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Gorizia News & Views Anno 3 - n. 6 Giugno 2019

SOMMARIO

Pag. 2 Dall’Europa unita l’ispirazione per la Carta di Gorizia un documento per la pace stilato dagli studenti del Sid Pag. 3 Echo, il rapporto uomo-natura nelle nuove foto di Kusterle Pag. 4-5 Fra la bora e il mare: a Salvore sulle orme di “Rico” Mreule il professore solitario che custodiva il ricordo di Michelstaedter Pag. 6 Anche il tema delle migrazioni al Trento Film Festival Pag. 7 Basket-amarcord: tra notti bianche e maglione nuovo, così vincemmo lo spareggio-salvezza con Trieste del 1987 Pag. 8 Gorizia, quale futuro? / 6 Uno sviluppo possibile solo in chiave transconfinaria Pag. 9 Gorizia, quale futuro? / 7 Per una città diversa, oltre le ideologie, verso una nuova identità Pag. 10-11 Una vita in fuga, dalla favola alla tragedia: ricordo dell’attrice goriziana Nora Gregor a 70 anni dalla morte Pag. 12 Frank istruisce il vicino di casa: edilizia libera… ma non troppo Pag. 13 Il festival di chitarra Mercatali, un “Erasmus” artistico che è quasi una metafora dell’internazionalità cittadina Pag. 14 Agorè, nelle opere dei migranti il desiderio di crescita Pag. 15 San Rocco, le mille storie di Mamma Maria la volontaria di strada che si prodiga per i bisognosi Pag. 16 Gradisca, Linda Tomasinsig dopo la conferma a sindaco: “Nei piccoli centri saper ascoltare la gente fa la differenza” Pag. 17 #flashbombi: un picnic urbano per mantenere la piazza come luogo di incontro Pag. 18 Parco Basaglia: il progetto di rigenerazione va avanti Pag. 19 I reportage del giovane Alex Majoli tra realtà e finzione dai manicomi alle zone di guerra nel segno di Pirandello

Quando siamo troppo allegri, in realtà siamo infelici. Quando parliamo troppo, in realtà siamo a disagio. Quando urliamo, in realtà abbiamo paura. In realtà, la realtà non è quasi mai come appare. (Virginia Woolf )

Pag. 20 Ad “Amici” è nata una stella con i puntini sul viso: storia di Tish, già in tour in tutta Italia col suo primo disco


Dall’Europa unita l’ispirazione per la Carta di Gorizia un documento per la pace stilato dagli studenti del Sid di Timothy Dissegna

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quasi un secolo di distanza dalla conclusione del primo, immenso massacro di massa che fu la Prima guerra mondiale, a Gorizia sia tornato a parlare di pace. Non in senso lato o puramente accademico, ma con una prova tangibile della volontà di imparare dalla storia per costruire un futuro migliore. È questo ciò che sta alla base della Carta di Gorizia, nata dalla collaborazione tra Comune, Università degli studi di Trieste e Istituto di sociologia internazionale di Gorizia (Isig). Si tratta di un documento composto da un preambolo storico-programmatico e da nove punti, scritto dagli studenti di Scienze Internazionali e Diplomatiche (Sid) che si sono impegnati in prima persona per la sua realizzazione. Ad accompagnarli nella stesura sono stati i loro docenti di storia e relazioni internazionali, insieme ai ricercatori dell’Isig. I primi hanno trasmesso ai dieci ragazzi coinvolti le conoscenze storiche necessarie, analizzando nel dettaglio il processo di pace che culminò, nel 1919, con il Trattato di Versailles; i secondi hanno, invece, fornito le competenze per convertire quel sapere in un qualcosa di concreto e attuabile. È nata così la Carta, già sottoscritta da quattro importanti cariche istituzionali di Italia, Austria, Slovenia e Ungheria proprio nel capoluogo isontino. Il testo è stato poi presentato alla

cittadinanza in occasione della quindicesima edizione di èStoria, festival internazionale della storia, nell’aula magna del polo universitario di Santa Chiara. Simbolica e significativa la sede dell’incontro, come ha sottolineato il professor Georg Meyr, docente di storia delle relazioni internazionali al Sid e tra coloro che hanno guidato i ragazzi nel progetto: se è vero che a realizzarlo sono stati i “siddini”, è però nella sede di Relazioni Pubbliche dell’Università di Udine che viene illustrato. Un binomio che testimonia la presenza attiva dei due poli in città. Il documento, come già scritto, si compone di nove punti, suggeriti dai diversi trattati internazionali che sono stati realizzati dal 1945 a oggi. In particolare, è soprattutto l’esperienza dell’Europa unita ad aver ispirato maggiormente gli studenti, poiché è proprio dalla cooperazione infracontinentale che oggi possiamo vantare circa sessant’anni di pace tra le nostre nazioni. Un traguardo che probabilmente sarebbe apparso utopico nel 1919 e, ancora di più, all’inizio degli anni ’40 quando il terrore della guerra si ripresentò nel mondo intero. Ma quella stessa Seconda guerra mondiale fu il frutto di una pace ingiusta, come ha più volte sottolineato lo stesso Meyr durante la presentazione, che alimentò la rabbia di una Germania umiliata nonostante non fosse stata sconfitta militarmente ma, anzi, presente ancora sul territorio francese al momento dell’armistizio. A raccontare il perché del progetto, cosa li ha spinti a prendervi parte e

com’è strutturato, ci hanno pensato gli stessi suoi realizzatori. Cinque studenti di quelli che hanno partecipato alla stesura hanno così raccontato la propria volontà di mettere in pratica l’amore per la storia che li unisce, e che spesso rimane astratta sui manuali per gli esami. A questo si è unito l’obiettivo di contribuire a far sì che in futuro non ci siano più vinti e umiliati, richiamandosi ai principi del diritto che ormai sono diventati concetti fondamentali della nostra società. Dall’identità europea all’idea di buon governo, passando il rispetto delle diversità culturali al più recente rispetto per l’ambiente: la somma di questi nove punti riflette la necessità di confermare il lavoro verso la pace già compiuto a livello internazionale, ampliandolo e dandogli un’impronta locale. La Carta di Gorizia fa parte di un progetto più ampio, che prende il nome di “Gorizia 18/18”, finanziato dalla Regione Fvg. Ad esso hanno contribuito circa 70 associazioni, non solo della città ma anche transfrontaliere, e che ha permesso di creare “dei rapporti umani tra tutti i partner”, come ha dichiarato l’assessore comunale alla Cultura, Fabrizio Oreti. Il direttore dell’Isig, Daniele Del Bianco, ha quindi voluto precisare che questa iniziativa non è nata per celebrare la fine della Grande Guerra, bensì per sfruttare l’occasione per fare il punto su dove siamo e su dove vogliamo andare in Europa. Un quesito a cui gli allievi di via Alviano hanno dato una risposta esaustiva e ben argomentata. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Komigo 2019, al Kulturni giù il sipario con “Predis”

Martedì 11 giugno calerà il sipario, al Kulturni Dom, su Komigo 2019. Ultima rappresentazione in programma, “Predis”, spettacolo in lingua friulana con Il Teatro Incerto. In scena saranno Fabiano Fantini, Claudio Moretti ed Elvio Scruzzi. Inizio alle 20.30.

Visioni su Carso a Palazzo De Grazia Venerdì 14 giugno alle 21 sarà presentato, a Palazzo De Grazia, il libro “Doberdò del Lago – Visioni sul Carso”. Interverranno gli autori, Lucio Tolar e Umberto Sarcinelli. Saranno proiettate bellissime diapositive. Intermezzi musicali con i giovanissimi chitarristi del gruppo AmSoRiKs.

La presentazione della Carta della Pace al Polo universitario del Santa Chiara

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Echo, il rapporto uomo-natura nelle nuove foto di Kusterle di Eliana Mogorovich

Nella mostra “Echo” recentemente allestita nello Studio Faganel di viale 24 maggio (con un’appendice al Kinemax), l’artista cambia tuttavia oggetto primario di interesse rivolgendosi direttamente alla natura. Una natura muta, tuttavia, pietrificata: le tredici immagini esposte (così come il video realizzato in collaborazione con Luca Chinaglia ed Enzo Tedeschi) hanno per protagoniste le montagne. Montagne al centro delle quali l’autore idealmente ci/si pone per sentire l’eco, la risonanza fra sè e appunto l’ambiente circostante. Ma siamo sicuri che siano montagne vere? Solo dal dialogo con Kusterle si apprende che no, in verità quelle sono vette fittizie, ricostruite al computer assemblando e rielaborando scatti in cui lui stesso ha immortalato una cava di pietra dismessa. Così, dalla riflessione sul rapporto uomo-natura si passa a quella inerente lo scorrere del tempo, evocato anche dai frammenti scultorei che campeggiano in una delle foto. A corredo della mostra, l’artista ha elaborato un catalogo che, come di consueto, si trasforma in un vero e proprio libro d’artista. Che, però, in questa occasione si muta (tanto per restare in tema di trasformismo) in qualcosa di ancora diverso, emulando le guide del Touring Club sin

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dal colore scelto per la copertina e fino al colophon finale, passando attraverso riproduzioni delle opere concepite come mappe di montagna ripiegate. Aperta fino al 28 giugno, la mostra può essere visitata dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 13 e dalle 16 alle 19. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

La nostra via della seta E se la nostra via della “seta” fosse una grande scuola delle arti, una nazione pronta ad importare persone da tutto il mondo interessate ad un “turismo scuola” per apprendere tutto ciò che il nostro patrimonio artistico del passato possa, grazie al loro impegno, essere trasformato nella nuova cultura della bellezza, per l’intero pianeta? Una invasione pacifica di ragazzi e ragazze pronti a farsi carico di un costrutto filosofico culturale non indifferente, una nuova via per trasformare i conflitti in azioni di pace e lavoro. Una nazione-mondo, in cui tutto si incontra e si arricchisce del meglio che l’umanità sia stata capace di produrre nel suo millenario cammino storico. Una grande famiglia, capace di sognare e far sognare le nuove generazioni. (re)

hi conosce Roberto Kusterle sa del suo trasformismo.

A livello umano, da una prima occhiata che potrebbe restituire l’immagine di una persona schiva si passa ad essere rapidamente e improvvisamente travolti da un fiume di parole.

L’intervento dell’artista all’inaugurazione della mostra

A livello artistico, di primo acchito è a volte altrettanto difficilmente intuibile decifrare ciò che si ha di fronte. Grazie a un sapiente e mai pago studio della tecnica digitale e delle potenzialità delle elaborazioni grafiche, Kusterle trasforma corpi e volti in elementi naturali, in sezioni anatomiche, in frammenti di pietre animate: il tutto con una vena di inquietudine che conduce allo straniamento dell’osservatore.

Folla allo studio Faganel dove sono esposte le elaborazioni grafiche (con un’appendice al Kinemax)

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Fra la bora e il mare: a Salvore sulle orme di “Rico” Mreule il professore solitario che custodiva il ricordo di Michelstaedter

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Istria si spinge sul mare, a Punta Salvore, e disegna una lingua di terra alta e battuta dal vento. Cielo smaltato di blu e terra arrugginita. Olivi e sbandate di bora. Il mare è viola, quando soffia il vento, percorso da brividi di schiuma nervosa. L’Istria è un triangolo di calcare e di terra rossa, il biglietto da visita della Croazia turistica, che si srotola nel Quarnero e poi giù, in Dalmazia. Mare di vetro e gioielli veneziani, da luglio a settembre scoppia letteralmente di turisti. L’autostrada croata comincia subito dopo il confine di Dragonja e arriva fino a Pola, svelando un tavoliere di macchia mediterranea e punteggiato di bianchi campanili. Gli antichi borghi dell’entroterra, tagliati fuori dalla veloce arteria autostradale, si sforzano di non scolorire e offrono case di lusso con piscina, olio di qualità e sontuosi tartufi. La costa invece è una sequenza senza fine di campeggi, residence, alberghi e ristoranti di pesce e l’afflusso turistico dei mesi estivi stordisce il litorale con l’odore di crema solare e il puzzo di gas di scarico. Da Gorizia a Salvore sono un paio d’ore di strada, ad andar piano, e due frontiere da attraversare. Meglio evitare i mesi estivi, per una visita. Una giornata d’inizio primavera o il foliage autunnale sono perfetti. Se anche dovesse soffiare bora scura, si prova il brivido di un mare rabbioso e di una solitudine antica, che spinge a cercar riparo in qualche vecchia osteria. Un piccolo porto, pescherecci che asciugano le reti, solitudine. Puoi passeggiare per chilometri nelle pinete che arrivano a toccare il mare, fino a Umago e più giù, fino a Cittanova, a Parenzo e Rovigno. Ti vien da pensare che potresti star qua per sempre, a guardare il mare, a buttare una nassa o una lenza, e aspettare.

di Anna Cecchini Salvore, spalancato su un mare di cristallo. Rico non approda a Salvore per caso. C’è già stato con Carlo Michelstadter e Nino Paternolli per una breve vacanza nell’estate del 1909, l’ultima passata assieme. Ha visto il faro bianco e le battane che dondolano sull’acqua. Seduto sulla spiaggia, si è giocato la vita a dadi, scommettendo di trovare se stesso salendo su un cargo diretto a Buenos Aires e sparendo in Patagonia, dall’altra parte del mondo, per tredici lunghissimi anni. Ha raccolto il pensiero di Carlo, Carlo che l’ha fregato, che ha impugnato la sua pistola e si è sparato, lasciandogli sulle spalle un’eredità che gli dà il prurito.

corrente, e comprerà una battana per percorrere poche miglia lungo la costa. Il suo universo si rattrappisce in uno spazio angusto, ma con il mare sempre davanti. Sotto il letto sistema una cassa con poche cose, i testi greci annotati a matita, gli scritti di Carlo e la lucerna, quella che illuminava le serate nella soffitta di piazza Grande con Carlo Michelstaedter e Nino Paternolli, che si è spenta per sempre il 17 ottobre 1910 e che la mamma di Carlo gli ha consegnato perché sa che solo lui poteva esserne l’erede. Ma lui non vuol essere l’erede di nessuno. Vuol stare in barca o sul molo, a non far nulla, tranne guardare il mare.

