per esempio, di sviluppare comportamenti aggressivi o tra la presenza di determinati alleli genetici e il rischio di sviluppare comportamenti socialmente inaccettabili. L’eventuale presenza di differenze sia pur significative nella morfologia, nel volume, nella densità della sostanza grigia delle strutture cerebrali prese in esame come pure le indagini in ambito genetico non risolvono il problema della causalità, per cui si può parlare solo di correlazione e non di causalità unilineare o di significativa associazione, per esempio, tra fattori di rischio e comportamenti violenti. Non conferiscono maggiore scientificità, ma maggiore obiettività a un inquadramento diagnostico che non è solo più basato su intuizioni e convinzioni cliniche, ma trae conforto da dati obiettivi. In altre parole, la ricostruzione del correlato anatomo funzionale di un disturbo mentale attraverso indagini di neuroimaging e di genetica molecolare significa semplicemente fondare la diagnosi su dati più obiettivi che però non risolvono il problema della causalità e della genesi del disturbo stesso e neppure quello di un «significativo» aumento del rischio di sviluppare certi tipi di comportamento. Ampiamente condivisibili sono pertanto le Linee Guida per l’acquisizione della prova scientifica nel processo penale elaborate nel corso del Seminario sul tema La Prova Scientifica nel Processo Penale promosso dall’Istituto Superiore Internazionale di Scienze Criminali (ISISC), in collaborazione con l’Osservatorio Permanente sulla Criminalità Organizzata (OPCO), che si è tenuto a Siracusa, presso la sede dell’ISISC, nei giorni 13-15 giugno 2008, su iniziativa dell’avv. Luisella de Cataldo Neuburger membro del CdA dell’ISISC e Presidente della Società di Psicologia Giuridica (SPG). Nessuna correlazione significativa si può poi stabilire tra alterazioni morfofunzionali del cervello o presenza di alleli sfavorevoli da un lato e il tema della libertà e della responsabilità individuali dall’altro. La capacità di percepire il disvalore sociale di un atto e di autodeterminarsi può essere correlata a, ma non può essere condizionata da tutto ciò, e in misura peraltro non quantificabile né qualificabile. Si tratta di due piani differenziati di giudizio: uno biologico e l’altro valoriale, che non coincidono e che non debbono essere confusi tra di loro. Inoltre un discorso puramente diagnostico, sia pur confortato da dati obiettivi, non risolve il problema del come ha funzionato in quel contesto sociale e relazionale il soggetto portatore di tali alterazioni. Non è la categoria diagnostica, bensì la valutazione funzionale,

162

infatti, quella che ci dice quale incidenza ha avuto il disturbo diagnosticato sulla capacità di intendere e di volere. Il comportamento tenuto dall’autore di reato prima durante e dopo l’agito è legato a una molteplicità di fattori «contesto dipendenti», e non solo «bio dipendenti» o «psico dipendenti», tranne che presumere del tutto gratuitamente (stante la complessità funzionale del cervello, allo stato ampiamente ignota) che un autore, ma anche una vittima agiscano o subiscano a guisa di automi predestinati e programmati da una infelice organizzazione (i freniatri dell’ottocento parlavano di «malorganazione») del loro cervello. I comportamenti umani, conformi o difformi che siano, sono troppo complessi e variati nelle loro espressioni fenomeniche per essere ridotti a disfunzioni di determinate aree del cervello o, peggio, ad alterazioni di alleli. Né è consentito affermare, sulla base di riscontrate alterazioni neurofunzionali o genetiche, l’esistenza di problemi psichiatrici non specificati o di segni di disfunzionalità psichica o financo di una patologia psicotica non individuata, perché la diagnostica psichiatrica riconosce regole precise dalle quali non si può derogare, se non introducendo un soggettivismo e una arbitrarietà classificatoria che uniforma qualsiasi «alterazione mentale» a un «disturbo mentale grave o psicotico». La diagnostica psichiatrica, nonostante i guasti prodotti dalle moderne classificazioni, è qualcosa di ben noto che trae la sua dignità e fondatezza non dagli apporti neuroscientifici, neuropsicologici e psicodiagnostici di qualsiasi natura essi siano, ma da una clinica che dà senso e significato ai dati raccolti in una dimensione umana e seguendo una metodologia di assoluta indipendenza da questi. La maggiore obiettività offerta dalle indagini neuroscientifiche non conferisce di per se stessa maggiore scientificità all’inquadramento diagnostico, ma costituisce semplicemente un utile completamento alla tradizionale diagnostica psichiatrica e un maggiore rigore nella raccolta di elementi che concorrono a comporre il puzzle diagnostico che è qualcosa di più complesso della semplice giustapposizione di dati ai quali si rischia di conferire significato causativo ed esplicativo, solo perché più obiettivi rispetto all’intuizione clinica. In altre parole, occorre evitare accuratamente di fare il seguente errore: riscontrata un’alterazione anatomo funzionale di un determinata zona del cervello e/o un’alterazione del corredo genetico, si ritengono individuati i requisiti biopsicopatologici di una anomalia ALCUNE PRESCRIZIONI A MO’ DI CONCLUSIONE

163


mentale facendoli derivare direttamente dalle suddette alterazioni e si procede attraverso deduzioni del tutto arbitrarie e riduttive a ritenere fondata, seria e grave una qualsiasi alterazione mentale, solo perché corredata da tecnologie di brain imaging che illustrano una parte e non tutto il problema dell’inquadramento diagnostico e funzionale di un soggetto che ha agito o subito un delitto. Le conseguenze in ambito di valutazione dell’imputabilità sono ovvie e gravide di conseguenze, se la rilevanza di un disturbo mentale trae la sua forza incidente sull’imputabilità o sulla capacità decisionale o sulla capacità a resistere e via dicendo dal fatto di essere o meno «confortato» da risultanze neuroscientifiche; ma ancor più gravi sono le deduzioni in punto valutazione della pericolosità sociale, che in ambito di perizia psichiatrica, si riferisce alla pericolosità sociale psichiatrica e non a quella criminale e ubbidisce a precise regole valutative, che non sono rispettate quando in modo semplicistico e spiccio si fa discendere questa dalle risultanze neuroscientifiche e neuropsicologiche o dagli studi di genetica molecolare.37 37. Traggo da una consulenza di parte, gentilmente inviatami dal prof. Sartori e da lui redatta (i corsivi sono miei, alcuni passaggi che mi paiono particolarmente interessanti: «Cercherò di spiegare la capitale importanza dello studio di genetica molecolare e il suo ruolo nella valutazione della imputabilità evidenziando come questi dati diano origine a delle spiegazioni di tipo causativo […]. Nel caso di J.F. sono stati rilevati non uno ma bensì numerosi polimorfismi (COMT Met/Met, MAOA, DRD4, Serotonin Transporter) ciascuno dei quali la pone a rischio di sviluppare malattie psichiatriche. Il rischio complessivo è difficilmente calcolabile ma è sicuramente molto elevato. Inoltre la vulnerabilità genetica allo sviluppo di malattia mentale è potenziata, nell’imputata, dalla presenza di numerosi eventi stressanti dei quali abbiamo ampia traccia nell’anamnesi psico-sociale […]. La presenza di un profilo genetico che aumenta in modo significativo il rischio di malattia mentale e di comportamento impulsivo non significa automaticamente che il “libero arbitrio” scompaia. Sta ad indicare invece che lo “spazio del libero arbitrio” si riduce […]. In tutti i sistemi giudiziari viene tenuto conto dei fattori di riduzione dello “spazio del libero arbitrio”. Nel caso dell’infanticidio, ad esempio, si riconosce alla neo-mamma uno stato psichico tale da ridurre lo “spazio di libero arbitrio” riduzione che la pone a rischio di comportamenti impulsivi diretti verso il neonato, rispetto ad impulsi simili che si manifestano in altri momenti della vita. Il fatto che questi comportamenti impulsivi si presentino con frequenza elevata nelle immediatezze del parto viene tenuto in considerazione. Questo maggior rischio viene valorizzato ed è all’origine della diversa pena prevista per l’infanticidio rispetto all’omicidio volontario […] ritengo di aver raccolto dati che dimostrano incontrovertibilmente la presenza della richiesta alterazione anatomico-funzionale della sfera psichica. Questa alterazione anatomica del lobo frontale è stata documentata dalla risonanza magnetica VBM, dalla tecnica dei potenziali evocati e dallo studio di genetica molecolare […]. Tali tecniche sono strumentali ed oggettive e i risultati non possono essere in alcun modo “manipolati” intenzionalmente dall’imputato al fine di ottenere risultati utili ai fini processuali […] che il disturbo di personalità in J.F. sia grave è dimostrato dalle evidenze neurobiologiche di tipo anatomico, neurofisiologico e genetico. Questo aspetto è a mio avviso di estrema importanza. Infatti non ci troviamo di fronte ad un caso, come invece succede di frequente, di disturbo di personalità privo di correlato organico dimostrabile. Al contrario, il correlato neurale è ben dimostrato sia dal punto di vista morfologico che dal punto di vista della funzionalità cerebrale». In altre parole, la «gravità» del quadro psicopatologico (tale viene ritenuta la diagnosi di disturbo di personalità) discenderebbe dalle risultanze neuroscientifiche e dalle indagini genetiche, e non dalla clinica e dalla valutazione complessiva di un

