Page 1

Gorizia News & Views Anno 2 - n. 8 Settembre

SOMMARIO Pag. 2 Viaggio all’interno del Centro minori dei Salesiani: “Bisogna sottrarli a chi approfitta della loro debolezza” Pag. 3 Torna la rotta balcanica e punta su Trieste e Udine: Gorizia “respira” Pag. 4-5 La storia incredibile di Sakib, il ragazzone dagli occhi neri: dall’inferno della guerra in Bosnia a una vita operosa a Gorizia Pag. 6 Mramor lancia la stagione teatrale: “Vorrei una città con più buonumore” E a Cormons la Traviata secondo Lella Costa Pag. 7 Viaggio nella sanità goriziana - 7 San Giovanni di Dio, l’estate degli addii: noti medici in pensione Pag. 8-9 La comunità che fa bene alla salute: il caso del quartiere Sant’Anna Pag. 10 Una convenzione in arrivo per l’utilizzo del Conference Center Tre super-ospiti per il compleanno della Ubik Pag. 11 Gusti di frontiera, ecco come nacque un’idea vincente Pag. 12 La speranza appesa a un filo… E a un ago Pag. 13 Non dobbiamo restare intrappolati nei corsi e ricorsi della storia Pag. 14 ROBERT DOISNEAU – Il pescatore di immagini Pag. 15 Master italiano L 2 ed interculturalità 201718: una strada per il futuro? La logica del capo branco Pag. 16 Bravi musicisti? Certo, ma soprattutto amici. Ecco il nuovo Cd della Gorizia Guitar Orchestra “Sì, siamo estremisti: siamo estremisti nella volontà di giustizia, di uguaglianza e di pace” (Martin Luther King)


Viaggio all’interno del Centro minori dei Salesiani: “Bisogna sottrarli a chi approfitta della loro debolezza” di Manuela Ghirardi

H

frontiera, e l’appuntamento annuale con l’Estate Insieme. Il centro estivo era il punto di ritrovo dei giovanissimi, impegnati nelle attività sportive e ricreative coordinate dagli animatori. Non erano poche, inoltre, le gite organizzate. Ogni anno ciascuno portava a casa nuovi ricordi, nuovi amici ed una simpatica t-shirt estiva con il logo del centro estivo. Ancora oggi accoglie il visitatore il gradevole spazio verde dell’ingresso con il busto di Don Bosco, anticamera di una struttura che, pur nella radicale trasformazione subìta (che fu fonte di non poche polemiche), conserva inalterato un clima sereno, particolarmente adatto per ospitare i più giovani. Qualche ragazzo gioca a basket, qualcuno è seduto a pensare o a chiacchierare. Parlo con gli educatori negli uffici della struttura: un sorso d’acqua e via. Quanti ragazzi ospitate, da dove vengono e quali sono le modalità di arrivo? Il numero è fluttuante ma al momento ci aggiriamo attorno alla trentina e l’età media è 17 anni. Le etnie sono diverse: ci sono pakistani, afghani, marocchini, albanesi, kosovari, nigeriani, somali, bengalesi. Un ragazzo indiano è originario del Punjab e un altro della Guinea francese. Abbiamo ospitato anche due siriani ma hanno deciso di proseguire il loro cammino ... In via generale le persone arrivano dalla rotta balcanica, vengono fermate nei pressi della frontiera e assegnate al comune in cui sono state trovate. Il comune in questione prende in carico il minore e lo affida ad una comunità di tutela. La procedura segue quest’ordine: dall’incontro con le forze dell’ordine si passa al verbale di identificazione, ai servizi sociali e infine si viene destinati alla comunità di tutela. Ad ogni minore viene assegnato un tutore al di fuori della struttura ospitante: in seguito all’introduzione di alcune nuove disposizioni è stato istituito un albo che raccoglie l’elenco dei tutori volontari, che al momento in Friuli Venezia Giulia sono 30 per circa 500 minori non accompagnati. Ogni tutore esercita la patria potestà e dispone le deleghe ove necessario, come per esempio nel caso di esami sanitari. Una convenzione con gli avvocati ci permette di avere accesso al servizio di informativa legale, alle

pratiche amministrative per la richiesta d’asilo o per la proroga del permesso. Le zone di ingresso sono quelle triestine e del tarvisiano, da cui si possono organizzare i debiti trasferimenti nelle varie strutture. Come si ottiene il permesso di soggiorno? Che importanza riveste l’istruzione scolastica in questo percorso? Le caratteristiche per ottenere il permesso sono la conoscenza della lingua italiana, il possesso di documenti atti al riconoscimento, un domicilio valido, l’ingresso nel mondo del lavoro e l’assenza di pendenze o reati penali. Da settembre a giugno i ragazzi seguono le lezioni al CPIA (Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti): il percorso di alfabetizzazione per raggiungere il diploma di terza media passa attraverso un test d’ingresso volto a stabilire la qualità della conoscenza della lingua italiana. Il livello zero richiede la frequentazione di un biennio scolastico, un buon livello un anno. Chi ha già la terza media, come gli albanesi, viene inserito in un corso ad indirizzo professionale, ad esempio presso un ente come Ad Formandum o Enfap. Progettiamo inoltre percorsi personalizzati paralleli per ciascuno, in maniera tale da creare un pacchetto scolastico ottimizzato. E’ un dialogo al quale siamo molto attenti. Sono previste anche attività al di fuori della struttura? I ragazzi possono muoversi liberamente. Alcuni in estate si occupano di animazione nei campi scuola, altri collaborano con èStoria assieme all’Unicef, con cui sono previste anche altre tipologie di uscite. Vengono organizzati degli incontri nelle scuole dove possono raccontare la propria testimonianza. Cerchiamo sempre di stimolare l’incontro con altri ragazzi: per esempio ultimamente stiamo organizzando dei tornei, dei meeting con i gruppi scout e con i ragazzi della Bassa friulana. Nel prossimo futuro abbiamo in mente di coinvolgere questi giovani in alcune esperienze di volontariato.

o visitato l’Istituto San Luigi di via don Bosco per un’intervista agli educatori del Centro di accoglienza per minori non accompagnati, nato sulle “ceneri” dell’ex convitto e gestito direttamente dai Salesiani I minori non accompagnati in Italia e di Mestre per il tramite della cooperativa nel mondo purtroppo sono moltissimi. La Viarte. Val la pena ricordare che i SaIn base alla vostra esperienza come lesiani arrivarono a Gorizia nel 1895 e vi si potrebbe gestire al meglio questa aprirono un convitto dedicato a San Lusituazione? igi, situato originariamente La risposta è abbastanza in Riva Piazzutta e trasferichiara: rendendo legali i tosi poi nel 1904 in via Don minori non accompagnati, Bosco. Il collegio conservava sottraendoli in questo modo numerosi filmati degli anni ai maneggi sistematici di un Ottanta a testimonianza mondo che approfitta maladelle attività svolte nel corso mente della loro debolezza. del tempo, pellicole che La parola chiave qui è “giusono state cedute all’Assostizia”, ma senza discostarsi ciazione Palazzo del Cinedalla cosiddetta logica del ma per essere recuperate e prestito, ovvero ricordando digitalizzate. Ricordiamo in loro che bisogna restituire con particolar modo la Marcia le proprie azioni ciò che si è dell’Amicizia, a cui italiani e ricevuto imparando e inconjugoslavi partecipavano contrando la cultura ospitante. giuntamente senza necessità di esibire il passaporto alla Un momento di preghiera al Centro minori dei Salesiani ©RIPRODUZIONE RISERVATA

2


Torna la rotta balcanica e punta su Trieste e Udine: Gorizia “respira”

C

on il trasferimento della Commissione per i richiedenti asilo da Gorizia a Trieste, i flussi dei migranti nella nostra regione – com’era nelle previsioni – sono cambiati, dirigendosi verso il capoluogo giuliano, dove le strutture sono già sature, e verso Udine, dove opera da più tempo una sub-commissione (che ha ereditato da Gorizia circa duemila richieste d’asilo relative al territorio friulano) e dove il nuovo prefetto Angelo Ciuni è stato costretto a riaprire l’ex caserma Friuli accanto a una Cavarzerani stracolma. E Gorizia? La situazione, che a più riprese in questi anni aveva raggiunto livelli emergenziali, si è decisamente alleggerita. Alla fine di agosto, le presenze di migranti in città si attestavano sulle 265 unità. I richiedenti asilo, sempre per lo più pakistani e afghani, sono dislocati al Nazareno di Straccis, ormai “storica” struttura sul fronte dell’accoglienza, con i suoi molteplici corsi e attività volti a favorire una prima integrazione dei migranti (164 ospiti su 170 posti letto) e nel villaggio dei containers del San Giuseppe di via Grabizio, retaggio del centro allestito dai Medici senza frontiere e gestito, così come il Nazareno, dal consorzio di cooperative del Mosaico (un centinaio di presenze). Al Campo San Giuseppe hanno trovato posto diverse persone ospitate soltanto per la notte dal dormitorio della Caritas di Piazzutta, dove sono in corso dei lavori di ristrutturazione e che si è, quindi, quasi svuotato. Questo “trasloco” è stata una delle ultime operazioni effettuate sotto la supervisione di don Paolo Zuttion, che dopo 11 anni di direzione, dal primo settembre è stato avvicendato alla guida della Caritas, su disposizione dell’arcivescovo Carlo Redaelli, dal diacono Renato Nucera, che ha al suo attivo anni di esperienza a Cormons e a Gradisca con incarichi parrocchiali e pastorali. Don Paolo, il “gigante buono” che in questi anni ha sopportato un enorme fardello di responsabilità nella sua postazione in prima linea sul fronte dell’emergenza-profughi e dell’assistenza alle persone in difficoltà, ora è diventato parroco di Staranzano (mantenendo l’incarico di cappellano delle carceri di via Barzellini) ma il suo operato non potrà mai essere dimenticato – soprattutto dai volontari che ne hanno appoggiato in modo

di Vincenzo Compagnone altrettanto encomiabile l’attività - per l’impegno profuso all’insegna di una sconfinata umanità. Allargando per un attimo lo sguardo, va rimarcato che durante i mesi estivi si è diversificata anche la famosa “rotta balcanica” percorsa dai migranti, portando circa 10 mila persone a entrare in Bosnia: di questi, circa 6 mila sono riusciti a passare in Croazia e almeno un migliaio in Slovenia, da dove cercano di entrare in Friuli-Venezia Giulia attraverso i valichi secondari. La giunta regionale a trazione leghista vuol provare a rafforzare la sorveglianza mobilitando anche le guardie forestali, ma nell’epoca delle frontiere aperte è arduo sperare di monitorare in modo capillare e continuativo tutti i 232 chilometri che separano il Fvg dalla Slovenia, così come sigillare i 22 valichi – tra stradali, ferroviari e agricoli - presenti nel Goriziano e i 26 di Trieste. Sarebbe necessario sospendere gli accordi di Schengen, ipotesi problematica e a dir poco pericolosa. I migranti, dunque, non arrivano più dall’Austria ma hanno ripreso a percorrere una nuova rotta balcanica, e se il loro numero a Gorizia (sparita la Commissione, principale pull factor) si è ridotto, ha subìto un’impennata a Trieste e Udine, tant’è che le presenze complessive in Fvg sono sempre le stesse da un anno e mezzo (circa 4.500 richiedenti asilo). I flussi insomma continuano e proseguiranno ancora per molto tempo, e non a caso i quattro prefetti della Regione si sono schierati contro il taglio di oltre un milione di contributi decisi dalla giunta Fedriga sul fronte dei progetti e corsi destinati ai migranti. “La riduzione delle iniziative per l’integrazione – ha rimarcato il prefetto di Trieste Annapaola Porzio – conduce all’emarginazione, si rischia di consegnare queste persone alla criminalità”. Le ha fatto eco il prefetto di Gorizia, Massimo Marchesiello: “Le forme di integrazione attraverso attività di volontariato hanno contribuito a ridurre il clima di ostilità”. A Gorizia si respira comunque un clima meno pesante rispetto a quello che aveva avvelenato, e condizionato, la campagna elettorale 2017. Non si parla più di riaprire la galleria Bombi al traffico, e ciò alimenta la sensazione che l’idea poggiasse sulla volontà di rendere il tunnel off limits per i migranti senzatetto. I

