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Gorizia News & Views Anno 3- n. 8 Settembre 2019

SOMMARIO

Pag. 2 Sergio Scabar a Palazzo Attems: un successo dal retrogusto amaro Pag. 3 Quando le fotografie che dovrebbero smuovere le coscienze rischiano di perdersi in un mare di indifferenza e di selfie Pag. 4-5 Da orfanotrofio per bambine e casa-rifugio per donne disagiate a sede della Caritas: ecco 220 anni di storia dell’Istituto Contavalle Pag. 6 Mensa universitaria, telenovela infinita: lavori terminati ma manca il gestore Pag. 7 Noi, ragazzi di Radio Onda Est, colonna sonora degli anni in cui il commercio andava a gonfie vele Pag. 8 La nostra scuola al Nazareno sulle orme del maestro Manzi Pag. 9 Oltre la via Franconia, quel bosco abbandonato potrebbe diventare un suggestivo circuito nel verde Pag. 10-11 Da “Mai più muri” alla “Pastasciutta antifascista”: il risveglio della partecipazione parte dalla piazza Pag. 12 La tolleranza e gli invasori: l’antica Roma nei sogni di Frank Pag. 13 Scuola, ben venga un “garante”, ma il suo compito non è quello di calpestare la libertà d’insegnamento Pag. 14 Curiosità e interesse per il festival del turismo responsabile Pag. 15 I requisiti di un bravo allenatore? Ve li spiego nel ricordo di un vero maestro come Alberto Bucci Pag. 16-17 Una vita spesa alla ricerca della bellezza: chi era Luisa Morassi la prima donna laureata in architettura al Politecnico di Milano Pag. 18 La Slovenia non è un Paese per migranti: soltanto 300 e per gli altri corridoi di transito oppure respingimenti Pag. 19 Camminando con Bellavite in una Gorizia “tra le nuvole”

“Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo.” (Immanuel Kant)

Ad Agorè “Doppio sogno” la mostra personale di Hamed Darek Pag. 20 Ecco Teen Choir, il coro del futuro un’altra creatura della maestra Marussi


Sergio Scabar a Palazzo Attems: un successo dal retrogusto amaro di Eliana Mogorovich

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egli anni Settanta la fotografia stava conoscendo il suo periodo d’oro. Ancora immersa nel dibattito se fosse o meno legittimo considerarla arte, era lentamente entrata negli studi e nel percorso creativo dei pittori (che spesso la inserivano nei propri dipinti) mentre coloro che si professavano fotografi puri riuscivano a creare scatti ai limiti delle più sensibili sfumature pittoriche. L’impulso verso lo sperimentalismo sempre più estremo, di tecnica ma anche di temi, proposto da autori come Man Ray, Klaus Rinke o Joseph Sudek approda anche nella nostra regione appassionando Sergio Scabar che nella fotografia aveva esordito sul finire degli anni Sessanta. L’antologica a lui dedicata nelle sale di Palazzo Attems Petzenstein ripercorre cinquant’anni della sua attività, sintetizzati in maniera esemplare dalla riproduzione 1:1 della parete del suo studio appesa nell’atrio del museo. Ed è pesante, oggi, ripercorrere le sale di cui ha attentamente curato l’allestimento, non lasciando passare nemmeno un millimetro fuori posto agli amici Marco Faganel ed Enzo Tedeschi che, assieme

alla moglie Lucia lo hanno aiutato in questo lavoro. Pesante perchè Sergio Scabar se n’è andato, avvolto dal silenzio che ha sempre contraddistinto il suo essere ma che è stato “strapazzato” su Facebook dal tam tam di chi lo ha conosciuto per diffondere questa triste notizia. Notizia a cui, soltanto pochi giorni dopo la sua scomparsa, si è aggiunta quella della perdita di Guido Cecere, fotografo a sua volta ma soprattutto amico e curatore della mostra di Scabar. Forse alcuni curiosi troveranno in questa doppia perdita un motivo ulteriore per visitare “Oscura camera. 1969-2019”; ma speriamo che, invece, sia il diffondersi della notizia del suo livello e dell’attenzione riposta nell’allestimento (il suo quid in più) a portare i visitatori a Palazzo Attems. Sistemati nel salone d’ingresso, i primi cicli realizzati fra il 1973 e il ‘75 sono concepiti come singoli fotogrammi in sequenza: ed ecco allora che una corsia grigia si rincorre orizzontalmente sulle pareti per simulare una pellicola cinematografica. Nelle prime sale si susseguono le sperimentazioni risalenti agli anni Ottanta, stampate in studio, ancora con il colore, impreziosite da elementi extra artistici nel pieno rispetto delle istanze della Pop Art, o con immagini “violentate” da tagli e interventi che sollecitano lo spettatore a capire fino a che punto giunga la riconoscibilità di uno scatto. Sempre attento a ciò che accadeva attorno a lui, nel 1969 Scabar partecipa e vince il Festival di reportage e racconto fotografico di Fermo con il ciclo “Placet experiri” in cui si interroga sugli effetti delle sostanze stupefacenti sulla fisionomia della persona, proprio negli stessi anni in cui la pubblicità progresso iniziava a mettere in guardia dall’abuso delle droghe. E se in queste prime sale la luce è ancora piena e la richiesta fatta allo spettatore è quella di protendersi, a volte abbassarsi vero l’immagine per meglio comprenderla, successivamen-

te si entra in quelle oscure camere che danno il titolo alla mostra. Dopo una gestazione di sei mesi, Scabar licenzia le sue prime stampe alchemiche ai sali d’argento, concepite in esemplare unico e prodotte in una piccola camera oscura che lui stesso si è creato nel proprio studio, luogo in cui nascono anche le cornici e il colore di cui queste ultime vengono dipinte. Nature morte di oggetti disposti come protagonisti di un teatrino, vegetali che richiamano il tema della vanitas e libri raccolti nei mercatini di antiquariato conducono nuovamente al salone per tornar “a riveder le stelle”. Ma la mostra non si conclude qui. In una stanza separata dalle altre è stato infatti sistemato “Interno di un interno di un ospedale psichiatrico” ciclo che Scabar ha dedicato al manicomio goriziano ormai liberato dalla riforma di Basaglia. Riforma le cui conseguenze sono commentate dalla proiezione di “I giardini di Abele”, il video documentario realizzato da Sergio Zavoli e andato in onda sulla Rai il 3 gennaio 1969. Qui sono gli stessi pazienti a parlare della segregazione reale prima, sociale poi, di cui sono stati vittime: esattamente come gli internati dei campi di concentramento evocati dalle scarpe accumulate nello scatto di Scabar che conclude la mostra. L’esposizione può essere visitata fino al 13 ottobre dal martedì alla domenica dalle 10 alle 18; il giovedì l’apertura è prolungata alle 20 con possibilità di partecipare alle visite guidate gratuite curate dalla cooperativa Musaeus in programma alle 18. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Casa Azul prorogata allo Studiofaganel

Sergio Scabar è scomparso in agosto (e così pure il curatore della mostra, Guido Cecere).

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Doveva chiudersi il 13 settembre, allo studiofaganel di viale 24 maggio, l’esposizione “Casa Azul” di Giulia Iacolutti ma, dato il grande interesse ottenuto, ne è stata decisa una proroga di due settimane. E’ previsto anche un evento che sarà annunciato nei prossimi giorni. “Casa Azul”, che è parte di un’indagine socio-visiva sulle storie di vita di cinque donne trans imprigionate in uno dei penitenziari maschili di Città del Messico, ha un’appendice al Kinemax di Piazza Vittoria.


Quando le fotografie che dovrebbero smuovere le coscienze rischiano di perdersi in un mare di indifferenza e di selfie

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ai come negli ultimi anni la fotografia, pur rimanendo strumento di comunicazione e di interpretazione del reale, è diventata prevalentemente articolo di consumo rischiando così di perdere la sua connotazione tipica di “documento” vivo e realistico, di simbolo descrittivo e narrativo.

La fotografia è giunta ad essere un oggetto super inflazionato divenendo immagine “usa e getta”, qualcosa che c’è ma passa senza lasciare segno. Le immagini nascono, vivono per frazioni di tempo e muoiono, inseguite continuamente e superate immediatamente da nuove immagini che successivamente scontano la stessa sorte. La facilità con la quale ciascuno crede di potersi improvvisare “fotografo”, sfruttando la semplicità d’uso dei cellulari di ultima generazione e delle fotocamere digitali, sempre più alla portata di tutti, ha comportato un’escalation pseudo-culturale e modaiola verso un utilizzo via via più smodato della fotografia come elemento di condivisione di attimi di vita, di sensazioni spicciole, di sentimenti ed emozioni, di puro esibizionismo e, purtroppo molto spesso, di atroce cinismo. Quella che una volta era la “foto ricordo” è ora il selfie in tutte le sue declinazioni e lo sciacallaggio fotografico di natura opportunistica. Questo rischia di condurre inesorabilmente a una errata percezione della realtà conosciuta ed anche e soprattutto di quella che non è direttamente sotto il nostro controllo o sotto il nostro sguardo, riducendola così a semplice routine, facendone smarrire gli effettivi contorni e la vera portata, sottraendo il

di Felice Cirulli suo significato alla elaborazione cosciente e razionale dei fatti rappresentati nelle immagini. La fotografia vera, quella non manipolata, quella pensata, quella motivata, ha sempre avuto, per contro, il potere di emozionare, di commuovere, di indignare. Ha il potere di veicolare sensazioni. La fotografia, quella vera, ha anche il potere di smuovere la coscienza. La storia della fotografia ci racconta e ci insegna come questo strumento di espressione e di comunicazione, nato in tempi relativamente recenti, poco più di un secolo fa, possa rappresentare il modo, al tempo stesso più semplice e più immediato, per far conoscere e per comunicare simultaneamente ad un gran numero di persone situazioni ignote oppure distanti, circostanze più o meno immaginabili, eventi e momenti che contrassegnano il destino di pochi esseri umani o di intere società. Il web, in questo caso, rappresenta un tramite potente dirompente se utilizzato con buon senso. L’immagine fotografica usata come dispositivo di documentazione degli accadimenti è un mezzo di comunicazione potente e comprensibile a tutti, parla un linguaggio universale. La fotografia indipendente, quella non asservita ai poteri forti, ha rappresentato negli ultimi decenni, insieme ai documenti video e al reportage giornalistico di grande levatura, il modo attraverso il quale si è potuto prendere atto dello scempio delle guerre, del delirio delle armi, della miserevole bassezza dell’aggressività e dell’egoismo. Le immagini fotografiche, quando ottenute senza fini reconditi o ambigua strumentalizzazione, hanno il “dono di descrivere l’attimo” e di congelare per sempre una frazione di secondo consegnandola all’eternità e quindi alla valutazione della storia. L’immagine fotografica ha il potere di descrivere un istante che non è più e che diventa “fatto” una frazione di secondo dopo, diventa motore di pensiero e leva per la

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comprensione di ciò che non si conosce e non si può vivere direttamente. In uno scenario come quello del “facciamoci un selfie”, nel quale le immagini finiscono per perdere la loro vera prerogativa di complementarietà della comunicazione orale, per smarrirsi in una babele insignificante e ottusa, foto come quelle di reportage di bambini vittime di guerra, di perseguitati vittime di indifferenza e di soprusi, di muri che si levano a dividere ciò che era unito, di solitudini impotenti, arrivano, scuotono momentaneamente le coscienze e passano. Lasciano pochi o forse nessun segno, perse nella marea di altre terribili immagini che diventano pura abitudine visiva. Il pericolo tangibile è che i cumuli di fotografie fini a sé stesse che circolano sul web finiscano per rappresentare un ostacolo che cela la visuale sul mondo reale, nascondendo e falsificando la percezione della gigantesca sofferenza che ancora flagella questo pianeta, la sostanza vera di cui, purtroppo, è sempre permeata la società moderna, con le sue infinite ed enormi contraddizioni, con le sue spaccature e le sue divisioni tra fortunati e sfortunati, tra sazi ed affamati. Ci sono fotografi che rischiano ogni giorno la propria vita per consegnarci le immagini delle brutture che continuano ad affliggere la società moderna e “cosiddetta” civile. Ci sono fotografie che, dopo aver per qualche giorno sollevato

riprovazione ed indignazione, vengono inghiottite dalla marea dell’indifferenza e nascoste sotto una coltre di cinismo e di ignoranza. La “coperta” delle foto-spazzatura si distende sempre più, salda e compatta, a soffocare le coscienze. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Da orfanotrofio per bambine e casa-rifugio per donne disagiate a sede della Caritas: ecco 220 anni di storia dell’Istituto Contavalle

