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Gorizia News & Views Anno 3- n. 5 Maggio 2019

SOMMARIO Pag. 2 Un blog e due libri: la Cina è vicina e Antonella ce la racconta Pag. 3 Pedro Luis Raota e l’uso magistrale del chiaroscuro: il maestro argentino è il Caravaggio della fotografia Pag. 4-5 Insieme Ritroviamo Il Sorriso: nasce a Gorizia un team di professionisti per aiutare chi soffre Pag. 6 Tattoo, che passione ma è un mestiere che non si può improvvisare Pag. 7 Migranti, il Nazareno diventa l’unico centro d’accoglienza. Timori per una ripresa dei flussi lungo la rotta balcanica Pag. 8 Gorizia, quale futuro? / 5 Va affrontata concretamente l’emergenza occupazionale Pag. 9 Nella cattedrale di Blackburn la mostra di una goriziana per ricordare le vittime del terremoto che sconvolse il Friuli Pag. 10-11 Ritorna èStoria con i riflettori puntati sulle “Famiglie”. 180 incontri a tutto campo con ospiti di grande spicco Pag. 12 E Frank bacchetta Tea, la saccente che ha paura di volare Pag. 13 Osmize, succulenta tradizione da Carlo Magno a oggi. Ecco le istruzioni per l’uso (ammesso che le troviate) Pag. 14 Salvini non vuole che i migranti imparino l’italiano Ma così facendo creerà soltanto una massa di disagiati Pag. 15 Migranti e bimbi dell’asilo: un aquilone per conoscersi Pag. 16-17 Al traino di Nova Gorica sul progetto “capitale della cultura”: ben venga, ma occorre saper proporre qualcosa di originale Pag. 18 I medici in sala operatoria con un visore grazie alle “invenzioni” dei giovani di Nucleode Pag. 19 Gli “Studenti in Movimento” conquistano Trieste

“La libertà è come l’aria, ci si accorge di quanto vale quando comincia Pag. 20 a mancare”. Quando un parco fiorito diventa “terapeutico”: (Piero Calamandrei) lodevole iniziativa all’ingresso dell’ospedale


Un blog e due libri: la Cina è vicina e Antonella ce la racconta di Eliana Mogorovich

stri pensieri, chissà perché immaginavamo che prima o poi ci saremmo trasferiti in Asia. E così, armi, bagagli e due figli piccoli di due e quattro anni (a cui, poco dopo, si è aggiunto il terzo bimbo), abbiamo deciso di buttarci a capofitto nella grande avventura dell’espatrio.» Cosa ti ha colpito al vostro arrivo? Ammetto che non sapevo cosa aspettarmi da questo paese piuttosto misconosciuto in Italia. Quando sono arrivata all’aeroporto di Shanghai, mi sono subito stupita per la modernità e quella che sembrava una composta efficienza. Strade ad otto corsie, aiuole e giardini curatissimi, palazzi di vetro e acciaio decorati da mille giochi di luci, automobili costose lungo le strade, trasporti che funzionano con puntualità. Certo, questa è una delle zone più ricche della Cina e si vede (Antonella vive a Suzhou, a circa 100 km da Shanghai, ndr). Basta però lasciare il quartiere moderno ed addentrarsi nelle viuzze della città vecchia per ritrovarsi in tutt’altra atmosfera, scoprire quegli scorci autentici che uno si aspettava di trovare nel Celeste Impero. Da quando vi siete trasferiti avete apprezzato dei mutamenti? La Cina corre, e quella di sei anni fa è già obsoleta rispetto a quella che vivo quotidianamente. Ora qui si paga tutto tramite il telefono cellulare, si ordina qualsiasi cosa online, i trasporti sono sempre più funzionali (in sei anni Suzhou ha costruito tre linee della metropolitana). Naturalmente, ai pro si contrappongono i contro: l’inquinamento ad esempio, che purtroppo non è una leggenda metropolitana. La Cina sta facendo molto per arginare questo problema e, rispetto a sei anni fa, la situazione è migliorata. Ma in certe stagioni dell’anno il grigiore ristagna per giorni e diventa insopportabile.

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migrare può essere molte cose: una sfida o un desiderio, un nuovo inizio o un modo per lasciarsi alle spalle situazioni pesanti, un’avventura sognata o temuta, una ricerca, una speranza. Per Antonella Moretti, triestina, probabilmente è un mix di tutto questo; ma soprattutto emigrare è stato l’incentivo a far sbocciare la passione per la scrittura. Sviluppato inizialmente nel blog “Cucinanto”, questo amore per la narrazione è sfociato in “Prezzemolo e cilantro” e “L’inquietudine del drago”, entrambi disponibili su Amazon, entrambi trasposizione romanzata e velata della sua esperienza di expat in Cina al seguito del marito. «Risale al 2012 – ricorda - il giorno in cui mio marito mi ha annunciato, non senza una certa emozione, che aveva ricevuto una proposta di lavoro per la Cina. L’Oriente era sempre stato nei no-

Quali difficoltà vivete? Senz’altro la barriera linguistica: il cinese è una lingua difficile, soprattutto per quanto riguarda la parte scritta. La sua logica, i suoi suoni e i suoi simboli sono talmente diversi da quelli a cui siamo abituati che riuscire a impararla bene è un’impresa titanica. Non essere in grado di leggere un depliant o un giornalino

Antonella Moretti

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mi fa sentire disconnessa dalla società in cui vivo e questo alla lunga mi sta pesando. Alle volte pesa anche il fatto che, quando sei straniero, amalgamarsi con la popolazione non è facile, non solo a causa della difficoltà linguistica, ma anche per le diversità culturali. Ci vuole dedizione e sforzo, nulla arriva spontaneamente anche se l’italiano in Cina è ben considerato e l’Italia è vista come un luogo bellissimo da visitare e dove vivere. Conoscono il calcio e le grandi marche, ma per il resto non è che i cinesi abbiano un’approfondita conoscenza del nostro Paese. Forse anche perché l’Italia di solito non occupa un posto di rilievo tra i titoli dei giornali locali, ma la situazione sta cambiando da quando il presidente Xi Jinping ha visitato il nostro Paese, facendo “scoprire” l’Italia ai quotidiani. Passiamo al blog: da dove è nata l’idea? Approfondire, comprendere e condividere le mie scoperte sulla Cina moderna è stato il bisogno che ha dato vita a cucinanto.com e alla relativa pagina Facebook. Ma la passione di scrivere non ha trovato completa soddisfazione nel blog, e ho deciso che avrei portato a termine il sogno di scrivere un libro. Parlaci di “Prezzemolo & cilantro”, uscito nel 2016. Racconta la vita di un gruppo di donne italiane in Cina. Pur non essendo prettamente autobiografica, la storia attinge a piene mani dalla realtà quotidiana e si sofferma non solo sulle difficoltà del vivere con la famiglia in un Paese così diverso e per certi versi difficile, ma anche sull’emozione di sperimentare l’avventura dell’espatrio. Nella storia, il punto di vista principale è quello delle mogli che, come me, lasciano tutto per seguire il marito in Cina: fra le altre “rinunce”, abbandonano il loro lavoro e per questo sono viste come “privilegiate” da chi magari non ha mai varcato i confini del Bel Paese, non rendendosi conto di come sia difficile gestire una famiglia quando vivi lontano dal tuo luogo di origine. Lo scorso novembre è poi uscito “L’inquietudine del drago”... Il libro tratta temi come i giovani italiani all’estero, i cinesi di seconda generazione in Italia, le coppie miste e racconta tutto questo attraverso il punto di vista di Maia, la protagonista principale, che arriva a Shanghai quasi per caso, spinta dalle circostanze e senza consapevolezza su cosa l’aspetta. L’avventura in terra straniera sarà per lei il primo scontro con la vita adulta e le farà capire come ogni scelta può avere delle conseguenze. Lele, il protagonista maschile, sa invece benissimo cosa cerca: vuole riallacciare i legami con il suo paese di origine e mettere pace nella sua dualità culturale. Alla ricerca dei suoi parenti, scoprirà un dramma familiare di cui non era a conoscenza e che rischierà di gettare un’ombra sulla sua giovane vita.


Pedro Luis Raota e l’uso magistrale del chiaroscuro: il maestro argentino è il Caravaggio della fotografia

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di Felice Cirulli mmaginate la luce: diretta, senza intermediazione, pura, pulita, che rivela e scolpisce forme e volumi.

Pensate all’ombra: scura, quasi ottusa, che cela, nasconde ma insieme racconta di qualcosa che esiste ma non si vede, qualcosa che si può solo intuire.

in bianco e nero si contraddistinguono per le loro caratteristiche pittoriche, con i soggetti che “emergono” letteralmente da nere ombre profonde all’interno di atmosfere drammatiche nelle quali la luce disegna, descrive e racconta.

Ora mettete insieme luce ed ombra, cercando di descrivere un vostro stato emozionale o una sensazione, oppure cercando di raccontare una situazione attraverso connotazioni intense e drammaticamente teatrali. Provate ora a fare tutto questo in un contesto ambientale ordinario e semplice, con dei soggetti umani che nulla di particolare hanno se non la loro genuina e spontanea sincerità e la loro profonda umanità. Pedro Luis Raota è stato definito il Caravaggio della fotografia grazie alla sua abilità nel creare immagini che, pur riprese in circostanze le più disparate e diversificate, fanno del chiaroscuro la loro cifra stilistica. Le fotografie di questo Maestro hanno quasi sempre una connotazione teatrale e drammatica ed usano come soggetto luce ed ombra. Rappresentano ed interpretano esseri umani ritratti in situazioni di quotidiana attività familiare, di lavoro, di gioco e d’altro ancora.

I suoi sono ritratti a volte ambientati, altre no, che perseguono lo scopo di consegnarci e rendere visibile l’anima delle persone fotografate attraverso le loro espressioni genuinamente spontanee nonostante la “presunta invadenza” del fotografo. La luce ha il potere di svelare e far emergere ciò che il buio inghiotte ed è così che il maestro estrae

Nato in Argentina nel 1934, è considerato il più grande fotografo di quella nazione. Abilissimo nel “piegare” la luce all’esigenza di comunicare intensità ed emozione attraverso la pellicola fotografica. Figlio di contadini e indirizzato inizialmente a diventare un avvocato, scoprì la sua vera passione nella fotografia e su di essa ripose tutte le sue aspirazioni successive. “Un fotografo pensa un’immagine e se non esiste la crea”. Questa è la semplice e potente definizione che Raota suggerisce del lavoro di un buon fotografo. Perseguendo questo lineare concetto, è arrivato ad incarnare uno dei più grandi talenti della fotografia del Novecento. Le sue opere sono state pluripremiate ed esposte al pubblico in tutto il mondo. Le sue fotografie

in modo artificioso le sue composizioni fotografiche, piegando la realtà ad uso del suo immaginario creativo. I detrattori però sono stati smentiti proprio dal grande successo ottenuto dal fotografo, riconosciuto come un interprete di emozioni e capace di intensa passione espressiva. Le sue immagini traggono il loro valore proprio dalla ricerca visuale ed estetica dell’artista il quale finisce per renderle ancora più fruibili e fonte di coinvolgimento emozionale. La ricerca c’è, è impossibile negarlo, ma è una ricerca finalizzata a sostenere il soggetto ed a renderlo il “protagonista forte” della realizzazione fotografica. È stato descritto come “un uomo sensibile che seppe creare immagini, ricche di pathos o di tenerezza, di traboccante allegria o di impotenza demolitrice, che seppe inventare un linguaggio fotografico di immensa chiarezza concettuale: un’arte profonda e di illimitata umanità che contribuisce a riscattare le esperienze comuni a tutti gli esseri umani. Attraverso l’obiettivo. Attraverso l’anima.” Le fotografie di Raota sono pregne talvolta di affetto, altre volte di asprezza ma sempre esprimono partecipazione verso ciò che rappresentano, creando una diretta relazione di intesa tra soggetto e osservatore. L’intento del fotografo è quello di far trasparire talvolta tristezza, altre volte felicità, inadeguatezza o rassegnazione. La “debolezza” dei soggetti umani ripresi, tuttavia, diventa elemento di dignità e di rappresentazione sacrale della vita. L’ombra che avvolge i personaggi fotografati e la luce che li disegna divengono il simbolo della loro emersione e del loro riscatto dalla palude del disinteresse e dell’insensibilità collettiva, all’interno della quale sono costretti sopravvivere in virtù di un destino assegnato loro dal caso.

dal nero le sue visioni, crea le sue figure e le consegna allo spettatore. Pur trattandosi, la sua, di una visione prettamente realistica, per qualche tempo è stato accusato di smaccato “pittorialismo” e di aver voluto appositamente costruire

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La sua vita e la sua carriera di fotografo, così come il suo racconto umano, purtroppo, si interrompono in maniera prematura nel 1986, all’età di 52 anni. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Insieme Ritroviamo Il Sorriso: nasce a Gorizia un team di professionisti per aiutare chi soffre

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iris è un fiore che racchiude sentimenti profondi e positivi: fiducia, amicizia, verità, ma soprattutto saggezza e speranza, l’ultima a fuoriuscire dal vaso scoperchiato da Pandora, dopo che tutti i mali si riversarono nel mondo, come narra la mitologia greca. Il numero tre ricorrente nell’iris – i petali in posizione verticale, quelli girati verso il basso, i boccioli per stelo – rimanderebbe a quello della Trinità, motivo per cui l’iconografia cristiana ha assunto questo fiore come simbolo di fede, di coraggio e di saggezza. In Asia orientale l’iris era un talismano contro ogni maleficio che veniva dipinto sull’armatura dei soldati per proteggerli dai nemici. Il fiore di iris, proteso verso il cielo, era ritenuto anche simbolo di longevità. Iris è anche un acronimo, Insieme Ritroviamo Il Sorriso, nonchè il nome di un progetto nato a Gorizia per accompagnare le persone che si trovano in un momento delicato della propria vita, caratterizzato dalla malattia. Accompagnare nella sua accezione letterale, “andare insieme”, affiancare una persona nel momento del bisogno, non lasciarla sola ad affrontare le conseguenze della malattia. “Iris altro non è che un fiore che ha trovato al Forum una casa in cui fiorire - ha dichiarato Andrea Picco, presidente dell’Associazione che ha fatto da incubatore dell’iniziativa -. Per me l’idea è bellissima: un gruppo di professionisti che mette a disposizione le proprie competenze per migliorare la qualità della vita di chi sta male, e lo fa prendendosi cura di aspetti che apparentemente non hanno a che fare con la terapia, ma che in realtà contribuiscono a migliorare la quotidiana convivenza con essa verso la guarigione. Sapere che la vita continua tra una terapia e l’altra, e che non si rinuncia ad essere sè stessi, è un grande aiuto nel percorso. Che questo fiore sia sbocciato proprio nella nostra sede mi riempie d’orgoglio”. Il progetto, che coinvolge diversi professionisti goriziani e che verrà presentato il 9 maggio alle 18.30 al Trgovski Dom, è stato concepito per andare incontro alle esigenze non mediche delle donne e degli uomini in una fase che viene infelicemente definita “sopravvivenza”, la vita dopo la diagnosi di una malattia cronico-degenerativa, che, grazie ai progressi della medicina è sempre più lunga. Se in ambito sanitario i medici e gli infermieri forniscono l’assistenza di cui si ha bisogno, esistono anche altre necessità non strettamente terapeutiche, ad esempio ritornare al proprio lavoro e alla propria vita sociale, piacersi, stare bene con sé

di Eleonora Sartori stessi e divertirsi, tutti bisogni che la medicina, che ha altre priorità e altri obiettivi, non può soddisfare (risale al 13 aprile un’iniziativa goriziana che ha coniugato moda, divertimento e riflessione con una sfilata organizzata dal gruppo “Volendo continuare” che ha portato in passerella

donne e uomini che hanno affrontato le cure chemioterapiche). Curarsi significa anche porre attenzione all’aspetto estetico, psicologico e di autoaiuto, attraverso la consapevolezza che non si è soli. Il team che attualmente compone Iris è fatto di professionisti specializzati nel settore oncologico e nella gestione degli effetti collaterali della chemioterapia, biologhe, erboriste, estetiste, parrucchiere, psicotera-

peute, musicoterapeuti, accomunati da una sorta di mantra: “io non sono la malattia… sono una persona che con-vive con una malattia”. La mia visione di estetica è da sempre in senso allargato e cioè non solo “bellezza” ma soprattutto “benessere” - afferma Eleonora, estetista - . Nel corso della mia vita ho avuto due zie e alcune amiche con problematiche oncologiche, alcune di loro sono tuttora in vita grazie soprattutto alla ricerca che per fortuna fa progressi continui. In queste occasioni mi sono chie-

