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Gorizia News & Views Anno 4 - n. 3 Marzo 2020

SOMMARIO Pag. 2 “Metropolis”: vi spiego il mio progetto fotografico Pag. 3 Freevoices, un 2020 cominciato alla grande: presto un nuovo album e tanti altri concerti Pag. 4 Il “verde sublime” del Parco Coronini in una mostra dal 3 aprile Pag. 5 Gorizia, Hanau, Šid: ignoranza, inciviltà, disumanità non hanno colore nè confini Mamme lavoratrici ai tempi del Coronavirus Pag. 6-7 Storia delle Aleksandrinke, balie e badanti che migrarono dalle nostre terre in Egitto Pag. 8 Quando i genitori sono la rovina dello sport giovanile Pag. 9 La “sede staccata” di Sala Petrarca e l’esempio della Bevk: ecco come dovrebbe essere la Biblioteca ai tempi di Google Pag. 10-11 Il ricordo sbiadito di Elda Michelstaedter e Silvio Morpurgo in una targa di marmo “dimenticata” nel vecchio ospedale Pag. 12 La storia infinita delle “lunette” ferroviarie Pag. 13 Un carcere europeo nel vecchio ospedale? E’ meglio ripescare, per il riutilizzo, una delle ipotesi accantonate Pag. 14-15 Quell’insostenibile nostalgia di Tina che assale Frank mentre guida senza meta nelle strade deserte della notte Pag. 16 Maria Paola Mioni la prof che ha fatto scoprire ai migranti la bellezza della poesia Pag. 17 Rifiuti abbandonati e discariche a cielo aperto: i Comuni devono intervenire ma il vuoto legislativo è un grosso ostacolo Pag. 18-19 A volte ritornano: dopo più di 40 anni Gorizia avrà un nuovo circolo Arci, il primo transfrontaliero, e si chiamerà ARCI GONG

“La paura è la cosa di cui ho più paura” (Michel de Montaigne)

Pag. 20 Il Mosaico “lascia”: appello ai nostri lettori perché Gorizia News & Views sopravviva


“Metropolis”: vi spiego il mio progetto fotografico di Felice Cirulli

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cattando fotografie capita di immaginare e di vedere qualcosa oltre a ciò che si sta fotografando. In molti casi la fantasia percorre dei sentieri che portano a destinazioni differenti dalla finalità apparentemente più ovvia. Questo è un meccanismo che si può definire come un obiettivo che la nostra mente si propone utilizzando come strumento le situazioni della quotidianità che sono a portata di vista oppure gli ambienti che si ha occasione di frequentare per diversi motivi. Si finisce sostanzialmente per creare delle metafore visive che trovano asilo nella nostra mente prima e, successivamente, in ciò che costituisce il prodotto finale della nostra generazione di immagini. Alla fine, la fotografia che abbiamo di

fronte non è più la riproduzione del reale ma è la trasposizione del nostro vissuto interiore, il tentativo di rappresentare in maniera visibile e condivisibile l’oggetto delle nostre emozioni o dell’esperienza vissuta in un determinato momento. È pura fantasia? Forse. È creatività astratta? Può essere. È semplice interpretazione personale? Probabilmente sì. Certamente la fotografia è un mezzo con il quale tentiamo di esplorare il mondo, di farlo nostro e di renderlo leggibile agli altri, oppure, alla peggio, solo a noi stessi in forma di diario di ricordi o di quaderno di emozioni. La parola fotografare contiene il significato di una forma di linguaggio, al pari della scrittura o dell’arte pittorica o scultorea, alla stessa stregua della musica o del teatro. Fotografare vuol dire scrivere con la luce, ma per scrivere occorre un’intenzione, è necessario lo scopo di voler comunicare qualcosa a qualcuno oppure di voler custodire qualcosa per noi stessi. Ciò comporta il fatto che occorre saper esercitare una propria capacità espressiva. Pertanto, la fotografia diventa ed è un linguaggio che si avvale della sua proprietà di rappresentare il mondo in maniera sia formale che emozionale, andando a toccare, come le altre forme d’arte, le diverse corde sensoriali e affettive di chi la osserva. Ed ecco che, a fronte di questo codice espressivo, emergono modalità di lettura che non sono solamente estetiche ma anche e forse soprattutto inconsce ed istintive, che eludono la razionalità per andare a toccare direttamente il profondo strato di esperienza di ciascuno e la sua personale capacità percettiva. Partendo dal presupposto che la fotografia non riproduce la realtà ma è la forma visibile dell’interpretazione che il fotografo applica ad una determinata

situazione, sappiamo per certo che essa costituisce un’idea individuale e strettamente privata del fotografo. Nel momento in cui egli isola alcuni particolari di un totale espone una sua personale versione di ciò che osserva. Così facendo il fotografo cerca di far rivivere allo spettatore l’esperienza da egli vissuta nel momento dello scatto. Riguardando a distanza di tempo una serie di scatti eseguiti nel corso di alcuni viaggi in grandi città, ho rivissuto alcune sensazioni che al momento in cui scattavo le fotografie si erano probabilmente stratificate nella mia memoria sensoriale. Parlo di vertigini e senso di oppressione e schiacciamento provati nel momento in cui osservavo dal basso gli alti grattacieli di Londra e di Parigi. Mi sono domandato allora se sarei stato in grado di replicare in forma visuale queste sensazioni fastidiose e a tratti stranianti. È nata così l’idea di “Metropolis”, un progetto fotografico (ora ospitato in uno spazio espositivo di Gorizia) finalizzato, attraverso l’utilizzo di immagini già presenti nel mio archivio, alla realizzazione di composizioni astratte che in qualche modo potessero indurre nell’osservatore le stesse mie sensazioni. Il mio è stato un tentativo abbastanza velleitario di voler suscitare vertigine, stordimento e sensazione di instabilità osservando le riproduzioni, rielaborate con artifici informatici, di queste “moderne cattedrali” che, nella loro ardita bellezza architettonica, celano il germe dell’asservimento dell’essere umano ad un regime di vita frenetico e stressante nonché dell’assoggettamento alle false e futili necessità imposte dal progresso consumistico. Una realtà, questa, che rischia di diventare via via più opprimente e deprimente, sottraendo subdolamente la libera scelta a buona parte degli individui che popolano le grandi metropoli sempre più cosmopolite e convulse. La mia ispirazione fa riferimento al film Metropolis di Fritz Lang. Una pellicola che, nel lontano 1927, ha profetizzato un futuro nel quale l’uomo viene soggiogato dal progresso che esso stesso ha contribuito a concepire e sviluppare. Un’evoluzione che fa della tecnologia strumento e soggetto stesso di gestione del potere in un ambiente urbano nel quale le moltitudini vengono manipolate e sottomesse. Da questo ambito emerge anche il concetto di alienazione come elemento di espressione di malessere dell’uomo moderno nel contesto di una civiltà industriale che esercita una sorta di distacco dell’uomo dalle radici naturali che gli sono proprie. Evidenza, questa, sempre più palese nella attuale congiuntura ambientale e sociale. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Freevoices, un 2020 cominciato alla grande: presto un nuovo album e tanti altri concerti

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i avevamo scoperti quasi per caso, e li abbiamo tenuti a battesimo in uno dei primissimi numeri del nostro giornale. A distanza di oltre 2 anni, i Freevoices – gruppo corale giovanile dell’associazione InCanto di Capriva del Friuli, che unisce ragazzi tra i 20 e i 27 anni e vanta una media di oltre 40 concerti all’anno – sono cresciuti in maniera esponenziale. Hanno compiuto una trionfale tournèe in Argentina, ad Avellaneda. Si sono esibiti in una serie innumerevole di palcoscenici, fino al più recente “Magic Xmas tour” con sette date da tutto esaurito (due al Kulturni Dom). In maggio uscirà il loro nuovo album che li vedrà impegnati in un “diario di viaggio” musicale con tanti compagni di viaggio famosi. Come ogni anno ci attendiamo di vederli ospiti a “È storia”. Poi hanno in programma alcune tournée in Austria e in Slovenia e molto altro ancora. Per il gruppo guidato dalla bravissima maestra Manuela Marussi é appena cominciato un 2020 ricco di impegni e sicuramente di nuove emozioni che sia loro, sia il loro affezionatissimo pubblico sono ansiosi di vivere. Dalle parole della loro vulcanica ed eclettica insegnante che abbiamo nuovamente intervistato a distanza di tanto tempo, si evince che il coro é diventato una solida realtà nella scena musicale regionale e non solo, e che i nuovi arrivati si sono integrati e stanno facendo molta strada, grazie all’aiuto dei loro compagni più esperti. Com’è cresciuto in questi ultimi tempi il coro? Quest’anno abbiamo avuto nuovi arrivi che, oltre a studiare come gli altri i brani che presenteremo nei vari concerti, devono assimilare anche il repertorio preesistente. Per ora va tutto bene: spero che continuino a divertirsi e resistano all’urto delle prove. Si é creato un equilibrio per cui alcuni dei più vecchi seguono i nuovi arrivati sia musicalmente che dal punto di vista coreografico. Sono molto contenta di questo, anche perché avrei dovuto avvalermi di insegnanti esterni o sottoporre i più vecchi al ripasso del repertorio, ma entrambe le soluzioni non erano percorribili.

di Stefania Panozzo attraverso i cinque continenti. Non c’é ancora una scaletta, ma i messaggi saranno legati ai vari progetti che abbiamo sostenuto in questi anni e ovviamente ci sarà anche spazio per ricordare il nostro viaggio in Argentina al quale dedicheremo due canzoni. Che collaborazioni avrete per questo album? Lo studio di registrazione a cui ci siamo rivolti é l’East land Recording studio di Francesco Blasig, un giovane molto bravo e preparato. E per quanto riguarda i testi, abbiamo scelto di farci affiancare da alcuni musicisti di fama internazionale che hanno accettato volentieri di lavorare con i ragazzi, perché ancora una volta sono rimasti colpiti da come lavorano e hanno voluto sostenere l’idea dello showchoir. Alcuni brani rispecchiano proprio le caratteristiche dei nostri ospiti e questa é sicuramente una sfumatura in più rispetto al passato. Che data é prevista per l’uscita dell’album? Uscirà a maggio. Abbiamo in programma un evento ad hoc in cui racconteremo com’è nato e ovviamente faremo ascoltare le canzoni in esso contenute. Come hanno reagito i ragazzi quando hai proposto loro questo album? Registrare un album al giorno d’oggi é una cosa desueta, perché si può ascoltare musica più facilmente sulle varie piattaforme che esistono su internet e si fa fatica a pensare che possa conservarsi una traccia di ciò che si ascolta. Devo dire che i ragazzi hanno dimostrato ancora una volta di essere disponibili a fotografare un periodo della loro vita attraverso i vari pezzi che stiamo preparando.

Come sarà strutturato il nuovo album? Ci saranno dieci canzoni che costituiranno una sorta di “diario di viaggio”

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Che impegno ha dato la preparazione dell’album ai ragazzi? Essendo brani che conoscevano già, ci siamo concentrati di più sulla “ripulitura” dei dettagli e ciò ha fatto sì che si dovessero impegnare di più sui particolari che le altre volte magari erano stati trascurati. Cosa bolle in pentola per il futuro dei Freevoices? Dovremmo partecipare come ogni anno a È storia, anche se per ora non ho ricevuto notizie precise. dopodiché sono in programma tournée in Austria e Slovenia e, soprattutto, un concerto al teatro Verdi di Trieste, il 21 settembre a conclusione del convegno dei giuliani nel mondo. Ci sono anche dei progetti di partecipazione a concorsi internazionali, ma sono ancora tutti in via di definizione sia dal punto di vista economico sia da quello musicale. Purtroppo era in programma un progetto abbastanza importante con la Cina, ma per i motivi che tutti conoscono per il momento é saltato. Per quanto riguarda la partecipazione a premi musicali come il Maria Carta ha preso dei contatti, ma non c’é niente di certo, perché il percorso é molto lento e richiede molte energie. Accanto a tutto questo ovviamente c’é un nuovo repertorio in fase di studio. Visto che siamo in tema di anticipazioni: come sarà il 2020 del Teen Choir, i “babies” del gruppo? Anche loro sono molto cresciuti dallo scorso anno e a fine aprile ci sarà una presentazione ufficiale dove canteranno anche alcuni brani etnici. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Il “verde sublime” del Parco Coronini in una mostra dal 3 aprile di Eliana Mogorovich

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ai dettagli apparentemente superflui che rendono assolutamente personale un abito, a quel “tocco” che trasforma Villa Coronini nell’emblema delle dimore signorili che hanno impreziosito Gorizia nei secoli passati . Se con “L’indispensabile superfluo” si erano infatti indagati gli accessori più segreti delle collezioni, come ombrellini o cappelli, con “Verde sublime. Il Parco Coronini Cronberg e la rappresentazione della natura tra Neoclassicismo e Romanticismo” si potranno scoprire le trasformazioni subite dall’incredibile polmone verde (quasi cinque ettari di estensione) che si apre su Viale XX Settembre senza trascurare l’importanza che la natura ha sempre rivestito nelle arti. La prossima mostra proposta dalla Fondazione Coronini Cronberg nel trentennale della scomparsa del conte Guglielmo si pone quindi sulla scia degli interessi dell’ultimo discendente della nobile famiglia (che aveva infatti conseguito una laurea in agraria), ma intende anche essere un omaggio ai Coronini che, da Alfredo (1846-1920) in poi, si possono in effetti considerare i veri creatori del Parco. La mostra, che verrà inaugurata il prossimo 3 aprile, è in realtà solo uno dei momenti di valorizzazione della lussureggiante vegetazione che

circonda il palazzo, la cui storia si lega invece al nome di diverse famiglie: dagli Zengraf, che lo edificarono nell’ ultimo decennio del Cinquecento, agli Strassoldo che lo abitarono fra il Seicento e il Settecento, per arrivare solo nel 1820 in mano a Michele Coronini Cronberg. La tromba d’aria abbattutasi sulla città nel giugno del 2017 provocò ingenti danni al giardino, evidenziando non solo problemi di sicurezza ma anche di conservazione delle piante, una situazione risolta grazie ai contributi della Regione e agli interventi di pulizia della vegetazione condotti dal Servizio gestione territorio montano bonifica irrigazione. Nelle Scuderie la mostra permetterà di ripercorrere la storia del Parco ricostruendone le varie fasi attraverso foto e progetti non realizzati. L’ideazione del complesso, come dicevamo, sembra spettare al conte Alfredo Coronini, il quale, verso il 1880, facendo tesoro delle esperienze acquisite durante i suoi molteplici viaggi, decise di trasformare e ampliare l’originario giardino all’italiana a pianta quadrata posto, come testimoniano le mappe dell’epoca, a fianco del palazzo. Alfredo progettò un parco di tipo romantico, sviluppato su diversi livelli altimetrici, in cui le varie componenti, maturali e artificiali, concorrono a creare una successione di suggestivi scorci e pittoresche vedute. Da boschetti di sempreverdi emergono sculture, scalinate, terrazze, pergolati, fontane e specchi d’acqua sapientemente collocati, per offrire una serie di percorsi ispirati a quelli che Massimiliano d’Asburgo aveva creato nella sua residenza di Miramare. Il parco venne realizzato nell’ambito di un ambizioso programma di riqualificazione urbana teso a creare, per Gorizia, l’immagine di “città giardino” e di mite centro climatico. Tornando alla mostra, si potranno anche ammirare, nelle Scuderie, un album di disegni di paesaggi e alberi realizzati dall’architetto Pietro Nobile e una raccolta di disegni di paesaggi della campagna romana a opera di Francesco Caucig, testimonianza dello sviluppato interesse

