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Gorizia News & Views Anno 2 - n. 1 Gennaio 2018

NON FACCIAMO DI TUTTA L’ERBA UN FASCIO WE DON’T MAKE of ALL GRASS A BUNDLE “Operazione-primavera” fra molte incognite di Vincenzo Compagnone

SOMMARIO

Il 2017 si è chiuso a Gorizia con una situazione sotto controllo per quel che riguarda il fenomeno migratorio. Fra Natale e Capodanno i flussi in arrivo si sono assottigliati, complice anche il maltempo. La Prefettura ha attuato un efficace turnover grazie al quale, nel momento in cui scriviamo, i richiedenti asilo fuori convenzione accolti nel tendone dell’Istituto Contavalle sono 46 su 60 posti a disposizione. Non è stato più necessario riaprire le porte della sede Caritas in piazza San Francesco per far fronte all’ospitalità notturna. La possibilità di effettuare trasferimenti più frequenti è legata anche all’aumentata disponibilità di centri d’accoglienza fuori regione, direttamente proporzionale alla diminuzione del 35% degli sbarchi via mare. Il momento è propizio, dunque, per quella che potremmo definire “operazione-primavera”: individuare cioè una strategia che consenta di superare senza traumi due scadenze estremamente importanti. La prima: la chiusura, in marzo, del tendone. La seconda (e più importante), in giugno: lo smantellamento, dopo i due anni previsti dalla cosiddetta “concessione in precario”, del campo San Giuseppe, il villaggio dei containers di via Grabizio. In tutto, ci saranno 156 posti letto in meno. Un “taglio” decisamente drastico, visto che rimarranno in funzione soltanto il Nazareno di Straccis (165 posti) e il dormitorio Caritas di Piazzutta (35). Accoglienza sicura, dunque, per sole 200 persone o poco più, a fronte delle oltre 350 attuali. Oggi come oggi, sarebbe un obiettivo impossibile da raggiungere: torneremmo a vedere frotte di migranti senzatetto dormire sulle sponde dell’Isonzo, o in altri luoghi della città. Il traguardo di giugno potrebbe però profilarsi con uno scenario differente. Se gli “annunci” troveranno concretezza, entro la primavera la Commissione prefettizia per l’esame delle richieste di protezione internazionale dovrebbe essere trasferita da Gorizia a Trieste. Se l’istituzione della sub-commissione di Udine al momento non ha sortito particolari effetti (l’organismo affronta soltanto 4 casi al giorno, relativi a migranti presenti nel capoluogo friulano, rispetto ai 12 di quella goriziana che “copre” Gorizia, Trieste e Pordenone), la chiusura della Commissione operante in piazza Vittoria rappresenterà senza dubbio una svolta. Si è sempre detto che la presenza della Commissione costituisce il principale pull-factor per i massicci arrivi a Gorizia. Da qualche tempo è diventata addirittura una sorta di “ultima spiaggia” per i dublinanti respinti da altri Paesi europei. Quindi, lo spostamento a Trieste non azzererà i flussi ma li ridurrà di parecchio. C’è però una pesante incognita. Il trasferimento sembra subordinato alla chiusura del Cara di Gradisca (che ospita oggi 630 persone) e all’apertura del nuovo Cpr (Centro di permanenza per il rimpatrio) da un centinaio di posti nell’ala dell’ex Cie. In questo sito sono stati programmati dei lavori di adeguamento piuttosto impegnativi, la cui tempistica non è stata ancora definita. Se le cose dovessero andare per le lunghe, chiusura del Cara e trasferimento della Commissione a Trieste slitterebbero di conseguenza. A meno che non si decida di “svuotare” intanto, gradualmente, il centro gradiscano, ma non ci risulta l’esistenza di un piano per collocare altrove i 630 ospiti. C’è infine un’altra incognita da tener presente. Fra oggi e il prossimo giugno si terranno le elezioni politiche e quelle regionali. Un eventuale cambio di colore politico della maggioranza potrebbe portare a cambi di strategia nella gestione dei migranti che al momento non si possono prevedere.

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Villaggio dei containers, Gorizia

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“Operazione-primavera” fra molte incognite pag. 2 Ossola al lavoro per il festival di maggio: un confronto a 360 gradi per capire le ragioni di tutti pag. 3 Caritas e nuovi poveri, i centri d’ascolto porta aperta per chi soffre pag. 4 Blasfemia: il caso di Mashal Khan Blasfemia: un reato punito con la pena capitale in Pakistan pag. 5 La storia di Alì, il figlio delle nevi con gli occhi a mandorla Noorzai Wali, un ragazzo dalle mille sorprese pag. 6 e 7 Al centro i diritti delle persone: un viaggio nel variegato mondo del volontariato goriziano pag. 8 Le pagelle del mese: chi sale e chi scende La Notte del Classico con Bubola e il suo libro sul Milite Ignoto pag. 9 Saba a Villa San Giusto, gli ultimi giorni di un uomo solo pag. 10 James Nachtwey - fotografo di guerra alla ricerca della pace pag. 11 Il Libro del mese Furlano: addio a Cormonslibri ... ma spero sia un arrivederci TOP FIVE Leg, consigli per gli acquisti pag. 12 VIAGGIO NELLA SANITA’ GORIZIANA - 1 San Giovanni di Dio, l’Unità coronarica unica può attendere


Ossola al lavoro per il festival di maggio: un confronto a 360 gradi per capire le ragioni di tutti di Eliana Mogorovich Nei prossimi mesi di migrazioni si continuerà a parlare, in tendoni diversi da quello allestito al Contavalle. La complessità, i pregiudizi e la scarsa conoscenza che aleggiano intorno a questo argomento sono infatti i motivi che hanno indotto il comitato scientifico di èStoria a proporlo come tema della prossima edizione del festival, in programma dal 17 al 20 maggio.

Quale pensa che sarà la risposta della città a questo tema data la scia di polemiche degli ultimi mesi al riguardo? Gorizia ha sempre dimostrato equilibrio e attenzione nel corso delle precedenti edizioni e anche in questo caso, al solo annuncio del tema, non abbiamo recepito nessuna voce critica o contraria. C’è stato qualche attacco su facebook ma fa parte del gioco.

«Gli scorsi anni abbiamo privilegiato materie di valenza prevalentemente storiografica mentre per il 2018 abbiamo deciso di porre l’accento su un argomento di grande attualità che potesse comunque rispecchiarsi in un atteggiamento storico che permettesse di mettere a confronto le fonti e degli storici tanto di destra quanto di sinistra: è questa la cifra distintiva del festival, un metodo cioè che abbiamo affinato nel corso degli anni e che sicuramente potrà dimostrare la propria efficacia anche per un tema così importante, dibattuto e drammatico come sono le migrazioni.»

E da parte dell’amministrazione comunale? «Interessante».

Adriano Ossola, patron della manifestazione, ci accoglie in quello che nei prossimi mesi diventerà il quartier generale del festival per raccontarci i motivi di una scelta (forse) tanto ovvia quanto, (sempre forse) scomoda. ®Le migrazioni sono insite nella natura umana ma oggi creano disequilibri mondiali accentuati. La gente avverte paura e ciò accade principalmente per la concomitanza di tre circostanze: la presenza di flussi di movimento continui, l’aumento demografico cui stiamo assistendo ovunque tranne che in Europa e Giappone e infine la presenza di una crisi che non ha smesso di far sentire i propri effetti o che, comunque, se si ritiene sia passata, ha mutato radicalmente la fisionomia mondiale. A èStoria – prosegue Ossola – l’argomento verrà affrontato in chiave internazionale: per capirci, non ci fermeremo a Galleria Bombi anche se ce l’abbiamo in casa, ma cercheremo di agevolare il confronto per capire le ragioni degli uni e degli altri.

Come si articolerà il festival? Ci saranno tre filoni principali: uno di carattere storiografico che partirà dalla protostoria, il secondo di natura letteraria per dare spazio alle narrative sulla migrazione anche in forma filmica e televisiva e infine uno giornalistico maggiormente legato all’attualità.

Potrebbe accadere qualcosa di simile a quanto si è registrato a Cormonslibri, con uno scollamento pressochè totale fra organizzatori e amministrazione? Mi sembra naturale che non ci sia stato un appoggio manifesto data la diversità ideologica. Personalmente penso che si debba dare voce a tutti, anche perchè come organizzatore mi trovo ad amministrare dei fondi pubblici: perchè quindi dovrei tagliare fuori una parte?

Se permette una battuta, i tendoni sono oggi di grande attualità. Èstoria si svolgerà sempre nei tendoni nell’area dei giardini? (Ride) Già alla fine della scorsa edizione, indipendentemente dal tema, avevamo pensato ad espandere il festival: se consente pure a me un gioco di parole, l’intento era già quello di farlo migrare in altre parti della città. Cosa si aspetta da questa edizione di èStoria? L’obiettivo che ci siamo posti è che, al termine della manifestazione, il pubblico abbia la consapevolezza che quello delle migrazioni è un problema più complesso di quanto non si possa immaginare. Quanto a noi organizzatori, cercheremo di dare voce a tutti, anche a chi da parte di certe forze politiche è ritenuto indegno di dire qualcosa: e lo faremo non con spirito di provocazione ma per dare una lettura a trecentosessanta gradi del problema, avvolto da un alto tasso di pregiudizio e di mancata conoscenza. È anche per questo motivo che abbiamo già iniziato del nostro sito a pubblicare delle interviste a figure istituzionali, del mondo della scuola, a migranti, associazioni politiche a favore e contrarie all’accoglienza.

Rispetto al passato, in cosa si differenziano gli attuali fenomeni migratori? Non ci sono mai stati numeri pari a quelli che riscontriamo oggi anche perchè il mondo è più popolato: nel 2100, le stime parlano di una popolazione pari al doppio di quella attuale. Un parallelismo potrebbe essere fatto con le invasioni barbariche, soprattutto dato il senso di timore che si registra e che, non a caso, sta portando a un boom delle vendite dei libri di storia: la gente vuol capire ed effettivamente, nei giudizi che spesso si sentono o leggono, si percepisce una scarsa consapevolezza storica del fenomeno.