164

È come se le moderne tecnologie di cui ho già descritto vantaggi e svantaggi conferissero maggiore dignità, obiettività e scientificità alla clinica, invertendo in tal modo il procedimento e il metodo che esige che tutti i dati raccolti vengano letti alla luce della clinica e non viceversa. La conseguenza veramente preoccupante potrebbe essere che un disturbo mentale diagnosticato attraverso le sole osservazioni cliniche senza il conforto dalle risultanze neuroscientifiche venga ritenuto meno pregnante, meno grave e meno rilevante. Identico discorso vale, peraltro, per l’utilizzo di qualsiasi mezzo di ausilio diagnostico, anche il più raffinato e preciso. In ambito neuroscientifico, in particolare, come ricorda la Merzagora, «c’è il cervello ma non c’è la persona». Un accertamento psichiatrico forense, invece, ha proprio il compito di far conoscere la persona che ha commesso o ha subito un reato. Il che vale anche per quei neuroscienziati che predicano bene quando scrivono che «la valutazione comportamentale e clinica non può essere sostituita dalla valutazione del cervello tramite le tecniche di neuroimaging cerebrale e le tecniche neuropsicologiche e neuroscientifiche dovrebbero, per il momento, essere viste come metodologie di approfondimento e di supporto» (Stracciari, Bianchi, Sartori 2010: 117, 119), ma poi rischiano, per così dire, di essere fraintesi, quando stabiliscono che «tutti i sintomi manifestati, sia cognitivi che comportamentali, sono riconducibili alle alterazioni strutturali e funzionali sopra citate».38 Veniamo ora ai casi testé illustrati. Il convincimento del giudice, nel primo caso, si è costruito, al di là di ogni ragionevole dubbio, passo dopo passo, basandosi su molti dati, in primis sulla nuova perizia psichiatrica da lui disposta e la cui encomiabile ed esemplare costruzione fondamentalmente si è articolata tenendo presenti: › i criteri di composizione dell’elaborato peritale (la criteriologia); › il rigore metodologico del procedimento (la criteriologia); › l’impostazione diagnostica (prima dimensionale e poi categoriale); › il ricorso all’indagine psicodiagnostica, come ausilio e non sostituto della clinica; › l’assoluto primato di un approccio clinico trasversale e longitudinale; › la conoscenza e la condivisione della letteratura scientifica e comportamento omicidiario che vede in primo piano una persona che agisce e non un cervello o degli alleli che si muovono sulla scena del crimine, o, perlomeno, non solo loro. 38. Il riferimento è a una consulenza di parte redatta dal prof. Giuseppe Sartori, citata da Merzagora (2011: 201 sgg.) e da lui a suo tempo inviatami. ALCUNE PRESCRIZIONI A MO’ DI CONCLUSIONE

165


giuridica in tema di valutazione dell’imputabilità, del vizio di mente e della pericolosità sociale. Ovviamente il giudice non si è subordinato passivamente all’elaborato peritale, ma ha svolto sullo stesso opera critica esercitando vigile attenzione su tutti i passaggi della composizione e tenendo conto, nel prendere le sue decisioni finali, di altre fonti informative, quali la ricostruzione del fatto omicidiario, le precedenti osservazioni cliniche condotte in carcere, e gli elaborati del perito del GIP e dei consulenti rispettivamente della difesa e della parte civile. Viene a questo punto da domandarsi: qual era il ragionevole dubbio del magistrato che lo ha indotto a rinnovare l’accertamento peritale affidandolo ad altro perito, mutando opinione rispetto a quanto stabilito in precedente ordinanza? Le risultanze già molto significative emerse dalle indagini di polizia giudiziaria e la deposizione del consulente psichiatra del carcere in cui Antonio era ristretto e il contenuto della nota sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione, all’epoca nota soltanto per la massima provvisoria in attesa di motivazione. È questo uno splendido e didatticamente felice esempio di collaborazione tra perito e giudice e – in senso lato – tra sistema della giustizia e delle discipline forensi. Da parte dell’attività peritale di scientifico, nel senso stretto del termine, abbiamo i risultati della psicodiagnosi che, tra l’altro, si integrano e si sovrappongono perfettamente bene alle risultanze cliniche. Se le indagini psicodiagnostiche fossero state omesse (come ha fatto in maniera del tutto opinabile il perito del GIP), il valore di prova scientifica della perizia compilata per il GUP sarebbe derivata solo dal rigore metodologico seguito dal perito? Assolutamente sì, se si condivide quanto ho scritto finora in tema di prova scientifica. Non è tanto importante dissertare più o meno dottamente sugli strumenti che possediamo, ma su se, quando e come li utilizziamo nel costruire una realtà clinica affidabile e fondata sul metodo. Certamente, bisogna ammettere che sempre più sentiamo la necessità di avere a disposizione strumenti sempre più obiettivi che però – come precisato nelle pagine che precedono – abbiamo solo parzialmente acquisito attraverso le neuroscienze e le moderne tecniche di esplorazione del funzionamento del cervello39 e che soprattutto non possono essere di per sé sole portatrici 39. I dati della ricerca neuroscientifica: › Nella normalità. Non alterazioni delle attività cerebrali: in particolare, delle regioni prefrontali (essenziali per la mentalizzazione), rispetto a quella dell’amigdala e dell’ippocampo; › Nella psicopatia. Significativa correlazione tra morfometria cerebrale e psicopatia elevata, nel senso di una riduzione significativa della materia grigia orbito frontale e tem-

166

di quelle conoscenze di cui abbiamo tanto bisogno per giungere alle nostre valutazioni. Mi spiego meglio: i dati neuroscientifici sono utili come – mutantis mutandis – sono utili le indagini psicodiagnostiche. Il loro significato, però, è puramente descrittivo e deve essere validato attraverso e nella clinica che utilizza tutte queste (e altre) nuove (e vecchie) conoscenze nell’ottica e nella dimensione del singolo che va esaminando e valutando e dalla cui conoscenza non può – allo stato – prescindere. Però si deve porre la massima attenzione nel non sopravvalutare i dati della ricerca scientifica. Faccio, al proposito, un esempio concreto. La recente sentenza della Corte d’Assise d’Appello del Tribunale di Trieste (18 settembre 2009) ha acceso, nella comunità degli psicopatologi forensi, un serrato dibattito concernente l’utilizzabilità dei test genetici nelle perizie psichiatriche. Il quesito formulato dal Presidente della Corte, quesito che tra l’altro lascia molto a desiderare sia nella forma sia nel contenuto, è stato il seguente (come riportato dai periti della Corte): Dicano i periti […] se l’imputato fosse al momento dei fatti capace di intendere e di volere nell’accezione di cui agli artt.88 e 89 c.p.; in caso negativo se fosse affetto o se sia affetto attualmente da patologie psichiatriche; se la capacità di intendere e di volere dell’imputato debba ritenersi piena, assente o grandemente scemata; se l’imputato sia attualmente persona pericolosa, descrivendolo.

La risposta fornita dai periti che hanno condotto un’accurata e articolata indagine clinica prevalentemente basata (oltre i colloqui clinici) sul ricorso a sofisticati strumenti di indagine neuroscientifica (prove neuropsicologiche, psicometriche, indagini neuroradiologiche e di genetica molecolare) è stata la seguente: Il fattore genetico evidenziato nell’imputato unitamente al quadro psicopatologico evidenziato dovrebbe dare origine da solo a una valutazione di seminfermità […] [l’imputato] presenta una significativa riduzione della capacità di intendere e di volere ed è attualmente da considerarsi pericoloso socialmente. porale sinistre, del cingolo e dell’amigdala (discontrollo delle emozioni, del comportamento aggressivo e sessuale nella psicopatia congenita). Normale densità della materia grigia e bianca del cervello (VBM); › Negli stati al limite. Minore attività delle regioni prefrontali (essenziali per la mentalizzazione) e maggiore attività dell’amigdala (ipervigilanza, iperreattività, stati affettivi negativi, impulsività). Minore densità della materia grigia e bianca del cervello (VBM); › Nelle psicosi. Alterazioni neurofunzionali sovrapponibili alle precedenti (alterazioni strutturali e funzionali della corteccia prefrontale). ALCUNE PRESCRIZIONI A MO’ DI CONCLUSIONE

167


Su questa base «scientifica» che stressava fondamentalmente il fattore di vulnerabilità genetica, la Corte d’Assise d’Appello di Trieste ha osservato che proprio la circostanza emersa nel corso dell’ultima perizia e, vale a dire, che determinati «geni» presenti nel patrimonio cromosomico dell’imputato lo renderebbero particolarmente reattivo in termini di aggressività e – conseguentemente vulnerabile – in presenza di situazioni di stress […] portano a ritenere che la riduzione di pena possa essere effettivamente operata nella misura massima di un terzo […] particolarmente significative sono risultate le indagini genetiche effettuate dai periti alla ricerca di polimorfismi genetici significativi per modulare le reazioni a variabili ambientali fra i quali in particolare per quello che interessa nel caso di specie l’esposizione ad eventi stressanti e a reagire agli stessi con comportamenti di tipo impulsivo. Tale indagine del tutto innovativa […] avrebbe consentito di accertare che l’imputato risulta possedere, per ciascuno dei polimorfismi esaminati, almeno uno se non tutti e due gli alleli che, in base a numerosi studi internazionali riportati sinora in letteratura, sono stati riscontrati conferire un significativo aumento del rischio di sviluppo di comportamento aggressivo, impulsivo […]. In particolare l’essere portatore dell’allele a bassa attività per il gene MAOA-L potrebbe rendere il soggetto maggiormente incline a manifestare aggressività se provocato o escluso socialmente. È opportuno sottolineare che tale vulnerabilità genetica risulta avere un peso ancor più significativo nel caso in cui l’individuo sia cresciuto in un contesto familiare e sociale non positivo e sia stato, specialmente nelle prime decadi della vita, esposto a fattori ambientali sfavorevoli psicologicamente traumatici o negativi.