Gorizia, Hanau, Šid: ignoranza, inciviltà, disumanità non hanno colore nè confini

August Anton Tischbein, Ritratto di Emma Ritter de Zahony, acquerello su carta, 1850, Fondazione Palazzo Coronini Cronberg

neoclassico verso la natura. Nel percorso espositivo del Palazzo sarà invece possibile focalizzare l’attenzione sull’importanza che la natura ha avuto anche nell’arte con dipinti compresi fra il Settecento e l’Ottocento, provenienti dalle collezioni Coronini e dai Musei Provinciali, raffiguranti non solo paesaggi ma pure ritratti in cui particolare risalto è dato ai fiori. Dalla Galleria d’Arte Antica di Trieste arriveranno delle ceramiche sempre con rappresentazioni floreali, sintomo di un interesse per la botanica sviluppato nel corso dell’Ottocento anche perchè si riteneva materia di studio adatta all’universo femminile, quindi idonea a rientrare pure negli album dei ricordi di cui saranno esposti alcuni esemplari. La mostra, curata da Cristina Bragaglia, potrà essere visitata fino al 10 gennaio 2021 dal mercoledì al sabato dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18, la domenica dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19. Come di consueto, a margine dell’esposizione sarà predisposto un calendario di eventi collaterali ambientati e aventi per tema il Parco, sicuramente indirizzati anche a celebrare il trentennale della scomparsa del conte Guglielmo.

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vrebbe potuto essere annoverata tra le “ragazzate” nell’ipotesi migliore, oppure, in quella peggiore, tra gli ordinari “atti vandalici”. Se fosse stato il primo caso oppure una vicenda isolata, ma purtroppo così non è: l’imbrattamento dei muri esterni del Nazareno, avvenuto nella notte del 16 febbraio scorso, odora, o meglio puzza, di qualcosa di diverso. Perché sono state riprodotte frasi razziste accompagnate da svastiche e perché il luogo scelto per esprimere il concentrato di ignoranza, inciviltà e disumanità è la struttura che in città ospita i migranti. E non è nemmeno la prima volta: il precedente risale al 2016, stesso luogo, stesse modalità. Potrei soffermarmi sull’assenza di telecamere di sorveglianza, fatto assai strano visto che un edificio che ospita stranieri, nella testa di più di qualcuno portatori

©RIPRODUZIONE RISERVATA Il furgone di No Name Kitchen imbrattato con svastiche a Šid, in Serbia

Alois Hans Schram, Veduta di Palazzo Coronini Cronberg, tempera su cartone, 1898

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di Eleonora Sartori di ogni male, dovrebbe essere un “sorvegliato speciale”, ma preferisco condividere una riflessione sul perché non si tratta di una “spacconata”, di “bullismo” o di azione “perpetrata da idioti”: perché non può e non deve essere estrapolata dal contesto in cui si è manifestata, un contesto che solo qualche giorno dopo (nella notte tra il 19 e il 20 febbraio) vede protagonista un cittadino tedesco compiere una strage ad Hanau in due diversi shiha-bar. “Alcuni popoli che non si riescono ad espellere dalla Germania vanno sterminati”, questa è solo una delle innumerevoli testi farneticanti dell’omicida. E non è finita qui: è solo di qualche ora fa la notizia di un danneggiamento del furgone di proprietà di No Name Kitchen a Šid, in Serbia, un’associazione che serve pasti caldi lungo la rotta balcanica salvando così centinaia di persone. Sono solo due esempi, chissà quanti ancora ce ne sono. Ecco, dunque, perché un’azione vandalica a Gorizia (che non è nemmeno la prima) non può e non deve essere sottovalutata e, soprattutto, non può non essere considerata una diretta conseguenza del clima d’odio e di ignoranza che si respira un po’ dappertutto, in Italia e fuori. A definire ulteriormente il perimetro all’interno del quale si manifestano queste azioni scellerate c’è l’indagine condotta dall’Eurispes secondo la quale sono aumentati in pochi anni gli italiani che non credono all’Olocausto (dal 2,7% al 15,6%) e anche coloro che ne ridimensionano la portata (dall’11,1% al 16,1%). Che in tutto ciò vi siano pesanti responsabilità politiche, anche a sinistra, è indubbio, rimane difficile da capire come agire per invertire questa tendenza. La scuola, l’istruzione giocano sicuramente un ruolo di primo piano e quindi è forse da lì che è necessario ripartire. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Il muro che cinge il Nazareno in via Brigata Pavia a Gorizia, imbrattato nella notte del 16 febbraio scorso

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Mamme lavoratrici ai tempi del Coronavirus Il titolo più corretto sarebbe “Genitori lavoratori ai tempi del Coronavirus”, ma siamo in Italia e, per quanto siano stati fatti dei passi avanti, la gestione della prole è ancora prevalentemente in capo alle mamme. Mamme che oggi lavorano fuori (e dentro) casa e che fanno ogni giorno salti mortali per organizzare, con precisione chiurugica, gli impegni dei figli, soprattutto se non possono contare sull’aiuto dei nonni che, se ci sono, molto spesso lavorano ancora. L’aiuto che arriva da asili nidi, scuole, doposcuole è fondamentale ma, come sempre, ce ne aggorgiamo quando viene a mancare. Domenica sera, il 23 febbraio, scatta l’ordinaza di chiusura scuole e, assieme ad essa, il panico. Nella check list di gestione della crisi domestica, al primo punto c’è: niente panico, hai la partita Iva, quindi in un modo o nell’altro ce la devi fare per forza. E così è stato, e a dire il vero senza grossi traumi per nessuno. Nei momenti di stress mettersi, o almeno cercare, nei panni di sta peggio aiuta sempre e il mio pensiero è andato ai tanti amici, conoscenti, colleghi che operano nei settori più duramente copiti e che, oltretutto, hanno anche dei dipendenti da pagare. Come ci racconta Francesco Rodaro della Music Team, azienda con 17 dipendenti e altrettanti collaboratori freelance che opera nel campo del show business: concerti, teatro, fiere, corporate, senza contare tutti gli eventi organizzati per il Carnevale... “A partire da domenica sono iniziate ad arrivare mail di disdetta ed annullamento di eventi e lavori, ad esempio i Pinguini Tattici Nucleari avrebbero dovuto fare la data zero a Pordenone, avevamo iniziato l’allestimento da una settimana e l’evento è stato annullato, lo stesso per Brunori sas e Venditti di scena al Palasport di Jesolo. Poi ci sono tutti i lavori dell’Ert (Ente Regionale Teatrale) del quale noi gestiamo 13/15 teatri. Sono saltati circa numerosi spettacoli, solo al Teatro di Gorizia due, e potrei continuare a lungo questa triste lista... Complessivamente ci sono saltati 28 spettacoli, oltre ai vari piccoli noleggi per le feste. Si tratta di un dramma per un’azienda che non ha contributi regionali e che cerca di stare sul mercato nel massimo della legalità”. Ora staremo a vedere gli sviluppi della faccenda, non solo dal punto di vista sanitario, ma anche da quello legale e sperieamo che vengano predisposti tutti gli aiuti e ammortizzatori sociali possibili. (ElSa) ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Storia delle Aleksandrinke, balie e badanti che migrarono dalle nostre terre in Egitto di Anna Cecchini

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anno morbidi tagli a caschetto e abitini al ginocchio con la vita bassa. Sorridono e hanno volti placidi e sognanti di ragazze borghesi degli anni ’20. In una splendida giornata invernale la porta si spalanca sull’ampia stanza al pianoterra e un trapezio di luce illumina il pavimento a rombi bianchi e rossi. Mi sono arrampicata fin sulla cima della collinetta che domina la piana del Vipacco, a Prvačina, che conserva il borgo storico del paese. Mi muovo tra armadi pieni di vestiti, arredi e suppellettili d’epoca. E tante foto alle pareti, dalle quali mi guardano queste ragazze eleganti e disinvolte. Alcune hanno i pupi in braccio, vestiti sontuosamente secondo la moda dell’epoca, spingono passeggini, posano accanto a lussuose automobili. Qualcuna è perfino ritratta in groppa a un cammello. Sono le “aleksandrinke”, le alessandrine, come le chiamavano in patria, o le “goriciennes”, come le chiamavano laggiù, all’ombra delle piramidi. Un fenomeno migratorio importante e singolare, una parentesi tutta femminile con partenza dall’antica regione del Litorale austriaco e destinazione Alessandria d’Egitto o, più raramente, il Cairo, un flusso umano contraddittorio e affascinante, ricco di luci e di ombre, sul quale si è indagato solo di recente. La questione ha origine a metà dell’Ottocento, quando la crescita della borghesia mercantile europea e locale nelle metropoli egiziane crea una forte richiesta di maestranze. La circostanza ben si combina con l’emanazione da parte della monarchia asburgica della Staatsgrundgesetz, la norma che sancisce nel 1867 la libertà di emigrazione. Nascono da qui i grandi movimenti migratori dei cittadini dell’Impero, che finalmente possono muoversi liberamente all’interno dei confini della monarchia e verso le destinazioni transoceaniche del “nuovo mondo”. Una di queste mete saranno i porti egiziani sul Mare Nostrum, quando l’apertura del Canale di Suez nel 17 novembre 1869 trasforma l’Egitto in una sorta di El Dorado in terra ottomana. Quelle ragazze che mi guardano dalle fotografie color seppia sono le prime “badanti” della storia, proletarie che lasciano tutto, perfino i loro neonati, per diventare balie, governanti, cameriere, cuoche e sarte della borghesia interna-

zionale. Sono friulane, istriane e dalmate, ma soprattutto slovene della valle del Vipacco. Diventano ricercate e pagate il triplo delle altre. Perchè? Sono pulite, intelligenti e materne, si dice. Imparano in fretta il francese, l’inglese e perfino l’arabo. Sono più dolci delle svizzere e delle tedesche, sanno “stare al loro posto”. Le voci girano e forse questo basterebbe a spiegare un flusso così consistente e circoscritto di partenze, qualche migliaio, negli anni che vanno dalla seconda metà dell’Ottocento alla seconda guerra mondiale. Partono, dunque, queste ragazze pallide e coraggiose con i piroscafi, sopportano il mal di mare e la prima, feroce nostalgia. Molte di loro hanno i seni gonfi di latte e hanno lasciato i loro neonati per nutrire quelli di ricche e annoiate francesi. Sbarcano nella confusione dei porti egiziani e stringono nelle mani i biglietti con l’indirizzo delle suore scolastiche che daranno loro appoggio e asilo fino alla sistemazione e veglieranno poi sulla loro moralità di giovani emigranti. Vanno “a servizio” nel paese dei minareti, nelle ville ombreggiate dalle palme di una società ricca e cosmopolita. Allattano i figli degli altri, mantengono immacolata la biancheria di lino e di seta, lucidano i pavimenti di mogano. Ma guadagnano anche quaranta fiorini al mese, mentre a Vienna la paga di una domestica non supera i dieci, e a Trieste non si arriva a otto. Con quei guadagni favolosi possono mantenere tutta la famiglia, lassù a Prvačina, Renče, Bilje e Kojsko, i paesi che hanno dato più aleksandrinke di tutti. Il salto culturale, sociale ed economico

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è favoloso. Maria Faganelli di Merna sarà per quattro anni la governante in casa di Boutros Ghali, futuro segretario delle Nazioni Unite. Danica Furlan addirittura la dama di compagnia dell’ultima regina d’ Egitto alla corte di Faruk. Le foto del piccolo museo di Prvačina e i graziosi vestiti di lino e di seta e i cappellini civettuoli, raccolti tra i discendenti delle aleksandrinke, raccontano una storia di benessere e di riscatto. Ma non dicono tutto. Non raccontano che la suocera della custode del museo lasciò la sua creatura di pochi mesi alle cure della famiglia, e che la bimba, per incuria o per il trauma dell’abbandono, morì dopo pochi mesi. Non le dissero nulla, perché il dolore le avrebbe fatto perdere il latte e il sorriso affettuoso che rivolgeva al piccolo che accudiva. Non raccontano lo sgomento e poi il sospetto di quelli che erano rimasti a casa, mariti, padri, amici e conoscenti, di fronte alla vita agiata e disinibita di queste ragazze, che avevano lasciato un ambiente arretrato, patriarcale e bigotto per una società vivace e cosmopolita, rendendole più consapevoli e sicure di sé. Le assenze da casa duravano anche anni, ma poi le aleksandrinke tornavano lassù, a Prvačina, Renče Bilje e Kojsko, e i figli non le riconoscevano, i mariti erano rosi dai sospetti e il paese intero le trattava con malcelato disprezzo. E loro stesse stentavano a rientrare nei ranghi di una società di cui forse non condividevano più i valori, dopo aver assaggiato la libertà e l’emancipazione in terra egiziana.