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a orfanotrofio e casa-rifugio per ragazze in difficoltà, a sede della Caritas diocesana e delle attività ad essa correlate. Cambia pelle l’istituto “don Giovanni Contavalle” che dal 1969 sorge in via Garzarolli, nel rione di Sant’Anna. Il grande edificio, articolato su 4 piani – seminterrato, piano rialzato, primo e secondo piano: in tutto 1500 metri quadri circondati da oltre 12 mila di area verde con giardini e campi da gioco – è stato “impacchettato” per consentire l’avvio di una serie di lavori di manutenzione e di restyling. Come abbiamo scritto il mese scorso sul quotidiano locale “Il Piccolo”, l’opera di ristrutturazione terminerà all’incirca nel settembre del 2020, ma l’inaugurazione della nuova sede Caritas, attualmente ospitata in comodato d’uso nei locali dei frati Cappuccini in piazza San Francesco (occuperà due dei quattro appartamenti da 200 metri quadri ciascuno, al primo piano) è già stata fissata per il 9 novembre. La notizia ci offre lo spunto per ripercorrere, in questa sede, la storia dell’orfanotrofio per bambine, quella che era, cioè, la funzione originaria dell’Istituto, che affonda le sue radici nel lontano 1799. In quell’anno l’abate bolognese Giovanni Contavalle (1743-1827), religioso con una fama di grande predicatore, si trasferì da Como a Gorizia creando in Borgo Castello il primo nucleo di una casa d’accoglienza che si ampliò già nel 1802 con l’acquisto, da parte dello stesso sacerdote, della cinquecentesca casa signorile Dornberg (per 300 fiorini, dal maestro tessitore Antonio Pesce). Si tratta, come è noto, dell’edificio attiguo ai Musei provinciali, i cui proprietari erano stati, fino al 1790, i conti Petazzi. L’edificio venne sistemato da don Contavalle in modo tale da poter ospitare 24 orfane, con due maestre come responsabili e una domestica per i lavori più faticosi. Ben presto la casa fu piena: dopo qualche anno il numero delle orfanelle raggiunse la trentina. La fama del sacerdote bolognese crebbe di pari passo, arrivando addirittura in odore di santità per l’abnegazione con cui dedicava la propria vita e i propri averi alla cura di queste fanciulle appartenenti a famiglie povere. La popolarità dell’abate venne confermata dalla visita effettuata, nel 1816, all’orfanotrofio e al suo fondatore e direttore da Francesco I e Carolina, reduci dall’incoronazione del Regno Lombardo-Veneto a Milano. La coppia imperiale

di Vincenzo Compagnone salì al Castello, simbolo della Contea e del legame con gli Asburgo, e l’importanza dell’avvenimento è testimoniata da una lapide che venne affissa sulla facciata della casa. Non solo. Don Contavalle, l’anno successivo, fu insignito della “Gran medaglia d’oro al merito civile”, segno eccezionale di distinzione pubblica. Il mantenimento dell’orfanotrofio era affidato alle entrate del sacerdote e alle donazioni private. Ma nel 1825, vecchio e quasi cieco, il religioso dovette rinunciare all’incarico, con una dolorosa lettera scritta alla Commissione di beneficenza, l’organo preposto alle funzioni assistenziali. Nel 1826 don Contavalle redasse un testamento, lasciando tutti i beni all’orfanotrofio e precisando che, in caso di scioglimento dello stesso, dovevano essere devoluti all’arcivescovo per essere impiegati “a vantaggio delle povere fanciulle”. La morte sopraggiunse nel 1827: “Nel giro di 28 anni – scrisse il poeta Guido Favetti commemorandone la figura nel 1893 – era riuscito a sostenere un istituto di 20-30 orfane limitandosi ai suoi piccoli guadagni come predicatore e alla carità giornaliera dei cittadini (fra i quali si distinse il conte Giuseppe di Strassoldo, ndr)”. Don Giovanni trascorse i suoi ultimi giorni in una piccola camera al pianterreno della casa, su un letto di lana con due cuscini, un pagliericcio e una coperta di bambagia. Don Luigi Tavano, in “Assistenza e sanità a Gorizia – Le suore di Carità” lo definì come “una personalità che trova pochi riscontri nella vita di una città per altezza di spirito e per efficacia di presenza religiosa e civile”.

le orfane (una ventina) furono trasferite nel monastero delle Orsoline. dopo il ritorno alla normalità, nel 1852 la gestione dell’istituto fu affidata dall’arcivescovo alle Suore di carità di San Vincenzo di Innsbruck, soprannominate familiarmente “le Cappellone”, che manterranno questo incarico per quasi 70 anni, fino al 1921. Nel 1880 l’edificio fu colpito da un incendio innescato da un fulmine, e per quasi un anno le orfane furono costrette a traslocare nella vicina casa Tasso, acquistata pochi anni prima dalla contessa Matilde Coronini, assieme al terreno che divideva i due edifici e sul quale la nobildonna fece erigere una chiesetta dedicata a San Giuseppe. A causa dell’incendio, la Commissione di beneficenza aveva pensato in un primo momento di trasferire il Contavalle in città, ma poi prevalse il progetto di ricostruirlo, elevandolo addirittura di un piano, con l’apertura di due nuovi dormitori. Sciolta, nel 1890, la Commissione di beneficenza, si aprì una contesa fra il Comune e l’Arcivescovado per la proprietà e l’amministrazione dell’istituto: a prevalere, fu, com’era logico, la Diocesi, che si fece forza del testamento di don Giovanni. Si aprì, così, un periodo sereno, anche dal punto di vista finanziario, per l’istituto, bruscamente interrotto dallo scoppio della Grande guerra. Quando i bombardamenti, nel 1915, si scatenarono su Gorizia, e una bomba cadde sulla cappella di casa Dornberg (fortunatamente senza esplodere) le 25 orfanelle furono costrette a lasciare l’edificio. La goriziana suor Raffaella Trampus fece una cronaca di quei giorni, raccontando che le religiose, le due maestre e le orfanelle si radunarono in via Dreossi, presso l’ospedale civile, per salire con i loro bagagli su dei carri che

La Commissione di beneficenza provvide a conferire uno status giuridico all’istituto, intitolato ovviamente al suo fondatore, come “ente morale”, con uno statuto in cui si sottolinea il suo scopo di “educare, istruire e avviare al lavoro fanciulle provenienti da famiglie che, per varie circostanze, non vi possono provvedere”. La vita dell’orfanotrofio proseguì senza particolari scossoni fino al 1848, quando Gorizia divenne punto caldo di passaggio e di ricovero delle truppe imperiali, impegnate nelle vicende belliche italiane. Alla fine del 1849 il Contavalle venne trasformato in ospedale per i soldati e, per otto mesi, Il Contavalle ingabbiato per i lavori di ristrutturazione in corso

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le trasportarono nella località di Volciadraga e da qui, in treno, a Leibniz dove vennero accolte da monsignor Faidutti che le sistemò provvisoriamente in una baracca. Partirono quindi alla volta di Graz, dove il gruppo di suore di San Vincenzo e di ragazze rimasero in “esilio” presso le Suore del Buon Pastore.

stiche e l’educazione dei figli.Le presenze cominciarono a calare vistosamente, l’asilo San Giuseppe traslocò e per un certo periodo la Curia pensò addirittura alla vendita dell’istituto, diretto dallo “storico” presidente don Sergio Ambrosi, al quale è subentrato due anni fa don Stefano Goina, parroco del Sacro Cuore e di San Giusto. Oggi le presenze sono ridotte al minimo: un nucleo familiare con mamma e due bambini extracomunitari e due richiedenti asilo pakistane (in base a una convenzione stipulata con la Prefettura, la struttura può ospitare fino a 5 donne migranti).

Il ritorno a Gorizia, in Borgo Castello, in una casa Dornberg riparata alla bene e meglio dai danni della guerra, avvenne nel 1918. Ma a causa della morte improvvisa della madre superiora, che per anni aveva guidato la comunità, le ultime 4 Suore della Carità rimaste dovettero lasciare a malincuore l’istituto per ritornare, come si legge in un articolo pubblicato nel 1921 da “L’idea del popolo”, nella loro casa natale di Innsbruck. Per la loro successione scattarono subito le trattative con le Suore della Provvidenza che, nel giro di pochi giorni, assunsero la direzione del Contavalle. I primi anni furono contrassegnati da una precaria situazione economica ma anche da una perdita di fiducia dell’istituto presso la popolazione, finchè all’orfanotrofio, nel 1924, non venne finalmente concessa la cittadinanza italiana. Col risarcimento dei danni causati dalla guerra la vita riprese a scorrere più tranquilla, mentre in città si cominciava a pensare a uno sviluppo in chiave turistica del borgo, con la ricostruzione del Castello e l’eliminazione di alcune vecchie case. Il cortile del Contavalle venne trasformato in orto e il raccolto dell’uva, tutta consumata a tavola dalle ragazze, andava dai 4 ai 5 quintali annui. La politica del regime fascista, con la costituzione di due enti assistenziali preposti al controllo dell’infanzia e della gioventù (l’Onmi e l’Onb-Gil) propiziò un sistema di norme protettive per gli orfani, i minori illegittimi e abbandonati, del quale trasse beneficio anche l’istituto. Vennero accolte al Contavalle anche figlie di detenuti o ragazze che avevano alle spalle grossi problemi familiari. Il secondo conflitto mondiale non interruppe, nonostante parecchi danni, l’attività dell’istituto che, anzi, nell’immediato dopoguerra ospitò anche famiglie di profughi dall’Istria e dalla Dalmazia.

Casa Dornberg, in Borgo Castello, sede dell’orfanotrofio dal 1802

Fu soltanto nel 1960 che, in Arcivescovado, si cominciò a ritenere il Borgo Castello, dato lo sviluppo turistico, “non più ideale a un istituto di educazione”: nel frattempo il Contavalle era passato sotto l’amministrazione dell’Enaoli. Fra le due opzioni che si presentarono – chiudere l’orfanotrofio o spostarlo in città – prevalse la seconda tesi. E l’area individuata fu quella di via Garzarolli. Trasferita da Borgo Castello a Sant’Anna all’inizio del 1969, quella che nel frattempo era diventata la Fondazione Contavalle assunse dopo qualche tempo un ruolo diverso: una comunità-alloggio per ragazze madri e giovani donne costrette ad allontanarsi da casa con i loro bambini, per storie legate alla violenza o a situazioni di grave disagio. Il mastodontico edificio, progettato dall’architetto Mario Baresi e dall’ingegner Gelserino Graziato, si rivelò tuttavia, sovradimensionato, essendo stato realizzato per accogliere ben 96 fanciulle da 3 a 18 anni, in gruppi di 12 sotto la guida delle educatrici delle Suore della Provvidenza, in 8 appartamenti. Si provò a “riempirlo” inserendo 40 ragazze dell’asilo San Giuseppe. Ma nel 1974 le Suore rescissero la convenzione e, nel 1984, il Contavalle si trasformò definitivamente in casa-famiglia, ma mai per più di una trentina di ragazze, seguite dai servizi sociali e pienamente autonome per le faccende dome-

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Ma grazie a un ritrovato attivismo, molte associazioni (il Centro Aiuto alla Vita, il Consultorio privato Friuli, la Onlus Diritto di Parola che segue persone affette da varie disabilità e ha trasformato un appartamento il palestra, la Ginestra che ha organizzato dallo scorso anno un doposcuola) hanno fatto del Contavalle la loro casa, che da novembre, con l’insediamento della Caritas – è già operante nell’istituto un Centro d’ascolto -.comincerà a scrivere un nuovo e importante capitolo della sua secolare storia. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Giovani talenti al Parco Coronini

La rassegna Note in città si concluderà venerdì 13 settembre alle 21 nel Parco Coronini con il concerto dei vincitori del secondo concorso “Giovani talenti – Gorizia 2019, Premio Guglielmo Coronini”. Si esibiranno i musicisti sloveni Lia Calcina al violoncello e Vid Ibic al pianoforte. Organizzazione a cura della Casa delle Arti e della Fondazione Coronini Cronberg.

Fabio Cipolla espone ad Agorè

Sarà inaugurata venerdì 13 settembre alle 18 nella galleria Agorè di via Rastello 49 la mostra “Blind” di Fabio Cipolla. L’esposizione potrà essere visitata fino a lunedì 23 settembre con i seguenti orari: da lunedì a venerdì dalle 16 alle 19.30, sabato e domenica dalle 9 alle 19.30. Il giovane artista di Capriva, dopo aver frequentato il liceo artistico Max Fabiani, ha studiato scultura all’Accademia di belle arti di Carrara.

Violino, ritorna il concorso Lipizer

Da venerdì 6 settembre a domenica 15 si terrà al Kulturni center Lojze Bratuz di viale XX settembre a Gorizia il 38mo concorso internazionale di violino intitolato al maestro Rodolfo Lipizer. Dopo le fasi eliminatorie, le finali si terranno venerdì 13 e sabato 14 con inizio alle 20.30. Le proclamazione del vincitore è in programma domenica 15 allle 19. Seguiranno le premiazioni e, dalle 20.10, il tradizionale concerto dei laureati.


