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Gorizia News & Views Anno 4 - n. 2 Febbraio 2020

SOMMARIO

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P.J. Griffiths il Vietnam e l’Agente Arancio

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Ecco Giulia, che dedica le sue canzoni al nonno storico titolare della più antica farmacia cittadina

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Pro Gorizia: i magnifici cinque di San Lorenzo che si affermarono in serie A

Pag. 5

Cittadini poco ascoltati, parte la contestazione nei rioni: certi episodi non avvenivano ai tempi dei Consigli di quartiere

Pag. 6-7

Viaggio nella Tirana che parla e sogna in italiano: “Vorremmo entrare nell’Ue, ci sentiamo tagliati fuori”

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Il Giro d’Italia sul monte Lussari: un’ipotesi che desta perplessità

Pag. 9

Decima Mas: perché si continua a dare l’ufficialità a una commemorazione da gestire in forma privata?

Pag. 10-11

Quella strage dimenticata sulla spiaggia di Vergarolla ricordando Micheletti, il medico-eroe legato a Gorizia

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Ora Frank mi appare anche in terrazza, ma quando mi si dice di non scrivere qualcosa, è la volta che lo faccio

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Cultura classica alla riscossa nella sesta “Notte del Liceo”

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Gorizia capitale della cultura e il “Dipiazza ignaro”: ma a Ziberna interessa promuovere la candidatura?

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Cpr nella bufera dopo la morte del georgiano Assurda l’idea di istituirne un altro a Gorizia

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Ousmane e i suoi fratelli, campioncini dell’Itala San Marco: l’integrazione può partire anche da un campo di calcio

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Nazareno: ecco la “filosofia” che caratterizza la scuola intitolata a Balti

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Giulio Regeni, un assassinio che dopo 4 anni non può continuare ad attendere verità e giustizia

“Se non credi in te stesso, nessuno lo farà per te” (Kobe Bryant, ex cestista statunitense, 1978-2020)

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Giorgio Ossola “ritorna” in via Mazzini arricchendo il suo libro con altre memorie


P.J. Griffiths il Vietnam e l’Agente Arancio di Felice Cirulli

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gente Arancio, due parole che potrebbero sembrare innocue ma che invece celano una terribile verità. Durante la guerra nel Vietnam, grandi estensioni di territorio furono irrorate dagli americani con massicce quantità di un defogliante potentissimo dal nome quasi ingenuo. Una sostanza contenente diossina fu cosparsa su quelle foreste per non consentire riparo ai combattenti vietnamiti e per abbattere la produzione di prodotti agricoli. Questa sostanza avvelenò un numero enorme di persone, i loro figli ed ancora continua nella sua opera distruttiva: ancora oggi nascono bambini deformi e mancanti di arti a causa di questo tragico “gioco” a fare la guerra.

Già ne 1962 riesce a documentare con successo la guerra in Algeria ottenendo l’attenzione di una importante testata inglese. Nel 1966, all’età di trent’anni, entra nell’agenzia Magnum e questo diventa il suo trampolino di lancio professionale. In Estremo Oriente e in special modo in Vietnam, riesce a concretizzare le sue aspettative ed i suoi progetti: “Decisi che la cosa più importante da fare fosse appassionarsi a qualcosa, e non c’era bisogno di essere un genio nel “66 per capire che in Vietnam stesse accadendo qualcosa di veramente importante.” Pur dovendo necessariamente dare testimonianza degli orrori di quella guerra, Griffiths si muove in un equilibrio precario fra la necessità di comunicare con i lettori, attraverso una documentazione realistica e potente, ed il rischio della ripulsa verso immagini fortemente cruente. In questo tentativo gli viene in aiuto anche la scelta di scattare in bianco e nero, ma soprattutto il suo “trasporto umano” verso questo popolo sottoposto ad una tragedia immane. Il suo obiettivo è quello di far conoscere agli occhi del mondo questa gente che risultava probabilmente ignota ai più, in quel momento storico. In questi luoghi e in questi frangenti di guerra l’orrore si accompagna all’umanità, alla vita quotidiana che scorre comunque tra le case bruciate e le foreste incendiate. Le madri continuano ad allattare i propri figli, i bambini giocano tra le buche formate dalle bombe, la gente comune compie le sue attività in un clima di perenne angoscia e timore. Il suo impegno nel documentare e raccontare lo scontro fra Davide e Golia riesce a sollevare le coscienze degli americani portando l’opinione pubblica in aperto dissidio verso l’establishment di allora. Le sue immagini scuotono la