tutta femminile e dai risvolti contraddittori. Ancora una volta la nostra storia rivela contorni e sfumature che sfuggono ai criteri canonici di classificazione degli eventi. Così scrive nel 1907 Andrej Gabršček, editore e politico goriziano, nel suo resoconto di un viaggio in Egitto: “Le nostre donne sono gentili, intelligenti e abili nella conduzione della casa, ma in quelle città ci sono uomini che non hanno famiglia né una casa propria, ai quali donne come la nostra capitano a proposito. Ma con il passar del tempo si è generato un certo male che il nostro popolo ha definito con il termine di alessandrismo (…) Alle nostre donne sono accaduti i crimini più diversi. Egiziani, arabi, si sono impossessati delle nostre donne, le hanno apparentemente sposate ma poi vendute nei postriboli di tutto l’Oriente”. Certamente si tratta di una posizione un po’ radicale, che tuttavia non può che incrementare in patria un clima di sospetto e pregiudizio, mentre la verità è che la stragrande maggioranza di queste donne contribuisce in maniera determinante all’economia familiare: una garantisce il riscatto della casa ipotecata, un’altra l’istruzione dei fratelli, un’altra ancora l’acquisto di un podere. Ci sono esempi di letteratura slovena del novecento che riprendono le suggestioni del fenomeno delle aleksandrinke, come Egipčanka (L’egiziana, 1906), che racconta la storia di Malika, ragazza di campagna che emigra nella terra dei faraoni come bambinaia di una ricchissima famiglia di mercanti, ma riesce ad affrancarsi dall’impiego e vive come “libera dama” al Cairo, per poi tornare in patria avvolta di sete e merletti, ma piena di rimpianti per la giovinezza perduta. Anche nel racconto Žerjavi (Le gru, 1932) di France Bevk la protagonista lascia marito e figlioletta per andare “a balia” in Egitto. “L’anelito di libertà” è più forte dell’opposizione del marito e dell’amore per sua figlia e “il lusso di una vita sconosciuta le danzava davanti agli occhi, le bruciava il sangue”.

Si tratta in entrambi i casi di rielaborazioni letterarie che mettono in luce la condanna morale della aleksandrinke, la cui partenza espone a gravi rischi la loro integrità e l’onore della famiglia. Il biasimo per l’abbandono familiare rende doloroso perfino il ritorno, che le ripaga con il disprezzo della scelta imperdonabile di una “lepa vida” in terra straniera. Con la seconda guerra mondiale il flusso migratorio femminile verso l’Africa si arresta. Il successivo avvento di Nasser e la nazionalizzazione del Canale di Suez pongono fine all’”età dell’oro” egiziana. I dolorosi avvenimenti post bellici del goriziano mettono a tacere ogni interesse e dibattito sul tema, lasciando solo alle cronache familiari il ricordo di quelle vicende. Ma, fortunatamente, negli anni settanta l’interesse si è riacceso. Dorika Makuc racconta nel documentario “Žerjavi letijo na jug” (Le gru volano a sud) e nel libro “Aleksandrinke” la storia di quelle donne di cui aveva sentito parlare nella sua infanzia, intervistando le protagoniste e visitando in Egitto le donne slovene che non sono tornate in patria. La ricerca di Makuc ha ridestato l’interesse per il fenomeno e dato il via a nuovi studi storici. Queste donne provenienti da zone marginali e depresse, che hanno avuto il coraggio di uscire da una realtà di schiavitù della terra e della famiglia, che hanno sovvertito le regole sociali e culturali e ne hanno sopportato il biasimo, hanno riguadagnato il centro della scena. Nel 2005 nasce a Prvačina il Circolo per il mantenimento dell’eredità culturale delle aleksandrinke, che ha come scopo censire l’eredità culturale del fenomeno, mostrare queste donne nella loro giusta luce e dar loro il posto che meritano nella storia di questi luoghi. Innumerevoli le opere letterarie, i saggi e gli spettacoli teatrali che, negli ultimi vent’anni, hanno avuto fatto uscire dalle cucine e dalla memoria familiare una narrazione che è assieme storiografica e antropologica. Un’interessante interpretazione è stata data da Boštjan Žekš, Ministro per gli

Questioni complesse, delicati equilibri sconvolti da una storia di emigrazione

sloveni oltreconfine e nel mondo dal 2008 al 2011, il quale, nel corso della conferenza stampa che ha preceduto la posa di una targa al cimitero del Cairo a ricordo alle aleksandrinke là sepolte, le ha ricordate come “le nostre prime cittadine del mondo, dignitose e ambiziose”. Una rotta contraria a quella degli africani che oggi cercano il proprio futuro da sud a nord, una linea perpendicolare a quelle delle decine di migliaia di donne russe, ukraine, rumene e polacche che arrivano da est. Anche loro lasciano figli, mariti e affetti che restano vivi attraverso chilometriche telefonate. Anche loro tornano a casa di rado, perché i viaggi costano. Anche loro tornano coi figli cresciuti e i mariti imbronciati. Imparano l’italiano e le abitudini occidentali delle famiglie europee alle quale custodiscono i vecchi, e non più i graziosi neonati vestiti di trine. Qualcuna rimane e magari cambia vita, ma sembra difficile paragonarle a quelle pallide ragazze slovene coi capelli a caschetto e le prime gonne corte degli Anni Ruggenti sul delta del Nilo. Quando attraverso i parchi cittadini incontro spesso gruppetti di badanti che trascorrono sulle panchine ombrose i loro pomeriggi di libertà. Parlano tra loro in polacco, russo e rumeno. Sorridono, scuotono le frangette, allungano le gambe al primo sole primaverile. Mi piacerebbe che un giorno, tra quelle panchine, una fosse dipinta di azzurro, come il mare che bagna Alessandria d’Egitto, e che la Gorizia ricordasse così quelle ragazze che furono le sue figlie. Nel frattempo, se potete, fate un salto a Prvačina, nella valle del Vipacco. Arrampicatevi fino alla chiesa del vecchio borgo in cima alla collina. Nella minuscola piazza c’è una vecchia abitazione dove hanno trovato casa le memorie delle aleksandrinke. Se riuscirete a intercettare le custodi (numero di telefono affisso sulla porta) la porta si spalancherà su due piccole stanze zeppe di ricordi di una storia tutta femminile lontana ma attualissima, perché chi cerca una nuova vita non si può fermare, allora come oggi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Quando i genitori sono la rovina dello sport giovanile di Paolo Bosini

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ome da tempo è ampiamente accertato, lo sport svolge un ruolo fondamentale, sotto molteplici aspetti, nella crescita dei giovani. Infatti contribuisce a rendere più forte e armonico il fisico, ad accrescere le capacità mentali, a temprare il carattere e a sapersi relazionare in maniera rispettosa con le persone. Aspetti questi fondamentali non solo per praticare al meglio lo sport ma, soprattutto, per impostare adeguatamente la vita futura. In particolare nei giochi di squadra, i ragazzi imparano a convivere e a cooperare con gli altri compagni con i quali, molto spesso, riescono a instaurare amicizie durature nel tempo. Lo sport potrebbe rappresentare quindi, se ben interpretato, un’autentica scuola di vita. A rendere le cose più difficili purtroppo, in particolare nello sport giovanile, è la presenza di un numero sempre più consistente di genitori che, ricorrendo spesso a iniziative discutibili, ritengono, erroneamente, di agevolare la strada ai propri ragazzi prevaricando così le basilari regole dello sport. Gli esiti di tali azioni, che sono frutto principalmente di una scarsa cultura sportiva, di una smodata ambizione dei genitori, conseguente ad aspettative esagerate, sono quasi sempre destabilizzanti e a farne le spese, molto spesso, sono proprio i loro incolpevoli figli. Tra gli allenatori, il problema genitori viene costantemente dibattuto nel tentativo, al momento purtroppo vano, di trovare soluzioni per debellare questa piaga in costante aumento. Posso affermare con assoluta certezza che nell’ambito della pallacanestro, sport che tuttora seguo, la maggior parte delle società che svolgono un’attività giovanile non sono indenni da questo problema. Che i genitori aspirino il meglio per i propri figli appare legittimo e scontato, ma dovrebbero capire che per

aiutarli veramente sarebbe sufficiente che si limitassero a spronarli in maniera equilibrata e a sostenerli nei momenti difficili che quasi sempre devono affrontare. Sarebbe opportuno, quindi, che rimanessero vigili, ma distaccati, evitando di interferire nel lavoro degli istruttori, persone tecnicamente preparate. Agendo in questo modo, i ragazzi sarebbero più autonomi e conseguentemente più responsabili delle loro scelte. Invece accade tutto il contrario. Dopo un mese che il pargolo ha iniziato una nuova disciplina sportiva, il genitore sa già tutto di tecnica e di regolamento. Con le scarse nozioni acquisite, egli si sente autorizzato a insultare l’allenatore, che ovviamente è un incompetente patentato, se l’impiego del figlio non viene ritenuto soddisfacente, oppure a inveire contro l’arbitro, spesso dell’età di suo figlio, se ha fatto un fischio non ritenuto adeguato, o addirittura ad azzuffarsi con i genitori della squadra avversaria con epiteti irripetibili, se non arrivando addirittura alle mani.

degli avversari. Anche di recente nel nostro Paese si sono verificati numerosi fatti incresciosi che hanno visto, purtroppo, come protagonisti negativi genitori maleducati e facinorosi. Il più importante, al quale i media nazionali hanno dato ampio risalto, è quello accaduto a Castiglione delle Stiviere (Mantova) dove l’ allenatore dell’under 13 di basket, il ventiseienne Marco Giazzi, ha ritirato la squadra dopo i reiterati insulti rivolti dai genitori presenti sulle tribune all’arbitro di soli 14 anni, pur sapendo che la sua decisione avrebbe comportato l’automatica sconfitta a tavolino. Uscendo dal campo ha trovato le parole giuste per commentare la sua decisione: “Oggi non hanno perso i ragazzi in campo, ma il basket, lo sport”. Per questo encomiabile gesto il 20 dicembre dello scorso anno gli è stato conferito da parte del Capo dello Stato l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana con la seguente motivazione: “Per il suo esempio e l’ ammirevole contributo nell’affermazione dei valori della correttezza sportiva e della sana competizione nel mondo dello sport”. Tutti i genitori che hanno figli che fanno sport dovrebbero leggere attentamente la succitata motivazione e riflettere con attenzione sui suoi contenuti. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Top Five Libreria Leg Marco Giazzi, il coach premiato da Mattarella: ritirò la squadra per protesta contro i genitori ultra’

Il tutto di fronte a ragazzini, la maggior parte giovanissimi, che vedono i loro genitori dare uno spettacolo indecoroso. Il danno purtroppo non rimane fine a se stesso perché i figli, che amano incondizionatamente i propri genitori, possono ritenere che quel comportamento sia perfettamente legittimo, anzi da emulare. In questo modo si creano i presupposti perchè, una volta adulti, continuino ad alimentare la violenza nello sport, che a tutti gli effetti è diventata un grave problema sociale. Penso che alla base di questo malessere, oltre alla limitata cultura sportiva, ci sia una tendenza, nella società odierna, a rendere la vita ai ragazzi la più facile possibile, scevra di fatiche eccessive e soprattutto di delusioni. Lo sport invece, oltre a dare il piacere di farlo, è fatto di impegno costante, di tanta fatica e purtroppo anche di molte delusioni. Pertanto ai giovani atleti andrebbe insegnato prima di tutto il concetto di saper accettare la sconfitta con serenità e con sportività, riconoscendo i meriti

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1) “I dieci millenni dimenticati che hanno cambiato la storia” (Jean Paul De Moule) 2) “C’era una volta l’amore” (Vittoria Baruffaldi) 3) “La legge del sognatore” (Daniel Pennac) 4) “I giusti” (Jan Brokken) 5) “Ogni parola che sapevo” (Andrea Vianello)

Top Five Music Shop 1) “Ordinary Man” (Ozzy Osbourne) 2) “Sanremo 2020” (Artisti vari) 3) “Doc” (Zucchero) 4) “Viceversa” (Francesco Gabbani) 5) “Believe” (Albert Cummings) e “30° anniversario” (Marco Masini)

Accabadora al Teatro Verdi Tra i numerosi spettacoli in programma anche nel mese di marzo al Teatro Verdi di Gorizia, per la stagione allestita da Walter Mramor, segnaliamo, giovedì 19 marzo alle 20.45, “Accabadora”, versione per il palcoscenico del fortunato romanzo di Michela Murgia. Il testo (protagonista è Anna Della Rosa) racconta una storia ambientata in un paesino immaginario della Sardegna. L’”accabadora”, in dialetto sardo, è una donna che aiuta le persone in fin di vita a morire…

La “sede staccata” di Sala Petrarca e l’esempio della Bevk: ecco come dovrebbe essere la Biblioteca ai tempi di Google