Mensa universitaria, telenovela infinita: lavori terminati ma manca il gestore di Timothy Dissegna

punti convenzionati per gli studenti. Il primo a rispondere alla chiamata è stata la “Wiener Haus” di piazza Battisti, per poi essere seguita anche dalla rosticceria “Gusto Più”, all’interno del supermercato “Godina”. Meno nota è stata la difficoltà di trovare questi partner, con diversi bandi andati deserti o con partecipanti che non possedevano i requisiti necessari per vincere. Finalmente è però giunto il tanto atteso annuncio: la mensa interna

a via Alviano sarà consegnata agli studenti entro novembre. Effettivamente, i lavori sarebbero anche conclusi e i locali ormai pronti ad ospitare la struttura. Un bel traguardo, dopo oltre un decennio di discussioni in merito e un percorso abbastanza ostico per raggiungere un risultato definitivo.

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uando si parla di mensa universitaria a Gorizia è praticamente impossibile fornire date certe. Chi frequenta gli ambienti del polo di via Alviano, infatti, sa bene che la questione è ormai diventata una sorta di “leggenda”, un qualcosa che oggi non c’è, domani forse ma dopodomani sicuramente. Almeno questo è quanto si capisce ascoltando e leggendo le dichiarazioni degli ultimi tempi di esponenti politici, universitari e rappresentanti degli studenti.

Chi si occuperà però del servizio? Ecco allora che si torna al punto di partenza. Questo nuovo iter rischia di relegare in secondo piano il grande sforzo compiuto dalla rappresentanza studentesca, che dapprima con Francesco Saltarin, poi con Simone Serra (entrambi “siddini” eletti nelle liste di Studenti in Movimento), hanno fatto un pressing costante sulle istituzioni per usare i soldi già stanziati dalla Regione. Il merito va poi dato anche al Comune di Gorizia, in particolare all’assessore all’Università Chiara Gatta, dimostratosi sempre disponibile nel dialogo anche con gli altri enti interessati. Resta comunque il fatto che nessuno

Il bando di gara per assegnare il servizio di ristorazione nell’ex seminario è andato deserto. Non è una novità per chi ha seguito gli sviluppi di questa tematica negli scorsi anni: dopo che la convenzione con la mensa del Lenassi ha avuto termine, insieme a quella con la pizzeria “Il Cavallino”, è partita una vera e propria via crucis per cercare nuovi

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ha risposto al bando, costringendo a prorogare i termini per la presentazione delle offerte per la seconda volta. La cosa è anche diventata oggetto di un’interrogazione in Consiglio comunale e anche la vicepresidente del Consorzio per lo Sviluppo del Polo Universitario di Gorizia (ConsUniGo) si è fatta qualche domanda sul perché di questo risultato. “La scarsa appetibilità del bando regionale - ha scritto in una propria nota su Facebook - è dovuta a più fattori, a mio parere anche all’incertezza del numero degli studenti in prospettiva interessati alla mensa. Manca infatti il riferimento ad uno “storico” di presenze a cui, chi fosse interessato a erogare il servizio, possa fare riferimento”. Questa risposta, però, non contempla il fatto che negli ultimi quattro anni molti studenti dei poli di Trieste e Udine presenti in città hanno usufruito delle mense convenzionate. Difficile dire se del loro “passaggio” l’Agenzia regionale per il diritto agli studi superiori (Ardiss) abbia tenuto traccia, ma sicuramente i due punti ristoro hanno presentato all’ente i numeri di chi ha usufruito del servizio. Già questo potrebbe essere un’ottima base da cui partire, quindi. Con l’inizio del nuovo anno accademico alle porte, e un settembre di preparazione ad esso con test d’ingresso per Sid e Architettura oltre ai consueti esami della sessione, risulta quindi difficile capire se anche quest’anno gli studenti dovranno rivolgersi fuori dalle mura universitarie per mangiare. A questo tema si lega poi il fatto che la mensa sarà rivolta a tutti gli universitari goriziani, vale a dire anche a quelli che frequentano il polo di Santa Chiara, ma non mancano le voci di uno spostamento sempre più strutturato dei corsi dell’Università di Udine vicino alla Casa Rossa. Questo, però, è un altro, lungo e complicato discorso da sviluppare. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Noi, ragazzi di Radio Onda Est, colonna sonora degli anni in cui il commercio andava a gonfie vele

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oe era l’acronimo e il nomignolo di Radio Onda Est, questa bella cosa che tutti tendevamo a far crescere e con cui ci piaceva immedesimarci: un luogo di libertà ma anche un posto di lavoro, dove passare il tempo e assimilare un’identità personale e di gruppo, moderna e vitale. Lo stanzino all’ingresso - la radio si trovava al piano terra nel cortile interno di via Silvio Pellico 10 - era sempre frequentato. C’erano persone che si trovavano lì come se fossero al bar e passavano anche solo per un saluto. C’erano ragazze e ragazzi, alcuni erano amici o amiche dei conduttori e venivano lì per passare il tempo e ascoltare dai diffusori il programma del momento, vedendo il volto del conduttore oltre al vetro. E poi c’erano le ragazze che rispondevano al telefono per raccogliere le dediche e che si alternavano (chi si ricorda del jingle sull’aria di “In the Mood” di Glenn Miller che faceva telefona-anche-tu-al-cinque-sei-otto-otto?). Il signor Felice, padre di Uberto Drossi, veniva a vedere se servisse qualcosa, e poi arrivavano gli account della pubblicità che passavano ogni giorno con i loro ordini raccolti. Chi conduceva un programma doveva fare tutto da solo, perché non esisteva la regia oltre il vetro. Quindi si arrivava un po’ prima e si sceglievano i dischi per la scaletta. Poi si preparavano gli stacchetti e le inserzioni pubblicitarie, con grande attenzione perché erano l’unica cosa strutturata, con indicazione precisa della sequenza con cui dovevano andare in onda. Eravamo molto amati in città, noi ragazzi di Roe, come lo erano certamente anche i cugini di RG1. La gente ci riconosceva e ci fermava per strada. A me chiedevano di raccontargli qualcosa dell’ultima partita in trasferta, di quel canestro, di quel fischio dell’arbitro, di quel fallo che c’era o non c’era. Erano anni molto buoni per la città, con il commercio che tirava grazie alla ricchezza portata dalle caserme e dai dinari degli jugoslavi che calavano a frotte in piazza Vittoria, via Rastello e via Carducci per acquistare qualsiasi cosa, dai jeans ai profumi, dalle merendine agli utensili. C’era quasi una corsa tra i commercianti goriziani per fare una

di Lucio Gruden pubblicità su Roe, con tutti i pay off rigorosamente bilingui: i clienti erano soprattutto sloveni e quindi le pubblicità dovevano essere mirate al target, anche se poi ne uscivano inserzioni musicali discutibili sul piano estetico (chi potrà mai dimenticare Mlada moda dva tisoč, Giovane Moda Duemila e altri simili motivetti musicali), ma quello era il ritmo, l’anima della città e noi eravamo la colonna sonora dell’epoca. Ora però andiamo al ricordo del radiocronista. Il match cadeva di mercoledì sera, si giocava a Rieti. Era il 20 aprile 1977, in programma Brina-Pagnossin e di lì a poco avrei compiuto 18 anni. Frequentavo il quarto anno del Liceo scientifico, e per questo non avevo potuto partire in aereo con la squadra al mattino. Così la radio mi aveva acquistato un biglietto sul volo Ronchi-Roma del pomeriggio. Mi sentivo un professionista e un giramondo, oltre che un ragazzo molto fortunato. Rispetto agli esordi dell’anno prima erano cambiate alcune cose. Mi avevano dotato di una valigetta che, una volta aperta, diventava una consolle, con cursori e presa per le cuffie e il microfono. Naturalmente era un manufatto artigianale al quale andava attaccato il solito cavo che la Sip ci faceva trovare nei palazzetti e vi tralascio i problemi all’imbarco a Ronchi con questo armamentario. Giunto a Fiumicino - mai stato prima in aereo - invece di prendere la corriera per raggiungere Rieti feci un lungo giro in treno fino a Terni, per tornare quindi nella città laziale: questa era la linea ferroviaria. Arrivai al palasport con le squadre già in campo per il riscaldamento e col problema di trovare il cavo da

attaccare alla mia valigetta. Ma dov’era il cavo? Era appeso a un albero fuori dal palazzetto ed era pure cortissimo. Si trattava quindi di farlo entrare e così, trovato un buco in una finestra rotta, lo feci passare da lì per poi allungarlo fino a dove poteva arrivare all’interno. Ma dove arrivava? Ai posti riservati ai giornalisti? Nemmeno per sogno. Alla sua massima estensione arrivava in mezzo alla curva degli ultras della Brina, ma non dovevo perdermi d’animo. Dopo avere chiesto scusa ai tifosi, dicendo che ero nelle loro mani e che potevano fare di me tutto quello che volevano, mi sistemai con il loro benestare aprendo la valigetta come un qualsiasi James Bond: tutto funzionava e il ritorno in cuffia c’era. Vicino a me era seduta una ragazza, alla quale chiesi se mi poteva aiutare nel tenere le mie scartoffie, la lista dei giocatori e quant’altro. E così, con la consolle aperta sulle ginocchia, il microfono in mano, le cuffie e un’assistente improvvisata – tifosa della squadra avversaria – riuscii anche quella volta a fare la mia radiocronaca, tra le urla dei tifosi a ogni canestro di Domenico Zampolini, Gianfranco Sanesi e soprattutto Willie Sojurner. Gorizia perse 76-68. Alla fine ringraziai tutti perché erano stati gentili, a parte un esagitato che mi aveva urlato nelle orecchie e nel microfono nei primi minuti, ma che a un certo punto avevo spinto via rischiando qualcosa ma raccogliendo invece la solidarietà degli altri tifosi. Quindi, chiusa l’attrezzatura mi sono ricongiunto con la squadra che usciva dagli spogliatoi. Tutti erano piuttosto meravigliati nell’incontrarmi, anche perchè non mi avevano visto in tribuna stampa. Beh, avevo fatto il mio dovere e ora si poteva andare a cena tutti assieme e poi a dormire in albergo, perché la mattina dopo si tornava a casa con il pullman noleggiato dalla società. E io avrei perso un giorno di scuola, visto che era giovedì. (2 – Continua) ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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La nostra scuola al Nazareno sulle orme del maestro Manzi di Renato Elia e Luigi Casalboni

“G

razie maestro. Adesso che io lavoro a causa (grazie) di voi se non andavo a scuola nessuno non mi prendono. Ragazzi è ora di studiare quando uscite dal Nazareno vedete fuori senza lingua e cultura è difficile. Quando ero al Nazareno non capivo ma quando uscito dal Nazareno adesso penso che ho perso tanto tempo. Avrei dovuto e potuto studiare di più”. Con questo breve messaggio, inviato al nostro gruppo di WhatsApp, Ayaz Azeem ha voluto farci conoscere la sua attuale situazione. Lavora a Modena, presso un’azienda di costruzione di autobus, e grazie al nostro lavoro educativo invita i ragazzi richiedenti asilo, che ora sono ospiti del Nazareno di Straccis (L’unica struttura di accoglienza per i

migranti rimasta a Gorizia, gestita dal Consorzio di cooperative Il Mosaico), di approfittare delle ore di lezione che l’Aps Tutti Insieme mette a loro disposizione, a titolo volontario.

Dimostriamo anche che il nostro popolo non ha dimenticato un recente passato, dove eravamo per necessità migranti economici e che la nostra società non è sottoposta a una svolta antropologica.

Siamo sempre contenti di ricevere queste note. Un sacrificio e un impegno che ha dato i suoi frutti e che conferma come la scuola e il sapersi confrontare con le diverse culture sempre giova a tutti noi.

Non abbiamo allontanato da noi il senso dell’accoglienza e dell’aiuto per un rumore di fondo in crescita, rappresentato dal “vento” p olitico.

La scuola del Nazareno vuole essere una esperienza di sviluppo dove imparare la lingua è obbligatoriamente necessario per una possibile inclusione. L’aula stessa, attivandosi, diventa un mosaico di idee ed esperienze, di percorsi condivisi dove i ragazzi si accorgono delle proprie condizioni di passaggio, da massa inanimata e senza parola a persone desiderose di dialogo, ad individui che ricordano, esprimono emozioni nascoste ed anche possibili sogni. Si tenta di lanciare un semplice appello “Dialogare ed Agire”. E come? Cerchiamo una didattica frontale e semplice con la costruzione condivisa di piccoli laboratori. Incontri dove da un elementare studio base della lingua italiana si passa anche a dialoghi e, minime lezioni, per comprendere e riflettere i primi articoli della nostra Costituzione Italiana. Scopriamo, approfondiamo e ragioniamo insieme di Diritti e Doveri. Inoltre, si gioca con l’arte, la musica, il teatro, il linguaggio del corpo e come gestire le relazioni umane. Mondi nuovi tutti da scoprire.