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sta cosa, oltre al raggiungimento di una sperata guarigione, si potesse fare per alleviare gli effetti collaterali delle terapie, sia chirurgiche che farmacologiche e radianti, che impattavano su pelle, unghie e gonfiori dei tessuti. Durante i vari corsi che ho frequentato ci era stato raccomandato di fare un passo indietro e non trattare questa tipologia di clienti per non aggravare la situazione. Ma la mia naturale inclinazione ad avere sempre, in ogni situazione, una spiegazione coerente e plausibile mi lasciava perplessa e curiosa di capire cosa fosse possibile fare e non solo cosa non si poteva fare. Pertanto a maggio 2018 sono diventata un’estetista APEO, ovvero un’Estetista diplomata che ha ottenuto l’Attestato di Competenza di Regione Lombardia in “Benessere, Make - up ed Inestetismi da Terapia”. Grazie a questo percorso, svolto presso la Fondazione Ca’ Granda Policlinico di Milano e tenuto da medici e fisioterapisti dello IEO di Milano, oggi posso aiutare le persone in terapia a prendersi cura di sé al fine di vivere il momento della malattia con la migliore qualità della vita possibile e posso seguirle dopo, durante tutto il periodo della terapia di mantenimento, per aiutarle a ritrovare il proprio benessere ed il proprio aspetto estetico. Sono stata una adolescente introversa – dice Debora, psicoterapeuta-. Finivo sempre per guardare dentro di me, piuttosto che fuori. Lo sguardo inside è diventata una pratica di vita, poi argomento di studio e infine la professione che svolgo. Mi interessava l’essere umano. Mi piaceva capire in che modo funzionassero le persone. Se alcune modalità di comportamento, alcuni atteggiamenti, certe scelte fossero del tutto casuali o se, invece, esse dipendessero da dimensioni/energie intrapsichiche spesso ignote all’individuo stesso. Per lungo tempo ho compiuto questa attività di esplorazione dentro di me e, dopo aver visitato i miei “luoghi interiori”, averne osservato le caratteristiche, conosciuto povertà e ricchezza, debolezze e forze, ho capito – gradualmente – che avrei voluto fare di questa lunga esperienza un lavoro, il lavoro. Infatti continuano a interessarmi profondamente gli esseri umani. Soprattutto quelli che si domandano il senso delle cose, quelli che interrogano sè stessi e sono aperti – o intendono aprirsi – al dialogo con la dimensione Simbolica che li anima. In questo dialogo tra le parti psichiche e fisiche di cui siamo composti, il Corpo è uno dei protagonisti. Nel nostro tempo, forse, il principale. Le affezioni del corpo, che chiamiamo malattie, dovute ad alterazioni anatomiche e/o fisiologiche presentano spesso una componente psichica, simbolica, spirituale che si lega


e si collega a dimensioni energetiche che vanno oltre il corpo stesso. Da anni la psicologia si propone di agire in maniera sinergica con la medicina, per raggiungere la Guarigione: uno stato dell’Essere ben superiore all’assenza dei sintomi. Mi sono occupata, nel servizio sanitario pubblico, di malattie oncologiche, di Cure Palliative e di specifici progetti per la cura dell’ansia e della depressione. Collaboro con le Aziende Sanitarie nell’ambito della formazione del Personale. Nell’attività professionale privata, lavoro con tutte le persone che desiderano trovare o ritrovare la strada verso il Ben-Essere e che, per questo, sono disposte a mettersi in cammino… alla scoperta di sè stesse. A tal fine, effettuo sedute di psicoterapia individuale nel territorio di Gorizia e a Palmanova aderendo al Progetto Iris e alle finalità che esso si pone. Biologa per formazione, abbandonato il progetto iniziale di lavorare in un laboratorio di ricerca o di analisi ho deciso di dedicarmi all’insegnamento – racconta Donatella; il destino mi ha comunque portato all’interno di un laboratorio, quello dell’Isis D’Annunzio, dove negli ultimi 20 anni ho insegnato biologia, analisi microbiologiche delle matrici ambientali ed esercitazioni di ecologia. Ora, in pensione da quasi 4 anni, ho iniziato una nuova attività, quella di seguire un’azienda impegnata nella coltivazione della Canapa Sativa, dalle cui infiorescenze si ottiene un principio attivo, il cannabidiolo (CBD), che per la sua spiccata attività antidolorifica trova impiego in moltissimi campi. Seguire da vicino lo sviluppo della pianta, studiarne caratteristiche e potenzialità, mi ha dato l’occasione di scoprire tutto un mondo a me sconosciuto, ma soprattutto l’efficacia del cbd nell’alleviare il dolore durante gli attacchi di emicrania, di cui soffro praticamente da sempre. Con l’olio di cbd estratto dalla Canapa Sativa la qualità della mia vita è cambiata, le crisi sono diminuite e quando si presentano, la loro intensità si è alleggerita di molto e la durata si è accorciata (praticamente un “normale” mal di testa che non mi impedisce di svolgere le normali attività). Tutto ciò ha aumentato la mia voglia di documentarmi sulle ricerche e gli studi, effettuati soprattutto all’estero, sui meccanismi e sui campi d’azione del cbd e di tutto il fitocomplesso prodotto dalla Canapa, allo scopo di capire in quali altri campi poteva essere applicato e di diffonderne l’utilizzo. Razionalmente, il mio pensiero era molto semplice: se è dimostrato che la molecola funziona per determinati problemi di salute, senza effetti collaterali, chi ha quei problemi dovrebbe poterla avere a disposizione o, perlomeno, sapere della sua esistenza e che può dare sollievo. Ma è a livello emotivo che, secondo me tutto è incominciato, perché la mia condizione - per quanto non possa essere paragonata per gravità ad altre a maggior progressività o aggressività (passata la crisi io riprendevo la mia vita normale fino a quella successiva), anche se in parte, credo mi abbia donato una sensibilità particolare portandomi a immedesimarmi anche se per pochi giorni, in chi la vita se la vede fermare un po’ ogni giorno, in chi rimane sospeso nel tempo e nello spazio mentre tutto fuori si muove, prigioniero del dolore fisico e spirituale, in isolamento dal mon-

do, e mi abbia portato a voler offrire una mano, a condividere. Perciò eccomi qui. Il prodotto è in commercio da poco, ma posso dire di avere già molti riscontri positivi, non ultimo l’effetto benefico che ha su di me: non mi riferisco solo all’assunzione personale, ma a quando qualcuno mi chiama per dirmi che finalmente può dormire, o respirare meglio, o muoversi e guidare perché i muscoli non sono più contratti, o che il dolore è calato e l’umore è migliorato. E questo mi fa davvero stare bene. La passione per l’erboristeria mi accompagna da sempre, mi ha spinta a laurearmi in Scienze Biologiche con una tesi sperimentale in Botanica Farmaceutica, e successivamente a conseguire il diploma di Erboristeria con lode – prosegue Paola. Ho sostenuto l’Esame di Stato come Biologo dopo un anno di tirocinio in Chimica Farmaceutica. Ho avuto l’occasione di approfondire le mie conoscenze scientifiche lavorando per anni come informatore medico-scientifico e frequentando numerosi corsi di formazione. Mi sono poi riavvicinata alle discipline naturali lavorando presso un’erboristeria, una sanitaria ed un’azienda di preparazioni omeopatiche; da oltre cinque anni gestisco la mia erboristeria e dedico molte energie allo studio di nuovi preparati, seguendo corsi di approfondimento in campo olistico. Quando mi è stata offerta la possibilità di partecipare al progetto Iris ho aderito con entusiasmo, perché svolgo con passione la professione di erborista ed ho maturato molta esperienza nell’interagire con persone che affrontano patologie anche gravi: cerco di offrire loro il mio sostegno e di proporre i rimedi naturali più adatti a fornire sollievo come complemento alla terapia farmacologica, sempre in assoluta sicurezza. Presto infatti notevole attenzione alla scelta delle piante e dei principi attivi, evitando così effetti collaterali e interazioni negative con le cure mediche. Sono felice di poter contribuire a lenire i disturbi e a riacquistare benessere e bellezza nel rispetto dell’equilibrio e della natura. Sono semplicemente una parrucchiera dichiara Rosella - anche se non mi è mai piaciuto definirmi così. Sento invece di poter affermare di essere una persona che si prende cura del benessere dei capelli, cornice indiscussa del nostro volto, quella parte di noi tutti che ti fa cambiare la giornata, che ti porta il sorriso e ti fa sentire comunque e sempre “bella”. Quando mi è stato proposto di far parte di questo gruppo ho cercato di immaginare domande e risposte alle quali sarei andata incontro. Più volte in questi ultimi 10 anni sono stata partecipe indirettamente di problematiche dovute a cure oncologiche, poi è arrivato anche il mio momento. Cinque anni fa ho fatto un lungo percorso, un anno intenso, doloroso che mi ha cambiato la vita, in mille sfaccettature diverse ma non mi ha portato via niente, anzi... Mi sento di avere così tanto da dare e da condividere e l’opportunità di farlo mi si è presentata con Iris. Io so cosa si pensa in quella che definisco “avventura”, so le domande che si vorrebbero fare, le risposte che non si vorrebbero sentire, i pesanti silenzi che accompagnano ogni pensiero. Cosa posso dare, cosa posso offrire? Parte del mio

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tempo e della mia esperienza, della mia professionalità e tutto quello permetterà di far passare quei mesi in modo tranquillo e sereno. Qualcuno dice “sono solo capelli”, ma non sono forse la prima cosa e la più importante che vede una donna (e non solo) ogni giorno, in ogni riflesso di sé? Io farò il possibile per farla sentire sempre e comunque bella. Ad aderire con entusiasmo al progetto Iris c’è anche Aulòs, un’associazione di promozione sociale che crea e gestisce progetti di musicoterapia in Friuli Venezia Giulia. I professionisti di questa realtà promuovono il benessere della persona attraverso l’uso del sonoro-musicale, in percorsi individuali o di gruppo e credono profondamente nell’idea alla base del progetto di valorizzare la persona e il suo vissuto. La musica e il suono hanno proprio la capacità di agire in questo senso: mettere al centro l’individuo è il nostro modo di intendere la musicoterapia.

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Friulani e tumori: alcuni dati La seconda causa di morte in Friuli Venezia Giulia sono i tumori (la prima le malattie circolatorie), con un’incidenza (numero nuovi casi anno) di 4750 casi negli uomini e 4300 nelle donne (dati 2018). A livello della provincia di Gorizia, invece, il numero medio di nuovi casi per anno è di 2411 tra gli uomini e 1981 tra le donne (dati 2017 – 2010). Dati positivi riguardano la copertura totale dei programmi di screening regionali nel periodo 2014-2017, sempre superiore al 70% e superiori alla media nazionale e l’aumento della sopravvivenza, ovvero la vita dopo una diagnosi oncologica o di malattia cronico degenerativa. Essa è condizionata da due aspetti: la fase nella quale viene diagnosticata la malattia e l’efficacia delle terapie intraprese. Sulla sopravvivenza influiscono quindi sia gli interventi di prevenzione secondaria sia la disponibilità e l’accesso a terapie efficaci. Nel 2018, sono quasi 3 milioni e quattrocentomila (3.368.569) gli italiani che vivono dopo una diagnosi di tumore, che rappresentano il 6% dell’intera popolazione italiana (uno su 19). I dati dell’Associazione Italiana dei Registri Tumori indicano un costante aumento del numero degli italiani che vivono dopo una diagnosi di tumore - circa il 3% l’anno. Il numero di prevalenti che era di 2 milioni e 244 mila nel 2006 è aumentato sino a oltre 3,4 milioni nel 2018. Uno su quattro è tornato ad avere la stessa aspettativa di vita della popolazione generale e può considerarsi guarito. E’ possibile affermare, dunque, che i tumori non solo sono curabili, ma anche guaribili dato che oltre un quarto dei pazienti è tornato ad avere la stessa aspettativa di vita della popolazione generale, cioè di chi non ha mai avuto una diagnosi di tumore. La conferma che un pieno recupero è possibile ha importanti ricadute su molti aspetti della vita delle persone che hanno avuto una diagnosi di tumore e apre loro le porte alla possibilità di un completo reinserimento lavorativo e sociale. (ElSa)


Tattoo, che passione ma è un mestiere che non si può improvvisare di Manuela Ghirardi

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ercorro via Mazzini a Gorizia e mi fermo davanti a SGB tatuaggi e piercing dove, dato il look davvero trendy della vetrina, mi fermerei comunque, anche se non dovessi intervistarne la proprietaria, Monica Visentini, accompagnata dal collega Marco Snidero. Monica, ci si può ispirare a generi diversi per rendere davvero speciale un tatuaggio? Marco ha lavorato con uno dei tattoo artist più famosi del mondo, Alex De Pase, assistendo a parecchi cambiamenti nel corso degli anni: ci sono artisti e ci sono esecutori, ripete. Una volta si imparava sul campo, adesso esistono scuole diverse; alcuni studiano profondamente il genere che desiderano produrre, altri affinano la tecnica con la pratica, che sia realismo a colori o bianco e nero, traditional, neo traditional, blackwork, dotwork, grafico, solo linea, Japan, new

school, comic… C’è chi crede di poter improvvisare ma non si può svolgere questa professione senza il sostegno di una passione devastante. Molto dipende dal carattere: io tatuo ininterrottamente dalle 11 alle 20, disegno anche fino alle 3 di notte partendo da un’ispirazione, sono sempre più determinata a proporre lavori originali. Questo alle volte rende difficoltosa la vita privata, spesso inscindibile da quella lavorativa. La precisione e l’affidabilità sono molto importanti. Ho iniziato tatuando gli amici circa 10 anni fa quando gestivo il Pieffe (locale underground di Lucinico dove si sono esibite band punk, rock e hardcore di fama internazionale, ndr), poi la cosa si è evoluta e ho scoperto che mi emozionava molto. Accetto lavori diversi ma ora sono consapevole di quale sia il genere che preferisco. Chiaramente è la persona di cui mi occupo in quel momento la cosa più importante, devo dare il meglio, perché non parliamo di un foglio di carta dove puoi fare quello che ti salta in mente.

al laser, chiede di coprire delle iniziali con una ics o con una fantasia diversa. Vieni in contatto con tantissime persone e richieste differenti, perdi quasi di vista la soglia dell’assurdità. Questo lavoro ti tramuta in psicologo, perché il dolore fa cadere le barriere; scoprire le passioni della gente è stupendo! Io che penso sempre, quando tatuo stacco e mi rilasso, è una vera valvola di sfogo. Cosa ne pensate dei tatuaggi sul viso? Quali sono i punti più dolorosi da battere o forare? Il tatuaggio fa parte di te e al tempo stesso somiglia ad un vestito: alcuni lo indossano molto naturalmente, altri no. Certo non consiglierei un mitra in faccia come quello di Daniele Di Bella, che ha raccontato in Tv della sua difficoltà a trovar lavoro. Comunque non sempre trattiamo il viso, molto dipende da chi lo chiede. Non posso rovinare la vita delle persone, mi prendo la responsabilità di disegnare sulla loro pelle e non voglio responsabilità stupide. Per quanto riguarda il dolore, alcuni uomini patiscono molto il piercing al capezzolo, mentre per i tatuaggi direi la zona del costato, sebbene alla fine sia soggettivo.