“B

iblioteca e non solo”. E’ questo il titolo di un pregevole volumetto che “Gorizia Europa”, il periodico del Partito democratico, ha dato alle stampe nel quadro delle iniziative per il decennale della rivista diretta da Marzio Lamberti. Questo numero speciale raccoglie gli articoli scritti, appunto nell’arco di 10 anni, da Marco Menato, direttore della Biblioteca Statale Isontina e collaboratore “storico” di Gorizia Europa. Vale la pena rileggere, o leggere ex novo diversi pezzi: spiccano quelli sui vari Fondi custoditi nella Bsi, da Carlo Michelstaedter (ben 4 servizi, sull’onda dei più recenti ritrovamenti) a Ugo Casiraghi, da Adam Wandruszka alle Orsoline e all’ex sindaco Pasquale De Simone. Ma sono interessanti e attuali anche gli scritti dedicati alla ristrutturata sala Petrarca, nell’omonima via) che, dal 2021, consentirà nuove funzioni alla Biblioteca e, soprattutto, aprirà alla collaborazione con la sezione goriziana “Damir Feigel” della Biblioteca nazionale slovena. Nonostante la spietata concorrenza di Internet e dei social, la Biblioteca emerge come un imprescindibile osservatorio per lo sviluppo di informazione e cultura. Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo una sintesi della prefazione redatta dallo stesso Menato, già autore di alcuni articoli per il nostro giornale. *** Mi capita sempre più spesso che persone di cultura (per non parlare degli studenti) mi domandino che cosa ci faccia una biblioteca di carta al tempo di Google. Me lo domando anch’io e la risposta non può che collegarsi alle stranezze della Burocrazia, che prima di decidere attende con prudenza che il tempo passi e che le cose si mettano a posto da sole (…). Infatti, se oltre a raccogliere i dati statistici, venissero pure analizzati, ci si renderebbe conto che la frequenza delle biblioteche in Italia oggi si aggira solo sul 15% della popolazione attiva: Gorizia non fa eccezione, ogni anno si perdono per strada alcune centinaia di lettori. A fronte di non poche librerie aperte in città e di molti eventi culturali, si registra un costante decremento dell’utenza e un uso molto parziale delle raccolte bibliografiche, eccettuate le consultazioni del fondo Michelstaedter. Si dà la colpa alle risorse elettroniche sempre più presenti, alla mancanza di tempo, agli orari non comodi, alla difficoltà a scegliere un libro tramite i cataloghi, al fatto che i libri sono collocati in magazzini chiusi al pubblico, ecc.: motivazioni vere,

di Marco Menato ma non si ha coraggio di toccare il cuore del problema, cioè che le biblioteche hanno continuato a svolgere i loro compiti senza rendersi troppo conto della mutazione genetica dei tempi. (…) Oggi le biblioteche si sono trovate a giocare in un mondo dove ciascuno può da solo, nella sua stanzetta, mettersi in contatto con il resto del mondo, senza attendere permessi, orari, consulti. Se a ciò si aggiungano spazi e finanziamenti inadeguati, è chiaro perché il pubblico le diserti. Dove invece amministratori locali e bibliotecari hanno progettato nuove biblioteche o convertito strutture un po’ attempate, il passo è cambiato (mi riferisco a Pesaro, Bologna, Pistoia, Lecce, Verona, ecc.): anche se si tratta di esperienze di alcuni anni fa e non sempre le amministrazioni che si sono succedute sono riuscite a mantenere il medesimo livello di attenzione (perché bisogna continuare ad investire). Per raggiungere un pubblico nuovo, ho spalancato negli anni le porte della Bsi a un ventaglio di attività che, devo riconoscere, hanno poco a che fare con l’istituzione bibliotecaria, scoprendo che non c’è stata osmosi fra i frequentatori abituali e i partecipanti alle presentazioni o alle mostre d’arte. Sono tipologie di pubblico differenti l’una dall’altra, che fanno sì aumentare in senso assoluto i numeri, ma che alla fine non producono un innalzamento dell’uso della biblioteca: le attività extra-bibliotecarie potrebbero essere svolte in qualsiasi altro spazio, ma viene generalmente scelto quello bibliotecario perché in molti casi è gratuito e offre un ambiente non asettico, che conserva nonostante tutto un’aura quasi sacrale. Non è quindi un caso che abbia caldeg-

giato l’assegnazione alla Biblioteca della Sala Petrarca, che chiamerei meglio “Teatro Max Fabiani”: la sala, fisicamente lontana dalla Bsi, infatti sarà dedicata completamente alle attività extra-bibliotecarie in orari pure non di ufficio e con una gestione affidata, previo bando, a un ente esterno specializzato nel settore teatrale-musicale. Questo per tenere ben distinto l’ambito bibliotecario da quello di altre attività. Rimangono invece all’interno della biblioteca, nella galleria Mario Di Iorio, le mostre d’arte contemporanea, che dal 1998 hanno caratterizzato la mia gestione: è una mia scelta, che potrebbe essere rivista e corretta dai successori. Ma allora quale dovrebbe essere una biblioteca dell’oggi? Senza perdersi in troppe disquisizioni, basta fare un paio di chilometri, e trasferirsi da via Mameli a Gorizia a Nova Gorica, nella piazza principale. La biblioteca “F. Bevk” è l’immagine di quello che oggi dovrebbero essere le biblioteche: spazi molto grandi, senza barriere, luminosi, con i libri in vista, solo una piccolissima parte collocati in magazzini chiusi al pubblico (ma disponibili su piattaforme digitali), orari molto ampi, poco personale di vigilanza e molto personale appartenente alla carriera bibliotecaria, raffinati e soprattutto completi cataloghi elettronici (inutile specificare che la Bsi, come altre grandi biblioteche nazionali, non ha l’intero posseduto sul catalogo elettronico). Almeno i goriziani possono godere di due realtà bibliotecarie radicalmente differenti e fare i giusti paragoni (tra l’altro il pubblico di lingua italiana alla Bevk è in aumento, tanto che la direzione intende organizzare corsi di lingua italiana per i propri dipendenti). ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Uno scorcio della Bsi di via Mameli, con il cortile interno

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Il ricordo sbiadito di Elda Michelstaedter e Silvio Morpurgo in una targa di marmo “dimenticata” nel vecchio ospedale di Vincenzo Compagnone

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una storia che abbiamo già raccontato sul quotidiano “Il Piccolo”, ma che abbiamo voluto riproporre qui, con l’aggiunta di ulteriori particolari, soprattutto per la proposta formulata e che, ci auguriamo, possa essere accolta dai vertici dell’Azienda sanitaria. Dagli anni 50 all’ex reparto maternità - E’ il racconto di una targa, una piccola lastra in marmo “dimenticata” nel vecchio ospedale civile di via Vittorio Veneto, all’ingresso di quello che fu il Dipartimento materno infantile (Pediatria e Ostetricia), intitolato – i nomi sono scritti in rosso sulla targa – a Elda e Silvio Morpurgo. E’ strano che sia rimasta lì, in quel contenitore ormai praticamente vuoto che da 12 anni è l’ex nosocomio. Strano perché nel dicembre del 2008, quando avvenne il trasloco nel San Giovanni di Dio (presidente della Regione era Renzo Tondo, assessore alla sanità Vladimir Kosic, direttore generale dell’Azienda sanitaria Manuela Baccarin) il Punto nascita e l’intero Dipartimento trovarono regolarmente posto al primo piano dell’ex Fatebenefratelli. Ancora non si parlava della sua chiusura, anche se era già da tempo in atto un sensibile calo delle nascite, che si materializzò soltanto nel luglio del 2014. Insomma, la targa non è stata lasciata lì di proposito, tanto nella nuova struttura non sarebbe servita. Nella fretta, l’hanno proprio abbandonata. E così quella placca di marmo è lì – pensate – da quasi settant’anni. E, tutto sommato, come si può evincere dalla foto, è ancora in buono stato. Per quanto piccola e semplice, la targa racchiude, per la città, un notevole valore simbolico legato alle modalità dell’apposizione, nei primissimi anni 50 quando l’ospedale civile era ancora in corso di ultimazione,e ai nomi dei coniugi ai quali quello che all’epoca veniva comunemente denominato il “reparto maternità” (all’epoca si nasceva, in città, anche nella clinica Villa San Giusto) fu dedicato. Chi erano i coniugi Elda e Silvio - Elda è Elda Michelstaedter (1879-1944), la secondogenita dei figli di Alberto, dopo Gino e prima di Paula e di Carlo, il “genio di famiglia”. Venne arrestata il 9 novembre del 1943 dai nazisti che avevano occupato Gorizia e requisito, per farne la sede del comando della Sicherheitsdiens, il loro servizio di sicurezza, la bella villa

che tuttora porta il suo nome, all’angolo fra via Bagni (oggi Cadorna) e via Alvarez (oggi Diaz), costruita dall’architetto Girolamo Luzzatto tra il 1912 e il 1913 e attuale sede di Informest. Quando poi, nella notte del 23 novembre, vi furono il drammatico rastrellamento e la deportazione degli ebrei goriziani (fu trascinata via dalla casa di via Pitteri anche la vecchia madre Emma Luzzatto, 89enne) dal carcere di Trieste anche Elda venne fatta salire sul convoglio n.21T diretto ad Auschwitz. Villa Elda, all’angolo fra le vie Cadorna e Diaz, dove abitaroEmma morì durante il no Silvio Morpurgo ed Elda Michelstaedter, terribile viaggio, mentre oggi sede di Informest Elda, dopo una breve permanenza ad Auschwitz, alla quale era familiare la simpatica fu trasferita nel campo di concentramenfigura del medico col pizzetto bianco e to di Ravensbruck, il più grande lager con gli occhiali che percorreva incessanfemminile voluto personalmente da temente le vie della città, in bicicletta o Himmler su un terreno di sua proprietà, in auto, con la sua valigetta professionale dove trovò la morte il 26 dicembre per andare a visitare i pazienti. 1944. Il marito,Silvio Morpurgo (18811941), viene ricordato invece come un Il baule da viaggio con i libri di Carlo medico-benefattore di grandi qualità e del papà - Le figure dei due coniugi professionali e umane, specializzato in sono state tratteggiate in modo esemplacardiologia ma abilissimo diagnosta in re da Antonella Gallarotti in un saggio tutti i rami della medicina, che dedicò incluso nel bellissimo volumetto “La l’intera esistenza alla sua professione, cassa dei libri – La famiglia Michelstaestimato e amatissimo dai cittadini anche dter e la Shoah”, a cura di Marco Menato perchè curava gratuitamente i poveri e i e Simone Volpato, pubblicato di recente bisognosi. da Antiga edizioni. Colpito dalle restrizioni imposte dalle leggi razziali del 1938 (in pratica gli era consentito di avere soltanto pazienti ebrei) morì di crepacuore – così si disse - tre anni più tardi. Nel 1940 gli era stata inflitta dal pretore una multa di 5000 lire con l’interdizione dalla professione per cento giorni per aver curato dei “pazienti stranieri” (evidentemente non ebrei). Il medico aveva fatto ricorso e la seconda sentenza aveva accolto la tesi difensiva dei suoi avvocati. Ma eravamo ormai nell’aprile del 1941, e pochi giorni dopo, a soli 60 anni, il dottor Morpurgo si spense. Ai suoi funerali – narrano le cronache – partecipò una folla imponente,

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Il nome di Elda, la figura meno rilevante, fino a un paio d’anni fa, della famiglia

Elda Michelstaedter Morpurgo

Michelstaedter, è balzato alla ribalta nel 2018 in seguito al rocambolesco ritrovamento di un baule da viaggio contenente libri di Carlo e del padre Alberto che la sorella maggiore aveva messo in salvo e dato in custodia, sempre nel 1943, a una famiglia amica, i coniugi Augusto e Rosa Bertoldi, un mese prima dell’arrivo dei tedeschi (altri cassoni erano stati consegnati a persone fidate), presagendo quello che purtroppo sarebbe successo. Elda, dopo la morte del marito, avrebbe potuto riparare in Svizzera, Paese neutrale, come aveva fatto la sorella minore Paula che era andata a vivere dal figlio, Carlo Winteler a Meride, nei pressi di Lugano. Ma aveva preferito restare a Gorizia, perché non voleva lasciar sola l’anziana madre né si fidava a portarla con sé proprio per i disagi che il viaggio nella Confederazione elvetica avrebbe comportato. Ma torniamo al cassone di libri ritrovati due anni fa, durante un trasloco a Gradisca, dalla nipote dei Bertoldi, Franca, seguendo la ricostruzione di Antonella Gallarotti. Soprattutto alcuni volumi, imperniati sui temi del suicidio e della follia, presenti come appartenuti a Carlo in un elenco stilato da Elda, (ma scomparsi dal baule, il cui contenuto è andato ad arricchire il Fondo Michelstaedter istituito nella Biblioteca statale Isontina), hanno gettato nuova luce sulla tragica fine del giovane goriziano, offrendo al professor Sergio Campailla, il più autorevole studioso dell’intellettuale e filosofo, lo spunto per una nuova e aggiornata biografia, “Un’eterna giovinezza”, uscita lo scorso anno. Biografia nella quale viene adombrata una più approfondita chiave di lettura del suicidio, il 17 ottobre del 1910, del 23enne Carlo, nel giorno del compleanno della madre e dopo aver terminato, in condizioni psicofisiche disastrose, la stesura della famosa tesi di laurea imperniata su “La persuasione e la rettorica”. La donazione di Paula per onorare i congiunti - Tornando alla “targa dimenticata”, bisogna sottolineare che la sorella minore di Elda, Paula, rientrata a Gorizia dalla Svizzera nel 1950, ereditò tutti i beni della famiglia Morpurgo-Michelstaedter. E, tra le altre cose, offrì all’ospedale una generosa donazione di ben un milione di lire per onorare la memoria del cognato Silvio e della sorella Elda: quest’ultima, nonostante molteplici tentativi e un intervento chirurgico, non riuscì mai a coronare il suo desiderio più grande, quello di avere dei figli, proprio lei che, di alcuni anni più “anziana”, aveva avuto un rapporto quasi da seconda mamma con Paula e Carlo, che le aveva dedicato due bei ritratti. Ecco il perché della collocazione della targa proprio lì, davanti al “reparto maternità”. Elda, personaggio “minore” sin qui della famiglia Michelstaedter anche perché vissuta all’ombra del marito (era di temperamento nervoso ed emotivo,

te iscrizione: “Dottore in medicina / ai sofferenti prodigò il suo sapere / dei poveri amico e benefattore / passò sulla terra facendo il bene / sorretto dall’amore dell’adorata compagna / da cui trasse ispirazione e conforto”. La seconda iscrizione ricorda invece, brevemente, Elda Michelstaedter, e va osservato che, insieme a quello di Paola Luzzatto, il suo nome è l’unico tra quelli dei deportati che si trova nel cimitero ebraico. Da ciò si desume che, alla morte del dottor Silvio, la vedova si era già fatta preparare il posto accanto a lui, e successivamente la sorella Paula ha fatto apporre l’iscrizione su una tomba vuota.