Ha vissuto come un pioniere, guidando mandrie per centinaia di chilometri in una solitudine da castigo, con la sola consolazione dei classici greci. Ha tolto così tanto dalla sua vita e da se stesso che non sa più cosa è diventato. Deve guardarsi allo specchio ogni tanto, ora che è tornato, per essere sicuro che gli occhi siano ancora celesti e la faccia allo stesso posto, con quelle due pieghe profonde ai lati della bocca. Torna a Gorizia a guerra finita, nel 1922. La città gli piace ancor meno di quando è partito. I racconti della guerra lo irritano, la vita che vuol ricominciare lo annienta. Prova a tornare a scuola, da insegnante di greco, ma non è per quello che ha lasciato il Sudamerica.

A forza di togliere, anche la moglie Anita esce dalla sua vita e non poteva che andare così: troppo gravoso l’isolamento, troppe le privazioni che Rico impone a una donna giovane e bella. Sarà Carolina, l’amica di sempre a dividere con lui quella casa sul mare, ad ascoltare la radio in camera con le porte chiuse perché lui non vuol sentire chiasso.

Torna al mare, stavolta per fermarsi in un porto, ma sarà per sempre uno straniero. Alla pensione Predonzani trova la quiete, l’ombra dei pini e un frinire di cicale che anestetizza. Nel 1933 stabilisce a Salvore la sua residenza anagrafica. Si sposerà “perché un uomo solo genera sospetto”, costruirà una casa senza luce né acqua

Gli anni di Salvore passano sempre più solitari e rancorosi, i legami con Carlo che diventano le corde ruvide di un ricordo che sconfina nella venerazione. Bianco di capelli e magro come un asceta, riceve alcune brevi visite di Paula, l’amatissima sorella minore di Carlo, e del poeta Biagio Marin. Enrico Mreule si spegne 5 dicembre 1959 e viene sepolto da Carolina nel cimitero di Salvore. Quattordici anni dopo Carolina Podbersig, detta Lini, viene trovata morta in quella stessa casa e ora riposa accanto a lui, davanti a quel mare di vetro.

Fu questo che fece Enrico Mreule, goriziano, classe 1886. *** Sale le strette scale di legno con la valigia in mano. E’ da tanto ormai che tutto quello di cui ha bisogno sta in così poco spazio. Un paio di camicie, qualche libro. E’ arrivato col traghetto al minuscolo porto di

I movimenti tellurici del “secolo breve” non hanno risparmiato nessuno. Carlo si è tolto la vita, nel 1910. Nino è precipitato dal Poldanovec nel 1923, dopo aver combattuto nell’Imperialregio Esercito, aver sepolto il padre e ricostruito la tipografia. Il Terzo Reich deporta ad Auschwitz la madre e la sorella maggiore di Carlo, e perfino l’Argia, il suo ultimo amore. Nel ’45 l’esercito di Tito arriva fino a Trieste e i titini a Gorizia hanno prelevato la Pina, la moglie di Nino Paternolli. Anche Rico sarà arrestato, in quella parentesi oscura prima di un nuovo ordine, quello della Jugoslavia comunista.

*** Claudio Magris accanto al baule ritrovato nella casa di Mreule

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Abbiamo trovato senza difficoltà la tomba di Rico, in una tiepida


piega amara della bocca e lo sguardo desolato. Nino, forse il più quieto emotivamente, il più stabile, il perno del trio. Ma il loro sodalizio fu tra i più intensi e drammatici della storia dell’epoca, il paradigma di una società in profondo cambiamento. Il 28 novembre 1909 Mreule s’imbarcò dal porto di Trieste sulla Columbia della Cosulich Lines diretta in Argentina. Visse in Patagonia, solo e desolato guardiano di mandrie, alla ricerca del senso della sua esistenza. Tornò in patria nel 1922, devastato dalla solitudine, dalla disillusione e dallo scorbuto. Nel 1933 si stabilì stabilmente a Salvore, oggi Repubblica di Croazia, in una sorta di esilio volontario. La sua vicenda è narrata nello splendido libro scritto da Claudio Magris “Un altro mare”, ed. Garzanti.

giornata di fine inverno. L’aria era così trasparente che sarebbe stato impossibile non vederla. Poi abbiamo bevuto un caffè sul porto, nella trattoria dove Liman, macedone albanese trapiantato a Salvore per cucinare montagne di scampi per i turisti, ci apre un vecchio libro, “Saluti da Umago”. Abbiamo cercato con pazienza e alla fine abbiamo trovato una vecchia cartolina degli anni ’30 che inquadra la pensione Predonzani. E’ distante solo poche centinaia di metri, dietro il faro bianco di Salvore. Le hanno accostato un’altra costruzione e piazzato orrende parabole sui terrazzi in calcestruzzo. Ma le scale interne sono rimaste le stesse, strette e scricchiolanti. Siamo saliti con circospezione, come fece Rico quasi novanta anni fa, quando poggiò la sua valigia sul letto, si affacciò a guardare il mare e decise di fermarsi. Ma il cerchio della memoria non si è ancora chiuso. Cerchiamo Silvano Pellizzon, la memoria storica del paese, un uomo gentile e dal passo ancora atletico. Ci racconta in un italiano impeccabile vecchie storie di maestri d’ascia e di battute di pesca notturne, con le lampade e la finestra di vetro sul fondo della barca per fiocinare con precisione chirurgica orate e branzini. Ha conosciuto il professor Mreule, quell’uomo scostante e solitario che non amava i bambini ma che gli ha insegnato a nuotare, spiegandogli che doveva chiudere le dita della mano, farle diventare un remo per spostare più acqua possibile a ogni bracciata. Da quell’insenatura subito dopo il faro, dove Rico ha progettato gli alti tralicci di legno per appenderci le barche e salvarle dalle mareggiate, ci accompagna alla pineta e a quella casa che guarda il mare. Una vite grossa come un albero si arrampica sulla facciata. Un vecchio fico e un ulivo contorto fanno ombra al prato, fatto apposta

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Festival “Dialoghi”: ci saremo anche noi

La tomba di Enrico Mreule e “Lini” Podbersig

per metterci un tavolo e pranzare all’aperto, come facevano Rico e Lini col bel tempo. Niente acqua corrente, basta una cisterna. Niente luce, che basta il lume di una lanterna. La porta si apre con un cigolio. I mattoni rossi per terra, la vecchia scala di legno, una cucina a legna, gli stessi semplici mobili di allora, e due camere spartane, senza armadi, chè basta un cassettone per il poco che possiedono. Dalle finestre entra il verde della pineta e, in fondo, tra i tronchi scuri, il bagliore liquido del pomeriggio. Scendiamo sulla scogliera. L’orizzonte è spalancato, così vasto da svelare la curvatura terrestre; a nord l’arco alpino è una fila di cupole ancora bianche di neve. Si vede il Carso e, forse, perfino i sassi candidi del San Valentin. Il cerchio della memoria è compiuto. Possiamo finalmente stenderci sulla scogliera al sole con gli occhi socchiusi, come i gatti rossi di Salvore, e fingere che sia tornata l’estate. ***

La casa di Rico Mreule a Salvore

Enrico Mreule detto Rico, Nino Paternolli e Carlo Michelstadter erano un trio inseparabile. Si conobbero allo Staadtgymansium, Carlo e Nino, classe 1887, Rico di un anno più grande. Compagni di scuola e d’avventure, fra loro si creò una sorta di cerchio magico. Figli dell’Impero e della buona borghesia goriziana, i tre amici rappresentavano la “Gorizia plurima” dell’epoca. Non si somigliavano né nelle origini, né nel carattere. Carlo era l’ebreo dalla sensibilità esasperata, toccato dall’ala del genio. Rico il fuggiasco, l’esule, il ragazzo spogliato, con quella

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Alla quarta edizione di “Dialoghi”, festival itinerante del giornalismo e della conoscenza ideato e diretto da Renzo Furlano, ci sarà anche Gorizia News&Views. Estrapoliamo infatti dal ricchissimo programma i due appuntamenti nei quali siamo stati coinvolti. Ismail Swati parteciperà, domenica 23 giugno alle 18.30, nel municipio di Aiello del Friuli, a un incontro su “Popoli oppressi e dimenticati”. Con lui dibatteranno Nico Piro (Rai3), Nello Scavo (Avvenire), Basir Ahang (poeta, attore e scrittore), Andrea Bellavite (giornalista e scrittore) ed Elisa Michellut (Messaggero Veneto). Sabato 29 giugno, invece, Vincenzo Compagnone condurrà, alla Polveriera Napoleonica Garzoni di Palmanova (inizio alle 17.45) un incontro su “Il futuro in piazza”, con Francesca Sironi (Espresso), Miriam Corongiu (attivista di Stop biocidio Terra dei fuochi), Martina Battocchio (ambasciatrice di The One Compaign) e Marianna Tonelli (Fridays for future). A seguire, alle 19, il rifugiato pakistano Sadiq Khan parteciperà a un dibattito su “Discriminazioni razziali e di genere, disuguaglianza, violenza sulle donne” insieme con la sociologa Chiara Saraceno e i giornalisti di Repubblica Alessandra Ziniti e Francesco Viviano.

Top Five libreria Antonini 1) “Nella notte” di Conchita De Gregorio 2) “Tempo curvo a Krems” di Claudio Magris 3) “La gabbia dorata” di Camilla Lackberg 4) “Il cuoco dell’Alcyon” di Andrea Camilleri 5) “Io… e gli altri – Storie e aneddoti di un goriziano Doc” di Gianfranco Pesarino


Anche il tema delle migrazioni al Trento Film Festival di Marko Mosetti*

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a 67 anni, tra la fine di aprile e l’inizio di maggio, si svolge a Trento quello che è unanimemente riconosciuto come il più importante Film Festival al mondo dedicato alle Terre Alte. Per importanza, partecipazione e risonanza internazionale è secondo in Italia solamente al Festival del cinema di Venezia.

la convinzione che il TFF sia dedicato esclusivamente all’alpinismo. Forse, nei primi anni, sarà anche stato così ma ben presto, e oggi più che mai, si è dato spazio alla montagna in ogni sua sfaccettatura, non solamente sportiva ma anche sociale, culturale, ambientale. L’edizione di quest’anno si è caratterizzata per una selezione di film ma anche per i qualificati convegni, incontri, mostre e serate- parte integrante del programma- decisamente orientate alla Terra. Non è stata questa certamente una scelta di comodo, un cavalcare quella che per molti, miopi o ciechi, dipingono come una moda del momento. È dal 1970 che al TFF si parla di ecologia e della tutela dell’ambiente. Il mondo della montagna, dell’alpinismo, essendo a stretto contatto con la natura e i suoi elementi, anche quelli più feroci, si è reso conto prima di altri del rischio che il Pianeta corre. E, già da decenni, ha preso posizione. Il grido, ennesimo, che è uscito dagli schermi trentini - oltre 22.000 biglietti staccati in 9 giorni per le proiezioni - è sempre più forte e accorato. La stessa Giuria internazionale ha voluto, in un certo senso, con il suo verdetto unirsi a questo appello. I film premiati parlano dello spopolamento delle Terre Alte, dell’abbandono delle attività tradizionali, del devastante impatto dell’industria del turismo invernale, degli evidenti a tutti oramai - chi lo nega non è cieco nè in malafede ma solamente idiota - cambiamenti climatici. Tra questi epocali problemi è stato inserito anche quello delle migrazioni e delle mutazioni che queste provocano nella politica, nella cultura, nel sociale. D’altra parte, a quelli che inarcando il sopracciglio chiedono sprezzanti cosa c’entra questo con un festival di montagna ,si può far notare che il sottotitolo del TFF era, fino a qualche edizione fa, “Montagna, esplorazione, avventura”, condensato nella attuale versione in “Montagne e culture”. Ci sono esplorazione e avventura più

