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Gorizia News & Views Anno 3- n. 3 Marzo 2019

SOMMARIO Pag. 2 Il titolare di Samarcanda: negozi aperti anche la domenica Pag. 3 A Monfalcone la grande antologica del “goriziano” Crali. Un’occasione persa per promuovere cultura e turismo Pag. 4 Il mondo di Frank: “Prima noi!” “Noi chi?” Pag. 5 Il nonno, la mamma, lo zio… ecco la “dolce” storia della fabbrica di cioccolato di San Rocco Pag. 6 Pronto soccorso: da aprile Cominotto va a Trieste Pag. 7 Santinelli, “mister BioLab”, sul Festival vegetariano: non si è capito che poteva generare un turismo moderno Pag. 8 Gorizia, quale futuro? / 1 Non meritiamo di diventare lo scantinato di Udine o Trieste Pag. 9 Gorizia, quale futuro? / 2 “Declinare l’identità europea diffondendo la cultura del Gect: integrazione e collaborazione” Pag. 10-11 Chi era Osiride Brovedani, il genio della pasta Fissan al quale è intitolata la casa per anziani di Gradisca Pag. 12 Richiedenti asilo e vulnerabilità psicologica Pag. 13 Don Di Piazza e il suo libro “Non girarti dall’altra parte”: i mondi degli altri non sono sempre inferiori al nostro Pag. 14 Libera contro le mafie, don Ciotti anche a Gorizia in occasione della Giornata delle memoria e dell’impegno Pag. 15 Chiude il Liceo linguistico “Paolino d’Aquileia”. Nell’ex seminario sorgerà un polo culturale diocesano Pag. 16 Il Sid e Architettura eleggono i nuovi rappresentanti Pag. 17 David Alan Harvey, la magia dell’America latina raccontata attraverso immagini di ordinaria umanità Pag. 18 Spread, titoli di Stato e investimenti: un po’ di chiarezza Pag. 19 Le molteplici identità del nostro territorio rappresentate da Anita Kravos, un’attrice versatile e cosmopolita

“Le donne che hanno cambiato il mondo non hanno mai avuto bisogno di mostrare nulla se non la loro intelligenza”. (Rita Levi Montalcini)

Pag. 20 Cantautrici nostrane, a Sanremo è sbocciata una ragazza di talento: la ventenne Margherita


Il titolare di Samarcanda: negozi aperti anche la domenica di Manuela Ghirardi

da nostra figlia. L’idea è nata dopo un viaggio nel paese di origine di mia moglie, l’Uganda: abbiamo tuttavia sperimentato delle difficoltà a reperire questi materiali attraverso i grossisti locali. Sul posto infine siamo entrati in contatto con dei fornitori indiani e abbiamo deciso di orientarci verso questo mercato. Erano anni diversi per il commercio e noi desideravamo espandere la nostra attività con un nuovo negozio: Gorizia ci sembrava il luogo ideale per farlo ma gli spazi commerciali in centro erano tutti occupati, quindi alla fine accantonammo il progetto. Siamo tornati in città come turisti per Gusti di Frontiera: Gorizia ci è parsa ancora piena di fascino, abbiamo trovato dei locali sfitti e ci siamo lanciati in questa nuova avventura. Vi recate spesso in Uganda, paese che – tra l’altro – è noto per ospitare una quantità elevatissima di profughi, circa un milione e 400 mila (più di ogni stato africano) in fuga per lo più da Sudan, Congo e Burundi?

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eno abitanti, meno servizi, meno aziende, meno lavoro. Gorizia è in cerca di una vocazione. O addirittura di più vocazioni, come ad esempio un piano per attrarre altre realtà legate al settore aeronautico, un’offerta turistica incentrata sulle peculiarità storiche e geografiche del territorio, una cittadella del divertimento lontana dalle abitazioni per rianimare la vita notturna, dei centri di quartiere per gli anziani dove trascorrere un paio d’ore in compagnia immersi in qualche attività. Ne parliamo con Ezio Marco Iellina, proprietario del negozio Samarcanda, di fronte ai giardini pubblici.

Sì, è un paese bellissimo. Certo, la concezione della politica è molto diversa rispetto a quella europea ma siamo ormai lontani dagli anni della feroce dittatura di Amin Dada. Non ci troviamo di fronte a numerose espressioni politiche ma ad un paio di fazioni, per cui ogni tanto si va a votare… Da un punto di vista commerciale importare l’artigianato è faticoso: nonostante l’aiuto dei fratelli e delle sorelle di mia moglie non siamo riusciti ad avviare un progetto concreto. La mia impressione è che ciò sia dovuto in parte a motivi economici, in parte a una mentalità concentrata quasi esclusivamente sul presente. E’ davvero un peccato, perché la manualità degli artigiani locali è strepitosa: ho potuto ammirare oggetti bellissimi in ebano

Come è nata l’idea di aprire un negozio a Gorizia, nel momento in cui le serrande chiudono a raffica? In via Rastello ben 32 locali sono chiusi e alla fine di febbraio si sono “arresi”, in centro, anche la boutique di abbigliamento ViaNizza e la profumeria Boris… Io sono nato in Svizzera ma i miei genitori sono di Cividale, dove nel 1998 io e mia moglie abbiamo aperto un negozio di artigianato di nome Batik, ora gestito

Ezio Marco Iellina, titolare di Samarcanda

e tessuti incredibili che meriterebbero davvero di venir esportati. I fornitori 2

indiani a cui ci rivolgiamo al momento, tuttavia, hanno il commercio nell’anima e da loro acquistiamo articoli in argento, abbigliamento in cotone, sciarpe di seta, mobili e molto altro. Com’è la vostra vita da commercianti qui da noi? Sono soprattutto i giovani ad essere attratti dal nostro negozio e ad apprezzarlo ma capita che non dispongano di un reddito sufficiente per fare acquisti, anche se cerchiamo di offrire a prezzi onesti articoli di nicchia difficilmente reperibili. Gorizia non è vivace come una città di mare, i clienti in genere vivono nei dintorni. Manca un vero e proprio polo attrattivo che possa richiamare un afflusso costante: eppure la storia che si respira in queste vie potrebbe costituire un trampolino importante, basti pensare al periodo austro-ungarico o alla particolare posizione geografica della città. A Cividale, per esempio, gli incassi maggiori arrivano il sabato e la domenica con il flusso turistico: sarebbe opportuno stimolare le aperture domenicali anche qui, supportate da adeguate iniziative, per riequilibrare in qualche modo lo strapotere dei centri commerciali. In quest’ottica aderisco all’associazione Le Nuove Vie, che si propone di promuovere il “Centro Commerciale Naturale” formato dai negozi cittadini: uno strumento di discreto guadagno è il concorso “Vivi il Natale a Gorizia”, che consente di partecipare all’estrazione di premi di valore messi a disposizione dai commercianti, come la planetaria KitchenAid Artisan o l’estrattore Kuvings B6000. Dobbiamo accettare che purtroppo i “bei tempi” sono finiti e che soffriamo a causa della concorrenza delle grandi strutture e della Slovenia ma il successo di un imprenditore si misura da una sinergia di forze: l’impegno personale, la collaborazione con gli altri negozianti, la consapevolezza degli abitanti che l’acquisto in città è un sostegno alla crescita comune e la vivacità politica. Francamente mi aspetto di più in questo senso. Un’idea vincente a Cividale è “Lo sbaracco”, dove è possibile acquistare merce a prezzi favorevoli in banchetti antistanti ai negozi aderenti. E’ paradossale ma i grandi eventi come Gusti di Frontiera o la fiera di Sant’Andrea non portano molti benefici ai negozianti, perché il pubblico ha altri interessi; èStoria invece è più fruttuosa. Bisognerebbe ragionare su un rilancio originale o, almeno, coinvolgere i commercianti negli eventi di strada per evitare che se ne stiano tristemente dietro i vetri oscurati dai chioschi o addirittura a casa a guardare passare una fiumana di gente che non porta alcun guadagno. Altro tasto dolente sono i prezzi degli affitti, su cui a mio avviso l’amministrazione comunale dovrebbe tentare una mediazione: fare squadra con i proprietari degli immobili è fondamentale. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


A Monfalcone la grande antologica del “goriziano” Crali Un’occasione persa per promuovere cultura e turismo

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ccome se me la ricordo, quella mattina del 1992 nel Municipio di Gorizia. Ero lì casualmente, in segreteria, per parlare col nuovo sindaco Erminio Tuzzi, che aveva sostituito Antonio Scarano, dimessosi il 24 gennaio dopo 12 anni alla guida dell’amministrazione comunale. C’erano assessori che andavano e venivano. A un certo punto, Scarano fece irruzione nella stanza, brandendo un misterioso pacchetto. “Guardate qua che cosa avete combinato” – esclamò l’ex sindaco, paonazzo – rivolgendosi, in particolare, a un giovanissimo Rodolfo Ziberna, allora assessore alla Cultura, rimasto al suo posto dopo l’avvicendamento del primo cittadino (Tuzzi fu l’ultimo sindaco non eletto direttamente dal popolo). Nel piccolo involucro che Scarano avrebbe tirato volentieri in testa a qualcuno, c’era il sigillo trecentesco della città che il Comune aveva donato a Tullio Crali, l’ultimo dei Futuristi, l’aeropittore che – goriziano d’adozione (visse nella nostra città dal 1922 al 1946) – abitava da tempo a Milano. Crali, a sua volta imbufalito perché stava vedendo naufragare il progetto di una grande mostra antologica in suo onore al Castello che il Comune gli aveva proposto l’anno prima, aveva deciso di rispedirlo polemicamente al mittente, e Scarano – amico dell’artista, col quale scambiava un fitto epistolario – se l’era visto recapitare quella mattina dal postino, nell’abitazione di via Angiolina. Ziberna sbiancò in viso e, come gli altri astanti, ascoltò attonito la sfuriata dell’ex primo cittadino. La frittata, ormai, era fatta. “Non c’erano i soldi sufficienti – afferma, a 27 anni di distanza, l’allora assessore socialdemocratico diventato sindaco di Forza Italia – e per questo avevo deciso di rimandare la mostra all’estate del 1993 quando ci sarebbero state più certezze sulla copertura economica. Intanto sarebbe stato stampato il catalogo”. In tempi in cui cellulari e whatsapp erano ancora entità sconosciute, vi furono probabilmente non pochi difetti di comunicazione. Lo si evince dalle lettere che Crali indirizzò a Scarano e a Tuzzi. “La scortesia non si prende la briga di informarmi di quanto succede – scriveva l’82enne artista che da ragazzo, quando abitava con i genitori in piazza Vittoria,

di Vincenzo Compagnone correva al campo d’aviazione di Merna per disegnare, sui cartoni acquistati dal “sior Clemente”, in via delle Scuole (ora via Mameli) quegli aerei che tanto lo affascinavano –. Se un vaso va in pezzi, per quanto si cerchi di aggiustarlo, rimane sempre un vaso rotto. Per principio non chiedo niente se non franchezza e rispetto. Onori e glorie non mi interessano. A me piace pensare e lavorare, il resto mi disturba, e così anche la mostra di Gorizia. S’era impegnato il Comune, ma dopo un anno non un pezzo di carta mi era stato indirizzato. Niente. Solo parole, parole e poi da ultimo neanche quelle. Sono stato messo da parte, trascurato, ignorato. Questa medaglia per me non significa più niente. Si chiude un capitolo di vita costatomi un anno di lavoro preparatorio e le spese di risarcimento all’architetto (Claudio Rebeschini di Padova, incaricato di curare l’allestimento della mostra, ndr). Ora tutto è messo da parte e sono tornato ai miei quadri sulle

Tullio Crali, il maestro dell’aeropittura. In copertina il suo dipinto “Prima che si apra il paracadute”

Frecce Tricolori. Con loro trovo l’ossigeno che mi serve. Mi tengo lontano dalle poltrone e stringo la mano agli amici”. Certo, Crali era un tipo un po’ particolare, come mi confermò Maria Masau, allora direttrice dei Musei provinciali (che, a sua volta intrattenne un carteggio con l’artista): “Non era semplice accontentarlo, voleva un passaggio delle Frecce tricolori, il suo ultimo amore, sopra il Castello il giorno dell’inaugurazione

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della mostra”. Ma chissà, forse con un po’ di tatto e di diplomazia, tutto si sarebbe potuto fare. O, forse, a volte, dedicare una personale a un artista è molto più facile da morto che da vivo. Tutti questi episodi mi sono tornati alla mente quando ho letto della grande esposizione “Crali e il Futurismo. Avanguardia culturale” inaugurata alla Galleria d’Arte contemporanea di Monfalcone (a curarla è l’attivissimo Marino Degrassi) e che resterà aperta fino al 12 maggio. Dalle eredi dell’artista originario della Dalmazia ma trasferitosi a Gorizia a 12 anni (la nuora Anna Bartolozzi di Macerata, vedova dell’unico figlio, Massimo, morto nel 2008 e le nipoti Marzia, Vibia e Lavinia) Degrassi ha ottenuto il prestito di 84 opere appartenenti al fondo personale di Crali, esemplificative di 70 anni di attività. Abbiamo letto di Monfalcone che, da città industriale per eccellenza, vuol fare della cultura un motivo di arricchimento e crescita. Ottimi e legittimi propositi ma… Gorizia? Molta acqua è passata sotto i ponti. Questa mostra, eccellente spot promozionale per il territorio e l’asserita vocazione culturale goriziana, si sarebbe potuta fare nella nostra città (solo per inciso notiamo che Ziberna e Degrassi fanno parte dello stesso partito, Forza Italia, e si suppone che parlino fra loro) ma evidentemente il poliedrico Marino, che da noi organizza, al Santa Chiara, un’altra esposizione dedicata a Francesco Giuseppe, ha trovato terreno più fertile e accogliente nella città dei cantieri. Nemo propheta in patria: Crali, morto a 90 anni nel 2000, si prefiggeva in vecchiaia tre obiettivi: una grande antologica in Castello, donare il grosso delle sue opere ai Musei provinciali di Gorizia (e invece sono finite al Mart di Rovereto e poi a Macerata) e tornare a Gorizia per l’ultimo riposo. Aveva già disegnato e comprato la tomba. Ora è sepolto a Macerata, con la moglie Ada e il figlio, e noi – campioni delle occasioni perse - ci ritroviamo con ben poco di suo: la meritoria attività del Centro culturale a lui intitolato e fondato dal suo ex allievo Dario Mulitsch nel 2003, la Galleria d’Arte di via Diaz che porta il suo nome e opere sparse un po’ dovunque, come il grande affresco al primo piano dell’ex Casa del Mutilato, all’angolo di via Cascino. Ma di una grande mostra (“riparatoria” di quella mancata del 1992) neanche l’ombra. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Il mondo di Frank: “Prima noi!” “Noi chi?” di Giorgio Mosetti