Donde la sentenza che riporta sostanzialmente il vizio parziale di mente e la pericolosità sociale dell’imputato alla «vulnerabilità genetica» rilevata dai periti, anche se gli stessi hanno sottolineato che «i pensieri di tipo delirante che accompagnano il disturbo dal quale l’imputato è affetto nemmeno allo stato attuale siano criticati: il che ovviamente lo espone alla possibile reiterazione di comportamenti aggressivi in reazione a una falsa rappresentazione della realtà». Finalmente un richiamo alla clinica psichiatrica, dopo aver dato tanto spazio ai risultati neuroscientifici, che fondamentalmente non hanno portato nessun elemento in più (tranne che i costi) a una indagine psicopatologico-forense condotta con criteriologia e metodologia corrette (quali non si riscontrano in nessuno dei tre elaborati che hanno preceduto la perizia collegiale disposta dall’Assise d’Appello, anche in punto valutazione dell’imputabilità: se non è totale

168

il vizio di mente in un soggetto che manifesta il suo funzionamento delirante nel passaggio all’atto che in tal modo diventa epifenomeno della gravissima patologia di mente dalla quale è affetto, c’è da chiedersi quando il vizio di mente è totale). Il nuovo incarico peritale è nato dall’esigenza della Corte di fare chiarezza tra le conclusione discordanti e scorrette dei periti/consulenti dell’incidente probatorio che avevano applicato nei loro rispettivi elaborati conoscenze personali e assai discutibili in punto psicopatologia forense. In particolare il perito del GIP, nella sua relazione del luglio 2007, ai quesiti postigli dal magistrato aveva fornito la seguente valutazione: [L’indagato] è affetto da un disturbo psicotico di tipo delirante [diagnosi principale] in soggetto con disturbo della personalità con tratti impulsivi-asociali e con capacità cognitivo-intellettive collocabili ai limiti inferiori della norma […] al tempo del commesso delitto l’indagato era per infermità in tale stato di mente da scemare grandemente la capacità di intendere e da escludere quella di volere […] attualmente le condizioni psicofisiche dell’indagato sono tali da rendere possibile che commetta nuovi fatti prevederti dalla Legge come reato.

La consulente del pubblico ministero, invece, aveva concluso affermando che con il perito del GIP vi è pieno accordo sulla attuale persistenza di pericolosità sociale […] circa il fatto in esame, appare indubitabile, per l’infermità diagnostica al tempo, una sua derivazione da condizioni grandemente scemate di volizione e di comprensione.

Il consulente per la difesa aveva sostenuto che esiste un nesso di causalità tra l’infermità mentale diagnosticata e i fatti commessi […] [l’indagato] nella misura in cui è sguarnito di terapia psicofarmacologica antipsicotica e di un programma medico terapeutico e socio psico riabilitativo può diventare pericoloso se si trova in situazioni quali quella del giorno […] , ma se trattato con psicofarmaci long-acting, con colloqui psichiatrici e psicoterapia […] certamente non è pericoloso socialmente.

Sulla base dei dati neuroscientifici stressati dai periti della Corte appare dimostrato che l’utilizzo dell’analisi genetica sul piano clinico non fornisce, allo stato attuale, informazioni rilevanti rispetto a quelli che già la clinica psichiatrica aveva fornito. In particolare, la valutazione della pericolosità sociale psichiatrica è una valutazioALCUNE PRESCRIZIONI A MO’ DI CONCLUSIONE

169


ne che si rifà a criteri e a indicatori largamente indipendenti dalla neuropsicologia e dalle neuroscienze cognitive (Fornari 2008). L’analisi genetica, per le sue attuali caratteristiche strutturali e per le informazioni che oggi può fornire, non è in grado di prendere nella necessaria considerazione gli aspetti dinamico-evolutivi e trasformativi insiti nella nozione stessa di pericolosità sociale psichiatrica. Occorre quindi un atteggiamento prudente nell’utilizzo dei dati genetici, che senza dubbio necessitano di una validazione statistica più ampia e di una definizione più precisa del loro valore euristico ed esplicativo (Fornari, Pennati 2011a, b). Allo stato delle nostre conoscenze, un corredo cromosomico alterato è un reperto casuale o concausale, che non si può certo ignorare, ma che deve essere interpretato con molta prudenza e utilizzato come uno dei tanti elementi che concorrono a costruire la composizione clinica. Ma neppure si deve conferire eccessivo significato a un’indagine psicodiagnostica, pur utile in molti casi, ma mai esaustiva il problema e quello valutativo. I test mentali sono un utile strumento che può aiutare a chiarire dubbi diagnostici, a rivelare funzionamenti mentali patologici non immediatamente accessibili in sede di colloqui liberi, a smascherare simulazioni ed elaborazioni soggettive di una sintomatologia inesistente o scarsamente rappresentata, può documentare un deterioramento mentale iniziale o dissimulato, a dare utili indicazioni sul funzionamento cognitivo di un soggetto. Nulla più: la clinica resta sovrana, anche per il cosiddetto psicometrista che tale mai non è, dal momento che il suo ruolo è innanzi tutto clinico e in questa veste deve presentarsi all’esaminando, con tempi, modalità e successioni di somministrazione testistica accuratamente predisposti e diversi da caso a caso. Come «una rondine non fa primavera», una risposta, sia pur patologica a un reattivo mentale importante come il test di Rorschach, non consente di fare una diagnosi di disturbo mentale, se non con il conforto di tutta una serie di altri indicatori che solo un buon assessment clinico è in grado di fornire. Altrimenti si dica per un sintomo, essendo la patologia di mente composta da una sindrome, cioè da un complesso di sintomi. Ma mi sto perdendo in predicazioni superflue o tocco tasti dolenti? Speriamo di no… Così l’affermare l’esistenza di nuclei psicotici latenti – in fase di buon compenso senza aggettivarli e descriverli o di sintomi psicopatologici isolati non ricompresi in una sindrome obiettivabile al di là delle dichiarazioni della persona peritata o in una storia clinica documentata o di una qualche terapia intrapresa sia pur dopo il fat-

170

to reato – significa giungere a valutazioni psichiatrico forensi ampiamente lacunose e censurabili. Problemi valutativi molto complessi e delicati possono sorgere quando si invochi la presenza, al momento del fatto, di un disturbo mentale transitorio «breve» o addirittura «puntiforme» non preceduto e non seguito da sintomatologia psicopatologica o da comportamento disorganizzato alcuno, ma esauritosi nel passaggio all’atto. È facile, in casi siffatti, confonderlo con uno stato emotivo sia pur intenso e ritenerlo «patologico». Qui sono in gioco i criteri scientifici di esame clinico e di valutazione del perito, piuttosto che del peritato, ai quali può capitare che il giudice si adegui, senza svolgere adeguato esame critico. I criteri diagnostici della psicosi reattiva breve (= disturbo mentale transitorio) sono ben descritti e codificati in letteratura con chiara distinzione da uno stato emotivo o passionale, per cui a essi e non all’esperienza del singolo perito/consulente ci si deve rifare per svolgere esame e controesame obiettivi. Un quadro clinico non può essere ritenuto «compatibile» (che indica mera possibilità nel linguaggio medico legale), per esempio, con un diagnosi di disturbo di personalità e con un disturbo psicotico Non Altrimenti Specificato (disturbo N.A.S.). Si tratta, infatti, di ipotesi diagnostica troppo generica per consentire una valutazione funzionale del disturbo stesso, anche perché gli indicatori psicopatologici, se presenti al momento dell’indagine, devono condurre almeno a una diagnosi categoriale differenziale tra un disturbo di personalità e un disturbo psicotico. Affermare che un disturbo di personalità ha una dimensione psicotica significa fare confusione: e di ciò il Foro non ha proprio bisogno. Il fatto che magari il paziente dissimuli la sintomatologia non ci esonera dal dovere di comprendere che cosa «covi sotto la cenere»: e qui non esiste nosografia che ci possa venire in aiuto; è solo la psicopatologia che ci può condurre fuori del dubbio e al di là dello stesso. Dobbiamo pertanto essere il più possibile chiari ed esaustivi nei nostri inquadramenti diagnostici, essendo il più possibile essenziali e ponendo delle distinzioni, per esempio, tra diagnosi principale e diagnosi accessoria, in modo da entrare in possesso della reale, importante sofferenza di fondo (se sofferenza c’è) del periziando. Se un funzionamento psicotico non si è mai espresso a livello sintomatologico, perché coperto da sovrastrutture difensive di tipo psicopatico o nevrotico, è chiaro che siamo di fronte a un disturbo grave di personalità e che le sovrastrutture difensive nascondono il sottostante funzionamento borderline. ALCUNE PRESCRIZIONI A MO’ DI CONCLUSIONE