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Caritas e nuovi poveri, i centri d’ascolto porta aperta per chi soffre di Manuela Ghirardi La Caritas aiuta soltanto i migranti? Niente di più sbagliaritas finanzia un datore di lavoro per assumere a termine to. L’organismo pastorale della Cei opera nei confronti di una persona”. “Un’ulteriore Opera Segno – aggiunge don tutti i bisognosi, seguendo criteri di assoluta apertura e Paolo - è l’Emporio della Solidarietà, con il quale è stato coerenza. Un atteggiamento comprovato dai fatti e dalle superato il concetto di borsa viveri: si possono scegliere i statistiche, illustrati al nostro giornale da Manuela Celotti prodotti che si preferiscono, nel rispetto della dignità della (referente regionale dell’Osservatorio diocesano povertà persona. Prima ci si reca ai Centri di Ascolto e, a seconda e risorse), don Paolo Zuttion (direttore della Caritas di delle necessità, ci si reca all’Emporio per prendere ciò che Gorizia) e Adalberto Chimera (vicedirettore) a margine serve. Anche i dormitori sono Opere Segno: a Monfalcone di un incontro tenutosi a Romans sul tema “E’ vero che ci da 3-4 anni offriamo 7 posti letto, mentre Gorizia ne offre sono dei poveri tra noi?”. di più, considerato l’insieme degli italiani poveri e dei ri“Eccome che ce ne sono – osserva Manuela Celotti – una chiedenti asilo. Alla mensa di Monfalcone le persone sono volta erano soprattutto anziani, mentre oggi, a causa della aumentate, ce ne sono una cinquantina, mentre a Gorizia crisi, l’età media è scesa e la povertà colpisce soprattutto il servizio è gestito dai Cappuccini dal 1912.” adulti e famiglie con figli a carico. Il sistema dei serviL’impegno della Caritas, insomma, supplisce alle mancanzi sociali della Regione nel 2016 ha preso in carico ben ze perchè le Istituzioni, con gli strumenti a disposizione, 62785 persone, pari al 5 per cento dei residenti. Di questi non sono purtroppo in grado di far emergere certe situasoggetti gli adulti sono stati 31186, pari al 49,7 per cento zioni. Don Paolo Zuttion e Adalberto Chimera sottolineadell’utenza totale, con un incremento dell’11,5% rispetto no come i fondi di cui dispone la Caritas arrivino dall’otto al 2015. Le persone che nel 2016 hanno beneficiato della per mille, dalle parrocchie, dalla Carigo e da donazioni di cosiddetta Mia (Misure di integrazione attiva regionale) privati. A proposito del rapporto con i poveri, Adalberto sono state 15.563, di cui molte con figli a carico, per comChimera confessa: “In alcune occasioni provo un senso di plessivi 43 mila soggetti circa. 953 nuclei familiari hanno impotenza. Se mi approccio alla povertà dicendo “sono io dichiarato un reddito Isee inferiore a 6 mila euro annui e quello che risolve il problema” non sto assumendo l’attegil 60% di queste 43 mila persone vivono con un reddito giamento migliore. Bisogna rappresentare quello strumenche non arriva ai 3000 euro annui, la soglia della povertà to che permette di dare speranza e aiuto. Alcuni hanno assoluta. Sono individui che non possono pagare l’affitto, alle spalle un grave percorso di povertà, molto spesso non le bollette, le cure mediche”. è solo la mancanza del lavoro che la causa: la crisi econo“Diversi – precisa Celotti – sono i tipi di povertà, un mica ha creato molti disoccupati, però in realtà sono stati fenomeno complesso che verte attorno alla salute, alla espulsi dal mercato del lavoro coloro che avevano meno solitudine, all’aspetto economico e alla scarsa istruzione capacità relazionali”. Don Paolo Zuttion, direttore della e che colpisce famiglie con o senza figli, anziani, disaCaritas da dieci anni, racconta: “La mia palestra più forte bili, minori. Ci sono bambini che non possono giocare è stata l’esperienza in Africa, dove ho trascorso undici la partita di calcio in trasferta perchè non hanno i soldi anni e c’è un confronto quotidiano con povertà molto più per cenare fuori come i compagni. Sono bimbi che non estreme. Qui mi sono formato, aprendo sempre di più gli possono seguire, per esempio, corsi di musica o attività occhi sulle persone che sperimentano questa sofferenza. ricreative di altro tipo perchè i loro genitori non disponIn seguito la vita mi ha portato a vivere situazioni dove gono del denaro necessario. Una famiglia con problemi l’intuizione iniziale si è approfondita, diventando “abito” economici gravi è spesso quella monogenitoriale, con della mia esistenza. Il mio modo di rapportarmi non è bimbi affidati solitamente alle madri, le quali dispongomai asettico, da “professionista della carità”: c’è sempre no di un unico reddito con cui non possono permettersi un coinvolgimento affettivo, amicale, è una cosa positiva babysitter o asili nido”. La Caritas dispone di una rete soprattutto per certi tipi di sofferenze legati non solo all’adi 42 Centri di Ascolto nel Friuli-Venezia Giulia, con spetto materiale ma anche alla povertà sociale, alla solitul’impiego di 400 volontari. I Centri si relazionano con dine, alle malattie psichiche. La vicinanza è fondamentale, le istituzioni, offrono borse viveri, sostegno economico, bisogna che vi sia sempre un coinvolgimento dal punto di vestiario. Gli utenti “intercettati” sono 5089. A Trieste e vista umano, perchè questo aiuta le persone ad uscire da Gorizia il numero di italiani e stranieri che si rivolgono ai certe situazioni. Nei paesi scandinavi come la Svezia, dove centri è abbastanza simile, mentre a Pordenone e Udine il lo Stato gestisce tutte queste problematiche, non esistono numero di stranieri è maggiore. Le fasce di età maggiorquasi persone povere, tuttavia la percentuale dei suicidi mente interessate sono quelle dai 41 ai 50 anni e dai 31 ai è altissima. Ciò significa che non basta dare una risposta 40. Tanti sono i disoccupati o sottoccupati. Gli individui meramente economica e materiale: l’uomo ha bisogno soli risultano i più penalizzati, poichè manca loro una anche di affetto, di sentirsi amato”. Ma quante persone, rete di relazioni familiari e amicali che i servizi sociali pur avendo bisogno di aiuto, si vergognano a chiederlo? non possono sostituire. Don Paolo Zuttion si sofferma “Ho l’impressione che sia un fenomeno diffuso – dice don sul ruolo della Caritas di Gorizia, di cui è direttore: “La Paolo. Alcuni di coloro che vengono in Caritas sono, per prima funzione di questo organismo, voluto da Paolo VI, così dire, “dei professionisti”, ovvero vivono di espedienti è educare le persone alla relazione, all’attenzione. La poe non hanno intenzione di uscire dal loro status. Altri vertà economica è legata alla solitudine. Papa Francesco invece si vergognano: non abbiamo modo di monitorare i ha ricordato che i poveri rappresentano una risorsa per numeri reali, però, ad esempio, la nostra azione, soprattutricreare le relazioni sociali che si stanno indebolendo. Le to tramite l’Emporio, deve essere finalizzata sempre di più nostre “Opere Segno” vanno proprio in questa direzione. I ad entrare nelle case, individuare le situazioni nascoste, Centri di Ascolto sono la porta aperta tra noi e chi soffre.” che sono le più difficili da Adalberto Chimera, vicedirettore della Caritas di Gorisostenere a causa della ritrozia, aggiunge: “La povertà è un iceberg ma cosa c’è sotto? sia a riconoscersi bisognosi Ogni cristiano deve apporre dei segni. L’ascolto è il primo. di aiuto. E’ una realtà che I Centri orientano e accompagnano la persona appogpurtroppo esiste, va portata giandosi a tutte le reti sociali disponibili. Spesso si ascolta allo scoperto e affrontata.” assieme all’assistente sociale che viene sempre attivato: si verificano infatti anche casi di dipendenza da alcool, ©RIPRODUZIONE RISERdroga o gioco oppure persone vittime di patologie mentali VATA o gravemente emarginate. Altre “Opere Segno” sono il microcredito, un prestito restituito a tassi di interesse bassi, e il fondo straordinario Famiglie in Salita, tramite cui la Ca- Migranti e italiani assistiti dalla Caritas pranzano all’aperto 3