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enerdì è giorno di spesa. Così mi vesto, strizzo l’occhio a Nick acciambellato sul divano e schiocco le dita davanti allo sguardo fisso di mio nipote. Leon solleva la testa. Chiude il libro di fisica quantistica e mi segue. Montiamo in macchina e facciamo i duecento e rotti metri che ci separano dal supermercato. Lo so. La volta scorsa avevo detto che non ho più la macchina perché non mi rinnovano la patente a causa dei miei problemi fisici. Beh, ho mentito. Come del resto faccio molto spesso. Quindi è meglio se vi ci abituate. Che poi, se proprio vogliamo, tecnicamente è stata solo una mezza bugia. Perché se è vero che ho ancora la macchina, è altrettanto vero che la patente non vogliono proprio rinnovarmela. Ma diamine, mi farò mica fermare da un fottuto pezzo di plastica? In fondo non esco mai dalla città. I miei giri si limitano al bar per qualche birra, al tabaccaio per le sigarette e al supermercato. Proprio come oggi. Nel parcheggio non c’è neanche un buco, così mi tocca girare a vanvera. Altra cosa che mi manda in bestia. È in momenti come questi che detesto i goriziani. Possibile che debbano prendere la macchina anche per andare al cesso? Ogni tanto, per tirarmi su, provo a immaginare come sarebbe bello scorrazzare per le strade della città se tutti quegli idioti si abituassero a camminare. Finalmente trovo uno che se ne va. Mi infilo, faccio scendere Leon e ci dirigiamo verso l’ingresso. Vi dirò la verità: detesto andare al supermercato. Il problema è che proprio non ce la faccio a sopportare la gente. Facce su facce che dicono tutto e niente. Carrelli pieni di roba che dicono troppo. File interminabili alla cassa per colpa del rompiballe di turno che paga il conto con diciotto buoni pasto. Non se ne esce. Così raccatto di corsa le quattro cose che mi servono. Perlopiù si tratta di cibi precotti, un po’ di birre, una barretta di cioccolata per Leon e, ov-

viamente, le crocchette per Nick. Poi mi avvio alla cassa. La cassiera mi sorride. Non lo so perché. Credo debba. Credo che tutti in questo mondo debbano sorridere più di quanto abbiano veramente voglia di fare. O forse no. Forse sono io quello storto. Già, credo sia qua il nocciolo della questione. IO e LORO. Il problema è che io sono solo, mentre loro, gli altri, sono tantissimi. E ogni giorno se ne aggiungono altri ancora. Mio Dio, è una battaglia persa. Pago, montiamo in macchina e facciamo i trecento e rotti metri fino dal bar. In fondo alla sala vedo Mario, un vecchio compagno di scuola. E già mi girano le balle. No, non è una cattiva persona, è solo che parlare con lui è come leggere l’enciclopedia dei luoghi comuni. Credo di non averlo mai sentito formulare un pensiero tutto suo in settant’anni. Così mi giro dall’altra parte e… “Frank!” Accidenti. Mi volto e gli sorrido. Proprio come la cassiera. “Ehi, Mario. Come butta?” “Bah, la solita tiritera. E questo giovanotto chi è?” “Leon, mio nipote”. “Accidenti! Il figlio di Alice?” “Sì”. “Ma guarda com’è cresciuto”. “…” “Eh, gli anni volano. Volano eccome. Mi pare ieri che vedevo Alice incinta. E adesso… ma quanti anni hai?” “Dodici”, fa Leon. “Dodici! Accidenti. Eccome se volano”. “…” “E tu, Frank? Tutto bene?” “Non mi lamento”, taglio corto. “Eh, sicuro. Con quella bella pensione da geometra che ti ritrovi”. “Bella mi pare una parola azzardata”. “Dai, finiscila di lamentarti. Pensa io che devo tirare avanti con quei miseri millecinquecento euro al mese”. Ecco. E in momenti come questi che mi piacerebbe sentire l’odore del napalm al mattino. “C’è gente che vive con molto meno”, butto lì, pentendomi di avergli dato corda. “Certo, chi dice il contrario? Ma il problema lo sappiamo tutti dov’è, no?” “Dici?” “Certo! In tutti sti immigrati che vengono qua a rubarci il lavoro”. “…” “Che poi, fosse solo per quello… ma il peggio è che vogliono pure imporci la loro cultura”. “…” “Vedrai se non è vero che tra qualche anno saremo tutti musulmani”. “…” “Vedrai”. E niente. C’ho provato a trattenermi. “E quindi secondo te cosa dovremmo 4

fare?” rilancio. “Guarda, per prima cosa dovremmo compattarci”. “Chi?” “Come chi? Noi occidentali. E fare fronte comune in difesa dei nostri valori cristiani”. “Ma per occidentali intendi anche l’America?” “Ovvio!” “Anche se spesso ci prevarica?” “Beh, ragione di più per restare uniti noi europei”. “Nonostante le divergenze tra latini e paesi nordici?” “Guarda, su questo sono fiducioso. Sebbene quei vichinghi dovrebbero capire che noi non ci lasceremo mai mettere i piedi in testa”. “Beh, anche se tra italiani e francesi…”. “E qua ti fermo subito. I francesi non li ho mai sopportati. Spocchiosi, con la puzza sotto il naso. Non fosse stato per Cesare si curerebbero ancora con gli intrugli dei druidi”. “Però oltre ai romani ci sono stati pure i greci”. “Greci? Ma fammi il piacere. Sempre a pensare senza mai fare un cacchio. Noi italiani avremmo dovuto spezzargli le reni quando potevamo”. “Però hanno portato la cultura in Sicilia”. “Ecco, appunto. Sicilia. Ma ti pare che noi qua abbiamo qualcosa in comune con quelli?” “Beh, molti meridionali sono venuti a lavorare qui”. “Esatto. A rubarci il pane. Come se non bastassero già tutti sti slavi”. “Ma gli sloveni vivono qui da sempre, proprio come gli italiani. Lo stesso nome della città deriva dallo sloveno”. “Ma per favore. Gorizia ti sembra una città slovena? Prova ad andare in Yugo, e poi mi sai dire”. “In effetti Gorizia è bella, e si vive pure bene”. “Già, a parte a Straccis”. “Cosa c’entra Straccis?” “C’entra, c’entra. Tutte le volte che noi dell’Audax ci andavamo a giocare quei teppistelli dell’Azzurra pensavano solo a menarci”. “…” “Maledetti”. “…” “…” “Mi scusi signor Mario…” fa improvvisamente Leon. Mario pare sorpreso. Io no. Per questo il mio volto si dilata in un meraviglioso ghigno. “Dimmi ragazzo”. “Ma lei lo sa che la velocità della luce ha sempre lo stesso valore, indipendentemente dall’osservatore?” “…” L’ho già detto, vero, che è un genio? (2- Continua) ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Il nonno, la mamma, lo zio… ecco la “dolce” storia della fabbrica di cioccolato di San Rocco

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l nonno Arnoldo aveva un modo di raccontare che non esiste più. Quando parlava dei tempi in cui aveva iniziato a lavorare come cioccolataio da Salza, la migliore pasticceria di Pisa il cui marchio esiste tutt’oggi, con le sue parole riusciva a ricreare le immagini del laboratorio. Lo stesso accadeva con la nonna Carolina (per tutti Eda), che immaginavo con un atteggiamento di disapprovazione stampato sul volto mentre cerava di non far caso alle colleghe intente a riempirsi di nascosto le tasche di dolci. In quelle stanze, che figuravo un po’ buie, nonno aveva imparato a temperare il cioccolato, a miscelare nelle giuste dosi cacao, zucchero, burro di cacao per dargli le forme più diverse. Era poco più di un ragazzino quando aveva iniziato a lavorare con suo fratello, diventato poi uno dei pasticceri di punta di Salza. E ragazzino continuava a considerarlo suo padre anche dopo che era diventato padre a sua volta. Per questo aveva deciso di allontanarsi da quella casa colonica nel centro di Pisa, affollata dalla presenza dei genitori e degli altri quattro fratelli, per seguire la strada di un collega che aveva tentato fortuna trasferendosi a Gorizia.

di Eliana Mogorovich 1954 e l’arrivo da Pisa nel 1954 della bisnonna Emma (più nota come Desdemona), anche lei coinvolta in questa fase primordiale della ditta per incartare rigorosamente a mano i cioccolatini assieme a mia mamma, ancora bambina, e alla nonna. Nel 1959, finalmente, il trasferimento in via Lunga, nel cuore di San Rocco, dove viene fondata la “Carelli e Govoni” e, nel 1960, nasce mia zia. Comincia così una nuova avventura data dalla collaborazione con un socio emiliano e in cui è sempre coinvolta la famiglia al completo, ampliatasi grazie all’assunzione di quindici dipendenti (tutte donne) che ancora ricordano con affetto e nostalgia quei momenti pionieristici. Il capannone, situato al civico 46, era una struttura piuttosto semplice: ma è lì che il nonno ha creato alcuni dei suoi prodotti di punta fra cui i Boeri, riuscito connubio fra liquore e cioccolato fondente, che ancora campeggiano su alcuni banconi di bar in tutta Italia. E poi il Nocciolato (crema gianduia che avvolge la nocciola dentro un guscio di cioccolato), il Nociocco (un piccolo quadrato di cioccolato al latte guarnito di nocciole intere), la Fatina, la Fantasia (selezione di cioccolatini al latte) e per un breve periodo persino le caramelle.

mai di no. Dal 1972 la mamma e lo zio lavoravano stabilmente nella ditta dove, per gioco, faceva capolino pure la zia. E persino io, portata fra le braccia della bisnonna. Così è continuato anche quando, nel 1977, la ditta è stata trasferita nella zona industriale alle porte di Sant’Andrea dove ancora si trova. Dai tempi di via Lunga ha cambiato due volte nome: dapprima, ritiratosi il socio Rigoberto Govoni (di San Giovanni in Persiceto) nasce la Dolciaria Carelli, avventura in solitaria del nonno proseguita fino al 1° settembre 1982 quando è stata creata la Gordol (acronimo di Gorizia Dolciaria) frutto dell’incontro col nuovo socio cremonese Roberto Bonetti. Continuando a sperimentare con i pentolini nella cucina di casa, il nonno ha creato nuovi prodotti: dal Cherrynut (quadratino con ciliegia e liquore affiancato a una parte con la nocciola), al Goleadì (antenato “rotondo” dell’attuale Pick Up), dal CioccoWaf (wafer ricoperto di cioccolato) al Poker (pralina ripiena di riso soffiato). Nel 1989 lo stabilimento si è affiliato al gruppo Barilla, diventando base produttiva dei Baiocchi (diversi da quelli ancora in commercio) e aprendo il primo spaccio, ricavato nei locali della fabbrica, per lo smercio dei prodotti esteticamente malriusciti. In quel periodo è cominciata anche la produzione della crema alla nocciola, spesso snobbata dai clienti perchè considerata imitazione della più celebre crema Ferrero e non all’altezza del suo gusto.

Nel 1952 arriva in una città che, a quei C’era un continuo viavai, nel periodo patempi, si pensava fosse contigua a squale, nel cortile di via Lunga. In molti Trento, causa le memorie ancora ben chiedevano di poter acquistare le uova vive della Grande Guerra nella quale il o le originali confezioni in cui l’uovo bisnonno, bersagliere, aveva combattuto veniva abbinato alla campana, il tutto ottenendo l’onorificenza di cavaliere. incartato in colorate stagnole con nastri Arriva da solo, per trovare un lavoro e infiocchettati ancora a mano e ingentiliti una sistemazione prima di farsi ragda rami di fiori primaverili che abbiamo giungere dalla nonna e da mia mamma, conservato a lungo. Spesso poi arrivavaAl pari del punto vendita, anche la ditta di appena due anni. Era il 31 agosto del no presidenti di associazioni cittadine a si è ingrandita, ma ha pure cambiato 1952, fatalmente la stessa data del grande chiedere una donazione di dolci in vista proprietario restando al solo socio che bombardamento di Pisa del 1943. Sono di ricorrenze: e il nonno non diceva ha trasferito il nome Witors, proprio stati anni molto duri, in cui il del suo stabilimento di nonno ha più volte cambiato Sommacampagna, a quellavoro prima come dipenlo goriziano. È successo dente poi iniziando a istituire perchè, al di là dell’impesocietà con colleghi che, talgno e della passione che volta, erano anche coinquilini ci metteva, al nonno ciò nelle varie sistemazioni in che stava più a cuore era diversi rioni cittadini: da via la famiglia. E così, per Cascino a via Cavalleggeri poter star vicino a mia zia di Lodi e via del Rafut dove che nel frattempo si era ha effettivamente iniziato la ammalata, ha deciso di sua attività di imprenditore rinunciare al suo sogno. dolciario. Non ha cominciato Un sogno lungo una vita da un magazzino o da locali e forse più, visto che in attrezzati, ma dalla cucina tanti lo ricordano per di casa dove temperava il il suo carattere burbero cioccolato in un tegamino di ma generoso, capace di alluminio che ancora consercreare una famiglia anche viamo come simbolo della nell’ambiente di lavoro. sua tenacia e intraprendenza. La famiglia si era allargata ©RIPRODUZIONE 1962: davanti alla fabbrica di via Lunga la famiglia Carelli al completo per la nascita di mio zio nel RISERVATA

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in aspettativa per sei mesi”.

Pronto soccorso: da aprile Cominotto va a Trieste di Vincenzo Compagnone

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are avesse detto “No, grazie”, il dottor Franco Cominotto, primario del Pronto soccorso dell’ospedale di Gorizia, quando, per la prima volta, il commissario straordinario dell’Azienda sanitaria Bassa Friulana-Isontina, Enrico Poggiana, gli aveva chiesto di andare a dirigere il reparto unificato del Pronto soccorso e della Medicina d’urgenza a Cattinara (Trieste). Un incarico sicuramente di maggior prestigio, ma non esente da incognite e, soprattutto, foriero di un maggior impegno. Non a caso il ruolo era rimasto vacante per l’abbandono del dottor Roberto Copetti, che dopo un anno di primariato aveva preferito tornarsene nella più tranquilla Latisana (dove, curiosamente, era alla guida di una valida equipe di medici della quale faceva parte, fino all’aprile del 2017, lo stesso Cominotto). Ma, narra la leggenda che a far cambiare idea al primario goriziano sia stata una telefonata di Gianfranco Sinagra, potente “boss” della Cardiologia triestina, le cui pressioni avrebbero convinto Cominotto a tornare sulle sue decisioni. E così, alla seconda chiamata di Poggiana, il dirigente del Pronto soccorso ha fatto retromarcia: “Ok, ci vado. Però mi metterò

E così, fra un mesetto, dallo scacchiere del San Giovanni di Dio sparirà una delle pedine più brillanti: non è un mistero che, sotto la guida del dottor Cominotto, dal maggio del 2017 ad oggi il Pronto soccorso abbia compiuto un ragguardevole salto di qualità, a livello di organizzazione, di riduzione dei tempi di attesa, di gestione dei casi clinici. Facciamo un passo indietro: dopo la scomparsa del dottor Giuseppe Giagnorio, per quasi un anno e mezzo, il reparto aveva vissuto in affanno, retto “a scavalco” dal dottor Alfredo Barillari, primario di Monfalcone. Un ottimo medico che peraltro, dovendo “sdoppiarsi” (parte della settimana al San Polo e parte al San Giovanni) non poteva evidentemente garantire il top del “rendimento”, per usare un termine sportivo. Finalmente, a metà del 2017 un concorso dai tempi insolitamente lunghi aveva premiato il dottor Cominotto. Giovane (aveva 49 anni) determinato e con le idee molto chiare sull’organizzazione del servizio, il medico originario di Ronchis – che all’epoca dirigeva il punto di primo soccorso di Lignano Sabbiadoro – aveva subito impresso una svolta all’attività del reparto, pur senza avanzare particolari pretese a livello di potenziamento dell’organico. Del salto di qualità, da allora fino ai giorni nostri, hanno beneficiato prima di tutto i pazienti ma anche medici e infermieri (una delle doti che vengono riconosciute e Cominotto è quella di essere un gran motivatore). Non solo. La sua capacità di gestire in reparto casi anche non semplici, avvalendosi dei posti letto dell’osservazione temporanea, aveva “sgravato” non poco anche il lavoro degli altri reparti ospedalieri, primo fra tutti quello di Medicina, già di suo costantemente saturo di ammalati.