D’altra parte è sufficiente scorrere l’elenco dei registi premiati o che hannopartecipato al concorso trentino per rendersi conto del suo valore: Lizzani, De Seta, Brenta, Vilsmaier, Valli, Olmi che proprio a Trento, nel 1959, si fece conoscere dal pubblico e dalla critica con la sua opera prima, Herzog. Per citarne solamente alcuni. Dalle 40 pellicole del 1952, si è arrivati alle oltre 800 giunte quest’anno da ogni angolo del mondo, tra le quali sono state selezionate le 127 in proiezione. L’errore in cui molti, anche appassionati di montagna, cadono è

Tra gli ospiti del Trento Film Festival anche il sempre carismatico Reinhold Messner

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drammaticamente autentiche di quelle che intraprende chi è costretto a lasciare i suoi affetti e la casa per affrontare l’ignoto e cercare di sopravvivere? Imprescindibile, tra le numerose mostre, “MontagnaLibri”, che ha proposto una panoramica annuale della produzione editoriale mondiale dedicata alla montagna. Importante, per quel che riguarda le nostre terre, la mostra delle opere dell’artista friulano Mario Micossi, scomparso nel 2005, che oltre ad aver mirabilmente interpretato le Dolomiti, il Tibet e le nostre neglette Alpi Giulie, è stato uno dei più importanti illustratori della prestigiosa rivista The New Yorker. Tra i numerosi incontri con alpinisti, scrittori, registi e scienziati si è distinto per umanità ed emozioni, quello con Malika Ayane che, smesse le vesti di cantante, ha raccontato del suo viaggio nella terra del padre, il Marocco - paese ospite quest’anno al TFF-e del suo impegno con la ONG Oxfam Italia a supporto dello sviluppo economico locale. Sorprendente e illuminante la serata evento dedicata allo scienziato ed esploratore Alexander von Humboldt. Introdotti da un carismatico Reinhold Messner, il filosofo della scienza Telmo Pievani, il geologo Massimo Bernardi e il meteorologo Filippo Thiery hanno raccontato al pubblico che stipava l’auditorium Santa Chiara la vita, le imprese e l’importanza di questo genio prussiano della scienza a 250 anni dalla nascita. Personaggio in Italia ahimè dimenticato, Alexander von Humboldt, scienziato ed esploratore, genio poliedrico, nell’Ottocento fu famosissimo nel mondo. Fama che prosegue tuttora e che ha ispirato alpinisti ed esploratori, non ultimo Walter Bonatti. Von Humboldt è oggi considerato, per i suoi studi, il primo ecologista. Probabilmente, se fosse stato studiato di più e meglio, ci saremmo potuti risparmiare i disastri ambientali nei quali stiamo allegramente precipitando, sentendoci dare degli asini da una ragazzina sedicenne. * Marko Mosetti, Direttore responsabile di “Alpinismo goriziano”, il periodico della sezione di Gorizia del Club Alpino Italiano, ha portato per più di 25 anni il meglio del cinema di montagna con i suoi autori e i protagonisti, registi, alpinisti e non solo in città con la rassegna “MontiFilm-Cinema & montagna”. Da quasi 30 anni segue come inviato il Trento Film Festival, la più vecchia e prestigiosa manifestazione al mondo dedicata al cinema di montagna. Della sua esperienza a Trento quest’anno ha voluto condividere con noi alcune impressioni. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Basket-amarcord: tra notti bianche e maglione nuovo così vincemmo lo spareggio-salvezza con Trieste del 1987

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omenica 24 febbraio si è disputato a Trieste l’Old Star Game di basket che ha visto affrontarsi i campioni del passato di Gorizia e Trieste. Un evento che ha riproposto un derby che, negli anni 80-90, è stato un classico della pallacanestro regionale e nazionale. Le “vecchie glorie”, scordando per un paio d’ore l’anagrafe, hanno cercato di riproporre le loro giocate migliori: quelle, che un tempo, avevano fatto sognare i tifosi . Non sempre ci sono riuscite, ma tutti hanno giocato con il massimo impegno, entusiasmando i 4200 spettatori.

di Paolo Bosini tecnico dovevo trasmettere ai ragazzi tranquillità e convinzione di potercela fare. Inoltre non volevo assolutamente essere ricordato come l’allenatore della retrocessione ed ero, quindi, consapevole di dover fare tutto il possibile per scongiurare questa nefasta eventualità. Più si avvicinava il fatidico 21 marzo, più aumentava l’agitazione anche se, ancora oggi, ricordo il gran lavoro svolto dai giocatori in palestra. Venerdì pomeriggio, al termine dell’allenamento di rifinitura, partimmo alla volta di Bologna dove all’Hotel Jolly abbiamo passato le ore precedenti la partita.

La rivalità sportiva e il marcato campanilismo hanno sempre caratterizzato i derby tra Gorizia e Trieste, incontri molto accesi sia in campo sia, soprattutto, sulle tribune. Si poteva perdere qualsiasi altra partita, anche più importante ai fini del campionato, ma questa assolutamente no. Da allenatore ho disputato molti derby, che mi hanno procurato grandi gioie e cocenti delusioni. Ma quello andato in scena il 21 marzo 1987, l’indimenticabile spareggio-salvezza giocato sul campo neutro di Bologna da Segafredo Gorizia e Stefanel Trieste, è stato senza dubbio il più avvincente per tutto ciò che rappresentava. L’esito della gara poteva perfino compromettere il futuro delle due società. Le squadre si erano trovate in questa spiacevole situazione dopo un campionato tribolato, al termine del quale si erano trovate appaiate al penultimo posto. Era perciò necessario lo spareggio per decidere chi tra le due avrebbe accompagnato in serie B la Citrosil Verona.

Trascorsi la notte in bianco rileggendo il piano partita, le statistiche e le schede degli avversari. Temevo di aver tralasciato qualcosa, di non aver fatto abbastanza anche se ero convinto di aver preparato al meglio la squadra.

Con una simile posta in palio la tensione era cresciuta a dismisura rendendo la gara, probabilmente, la più drammatica della storia sportiva regionale. Un evento capace di spostare a Bologna 4000 tifosi goriziani e triestini. Una maxi-fila di auto e pullman aveva solcato l’autostrada dove, per sicurezza, tutte le aree di servizio erano state chiuse fino a Bologna.

Prima di questo incontro non avevo mai fatto ricorso a gesti scaramantici. Ma in quell’occasione, accertato che col maglione che mi ero portato per andare in panchina avevo perso due partite, sono corso a comprarne uno nuovo. Nella mia lunga carriera non è mai più accaduto un fatto simile: ma in quel momento mi aveva dato un inspiegabile senso di tranquillità.

Il match era difficilissimo e su di me gravava buona parte della responsabilità. Enorme fu la pressione che, nella settimana precedente la gara, avevo dovuto sostenere. Oltre a preparare la partita sotto l’aspetto

Le ore pomeridiane sono state quelle più difficili, cariche di tensione, in particolare per i ragazzi che non vedevano l’ora di giocare. Finalmente alle 19 in punto, un’ora e mezza prima dell’inizio della gara, ci siamo avviati alla volta

Coach Paolo Bosini

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del mitico Pala Dozza, a pochi minuti dall’albergo. Arrivati in prossimità del palasport ci siamo trovati di fronte a una marea umana impressionante che occupava la piazza, e impediva al pullman di accedere al palasport. L’esterno e l’interno del Pala Dozza erano presidiati da agenti della Celere in tenuta antisommossa. Una volta arrivati, con non poca fatica, negli spogliatoi, i ragazzi si sono cambiati in un silenzio irreale. Guardandoli in faccia uno ad uno ebbi, però, buone sensazioni. La concentrazione e l’adrenalina erano al massimo, si poteva finalmente giocare. La Stefanel, guidata in panchina da Boscia Tanjevic, partì nettamente meglio, giocando con grande aggressività e accumulando un vantaggio di 12 punti. Sembravano assatanati e incontenibili. E noi? Preoccupati, ma tutt’altro che morti. Proprio nel momento più favorevole ai triestini abbiamo ribaltato, in pochi minuti, l’inerzia della gara. Siamo stati molto bravi a non disunirci, a non farci condizionare sotto l’aspetto tecnico e a rimanere calmi di fronte al pesante passivo. Giocando con pazienza abbiamo colmato il divario e, prima dell’intervallo, abbiamo messo la testa avanti con un canestro da tre di Giordano Marusic. Acquisito il vantaggio, siamo stati capaci di gestirlo fino alla fine giocando tatticamente con intelligenza e vincendo con pieno merito 83-76 (top scorer il playmaker Steve Mitchell con 26 punti). La Stefanel, nella fase iniziale, aveva speso molto sia fisicamente sia, soprattutto, mentalmente. Dopo la nostra rimonta subì un contraccolpo psicologico notevole, perdendo la lucidità. A vincere la partita era stata la squadra capace di gestire meglio la pressione e sotto questo aspetto siamo stati decisamente superiori ai “cugini”. Dopo la vittoria, c’era in tutti noi il desiderio di manifestare la gioia che provavamo. Ma accadde un fatto inconsueto: gli spogliatoi delle due squadre erano adiacenti e il locale delle docce comune. I nostri giocatori ritennero, così, opportuno stare in silenzio, evitando qualsiasi manifestazione di giubilo in segno di rispetto verso gli avversari e la loro delusione. Fu un gesto encomiabile al quale non si diede il rilievo che meritava.

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Gorizia, quale futuro? / 6 Uno sviluppo possibile solo in chiave transconfinaria di Lucio Gruden*

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alite sul Rafùt, al monastero della Castagnevizza e guardatevi attorno. C’è Oslavia quasi in parallelo. Lasciatevi sorprendere da ciò che l’Ossario simboleggia. Poi guardate le due città e provate a intuire il corso dell’Isonzo. Immergetevi con la mente nel ricordo della divisione del mondo sancita dalla conferenza di Yalta, nel febbraio 1945, e ricordate la guerra fredda e la divisione tra sistema comunista e liberista. Noi qui eravamo su quella linea.

via. Ma i piani militari italiani consideravano perduto l’intero territorio regionale già nelle prime 24 ore, in caso di invasione da est. Stabilivano che la linea di arresto fosse il fido Piave, baluardo della Nazione nell’immaginario collettivo. Da cui era conseguita la scelta di realpolitik di non fare rilevanti investimenti qui da noi. Così furono concesse prebende sostitutive, tra cui la Zona Franca, e vi fu il riconoscimento della specialità regionale, ma sempre scarni furono gli investimenti in infrastrutture e nei collegamenti. In seguito un fatto imponente: il terremoto del Friuli, con mille morti e rovine ingenti. Da lì partì la meritoria stagione della ricostruzione, con ammodernamento e crescita economica e con il corollario della maggiore influenza politica di Udine rispetto a Trieste. Un’eccentrica anomalia la primazia politica di Udine a capo di un’estesa provincia che ancor’oggi, se venisse ripristinata, andrebbe dal mare all’Austria. Nascevano l’Università di Udine (1978) e le doppie cliniche universitarie, le doppie sedi di svariate istituzioni e il conservatorio statale Tomadini (1981). Ma cresceva anche quella contesa campanilistica che ha indebolito la regione deludendo l’esigenza di “essere sistema” e di valorizzare le diverse vocazioni entro un disegno unitario. E Gorizia? Gorizia nel mezzo, vaso di coccio tra vasi di ferro. Ma cosa deve fare ora la nostra città per svilupparsi? Trieste si è risollevata grazie al lavoro, al suo porto divenuto il primo in Italia e in quanto cttà della scienza internazionale e anche nel turismo. Udine invece non dimostra la stessa vitalità del passato, con un sistema imprenditoriale che non gode più della salute che ha avuto per una trentina di anni dopo il terremoto. Si parla di Gorizia nella provincia del

Quindi, pensate al crollo del muro di Berlino che tutto mutò, dando vita alla guerra dei dieci giorni per l’indipendenza della Slovenia, al suo ingresso nella UE e all’adesione nel 2007 all’accordo di Schengen, con la libera circolazione che ha visto Nova Gorica crescere sul piano economico e Gorizia sempre più in crisi. Dodici anni. Cos’è stato fatto a Gorizia in questo periodo da chi sta amministrando ininterrottamente la città? Il confine del 1947 aveva aperto comunque nuovi orizzonti. Era nata Nova Gorica e fiorivano gli scambi grazie alla asimmetria di disponibilità di beni di consumo tra Italia e Yugosla-