La targa all’ingresso della Maternità dell’ex Civile

maniaca della pulizia: proverbiali le sfuriate al giovane Carlo), è stata di recente rivalutata pure alla luce del suo generoso impegno come crocerossina sul fronte austriaco in Polonia durante la Grande guerra (al seguito del marito, ufficiale medico), e successivamente del suo attivismo in associazioni benefiche femminili goriziane negli anni Venti. Un innato altruismo che – secondo alcune testimonianze – manifestò anche durante la prigionia nei lager nazisti, confortando e aiutando diverse compagne di sventura. La tomba al cimitero di Valdirose Chi si trova a visitare, in un suggestivo “itinerario transfrontaliero”, il cimitero ebraico di Valdirose, oggi in Slovenia, non potrà fare a meno di notare una tomba che consiste in una lapide bipartita, a ricordo cioè di due morti, Silvio ed Elda. Senonchè, com’è logico, solo il medico vi è stato sepolto, con la seguen-

La nostra proposta - Non essendoci più il Punto nascita, la piccola lapide potrebbe – è un suggerimento che ribadiamo a conclusione di questa singolare e, sotto molti aspetti, avvincente storia – essere staccata dalla parete del vecchio “Civile” e portata comunque al San Giovanni di Dio. La sua collocazione ideale, a nostro avviso, potrebbe essere quella della cosiddetta “Aula sottochiesa” (così chiamata semplicemente perché ubicata nel seminterrato, proprio sotto la piccola chiesetta dell’ospedale), dove si svolgono le riunioni e le iniziative più importanti, nonché le conferenze stampa promosse dall’Azienda sanitaria. L’ampia sala è tuttora priva di un’intitolazione. Qualcuno avrebbe voluto che fosse dedicata al compianto primario del Pronto soccorso, Giuseppe “Pinuccio” Giagnorio: poi però, nel 2016, si ritenne di intitolare al simpatico e apprezzato medico spentosi prematuramente lo stesso Pronto soccorso, che per tanti anni era stato la sua seconda, se non prima casa. In ogni caso, sarebbe auspicabile la rimozione quanto prima della placca di marmo dal vecchio “Civile”, e una sua degna sistemazione, prima che venga rovinata dal tempo e dall’abbandono, cosa che fino ad ora fortunatamente non è avvenuta. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Il portone d’ingresso porta ancora la dicitura Villa Elda

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La storia infinita delle “lunette” ferroviarie di Elio Candussi

per un treno proveniente da Trieste che volesse proseguire verso Bled. Questo perché manca la lunetta italiana. Se un treno proveniente da Udine volesse proseguire non verso Bled, ma verso Sežana, Divača e poi Lubiana si presenta il medesimo problema, perché manca la lunetta in territorio sloveno. Quindi dovrebbe proseguire verso Nova Gorica e poi invertire il senso di marcia. Anche in questo caso con notevole perdita di tempo. Allora mi sono ricordato di vecchie chiacchierate fatte con gli allora assessori comunali Baresi e Pettarin, i quali davano per certa la costruzione delle lunette mancanti in tempi ragionevolmente brevi. Vedasi un mio articolo pubblicato nel numero 2 del 2010 della rivista Rassegna Tecnica del Friuli Venezia Giulia, dal titolo ”Adria_A; Progetto transfrontaliero per il nodo ferroviario di Gorizia”. Era l’anno in cui nasceva il Gect per iniziativa dei sindaci Romoli, Brulc e Valenčič, sotto un vento di ottimismo tra i Comuni di Gorizia, Nova Gorica e Šempeter-Vrtojba. Oltre 10 anni fa.

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hiacchierando con Alessandro Puhali il discorso cade inevitabilmente sulle ferrovie, la sua passione, e in particolare sulle famose ”lunette” di Gorizia e Nova Gorica, cioè quei raccordi che dovrebbero velocizzare il traffico ferroviario tra le due linee che attraversano il territorio goriziano, la ”Meridionale” e la ”Transalpina”. Lunette strategiche per il nostro nodo ferroviario, di cui si parla ormai da molti anni ma che dormono ancora in qualche cassetto. Quale è il problema? Quella che un tempo si chiamava ”Meridionale” è la linea che attualmente collega Udine e Trieste, passando per Monfalcone e Gorizia centrale. Invece la ”Transalpina” parte da Sežana e, passando per Nova Gorica, sale verso Most na Soči e Bled fino in Austria. Le due linee si sfiorano nel Goriziano ma non si toccano, sono però collegate da un breve raccordo ad H che corre a fianco dell’autoporto di S.Andrea / Vrtojba. Questo raccordo si innesta alle due linee con due soli archi di cerchio, quello sloveno in direzione della Stazione di Nova Gorica e quello italiano in direzione della Stazione di Gorizia Centrale. Questo significa che, ad esempio, un treno proveniente da Bled può deviare agevolmente solo in direzione Gorizia ed Udine, ma non verso Trieste. Se volesse proseguire per Trieste dovrebbe entrare a Gorizia Centrale poi invertire la marcia, con conseguente perdita di tempo, specie se il convoglio è lungo. Lo stesso accade

Erano i tempi in cui, promotore Riccardo Illy, si discuteva del Corridoio 5 ad Alta Capacità ferroviaria tra Venezia e Lubiana e si ipotizzava la penetrazione della linea su Trieste e il conseguente sforacchiamento del Carso triestino con lunghe gallerie. Il Progetto ”Adria_A” voleva invece realizzare una ”Metropolitana leggera” a uso del traffico locale e di media distanza. Il primo passo per questo ambizioso progetto era la costruzione delle due lunette mancanti in modo da evitare l’inversione di marcia nel passaggio tra le due linee ferroviarie goriziane. Il secondo passo era l’elettrificazione della linea Nova Gorica Sežana. Da allora ogni tanto si parla di queste lunette senza che però la situazione si sblocchi. Se ne era interessata, da senatrice, Laura Fasiolo, intervenendo caparbiamente presso RFI, la rete ferroviaria italiana, ma non è bastato. Pare che l’intervento sia pianificato per il 2024, facendo lievitare i costi a chissà quanti milioni e solo per la lunetta italiana. Per quella slovena invece sembra che tutto sia fermo. Non è dato sapere perché. Mi è venuto però un sospetto dopo aver ascoltato il Presidente dell’Autorità Portuale

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di Trieste Zeno D’Agostino a una conferenza organizzata dalla Fasiolo nell’aprile 2019. E’ evidente che Gorizia e Nova Gorica sono alla periferia dei rispettivi Stati, in quanto le linee di comunicazione ferroviarie più importanti passano altrove, però godono di un nodo ferroviario potenzialmente strategico, non solo per le due città, ma pure per le rispettive regioni. La Slovenia ha interesse a rafforzare il porto di Capodistria e a collegarlo con una linea ferroviaria veloce con Divača e quindi Lubiana. Dubito che riescano a realizzarla nel medio periodo dati i costi impegnativi e nel caso solo con il supporto determinante dell’Europa. Viceversa non dimostra interesse ai collegamenti verso ovest, verso Nova Gorica, Gorizia e la pianura padana. All’opposto la Regione Friuli Venezia Giulia vuole usare i porti di Trieste, Monfalcone e S.Giorgio di Nogaro sotto un ‘unica regia e collegarli col resto d’Europa attraverso autostrade (che già ci sono) e con tratte ferroviarie ancora non ben definite, nel senso che la direzione è chiara verso nord (Udine e Tarvisio) e verso ovest (cioè Venezia e poi Milano), ma come uscire dall’imbuto di Trieste? E gli sbocchi di Trieste verso est? Chiaro che la Slovenia non ha interesse a favorire un collegamento ferroviario veloce tra Trieste e Lubiana, perché sarebbe in concorrenza con Capodistria. Né sembra purtroppo che Trieste e Capodistria desiderino collaborare e trovare sinergie in questo piccolo mare Adriatico. Ergo il Corridoio 5 non si farà mai! Quali alternative? Rispolverare il vecchio progetto Adria A, cioè una specie di metropolitana veloce tra Gorizia e Sežana, che consenta di arrivare a Lubiana in tempi ragionevoli. Quindi lunette ed elettrificazione della tratta fino Sežana. Soluzione dai costi relativamente contenuti. Ma scommetto che, sotto sotto, questa scelta sia boicottata da Trieste che sogna di salire sul Carso da Campo Marzio e poi arrivare a Sežana e quindi Divača. Chi ce la farà per primo? Trieste o Gorizia? ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Un carcere europeo nel vecchio ospedale? E’ meglio ripescare, per il riutilizzo, una delle ipotesi accantonate

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on basta scrivere “europeo” accanto ad un progetto per accreditarlo come degno di attenzione, e non basta lanciare una proposta definendola “europea” per renderla credibile. Se progetti e proposte non nascono da una “visione”, se non fanno riferimento a una chiara prospettiva di sviluppo per una città e per i suoi cittadini, allora non si può far altro che produrre idee frettolose, inconsistenti, che rischiano anche di logorare quell’aggettivo “europeo” così prezioso e importante per i goriziani. Questo è ciò che sta accadendo nella nostra città, dove il sindaco Ziberna vorrebbe costruire un “carcere europeo” a cavallo del confine con la Slovenia, nel comprensorio dell’ex Ospedale di via Vittorio Veneto. Napoleone Bonaparte affermava “Se vuoi avere successo nel mondo, prometti tutto e non mantenere nulla”. Sappiamo come è andata a finire per Napoleone e dunque si dovrebbe porre attenzione a non ripetere certi errori. Invece ci tocca ascoltare una pirotecnica sequenza di promesse su cui i goriziani ormai qualche dubbio si pongono. Dalla realizzazione di uno sfavillante outlet in via Rastello alla costruzione di una Disneyland nostrana nei padiglioni dell’Expomego; dal rilancio dell’aeroporto di via Duca D’Aosta alla nascita di una Zese capace di rigenerare la disastrata economia cittadina; dall’apertura dell’ “Isonzo beach” alla rinascita dell’inutilizzato PalaBigot; per finire con la costruzione di una “torre sul confine” dotata di ristorante panoramico girevole: la nostra piccola torre Eiffel. Ultima arrivata: l’ardita promessa di costruire un “carcere europeo” per risollevare le sorti cittadine. Crediamo che ormai nessun goriziano di buon senso rimanga affascinato da queste continue narrazioni, a cui i più non danno alcun peso, semmai sopportano con rassegnata pazienza. Ma la proposta di costruire un “carcere europeo” merita qualche riflessione, e solleva non poche domande. Si pensa di realizzarlo attingendo a finanziamenti europei? Si tratta di un carcere destinato a detenuti provenienti da tutta l’Europa? Per quale tipologia di reati? Secondo quali regolamenti carcerari andrebbe gestito? Chi conosce la complessità delle procedure per attuare progetti europei anche sempli-

di Franco Perazza ci - come ad esempio quello in fase di realizzazione del Gect Go, che per la costruzione di pochi chilometri di piste ciclabili ha richiesto anni di preparazione - dovrebbe essere cauto nel formulare simili ipotesi. Ma poi ci si potrebbe anche chiedere: non è sufficiente la Casa circondariale di via Barzellini, ancora da migliorare e completare nella previsione della “Cittadella della Giustizia” ? La nostra città ha realmente bisogno di un secondo carcere per assumere un ruolo nel contesto regionale, ed è poi questo il ruolo che le si vuol assegnare? E’ questa la priorità per Gorizia? Si può realmente credere che un secondo carcere, per il solo fatto di definirsi “europeo”, porterebbe vantaggi economici, sociali, culturali e ai goriziani? Si eviterebbe la fuga dei giovani offrendo loro nuove opportunità di lavoro? Migliorerebbe il benessere e la salute dei cittadini? Favorirebbe la coesione sociale? Farebbe di Gorizia e Nova Gorica due città più integrate nel contesto europeo? Se il lettore sente di non poter rispondere positivamente deve sapere che ciò significa che siamo del tutto fuori dai temi e dai contenuti considerati veramente prioritari dall’Unione Europea per la nuova programmazione 2021-2027 e il futuro della politica di coesione, per i quali l’Ue intende erogare i nuovi finanziamenti. Cosa c’entri la costruzione di un carcere con quei temi è tutto da scoprire. La proposta avrebbe ben altro valore se fosse inserita in un disegno di alto profilo etico e culturale: un progetto che, oltre a un mero edificio, considerasse la possibilità di creare a Gorizia un luogo di studi internazionali, di approfondimenti, di confronto tra le culture giuridiche dei diversi paesi europei per ricercare e dare vita a una nuova cultura giuridica comunitaria, sperimentare “pratiche altre”, capaci di coniugare in modo più efficace l’esecuzione della sanzione con la finalità ultima del reinserimento sociale, come previsto nella Costituzione. Purtroppo di tutto questo non vi è minima traccia nel progetto di “carcere europeo” per come ci è stato rappresentato. Ma non preoccupiamoci troppo: semplicemente non si farà. Interroghiamoci, poi, sulla sede immaginata per questo insediamento, cioè l’area dell’ex ospedale civile. Sull’utilizzo di questo sito si sono fatte numerose ipotesi ben più interessanti, sostenibili ed “europee”, ma troppo presto accantonate. Ne ricordiamo almeno tre. La prima: una