Franco Cominotto, primario del Pronto soccorso dell’ospedale di Gorizia Insomma, dire che la prossima partenza di Cominotto sia stata accolta con forte dispiacere in ospedale, non è certo un’esagerazione. Ma ora che succederà? Il commissario straordinario Poggiana si è impegnato a reperire un sostituto all’altezza. Già, ma ci vorrà un concorso. 6

E il concorso non potrà essere bandito prima di sei mesi (la durata dell’aspettativa di Cominotto, che in teoria potrebbe anche decidere di tornare sui suoi passi). Nel frattempo i 9 medici che lavorano in reparto saranno guidati con ogni probabilità dal “dottore anziano”, il bravo Lorenzo Armini, come già accaduto in passato. Barillari, da noi interpellato in merito alla possibilità di un nuovo incarico a scavalco, ha sostanzialmente escluso l’ipotesi: “Nessuno mi ha chiesto niente” ha tagliato corto. Non è un mistero, tra l’altro, che il friulano Barillari intenda partecipare, con buone chance, al prossimo concorso per la copertura del posto di primario all’ospedale Santa Maria della Misericordia di Udine. Che dire? A livello politico, l’opposizione in consiglio comunale si è subito fatta sentire, interpretando il “dirottamento” di un pezzo pregiato come Cominotto a Trieste alla stregua di un primo, preoccupante segnale di quello che potrebbe essere il futuro della sanità goriziana, succube di quella triestina nell’ambito della nuova AsuGi (Azienda sanitaria universitaria giuliano-isontina) che nascerà dopo il periodo di commissariamento della vecchia azienda. “Le eccellenze se ne vanno – ha tuonato il Partito democratico col capogruppo consiliare Marco Rossi, Devid Peterin e Adriana Fasiolo, medico di famiglia le cui analisi in tema sanitario sono sempre competenti e puntuali – e vengono fagocitate dalla sanità triestina. E’ questo il timore che abbiamo più volte denunciato ed è un grave segnale di quanto poco conti il nostro territorio. Proprio qui dove non ci sono specialità di primo livello c’è un assoluto bisogno di un Pronto soccorso d’eccellenza che dia la doverosa sicurezza alla popolazione goriziana. Oltretutto si era da poco iniziato un progetto di presa in carico al Pronto soccorso di pazienti con patologie che necessitano di un’osservazione” a “medio-alta intensità” e che, pur non abbisognando di terapia intensiva, necessitano di un monitoraggio che una degenza in reparto non può garantire. Il trasferimento del primario ci sottrae anche questo importante progetto di tutela dei casi gravi, e non è poca cosa”. Ma a protestare e a manifestare preoccupazione è stato anche il capogruppo di Forza Italia Fabio Gentile, che segue sempre con attenzione le vicende della sanità. Ed è molto vicino al sindaco Ziberna che si è limitato a commentare “Cominotto ha fatto una scelta professionale che va rispettata”. Ci saremmo aspettati qualcosa di più. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Santinelli, “mister BioLab”, sul Festival vegetariano: non si è capito che poteva generare un turismo moderno

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on Massimo Santinelli, titolare di una nota industria alimentare, la BioLab, e di un’azienda agricola che produce la Rosa di Gorizia, ci vediamo raramente e ci sentiamo ancora meno, impegnati entrambi nelle nostre attività imprenditoriali. Ma siamo entrambi sensibili a ciò che accade nella comunità in cui viviamo e questo ci ha portato anche a condividere un impegno civico che abbiamo sentito come doveroso. Massimo risponde ai miei messaggi la sera tardi e io gli scrivo la sera tardi del giorno dopo: “Non posso domani, sarò in Veneto”....”Mi spiace ma stavolta non posso io, sarò a Milano”, ma ora finalmente riusciamo a vederci, dopo che gli avevo detto che volevo andare da lui per parlare di impresa a Gorizia. Impresa: beh, guardare al passato sarebbe stato facile: i Ritter e le loro industrie tessili, le maioliche dei Bratuz, Gorizia e il Travnik nel mercato del bestiame del ‘600’700. Ma meglio evitare questi racconti, anche se è utile studiare un po’ di storia economica della città per capire cose che altrimenti sfuggono. Facile anche cadere nella nostalgia guardando ai successi economici più recenti: gli anni d’oro del commercio tra il ‘60 e il ‘90, quando Gorizia era il terminale emporiale per tutta la ex Yugoslavia. O raccontando gli splendori della zona franca, in campo liquoristico, dolciario e alimentare, ma anche nell’autotrasporto, agevolato dai celebri buoni di gasolio. O, ancora, le linee ferree nell’import/export con i paesi dell’est, che passavano dalle sole mani della minoranza slovena e che giravano attorno a pochi santuari, dalla Kmecka Banka alla Kreditna banka o ad altre istituzioni finanziarie scomparse. Sarebbe stata una storia di Gorizia caratterizzata dal rimpianto, ma poco utile nel tentativo di creare qualche solida consapevolezza. L’obiettivo era diverso: provare a parlare di qualcosa che leghi assieme tre parole: Gorizia, Futuro, Impresa e per questo ho incontrato un’”eccellenza” goriziana come Massimo Santinelli. Raccontati da solo - gli dico - e lui non si fa pregare. “Sono nato a Gorizia nel 1964, da un padre finanziere marchigiano e da una madre di Lucinico, come la nonna. Mio nonno invece era pugliese, origini che

di Lucio Gruden sento molto, perché lui venne qui a Gorizia a combattere e poi fu infoibato: si chiamava Nicola Antonacci. Oggi sono papà di Teresa che ha un anno e mezzo ed è il sole di ogni mia giornata. Tu mi conosci, gli stimoli non mi mancano, ma con Teresa e la famiglia che ho, sono ancora più motivato”. Lo so, perché sei un tipo riservato con un understatement che ho sempre apprezzato. “Penso di essere una persone semplice, uno che a vent’anni è andato a lavorare in fabbrica nel Manzanese come operaio e che poi nel 1991 ha iniziato l’avventura di BioLab, per pura passione e qualche speranza economica. Adesso la mia azienda è ancora piccola, con 9 milioni di fatturato, ma vi lavorano 70 persone e il 40% lo esportiamo nei paesi europei, mentre il resto va in tutta Italia, soprattutto nella grande distribuzione. Produciamo una linea bioproteica - mercato in enorme crescita - e una linea rivolta alla valorizzazione della Rosa di Gorizia e del formaggio Montasio. A ciò si è aggiunta l’azienda agricola che produce la Rosa di Gorizia e che conta un’altra decina di persone”. Vorrei che mi parlassi del Festival vegetariano, che hai ideato e condotto tra il 2010 e il 2015. “Beh, allora parliamo proprio di Gorizia e dei suoi limiti”. Perché? “La nostra città ha enormi potenzialità in campo turistico, inesplorate e facilmente collegabili al bien vivre più moderno, che è quello di un ritorno al gusto per il territorio, alla misura per assaporarlo, per viverlo e conoscerne la storia, appassionandosi alla comprensione del tempo in cui viviamo. Questo confine che non è più un confine, per tutte le sue caratteristiche avrebbe enormi potenzialità di raccontarsi, se solo volesse intercettare una nuova domanda che esiste e che cresce rapidamente”. Avrebbe? “Si, perché vedi, il Festival Vegetariano ebbe un enorme successo, con trentamila visitatori accertati, ma costava molto e io, che pure ci investivo una parte consistente, da solo non ce la potevo fare. E così ho dovuto desistere. Ma quella

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manifestazione poteva sviluppare un nuovo approccio al turismo, una visione del territorio con al centro la città e l’oltre confine, l’Isonzo, il Collio e il Carso, valorizzando la nostra storia ma anche il vino, la gastronomia, l’ambiente, il relax e quella lentezza che sta diventando un valore assoluto. Però serviva uno sguardo più lungo e un gioco di squadra, in una comunità di intenti che non c’è stata, sia per pigrizia ma anche per mancanza di attitudine”. Tutto chiaro. E la Rosa? Massimo snocciola i numeri della produzione (che vi risparmio: sono piuttosto piccoli e dunque da utilizzare più per caratterizzare l’offerta del territorio che per fare enormi guadagni diretti) e osserva: “Oggi la Rosa di Gorizia è un marchio collettivo, c’è stata una sentenza in tal senso ed è giusto così. Bisognerebbe valorizzare il marchio in modo strutturato, ma per farlo servirebbe il contributo di tutti, istituzioni e privati, senza alimentare divisioni. Vi sono, inoltre, altre iniziative con differenti numeri potenziali (la Rosa dell’Isontino, ndr) con cui bisogna ragionare. E c’è da chiedersi chi la produrrà in futuro se i giovani non si avvicinano ad essa. Ma, comunque sia, pensare di non costruire un percorso di integrazione tra le meraviglie del nostro territorio e la Rosa di Gorizia è da sciocchi, sia sul piano imprenditoriale, sia su quello della gestione della cosa pubblica”. Ci scambiamo qualche altra informazione e Massimo mi cita il museo M9, che la Fondazione Venezia ha sviluppato a Mestre (non a Venezia!), esempio di come raccontare il tempo, in quel caso il ‘900. Andrò a visitarlo, gli dico, e conveniamo sul fatto che la nostra città potrebbe raccontare se stessa non solo nel secolo breve, ma nei suoi oltre mille anni di storia e nei suoi 6 confini, con enormi profitti economici. Squillano contemporaneamente i nostri cellulari. Lo chiamano per il suo stand del Biofach a Norimberga, mentre io metto in pausa la mia chiamata, così ci stringiamo la mano e ci salutiamo. Salgo in macchina e l’occhio mi cade sul titolo del quotidiano locale. Parla dei sottoutilizzati padiglioni del quartiere fieristico e recita: “Chi ha idee, si faccia avanti”. Frase emblematica e segno dei tempi, mi dico, e l’amaro mi sale in bocca. Non assomiglia a quello della Rosa di Gorizia. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Gorizia, quale futuro? / 1 Non meritiamo di diventare lo scantinato di Udine o Trieste

una quadra si doveva trovare sempre, si doveva trovare sempre un modo per stare assieme nell’interesse esclusivo dell’Isontino tutto. Quel modo di fare politica ed amministrazione aveva portato alla costruzione del Cisi (Consorzio isontino servizi integrati) , alla nascita di Iris (Isontina reti integrate e servizi) , alla realizzazione di un sistema di servizi

di Ilaria Cecot*

Ilaria Cecot, ex assessore provinciale

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n questi mesi mi è capitato di pensare molte volte al caro Ettore Romoli, non solo l’affetto che mi legava alla persona ma anche per la stima che provavo per il politico.

Potrà sembrare strano, perchè durante il mio mandato da assessore provinciale sono stata una ferma oppositrice delle sue politiche (o non politiche) migratorie ma oggi la statura politica di Ettore manca a Gorizia e alla Provincia tutta come l’aria, quell’aria in assenza della quale il nostro territorio rischia di morire soffocato dal vuoto pneumatico in cui è caduta una intera classe dirigente, malata di narcisismo e poco adeguata per gestire l’importante partita della contro-riforma delle autonomie locali. Romoli, e anche l’ultimo Presidente della Provincia di Gorizia, Enrico Gherghetta, ci avevano insegnato che, al di là della appartenenza politica, poi

provinciale che è ancora oggi un’ eccellenza regionale. Ma adesso tutto rischia di andare a pezzi. L’Isontino è come un bambino indifeso tirato per le braccia da due genitori litigiosi ed egoisti: da una parte il sindaco di Gorizia Rodolfo Ziberna che si fa corteggiare dalla Udine forzista e dall’altra Anna Cisint, sindaca di Monfalcone, che non nasconde il compiacimento per le avances dalla Trieste leghista. Insomma la lotta intestina tra Forza Italia e Lega e le legittime ambizioni dei due sindaci più importanti rischiano di devastare questo nostro territorio, che non merita di essere relegato a scantinato di Udine o di Trieste, questo nostro territorio ancora una volta devastato, oltretutto, dall’antica rivalità tra Gorizia e Monfalcone. In palio, inoltre, per il vincitore c’è il ruolo di leader del centro/destra che fu di Romoli: ma, spiace dirlo, quel posto resterà ancora vuoto per molto tempo, poichè ai due contendenti manca la dote più importante: la capacità di mediare con gli altri 23 sindaci della provincia, la capacità di essere per loro un punto di riferimento. Che cosa avrebbe fatto Ettore in questa situazione? Me lo sono chiesta più volte e alla fine mi sono data questa risposta che, credo, sia la più semplice. Avrebbe convocato a Gorizia tutti i 24 colleghi della provincia, avrebbe condiviso un percorso politico per gestire la situazione , si sarebbe assunto la responsabilità di rappresentare tutti, da Dolegna a Grado e avrebbe 8

arginato le manie di protagonismo e le mire “secessioniste” di chiunque. Ed invece no, i nostri aspiranti leaders del centro-destra isontino continuano la loro guerra fredda , camuffata da un’imbarazzante fairpay , rispondendo ai loro partiti piuttosto che ai loro cittadini. Non a caso, infatti, Ziberna,dopo aver fatto approvare (all’unanimità, col voto favorevole, quindi, anche delle opposizioni) un ordine del giorno dal consiglio comunale che invoca l’unità e l’autonomia del territorio, si dimentica del mandato politico ricevuto dal consiglio, che lo ricordo, rappresenta il volere del popolo e risponde quasi gongolante all’occhiolino strizzato da Udine. Un fatto, a mio avviso, gravissimo, che meriterebbe una mozione di sfiducia. Perchè non si è Sindaco per imposizione divina ma per volere popolare e al popolo si deve rispondere, sempre. I presupposti, quindi, con cui ci apprestiamo ad affrontare questa delicata partita sono davvero sconfortanti ma nel nulla generale , per fortuna, sono emersi anche degli elementi positivi. In primis, il ruolo centrale che sempre più stanno assumendo i sindaci di Cormons e Grado, rispettivamente Roberto Felcaro, esponente del centro-destra (attenzione al detto che tra i due litiganti il terzo se la gode, parlando di leaders) e Dario Raugna, espresso dal centro sinistra. Due sindaci della provincia che difendono la provincia e Gorizia capoluogo, una novità importante che lascia ben sperare, se mai l’ente intermedio rivedrà la luce. L’altro elemento di positività è la riscoperta di un’identità isontina. Le persone si stanno mobilitando per difendere un territorio alla mercè di politica e poteri economici, in tal senso è nato infatti un Comitato Civico Per la Difesa Della Provincia di Gorizia , aperto, apartitico e trasversale che nei prossimi mesi porterà avanti questa battaglia del territorio per il territorio, mobilitazione, informazione,fino ad arrivare a chiedere, se sarà necessario, un referendum. Io credo che solo la gente potrà fare la differenza, solo le persone potranno cambiare il destino, ormai scritto di questa Provincia ma se ce la faremo a salvarla, tutti assieme, poi sarà il caso di pensare anche a che cosa vogliano diventare da grandi, questa però è un’altra storia ... Concludo, ricordando ancora una volta Romoli , mutuando una frase dell’Odissea pronunciata dall’eroe mitologico di cui portava il nome : ““Zeus e voi altri dei, rendete forte questo mio figlio. E che un giorno, vedendolo tornare dal campo di battaglia, qualcuno dica: È molto più forte del padre”. Credo che Ettore vorrebbe questo per Gorizia, “sua figlia” *Ex assessore provinciale ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Gorizia, quale futuro? / 2 – “ Declinare l’identità europea diffondendo la cultura del Gect: integrazione e collaborazione”