Qual è l’età media dei clienti? Più uomini o più o donne? Cosa ti chiedono? E se poi si stancano cosa fanno? Si presentano In passato hai molti adulti, anche contribuito a per i piercing, per i rendere la scena quali però, vista la musicale gorirapidità dell’azione, ziana davvero è necessario transtimolante. Altri quillizzare di più e progetti? parlare parecchio. Ascolto musica Non è raro lavoradi continuo: per re sugli over 50 e me questo studio persino su qualche è l’estensione del settantacinquenne. Pieffe. Organizzo Le donne sono lananche concerti ciatissime, reggono transfrontalieri bene il dolore, a con l’East Edge volte osano cose Collective e il più grandi. Se mi centro culturarendo conto che la le Mostovna di richiesta è tropNova Gorica. po estrema tento Proveniamo tutti di comprendere da sottoculture Orologi, ultima moda se la persona sia in qualche modo sicura, ho maturato collegate tra di loro un certo occhio e dialogando individuo ed è bene ricordare che è sempre sulle fino a dove possa spingersi un cliente e sottoculture che si appoggia il mainse possa portare per sempre sulla pelle stream. Vorrei creare più aggregazione un certo tipo di disegno. Mi chiedono a Gorizia: ho ospitato vari musicisti nel spesso decorazioni e fiori, che sono mio studio, che hanno suonato e girato divertenti da fare. Adesso vanno tanto dei video grazie alla particolarità della orologi, gufi, bussole… Alla fine si tratta location. Pubblicizzo molte iniziatianche qui di una moda: una volta ci si ve legate alla scena skate slovena, alla tatuava per ribellarsi, adesso lo si fa per squadra di basket Dinamo, alla scuola di omologarsi. Marco mi ha riferito che ballo Dance For Your Rights di Galleria l’anno del primo Grande Fratello un suo Bombi… C’è un mondo che aspetta di collega ha battuto sette scorpioni stile emergere e la musica e i tatuaggi sono il Pietro Taricone; c’è chi arriva con la foto tramite per bucare il muro creato dalla di un calciatore o di un cantante, ma noi tecnologia. Non voglio vedere i ragazzi vogliamo personalizzare, quindi si studia buttarsi via. Gorizia non offre molto, e si lavora molto di fantasia per offrire dicono, ma se il sogno ce l’hai in testa un pezzo unico. C’è il tatuaggio matto, allora puoi realizzarlo! senza uno scopo preciso, e quello strano. Ogni tanto capita chi, per non rivolgersi ©RIPRODUZIONE RISERVATA 6


Migranti, il Nazareno diventa l’unico centro d’accoglienza Timori per una ripresa dei flussi lungo la rotta balcanica

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al 1 giugno il Nazareno di via Brigata Pavia, struttura ormai storica nel campo dell’accoglienza ai migranti (com’è documentato dalla mostra permanente allestita al suo interno) rimarrà l’unico centro adibito a tale scopo in funzione a Gorizia, dando ospitalità, come è stato sancito dalla convenzione firmata il 29 aprile con la Prefettura, a un massimo di 150 richiedenti asilo. Entro la fine di maggio infatti, come il nostro giornale aveva già anticipato, sarà ultimato lo smantellamento dell’hub San Giuseppe, a San Rocco – gestito, al pari del Nazareno, dal consorzio di cooperative Il Mosaico, presieduto da Mauro Perissini - poiché il 12 giugno scadranno i tre anni di autorizzazione edilizia concessa dal Comune nell’estate del 2016 per l’utilizzo degli spazi esterni del San Giuseppe messi a disposizione dall’Arcidiocesi, proprietaria della struttura. Già nel novembre del 2015 la Curia, in piena situazione emergenziale per la massiccia presenza di richiedenti asilo fuori convenzione costretti a dormire all’aperto a Gorizia, aveva concesso gratuitamente e in via temporanea ai Medici senza Frontiere una parte del cortile dell’ex asilo San Giuseppe di via Vittorio Veneto, per il solo pernottamento di un centinaio di migranti all’interno di 25 containers installati dall’organizzazione umanitaria. I Medici senza frontiere erano rimasti a Gorizia per sei mesi, durante i quali avevano dato un ricovero per la notte a 598 richiedenti asilo. Concluso l’intervento, grazie all’approvazione della richiesta di autorizzazione edilizia da parte del Comune, la permanenza del “dormitorio” di San Rocco, con accesso da via Grabizio, era stata assicurata in virtù della presa in carico di spazi e servizi da parte della cooperativa Il Mosaico. Ora, alla scadenza dei tre anni, il “campo dei container”, la cui capienza è attualmente coperta a metà (sono presentii 50 migranti su 96 posti letto utilizzabili), cesserà di esistere. Gli ospiti saranno distribuiti tra il Nazareno, dove si trovano in questo momento 125 richiedenti asilo, e il Cara di Gradisca.

di Vincenzo Compagnone Il Nazareno tornerà dunque a riempirsi, anche perché nei giorni scorsi vi sono stati trasferiti, dalle “piccole unità abitative” dell’Isontino, 20 migranti (25 sono andati al Cara). Questo perché si è manifestata l’esigenza di fornire una nuova sistemazione (e altre, ormai, in provincia non ce ne sono) a 45 persone che si trovavano in mini-centri di accoglienza diffusa sparsi per l’Isontino, e per i quali è scaduta la convenzione con la Prefettura.

Il presidente del Mosaico Mauro Perissini

La Commissione prefettizia, infatti, si è vista costretta a respingere l’offerta per la continuazione dell’esperienza presentata congiuntamente, nel quadro del recente bando di gara, da tre cooperative – l’Ics (Consorzio italiano di solidarietà), le Acli di Cordenons e la Murice di Gorizia (emanazione della Caritas diocesana) – riunitesi per l’occasione in un’unica associazione temporanea d’imprese. Era stata data la disponibilità per la gestione di 63 posti nella Destra e Sinistra Isonzo (15 in tre appartamenti già gestiti dall’Ics a Cormons, altri 15 dallo stesso consorzio a Staranzano, 15 a Ronchi gestiti delle Acli di Cordenons e, per quel che riguarda la Murice, 8 posti in un appartamento a Gorizia, 5 a San Lorenzo Isontino e 5 a San Pier d’Isonzo) ma l’offerta è stata dichiarata inammissibile non avendo ottemperato all’obbligo dei soli 18,80 euro pro die e pro capite al giorno, a fronte dei 35 attuali. Questo a dimostrazione di quanto sia diventata problematico, col decreto sicurezza targato Salvini, imbastire una gestione dell’accoglienza degna di questo nome. Senza dubbio, col trasferimento a Trieste della Commissione che esamina le richieste d’asilo (affiancata da una sub-commissione a Udine) è venuto a

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mancare il principale pull-factor che, negli anni più critici aveva trasformato Gorizia in una sorta di Lampedusa del Nord-Est, e quindi le presenze dei migranti in città sono sensibilmente calate: di conseguenza, oggi come oggi il Nazareno dovrebbe poter far fronte anche da solo all’esigenza di dare ospitalità ai richiedenti asilo, quasi esclusivamente pakistani e afghani. E c’è pur sempre la valvola di sfogo del Cara di Gradisca che può tenerne fino a 200, sia pur fra le legittime proteste del sindaco del piccolo comune isontino, Linda Tomasinsig, che vede la comunità penalizzata oltretutto dall’imminente apertura di un Cpr (Centro di permanenza per il rimpatrio) da 150 posti. Tuttavia va rimarcato che, pur non raggiungendo i numeri toccati all’apice della crisi migratoria, i flussi di migranti lungo la rotta balcanica – che hanno come meta la nostra regione – hanno fatto segnare da più di un anno una considerevole ripresa. La parziale chiusura della rotta del Mediterraneo centrale, legata agli accordi italo-libici, ha incanalato gli spostamenti migratori lungo due rotte laterali: quella spagnola e quella greca. Nelle isole greche i profughi arrivano su piccoli gommoni e da lì iniziano la risalita, o a piedi o appoggiandosi ai passeur, verso il cuore dell’Europa. Un viaggio difficoltoso sulla Balkan Route che passa attraverso Macedonia, Serbia e Bosnia, dove migliaia di persone sono bloccate nei centri di Bihac e Velika Kladusa, al confine con la Croazia. La polizia croata impedisce l’ingresso nel proprio territorio con la violenza sistematica, picchiando i migranti, sottraendo loro denaro e cellulari. Ciononostante molti profughi riescono a eludere i controlli, e raggiungono l’Italia attraverso la Slovenia. Nel 2018 a Trieste è triplicato il numero di migranti intercettati (in virtù del potenziamento dei controlli lungo gli oltre 200 kilometri che dividono l’Italia dalla Slovenia, disposto da Salvini e dal governatore del Fvg Fedriga). Ma, anche alla luce degli imprevedibili conseguenze della guerra civile libica, si teme per l’estate una nuova impennata di arrivi via terra che potrebbe interessare anche Gorizia. C’è solo da augurarsi che ciò non avvenga.

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Gorizia, quale futuro? / 5 Va affrontata concretamente l’emergenza occupazionale di Marco Rossi*

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uale futuro per Gorizia? La risposta a questa domanda che ha innescato un dibattito sul vostro mensile non può essere l’ennesimo, inutile slogan nostalgico nel quale purtroppo spesso ci si rifugia. Perché tutto cambia, sempre, e le grandi stagioni di sviluppo di Gorizia derivarono dalla capacità di cogliere opportunità di sviluppo economico (ricordiamo i Ritter?). Il lavoro porta infatti popolazione e commercio, questi portano nuovi servizi, sviluppo urbano e capitali per l’abbellimento e l’ammodernamento della città così come un crescente ruolo politico e amministrativo. Non dobbiamo, dunque, partire dai “sintomi” della crisi (il «ci portano via tutto», per capirci) ma dalle cause. Perché se manca l’analisi, manca inevitabilmente la risposta, perché semplicemente si constatano i problemi senza capire il perché degli oltre 90 negozi chiusi, il perché del declino demografico, il perché dei giovani goriziani che vanno altrove, in una vera e propria fuga verso il (loro) futuro. Di tutto questo il dibattito politico goriziano è purtroppo molto deficitario, troppe volte si perde dell’autocommiserazione: è bene dirlo chiaramente, perché la questione è di vitale importanza. La priorità numero uno deve essere la creazione di occupazione, l’attrazione di investimenti, la creazione delle condizioni per attirare talenti, innovazione e

creatività. Non è infatti immaginabile che il futuro della nostra città si regga su una battaglia per la difesa di posti di lavoro pubblici: perché se questa battaglia è senz’altro giusta in quanto collegata al ruolo politico della città – e chi scrive è stato tra i presentatori in Consiglio comunale di una mozione politica su questo tema, adottata poi all’unanimità – tuttavia va preso atto che è la stessa dematerializzazione della pubblica amministrazione, unita a esigenze di finanza pubblica, a creare condizioni di sistema per le quali, su questo fronte, la strada non può che essere pericolosamente avviata verso la progressiva riduzione del comparto pubblico, non in termini di intervento

Marco Rossi, capogruppo comunale del Pd

ma sicuramente in termini prettamente numerici. Invece dobbiamo renderci conto che una città del XXI secolo punta su innovazione, creatività, pubblica amministrazione veloce ed efficiente come condizioni per attirare investimenti privati nei settori innovativi e dare prospettive di lavoro alle nuove generazioni; e attira talenti e creativi creando uno spazio libero dove potersi esprimere, ricco di opportunità e, al tempo stesso, con un elevato grado di ben-essere/ben-stare, cioè ricco di servizi alle famiglie e alle persone e con una buona qualità di vita e dell’ambiente. E negli ultimi dieci anni di tutto ci si è occupati tranne che dell’emergenza-lavoro: che significa come portare investimenti privati e pubblici a Gorizia che producano posti di lavoro di qualità, attirando quindi nuovi residenti, denaro che entra nel circolo economico e crea economia e benessere. Possiamo girarci attorno quanto vogliamo, ma il problema non sono 50 o 100 migranti, non sono la proprietà dei Musei provinciali. Il problema è la sostanziale incapacità dell’intero sistema-Gorizia nel centrare la vera priorità. Oggi dobbiamo concentrare ogni sforzo, ogni risorsa pubblica, negli obiettivi sopra menzionati. Ma rendiamoci conto che spazio per talenti, innovazione o 8

creatività non può significare censurare mostre d’arte come accaduto a settembre 2017, né può significare che ogni opportunità passa a Gorizia senza lasciare traccia: cosa resterà della rosa di Gorizia, avviata a diventare una filiera economica grazie a produttori isontini nell’inerzia e silenzio della città che le ha dato nome ma non coglie l’opportunità? Cosa resterà del centenario della Grande Guerra, per il quale il progetto dell’amministrazione comunale non è stato in grado di creare sostanzialmente nulla di veramente duraturo capace di capitalizzare a fini di marketing e attrazione turistica quest’evento? Alla creazione di un sistema di marketing territoriale efficiente, al recupero e alla digitalizzazione delle aree industriali dismesse (ettari ed ettari) per metterle a disposizione di Pmi innovative, ad attirare centri di ricerca e sviluppo pubblici e privati, più che l’ennesimo ufficio pubblico, vanno indirizzate tutte – ripeto, tutte – le risorse pubbliche disponibili, dal tesoretto Iris (una proposta in tal senso l’abbiamo avanzato già in sede di discussione del bilancio comunale un mese fa) al Fondo Gorizia. Non c’è più tempo: ogni anno che passa la città muore di inedia, e i suoi giovani la lasciano. È a loro che dobbiamo ogni sforzo per invertire questa tendenza. *Capogruppo Pd in Consiglio Comunale ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non cediamo all’ignoranza: i giovani in prima linea Abbiamo acquisito una notevole conoscenza sui tanti aspetti della vita. Antropologia, ingegneria umana, le leggi che regolano la nostra Natura ecc., fanno parte del nostro consolidato bagaglio scientifico. Perché allora trasformare gli importanti temi esistenziali in banalità, in disinformazione pilotata, come se il vocabolario del sapere fosse solo di un centinaio di parole? Il mantra della falsità è entrato a far parte del nostro quotidiano. Stiamo permettendo a pochi personaggi di strumentalizzare la nostra difficile democrazia a fini egoistici, imponendo il loro buio linguaggio del disprezzo. Hanno ragione i giovani a gridare il loro desiderio di Vita e di Futuro. Questi ragazzi hanno la consapevolezza che il nostro sistema economico e politico non è sincronizzato con i tempi, lenti, della nostra Madre Terra. È in gioco la loro vita, per questo l’impegno sarà certo e duraturo, lotteranno per la sopravvivenza del nostro fragile Universo, come già altri, prima di loro. Un suggerimento: sarebbe il caso di apprendere di più, e Rai Scuola ha un ottimo programma utile soprattutto a chi desidera essere parte integrante del mondo politico. (RE)