Grande Friuli oppure della Venezia Giulia nella nuova area metropolitana di Trieste: entrambe ipotesi negative per Gorizia che deve difendere le sue ragioni di prospettiva. Dobbiamo perseguire la visione di una Grande Gorizia Europea transconfinaria e per questo proponiamo lo speciale gemellaggio delle due Gorizie, per salutare un progetto di rigenerazione del territorio e delle sue principali risorse turistiche, Collio/Brda e Isonzo/Soca. E occorre tenere unito l’Isontino che va allargato al Cervignanese, per ricostiture un’entità storica sensata. Ma non basta il contenitore amministrativo e servono precise direttrici di contenuto: il turismo, l’istruzione-formazione, la cultura e la gestione delle infrastrutture. Il piano regolatore delle due città va ripensato in modo condiviso, anche se non congiunto, in quanto non è e non sarà una città unica ma due metà che lavorano assieme in chiave transconfinaria. Basta con le microvarianti a un piano regolatore datato ai primi anni 90, perché l’asse confinario va considerato come focus su cui costruire collegamenti, di cui le piste ciclabili sono una parte. E si deve ripensare la relazione tra centri storici e periferie: via San Gabriele, per esempio, è via centrale, non secondaria. L’unione delle due Gorizie nella candidatura a capitale della cultura è un passo positivo e il sindaco Klemen Miklavič va ringraziato per la sua disponibilità. Ma non basta e non bastano gli attuali compiti al GECT. Serve un lavoro comune per esempio nella destinazione delle aree e nella gestione dei beni esistenti, quali l’aeroporto e la stazione confinaria, il piazzale della Casa Rossa, i padiglioni della fiera, il palazzetto e il vecchio ospedale. In più Gorizia deve rinverdire i dispersi legami con la destra Isonzo, con iniziative di turismo integrato e verso la Grande Gorizia Europea capitale del Collio/Brda e occhio rivolto al nobile passato e al vasto patrimonio storico, che va dalla Contea alla relazione con il Patriarcato di Aquileia, fino al Novecento. Gli amministratori devono agire nel concreto per consentire alle popolazioni di proseguire un cammino interrotto dalla parentesi tra Yalta e Berlino e per questo proponiamo un’Università internazionale, con centro di ricerca e corsi post universitari, iniziative congiunte in campo sportivo, culturale e musicale, e iniziative di sviluppo turistico alla luce di quella “identità delle differenze” che è la nostra più grande risorsa. *Coordinatore e portavoce di Percorsi Goriziani

Lucio Gruden, coordinatore e portavoce di Percorsi Goriziani

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Gorizia, quale futuro? / 7 Per una città diversa, oltre le ideologie, verso una nuova identità

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di Sergio Pratali Maffei* orizia è una città bellissima, ma congelata da contrapposizioni ideologiche e dalla miopia dei suoi amministratori.

traffico e di zonizzazione acustica. Che fare, dunque? Resto convinto che Gorizia abbia delle potenzialità straordinarie, in gran parte ancora inespresse, e che potrebbe rinascere a nuova vita sulla base di tre precondizioni.

Lo dico senza retorica e a ragion veduta, essendo l’unico docente del corso di laurea in architettura che ha deciso di trasferirsi a Gorizia, affascinato dal suo tessuto urbano e dalla qualità paesaggistica del territorio che la circonda. Presi questa decisione anni fa, comunicandola all’allora sindaco Ettore Romoli, in occasione dell’inaugurazione della mostra dei progetti elaborati dai miei studenti per Villa Louise, nel 2013. Era il mio secondo anno a Gorizia, e mi dedicai a quello straordinario complesso architettonico dopo aver chiesto proprio al sindaco di indicarmi la sua priorità in relazione alle mie competenze. Sappiamo tutti che fine ha fatto la Villa, per la quale, grazie anche all’interessamento di molti altri (enti, associazioni e singoli cittadini), sono stati stanziati dalla Regione, ormai da anni, 5 milioni di euro per restaurarla e trasformarla in incubatore di imprese culturali e creative. Parto da questa vicenda, che ritengo emblematica, perché testimonia uno dei tanti fallimenti ai quali ho assistito, che a mio avviso dev’essere attribuito, in primis, all’assenza di un “sistema Gorizia”. Mi riferisco alla mancanza di collaborazione tra i diversi attori istituzionali che dovrebbero determinare scelte in grado di rilanciare questa città languente, che sembra risvegliarsi solo per qualche giorno all’anno, in occasione di “grandi eventi”. L’altro caso emblematico è stato l’incendio che ha devastato, due anni fa, casa Rassauer in Borgo Castello, tra gli edifici più antichi della città: sintomo della mancata cura di un bene culturale di grande rilevanza, che invece di essere valorizzato viene abbandonato a se stesso, tanto da consentire l’avanzare del degrado e l’accesso incontrollato a ogni genere di persone. Da un lato quindi la mancanza di sinergie e prospettive, dall’altro l’assenza di cura e di manutenzione sembrano caratterizzare l’amministrazione e la gestione dei beni comuni e, più in

Sergio Pratali Maffei, Docente di restau-

ro, Università degli Studi di Trieste presidente aps Agorè

generale, dell’intera città. Potrei citare anche la galleria Dora Bassi di via Roma, uno spazio espositivo straordinario chiuso dal 2014; il Conference center di via Alviano, struttura unica in Italia, costato oltre 4 milioni di euro e utilizzato solo per pochissimi giorni dalla sua realizzazione, nel 2010; fino al Castello, dove ancora troppi sono i “buchi neri”, dal Bastione fiorito al Teatro tenda, dall’ex “Lanterna d’oro” alle transenne poste sotto le mura pericolanti e alle pavimentazioni gravemente sconnesse. Questa situazione di degrado e inefficienza gestionale non può essere priva di ricadute sociali ed economiche e, ancora prima, costituire indice di scarso interesse per il proprio passato e per i beni ereditati, spesso celebrati con grande enfasi e stucchevole retorica, ma al tempo stesso abbandonati al loro destino. Una situazione che non può certo essere dovuta alla mancanza di risorse, visti gli ingenti investimenti in opere faraoniche quali l’ascensore, corso Italia, e ora la follia della riapertura al traffico di galleria Bombi con il taglio di piazza Vittoria. Mentre si rifanno opere da poco realizzate, reintroducendo i parcheggi nell’ex piazza Municipio o eliminando le piste ciclabili in corso Verdi. E questo in totale assenza di una visione generale, con un piano regolatore desueto, che parla di una città di 50.000 abitanti, senza piani del

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La prima riguarda il superamento di desuete ideologie e contrapposizioni passatiste che hanno caratterizzato la sua storia, impedendo, ad esempio, fondamentali collaborazioni tra le istituzioni e tra queste e la società civile. Basti ricordare a questo proposito la totale mancanza di dialogo tra il Comune e l’Erpac (Ente Regionale per il Patrimonio Culturale), che proprio a Gorizia ha la sua sede, o il primato nazionale di associazioni per numero di abitanti, evidente segno di ricchezza ma anche di frammentarietà. La seconda è relativa alla scarsa valorizzazione delle sue eccellenze, a partire da quelle universitarie, dove sia il corso di Architettura sia quello in Scienze internazionali e diplomatiche risultano seconde in Italia per qualità, fino a quelle in campo culturale, artistico, cinematografico, musicale, che qui non trovano occasioni e spazi per esprimere il loro talento. Per questo immagino un rilancio del Consorzio universitario, gli stati generali dell’Università, la realizzazione di un campus transfrontaliero, e in parallelo la creazione di un incubatore d’imprese diffuso, per esempio lungo via Rastello. La terza riguarda la mancanza di un’identità. Dismesse fabbriche e caserme, perdute le attività commerciali che fiorivano fino alla caduta della Jugoslavia e poi del confine, Gorizia non ha saputo reinventarsi, come avrebbe e potrebbe ancora fare, quale città europea, universitaria, turistica, culturale, sostenibile, baricentro di un territorio transfrontaliero di straordinario interesse storico e ambientale. Pensiamo allora, insieme, alla possibilità di realizzare un parco transfrontaliero, che vada dal parco Basaglia al Panovec, o a quella di creare un quartiere sociale nell’area delle “casermette * Docente di restauro, Università degli Studi di Trieste - presidente aps Agorè ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Una vita in fuga, dalla favola alla tragedia: ricordo dell’attrice goriziana Nora Gregor a 70 anni dalla morte di Vincenzo Compagnone

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antiago del Cile, 20 gennaio 1949. All’hotel Crillon, il più sfarzoso della città, muore a 48 anni Nora Gregor, la più famosa attrice teatrale e cinematografica goriziana. Si spengono lì, in una stanza dell’infermeria dell’hotel, i riflettori che per tanti anni hanno illuminato la sua carriera, dagli splendori del Burgtheater di Vienna e dai fasti di Hollywood a un malinconico esilio, dimenticata da tutti. E finisce anche la sua vita sempre in fuga, a causa delle due guerre mondiali e di un matrimonio principesco ma poco fortunato. Da Gorizia, dov’era nata il 7 febbraio del 1901 in Piazzutta, via della Scala 6 (la casa è stata distrutta dalle bombe durante la Grande guerra) a Klagenfurt, dopo lo scoppio del primo conflitto mondiale, da Graz all’amata Vienna. E poi a Parigi, dopo l’annessione dell’Austria alla Germania nazista del 1938, e a La Cumbre, in Argentina, quando Hitler, nel 1940, invade la Francia. Ultima fermata Vina del Mar, in Cile, meta della diaspora transalpina, sotto le ali protettrici dell’aristocratica Amalia Errazuriz Vergara, una delle donne più ricche del Sudamerica. Non si è mai saputo con certezza cosa successe a Nora. Subito si sparse la voce di un suicidio. Poi, dai racconti del figlio Heinrich, che aveva solo 14 anni, e dei pochi amici rimasti, prese corpo la tesi di una crisi cardiaca, sottovalutata dai medici, che aveva colpito l’attrice già il giorno prima. Ma c’è una lettera che Nora aveva lasciato ad Amalia Vergara con la preghiera di consegnarla al figlio in caso di morte, che ha tutta l’aria di un testamento. La Gregor aveva i nervi a pezzi, non sopportava più quella vita di forzato esilio. Il marito, principe Ernst Rudiger Starhremberg, era rimasto in Argentina. La madre, Maria Hermine Brunold, alla quale Nora era molto legata, si era spenta tre settimane prima. Il mistero sulla fine della diva rimane, e non sarà mai sciolto. Ma in fondo, che importanza ha? GLI ANNI GORIZIANI La favola tragica di Eleonora (Nora) Hermine Gregor, che assomiglia tanto alla trama di un film, comincia in una Gorizia asburgica e multinazionale, caratteristica che si riflette nel certificato di battesimo dell’attrice. Il padrino è

Johannes Necas (tedesco), il cappellano Giuseppe Lican (sloveno), la levatrice Fanny Masetti (friulana). Teatro della cerimonia, il 3 marzo 1901 la chiesa dei santi Vito e Modesto, a due passi dalla casa in cui la futura star abita con il padre Karl e la mamma. Poi arriveranno tre fratelli: Norbert, Teodolinde e Karl. Nella Nizza austriaca, in quel 1901, Ervi-

e la profumeria Wycon). E’ qui che apre anche il secondo negozio goriziano, quasi di fronte al cinema Central Bio, il futuro Centrale, dove oggi c’è la Wienerhouse. Piccoli particolari dai quali si può dedurre che Nora fosse una predestinata: Lei intanto cresce, e dal 1912 frequenta la scuola media delle suore di Notre Dame, in via delle Scuole (oggi via Santa Chiara). Si appassiona alle recite nel teatrino scolastico. A 14 anni è già bellissima. Ragazzi e ufficialetti fanno la ronda sotto la casa di corso Verdi, dove abita al primo piano, sperando che si affacci alla finestra. Le prime lettere d’amore inquietano il severo Karl, ma ben presto qualcosa di ben più terribile, lo scoppio della Grande guerra, sconvolgerà la tranquilla routine goriziana. LA PRIMA FUGA

Tutto il fascino di Nora Gregor in questa bella immagine

no Pocar, futuro traduttore di oltre 300 capolavori della letteratura germanica, frequenta la Volksschule, mentre Carlo Michelstaedter siede sui banchi dello Staatsgymnasium da dove passeranno in seguito lo stesso Pocar, Biagio Marin, Franco de Gironcoli e Giovanni Morassi. Papà Karl fa l’orafo e orologiaio in una bottega di via Rastello 3, dove vende anche le lanterne magiche, antenate del proiettore cinematografico. Nel buio del retrobottega ne mostra il funzionamento ai clienti, inserendo i vetrini con immagini fantastiche. E’ intraprendente, Karl, e apre altri due negozi in corso Verdi e a Grado. La famiglia cambia spesso residenza: nel 1906 lascia via della Scala per trasferirsi in corso Verdi 34, via Bertolini 14 e corso Verdi 35 (oggi corso Verdi 109: è il vecchio palazzo tra il negozio Benetton

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La famiglia Gregor ripara dapprima a Klagenfurt, dove Nora scopre la passione per il teatro prendendo di nascosto lezioni di recitazione, poi a Graz. Il sogno viennese della ragazza goriziana diventa realtà nel 1919. La timida Nora debutta a 18 anni come comparsa alla Renassaincebuhne. Per superare la contrarietà del padre interviene l’attore triestino Alexander Moissi, diventato amico di famiglia proprio dopo aver acquistato una lanterna magica nel negozio di via Rastello. Ma il dramma è in agguato. Karl si reca nella capitale austriaca per assistere alle prove ma, pochi giorni prima del debutto della figlia, viene colpito da un infarto e muore. E’ solo la prima di una delle tante amarezze che costelleranno la vita di Nora, che esordisce nel cinema muto nel 1920 ma si afferma definitivamente nel 1924, a Berlino, con “Michael”, diretto dal grande regista danese Carl Theodor Dreyer. Affascinante anche se ancora acerba, i suoi occhi magnetici ammaliano il pubblico. Nello stesso anno si sposa col pianista Mitja Nimisch, conosciuto nella hall di un albergo di Lipsia. Durerà poco: lui è un donnaiolo impenitente, la tradisce e la abbandona. Morirà giovane, nel 1934, a Venezia. L’AMERICAN DREAM Con alle spalle una carriera teatrale e cinematografica già di tutto rilievo, Nora sbarca a Hollywood. E’ il 1930, e la Metro Goldwin Mayer, dopo averle


fatto ponti d’oro, punta forte su di lei. Impara l’inglese, indispensabile con l’avvento del sonoro (il doppiaggio ancora non esisteva). Il film più famoso che la vede protagonista, con Robert Montgomery, è “But the flesh is weak” (“Ma la carne è debole”). A teatro, a Los Angeles e San Francisco, recita con Douglas Fairbanks jr., che nelle sue memorie parlerà delle frequenti crisi depressive di Nora. Lei è puntigliosa: il giorno prima di girare, o di esibirsi a teatro, va a nanna alle 7 di sera, per presentarsi al top della forma e della bellezza. Ma, a tormentarla, è la nostalgia per l’Austria e per Vienna. E così, quando nel 1932 le offrono un ingaggio al Burgtheater, il più prestigioso della capitale, non ci pensa su due volte. Gira le spalle al patinato mondo hollywoodiano e riprende la via del ritorno: è il coronamento delle sue aspirazioni teatrali, ma anche la scelta che le cambia la vita.