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Nel tempo Azeem, Naveed, Majid, Abbas, Fiaz, Hamed, Rizvi, Naveed e tanti altri che hanno partecipato e hanno condiviso un mosaico di idee, hanno camminato insieme, qualcuno si è perso, tutti hanno capito l’importanza del riconoscimento“ dell’altro” e ammettere l’ importanza del tempo che i volontari impiegano in un comune ed impervio sentiero di crescita personale e di inclusione, in un paese che non è il proprio. Il più grande errore dell’ultima stagione politica è stato quello di sopprimere i corsi di italiano e di integrazione. Per questo vogliamo ricordare come l’Italia degli anni Sessanta deve molto al maestro Alberto Manzi, che attraverso la televisione (quella del servizio pubblico), ha permesso a moltissimi italiani di potersi esprimere e rapportarsi nella realtà. Il suo metodo è anche il nostro, una scuola aperta, di confronto, educativa dove i singoli diventano protagonisti del loro impegno, consapevoli di essere cittadini del mondo e portatori dei valori e delle libertà che la Democrazia assicura. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Oltre la via Franconia, quel bosco abbandonato potrebbe diventare un suggestivo circuito nel verde

I

n tutte le città ci sono delle vie poco conosciute o del tutto sconosciute. Sono vie che si trovano in un rione periferico, o sono troppo corte o sono corte a fondo cieco. Possono abitarci anche tante persone ma bisogna andarci appositamente. Un caso particolare a Gorizia è via Franconia, cortissima e a fondo cieco. Non so quanti ne conoscono l’esistenza e vi si sono avventurati. Un suggerimento: siamo in zona Rafut, incastrati tra il Confine di stato e il Colle del Castello, presso una strada trafficata perché di attraversamento, una specie di circonvallazione est della città, con le vie Corsica e Giustiniani. Percorrendola in direzione Trieste, superato l’incrocio con via Favetti, a destra troviamo l’indicazione della via Franconia. È asfaltata ma priva di marciapiedi. Fino a pochi decenni fa (però i miei ricordi si fanno un po’ confusi) era completamente sterrata. Molto ripida, tale da scoraggiare i curiosi. Tre case d’abitazione sulla sinistra. Dopo poche decine di metri cessa l’asfalto e il fondo stradale diventa di cemento grezzo. Ancora poche decine di metri e s’incontra, sempre sulla sinistra, la quarta e ultima casa, un grande edificio di un certo pregio che si affaccia verso il Parco del Castello e la Casa Rossa. Era in stato di abbandono, ma ora è abitato e recintato. Lì termina ufficialmente la via Franconia e la salita, come Google maps conferma. Ma non termina la nostra esplorazione. Ci troviamo su una specie di dorsale che separa il Colle del Castello tra la sua parte orientale (il Parco ufficiale del Castello) e quella occidentale che andiamo a scoprire. Penetriamo in un

di Elio Candussi bosco fitto e assolutamente incolto, per cui è facile incrociare un capriolo che gironzola (ne ho visti 3 in pochi giorni). C’è un bivio. A sinistra una malconcia recinzione chiude una carrareccia, che portava al cantiere dell’ascensore del castello. Volendo, chiunque può andare a curiosare. A destra del bivio uno sterrato corre a mezza costa sul lato occidentale del Colle del Castello, più o meno parallelamente alla via Carducci. È sufficientemente larga da farci passare un trattore. Procediamo quasi in falsopiano, poi in leggera discesa. Sulla sinistra ogni tanto si incontrano degli scalini che portano a dei terrazzamenti delimitati da cordonate in pietre ben squadrate. Un tempo dovevano esser curati e di proprietà nobiliare: probabilmente erano delle zone coltivate, ma a cosa? Forse ci coltivavano delle viti e forse di Franconia, così si spiegherebbe il nome della via. Chissà se è vero! Il tratturo prosegue con insoliti scorci sulla città, in basso si scopre il retro della Fondazione Carigo e dell’attigua sede arcivescovile, più in là spuntano dei campanili che non si noterebbero, oltre a quelli della chiesa di Sant’Ignazio si notano le cappellette della zona (lascio al lettore scoprire quali sono), sullo sfondo Oslavia, Sabotino, Collio, ecc. Ad un certo punto si va a cozzare contro un’altra rete di recinzione, di nuovo il cantiere dell’ascensore del Castello, e si vede quella specie di scalinata che parte dal lato della galleria Bombi, quasi dentro il cortile del Kinemax. Chissà se da questo punto si potrebbe far proseguire il sentiero e raggiungere la chiesetta di Santo Spirito? Sembrano così vicini, e sarebbe un ottimo circuito turistico del Castello!

prosegue più in basso, verso gli antichi edifici padronali sottostanti, collegati con scale spesso chiuse da reti sgangherate facilmente scavalcabili. Apparentemente si riesce a raggiungere il cortile retrostante del Kinemax (col famoso furgone di Zoran) e quindi l’inizio della galleria Bombi. Più oltre, senza alcun muro o recinzione, si penetra liberamente nel cortile (o meglio nel grande prato e frutteto) dell’Arcivescovado. Il che fa presumere che tutta la parte di colle percorsa dal nostro tratturo sia di proprietà dell’Arcidiocesi di Gorizia, o forse lo era. Ma non ci sono indicazioni in proposito. Qui finisce l’esplorazione e si può tornare indietro in via Franconia. Peccato che questo piccolo bosco sia in stato di abbandono, chiuso tra il cantiere dell’ascensore del Castello ed il retro della via Carducci. Potrebbe invece congiungersi da un lato col Parco del Castello (oggi assai poco frequentato) e dall’altro proprio alla piazza Vittoria, in un circuito pedonale immerso nel verde in pieno centro città.

Dopo un secco tornante a destra si

4) “Ballate per uomini e bestie” (Vinicio Capossela)

PS.- Per una migliore vista d’insieme del colle e dell’itinerario consiglio di navigare in Google maps con vista satellitare. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Top five Music Shop

1) “Bohemian Rhapsody Soundtrack” (Queen) 2) “Western Stars” (Bruce Springsteen) 3) “Diari aperti” (Elisa)

5) “A tribute to Joni Mitchell” (AA.VV.)

Top five Libreria Voltapagina

1) “La ninfa dormiente” (Ilaria Tuti) 2) “L’isola delle anime” (Piergiorgio Pulixi) 3) “M. Il figlio del secolo” (Antonio Scurati) 4) “Il pianto dell’alba” (Maurizio De Giovanni) 5) “La gatta che cacciava i fantasmi” (Stefania Conte)

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Da “Mai più muri” alla “Pastasciutta antifascista”: il risveglio della partecipazione parte dalla piazza

Q

di Eleonora Sartori

uella del 2019 è stata un’estate di risvegli, in primis quello della partecipazione. A poca distanza l’uno dall’altro, si sono succeduti a Gorizia due eventi significativi: “Mai più muri/Nikoli več zidov” e la “Pastasciutta antifascista”, rispettivamente il 5 e il 25 luglio. Piazza Transalpina, trg. Evrope, li ha ospitati entrambi, ma non si tratta dell’unico elemento che li ha accomunati. Quello più importante si può riassumere in una parola: incontro. La piazza è, infatti, per antonomasia il luogo in cui le persone si ritrovano, chiacchierano, scambiano punti di vista e, di fatto, si sentono meno sole. La piazza appartiene a tutti, eppure negli ultimi anni è come se non appartenesse a nessuno. Conduciamo tutti vite atomizzate, chiusi nei nostri ambienti familiari o professionali, isolati in varie realtà virtuali dove conversiamo sì ma attraverso uno schermo, e quando ci apprestiamo a vivere delle esperienze comuni, spesso e volentieri sono improntate al consumo. Perché nei fine settimana i centri commerciali sono molto frequentati, ci imbattiamo in altri essere umani, alcuni magari li conosciamo pure… Ma in questi non luoghi riusciamo forse a instaurare uno scambio comunicativo autentico? Purtroppo la pigrizia, il disincanto, la

passività, il disinteresse spesso hanno la meglio e soccombono almeno momentaneamente solo se ci sentiamo in qualche modo minacciati. Succede che il governatore del Friuli-Venezia Giulia Massimiliano Fedriga accenni a muri sul confine, ed ecco che le antenne del cittadino comune si drizzano e captano una potenziale minaccia: alla libertà di movimento, ai rapporti di buon vicinato coltivati e cresciuti nel tempo… Insomma, alla vita di tutti i giorni. Il 5 luglio 2019 circa un migliaio di persone hanno sfidato il caldo di questa estate torrida e hanno ripopolato una piazza, anzi la piazza. Perché la Transalpina, luogo non considerato a sufficienza da nessun punto di vista, non è un posto qualsiasi. E’ uno spazio di fraternità riconquistato dopo tante, troppe, lacrime versate. Lì c’era una rete, un piccolo muro di Berlino che per troppo tempo ha diviso, marcato delle differenze in modo del tutto innaturale. I goriziani, tutti noi, lo sappiamo così bene che nemmeno ci ricordiamo di come fosse prima… Quando ancora un confine fisico esisteva e si doveva esibire la propusnica per valicarlo e scandire a gran voce: “nulla da dichiarare”. Questi goriziani non sono di destra o di sinistra, sono semplicemente persone che vivono il loro tempo e molti stanno crescendo figli perfettamente bilingui perché questo territorio, piaccia o no, è

bilingue al di là di qualsiasi riconoscimento giuridico. Il 5 luglio questi goriziani hanno urlato a gran voce che la rete non la vogliono più, non solo perché essa inficerebbe la loro quotidianità, ma anche perché non servirebbe. Le reti, i muri non faranno da barriera alla disperazione. Nessuno di noi si sottrarrà alle conseguenze delle guerre, dei mutamenti climatici, delle carestie, della povertà, ma tutti insieme saremo in grado di dare risposte più efficaci. Tutti assieme. Sull’onda dell’entusiasmo del 5 luglio, piazza Transalpina è stata a 20 giorni di distanza nuovamente il palcoscenico di un’altra iniziativa: la pastasciutta antifascista. Il 25 luglio 1943 Mussolini viene arrestato, generando la temporanea illusione della fine del regime e della guerra. Purtroppo seguono molti mesi di ulteriori sofferenze per il popolo italiano, ma in quelle ore di fatto si festeggia in tutta l’Italia la destituzione del Duce. A Casa Cervi si celebra una delle feste più originali, con una grande pastasciutta offerta a tutto il paese, distribuita appunto in piazza a Campegine per festeggiare, come dichiara papà Cervi, il più bel funerale del fascismo. L’idea di esportare la festa della pastasciutta è nata spontaneamente, a partire dalle numerose realtà associative in contatto con il Museo Cervi in tutta Italia, e anche a Gorizia lo scorso anno si è svolta la prima pasta-

Un momento della manifestazione del 5 luglio “Mai più muri - Nikoli več zidov”