Nella cattedrale di Blackburn la mostra di una goriziana per ricordare le vittime del terremoto che sconvolse il Friuli

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a lunedì 6 maggio, anniversario del catastrofico terremoto in Friuli, a domenica 12, la cattedrale di Blackburn (città del Lancashire in Inghilterra) ospiterà “Conservation”: una mostra di 111 contenitori lavorati con il gesso, a cura della goriziana Matilde Tomat, che 43 anni fa abitava con la famiglia a Gemona, “capitale” del sisma. “Conservation” nasce dalla volontà di preservare il ricordo di quella tragedia che dilaniò le nostre terre nel 1976. Matilde, all’epoca, aveva 8 anni. Per puro caso, quel giorno si trovava a Udine: il padre Giuseppe, friulano di Faedis, ufficiale dell’esercito, doveva comprare una divisa all’Unione Militare e vi si era recato con la moglie Flavia e le due figlie, Matilde e la sorella minore. Quando la terrà cominciò a tremare, la famiglia Tomat stava finendo di cenare al Lepre, famoso ristorante udinese. Matilde Tomat, nata a Gorizia perché della nostra città era originaria la mamma, da tempo vive e lavora nel Regno Unito. Di professione fa la psicoterapeuta esistenziale ma è anche artista e scrittrice. Proprio in virtù del suo lavoro ha potuto e voluto interrogare, e interrogarsi, sulla vita e la morte: ma solo grazie all’arte è riuscita ad affrontare il “discorso terremoto”. Nell’arte ha avuto modo di incontrare sé stessa, e grazie alla lavorazione del gesso oggi Matilde esprime quello che dentro è ancora in grado di farla tremare.

di Francesca Giglione si parlava dei disturbi da stress posttraumatico”. Infatti, il terremoto venne tirato in ballo dopo: molti furono i casi di depressione e alcolismo che hanno seguito quel drammatico evento. Il padre di Matilde poco dopo la grande scossa, si precipitò a Gemona, trovando la casa distrutta: e ancora una volta il protagonista fu un silenzio assordante che avvolgeva e ricopriva un’intera città, con i corpi di molti dei suoi colleghi sotto le macerie. Matilde a questi silenzi contrappone oggi, a distanza di 43 anni, il frastuono che ha dentro, il rimbombo degli elicotteri e le sirene delle ambulanze che risuonano ancora forte nei ricordi di quella sera. “Conservation” vuole essere tutte quelle parole non dette, quel migliaio di morti a cui spesso non basta un nome e un cognome per essere ricordati. E, nel memoriale on line del Messaggero Veneto, c’è persino una vittima “di sesso femminile non identificata”. Un corpo trovato a Buja. Una straniera? Una nomade? In 43 anni, nessuno ha chiesto di quella donna. Com’è possibile? Anche su questo s’interroga Matilde che, dopo il ’76 ha trascorso il resto della sua vita a Udine sino a che non si è trasferita in Inghilterra. Solo quest’anno ha deciso, per la prima volta, di ritornare in quei luoghi portando con sè 5 dei suoi pezzi (alcune foto esplicative scattate davanti alla chiesa di Gemona sono visibili sul

suo sito matildetomat.com). “Conservation” vuole essere volontà di restituire memoria. Una memoria storica, una memoria essenziale: una memoria per tutte quelle persone che, come Matilde, per esempio, non hanno figli e sanno che ricordare è vitale. Nella mostra di Blackburn, 111 pezzi lavorati in gesso utilizzando contenitori usati per conservare sostanze deperibili (vasetti, barattoli di marmellata, e via dicendo) rappresentano una parte delle persone vittime di una terribile tragedia. E sono anche strumento per riflettere sull’importanza di quel che siamo: non numeri ma dettagli che ci descrivono e definiscono. I numeri riportati sui pezzi simboleggiano le pietre che vennero numerate per ricostruire chiese e monumenti storici esattamente com’erano prima, con la tecnica dell’anastilosi. Alle 21 del 6 maggio tutti i presenti nella cattedrale di Blackburn si fermeranno a commemorare quelle persone. Quattro pezzi extra, differenti dagli altri 111, riuniranno simbolicamente la famiglia di Matilde poiché, dice, “parte di noi come famiglia è morta quella sera lì”. Matilde ha scelto così di raccontare una storia italiana che il Regno Unito probabilmente conosce poco. “Conservation” è dedicata alla più cara amica e compagna di scuola della psicoterapeuta-artista, Marina, morta a 9 anni sotto le macerie di Gemona. Sul “Memoriale” on line, dove sono elencate tutte le vittime e ognuno può lasciare un ricordo, la Tomat ha scritto: “Non avrei mai potuto immaginare che, a distanza di tanti anni, il tuo nome sia ancora impresso in me. A te penso quando in studio ora creo arte e una scultura dedicata a noi. A te ho sempre pensato da quando mio padre mi ha detto che non c’eri più. Eri la mia unica amica. Unica. E indimenticabile”.

“Tutto quello che vedi nelle classiche mostre sul terremoto – ci dice al telefono - è il friulano che si tira su le maniche e continua ad arare il campo. Si pensa sempre alla ricostruzione, ed è importante, ma spesso non ci si sofferma sul dolore”. Matilde riporta alla mente i ricordi di una bambina che in una notte ha visto la sua infanzia spezzarsi. Il silenzio fu il motivo conduttore di tutto ciò che seguì quel maggio ’76. Tanti numeri, tanti articoli sui giornali, ma le storie? Per molti anni Matilde ha portato dentro di sé una “sensazione indelebile di disperazione”, poiché il dopo-terremoto, ci dice, venne affrontato in silenzio: un silenzio fatto di lavoro, schiena dritta e maniche tirate su. Un silenzio – rimarca - che ha segnato anche la vita dei suoi genitori: “all’epoca non

“Conservation” sarà aperta al pubblico per 6 giorni ma l’autrice non esclude che i pezzi di questa mostra potrebbero essere portati anche qui in Friuli dove, senza ombra di dubbio, restituirebbero un valore aggiunto alla memoria. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Ritorna èStoria con i riflettori puntati sulle “Famiglie” 180 incontri a tutto campo con ospiti di grande spicco

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driano Ossola garantisce che, nel momento in cui ha individuato nelle “Famiglie” il focus della XV edizione del Festival internazionale della storia, in programma dal 23 al 26 maggio, non avrebbe mai immaginato che si sarebbe trattato di un tema di così scottante attualità, alla luce soprattutto delle polemiche esplose in seguito al congresso mondiale tenutosi a Verona alla fine di marzo. Fatto sta che, sicuramente per una mera casualità (l’argomento era stato annunciato, in effetti, già al calar del sipario sulla precedente edizione dedicata alle “Migrazioni”), possiamo affermare che il patron di èStoria ha fatto centro ancor prima dello svolgimento della kermesse. Per il pubblico, dato il numero degli incontri in programma (180) e la caratura degli ospiti (250) anche quest’anno non ci sarà che l’imbarazzo della scelta nel seguire i vari appuntamenti spalmati nelle quattro giornate della kermesse con gli inevitabili problemi di sovrapposizione (nonostante una leggera riduzione degli eventi). All’insegna del motto “Festival che vince non si cambia”, gli organizzatori non hanno introdotto novità sostanziali nella manifestazione, che continuerà ad avere il suo epicentro ai Giardini pubblici (tende Erodoto, Apih e Giovani) mantenendo le altre location disseminate nel centro cittadino, fatta eccezione per l’Ugg. Un piccolo punto interrogativo è legato alla concomitanza della giornata conclusiva – domenica 26 – con le elezioni europee: “In effetti – riconosce Ossola – c’è stato qualche relatore che ha declinato l’invito non volendo muoversi dalla propria città, e qualcun altro che ha brontolato, ma sono certo che l’afflusso della gente sarà quello di sempre”. L’ideatore e direttore della rassegna rimarca poi la vicinanza del tema proposto quest’anno alla vita di tutti noi: “Famiglie” sarà declinato nei più svariati aspetti e nelle sue mille sfaccettature, per capire come questo concetto è cambiato dal Paleolitico a oggi: tre i filoni nei quali è stato suddiviso il festival e all’interno dei quali troveranno posto gli argomenti dei vari incontri. Si tratta di “La

di Vincenzo Compagnone lunga durata: le famiglie nella storia”, “Interpretare il presente: le famiglie di oggi” e “Narrazioni: c’era una volta una famiglia”. A essi si aggiungeranno cinque sezioni: “La storia in testa” (anniversari e novità editoriali), “Trincee” (i trattati di pace alla fine della Grande guerra), “Giovani” (in collaborazione con le associazioni universitarie), “èStoria Fvg” (valorizzazione del territorio regionale) ed “èStoria cinema” (proiezioni al Kinemax di film legati al tema). Lo spunto inedito di quest’anno sarà rappresentato, in occasione dei 500 anni dalla morte di Leonardo Da Vinci, da una sezione ad hoc incentrata sul genio rinascimentale, che accenderà i riflettori in particolare su un’intrigante storia goriziana: l’esposizione (oggetto di visite guidate) a Villa Coronini del celebre manoscritto sul gioco degli scacchi di Luca Pacioli, che si avvalse della collaborazione proprio di Leonardo e che apparteneva alla ricchissima collezione libraria del conte Guglielmo lasciata in eredità alla città di Gorizia. Segnaliamo infine, nell’ambito della… storia in movimento, l’organizzazione di un treno storico da Trieste a Gorizia sabato 25 con oltre 200 passeggeri ai quali sarà riservata l’ebbrezza unica (ve lo dice un figlio e nipote di ferrovieri) di un viaggio a bordo di una locomotiva a vapore “Centoporte” degli anni 30. Detto che il premio èStoria 2019 sarà assegnato (sabato 25 alle 18) a una dei nomi più illustri della cultura nazionale, Carlo Ginzburg, abbiamo selezionato per voi alcuni tra gli incontri di maggior

spicco, con tante scuse alla miriade di quelli tralasciati, che troverete comunque nel programma del festival nei giorni immediatamente precedenti alla manifestazione. ©RIPRODUZIONE RISERVATA *** VENERDI’ 24 MAGGIO – MATTINA “Una vita attraverso il Novecento”. Con Boris Pahor e Alessandro Mezzena Lona (12, tenda Erodoto). VENERDI’ 24 MAGGIO – POMERIGGIO “Libertà di scelta e diritto alla cura”. Con Beppino Englaro, Fulvio De Nigris e Omar Monestier (15-16.30, tenda Erodoto). “La famiglia attraverso il diritto”. Con Gian Ettore Gassani, Bruno de Filippis e Stefano Cosma (15-16, tenda Apih). “Unioni civili e nuove famiglie”. Con Piergiorgio Paterlini, Anna Laura Zanatta ed Emanuela Masseria (15-16.30, palazzo De Grazia). “La famiglia islamica oggi”. Con Nader Akkad, Giuseppe Pascale e Sara Tonolo (15.30-17, Fondazione Carigo). “Cartoline di famiglia”. Con Toni Capuozzo e Armando “Miron” Polacco (16-17,Tenda Giovani). “Stati di famiglie”. Con Francesco Belletti, Emanuel Todd ed Enrico Grazioli (16.3018, Tenda Erodoto). “Fascismo anno zero”. Con Antonio Carioti e Mimmo Franzinelli (17-18, Tenda Apih). “Noi esistiamo. Conoscere le famiglie arcobaleno”. Con Margherita Bottino (17-18, sala Dora Bassi) “La Grande guerra tra Gorizia e l’Europa”. Con Claudio Vercelli (17.30-19, palazzo De Grazia). “La lezione del 1919”. Con Marco Cimmino, Stefan Bielanski, Georg Meyr e Hew Strachan (18, Tenda Apih).

Pubblico a un incontro nella Tenda Apih

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SABATO 25 MAGGIO – MATTINA


“L’ultima amante del duce”. Con Richard Bosworth, Giuseppe Parlato e Mimmo Franzinelli (9-10.30, Tenda Erodoto).

Melis, Farian Sabahi, Antonio Rizzolo e Lucia Bellaspiga (10-11.30, Fondazione Carigo).

incoraggiato e spronato dalle persone a lui più vicine e dagli amici a vincere le sue naturali titubanze.

“Scuola, educazione e famiglia”. Con Vito Mancuso, Anna Condolf, Christian Raimo e Massimo Cirri (10.30-12, Tenda Erodoto).

“Famiglie della storia: gli Windsor”. Con Antonio Caprarica e William Ward (10.3011.30, Tenda Apih)-

Chiariamo subito che l’Agosto del titolo si scrive con l’iniziale maiuscola perché non fa riferimento al mese più caldo dell’estate, ma si tratta semplicemente del cognome un po’ curioso dello studente “ribelle”, che di nome fa Massimiliano e con il quale, in quella classe prima ELT, il professor Marco Vasta, che assomiglia quasi come una goccia d’acqua a Ossola, instaura dapprima un rapporto di conoscenza, che diventa poi un’autentica amicizia. La vicenda si dipana nel 2010, sullo sfondo di una provinciale e familiare Gorizia, che a un certo punto, nel testo, viene definita in modo non particolarmente tenero: “svuotata, spopolata, violentata da scelte urbanistiche dissennate, colpita dall’onda lunga della sconfitta nella seconda guerra mondiale, assomigliava a un paesino di montagna degli anni 60 più che alla vecchia Nizza austriaca”. Vasta, insegnante indulgente più incline alla pedagogia della carezza che a quella dello schiaffo, malinconico e timido, cerca di calarsi nel mondo degli alunni ai quali impartisce i suoi insegnamenti. L’anno scolastico si srotola come tanti, tra sogni e amori, amicizie e confessioni inaspettate. Il prof ha pochi rapporti con i colleghi, ad eccezione di Caterina, verso la quale prova un sentimento non troppo nascosto e non troppo corrisposto. Gli sviluppi sono però sconvolgenti, al punto che è proprio Max Agosto a rivelare al professore il dramma della compagna di classe Silvia, diventata tossicodipendente, mettendo in crisi il docente che pensava di conoscerli bene, i suoi ragazzi: “Ma come, prof? Non aveva capito Silvia? Ma dove vive?”.