3

richiedenti asilo sembrano scomparsi dall’agenda della giunta Ziberna, che ora dovrebbe concentrare i propri sforzi su un profondo ripensamento della Gorizia del futuro, che vada al di là di progetti riciclati e probabilmente irrealizzabili come l’”Isonzo beach” già tentato senza successo dalla giunta Brancati all’inizio del secolo per dare concretezza alla dimensione multietnica e multiculturale di quella città “accogliente e gioiosa”, auspicata dall’arcivescovo Redaelli durante la festa dei santi patroni. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Gorizia News & Views è reperibile in forma cartacea nei seguenti punti di distribuzione: Biblioteca statale isontina di via Mameli, Kinemax di piazza Vittoria, librerie Leg, Voltapagina e Ubik di corso Verdi, Kulturni Dom di via Brass, Casa delle Arti di via Oberdan, bar Torino di corso Italia, bar Aenigma di via Nizza, atrio dell’ospedale, negozio Il Laboratorio di piazza Vittoria, Wienerhaus di piazza Cesare Battisti, tabacchino Da Gerry di via Rastello, Ugg di via Rismondo. E’ consultabile on line all’indirizzo: https://issuu.com/gorizianewsandviews


La storia incredibile di Sakib, il ragazzone dagli occhi neri: dall’inferno della guerra in Bosnia a una vita operosa a Gorizia

S

arajevo, Mostar, Srebrenica sono i nomi delle città bosniache che tutti conosciamo. Chi ha memoria del conflitto balcanico non può non ricordare la strage di Merkale e il medievale assedio della capitale durato quasi quattro anni, il più lungo e barbaro della storia contemporanea; né il bombardamento del ponte di Solimano il Magnifico a Mostar, nel novembre del 1993, e neanche il genocidio di Srebrenica del luglio del 1995, quando più di 8000 bosniaci musulmani, quasi tutti uomini, vennero trucidati da unità dell’esercito della Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina agli ordini di Ratko Mladić. Sakib ha gli occhi un po’ più stretti e più neri del solito quando mi recita i nomi di una guerra che nessuno conosce, Bastasi, Večići e Mehovici, i villaggi e le cittadine della sua infanzia, i pascoli e i boschi, le distese di faggi, gli orti ordinati di verze e di cavolo cappuccio che sua madre macerava nel sale per l’inverno, un mondo spazzato via nel 1991, nell’estate dei suoi quindic’anni. Siamo seduti alla mia scrivania, con una scorta di sigarette e qualche birra. Ci vorrà tempo per raccontare questa storia. Ho imparato da lui, da questo ragazzone calmo e dalle mani capaci, ad andare più piano. L’ho imparato passando assieme una lunga giornata a Sarajevo, facendo quello che ai bosniaci riesce così bene: non fare apparentemente nulla. Camminavamo piano tra i vicoli di Baščaršija passando da una birreria a un caffè, chiacchierando pigramente fra di noi. Anche se eravamo già stati due volte in città, io volevo camminare velocemente, visitare quello che mi era sfuggito in precedenza, vedere di più. Lui voleva solo bere caffè turco, ascoltare strazianti sevdalinke e guardar passare la gente. Abbiamo imparato a farlo anche noi. Il 28 giugno 1989, seicento anni dopo la battaglia di Kosovo Polje, quella “piana dei merli” dove si svolse l’epico scontro tra Serbi ortodossi e Ottomani musulmani, Slobodan

di Anna Cecchini Milošević tiene il suo discorso celebrativo davanti a centinaia di migliaia di serbi confluiti sul posto, nel quale esalta la nazione e getta le basi per la rinascita della Grande Serbia ortodossa. E’ l’inizio della fine. La dichiarazione d’indipendenza della Slovenia e quella successiva della Croazia accendono le micce. Con la scusa delle diversità etniche e religiose, la polveriera balcanica viene innescata. Il resto è tragica storia contemporanea. Nel 1991 anche la vita tranquilla e operosa di Bastasi, il paese di Sakib, rannicchiato tra le colline del nord – ovest della Bosnia, viene sconvolta. Le milizie serbe perquisiscono le case dei musulmani alla ricerca di armi da caccia. La tensione sale quando avvengono le prime sparatorie notturne per scoraggiare chi si oppone ai raid. Seguirà l’ordine ai musulmani di lasciare il paese, a maggioranza serbo-ortodossa. Le famiglie musulmane decidono di partire tutte assieme. Le milizie serbe hanno organizzato posti di blocco e ricacciano indietro con violenza gli sfollati: temono che si formino gruppi pericolosi da gestire. La settimana successiva il paese viene quindi evacuato poco per volta. La numerosa famiglia di Sakib trova ospitalità a Banja Luka da familiari. I quattro fratelli più grandi hanno già deciso di partire, qualche tempo prima, e ora sono al sicuro, nei campi profughi di Italia, Svezia e Danimarca. Le case musulmane di Bastasi sono come orbite vuote. Gli sciacalli le depredano di tutto. Vengono portati via perfino i mattoni. Eppure, come a Mostar e a Sarajevo, nessuno crede ancora che possa scoppiare la guerra. Forse

Casa di Sakib

4

è l’anima bosniaca pacifica e accomodante, o forse è umana incredulità di fronte al male a rendere inimmaginabile ciò che è ormai inevitabile. Anche a Banja Luka l’ostilità verso i musulmani cresce a dismisura. I furgoni rossi della milizia speciale serba seminano il terrore, le urla dei pestaggi e degli stupri sono il calvario delle ore notturne. L’angoscia cresce. I giovani maschi che non sono ancora al fronte si nascondono nei boschi. Sakib è solo un ragazzo, ma s’ingegna a contribuire alla magra economia familiare con mille espedienti: porta la legna ai piani alti delle case agli anziani del quartiere, s’inventa piccoli traffici per raggranellare pochi spiccioli. La situazione s’infiamma. I musulmani dovranno andarsene anche da qui. Viene proposto uno scambio di residenza tra i serbi di Travnik e musulmani di Banja Luka. Suo padre non vuole partire. Solo il giorno prima una corriera di musulmani ha subito un’imboscata e i profughi sono stati trucidati e gettati in una scarpata. Per convincerlo a salire sul pullman lo stordiscono di grappa. Lo scambio avviene a Vlasic, al confine tra le zone controllate dai serbi e dai bosniaci, in zona neutrale e senza incidenti. A Travnik più di 400 profughi sono riuniti in un campo provvisorio, in condizioni igieniche disastrose. La guerra è ormai esplosa e i bombardamenti si susseguono. Si mangia alla mensa della Caritas: un quarto di pagnotta a testa e un mestolo i lenticchie a persona devono bastare per l’intera giornata. Il fratello di Sakib riesce a trovare una casa abbandonata da croati cattolici, fuggiti in fretta e furia dalla città bombardata, così come hanno fatto Sakib e la sua famiglia scappando da Bastasi. Hanno lasciato tutto, in quella casa, comprese le bombe, nascoste dietro alle finestre, cosicché chi fosse entrato e avesse spalancato le ante sarebbe saltato in aria. Ma l’innesco è bagnato e la casa non esplode. La madre spazza la casa, organizza come può una nuova vita. Lui va a far legna nei boschi, schivando le granate: tre sacchi di legna valgono un chilo di


farina. Cerca nei campi le patate sfuggite alla raccolta, commercia in uova e carne, camminando per decine di chilometri e attraversando le linee di controllo dei cecchini. Passano così due lunghi anni. “Come avete fatto a resistere?” “Non era così brutto, per noi ragazzi. Alle granate ci siamo abituati presto. Impari a riconoscere il fischio, e poi il tempo che passa fino all’esplosione, così capisci se ti arriverà vicino o cadrà più lontano, senza colpirti. I miei genitori erano preoccupati, ma noi ragazzi vivevamo una specie di avventura. E poi tra noi eravamo molto uniti e solidali. Le difficoltà ci hanno fatto stare più vicini”. Sakib ha ormai 17 anni. Si offre per portare posta al fronte per raggranellare qualche soldo. Con un amico che si porta dietro una vacca da vendere cerca di raggiungere il paese vicino, attraversando la linea dei cecchini serbi. Un proiettile uccide la vacca. Loro rimangono immobili a terra, come morti, con il fischio della pallottola dentro le orecchie, appiattiti fra l’erba di quel prato finché arrivano il buio e la salvezza. Suo padre viene richiamato nell’esercito; sarà assegnato al Genio militare per costruire trincee, lontano dalla prima linea. Il fratello è invece nell’esercito regolare bosniaco, al fronte. Torna a casa, ogni tanto. Porta solo qualche sigaretta perché ai soldati viene assicurato unicamente il cibo e il tabacco. E una buona dose di psicofarmaci per sopportare l’orrore. Dopo due anni d’inferno, nel ’94 la famiglia prende la decisione di fuggire dal Paese. Servono il passaporto e il visto, oltre la garanzia di qualcuno che, in salvo dall’altra parte, possa accogliere i profughi. Il padre e il fratello dovranno rimanere in Bosnia, ma Sakib, la madre e i due fratelli più piccoli salgono sul pullman per la Croazia il giorno stesso in cui l’esercito bosniaco rastrella le case di Travnik per prelevare gli ultimi giovani. Sakib, che allora era già alto quasi due metri, si rannicchia a fatica sotto il sedile per nascondersi. Partono appena in tempo. A un posto di blocco croato il pullman è perquisito. Quel ragazzo deve seguirli per andare al fronte, dicono i militari. Il conducente li convince a lasciarlo partire con l’argomentazione che è l’unico maschio adulto a proteggere la madre e i due fratelli più piccoli, ma soprattutto con una manciata di denaro, le ultime riserve della famiglia per affrontare il futuro. Il pullman arriva a Fiume e poi alla frontiera con la Slovenia. Ormai sembra fatta. E invece la polizia slovena non accetta i loro visti e li respinge brutalmente. Rimangono