comunità civile, soprattutto i giovani, e li spingono a protestare ed a costringere finalmente il governo americano a ritirarsi dal quell’inferno in terra. Il libro più importante che ci ha lasciato, Vietnam Inc., pubblicato nel 1971, è un’aperta denuncia degli effetti di quella guerra sul popolo vietnamita. Lo stesso fotografo accompagna con delle descrizioni le sue foto ed in queste traspare tutta la sua rabbia impotente di fronte allo scempio compiuto dalle armi. Anche nelle immagini apparentemente prive di violenza, appare evidente la grande e dignitosa sofferenza di questa gente. Sulle conseguenze dell’Agente “Arancio”, compone un altro libro: Agent Orange: collateral damage in Vietnam. Questo libro è un’accusa forte ed esplicita, oltre che un appello alla giustizia per le vittime di un atto ignobile i cui effetti si riverberano ancora oggi non solo sull’ambiente e sul territorio ma anche e soprattutto sulla popolazione inerme, con malformazioni congenite, mutilazioni e danni neurologici di cui sono vittime un gran numero di bambini. Il coraggioso contributo di Griffiths alla conoscenza degli orrori delle guerre, ovunque esse si sono manifestate, è stato enorme ma egli non ha fotografato solo tragedie, si è anche dedicato a ritrarre i volti e i gesti di personaggi famosi e gli aspetti socioculturali della sua terra di origine negli anni di forti cambiamenti di costume. Il suo è stato uno sguardo sul mondo che ha abbracciato perfino gli aspetti frivoli e sereni della società. Ciò a testimonianza di un’umanità che, tra le pieghe della crudele assuefazione alla violenza, conserva ancora la speranza di riscatto. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Philip Jones Griffiths ha documentato tutto questo e molto di più nel corso della sua carriera di fotografo nelle vesti di reporter di guerra. Una vita che lo ha condotto non solo in Vietnam, paese nel quale è tornato per diversi anni, anche dopo la fine di quel conflitto, al fine di raccogliere le immagini del riscatto e della rinascita, ma anche in buona parte dei teatri che si sono succeduti dagli anni sessanta fino alla sua morte avvenuta nel 2008. L’approccio con il mondo della fotografia, per Il fotoreporter gallese (19362008), come capita spesso si è sviluppato precocemente e in modo pressoché casuale. Ha cominciato scattando fotografie di matrimonio, ma è come se una vocazione predeterminata e precisa lo abbia incalzato fino ad agganciarlo al momento e nel modo giusto. Da adulto, pur svolgendo un lavoro in una farmacia, ha occupato il tempo libero lavorando per il The Guardian al fine di arrotondare lo stipendio.

Lo sguardo di P.J. Griffiths sulla guerra in Vietnam

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Ecco Giulia, che dedica le sue canzoni al nonno storico titolare della più antica farmacia cittadina