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sciutta antifascista. Il 2019 è stato un anno in cui rigurgiti di fascismo si sono manifestati ovunque, dall’offline all’online. Accadimenti a sfondo razzista, un linguaggio sporco utilizzato senza vergogna contro i più deboli, un imbruttimento e incattivimento generali hanno reso necessaria una manifestazione in grande stile… E perché no, proprio in quella piazza che rappresenta a tutti gli effetti l’unione, l’incontro, la pace? L’idea di organizzare l’edizione 2019 della pastasciutta antifascista, di fatto la prima pastasciutta antifascista internazionale, proprio in piazza Transalpina è piaciuta a tutti, al di qua e al di là di quel confine che, almeno fisicamente, non esiste più. Sì, anche al di là… Perché agli amici sloveni non è interessato che il 25 luglio fosse una ricorrenza del tutto italiana che poco aveva a che fare con le loro vicende storiche… Hanno aderito con entusiasmo per l’apporto di valori che l’evento portava con sé. Una trentina di realtà associative di tutta la Regione Friuli-Venezia Giulia (ma anche del Veneto!) e della vicina Slovenia hanno convintamente aderito a hanno portato in piazza i propri simpatizzanti sfidando l’afa di una delle giornate più calde del 2019. Quaranta chili di pasta cucinati e serviti, grazie a all’organizzazione certamente non professionale e impeccabile ma motivata, di moltissime realtà non solo goriziane. Perché alla pastasciutta antifascista hanno lavorato monfalconesi, gradiscani, goriziani e sloveni... Forse anche per questo è venuta

particolarmente buona, perchè è stata il risultato di energie positive e di un fattivo aiuto dato da Alleanza Coop che ha regalato la materia prima migliore: pasta, pomodoro, olio d’oliva e soprattutto, piatti, bicchieri e posate compostabili, perché non possiamo definirci cittadini attenti e sensibili ai bisogni dei più deboli senza, al contempo, pensare all’ambiente e a chi lo popolerà dopo di noi. Ma torniamo alla piazza e all’esigenza di riappropriarci di spazi di aggregazione nostri. La pasta era un pretesto… Nessuno è venuto a mangiare, si sa che il caldo non stimola l’appetito. Ma tutti sono venuti per socializzare, per rivivere quel senso di comunità che anche in una realtà piccola come Gorizia sembra essere perduto. Sembra, ma non è: passate le 23, nonostante il buio, l’assenza di musica e il caldo che non dava segni di cedere, erano ancora tutti seduti a chiacchierare, come se non lo facessero da tempo, a bassa voce perché il clima non era quello di una festa, ma quello di un incontro tra vecchi amici, anche se non

tutti si conoscevano. Questo è un dato su cui tutti dovremmo riflettere: in un momento storico in cui si potenzia la polizia locale, si applicano i daspo e pene severe per chi manifesta, in cui tutto sembra portarci in un clima di terrore del “tutto contro tutti”, l’unica via è quella di reagire all’isolamento in cui ci vogliono imprigionati, all’atomizzazione della società e del riappropriarci pacificamente e civilmente di spazi di comunità che sono nostri da sempre. Si chiama Resistenza. Per quello che è stato e per quello che ancora sarà il ringraziamento va a: agorè, Anpi Udine, ANPI VZPI Gorizia-Gorica, Arci Comitato Territoriale Udine, Borghi, Casa del Popolo, Circolo ARCI Skianto!, Comunità Nove Itaca, Coordinamento Libertario Isontino, Ekostandrez, Forum Gorizia, Get Up¡, goriška.si, Gorizia c’è, Gorizia è TUA, Gorizia News & Views, Gorizie, Il dialogo creativo, Kulturni dom Gorica, La Sinistra Monfalcone, Levica Goriška, Monfalcone meticcia, Območno ZB NOB Nova Mip Gorica, Partito Comunista Gorizia, Partito Democratico Gorizia San Floriano, Partito Democratico Gradisca d’Isonzo, Potere al Popolo Isontino, Percorsi Goriziani – Laboratorio di cittadinanza attiva, Piazza Traunik Blog, Rifondazione, Comunista, Ronchi dei Partigiani, Verdi FVG ©RIPRODUZIONE RISERVATA

La “Pastasciutta antifascista” del 25 luglio in piazza Transalpina

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La tolleranza e gli invasori: l’antica Roma nei sogni di Frank di Giorgio Mosetti

di tollerare, senza ricevere danno, qualche cosa che in sé sia o potrebbe essere spiacevole, dannosa, mal sopportata”. Quindi, paradossalmente, essere tolleranti significa considerare l’altro e la sua fede qualcosa di potenzialmente spiacevole o, peggio ancora, pericoloso. No, i romani non ne avevano bisogno. Loro consideravano gli dèi degli altri non una minaccia ma una risorsa. Un’apertura che l’assolutismo monoteistico ha storicamente reso spesso impossibile. Perché, come dice Bettini, “Se dio e la verità si identificano, ogni altro dio e ogni altra verità non potranno essere che falsi, perciò da combattere, vincere, eliminare”. Accidenti a me, sto tornando a fare il filosofo. Così decido di affrontare il problema a modo mio. Girandomi su un fianco per un pisolino. E al ritmo ipnotico della pioggia, sprofondo in un sogno meraviglioso. Mi trovo seduto sui gradini di una palazzina, ad Aquileia, in compagnia di Mario. Stiamo mangiando un panino, in mezzo a una via vai di persone impegnate a dare un senso alla loro giornata. Poi, da dietro l’angolo, spunta un ragazzino dalla pelle olivastra, tutto sporco e vestito di stracci. Si guarda attorno furtivo, quasi sospetto.

O

ggi piove. Mi piace la pioggia, mi trasmette la gioia della quiete. Una sorta di libertà dal dovere. Così, dopo mangiato, mi stendo sul divano e mi metto a guardare un documentario sull’Antica Roma.

Lo devo ammettere, sti romani erano proprio dei fenomeni. Organizzati, pragmatici. Capaci di costruire duecentomila chilometri di strade in giro per il mondo o un ponte di quattrocento metri sul Reno in soli dieci giorni, per poi, appena ne avevano l’occasione, godersi la vita come nessun altro al mondo. Certo, non è che con gli altri popoli andassero tanto per il sottile, questo va detto. O eri con Roma o contro Roma. E se, malauguratamente, decidevi di essere contro Roma, beh, a quel punto erano cazzi tuoi. Però va anche detto che erano una delle civiltà più tolleranti, soprattutto dal punto di vista religioso. Anche se, come mi ha fatto notare mio nipote Leon, “i romani non erano tolleranti, perché non essendo intolleranti non ne avevano bisogno”. Accidenti se è figo questo concetto. Non fa una grinza. Così sono andato a curiosare sulla Treccani, dove Tolleranza è “La capacità, la disposizione a tollerare, e il fatto stesso

“Brutti bastardi”, impreca Mario sputando a terra. Lo guardo. “Perché ce l’hai tanto con quei poveri disgraziati?” “Perché ci stanno invadendo”. “In che senso?” “Per Giove, non lo vedi? Si stanno infilando subdolamente nella nostra società, soprattutto nel sottobosco della povertà, dove sanno che i loro proseliti fanno più presa”. “Beh, che male c’è nel dare sostegno a chi ne ha più bisogno?” “Accidenti a te, è mai possibile che tu non riesca a vedere come stanno le cose? Questi sono astuti. Non rispettano gli altri come noi. Questi corrompono le menti deboli con un disegno preciso, quello di prendere il sopravvento sulla nostra cultura millenaria. E quando avranno abbastanza seguaci dalla loro parte, vedrai”. “Vedrò cosa?” “Che ci imporranno il loro credo, proibendo ogni altra forma di fede e libertà di culto che noi nella nostra civiltà progredita abbiamo sempre garantito a tutti. Ci costringeranno ad adeguarci alle loro tradizioni, ai loro costumi, ai loro rituali assurdi, fino al punto da rendere la loro l’unica religione ammessa, o peggio ancora, condannando a morte chiunque osi professare qualcos’altro o non credere in alcun dio”. “Ma dai, a me tutto questo pare assurdo. In fondo la nostra civiltà si è consolidata nel tempo. È radicata in modo profondo. Figurati se qualcuno può venire qua a mandarci gambe all’aria cancellando secoli di tradizioni”. 12

“Ecco, bravo, tu continua pure a fare il solito buonista del cacchio. Ma ti accorgerai. E quando accadrà, ragazzo mio, sarà troppo tardi. Perché a quel punto assisterai inerme alla distruzione di tutti i nostri principi millenari, sostituiti dai loro. Vedrai i nostri luoghi di culto profanati e rasi al suolo, statue abbattute, simboli a noi così cari divelti e bruciati nei roghi, con la violenza rabbiosa dell’intolleranza. E a qual punto che farai?” “Non lo so, a me pare un’esagerazione. In fondo la nostra società si è sempre basata sulla libertà di credo. Sulla tolleranza verso chiunque. Rafforzandosi per secoli. Come puoi pensare che una tale realtà possa essere annientata?” “Proprio non ci arrivi, vero? Eppure sta già accadendo”. “Boh, a me non pare”. “A no? Eppure si scorge già nei piccoli dettagli”. “Che vuoi dire?” “Tanto per cominciare, guarda come si vestono”. “Intendi quelle tuniche lerce?” “Già”. “Non mi pare che questo sia…” “Senza contare le loro donne”. “Cioè?” “Con quei veli in testa”. “Ma quindi è solo una questione di abbigliamento?” “Quello è solo l’alfa, amico. C’è ben di più, accidenti”. “Tipo?” “Tipo che vengono qua a frotte, e soprattutto si isolano, spesso in segreto”. “E che male c’è in questo?” “C’è che se non stiamo all’erta, ci ritroveremo sopraffatti senza accorgercene”. “Però la maggior parte sembra pacifica”. “Seee, come no. Non farti ingannare, è la loro strategia. Restare quieti e nell’ombra fino al giorno in cui potranno uscire allo scoperto, annientandoci definitivamente”. “Non lo so. A me pare tutto così eccessivo”. “Bravo, tu continua a tenere il prosciutto sugli occhi”. “Vabbè, se lo dici tu”. “Certo che lo dico io. E dovresti cominciare a pensarci anche tu. Prima che sia troppo tardi”. “Va bene, ti prometto che ci penserò. Adesso però devo andare”. “Dove vai di bello?” “Al tempio, a fare un’offerta a Minerva”. “Ecco, bravo. Approfitta fin che puoi”. “A proposito…” “Sì?” “Come hai detto che si fanno chiamare sti tizi?” “Chi, gli invasori?” “Eh”. “Cristiani. Si fanno chiamare cristiani. Pensa te che nome ridicolo”. “Se lo dici tu”. “Eccome se lo dico”. “Bene, vado. Stammi bene Marius”. “Ave a te, Frankus Decimo Meridio”. Poi mi sveglio. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Scuola, ben venga un “garante”, ma il suo compito non è quello di calpestare la libertà d’insegnamento

I

l Comitato “Per una scuola di sana e robusta Costituzione” (art. 21 e 33) rappresentato da docenti, genitori, studenti, personale, presidi e comunque persone che operino-abbiano operato in stretta collaborazione con il mondo della scuola, ne abbiano a cuore l’ autonomia e intendano salvaguardare la libera espressione dei docenti, si è costituito l’11 agosto 2019. Invitai alcuni stimati docenti e studenti a fare il punto sulle preoccupanti, reiterate dichiarazioni alla stampa e sui social della sindaca di Monfalcone, Anna Cisint, sulla volontà di istituire un “punto d’ascolto riservato”, avvalendosi del neo nominato “Garante dell’infanzia e dell’adolescenza”, anche per rassicurare famiglie e studenti che nella scuola “non si facesse politica “ e non si criticassero in classe le sue ordinanze o le scelte governative. Un novello orecchio di Dionisio,che nulla ha a che fare né con i principi costituzionali (artt. 21, 33), nè con i compiti del Garante, così come discendono dalla legge istitutiva (L.12 luglio 2011 n.112). La legge dà a questa figura, istituita anche a livello regionale e da alcuni comuni italiani, tra cui Monfalcone,“poteri autonomi di organizzazione, indipendenza amministrativa e senza vincoli di subordinazione gerarchica”. La figura dovrebbe essere scelta “tra persone di notoria indipendenza, di indiscussa moralità e di specifiche e comprovate professionalità, competenza ed esperienza nel campo dei diritti delle persone di minore età nonché delle problematiche familiari ed educative di promozione e tutela dei minori”. Le finalità operative sarebbero di assicurare la piena attuazione e la tutela dei diritti e degli interessi dei minori, in conformità a quanto previsto dalla Convenzione Onu sui diritti del fanciullo (1989), dalla “Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali” (Roma 1950), dalla “Convenzione europea sull’esercizio dei diritti dei fanciulli” (Strasburgo 1996), nonchè al diritto dell’Unione europea e alle norme costituzionali e legislative nazionali vigenti. Spetta dunque al Garante vigilare sulla piena applicazione della normativa europea e nazionale dell’infanzia e dell’adolescenza, sulla verifica del diritto del minore a essere accolto ed educato prioritariamente nella propria famiglia, sulla verifica della garanzia delle pari opportunità nell’esercizio del diritto alla salute e nell’accesso all’istruzione, il nobile compito di promuovere

di Laura Fasiolo disciplina.

la diffusione della cultura dell’infanzia e dell’adolescenza, finalizzata al riconoscimento dei minori come soggetti titolari di diritti. Aggiungiamoci gli interventi di contrasto della pedofilia e della pornografia minorile, la lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini, la pedopornografia e tanto altro. Molteplici i compiti, dunque, ma non una parola su ingerenze nel mondo della scuola e men che meno su interferenze nella libertà di insegnamento dei docenti, che risponde semmai a propri organismi interni di vigilanza e supporto. L’ originale interpretazione della sindaca di Monfalcone della delicata funzione di “garanzia”, esplicita l’inquietante volontà di intercettare i docenti “critici” o “che facciano politica in classe”. Ciò va al di là dei compiti spettanti al Garante. Preoccupa, quindi, la grave delegittimazione della funzione docente e più in generale della libertà della scuola autonoma, la violazione delle sue prerogative, di quelle degli organismi deputati alla gestione della comunità scolastica, alla verifica della qualità dei processi di insegnamento-apprendimento, alla vigilanza, alla