lì seduti, a un passo dalla salvezza, senza un soldo né nulla da mangiare. Ma la loro fortuna si chiama Enisa ed ha il viso buono di una donna bosniaca, giunta in Croazia già dall’inizio della guerra. Si offre di ospitarli a casa sua, come fossero parte della sua famiglia, finché non riusciranno a espatriare. Avviserà lei il fratello che vive già in Italia e che li aspettava al di là del confine. Ci riprovano dopo qualche tempo, stavolta da clandestini. Un amico di Enisa li accompagna nottetempo. Il cognato italiano li attende appena al di là dalla frontiera slovena. Ha dato loro istruzioni per passare il confine nei pressi di un cimitero. Hanno camminato tutta la notte e l’alba sorge bianca di brina. Un fischio modulato è il segnale convenuto, ma loro sono in ritardo. La polizia sente il fischio e capisce quello che sta succedendo. Il cognato viene arrestato e nessuno risponde al loro richiamo. Gli sloveni perlustrano la zona e i quattro clandestini vengono intercettati, caricati su un furgone e riportati a Fiume. Non possono fare altro che tornare da Enisa. Dopo qualche tempo la donna viene a sapere che è possibile ottenere un visto di transito per la Slovenia della durata di 48 ore. E’ lei che parte per Zagabria e recupera il prezioso documento per tutta la famiglia. Di nuovo al confine di quello Stato che li ha respinti, alzano i passaporti e il prezioso visto con il cuore in gola. Stavolta la polizia non controlla neppure i documenti e li lascia passare. È il 15 gennaio 1995. L’odissea termina a Trieste, in una gelida giornata invernale. Alla stazione ferroviaria trovano il cognato ad accoglierli e salgono finalmente sul treno per Cervignano. Sakib chiede preoccupato: “Ci sono ancora confini da attraversare?” Nei primi mesi del 1995 la famiglia si trattiene a Udine per il periodo necessario all’ottenimento dei documenti d’ingresso in Italia. Il fratello ha già trovato lavoro in una fabbrica del manzanese e poco dopo anche Sakib verrà assunto. Due anziani contadini di Bagnaria Arsa affitteranno a quella numerosa famiglia bosniaca di nove persone una grande casa rurale. La vita riprende lentamente

a scorrere. Lui ha carteggiato migliaia di sedie, ha fatto il giardiniere e l’artigiano edile. Si sentono tutti i giorni, anche più volte al giorno, i fratelli e le sorelle di questa grande famiglia sparsa per l’Europa. Ad ogni occasione, una laurea, un matrimonio, le ferie, si radunano tutti a casa dell’uno o dell’altro. Spesso sono una cinquantina e vivono qualche giorno assieme, mangiando enormi grigliate e quintali di burek, preparato rigorosamente a mano. Ballano la loro musica e bevono ettolitri di caffè. Ce l’hanno fatta, tutti quanti. Alcuni occupano posizioni di responsabilità, hanno belle case e figli laureati. Parlano inglese, italiano, danese e svedese. Tornano in Bosnia, quasi tutte le estati, nella grande casa di Sanski Most, acquistata per ritrovarsi ancora nel loro paese d’origine. Passeggiano tra i loro boschi, raccolgono funghi e lamponi, mangiano nei “restoran” il cibo della loro infanzia, parlano con tutti la loro lingua. Ma il loro presente e il futuro sono qui, nell’Europa che li ha accolti. Ma se tornando in Bosnia passassero da Bihać, il cuneo mussulmano dei Balcani puntato verso il cuore del continente, forse sarebbero stupiti di scoprire che da febbraio a oggi vi sono arrivati più di 6000 profughi, divisi fra un campo di raccolta e palazzi fatiscenti e sovraffollati dove uomini, donne e bambini attendono, assistiti tra mille difficoltà da qualche organizzazione internazionale di volontariato. Sopravvivono tra mura fradice di umidità o esposte alle calure estive, come Sakib e la sua famiglia nel campo profughi di Travnik. Aspettano. Sono persone in fuga da paesi come Afganistan, Iraq, Siria, Pakistan. Sono quelli della “rotta balcanica”, in transito verso un’Europa che fa sempre più fatica ad accoglierli. Provano ad attraversare il confine della “terra promessa”, incuranti delle voci del crescente razzismo. I bosniaci dicono “siamo stati profughi noi, ora tocca a noi aiutare coloro che fuggono dalle guerre e dalle persecuzioni”, nonostante la disoccupazione feroce e le profonde ferite lasciate dalla guerra in un tessuto economico e sociale fragilissimo. La popolazione non scende in piazza gridando “prima i bosniaci!” ma chiede tutela ai diritti fondamentali di tutti. Sakib beve un sorso di birra e si accende un’altra sigaretta. Non tornerà a vivere in Bosnia, mi dice. Il futuro del ragazzo di allora e il presente dell’uomo di oggi è qui, in Italia, a Gorizia (dove fa l’operaio per una cooperativa locale) costruito con onestà e duro lavoro, come hanno fatto anche i suoi fratelli, le sue sorelle e tanti connazionali. E’ qui, dove, due anni fa, ha finalmente ottenuto la cittadinanza italiana. Beviamo assieme l’ultimo sorso di birra ormai tiepida.

Campo profughi di Travnik (Bosnia)

5

©RIPRODUZIONE RISERVATA


Mramor lancia la stagione teatrale:

“Vorrei una città con più buonumore”

di Eliana Mogorovich

L’

abbigliamento è quello delle vacanze ma le ferie sono di là da venire. Del resto «Mi hanno paragonato a un panettiere: mi dicono che sforno stagioni»: e sono due su tre, prima della metà di agosto, quelle che ha già congedato. Direttore artistico del Teatro Verdi di Gorizia e della compagnia Artisti Associati da lui fondata nel 1987 (e che gestisce i cartelloni del Teatro Nuovo di Gradisca d’Isonzo e del Comunale di Cormons) Walter Mramor è abituato ai tempi di lavoro senza posa che impone il teatro, mondo da cui proviene e a cui ha dedicato la vita. Oltre alla passione per il palcoscenico e per le storie che esso racconta, è l’amore per la sua città a guidarne le scelte, a suggerirgli di proporre spettacoli innovativi, generi nuovi o di imbastire percorsi inediti finalizzati ad appassionare sempre nuovi segmenti di pubblico. «Lo scorso anno abbiamo inaugurato il percorso Verdi Off, destinato in primo luogo ai giovani e alla valorizzazione della drammaturgia contemporanea. Sono stato davvero molto felice quando

degli abbonati “tradizionali” mi hanno comunicato la propria soddisfazione per quegli spettacoli, tanto che per la stagione 2018 – 2019 abbiamo deciso di investire ulteriori risorse in questo filone inserendo uno spettacolo in più. L’obiettivo, che pare abbiamo centrato, è duplice: far vedere ai giovani delle compagnie formate da attori che sono sostanzialmente loro coetanei e permettere al pubblico “di tradizione” di conoscere compagnie nuove ma già talentuose». Se dunque questa è la novità per la prossima stagione, pensando al passato com’è cambiato il pubblico da quando è direttore (cioè dal 2002, anno della riapertura del teatro dopo i lavori di restauro, ndr)? Gli spettatori hanno imparato ad apprezzare tutte le arti: prima si programmavano solo la prosa e le stagioni musicali, poi sono arrivati altri generi come il musical e la danza in tutte le sue sfaccettature. Il pubblico ha avuto modo di diventare esperto e curioso di altre proposte e io insieme a lui. Cerco di essere sempre presente per intercettare i gusti dialogando con gli spettatori e tenendo contemporaneamente gli occhi aperti sulle proposte a livello nazionale. Come mai pone sempre un’attenzione particolare ai più giovani, sia con il segmento Verdi Off ma anche con le matinée riservate alle scuole e le pomeridiane per le famiglie? In realtà penso che chiunque venga a teatro sia giovane perchè è animato dal desiderio di socializzare, perchè è attivo anche per il semplice fatto di decidere di uscire di casa magari nel freddo invernale. Chi viene a teatro è giovane perchè decide di vivere un’emozione ed è particolarmente importante in una società come la nostra in cui tutto scorre veloce: sedersi in platea significa voler vivere con più profondità, relazionarsi, ragionare sul significato vero delle cose e farne tesoro. Qual è la “perla” della stagione che inaugura il 3 novembre? Ogni spettacolo è un evento: sono molto incuriosito dal Don Giovanni di Mozart secondo l’orchestra di Piazza Vittorio, dai Chicos Mambo che ci divertiranno, ma sono anche pieno di attese per il nuovissimo progetto di Marco Paolini oltre che per la serata del 15 novembre in cui Giuseppe Fiorello, che a teatro è pirotecnico, ci incanterà con la sua comunicativa. Quale spettacolo sogna di ospitare nell’Isontino? Sono riuscito a portare artisti che mai avrei pensato di poter contattare: Tony Hadley degli Spandau Ballet, Juliette Greco, Cameron Carpenter prima che diventasse una star negli Usa... Poi Milva, Lucio Dalla, Gloria Gaynor... So che certi artisti e compagnie sono difficili da avere perchè possiamo garantire una sola serata: è questo il motivo per cui purtroppo non potremmo mai avere il Cirque du Soleil che è invece molto richiesto dal pubblico goriziano. Sì, ma a livello di sogno? I miei sogni sono sempre legati alla re6

altà: mi piacerebbe ampliare, approfondire, fare percorsi nuovi. Non investire su un nome, perchè quello passa, ma piuttosto lavorare per la città per far rimanere qualcosa. A proposito della città, cosa augura a Gorizia? Oltre ad augurarle di avere sempre un teatro straordinario con grande energia intorno, spero possa esserci una rivitalizzazione generale. Gorizia ha bisogno di buonumore: vorrei ci fossero più persone, anche da fuori perchè attirate dalla proposta cittadina. Vorrei che riaprissero i negozi, che fosse più viva, che i giovani vi si fermassero creando delle opportunità. So che è un problema nazionale ma amo la mia città quindi a lei mi rivolgo. Gorizia ha delle grandi potenzialità dal punto di vista turistico, paesaggistico, degli spazi verdi: dovremmo promuoverci, far conoscere ciò che possiamo offrire fuori dai nostri confini per poter crescere sempre. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

E a Cormons la Traviata secondo Lella Costa Se il 1 settembre partirà la campagna abbonamenti per il Verdi di Gorizia, il 15 sarà la volta del Teatro Comunale di Cormons, il cui cartellone è stato imbastito da Walter Mramor in veste di direttore artistico degli Artisti Associati. «Da sempre Cormons è più votata alla drammaturgia contemporanea che, se possibile, ho proposto con anteprime regionali», spiega Mramor. E, a tal proposito,«la novità di quest’anno è l’omaggio al teatro musicale con Lella Costa che in “Traviata. L’intelligenza del cuore” propone un modo inedito e intelligente di raccontare il melodramma mentre “Perchè non canti più...” è un tributo di Syria a Gabriella Ferri, troppo presto dimenticata nonostante sia stata una grande protagonista della musica italiana. Ma poi ci saranno anche spettacoli agrodolci in cui temi profondi vengono riscoperti con grande leggerezza: penso a “Pesce d’aprile” in cui Cesare Bocci (il Mimì Augello spalla del commissario Montalbano nell’omonima fiction, ndr) si mette in gioco in maniera profonda raccontando la malattia della moglie, sua partner anche sulla scena». Angela Finocchiaro, Francesco Pannofino, Ettore Bassi, Simona Cavallari, Lello Arena sono solo alcuni dei protagonisti del segmento prosa affiancato a due spettacoli di balletto (“Carmen” con la coreografia di Amedeo Amodio e l’ “Otello” di Fabrizio Monteverde per il Balletto di Roma), due matinèe per le scuole e quattro pomeridiane domenicali. A completare il cartellone sono “Suggestioni in danza”, vetrina per le scuole di danza della regione, e “Bellanda Suite IV”, una due giorni dedicata all’hip hop, alla breakdance e alla danza contemporanea per favorire il confronto fra i giovani talenti di queste discipline. (el. mo.)