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ove va Gorizia ? Da nessuna parte: è assolutamente ferma. Ma poiché tutto attorno il mondo sta correndo a una velocità mai conosciuta prima, ciò che accade è che Gorizia va indietro. Sprofonda in un lento declino. E’ questo il destino inesorabile per Gorizia ? Assolutamente no, ma per cambiare rotta bisogna avere in mente una meta, disporre di una visione, possedere delle idee, essere capaci di stringere alleanze solide, costruire una strategia: non mi pare che i nostri attuali amministratori abbiano questa “cassetta degli attrezzi” a disposizione. Fatte queste amare considerazioni ci possiamo chiedere: dove “deve andare” Gorizia ? A mio parere la risposta non può che essere una: Europa, Europa, Europa. In nessun altro luogo della nostra Regione si “respira Europa” come nella nostra città. Noi “siamo Europa”. Un confine di dolorosa memoria, che divideva due mondi, si è trasformato nel più importante laboratorio di cooperazione transfrontaliera europea. Il Gect è la massima definizione attualmente consentita dalla normativa europea per declinare l’identità europea di una o più città: in questo caso Gorizia, Nova Gorica, Sempeter-Vrtojba. Dobbiamo però utilizzare di più questa realtà, diffondendo e radicando la “cultura del Gect”, che significa: integrazione, collaborazione, condivisione, sinergia, programmazione partecipata. Se poi ci aggiungiamo il corso di Laurea in Scienze Internazionale e Diplomatiche, il modernissimo Conference Center, l’Informest e l’Isig, è chiaro che ci sono tutte le condizioni per essere riferimento regionale in termini di politiche internazionali. Ruolo iscritto in quel passato nobile a cui riferirsi senza nostalgie e rimpianti ma riattualizzandone i valori positivi come la tolleranza che faceva di Gorizia una “città composita, etnicamente e culturalmente mistilingue” dove convivevano “italiani, friulani, slavi, tedeschi, stranieri. Austria sull’Isonzo”. Appare dunque logico e coerente cogliere la opportunità di candidarci a Capitale europea della cultura assieme a Nova Gorica. Gorizia è città di cultura raffinata, ricca di associazioni, con numerosi teatri, e ospita l’Ente Regionale Patrimonio Culturale: un prezioso alleato per ottenere la candidatura, oltre che per la valorizzazione del nostro patrimonio culturale cittadino, e punto di forza per ambire ad assumere centralità

di Franco Perazza* nel mondo culturale regionale. Preoccupa dunque l’atteggiamento fin qui ostile del Sindaco verso l’Erpac, e la prudenza inspiegabile nel coinvolgere il GectGo in questa impresa, col rischio di compromettere un risultato prezioso e quanto mai utile alla città. Tuttavia se vogliamo che Gorizia abbia un futuro dobbiamo anche pensare al suo sviluppo economico e produttivo. Anche in questo caso la dimensione europea ritorna prepotente. Infatti credo che Gorizia debba seguire un’altra vocazione: quella derivante dall’essere sempre stata un crocevia storico delle correnti di traffico europeo. Diventa allora essenziale ottenere il potenziamento di infrastrutture e intermodalità per dar vita ad un polo logistico che potrebbe esprimere un grande valore come snodo cruciale di collegamento fra diverse aree europee, soprattutto attraverso il traffico su rotaia, destinato ad avere un incremento enorme nel prossimo futuro alla luce dei minori costi e del minor impatto ambientale rispetto al traffico su gomma. In questa ottica bisognerà creare intelligenti sinergie per cogliere tutte le opportunità derivanti dal formidabile incremento che riguarderà le attività del porto di Trieste: vero motore di sviluppo per il Fvg. Abbiamo l’occasione per poterci ritagliare, anche attraverso il rilancio della Sdag, uno spazio e una funzione specifica in una regione destinata a diventare tutta una piattaforma logistica, e che nel territorio del GectGo potrà beneficiare di vantaggi fiscali ancora inespressi e ampiamente sottovalutati. Anche il commercio può essere una leva per lo sviluppo di Gorizia, che non

Franco Perazza, segretario comunale del Pd

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deve farsi stritolare nella rincorsa ad accogliere supermercati vari, considerata la saturazione di questa forma di commercio e la loro suicida strategia concorrenziale. Gorizia può trarre vantaggio dal sostenere e valorizzare un commercio più tradizionale, che richiami persone per la bontà dei prodotti, ma anche per la qualità dell’accoglienza ai clienti. Si possono sperimentare forme innovative di marketing e di vendita che tengano conto dello sviluppo dell’e-commerce. Diventa allora possibile contrapporre a luoghi anonimi sempre uguali e privi di identità un “centro commerciale diffuso” sfruttando il vecchio mercato scoperto o l’area sottostante il castello. Si possono “osare” integrazioni virtuose tra commercio, proposte culturali e turismo sostenibile. Ma è urgente uscire dai personalismi per essere squadra, diventare creativi, sapersi differenziare. La nostra Camera di Commercio è all’altezza di un tale compito? Infine immagino una Gorizia sociale e solidale, in cui la grande forza del volontariato così diffuso in città, si sposa con le istituzioni per realizzare una “città che cura”, che include e non emargina, che non si dimentica dei più fragili, senza periferie sociali, e non dimentica la lezione basagliana, ma ne invera i principi e i valori in un buon amministrare. Due gli strumenti necessari. Il primo è rappresentato dal lavoro di microarea. Il secondo è costituito dalla adozione del “Regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani” attraverso il quale cittadini condividono con altri cittadini e con la amministrazione risorse - le proprie e quelle della amministrazione - e soprattutto condividono responsabilità. “Orti urbani di democrazia partecipata” dove si coltiva e si raccoglie coesione, solidarietà, superamento delle paure dell’altro, attraverso la partecipazione al governo della cosa pubblica. Che però, per non ridursi a operazione di facciata, deve essere appoggiata e riconosciuta dagli eletti e dagli Amministratori. Infatti senza dispositivi istituzionalmente riconosciuti e un effettivo confronto nell’identificazione di problemi e e soluzioni, non si sviluppa una reale fiducia da parte dei cittadini negli strumenti di co-gestione. *Segretario comunale del Pd ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Chi era Osiride Brovedani, il genio della pasta Fissan al quale è intitolata la casa per anziani di Gradisca di Anna Cecchini

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hi ha la mia età e ha avuto figli, ha sicuramente avuto in casa un tubetto di alluminio dal quale usciva un unguento miracoloso per i culetti irritati. Quello che non sapevo era che la portentosa Pasta Fissan veniva prodotta a pochi metri dal mio appartamento triestino di giovane mamma e universitaria di via Alberti, appena dall’altra parte della strada. Lo scoprii solo molti anni più tardi.

Brovedani cominciò la sua carriera imprenditoriale in un angusto scantinato di Via Alviano, ora via Alberti, proprio sotto la sua abitazione. Gli inizi non furono facili. Dovette allestire il laboratorio, costruire le apparecchiature, trovare le maestranze e scovare i clienti. Con la sua immancabile borsa di cuoio, inforcava la bici e partiva. Studi medici, farmacie, ospedali e case di cura. Era talmente convincente che i medici prescrivevano la pomata con ricetta, pur non essendo propriamente un

Osiride Brovedani era nato a Trieste nel 1893. Figlio di un impiegato e di una casalinga, dovette interrompere gli studi per aiutare la famiglia in difficoltà economiche. Trovò il suo primo impiego al giornale “Il Piccolo” come galoppino tuttofare, ma era un ragazzo sveglio e in breve tempo riuscì a passare da correttore di bozze a critico d’arte nel giornale “Il Lavoratore”. Curioso, intelligente e dai molteplici interessi, continuò a leggere e a studiare. Il giornale lo inviò spesso a Vienna come corrispondente ed ebbe così l’opportunità di migliorare il suo tedesco e di coltivare la sua passione per la letteratura germanica.

farmaco. Oltre a quanti erano impiegati nel laboratorio, un piccolo esercito di triestini, per lo più residenti nel rione di San Giacomo, era addetto al “packaging” a domicilio del prodotto. L’attività prosperava. Lui sovrintendeva a ogni fase, dalla produzione alla consegna. Divenne chimico, inventore, fattorino, commerciante, pubblicitario e addetto alle vendite.

Poi arrivò Fernanda, che di cognome faceva Bukovnick. Era impetuosa, energica e generosa. E condividevano una grande passione per la montagna. Lei aveva aperto due vie in Val Rosandra. Lui aveva cominciato a esplorare le cime prima su una bicicletta che si era costruito da sé, poi con una moto acquistata con i primi risparmi. Furono forse quelle giornate di cammino a unirli. Durante tutta la loro lunga vita matrimoniale non mancarono mai di trascorrere i fine settimana a Camporosso, attorniati da amici e parenti, prima in campeggio, poi nella casa che fecero costruire per stare vicini alle “loro” montagne. Nel 1930 ottenne a Milano dal dottor Arthur Sauer la concessione per la commercializzazione della Pasta di Fissan, ricavata dall’albumina del latte per curare la pelle (il nome è una sintesi dal latino “Fissuram sanare”, ovvero guarire le screpolature) e in seguito, anche quella per la sua produzione. Osiride

Ma poi c’erano i fine settimana e le amate montagne. Brovedani era grande amico di Emilio Comici, il celebre alpinista triestino, fra i più audaci e innovatori scalatori tra le due guerre. Probabilmente si assomigliavano: erano entrambi schivi, schietti e generosi. Erano assieme, sul Pomagagnon, il 26 luglio 1939, quando un pezzo di montagna franò loro addosso. Comici lo raccontò nel suo libro “Alpinismo eroico”. Il distacco avvenne quattrocento metri sopra le loro teste e una cresta di oltre cento metri di larghezza precipitò a valle. Si salvarono entrambi dalla “falciata della morte” grazie ad una minuscola rientranza nella roccia che li protes-

se dal crollo. Comici sopravvisse solo altri quindici mesi. Dopo aver aperto oltre 200 vie tra le più ardite delle Alpi, l’”angelo del sesto grado” precipitò dalla parete della palestra di roccia in Valgardena, mentre faceva lezione ad un’amica, per la banale rottura di un cordino. L’attività di Brovedani subì una battuta d’arresto durante la Seconda Guerra Mondiale. Le preoccupazioni economiche e per la propria incolumità (la madre di Brovedani era ebrea) culminarono nel luglio 1944. Venne arrestato e rinchiuso nel carcere del Coroneo. Assieme a centinaia di concittadini fu fatto salire su un vagone ferroviario e deportato in Germania. Solo molto tempo dopo scoprì di essere stato denunciato per aver ascoltato “Radio Londra”. Buchenwald, Dora e Bergen-Belsen. La sua odissea fu la stessa di centinaia di migliaia di vittime del Terzo Reich. Ma Osiride si salvò un’altra volta dalla “falciata della morte” e poté raccontare le atrocità dei campi di concentramento in un diario di prigionia. Nonostante le insistenze di molti, e perfino dello scrittore Giovannino Guareschi, suo compagno di detenzione, non volle mai pubblicarlo. Solo dopo la sua morte il manoscritto vide la luce per opera dalla Fissan e distribuito gratuitamente a medici e farmacisti. La Fondazione Brovedani ne curò una seconda edizione, che è ora a disposizione dei visitatori nella Casa Museo triestina di via Alberti.

Che uomo fu quello che tornò dalla deportazione? Osiride Brovedani rimase se stesso, anche se, da allora, prese a sognare solo in bianco e nero. Pur essendo stato solo il numero 76360, riprese la vita di sempre. La sua divisa da deportato a righe grigie e azzurre, fortunosamente ritrovata in soffitta a poche settimane dall’inaugurazione del Museo, gli lasciò l’abitudine a vestirsi in modo assolutamente casuale, senza far caso a quello che indossava. Le testimonianze di amici e parenti lo descrivono in bermuda e canottiera in estate. D’inverno portava giacche fruste, che la moglie era obbligata a sottrargli quando Brovedani da giovane con la sorella (alle spalle il padre) diventavano logore perché lui

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non ci badava. La sua magrezza acquistò qualcosa di ascetico. Continuò a vivere in modo frugale, senza curarsi veramente del denaro. Qualcuno lo descriveva parsimonioso, al limite della tirchieria, ma questo era vero solo nei riguardi di se stesso. Non prestava soldi, ma se qualcuno era in difficoltà, aveva l’abitudine di elargire denaro nell’assoluto anonimato, o di offrire un posto di lavoro. Continuò a occuparsi amorevolmente dei suoi gatti, verso i quali nutriva un’autentica passione. Forse ne ammirava l’indipendenza e la soave indifferenza verso il genere umano. Era un uomo pacifico, ironico e disincantato, che non perse mai la sua umanità. Determinato e oculato negli affari, parco di parole, era simpatico e benvoluto. Ben presto l’attività cominciò a star stretta nello scantinato di via Alberti. La produzione si era incrementata e gli affari andavano a gonfie vele. Erano gli anni del boom economico e, allo scadere della concessione, la casa madre decise la costruzione di un grande stabilimento nella zona industriale di Trieste. Osiride Brovedani, a settantadue anni d’età, invece di andare in pensione, ne divenne l’amministratore. Osiride e Fernanda non ebbero figli. Alla morte di Brovedani, il 2 luglio 1970, la moglie affidò l’amministrazione della ditta a Raffaele De Riù, che era stato per anni il loro apprezzato consulente. Fernanda sopravvisse solo due anni al marito. Alla sua morte, per disposizione testamentaria, fu costituita la Fondazione con il compito di assistere bambini orfani e di accompagnarli fino al compimento degli studi superiori, presieduta dallo stesso De Riù. Dopo molte vicissitudini, finalmente venne stabilito che la sede operativa della Fondazione e il Convitto “Brovedani” sorgessero a Gradisca d’Isonzo. Il progetto degli architetti triestini Celli e Tognon permise di realizzare in soli dodici mesi una struttura all’avanguardia, concepita per coniugare l’esigenza d’indipendenza e autonomia con la presenza di grandi spazi per la vita comunitaria. Nel complesso trovarono posto le stanze per i ragazzi e i loro educatori, le sale riunioni, le aree destinate al gioco e all’intrattenimento, e gli ampi spazi verdi dedicati allo sport. Il 1^ ottobre 1980 il Convitto aprì le porte ai piccoli ospiti. L’accoglienza, completamente gratuita, offriva ai giovani dai sei ai ventun anni tutto il necessario per completare gli studi fino al diploma, in una rassicurante quotidianità fatta di studio, di attività sportive e ricreative, mettendo al centro del percorso formativo la realizzazione e la valorizzazione di ciascuno.

articolata. Dall’attività sportiva a quella ludica e culturale, dalla possibilità di coltivare la propria passione per l’orto o per la pittura, alla Casa Albergo pare proprio che sia impossibile annoiarsi. Mancava ancora un tassello per raccordare l’eredità di una vita con la memoria collettiva. L’11 febbraio 2013, a 120 anni dalla nascita, viene inaugurata la Casa Museo di Osiride Brovedani in via Alviano 6, a Trieste. Andateci, se potete. Consultate la bella pagina web della Fondazione (http://www.fondazionebrovedani.it) per informarvi sugli orari di apertura e sbarcate nella città della bora. Viene definito un “piccolo museo”. Per chi ha occhi attenti e un’anima ricettiva, è molto di più.