All’inizio lo ama, poi i rapporti andranno gradualmente raffreddandosi. Sono in vacanza a Davos, in Svizzera, col piccolo Heini quando, nel marzo del 1938, in Austria arriva Hitler. E Nora non potrà più farvi ritorno. A PARIGI CON GRETA GARBO I nazisti, in Austria, mettono sotto sequestro l’immenso patrimonio terriero e immobiliare di Von Starhemberg. Il principe, con Nora e Heini, trova riparo a Parigi e si arruola nell’aviazione a fianco di De Gaulle. Chiusa, a soli 37 anni, la carriera teatrale, l’attrice trova l’insperata opportunità di girare ancora un film, e sarà quello di maggior risonanza: “Le regle du jeu” (“La regola del gioco”) di Jean Renoir. Il famoso regista la vede per caso tra il pubblico a una prima teatrale, e ne rimane folgorato.

LE NOZZE PRINCIPESCHE A Vienna e Berlino Nora alterna ancora una volta teatro e cinema. Nella capitale austriaca abita in una suite al Park Hotel, a Kietzing, di fronte al parco di Schonbrunn, tra libri, quadri, locandine e recensioni teatrali in cornici dorate. Fa la spola a bordo di una spettacolare Chrysler 8 cilindri beige da 3000 dollari acquistata in America. Trascorre le vacanze estive al Lido di Venezia e non perde l’occasione per venire a salutare la madre, che è tornata ad abitare a Gorizia. Ma nel 1934 conosce il principe Ernst Rudiger von Starhemberg, uno degli uomini più influenti d’Austria. Ha due anni più dell’attrice ed è già sposato. Dopo un’infatuazione passeggera per Hitler, è diventato comandante della milizia territoriale austriaca ed è vicecancelliere di Dolfuss (dopo l’assassinio di quest’ultimo, lo sarà di Schuschnigg). Ernst è un esponente di primo piano dell’austrofascismo, caldeggia un’alleanza con Mussolini (che lo deluderà), ma è soprattutto un patriota, sostenitore dell’autonomia dell’Austria e quindi anti-hitleriano. Già il 4 ottobre del 1934 Nora dà alla luce quello che sarà il suo unico figlio, Heinrich detto Heini. Ha tenuto nascosta finchè ha potuto la gravidanza, poi si è assentata per un po’ dalle scene. Intanto, grazie ai buoni uffici dell’arcivescovo di Salisburgo, Ernst riesce a far annullare dalla Sacra Rota il suo primo matrimonio. Il 2 dicembre del 1937 la coppia si sposa in una chiesetta sul Kahlenberg, l’altura ai margini del bosco viennese dalla quale si gode un panorama incomparabile. A Gorizia, il Piccolo dà grande risalto alla notizia con un lungo articolo in cui viene ripercorsa la carriera di Nora. Carriera che dovrebbe però chiudersi qui: una delle condizioni imposte dal principe è che Nora dica basta a cinema e teatro. La Gregor sembra succube dell’uomo.

Parigi Nora stringe amicizia col bel mondo dello spettacolo. Passeggia con Greta Garbo sugli Champs Elysees e al Bois de Boulogne. Ma dura poco anche stavolta. Hitler invade la Francia e la Gregor, con un viaggio avventuroso insieme al figlioletto, si unisce alla diaspora francese nel Sudamerica. Va a vivere con Heini a La Cumbre, in Argentina, dove nel 1942 la raggiunge il marito, congedato per malattia. L’EPILOGO SUDAMERICANO La famiglia viene ospitata per un anno, nel suo castello, dal commerciante d’armi Fritz Mandl, e dalla moglie Hedy Lamarr (pseudonimo di Hedwig Kiesler), un’altrettanto bella attrice viennese di 28 anni, famosa per aver interpretato, nel 1933, “Estasi”, il primo film in cui un’attrice appare completamente nuda. Ma già nel 1943 Nora Gregor si trasferisce in Cile con Heini. Nel 1946 avrà la possibilità di girare un’ultima, non memorabile pellicola, “La fruta mordida” di Jacques Remy, per iniziativa di un gruppo di fuorusciti francesi. Poi, sulla sua vita, calerà l’ultimo e più triste sipario. TITOLI DI CODA La figura di Nora Gregor è stata riscoperta soltanto nel 2001, grazie a una mostra allestita dal Kinoatelje in Biblioteca. L’Emac di Gorizia conferì alla sua memoria la prima edizione della Magnolia d’argento, consegnata ai pronipoti Clemens e Hubertus. A ravvivare il suo ricordo ci pensò, nel 2005, il bellissimo libro “Nora Gregor – L’imperfezione della bellezza” curato dal giornalista Igor Devetak, seguito – nel 2013 – da “L’altra regola del gioco” di Hans Kitzmuller, vita romanzata dell’artista.

La locandina del suo film più famoso, La regola del gioco (1939)

Un comune amico li presenta durante l’intervallo. Renoir sente di aver trovato l’interprete ideale per il suo nuovo film. Per non metterla in difficoltà con la lingua cambia la nazionalità di provenienza della protagonista, Christine, da svedese ad austriaca. “La regola del gioco” è una storia d’amore, ma anche la lucida rappresentazione di un’epoca ormai condannata. La “prima”, il 7 luglio 1939 al Colisèe di Parigi, è un fiasco. Più tardi il film verrà addirittura ritirato dalla circolazione, con l’accusa di demoralizzare i francesi in guerra. Bisognerà aspettare il 1965, con la riproposizione al festival di Venezia e poi nella capitale francese, per trasformarlo in uno dei più acclamati capolavori, non solo di Renoir ma del cinema mondiale. A 11

Il principe Ernst Von Stahremberg ritornò in Austria nel 1955, ma vi morì pochi mesi dopo, a Schruns, per un attacco di cuore fulminante dopo aver litigato per strada con un fotoreporter. Il figlio Heinrich, laureato in Cile, si dedicò al cinema come attore, col nome d’arte di Henry Gregor e come produttore. Ma fu anche scrittore e drammaturgo. Trascorse la vita in viaggio tra l’America Latina, la Spagna e l’Austria, che dopo una lunga causa gli restituì il patrimonio familiare requisito dai nazisti. Quando muore, il 30 gennaio 1997 a Buenos Aires, è ancora proprietario della casa di Gorizia in corso Verdi 109, quella davanti alla quale i giovani si accalcavano nella speranza di veder uscire la bellissima madre Nora, alla quale il Comune ha intitolato, con un’originale tabella trilingue, il parco di Piazzutta. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Frank istruisce il vicino di casa: edilizia libera… ma non troppo di Giorgio Mosetti

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n geometra è come Ratzinger. Può anche andare in pensione, ma resta per sempre un geometra. Ecco perché stamattina, quando mi ha chiamato Fredo, il mio vicino, per chiedermi un consiglio su dei lavori che vorrebbe fare in casa, non ho saputo dirgli di no. Io, a parte Nick e Leon, detesto incontrare le persone. Ma ogni tanto riaffiora in me quell’insopportabile senso dell’altruismo, che mi prende alla sprovvista. “Ehi, Frank”. “Fredo”. Lo faccio entrare. Leon solleva lo sguardo dal modellino del Saturn V che sta costruendo solo con l’aiuto della memoria, mentre Nick si alza seccato dal divano, si stiracchia e se ne va con il passo del buddista verso la ciotola delle crocchette. “Scusami per il disturbo, ti rubo solo un minuto”. “Tranquillo”, faccio io guardando l’orologio. “Sono andato in comune, perché vorrei fare una piccola tettoia, eil tecnico mi ha detto che rientra in Edilizia Libera. Ti risulta?” “Sì”. “Davvero? Mi sembrava impossibile poter fare qualcosa senza tante carte”. “Beh, guarda che l’Edilizia Libera non è proprio libera”. “Come sarebbe?” “Sarebbe che devi comunque presentare una comunicazione”. “Non capisco. Ma se si chiama Edilizia Libera”. “Lo so, la definizione trae in inganno”. “Vabbè, vorrà dire che farò questa comunicazione. Suppongo sia un semplice foglietto”. “Non proprio”. “In che senso?” “Nel senso che è un modello di una decina di pagine”. “Accidenti! E cosa ci sarà mai da scrivere?” “Un po’ di tutto. Dati del proprietario, dell’immobile, ditte esecutrici, progettista, eccetera”. “Progettista?”

“Sì”. “Ma a cosa serve se non c’è un progetto?” “Beh, in realtà un progetto c’è”. “Ma è edilizia libera”. “Lo so. Ma la legge richiede anche un disegno”. “Giusto uno schizzo?” “Non proprio. In realtà è un progetto vero e proprio, con piante, sezioni e prospetti. Stato di fatto e di progetto, e poi la tavola comparativa”. “E cos’è?” “Una tavola in cui sovrapponi lo stato di fatto e quello di progetto”. “Ma a che scopo?” “Sai tu?” “Alla faccia dell’edilizia libera. Non bastava il modello, ora pure il disegno”. “E la dichiarazione sostitutiva di atto notorio”. “Eh?” “Il modello in cui dichiari di essere proprietario”. “Pure?” “Già. Poi ti servirà anche una relazione, una copia di mappa, il calcolo degli oneri e le foto. Poi devi asseverare il rispetto delle norme strutturali e sanitarie, oltre allo schema grafico e alla relazione della legge 13”. “Legge 13?” “Sì, la norma sull’abbattimento delle barriere architettoniche”. “Per un portico?” “Sì”. “Tutto in piano?” “Esatto”. “Capisco”. “Oh, dimenticavo, fai attenzione alle terre e rocce da scavo”. “Sarebbe?” “Niente. Solo che ti consiglio di riutilizzarle sul posto, e di dichiararlo, allegando un disegno che indichi dove scaverai, il calcolo di quanto cubi produrrai e dove spargerai la terra dopo”. “Accidenti. Io francamente pensavo di farle portare via, visto che ho poco giardino”. “Beh, in tal caso dovrai fare le analisi”. “Che analisi?” “Quelle d’inquinamento della terra”. “Stai scherzando?” “No”. “Ma saranno sì e no uno o due cubi”. “Lo so, ma la legge non prevede limiti”. “E quanto costa questo scherzo?” “Due-trecento euro”. “Accidenti!” “Già. A proposito, dove fai la tettoia, c’è già un marciapiede?” “Sì, perché?” “Verrà demolito, suppongo”. “Infatti”. “Allora dovrai fare anche le analisi per l’inquinamento degli inerti”. “Perché?” “Perché altrimenti la discarica non li può accettare”. “E quindi? Altri trecento euro?” “Più o meno”. “Uff, mi stai uccidendo”. “Eh”. “Vabbè. Se si deve fare, facciamo. Senti, so che sei in pensione, ma tu puoi ancora operare?” “Sì”. “Quindi puoi farmi tu il lavoro?” “Se vuoi”.