“La famiglia contadina”. Con Gian Paolo Gri, Simonetta Grilli e Chiara Fragiacomo (11-12, palazzo De Grazia). “Seconde generazioni tra famiglia e comunità, un nodo cruciale per le nostre società”. Con Massimiliano Fanni Canelles e Gea Arcella (11.30-13, sala Dora Bassi). “La Sacra famiglia nell’arte”. Con Vittorio Sgarbi (12-13, Tenda Erodoto). “Famiglie della storia: gli Asburgo”. Con Jean Des Cars, Quirino Principe e Armando Torno (12, Tenda Apih). “Essere gay durante il fascismo e il nazismo”. Con Giovanni Dall’Orto e Mimmo Franzinelli (12, palazzo De Grazia). SABATO 25 MAGGIO – POMERIGGIO “Le famiglie dei ferrovieri”. Con Gianluca Barneschi, Leandro Cantamessa, Alessandro Cecchi Paone, Ernesto Petrucci (15-16.30, Tenda Apih). “I Kennedy, una famiglia al potere”. Con Raffaella Baritono e Daniele Fiorentino (15-16, Fondazione Carigo). “Il contrasto alla famiglia mafiosa”. Con Nicola Gratteri e Stefano Mensurati (15.30-16.30, Tenda Erodoto). “Famiglie di frontiera”. Con Ezio Giuricin, Lorenzo Salimbeni, Donatella Schurzel e Rosanna Turcinovich (15.30-17, polo universitario Santa Chiara). “La scacchiera di Leonardo”. Con Umberto Bottazzini, Adolivio Capece e Giuseppe O. Longo (16-17.30, palazzo De Grazia). “Breve storia dell’uomo attraverso la famiglia”. Con Alessandro Barbero, Emmanuel Todd e Andrea Zannini (16.30-18, Tenda Erodoto). “Anni di piombo e di tritolo”. Con Gianni Oliva e Mimmo Franzinelli (17.30-18.30, palazzo De Grazia). “Non girarti dall’altra parte. Le sfide dell’accoglienza”. Con don Pierluigi Dipiazza e Luciano Santin (18-19, polo universitario Santa Chiara). “Famiglie nella storia: i Borbone”. Con Jean Paul Bled, Luigi Mascilli Migliorini e Roberto Covaz (18.30, palazzo De Grazia). DOMENICA 26 MAGGIO – MATTINA “Famiglie della storia: i Savoia”. Con Alessandro Barbero, Gianni Oliva e Fabio Torriero. In collegamento Amedeo d’Aosta (10-11.30, Tenda Erodoto). “Un mondo di famiglie”. Con Alessandra

“Famiglie della storia: i Romanov”. Con Jean Des Cars e Sergio Romano (11.30, Tenda Erodoto). DOMENICA 26 MAGGIO – POMERIGGIO “Tra amore e funzione sociale”. Con Vincenzo Bassi, Giovanni Dall’Orto e Vincenzo Compagnone (15.30-16.30, Tenda Apih). “Scorci di Lessico famigliare”. Con Stefano Bartezzaghi, Sandra Petrignani, Elvio Guagnini e Alessandro Mezzena Lona (16.3018, Tenda Erodoto). “La lotta con il tempo e con la parola. Il carteggio tra Celso Macor ed Ervino Pocar (1967-1981)”. Con Renate Lunzer, Sergio Tavano e Gabriele Zanello (16.30-17.30, palazzo De Grazia). “Fiume 1919”. Con Giordano Bruno Guerri, Pier Luigi Vercesi e Marco Cimmino (17.30, Tenda Apih). “La famiglia digitale”. Con Vittorino Andreoli. (18, Tenda Erodoto). “La famiglia del mondo clown”. Con Marlis Andriolo, Valentina Averna,Nadia Breda, Gioia Innocenti, Filippo Stocco e Debora Vitale (18-19, sala Dora Bassi). Chiuderà èStoria 2019 il concerto “Parenti lontani” dello show-choir Freevoices diretto da Manuela Marussi, alle 20.30 in Tenda Erodoto.

E Ossola racconta la scuola in un romanzo a sorpresa

Un atto d’amore nei confronti della scuola. Che – secondo Adriano Ossola – “è bellezza, è poesia”. Definisce così, il patron del Festival della storia, “La classe di Agosto”, il romanzo breve che segna il suo esordio nella narrativa proprio alla vigilia della quindicesima edizione della rassegna di cui è l’ideatore e il direttore. Per i suoi primi 60 anni, Ossola, a sorpresa, si è regalato – e ha regalato ai lettori - un racconto intenso e delicato, ampiamente autobiografico, concepito inizialmente, nel 2014, sotto forma di saggio-tributo ai suoi maestri (a cominciare dal padre Giorgio, insegnante elementare). “Ma – spiega lo stesso Ossola, prof di lettere all’Istituto D’Annunzio di Gorizia – l’incontro con un allievo un po’ bullo ma simpatico, lo ha trasformato in un racconto, che sarebbe dovuto uscire già nel 2017, con il titolo provvisorio di Nel cuore di Agosto”. La pubblicazione ha visto poi la luce due anni più tardi, rischiando forse (e sarebbe stato un vero peccato) di restare custodita in un cassetto se l’autore non fosse stato 11

Il racconto viaggia sui binari della malinconia stemperata da toni ironici, profondo, incantevole anche nei passaggi più duri. Siamo dalle parti di “Un anno di scuola”, il bellissimo romanzo di Giani Stuparich trasposto al cinema da Franco Giraldi. Un piccolo mondo antico ma sempre attuale che è il ritratto di un insegnante in cerca di un riscatto esistenziale ma anche di un’epoca irripetibile della vita alla quale tutti noi, studenti di un tempo, ripensiamo spesso con nostalgia. (vi.co.)

Adriano Ossola ha scritto La classe di Agosto, romanzo d’esordio


E Frank bacchetta Tea, la saccente che ha paura di volare di Giorgio Mosetti

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ggi mia figlia Alice mi ha chiesto di accompagnarla al Teatro Verdi. A quanto pare c’è un pezzo grosso. Se ho capito bene, è quello psicologo che vedi sempre in tv, scrive mille libri all’anno e mi sta molto sulle palle. Sul momento ho detto no, ma poi Leon mi ha convinto con una dissertazione su come le sinapsi mettono in contatto i neuroni tra loro o con le cellule muscolari, sensoriali e le ghiandole endocrine. Non c’ho capito un tubo, ma la cosa mi pareva intrigante. Siamo arrivati in anticipo, così siamo andati a bere un caffè al bar lì vicino. “Alice!” Ci voltiamo e vediamo Tea, la collega di mia figlia. Alice fa un sorriso e si avvicina. “Ciao Tea, come va?” “Tutto bene. E tu?” “Bene. Grazie”. “Dove andate di bello?” “A teatro, a sentire quello psicologo”. “Mh” fa Tea con una smorfia. “Che c’è? Non ti piace?” “Bah, è solo che tutte quelle pippe mentali per me sono solo un sacco di boiate”. “Beh, non è detto che…” “E poi mi ricordano quell’odiosa di mia sorella”. “Perché?” “Perché è una depressa cronica”. “E la odi per questo?” “Sì”. “Beh”, fa Alice, “forse andrebbe capita”. “Capire cosa?” “Che è semplicemente malata”. “Malata! Ma ti prego”. Alice mi guarda. Ha le labbra serrate. Io non batto ciglio. “Sai, a volte ci sono delle forze…” Tea schiocca la lingua stizzita. “Macché forze… tutte seghe mentali”. “Ma…” “Questa delle forze che non possiamo governare è solo una stronzata”. “Stronzata, dici?” “Esatto. Che cavolo, dipende solo da noi. Siamo noi a decidere”. “Tu hai mai provato?”

“Cosa?” “A soffrire di qualche male del genere”. “Ovvio che no”. “Perché ovvio?” “Te l’ho detto, sono io che comando qua dentro” dice battendosi un dito sulla tempia. Guardo Alice. È tutta rossa in volto. Poi guardo Tea. Buono, mi dico… “Mica come quella stronza di mia sorella…” …stai buono. “…che non vuole darmi retta. Accidenti a lei, se solo mi ascoltasse”. “Questo è curioso” dico. Tea si volta verso di me. Pare spiazzata. “Cosa vorresti dire?” Guardo Alice. Il suo volto ora è raggiante. “Hai mai conosciuto qualcuno con un cancro?” le chiedo. “Certo”. “E tu?” “Io cosa?” “Hai mai avuto il cancro?” “Vaffanculo Frank”, e si tocca il naso. “Lo prendo per un no”. “E che resti un no, soprattutto”. “Ok. E se questo conoscente ti dicesse che fare la chemio gli provoca effetti orribili, tu che penseresti?” “Penserei che mi dispiace”. “D’accordo, ma non metteresti in dubbio il suo malessere?” Mi guarda come si guardano i pazzi. “Certo che no”. “Neppure un piccolo commento? Che so, tipo: no, guarda, non è così come la racconti”. “Scherzi?” “No”. “Come potrei dire una cosa del genere?” “Non lo so, lo sto chiedendo a te”. “Non ho mica avuto il cancro io!” “Eppure sei un’esperta”. “Esperta?” “Sì, di malattie”. “Che cacchio dici? Perché mai dovrei essere un’esperta?” “Sei stata tu a dirlo”. “Io? E quando mai?” “Quando hai detto che sai cosa dovrebbe fare tua sorella”. “Certo che lo so”. “Pur non avendo mai avuto malattie del genere”. Vedo le sue narici vibrare. “Sono due cose completamente diverse”. “Perché?” “Come, perché? Perché il cancro esiste. È reale. La malattia mentale no”. “No? E secondo te di cosa è fatto il cervello?” “Smettila di dire boiate. Il cervello lo governiamo noi, il cancro no”. Leon mi tira per una manica e mi fa di no con la testa. Gli sorrido e gli ammicco. Poi torno a Tea. “Lo governiamo noi, dici”. “Esatto”. “Come nella tua paura di volare?” “Che c’entra questo?” “C’entra. Se è come dici, perché non decidi di smettere di aver paura dell’aereo?” Scoppia a ridere. “Dai, Frank. Non è la stessa cosa”. “No?” “Certo che no. L’aereo è un pericolo reale, mica immaginario”.

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“Se è per questo lo è anche l’automobile. O le piastrelle del bagno, il gas. Attraversare la strada”. “Quello che dici non ha senso”. “Ha senso eccome. Un sacco di gente ha paure irrazionali che a te nemmeno ti sfiorano”. “L’hai detto. Irrazionali”. “Proprio come l’aereo”. “Ancora con sta storia dell’aereo”, sbotta piccata. “L’aereo può cadere. Non ti pare razionale questo?” “Certo, ma anche le macchine vanno a sbattere. E con molta più frequenza degli aerei che precipitano”. Tea spazza l’aria con la mano. “Boiate. In macchina controllo io il mezzo”. Guardo Alice e annuisco. “Eccolo là”. Tea mi guarda confusa. “Eccolo là cosa?” “Il controllo. Alla fine ci siamo arrivati”. “Che vuoi dire?” “Che è tutta una questione di controllo. Dico bene?” “Proprio così. Te lo ripeto: siamo noi a decidere”. “Bene, allora smetti di aver paura dell’aereo”. “Ancora!” sbotta Tea. “Cazzo, l’aereo può cadere! Più reale di così”. Annuisco. “E comunque la paura dell’aereo è normale”. Sorrido. “Buon per te”. “Puoi dirlo forte”. Fa un sospiro profondo e si aggiusta nervosamente i capelli. “E comunque io mica faccio la vittima per questo”, insiste. Vorrei fermarmi... “Non è così, ragazza. Credimi”. Nei suoi occhi ora c’è disprezzo. “E invece sì. Sono fermamente convinta che tutto sia possibile. Basta crederci veramente”. Mi esce un grugnito rabbioso. “Ti prego, risparmiami” sbotto. La ragazza mi guarda confusa. La fiera certezza che l’ha accompagnata fino a un secondo fa pare essersi dileguata nella notte. “Risparmiarti cosa?” mi chiede. “La sagra della debolezza”. Il suo volto si contrae. “Che vorresti dire?” “Lascia stare. È meglio”. “No, adesso mi spieghi”. “Frank…” fa Alice prendendomi per un braccio. “No”, dico scostandola, “ormai è grande abbastanza”. Poi torno a Tea. “Sei una persona debole. E in questo non c’è niente di male, sai? Lo siamo tutti. E anche il fatto che tu non lo voglia accettare mi sta bene. Contenta tu. Ma quando un’ottusa come te pretende di sputare sentenze sulla vita, e soprattutto ha la presunzione di sapere cosa dovrebbero fare gli altri, allora, vedi, io m’incazzo. E se io m’incazzo per te diventa un problema. Un grosso problema”. La ragazza impallidisce. Poi scoppia a ridere. “Oh, davvero? E quanto grosso?” dice sprezzante. “Più grosso di un aereo che cade”. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Osmize, succulenta tradizione da Carlo Magno a oggi Ecco le istruzioni per l’uso (ammesso che le troviate)

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rasche, private, osmize. Sono termini che, varcato il Tagliamento in direzione ovest, diventano sconosciuti. Quando capita di spiegarli ai forestieri, si può tentare di usare la parola osteria. Ma non sono osterie. Si tratta invece di una realtà antichissima, risalente dell’epoca di Carlo Magno, quando l’Istria e Tergeste vennero abbandonate dai bizantini ed entrarono a far parte del Regno franco. Un’ordinanza di Carlo Magno concedeva infatti a tutti i viticoltori il diritto di vendere direttamente il loro vino segnalando l’attività con l’esposizione di una frasca di edera. Diversi documenti ne attestano l’esistenza anche nel Medioevo. Uno, del 1430, riporta come i contadini di Prosecco (Trieste) sostenessero che il loro vino venduto sul posto fosse esente da dazi. L’antica pratica venne ripristinata da un decreto emanato da Giuseppe II d’Asburgo nel 1784. La norma permetteva agli agricoltori di vendere vino sfuso per un periodo di otto giorni. Il termine osmiza viene appunto da “osem”, che in lingua slava significa “otto”. Oggi sono diffuse in tutta la provincia di Trieste e, in misura minore, in quella di Gorizia, dove, dal nome dell’insegna (un ramo d’edera o d’alloro), si dicono “frasche”. Alcune sopravvivono nella valle del Vipacco e nell’Istria slovena. Al di fuori di queste zone, le osmize prosperano in Stiria e in Carinzia (Buschenschank), mentre a Vienna si chiamano “heuriger” e sono diffusissime nel quartiere di Grinzing.

di Anna Cecchini memoria, ma un mese o due) fa sì che non esistano appuntamenti fissi. Quando l’osmica apre, oltre al segnale appeso all’ingresso, non ci sono insegne fisse. Per agevolare gli avventori, le frasche sono collocate anche nei principali bivi e una freccetta di legno indica il nome del paese in cui trovare l’osmiza. Non resta che seguire le frecce, sbagliare strada più volte e, una volta giunti in paese, guardarsi in giro per individuare la casa che espone la frasca. Operazione che potrebbe scoraggiare, ma il consiglio è di non demordere: non si dice che del viaggio l’importante sia il tragitto e non la meta?

come la vitovska, il vino principe è il terrano: acido e dall’altissimo potere macchiante, o si ama o si odia. Se lo si ama, va giù che è un piacere perché mitiga i grassi dei salumi e aiuta a digerire. Se si odia, resta la vitovska. Inutile ricordare i vincoli per i guidatori: in osmiza poi, se perdete il conto delle caraffe, oltre a rischiare le sanzioni del caso, vi perderete inevitabilmente nella tundra carsica e nel dedalo delle stradine tutte uguali.

In osmiza non si ordinano piatti cucinati ma salumi e insaccati di produzione dell’azienda agricola che vi ospita. Quindi, di base troverete sempre prosciutto crudo e arrosto, ombolo, pancetta e salame, e almeno un tipo di formaggio. Quanto ordinare? Meglio ripassare le equivalenze delle misure di peso, reminiscenze delle elementari. Qui si ordina a “deca”: un deca (o due, tre, quattro….) di salame, di lardo o di cotto (inteso come prosciutto cotto arrosto, tagliato a mano e generosamente ricoperto di kren grattugiato al momento, glorioso retaggio della più antica tradizione balcanica) costituiranno il frutto di una ragionata ordinazione.

Ah, se non volete rischiare di girovagare per ore sul Carso alla ricerca di un’osmiza, sul web trovate una serie di link che vi offriranno il calendario aggiornato delle aperture: già, c’è chi compila annualmente questo vademecum di cultura eno-gastronomica rurale.