La statua in campo San Giacomo a Trieste

Nel 1990 le mutate esigenze sociali portarono alla decisione di affiancare al Convitto per orfani una Casa Albergo per anziani autosufficienti. Per una decina d’anni nella medesima struttura coabitarono giovani e anziani, in un’ideale continuità generazionale, esempio unico nel suo genere. Due anni dopo la chiusura degli orfanotrofi disposta dalla legge n. 49 del 2001, si diplomarono gli ultimi ospiti del convitto e la struttura fu dedicata interamente all’accoglienza

Una pedalata nella casa albergo di Gradisca

degli anziani. Oggi la Casa Albergo, ripensata per rispondere alle nuove esigenze, offre ospitalità gratuita a persone sole che abbiano superato i sessantasei anni d’età e che possiedano i requisiti indicati nel Regolamento. Anche in questo caso, l’attenzione è posta alla qualità della vita degli ospiti, nel rispetto delle esigenze e delle aspirazioni individuali. L’offerta per trascorrere il tempo libero è varia e

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“El signor Fissan” vi accoglie all’ingresso e rivive in ogni oggetto, in ogni foto e in ciascuno dei reperti documentali che potrete esaminare. Con la sua vicenda si ripercorre anche la Storia del ‘900, dei suoi eventi drammatici e di una generazione che ha lasciato il segno. La visita alterna ricordi leggeri e drammi epocali, eventi controversi e grandi slanci. Vorrete leggere il diario di prigionia di Brovedani per scoprire come si fa a sopravvivere all’indicibile. Osserverete i macchinari progettati e costruiti nelle notti insonni e la sua divisa da deportato. Ricorderete la pasta e la polvere Fissan sui sederini dei vostri bambini con un sospiro di rimpianto. Vedrete i sorrisi dei 150 ragazzi che, grazie a quest’uomo, si sono diplomati, hanno giocato a basket e a tennis e hanno visitato Disneyland, e degli anziani che ora si divertono con la tombola nell’accogliente soggiorno. Fate due passi fino a Campo S. Giacomo a rendere omaggio alla statua realizzata dalla scultrice danese Daphné Du Barry, nota per le sue opere esposte in tutto il mondo raffiguranti sovrani e celebrità a grandezza naturale, che la Fondazione ha donato al Comune di Trieste. Se ignorate il traffico incessante e osservate i palazzi che circondano la piazza, potrete ancora sentire il fruscio dei bugiardini piegati e infilati dentro le scatole di Pasta Fissan da decine di famiglie triestine, sedute nelle loro cucine del secolo scorso. Se poi foste amanti delle montagne, quelle stesse che “lo facevano sentire più vicino a Dio”, potrete ripercorrere i suoi passi lungo il sentiero alpinistico a lui intitolato nel 1978 dall’Associazione XXX Ottobre del CAI di Trieste, che raggiunge il bivacco Comici nel Gruppo del Sorapiss, nel magico silenzio dei Monti Pallidi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Richiedenti asilo e vulnerabilità psicologica di Aulo Oliviero Re

sia e depressione sarebbero il 60,5%. Numeri molto diversi, capaci di raggiungere gli obbiettivi divulgativi degli esecutori delle ricerche, incapaci però di descrivere gli universi delle vite che compongono gli individui dei gruppi in oggetto e li riducono a personaggi idealizzati, funzionali ad una storia da raccontare. Come i santi, come i mostri. La vulnerabilità psicologica dei richiedenti asilo presenti nei centri di accoglienza di Gorizia non è molto diversa da quella di qualunque persona sottoposta ad un carico di stress notevole, nessuna differenza tra italiani e stranieri, se non contestuale. Dice Alessandro, medico che ha spesso in carico gli ospiti dei centri di accoglienza di Gorizia, Nazareno e campo San Giuseppe: “E’ evidentemente una parte della popolazione a rischio. In quelli che oggi giorno vengono catalogati come traumi post-migratori si vedono i segni della sofferenza per le situazioni che queste persone hanno vissuto e le fragilità dovute ad una difficoltà di adattarsi in situazioni oggettivamente complicate dal punto di vista anche della marginalità sociale”.

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essuno li ha obbligati a venire quì!” Sono parole che si sentono spesso quando, negli ormai pochi luoghi di aggregazione, si parla di richiedenti asilo. E quindi chissenefrega se stanno male. Poi figuriamoci se il male colpisce qualcosa di immateriale come il profondo dell’anima. Ma il dolore c’è, ed è tanto. Molto è il malessere non manifesto, traumi ignorati che influiscono nelle scelte quotidiane dei soggetti che li hanno subiti e nelle loro reazioni agli stimoli del mondo. Molti però sono i malesseri che si esplicitano, prendono voce e richiamano l’attenzione. I dati sulla vulnerabilità psichiatrica dei richiedenti asilo in Italia raccolti dall’Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali (IPRS) parlano del 3-5% di richiedenti asilo con conclamate patologie mentali, mentre una ricerca di Medici Senza Frontiere (Msf) effettuata in vari centri della penisola si spinge oltre e parla di cifre ben più allarmanti: i richiedenti asilo con problematiche quali disordine da stress post-traumatico, an-

La maggior parte dei problemi che vengono riscontrati riguardano appunto il viaggio e la difficoltà di integrarsi nel luogo di arrivo, tutti disturbi che possono essere inquadrati nello spettro dell’ansia. Molto più rare invece sono le patologie psicotiche severe, le quali tendono invece a non essere legate alla migrazione quanto a fattori pregressi, e che vengono slatentizzate da fattori di stress dovuti al viaggio. Un rapporto dell’Anci sul sistema Sprar (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) del 2017 – non sono ancora disponibili numeri relativi al 2018 - evidenzia come su 36.995 migranti accolti, i migranti con esigenze particolari sono stati 7.800. In questo numero rientrano persone che hanno subito torture, violenze sessuali, vittime della tratta di esseri umani, persone con problemi di carattere sanitario, psichiatrico o donne sole in stato di gravidanza. Queste persone, una volta presentata la richiesta di protezione internazionale, venivano inserite in un centro Sprar per vulnerabili, dove veniva garantita assistenza medica, psicologica e legale. Il Decreto Sicurezza, oltre alla protezione per motivi umanitari, cancella con un colpo di spugna questa prassi e li destina ai centri di accoglienza straordinaria (Cas) come il Nazareno dove il supporto psicologico potrebbe essere azzerato a causa della riforma stessa. “La problematica non si riduce alla salute individuale del singolo - allarga il campo la direttrice del Csm (Centro di salute mentale) Paola Zanus - la

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riduzione dell’accesso alle cure per un determinato gruppo di persone ad un sistema di gestione emergenziale crea scissione nella società e comporta un rischio sanitario per tutte quelle problematiche strutturali che hanno bisogno di tempistiche terapeutiche più lunghe. Il risultato di una modalità di approccio del genere è marginalizzare intere categorie. Ieri erano i matti, oggi i migranti e domani saremo noi. E con questo approccio può succedere di tutto: dal rischio di radicalizzazione religiosa a quello di aborti illegali per mancanza di informativa medica sull’uso dei contraccettivi”. Bisogna diffidare dunque del potere politico quando giudica un segmento della popolazione non idoneo a farne parte, utilizzando come in questo caso il potere medico e mediatico per fomentare la paura che possa infettare la parte sana della popolazione, un resoconto bollato come ‘favola’ dalla dottoressa Zanus. Una favola che però permette al governante di investirsi del potere di selezionare chi ha i parametri per ottenere il diritto al benessere (in barba ai criteri oggettivi e soggettivi dell’art.32 della costituzione), addomesticando la sua platea di promossi, rendendola più docile e governabile. Nelle scuole primarie esistono innumerevoli progetti formativi che trattano tematiche di integrazione che insegnano ad emotività differenti in fieri a riconoscersi e mettersi in relazione, effettuare quell’epoché – sospensione del giudizio- fondamentale per ogni relazione sana tra individui, dove ad ognuno è permesso raccontarsi realmente e tutti hanno la possibilità di comprendere. Perché quindi gli adulti non riescono più ad affrontare tematiche di questo genere? Magari se gli stessi legislatori si impegnassero con la metà dello sforzo che impiegano per creare distanze nella società, troverebbero qualche bambino capace di dare loro una risposta... O probabilmente basterebbe che anche i politici, come i medici, facessero il loro giuramento di Ippocrate, giurando di prendersi cura di ogni persona con eguale scrupolo e impegno, prescindendo da etnia, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Book crossing ad Agorè E’ partita ad Agorè la raccolta di libri per il progetto di Book crossing “Libero scambio”. La sede di via Rastello 49 è aperta ogni giovedì dalle 17.30 alle 19.30 per accogliere i libri che volete rimettere in circolazione e che andranno a riempire i contenitori dislocati nei vari quartieri della città.


Don Di Piazza e il suo libro “Non girarti dall’altra parte”: i mondi degli altri non sono sempre inferiori al nostro

E’

stato per me un vero piacere assistere alla presentazione del libro “Non girarti dall’altra parte – Le sfide dell’accoglienza” scritto da Don Pierluigi Di Piazza, nel Centro Balducci di Zugliano. La sala era gremita da un pubblico entusiasta di ogni ceto sociale.

di Ismail Swati culturale afgano, ha parlato dell’importanza del linguaggio e dell’accoglienza. Ha osservato che tutte le religioni, inclusi l’Islam e il Cristianesimo, trasmettono messaggi di pace, ma poche persone li apprezzano. “In Afghanistan manca la pace – ha aggiunto -, ma il mio paese sta dando accoglienza all’esercito della Nato e alla Russia da

Sono intervenute inizialmente le giornaliste Alessandra Salvatori di Tele Friuli (che ha parlato dei suoi incontri in Argentina e in Uruguay con i discendenti dei friulani emigrati in Sudamerica) e Marina Lalovic, di Radio Rai 3, nata in Serbia ed emigrata in Italia nel 2000 (la quale ha sottolineato che la diversità non dovrebbe essere mai stigmatizzata).

mentre crea l’opportunità di far prosperare le attività culturali e aiuta anche a sostenere le nostre scuole e gli ospedali. Ma veniamo alla parte più attesa della serata. Don Pierluigi Di Piazza, nel parlare del suo libro “Non girarti dall’altra parte”, appena pubblicato dalla casa editrice Nuova Dimensione, ha detto di aver incentrato questa piccola ma densa opera sull’ascolto, l’osservazione e i sentimenti della nostra società, filtrai attraverso insegnamenti ed esperienze. “Vivendo oggi – ha sottolineato -, sono preoccupato e provo dolore nel vedere il trattamento inumano riservato a persone che provengono da terre molto povere. Esiste una certa politica che applica le leggi di sicurezza contro le persone che hanno un’inclusione sociale ed economica positiva per questo paese, e questo sta creando una situazione di instabilità”.

In collegamento telefonico ha parlato poi il sindaco (sospeso) di Riace, Mimmo Lucano, che Il sacerdote ha inoltre sollevato tempo addietro era stato ospite proprio del centro Balducci, e che Il nostro Ismail Swati a Zugliano con don Pierluigi Di Piazza preoccupazioni per la propaganda politica a livello europeo ha criticato le politiche migratorie e Gianfranco Schiavone sulla drammatica emergenza dei dell’attuale governo per le restriquarant’anni, e ne paghiamo il costo sia rifugiati, ricordando che vengono accolti zioni e la chiusura delle esperienze di in termini di denaro che di sangue più profughi nei paesi poveri che in accoglienza diffusa. Lucano ha rimarversato”. Anche Fawad ha sollevato prequelli ricchi. “I migranti vengono da noi cato come i migranti che si trovavano occupazioni sul taglio del budget – ha aggiunto -, ci dicono che cosa sta a Riace, additata a modello da questo governativo legato all’integrazione dei succedendo nel loro mondo e quali sono punto di vista, sono state ora trasferite rifugiati. “Questo finirà per isolarli – le cause dei loro viaggi. Ascoltando le nei campi di San Ferdinando, nella piana ha notato -. È come se qualcuno ci desse loro storie e interagendo con loro rifletdi Gioia Tauro (dove recentemente, per da mangiare e non fossimo in grado di tiamo su noi stessi, su come ci comporun incendio in una tendopoli, è morto dire “grazie” nella loro lingua. tiamo, come è la nostra cultura, come un rifugiato) dove vivono nelle peggiori è la nostra religione, come è la nostra condizioni possibili. Un altro relatore, Paolo Tomasin, sociopolitica, come è la nostra democrazia e il logo ed esperto di politiche sociali e del nostro sistema? Ci rendiamo sempliceIl presidente della cooperativa sociale lavoro, ha riflettuto sull’economia e sulle mente conto che qui le cose non stanno Ics Gianfranco Schiavone ha fatto luce migrazioni, e parlando, in particolare, andando bene. Abbiamo una strategia sull’aspetto politico. Ha rilevato che oggi del Friuli Venezia Giulia, ha detto che disumana per loro, invece di risolvere i la chiave di volta del nostro governo è problemi che vogliamo eliminare. la paura. Una paura alimentata ad arte che non ha nulla a che fare con i I crimini che una volta venivano migranti ma è funzionale ad acquicompiuti dai nazisti ora stanno accasire potere politico facendo leva sul dendo nei lager della Libia, dove voconsenso degli elettori. L’economia gliamo rinchiudere i migranti affinsta soffrendo, la terra è abbandonachè non tentino di venire in Europa ta, la mafia imperversa, ma nessuna attraversando il Mediterraneo. Don televisione parla di questi problemi Pierluigi dice: “Come sacerdote sono reali, ma dei problemi degli immireligioso, ma ho pensieri laici nei grati “artificiali”. Schiavone ha poi confronti degli altri. La mia religione rincarato la dose affermando che la mi insegna una lezione di fraternità sostanziale eliminazione della protee ospitalità, e un vero credente deve zione umanitaria stabilita dal decreto pensarci. La presenza dei migranti sicurezza e i tagli ai processi d’inteLa sala del centro Balducci strapiena durante la pre- diventa per noi una provocazione grazione produrranno più persone sentazione del libro del sacerdote a uscire dalla convinzione errata che irregolari nelle strade e quindi ci sarà il mondo ci appartenga e che i monpiù paura: e ancora una volta, questo quest’area è spopolata e per stabilizzare di degli altri siano sempre inferiori al servirà ai governanti a “gestire” politicala terra avremmo bisogno di risornostro “. mente il cittadino. se umane. Il denaro per l’accoglienza diffusa finisce anche nella nostra tasche Fawad E Raufi, scrittore e mediatore ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Libera contro le mafie, don Ciotti anche a Gorizia in occasione della Giornata delle memoria e dell’impegno

L

di Francesca Giglione egalità dobbiamo essere tutti noi. Legalità è l’attenzione ai famigliari delle vittime innocenti delle mafie e ai testimoni di giustizia.