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“cittadella della salute” in forte integrazione con l’ospedale di Sempeter, che certamente avrebbe assegnato un diverso destino alla sanità transfrontaliera. Ma ormai non è più praticabile e dunque non la approfondiamo. La seconda: una “Università europea”. Ipotesi ambiziosa, certamente più consona allo sviluppo di Gorizia e di Nova Gorica, candidate a “Capitale europea della cultura”. Un progetto serio e sostenibile per l’insediamento di un Ateneo europeo avrebbe rafforzato questa candidatura imprimendo notevole impulso alla vita delle due città. Studenti di diversi paesi europei sarebbero stati attratti da un Ateneo così innovativo e avrebbero riacceso la vita della città. La presenza, poi, di molti docenti avrebbe rappresentato una risorsa per le due città propiziando convegni, conferenze, incontri. Finalmente anche la struttura del Conference avrebbe rivestito un ruolo. Gorizia e Nova Gorica si sarebbero trasformate in un vero e proprio Campus universitario europeo con ricadute economiche rilevantissime (e la qualità della vita dei cittadini, in particolare dei giovani, ne avrebbe tratto gran vantaggio). La terza ipotesi, elaborata da un gruppo di architetti italiani e sloveni nell’ambito del Gect Go, prevedeva l’abbattimento degli edifici ospedalieri, la realizzazione al loro posto di una collinetta con tanto di piscina scoperta, vialetti, piste per passeggiate e jogging che si sarebbero collegate a quelle esistenti sulle colline adiacenti in territorio sloveno e italiano e al Parco Basaglia: un vero e proprio “parco transfrontaliero diffuso”, a forte impronta ecologica e culturale. Se avesse preso corpo questo progetto si sarebbe creata un’estesa area verde, attrezzata per attività ludiche, ginniche, di incontro e di socializzazione per tutte le fasce di età. Un’area capace di intercettare sia il cicloturismo locale che quello proveniente dall’Austria, attualmente in forte espansione. Anche questa terza ipotesi ha avuto vita breve ed è passata nel dimenticatoio lasciando spazio alla brillante trovata del “carcere europeo”. A questo punto decidete voi se non sia più sensato ripescare una delle precedenti progettualità, alla luce di una visione e di una prospettiva che ai nostri attuali amministratori sembra purtroppo far difetto. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Quell’insostenibile nostalgia di Tina che assale Frank mentre guida senza meta nelle strade deserte della notte di Giorgio Mosetti

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da settimane che vedo Leon pensieroso. Mangia poco, scherza poco. Credo ci sia di mezzo una di quelle ragazzine della scuola. Ho preferito lasciarlo in pace, perché so bene quanto possano essere odiosi quelli che ti stanno sempre addosso, però negli ultimi giorni ha messo da parte persino il libro di astrofisica. E questo mi preoccupa. Così, mentre sorseggio la birra e accarezzo distrattamente Nick butto lì, “C’è qualcosa che non va?” Leon, impegnato a fare i compiti, neppure si volta. “No”, dice soltanto. Non insisto. Però passo al piano B. Prendo Nick, che ovviamente non approva e di certo non fa nulla per nasconderlo, e glielo metto sulle ginocchia. Il gatto, che nel frattempo ha compreso, si stiracchia e si acciambella. Leon accenna un sorriso e prende ad accarezzarlo. Nick approva. E di certo non fa nulla per nasconderlo. Io torno al divano e alla mia birra. “Nonno Frank?” “Dimmi”. “Come si fa a scegliere una ragazza invece di un’altra?” “…” “…” “Visto che c’eri potevi chiedermi cos’è un salto quantico”. “Quello è il passaggio di un elettrone da un livello di energia a un altro senza passare attraverso uno stato intermedio”. “…” “…” “Ragazze, dicevi?” “Sì”. “Beh, non c’è un modo”. “No?” “No, nel senso che non c’è un modo infallibile”. “E tu?” “Io cosa?” “Come hai scelto la nonna Tina?” “Lo vuoi davvero sapere?” “Sì” “…” “…” “Vedi, potrei dirti che è stato per il suo bel culo, ma la verità è che lei vedeva cose. E soprattutto le accettava”. “Quali cose?” “Quelle peggiori”. “Perché peggiori?” “Perché sono quelle parti che, al di là di tutte le belle parole con cui ci si riempie la bocca, in realtà quasi nessuno vuole vedere”. “E nonna Tina accettava questo?” “Già. Accettava parti di me di fronte alle

quali tutti gli altri scappavano. Persino le persone più intelligenti, dotte ed esteriormente altruiste che abbia mai conosciuto”. “Quali parti?” “Quelle peggiori, te l’ho detto”. “E quali erano queste parti peggiori?” “Forse un giorno te le racconterò. Adesso non è il caso”. “Perché?” “Perché sono troppo complicate”, taglio corto. Leon non replica. Ma il suo sguardo ferito mi trafigge. Io fingo di dedicarmi ad altro. Però sento che dentro di me qualcosa si è incrinato. Qualcosa che ha l’insopportabile sapore del senso di colpa. Per fortuna mi viene in soccorso Alice. È venuta a prendere Leon per portarlo a casa. Li saluto forzando un sorriso. Poi torno in soggiorno e mi guardo attorno. Mi sento sfinito. Così spengo tutto e vado dritto a letto. Nel buio della stanza, però, i pensieri cominciano a vagare. Troppi. E soprattutto troppo complicati. Mi dimeno. Provo a distrarmi. Per ore. Inutilmente. Così accendo la luce e guardo l’orologio. Sono già le quattro. Sbuffo, mi alzo e vado in cucina a farmi un caffè. Passando dal soggiorno Nick mi guarda strano. Una volta versate le crocchette nella ciotola, però, evaporo repentinamente dai suoi pensieri. Mi vesto ed esco. Salgo in macchina e mi metto a vagare senza meta lungo le strade deserte della città. Ho sempre adorato la notte, la città addormentata e silenziosa. Spesso, in momenti come questo, ho assaporato la bellezza di un mondo fatto solo di notte. Tenera, diceva Francis Scott. Agghindata di buio e quiete aggiungo io. E nient’altro. Imbocco Corso Italia, svolto a destra in viale XXIV Maggio e poi a sinistra, e passo davanti al Municipio. Quanti giorni trascorsi dentro quelle mura a discutere di pratiche edilizie e burocrazia. Arrivo in Piazza della Vittoria e mi soffermo un attimo a osservare l’imponente e sgraziato edificio dell’Inps. Che fa il paio con quell’ascensore invisibile sul lato opposto che ormai, in quanto a tempi, se la sta giocando con la Sagrada Familia. Fanculo l’ascensore. Dal colle, il Castello mi ammonisce puntando verso il cielo un tricolore sbiadito. Giro a sinistra e imbocco la strada che porta fuori città. Mi è sempre piaciuta questa strada. Il suo modo di lasciarsi alle spalle gli insipidi rettilinei dell’abitato per inerpicarsi lungo il versante della collina nel suo caotico, eppur sensato,

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groviglio di curve mi fa sentire bene. Meno inutile, direi. Guido senza fretta, lasciando scivolare con dolcezza il volante tra le mani. Oscillo ad ogni curva, in una danza indolente. Le fronde degli alberi si stanno facendo folte. La primavera è in arrivo. Si vede, si sente, e non posso farci niente. Mi consolo con l’oscurità, anche se è destinata a soccombere. In lontananza, infatti, i primi bagliori dell’alba stanno già inghiottendo l’estremità della notte. Pazienza, mi dico. In fondo domani ritornerà. In cima alla collina la strada torna a spianare e a farsi diritta. Una lunga, nera cicatrice sul volto ordinato e brullo della campagna. Senza curve, anche il mio umore si appiattisce, e l’assenza di asperità, di argini rassicuranti, mi rende vulnerabile, esposto all’orribile mondo dei ricordi. Non mi piace ricordare. Troppi morti là dentro, anche solo figurati. Così scalo una marcia e do gas a fondo nella vana illusione di poter sfuggire a qualcosa che so perfettamente essere troppo veloce per me. Tina. Ci provo, ma non riesco neppure a immaginare la sua inesistenza. Eppure sono trent’anni che non la vedo, trent’anni da quando è morta. Ma a quanto pare non basta. Su certe cose il tempo non ha potere. Ripenso a lei e rivedo il suo volto. Il volto di una giovane donna di poco più di trent’anni. Immobile, immutabile, come in un vecchio ritratto impolverato appeso di sghembo alle pareti troppo zeppe della mia memoria, e che negli altri trent’anni, gli ultimi, non ho potuto neppure permettermi di osservare, né di vederlo invecchiare. Chissà come sarebbero stati i tuoi quarant’anni Tina. E poi i cinquanta, e i sessanta. E poi basta. Perché gli altri non ci sono, né mai ci saranno. Per sempre. Per quell’eternità che tanto detestavamo perché ci faceva paura, e che esorcizzavamo disprezzandola, e schernendo tutti coloro che vi aspiravano aggrappandosi a una fiaba grottesca piena zeppa di magagne e incongruenze. Chissà come sarebbe stata la tua vita, Tina, la nostra vita, se quel giorno non ti avessi voltato le spalle. Chissà dove saremmo andati, cosa avremmo fatto, cosa avremmo visto e chi avremmo incontrato. E allora ripenso a tutte le volte in cui avrei voluto cercarti, solo per avere la possibilità, o anche solo il coraggio di spiegarti. Ma questo, lo sai meglio di me, non me lo potevo permettere. Tu, più di chiunque altro, sai quanto io sia codardo. Lo sono sempre stato.

E non c’è giorno in cui non mi chieda cos’è che veramente mi abbia fatto prendere le distanze da te. E l’unica risposta a cui sia mai giunto è stata il tuo tono. Già, proprio nulla di più del tuo tono. Il tono con cui talvolta mi dicevi le cose, e che mi faceva sentire deriso, giudicato, sbagliato. Un tono che mi riportava a troppe cose passate, a quel sentirmi preso in giro da tutta la mia famiglia per la mia timidezza, al sentirmi deriso. Al perenne giudizio di mia madre, con quel suo biascicare seccato, di inadeguatezza, di incapacità, di… Non vali un cazzo! Al suo costante rimprovero per le mie manchevolezze, per il mio essere sempre e comunque inadeguato. E il tuo tono, sebbene completamente diverso dal suo, aveva lo stesso effetto su di me. Un tono in cui io - e probabilmente solo io - scorgevo la palese, dolorosa critica al mio dimenticare cose importanti, cose che tu mi dicevi, oppure persone che avevamo incontrato assieme, che tradotto significava non tenere a te. O almeno così ero io che immaginavo tu la interpretassi. E tu, alle mie rare reazioni scomposte, replicavi giurandomi che la critica non c’era nel modo più assoluto, e che era solo un prendermi in giro, uno scherzarci su. E io ti credevo. Non avevo dubbi al riguardo. Ma allora cos’era che così tante volte mi faceva sentire in quel modo? Arrabbiato, criticato, ferito, deriso? Anche quando sapevo che mi stavi semplicemente prendendo in giro? Non poteva essere la permalosità, visto che ero sempre stato il primo a scherzare su di me, così come ci ridevo su quando lo facevano i miei amici. E allora non poteva che essere il tono. Già, solo un insignificante tono. Nel quale era come se ci fosse della criptonite, e che, proprio come quello di mia madre tanti anni prima, mi penetrava e mi squarciava, portandomi troppe volte a sentirmi castrato. Eppure, molte volte avevo preferito mandare giù il rospo. Avevo fatto buon viso a cattivo gioco, convinto che il problema fosse mio e solo mio, e non le tue parole o azioni. Con l’unico risultato di chiudermi in un silenzio apparentemente sereno, che però mascherava il profondo disagio e malessere interiore che stavo vivendo. E questo non mi piaceva affatto, ma era l’unica forma di difesa che avevo imparato. Solo in un paio di occasioni, sicuramente te lo ricordi, tutto questo era uscito alla luce del sole. Quel giorno al mare, in cui mi criticasti con asprezza per i miei prolungati isolamenti, e poi quella sera in cui, chiedendoti se ti ricordassi di quella certa Francesca, sgranasti gli occhi, e poi mi dicesti: “Ma eravamo fuori assieme l’altra sera! Ecco! Lo sapevo!” con un tono canzonatorio che mi aveva mandato in bestia. Tanto da spingermi ad allontanare bruscamente la tua mano che nel frattempo mi si era posata sul mio braccio, e facendomi chiudere in un silenzio tanto monumentale quanto infantile. E a nulla era valso il tuo tentativo di

ammorbidirmi, dicendomi che stavi solo scherzando, e che nelle tue parole non c’era la benché minima traccia di critica. Io, intrappolato nel mio dolore antico, non avevo mosso un muscolo. Non ti avevo neppure guardata. Fino al punto in cui ti alzasti, mi dicesti che eri dispiaciuta che pensassi questo di te, e te ne andasti, senza che io facessi niente per fermarti. Lo so, sono un vero stronzo. Questo l’ho sempre saputo. Perché chi altri se non uno stronzo rovinerebbe la cosa più bella che ha solo per un insignificante cazzo di tono? Ma io questo sono. E tu più di chiunque altro l’hai sempre saputo. Così come sapevi, unica tra i molti, quanto io avessi combattuto dentro e fuori di me ogni singolo giorno con quei dolori inenarrabili, cercando di fare tutto ciò che era in mio potere per essere il più normale possibile e per fare il minor male possibile agli altri, e a te su tutti, anche a costo di anteporre l’altrui benessere al mio. Certo, può sembrare un paradosso dire questo, visti i miei molteplici comportamenti scorretti, cinici e soprattutto di fuga e isolamento in cui troppo spesso mi rifugiavo, e che potevano far pensare a una forma di egoismo. Ma è proprio qua il punto. Gli altri, la maggior parte degli altri, non si erano mai resi conto di quanta fatica io facessi per metterli a loro agio. Tu invece sì. Ed era per questo che ti amavo. Ma nonostante ciò, nonostante tutti gli sforzi che facessi, non riuscivo proprio ad andare oltre a quel maledetto tono, e a liberarmi dagli effetti debilitanti di una sostanza tossica che neppure c’era, e che continuava a farmi sentirmi deriso, criticato e giudicato. Ignaro com’ero, all’epoca, di essere l’unico idiota che in quel momento stesse giudicando. Il sole ormai è sorto. Proprio davanti a me. Tiro giù l’aletta per riparare gli occhi e mi accendo una sigaretta. Abbasso il finestrino e mi lascio sferzare il volto dall’aria frizzante. Do una bella tirata e trattengo a lungo il fumo nei polmoni prima di sbuffarlo con rabbia contro il parabrezza. Poi allungo una mano, e sbatto la cenere fuori dal finestrino. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

La grande arte al cinema: è la volta di Modigliani Per il ciclo “La grande arte al cinema”, in occasione del centesimo anniversario della morte, arriva al Kinemax “Maledetto Modigliani”. Sarà proiettato il 30 e 31 marzo, e il primo aprile. Prodotto da 3D produzioni e Nexo digital, diretto da Valeria Parisi e scritto con Arianna Marelli su soggetto di Didi Gnocchi, il docufilm racconta la vita e le opere di Amedeo Modigliani (18841920), genio ribelle, artista scandaloso e maestro indiscusso dell’arte del Novecento.