Gli “ovi duri” (uova sode) sono d’obbligo, anche per il contenimento del tasso alcolico. Almeno due a testa sono il minimo sindacale. Consegnati con la buccia, si devono sbatacchiare senza

Il periodo migliore per “andar in osmiza” è la primavera, quando fioriscono glicini e ciliegi, le giornate si allungano e, dopo gli impegni lavorativi o nei fine settimana, ci si piazza con le gambe sotto un tavolone a godere, tra amici, del primo sole e delle delizie del palato. Dunque, cos’è un’osmiza? E’ la casa del contadino, un garage, uno spazio rubato alla cantina. In quella casa, di solito al piano superiore, la famiglia ci abita davvero. L’osmiza si espande all’esterno, in cortile, dove vengono posti tavoloni di legno e rustiche panche. La loro caratteristica di temporaneità (non più gli antichi otto giorni d’imperiale

complimenti sul tavolo, pelare con le mani e condire con sale e pepe. In osmiza l’acqua è un optional. Il vino è sempre servito nei classici contenitori svasati verso il collo in misure da un litro, mezzo e un quarto (deplorevole!). Sebbene sia sempre disponibile un bianco tipico

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Una menzione speciale va a “crodeghìn nel pan”, ovvero un pane caldo e fragrante imbevuto del succulento grasso del cotechino, che vale da solo l’escursione.

Sulla qualità dei prodotti gli “aficionados” si dilettano in lunghe e accese dispute. Ma non trascurate la posizione geografica. Ci sono accoglienti osmize immerse nel verde, ma se approderete da Verginella, o in una delle due appollaiate in cima a via Commerciale o in via Moreri a Trieste, avrete il golfo tutto per voi, e, al tramonto, l’accensione delle luci e la vista della città che diventa viola potrebbero turbarvi fino alle lacrime. E a Gorizia? In città la tradizione delle frasche è in triste declino, soppiantata da fast-food, pizzerie al taglio, trattorie e ristoranti. Ne sopravvive una sola, sul rettilineo che dal vecchio ospedale va a Casa Rossa. E’ gestita da due ultraottantenni che, ogni anno, minacciano di chiudere i battenti. Rustiche panche all’esterno, camino scoppiettante all’interno, è il covo d’incalliti giocatori di briscola, di famiglie e di allegri universitari. A un vino piuttosto casareccio e a un’accoglienza decisamente rustica fa da contrappeso un eccellente cotechino, una saporita frittata alle erbe cucinata al momento e, solo su ordinazione, la grigliata. Si possono organizzare feste e compleanni perché è possibile integrare lo spartano menù portando da casa tutto ciò che aggrada. L’unica condizione è condividere il cibo con i vicini di panca. Buona osmiza a tutti! ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Salvini non vuole che i migranti imparino l’italiano Ma così facendo creerà soltanto una massa di disagiati

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accontare chi siamo, da dove veniamo e cosa proviamo significa posizionarsi nel mondo, affermarsi in quanto donne e uomini portatori non solo di bisogni, ma anche di desideri. Per fare questo ci servono le parole! Tutti noi abbiamo imparato le parole ascoltando, scrivendo, leggendo, disegnando. L’abbiamo fatto sin da bambini. Abbiamo acquisito il linguaggio della famiglia, poi quello della scuola e ancor oggi, grazie al lavoro, ampliamo sempre di più il nostro universo linguistico. Nel linguaggio cerchiamo le parole che meglio ci definiscono, quelle che più ci permettono di instaurare rapporti, relazioni, amicizie, amori. La parola è lo strumento più potente che l’essere umano possa aver inventato. La lingua è una staffetta tra generazioni, un ponte tra culture diverse; la lingua è libera, non è una proprietà privata, è di tutti e libero deve essere il suo insegnamento. Parlare ci permette non solo di comunicare ma di veicolare messaggi, pensieri e di trasformare le idee in progetti di vita. Più parole conosciamo, più alta sarà la possibilità di esprimersi, di comprendere e di farsi comprendere. La lingua è importante per conoscere la realtà che ci circonda, per costruire relazioni alla pari con le persone che incontriamo.

di Ismail Swati futuro, partendo dal recupero del sogno infranto dai quei potenti che in giro per il mondo uccidono, con le armi e con la forza fisica, fanno le guerre, perseguitano gli indifesi per motivi politici, religiosi, per orientamento sessuale o identità di genere. Se non sarà più possibile insegnare la lingua nei centri d’accoglienza, l’Italia perderà delle occasioni importanti, e nel Paese aumenteranno le persone che, non potendo interagire con i cittadini, luoghi e territori, saranno costrette alla regressione prima umana e poi sociale. L’uomo e la donna impossibilitati ad avere un rapporto alla pari attraverso la lingua scivolano prima verso l’isolamento, la solitudine e quindi l’abbandono. Perciò non insegnare la lingua vuol dire aumentare la povertà, la miseria di chi pur avendo capacità e doti naturali, si troverà costretto a implodere prima interiormente e poi esteriormente. Anche di questo si è parlato lo scorso mese a Gradisca d’Isonzo, dove sono intervenuto a un presidio contro l’apertura del Cpr (Centro di permanenza per il rimpatrio) davanti al Cara (Centro assistenza richiedenti asilo). Durante questo incontro ho fatto da interprete tra gli organizzatori e i migranti ospiti del Cara

come già sta avvenendo negli altri Centri d’accoglienza, precluderà lo svolgimento di corsi d’insegnamento della lingua italiana e attività d’integrazione. Il vissuto dei migranti è complesso, molto spesso drammatico. Negare a queste persone la possibilità di raccontarsi in una lingua diversa da quella d’origine, significa condannarli all’inespressività, negargli l’indipendenza, ma soprattutto togliergli la possibilità di entrare nella società attraverso il lavoro. Nessuno può trovare un lavoro, mantenere una casa, contribuire al sistema-Paese senza conoscere la lingua del posto in cui abita. La lingua è essenziale per lavorare, per imparare una nuova mansione, per fare gruppo con i colleghi, per cercare soluzioni a problemi di ogni tipo, anche sul luogo di lavoro. Comprendere l’italiano significa essere consapevoli che dopo i bisogni individuali ci sono le necessità della collettività, quindi accettare che si lavora per il proprio mantenimento, per la propria casa, ma anche per sostenere l’impianto amministrativo ed economico che sostiene l’apparato dei servizi. Come pensate che i migranti possano conoscere l’esistenza del sistema tributario, delle leggi del lavoro, dei regolamenti comunali per l’accesso ai servizi scolastici, sociali, sanitari? La verità è che con il decreto Salvini, le migranti e i migranti diventeranno prede di papponi, di caporali, di mafiosi e di coloro che intendono assoggettare quotidianamente i più deboli ai propri interessi economici.

Chi dirige oggi il nostro Paese usa malamente il linguaggio e la parola ha smesso di essere uno strumento di incontro per diventare strumento che affossa chi è diverso, chi non pensa le stesse cose di chi governa.

La verità è che si vuole trasformare queste persone in una massa informe di disperati, si Migranti e organizzatori al presidio anti-Cpr di Gradisca vuole azzerare la loro capacità critica. Quando tutta questa opeche esponevano problemi ed esigenze razione sarà giunta a compimento, quale Già, perché la lingua, le parole sono nella loro lingua madre. spettacolo pensate che ci ritroveremo anche uno strumento del potere ed è per esattamente dietro le nostre case? questo che il ministro Salvini non vuole E’ imminente lo svolgimento della gara che i migranti imparino l’italiano. d’appalto per la gestione del doppio A conclusione di tutto avremo solo allarCentro immigrati: un Cpr da 150 posti gato le maglie che conducono al disagio, Le nuove direttive sull’accoglienza hanno – in pratica, una struttura detentiva per ci sarà un numero altissimo di gente stralciato completamente l’insegnamento chi dev’essere rimpatriato - e un Cara disperata, abbandonata a se stessa senza della lingua, la formazione, l’integra(di cui inizialmente era stata prevista la la possibilità di interagire con niente e zione, quindi tutto ciò che per anni ha chiusura) da 200. I prezzi a base di gara nessuno. permesso alle persone di riappropriarnon saranno più di 35 euro pro capite si della propria vita, di costruire un pro die, ma 28. Questo taglio dei fondi, ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Migranti e bimbi dell’asilo: un aquilone per conoscersi di Aulo Oliviero Re

di qualche genitore che mal digeriva l’iniziativa.

continuano a farlo, poiché lì i negozi sono pochi e noi diremmo un po’ “sguarniti”.

“E’ stata una giornata meravigliosa” chiosa Sara, una delle maestre referenti del progetto. “I bambini si sono divertiti tantissimo e hanno imparato un sacco di cose”. Il progetto infatti ha coinvolto Ahmed Naveed e Younis Adnan che hanno spiegato e mostrato ai “cuccioli” alunni dell’asilo come i bambini afghani e pakistani costruiscono i propri giocattoli, come gli strumenti per il proprio divertimento possano essere semplicemente fabbricati dalle nostre mani e non comperati in un centro commerciale. L’iniziativa ha riscosso così tanto successo e curiosità tra i bambini che, al termine della spiegazione, hanno riempito Naveed ed Adnan di domande relative non soltanto agli aquiloni, ma anche alla loro infanzia nel loro paese di origine.

La giornata non è servita però unicamente ai bambini. C’erano anche due ragazzi con gli occhi ancora spaventati, laggiù in via del Carso. La sofferenza li ha spinti ad abbandonare la loro casa, camminare per mesi e ora attendono la risposta della commissione che esamina le richieste d’asilo, con echi di urla e spari ancora in testa. Adesso sono qua in attesa. Mangiano, dormono e ogni tanto escono. Anche ora, fuori dalle sicure mura del Nazareno qualcuno gli urla qualcosa.

L’iniziativa rientra nella programmazione annuale di plesso ‘Terra, aria, acqua e fuoco. Quattro elementi per quattro stagioni’. La realizzazione degli aquiloni è stata identificata come l’attività conclusiva del percorso didattico “I tesori dell’Aria”. “Il percorso annuale sui quattro elementi ha stimolato la curiosità e l’interesse dei bambini che hanno sviluppato dei lapbook, una nuova metodologia che li vede impegnati nel rielaborare le informazioni apprese costruendo un proprio libro in

“Non finisce mai” mi dice sottovoce Naveed, come se avesse paura che qualcuno lo potesse sentire (la sua storia è stata pubblicata su questo giornale qualche numero fa). “Preferivo quando ero appena arrivato e non capivo cosa mi dicevano. Ma sono molto contento di essere stato tra i bambini e aver ricevuto così tanto affetto. Ne avevo proprio bisogno. Questo mi ha ricaricato le batterie e dato molta gioia”. Al workshop sulla costruzione di aquiloni è seguito uno scambio di doni. Naveed e Adnan, hanno regalato ad ognuno dei 54 bambini della scuola un aquilone che hanno costruito nelle settimane precedenti l’iniziativa. Le fasi di costruzione hanno coinvolto molti più ospiti dei soli due ragazzi venuti il 13 aprile in via del Carso, dando così a molti più ragazzi la possibilità di riempire il vuoto di alcune giornate e vedersi ripagati dall’energia che si prova nel gesto del donare qualcosa di sé a qualcun altro. I bambini dell’asilo hanno a loro volta regalato una colomba pasquale, dolce tipico del culto cristiano-italiano, e soprattutto hanno recitato una toccante poesia di amicizia e pace.

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iovedì 13 aprile a Gorizia è stata una bella giornata. Nonostante il cielo fosse coperto dalle nuvole e piovesse, quella mattina in via del Carso è spuntato un raggio di sole. Perché ciò avvenisse, in quella data, grazie all’aiuto di Eliana Mogorovich - firma di Gorizia News&Views - l’associazione Aps Tutti Insieme ha organizzato un laboratorio di aquiloni in collaborazione con le docenti della scuola dell’infanzia di via del Carso ed il centro di accoglienza Il Nazareno di Straccis. Bambini e migranti: un accostamento che fa spuntare qualche capello bianco e qualche nuova ruga a ogni vittima di anti-pedagogia populista e sensazionalismo mediatico. La realtà, come quasi sempre avviene, ha contraddetto i pregiudizi, e i bambini si sono dimostrati più saggi

cui ci sono i contenuti di ciò che hanno sperimentato’ spiega la maestra Sara -. I nostri alunni si sono perciò trasformati in piccoli Einstein che, tramite l’utilizzo del metodo scientifico, hanno scoperto che l’Aria è un combustibile, quali sono i suoi usi e cos’è l’inquinamento. La stessa curiosità li ha visti impegnati durante la giornata “Un aquilone per conoscersi”. La semplicità con cui è stato condotto il laboratorio ha attirato la loro 15 attenzione. In seguito hanno rielaborato l’esperienza esprimendo i propri sentimenti e le proprie soddisfazioni”.’ L’iniziativa non ha avuto solo lo scopo di avvicinare due culture, come se fosse un contatto tra razze aliene parlanti linguaggi diversi. In realtà, anche nella diversità, già tutti ci conosciamo. Naveed e Adnan non hanno fatto nulla di diverso da quello che avrebbero potuto fare dei buoni genitori di qualunque famiglia italiana o europea: hanno amorevolmente spiegato come giocavano durante la loro infanzia, e come i bambini dei loro paesi d’origine

Il finale ha anche riservato un piacevole fuori programma. Naveed ha infatti sorpreso tutti e riscosso molto successo tra i bimbi dedicandogli una canzone in italiano intitolata “Un gatto” e inventata da lui per l’occasione. Ma il complimento più grande è arrivato da qualcuno di inaspettato: “Non sono stati bravi, bravissimi” questa è una frase detta da un’alunna timida che poco sentiamo parlare – ci racconta la maestra Sara - Ciò fa capire che è importante puntare sulla semplicità per conquistare la curiosità dei piccoli!” In apparenza sembrano gesti davvero piccoli, ma diventano molto più grandi se ricalibrati nella prospettiva di chi è ripartito da zero e si ritrova la sfera affettiva confinata a un passato personale spesso difficile. L’innocenza dei bambini può inconsapevolmente fare questo: costruire un ponte emotivo tra il passato di chi qui è decontestualizzato ed il futuro del territorio, creando una nuova e bellissima unità.