171


È importante, infine, essere essenziali nell’uso della nosografia, nel senso che la giustapposizione di indicatori diagnostici elencati in sommatoria descrittiva rende la diagnosi non più grave, ma più confusiva. Il clinico non può dimenticare che, una visione dinamica della personalità «in situazione» ammette reazioni e sviluppi. Specialmente sui secondi la carente o assente informazione ha creato e crea danni seri (nel D.S.M. questo capitolo degli «sviluppi di personalità» purtroppo non è trattato). Invece nell’attività forense spesso ci si trova di fronte a soggetti che giungono al reato perché in loro un evento stressante oggettivamente grave o vissuto come tale in un soggetto già provato scatena una reazione abnorme o psicotica oppure a causa e in conseguenze di fattori stressanti molteplici e ripetuti si sviluppano progressivi passaggi da un disturbo di personalità a un disturbo delirante. In entrambi i casi un Io già fragile viene travolto dai suddetti stressor e manifesta tutta la sua compromissione psicopatologica nel reato. In questo senso, esemplare è la sentenza assolutoria per vizio totale di mente di un uomo che ha ucciso entrambi i genitori emessa dal GUP del Tribunale Ordinario di Milano (proc. Pen. n..3193/05 R. G.N.R. e n..442/05 R.G. GIP) quando scrive, sulla scorta dei dati acquisiti durante l’istruttoria e la disposta perizia psichiatrica: Nel faticoso interrogatorio svoltosi il […] condotto con grande attenzione dal GIP e interrotto da frequenti crisi di pianto dell’imputato, M.F. ha potuto raccontare solo brandelli, comunque significativi, della sua storia e non è stato in grado di rievocare quasi nulla del momento del delitto, momento pressoché insondabile e appartenente all’area dell’indicibile. Ha comunque esordito rievocando gli spunti deliranti che lo affliggevano soprattutto nell’ultimo periodo e cioè che vi erano situazioni per cui doveva «stare a destra o stare a sinistra» intese queste collocazioni come antinomie simboliche tra il bene e il male, mentre i genitori e gli altri familiari facevano tra loro dei «gesti» d’intesa e dandogli da mangiare gli «cambiavano la testa». Per cercare di contrastare tali «stati d’ansia», che si erano aggravati soprattutto dal 2000 quando aveva lasciato il lavoro con il padre ed in seguito era entrato in crisi il suo rapporto con la moglie, l’imputato aveva intrapreso delle cure presso l’Ospedale […]. Purtroppo non aveva seguito le cure regolarmente e aveva assunto saltuariamente i farmaci che gli erano stati prescritti,40 interrompendo gli incontri con gli specialisti non appena aveva cominciato a stare meglio e pensava 40. All’imputato erano stati prescritti farmaci psicoattivi quali l’Haldol, un antipsicotico, e il Carbolithium, uno stabilizzante dell’umore.

172

di «regolarsi» da solo […]. Prima del Natale 2004 aveva disdetto un appuntamento con lo psichiatra di […] temendo che anche lui gli «facesse del male» e stava chiuso in casa da solo soffrendo sempre di più anche il rapporto con i suoi genitori. La mamma in particolare gli dava da mangiare cose che lo facevano «stare male nella testa», il padre era ormai sulla linea della mamma e aveva la sensazione che i familiari facessero gesti tra loro con significati simbolici e negativi nei suoi confronti e cioè nei confronti di una persona che «non andava più bene». Il giorno del fatto si era convinto di aver «mangiato il nero» appunto dopo che la sorella si era toccata la testa come se fosse stato un segnale. Anche dinanzi al Perito l’imputato non è stato in grado di descrivere la scena dell’omicidio limitandosi a dire «mi è venuta la paura […] secondo me c’era qualcosa che non andava. Poi due colpi…».

Il periziando ha aggiunto del resto che si era ormai convinto negli ultimi tempi che tutti non «gli volevano bene», che i familiari «leggevano» nel suo pensiero e ha fatto ancora riferimento a pensieri di tipo «magico» di cui soffriva in tale situazione e cioè alle conseguenze che secondo lui avevano sulla sua persona comportamenti banali dei genitori quali spostare durante il pranzo le sedie o le stoviglie. Nel caso di M.F. non ci si trova tuttavia dinanzi a un semplice disturbo di personalità seppur di tipo paranoide, ma a un disturbo cronicizzatosi nel tempo, molto probabilmente sottovalutato e malcurato dall’interessato e nel contesto familiare, progressivamente aggravatosi ed esploso in un episodio psicotico di una gravità assoluta e pervaso da tematiche deliranti quando una serie di eventi stressanti (la perdita del lavoro, la separazione dalla moglie, la «regressione» costituita dal ritorno nella casa dei genitori) hanno travolto le resistenze di un Io già fragile. Non si può non convenire con l’analisi finale del perito, quanto mai allenato sul piano scientifico e professionale a sondare casi di questo genere, quando afferma che ancora molte settimane dopo il fatto, durante i colloqui svoltisi tra il marzo e il maggio 2005, M.F. era ancora affetto da uno scompenso psicotico inquadrabile in un disturbo delirante schizofrenico di tale gravità da essere suscettibile di evolversi in schizofrenia paranoide. Il tratto delirante che ha portato all’episodio psicotico acuto in un quadro già persecutorio che aveva coinvolto i genitori, i fratelli, la moglie e gli stessi medici curanti, era rivolto alla tematica ripetuta del veneficio posto in essere dai genitori tramite il cibo («avevo mangiato il nero», «con il mangiare mi facevano del male») che «avvelenando» il figlio moALCUNE PRESCRIZIONI A MO’ DI CONCLUSIONE

173


stravano, come del resto ormai tutti, di non volergli bene e di essere contro di lui. L’acting-out è del resto avvenuto al termine di un pranzo, apparentemente tranquillo ma durante il quale M.F. aveva «interpretato» un gesto banale della sorella Daniela quale il toccarsi il capo come il segnale che il veneficio si era consumato e che la sua testa, cioè quella di M.F. vittima, era stata contaminata. Del resto l’imputato ormai da tempo pensava che i suoi familiari gli leggessero nel pensiero e avessero su di lui un potere che prima non avevano, inteso come «prima» certamente il periodo in cui egli marito, padre e persona regolarmente impegnata in un lavoro, aveva ancora, pur in presenza di un disturbo di personalità semioccultato e in parte eluso anche nella famiglia, uno status sociale di normalità. I concetti di sviluppo delirante e la dimostrazione del nesso di causalità tra questo e l’uccisione di entrambi i genitori sono stati alla base di una sentenza emessa al di là di ogni ragionevole dubbio in punto ricostruzione dei fatti, indagine clinica e attribuzione di «significato di infermità» all’agito di M.F. In ambito poi di valutazione della testimonianza resa da minori che si dichiarano abusati, per cui il processo è indiziario, il problema della prova scientifica è ancora più delicato e si gioca tutto sulla metodologia di indagine utilizzata dal perito/consulente, metodologia sulla quale non esiste – allo stato – un accordo condiviso. Le fonti di prova, in casi del genere, promanano dalle dichiarazioni rese dai minori dapprima ai genitori e successivamente al GIP in sede di incidente probatorio, con numerosi passaggi intermedi (educatori, psicologi, insegnanti, assistenti sociali, funzionari di polizia giudiziaria e via dicendo). Qui il problema diventa delicatissimo, sia perché: 1. il ricordo non è mai la riproduzione fedele dell’evento, bensì un processo di recupero di un contenuto (le memorie recuperate) avviene a partire da una serie di informazioni e di dati presenti in memoria, non necessariamente ben collegati, che noi mettiamo insieme in modo che la narrazione del nostro ricordo abbia un senso per noi. Esperienze traumatiche precoci possono essere ricordate come memorie emozionali, non come memorie esplicite, con il rischio di svilupparne di false, pertanto ogni narrazione è fondamentalmente un processo di tipo ricostruttivo e non di tipo riproduttivo, di semplice ripescaggio; sia perché: 2. i bambini tendono a dire «sì» a molte domande poste in modo diretto, soprattutto se chi pone le domande viene visto o si impone

174

come figura autoritaria e inquisitoria e possono assecondare l’adulto rispetto a ciò che questi si attende o teme di sentire. L’intervento di queste figure è di importanza fondamentale, perché dai modi e comportamenti da loro tenuti nell’ascoltare il bambino dipende in larga misura il contenuto delle di lui dichiarazioni. Per tutti la ripetizione di un evento è motivo di distorsione del ricordo: figuriamoci nei bambini! La suggestibilità del minore è un tratto sia individuale (fattori cognitivi ed emotivi), sia contesto-dipendente (fattori socioculturali e relazionali). I bambini sono suggestionabili anche rispetto a fatti accaduti al loro corpo: interviste ripetute in cui vengono suggerite informazioni aggiuntive e non vere possono facilmente determinare un ricordo che contiene tali informazioni, oppure indurre a conferire un significato diverso a un evento di per sé neutro (situazioni di gioco o di affettuosità fisiche tra genitore e figlio). I bambini piccoli ricordano cose che hanno vissuto, cose che hanno sentito raccontare, cose che hanno immaginato, cose che hanno visto rappresentate attraverso i mass media, senza essere in grado di operare discriminazioni (assenza della funzione riflessiva). Esperienze traumatiche precoci possono essere ricordate solo come memorie emozionali e non come memorie esplicite, con il rischio di sviluppare falsi ricordi. Esistono pertanto delle regole e dei criteri da tenere presenti nella conduzione delle interviste e nell’ascolto di un minore, mantenendo fin dai primi momenti una posizione di ascolto neutrale e non verificazionista per cercare di capire che cosa sia accaduto nella realtà e non ponendo le domande come se si sapesse già che cosa è successo. Per quanto riguarda più strettamente la metodologia dell’intervista, sono raccomandate: A. Operazioni condivise – videoregistrare o almeno registrare (il metodo più completo); – assumere nel corso del primo incontro una posizione di ascolto neutrale; – adottare il metodo falsificazionista; – evitare nel corso dell’intervista domande dirette o inducenti; – utilizzare gli stessi vocaboli usati dall’intervistato; – evitare di confermare nostre ipotesi di partenza; – evitare di rinforzare, minacciare, lusingare, promettere; – evitare di ripetere le stesse domande; – organizzare le domande da aperte a chiuse; – utilizzare lo specchio unidirezionale; – chiudere l’incontro in maniera amichevole. ALCUNE PRESCRIZIONI A MO’ DI CONCLUSIONE