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di Stefania Panozzo

aola Rossato, Margherita Pettarin, Rossella Prignano. E ora lei, Giulia Provvidenti, un’altra giovane promessa goriziana della musica leggera, un talento che sta sbocciando pian piano. Giulia ha ventun anni (è nata il 10 febbraio del 1999) ed é fresca e genuina come solo le ragazze della sua età sanno essere. Non ha fretta di crescere né di affermarsi nel mondo della musica dove ha mosso i suoi primi passi quando era ancora piccola, accompagnata dal nonno e dai genitori. Già, il nonno. Dario Provvidenti, scomparso nel 2011, era un personaggio molto noto in città, perché sin dalla fine degli anni 60 gestiva la più antica farmacia goriziana, All’Orso Bruno in piazza Vittoria, trasferitasi nel 2013 in via Oberdan sotto la conduzione della figlia Laura e con, all’interno, il prezioso mobilio e soffitto ottocentesco. E in farmacia lavora anche Giulia, non rinunciando però a coltivare la sua passione per il canto. Giulia, ti abbiamo apprezzata sul palco del Kulturni Dom nelle due serate in cui hai accompagnato i Pink Passion di Alessandro Spanghero, la cover band dei Pink Floyd, dove hai presentato anche il tuo terzo singolo, intitolato “Braccio 31”. Ma raccontaci prima di tutto come è nata la tua passione per la musica. Beh, in famiglia abbiamo sempre cantato, e mio nonno, che da giovane aveva anche suonato, mi ha spinto a seguire le sue orme. Gli devo molto e gli dedico i miei successi. A scuola, poi, ho sempre cantato nei cori e ho cominciato presto a suonare il pianoforte con Giorgio Magnarin alla Roland (ora Go Music). Strada facendo mi sono resa conto che mi piaceva proprio tanto cantare, così prima ho seguito un corso di canto sotto la guida di Lisa Salustri e più di recente ho deciso di diventare cantautrice. Da dove è nata la scelta di cominciare a scrivere i testi delle tue canzoni? Alle medie ho scoperto che mi piaceva scrivere poesie e ne ho scritte molte. Con il tempo ho pensato che sarebbe stato bello cominciare a scrivere i testi delle mie canzoni, e così è nata “Fermare il mondo”. Oltre a scrivere e a cantare hai qualche altra passione? Si, quest’anno ho ripreso a sciare e mi alleno con una squadra di Ronchi. Non ambisco a diventare nessuno, ma

uomo chiuso in carcere, ma il carcere è in realtà la sua stessa mente. In rete potete visualizzare altri miei due pezzi, “Dimmi chi sei”, scritta da Giulio Iozzi, il cui videoclip è stato girato al Parco di Piuma e nel centro cittadino nel 2016 e “Fermare il mondo”, musicato da David Marchetti e prodotto, come l’altro, dalla Ghiro Records con riprese al Castello Formentini, alla stazione ferroviaria e ancora nel centro. Per il 2020 ho in programma tre singoli. Girerai a Gorizia anche il video di “Braccio 31”? Mentre per le altre due canzoni era più facile pensare ad un video, per “Braccio 31” non é così semplice, ma se mi chiedessero di scegliere lo sfondo ideale opterei ancora per Gorizia, anche per promuovere la nostra città.

Giulia Provvidenti, 21 anni talentuosa cantautrice

sia lo sci che la musica sono le mie predilezioni. Inoltre, ho una grande passione per le moto, a cui dedico la bella stagione. Che musica ascolti abitualmente? Sono sempre stata molto curiosa e le mie preferenze vanno un po’ a tutta la musica italiana d’autore dagli anni ’60 a oggi. E’ quella che propongo nei piano bar che ho intrapreso dal 2014 e nei quali mi diletto tuttora. Quest’estate, poi, ho scoperto i Pink Floyd e da qui è scaturita la mia partecipazione ai concerti dei Pink Passion. Nella tua foto del profilo di Facebook sei in compagnia di Roby Facchinetti, come mai? Intanto diciamo che sono da sempre una grande fan dei Pooh: ho tutti i loro album. Red Canzian mi ha ascoltata quando ho partecipato alla trasmissione The voice of The City su Radio Punto Zero..Ho avuto modo di conoscere Roby quando si è esibito al Tiare di Villesse, abbiamo parlato per una mezz’oretta e l’ho trovato molto simpatico e alla mano. Gli ho anche proposto un duetto. Siamo rimasti in contatto, non si sa mai… Dicevamo di “Braccio 31”, il nuovo brano che hai presentato al Kulturni. Si, è il mio terzo singolo e parla di un