nello spiazzo antistante il convento dei Cappuccini


Blasfemia: il caso di Mashal Khan

delle minoranze cristiane Shabhaz Bhatti. La legge anti-blasfemia del Pakistan è stata posta sotto riflettori. Nel 2017 Aasiya è ancora in prigione in attesa del suo ultimo ricorso alla Corte Suprema. Nonostante la pressione internazionale, la sua possibilità di essere perdonata o di essere rilasciata è molto fragile, dal momento che gli islamisti vogliono che lei venga impiccata per farne un esempio per i cristiani bestemmiatori. L’evoluzione delle leggi sulla blasfemia in Pakistan è una storia abbastanza interessante. Nel 1986 la legge sulla blasfemia, che è una reliquia coloniale legislativa antecedente alla partizione dell’India, è stata modificata sotto il governo militare del generale Ziaul Haq includendo la pena di morte. Nel 1991, la Corte federale shariat del Pakistan ha revocato l’opzione per l’ergastolo, prescrivendo la morte e una multa pesante come pene obbligatorie. Prima del 1986 erano stati sgnalati solo 14 casi di blasfemia, ma dopo il cambiamento legislativo, i casi di blasfemia sono aumentati drammaticamente, con 1274 persone accusate di blasfemia tra il 1986 e il 2010 e oltre il 50% di tali casi hanno coinvolto cristiani o musulmani Ahmadiyya, che assieme a una piccola popolazione indù, costituiscono circa il 3% dell’intera popolazione del Pakistan. I sostenitori dei diritti umani hanno evidenziato il modo in cui le leggi sulla blasfemia del Pakistan fanno rispettare l’ortodossia della religione di Stato ai pachistani a scapito dei diritti umani dei membri delle fedi delle minoranze. Essi hanno hanno anche notato che, sebbene inizialmente concepiti e costruiti per promuovere l’armonia in una società pluralistica (l’India prima della sua divisione), tali leggi creano disarmonia sociale e incoraggiano gli estremisti religiosi. Le leggi sulla blasfemia sono usate in Pakistan per indirizzare i non credenti, le minoranze religiose e i musulmani dissidenti e per regolare le vendette personali. Mentre diverse persone sono state condannate a morte per blasfemia, nessuno è stato ancora giustiziato attraverso i tribunali. Oltre 60 persone accusate di blasfemia sono state uccise prima che i loro rispettivi processi fossero finiti. Almeno 19 persone sono rimaste nel braccio della morte dopo essere state condannate in base alla legge sulla blasfemia e centinaia sono in attesa di processo. In otto paesi islamici su 54 c’è la pena di morte per aver insultato il Santo Profeta dell’Islam. Queste leggi sono un potente strumento per i partiti politici islamci non solo per intimidire le voci liberali e laiche che sono critiche nei confronti della loro politica religiosa, ma anche per ottenere più potere di strada attraverso i vigilantes e la violenza della folla. La cultura anti-blasfemia è legata alla coltivazione dell’estremismo islamista. La “cultura anti-blasfemia” islamica viene persino sentita nelle nazioni occidentali dove gli islamici hanno ucciso o tentato di uccidere bestemmiatori non musulmani. Francia, Danimarca e Paesi Bassi sono solo tre paesi laici occidentali che hanno visto il sangue versato per blasfemia contro l’Islam. Con l’avvento dei social media, il governo del Pakistan ha introdotto una nuova serie di restrizioni per frenare la blasfemia e il dissenso. Il contenuto blasfemo su Internet viene regolarmente monitorato e bloccato. Quest’anno almeno un uomo è stato condannato a morte con la pubblicazione di materiale blasfemo su Facebook e altri quattro sono stati accusati di recente di un tribunale anti-terrorismo per aver presumibilmente caricato contenuti blasfemi sui social media. Sorprendentemente, non vediamo alcun blocco o accuse contro i siti web jihadisti violenti che operano liberamente in Pakistan. Il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha intimato al Pakistan di porre fine alle sue leggi sulla blasfemia e fare di più per proteggere le minoranze religiose. Le leggi sulla blasfemia del Pakistan favoriscono un ambiente di intolleranza e impunità e portano a violazioni di un’ampia gamma di diritti umani (libertà di espressione, libertà di religione, libertà dall’arresto e dalla detenzione arbitrari; diritto a un giusto processo; libertà dalla tortura).L’effetto complessivo è una grave erosione dello stato di diritto stesso, con la polizia e le corti apparentemente in balia degli estremisti islamici.

di Ismail Swati Mashal Khan era un mio amico di 26 anni, studiava giornalismo all’Università Abdul Wali Khan nella città settentrionale di Mardan. Si è descritto su Facebook come un umanista e i suoi post sui social media rivelano un giovane interessato alla promozione dei diritti delle Mashal Khan donne e una netta opposizione al razzismo. La sua stanza nel campus universitario era decorata con manifesti di Che Guevara e Karl Marx, così come con slogan tipo “La libertà è il diritto di ogni individuo”. Il 13 aprile 2017 una folla di centinaia di studenti ha sfilato attraverso il campus universitario cantando slogan religiosi alla ricerca di Mashal Khan. Non è chiaro cosa abbia scatenato esattamente le loro accuse di blasfemia. Un rapporto Reuters ha fatto riferimento a un custode dell’ostello che avrebbe affermato che il giorno precedente Mashal Khan era stato coinvolto in un acceso dibattito sulla religione con altri studenti. In una confessione alla polizia che è trapelata sui media, uno degli studenti accusati di far parte della folla ha affermato di aver a lungo accusato il signor Khan e due dei suoi amici di “vedute antislamiche”. Il sospettato afferma di essere stato chiamato a un incontro la mattina dell’attacco per discutere della presunta blasfemia di Khan con altri studenti e docenti. Era presente anche uno degli amici di Mashal Khan all’incontro ed è stato anch’egli accusato di blasfemia. Secondo lui il signor Khan è stato prelevato dal suo dormitorio da una folla che lo ha spogliato e picchiato, poi gli ha sparato barbaramente, dopo di che il video della sua uccisione è stato pubblicato anche sui social media. L’estremismo religioso nel paese è al massimo livello; infatti quando il cadavere di Mr. Khan è stato portato nel suo villaggio anche l’Imam locale ha negato la cerimonia funebre. Dopo le indagini della polizia, non sono state trovate prove di blasfemia contro di lui; alle 56 persone della folla nulla è accaduto e nulla accadrà, perché anche per i giudici è una decisione difficile sfidare i principi religiosi. Abbiamo avuto molte storie di Blasfemia in passato, per cui sono stati uccisi politici, minoranze, attivisti, ecc.

Blasfemia: un reato punito con la pena capitale in Pakistan di Rafique Saqib Nel novembre 2017 Islamabad, la capitale del Pakistan, è stata paralizzata da blocchi stradali e proteste da parte di un partito islamico marginale che sosteneva di essere l’unico protettore dell’onore del Profeta. L’esercito non ha agito contro i manifestanti violenti, ma è venuto a patti con essi, soddisfacendo le loro richieste di licenziare il ministro autore della proposta di apportare un piccolo cambiamento nel testo del giuramento elettorale per i parlamentari con riferimento alla finalità del Profeta Muhammad. Un generale dell’esercito è stato mostrato in TV mentre distribuiva ai manifestanti denaro per il viaggio di ritorno. Il ministro Zahid Hamid si è immediatamente scusato e ha chiamato in causa un errore del clero, ma gli islamisti sono scesi in piazza accusandolo di blasfemia. Alla fine si è dimesso per paura di perdere il lavoro. Nel 2009, una madre cristiana di cinque figli, Aasiya Bibi, è stata arrestata e accusata di blasfemia. Nel 2010, Aasiya è stata condannata a morte per “aver insultato il Profeta”. Il caso di Aasiya ha attirato l’attenzione internazionale non solo per il caso poco convincente montato contro di lei, ma anche per gli omicidi di due politici associati al suo caso, il governatore del Punjab Salman Taseer e il ministro

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La storia di Alì, il figlio delle nevi con gli occhi a mandorla di Vincenzo Compagnone La ragione per cui Muhammad Alì, richiedente asilo ospite a Gorizia, classe 1984, ha gli occhi a mandorla, la spiega lui stesso. Chi vive nella provincia del Gilgit Baltistan, territorio a nord del Pakistan tra le altitudini estreme della terra, ha antenati d’oltreconfine. Un po’ come da noi, insomma, solo che lassù il confine è (anche) con la Cina. A raccontare la storia di Alì è stata la blogger Martina Luciani, nell’ultimo numero della rivista Alpinismo goriziano, parlandone poi con la nostra redazione.

della sua vita e memorie di ciò che ha di più prezioso al mondo, e che rendono il cellulare un patrimonio inestimabile. E’ stato allora che l’allegria nei suoi occhi si è dissolta: la nostalgia è peggio degli spiriti che si annidano nei crepacci dei ghiacciai, e lo è ancor di più quando è fioca la speranza di dare un senso al presente. Alì – conclude Martina – vuole lavorare, se lavori il pensiero sta fermo e non corre continuamente a casa. Non sarà facile, ma la tenacia di montanaro varrà pur qualcosa a sfidare la sorte e le avversità”.

“La ragione per cui gli occhi a mandorla di Alì sprizzano scintille di luce e allegria contagiosa non è invece spiegabile, dati i motivi che l’han portato a chiedere da noi protezione per la sua vita, asilo e futuro – osserva Martina – lasciando alle cure dei parenti una giovane moglie, due bambini, una casetta dipinta di verde con un grande albero di mele accanto, non lontana da un piccolo lago incantato che si chiama Shangrila”.

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Noorzai Wali, un ragazzo dalle mille sorprese di Renato Elia

Martina Luciani ha incontrato Alì insieme con il fratello Andrea, Marko Mosetti e Carlo Tavagnutti. Faceva da interprete Abdul, il giovane afghano che, ottenuto l’asilo, vive a Gorizia facendo il mediatore culturale. “Nella sua terra – ricorda Martina – a Skardu, 2400 metri e rotti sopra il livello del mare, Alì faceva il lamtanpa (guida turistica, portatore e l’aiuto cuoco per le spedizioni alpinistiche), e ha anche lavorato alla costruzione del Museo dedicato alle imprese alpinistiche italiane in Karakorum. Da bambino portava a pascolare le pecore guardando i profili immensi dei 7000 e 8000, tra Karakorum, Hindu Kush e Himalaya pakistani, le vette più ambite da qualsiasi alpinista al mondo. Poi ha battuto impervi tracciati per raggiungere campi base arroccati sotto il K2, il Nanga Parbat, l’Everest, portando in spalla i 25 chili “contrattuali” oltre ai suoi effetti personali, in scarpe da ginnastica su ghiaccio e roccia per la semplice ragione che non gli era possibile detrarre dal proprio guadagno i soldi per comperarsi degli scarponi”.

Noorzai Wali

Ho conosciuto Noorzai, detto Kakò, nel 2015 in Jungle (parco Isonzo Campagnuzza). L’ho ritrovato poi al Nazareno ed è qui che assieme abbiamo abbiamo dato vita alla scuola di “cultura democratica”.