175


B. Operazioni da evitare – prendere per buone parole o fatti che il soggetto non dovrebbe conoscere; – fare affidamento su deposizioni che variano nei contenuti; – affrontare fin dall’inizio direttamente ed esplicitamente l’abuso sessuale; – assumere atteggiamenti seduttivi o ricattatori, promettendo, minacciando, colpevolizzando il testimone; – farsi guidare da opinioni personali, da pregiudizi, da preconcetti; – responsabilizzare eccessivamente l’intervistato; – trasmettere al bambino l’impressione che è stato vittima di un fatto «mostruoso» e che ora interviene il suo «salvatore magico». Inoltre è raccomandato evitare pregiudizi quali: – i bambini non possono parlare di qualcosa che non abbiano sperimentato; – espressioni di sessualità in età non appropriata significano che il bambino è stato abusato; – bambini che si baciano, che si toccano, che usano un linguaggio sessuale, che giocano con urina e feci, sono stati abusati; – considerare l’interesse e la curiosità del bambino per la sfera sessuale come indicatore di abuso; – i bambini non vivono in una dimensione sessuale e non hanno ancora una loro sessualità. È infine importante prendere in considerazione possibili fonti di errori, quali: – il bambino è in grado di ricordare fedelmente quanto eventualmente accadutogli; – il bambino è in grado di esprimersi in maniera autonoma; – esistono risposte specifiche a uno stress rispetto a un altro; – se il bambino ha conoscenze sulla sessualità, esse derivano sempre da un abuso subito. In estrema sintesi: interrogatori multipli tenuti da diversi professionisti non sono consigliabili. Si dimostrano invece adeguati interrogatori multipli condotti da una stessa persona. L’intervistatore deve tenere conto: dei fini dell’indagine; di quante volte e da chi il bambino è già stato sentito e con quali modalità; il funzionamento e i bisogni particolari del bambino; l’età e il livello di ansietà; i temi correlati al sostegno e alla sicurezza del minore; gli aspetti pratici dell’accertamento. Ricordare sempre che è la sofferenza che deve trovare ascolto e comprensione in un contesto relazionale e

176

storico significativo e utile per l’accertamento della verità processuale e storica. L’esaminatore deve modulare il tipo e la quantità di domande tenendo conto del contesto in cui le utilizza. Egli può ricorrere ad alcune strategie di esplorazione e raccolta dati quali: ricavare informazioni da fonti differenti; programmare più incontri; usare domande e mezzi che ritiene più idonei per quella vittima; ponderare le diverse informazioni nelle fase in cui si devono prendere decisioni; organizzare programmi di protezione. Mi ripeto, ma insisto, strumenti indispensabili che consentono una raccolta e una conseguente presentazione corretta del materiale raccolto sono: l’accoglienza, l’ascolto, il silenzio, la compartecipazione, ricordando sempre che una cosa è l’intervista clinica, altra è quella investigativa. Il discorso si pone in termini più concreti se l’indagine peritale parte dall’esistenza di una lesione neurologica comprovata o da un danno cerebrale diagnosticato anche attraverso l’ausilio dei moderni strumenti neuropsicologici e di indagine neuroradiologica. Si tratta di dati che non si possono ignorare: le stesse emergenze elettroencefalografiche già di per sé sole possono essere indicative di alterazioni di indubbia rilevanza clinica; ancor più, se confortate da altri esami, quali l’angioscintigrafia cerebrale, la TAC, la RMf ecc. Il loro significato forense può però essere compreso unicamente attraverso lo studio clinico individualizzato, che dà loro senso e significato. Infinite sono le variabili che intervengono nella spiegazione e nella causalità (mai unilineare, ma sempre multifattoriale) di un comportamento umano, conforme o difforme. Questo è un principio che, allo stato delle nostre conoscenze, non può essere posto in secondo piano di fronte alle pur affascinanti scoperte che ci aiutano a comprendere meglio come funziona il cervello umano, ma non sono, per ora, in grado di risolvere il problema della responsabilità (e della irresponsabilità) individuale dando a questo quesito una risposta compiuta e soddisfacente. Solo un approccio clinico integrato, quale già descritto, può offrire quelle garanzie che tutti quanti cerchiamo e che ci vengono chieste. Con altre parole, vale quanto scritto da Damasio al termine della sua magistrale monografia e cioè: I fatti che ho esposto riguardo a sentimenti e ragione, assieme agli altri che ho discusso sulle interconnessioni tra cervello e corpo, confortano l’idea generale presentata all’inizio del libro: una piena comprensione della mente umana richiede una prospettiva integrata: la mente non solo deve muovere da un «cogito» non fisico al regno dei

ALCUNE PRESCRIZIONI A MO’ DI CONCLUSIONE

177


tessuti biologici, ma deve anche essere correlata con un organismo intero, in possesso di un cervello e di un corpo integrati e in piena interazione con un ambiente fisico e sociale (Damasio 2009: 341).

Pertanto è antiscientifico voler elevare a principio universalmente valido il dato testistico, neuropsicologico, neuroradiologico, neuroenzimatico, neurofunzionale, genetico e via dicendo che attualmente non rappresenta altro che uno tra i molti fattori che si possono individuare nello studio del comportamento umano: tanto più quanto più è in discussione la valutazione di un agito avente riflessi in ambito forense. In questo senso ho riferito sul secondo caso di una patologia del sonno,41 le cui conclusioni cliniche sono state accolte dal magistrato dell’udienza preliminare, ma sulla cui valutazione peritale egli è andato di diverso avviso, stante l’impossibilità e, aggiungo io la non opportunità, di tradurre la valutazione clinica in esclusione della coscienza e della volontà dell’atto (ex art. 42 c.p.) piuttosto 41. Le parasonnie più importanti da un punto di vista criminologico e psichiatrico-forense sono quelle rappresentate da disturbi della condotta e da comportamenti violenti (rbd = rem Behaviour Disorder) che insorgono durante il sonno rem e quelle non-rem. Riassumiamo brevemente, ricordando: 1. le parasonnie non rem sono risvegli confusionali (ebbrezza del sonno), terrori notturni, sonnambulismo, sleepsex; 2. le parasonnie rem sono disturbi comportamentali; 3. gli stati parasonnici misti (overlap parasomnia syndromes). Le parasonnie comportamentali di competenza psichiatrico-forense possono dunque verificarsi: nei risvegli confusionali, nel sonnambulismo (se interrotto o disturbato da interventi esterni), nella distonia parossistica notturna (a danno di colui o di colei che dorme accanto al paziente), nel corso di sogni terrifici (con conservazione del ricordo e della sequenza di immagini terrifiche), nel corso dei disturbi comportamentali (in cui l’attività onirica si accompagna al mantenimento del tono muscolare). Le parasonnie comportamentali possono essere addebitate: 1. a fattori non propriamente patologici quali: stress acuto e devastante o stress prolungati e intensi, sonnambulismo, uso di stimolanti, intossicazione acuta da alcool e stupefacenti, irregolarità del sonno, privazione di sonno, uso di ipnotici e di tranquillanti (sane automatism); 2. a patologie psichiatriche (schizofrenie e depressioni maggiori; disturbo borderline e schizoide di personalità); 3. a patologie neurologiche (focolai epilettogeni profondi, non documentati; morbo di Parkinson; encefalopatie tossiche, dismetaboliche, traumatiche) (insane automatism in entrambi i casi). Esse possono essere scatenate o acutizzate da patologie fisiche. In particolare: i disturbi comportamentali nella fase rem (= parasonnie violente rem) sono caratterizzati dal fatto che è assente la normale risoluzione del tono muscolare ed è presente un’intensa attività motoria collegata a quella onirica. Essi tendono a verificarsi in piena notte, verso il mattino e sono associati al ricordo di sogni vividi; la rievocazione del sogno è del tutto caratteristica. Si pensa che questi disturbi siano la conseguenza di una lesione – documentata o ipotizzata – a carico delle strutture del ponte dell’encefalo che provoca una disfunzione dei meccanismi del tronco encefalico preposti alla normale soppressione del tono muscolare quando si entra nel sonno rem.

178

che riportarla in ambito di vizio di mente (ex artt. 88e 89 c.p.). In altre parole, pur condividendo con noi il dato innegabile relativo alla presenza nel soggetto esaminato di una patologia del sonno, egli non poteva accogliere le nostre conclusioni peritali ed emettere un giudizio di non responsabilità, al di là di ogni ragionevole dubbio: di dubbi ce ne erano tanti, forse troppi per prendere una decisione foriera di pesanti conseguenze in ambito sanzionatorio e risarcitorio, condividendo, sia pur nell’esercizio del suo libero convincimento, quelle che erano delle semplici ipotesi peritali come tali presentate. In effetti, grandi difficoltà si devono affrontare quando si tratta di esaminare la rilevanza di un quadro di parasonnia in tema di punibilità e di imputabilità dell’autore di reato, premesso che il fatto-reato sia avvenuto durante il sonno e le indagini svolte in un Centro di medicina del sonno, deponenti per la presenza di una patologia del sonno, inducano a pensare che esso sia espressivo di una parasonnia. La prima cosa da segnalare è che o si tratta di comportamento denunciato e descritto da chi dorme con il soggetto oppure si tratta di resoconto retrospettivo reso dal soggetto stesso fin dalle prime indagini e caratterizzato da una compromissione più o meno evidente e grave dello stato di coscienza. Ecco allora che, affrontato e risolto il problema clinico (quando e se possibile), il perito si trova di fronte alla valutazione di un atto automatico avvenuto in fase di sono non-rem o rem. Gli automatismi sani, infatti, possono essere messi in rapporto con quanto previsto dall’art. 42 c.p. («Coscienza e volontà dell’atto»), in riferimento al quale si potrebbero aprire nuovi spazi interpretativi della norma ivi contenuta (analogamente: Model penal code degli Stati Uniti, capo 2.01, 10 co.). Recita testualmente il suddetto articolo del codice penale attualmente in vigore in Italia: «Nessuno può essere punito per un’azione od omissione preveduta dalla legge come reato, se non l’ha commessa con coscienza e volontà». Allo stato, relativamente al fatto che «altre condizioni, al di fuori di quelle patologiche», possano o meno rientrare nell’ambito dell’applicazione dell’art. 42 c.p. (es. stati emotivi, malore, deliquio, assopimento, sonnambulismo ecc., tutte condizioni che – nell’ingenerare uno stato di incoscienza da causa transeunte – possono abolire la punibilità senza intaccare la generica capacità di intendere e di volere: v. sentenza 11 giugno 1982 della Pretura di Padova) si vuole sia problema di competenza giuridica, non psichiatrica. È sufficiente qui ricordare come circa l’art. 42 c.p. la giurisprudenza ALCUNE PRESCRIZIONI A MO’ DI CONCLUSIONE