Sono queste le parole con cui don Luigi Ciotti descrive cosa significhi, per lui, legalità. È da questa volontà, spirito e coraggio che nel 1995 nasce Libera e l’idea di definire una giornata della memoria e dell’impegno. Nel 1994 don Ciotti, già fondatore del gruppo Abele nel 1965, raccoglie l’adesione di trecento gruppi e associazioni differenti tra loro ma con l’uguale scopo di opporsi alle mafie. Nello stesso anno viene lanciata la petizione per la raccolta di un milione di firme al fine di chiedere l’utilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie. Era chiaro sin da subito che stava nascendo un’associazione ambiziosa, coraggiosa e determinata ad iniziare un percorso delineato e faticoso. Nel marzo del 1995 viene approvato lo statuto di Libera e Don Ciotti viene nominato presidente nazionale. In 24 anni Libera, associazioni, nomi e numeri contro le mafie è cresciuta quotidianamente: le mani che cooperano raddoppiano di anno in anno e con esse anche l’impegno e la tenacia con cui lavorano nel perseguire le proposte e gli obiettivi posti sin dall’inizio. La memoria e l’impegno sono, per Libera, pilastri portanti di una struttura sempre più solida. Ogni anno, il primo giorno di primavera (21 marzo) coincide con la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Milioni di persone sfilano per le strade del nostro Paese (e non solo: Libera è infatti attiva anche all’estero). Ogni passo significa molto per i famigliari di quel lunghissimo elenco di nomi di vittime che ad alta voce vengono ricordate e non dimenticate. Piazze piene: migliaia e migliaia di persone si ritrovano ad ascoltare e commemorare tutti quei nomi recitato in un silenzio assordante, potente ed emozionante. Don Ciotti, che oggi ha 73 anni, non manca mai e, con lui, le sue parole ricche di speranza e forza. Ha sempre una voce rotta e “affannata” quando parla ai suoi ragazzi, come se non si desse tempo di respirare: non c’è tempo! Bisogna esserci, agire e bisogna farlo ora. Bisogna avere coraggio. Sono questi i messaggi che porta con sé, non solo il 21 marzo ma ogni qualvolta

incontri un nuovo presidio o si ritrovi a parlare su un palco, scuola o piazza. Don Ciotti sa bene quel che lascia quando, con le sue parole, scrolla ogni singolo ascoltatore: chi si trova davanti a lui sono spesso giovani facenti parte dei quasi 300 presidi attivi in tutto il Paese. Presidi che a loro volta collaborano con coordinamenti provinciali e regionali e, naturalmente, col nazionale. Per capire bene cos’è un presidio è necessario viverlo: quello goriziano, ad esempio, è un presidio giovane, nato da circa un anno all’interno dell’università. Non è un caso che il presidio, intitolato a “Marcella Di Levrano” (giovane donna vittima di mafia), sia nato, come molti altri presidi, tra le mura di un’università. Volendo riprendere le parole di Nino Caponnetto: “la mafia teme la scuola più della giustizia”, ed è davvero così. I ragazzi del presidio goriziano, proprio come i loro colleghi di tutti gli altri presidi, si ritrovano nelle aule delle scuole superiori e medie (alle volte anche elementari) a parlare con ragazze e ragazzi poco più giovani di loro. Parlare di mafie e di legalità, sapere, conoscere e condividere sono strumenti essenziali nella lotta alla mafia. I membri dei presidi organizzano incontri per ricordare, e ricordarselo, che le cose vanno chiamate con il loro nome, tutte. Sono ragazzi che d’estate si ritrovano nei campi dei beni confiscati a conoscere la storia di quello che è stato, per restituire nuova vita. Ragazzi che da quelle terre usurpate dalla cultura mafiosa piantano nuovi semi ricchi di speranza. Ragazzi in grado di restituire non solo valore ma anche un

nome e un volto a luoghi, persone, sport, attività, lavori e molto altro. Ogni estate più di 4000 ragazzi, da diverse parti del mondo, si ritrovano a fare questo e molto altro. Durante il resto dell’anno però non c’è comunque tempo per una pausa: gli incontri nelle scuole creano sempre

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una fitta rete in grado di realizzare nuovi incontri con molteplici associazioni e realtà. Dopo l’ultimo importante incontro nel triestino durante Contromafie, Don Ciotti torna con una serie di tappe friulane: sarà ospite del Kulturni Dom a Gorizia martedì 12 alle 20.30 in un incontro aperto al pubblico e il giorno dopo, sempre al Kulturni Dom, in un incontro con le scuole. L’appuntamento con il fondatore sarà solo uno degli eventi che caratterizzeranno la settimana antecedente alla Giornata della memoria e dell’impegno: una serie di eventi che strutturano un percorso conosciuto come Cento passi verso il 21 marzo. Gorizia ospiterà infatti una serie di incontri e attività volte all’inclusione, cittadinanza attiva e conoscenza: i cento passi, in questa sua XXIV edizione, ci porteranno a Padova, che quest’anno è stata scelta come piazza principale coinvolgendo Veneto, Friuli Venezia Giulia e le provincie autonome di Trento e Bolzano. Contattando il presidio Libera di Gorizia - Marcella Di Levrano, sarà possibile usufruire di un autobus che in giornata vi porterà a Padova per permettervi di unirvi, camminare e non dimenticare. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Il mondo alla rovescia Chiacchere, crostoli, mascherine è giunto il tempo del Carnevale. Finalmente dopo un anno di delusioni e frustrazioni il “popolo” per alcuni giorni può far baldoria, musiche, balli e scherzi vari, le vie e le piazze si riempiono di colori e di profumi. Il cambio di ruolo è permesso a tutti, in questi giorni di allegria ecco che il povero si traveste nel nobile terriero, il contadino in un abile cavaliere, persino l’uomo può vestire i panni della donna e viceversa. È il mondo della felice pazzia, dove tutti, soprattutto i bambini, creano un mondo fantastico, un grande farsa teatrale. Tuttavia, oggi, nel contesto politico, sembra di vivere in un Carnevale permanente. Chiacchere, parolone, incrostazioni di pensiero, una litania di frasi confezionate, costumi indossati con troppa disinvoltura, proprio come fossero maschere. I bambini sanno che il Carnevale è un gioco, un vestirsi con gli abiti, colorati e sgargianti, dei propri eroi o delle proprie fantasie la fata, Zorro, Arlecchino e via dicendo per poi tornare alla normalità della vita. (re)


Chiude il Liceo linguistico “Paolino d’Aquileia” Nell’ex seminario sorgerà un polo culturale diocesano

E

ra una bella giornata di marzo, giusto un anno fa. La redazione di Gorizia News&Views era stata invitata a un incontro sul fenomeno delle migrazioni al Liceo linguistico “Paolino d’Aquileia”. Presenti 35 ragazzi degli ultimi due anni, con il preside don Giorgio Giordani e il suo vice, Roberto Grion. Fu uno dei momenti che ricordiamo con particolare piacere e che ci dette parecchie soddisfazioni. Non soltanto per l’apprezzamento espresso nei confronti del nostro giornale, ma soprattutto per la partecipazione e l’attenzione con cui gli studenti seguirono le nostre spiegazioni. E, al termine,si sviluppò (tutto in lingua inglese) un fitto scambio di vedute fra gli allievi – molto preparati - e i nostri redattori Ismail e Saqib, che raccontarono le loro storie e le loro opinioni sul tema dei migranti. Proprio ricordando quella proficua e intensa mattinata, abbiamo accolto con una certa tristezza la notizia che, alla fine dell’anno scolastico, calerà definitivamente il sipario, dopo 33 anni, sulla prestigiosa scuola, di emanazione ecclesiastica, di via Seminario. L’istituto superiore paritario chiuderà i battenti dopo che gli studenti dell’ultima classe “sopravvissuta”, nove ragazzi che frequentano l’indirizzo scientifico con progetto sportivo, avranno effettuato l’esame di maturità. A ufficializzare la chiusura a chi scrive è stato lo stesso don Giorgio Giordani, dal 2006 preside dell’istituto alla cui guida era subentrato allo storico fondatore, don Luigi Pontel. Nessun ripensamento, dunque – ci è stato spiegato -, rispetto a una decisione maturata già a partire dal 2014, dopo la drastica riduzione dei contributi alle famiglie degli alunni degli istituti paritari da parte della Regione. Un “taglio” che aveva reso problematica la spesa di circa 4000 euro all’anno per la retta, a fronte oltretutto della concorrenza degli altri due licei linguistici goriziani, attivi al D’Annunzio e allo Slataper. Inevitabile quindi il processo che ha portato prima al ridimensionamento e ora alla scomparsa di una scuola, che – nata nel 1986 – viaggiava su una media di 250 studenti all’anno, con docenti di madrelingua di grande prestigio, un laboratorio linguistico all’avanguardia, soggiorni all’estero e una preparazione di prim’ordine per i ragazzi. “Molti dei nostri diplomati – ricordano don Giordani e il vicepreside Roberto

di Vincenzo Compagnone Grion, insegnante al Paolino sin dalla fondazione – ora ricoprono incarichi importanti anche in terra straniera. Con la chiusura della scuola vorremmo promuovere un grande raduno di ex allievi, unitamente a una giornata di studi: sarà un momento in cui si mescolerà la nostalgia per quella che è comunque una perdita per il panorama scolastico cittadino, alla gioia di ritrovarsi e a parlare del futuro che si profila per l’ex seminario”. Scorrendo l’elenco dei diplomati sfornati dal “Paolino”, spiccano diversi nomi noti fra i quali il regista Matteo Oleotto, l’attrice Anita Kravos, l’ex assessore regionale Sara Vito e il campione di nuoto Lorenzo Glessi, iscritto alla sezione sportiva, istituita nel 2011, con la quale la Curia aveva voluto ampliare l’offerta formativa (per alcuni anni l’edificio ha ospitato anche la scuola media paritaria Carlo Michele d’Attems). Una sezione che, come il linguistico, era stata strutturata con materie d’insegnamento innovative, quali Psicologia dello sport e Diritto sportivo, alle quali era stata affiancata la pratica “sul campo”, vale a dire una costante frequentazione degli impianti sportivi della Campagnuzza e persino un maneggio per l’equitazione. Ma, proprio come per il Linguistico, era subito scattato l’effetto-emulazione: il Liceo scientifico di Monfalcone aveva infatti istituito poco più tardi un analogo indirizzo, sottraendo una considerevole fetta d’utenza residente appunto nel Monfalconese e a Grado. Alla fine, a fronte del calo degli iscritti, ci si è dovuti arrendere e ora tutti gli occhi sono puntati sui progetti, molto interessanti, per il riutilizzo degli spazi che, dalla prossima estate, rimarranno vuoti (comprese le quattro aule dove, in affitto, ha trovato posto quest’anno il Ciels, con gli studenti dell’ultimo anno, dopo l’abbandono della troppo costosa villa Ritter a Strraccis). Ce ne parla l’economo della Curia don Stefano Goina, premettendo che il futuro del settecentesco edificio è subordinato a dei lavori di ristrutturazione per i quali sono già stati ottenuti finanziamenti dalla Cei (Conferenza episcopale italiana) e dalla Regione. L’idea è quella di creare un vero e proprio Polo culturale, imperniato sulla biblioteca già esistente al secondo piano, dotata di 1200 volumi con ricche collezioni e 17 preziosi incunaboli. Ad essa verrà affiancato l’archivio diocesano, ora custodito nel palazzo arcivescovile, oltre a vari uffici. “Al primo piano, poi – osserva don Goi-

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na -, dovrebbe trovar posto uno spazio espositivo per mostre permanenti e temporanee. Andrà anche ripensata, non più in chiave di sala convegni, anche la funzione dell’Auditorium Fogar, troppo grande e da tempo sottoutilizzato a causa dei costi”. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Nell’edificio c’è anche l’archivio della Dc dal ‘48 in poi Nel settecentesco ex seminario, situato nell’omonima via cittadina, non si trovano soltanto il Liceo linguistico (ancora per poco) e la bellissima biblioteca diocesana. Ci sono il Centro missionario, la sede del settimanale Voce Isontina e – vera e propria chicca – il ponderoso archivio della Democrazia cristiana goriziana dal 1948 in poi. Tra documenti di ogni tipo, spiccano i manifesti e le liste elettorali, oltre alle bobine contenenti i filmati delle visite in città di personaggi politici come Andreotti, Fanfani e così via.

Libro del mese “In viaggio con Miss Norma” di Tim Bauerschmidt e Ramie Liddle

In questo libro, uscito in Italia nel 2017, i coniugi Tim e Ramie raccontano la storia (vera) del loro viaggio con la madre di Tim. Norma è vedova, ha 90 anni e un cancro all’utero ma quando le domandano di scegliere tra tentare, con esiti dolorosi e incerti, di curarsi o intraprendere un viaggio in camper per gli Stati Uniti con il figlio e la nuora, lei capisce di voler vivere un’ultima, grande avventura. Una decisione che la conduce verso esperienze impensabili per altre persone nelle sue condizioni: volare in mongolfiera, visitare parchi nazionali in carrozzella, gustare cibi e bevande di ogni tipo davanti a tramonti spettacolari, cavalcare, prendere la teleferica… E quando Tim e Ramie decidono di aprire una pagina Facebook per raccontare di questa vita on the road, Miss Norma diventa virale: riceve migliaia di messaggi, viene riconosciuta per strada ed invitata a molti eventi ed incontri davvero speciali che spesso decide di accettare. Un romanzo che parla in maniera semplice e diretta di entusiasmo, resilienza, condivisione, sofferenza e amore per la vita.