“Noi abbiamo molto rispetto per gli alpinisti – ora è Alì che parla -, il Pakistan non ha mai fatto niente per i nostri villaggi, non abbiamo medici e non abbiamo scuole. Le spedizioni spesso forniscono aiuti, e quando ripartono poi li mandano dall’Europa attraverso le Ong”. Martina Luciani dice di aver mostrato ad un commosso Alì le foto di un vecchio libro, Gasherbrum 4 di Fosco Maraini, che ritraevano portatori in fila, curvi sotto i carichi, sui ghiacci del Baltoro o in bilico sulle creste, oltre a cuspidi e immense prospettive che il giovane del Baltistan riconosceva con tenerezza. E, ancora, volti, sguardi pensierosi, aperti sorrisi datati 1959 ma che ad Alì apparivano familiari, perché erano del suo popolo, i Baltì, chiamati da Maraini “i figli delle nevi. “Alì ci ha svelato – continua Martina - che lui conosce alcuni uomini del suo villaggio che sono arrivati in cima all’Everest senza ossigeno, e che per lui guardare le vette è semplicemente osservare le forme di Dio. Poi il giovane ci ha fatto vedere le foto che conserva sul cellulare, frammenti Muhammad Alì

Noorzai era analfabeta, aveva sempre lavorato per dare sostegno alla sua povera famiglia; schivo per natura, ha potuto con me sperimentare i rudimentali dell’arte pittorica. Si è subito interessato a questo gioco e ha chiamato altri ragazzi a partecipare all’ora di incontro. La prima firma, grazie al mio aiuto, Noorzai l’ha posta sulla sua prima opera. Da quel momento ha iniziato un suo personale percorso di crescita; un nuovo mondo da conquistare si è aperto davanti ai suoi occhi. Grazie a Noorzai, insieme ad altri ragazzi, Shams Nasiri, Abdul Jabar Mohammad Jawad, Rahaman Armani, Sarware Hussaini e Amiin Anwarm, nel novembre 2016 abbiam presentato, presso la Prefettura di Gorizia, “La Famiglia Allargata” Immigrazione, integrazione e sviluppo culturale: esperienze del territorio. Noorzai ora, dopo lo Sprar, parla un discreto italiano, negli ultimi tempi si è trasferito in Turchia per lavoro e nei giorni scorsi mi ha informato che per fine anno, finalmente, ritornerà in Afghanistan per salutare la mamma. Poi ritornerà in Italia per far visita ai suoi amici di studio. Alcuni dei ragazzi del programma culturale “La Famiglia Allargata” oggi lavorano in Italia e sono sempre in contatto con il nostro centro studi.

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Al centro i diritti delle persone: un viaggio nel variegato mondo del volontariato goriziano di Eleonora Sartori Assistenzialismo? Buonismo? No, il volontariato oggi è molto di più: una lente di ingrandimento su un fenomeno complesso, quello delle migrazioni, che i cittadini conoscono poco o nulla. Se da una parte vi è la diffusa tendenza a non volersi informare, complici pigrizia, paura, rassegnazione, dall’altra si assiste al sottrarsi delle Istituzioni coinvolte a una delle responsabilità più stringenti: spiegare come stanno le cose. Certo, la faccenda è piuttosto complicata, governata da fattori posti a livelli diversi (transnazionali, nazionali, regionali e locali), ma il timore è che non vi sia la volontà di renderla nota e chiarirla una volta per tutte. Se io, cittadino, non conosco, non riesco nemmeno a comprendere quale sia l’anello della catena che salta, quindi non sono in grado di attribuire correttamente le responsabilità. Questa situazione probabilmente sta bene a molti, ma non ai volontari che da anni sono sul campo e, parlando, osservando, dando conforto hanno ricostruito il puzzle del fenomeno migratorio, pur con punti di vista e approcci molto diversi, a volte anche conflittuali, ma accomunati dalla volontà di riportare al centro della questione i diritti delle persone. Con Monica Musina dell’Associazione “Insieme con Voi” e volontaria dal 2014, ripercorriamo le tappe principali dell’”emergenza” migranti. Monica, quando e perché sei diventata una volontaria? Sono diventata una volontaria attiva dopo la chiusura di Campo Francesco; precedentemente mi ero recata qualche volta nella tendopoli, ma il mio impegno è iniziato dopo. Ho sentito l’esigenza di mettermi in gioco, per capire in prima persona, senza inseguire i titoli dei giornali, e quindi per dare il mio piccolo apporto al fine di migliorare una situazione critica da molti, troppi punti di vista. Insieme ad alcuni volontari della prima ora nei primi mesi del 2015 è stata fondata l’Associazione “Insieme con Voi”, quando abbiamo sentito l’esigenza di rendere più efficiente l’organizzazione tra le persone che già erano operative: siamo una piccolissima realtà solidale che nel tempo è riuscita a stabilire buoni rapporti con i diversi attori nel campo dell’accoglienza, sia localmente che in regione ed oltre. Da allora tu hai percorso tutte le tappe di questa drammatica situazione. Ci aiuti a ricostruire le più salienti? Successivamente alla chiusura di Campo Francesco, avvenuta a fine ottobre 2015, le persone continuano ad arrivare e vengono sistemate al dormitorio di via Faidutti e al Nazareno, diventato Cas. Molte, inoltre, ritornano a dormire sul fiume. Condizioni meteorologiche avverse portano successivamente all’apertura di un capannone in Viale Trieste in cui in pochi giorni trovano rifugio 120 persone, situazione insostenibile considerata la presenza di un solo bagno. Seguono trasferimenti in altre Regioni d’Italia e nell’area rossa dell’ex CIE: insomma si continua a navigare a vista e a lavorare sull’emergenza, finchè il Vescovo, per l’emergenza freddo, autorizza l’utilizzo della Parrocchia della Madonnina. Nella sala comune vengono ospitate fino a 200 persone. Con la bella stagione i flussi riprendono e il copione si ripete tale e quale a prima, con persone che dormono fuori. Ecco, dunque, che a fine 2015 entra in scena Medici Senza Frontiere con un intervento umanitario: dapprima erige un tendone riscaldato all’esterno della Parrocchia quindi, verificato il consistente arrivo dei richiedenti asilo dalla Rotta Balcanica, costituisce un HUB: HUB che nelle intenzioni avrebbe dovuto sopperire alla mancanza istituzionale di una primissima accoglienza. Visti i numeri, con il tempo non riesce ad assorbire tutti gli arrivi, motivo per cui dagli inizi di novembre 2016 molte persone appena arrivate ritornano a dormire in strada. Una nuova emergenza freddo induce Caritas ed aprire il cosiddetto bunker, un seminterrato riscaldato nell’area del San Giuseppe, chiuso nel maggio 2017.

Proprio in quell’occasione mi sono resa conto di quanto poco i cittadini goriziani conoscessero la situazione dei migranti in città. Tutti si ricorderanno la triste “sfilata” per il centro che i migranti hanno fatto scorati dalla polizia una volta chiuso il bunker. Le persone li hanno fotografati, filmati; si è temuto un’invasione, ma in realtà queste persone c’erano già prima, solo che non erano visibili… Esattamente quello che sta accadendo ora: siccome non dormono più nel Parco della Valletta o in Galleria Bombi sembra non esistano più, invece ci sono e continuano ad arrivare quotidianamente seppur talvolta in maniera discontinua. Insomma, la situazione si ripete uguale a sé stessa, ma le persone? Hai notato cambiamenti per quanto riguarda gli arrivi? A parte una flessione nei flussi registrata a marzo 2016, in conseguenza dell’accordo tra l’Europa e la Turchia che ha chiuso la rotta balcanica, gli arrivi sono sempre stati costanti, dal Nord Europa ma anche dalla stessa rotta balcanica: percorrerla è diventato sicuramente molto più difficile, lungo e rischioso, a causa di respingimenti brutali da parte delle polizie di frontiera, caccia all’uomo da parte di bande paramilitari bulgare, ungheresi e non solo, che nella sostanziale impunità continuano a picchiare e derubare i pochi beni di questi migranti, troppo spesso ragazzini soli che vediamo arrivare in città laceri e talvolta con ancora addosso i segni delle violenze. Quali pensi possano essere gli scenari futuri? E’ il terzo inverno consecutivo che si sente parlare di emergenza migranti, a breve chiuderà la Commissione territoriale a Gorizia, quindi bisognerà attendere per vedere se effettivamente gli arrivi diminuiranno o resteranno stabili come succede a Pordenone tanto per fare un esempio. A mancare, oggi come tre anni fa, è la volontà di strutturare una primissima accoglienza da parte delle Istituzioni, in primis quelle locali che, a parte gli sgomberi, nulla hanno voluto proporre, rifiutando anche l’allestimento di un paio di bagni chimici per le persone in strada nel nome di un supposto “fattore d’attrazione”, cosa che sinceramente potrebbe sembrare tanto strumentale quanto ridicola... Come intendi il tuo ruolo di volontaria e cosa vorresti dire alle persone che ancora non conoscono bene il vostro operato? E’ bene che si sappia che il nostro non è mero assistenzialismo. Certo, coperte, vestiario e cibo sono necessari ma non sufficienti; la nostra vuole essere anche un’azione di advocacy, cioè dare voce a chi non ne ha, perchè spesso non al corrente di quali siano i propri doveri ma anche i propri diritti. Qualche volta siamo costretti a rapportarci con chiusure ideologiche dovute principalmente alla non conoscenza reale del fenomeno in tutta la sua complessità, e per questo, per quanto possibile, vorremmo continuare a proporre incontri informativi nelle scuole e nelle locali sedi universitarie, ma anche momenti di incontro informale con i cittadini goriziani, perchè crediamo che una città così bella, che noi amiamo, non meriti di rinchiudersi nei recinti dell’intolleranza, anche per la sua storia di confine.