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Al traino di Nova Gorica sul progetto “capitale della cultura”: ben venga, ma occorre saper proporre qualcosa di originale

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l territorio della vecchia Contea di Gorizia, con Trieste, il Carso, il Friuli orientale, le Alpi Giulie orientali, è disseminato di reperti storici, segni, testimonianze fisiche del confine dell’Italia nord-orientale, anzi dei numerosi confini che si sono succeduti nei secoli dalle nostre parti. Non solo cippi, piccoli o monumentali, ma anche garitte, ponti distrutti o ricostruiti, trincee e bunker, casermette abbandonate, tante cose insomma che evocano un confine in un certo momento storico. Di tutto questo negli anni ho raccolto una discreta documentazione fotografica e per questo motivo l’amico Franco Cecotti mi ha coinvolto ultimamente in alcune conferenze che ha tenuto in alcune sezioni del Cai sul tema “L’evoluzione del confine nord-orientale d’Italia dal 1748 ai giorni nostri”. Questa iniziativa mi ha indotto a rispolverare il suo libro-atlante “Il tempo dei confini” e di conseguenza anche la ”bibbia” di Giorgio Valussi intitolata “Il confine nord-orientale d’Italia”. E mi sono chiesto: quale è il confine nord-orientale dell’Italia? Come si è mosso nel corso della storia? Esiste un confine “naturale”? E, di conseguenza, Gorizia da quale parte del confine stava, quale ruolo aveva nello Stato cui apparteneva, quale identità? Infine, quanto pesa oggi questo passato? Partiamo da un dato di fatto “geografico”: l’Italia ha dei confini naturali quasi ovunque abbastanza ben definiti e cioè il mare su 3 lati e a nord le Alpi. Ma a est le Alpi hanno un “difetto” e cioè sono basse, partono dai meno di 3000 metri delle Giulie per scendere gradatamente a sud verso il mare Adriatico. Già, ma dove nell’Adriatico? Un versante prosegue verso Fiume e un altro più a ovest corre parallelamente alla valle dell’Isonzo. In questo tratto di Alpi dunque un confine naturale non è ben identificabile. Ne è testimonianza il nome assegnato nelle varie lingue a questo triangolo geografico dai limiti incerti: “Venezia Giulia” secondo la definizione data nel 1863 dal glottologo Graziadio Isaia Ascoli (e prima come si chiamava in italiano?), “adriatisches Küstenland” (cioè Litorale

di Elio Candussi Adriatico) secondo Asburgo e tedeschi, infine “Primorje” (sempre Litorale) secondo gli sloveni e gli jugoslavi. Inoltre le denominazioni mutano nel tempo ed i nomi di carattere geografico non sempre coincidono con i confini amministrativi o statali. Ad esempio, dove sta la Carniola? E l’Istria fa parte di questo territorio? Ma torniamo alla geografia del triangolo che dalle Alpi Giulie scende all’Adriatico. Al termine delle Prealpi Giulie incrociamo un’ampia valle che le percorre in senso trasversale; si tratta della valle del Vipacco, che mette in comunicazione la pianura friulana e veneta (a occidente) con quella danubiana e balcanica (a oriente). A est è delimitata dal monte Nanos e a ovest da Gorizia, incastrata tra le ultime Prealpi, l’Isonzo ed il Carso. Gorizia dunque, all’estremità occidentale di questa valle di attraversamento, può considerarsi “la porta verso l’est” e di conseguenza per sua natura si trova (assieme alle zone limitrofe, da Trieste

Lo spettacolare M9 di Mestre spiega il Novecento come non l’abbiamo mai visto. Perché non realizzare un museo condiviso fra Gorizia e Nova Gorica?

all’Istria, dal Carso alle Alpi) nel corso dei secoli a essere frequentemente oggetto di contese tra Stati. E, a seconda di chi vince, con nuove popolazioni (ed etnie) che arrivano e altre che se ne vanno. Senza dimenticare che molte etnie e culture si mescolano in un naturale “melting pot”, creando, secondo taluni, confusione e potenziali conflitti, per altri invece, stimoli di curiosità e crescita. Attraverso la valle del Vipacco passarono

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gli antichi romani alla conquista di Pannonia, Norico, Dacia, ecc. verso Oriente. Essi collocarono il confine prima sul Timavo (ai tempi della Repubblica) e poi lo spostarono più a est sul Risano ed infine (ai tempi dell’impero) sull’Arsia (inglobando quasi tutta l’Istria). Un confine simile a quello del trattato di Rapallo del 1920, con l’esclusione di Fiume e un pezzo di costa settentrionale del Quarnaro. Nel senso opposto, dopo la caduta dell’Impero romano, durante il Medioevo, sempre attraverso la valle del Vipacco passarono i vari barbari (Unni, Avari, Goti, Longobardi) alla conquista dell’Italia e in tempi successivi, tra Quattrocento e Cinquecento, vi scorrazzarono i turchi ottomani. Comunque dalla fine del Medioevo si consolidò a grandi linee la seguente situazione statale: la costa fino a Grado appartenente alla Repubblica di Venezia (italiana), la pianura friulana sotto il Patriarcato di Aquileia e l’entroterra orientale (con Gorizia, la Carniola e il Carso) ai Conti di Gorizia, come “feudi” del Sacro Romano Impero, quindi in area d’influenza tedesca. Un’eccezione fu Monfalcone che, come un’enclave, da metà del Quattrocento a fine Settecento appartenne a Venezia. Nel 1500 si verificò una svolta storica per Gorizia, capitale di un territorio a lungo conteso tra Venezia e Austria. Leonardo, l’ultimo Conte di Gorizia, non avendo figli e dovendo lasciare in eredità la sua Contea, fece la sua scelta e optò per l’Austria e gli Asburgo. Il Patriarcato lentamente si sgretolò e il Friuli passò sotto Venezia. Questa divisione restò sostanzialmente stabile per ben tre secoli fino all’epoca napoleonica, con Venezia italiana a occidente e Gorizia con Trieste austriache a oriente. Il confine tra le due potenze era molto somigliante a quello creatosi nel 1866 dopo la terza guerra di indipendenza italiana. La Valcanale rimasta all’Austria, poi il confine, correndo sulle vette delle Alpi Giulie, scendeva sulla destra dell’Isonzo fino al Matajur (con le valli del Natisone sotto Venezia), seguendo in gran parte lo Judrio e il Torre, lasciando infine la costa a Venezia. Finita la breve rivoluzione napoleonica, si ristabilì l’ordine precedente con la differenza che la Repubblica di Venezia non c’era più ed al suo posto si trovava


l’Austria che aveva annesso il Lombardo-Veneto. Il confine tra Friuli e Venezia Giulia divenne solo un confine amministrativo. Passate le prime guerre di indipendenza italiane, tutto tornò quasi come prima di Napoleone; nel 1866 cioè il Friuli (con Udine e Pordenone) tornò nel Veneto italiano e la Venezia Giulia (con Gorizia e Trieste) rimase austriaca. Seguì il disastroso Novecento con l’Italia che, dopo la prima guerra mondiale, si espanse a est oltre il limite della Decima Regio di epoca romana; poi la seconda guerra mondiale e le sanguinose contese per Gorizia (concluse nel 1947) e per Trieste (finite nel 1954). Ratificato il tutto con trattato di Osimo del 1975. Questa è la Storia!

rimpiangendo un passato prospero che non può tornare “per grazia ricevuta”. Mentre noi stiamo a rimuginare inutilmente, il mondo corre al galoppo ed altri prendono decisioni al posto nostro. Nell’attesa che la Politica batta un colpo, altri si sono dati da fare, la Camera di Commercio e l’Associazione degli Industriali goriziane si sono già unificate con Trieste. La sede della Banca di Italia è stata chiusa. Le aziende dei servizi a rete hanno già una dimensione regionale o superiore, vedi AcegasAmgaAps che comunque è nell’orbita emiliana di Hera. Il trasporto pubblico locale di fatto già unificato a livello regionale, pur con una pesante partecipazione straniera. L’ae-

sistema tavolare teresiano), ma è sufficiente per “fidanzarsi” con Trieste?

Sul turismo legato alla Grande Guerra (qui, una rievocazione storica) siamo stati troppo assenti.

Avremo il coraggio di voltare pagina col passato e immaginare un nuovo futuro?

Riassumendo, si può affermare che Gorizia e Trieste sono quasi sempre rimaste nell’area di influenza tedesca prima ed austriaca poi fino alla prima guerra mondiale, cioè per ben nove secoli, salvo la parentesi di Napoleone. Viceversa Udine e il Friuli quasi sempre sotto Aquileia prima e Venezia poi, salvo la parentesi austriaca nel primo Ottocento; quindi nell’area di cultura italiana. Il confine tra i due mondi era sostanzialmente sempre quello del 1866. Con la prima guerra mondiale la contesa territoriale si esaspera e tutto cambia, e molte volte, nella Venezia Giulia. Nella prima metà del Novecento si possono contare una mezza dozzina di “cambi di proprietà” che sconvolgono le popolazioni residenti coinvolgendole in immani tragedie, guerre civili all’interno dello stesso gruppo etnico, guerre ideologiche e guerre di potere. Conclusa la seconda guerra mondiale e le sue appendici, perso il suo storico entroterra, collocata a ridosso della “cortina di ferro”, Gorizia si lecca le ferite, cerca di trovare una normalità nella nuova situazione geopolitica, stenta a trovare un proprio ruolo e a progettare per sé stessa un futuro; soffre di una crisi di identità. Il contesto geopolitico cambia radicalmente con il crollo della Jugoslavia. Ma, paradossalmente, l’indipendenza della Slovenia nel 1991, il suo ingresso nell’Unione Europea nel 2004 e nell’area di Schengen nel 2007, se da un lato facilita i rapporti sia sociali che economici tra le due città e le due aree ex-nemiche, dall’altro impone di ragionare in termini nuovi, in un territorio sì unificato dall’abbattimento dei confini fisici, ma con dei vicini cresciuti e cambiati rispetto alcuni decenni prima, ai tempi della Jugoslavia. Questa crisi si certifica anche con lo spopolamento della città, la sua mancanza di attrattività; a ciò si aggiunge la globalizzazione dell’economia mondiale che costringe tutti a trovare nuove alleanze, a pensare in grande, a crescere di dimensione, mentre noi ci rimpiccioliamo e tendiamo a chiuderci in noi stessi,

roporto di Ronchi è stato ceduto fuori regione. Le autostrade sono da decenni in comproprietà con la Regione Veneto. Per non parlare della sanità isontina. E la lista potrebbe continuare. Ma in questo ampio scacchiere quanto può contare Gorizia che, col suo mandamento, conta appena 55.000 abitanti? Cosa può offrire ai vicini? Finora solo un po’ di università e anche di malavoglia. E poi? Il turismo della Grande Guerra? Per carità! Anche lì siamo stati assenti, e poi finalmente le celebrazioni sono finite! Adesso andiamo al traino di Nova Gorica sul progetto “capitale della cultura”: ben venga anche questa opportunità. Sono curioso di vedere cosa saremo in grado di proporre di originale. Dunque Gorizia non può che cadere nell’area di influenza dei vicini più grandi e possibilmente prosperi. Se guardiamo indietro ai dieci secoli che ci precedono, constatiamo che l’Isontino è un’invenzione politica nata per rattoppare i disastri delle due guerre mondiali, Monfalcone è stata a lungo nell’area veneziana e quindi italiana, oggi è diventata ormai una “one company town” con Fincantieri ed è naturalmente attratta da Trieste per ovvie affinità marittime. Trieste e Gorizia invece sono state unite dall’appartenenza all’Impero d’Austria per quattro secoli e prima ancora all’area tedesca, l’affinità storica che le accomuna è dunque molto evidente (vedi anche il 17

Capisco che è difficile fare i conti con la storia in modo sereno e obiettivo, in particolare in una zona confinaria come la nostra, ma proprio per questo osservo con ammirazione quello che è stato realizzato a Mestre con il Museo multimediale M9 sulla storia del Novecento italiano. Perché non facciamo qualcosa di simile assieme tra Gorizia e Nova Gorica? Sono dieci anni che ci prova la rivista ”Isonzo-Soča” con la proposta di un Museo diffuso del Novecento, attraverso dei pannelli fotografici in attesa di una degna collocazione. Ma io vado oltre: perché non realizzare un vero Museo per raccontare la storia del territorio goriziano, con le atrocità vissute dai suoi abitanti nell’ultimo secolo? Con le varie memorie storiche cancellate da un regime o un altro?. Quante verità da riscrivere? Il Museo potrebbe avere due sedi, una a Gorizia che narra la storia della città dai suoi Conti fino alla prima guerra mondiale e una a Nova Gorica, per l’ultimo travagliato secolo. Un unico Museo condiviso tra le due città, descritto in tre lingue, italiano, sloveno e inglese.

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Il Giardino Viatori aperto fino a giugno

Potrà essere visitato gratuitamente fino al 2 giugno, il sabato, la domenica e negli altri giorni festivi, lo spettacolare Giardino Viatori di via Forte del Bosco. L’orario di apertura va dalle 15 alle 19. Visite guidate alle 17. In via straordinaria il grande parco fiorito, famoso soprattutto per le azalee e le magnolie, sarà aperto anche al mattino, dalle 10 alle 13, domenica 19 e 26 maggio, in occasione della manifestazione Giardini aperti in Fvg. In altre giornate le visite guidate sono visibili su prenotazione all’indirizzo mail visitegiardinoviatori@minerva.it (cell. 345.2900672).

Arisa in concerto all’Arena del Perla Una delle più brave interpreti della scena musicale italiana, Arisa, sarà di scena venerdì 17 maggio alle 22 all’Arena dell’Hit Casinò Perla di Nova Gorica. Oltre ai brani più noti come “La notte”, “Sincerità” e “Controvento”, Arisa presenterà le canzoni più belle del suo ultimo album, “Una nuova Rosalba in città” (il vero nome della cantante è Rosalba Pippa), uscito il mese scorso.


I medici in sala operatoria con un visore grazie alle “invenzioni” dei giovani di Nucleode

M

di Stefania Panozzo

ettere in gioco le medicina, Matteo Vivona, laureato in di vario genere. Ad esempio si possono proprie passioni per scienze della comunicazione, Stefano ricostruire riproduzioni fedeli di parti aiutare a miglioraMiceli, laureato in Graphic design & Art del corpo, come succede per le immagini re il mondo in cui direction e Maksim Sinik, il capo tecnico diagnostiche. Tuttavia, consente anche di viviamo é quello che che é un po’ la nostra guida, perché manipolare l’immagine cioè di togliere dovremmo fare tutti, orienta le scelte in campo tecnologico. alcune parti, rimuovere gli ostacoli... ma non sempre é In questo modo non solo le immagini facile, perché dobDa dove deriva il nome della vostra sono più chiare, ma i medici avranno biamo adattarci alla mancanza di lavoro start up? un ausilio pre operatorio molto imporche spinge molte persone a intraprendeIn parte dal fatto che volevamo avere tante che consentirà loro di intervenire re strade che esulano da un percorso di un punto di partenza, un nucleo da cui chirurgicamente in modo più preciso sul vita desiderato. Tuttavia, paziente, perché potranci sono alcune persone no avere una visione coraggiose che decidomigliore della situazione. no di creare start up, Un’altro vantaggio della piccole imprese che si realtà aumentata é che prefiggono l’obiettivo di tutto può essere condivicreare qualcosa di bello e so anche a chilometri di innovativo per il futuro. distanza. Ad esempio, se A Gorizia, per esempio, devo progettare una proin via Cantore, a due tesi per un gomito posso passi dal Parco della inizialmente creare un Rimembranza, si trova prototipo e successivala sede di Nucleode, nata mente, grazie ai visori, nel 2017 e formata da un mettermi in contatto con gruppo di trentenni il qualcuno più esperto che cui proposito è quello di può segnalarmi eventuali I componenti della start up goriziana con alcuni collaboratori portare una maggior tecnolomodifiche e, alla fine, posso gia in campo medico creando creare un oggetto condiviso. sia un software gestionale che permetta di raccogliere e analizzare dati cominciassero a uscire le nostre soluzioQuale dei due binari é quello più innoprovenienti da dispositivi diversi, sia dei ni e scoperte, e in parte dal nome della vativo? visori che consentano ai medici di avere principale tecnologia che usiamo: Node Sicuramente il secondo visto che in una miglior preparazione pre operatoria JS. Come vedi anche il nome evidenzia Italia non é ancora tanto diffuso. Sono e di operare con più precisione i pazienle nostre due passioni: l’informatica e la pochissime le aziende italiane che si ti. medicina. stanno specializzando nel campo della realtà aumentata, nonostante le riproHo intervistato Riccardo Gulin e Stefano In cosa consiste il vostro lavoro? duzioni in 3D siano quasi all’ordine del Casasola, due dei sei membri del team, Fin dall’inizio ci siamo posti l’obbiettigiorno. Speriamo che con il tempo la che mi hanno spiegato nel dettaglio vo di portare l’innovazione nel mondo nostra conoscenza possa migliorare e di come si svolge il loro lavoro. sanitario seguendo due binari principali. poter creare dei visori poco ingombranti Il primo é creare un software gestioche possano essere usati anche al di fuori Com’é composta la vostra squadra? nale attraverso il Cloudcomputing: delle sale operatorie come dei normali La nostra squadra é composta da sei cioè mettendo in comunicazione i dati occhiali da vista. persone. Abbiamo una passione più o provenienti da vari dispositivi per fare meno comune per la medicina e per analisi statistiche o qualsiasi altro lavoro. Avete accennato alla collaborazione l’informatica, quindi ci sembrava giusto I vantaggi sono enormi anche perché con il Burlo di Trieste. Ne avete altre trovare una strada che potesse permetper lavorare sul Cloud basta avere un importanti in programma per il fututerci di coltivare entrambe. Ovviamente collegamento internet. Quindi, se si guaro? non escludiamo la possibilità di ingransta il computer si può usare il cellulare Si, sicuramente quella con primario neudirci, magari accogliendo nel nostro staff e si può lavorare anche da casa, mentre rochirurgo di Udine Miran Skrap e con tirocinanti provenienti da corsi di studi prima bisognava andare comunque in il suo staff: Skrap, un autentico luminare simili ai nostri. ufficio. Ad esempio abbiamo cominciato della chirurgia, si è sempre mostrato due anni fa a collaborare con il Burlo interessato ai nostri visori e alle loro Quali studi avete fatto? Garofolo di Trieste per informatizzare applicazioni. Ci auguriamo di dare un Riccardo: Io ho frequentato il Liceo la parte burocratica che restava ancora impulso allo sviluppo dei visori in Italia scientifico qui a Gorizia e in seguito mi cartacea e questo ha permesso loro di anche prendendo contatti con possibili sono laureato in ingegneria informatica essere più efficienti. Senza ombra di partner europei, perché altrove questa a Trieste, mentre Stefano, dopo aver fredubbio, per ora questo é il campo più tecnologia é più sviluppata di quanto quentato la mia stessa scuola, ha consesviluppato, quindi dobbiamo cercare di non lo sia qui. Ciò ci consentirebbe di guito la Laurea in Scienze e tecnologie creare un prodotto informatico innovatimigliorare la nostra esperienza in questo multimediali. vo. L’altro binario consiste nella creacampo e fornirebbe a loro dei feedback Stefano: Gli altri quattro componenti zione di speciali visori che, attraverso la medicali più diretti. di Nucleode sono il presidente Daniele realtà aumentata o mista, permettano Piccolo, laureato in ingegneria civile e di costruire degli ologrammi di oggetti ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Gli “Studenti in Movimento” conquistano Trieste di Timothy Dissegna