Il Sid e Architettura eleggono i nuovi rappresentanti di Timothy Dissegna

I

l 2019, oltre alle elezioni europee, per gli studenti del Polo Universitario di via Alviano rappresenterà anche l’occasione per fa sentire la propria voce. Come ogni due anni, infatti, in primavera gli iscritti dell’Università di Trieste (UniTs) saranno chiamati ad eleggere i propri rappresentanti per il rinnovo degli organi universitari e regionali. Innanzitutto bisogna capire per cosa si vota: in ballo ci sono i seggi dei dieci dipartimenti di UniTs, il Comitato degli studenti (l’ex Conferenza regionale per il diritto agli studi superiori), il Comitato universitario per lo sport (Cus), il Senato accademico e il Consiglio di amministrazione dell’ateneo (CdA). Per ognuno di questi organi c’è un tetto massimo di seggi, da suddividere fra le liste studentesche concorrenti. Gli universitari che a Gorizia frequentano i corsi in Scienze Internazionali e Diplomatiche e Diplomazia e Cooperazione, entrambi raggruppati sotto il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali (Dispes), vantano una rappresentanza di 8 seggi. I “siddini” hanno uno storico rapporto con questa tornata elettorale, come dimostra l’affluenza del 2017 di 221 studenti su un totale di 467 iscritti (47,3%); la percentuale complessiva all’interno del dipartimento fu invece solo del 28,10%, ossia 360 studenti su 1281. Al Cus ogni lista può presentare un massimo di sei e un minimo di un nome per concorrere ai tre seggi qui riservati. Quest’organo si occupa di coordinare le risorse destinate alle attività sportive dell’ateneo. Infine, c’è il Comitato degli

studenti dell’Ardiss (Agenzia regionale per il diritto agli studi superiori, da non confondere con il Consiglio degli studenti, composto da tutti i rappresentanti eletti nei vari organi). Compito di quest’organo è portare davanti alle istituzioni regionali le esigenze degli studenti, com’è stato ad esempio per la questione della mensa: un problema, quest’ultimo, peraltro ancora aperto perché, a dispetto degli annunci che la davano per aperta entro la fine del 2018, se tutto andrà bene sarà pronta appena per il prossimo anno accademico. Tornando all’imminente voto, va rimarcato che la questione delle pari opportunità è fondamentale per le modalità delle elezioni: secondo quanto si legge nel regolamento, infatti, “Le liste per l’elezione dei rappresentanti degli studenti nel Senato Accademico, nel Consiglio di Amministrazione, nel Comitato per lo sport universitario e nel Comitato degli studenti non possono comprendere, a pena d’inammissibilità, più di due terzi dei candidati appartenenti al medesimo genere”. E prosegue “Le liste per l’elezione dei rappresentanti degli studenti nel consiglio di dipartimento non possono comprendere, a pena d’inammissibilità, più di tre quarti dei candidati appartenenti al medesimo genere”. Dati ufficiali sulle liste che si presenteranno a livello di dipartimento e di ateneo, nel momento in cui scriviamo, non sono ancora disponibili poiché solo giovedì 28 febbraio 2019 scadrà il termine per l’apertura delle liste, l’accettazione delle candidature, nonchè per la designazione dei delegati di lista. Quando questo numero di Gorizia News&Views sarà dato alle stampe, quindi, si avrà un quadro completo della situazione. Sin d’ora, tuttavia, si può affermare che, nel capoluogo isontino, è pressoché certa la presenza della lista Studenti in Movimento (Sim), nata oltre dieci anni fa proprio qui e che è sempre stata la “portabandiera” delle istanze goriziane.

Rassegna cinematografica “Animamente 2019” Ritorna la rassegna cinematografica organizzata da S.O.S. Rosa Gorizia dall’11 marzo al 18 aprile, per quattro lunedì al Kinemax e due giovedì al Punto Giovani con ingresso libero. Quest’anno il tema della rassegna è “Sogni rubati”. Il titolo prende spunto da un cortometraggio del 1999 rivisto recentemente ad un corso di aggiornamento per i centri antiviolenza e la rete collegata. Nel corto si scopre come dietro le parole “sogni rubati” usate dalla protagonista, si nasconda una dura verità. Nella vita a ognuno può succedere di subire il “ furto” di qualcosa di prezioso e intimo ad opera di qualcun’altro o semplicemente per gli accadimenti del destino che determinano tante vicende umane. Si tratta di sogni importanti, legati alle relazioni e ai sentimenti (l’amore, la fiducia, la condivisione, la giustizia) oppure a progetti per il proprio futuro che alimentano forti emozioni di attesa e speranza. I sogni rubati, a differenza degli oggetti rubati, non si possono riavere, ricomprare. Il denaro non serve e non esiste il “Mercato dei sogni”: i sogni sono “Fuori mercato”. Sipossono rianimare solo con “monete” (ricchezze) che stanno dentro ogni persona: la forza di chiedere aiuto, la possibilità di trovarlo per salvare quel che rimane dell’amor proprio, dell’immagine che ciasuno ha di sè, della fiducia in sè stessi e negli altri. L’alternativa è vivere nel dubbio, nella incapacità di fidarsi e affidarsi cioè rinunciare a quella parte delle relazioni umane che poggia sui valori e sui sentimenti e che permette ad un individuo di sentirsi accolto e parte di un gruppo. I film della rassegna parlano di tutto questo. Spesso la “scena del crimine” è la famiglia condizionata da una cultura e una società liberticide. Vi si sviluppano rapporti aggressivi, opprimenti e ipocriti che annientano i più deboli. Si salvano quelli che trovano un aggancio affettivo su cui ricostruire la propria immagine e l’aspettativa di un futuro.

Due anni fa gli Studenti in movimento decisero di allargarsi anche nella “casa madre” universitaria di Trieste, riuscendo ad eleggere i propri esponenti nei principali organi. Il favore di cui gode in quel di via Alviano però non va dato per scontato, in quanto nell’ultimo anno sono emersi diversi casi di dissenso tra studenti e rappresentanza, che però in questo anno accademico sembrerebbero appianati.

PROGRAMMA

Del gruppo che all’epoca si candidò, oggi rimangono Dario Germani (eletto in Consiglio d’amministrazione), Emanuele Cristelli (Senato Accademico) e Mattia Piccolo (Presidente del Consiglio degli studenti): resta da capire chi saranno i volti nuovi sarà il prossimo passo per i siddini.

1 aprile “Nessuno si salva da solo” (commento di Cristina Ziani)

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Kinemax di piazza Vittoria: 11 marzo, “Mustang” (commento di Andrea Bellavite) 18 marzo “Eterno femminile“ (commento di Anna Di Gianantonio) 25 marzo “Loveless” (commento di Alessandro Sartori)

Punto Giovani: 11 aprile “Il lato positivo ” (commento di Caterina Di Dato) 18 aprile “The help” (commento di Cristina Bertogna).


David Alan Harvey, la magia dell’America latina raccontata attraverso immagini di ordinaria umanità

L’

immaginario collettivo riguardo alla fotografia è che questa, per piacere, debba contenere necessariamente qualcosa di sensazionale: un ritratto deve essere esteticamente perfetto ed accattivante, un paesaggio deve contenere elementi tali da renderlo unico e quasi irripetibile, una foto di guerra o di cronaca deve far emergere violenza e crudeltà, eccetera.

di Felice Cirulli e sono rimasto con loro. Dormivo sul loro divano e andavo a scuola col loro bambino…”. Enfatizzando la normalità e la quotidianità di questa gente, il fotografo espone le differenze ma anche le similitudini,

Tutto ciò presuppone l’esistenza di un soggetto e di un’interpretazione utile al messaggio che si vuole trasmettere. David Alan Harvey invece parte dal presupposto che possa essere la fotografia stessa il soggetto del lavoro del fotografo e quindi il fine ultimo. Egli arriva ad affermare che “… le fotografie non devono per forza comunicare un grande concetto, possono anche semplicemente esistere.”

Quando ha 23 anni compie il primo passo nella direzione del reportage sociale raccontando per immagini la vita di una comune famiglia di colore in un quartiere di Norfolk, in Virginia. La sua vuole essere una denuncia al contrario: nel pieno del periodo storico nel quale vengono al pettine i nodi della questione razziale negli Stati Uniti, lui decide di far emergere il problema raccontandolo in chiave positiva. “Volevo mostrare come si stia da quelle parti, perché i bianchi che vivono nel mio quartiere a Virginia Beach non hanno idea di cosa significhi. E, subito, ho incontrato una famiglia

Dal 1973 lavora per molti anni come fotografo per il National Geographic. Il suo “curriculum” si riempie di reportage da tutto il mondo ma soprattutto dall’America Centrale dove Harvey trova la “cifra” della sua creatività scoprendo la realtà di Paesi pieni di contraddizioni e di sfumature sia culturali che visive, ricchi di una umanità contaminata dal susseguirsi, dal sovrapporsi e dal mescolarsi di genti di provenienze, religioni ed etnie differenti. Nel 1993 inizia a lavorare per Magnum Photos, del quale diventa membro effettivo nel 1997. Attraverso la collaborazione con la famosa agenzia trova nuovi stimoli soprattutto grazie all’indipendenza di cui gode e al riconoscimento delle sue capacità. Anche la conoscenza dei grandi fotografi facenti parte dell’agenzia diventa un forte impulso alla sua visione e alla sua creatività.

Quella di Harvey, nato nel 1944 a San Francisco e cresciuto in Virginia, è una storia che affascina per via delle varie tappe che hanno portato quest’uomo a diventare una delle più grandi firme, ancora viventi, della fotografia contemporanea. La poliomielite, contratta a 6 anni, lo costringe in cura di isolamento per diverso tempo, periodo durante il quale David, immobilizzato dalla malattia, legge libri e riviste che, con grande costanza, gli forniscono la mamma e la nonna. Tanto che quando compie 11 anni riceve la sua prima macchina fotografica (una Leica usata) e comincia a fotografare i membri della sua famiglia. La sua passione per la cultura e per l’ambiente sociale lo porteranno a studiare storia dell’arte e a laurearsi in giornalismo.

proccio di tipo giornalistico, rinunciando all’idea del reportage come una sorta di letteratura fotografica, egli finisce per convincersi che storie e racconti possano esistere come semplice conseguenza di un insieme di immagini.

le rende palesi e leggibili, costringe il pubblico ad aprire gli occhi e la mente. Pubblica un libro con le sue risorse, “Tell it like it is”, e il ricavato aiuta la chiesa locale a procurare cibo e vestiti per i poveri del quartiere. Questo rimarrà uno dei pochi lavori in bianco e nero, perché successivamente Harvey farà del colore il protagonista e l’elemento fondante dei suoi scatti. La sua ispirazione fotografica prende spunto dalla conoscenza della pittura e, partendo dal presupposto che la fotografia può “creare qualcosa dal nulla”, conclude che il suo soggetto possa essere semplicemente ciò che esiste e sta di fronte al fotografo. Ciò comporta che le fotografie possono comunicare naturalmente per il fatto stesso di essere immagine, senza necessariamente contenere concetti. Pur essendo partito da un ap-

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Con Magnum viaggia in Cile, Messico, Cuba, Vietnam e ancora nei suoi Stati Uniti. In tutti questi luoghi il suo obiettivo è quello di cogliere le persone nel loro quotidiano senza però rinunciare alla descrizione dell’essenza dei luoghi nei quali queste persone conducono la loro vita. Nel libro “Divided Soul” David riesce a raccontare al meglio la sua grande affinità con il mondo latino, con i suoi colori e le sue atmosfere, con la sua anima spesso sordidamente triste ancorché celata da grandi sorrisi. La sua è una fotografia “sporca”, che non tiene conto dei crismi compositivi classici e della pulizia di linee ed elementi. All’interno delle sue immagini i soggetti ed i colori sono complementari alla creazione visiva che il fotografo vuole ottenere. Ciò che può sembrare approssimazione è invece una voluta differenziazione tra soggetti fermi ed elementi in movimento, tra colori saturi e luci abbaglianti alternate ad ombre pesanti. David Alan Harvey ha fatto e continua a fare della fotografia la sua vita, attualmente lavora ancora e insegna la sua arte ai giovani. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Spread, titoli di Stato e investimenti: un po’ di chiarezza di Elio Candussi

a quale tasso di interesse lo Stato deve vendere i buoni del tesoro? Questo valore è legato alla fiducia che l’investitore ha nei confronti del soggetto emittente, cioè Stato. In altre parole i soldi che ho investito in BOT o BTP mi verranno veramente restituiti e con il ”premio” promesso? Ovviamente questo ”premio”, cioè il tasso di interesse, sarà alto, se è alto il rischio di insolvenza dello Stato e viceversa! Facciamo un passo avanti: chi e come si stabilisce l’entità di questo ”premio”? Non lo Stato, ma il famigerato ”mercato”, cioè l’indefinito mondo dei potenziali compratori, che possono decidere di acquistare italiano piuttosto che i titoli di un altro Paese. E su quale base? Questo tasso di interesse viene stabilito in primo luogo con riferimento a elementi ”oggettivi”, a dati di fatto certi, il più importante dei quali è il debito pubblico (e se il debito è alto, sarà alto pure il rischio di insolvenza e di conseguenza pure alto sarà il premio per l’investitore e il costo per lo Stato). Il debito pubblico si può misurare in valore assoluto (significa quanti soldi devo restituire a chi me li ha prestati) e attualmente ammonta per l’Italia a circa 2.300 miliardi di euro (il più alto tra i Paesi dell’eurozona). Ma si può anche misurare in termini relativi (cioè in rapporto al PIL, alla ricchezza prodotta), che attualmente per l’Italia vale il 132% e siamo i quarti in Europa dopo Portogallo, Irlanda e Grecia; ma questo è un altro discorso. L’altro elemento di valutazione per la definizione del premio sui BOT e BTP è di natura ”soggettiva”, cioè si riferisce a quel fattore impalpabile che è la ”fiducia” nel soggetto emettitore, cioè lo Stato, nella sua capacità di gestire la cosa pubblica e nei suoi massimi organi rappresentativi, cioè il Governo e il Parlamento; quindi se la pubblica amministrazione funziona male, se il Governo è rissoso, poco efficiente, con strategie nebulose (o almeno questa è la mia percezione), allora io investitore non mi fido di lui. Quindi tassi alti e costi alti per lo Stato.

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os’è lo ”spread”? Perché varia così frequentemente? Perché è diverso da Stato a Stato? Come influisce sui conti dello Stato e, di conseguenza, sui cittadini? Per provare a rispondere dobbiamo partire da lontano.