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La Rotta balcanica


Mauro Chiarabba de l’Altra Voce, ci parla di una situazione parallela a quella “Istituzionale”, la jungle Mauro, da quando sei volontario? Mi occupo di rifugiati e migranti da un anno. Mi sono trasferito in Friuli nel 2000, ho abbandonato l’impegno politico, ho messo su famiglia e contemporaneamente alla prima emergenza profughi a Udine dovevo fronteggiare un’emergenza lavorativa e di sopravvivenza, la mia. Superata la crisi personale, con un’amica ci siamo messi a recuperare frutta e verdura al mercato all’ingrosso, quella invenduta e destinata al macero, e a distribuirla in un quartiere popolare di Udine. Abbiamo saputo da Facebook che Serena Visentin cercava cibo e da quel momento, gennaio febbraio 2017, ho cominciato a frequentare la jungle di Gorizia. All’epoca ancora non conoscevo nessuna realtà associativa italiana o straniera, ero solo io e i ragazzi. Cosa mi dici di loro? Mi son ritrovato immerso in un vortice di sentimenti, di drammi, di disperazione. Ho cominciato cosi, portando in jungle cassette di insalata, cavoli, fagiolini. All’inizio mi aiutavano Shams e Fahim, due ragazzi che sono stati al Nazareno per tanto tempo. Mi facevano da mediatori, mi dicevano chi aveva più bisogno, si sono esposti, hanno rischiato, il tutto per portare verdura, cibo e pochi vestiti. Distribuivamo tutto di nascosto e velocemente per paura della polizia, come se avessimo droga o armi. Tu hai ricevuto diverse critiche per il tuo modo di intendere il volontariato… Devi passare del tempo in jungle e allora tutte le critiche che ti piovono addosso non hanno più senso. Se noi, società evoluta europea, abbiamo ridotto centinaia di persone a sopravvivere così, la responsabilità e colpa sono nostre e non loro. Ogni volta che vengo a Gorizia penso a “Se questo è un uomo” di Primo Levi: ormai l’Europa e l’Italia sono tornate prepotentemente naziste e fasciste, esportano guerre, distruzione e sfruttamento in tutto il mondo, sono responsabili del genocidio di intere popolazioni. I nostri governi fanno di tutto per non far arrivare i migranti e quelli che arrivano vengono trattati in modo vergognoso. Fermiamoci sulla parola responsabilità… Mi son sempre chiesto come abbiamo potuto far sviluppare e consolidare le jungle, parlo di noi persone di sinistra, mondo cattolico sensibile alla questione, perché la responsabilità è anche nostra. Le jungle esistono da anni, i migranti ci vanno sia per necessità, sia perché è l’unico posto dove possono stare senza essere malvisti dalla popolazione. A Gradisca non c’è uno straccio di integrazione, a Gorizia, esclusi i ragazzi del Nazareno, nemmeno. Fino a maggio la jungle di Gorizia era frequentata mediamente da circa 60-70 persone ogni giorno, c’erano 8 - 9 postazioni cucina. Ogni tanto passava la polizia, una volta hanno distrutto una capanna; italiani ostili passavano, buttavano il cibo nel fiume e spaccavano pentole e piatti. Immagino tu abbia informato altre realtà dell’esistenza di questa situazione Certo, ma alla fine il problema ero io e i miei amici che portavamo aiuti in jungle e temo lo sia tutt’ora. Noi de l’Altra Voce non siamo un’associazione; l’Altra Voce è nata per dare appunto voce e visibilità ai tanti pakistani e afgani che transitano in zona e ai problemi relativi alla loro accoglienza. Se le cose funzionassero noi racconteremmo cose positive, invece ci ritroviamo sempre a raccontare cose negative, non siamo polemici per partito preso, noi constatiamo che i progetti Sprar sono un bluff, meno della metà dei comuni friulani aderisce, che la prefettura di fatto non vuole migliorare la situazione, pensiamo che l’imminente chiusura del Cara costituirà un ulteriore peggioramento per Gorizia. Come pensi sia possibile migliorare la situazione e la gestione? Penso che con una migliore organizzazione e trasparenza si possa Jungle a Gorizia fronteggiare questo

periodo storico catastrofico. Anche per quelli fuori accoglienza. Con una effettiva collaborazione fra tutte le realtà, abbandonando personalismi e opportunismi, con più umiltà. La rete di accoglienza del FVG a mio avviso dovrebbe abbandonare la linea del basso profilo, del meglio quello che niente, se al Cara si sta male si sta male, se nel tendone ora si sta male si sta male. Tutto il sistema dell’accoglienza è gestito male, se invece di affidarsi a ditte esterne che preparano i pasti si facessero delle cucine e mense interne alle strutture, facendo cucinare gli stessi profughi, sarebbe molto meglio e pure più economico. Cosa mi dici del Cara? Noi sappiamo quello che ci raccontano i ragazzi, che il riscaldamento in alcune zone non funziona, che l’acqua calda non c’è, che il mangiare è indecente, che sono in media sempre 600, che vengono cacciati ragazzi anche senza colpe, che sono abbandonati a loro stessi, che al posto del Cara aprirà un Cpr. Cosa ti spinge a fare quello che fai? Non voglio essere complice di questo sistema, è il mio modo di protestare e come dice un amico di Pordenone “il mondo è in guerra e noi siamo nelle retrovie e dobbiamo decidere da che parte stare”. Giannino Busato, ex primario di Anestesia e Rianimazione dell’Ospedale di Gorizia, si sofferma sulla difficoltà del volontariato in assenza delle Istituzioni. “Il volontariato è difficile perché difficile è gestire una comunità che non è una comunità”: sono le parole di Giannino Busato, ex primario di Anestesia e Rianimazione dell’ospedale di Gorizia, impegnato con la moglie Sonia Ardit nell’assistere i migranti, prima in galleria Bombi, successivamente al Pastor Angelicus e al tendone (per quanto possibile). Sì, perché in assenza delle Istituzioni, al volontariato si chiede proprio un ruolo di gestione, non sussidiario e ciò è evidentemente insostenibile, soprattutto avendo a che fare con migranti che cambiano in continuazione con cui non è possibile pianificare alcunché. I migranti ora non dormono più in galleria e questo è senza dubbio un bene, ma la situazione creatasi al Tendone non è delle migliori. “Oltre al fatto che la struttura ha dimostrato di avere dei problemi strutturali notevoli, è stata imposta una disciplina che nasce, a mio avviso, da paletti posti da chi è ostile” continua il dottore. “Prima che il tendone venisse installato si riuscivano a creare delle relazioni umane, che erano molto importanti, cosa che ora non si riesce più a fare. I migranti ci percepivano come persone che davano sostegno senza chiedere nulla in cambio, con modalità più flessibili e meno controllate. Spesso, infatti, a creare diffidenza è proprio il timore di essere controllati, la paura di avere qualcosa fuori posto che possa vanificare tutti i sacrifici fatti fino a quel momento. E’ una situazione che io posso comprendere e che probabilmente sta anche alla base di una certa ostilità percepita nei confronti di un’Istituzione come la Croce Rossa. Registrare, schedare, etichettare sono azioni che ti mettono sul chi va là. Dobbiamo comprendere che il fenomeno migratorio è come uno Tsunami che noi, società occidentale, abbiamo scatenato con l’imperialismo, le politiche di sfruttamento delle risorse… Quello che possiamo fare ora è aggrapparci ad una palma e cercare di gestire qualcosa che non è arrestabile”. Il dottore parla con cognizione di causa, avendo lavorato come cooperante in diversi paesi dell’Africa, dall’Uganda al Sudan, alla Repubblica Centroafricana. E alla domanda se esista un comune denominatore tra il ruolo da volontario in quei paesi e il ruolo di volontario a Gorizia con i migranti, non ha dubbi: “Si tratta di due situazioni completamente diverse. I paesi in cui sono stato sono poveri ma le persone che vi abitano per quanto poco hanno qualcosa, una casa, gli affetti. Il cooperante è rispettato e soprattutto è collegato a Istituzioni che lo supportano. Qui a Gorizia abbiamo a che fare con persone che non hanno assolutamente nulla e vivono nella più totale precarietà esistenziale.

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Le pagelle del mese: chi sale e chi scende di Vincenzo Compagnone Ettore Romoli, ex sindaco di Gorizia – Boccia senza mezzi termini la decisione del suo successore, Rodolfo Ziberna, di riaprire al traffico la galleria Bombi (da marzo, spesa prevista 70 mila euro di danaro pubblico). “senza nessuno studio particolare, sull’onda emotiva della presenza dei migranti che vi pernottavano all’interno”. Per Romoli, da sempre amante di una Gorizia bella, ordinata e pulita, “l’effetto scenico della striscia in cemento che taglierebbe in due piazza Vittoria sarebbe imbarazzante, ed è impensabile che la Soprintendenza non intervenga”. Coerente. Voto: 8. Maia Monzani, attrice – La novantenne First Lady del teatro goriziano nobilita con una performance strepitosa “Le ultime lune” di Furio Bordon (un testo che parla di vecchiaia… ma quale vecchiaia?) nell’ambito del 27° festival “Castello di Gorizia-premio Macedonio”. Standing ovation da parte dei 200 spettatori che gremivano il Kulturni Dom per l’omaggio alla carriera di questa straordinaria interprete voluto dal Terzo teatro, e consegna finale dei “Tre soldi Goriziani” da parte dell’amministrazione comunale. Lunga vita a Maia… in attesa di altre perle. Voto: 90 e lode. Lorenzo Glessi, nuotatore – L’Udinese tiene botta nel massimo campionato di calcio dal 1995, l’Alma Trieste naviga a gonfie vele nella serie A2 di basket, Il Pordenone calcio sfiora l’impresa in coppa Italia contro l’Inter a San Siro facendosi apprezzare da mezza Italia in tv. Relegate le discipline di squadra ad alto livello nell’album dei ricordi (ma quanta nostalgia di stadi e palestre pieni) la Gorizia sportiva si consola con le sporadiche imprese di qualche singolo, come il prode “SquaLox”, argento ai campionati assoluti open in vasca corta. Chi si accontenta gode… o no? Voto: 7,5.