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Se ti capitasse l’occasione canteresti in sloveno? L’ho fatto nel coro, ma ora credo di no, pur avendo compiuto l’intero percorso scolastico nelle scuole slovene, la media Trinko e l’Iti Jurij Vega. Nel 2025 Gorizia e Nova Gorica potrebbero essere capitali europee della cultura. Tu cosa ne pensi? Avevo cinque anni quando hanno aperto il confine e ricordo con piacere i festeggiamenti. Credo che la doppia candidatura sia molto positiva, perché é bello confrontarsi con le altre culture. Quando ho cominciato a frequentare le scuole slovene, mio nonno aveva molte remore, ma i tempi sono cambiati e bisogna aprirsi agli altri soprattutto se si abita dove fino a poco tempo fa c’era una barriera. C’è un album nei tuoi progetti? Per ora no. Forse verso la fine dell’anno ci sarà abbastanza materiale per cominciare a pensarci, ma preferisco andare avanti a piccoli passi. Ti piace leggere? Sì, soprattutto le biografie di personaggi famosi. Che rapporto hai con le altre forme d’arte? Mi piace scrivere. Ho partecipato al concorso letterario “Voci di donna 2016” organizzato dalla Provincia di Gorizia vincendo il premio per il miglior testo della mia categoria. Invece non nutro un grande amore per le arti figurative, perché non sono mai stata brava a disegnare! ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Pro Gorizia: i magnifici cinque di San Lorenzo che si affermarono in serie A di Paolo Nanut

di parlare di quel filo diretto fra Pro Gorizia e San Lorenzo che ci porta a fare un salto indietro nel tempo di oltre 60 anni, quando diversi atleti, dopo aver iniziato a tirare i calci a un pallone nel paese isontino, approdarono alla serie A e persino in Nazionale dopo essere transitati nelle file della Pro. Per l’esattezza, sono stati cinque i magnifici giocatori che hanno compiuto questo percorso dall’immediato dopoguerra fino agli anni 50: figure mitologiche come Ivano Blason, Alberto e Bruno Orzan, Memo e Riccardo Toros. Blason (1923-2002) vinse due scudetti con l’Inter, e qui concedetemi una parentesi personale. Se sono tifoso nerazzurro per metà, e per l’altra fan della Reggiana (motivi sentimentali), il merito è proprio di Ivano. Vi spiego. Nel periodo in cui Blason era terzino nerazzurro, mio padre si trovava, con un amico, in una trattoria di Milano, parlando tranquillamente in dialetto. Si avvicina l’oste per chiedere di dove sono e, dopo aver saputo che uno era di Sant’Andrea e l’altro di Capriva, prende un bottiglione di rosso e glielo porta al tavolo dicendo: “Bevete, siete miei ospiti, perché provenite dalla terra che ha visto nascere il più forte terzino che l’Inter abbia mai avuto”. Da quel giorno

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ro Gorizia e San Lorenzo, ovvero quando due realtà calcistiche di casa nostra occupavano i vertici del calcio, a livello nazionale la prima, in campo regionale la seconda che fungeva di fatto da “serbatoio” per giovani talenti da lanciare poi addirittura nella massima serie. Va ricordato che i biancazzurri goriziani, nel passato, hanno calcato le scene della cadetteria e della serie C, quest’ultima abbandonata – parliamo della C2 – al termine della stagione 1984-85. Fu un’annata più che sfortunata tragicomica, in cui il, centravanti titolare, un certo Bacchetti arrivato dall’Udinese primavera, riuscì nell’impresa di non realizzare nemmeno una rete, mentre la prima vittoria della stagione giunse a primavera inoltrata, grazie a un incredibile 0-2 sul campo della corazzata Novara (doppietta di Fabio Grillo, stopper d’altri tempi che oltrepassava la metà campo una volta ogni morte di papa). Ho seguito la Pro Gorizia (che personalmente ho sempre chiamato IL Pro Gorizia, anche se ormai pare che la squadra si sia definitivamente femminilizzata) dal 1973 al 2000, prima come tifoso, poi come dirigente accompagnatore del settore giovanile, della prima squadra, speaker e addetto all’arbitro. Ne ho viste quindi di tutti i colori, ma in questo primo pezzo per “Gorizia News & Views” mi sono ripromesso