Viaggio nella sanità goriziana - 7 San Giovanni di Dio, l’estate degli addii: noti medici in pensione di Vincenzo Compagnone

P

er il San Giovanni di Dio l’estate 2018 è stata quella dei “grandi addii”: tre noti medici, da sempre punti di riferimento per i pazienti che si rivolgono all’ospedale di via Fatebenefratelli, sono andati in pensione lasciando indubbiamente dei vuoti che, per chi li sostituirà, sarà impegnativo colmare. Un tratto che accomuna i tre dottori è costituito senza dubbio dalla cordialità e dalle doti umane da tutti riconosciute accanto alla competenza e alla professionalità. L’elenco degli “abbandoni” si apre con il dottor Luciano Silvestri, 65 anni, da 20 primario del reparto di Rianimazione. Per rimpiazzarlo sarà effettuato naturalmente un concorso, ma circola già negli ambienti medici un’indiscrezione secondo la quale in pole position ci sarebbe una professionista triestina. Ha lasciato il San Giovanni di Dio anche il dottor Roberto Marini, da sempre “colonna” della Cardiologia. Marini, 66 anni, che aveva partecipato nel 2016 al concorso per il nuovo primario unico di Gorizia-Monfalcone finendo però dietro la vincitrice, Gerardina Lardie-

ri, svolgerà ora a tempo pieno la sua attività libero-professionale nello studio di via Morelli, attrezzatissimo e dotato di macchinari all’avanguardia. Esperto nella diagnosi di patologie circolatorie, il medico goriziano è anche specialista in nefrologia e riceve i pazienti in altri due ambulatori, a Grado e a Cortina d’Ampezzo. Infine, ha “salutato” l’ospedale un altro medico molto popolare e stimato come il dottor Marino Lutman, 67 anni, pilastro dell’Ortopedia nell’ambito della quale era responsabile della struttura semplice di Chirurgia protesica. Come dicevamo, l’auspicio è che arrivino al posto dei tre partenti dei medici altrettanto capaci ma la situazione continua ad essere precaria soprattutto per quel che riguarda la Cardiologia. Nel 2015 l’allora direttore generale Giovanni Pilati aveva collocato al primo posto degli obiettivi riguardanti il polo ospedaliero di Gorizia-Monfalcone la realizzazione di un’unica unità di Terapia intensiva cardiologica (ovvero l’Unità coronarica). Più volte l’ex presidente della Regione Fvg, Debora Serracchiani, e l’ex assessore alla sanità Maria Sandra Telesca, si erano espresse a favore dell’opzione-Gorizia, anche per una sorta di compensazione della perdita del Punto Nascita, e dell’intero Dipartimento materno-infantile, centralizzato dal 2014 al San Polo di Monfalcone. Ma le promesse non sono state mantenute, anche per l’autentica insurrezione verificatasi nella città dei cantieri rispetto a questa ipotesi. Così ora, però, entrambi i reparti lavorano con gli organici ridotti, per cui bisognerà vedere quale sarà la soluzione che, entro l’autunno, scaturirà dal comitato dei “saggi” costituito a livello regionale e del quale fanno parte, tra gli altri, l’ex assessore regionale monfalconese alla sanità Giampiero Fasola e l’ex radiologa goriziana Roberta Chersevani, presidente dell’Ordine dei medici. Il comitato è stato incaricato dalla Giunta regionale di elaborare una proposta globale per un intervento sull’assetto istituzionale e organizzativo del Servizio sanitario del Friuli Venezia Giulia. Proposta che riguarderà, per quel che concerne l’Isontino, in primo luogo la possibilità di far rinascere l’area vasta con Trieste (ventilata tempo addietro ma che ora sembra già scartata) oppure di conservare lo status quo con il mantenimento dell’Azienda Bassa Friulana-Isontina, dalla quale potrebbe forse essere esclusa la sola Latisana. Nel frattempo si sono mosse le amministrazioni comunali e a Monfalcone si è creato un tavolo tecnico per l’elaborazione di un progetto complessivo di 7

rivisitazione della sanità aziendale. A Gorizia, per il momento, il sindaco Rodolfo Ziberna si è limitato a un incontro con i primari ospedalieri nel quale sono emerse le principali criticità ed è stata sottolineata la necessità di incrementare il personale specialmente in alcuni settori. Oltre alla Cardiologia, in sofferenza appare il Pronto soccorso, dove operano 7 medici più il direttore del reparto, il dottor Franco Cominotto, e 24 infermieri. L’Azienda si è impegnata a irrobustire l’organico ma sembra – così ha affermato il direttore generale Antonio Poggiana – che sia difficile reperire specialisti dell’area dell’emergenza, che di recente ha perso uno dei suoi punti di forza, vale a dire il dottor Sergio Muiesan ora in forza alla Rsa. Il Comune di Gorizia chiede il prolungamento sino alle 22 dell’ambulatorio pediatrico, un aumento dei posti letto per l’Rsa, il ripristino dell’hospice, la specializzazione delle attività nelle due sedi dell’Ortopedia, più spazi e personale per l’Odontostomatologia, la soluzione del problema dell’Oncologia dove c’è un unico primario per 4 ospedali oltre naturalmente alla sede unica dell’Unità coronarica. Indispensabile anche un potenziamento dell’assistenza territoriale. Le note positive vengono dall’Urologia, dove il nuovo, ottimo primario, Fabio Vianello, ha impresso una forte accelerazione alla ripresa di un’attività che, per la carenza d’organico, aveva incontrato in precedenza grosse difficoltà. Sono stati assunti tre nuovi medici – Roberto Biancolini, Solajd Pohia e Fabio Zattoni – ed è in arrivo una specializzanda da Padova. L’unico problema è rappresentato dal fatto che Vianello è esperto in chirurgia robotica ma l’ospedale non possiede l’attrezzatura necessaria. Si pensa perciò di portare i pazienti al Burlo Garofalo di Trieste per interventi di questo tipo, a meno che non intervenga la Fondazione Carigo con una donazione. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Il dottor Marino Lutman


La comunità che fa bene alla salute: il caso del quartiere Sant’Anna di Eleonora Sartori

G

orizia è una città con poco più di 30 mila abitanti, situata a Nord Est, una zona che se la passa decisamente meglio di molte altre, e recentemente in un’indagine del Sole 24 Ore è stata collocata al nono posto nella classifica nazionale per la qualità della vita. Eppure di polvere sotto il tappeto ce n’è tanta… Non servono numeri, basta vivere la città per accorgersi che non è tutto oro quello che luccica. Il malessere è palpabile, complice una crisi che non ha risparmiato nessuno: dipendenze da sostanze, ludopatia o, più “semplicemente”, volendo trovare un comune denominatore, solitudini. In un contesto connotato da connessioni sociali sfracellate, partire dai piccoli frammenti di vite, ricomporli per creare qualcosa bello, è forse l’unica via praticabile per giungere al benessere, individuale e collettivo. L’esperienza di ricerca azione a Sant’Anna testimonia che la salute e lo sviluppo di comunità passano per la collaborazione tra Istituzioni, terzo settore e cittadini attraverso un processo che, a guardalo bene, parte dalla pratica e poi arriva alla teoria. “Noi facciamo della pratica, prima della pratica e poi della teoria. Non facciamo prima della teoria e poi della pratica perché questo sarebbe un cammino molto più reazionario di quanto voi non possiate pensare; la teoria è l’a priori scientifico: del vecchio pensiero scientifico”. (Franco Basaglia) Individuata una microarea, in questo caso Sant’Anna, il progetto prevede una ricognizione dei problemi e delle potenzialità del quartiere e l’avviamento di micro-interventi volti a migliorare la qualità della vita dei suoi abitanti. Creando un circolo virtuoso tra le risorse formali e informali disponibili sul territorio, è possibile affrontare e risolvere i problemi, dal punto di vista della salute e dello sviluppo della comunità. “La salute va intesa come una questione sociale, non intrapsichica”, afferma Paola Zanus, Direttrice del Centro di Salute Mentale Alto Isontino, parte attiva del progetto. “Ognuno di noi per stare bene ha biso-

gno di vivere in un bel posto, sentirsi parte attiva di una comunità e questa è la ragione per cui il Centro di Salute Mentale partecipa al progetto, assieme ad altre Istituzioni, come Ater e il Comune, oltre che ovviamente alla realtà cooperativa e ai cittadini. I bisogni sono numerosi e complessi e ognuno fa la sua parte. E’ fondamentale che il Centro sia uno degli attori coinvolti, ma è altrettanto importante che stia sullo sfondo, magari tirando le fila, perché si tratta pur sempre di un’Istituzione, che quindi tende inevitabilmente a funzionare in maniera chiusa e schematica”. «...un’istituzione che intende essere terapeutica deve diventare una comunità che si fonda sulla interazione preriflessiva di tutti i suoi membri, dove il rapporto non sia il rapporto oggettivante del signore con il servo o di chi dà con chi riceve; dove il malato non sia l’ultimo gradino di una gerarchia fondata su valori stabiliti una volta per tutte dal più forte: dove tutti i membri di una comunità possono, attraverso la contestazione reciproca e la dialettizzazione delle reciproche posizioni, ricostruire il proprio corpo proprio.» (Franco Basaglia) Qual è l’approccio adottato dal Centro all’interno di un progetto di microarea? “Di promozione e non di prevenzione, di attenzione all’habitat pubblico, alla sua bellezza e vivibilità, estremamente pratico volto ad agevolare relazioni tra i soggetti. Pensiamo, ad esempio, a questioni piuttosto semplici, come il buco nel marciapiede, la cura del verde pubblico, la pulizia delle strade, e immaginiamoci un nuovo approccio a queste situazioni: “cosa posso fare io, abitante del quartiere, assieme ad altri abitanti, per sistemare questo o quel problema e stare meglio?”. Il concetto di salute come stare bene... La salute è importante perchè un territorio in salute è un territorio felice. E’ importante chiarire che la logica non è quella dello “stai male, ti curo”, ma quella del “faccio in modo che si creino le condizioni affinché tu possa stare meglio nel contesto in cui vivi”. La salute mentale è prossima alle persone e chi se ne occupa deve uscire dai quattro muri in cui opera. “Entrare fuori, uscire dentro”, disse qualcuno prima di me. Credere che