Fiera di Sant’Andrea – Il freddo c’entra poco, c’è sempre stato. La più classica delle manifestazioni goriziane ha fatto registrare un clamoroso flop: “bancarelle miserrime – ha sottolineato in un’interrogazione consiliare il capogruppo forzista Fabio Gentile, va ripensata come evento, articolandola da venerdì a domenica e se necessario sospendendola per un anno, per non lasciare che decada d’interesse”. E anche i giostrai ci hanno messo del loro con prezzi spesso non alla portata di ragazzi e famiglie (8 euro per un giro sul King di piazza Battisti). Fiera sfiorita. Voto: 4,5. Gianmarco Zotter, presidente mandamentale Ascom – Si oppone alla tradizione ormai consolidata dei parcheggi gratis durante le feste di Natale, e il Comune, un po’ supinamente, si adegua. Dice Zotter: “I parcheggi gratuiti portano a una rapida saturazione degli stalli e non si crea il ricambio di posti”. Qualcuno gli spieghi che, fatti gli acquisti, la gente se ne va, e che questa scelta era nata proprio dal proposito di rilanciare il commercio cittadino. Poi non lamentatevi se la gente per lo shopping prende d’assalto il Tiare di Villesse. Voto: 5. Gianni Cavallini, ex direttore sanitario dell’Azienda sanitaria – Colpito e affondato dal primo siluro interno lanciato dal nuovo direttore generale Antonio Poggiana, che ha chiamato al suo posto Lidia Di Stefano, proveniente addirittura dall’Asl di Viareggio. Che fra Poggiana, e Cavallini (che se ne torna al Dipartimento di prevenzione) i rapporti non fossero idilliaci, si sapeva, e non vogliamo entrare nel merito. Spiace per il direttore “defenestrato”, persona capace e sensibile, sempre attento alla situazione igienico-sanitaria legata alle precarie condizioni di vita dei migranti senzatetto. Voto: 6 di stima.

Colpaccio della preside Anna Condolf (e della sempre attivissima prof Rosy Tucci) che, per la IV edizione della Notte nazionale del Liceo classico, evento culturale promosso in contemporanea con gli altri licei italiani venerdì 12 gennaio dalle 18 alle 24 nella sede di viale XX settembre, si è assicurata una partecipazione di notevole spicco, quella del cantautore veronese Massimo Bubola. Bubola, già collaboratore di Fabrizio De Andrè oltre a scrivere brani per i propri album, ha pubblicato di recente il suo secondo libro (del quale parlerà ovviamente il 12 gennaio, oltre a interpretare le sue canzoni più significative), intitolato “Ballata senza nome – La Spoon River della Grande guerra”. Un tema particolarmente attuale viste le celebrazioni per il centenario della primo conflitto mondiale, che si sofferma in particolare su una vicenda che tocca da vicino anche Gorizia e dintorni. Il libro è ambientato infatti, il 28 ottobre del 1928, in una chiesa, la basilica di Aquileia, che è una delle più antiche della cristianità. Una donna, Maria Bergamas di Gradisca, designata dalla commissione parlamentare istituita per la scelta e le celebrazioni del milite ignoto, deve indicare quale tra le undici bare di soldati senza nome (i resti sono stati esumati nei principali teatri di battaglie sul fronte italiano) dovrà essere trasportata a Roma per essere inumata nell’Altare della Patria al Vittoriano. Maria era stata scelta in quanto madre di un soldato irredento, Antonio, che – arruolato nell’esercito austriaco, nel 1916 disertò ed entro a far parte volontario nel Regio esercito come sottotenente. Ma non molto tempo dopo il giovane, che aveva 25 anni – mazziniano, con simpatie futuriste – fu ucciso in un combattimento alle falde del monte Cimone, sull’alto-

piano di Asiago, e il suo corpo non venne più ritrovato. Non molti sanno che il 18 ottobre del 1921 le prime otto casse contenenti i resti mortali di altrettanti soldati dispersi, senza nome e irriconoscibili, sistemate in un primo momento nel piccolo tempio del Castello di Udine (dove aveva sede la Commissione per il reperimento delle salme) furono trasportate nella chiesa di Sant’Ignazio a Gorizia, “raggiunte” successivamente dalle ultime tre. Al loro ingresso in città, dal castello di Gorizia una batteria d’artiglieria esplose 21 salve d’onore. Ciascun affusto di cannone su cui erano state sistemate le bare era trainato da sei cavalli. Il corteo attraversò tutta la città fino a piazza Vittoria. Il 27 mattina le 11 bare furono caricate su altrettanti automezzi e portate a spalla nella basilica di Aquileia. Il 28 si svolse la solenne cerimonia funebre: 4 medaglie d’oro (fra cui Aurelio Baruzzi, artefice della “presa di Gorizia”) accompagnarono Maria Bergamas davanti alle bare. La donna gettò il suo scialle sulla seconda. La salma prescelta venne messa in una cassa e, alle 15, mosse verso la stazione ferroviaria dov’era pronto un convoglio speciale. La banda suonò La leggenda del Piave. Il viaggio Aquileia-Roma durò 4 giorni: il treno, procedendo a velocità ridottissima tra due ali di folla, si fermò in 120 stazioni dove fu riempito con oltre 1500 corone. Il 4 novembre la bara venne collocata nel Vittoriano, nella più importante cerimonia nazionale nella storia dell’Italia unita. Nello stesso giorno i 10 commilitoni del milite ignoto furono sepolti nel cimitero retrostante la basilica di Aquileia dove, alla sua morte, nel 1953, fu tumulata anche Maria Bergamas. (vi.co.)

La Notte del Classico con Bubola e il suo libro sul Milite Ignoto

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Saba a Villa San Giusto, gli ultimi giorni di un uomo solo di Vincenzo Compagnone Strano che si sia aspettato 60 anni per rendere omaggio, a Villa San Giusto, a Umberto Saba, il grande poeta triestino che trascorse gli ultimi nove mesi di vita nella casa di cura dei Fatebenefratelli, dove si spense a 74 anni il 25 agosto 1957. Alla fine dello scorso novembre, per iniziativa del Comitato di Gorizia della Dante Alighieri, presieduto da Antonia Blasina, su una parete dell’atrio è stata apposta una lapide con un verso della poesia “Ulisse”, contenuta nel “Canzoniere”.

tutti rigorosamente firmati. Nella sua stanza c’era un gran disordine, pacchi di libri e manoscritti. Al mattino trovavano il cestino traboccante di carte appallottolate, fra cui poesie scritte su foglietti volanti. Con Pino Marte, l’altro “confidente” di Saba era il caporeparto fra Erminio Turinelli: siccome portava una tonaca nera, il poeta gli dedicò una poesia scherzosa intitolata “Il merlo”. Saba riceveva poche visite. Ogni tanto venivano da Roma la figlia Linuccia, con lo scrittore e pittore Carlo Levi, e due amiche da Trieste. Una volta alla settimana arrivava l’arcivescovo di Gorizia Ambrosi, con cui chiacchierava volentieri. Il giorno dopo la morte del poeta Linuccia giunse a Gorizia alle 11, accompagnata da Levi, che eseguì diversi schizzi delle “ultime sembianze del poeta”. Lo scultore muggesano Ugo Carà effettuò i calchi in gesso del viso e della mano destra del poeta. Poi, il feretro partì alla volta di Trieste.

Saba, all’anagrafe Umberto Poli (lo pseudonimo Saba venne suggerito al poeta dal cognome della balia Peppa Sabaz) occupava l’ultima stanza a destra in fondo al corridoio del pianterreno, allora contrassegnata col numero 16 mentre ora, dopo la ristrutturazione dell’edificio, è diventata la numero 1. Non fu, il suo, un epilogo sereno. Tutta la vita di Saba, peraltro, era stata scandita da ansie e inquietudini e da un precario equilibrio nervoso, che affondavano le radici in un’infanzia difficile (il giorno della nascita di Umberto il padre Ugo si trovava in carcere). Perseguitato dalla nevrosi, già dal 1944 aveva passato dei periodi di cure a Villa San Giusto, frequentata all’epoca da esponenti della borghesia e nobiltà triestina – accostandosi a 46 anni alla psicanalisi, praticata in Italia soltanto dal triestino Edoardo Weiss, allievo di Freud.

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All’inizio degli anni 50 la fama di Saba era consacrata da numerosi premi e riconoscimenti, eppure il poeta consumò gli ultimi mesi nella clinica goriziana in una solitudine in parte cercata, ma più che altro subìta. A farlo ricoverare era stato il primario di Medicina, Umberto Levi, di origine ebrea come lui. Fu lui a trovarlo senza vita nel suo letto, alle 8 del mattino, in una domenica d’agosto. Saba amava quella stanza, con le due ampie finestre che si affacciavano sul parco dominato dai merli. Di giorno passeggiava spesso in corridoio con la caratteristica papalina in testa e la vecchia vestaglia bordeaux allacciata alla buona sulla camicia da notte. Poche le persone con cui si intratteneva: tra queste Pino Marte, noto cineamatore goriziano (scomparso nel 1996) che faceva l’impiegato amministrativo a Villa San Giusto. Per Saba era diventato una sorta di segretario-tesoriere ma soprattutto un amico, al quale regalò i volumetti delle sue poesie con dediche affettuose.