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“E ti serve qualcosa per procedere?” “Sì, il geologo. Ne hai già uno?” “Il geologo cosa?” “Ne conosci qualcuno? Per la perizia geologica”. “Per una tettoia?” “Già”. “Ma… comunque no. Ne hai mica uno tu?” “Certo. E per l’ingegnere?” “L’ingegnere cosa?” “Per i calcoli”. “Che calcoli?” “Bisogna fare i calcoli strutturali”. “…” “Tranquillo, ci penso io. Io lavoro con l’ingegner Ferri. Per quanto riguarda il collaudo, invece, ti posso suggerire l’ingegner Cubetti. È un tipo quadrato, ma molto in gamba”. “Collaudo? Direi… beh, ok”. “Ah, pensavi di mettere qualche presa o punto luce sotto la tettoia?” “Direi di sì”. “Allora servirà anche il progetto dell’impianto elettrico”. “Io…” “Poi fammi sapere se intendi mettere anche un rubinetto dell’acqua, così facciamo subito anche il progetto dell’impianto idrico e non ci pensiamo più”. “...” “Un’ultima cosa. Siccome ci saranno almeno due ditte in cantiere, bisognerà nominare un responsabile dei lavori, un coordinatore per la sicurezza in fase di progettazione e uno per l’esecuzione, e poi fare la notifica all’azienda sanitaria e all’ispettorato del lavoro, oltre che redigere il piano di sicurezza. Per questo, dovrai far compilare alle ditte un modello riportante sede amministrativa, sede operativa, iscrizione Inps, Inail, Cassa edile e un po’ di altre cose. Poi dovranno darti la visura camerale, il Durc, il Pos e copia della carta d’identità del legale rappresentante”. “…” “Beh, credo sia tutto. Comunque, prima di partire ti faccio un preventivo dettagliato, così ti metto anche i costi del geologo, degli ingegneri e delle prove sui materiali, assieme a quelli per l’inserimento in mappa al Catasto Terreni, l’accatastamento al Catasto Fabbricati e la chiusura della pratica con l’Agibilità”. “…” “Scusa, Frank, ma tutto questo scherzo quanto mi verrà a costare?” “Guarda, solo perché sei tu, tra me, il geologo, gli ingegneri e i coordinatori per la sicurezza… direi attorno ai seimila euro”. “…” “Più il 5% di Cassa Previdenza”. “…” “E il 22% di Iva”. “…” “Sempre se l’Iva non aumenta”. “…” “Fredo, stai bene?” “Eh?” “No, è che gli occhi… ti si sono girati all’indietro”. “Senti Frank…” “Dimmi”. “Ma se la faccio abusiva?” ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Il festival di chitarra Mercatali, un “Erasmus” artistico che è quasi una metafora dell’internazionalità cittadina

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asseggiando nel centro di Gorizia è molto probabile che vi siate imbattuti almeno una volta in lui. Un uomo solito camminare con le mani dietro alla schiena, dalla capigliatura inconfondibile, forse unico tratto che lasci intuire la sua terra natia, la Campania. Goriziano di adozione, Claudio Liviero si divide tra le sue due case: una è quella in cui risiede, l’altra è quella in cui vive: la Casa delle Arti di via Oberdan. Direttore artistico della Casa delle Arti di Gorizia dà vita al suggestivo Palazzo de Grazia: il più antico istituto musicale della regione, attivo quasi da due secoli e letteralmente rinato dopo una malinconica dichiarazione di fallimento pronunciata qualche anno fa. La professionalità del vulcanico musicista (che è un valente maestro di chitarra e direttore della Gorizia Guitar Orchestra) è oramai più che risaputa ai goriziani e non solo, e così abbiamo pensato di incontrarlo in uno dei rari momenti di inattività per cercare di comprendere come la Musica, con la M maiuscola, sia uno dei soggetti e protagonisti della nostra città. Cosa significa il festival chitarristico internazionale Enrico Mercatali, che lei organizza in maggio ormai da 16 anni? Com’è cresciuto e cosa porta in una città come Gorizia? Per capire cos’è oggi il festival oggi è necessario tornare alla prima edizione. Avevo da tempo l’idea di un festival per giovani talenti insieme al mio caro amico Enrico e quando lui venne prematuramente a mancare decisi che avrei continuato a portare avanti il progetto. Nonostante fosse nata un po’ come un gioco, divenne poi un vero e proprio evento dedicato ad Enrico. Partì con due semplici giornate crescendo di anno in anno: passammo a tre giorni, poi ad una settimana sino ad arrivare al festival che oggi ha una durata di 10 giorni. È un’esperienza unica che permette a Gorizia di respirare una grande boccata d’ossigeno. Le strutture ricettive fanno il tutto esaurito il turismo culturale viene alimentato. Quest’anno, oltre al concorso chitarristico vero e proprio, ai Masterclass internazionali sulla tecnica chitarristica e sull’interpretazione musicale eseguiti da eccellenze di fama inter-

di Francesca Giglione nazionale, e alle conferenze di liuteria, alle mostre e alle esposizioni, avete dedicato un evento al grande pugile goriziano Luigi Musina, una figura quasi dimenticata. Come mai? Pensavo fosse giusto tributare un omaggio a questo personaggio: mi sono interrogato molto su come poter unire la chitarra al mondo del pugilato, non ero sicuro che saremmo riusciti nell’intento, invece abbiamo riscosso un grande successo. Merito anche della mostra di Franco Dugo, lui stesso boxeur in gioventù, che ebbe modo di conoscere Musina e di dedicargli un ritratto. A cucire i vari momenti del “Musina day” è stata comunque una base musicale curata da un gruppo ristretto di artisti della Gorizia Guitar Orchestra, che fa da sfondo anche ad altri eventi realizzati grazie al grandissimo aiuto di Leonardo Colletta e di tutto il team di collaboratori: mostre, visite guidate, presentazioni e molto altro. Cosa significa per questi giovani talenti della musica avere l’opportunità di comunicare non solo attraverso la musica, ma anche tramite molteplici lingue e culture provenienti da tutto il mondo? Grazie alle convenzioni con i poli liceali, sono moltissimi i ragazzi che collaborano durante le nostre attività e devo dire che sono molto contento. Parlo di ragazzi che qui sono impegnati con l’alternanza scuola lavoro e che quindi non hanno contatto diretto con la mu-

Il direttore artistico Claudio Liviero

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sica, ma che hanno modo di apprendere a 360 gradi facendo presentazioni pubbliche o parlando più lingue. I giovani musicisti invece sono davvero speciali: dei fuoriclasse. Parlo di musicisti sempre più giovani che di anno in anno mostrano delle doti incredibili. Sembra quasi che lei descriva un Erasmus concentrato: una bolla multiculturale che, in qualche modo, è metafora di quello che è Gorizia. Penso sia proprio così. La vincitrice di quest’anno è l’esempio perfetto per comprendere questo “micro mondo”. Sara Celardo ha solo 19 anni eppure era già nota poiché aveva vinto praticamente tutte le categorie precedenti nelle sue diverse fasce d’età. Vincere uno dei più importanti concorsi musicali d’Europa significa entrare nell’olimpo mondiale e fa onore poi pensare come chi vince sia partito da Gorizia. Sara è anche vincitrice della prima edizione del DotGuitar Prize che le permetterà di incidere un Cd interamente finanziato dalla DotGuitar per poi essere distribuito dai più famosi negozi di musica virtuali internazionali come Spotify, iTunes e altri. È un premio che dimostra anche come questo festival cresca al passo con i tempi. Chi compra più i Cd al giorno d’oggi? Quali le aspettative per il futuro? Sicuramente l’idea è quella di continuare a crescere, e per farlo ogni anno mi apro una nuova porta: l’anno scorso era Praga, quest’anno Sarajevo, ora mi sto preparando per andare a Tallinn, in Estonia. Il festival si crea così: facendosi promozione, andando a conoscere nuove persone e città, che poi è quel che crea le basi per nuovi gemellaggi e buona visibilità. Se penso a quando l’Altamira Guitars (azienda produttrice cinese ndr) ci ha scritto per poter essere sponsor del festival, mi torna in mente l’internazionalità e la grandezza di rete creata. Una cosa che mi sento di ribadire è che qui davvero vince il migliore: l’assenza di una specifica scuola di pensiero, la varietà dei professionisti che compongono la giuria permette sì che il giudizio sia davvero puro e imparziale. E la purezza paga. Questo mi permette di avere davvero buone motivazioni di pensare e credere come questo festival in futuro non può che continuare a migliorare e migliorarsi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Agorè, nelle opere dei migranti il desiderio di crescita di Luigi Casalboni

blema. La preoccupazione e il disagio creano pregiudizio, al quale seguono insicurezza e scontro sociale.

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goré ha accolto in maggio, nella propria sede di via Rastello, i quadri di alcuni richiedenti asilo ospitati dal centro di accoglienza del Nazareno di Straccis.

La mostra, intitolata “Dentro il futuro”, è stata curata e allestita dall’Associazione di Promozione Sociale “Tutti Insieme”. Continua quindi con le precedenti esposizioni questo filo rosso, con l’impegno di introdurre i migranti in possibili progetti di inclusione. Dico “possibili” perché siamo tutti a conoscenza dei tagli alle risorse per l’accoglienza. Questo riduce sicuramente le attività di integrazione proprio perché le associazioni del terzo settore, spesso non partecipano a bandi così restrittivi. Dobbiamo ribadire ancora una volta con chiarezza che l’abolizione della protezione umanitaria e la chiusura degli Sprar, sancita dal Decreto sicurezza, ha segnato un duro colpo all’ integrazione. Non bisogna essere necessariamente degli esperti per capire che se non si investe in capitale umano che sarà in grado di integrarsi, in una comunità la potenziale risorsa diventa un pro-

Noi europei abbiamo vissuto 15 secoli di guerre, ora viviamo in pace da 74 anni. Se parlate con questi uomini vi diranno che non ricordano un periodo

Inaugurazione della mostra nella sede di Agorè di via Rastello

Il migliore modo per spegnere la paura è concepire “l’altro” non come un pericolo, bensì come ospite, persona che ci aiuta a uscire da questa società abbandonata e incattivita, da quella solitudine in cui veniamo a trovarci quando il “diverso” viene negato nella sua alterità: negato nella sua distinzione, e noi chiusi in un cerchio asfittico nel nostro “noi senza l’altro”.

di tregua nel loro paese e per questo cercano di collegarsi alla vita, ad un possibile futuro anche grazie la creatività, la fantasia e la pittura.

La creatività di questi uomini diventa la loro voce. Nei loro semplici lavori, come sempre, si è percepita una ricerca intima, l’estro e la bellezza. Nelle loro differenziate e composte espressioni si è letto un profondo desiderio di crescita culturale.

All’inaugurazione della mostra sono intervenuti il prefetto Massimo Marchesiello, sempre molto sensibile nei confronti di questi eventi, il viceprefetto vicario Antonino Gulletta, il presidente del Mosaico Mauro Perissini, personalità politiche e molti cittadini amanti dell’arte. Questi i nomi dei partecipanti: Abdul Haya Hamed (Afghanistan), Raja Dawood, Mahmood Shazad, Adnan Younnis, Muhammad Ashraf, Muhammad Tariq, Aman Ullah Muhammad Isaq e Hussain Ikhlaq (Pakistan).

Provando e sperimentando si fanno certamente errori, ma con l’aiuto dei collaboratori dell’associazione “Tutti insieme” ci provano. Ci vuole coraggio per superare le proprie angosce e i traumi.

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Marguerite Yourcenar diceva: “ E’ come guardare nel buio, all’inizio non vedi niente . Dopo un primo periodo, con un poco di ostinazione e resistenza, cominci a distinguere sagome e contorni.”

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San Rocco, le mille storie di Mamma Maria la volontaria di strada che si prodiga per i bisognosi

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ov’è Mamma Maria?” Laggiù, in fondo dove la vedono in pochi. “Una volta è venuto un ragazzo pachistano dalla Spagna cercando Mamma Maria. Qualche amico gli aveva parlato di me e lui era venuto qui in cerca di aiuto,” dice mamma Maria con una punta di orgoglio. Poche settimane fa, Renato Elia mi ha presentato Mamma Maria e sono rimasto folgorato dall’energia e dalla carica che la circonda. Mi ha raccontato la sua storia, e ho pensato che ci fosse tanto materiale quanto basta per raccontare la storia di Gorizia degli ultimi anni. Mamma Maria è Maria Vinti, ex dipendente delle Poste Italiane. Pensionata e volontaria di strada. Una di quelle che non sono iscritte ad alcuna associazione, ma si muovono in concerto sfruttando l’appoggio della Curia e delle parrocchie goriziane, come quella di San Rocco, dove una domenica sera la vado a trovare mentre si prodiga servendo pasti ai più bisognosi.

di Aulo Oliviero Re Rocco ovviamente, ma anche San Giusto e Sacro Cuore che però si ritirarono poco dopo. Anche la parrocchia di Sant’Anna si ritirerà alla fine del Ramadan di quest’anno, il 4 giugno. Le parrocchie danno prevalentemente un aiuto economico, e i volontari si alternano nella preparazione del gustoso cibo (quel giorno lasagne di verdure, ratatouille, torta e biscotti fatti in casa), distribuito con cura ai poco più di 25 ragazzi che di media ogni sera sfamano. “I ragazzi – precisa Maria - vengono da Pakistan, India, Iran e Afghanistan, ma adesso ne abbiamo anche uno del Gambia”. Sono tutti fuori convenzione, che vuol dire che non hanno accettato l’accoglienza o sono stati allontanati dai vari centri Cas o Cara, oppure sono semplicemente clandestini in quanto non hanno ottenuto il permesso di soggiorno e non sanno dove andare. Le età vanno dall’adolescenza ai 52 anni di “zio” Bashir Ali Gujar, che però sembrano essere molti di più. I motivi delle loro partenze sono i problemi tipici di paesi senza stato di diritto (che

La parrocchia di San Rocco è uno dei punti nevralgici dove richiedenti asilo, ma anche altre persone in difficoltà (la sera in cui ho visitato la parrocchia c’era anche un senzatetto francese poco più che ventenne) hanno la possibilità di avere un pasto caldo nelle ore serali. L’esperienza di assistenza migranti a San Rocco è cominciata nel novembre 2017, all’apertura del tendone di via Garzarolli che ospitava una sessantina di persone dopo lo sgombero di Galleria Bombi. All’epoca a San Rocco ci si occupava, assieme ai frati Cappuccini, di fornire un pasto caldo “Mamma” Maria Vinti a San Rocco con un immigrato agli sfollati. “Assieme a Don Ruggero ed alla volontaria Miriam abbiamo organizzato le cene, qualcuno vorrebbe distruggere anche che continuano tutt’ora. E’ stata la qua, distribuendo pistole a tutti), come prima volta che le parrocchie si sono faide locali e famigliari, se non da paesi unite insieme. Ogni parrocchia gestiva propriamente in guerra. Storie brutte, un giorno della settimana”. Le parrocstorie difficili che però i volontari come chie di cui parla Maria sono quelle di Mamma Maria hanno il coraggio e la Sant’Andrea, Sant’Anna, Duomo, San forza di caricarsi sulle spalle.