Lo Stato, per finanziare le proprie attività correnti, ed in particolare gli investimenti a lungo termine, emette dei buoni del tesoro (BOT, BTP, ecc), cioè dei ”titoli” che vengono venduti ad un certo valore e, dopo un certo tempo (mesi, anni,..), verranno incassati dall’investitore ad un valore superiore. Questo ”valore in più” è il tasso di interesse che lo Stato paga a chi gli ha prestato soldi e quindi è un costo per lo Stato. A questo punto il problema è: per convincere l’investitore ad acquistarli,

Conclusione. Se il tasso di interesse che applico (o devo applicare) ai BOT e BTP è alto significa che il mercato non ha fiducia nello Stato che li ha emessi. Nel concreto chi è il mercato? I grandi intermediari finanziari, come i fondi di investimento, le grandi banche d’affari e il privato cittadino. Non un fantasma, ma qualcuno che vuole ragionevolmente guadagnare dai propri investimenti a fronte di un certo rischio. A questo punto veniamo al caso Italia. I titoli emessi dallo Stato italiano hanno un tasso di interesse ben più alto di quello di quasi tutti gli Stati europei, in particolare di quelli emessi dalla Germania, che viene considerato il Paese più affidabile d’Europa. E così che i tassi tedeschi vengono per convenzione scelti come riferimento su cui calcolare i tassi degli altri Stati. Eccoci arrivati al nostro ”spread”! Si tratta di un numero che misura la differenza tra i tassi di interesse dei BTP a 10 anni dei vari Stati d’Europa e quelli analoghi dei Bund tedeschi. Approdiamo finalmente ai giorni nostri. Scegliamo un giorno qualsiasi di inizio

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febbraio 2019. I titoli italiani viaggiano sui 260-280 punti di ”spread” che corrisponde ad un tasso di interesse del 2,8% circa. A nostro livello sta solo l’Ungheria (circa 250) e peggio solo la Grecia, che sta a 370 punti, corrispondente ad un tasso del 3,9%. Alcuni Paesi che noi consideriamo ”con sufficienza”stanno molto meglio, ad es. lo spread della Slovenia è a 90, la Spagna a 110, il Portogallo a 150, Malta a 100. In Francia, nonostante le contestazioni dei gilet gialli, i disordini, le sommosse popolari, ecc., nonostante tutto questo, lo spread è passato da un minimo di 31 punti ad ottobre 2018 ad un massimo di 55 a metà dicembre e poi stabilizzarsi intorno ai 40-45 punti. Gli antipatici Paesi Bassi sono i più virtuosi e sono a solo 10 punti, che tradotto significa un tasso di interesse sullo 0,3%. Cosa significa tutto questo? Che Paesi come la Francia e l’Olanda appaiono (o forse sono realmente) più seri, più affidabili, dove (nonostante tutto) le cose funzionano ed in modo efficiente. Molto meglio che in Italia. Che ciò sia realtà (come credo) o che solo appaia così in virtù della manipolazione dei media ha poca importanza. Il risultato è che è sempre responsabilità nostra, dello Stato e dei cittadini. La fiducia, come nei rapporti umani, non è una cosa che si compera con i soldi al supermercato, è qualcosa che si conquista sulla base delle nostre azioni, dei nostri comportamenti.

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Un Castello di musica e risate Si è aperto il 2 marzo al Kulturni Dom di via Brass la 24ma rassegna nazionale teatrale “Un Castello di musica e risate”, organizzata come sempre dal collettivo Terzo teatro di Gorizia, diretto da Mauro Fontanini. A inaugurare il festival è stata la commedia comica in friulano “Mior sta cul mal che si à”, presentata dal gruppo ricreativo Drin&Delaide di Rivignano. Il prossimo appuntamento è in programma il 16 marzo allorchè il Teatro delle arance di San Donà di Piave porterà in scena “I promossi sposi”, un altro spettacolo che rielabora in chiave comica il capolavoro di Alessandro Manzoni. Seguiranno, il 23 marzo, “Capo…danno da capo...giro” con i Trigeminus e il 30 marzo “The best of Fvg Talent show”, con cantanti, cabarettisti e, ospiti d’onore, il gruppo triestino di tap dance “Tutappini” e il cantante Unico. La rassegna proseguirà il 6 aprile con “Gildo” di Tommaso Pecile, divertente commedia in marilenghe proposta da Travesio Tuttoteatro, mentre il 13 aprile sarà la volta de “I gemelli di Krimisa”, commedia comica da “I menecmi” di Plauto, portata in scena dalla compagnia Krimisa di Cirò Marina. Il 4 maggio infine, a grande richiesta, “El tesoro de Franz Josef ” di Mauro Fontanini intepretata dal collettivo Terzo teatro. Prenotazione e prevendita di abbonamenti e biglietti singoli alla libreria Leg di corso Verdi 67. e, on line, sul circuito vivaticket.


Le molteplici identità del nostro territorio rappresentate da Anita Kravos, un’attrice versatile e cosmopolita

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opo la chiacchierata con il regista goriziano Matteo Oleotto, che ha terminato le riprese di “Volevo fare la rockstar” ed è partito per Roma dove seguirà la post produzione della fiction, in questo numero ci dedichiamo ad un altro orgoglio locale (e non solo): l’attrice Anita Kravos. Nata a Trieste ma cresciuta a Gorizia, Anita, è considerata una tra le più versatili e cosmopolite attrici italiane; l’ambiente in cui cresce è multiculturale, infatti Anita parla ben sei lingue, tra cui il russo che perfeziona a Mosca, dove frequenta la prestigiosa Accademia Teatrale.

di Eleonora Sartori sta Ndr). Le riprese di una fiction, però, possono essere molto più lunghe come due anni fa nel caso di “Romanzo familiare” diretto da Francesca Archibugi. Un lavoro molto intenso, che mi ha portato a viaggiare e fermarmi per diverso tempo a Livorno e a Torino, e a coltivare dei rapporti di amicizia con altri membri del cast. Proprio in quell’occasione ho rincontrato Matteo Oleotto che era il secondo regista. Con Matteo ci conosciamo sin dai tempi delle scuole superiori, il Liceo linguistico e recentemente l’ho rivisto proprio per la fiction “Volevo fare la rockstar”.

Anita fa parte del cast della seconda serie de “La porta rossa”, in onda dal 13 febbraio su Rai 2, dove interpreta Lana Vesna, madre di Filip (interpretato da Pierpaolo Spollon), fidanzato di Vanessa (Valentina Romani), studentessa di diciassette anni, l’unica persona in grado di comunicare con Leonardo Cagliostro (Lino Guanciale).

Com’è “giocare in casa”?

Tu sei un’attrice di teatro e hai girato molti film. Com’è girare una fiction? Per l’impegno che ci metto, la stessa cosa di un film in verità. Non è la prima volta che accade, era già successo con “Ho sposato uno sbirro” con Fabio Insinna; in quell’occasione interpretai nell’episodio “Per un figlio” la parte di una slava assassina che si fa incarcerare per amore del figlio. Chiaramente i film hanno un’eco maggiore, pensiamo a “La Grande bellezza” di Paolo Sorrentino (film del 2013, vincitore del premio Oscar come migliore film traniero, in cui l’attrice interpretava Talia, una provocante arti-

E lo sloveno? Proprio in questi giorni è in fase di montaggio un film a cui ho preso parte e in cui ho recitato in sloveno. Si tratta di “Storie dai boschi di castagne” di Gregor Bozic. Il film è ambientato nel tardo 1950 nelle valli del Natisone. In un luogo remoto sul confine italo-jugoslavo, per sfuggire alla miseria del dopoguerra e alla crescente tensione politica tra i due paesi, uno dopo l’altro le persone lasciano il loro paese. Restano per lo più vecchi che vivono in piccoli insediamenti di pietra tra foreste oscure, e con loro le loro idee arcaiche sulla vita, le loro storie e i miti. Il film è una favola sull’isolamento e la solitudine ed è spettacolare per la bellezza delle fotografie e io recito in sloveno, in una variante tipica di dove sogno cresciuta a Savogna d’Isonzo. Del resto queste terre sono piene zeppe di storie da raccontare e parlre le lingue aiuta moltissimo a dare voce ai personaggi, ad interpretarli nel modo migliore possibile.

La serie è ambientata a Trieste, dunque in luoghi che l’attrice conosce molto bene e a cui è molto legata.

Beh, girare a Trieste è per me bellissimo perchè bellissima è la città. Il mare, ad esempio, mi riporta alla mente tanti bei ricordi di quando ero bambina. Poi, per quanto riguarda il dopo lavoro, sai dove portare i colleghi a mangiare e bere bene (ride).

sentire a mio agio ovunque mi trovi e in generale aiuta ad aprire gli orizzonti. Anche nel mio lavoro parlare le lingue è un vantaggio, perchè puoi prendere parte a produzioni in cui magari devi recitare in inglese.

“Amo il mio lavoro perchè riesco a dare voce a personaggi che spesso non ne hanno, e mi è successo proprio quando ho avuto l’opportunità di recitare in sloveno, la lingua di mia nonna”. Del resto il mondo è piccolo, Gorizia ancora di più. A proposito di questo, cosa ti porti dietro della tua terra? Di sicuro il confine e la sua ricchezza. Il plurilinguismo e la diversità culturale. Io sono bilingue, l’asilo e la scuola elementare le ho fatte a Savogna, in ambiente sloveno. Mia nonna parlava il correttamente anche il tedesco, lingua in cui poi mi sono laureata. Quanto questo aspetto ti ha aiutata nella vita professionale e no? Tantissimo. L’essere bilingue mi ha aiutato ad apprendere molto facilmente le altre lingue. Parlare le lingue mi fa

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La TOP Five della Libreria Voltapagina 1. “La vita davanti a sè” di Romain Gary (Emile Ajar) 2. “Mistero in fondo al lago” di Michael Kobr e Volker Kluepfel 3. “Il primo bacio. L’educazione sentimentale dei nostri figli preadolescenti” di Alberto Pellai e Barbara Tamborini 4. “Vincoli. Alle origini di Holt” di Kent Haruf 5. “Viaggio alla fine del mondo” di Nishioka KyodaiCadelo


Cantautrici nostrane, a Sanremo è sbocciata una ragazza di talento: la ventenne Margherita di Stefania Panozzo

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Nelle settimane scorse l’attenzione degli italiani é stata catturata dal Festival di Sanremo. Chi non conosce i vari risvolti della manifestazione, pensa che esista solo il Festival della canzone italiana, ma non é così. Durante quella stessa settimana ci sono state tantissimi eventi collaterali ospitate nella “città dei fiori”. Vi abbiamo già parlato del prestigioso successo della goriziana Paola Rossato premiata per il miglior album dell’anno realizzato da una cantautrice (“Facile”). Non solo. Abbiamo scoperto anche che un altro giovane talento nostrano, Margherita Pettarin, ha partecipato a un’altra manifestazione intitolata “Ora Sanremo”, che regala ai giovani l’emozione di un’esibizione aprendo la strada che forse un giorno li porterà a cantare sul palco dell’Ariston. Avevamo ammirato Margherita (figlia di Guido Germano, deputato di Forza Italia, e di Elena Andretti) in una bella serata musicale al teatro Verdi organizzata dalla Casa delle Arti, e ci aveva colpito la delicatezza delle sue canzoni e dell’interpretazione. Poi, dando un’occhiata a Google, avevamo trovato anche un suo successo “mondano”: due anni fa, a Trieste, era stata incoronata “Ragazza per il cinema 2017”. L’abbiamo incontrata al ritorno da Sanremo, nel fulgore del suo metro e ottanta di altezza. Ciao Margherita, parlaci di te. Mi chiamo Margherita Pettarin, ho 20 anni e mi sono diplomata due anni fa al Liceo Linguistico Scipio Slataper. Sto seguendo un corso per diventare maestra di sci e sono circa a metà percorso, perché lo frequento da un anno e mezzo e in Trentino Alto Adige ne sono previsti tre. Sto seguendo anche un corso per diventare istruttrice di atletica leggera (qui segue le orme della mamma, ndr) e poi sono una cantautrice. Che genere di musica ti piace ascoltare? Non ho un genere preferito in assoluto, ma ascolto un po’ di tutto. Se devo scegliere un criterio, ascolto la musica che rispecchia maggiormente il mio stato d’animo in un determinato periodo.

Da che cosa trai ispirazione per scrivere le tue canzoni? Qualche volta dalla sfera affettiva. Ad esempio quando mia cugina ha compiuto 18 anni le ho dedicato una canzone per farle un regalo speciale. Ma in generale traggo ispirazione da quello che succede intorno a me. Spesso, infatti, mi capita di sedermi al pianoforte e comporre seguendo quello che sento in quel momento. Oltre lo sport e la musica cosa ti piace fare nel tuo tempo libero? Mi piace molto il cinema, quindi guardo volentieri i film e mi piace anche documentarmi sulle storie che narrano. Come hai vissuto l’esperienza di Sanremo? Beh, anche se non ho cantato all’Ariston, ma in una manifestazione collaterale, andare nella città del Festival ha il suo fascino, e per me ha significato molto. Ho conosciuto tanti cantanti, mi sono divertita a fare le dirette Live e penso di essere cresciuta ulteriormente. Cosa rappresenta la figura mascherata che appare nel finale del video del tuo secondo singolo, “Vai via”, che le radio regionali trasmettono a palla? Il testo di “Vai via” parla di un tema forte, la violenza psicologica. Una violenza che può avere tante sfaccettature diverse e non ha una definizione uguale per tutti. Ecco il perché la figura mascherata che appare alla fine del video non ha un volto. Hai altre canzoni nel cassetto o stai progettando un album? Canzoni nel cassetto ne ho sicuramente, ma non sento di avere ancora la maturazione giusta per un album. Infatti penso che l’incisione di un cd richieda un’esperienza maggiore di quella che posso avere io in questo momento. Cosa ti aspetti dal futuro? Mi aspetto di continuare a fare quello che faccio, impegnandomi per far conoscere a più persone possibile la mia musica, sperando che tutto ciò porti i suoi frutti. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

La cantautrice Margherita Pettarin

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Gorizia News & Views è reperibile in forma cartacea nei seguenti punti di distribuzione: Biblioteca statale isontina di via Mameli, Kinemax di piazza Vittoria, librerie Leg, Voltapagina e Ubik di corso Verdi e Antonini di corso Italia, Kulturni Dom di via Brass, Casa delle Arti di via Oberdan, bar Torino di corso Italia, bar Aenigma di via Nizza, atrio dell’ospedale, negozio Il Laboratorio di piazza Vittoria, Taverna al Museo di Borgo Castello, tabacchino Da Gerry di via Rastello, tabaccheria via Duca D’Aosta 106, tabaccheria via Crispi 6, Ugg di via Rismondo. E’ consultabile on line all’indirizzo: https://issuu.com/gorizianewsandviews

Gorizia News & Views Reg. Trib. Gorizia n. 1/2017 dd 11/12/2017 mensile del Mosaico & APS Tutti Insieme sede Nazareno Gorizia, via Brigata Pavia 25 gorizianewsandviews01@gmail.com DIRETTORE RESPONSABILE Vincenzo Compagnone REDAZIONE Eleonora Sartori (vice direttore) Ismail Swati, Rafique Saqib, Manuela Ghirardi, Felice Cirulli, Renato Elia, Eliana Mogorovich, Timothy Dissegna, Anna Cecchini, Stefania Panozzo, Aulo Oliviero Re, Lucio Gruden, Laura Devecchi, Elio Candussi, Giorgio Mosetti, Francesca Giglione STAMPA Cooperativa Sociale Thiel Sede operativa Fiumicello: Via Libertà 11, 33050 Fiumicello (UD) CF e P.IVA 01023280314 N.Iscr. Albo Naz. Coop.: A133094 In collaboration with: APS Tutti Insieme - www.tuttinsiemegorizia.it Nazareno Optimistic Youth Network and Consorzio Mosaico https://issuu.com/gorizianewsandviews

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