Lapide di Saba a Villa San Giusto

Web Coast I 7 italiani più ricchi possiedono la stessa ricchezza dei 18 milioni più poveri. Serve altro per parlare di disuguaglianza? (Furio Garbagnati, Twitter). Nel giorno in cui è stato approvata la legge sul biotestamento, ho pensato a mio papà, che se ne è andato senza più la sua dignità. Nonostante fosse cattolico, avrebbe certamente firmato il Dat. Perché, alla fine, non era più lui e se ne rendeva conto. Ecco il motivo per cui ho festeggiato il raggiungimento di questo traguardo di civiltà nel suo ricordo. (Chiara Barbagli, Facebook)

“Il poeta – raccontò Pino Marte a chi scrive – mi consegnava gli assegni che gli pervenivano come compenso per alcuni articoli. Poi veniva nel mio ufficio a prelevare dei rotoli di monete metalliche da 50 a 100 lire che distribuiva a infermieri e inservienti. Mi passava i manoscritti per la battitura e per la spedizione ai giornali. Diceva che “Il denaro è una creazione del diavolo” e, in realtà, non sapeva mai quanto ne possedesse, riposto nel comodino o custodito nella cassaforte della clinica. Fumava il sigaro, e nella sua stanza a volte c’era una cortina di fumo impenetrabile e un acre odore di tabacco. Saba mi raccontava delle sue vicissitudini e di Trieste, con tanta nostalgia della libreria antiquaria che Carletto Cerne gestiva in via San Nicolò e alla cui conduzione il poeta aveva dovuto rinunciare a causa delle persecuzioni razziali. Parlava con dolcezza della moglie Lina (Carolina Wolfer), morta il 25 novembe 1956, mentre Saba era ricoverato. Fu la prima e unica volta in cui lasciò l’ospedale per recarsi al funerale”.

Dopo il biotestamento, che rende la nostra vita un po’ più nostra, sarebbe bello introdurre lo Ius soli, che rendesse il Paese di chi lo vive. (Roberta Russo, Twitter). Come possiamo considerare un successo bloccare i migranti in Libia se sappiamo che vengono torturati, stuprati, uccisi? (Pagina Facebook di Emergency). Abbiamo sentito parlare di intere famiglie Rohingya morte nelle loro case alle quali era stato appiccato il fuoco. Almeno mille bambini di età inferiore ai 5 anni hanno perso la vita. (Medici senza frontiere, Twitter).

Infermieri e inservienti “fedelissimi” del poeta (Vinicio, che lo accudiva di notte, Bruno Bacchia, Nino Fois e Giorgio Bertossi) ricordavano i biglietti che Saba disseminava in cucina: portatemi il caffè alle 5, svegliatemi alle 6…

Facile fare i fascisti in un Paese democratico. Provate a fare i democratici in un Paese fascista. (Anonimo, Twitter).

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James Nachtwey - fotografo di guerra alla ricerca della pace

conflitti e molti problemi sociali, carestia, guerre dal Sud Africa, America Latina, Medio Oriente, Russia, Europa dell’Est ed ex Unione Sovietica. Nel 2003, è stato ferito da una granata in un attacco al suo convoglio mentre prestava servizio come corrispondente.Attualmente risiede a New York. “una fotografia che rivela il vero volto della guerra è per definizione una fotografia contro la guerra”

di Felice Cirulli “Voglio che il mio lavoro diventi parte della nostra storia visiva, per entrare nella nostra memoria collettiva e nella nostra coscienza collettiva” Queste sono le parole di James Nachtwey nel suo libro fotografico “INFERNO”, un “monumento” della ferocia umana. Riconosciuto come l’erede di Robert Capa, Nachtwey, uno dei più grandi fotografi di guerra esistenti, non usa metafore nelle sue immagini. Ci restituisce senza sotterfugi la crudele realtà della guerra attraverso i volti sfigurati e i corpi martoriati delle sue vittime. Le sue non sono le vittime di cataclismi naturali, le sue sono le vittime della sete di potere, della violenza indotta dall’avidità, della stupidità che produce distruzione. Noi occidentali, comodi nei nostri centri commerciali, fingiamo di ignorare che c’è qualcuno che paga il prezzo del nostro iperconsumismo. Nascosti dietro l’alibi di esportare il progresso e la democrazia seminiamo odio, distruzione e violenza. Le fotografie di Nachtwey sono degli urli strazianti che

costituiscono documento indelebile per descrivere quella parte di storia dell’uomo che passa attraverso la negazione dell’umanità. Lui non punta ai colpevoli ma mostra le vittime e attraverso di esse cerca di scuotere le coscienze. Ci dice ancora: “Mi è venuto in mente che se tutti potessero essere lì, anche solo una volta, per vedere con i propri occhi ciò che il fosforo bianco fa al viso di un bambino, o quale dolore indicibile è causato dall’impatto di un singolo proiettile, o come un frammento di schegge frastagliato può strappare la gamba a qualcuno. Se tutti potessero essere lì per vedere da soli la paura e il dolore, solo una volta, allora capirebbero che non vale la pena di lasciare che le cose arrivino al punto in cui tutto ciò accade anche a una sola persona, figuriamoci a migliaia. Ma non possono essere tutti lì, ed è per questo che i fotografi ci vanno: per mostrarli, per raggiungerli e afferrarli e farli smettere di fare quello che stanno facendo e fargli prestare attenzione a ciò che sta succedendo, per creare immagini abbastanza potenti da superare la diluizione dei mass media e scuotere le persone dalla loro indifferenza, per farli protestare e, con la forza di quella protesta, far protestare altri e altri ancora”. James Nachtwey, nato il 14 marzo 1948, è un fotoreporter americano e un fotografo di guerra. È cresciuto in Massachusetts e si è laureato al college di Dartmouth, dove ha studiato storia dell’arte e scienze politiche. Ha ricevuto cinque volte la medaglia d’oro Robert Capa della Oversea Press Club. Ha iniziato la sua carriera lavorando nel 1976 come fotografo per una rivista. Nel 1980 si è trasferito a New York e ha iniziato a lavorare come fotografo free lance. Fu solo nel 1981 che coprì il suo primo incarico all’estero, in Irlanda del Nord, illustrando il conflitto civile. Dal 1984 collabora con TIME. Ha documentato diversi

(fonti: wikipedia, ASX)

Gorizia terra di confine di Marta Di Benedetto I due valichi sul massiccio del Nanos e la sottostante valle del Vipacco furono da sempre considerati le porte aperte attraverso le quali si poteva entrare con facilità nella penisola italiana. La strada di Piro (Hruŝica) è la più corta ma è più ripida, taglia il Nanos a nord all’altezza massima di m. 867, mentre quella di Prevallo (Radzrto) aggira la montagna arrivando a m. 577, ed è più lunga di quasi 30 chilometri (è la strada attuale). La leggenda narra che da qui passarono gli Argonauti del mitico eroe greco Giasone: essi risalirono il Danubio e i suoi affluenti, sbarcarono a Nauporto – l’odierna Vrhnika – e da lì, trasportando le navi a spalla e su rulli, arrivarono alla foce del Timavo e al mare Adriatico. In epoca romana e medievale da quei passi irruppero i popoli delle pianure europee e asiatiche: prima i Quadi e i Marcomanni, poi i Visigoti di Alarico, gli Ostrogoti di Teodorico, gli Unni di Attila – la cui ferocia è proverbiale – e i Longobardi, gli Eruli, gli Avari, gli Ungari e altri ancora, fino agli Slavi, che si stabilirono definitivamente sulle alture e nelle valli delle Alpi, delle Prealpi Giulie e del Carso. Poi vennero gli anni delle scorrerie dei Turchi che partivano dai loro avamposti in Bosnia. Dal 1470 al 1593 si contano otto incursioni di questi temuti predoni, durante le quali incendi, rapine e distruzioni non furono da meno di quelli perpetrati in precedenza dagli Unni o dagli Ungari. Ma è opportuno ricordare che anche in senso inverso, cioè dalle pianure padana e friulana, verso le aree danubiana e balcanica, quelle strade e quei valichi percorsi dai mercanti di Aquileia furono spesso battuti da duci, generali e soldati animati da sete di conquista e di bottino. Da qui partivano i legionari romani che mettevano poi a ferro e fuoco le regioni sulle vie per la Pannonia, il Norico o la Dacia. Nel Medioevo anche i Crociati guidati da Raimondo di Tolosa passarono per le valli del Vipacco (1096) e percorrendo poi la Dalmazia si distinsero per i saccheggi e i massacri e per l’usanza di procedere sistemando alla testa delle loro schiere i corpi di prigionieri orribilmente mutilati, a mò di esempio. Successivamente, nella guerra del 1508 contro l’imperatore Massimiliano I, l’esercito mercenario veneziano capeggiato da Bartolomeo d’Alviano si diede a tali eccessi nei confronti delle popolazioni locale chi fu proprio questo uno dei motivi per cui in seguito la Serenissima venne attaccata dalla lega di Cambrai e costretta ad abbandonare i territori che aveva conquistato (tra cui anche la Contea di Gorizia) e a restituirli agli Asburgo. Più tardi arrivarono i francesi (1797) che si insediarono a più riprese in questi territori fino alla fine dell’avventura napoleonica. E infine gli italiani, i quali dopo la prima guerra mondiale vollero quei valichi entro i propri confini, e i legionari fascisti che nel corso del conflitto successivo portarono il confine fino a Lubiana e oltre. Dopo la seconda guerra mondiale il confine è stato troncato da un trattato imposto dagli alleati, il che fa della città un organismo mutilato, ma pur sempre fertile terra di confine tra popoli da secoli in contatto e reciproca osmosi. 10


Il Libro del mese “I grandi discorsi che hanno cambiato la storia” di Gianluca Lioni e Michele Fina

venzione scuola-lavoro, nelle serate del festival abbiamo dato un palcoscenico ai ragazzi che studiano musica grazie alla rassegna “Germogli”, abbiamo portato alcuni protagonisti di “Cormonslibri” nelle scuole mentre altri studenti, dalla scuola dell’infanzia alle superiori, hanno assistito agli spettacoli proposti: in tutto sono stati coinvolti 2400 studenti.

di Manuela Ghirardi Cosa declamavano i condottieri per convincere i propri soldati a raggiungere un obiettivo? Quali personaggi hanno fatto uso del proprio carisma per ottenere privilegi e quali per rivendicare diritti civili? Da Temistocle a Obama, questo viaggio nella retorica ripercorre molte epoche, dominate da sensibilità e problematiche diverse, offrendo brevi spaccati sulle personalità di guerrieri, tiranni, religiosi e grandi leader: i trascinatori di folle che, nel bene o nel male, hanno cambiato la storia.