Ci racconta: “Ho cominciato a fare volontariato nel 2014. La mia tendenza ad aiutare gli altri non nasce lì, ma molto prima. Deriva probabilmente dalla mia educazione familiare e dal Dna. Quando io e mio padre andavamo a vedere i film di cowboys e indiani, io parteggiavo per gli indiani. Contemporaneamente all’attività di volontariato, ho cominciato a collaborare con il gruppo teatrale di Vito Dalò al Cisi. Lì ho conosciuto Najib, ventiduenne afghano, che per me è stato conoscere “l’Immigrato”, poiché prima tutti gli stranieri che conoscevo personalmente in Italia erano integrati, avevano una famiglia e conoscevano la lingua. Lui era solo, di religione diversa. Noi ci siamo affezionati e lo abbiamo aiutato. Quando se n’é andato abbiamo sofferto tantissimo. Sia noi che lui, che per non soffrire ha preferito partire senza salutarci. Dopo aver risparmiato un po’ di soldi lavorando, ha comprato un passaporto falso e ha preso un volo per il Canada, dove dopo 6 mesi di carcere per immigrazione clandestina è riuscito ad avere documenti, casa e lavoro. Siamo contenti anche se adesso non lo sentiamo da un po’”. Ma la storia di Maria non è stata segnata solo dall’incontro con Nahib. Da lì è iniziato un percorso che l’ha portata in prima linea assieme a Cassandra e Orietta, volontarie di strada che tuttora collaborano con San Rocco, ad aiutare in Valletta e poi in Galleria Bombi quando c’era più bisogno. “C’era un freddo terribile ricorda Maria - non smettevamo di distribuire coperte e maglie che continuavano ad inzupparsi a causa dei rivoli che colavano dai buchi della galleria. Ho visto gambe frantumate, febbri...” Ma le storie che Maria potrebbe raccontare a proposito di questi anni sono tante, tantissime. Chi la vuole incontrare, la trova ogni domenica sera alle 20 in parrocchia a San Rocco, mentre chi vuole offrire il proprio aiuto con cibo e vestiti può contattarla via mail all’indirizzo mvinti328@gmail.com. Consiglio a tutti di provare, magari qualcosa di bello dentro di noi succederà. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Gradisca, Linda Tomasinsig dopo la conferma a sindaco: “Nei piccoli centri saper ascoltare la gente fa la differenza”

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l risveglio la mattina del 27 maggio non era stato dei più lieti. La notizia di una Lega forte emersa dalle consultazioni europee non faceva ben sperare, eppure a poca distanza dall’inizio dello spoglio i numeri già deponevano fortemente a suo favore. Linda Tomasinsig è stata riconfermata Sindaco di Gradisca d’Isonzo con un numero di voti addirittura maggiore rispetto a cinque anni prima (2084 voti contro i 1212 di Renzo Gerometta, sostenuto dalla Lega). E’ visibilmente emozionata nel suo primo discorso post esito elettorale, nella Casa del Popolo di Gradisca, attorniata da tutta la sua affiatatissima squadra e da numerosissimi cittadini venuti, nonostante la pioggia, a dimostrale la propria vicinanza.

di Eleonora Sartori Se si parla di Gradisca d’Isonzo non si può non arrivare alla nota dolente, il Cara... I lavori continuano e porteranno a breve il Cpr a ospitare 150 persone (struttura che dovrà convivere con i 200 ospiti del Cara ndr). Il Comune si

E cosa mi dici della gestione delle conseguenze sul territorio della presenza di tanti migranti in città? Vista la situazione una certa frustrazione e insofferenza sono del tutto comprensibili. Devo dire che la società ha dimostrato di saper accogliere e non protestare eccessivamente nonostante i numeri potevano far sollevare l’asticella della tensione. Da parte nostra non abbiamo soffiato sul fuoco e abbiamo sempre cercato di mitigare e non di acuire. Se, per esempio, vedevamo il fiume in uno stato di degrado, siamo intervenuti con azioni concrete di pulizia coinvolgendo anche i migranti, azioni che sono state anche ottime occasioni di incontro. Noi continueremo la nostra vita di comunità e a interagire con questa realtà.

Ho il piacere di parlare con Dopo dopo la proclamazione alla Casa del Popolo a Gradisca Tornando al discorso delle Linda “a bocce ferme” come si elezioni... Avete avuto contro suol dire, a qualche giorno di diuna destra divisa, e ciò sicustanza dalla vittoria. “Sono veramente esprimerà in uno dei primi consigli con ramente ha aiutato, ma a cosa attrifelice ma l’euforia è già finita e ci siamo un ordine del giorno, ma la decisione è buisci il vostro successo elettorale? rimessi subito al lavoro”. del governo e con l’accelerazione in tal E cosa pensi del fatto che nei piccoli senso conseguente al decreto sicucomuni sembra essersi arrestato il Quali saranno le priorità di questo rezza vi sarà un’estensione del trattevento della destra? secondo mandato, che non era per nimento nei Cpr fino a un massimo di nulla scontato? 180 giorni. Non solo, anche i richiedenIo credo che come amministratori siati asilo potranno essere detenuti nei mo stato bravi nell’ascolto e siamo stati Ripartiamo con un progetto che sarà Cpr in attesa di essere identificati. Noi vicini alle persone. Nei piccoli centri è una corsa contro il tempo. Il Comune come amministrazione siamo sempre possibile mantenere un contatto umadi Gradisca d’Isonzo ha ottenuto un stati contrari alla modalità di gestione no con i cittadini anche quando questi ingente contributo ministeriale (tre dell’immigrazione in grossi centri... sono lontani e delusi dalla politica. In milioni e 250 mila euro) per questi anni sono stata aiutata da l’adeguamento sismico di una una squadra che ha funzionato scuola primaria. Si tratta di un anche come corpo intermedio di edificio vetusto, che avrebbe raccordo con i cittadini. bisogno di molti altri interventi a cominciare da quelli per Come sono i rapporti con gli l’efficienza energetica. Abbiamo altri Sindaci dell’Isontino? chiesto la devoluzione di questo contributo per la costruDipende sempre dalla sensibilità zione di una scuola su un’area su certi temi. Con alcuni molto di una ex caserma. La Regione buoni, con altri, soprattutto i ha già mandato a Roma la più grandi, a volte è più difficile richiesta. Ora la vera sfida sarà lavorare perchè ci si scontra con riuscire a stare nei tempi. La la logica dei numeri, della serie nostra idea è quella di lavorare “sono più grande e quindi ho su un progetto che crea comupiù potere”. Pensiamo ai casi di nità attraverso un meccanismo Irisacqua e Isa Ambiente... non è virtuoso di recupero di spazi sempre facile collaborare. dismessi. Linda Tomasincig con l’Assessora Francesca Colombi ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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#flashbombi: un picnic urbano per mantenere la piazza come luogo di incontro di Eleonora Sartori

Ci svegliamo la mattina, andiamo al lavoro percorrendo sempre la stessa strada, quando dobbiamo fare acquisti, spesso, andiamo nei centri commerciali in cui luci, musica e spazi non agevolano di sicuro la conversazione a tu per tu. Il popolo di piazza Vittoria ha in mente una città diversa, e lo ha ribadito a gran voce il primo giugno in occasione del picnic organizzato sull’asfalto, al di là dei partiti e dello scontro politico. I numerosi cittadini si sono dati appuntamento anche per il giorno successivo, 2 giugno festa della Repubblica, questa volta in corte Bombi, e l’idea che hanno è di ritrovarsi ogni fine settimana per fare in modo che continui a essere alta

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era chi chiacchierava, chi ha steso per terra una coperta per un vero e proprio picnic urbano, c’erano bimbi che disegnavano con i gessetti colorati, andavano sui pattini o giocavano a chiapparella. C’erano i cantastorie che con i loro racconti hanno incantato i numerosi bambini presenti. Il popolo di piazza Vittoria non è di destra o di sinistra, non è giovane o vecchio, ha semplicemente una visione di città incompatibile con la riapertura al traffico della zona. Anche i motivi che sottostanno a questa contrarietà sono diversi. Un comune denominatore, tuttavia, c’è e ha a che fare con la socialità: la piazza è un luogo di incontro, di aggregazione, di scambio, tutte attività che, seppur ordinarie, sono diventate l’eccezione e non la regola. La frenesia della vita moderna, la conversazione in luoghi virtuali e non reali ci hanno reso più soli... A ciò si è aggiunta una pianificazione urbanistica che non ha agevolato l’incontro...

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l’attenzione su questo argomento. Uno dei prossimi programmi è una lunga biciclettata che dovrebbe terminare proprio in piazza Vittoria. “Giù le mani dalla piazza”, dicono i cittadini contrari alla riapertura al traffico, “che i soldi si utilizzino per altro e non per tagliarla in due” e non sembrano intenzionati a mollare... Ora non resta che attender e e vedere se le loro istanze saranno prese in considerazione o meno. Ecco un bel racconto per immagini gentilmente fornite da Fabio Falorni. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Parco Basaglia: il progetto di rigenerazione va avanti di Angiola Restaino

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iguardare i luoghi, conoscerli, ripensarli, averne cura. Assumerli nella loro bellezza, ma anche nelle devastazioni e dispersioni subite, nella loro negatività, nell’abbandono e nell’incuria. Rigenerare i luoghi per conservarne la memoria e aprirli a nuove funzioni, perché quella rivoluzione, forse l’unica utopia realizzata del Novecento, pensata e realizzata da Franco Basaglia (e che ebbe inizio proprio a Gorizia, tra il 1961 e il 1968), non si inaridisca nella sterile immobilità del ricordo e della celebrazione ma continui a produrre i suoi frutti. Nel corso di un’affollata assemblea pubblica promossa dalle Associazioni ATSaM e Amici del Parco Basaglia, svoltasi nellasala Incontro di San Rocco, se ne è ripercorsa la storia e prospettato il futuro, facendo il punto sul progetto di rigenerazione urbana in chiave storico-culturale del Parco di via Vittorio Veneto. Sono intervenuti Franco Perazza, ex Direttore del Dipartimento di Salute mentale, la dottoressa Ariella Collini per l’Erpac, il professor Sergio Pratali Maffei del Dipartimento di Ingegneria e Architettura dell’Università di Trieste-sede di Gorizia e il dottor Livio Visintin a nome della delegazione di Gorizia del Fai.

comprensorio del Parco, costituito da edifici di grande valore architettonico, inseriti in un ricco contesto naturalistico, avesse un valore che strideva con lo stato di trascuratezza in cui versava, soprattutto dal 1978, quando - aboliti i manicomi - era iniziata una fase monopolizzata da coloro i quali, in realtà, non avevano mai accettato fino in fondo che quella “Repubblica dei Matti ” avesse dimostrato che “si può cambiare il mondo”: una sorta di rimozione collettiva da parte della città e della classe politica dominante. Perazza, con l’incarico di valorizzare il Parco attribuitogli dopo la pensione, a titolo gratuito, dall’Azienda sanitaria, dal 2015 ha costruito con pazienza un percorso virtuoso che ha coinvolto soggetti privati, associazioni ed enti pubblici. A una raccolta di firme consegnate all’ex Presidente della Regione Serracchiani, ha fatto seguito la sottoscrizione di una convenzione tra Regione e Azienda Sanitaria, che riguarda uno scambio di immobili e la messa in sicurezza delle aree verdi. Si è riaperto l’Archivio storico e si stanno liberando dalla polvere e dall’oblio documenti, testimonianze e scritti di internati e internate; sono stati affidati spazi per attività sociali , culturali e sportive a cooperative sociali; si è costituito il gruppo “Radio Fragola Gorizia” , un interessante esperimento di web-radio. Sono molto attive le Associazioni dei familiari degli assistiti dal Csm, e l’affollato incontro ne è stata la testimonianza. Perazza ha rivendicato con orgoglio l’inversione di tendenza rispetto alla rimozione e all’abbandono. Finalmente, negli ultimi anni, si dialoga e si collabora. Sono state e saranno decisive per il destino del Comprensorio importanti collaborazioni: con il Dipartimento di Ingegneria e Architettura dell’Università di Trieste, l’Assessorato regionale alla Cultura, l’Erpac , l’Azienda Sanitaria, la Sovrintendenza alle Belle Arti, la Fondazione Carigo, il Comune di Gorizia, il Fai. Importante è la recente costituzione del Comitato tecnico sotto la regia dell’ Erpac, e il Progetto è ora oggetto di attenzione nell’ottica della candidatura di Nova Gorica-Gorizia per la Capitale europea della cultura 2025 (il patto fra i due comuni è stato