8

si possa fare è indispensabile, del resto la teoria lo dimostra, basta guardare al caso di Trieste, per rimanere vicino a noi”. (N.d.R. l’esperienza di Trieste viene raccontata nel libro “La città che cura” che verrà presentato a Gorizia il prossimo 13 settembre, come riportato nel box della pagina a fianco). “Giorno dopo giorno, anno dopo anno, passo dopo passo, disperatamente trovammo la maniera di portare chi stava dentro fuori e chi stava fuori dentro”. (Franco Basaglia) Quali sono i luoghi in cui vi sono le condizioni più adatte a portare avanti progetti come le micoraree? “In realtà, a parte la questione numerica, non esistono luoghi più o meno adeguati. Sarebbe un errore pensare che i progetti di microarea servano solo nelle zone depresse o disagiate. Le connessioni sociali, in una realtà sempre più frammentata, sono un terreno potenzialmente problematico in qualsiasi luogo si abiti, anche il centro storico. Ci troviamo al Parco Basaglia, non posso non pensare alla rivoluzione messa in atto in questo luogo 50 anni fa. Possiamo continuare a parlare di eccellenza? La realtà del Friuli-Venezia Giulia lo è sicuramente. Se ci limitiamo a Gorizia, sono circa un migliaio le persone in carico al Centro di Salute Mentale, il 10 per cento delle quali ha bisogni complessi, che necessitano il coinvolgimento diretto di discipline e ambiti diversi. L’accesso è diretto, 24 ore su 24, e i numeri parlano chiaro: ricorso al Spdc (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura) più basso che nelle altre Regioni italiane, Tso (Trattamenti Sanitari Obbligatori) dimezzati, costi per farmaci nemmeno paragonabili ad altri reparti ospedalieri. Tutto ciò, nonostante l’aumento della complessità del vivere quoridiano e del conflitto sociale. Si può affermare che l’eredità Basagliana sia viva e goda di ottima salute… Sì, uscire dalle stanze di lavoro ed entrare nel sociale, non allontanare, ove possibile, le persone dal loro habitat, è fondamentale. Proprio recentemente ci è stato possibile affrontare un problema di depressione post partum adottando questo approccio. Prima di far entrare la persona all’interno del Centro e dispensare farmaci, abbiamo ascoltato e succes-


sivamente trovato la soluzione proprio nel luogo di vita, sfruttando le famose connessioni sociali di cui abbiamo parlato. Lo stesso discorso per un caso di alcolismo, in cui abbiamo attivamente ricercato degli aiuti esterni, non istituzionali, tra i legami “deboli” della persona, conoscenti, magari proprio gli amici del bar, che si sono presi la responsabilità di aiutare e vigilare. Insomma un approccio che parte del contesto sociale della persona, indaga e trova, a volte, aiuti informali ma efficaci. E’ proprio così, anche se la parte dell’indagine, della raccolta di informazioni è sempre difficile, perché ancora oggi è finalizzata principalmente alla diagnosi. In questo caso l’aspetto sanitario è ancora soverchiante. Stiamo lavorando molto su questo tema: rimettere al centro la persona, non mi piace chiamarla paziente o utente, trattarla nella sua globalità, come soggettività di cui la malattia mentale è solo una parte. “Nel momento in cui la salute viene assunta come valore assoluto, la malattia si trova a giocare un ruolo di accidente che viene ad interferire nel normale svolgersi della vita come se la norma non fosse racchiusa tra la vita e la morte. L’ideologia medica, per il suo rifarsi ad un valore astratto e ipotetico qual è la salute come unico valore positivo, agisce da copertura a quella che è l’esperienza fondamentale dell’uomo - il riconoscimento della morte come parte della vita - assumendola su di sé come oggetto di una esclusiva competenza. Essa cioè distrugge il malato nel momento in cui lo guarisce defraudandolo del suo rapporto con la propria malattia (quindi col proprio corpo) che viene vissuta come passività e dipendenza...” (Franco Basaglia) Se è vero che il Centro di Salute Mentale esce dalle sue stanze ed entra nella società, è altrettanto vero che i cittadini hanno molte occasioni felici per entrare al parco Basaglia. A luglio e agosto, grazie alla collaborazione con l’Associazione AMA-Linea di Sconfine, si sono succeduti concerti, letture di poesia, momenti musicali, occasioni di yoga e meditazione con l’obiettivo di avvicinare più persone del territorio ai luoghi dove c’è sofferenza, così che non vengano percepiti come “alieni” ma occasione di incontro, di condivisione, di accoglienza, di supporto reciproco, ma anche di gioia, arte, poesia, musica e creatività, esperienze che un tessuto sociale sano dovrebbe poter offrire ad ogni persona. E non è ancora finita: il 6, 7 e 8 settembre sarà la volta del Lunatico Festival, giunto alla sua quinta edizione, e le sue proposte di musica, teatro e narrazioni. Da goriziana ho sempre cercato di immaginarmi i 75 mila metri quadri di parco 40 anni fa, dapprima frequentati dagli operatori, poi dagli stessi pazienti... Non posso non chiedermi se Franco Basaglia se lo sarebbe immaginato com’è

oggi, cosa sarebbe accaduto di diverso se non fosse prematuramente scomparso e penso al libro “Mio padre votava Berlinguer” di Pino Roveredo: passano le imprecazioni di Cecilia, rincorsa da Franco Basaglia e dal peso delle sue colpe: quella di essere nato troppo tardi e morto troppo presto.

Presentazione del libro: “La città che cura” Franco Basaglia

riguarda tutti. L’iniziativa, patrocinata dall’Aas 2 Bassa Friulana - Isontina, è co-organizzata dal Comune di Palmanova, in collaborazione con l’ufficio creativo Creaa Snc e da A+Aud, l’Associazione di architetti e studenti di architettura dell’Università di Udine. (ElSa)

Franco Perazza, ex Direttore del Dipartimento di Salute Mentale, Paola Zanus, Direttrice del Centro Salute Mentale Alto Isontino e Luciano Capaldo, educatore professionale, dialogheranno con le autrici Giovanna Gallio e Maria Grazie Cogliati Dezza. L’iniziativa si svolgerà giovedì 13 settembre alle ore 18 al Trgovski Dom (corso Verdi 52, Gorizia).

Una cena in blu o azzurro per ricordare l’anniversario della legge 180 Portare il mare all’interno delle mura di Palmanova? Avverrà l’8 settembre alle 20, giorno in cui Piazza Grande diventerà un’enorme distesa azzurra, grazie alle mise dei partecipanti, alle tovaglie e a tutto il necessario per una cena, tutto rigorosamente azzurro o blu. L’iniziativa “Il mare a Palmanova” è promossa da “Il Mosaico”, consorzio di 12 cooperative sociali attivo da 25 anni nelle provincie di Udine e Gorizia, per celebrare l’anniversario della rivoluzione basagliana, iniziata proprio in Friuli Venezia Giulia alla fine degli anni Sessanta e culminata nel 1978 con il varo della legge 180, la prima al mondo a decretare la fine dei manicomi. Un momento conviviale con l’obiettivo di raggiungere quante più persone possibile perché il tema della salute mentale

9

«L’importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile può diventare possibile. Dieci, quindici, venti anni addietro era impensabile che il manicomio potesse essere distrutto. D’altronde, potrà accadere che i manicomi torneranno ad essere chiusi e più chiusi ancora di prima, io non lo so! Ma, in tutti i modi, abbiamo dimostrato che si può assistere il folle in altra maniera, e questa testimonianza è fondamentale. Non credo che essere riusciti a condurre una azione come la nostra sia una vittoria definitiva. L’importante è un’altra cosa, è sapere ciò che si può fare. E’ quello che ho già detto mille volte: noi, nella nostra debolezza, in questa minoranza che siamo, non possiamo vincere. E’ il potere che vince sempre; noi possiamo al massimo convincere. Nel momento in cui convinciamo, noi vinciamo, cioè determiniamo una situazione di trasformazione difficile da recuperare.» (Franco Basaglia) ©RIPRODUZIONE RISERVATA


associazioni studentesche.

Una convenzione in arrivo per l’utilizzo del Conference Center di Timothy Dissegna

I

n politica, spesso e volentieri sono i bilanci di metà mandato a rappresentare uno scoglio significativo per chi è stato da poco eletto. Non è un caso se negli Stati Uniti sono proprio le elezioni di midterm una delle prime preoccupazioni per ogni Presidente, le quali daranno un segnale - più o meno chiaro - sullo “stato di salute” della propria amministrazione. In quel del Sid di Gorizia, ricco di studenti che guardano quotidianamente alla situazione politica d’oltreoceano e non solo, strumenti come le elezioni di metà mandato non ci sono ma non è comunque difficile tastare il polso della rappresentanza, anche senza di queste. Per chi non conoscesse la politica universitaria dell’Università di Trieste, ogni due anni gli immatricolati sono chiamati a rinnovare i propri consigli di dipartimento e i cosiddetti “organi maggiori”, ossia il Consiglio degli Studenti dell’Ardiss, il Senato accademico e il Consiglio di Amministrazione. Inoltre, tutti gli eletti vanno a comporre il Consiglio degli Studenti (CdS), tra i cui compiti c’è anche il finanziamento dei progetti delle