L’

università è certamente il luogo della conoscenza, ma anche del confronto tra gli allievi stessi e l’istituzione in cui vivono. È per questo che, ogni due anni, è interessante osservare le elezioni dei rappresentati degli studenti per i vari dipartimenti e gli organi maggiori di ateneo: da ciò si può “tastare il polso” dei giovani che presto usciranno da quelle mura, per confrontarsi con il mondo di ogni giorno. Il mese scorso sono stati chiamati alle urne gli iscritti all’Università di Trieste, inclusi i ragazzi e le ragazze frequentanti i corsi in Scienze Internazionali e Diplomatiche, Diplomazia e Cooperazione Internazionale e Architettura di via Alviano. In particolare la sede isontina vanta un profondo legame con questo appuntamento biennale, registrando ogni volta un alta percentuale di affluenza rispetto alla media universitaria. Quest’anno, ad esempio, è stato il 40,8% dei “siddini” a esprimere la propria preferenza, seppur perdendo addirittura quasi sette punti percentuali rispetto al 2017. Viceversa, gli “architetti” hanno fatto l’exploit con il 40% di votanti, dopo un basso 16,5% della scorsa tornata. Su un totale di 739 iscritti al Polo universitario

goriziano, quindi, sono stati ben 301 quelli recatisi ad imbucare la scheda. Parlando invece in termini generali, sono stati in quasi 4 mila, a fronte di oltre 15 mila aventi diritto al voto. In poche parole, poco più del 25% degli immatricolati hanno partecipato: apparentemente pochi, ma in realtà un “successo storico”, com’è stato definito da molti. In particolare, a gioire è la lista Studenti In Movimento (Sim), nata proprio a Gorizia e dal 2017 ampliatasi anche nel resto dell’ateneo. Dopo un buon risultato ottenuto quell’anno, in quest’occasione è riuscita a diventare la prima forza politica universitaria, raccogliendo 1655 preferenze solo per quanto riguarda gli organi maggiori (Consiglio di Amministrazione, Senato Accademico, Comitato per lo Sport Universitario e Comitato degli Studenti dell’Ardiss). Quasi un plebiscito, che ha permesso a questa compagine di far eleggere almeno un proprio rappresentate in ogni organo, inclusi quasi tutti i dipartimenti. “Orgoglio senza pari” è stata una delle prime dichiarazioni di Dario Germani, studente magistrale a Gorizia e tra i coordinatori della lista. È stato riconfermato in Consiglio di Amministrazione e ora per lui si apre un’altra sfida: quella per il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari (Cnsu), in programma a maggio. La sua candidatura è stata ufficializzata qualche giorno fa e correrà assieme alla lista nazionale Unilab Svoltastudenti, forte del risultato ottenuto raccogliendo personalmente oltre 1600 voti. In sede centrale, inoltre, anche altri volti politici hanno riscosso successo. Tra questi, c’è Elisa Graffi, ex membro della Direzione Nazionale del Partito Democratico e prima eletta nel Consiglio di Dipartimento di Scienze Economiche Aziendali Matematiche e Statistiche (Deams). “La bellissima vittoria - ha scritto nelle ore successive all’annuncio del risultato - che abbiamo ottenuto è frutto dell’impegno, della costanza, del lavoro fatto negli ultimi due anni e della bontà del programma che abbiamo presentato per i due anni che ci aspettano. C’è ancora tanto lavoro da fare per migliorare la nostra Università, noi ci siamo e lo faremo”. Per il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, quello in cui è inserito il Sid goriziano, ben 6 su 7 rappresentati ora sono di Sim e solo uno di Alternativa Universitaria, lista tendente al centro-destra. Per quanto riguarda gli altri partecipanti alle elezioni, è da segnalare in particolare la débacle di Link, forma19

zione di sinistra, che non è riuscita ad ottenere nessun proprio esponente negli organi maggiori ma, in compenso, ha ottenuto ottimi risultati nei dipartimenti di Scienza della Vita e di Matematica e Geoscienze. Oltre alle compagini già citate, anche Lista AutonomaMente (Lam) ha partecipato al confronto. Come per Sim, anch’essa ha ottenuto almeno un seggio in tutti gli organi maggiori, a partire dalla coordinatrice Eugenia Urso che è passata dal Senato Accademico al Cda, lasciando il posto alla collega Chiara Bearzi. Al Cus è stata confermata Elena Fabbri, mentre in Ardiss siederà Lazar Stojanovic, insieme al siddino e -ancora per qualche tempo- Presidente del Consiglio degli Studenti (Cds) Mattia Piccolo. Proprio la formazione del nuovo Cds sarà uno dei primi impegni per i nuovi rappresentati, all’inizio del prossimo anno accademico. Da segnalare, infine, la triste vicenda raccontata dal giornale universitario Sconfinare a proposito degli articoli pre-elezioni: da quanto scritto in un suo comunicato, infatti, “a fronte della richiesta, avanzata dalla lista Lam e, successivamente, dalle liste Link e Alternativa Universitaria, di ricevere il questionario prima dell’intervista, i caporedattori [di Sconfinare, ndr] hanno stabilito che non c’erano i presupposti per intervistare opportunamente i candidati delle cinque formazioni politiche impegnate nella campagna”. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

“Dentro il futuro” mostra ad Agorè Si intitola “Dentro il Futuro” la nuova mostra che vedrà protagonisti, ad Agorè in via Rastello, gli artisti della scuola del Nazareno, sostenuta dall’Aps Tutti Insieme. Sono tutti richiedenti asilo che hanno alle spalle un percorso difficile e contrassegnato da momenti di sofferenza. Dopo mesi di studio, con le loro semplici opere ora esprimono le proprie emozioni, le prime conquiste di libertà, il desiderio di crescita culturale. La mostra sarà inaugurata lunedì 13 maggio alle 17 e visitabile sino al 26 maggio con orario 16-19. Questi i nomi degli artisti partecipanti: Abdul Haya Hamed (Afghanistan), Raja Dawood, Mahmood Shazad, Adnan Younis, Muhammad Ashraf, Muhammad Tariq, Aman Ullah Muhammad Isaq e Hussain Ikhlaq (Pakistan).


Quando un parco fiorito diventa “terapeutico”: lodevole iniziativa all’ingresso dell’ospedale

E’

bizzarro constatare quanto la bellezza sia allo stesso tempo sopravvalutata e sottovalutata: quella del corpo è diventata un valore, quella dell’ambiente in cui si vive una sorta di accessorio. Vivere, trascorrere del tempo in luoghi belli e adoperarsi affinchè lo diventino è terapeutico e chi l’ha capito è un passo avanti. Pensiamo ad esempio quanto un momento delicato della propria esistenza, come il ricovero in ospedale, possa risultare più lieve perché il mobilio e le pareti sono allegri o il giardino curato. Non servono grandi opere o investimenti, ma sensibilità, intraprendenza e buona volontà, tutte doti che non mancano né a Barbara, né a Ennio, i dipendenti ospedalieri protagonisti di questa storia che si svolge nel giardino del San Giovanni di Dio. Barbara, ci racconti come è nata l’idea di occuparti del giardino dell’ospedale? Un giorno, prima di cominciare il turno, una signora che faceva la chemioterapia e che, purtroppo, ci ha lasciati mi dice “già la chemio è dura, in più, vedere questa incuria è avvilente”. Mi racconta di quanto fosse bello e curato il parco quando era gestito dai frati, così mi sono chiesta: quanto conta per un ammalato che già frequenta l’ospedale vedere un bel parco? E, dal punto di vista prettamente aziendale, come si qualifica un’azienda trascurata in questo modo? Rispecchia ciò che c’è dentro? Chiedo al direttore sanitario, dottor Pittioni, il permesso di dedicarmi, fuori orario di lavoro e a titolo assolutamente gratuito, alla messa a nuovo dell’ingresso. Il direttore accetta subito e la referente infermieristica, dottoressa Orietta Masala si mette a disposizione per una raccolta fondi all’interno dell’ospedale. Così parto e a me si aggrega Ennio Brandolin, operaio dell’azienda. A livello operativo, come sei riuscita nel tuo intento e, soprattutto, hai ricevuto aiuti? Finivo il turno la mattina e lavoravo in giardino nel pomeriggio, montavo in turno di pomeriggio e lavoravo in giardino la mattina, perché il volontariato si basa esclusivamente sui doni, siano essi beni materiali o tempo dedicato. Il budget non era immenso, ma man mano che i lavori proseguivano la città intera ha iniziato a partecipare. Ogni persona che si fermava a chiacchierare con me esprimeva gioia e soprattutto stupore perché, dicevano, “era ora che si facesse qualcosa”. Ho ricevuto piantine da vicini di casa, da anziani soprattutto, Maria Bensa ha portato due bellissimi Calicantus… C’è chi mi ha donato tre euro per acquistare una viola, chi, come l’Andos, addirittura un glicine. Attraverso

di Eleonora Sartori la raccolta fondi siamo riusciti a comperare le 50 rose da mettere lungo il viale. Tutti ci hanno fatto i complimenti, anche se le aiuole, non essendo noi giardinieri di professione, sono piuttosto “artigianali”. Hanno donato anche i sacerdoti che operano all’ospedale, mentre le Clarisse hanno preparato talee di rose che erano state donate loro dal Papa in persona: si tratta di un roseto rarissimo che il papa ricevette dalla Francia e che vengono a curare i giardinieri di Castelmonte. Legambiente si è messa a disposizione per la pulizia del giardino che è molto trascurato. Fabio Trevisan mi ha dato appuntamento alla serra del parco Basaglia e ha voluto acquistare una grande quantità di piante. La cosa straordinaria e di cui vado particolarmente fiera è l’assegnazione di una borsa lavoro, voluta fortemente da me, per un utente del Csm. La persona che ha beneficiato della borsa lavoro si chiama Alessandro e avrà il compito di tener curate le piante che sono state messe a dimora nonchè tenere pulito il viale. Per usare un gioco di parole… E’ stato, dunque, tutto rose e fiori? Ni. Non posso che ringraziare l’intera città, l’ospedale e gli ammalati che non hanno colori politici e sono persone bisognose. Il dottor Pittioni ha compreso a fondo tutto questo e la mia gratitudine verso di lui è infinita. Ci sono stati però anche dei gesti molto brutti e particolarmente avvilenti da parte di alcune colleghe e non ne comprendo il motivo: sono stata filmata, mi sono state fatte foto e mi è stato detto che sono una “finta invalida” (ho il 70% d’invalidità). Una collega che aveva iniziato il progetto con me, timorosa delle chiacchiere che circolano in ogni ambiente lavorativo, si è tirata indietro lasciando sulle mie spalle l’intero completamento dell’opera. Mi dispiace per lei perchè ha perso l’occasione per fare del bene. La fatica però è stata ampiamente ripagata dalla felicità degli utenti. Trovo ogni tanto piante sradicate e fiori rotti, ma non ho nè tempo nè voglia di cercare i responsabili: le persone capaci di fare un gesto simile si definiscono da sole. In conclusione, l’ospedale di Gorizia ha dato un chiaro messaggio: anche se passeremo sotto Trieste, noi amiamo questo luogo. Totalmente assente il Comune che non ha nemmeno trovato il tempo di passare a guardare e a chiedere se servisse una mano. Peccato... sembrava che ci tenessero all’ospedale... ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Gorizia News & Views è reperibile in forma cartacea nei seguenti punti di distribuzione: Biblioteca statale isontina di via Mameli, Kinemax e Mediateca Ugo Casiraghi di piazza Vittoria, librerie Leg, Voltapagina e Ubik di corso Verdi e Antonini di corso Italia, Kulturni Dom di via Brass, Casa delle Arti di via Oberdan, bar Torino di corso Italia, bar Aenigma di via Nizza, Caffè degli Artisti di via IX Agosto, atrio dell’ospedale, negozio Il Laboratorio di piazza Vittoria, Taverna al Museo di Borgo Castello, tabacchino Da Gerry di via Rastello, tabaccheria via Duca D’Aosta 106, tabaccheria via Crispi 6. E’ consultabile on line all’indirizzo: https://issuu.com/gorizianewsandviews

Gorizia News & Views Reg. Trib. Gorizia n. 1/2017 dd 11/12/2017 mensile del Mosaico & APS Tutti Insieme sede Nazareno Gorizia, via Brigata Pavia 25 gorizianewsandviews01@gmail.com DIRETTORE RESPONSABILE Vincenzo Compagnone REDAZIONE Eleonora Sartori (vice direttore) Ismail Swati, Rafique Saqib, Manuela Ghirardi, Felice Cirulli, Renato Elia, Eliana Mogorovich, Timothy Dissegna, Anna Cecchini, Stefania Panozzo, Aulo Oliviero Re, Lucio Gruden, Laura Devecchi, Elio Candussi, Giorgio Mosetti, Francesca Giglione STAMPA Cooperativa Sociale Thiel Sede operativa Fiumicello: Via Libertà 11, 33050 Fiumicello (UD) CF e P.IVA 01023280314 N.Iscr. Albo Naz. Coop.: A133094 In collaboration with: APS Tutti Insieme - www.tuttinsiemegorizia.it Nazareno Optimistic Youth Network and Consorzio Mosaico https://issuu.com/gorizianewsandviews

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May 2019  

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