Ma torniamo ai nostri eroi. Riccardo Toros (1930-2001), un portiere dalle notevoli qualità, esordisce a Gorizia a soli 16 anni in serie C, dopo una stagione va in prestito al Pro Patria e poi a Lodi nel Fanfulla. Quindi viene acquistato dal Milan come riserva di Lorenzo Buffon. Con due presenze vince uno scudetto con i rossoneri. L’anno dopo si aggiudica di nuovo il tricolore con la maglia della Fiorentina: due scudetti consecutivi in due club differenti è un record che lo fa rientrare in una ristretta cerchia di giocatori come Giovanni Ferrari, Eraldo Mancin, Roby Baggio, Alessandro Orlando e Andrea Pirlo. Con i viola Toros gioca trenta partite in serie A, nonostante la concorrenza prima di Giuliano Sarti e poi di Ricky Albertosi. Quella Fiorentina arrivò fino alla finale della Coppa dei Campioni, nel 1957, disputata a Madrid e vinta dal Real per 2-0 (in porta c’era Sarti). Riccardo Toros, insieme a Giorgio Puja, Ivano Blason ed Enzo Bearzot è stato certamente uno dei giocatori più importanti lanciati dalla Pro Gorizia. Blason, è stato – con Tarcisio Burgnich – uno dei più forti marcatori di sempre. Era dotato anche di un tiro molto potente, come testimoniano i numerosi gol realizzati su punizione. Il suo periodo d’oro coincise col passaggio, nel 1950, dalla Triestina all’Inter dove, come detto, vinse due scudetti nel 1952-53 e nell’anno successivo. Alberto Orzan, difensore, 89 anni in luglio, passò da Gorizia all’Udinese, in serie A, nel 1953-54, per poi giocare con la Fiorentina fino al 1963, conquistando uno scudetto nel 1955-56, la Coppa delle coppe e la Coppa Italia nel 1961 (queste ultime due da capitano). Vanta 4 presenze in nazionale A tra cui Italia-Irlanda del Nord per la qualificazione ai Mondiali del 1958. Memo (Guglielmo) Toros (1927-2012), un jolly che spaziava dalla difesa all’attacco, passò dalla Pro Gorizia alla Pro Patria (otto stagioni dal 1948 al 1956, di cui 7 in serie A e una della cadetteria). Scese poi in C col Catania dal 1956 al ’59 per concludere la carriera a Monfalcone e a Cervignano. Infine Bruno Orzan (1927-2008), centrocampista, seguì una trafila abbastanza simile, passando anche lui alla Pro Patria dal 1950 al ’56 (cinque anni in A e uno in B) per poi approdare per un anno al Fanfulla sempre in B e chiudere la carriera in Quarta serie a Marsala nel 1961.

mio padre, fino ad allora tifoso della Juventina e simpatizzante dell’Udinese, divenne tifoso dell’Inter e, come nelle migliori tradizioni, “contagiò” anche me.