A Gorizia, così come in tutto l’ateneo giuliano, l’ultima volta che gli universitari si sono recati alle urne sono stati il 3 e 4 maggio 2017. In pratica siamo al giro di boa, con diversi eletti tra le file delle principali liste che all’epoca si candidarono che si sono già dimessi o sono decaduti per motivi di assenteismo; alla vigilia di quel voto le promesse fatte furono tante, come peraltro in ogni campagna elettorale, e fare oggi una lista di obiettivi raggiunti o meno pare il minimo. A partire dalla questione mensa che avevamo già trattato su queste pagine e che gli studenti non troveranno pronta al loro ritorno a settembre: la stipula dell’aggiudicazione dei lavori, dopo la conclusione positiva della gara d’appalto, dovrebbe essere stata completata a fine luglio, ma in via Alviano il cantiere ancora non si vede. L’avvio comunque ci sarà, ormai l’indirizzo è stato dato dall’uscente Simone Serra, rappresentante in Ardiss della lista Studenti in Movimento (SiM) e laureando al Sid: dimessosi a luglio, Serra ha continuato il lavoro del suo predecessore e compagno di lista Francesco Saltarin, dopo aver operato per mesi da solo, lamentando anche in sede di CdS l’assenza degli altri rappresentati eletti insieme a lui, in particolare di Federico Giovanni Valente della Lista AutonomaMente (Lam). Uno scontro, quello tra liste e suoi esponenti, che ha fatto si che i lavori per raggiungere una convenzione fra Ateneo, Ardiss e Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Trieste (Asuit) per garantire l’assistenza medica ambulatoriale e domiciliare a tutti gli studenti fuorisede si svolgessero nel più profondo riserbo, fino alla sua ufficialità. Un altro punto su cui l’attuale rappresentanza aveva puntato era quello dell’internazionalizzazione, ma qui non si vede alcun successo: in un’intervista pre-voto, il candidato (e poi eletto in CdA) Dario Germani dichiara che “è fondamentale reinventare i due progetti di internazionalizzazione che abbiamo a disposizione: ‘double degree’ per la laurea triennale e ‘master joint degree’ del progetto Erasmus+ per la magistrale”. Per il primo si vociferava addirittura di un possibile accordo con Vienna, ma attualmente sul piatto non c’è nulla e difficilmente verrà messo qualcosa nei prossimi mesi. Obiettivi più apprezzabili se si rimane nella sede isontina, con l’apertura di una nuova sala studio al secondo piano e l’arrivo di una convenzione per l’utilizzo del Conference Center, centro congressi completamente attrezzato e fino ad oggi scarsamente utilizzato per i suoi costi altissimi. Una delle ultime organizzazioni che fecero uso di questa struttura fu l’Associazione degli Studenti di Scienze Internazionali e Diplomatiche (Assid) con l’Alumni Day nel 2014. Proprio quest’ultima sarebbe una delle anime 10

dell’ex seminario più scontente dell’operato di SiM, a causa degli attriti tra loro: alla base ci sarebbe la messa in discussione, da parte di SiM, del ruolo ricoperto dall’associazione tra gli studenti, con la replica di quest’ultima di incapacità nel gestire la comunità studentesca da parte dei rappresentati. Nel corso di questi mesi, però, non sono mancati momenti di riavvicinamento tra i due e, apparentemente, sembrava che tutte le incomprensioni fossero state risolte. Se tutto ciò sia solo una fase momentanea o sia destinata a lasciare un solco più profondo lo si saprà da settembre in poi, quando il nuovo direttivo associativo sarà pienamente operativo. Non potendo parlare però ancora di fosso solcato, si vedono già chiaramente le linee tratteggiate di una sorda divisione. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Tre super-ospiti per il compleanno della Ubik Un decennale di incontri con l’autore, presentazioni di libri, iniziative per lettori grandi e piccini. Si appresta a soffiare una candelina importante la libreria Ubik di Corso Verdi, che il 10 settembre compirà i 10 anni di attività. Punto d’incontro di bibliofili di ogni età e dai molteplici interessi, il punto vendita goriziano gestito da Gaspare Morgante e Laura Terdossi è stato sin da subito un luogo di promozione culturale. Ed è proprio rinforzando e sottolineando tale vocazione che intende festeggiare. Tra mercoledì 19 e domenica 23 settembre proporrà infatti tre incontri con l’autore che si svolgeranno nel tratto di Corso antistante le vetrine (In caso di pioggia, ci si sposterà nel vicino Trgovski Dom). Protagonisti degli appuntamenti saranno autori di fama nazionale impegnati, negli stessi giorni, in analoghi incontri a Pordenonelegge. Si tratta di Andrea Vitali, che parlerà del suo recentissimo “Gli ultimi passi del sindacone”, Maurizio de Giovanni (autore de “Il Purgatorio dell’angelo” e “Sara al tramonto”, in uscita proprio questo mese per Sellerio con “Dodici rose al tramonto”) e della giovane Valentina D’Urbano di cui è in uscita il nuovo romanzo “Isola di neve”. Le presentazioni, che saranno curate dagli stessi collaboratori di Ubik, non verteranno unicamente sulle ultime produzioni degli autori ma indagheranno a tutto tondo la loro poetica avvalendosi anche della collaborazione di speciali “aiutanti”. Se il programma è ancora in via di definizione pare certa infatti la sinergia con il liceo Slataper i cui studenti sono già stati coinvolti durante l’anno in iniziative lanciate da Ubik come un mini concorso letterario la cui vincitrice parteciperà alla presentazione di Valentina D’Urbano. Gli incontri con gli autori, che si terranno a partire dalle 18 nelle giornate di mercoledì, sabato e domenica, saranno a partecipazione gratuita. (e.m.)


Gusti di frontiera, ecco come nacque un’idea vincente di Vincenzo Compagnone Gusti di frontiera 2018, in programma dal 27 al 30 settembre e giunta alla 15ma edizione, si appresta a battere ancora una volta tutti i record di partecipazione, confermandosi – con èStoria e il Premio cinematografico Sergio Amidei – una delle manifestazioni di punta che Gorizia è in grado di offrire, richiamando visitatori anche da fuori città e fuori regione. Saranno 359, quest’anno, gli stand (ma le domande pervenute erano state 585) con 40 Paesi che comporranno una sorta di atlante dei sapori nel centro storico suddiviso in 20 borghi geografici. Nel corso degli anni, la kermesse enogastronomica ha assunto via via dimensioni sempre crescenti, al punto da sorpassare la blasonata Friuli Doc udinese. In molti, tuttavia, si sono dimenticati che questa rassegna, sviluppata nelle due consiliature della giunta presieduta da Ettore Romoli, è nata da una felice intuizione di Claudio Cressati – attuale presidente di Confagricoltura Gorizia e Trieste – che nel 2004, l’anno del debutto, era assessore alla cultura e al turismo della giunta di centro-sinistra guidata da Vittorio Brancati. E’ stato, questo, l’unico esecutivo che per 5 anni, dal 2002 al 2007, ha interrotto una ventennale egemonia del centro destra, cominciata nel 1994 con i due mandati di Gaetano Valenti e proseguita, dopo la “parentesi” brancatiana, con i dieci anni di Ettore Romoli nella cui scia si è inserito l’operato di Rodolfo Ziberna. Strano destino, quello della giunta Brancati (l’ex sindacalista Cisl e, all’epoca, vicepresidente della Provincia superò per soli 27 voti, al ballottaggio, l’attuale deputato Guido Pettarin): tutti si ricordano le cose negative, e in primis la malaugurata idea delle multe ai T-Red che, a pochi mesi dalle elezioni, fecero crollare la popolarità del sindaco in carica, in aggiunta alla laboriosa partenza della raccolta differenziata dei rifiuti (che,

pure, rappresentò una scelta coraggiosa e lungimirante dell’assessore Alessandro Bon) e ci si scorda di quelle positive. Eh già, perché se nel 2004 vide la luce Gusti di frontiera – allora sottotitolata “I sapori della Mitteleuropa” – l’anno seguente segnò il battesimo di èStoria, che inizialmente si chiamava “La storia in testa” e che scaturì dalla convergenza fra l’iniziativa di un privato (Adriano Ossola) e l’immediato e convinto sostegno del Comune e della Regione (governata da Riccardo Illy con Roberto Antonaz alla Cultura). Insomma, le due manifestazioni goriziane di maggior spicco hanno emesso i primi vagiti proprio nel quinquennio contrassegnato da un governo di centro-sinistra. Abbiamo chiesto a Cressati come gli venne in mente di organizzare una kermesse enogastronomica, settore che sembrava in quel momento appannaggio di Friuli Doc, calendarizzata un paio di settimane prima. “Non dobbiamo dimenticarci – rileva l’ex assessore – che il 2004 fu l’anno dell’ingresso della Slovenia nell’Unione europea. E quindi l’idea iniziale, sfruttando anche le peculiarità enogastronomiche del Collio e delle nostre terre, fu quella di allestire una manifestazione transfrontaliera che avesse un’impronta tipicamente mitteleuropea. Vi parteciparono, infatti, con l’Italia e la Slovenia, anche l’Austria e l’Ungheria. Alcuni funzionari comunali, ricordo in particolare Roberto Cevenini e Marilisa Bombi, diedero un ragguardevole impulso alla realizzazione, che ricevette subito l’appoggio della Regione. I commercianti dell’Ascom all’inizio arricciarono il naso. Erano titubanti di fronte alla manifestazione in sé e al fatto che per alcuni giorni il centro cittadino sarebbe stato pedonalizzato. A parte l’isola pedonale natalizia, fu il primo test in questo senso e le cose, invece, andaro-

11

no benissimo, con soddisfazione di tutti”. La giunta di centro-destra, negli anni successivi, raccolta l’eredità della kermesse disse di aver trasformato una sorta di maxi-sagra in una manifestazione di caratura internazionale. Cressati non se la prende ma rivendica la paternità di una rassegna che, ovviamente, aveva bisogno di tempo per crescere. “Mi sembra una definizione riduttiva e ingenerosa – precisa – già nel 2005 allargammo il ventaglio dei partecipanti ad altri Paesi dell’Europa centro-orientale come la Serbia e la Bosnia. Cominciammo a far funzionare il servizio dei bus navetta dalla Casarossa, mentre un trenino partiva da piazza Municipio, affiancammo al percorso di degustazioni, con oltre 150 stand, concerti, sfilate, esibizioni di danza e iniziative dedicate ai bambini. Inoltre rendemmo gratuiti i parcheggi blu. L’isola pedonale che accoglieva gli espositori fu allargata, mentre il cuore della manifestazione rimase piazza Battisti, trasformata in Cittadella del gusto, con tanto di Enoteca curata dai produttori del Movimento turismo del vino e gestita da sommelier. E poi c’era tutto un contorno di cultura e di musica, con esposizioni a tema nel Castello, ai Musei provinciali e in Sinagoga (una mostra sulla cucina ebraica) mentre alcune vie erano decorate da pannelli sull’ospitalità a Gorizia nel ‘900”. Insomma l’ex assessore è ben lieto della crescita esponenziale della manifestazione, che in 13 anni ha triplicato il numero delle presenze: resta l’idea vincente di una rassegna enogastronomica pensata in chiave di promozione turistica della città “che può tranquillamente coesistere – conclude Cressati – con la vocazione culturale di Gorizia espressa soprattutto dalle tre giornate di èStoria, che inaugurammo nel 2005”. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