Favorire un clima di sospetto, attraverso le segnalazioni di adolescenti e famiglie sul “cosa” e sul “come” vengano affrontate le tematiche in classe significa calpestare la dignità della professione docente, la libertà d’insegnamento attraverso un’interpretazione smisuratamente allargata e fuorviante della funzione di garanzia, finalizzandola, quella sì, a scopi politici. Dalla potestà di “ascolto riservato” al controllo dei punti di vista dei docenti all’inibizione della loro libera espressione, il passo è breve. I dirigenti scolastici, il personale, gli studenti, i genitori, gli organi collegiali sanno fare e bene quanto loro compete e intaccare tali prerogative sarebbe un vulnus molto grave. Va ricordato che l’articolo 21 della Costituzione così recita: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”; e l’articolo 33 “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”; lo stesso Regolamento sull’autonomia delle istituzioni scolastiche, che sugli articoli. 21 e 33 si fonda, scrive: “L’autonomia delle istituzioni scolastiche è garanzia di libertà d’insegnamento e di pluralismo culturale, e si sostanzia nella progettazione e nella realizzazione di interventi di educazione, formazione e istruzione mirati allo sviluppo della persona umana”. La scuola è una realtà complessa, dove interagiscono varie figure professionali, preposte ai contatti con le famiglie, al sostegno e all’ascolto degli studenti, dai docenti coordinatori alle molteplici figure interne, dall’esperto di cyberbullismo al coordinatore dell’alternanza, agli esperti sulle difficoltà di apprendimento, alla funzione sostegno, agli psicologi del Progetto provinciale Whatsapp. Ben venga dunque un Garante, ma dovrà essere il Garante dei diritti negati, risorsa per la comunità, facilitatore nei processi d’integrazione, in una gestione di profondo, rigoroso rispetto di ruoli e di competenze, e soprattutto della Costituzione. *Sui temi trattati in questo articolo la senatrice Fasiolo parlerà martedì 10 settembre alle 18 in sala civica a Cormons. Interverrano Anna Di Gianantonio e Alessio Sokol. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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cio più umano e inclusivo. Venerdì 6 settembre il festival aprirà nel parco San Giovanni di Trieste con una passeggiata storica culturale (itinerari basagliani) in grado di portare i viaggiatori agli inizi di una rivoluzione che ha cambiato le sorti dei manicomi italiani.

Curiosità e interesse per il festival del turismo responsabile di Francesca Giglione

in un modello basato sul pieno rispetto dell’ambiente e delle culture. Un turismo dove la comunità locale, gli ospitanti, sono i protagonisti: attori principali nello sviluppo di un turismo sostenibile sia dal punto di vista ambientale - valorizzando e tutelando il rinnovamento delle risorse naturali -, sia da un punto di vista economico (per la capacità di generare lavoro) che, infine, da un punto di vista sociale per l’importanza restituita alle condizioni di benessere umano. IT.A.CÀ (che in dialetto bolognese significa “Sei a Casa”) struttura il suo programma itinerante basandosi su un tema sempre diverso: quello di quest’anno è la Restanza. Di cosa si tratta? La Restanza, concetto sviluppato dall’antropologo Vito Teti, è qui interpretata non come pigrizia o incapacità di agire, bensì come scelta di vita consapevole volta a prendersi cura dei luoghi come beni comuni. Una sorta di mescolanza, insomma, tra la Resilienza e la Resistenza.

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enerdì 6 e sabato 7 settembre, per la prima volta il Friuli Venezia Giulia ospiterà IT.A.CÀ: il Festival del turismo responsabile. Ideato nel 2009 da tre attori della cooperazione internazionale con sede a Bologna (l’associazione Yoda, Cospe onlus e Nexus Emilia Romagna), IT.A.CÀ oggi coinvolge una rete composta oltre 700 realtà locali, nazionali e internazionali. Si tratta di un festival premiato dall‘Organizzazione Mondiale del turismo dell’Onu per l‘eccellenza e l’innovazione nel turismo. Coordinati e organizzati dalla Cooperativa Sociale triestina La Collina, gli eventi di questo debutto saranno divisi tra Trieste e Gorizia. Il festival nasce dalla volontà di restituire valore al territorio e alle storie di cui esso è composto: il turismo responsabile consiste, infatti,

Con la volontà di condividere questi valori e missioni, Gorizia e Trieste si inseriscono in una ricca rete nazionale che da nord a sud porterà Restanza tramite buone pratiche e inclusione. La Restanza per noi sarà rappresentata da quella che contraddistingue la “Rivoluzione basagliana”: il processo portato avanti dallo psichiatra Franco Basaglia alla fine degli anni ’80, che cambiò definitivamente il modo di concepire gli istituti di sanità mentale in Italia e nel mondo attraverso un approc-

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A Trieste sarà possibile visitare e conoscere la storia del Posto delle Fragole, della sartoria Sociale Lister e di Radio Fragola. Sabato gli eventi riprenderanno al Parco Basaglia di Gorizia dove continueranno gli itinerari dedicati allo psichiatra veneziano. Alcune immagini realizzate da Sergio Scabar nel 1976 all’interno dell’ex ospedale psichiatrico (oggi in mostra nella antologica fotografica “Oscura Camera”, a Palazzo Attems), saranno riportate lì dove vennero scattate. Saranno inoltre esposti alcuni degli elaborati realizzati dagli studenti di architettura durante un workshop svoltosi al Parco Basaglia quest’anno: un modo di riqualificare e valorizzare ancora questo nostro parco. Da ultimo, un dialogo aperto alla cittadinanza dove alcuni membri della cooperativa sociale La Collina, esperti e professori universitari avranno modo di condividere esperienze legate al turismo responsabile e alla storia del nostro territorio. Le attività non si svolgeranno unicamente nelle due giornate di settembre: si sono infatti già svolti due eventi off dedicati all’ambiente. Venerdì 30 agosto Legambiente Gorizia, IT.A.CÀ e la cittadinanza hanno collaborato nell’organizzazione di una passeggiata ecologica volta a pulire alcune zone del parco sull’Isonzo, mentre domenica 1 settembre i ragazzi di Trieste Senza Sprechi, sempre insieme a tutti coloro che hanno deciso di dedicare il loro tempo insieme a IT.A.CÀ, hanno pulito parti del parco Villa Giulia. Con queste giornate di attività la Collina insieme ai partner che hanno aderito, contano di poter continuare il viaggio verso un festival che sembra aver molto da offrire ai nostri territori, proiettandosi verso un’ottica transfrontaliera per le prossime edizioni! Per tutti i dettagli logistici circa i luoghi e gli orari consultare il sito IT.A.CÀ https://www.festivalitaca.net/

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I requisiti di un bravo allenatore? Ve li spiego nel ricordo di un vero maestro come Alberto Bucci

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allenatore, come è noto da tempo, è una figura importantissima sia nello sport di squadra che in quello individuale. Dal suo lavoro, se fatto con professionalità e competenza, dipendono, per la maggior parte delle volte, le fortune degli atleti e conseguentemente anche quelle delle società che li hanno assunti. Non va scordato comunque che anche la buona sorte dell’allenatore è strettamente legata alla qualità del materiale umano che gli viene messo a disposizione, che deve essere quanto più possibile di buon livello. Atleti modesti possono essere migliorati comunque dal lavori di un bravo tecnico ma, purtroppo, nonostante gli sforzi profusi, quasi mai possono essere trasformati in campioni. Miracoli non ne ho mai visti. Per diventare un bravo allenatore servono tante cose ma, a mio parere, i requisiti fondamentali per svolgere in modo adeguato questa professione sono la passione, la professionalità e la personalità. La passione è l’elemento che fa la differenza nello svolgimento del proprio lavoro, che spinge le persone a mettere anima e corpo in quello che fanno e questo vale ovviamente anche per l’allenatore che deve dedicare buona parte della sua vita agli atleti/e che allena. La professionalità è l’aspetto che porta il tecnico ad aggiornarsi continuamente e a confrontarsi con gli altri colleghi in modo tale da migliorare il suo bagaglio tecnico. La personalità è il connotato a più importante e più difficile da possedere perché dipende dalla natura della persona, non facilmente mutabile. Un carattere forte ed equilibrato agevola il lavoro permettendo di gestire con autorevolezza e credibilità gli atleti. La professione del tecnico è bellissima ed affascinante e alle volte anche gratificante, ma allo stesso tempo è estremamente difficile e complicata particolarmente negli sport di squadra dove la vittoria è praticamente l’unica cosa che veramente conta. Ovviamente il risultato positivo non è mai facile da ottenere in particolare nei campionati senior in cui il livellamento tecnico tra le formazioni è sempre più accentuato ma questo concetto, che dovrebbe essere facile da capire, è difficilissimo da trasmettere a causa di una scarsa cultura sportiva purtroppo persistente nella

di Paolo Bosini società. L’allenatore è sempre il primo a pagare per tutti, spesso anche per colpe non sue, deve sbagliare il meno possibile e anche quando ottiene risultati positivi ha ben poco da festeggiare perché le insidie sono sempre presenti dietro l’angolo. Nello sport infatti non ci sono certezze e quando le cose vanno male rimane completamente solo di fronte alle difficoltà e agli inevitabili dubbi che sorgono sul suo lavoro. Salvo eccezioni davvero molto rare, nessuno lo aiuta anzi se possono dargli una spallata lo fanno con piacere confidando, molto spesso erroneamente, che un suo avvicendamento porti ai successi sperati formazioni sgangherate mal costruite e dal futuro segnato. Sta nella forza dell’allenatore rialzare la testa dopo una cocente delusione e l’esperienza mi ha insegnato che tutti lo fanno ripartendo

tante, che pesava non poco sulla sua vita, mi colpì per la sua intelligenza e per la sua voglia di vivere e di affermarsi nonostante i problemi che inevitabilmente lo condizionavano ma a cui non pareva dar troppo peso. Poco più che ventenne era già diventato un ottimo allenatore per i giovani e a ventisei anni fece il suo debutto in seria A. Poi la sua carriera è proseguita alla grande e lo ha portato a conquistare tre Campionati italiani, quatto Coppe Italiana, una Supercoppa italiana e tre promozioni in A1. Una carriera trionfale che si è conclusa con la presidenza della Virtus Bologna. Credo che lo sport e, in questo caso, la pallacanestro abbia dato una gran mano ad Alberto ma penso anche che lui sia stato bravissimo a cogliere le opportunità che gli si sono presentate grazie alla sua determinazione, alla sua caparbietà e al suo saper interpretare magistralmente la regola dello sport che impone di non mollare mai. Alberto è stato per me un’autentica scuola di vita. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna il grande basket nella palestra Ugg

Torna il grande basket nella palestra dell’Ugg di via Rismondo. Nell’ambito delle tradizionali amichevoli pre-season, mercoledì 11 settembre alle 20.30 si affronteranno i campioni d’Italia della Reyer Venezia e la squadra slovena del KK Sixt Capodistria. Al termine del match verrà assegnato al miglior giocatore il memorial Michael Williams. Ingresso gratuito. Alberto Bucci (1948 - 2019)

nuovamente con immutato entusiasmo perché l’orgoglio e la passione per lo sport rende forti e caparbi. Nella mia lunga carriera di allenatore ho avuto la fortuna di incontrare molti colleghi bravi e stimati, ma credo senza ombra di dubbio che il più capace di tutti in particolare sotto l’ aspetto della volontà e della determinazione sia stato Alberto Bucci: un bravissimo allenatore e una persona davvero speciale che purtroppo a marzo di quest’anno ci ha lasciati. Lo conobbi a Bologna dove mi ero trasferito per giocare con la Fortitudo. Eravamo entrambi molto giovani e Alberto, che aveva una disabilità impor-

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Audax, un raduno di “vecchie glorie” Sabato 14 settembre ex giocatori, atleti, dirigenti e amici che hanno condiviso da 60 anni a oggi un tratto di strada con il glorioso gruppo sportivo Audax-Sanrocchese daranno vita, insime con gli attuali dirigenti della società a un raduno organizzato dall’ex capitano Nicolò Fornasir. Nella sala Marcuzzi dell’oratorio Pastor Angelicus di via Rabatta, alle 10, si comincerà con la presentazione dell’iniziativa “Progetti e obiettivi”. Seguiranno la proiezione di filmati e foto storiche e un momento conviviale.