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Rassegna cinematografica ANIMAMENTE 2020 “Vento e controvento. Le donne tra passato e futuro” Il tema della rassegna cinematografica Animamente organizzata da Sos Rosa quest’anno “Vento e controvento. Le donne tra passato e futuro”. “ Vento e controvento” sono due termini inusuali per raccontare gli eventi di tutti questi anni e le conquiste raggiunte tentando di togliere i pregiudizi e gli stereotipi. Sono state iniziative sospinte dal “vento”, dalla sua brezza, quel sottile alito che fa muovere i piedi verso strade nuove, con la consapevolezza che è impossibile rimanere ancora ferme. Il cammino non è stato e non è ancora facile, spesso le difficoltà ci hanno fatto compagnia e ci si imbatte nella fatica del camminare “controvento” che può far desistere o rafforzare la volontà di continuare. La parola “controvento” ha diversi significati, certo il camminare o navigare controvento, ma è anche il termine che viene usato per indicare il cavo per rinforzare i ponti contro le azioni del vento. Leggendo le varie accezioni di questo termine ci si accorge che il vocabolo “controvento” non indica solo fatica, ma anche forza. Vuol dire andare “controcorrente” per portare avanti il proprio pensiero sospinte dal “vento” che fa guardare verso nuovi orizzonti. Da queste riflessioni è nato il nome della rassegna per comprendere la forza delle donne che, con fatica ha messo in moto tutto, ma soprattutto, l’importanza per le donne di puntellare e consolidare quello che si è costruito. Il valore di rinforzarne le basi per poter continuare a mettere dei nuovi mattoni senza mai dare nulla per scontato. Con i film proposti si vuole riflettere sulle conquiste dei movimenti femministi e femminili del secolo scorso, sui cambiamenti di vita che queste hanno portato e ricordare l’importanza e necessità di vigilare sempre e presenziare a difesa dei diritti riconosciuti affinchè in futuro non vengano sottratti. Il cammino delle donne verso una concreta liberazione è stato e sarà come camminare nel vento, talvolta a favore, talvolta contro, cioè con alti e bassi, avanzamenti e battute d’arresto, ma sempre verso un traguardo che prima di tutto è necessario avere dentro di sè. Un traguardo che implica una presa di coscienza delle contraddizioni che le donne accettano e che possono rifiutare e le renda consapevoli e responsabili di tutte le scelte che fanno.

PROGRAMMA 09.03 ore 17.00, Kinemax Gorizia “Libere disobbedienti innamorate” 16.03, ore 17.00 Kinemax Gorizia, “Vergine giurata” 23.03, ore 17.00 Kineamx Gorizia, “Le invisibili” 30.03, ore 17.00, Kinemax Gorizia, “Dolcissime” 02.04, ore 20.00, Punto Giovani, “Suffragette” 09.04, ore 20.00, Punto Giovani, “Juno”


Maria Paola Mioni la prof che ha fatto scoprire ai migranti la bellezza della poesia di Ismail Swati

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a «Quando Dio ti ha creato / ha fatto un miracolo / perché ogni volta che ti guardo negli occhi / io credo» a «Non ignoro sogni e desideri / ma ho molte asce di ghiaccio dentro di me / ho paura che il tuo calore le scioglierebbe» passando per «Non cancellare nessun giorno dalla mia vita / I giorni belli mi hanno regalato la felicità / quelli brutti mi hanno dato l’esperienza / e i peggiori mi hanno insegnato / a vivere». Questi sono versi da “Non essere triste viaggiatore - Poesie dall’esilio” una raccolta di poesie di Maria Paola Mioni, che ha lavorato e insegnato ai migranti negli ultimi 9 anni. La signora Mioni si è laureata all’Università di Trieste e ha insegnato storia e filosofia negli istituti tecnici per quasi quarant’anni. Quando è andata in pensione, ha iniziato a insegnare l’italiano come volontaria ai rifugiati a Trieste nell’ambito del programma di accoglienza difusa dell’ICS (Consorzio Italiano di Solidarietà). Ho avuto il piacere di farle alcune domande su questo bel libro. Cosa ti ha motivato a insegnare l’italiano come volontaria? Un mese dopo essere andata in pensione, ho incontrato due badanti che avevano difficoltà a parlare italiano, ho iniziato a insegnare loro e poi gradualmente il mio entusiasmo è cresciuto. Dato che avevo abbastanza tempo e volevo contribuire alla coesione sociale, sono andata al Consorzio Italiano di Solidarietà per offrire i miei servizi di volontariato e mi hanno accolto a braccia aperte. Così è iniziato il mio viaggio. Quanti immigrati hai visto in questo periodo?

Inizialmente nel 2009, quando ho iniziato a fare volontariato, c’erano africani, curdi e balcanici, poi dal 2013-2104 hanno iniziato ad arrivare i rifugiati afgani e pakistani. Come ti è venuta l’idea di fargli scrivere un libro di poesie? Fin dall’inizio, ho insegnato l’italiano con il mio metodo. Portavo diapositive in power point, insegnavo cultura europea, cultura italiana, storia, educazione civica. Parlavo di Costituzione, della liberazione delle donne, del femminismo , delle poesie come arte. Alcuni si dimostrarono interessati, cominciarono a scrivere poesie e mi spinsero ad andare avanti. Ad esempio, ho presentato i grandi poeti come Saffo, Leopardi, ecc. E le loro poesie. Il grande amore per loro era diventato un simbolo. In quale lingua scrivevano/scrivono le poesie e come erano motivati a farlo? Sembra un miracolo, ma i miei studenti scrivevano poesie in italiano. Le stavano persino pensando in italiano, e questo rimane un punto-chiave nella mia esperienza di vita. Forse inizialmente sarebbe stato noioso per loro, ma io organizzavo delle gare di poesie all’interno della classe, forse con questa tecnica si accendeva una scintilla nelle loro menti. Quali sono state le prime poesie che ti hanno affascinato? Le prime due poesie di uno studente, Chaghatai Muhammad Afghan, quelle che mi hanno indotto a proseguire. Come in uno dice: «Ho chiesto alla montagna: cos’è l’amore? Ha tremato./Ho chiesto alle nuvole: cos’è l’amore? Ha piovuto./Ho chiesto al vento: cos’è l’amore? Ha soffiato./Ho chiesto alle farfalle: cos’è l’amore? Hanno sbattuto le ali./Ho chiesto ai fiori: cos’è l’amore? sono sbocciati./Ho chiesto agli uomini: cos’è l’amore? Nei loro occhi è apparsa una lacrima, è pazzia, mi han detto.

stanno ancora scrivendo poesie? Sei rimasta in contatto con loro? Alcuni lavorano in diverse città d’Italia, altri hanno fatto ricongiungimenti familiari, altri ancora hanno aperto bar, negozi. Li sento ogni tanto. Alcuni stanno ancora scrivendo poesie e persino condividendole sui social media. lo studente più attivo è Hedayatullah Saberjo, la persona che ha contribuito per la maggior parte del mio libro. Scrive in modo filosofico. Come in una delle sue poesie nel mio libro dice: Ricordo le notti d’estate a Konduz. Dormivamo all’aperto nei freschi cortili Davanti alle case, sotto le stelle. C’erano sempre due stelle Sole all’inizio del cielo Due stelle vicine come sorelle Sedute là dove il cielo resta azzurro più a lungo. Una sera mostro sorpreso alla nonna Quelle due stelle vicine: perchè non brillano più insieme? Una stella è luminosa L’altra mi sembra stanca La nonna mi prende per mano: ancora non sa, la stella che brilla, che mio fratello è partito... mi stringo alla nonna e insieme guardiamo il cielo stellato. Il governo precedente con i decreti di sicurezza, ha tolto l’insegnamento della lingua italiana dai costi dell’accoglienza, secondo te qual è stato e quale sarà l’impatto? Vedo che questa è una situazione disastrosa, anche l’attuale governo non si sta muovendo. Insegnare la lingua ai rifugiati è uno strumento di base per includerli dal punto di vista socio-economico. Il mio libro intitolato “Non essere triste viaggiatore” è un esempio perfetto. La gente è venuta qui, ha imparato la lingua e ha scritto poesie in lingua italiana, ciò significa che hanno contribuito alla nostra lingua e alla nostra letteratura. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Tra i tuoi studenti-poeti, c’erano solo giovani o anche adulti? Ho insegnato a tutte le età. Tra gli studenti c’erano Messam Ali di 44 anni e Asghar Ali di 17, chei con i suoi infantili versi dice: Quando la tristezza bussa alla porta Apri con un bel sorriso, e devi dire Mi dispiace ma oggi La felicità è arrivata prima! I tuoi studenti

La professoressa Maria Paola Mioni, volontaria all’Ics di Trieste

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Rifiuti abbandonati e discariche a cielo aperto: i Comuni devono intervenire ma il vuoto legislativo è un grosso ostacolo di Andrea Bellavite

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orizia è ancora la “Nizza austriaca” delle nostalgie, più mitologiche che altro, dei tempi di Franz Josef?

Basta una breve passeggiata per scoprire ovunque cicche, pacchetti di sigarette, bottiglie di plastica, fazzoletti di carta e di stoffa, memorie di fugaci incontri di sesso “sicuro”. In certi luoghi, in altri tempi sorprendenti mete di passeggiate a pochi metri dal centro cittadino, ci sono delle vere e proprie discariche, alimentate dalla maleducazione dei cittadini e dall’impotenza delle istituzioni.

dimento si complica ancor più: bisogna ingiungere al proprietario – non sempre colpevole, anzi spesso inconsapevole - di provvedere a proprie spese alla rimozione dei rifiuti e alla sistemazione del terreno. Nel caso in cui sia irreperibile o comunque non rispetti l’ordinanza, scaduti i termini deve provvedere l’Amministrazione Comunale, seguendo l’iter già indicato e reclamando poi il rimborso al proprietario (con possibile rifiuto e avvio di interminabili cause giudiziarie). Finora abbiamo parlato dell’abbandono

Impotenza o incuria? L’Amministrazione di un Comune ha la responsabilità del decoro urbano. E’ indispensabile un intervento urgente per scongiurare possibili pericoli per l’incolumità dei cittadini e ripristinare la dignitosa fruibilità dell’ambiente. E’ vero che tra il dire al fare, come sempre, c’è di mezzo il mare, sotto forma del legittimo controllo sulla spesa del denaro pubblico e delle condizioni di sicurezza che devono essere garantite ai lavoratori impegnati nel lavoro di sistemazione dell’area interessata. Allora, che si deve fare? Proponiamo un percorso nel quale scegliere in ogni passaggio l’opzione possibile.

un’autorità competente (Polizia Locale, Carabinieri, Forestale, ecc.), l’ente locale ha il compito di emettere un’ordinanza contro la proprietà, contenente l’ingiunzione di ripristinare il buono stato dell’area entro 60 giorni. In realtà quasi nessuno ottempera alla richiesta, e il Comune è costretto a intervenire direttamente, dopo aver ricevuto i permessi di intervento. Teoricamente sarebbe necessario indire una gara per assegnare il lavoro, di solito alquanto oneroso (dai 500mila euro in su). Essendo proprietà privata, non è possibile chiedere contributi pubblici alla Regione, allo Stato o all’Unione Europea. Niente paure, direte voi, ci si rivale poi sui proprietari… No, perché ovviamente essi continuano a essere irreperibili, ricevendo al massimo qualche inutile ingiunzione di pagamento. Conclusione: ammesso e non concesso che un Comune si voglia avventurare in questo ginepraio, al termine si troverà con le casse vuote e senza la possibilità di riqualificare un terreno che rimane proprietà di chi lo ha deturpato.

Un’area degradata nella Valletta del Corno

di rifiuti in quantità limitata. Ma se si affronta il tema di vere e proprie discariche a cielo aperto, la questione si ingarbuglia, anche per l’incredibile assenza normativa in materia.

Il cittadino si accorge della presenza di rifiuti abbandonati. Fa finta di niente oppure segnala la situazione alla Polizia Locale. Nel secondo, auspicabile caso, l’ente locale è tenuto a intervenire immediatamente, verificando anzitutto la proprietà del sito inquinato. Se l’area è pubblica, occorre accertare la natura degli oggetti abbandonati, nei casi abbastanza rilevanti, attraverso una richiesta all’agenzia per la protezione ambientale che classifica la pericolosità e determina il da farsi: da un semplice ordine di servizio agli operai comunali fino al ricorso a ditte specializzate nel trattamento di rifiuti potenzialmente tossici. Se il soggetto da coinvolgere non è direttamente dipendente, occorre passare alle procedure di incarico e ai contestuali impegni di spesa. Dalla scoperta dell’illecito alla sua risoluzione può, dunque, passare molto tempo, senza contare il successivo obbligo di notificare le spese ai responsabili, ordinariamente irreperibili.

Lasciamo da parte l’inquinamento di terra, acqua e aria, che richiederebbe un ulteriore approfondimento, come ad esempio quello che pochi coraggiosi chiedono da anni intorno al cementificio di Anhovo.

Nel caso in cui l’area sia privata, il proce-

Ricevuta la segnalazione, di solito da

Si tratta invece di capannoni industriali abbandonati, colmi di “reliquie” di un tempo passato, per lo più riconosciuti non immediatamente pericolosi dalle autorità sanitarie. Quasi ogni Comune ha una discarica, più o meno grande, con questa tipologia. Nella maggior parte delle situazioni, dietro alla realtà di grande degrado ci sono catene di fallimenti e di passaggi di proprietà che rendono assai complessa la ricerca dei proprietari o dei responsabili. La proprietà rimane comunque privata, ma il paesaggio deturpato è pubblico e il reato di danneggiamento implica un intervento da parte del Comune, in quanto garante dei diritti di tutti i cittadini.