Eppure l’impressione è che l’edizione da poco conclusa sia stata meno frequentata e partecipata rispetto alle precedenti. La presenza del pubblico è dettata spesso dal richiamo esercitato da un nome e quest’anno hanno purtroppo remato contro anche le condizioni atmosferiche: la serata di chiusura, che ha visto protagonista Sebastiano Somma, è stata infastidita dall’abbondante nevicata che ha colpito l’Isontino. E poi purtroppo “Cormonslibri” ha sempre avuto un punto debole: la comunicazione. Le grosse manifestazioni investono il 50% o più del budget a disposizione per farsi pubblicità ma noi non abbiamo mai potuto permettercelo.

Furlano: addio a Cormonslibri ... ma spero sia un arrivederci

Un bilancio generale di questi diciassette anni di impegno? “Cormonslibri” è una manifestazione andata sempre in crescendo: lo dimostrano gli eventi che le gravitavano attorno come le “Anteprime”, “Dialoghi”, i premi letterari e quello giornalistico dedicato a Giulio Regeni. In tutto si trattava di quarantacinque giornate. Il festival aveva bisogno costante di essere arricchito di personaggi e proposte: la concorrenza è sempre stata alta ma, purtroppo, il budget rimaneva risicato.

di Eliana Mogorovich Diciassette anni di attività, in cui a Cormons sono transitati alcuni grandi nomi della cultura, dello spettacolo e del giornalismo: dal magistrato Nicola Gratteri allo storico dell’arte Flavio Caroli, da Francesco Guccini a Simone Cristicchi, da Antonio Caprarica a Riccardo Iacona, da Giorgio Lupano a Sebastiano Somma, questi ultimi ospiti dell’edizione svoltasi lo scorso dicembre. Diciassette anni di attività che sono stati chiusi da Renzo Furlano, direttore artistico della manifestazione e presidente dell’associazione Culturaglobale che la organizza, con un mesto addio pronunciato nella serata di chiusura del 10 dicembre. Che si fosse giunti a un punto di rottura e di non ritorno era già nell’aria. «Ho avuto la certezza di poter contare sull’appoggio del Comune soltanto fra il 15 e il 20 settembre per cui, effettivamente, ho iniziato a lavorare a questa edizione il 30 dello stesso mese». Furlano è amareggiato, deluso, ancora in fase di smaltimento della quasi indifferenza con cui è stata accolta questa sua decisione, giunta al termine di una serie di fastidiose quanto insidiose incomprensioni con la nuova giunta comunale di Cormons, di cui da più parti è stata osservata l’effettiva latitanza nelle serate del festival.

Un momento dell’edizione 2017 che si porterà nel cuore? L’ultima serata abbiamo premiato un signore di Farra d’Isonzo che ha partecipato a tutte le giornate del festival e quando gli abbiamo chiesto perchè lo avesse fatto, ha risposto che dopo ogni incontro tornava a casa più ricco.

TOP FIVE Leg, consigli per gli acquisti I cinque libri del mese della LEG sono: 1) “Se sembra impossibile allora si può fare” di Bebe Vio, Rizzoli; 2) “Sei donne che hanno cambiato il mondo” di Gabriella Greison, Bollati Boringhieri; 3) “Fiabe floreali” di louisa May Alcott, Elliot;

Può parlare a ruota libera: perchè questo addio? Non ho voglia di polemiche: si tratterebbe di infangare “Cormonslibri” e tutte le manifestazioni che da esso si sono sviluppate come “Dialoghi”, “Ambientarti”, “Libriamo ne’ lieti calici”. Ho già ricevuto delle proposte che forse potrebbero portare a un frazionamento delle varie iniziative per essere realizzate altrove, in altri centri della provincia. Non vorrei quindi compromettere il futuro di progetti in cui comunque credo.

4) “Il Gelso dei Fabiani” di Renato Ferrari, Mgs Press; 5) “Atlante del calcio” si Clive Gifford e Tracy Worrall, Leg edizioni.

Può farci allora un bilancio dell’edizione 2017? Forse non ha goduto di nomi eclatanti nonostante fossero presenti Tiziana Ferrario, Francesca Melandri e altri ospiti prestigiosi. A mio avviso, data anche la fretta con cui è stato preparato, è stato forse il miglior “Cormonslibri” mai realizzato soprattutto per lo spessore dei temi trattati. Si è parlato di sclerosi multipla, dislessia, alzheimer senza dimenticare lo spazio dato ai giovani.

Il 24 gennaio alle ore 9.00 la redazione di Gorizia News & Views incontrerà gli studenti dell’I.T.A.S. D’Annunzio

Appunto, la scuola: è sempre stata uno dei punti di riferimento principali per il festival... Infatti se ho deciso di non abbandonare completamente è proprio pensando a questo. Abbiamo sviluppato la con-

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VIAGGIO NELLA SANITA’ GORIZIANA - 1 San Giovanni di Dio, l’Unità coronarica unica può attendere di Vincenzo Compagnone (uno ne è esentato per motivi di salute, un secondo, per Ce lo ricordiamo, eccome se ce lo ricordiamo, quel 5 lo stesso motivo, ne effettua soltanto due al mese e un febbraio del 2015. Giovanni Pilati, che aveva appena terzo è da tempo in malattia) tant’è vero che è costante assunto l’incarico di direttore generale dell’Azienda nuil ricordo a medici “gettonisti” degli ospedali di Triemero 2 Bassa Friulana-Isontina, lo scandì a chiare lettere ste e Monfalcone. Una situazione di nella conferenza stampa di presentaperdurante sofferenza, insomma, dalla zione. “Due – disse – sono le priorità quale ha pensato bene di “fuggire” da affrontare: la soppressione di uno uno dei migliori dottori del reparto, dei due Punti Nascita di Palmanova Stefano Bardari, che si è trasferito e Latisana (e la scelta, come si sa, è nella più accogliente Pordenone. Sulla caduta sul secondo) e l’individuazione questione, il Comune di Gorizia, della sede unica della Terapia Intennell’era Ziberna, non ha più dato segni siva Cardiologica (per semplificare: di vita. unità coronarica con 6 posti letto) fra gli ospedali di Gorizia e Monfalcone”. ©RIPRODUZIONE RISERVATA Ebbene, a distanza di tre anni, questo secondo nodo è rimasto irrisolto. Nonostante le ripetute assicurazioni da parte della presidente della giunta regionale Debora Serracchiani (all’Hotel Entourage, durante la campagna elettorale a Gorizia News & Views è reperibile in forma cartacea in sostegno di Roberto Collini), dell’assessore regionale Biblioteca statale isontina di via Mameli, nelle librerie Leg e Maria Sandra Telesca (al palazzo della Regione, in un inVoltapagina di corso Verdi, al Kinemax di piazza Vittoria, al contro con gli amministratori e la stampa locale) e dello Kulturni Dom di via Brass, alla Casa delle Arti di via Oberstesso Pilati (in un carteggio con l’ex sindaco Ettore Rodan, al bar Torino di corso Italia e in tabacchino Da Gerry di moli), tutte volte a “sposare” l’opzione-Gorizia – anche via Rastello. E’ consultabile on line all’indirizzo: per compensare la perdita del Punto Nascita e dell’intero https://issuu.com/gorizianewsandviews Dipartimento materno-infantile, avvenuta nel luglio del 2014 – l’operazione-accorpamento non è mai scattata. Gorizia News & Views Né sarà realizzata, ormai è pacifico, perlomeno fino alle prossime elezioni regionali di maggio. E poi, chi lo sa. Eppure c’era stato un momento in cui sembrava che l’unificazione al San Giovanni di Dio dell’Unità coronarica potesse finalmente andare in porto. Nello scorso giugno, Pilati – che poco più tardi si sarebbe dimesso cedendo il Gorizia News & Views posto di direttore generale ad Antonio Poggiana – aveva inoltrato alla Regione un documento sulla riorganizNon facciamo di tutta l'erba un fascio zazione dei posti letto a Gorizia e Monfalcone, ipotizzando il famoso accorpamento, utile anche ai fini di un Reg. Trib. Gorizia n. 1/2017 dd 11/12/2017 utilizzo più razionale dei medici, ridotti al lumicino, e di un miglior funzionamento degli ambulatori, palesemensile del Mosaico & APS Tutti Insieme mente in affanno. L’unificazione a Gorizia della Terapia sede Nazareno - Gorizia, via Brigata Pavia 25 intensiva cardiologica, con 6 letti monitorati, prestazioni gorizianewsandviews@gmail.com specialistiche e la guardia cardiologica notturna, sarebbe dovuta scattare ai primi di luglio. Ma il Comune di DIRETTORE RESPONSABILE Monfalcone aveva alzato subito le barricate (al san Polo Vincenzo Compagnone sarebbe rimasto un servizio cardiologico incardinato REDAZIONE in una robusta area dell’emergenza) e l’operazione era Eleonora Sartori (vice direttore) stata riposta nel freezer in cui giace, come detto, ormai Ismail Swati da un quadriennio. Dei malumori in reparto si era fatto Rafique Saqib interprete il primario cardiologo Gerardina Lardieri che, Manuela Ghirardi in una lettera a Pilati datata 28 giugno, aveva definiMarta di Benedetto to “insostenibili” le carenze negli organici. Per tutta Federica Valenta risposta l’Azienda sanitaria aveva emanato un avviso di Felice Cirulli mobilità volontaria finalizzato all’assunzione a tempo Renato Elia determinato di due medici fra Gorizia e Monfalcone. Eliana Mogorovich Magra consolazione. Sono trascorsi sei mesi e, ad oggi, il reparto di CardioSTAMPA logia di Gorizia è di nuovo praticamente dimezzato per Nazareno Gorizia quel che riguarda i turni di notte, visto che su 8 specialisti in pianta organica sono soltanto 4 quelli operativi In collaboration with: APS Tutti Insieme - www.tuttinsiemegorizia.it Nazareno Optimistic Youth Network and Consorzio Mosaico - SIP Gorizia 2017

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January 2018  
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