Una vita spesa alla ricerca della bellezza: chi era Luisa Morassi la prima donna laureata in architettura al Politecnico di Milano

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uanti di noi sanno che è stata una goriziana la prima donna a laurearsi in architettura al Politecnico di Milano nel 1928? E che, probabilmente, è stata addirittura la prima in Italia, poiché vi è una solo una notizia non confermata di certa Laura Luzzatto, che avrebbe conseguito il titolo a Roma nel 1925?

di Anna Cecchini Sovrintendente alle belle arti di Trieste durante i difficili anni della ricostruzione post-bellica. Luisa, nel frattempo, si è iscritta all’Istituto Tecnico a indirizzo fisico-matematico, dove, unica allieva del corso, si diplomerà nel 1922, dopo aver vinto la sua personale battaglia con la famiglia per intraprendere studi piuttosto inconsueti, in un’epoca in cui alle donne non viene chiesto molto di più che di aver cura del marito e della prole. Antonio e Luisa, uniti dalla medesima passione e nello sforzo di censire i danni di guerra recati al patrimonio storico e artistico del territorio, perlustrano il circondario di Gorizia scoprendo le piccole chiese gotiche delle valli dell’Isonzo e del Vipacco. Questa esperienza accende in Luisa la passione per l’architettura e, fra qualche perplessità della famiglia che lei supera con la consueta fermezza, si iscrive nel 1923 al Politecnico di Milano, lo storico istituto universitario e primo ateneo della città.

Elvira Luigia Morassi nasce nella Gorizia austro-ungarica il 22 luglio 1903, quinta figlia di Giovanni e Luigia Castelliz, in un’agiata famiglia di commercianti. Il benessere della città è all’apice, anche se crescono le istanze irredentiste e Gorizia, così come l’Impero degli Asburgo, è percorsa da fremiti che minano la sua secolare solidità. Mentre la giovane Luisa dimostra assai presto un carattere determinato e anticonformista, il fratello Antonio, maggiore di lei di dieci anni, è stato prima un giovane talentuoso con ambizioni artistiche, che, tuttavia, abbandonerà per intraprendere lo studio della storia dell’arte. Si laureerà nell’ateneo viennese e poi a Roma, diventando nel 1920 il

Per descrivere il clima della vita universitaria dell’epoca, le parole migliori sono quelle di Morassi stessa, che, in un’intervista rilasciata a Laura Colussi nel 1999 e contenuta nel bel catalogo alla mostra “Luisa Morassi Bernardis architetto. L’arte di progettare il quotidiano”, a cura di Fabia Cabrini e Annalia Delneri, cosi racconta: “All’università di allora gli studenti in architettura erano ben seguiti in quanto pochi, anche se molte materie erano in comune con gli ingegneri. Questi al principio erano più numerosi, ma già al secondo anno, il loro numero si dimezzava! Per dare un’idea dell’esiguità del nostro numero basti pensare che gli ultimi tre corsi venivano riuniti assieme, in una sola aula. L’atmosfera che si respirava non poteva essere migliore; vi era una grande collegialità, un grande spirito di collaborazione e solidarietà. Il ricordo di quegli anni è sicuramente positivo. Anche con i docenti avevamo instaurato un buon rapporto; ricordo, ad esempio, un episodio divertente accaduto quando il professore della mia sezione, l’architetto Piero Portaluppi, presidente del Rotary Club di Milano, venne invitato a una cena del Rotary Club di Gorizia. Egli, sapendo che abitavo in questa città, nell’accettare l’invito pose come condizione di potermi portare con sé. Fu così che fui anche la prima donna a essere ammessa a partecipare a una cena di quel circolo maschile fino ad allora così esclusivo.
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Luisa rimane a Milano fino al 1930 e svolge il suo apprendistato post-laurea presso lo studio di Giò Ponti. Sono anni di grande fermento culturale, che si riverberano sull’urbanistica, l’architettura, lo studio d’interni e le arti applicate. All’epoca Ponti è un vero e proprio “pioniere” della rinascita del design italiano del XX secolo e la formazione di Morassi si orienta con decisione verso la progettazione di oggetti e arredi. Di quel periodo racconta: “Oltre a disegnare per Ponti nel campo dell’edilizia, era soprattutto quando arrivava qualche committente con un’esigenza particolare per l’arredo che Ponti si rivolgeva a me, affidandomi il compito d’interpretarne i desideri. Naturalmente in tutto il periodo durante il quale ho lavorato per lui ho dovuto cercare di mantenermi in linea con quello che era il suo stile; uno stile molto personale e caratteristico, da cui però in seguito mi sono totalmente distaccata, seguendo una mia strada”. Al termine dell’esperienza milanese, Luisa rientra a Gorizia, piena di progetti e di energia creativa, e partecipa alla II Esposizione goriziana di Belle Arti, diretta da Sofronio Pocarini, nella cui giuria è presente l’architetto Max Fabiani. Purtroppo la critica di questa seconda rassegna non brilla per acume nel valutare l’esposizione e stronca senza tanti complimenti sia l’opera pittorica di Veno Pilon che i lavori della stessa Morassi. Le critiche inducono Max Fabiani a una pronta e pacata replica, lasciando


intendere che l’acredine delle stroncature deriva da miopi preconcetti dei detrattori. Morassi non demorde e partecipa a un concorso nazionale indetto dall’Ente per l’artigianato e le piccole industrie con un progetto di carta da parati e uno di cravatte. Per quest’ultimo si aggiudica il primo premio. Confortata dal successo, si concede una lunga parentesi a Parigi, su invito dell’amico pittore Veno Pilon, e racconta “… Pilon m’introdusse negli ambienti artistici presentandomi molti pittori e facendomi conoscere i loro lavori. Alla nostra compagnia si era unito anche un altro pittore goriziano, Melius, pure lui arrivato a Parigi nel 1930. Ma fu con Pilon che scoprii la città: con lui visitai musei e gallerie, nonché le scuole superiori di architettura perché volevo conoscere le tendenze dell’avanguardia in campo architettonico. La mia impressione fu però che quanto si faceva a Parigi non era superiore rispetto all’attività che si svolgeva a Milano: soprattutto riguardo la progettazione degli interni e nell’allestimento dei negozi, la Milano che conoscevo era superiore a Parigi”. Degli anni parigini conserverà il bel ritratto a olio fattole proprio dall’amico Pilon e diverse magnifiche fotografie. Rientra a Gorizia nel 1932, quanto ferve l’attività di ricostruzione post-bellica della città, il cui assetto urbanistico viene delineato dal Piano regolatore firmato da Max Fabiani, Lodovico Braidotti e da Riccardo Del Neri. Sorgono numerosi edifici pubblici e privati e il fermento innovativo dell’epoca rimodula l’impronta architettonica cittadina. Morassi si trova nel pieno della ricostruzione come l’unica donna architetto della città. Ottenuto un prestigioso riconosci-

mento nell’ambito della Fiera – mercato dei prodotti nazionali dell’artigianato di Firenze del 1932 per la realizzazione di “uno studio in stile moderno”, L’Enapi di Gorizia le affida il delicato incarico di Delegato per la Provincia e la realizzazione della Bottega dell’artigianato, situata nel centralissimo Corso Vittorio Emanuele III (Corso Italia), dove “… si svolgeva un lavoro interessantissimo a stretto contatto con tutti gli artigiani della provincia ... Mi piaceva moltissimo occuparmi di arredamento e lavorare con i falegnami, tra cui ve ne erano di bravissimi.” Nel 1933 viene invitata alla V triennale delle arti decorative e industriali moderne e dell’architettura di Milano. Si tratta di una rassegna a cui partecipano personaggi del calibro di Le Corbusier, Loos, Gropius, Hoffman e Wright, tanto per citarne alcuni, che rappresentano il “top” dell’architettura dell’epoca. Nell’ambito dell’esposizione viene creata una sezione di veri e propri “edifici campione” che propongono una nuova concezione dell’abitazione destinata al ceto medio. Le Tre Venezie partecipano con la “Casa media”, una casa italiana “…obbediente senza retorica ai canoni della semplice e chiara praticità…Quindi, sobrietà delle linee, purezza dei volumi, senso di riposo e di serenità…Tutti i conforti in giusta misura senza sprechi, né di spazio, né

di materiali.” L’arredamento dello studio di “Casa media” è progettato da Luisa Morassi. Riceverà la medaglia d’argento, mentre il gradino più alto del podio andrà al Comunità Artigiani Mobilieri di Salcano, esecutrice del progetto. La biblioteca dell’Ospedale psichiatrico del 1933, l’arredo della sala del Consiglio provinciale in collaborazione con l’ingegner Renato Fornasari, e la Cappella mortuaria del Cimitero centrale sono alcuni tra i suoi lavori di cui si possono ancora ammirare le linee sobrie ed eleganti. Altri invece sono purtroppo perduti, come gli arredi per la Camera di Commercio del 1933, o il distributore di benzina Aquila, che forse i meno giovani ricordano ancora all’inizio della salita di via Aquileia negli anni Cinquanta. Per dieci anni fa inoltre parte della Commissione edilizia comunale accanto a Max Fabiani, suo grande amico e consigliere. La seconda guerra mondiale segnerà drammaticamente la vita personale di Morassi, che perderà un fratello e il marito, dopo appena dieci anni di matrimonio, lasciandola vedova e con due figli ancora in tenera età. La necessità di seguire i figli porta verso l’insegnamento alla Scuola d’Arte (poi Istituto Statale) dal 1944 al 1973, dove assume anche la direzione artistica dei laboratori del legno. Luisa Morassi attraversa con garbo, intelligenza e sobrietà il “secolo breve” e si spegne nella sua bella casa di Corso Italia nel 2003 a novantanove anni, troppo poco conosciuta e ricordata dalla sua città natale. Ci ha lasciato un’eredità di linee pulite e rigorose, e uno stile che potrebbe ancora dialogare efficacemente con il concetto di abitare contemporaneo. La ricerca della bellezza ha guidato la sua lunga vita e lasciato una traccia indelebile in alcuni ambienti cittadini, che vale la pena di rivisitare con un occhio di riguardo per questa donna straordinaria. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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La Slovenia non è un Paese per migranti: soltanto 300 e per gli altri corridoi di transito oppure respingimenti

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a sceneggiata mediatica anti-migranti imbastita dal capo politico della Lega durante il suo insediamento al ministero dell’Interno si è concretizzata in una serie di provvedimenti inumani e, quel che è peggio, inefficaci. Come negli spettacoli meglio riusciti, il decreto sicurezza è stato accompagnato da lunghi applausi e urla che invocavano al bis. Così il bis è purtroppo arrivato, ed è quasi peggiore del fratello vecchio, sostanzialmente limitandosi ad aumentare le pene per i soccorritori in alto mare. Perché lasciarsi sfuggire l’occasione di creare qualche morto annegato in più? Fortunatamente, anche se sembra un po’ blasfemo dirlo, il bis non crea molti danni in regione, dove i migranti affrontano un tragitto via terra meno pericoloso, ma non per questo meno duro. La rotta balcanica dal medio-oriente, ma sarebbe più giusto dire le rotte balcaniche, hanno subito una deviazione da quando nel 2015 l’Ungheria, con la scusa di voler migliorare la procedura di registrazione, ha chiuso i confini e rifiutato l’accesso a migliaia di persone in fuga verso nord. I migranti intenzionati a ricongiungersi con amici e familiari in Germania, Svezia o Austria hanno dovuto cambiare il tragitto passando necessariamente da Croazia, Slovenia e spesso Italia. Il decreto di Dublino siglato nel 2013, che scarica responsabilità e costi di gestione delle domande di asilo al paese di primo ingresso dei migranti, e il rifiuto dei paesi continentali di stabilire quote di ripartizione all’interno dei paesi dell’UE hanno alimentato il malcontento e la frustrazione delle popolazioni di confine, il cui orientamento politico ha virato verso una cupa destra che ricorda momenti del XX° secolo che probabilmente abbiamo voluto dimenticare. Al di là degli annunci settimanali che contraddistinguono le strategie politiche governative da Berlusconi in poi, con l’inammissibile ipotesi di muri al confine con la Slovenia, trasferimenti/

di Aulo Oliviero Re deportazioni, fino all’intramontabile grande classico del pattugliamento di una joint-force italo-slovena che fa quasi tenerezza, è interessante focalizzare l’attenzione su come si stanno muovendo i paesi sulla rotta balcanica a noi prossimi, e cioè Slovenia e Croazia, sul fronte migranti. Non siamo soli e siamo in cattiva compagnia. Se per quanto riguarda il governo croato sono ormai innumerevoli i report online che parlano di respingimenti collettivi e violenze, per quanto riguarda la Slovenia, Amnesty International sottolinea come le modifiche delle leggi sugli stranieri attuate nel gennaio 2017 potrebbero persino negare l’ingresso al confine ed espellere migranti e rifugiati senza valutare le loro richieste di asilo. In quest’ottica si deve leggere quindi la proposta slovena dello scorso giugno di innalzare un muro (aridaje) con la Croazia e la quasi totale mancanza di un sistema di accoglienza nel territorio nazionale, che non prevede accoglienza diffusa o Sprar, ma solo un paio di centri di modeste dimensioni nella capitale Lubiana: solo 300 posti (circa) in tutto. Darjan Volk, sloveno, dipendente Ics (Consorzio italiano di solidarietà) e membro di Levica (La Sinistra), ci spiega che il suo governo non investe in integrazione e accoglienza a causa del bassissimo tempo medio di permanenza nei centri da parte dei richiedenti asilo. La Slovenia è un paese di passaggio nella rotta balcanica e i ragazzi si fermano solo lo stretto necessario prima di riprendere il cammino verso i paesi del nord o l’Italia, a prescindere dal fatto che la loro prima foto-segnalazione sia stata fatta lì, in Croazia o in Grecia. “L’attuale governo anti-migranti – racconta Darjan- non ha alcun interesse a trattenerli, nonostante le normative europee lo prevedano. Molto spesso anzi succede che i migranti vengano fermati dalla polizia slovena, caricati su camionette e consegnati alla polizia croata sul confine. Tutto ciò non si fa autonomamente, è quindi probabilmente frutto di un accordo bilaterale.”