179


della Sup.a Corte abbia dato contrastanti soluzioni al problema. Per alcune sentenze il malore improvviso costituisce caso fortuito, per altre è un’infermità che esclude l’imputabilità. Favorevoli alla prima soluzione, nel senso di una legittima assoluzione dell’imputato per insufficienza di prove «in quanto il malore improvviso dell’agente non esclude la capacità di intendere e di volere, ma incide sulla coscienza e volontà» sono due non recenti sentenze della Corte di Cassazione (S.U., 14.6.1980; sez. V, 23.2.1982). In effetti, se si privilegia un approccio descrittivo categoriale non si esce dal problema che a mio modo di vedere può trovare una più pratica soluzione, tenendo presente che – sotto il profilo funzionale – la compromissione della capacità di un soggetto è identica, che si tratti di un automatismo sano o patologico: entrambi i casi, di conseguenza, rientrano a buon diritto nello spirito e nella lettera di quanto previsto dagli artt. 88 e 89 c.p. o, almeno, in questo ambito si fanno rientrare, per mancanza di giurisprudenza concorde. Tutto ciò premesso, viene da chiedersi quale rilevanza psichiatrico forense possa avere un agito avvenuto in una condizione di alterata coscienza, come può accadere nel corso del sonno rem e che è diretta traduzione nel comportamento di una attività mentale onirica e drammatica. Come per tutto quanto riguarda l’accertamento psichiatrico dello stato di mente di un autore di reato (o di una vittima) al momento del fatto, è chiaro che ogni ragionamento clinico è di tipo ipotetico-deduttivo e mai potrà fornire certezze assolute circa lo stato di mente del soggetto in esame. Premesso che è stata documentata la patologia neurologica, occorre stabilire se l’atto automatico si accompagna a una qualche forma di patologia psichiatricamente rilevante (automatismo patologico) o meno (automatismo non patologico). Nel primo caso, è necessario stabilire se è possibile conferire «valore di malattia» all’atto secondo la metodologia e la criteriologia già illustrate; allora la valutazione psichiatrico forense andrà nella direzione della presenza di un vizio totale o parziale di mente e dell’accertamento della pericolosità sociale psichiatrica dell’autore di reato. Nel caso in cui l’automatismo non sia correlabile a nessuna delle «cause» patologiche psichiche che primariamente o secondariamente possono far ritenere l’atto un equivalente psicopatologico rilevante a fini forensi e l’atto per cui è processo non è altrimenti spiegabile e comprensibile se non correlandolo e collegandolo a una parasonnia comportamentale violenta (automatismo sano), ci si

180

potrebbe rifare ad altri concetti giuridici, quali appunto la coscienza e volontarietà dell’atto di cui all’art. 42 c.p. Ovviamente non si nega che il soggetto abbia commesso un atto criminoso, ma si sostiene la sua incapacità di esercitare coscientemente mezzi di controllo volontario finalizzati all’impedimento della commissione dell’atto durante l’episodio parasonnico. Siccome, come già detto, manca la possibilità di fornire la «prova provata» del fenomeno in concomitanza del delitto (come in ogni altro settore della valutazione psichiatrico-forense), il magistrato dovrà tenere presente questo ragionevole dubbio e dovrà giudicare di conseguenza. I problemi valutativi non nascono quando il perito ipotizza che il reato sia l’equivalente di un automatismo patologico: l’attuale impianto del diritto e della giurisprudenza italiana è in perfetto assetto con il convincimento che in questi casi il giudizio del perito sia «tecnicamente fondato e correttamente motivato». Perplessità e riserve da parte dell’inquirente e del giudicante nascono quando il perito – che ha rispettato tutti i criteri e le regole metodologiche di cui sopra e ha raccolto dati anamnestici, clinici e strumentali che orientano verso l’ipotesi che il delitto sia un equivalente di un automatismo sano – conclude per l’assenza di coscienza e volontà dell’atto e restituisce il problema al magistrato che, alla luce della verità processuale, deve decidere se accogliere o respingere la congettura del perito. Anche in questo caso, però il problema può essere ricondotto ai criteri tradizionali di valutazione dell’infermità di mente, nel senso che un alterato stato di coscienza, in psichiatria, rappresenta una patologia che – sia sano o insano l’automatismo – rende infermus il funzionamento mentale dell’attore e quindi conferisce significato di infermità all’agito. A cosa portano tutti questi esempi e queste considerazioni critiche? A una importante conclusione: che ognuno faccia quello che è proprio della sua funzione. Gli investigatori e i giudici accertino la verità processuale e non si travestano da psico-poliziotti; gli psicologi e gli psichiatri documentino la verità clinica, evitando pronunce dogmatiche e autoreferenziali. Si smascheri la finzione del peritus peritorum, se non facendola coincidere con il «libero convincimento» del giudice, che prende le sue decisioni fondamentalmente dalla ricostruzione dei fatti e non dalla conoscenza dei protagonisti del crimine; o, meglio, egli tiene conto di questa conoscenza alla luce della ricostruzione della verità processuale: compito che esula del tutto da quanto periti e consulenti sono chiamati a fare. Essi costruiscono una verità clinica che, se non coincide con la verità procesALCUNE PRESCRIZIONI A MO’ DI CONCLUSIONE

181


suale, viene acquisita agli atti ma quasi sempre «messa nel cassetto». Non si dimentichi mai che la «prova scientifica» che psicologi e psichiatri forensi possono fornire agli operatori del giudiziario, pertanto, non è rappresentata dalla ricostruzione di un fatto reato o dall’uso di strumenti diagnostici (in senso lato intesi) più o meno raffinati e in grado di «misurare» le funzioni mentali di un soggetto, bensì dal rigore con cui essi, nell’assoluto rispetto della deontologia professionale, applicano la criteriologia e la metodologia peritali e osservano regole minime nella compilazione dei loro elaborati. Le loro conclusioni devono rimanere aperte al contraddittorio dal momento che si tratta di semplici convenzioni e possono benissimo non essere condivise da giudici e difensori, dal momento che ognuno crede di possedere la sua verità storica (che in realtà nessuno conosce) e si crede in diritto di subordinare alla stessa il prodotto peritale che nella stragrande maggioranza dei casi, non deve essere «vero», ma semplicemente «utile». Come salvarsi da tutto ciò che non è certo la regola, ma che è fenomeno tutt’altro che infrequente? Facendo il nostro mestiere, sia come periti, sia come consulenti, non dimenticando mai che il relativismo scientifico costituisce per tutti un aspetto fondamentale cui si deve fare costante e preliminare riferimento per articolare ogni successiva discussione e valutazione. Nessun dato clinico o di laboratorio o di indagine neuropsicologica, per quanto sofisticato sia, può fornire di per sé solo una risposta che possa esaurire un percorso diagnostico o valutativo: può però certamente orientare le indagini successive, seguendo un procedimento di tipo falsificazionista. Anche una composizione complessa, ma monofattoriale (solo clinica, o strumentale o psicodiagnostica) sortisce un affetto tecnicamente corretto, ma solo parziale: pertanto insoddisfacente e – al limite – non utilizzabile. Spesso però le repliche dei consulenti di parte si limitano a criticare questi procedimenti, dimenticando che le loro considerazioni devono essere dirette alla metodologia e alla parzialità dei criteri utilizzati, non solo alle conclusioni peritali. Si può infatti ammettere che i periti/consulenti abbiano competenza sul vizio di mente totale; ma nel gioco delle parti anche questo viene spesso messo in discussione e disatteso. Figuriamoci sul vizio parziale di mente la cui applicazione è al limite dell’arbitrio e, privo com’è di «contenuti scientifici» (il «grandemente» risponde a criteri di apprezzamento soggettivo e iperconvenzionale), costituisce quasi sempre una scappatoia per mettere tutti d’accordo e non

182

creare eccessivi problemi ai protagonisti della scena giudiziaria. Infatti la parte civile può mantenere in vita le sue pretese risarcitorie, la difesa dell’imputato porta a casa un bel risultato che non è sempre quello desiderato ma che non va certo male, il procuratore ottiene la erogazione della pena, sia pur ridotta di un terzo (quasi sempre ben compensata dall’applicazione della misura di sicurezza psichiatrica), i periti e i consulenti sanano le loro controversie e possono uscire dalle aule di Tribunale sotto braccio. Quale risultato migliore per dirimere molte controversie e salvaguardare i propri ruoli nel gioco del «libero scambio» tra le parti (di periti e consulenti?). Si smetta, tra l’altro, di identificare il perito nel ruolo elettivo del tecnico super partes, in quanto scelto dal giudice e avente l’obbligo di dire la verità; mentre in capo al consulente tecnico, assimilato al testimone, tale obbligo non sussiste: pertanto si ha diritto di credere la sua sia un’attendibilità minore, di serie B. Ognuno allora svolga il suo mandato, nel rigoroso rispetto delle proprie competenze, utilizzandole in scienza e coscienza e non mettendole al servizio di pericolosi trasformismi o delle sia pur legittime esigenze delle parti, che però a noi tecnici della psiche non devono interessare. Si smetta di fare i giustizieri o i salvatori, di scambiarsi i ruoli, di confondersi e di confondere le idee vestendo di volta in volta abiti che non gli sono consoni ma che fanno moda (il criminologo, il criminalista, lo psicopatologo, il neurofisiologo e via dicendo). Alla luce di queste considerazioni, suonano sacrosante le seguenti parole: Avvocati, investigatori e poliziotti, quando cercano di trasformarsi in periti, corrono il rischio di far diventare oscuro ciò che ha bisogno di essere legalmente chiarito; e i clinici, quando progettano metodi e tecnologie poco o nulla ripetibili e controllabili e ricorrono a interrogatori che li inducono ad agire come investigatori, avvocati o poliziotti, rischiano di diventare incompetenti come clinici, oltre a mancare di competenza propria nell’area degli obblighi di legge (Sugarman 1999).