Hanno portato il loro saluto l’assessore comunale Fabrizio Oreti, il direttore di Voce Isontina. Mauro Ungaro e il parroco, monsignor Ruggero Dipiazza. Franco Perazza ha ripercorso la storia del suo impegno di direttore del Dsm, a partire dalla consapevolezza che il

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siglato il 25 maggio dai sindaci delle due città in piazza Transalpina, che sarà a sua volta oggetto di un intervento di riqualificazione). Ariella Collini ha ricordato che spetterà all’Erpac l’elaborazione del Master Plan dell’intervento complessivo riguardante il Parco Basaglia: l’ente regionale si avvarrà del supporto di un Tavolo tecnico composto da un rappresentante per ogni soggetto interessato. Sergio Pratali Maffei è partito dal progetto del 1911, data dell’inaugurazione del manicomio intitolato a Francesco Giuseppe. Un progetto all’avanguardia, con padiglioni disposti simmetricamente rispetto all’asse dei servizi e inseriti in un parco dall’impianto geometrico. L’area riparata dai venti, il terreno fertile, la disponibilità di acqua permisero l’autosufficienza alla colonia agricola del manicomio. Il progetto di ricostruzione dell’Ospedale Psichiatrico Provinciale degli anni ’30 riprende la struttura del manicomio austro-ungarico ma già compaiono cortili chiusi e muri di recinzione. A partire dal 1978, come si è detto, il Parco perde gli elementi della propria identità, con l’inserimento di nuovi edifici e l’ampliamento di quelli esistenti. La fascia a nord-ovest vede interventi di lottizzazione. Il Laboratorio di progettazione del Corso di Laurea Magistrale in Architettura dell’Università di Trieste ha da alcuni anni individuato il Parco come Area di progetto, sia per quanto riguarda la programmazione di possibili destinazioni d’uso, sia per dare forma alla restituzione di un’identità al Parco e salvarne la memoria. Gli esiti del corso sono stati esposti, insieme a materiali d’archivio, all’interno della mostra “La libertà è terapeutica”, allestita in collaborazione con le Cooperative sociali La Collina e Arcobaleno e con il Dsm , in occasione dell’inaugurazione del nuovo Centro di Salute Mentale, nel 2016. Il dottor Visintin, infine, ha affrontato il tema del contesto paesaggistico e naturalistico. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


I reportage del giovane Alex Majoli tra realtà e finzione dai manicomi alle zone di guerra nel segno di Pirandello di Felice Cirulli

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ella vita di ogni essere umano si assiste a una costante evoluzione: culturale, psicologica, motivazionale, professionale, relazionale, ecc. Questa evoluzione è frutto dell’esperienza, del perfezionamento delle capacità di percezione della realtà e delle sue sfumature, dei suoi tratti distintivi e anche dell’influenza delle mutazioni tecnologiche e sociali. I fotografi non sono indenni da questo processo evolutivo che coinvolge tutti, sia in positivo che in negativo. Un percorso che potremmo definire in modo molto semplice: vivere la vita. Alex Majoli, nato nel 1971 a Ravenna, è un fotografo ancora giovane eppure, per il fatto di avere iniziato il suo percorso nel mondo della fotografia molto precocemente, ha accumulato una grande capacità di lettura e di interpretazione in questo ambito. Cosa che lo ha portato ad affermare, citando Pirandello: “… così è (se vi pare). Fosse per me, con le fotografie sarebbe sempre così: tu cosa pensi, cosa vedi? È così? È così. Non esiste la verità. I fotografi che producono immagini pensando di creare la verità sono dei pazzi, loro stessi se la raccontano. Le fotografie sono una serie di menzogne, ma interessanti…” Eppure, la sua è una carriera professionale scandita dalla ferma volontà, sempre corroborata da eccellenti risultati, di documentare quanto più possibile gli accadimenti più importanti e drammatici che hanno imperversato negli ultimi decenni. Avendo studiato arti visive, sente sua la sensibilità di percepire gli effetti che la luce determina sulla realtà oggettiva, sulle persone e sulle cose. Quindi il suo obiettivo resta quello di imprimere questi effetti sulla pellicola ottenendo di conseguenza il risultato di fermare nel tempo e nello spazio ciò che la luce ha creato in quella frazione di secondo non più ripetibile. Majoli compie il suo primo importante lavoro recandosi nel 1994 a Leros, un’isola del Dodecanneso, per documentare la situazione dell’ospedale psichiatrico che

“imprigionava” allora circa quattromila pazienti e che di li a poco sarebbe stato chiuso sull’onda lunga dell’impegno profuso dal “nostro” Franco Basaglia e dalla sua equipe per ottenere la chiusura dei manicomi. In questo lavoro, che diventerà il suo primo libro fotografico, al seguito dei dottori triestini durante loro “missione”, sceglie di non dare un taglio sensazionalistico e osceno alle immagini, bensì di raccontare in modo serio e controllato le condizioni di vita degli internati e del lavoro svolto dai medici. Prima ancora, già nel 1989, aveva affrontato, su mandato dell’Agenzia Grazia Neri, il compito di documentare la nascente crisi balcanica che avrebbe portato velocemente alla guerra civile. Dal 1996 viene ingaggiato dall’Agenzia Magnum, della quale diviene membro effettivo nel 2001, arrivando a svolgere nel 2011 l’incarico di Presidente.

anche e soprattutto le conseguenze e gli aspetti di contorno di queste situazioni drammatiche, puntando a raccontare le storie e i volti delle vittime sacrificali dei conflitti: gli esseri umani, spesso incolpevoli e inermi, di fronte alle atrocità della guerra e della scia di violenza gratuita che essa porta con sé. Alex Majoli percorre i luoghi in cui si sviluppano le emergenze umanitarie, dove i popoli manifestano contro il potere, dove la guerra cerca di cancellare la dignità, dove la fame e la sete mietono vittime innocenti, dove gli attentati terroristici cancellano storie di vita. È a Parigi proprio nel giorno dell’attentato al Bataclan, a poca distanza dall’accaduto. Il giorno successivo documenta una città “mutilata” e lo sgomento di tanti, ma anche l’indifferenza di molti e il voyeurismo di troppi. Le sue fotografie cercano di interpretare tutti questi stati d’animo e reazioni. Nel 1998 inizia a lavorare al progetto “Hotel Marinum”. Il suo è un impegno finalizzato ad esplorare gli ambienti delle città portuali di tutto il mondo, rappresentando i volti delle persone che popolano questi contesti di “margine”, confine e passaggio. Spazi danneggiati spesso dal degrado, percorsi da gente che passa ma non si ferma, impregnati di sogni possibili ma spesso irrealizzabili.

I suoi reportage si susseguono e coprono le zone “calde” del globo: l’Afghanistan con la caduta dei Talebani, l’Iraq della seconda Guerra del Golfo, il Ruanda con i terribili massacri tribali, la Libia al nascere della guerra civile, la Siria “opificio” di profughi impauriti ed affamati, ed altro ancora. Nonostante ciò non si è mai identificato né in un fotogiornalista di guerra e neppure in un artista della fotografia, ma, molto più semplicemente qualifica se stesso affermando che: “… la fotografia è una questione molto soggettiva. Siccome la gente ha bisogno di etichette, mi definisco uno che fa fotografie”. Ha sempre cercato di documentare

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Il filo rosso che percorre il lavoro fotografico di Majoli, in special modo negli anni della sua piena maturità e sensibilità, è la visione “teatrale” di ciò che osserva e fotografa. Lui ritiene che non sia possibile distinguere il “fatto” dalla “visione personale”. La fotografia, di per sé, non è “tutta” la realtà che si svolge in quel momento ma è solo una parte di essa. Ne discende quindi che uno scatto fotografico non può essere pura verità, ma ne è un tentativo di rappresentazione. La realtà e la visione del fotografo si intersecano e si confondono in qualcosa che diventa “teatro della vita”. I soggetti diventano attori inconsapevoli di una recita sul palcoscenico della loro stessa esistenza. Noi che guardiamo queste immagini ne siamo spettatori e quindi, come scriveva Pirandello, “…così è, se vi pare…”

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Ad “Amici” è nata una stella con i puntini sul viso: storia di Tish, già in tour in tutta Italia col suo primo disco

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a “Amici” è un talent-show pilotato? La domanda, cattivella, ci è venuta spontanea quando, sabato 18 maggio, abbiamo assistito alla semifinale del popolare programma Mediaset condotto da Maria De Filippi. Ci si giocava l’accesso alla finale, bisognava eliminare un concorrente su 5 e ad essere esclusa è stata la cantautrice diciottenne goriziana Tijana Boric, in arte Tish, a beneficio della sua “rivale” Giordana: con tutto il rispetto, molto meno talentuosa. Non guardiamo abitualmente “Amici”, ma sin dall’inizio si è avuta la sensazione che per la ragazzina con i capelli rossi tirasse una brutta aria. Sembrava, insomma, che la sua eliminazione fosse già stata decisa. Ovviamente è solo una nostra impressione, anche perché qualcuno dirà: ma c’è il televoto. Fatto sta che quando è stato annunciato il verdetto, sui social è partita una pioggia di commenti arrabbiati. In particolare, su Twitter è stato fatto notare come alla ragazza non sia stata data la possibilità di cantare uno dei brani contenuti nel suo primo album. Pazienza: la bravissima goriziana, un autentico “personaggio”, ha ricevuto comunque il premio Tim per l’inedito più ascoltato (“Try To C”) e – ne siamo certi – si farà strada, perché ha tutti i numeri per “sfondare”. Ma chi è Tijana? Una studentessa dell’Ipc Cossar, goriziana di origini serbe. Capelli rossi, occhi chiari, sorriso contagioso, due puntini che lei stessa si disegna sotto gli occhi ogni mattina. A chi gliene chiede il significato risponde che non sono tatuaggi né hanno un particolare significato, ma sono semplicemente il suo modo di distinguersi dagli altri. Appassionata di musica sin da bambina, Tish, a 5 anni, ha cominciato a suonare il violino per accostarsi poi allo studio del pianoforte, della chitarra e dell’ukulele. Più tardi é arrivato il momento di scoprire l’inclinazione per il canto, sulla scia di una recita alle medie in cui la sua performance aveva entusiasmato il pubblico. Per disegnare meglio il suo ritratto un tassello importante é fornito dalle parole della grande Lisa “Janis” Salustri, sua insegnante di canto alla Go Music del maestro Giorgio Magnarin. “L’ho seguita

di Stefania Panozzo durante l’intero percorso nella scuola – dice Lisa – e, negli anni della sua formazione, Tijana ha sempre dimostrato una grande capacità di adattamento a tutti i generi di musica che le venivano di volta in volta proposti”. Nei mesi scorsi è partita l’avventura di “Amici”. Già nel colloquio di ammissione al talent, i professori sono stati piacevolmente colpiti dalla sicurezza con cui Tish rispondeva alle domande. Un’esperienza che, come detto, si è conclusa il 18 maggio. Nonostante

Gorizia News & Views è reperibile in forma cartacea nei seguenti punti di distribuzione: Biblioteca statale isontina di via Mameli, Kinemax di piazza Vittoria, librerie Leg, Voltapagina e Ubik di corso Verdi e Antonini di corso Italia, Kulturni Dom di via Brass, Casa delle Arti di via Oberdan, bar Torino di corso Italia, bar Aenigma di via Nizza, Caffè degli Artisti di via IX Agosto, atrio dell’ospedale, negozio Il Laboratorio di piazza Vittoria, Taverna al Museo di Borgo Castello, tabacchino Da Gerry di via Rastello, tabaccheria via Duca D’Aosta 106, tabaccheria via Crispi 6, Ugg di via Rismondo. E’ consultabile on line all’indirizzo: https://issuu.com/gorizianewsandviews

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Tijana Boric, in arte Tish il dispiacere, Tijana – che ha Amy Winehouse come modello - si é detta soddisfatta, perché ha potuto cominciare a realizzare il suo sogno. Ne siamo convinti anche noi: la partecipazione ad Amici è stata solo il primo passo verso un successo che non possiamo far altro che augurarle. A festeggiarla anche il sindaco Ziberna: sarà la madrina del prossimo “Gusti di frontiera”. Intanto il 26 maggio è partito il consueto “instore tour” che fa seguito ad “Amici” (il talent è stato poi vinto dal tenore Alberto Urso) e che porterà la giovane cantautrice in tutta Italia fino al 16 giugno (un passaggio è già avvenuto anche al Tiare di Villesse). Tish sta scorrazzando dal Veneto alla Lombardia, dal Piemonte alla Liguria, dalla Toscana alla Campania, dalla Puglia alla Calabria e alla Sicilia (ultimi due appuntamenti a Palermo il 15 giugno e il 16 ad Avola). Ragazzi, è nata una stella ed è goriziana! ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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