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Nel frattempo Infomigrants, non più tardi del 28 luglio, avverte che in Bosnia, al confine con la Croazia, tra Bihac e Velika Kladusa ci sono 10.000 rifugiati registrati, che come sappiamo significano molti di più. Ics e Caritas rilevano che finora il numero degli arrivi in regione è aumentato rispetto al 2018, ma la situazione non è ancora emergenziale. Ciò significa che l’orda di arrivi paventata nei mesi scorsi non si è ancora verificata. Le persone sono ancora bloccate al confine con la Bosnia, e l’impressione è che le autorità slovene e croate applichino un mix di tecniche di contenimento dei migranti: un collo di bottiglia in prossimità dei confini ed un corridoio di transito in direzione Trieste, dove gli arrivi, in proporzione a Gorizia, sono aumentati vertiginosamente. L’obbiettivo quindi potrebbe essere quello di non disperderli nel territorio lasciandogli il passaggio verso il vicino confine italiano, e gestire così il malcontento occultandoli alla vista degli elettori dei partiti dell’assemblea nazionale del tutt’altro che timido governo di minoranza Šarec. Vero o falso, è innegabile che la maggioranza delle opinioni pubbliche tendano a non accettare la diversità e mi sembra perciò persino superfluo commentare come la questione dei diritti umani e dello stato di diritto su cui si basa l’Europa contemporanea venga barattato dai vari leader politici per ottenere consenso. Ma un leader non dovrebbe guidare le masse? Sembra invece che in questa Europa la direzione sia dettata da bassi istinti come paura e disturbo narcisistico di personalità. Ad ogni modo, problemi che il prossimo governo si spera voglia mitigare e non assecondare, rispettando così la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e la Costituzione Italiana. Ovvero facendo, in poche parole, il proprio lavoro. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Camminando con Bellavite in una Gorizia “tra le nuvole” di Martina Delpiccolo

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i sono luoghi che traspirano storia. Basta solo saperli ascoltare. Ci sono terre che trasudano simboli e valori. Basta solo lasciarli affiorare. Come anfore o corniole rinvenute a sorpresa, la campagna aquileiese, nel tempo crocevia di popoli, ha lasciato che riaffiorasse in dono l’antico valore dell’universalità. È successo in una serata d’agosto, sotto l’occhio di una luna che esattamente un mese prima aveva festeggiato i cinquant’anni dallo sbarco su di sé, tentativo d’incontro tra terra e cielo. È bastato mescolare insieme un buon vino e un bel libro, e lasciare che prenda forma da un lato la visione di Franco Clementin e della sua azienda familiare

Andrea Bellavite e il “nostro” Ismai durante l’incontro svoltisi ad Aquileia

per una nuova cultura contadina con il calice come occasione e scambio di parole, e dall’altro la fertile e frizzante capacità di Luciana Degano, attraverso il sodalizio cervignanese “Tra le pagine”, nel creare incontri e atmosfere di rara intensità umana ed artistica. Così, all’esterno della cantina Brojli Vini Aquileia, il teologo, saggista e giornalista Andrea Bellavite ha raccontato il suo libro “Gorizia tra le nuvole. Un itinerario tra monti e città”, dialogando con l’artista, giornalista, musicista pakistano e operatore dei diritti dell’uomo Ismail Swati, redattore di Gorizia News&Views. Il libro, pubblicato da Leg (Libreria editrice goriziana) Edizioni e arricchito dalle fotografie di Massimo Crivellari, nelle quali è quasi possibile passeggiare, guida il lettore in un itinerario circolare, che pare proprio ricordare un abbraccio universale, in un cammino scandito dal ritmo dei passi dell’autore e dal respiro profondo della sua scrittura nella storia, nella bellezza, nella cultura, nella spiritualità e nella natura di una città emblematica, «tra le nuvole», reale e simbolica allo stesso tempo. Andrea Bellavite, nella serata aquileiese, ha preso le mosse dalla dualità, che ricorda il divino e l’umano, e dalla trinità, insite anche nella città. Gorizia sarebbe allora due città diversissime in una, quella vecchia e quella nuova, tanto da rendere grammaticamente lecito il plurale “Gorizie” o “le Gorizia”; e sarebbe trina per i suoi tre monti – Sabotino, San Gabriele, Monte Santo - con i loro vari nomi italiani, sloveni e friulani. E poi c’è la Gorizia ebraica e la Gorizia delle ferite inflitte dalle guerre, la Gorizia che si spopola o che accoglie i profughi, quella emarginata dal resto dell’Italia e quella che nell’unione con Nova Gorica può sognare il titolo di capitale europea della cultura. «È bello vivere in una città di confine, di condivisione territoriale, culturale, progettuale», dice Bellavite al pubblico attento; «meno bello vivere in una città di frontiera, di popoli contrapposti, l’uno di fronte e contro l’altro». Una distinzione che si rispecchia nel comune sentire con lo scrittore Angelo Floramo. La riflessione va allora diritta al concetto di diversità come possibilità di arricchimento. Ed è lì che la presenza e la parola del giornalista pakistano assumono un valore aggiunto. Ismail Swati osa ricordare la funzione alta della politica come partecipazione e come risposta sonante al silenzio e all’indifferenza. Le sue dita muovono le corde del rabab, strumento antico di almeno tremila anni, che conduce lontano, fino al cuore e alle sonorità delle tribù afgane. Suoni afgani in terra aquileiese mentre si va parlando di storia goriziana e di unità nella diversità. Sollecitato da una domanda, l’autore del libro individua in un gesto elementare e antico la chiave per la fusione delle due Gorizie: il ritrovarsi insieme, italiani e sloveni, a bere o mangiare gli uni nella piazza degli altri, «perché», ricorda 19

Bellavite, «la fusione, il vero incontro può avvenire soltanto laddove nascono spontaneamente amicizie e amori». Di tutto questo si è parlato sotto un cielo che non era più solo di Aquileia, ma insieme di Gorizia, di Slovenia, di Pakistan e di Afghanistan, in una cantina ospitale, aperta alla cultura con all’orizzonte non un muro bensì il profilo rassicurante del campanile e della basilica di Aquileia, che pare stare lì a ricordarci, entro la ricchezza delle peculiarità, il valore antico dell’universalità, parimenti racchiuse in un bel libro o in un calice di vino buono e sincero. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Ad Agorè “Doppio Sogno”, la mostra personale di Hamed Darek “Doppio sogno” sta a indicare le due sezioni della mostra: nella prima sono visibili i ritratti di connazionali, filtrati dai ricordi e da un singolare stile narrativo, molto emozionante; nella seconda la nuova vita, il nuovo mondo e i nuovi amici. Adbud Haya Hamed, nome d’arte Hamed Darek, è un pittore professionista e un insegnante afghano, attualmente ospitato al Nazareno di Gorizia. Doppio sogno è la sua prima mostra personale. Nato nel 1993 nella tristemente famosa città dei grandi Buddha distrutti, Bamyan, Hamed insegna pittura dal 2011 al 2015 a Balkh, città del Nord dell’Afghanistan, considerata tra le più antiche del mondo, per molto tempo sede principale centrale dello Zoroastrismo, oggi ridotta a un cunulo di rovine. Rimasto orfano, in un paese in cui l’arte e la pittura non sono incoraggiate, decide di emigrare pur di non dover rinunciare alla sua passione, prima in Germania e poi in Italia, dove arriva nell’ottobre del 2017. Dopo il suo arrivo a Gorizia e un periodo psicologicamente difficile, grazia al supporto del Nazareno e dell’Aps Tutti insieme, Hamed riprende a dipingere ritratti con la sua particolarissima tecnica. Dopo la partecipazione a diverse collettive, ospitate sempre ad Agorè, Hamed si confronta questa volta con sè stesso e la sua doppia identità, continuando a inseguire il sogno che esprime attraverso la pittura. Con le sue mani sottili, il suo sguardo intenso e il suo sorriso malinconico. La mostra è visitabile fino all’8 settembre ad Agorè in via Rastello 49 (GO). (ElSa)


Ecco Teen Choir, il coro del futuro un’altra creatura della maestra Marussi

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di Stefania Panozzo n una sera di fine estate ho intervistato ancora una volta Manuela Marussi che mi ha raccontato com’é nata l’idea di aprire il Teen Choir e che cosa rappresenta questo gruppo di ragazzi.

Il Teen Choir é composto da 13 ragazzi ed è nato da un’idea del maestro Carlo Grandi, direttore dell’Accademia musicale Città di Gorizia e voleva arricchirne l’offerta didattica con un corso di educazione al canto corale. I giovani componenti del coro hanno un’età compresa tra i 13 e i 17 anni e, come auspica la loro vulcanica direttrice, rappresenteranno il bacino d’utenza dei loro “fratelli maggiori”, gli ormai affermatissimi Freevoices. Lo scorso anno é cominciata una lunga avventura che richiede tanto lavoro sia da parte loro che da parte di chi li accompagna, perché stanno cominciando da zero, visto che non hanno mai cantato in un coro e che devono imparare anche molte altre cose. Come mi ha raccontato Manuela, sia loro che i Freevoices hanno accolto l’idea con molto entusiasmo e i più grandi si sono dimostrati disponibili ad insegnare qualcosa ai più piccolini. Che idea c’é alla base del Teen Choir? È un’ idea del direttore della Scuola di musica di Gorizia, il maestro Carlo Grandi che lo scorso anno ha voluto proporre un corso di educazione al canto corale per arricchire l’offerta didattica della scuola. Mi ha contattato chiedendomi se volevo dirigere un coro e non mi sono tirata indietro. Puoi fornire un identikit dei membri di questo gruppo? Sono ragazzi di età compresa tra i 13 e i 17 anni e hanno una gran voglia di imparare. Per ora sono 13, ma spero che da quest’anno il numero aumenti. Come si suol dire, sono alle prime armi, visto che molti di loro non hanno mai cantato in un coro.

con loro? Come era successo con i Freevoices quando erano un coro liceale, sto cercando di proporre loro brani che possano essere vicini ai rispettivi gusti musicali. C’é tantissimo lavoro da fare, perché devo insegnare ai ragazzi come si sta sul palcoscenico e a gestire bene la voce, anche se alcuni di loro fanno già teatro. Per quanto riguarda l’aspetto vocale, devo sottolineare che i maschi stanno affrontando il periodo del cambio di voce, e ciò comporta un ulteriore sforzo per capire meglio che strada potranno intraprendere in futuro. Inoltre, sto cercando di insegnare loro delle tecniche per rapportarsi al meglio con il pubblico. Gradualmente anche loro avranno un loro repertorio e affronteranno le prime coreografie. Come sono stati accolti dal pubblico? Devo ammettere che in tutte le occasioni in cui hanno cantato, il pubblico li ha accolti con tanto calore. Cosa rappresentano i Freevoices per loro? I Freevoices per il Teen Choir rappresentano un modello da seguire. Vedendoli cantare, i piccoli pensano che se i loro amici più grandi sono capaci di fare quelle cose, anche loro dovranno dimostrare di essere capaci di affrontare l’emozione e il lavoro che sta dietro ad uno spettacolo. Per ora si accontentano di cantare con loro un brano o di ascoltarli e basta, ma va benissimo così. Cosa auguri ai ragazzini del Teen choir per il futuro? Come succede per i Freevoices, auguro loro di diventare indipendenti dal punto di vista musicale. Per ora li dirigo sempre, ma spero tra qualche anno che riescano a raggiungere lo stesso grado di indipendenza dei grandi che non hanno bisogno di nessuna direzione. L’augurio principale che faccio loro, però, é di continuare a divertirsi cantando.

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Come hanno accolto la tua proposta loro e i Freevoices? Devo ammettere che sia da parte loro che da parte dei più grandi c’è stato molto entusiasmo. Per quanto riguarda i Freevoices, devo sottolineare la loro disponibilità ad aiutarmi a portare avanti il progetto. Che strada hai intrapreso

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September 2019  

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