Sarebbe opportuno studiare di più e avvicinarsi a questi affascinanti settori di ricerca e di lavoro con più umiltà e con quell’insicurezza che suscita curiosità e interesse, che elide atteggiamenti rinunciatari e non alimenta sterili trionfalismi. Piace, a questo punto, concludere con le parole di un grande maestro della psichiatria: ALCUNE PRESCRIZIONI A MO’ DI CONCLUSIONE

183


Forse non c’è bisogno di inseguire statuti ineccepibili che ci diano sicurezza, e non c’è bisogno di cercarli e di adattarsi: l’attrezzatura dello psichiatra è una attrezzatura mentale, di per sé specifica e non comune, che fa sua la sofferenza, la tollera perché la elabora e la racconta, ricostruisce la trama di una vita interiore fratturata, fornendo idee, narrative, teorie, conoscenze biologiche, sociologiche, letterarie. Basta e avanza (Rossi 2005).

Con specifico riferimento al lavoro peritale, non si possono che condividere, sottolineandole, le parole conclusive di Merzagora Betsos, quando scrive: Una perizia che concludesse con la mera enunciazione dell’anomalia anatomica digitalizzata e la spiegazione di come una certa anomalia si riverbera sulle funzioni dell’intendere e del volere immiserirebbero l’attività peritale che è anche racconto, narrazione, che è anche comprensione e descrizione della criminodinamica e della criminogenesi, del logos sul crimine. Il logos criminologico entra e deve entrare nella valutazione peritale in ambito penale.

Io aggiungo: in tutti gli ambiti dell’attività peritale, sia penale, sia civile. Nel ristretto ambito penale, poi, i giudici non si accontentano più di risposte dicotomiche, sia pur doverose. In punto quesiti tradizionali, pur nel rispetto delle norme processuali, essi vogliono capire anche quale percorso criminogenetico e criminodinamico le persone hanno seguito nel commettere o subire fatti aventi rilevanza giuridica: per lo meno certi fatti «mostruosi», quali la serialità omicidiaria, i figlicidi, i delitti sessuali, i reati d’impeto, gli agiti che esplodono come «fulmine a ciel sereno» e coinvolgono, come autori o vittime, persone «al di sopra di ogni sospetto» (clinico, ovviamente). Noi dobbiamo rispondere alla complessità e delicatezza di queste indagini non solo con numeri e protocolli, ma con storie e narrazioni che aiutino il giudizio, senza sostituirsi allo stesso. E, allo stato delle nostre conoscenze, solo la clinica, alla luce di una rigorosa e collaudata metodologia, è in grado di fare ciò col rigore scientifico richiestoci. In sintesi, in ambito sia psichiatrico sia criminologico, la ricerca della causalità unilineare risalente alla freniatria e all’antropologia criminale ottocentesca non ha affrontato che uno dei molteplici aspetti del problema. Che le funzioni psichiche abbiano basi biologiche su cui si fondano, è ormai un dato sul quale nessun ricercatore serio avanza

184

dubbi o riserve. Ma il problema è un altro: quello di comprendere come mai, in presenza di alterazioni enzimatiche, neurochimiche e neurotrasmettitoriali identiche o ampiamente sovrapponibili ci troviamo di fronte a risposte psicopatologiche e/o comportamentali così diverse, per cui non esiste un «delinquente» o un «folle» che sia uguale all’altro. Evidentemente bisogna ammettere l’intervento di fattori extrabiologici, che vanno da quelli psicologici a quelli situazionali, socioculturali e transculturali. In altre parole, l’organizzazione del pensiero e del linguaggio, delle emozioni e del comportamento richiedono l’intervento di ben altre variabili oltre quelle biologiche (Biondi 1996; Cazzullo 1999; Borgna 1999): variabili che investono alla radice il senso della vita e i significati ultimi di ogni esperienza psico(pato) logica e di ogni comportamento, delinquenziale o meno. Pertanto, l’antica dicotomia tra anima e corpo, mente e cervello, psicologismo e biologismo, con l’aiuto delle neuroscienze, è destinata a essere superata dalla moderna psicopatologia e criminologia psicodinamica e fenomenologica, che non ignorano il «biologico», ma si rifiutano di ricondurre e di ridurre a questa sola categoria le complesse e misteriose tematiche della devianza (malattia mentale e comportamento criminale). Qualsiasi orientamento vogliano dare il ricercatore e il clinico al loro sapere, al loro fare ed essere operatori della salute mentale, non è possibile prescindere da una visione unitaria, globale e dinamica della persona malata o criminale e dai significati che ella conferisce alla sofferenza provocata o sperimentata. Ricerca e intervento in ambito psichiatrico e criminologico devono prefiggersi lo scopo di aiutare il malato di mente e l’autore di reati a (ri)trovare l’unitarietà e il senso della loro vita attraverso un sistema aperto, flessibile e integrato e non di mantenerli scissi attraverso approcci settoriali che cristallizzano la complessità della sofferenza e dei comportamenti umani in rigide gabbie monofattoriali. Siamo tutti d’accordo sul fatto che i problemi relativi alla definizione giuridica, sociale, culturale, clinica, etica, normativa di delitto e di malattia mentale sono degni della massima attenzione. Però lo studioso di scienze umane si trova fondamentalmente di fronte a persone etichettate come devianti, anomali, delinquenti, malati, non a categorie astratte e teoriche. Pertanto non ha senso alcuno inseguire l’impossibile progetto di una obiettività asettica e imparziale. Ecco che allora il clinico deve inevitabilmente spostare il suo interesse dal piano della ricerca pura, che rimane indispensabile, a ALCUNE PRESCRIZIONI A MO’ DI CONCLUSIONE

185


quello delle sue applicazioni concrete per comprendere il significato di quel funzionamento psicopatologico o delinquenziale e valutare i gradi di libertà, di sanità, di responsabilità e di autonomia con le quali quella persona interagisce in quel contesto esistenziale. Se i problemi del malato di mente e dell’autore di reato si costituiscono in un contesto sociale e non solo privato, sia esso quello della famiglia, del lavoro o altro, l’analisi psichiatrica o criminologica, nell’occuparsi di persone concrete e di casi concreti, deve collocarli su uno sfondo di comprensione di ordine sociale e culturale. Nessuno pertanto agisce semplicisticamente secondo quell’imprinting (programmazione predeterminata e immodificabile) che guida l’animale nelle sue attività di caccia, nutrizione, difesa, procreazione, aggressione, ma seguendo finalismi più o meno evidenti ed espliciti, anche nel delitto. A qualcuno piacerebbe ancora scoprire il cromosoma della violenza, il locus cerebrale in cui si annida l’«istinto ferino», l’enzima responsabile dell’«irresistibile impulso»42 o l’alterazione molecola o funzionale specifica per quel comportamento o per quella sintomatologia. Questa disperata e talvolta accanita e cocciuta ricerca della causalità unilineare, però, non fa altro che perpetuare l’illusione di poter trovare una soluzione semplice a problemi complessi e la fallace speranza che un qualche tipo di eugenetica consenta di costruire un sistema sociale in cui «tutti sono buoni e si comportano bene». Per tutte le ragioni su esposte, affascinanti, ma del tutto utopici, suonano pertanto, a mio avviso, i seguenti auspici:

comprendere un comportamento, aggiungendo una parte del puzzle alla composizione clinica, non sostituendosi alla stessa. Ciò non significa che non si debbano utilizzare gli strumenti di indagine che la moderna tecnologia mette a disposizione del clinico: così sarebbe del tutto antiscientifico ostentare scetticismo e ostracismo verso il progredire delle ricerche sul funzionamento del cervello. È fondamentale però fare uso oculato e mirato dei moderni mezzi d’indagine, inserendone i risultati in una cornice clinica che conferisca significati e sensi alla ricostruzione di trame di vita spezzate. Di tutto ciò dobbiamo avere chiara consapevolezza e di ciò dobbiamo sempre tenere conto, anche quando crediamo di aver potuto stabilire relazioni significative tra temperamento, cervello, «bios» e comportamento individuale, conforme o difforme.

Si pensi come gli avanzamenti scientifici potrebbero condizionare il modo in cui valutare la personalità e il grado di maturità di un individuo minorenne, stabilire la capacità di intendere e di volere di un imputato oppure la sua pericolosità sociale, indagare l’idoneità a testimoniare e la credibilità di un testimone, identificare le situazioni di inganno intenzionale e di simulazione (Gullotta, Zara 2009).