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C’è qualche alternativa? Ci sarebbe, se esistesse una normativa tanto ovvia da lasciare stupefatti della sua assenza. Ci riferiamo alla possibilità di espropriare un terreno che un individuo o una ditta non sono stati in grado di mantenere in condizioni dignitose o comunque di acquisirne la proprietà contestualmente al riconoscimento della situazione di degrado. Se ciò fosse possibile, si aprirebbero numerose strade contributive e inoltre, ripristinata l’area, il Comune potrebbe riutilizzarla per i propri scopi, fino a un’eventuale rivendita e recupero di almeno una parte delle risorse economiche impiegate. Il messaggio è chiaro ed è rivolto ai Comuni che si possono permettere o hanno il coraggio di avviare un esproprio “per motivi ambientali”, andando incontro a una serie di cause giudiziarie che potrebbero “fare giurisprudenza”. Ed è rivolto al Legislatore, affinché si riempia quanto prima questo vulnus, definendo le condizioni del passaggio dalla proprietà privata a quella pubblica. Se ciò si verificasse, migliaia di aree degradate, in Italia e anche nel Fvg, potrebbero finalmente essere ripristinate e diventare un bene comune strappato all’interesse di pochi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


collaborazione dell’Arci nazionale, come lo spettacolo di canti e balli provenzali di Veronique Chalot nel marzo del 1978. Ma altri famosissimi spazi vengono usati dal circolo goriziano: il Palazzetto dello Sport (nei confronti di questa struttura il Circolo si dimostra all’inizio contrario; successivamente lo stesso Giovanni Bigot lo metterà a disposizione della collettività per eventi), la sala grande dell’Unione Ginnastica Goriziana, il famoso (o tristemente famoso, considerato l’epilogo) Bastione Fiorito in Borgo Castello, il Cinema Eden e il Teatro comunale di di Gradisca d’Isonzo.

A volte ritornano: dopo più di 40 anni Gorizia avrà un nuovo circolo Arci, il primo transfrontaliero, e si chiamerà ARCI GONG

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il Direttivo del Circolo ARCI GONG

volte ritornano, nel caso del Circolo Arci a Gorizia, a più di 40 anni di distanza. In questo mezzo secolo sono successe un sacco di cose, a livello mondiale e locale, ma ciò che oggi come allora è stato determinante per la sua fondazione è la voglia di riempire degli spazi, in senso letterale e metaforico: vivere attivamente la città, presidiarne i luoghi poco noti o sotto utilizzati, conoscerla in tutte le sue sfaccettature ma anche proporre una nuova idea di socialità e offerte culturali alternative a tutti coloro che non trovano nel luogo in cui vivono gli stimoli per farlo al meglio. In una parola, COMUNITÀ. Dopo un intenso percorso partecipativo si è costituita, nella notte del 13 febbraio, l’associazione ARCI GONG, acronimo di Gorizia Nova Gorizia, con l’ambizione di diventare il primo circolo Arci transfrontaliero. Ben 49 sono i soci fondatori (riquadro nella pagina successiva), già oltre un centinaio i soci ordinari, a dimostrazione della voglia di collaborare attivamente alla rinascita della città e del suo territorio, culturale e sociale in primo luogo. Nell’assemblea di fondazione sono stati approvati lo statuto e l’atto costitutivo, ed è stato eletto il direttivo (foto pagina successiva), composto da Silvio Celli, Julia Colloricchio (presidente) Roberto Criscitiello, Giorgia Gambino, Francesca Giglione, Andrea Picco, Sergio Pratali Maffei (segretario), Roberta Riva, Marina Rossini (tesoriere), Eleo-

Un articolo dell’epoca in cui si denuncia il problema degli spazi in città (08.10.1980)

nora Sartori e Alessio Sokol (vice-presidente). Tra i soci fondatori anche la senatrice Laura Fasiolo e il regista Matteo Oleotto. La costituzione della nuova associazione rappresenta, secondo i promotori, un punto di partenza, che vuole unire persone, giovani in particolare, con l’esigenza di collaborare a creare qualcosa di nuovo, per rendere più vivace e attrattiva la realtà nella quale vivono. Il circolo intende proporre una nuova idea di città, che possa espandersi senza conoscere l’ostacolo del confine, rispondendo all’esigenza di stare insieme, conoscersi, valorizzare e moltiplicare le risorse che questo territorio unico possiede, ma che non ha ancora trovato forme strutturate di collaborazione. Un circolo che vuole diventare un contenitore entro il quale pensare e realizzare una nuova comunità.

di aderire alla rete Arci e al suo documento “più cultura meno paura”, per la creazione di spazi e luoghi dove ci si incontra e si produce collaborazione e condivisione, immaginazione e libertà, si alimentano confronto e spirito critico, nella convinzione che sia necessario, oggi più che mai, avvicinare il diverso per conoscerlo, piuttosto che respingerlo, rischiando così di farne un possibile “nemico”.

La consapevolzza di trovarsi al centro dell’Europa, vicino a un confine da considerare un’opportunità, era ben presente anche mezzo secolo fa quando esso era ancora fisicamente presente, come dimostrano i proficui e costanti rapporti con la comunità slovena. Il recapito dell’as-

Le pubblicità per il tesseramento Arci Gorizia sul quotidiano locale

sociazione era la cooperativa libraria “incontro”, knjižna zadruga “srecanje” in via San Giovanni. Ieri Il Circolo Arci Gorizia nasce nell’area della sinistra nella seconda metà degli anni ‘70 per proporre teatro, concerti, feste, cinema e attività motorie per adulti e bambini. Inizia la sua attività con una vertenza sullo spazio adibito a palestra al Lenassi perchè, dopo aver fatto rete con il circolo Sfiligoi Arci di Cormons, intende utilizzarlo per il teatro, di cui la realtà cormonese era promotrice.

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Oggi A pensarci bene, oggi come allora, un grosso ostacolo all’organizzazione di manifestazioni musicali o culturali all’aperto sono proprio le misure per la sicurezza e antiterrorismo che, oltre a rendere più complesso l’iter burocratico, fanno aumentare significativamente i costi per i promotori.

Anche per questo il circolo ha deciso

La riunione di costituzione del Circolo Arci GONG, lo scorso 13 febbraio. Foto: Daniele Tibaldi

di all’Auditorium, nella sala grande dell’Ugg, al Palazzetto, in Castello e anche a Gradisca d’Isonzo. Era grande il desiderio di far uscire le persone da casa, di farle vivere attivamente la città in un periodo in cui la paura del terrorismo era palpabile. Anche allora la città veniva percepita come una “bella addormentata”, con grandi potenzialità poco o mal sfruttate. La prova nella pubblicità sul quotidiano locale per il tesseramento Arci Gorizia riportata nella pagina precedente.

Oggi E’ innegabile che oggi sia molto più complicato e costoso organizzare eventi di questa portata. Siae, balzelli vari, misure per la sicurezza, rendono il lavoro dei promotori molto duro e per questo spesso si trovano costretti a rinunciare. Fatta questa premessa, è comunque possibile migliorare e arriccchire l’offerta culturale e musicale in città, obiettivo del neonato Circolo ARCI GONG. Per contattarlo per informazioni e tesseramenti potete scrivere all’indirizzo: circoloarcigong@gmail.com.

Dal 1977 al e 1980 il Circolo organizza molta attività: concerti piccoli e gran-

Ieri Come anticipato, l’Arci nasce con la volontà di riappropriarsi di spazi urbani sconosciuti, poco o per nulla utilizzati. La palestra del Lenassi era uno di questi: lì l’Arci Gorizia voleva portare spettacoli teatrali promossi dal Circolo Sfiligoi di Cormòns. La battaglia non portò a una vittoria per l’associazione goriziana, ma ciò non spense minimamente l’entusiasmo che la animava.

I 49 soci fodatori dell’ARCI GONG Eva BERTI Mauro BREGANT Barbara BUSINELLI Antonella CALABRESE Dorella CANTARUT Cassandra CAPOCHIANI Rossella CARASTRO Silvio CELLI Massimo CHIZZOLINI Julia COLLORICCHIO Raffaele CRISCITIELLO Roberto CRISCITIELLO Giulio DE PAOLIS Aurora DE SANTO Laura DEVECCHI Natasa FALETIC Adriana FASIOLO Laura FASIOLO Orietta FELETTO Giorgia GAMBINO Piero GIANESINI Francesca GIGLIONE Livio GRAPULIN Eltjon GRIZHJA Biagio IMITAZIONE Sara KOMAVLI Simon Elia LENARDI Thomas LENARDI Luana LEOPIZZI Anna Maria LETIZIA Giovanni MANCINI Petra MARLAZZI RossanaMORTARA Sandra MURADORE Matteo OLEOTTO Franco PERAZZA Andrea PICCO Sergio PRATALI MAFFEI Simone PUNTIN, Roberta RIVA Marina ROSSINI Eleonora SARTORI Davide SOFIA Alessio SOKOL Alessandro TAMI Orazio TREZZA Maria VINTI Antonietta VITOLO Daniela ZALATEU Ringraziamo sentitamente per la ricostruzione storica e il materiale fotografico Maria Lucia Lamberti, Annamaria Zippo, Chiara Peresson e Adriano Foschian

Oggi E oggi? Qual è la situazione della disponibilità degli spazi in città? Sembra che i problemi di oggi siano quelli di ieri: per un’Associazione che non può permettersi una sede propria e nemmeno prezzi esosi per il fitto di sale, organizzare qualsiasi tipo di attività diventa praticamente impossibile. Ieri Nonostante le oggettive difficoltà l’attivismo dell’Arci Gorizia non si arresta. Alla fine degli anni ‘70 la gestione dell’Auditorium di via Roma passa all’Amministrazione comunale ed è proprio lì che vengono ospitati eventi musicali di grande pregio, grazie all’appoggio e alla

Il direttivo del Circolo ARCIGONG. Prima fila (da sinistra a destra) Giorgia Gambino, Julia Colloricchio, Eleonora Sartori, Marina Rossini, Andrea Picco; seconda fila (da sinistra a destra) Silvio Celli, Francesca Giglione (rappresentata dalla sagoma di Nora Gregor), Alessio Sokol, Roberta Riva, Roberto Criscitiello, Sergio Pratali Maffei

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Il Mosaico “lascia”: appello ai nostri lettori perché Gorizia News & Views sopravviva

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eniamo subito al sodo. Dopo due anni e mezzo, il Mosaico – Consorzio di cooperative che da sempre ha ricoperto il ruolo di editore del nostro mensile – ci ha comunicato, attraverso il presidente Mauro Peressini, di essere costretto ad abbandonare, con dispiacere, questa funzione. Alla base della decisione, ragioni esclusivamente economiche. Il Mosaico gestisce il Nazareno di Straccis, centro che ospita i migranti richiedenti asilo. A causa dei decreti sicurezza firmati dall’ex ministro Salvini, i fondi per l’accoglienza e per quel minimo d’integrazione che veniva effettuata tramite i corsi di italiano, di formazione e così via, sono stati drasticamente ridotti. Gorizia News & Views era nato, all’epoca dell’emergenza-profughi (quando presentammo la rivista al Trgovski Dom erano stipati sotto la galleria Bombi) proprio con l’intento di rappresentare una narrazione del fenomeno più corretta di quella che dilagava in città, alimentata da troppe fake news, notizie fasulle rimandate per lo più dai social network. Non erano pericolosi malviventi, portatori, per di più, di chissà quali malattie. Erano persone, persone come noi, che avevano avuto la sfortuna di nascere dalla parte sbagliata della terra, e che fuggivano da guerre, conflitti, fame, miseria. Venivano a Gorizia perché qui c’era la commissione che esaminava le loro richieste d’asilo, ora trasferita a Trieste. Al Nazareno trovavano una degna ospitalità in attesa di presentarsi, dopo lunghissime attese, davanti alla Commissione prefettizia. Abbiamo cercato di smontare i luoghi comuni e le maldicenze. Due di loro, Ismail e Saqib, sono entrati a far parte

della Redazione della redazione, raccontando la loro vita, le loro speranze, i loro sogni. Pian piano, il “progetto-Gorizia News & Views”, è cresciuto, così come il team dei redattori, tutti volontari al pari del direttore. Il mensile ora esce con 20 pagine non limitandosi più a trattare la questione migratoria (anche perché passata in secondo piano) ma spaziando da temi d’attualità a interviste, a storie riguardanti fatti e personaggi locali poco noti o dimenticati, oltre a rubriche di vario genere. Ringraziamo di cuore il Mosaico per averci dato questa possibilità, coprendo le spese di stampa. E ringraziamo soprattutto voi che ci state leggendo e che ci avete manifestato sempre maggiori consensi e apprezzamenti. E’ stato questo a convincerci che, insieme alla versione on line, Gorizia News & Views debba continuare a essere diffuso in quella edizione cartacea che tanto viene richiesta nei punti di distribuzione. Non vi domanderemo mai neppure un centesimo per portare nelle vostre case il giornale e leggerlo con comodità. Ma dobbiamo chiedervi un sostegno, anche minimo, a favore dell’Aps (Associazione di promozione sociale no profit) Tutti insieme, di cui noi tutti facciamo parte e che, dal numero di aprile sarà il nuovo editore, partendo da zero. Potete farlo con un bonifico, come indicato qui nel riquadro, oppure partecipando al crowfunding lanciato sulla nostra pagina Facebook. Ve ne saremo infinitamente grati. Perché ci sono storie, come quella di Gorizia News & Views, che non dovrebbero finire mai: per chi ci ha creduto, per chi ci ha messo passione, professionalità, attaccamento. E, in fondo, per chi Gorizia la ama, come noi, anche se la vorrebbe un po’ diversa. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Gorizia News & Views è reperibile in forma cartacea nei seguenti punti di distribuzione: Biblioteca statale isontina di via Mameli, Kinemax e Mediateca Ugo Casiraghi di piazza Vittoria, librerie Leg, Voltapagina e Ubik di corso Verdi e Antonini di corso Italia, Kulturni Dom di via Brass, Casa delle Arti di via Oberdan, bar Torino di corso Italia, bar Aenigma di via Nizza, Caffè degli Artisti di via IX Agosto, atrio dell’ospedale, negozio Il Laboratorio di piazza Vittoria, tabacchino Da Gerry di via Rastello, tabaccheria via Duca D’Aosta 106, tabaccheria via Crispi 6, tabaccheria Tomasi Marco di via Santa Chiara 4, tabaccheria Fontana di Sant’Anna, Ugg di via Rismondo. E’ consultabile on line all’indirizzo: https://issuu.com/gorizianewsandviews

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March 2020  

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