La speranza appesa a un filo… E a un ago di Aulo Oliviero Re

A

ccogliere i migranti, insegnargli un lavoro, offrirgli una speranza per un futuro in Europa. Tutto ciò non è solamente possibile, ma è anche un obbligo amministrativo e formativo che l’Italia ha preso ratificando la Convenzione di Ginevra nel 1951, un documento che oltre ai formalismi di rito, afferma che gli Stati devono avere cuore e direzione. Gorizia ha un buon esempio in casa. Il centro Cas Il Nazareno di Straccis ha realizzato, tra le varie iniziative, un laboratorio sartoriale di libero accesso agli ospiti della struttura con lo scopo di dare un senso alle vuote giornate degli ospiti e cominciare un percorso di inclusione sociale. L’idea del laboratorio è opera di Masoud Latifi, un mediatore culturale afghano, che nella sua “vita precedente” è stato un sarto, mestiere prevalentemente maschile nell’Asia Meridionale. La sua proposta di insegnare agli ospiti del Nazareno le tecniche ed i segreti di questa antica professione è stata accolta con entusiasmo dalla direzione. Così si è passati ad aprile di quest’anno alla fase realizzativa, grazie anche alla sinergia di due realtà locali: la cooperativa Aesontius, gestore del centro di accoglienza, e l’associazione Buona Via, che - tramite il coinvolgimento delle Suore della Provvidenza e dell’abilissimo custode della struttura Martin Cotar ha messo a disposizione gratuitamente l’attrezzatura necessaria ad equipaggiare l’aula-laboratorio. Le lezioni, della durata di due ore, hanno avuto la cadenza di due a settimana, il lunedì e venerdì. Il laboratorio non è però solamente un corso di formazione, è anche un momento di incontro e scambio di conoscenze tra culture diverse, dove gli stili di paesi lontani si fondono con quelli europei. Il progetto si sta svolgendo, dunque, ormai da alcuni mesi. Oggi gli iscritti sono una decina. Nuovi ragazzi si sono avvici-

nati al laboratorio, altri se ne sono allontanati. “Un turn-over è fisiologico per un mestiere che per essere imparato - spiega Masoud - ha bisogno del venti-per-cento di testa e dell’ottanta-per-cento di pazienza.” Un numero di allievi gestibile dà il tempo di elaborare una metodologia di insegnamento e gestione di qualità del percorso formativo individuale che, per gli organizzatori del corso, è una cosa tutta nuova. “Con la maggior parte dei ragazzi dobbiamo iniziare da zero: partiamo da come si tiene l’ago, per poi passare a stirare, cucire, fino a fare cose più complesse.” Elisabetta Pegorari, referente del progetto dell’associazione Buona Via ci parla invece dell’altra faccia dell’integrazione: non quella di chi arriva e cerca di trovare un posto nella società, ma quella di chi ospita e, come in questo caso, accoglie con un sorriso. “E’ stata un’esperienza rispettosissima, un clima positivo in cui ho trovato sincera volontà di imparare e naturalezza nel rapporto con un insegnante donna”, contrariamente a quanto sbandierato dagli stereotipi negativi sull’Islam. La finalità del laboratorio è l’insegnamento di tecniche che possano dare delle possibilità in più ai migranti di trovare uno spazio dignitoso nel mondo del lavoro e realizzare così le loro speranze di vita. Delle vite che hanno rischiato di essere spazzate via e che ora cercano di reinserire il futuro nella loro linea temporale. Racconta Elisabetta: “La sensazione più forte mi è stata generata dalla risposta di un allievo alla domanda sul perché fosse tanto allegro una mattina: “Perché sono vivo”. Una risposta che dovrebbe farci riflettere sulla gerarchia delle nostre priorità quotidiane che troppo spesso mettono futili capricci di fronte alla solidarietà verso chi chiede veramente poco. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Alcune immagini dei laboratori di sartoria che si tengono al Nazareno di Straccis 12


Non dobbiamo restare intrappolati nei corsi e ricorsi della storia di Ismail Swati e Rafique Saqib

A

bbiamo avuto il piacere di vedere lo spettacolo intitolato “Nazieuropa” creato e interpretato da Beppe Casales, organizzato dal Forum Gorizia nella storica sede di Piazza Transalpina. Nonostante il titolo provocatorio, lo spettacolo non ruotava intorno ai soliti cliché. Casales, invece, ha fornito sostanza, contesto e prospettiva storica alla sua narrativa e ha creato magistralmente una rappresentazione spettacolo attraverso parole e immagini, dove racconta la storia attraverso una lettera al suo bambino non ancora nato e un viaggio che parte dalla Germania negli anni ‘30 e raggiunge i confini dell’Europa, del nuovo nazionalismo e del razzismo diffuso oggi. Lo spettacolo trasmette un messaggio di umanità, per evitare l’indifferenza, per guardare con gli occhi aperti e per chiamare le cose con il loro nome. Beppe Casales ha incantato l’intero pubblico per circa tre ore e si è prodotto in una performance spettacolare, grazie alla sua bravura artistica e a un brillante testo che non solo è stato in grado di coprire una materia molto ampia ma ci ha anche fatto pensare a trovare le risposte giuste per l’attuale dilemma dell’umanità. Essendo noi stessi immigrati, ci sentivamo particolarmente coinvolti nello spettacolo mentre l’artista raccontava la nostra storia. Oltretutto proveniamo da un paese come il Pakistan dove la maggioranza della popolazione ha simpatia per Hitler perché “si è sbarazzato degli ebrei”, dove gli slogan come “soluzione finale” è l’Islam, dove i liberali sono etichettati come “liberali fascisti”, dove le minoranze possono essere massacrate

perché coinvolte nelle cosiddette cospirazioni contro la maggioranza; possiamo certamente riferirci agli orrori del nazismo, del fascismo e del razzismo. Nel giorno in cui era in programma lo spettacolo alla Transalpina abbiamo aiutato gli organizzatori del Forum Gorizia nella fase di preparazione e allestimento. Abbiamo anche avuto un piacevole e divertente momento ludico con un gioco simile al bowling in compagnia di Ivo e dei suoi amici, che sono stati così gentili da invitarci a giocare con loro. In conclusione, per quanto riguarda la nostra esperienza personale, possiamo garantire che abbiamo incontrato molte persone in Europa che sono amichevoli, disponibili e ospitali; non quelli che sono pieni di odio e pregiudizio nei confronti di coloro che non gli assomigliano. Abbiamo visto alcune testimonianze video dei neo-nazisti in Europa ed è proprio vero che è un pericolo reale e presente per l’Europa. A causa della stagnazione economica e della mancanza di opportunità, le nuove generazioni sembrano essere più inclini ad aderire a questa ideologia autodistruttiva perché sono alimentate dalla propaganda della classe dominante che trova sempre un nuovo nemico da incolpare per nascondere i propri difetti sul fronte economico. Abbiamo tutti bisogno di lavorare insieme per educare e diffondere consapevolezza per risolvere i conflitti attraverso il buon senso, la ragione e la comprensione reciproca. Una società sana non può funzionare se siamo divisi tra “loro” e “noi”; dobbiamo avvicinarci e costruire ponti se vogliamo andare avanti, altrimenti rimarremo intrappolati nel circolo vizioso della storia. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Un momento dello spettacolo Nazieuropa che Beppe Casales ha portato in scena alla Transalpina 13


ROBERT DOISNEAU – Il pescatore di immagini di Felice Cirulli Nato nel 1912 e morto nel 1994, Robert Doisneau ha attraversato con la sua arte fotografica quasi un secolo, diventando uno dei fotografi più apprezzati della storia. Nonostante ciò il suo stile e la sua attenzione sono stati quasi sempre concentrati sull’ambiente che l’ha visto nascere e vivere buona parte della sua esistenza: Parigi e la sua periferia, città della quale è riuscito a interpretare, raccontandola per immagini, l’impronta umana riproducendo i volti e i gesti dei suoi abitanti. La sua è un’arte che rientra nel filone della cosiddetta “fotografia umanista” avviato dal suo connazionale Cartier Bresson. Una fotografia che ha sempre puntato a mettere l’uomo al centro dell’attenzione, con le sue molteplici forme espressive, le sue caratterizzazioni, la sua intrinseca semplicità e la sua naturale carica ironica. Egli stesso si è autodefinito “pescatore di immagini”. A lui è attribuibile quell’innata intuitività che fa del fotografo colui che riesce a preconizzare le situazioni e ad essere sempre pronto ad imprimerle sulla pellicola. Il suo repertorio è ricchissimo di scatti carichi di quell’ironia che emerge naturalmente da alcuni contesti ambientali cittadini. Fu quello che oggi si definirebbe uno “street photographer”, categoria che ai suoi tempi era il naturale approccio alla fotografia per un appassionato armato di una buona macchina fotografica e di tanto entusiasmo nel voler raccontare per immagini il mondo e il contesto urbano a lui familiare. Doisneau non cercò mai la gloria attraverso il lavoro su commissione, che svolse nei suoi primi anni di attività, o il reportage di guerra praticato da molti fotografi suoi contemporanei. Preferì

piuttosto seguire il suo fiuto creativo appena fuori dall’uscio di casa. Dopo gli studi e gli inizi di carriera come litografo, a 18 anni cominciò a lavorare come fotografo per l’industria Renault, dimostrando fin da subito le sue capacità di vedere oltre l’apparente, pur sempre trattando una materia oggettiva come la catena di montaggio e la cruda realtà della fabbrica. Partecipando alla seconda guerra mondiale ed alla resistenza, non rinunciò all’idea di documentare le situazioni che gli si presentarono innanzi e realizzò immagini di assoluto pregio documentaristico che già contenevano il germe della sua visione ottimistica della società. Nel secondo dopoguerra riprese la sua attività professionale di fotografo, questa volta nel settore della pubblicità e della moda. Ben presto abbandonò però questo ambiente per seguire la sua passione, che lo portò alla fotografia indipendente partecipando ad una associazione di fotografi chiamata Rapho. Da qui in poi il suo scopo fu quello di riprodurre la sua personale visione dell’ambiente cittadino. “Io non fotografo la vita reale, ma la vita come mi piacerebbe che fosse.” Doisneau ha raccontato la sua Parigi fotografando gli avventori dei bistrot e i passanti che guardano le vetrine dei negozi, immortalando gli sguardi e i gesti degli innamorati, seguendo il gioco dei bambini nelle strade. La sua è una fotografia espressiva che non documenta la realtà ma che la fa vivere attraverso la sua visione sempre positiva, ironica ed ottimistica. Come pochi altri fotografi, Doisneau è riuscito a percepire le sfumature dell’autenticità quotidiana semplicemente vivendola, giorno dopo giorno, nelle

14

strade ed insieme ai suoi concittadini. “Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere.” L’indagine di Doisneau non è stata mai finalizzata al successo economico, ma è basata sulla sua passione e dedizione nel descrivere il mondo delle persone cosiddette “normali”. La sua è stata la ricerca della “bellezza della normalità”, conseguenza del suo essere anticonformista, schietto e onesto, dedito alla famiglia ed ai suoi valori. Egli è riuscito a fare della semplicità e dell’umiltà la propria ricchezza creativa, impregnando di questi valori le proprie fotografie, nelle quali ha rappresentato l’essenza del quotidiano privandolo delle maschere imposte dalla cultura dell’apparire. “Il fascino della città è come quello dei fiori, ossia è in parte dovuto al tempo che vi vediamo scivolare sopra. Il fascino necessita dell’effimero. Niente di più indigesto di una città-museo, consolidata da protesi di cemento.” Il suo è stato un modo leggero di fotografare: i bambini che ritrae sono sempre giocosi e pieni di gioia, gli adulti sanno ridere ed abbracciarsi, sanno essere curiosi e farsi sorprendere. Le fotografie di Robert Doisneau ci regalano emozioni positive, ci fanno sorridere della vita, nascondendone gli aspetti tristi e noiosi, esse ci fanno sognare, fantasticando di lui come di un fotografo che sa raccogliere le immagini con una canna da pesca. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Master italiano L 2 ed interculturalità 2017-18: una strada per il futuro? di Stefania Panozzo