Tra determinare e facilitare un comportamento, come tra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare. I fattori «neuro» possono aiutare a 42. È stata ipotizzata nel secolo passato l’esistenza di un «organo cerebrale ferino» collocato nella regione temporo-parietale destra, responsabile della «sventurata e irresistibile inclinazione a uccidere» (Gall 1823; Miraglia 1853); in termini più moderni di parla di «sindrome del serial killer» identificata con il «discontrollo periodico» o la «psicosi limbica» (disturbo organico a carico della zona limbica del cervello: Norris 1990) per ricondurre al terreno dell’«organico» le attività motorie violente e automatiche. Sul determinismo del comportamento criminale, aggressivo e violento, psicopatico e antisociale si vedano, in particolare, Abbott 2001; Bechara, Damasio 1994; Dolan 2002; Lorber 2004, tutti citati in Gulotta, Zara 2009.

186

ALCUNE PRESCRIZIONI A MO’ DI CONCLUSIONE

187


BIBLIOGRAFIA

Asendorpf J.B., Banse R., Muecke D. 2002, Double dissociation between implicit and explicit personality self-concept: the case of shy behaviour, «J. Personality a. Social Psychology», 83: 380-393. Augias C., Mancuso V. 2009, Disputa su Dio e dintorni, Mondadori, Milano. Banse R., Seise J., Zerbes N. 2000, Implicit Attitudes Towards Homosexuality: Reliability, Validity and Controllability of the IAT, «Zeitschrift für Experimentelle Psychologie», 48: 145-16. Barenboim D. 2007, La musica sveglia il tempo, Feltrinelli, Milano: 115. Bianchi A., Gulotta G., Sartori G. 2009, Manuale di neuroscienze forensi, Giuffrè, Milano. Biondi M. 1996, La mente selvaggia, Il Pensiero Scientifico, Roma. Bogetto F., Rocca P. 2008, La libertà dal nostro cervello, in Fornari U., Trattato di psichiatria forense, Utet, Torino. Borgna E. 1999, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli, Milano. Broughton et al. 1994, Homicidial Sonnambulism: A Case Report Sleep, 17: 253-264. Cazzullo C.L. 1999, L’evoluzione dei concetti e della realtà in psichiatria, «Psichiatria Oggi», I(2): 2-6. Churchland P.M. 1998, Il motore della ragione, la sede dell’anima, Il Saggiatore, Milano: 205 sgg. Cohen J. 1988, Statistical Power Analysis for the behavioral Sciences, Lawrence Earlbaum Associates, Hillsdale, NJ. Collica M.T. 2008, Il giudizio di imputabilità tra complessità fenomenica ed esigenze di rigore scientifico, «Riv. It. Diritto e Proc. Pen.», LI/3: 1170-1216.

189


Damasio A.R. 2000, Emozione e coscienza, Adelphi, Milano. 2009, L’errore di Cartesio, Adelphi, Milano, XI ed.: 26.

Galimberti U. 2010, I vizi capitali e i nuovi vizi, Feltrinelli, Milano: 75 e sgg.

de Cataldo Neuburger L. (a cura di) 2007, La prova scientifica nel processo penale, Ced, Padova.

Greenwald A.G., Mc Ghee D.E., Schwartz, J.L.K. 1998, Measuring individual differences in implicit cognition: The Implicit Association Test, «Journal of Personality and Social Psychology», 85: 197-216.

Gazzaniga M. 2006, La mente etica, codice, Torino.

De Sanctis S. 1902, Sulla classificazione delle psicopatie, «Riv. Sper. Freniat.», 28: 180. Dover G.A. 2006, Darwin and the idea of natural selection, «Encyclopedia of Life Sciences», Wiley, London.

Greenwald A.G., Nosek B.A., A. Banaji M.R. 2003, Understanding and Using the Implicit Association Test: I. An Improved Scoring Algorithm, «Journal of Personality and Social Psychology», 85(2): 197-216.

Egloff B., Schmuckle S.C. 2002, Predictive validity of an Implicit Association Test for assessing anxiety, «J. Personality a. Social Psychology», 83: 1441-1455.

Gregg A. 2007, When Vying Reveals Lying: The Timed Antagonistic Response Alethiometer, «J. Appl. Cognit. Psychol.», vol. 21: 621-647.

Ferracuti S. et al. 2008, I test mentali in psicologia giuridica e forense, Centro Scientifico Editore, Torino: 97 sgg.

Gulotta G., Zara G. 2009, La neuropsicologia criminale e dell’imputabilità minorile, in Bianchi A., Gulotta G., Sartori G. 2009, Manuale di neuroscienze forensi, Giuffrè, Milano: 109 sgg.

Fiedler K., Bluemke M. 2005, Faking the IAT: Aided and unaided response control on the Implicit Association Test, «Basic and Applied Social Psychology», in corso di stampa. Fiori A. 2009, L’al di là di ogni ragionevole dubbio e la medicina legale (Editoriale), «Riv. It. Med. Leg. », 6: 1149-1158. Fiori A., Marchetti D. 2011, I garanti del sapere scientifico medico in sede giudiziaria, «Riv. It. Med. Leg.», 2: 479 sgg.

Jaspers K. 1964, Psicopatologia generale, Il pensiero scientifico, Roma. Kim D.A., Oh H. 2001, Psychosocial aspects of Korean reunification: Explicit and implicit national attitudes and identity of South Koreans and North Korean defectors. Peace a. Conflict, «Journal of Peace Psychology», 7: 265-288. Legrenzi P., Umiltà C. 2009, Neuro-mania, Il Mulino, Bologna. Maffei C., Borderline, Cortina Milano, 2008.

Fornari U. 1973, Disgonosomie e criminalità. Studio criminologico-clinico, a fini forensi, di un soggetto omosessuale, transessuale, ladro e rapinatore, portatore di un corredo cromosomico 47, xyy, «Ann. Freniat. e Sc. Aff.», 86(4): 311-335. 2008, Trattato di Psichiatria Forense, Utet, Torino. 2011, Paranoia, Espress edizioni, Torino. Fornari U., Pennati A. 2011a, Gli indicatori genetici nella valutazione della pericolosità sociale psichiatrica, «Sezione Forense di Brain Factor», Marzo. 2011b Il metodo scientifico in psichiatria e psicologia forensi (parte 1 e 2), «Brain Factor», aprile 2011. Fornari U., Rosso R. 1988, Libertà morale, infermità di mente e forza irresistibile nella psichiatria italiana dell’ottocento, «Riv. It. Med. Leg.», X(4): 1139-1174.

190

Manhowald M.W., Schenck C.H. 2000, Violent Parasomnias: Forensic Medicine Issues, in Kryger M.H. et al. 2000, Principles and Practise of Sleep medicine, Saunders Company, Philadelphia: 786-795. Merzagora Betsos I. 2011, Il colpevole è il cervello. Imputabilità, neuroscienze, libero arbitrio: dalla teorizzazione alla realtà, «Riv. It. Med. Leg.», 1: 175-208. Müller Suur 1956, Zur Frage der strafrechtlichen Beurteilung von Neurosen, Archiv für Psychiatrie, 194: 368, 1956.

Norris J. 1990, Serial Killers, Arrow, London. Piattelli Palmarini M., Fodor J. 2010, Gli errori di Darwin, Feltrinelli, Milano: 79-80.

bibliografia

191


Pietrini P. 2007, ResponsabilMente; dai processi cerebrali al processo penale. Prospettive e limiti dell’approccio neuroscientifico, in de Cataldo Neuburger L. (a cura di), La prova scientifica nel processo penale, Cedam, Padova: 317 sgg. Rossi R. 2005, Psichiatria o psichiatra che cambia? Vicende evolutive dello psichiatria, «Italian Journal of Psychopathology», 11(4): 407-416. Sammicheli L., Sartori G. 2007, Neuroscienze e imputabilità, in de Cataldo Neuburger L. (a cura di), La prova scientifica nel processo penale, Cedam, Padova: 335 sgg. 2009, Neuroscienze giuridiche: i diversi livelli di interazione tra diritto e neuroscienze, in Bianchi A., Gulotta G., Sartori G., Manuale di neuroscienze forensi, Giuffrè, Milano, 2009: 15 sgg. Sartori G., Agosta S., Zogmaister C., Ferrara S.D., Castiello U. 2008, How to accurately detect autobiographical events, «Psychological Science», vol. 19(8): 772-780. Sciascia L. 2007, La scomparsa di Majorana, Adelphi, Milano. Steffens M.C., Günster A., Hartmann J., A. Mehl B. 2004, Veränderte Märkte, feminisiertes Management neue Chancen? Der steinige weg der frauen in Führungspositionen (changed markets, feminized management, new chances? Women’s stoney path to management positions), in Baltes-Löhr C., Hölz K. (a cura di), Gender-Perspektiven; interdisziplinär – transversal – aktuell, Peter Lang Verlag, Frankfurt, Germany: 113-127. Stracciari A., Bianchi A., Sartori G. 2010, Neuropsicologia forense, Il Mulino, Bologna: 10. Sugarman A. (a cura di) 1999, Vittime di abuso, Centro Scientifico Editore, Torino. Tonini P. 2011, Commento a sentenza, «Diritto penale e processo», 11: 1341-1347. Virgilio G., Corrado G., Colucci C. 1908, Il delitto passionale dello scultore F. Cifariello, Tipografia Melfi e Jioele, Napoli. Von Krafft Ebing R. 1897, Trattato di psicopatologia forense, Bocca, Torino: 26 sgg. West-Eberhard M.J. 2003, Developmental plasticity and evolution, Oxford University Press, Oxford.

192

Al di la di ogni sito  
Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you