Q

ualche anno fa un mio caro amico ha frequentato il master in italiano L2 ed interculturalità organizzato ogni anno dall’università di Udine. Per lui è stata una bellissima esperienza e mi ha consigliato di provare a frequentarlo a mia volta. Quest’anno ho ascoltato il suo consiglio ed in effetti ho potuto constatare che aveva ragione: è proprio una bellissima esperienza!!! Il giorno in cui sono andata ad immatricolarmi mio padre mi ha chiesto se tra i futuri compagni d’avventura ci fosse qualcuno che conoscevo già. Gli ho risposto che nessun nome mi diceva qualcosa. In quel momento ho realizzato che qualche settimana dopo sarebbe cominciata una nuova avventura. Il 19 ottobre 2017 é cominciato il master e la mia prima sensazione é stata quella di essere capitata in un mondo diverso: un mondo dove non c’é differenza tra chi ha già avuto esperienze di insegnamento d’italiano a stranieri e chi, come me, non lavora ancora. Linguistica, didattica dell’italiano

L2, neurolinguistica e psicolinguistica, didattica online, comunicazione interculturale… queste erano le materie che hanno impegnato me e i miei colleghi durante il master. Le lezioni per lo più si svolgevano il lunedì e il giovedì pomeriggio dalle 14 alle 18:10, ma l’orario di massima poteva cambiare a seconda delle esigenze (es. alcune lezioni finivano alle 17.20). Non sostenevamo esami di fine corso, ma nella maggior parte dei casi dovevamo scrivere una tesina su un argomento a nostra scelta che avesse qualche attinenza con i temi affrontati durante il corso. Ad esempio, il 5 aprile 2018 abbiamo avuto l’ultima lezione del corso di comunicazione interculturale. Ognuno di noi aveva preparato una tesina e doveva esporla ai compagni che potevano fare domande. Io ho scelto di parlare proprio di “Gorizia News&Views”, perché ho trovato molto interessante il punto di vista della redazione che vuole parlare di temi riguardanti l’immigrazione dando spazio a tutte le voci possibili, prestando fede al motto che apriva ogni numero: “Non facciamo di tutta l’erba un fascio”. Da quel momento ho cominciato a collaborare con questo periodico e quello che sto scrivendo è il quarto articolo da aprile a questa parte. Credo di poter affermare che ho cominciato un altro piccolo-grande viaggio che mi ha fatto conoscere da vicino la realtà dei richiedenti asilo ospitati a Gorizia. Mi piace scrivere e ho voglia di conoscere tante cose e soprattutto tante persone nuove. Non so se l’avventura del master mi offrirà qualche sbocco professionale, ma sono sicura che in questi mesi sono cresciuta e ho cominciato a costruire qualcosa. Sono sicura che in futuro quando guarderò a questi mesi avrò la sensazione di aver fatto qualcosa d’importante per me e, spero, anche per gli altri. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

La Top Five della Ubik

1- “Il termine della notte” di John D. MacDonald 2- “Uomini in mare” di Riff Reb’s 3- “Il secondo cavaliere” di Alex Beer 4- “I mistici di Mile End” di Sigal Samuel 5- “Lamentation” di Joe Clifford

15

La logica del capo branco “il Verbo si fece carne”... si legge nelle antiche scritture, ma il significato è più semplice: quello che pensi lo trasferisci nelle azioni... lo si sa dai tempi dei tempi. Noi esseri umani dipendiamo dal linguaggio, siamo il pensiero che parla e ci parla incessantemente, qualcuno la chiama coscienza, una sequenza di parole, ricche di emozioni, che vogliono divenire realtà oggettiva, avere una parte nel presente. La democrazia è un percorso complesso, irto di ostacoli quasi una dittatura, una sequenza di regole che ci indirizzano su un binario in cui l’assunzione di responsabilità è a carico di ciascuno di noi. Siamo noi che realizziamo la democrazia e quindi la pace, quel vivere comune dove i diritti e doveri sono il mercato della libertà. Nella democrazia si lavora duramente non c’è qualcuno a cui addossare la colpa o le colpe, ogni azione è e deve essere una nostra scelta. Detto questo si comprende come molti individui preferiscano avere un leader di riferimento, meglio un capo branco e tanta ignoranza così, invece dell’impegno quotidiano a favore del bene comune, si può perdere tempo e parlare a vanvera tanto la mancanza sarà del “capoccia”. Questi nuovi capi, viziati dal potere assoluto, scagliano sui più deboli il loro vocabolario di rabbiosa inciviltà, su coloro che non possono difendersi, perché l’aggressore è il vigliacco che nasconde, a sé stesso e al mondo, la propria debolezza esistenziale. (re)

Il libro del mese: “Gorizia capovolta” di Roberto Covaz

Roberto Covaz è originario di Monfalcone, eppure in “Gorizia capovolta”, uscito quest’anno, coglie tutto lo spirito della nostra città di frontiera, a più riprese salvata o massacrata dalla storia. Forse è proprio quel miscuglio di occhio forestiero innamorato e ricerca certosina, in chissà quali archivi e memorie isontine, a rendere questo libro così emozionante per chi a Gorizia, invece, ci è nato e vissuto. Ogni giorno i nostri passi danzano leggeri e pesanti sulle vie di una città dove il passato sgorga crudele come sangue dopo una coltellata o si addormenta sulle guance, innocente e affettuoso come un piccolo bacio. Non potrete non ricordare, non commuovervi, non sognare. In “Gorizia capovolta” si parla a noi di noi.


Bravi musicisti? Certo, ma soprattutto amici Ecco il nuovo Cd della Gorizia Guitar Orchestra di Vincenzo Compagnone Un gruppo di amici prima ancora che un ensemble musicale di prim’ordine. Stiamo parlando della Gorizia Guitar Orchestra che ha appena sfornato il suo quarto Cd. Nata nel 1990 da un’idea di Claudio Liviero, allora insegnante dell’Istituto di musica, poi direttore dello stesso e attuale direttore artistico della Casa delle Arti di via Oberdan, l’originale formazione composta da sole chitarre sin dalle sue origini si è distinta proprio per l’entusiasmo e l’amicizia che lega i suoi componenti. All’inizio gli elementi della GGO erano allievi del maestro Liviero, poi, nel corso degli anni, il gruppo si è irrobustito (gli elementi oscillano fra i 16 e i 20) caratterizzandosi in un riuscito mix di giovani concertisti già avviati alla carriera musicale e promettenti allievi provenienti dai conservatori di tutta la Regione. Costanti sono state, poi, le collaborazioni fornite da noti musicisti, sia cantanti che arpisti e flautisti, oltre a virtuosi della chitarra come il maestro Pierluigi Corona, docente al conservatorio di Trieste. Molti compositori, poi, attratti dalla delicata sonorità, dai timbri della chitarra e spinti dal desiderio di innovazione e ricerca, hanno dedicato a questa insolita formazione pagine musicali raffinate e suggestive. 28 anni di attività sono tanti: “Siamo sicuramente uno degli ensemble più longevi in circolazione – osserva il maestro Liviero – diversi gruppi come il nostro che erano in auge negli anni 90 si sono sciolti”. E il segreto del successo di questo gruppo sembra proprio derivare,

oltre che dalla bravura degli interpreti, da quello spirito di appartenenza che li accomuna e che è rimasto intatto anche nei momenti in cui è avvenuto il ricambio più accentuato fra i componenti. Basti pensare che negli anni 90 i “maschietti” avevano dato vita anche a una squadra di pallacanestro che partecipava a tornei amatoriali. Ma è il ruolo di “ambasciatori” nei Paesi stranieri dell’arte e della cultura made in Gorizia che inorgoglisce il maestro Liviero: “Da diversi anni ormai svolgiamo un’intensa attività concertistica in Italia e all’estero (Austria, Slovenia, Repubblica Ceca, Croazia e Montenegro) e siamo stati finalisti in numerosi concorsi. Già nel 1991 siamo saliti sul gradino più alto del podio al concorso nazionale “Città di Genova”, poi ci siamo ripetuti, nel 1993 e nel 1995 al concorso internazionale di Voghera. Moltissimi sono stati, poi, gli inviti a prestigiosi festival: Capodistria, Bergamo, il croato “Histria festival”, Brno, Napoli, festival internazionale “Ivan Balu2 in Slovacchia. Il Concerto tenuto al festival internazionale di Bar (Montenegro) è stato interamente ripreso dalla tv di stato montenegrina e dall’emittente France 24. La GGO ha inciso il primo Cd, “Cavatina”, nel 1991, al quale sono seguiti “Vida breve” e “Aranjuez”. Il 2018 è l’anno di “Italian Concerts”, il nuovo album registrato, come il secondo e il terzo, nella chiesetta rinascimentale di Sant’Apollonia a Cormons, dotata di un’eccellente acustica. Per promuoverlo, il gruppo, che solitamente tiene da 5 a 10 concerti all’anno, ha raddoppiato le date

mettendone in calendario una ventina. L’orchestra sarà di scena il 15 settembre a San Daniele del Friuli in occasione della due giorni “Pizzicando classica” mentre il 9 ottobre è in programma un imperdibile appuntamento nella sala concerti di palazzo De Grazia in occasione dei 70 anni dalla fondazione del Rotary club di Gorizia. Diretta dal maestro Liviero, con Pier Luigi Corona, Francesca Arcidiacono e Mario Milosa come solisti, la GGO eseguirà i brani scelti per il Cd, scritti da Antonio Vivaldi e Mauro Giuliani. Il Cd è in vendita nei negozi di musica e, on line, sul sitowww.ccmg.it. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Gorizia News & Views Reg. Trib. Gorizia n. 1/2017 dd 11/12/2017 mensile del Mosaico & APS Tutti Insieme sede Nazareno Gorizia, via Brigata Pavia 25 gorizianewsandviews01@gmail.com DIRETTORE RESPONSABILE Vincenzo Compagnone REDAZIONE Eleonora Sartori (vice direttore) Ismail Swati Rafique Saqib Manuela Ghirardi Felice Cirulli Renato Elia Eliana Mogorovich Timothy Dissegna Anna Cecchini Stefania Panozzo Aulo Oliviero Re STAMPA Cooperativa Sociale Thiel Sede operativa Fiumicello: Via Libertà 11, 33050 Fiumicello (UD) CF e P.IVA 01023280314 N.Iscr. Albo Naz. Coop.: A133094 In collaboration with: APS Tutti Insieme - www.tuttinsiemegorizia.it Nazareno Optimistic Youth Network and Consorzio Mosaico https://issuu.com/gorizianewsandviews

Gorizia Guitar Orchestra 16

September 2018  
September 2018  
Advertisement