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A distanza di oltre 60 anni, restano solo i ricordi. Il San Lorenzo, dopo la sciagurata fusione col Capriva, non esiste più, mentre la Pro Gorizia, relegata dal 2001 nei campionati regionali, aspetta nel torneo di Eccellenza il momento in cui poter spiccare nuovamente il volo verso lidi più consoni al suo blasone. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Cittadini poco ascoltati, parte la contestazione nei rioni: certi episodi non avvenivano ai tempi dei Consigli di quartiere

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di Liviana Cechet* ue episodi, recentemente accaduti nella nostra città, mi hanno portata a delle riflessioni.

Il primo si è verificato nel rione di San Rocco dove sono in corso i lavori di ristrutturazione della piazza, attualmente trasformata in un cantiere. Proprio ai margini di quest’ultima, nell’attigua via Parcar, la riqualificazione decisa dal Comune ha previsto l’eliminazione dei parcheggi sul lato del parco Baiamonti e, al loro posto, la creazione di aiuole alberate. La soluzione non ha però incontrato il favore dei residenti che, approfittando della chiusura del cantiere durante le festività, hanno inscenato una protesta alquanto originale: alle aiuole, la cui forma era sembrata troppo ingombrante e allungata, è stata data la sembianza di vere e proprie tombe, con tanto di lapide (di cartone) apposta dai contestatori. In questa curiosa Spoon River su ogni lapide, con una scritta, sono stati presi di mira il sindaco, l’assessore competente, la mancanza di posteggi e così via. I Sanroccari hanno lamentato in particolare il fatto che le loro proposte non sono state prese in considerazione dal Comune; a loro avviso, i posti auto sarebbero dovuti essere salvaguardati e gli alberi piantumati all’interno del parco Baiamonti. Per il secondo episodio dobbiamo spostarci nel giardino pubblico Bolaffio di via Max Fabiani, a Sant’Anna, dove, a dicembre, un abete (a quanto pare sano, verde e rigoglioso) è stato tagliato per finire a fare l’albero di Natale in piazza Vittoria. Al di là dell’opinione personale sul fatto che il patrimonio del verde pubblico, appartenendo a tutti cittadini, non dovrebbe essere considerato alla stregua di un vivaio a cui attingere senza alcuna remora, mi ha lasciata perplessa il fatto che l’operazione, molto contestata, si sia verificata - pare - all’insaputa di tutti, sia di coloro che frequentano il parco sia di chi abita nelle immediate vicinanze. Che i cittadini non vengano più interpellati, se non in prossimità di appuntamenti elettorali, è un dato di fatto. Fino a qualche anno fa, episodi del genere probabilmente non si sarebbero verificati in quanto, anche in una piccola città come Gorizia, il ruolo di trait d’union tra l’amministrazione comunale e i cittadini veniva svolto dai consigli di quartiere. Ogni consiglio vigilava su tutto ciò che accadeva nella zona di sua competenza e si faceva portavoce delle esigenze e

sollecitazioni dei residenti: uno sguardo a 360 gradi, rivolto alla comunità, e per la comunità. Le circoscrizioni di decentramento rappresentavano l’ente più vicino al territorio e i cittadini tendevano a riconoscersi in queste realtà e a partecipare alle attività svolte. Una partecipazione certo non scontata se solo si considera quanto i cittadini si sentano oggi lontani da quella politica che spesso sembra correre su un binario parallelo rispetto ai loro bisogni e necessità quotidiane. Le circoscrizioni rappresentavano perciò un avamposto dell’”istituzione Comune” sul territorio e un osservatorio privilegiato per la condivisione di problemi, semplicità e immediatezza di approccio.

Le nuove aiuole di San Rocco trasformate in... tombe

Molte persone si rivolgevano ai “parlamentini” per segnalare problematiche e inefficienze (dalla scarsa illuminazione stradale ai marciapiedi dissestati, dall’erba non sfalciata alla pericolosità di un incrocio); ma ciò che colpiva di più era il gran numero di quelle che segnalavano disagi, a volte anche notevoli, di natura personale. Servirebbero ancora, i consigli di quartiere, al giorno d’oggi? Premesso che, così com’erano strutturati, sono stati

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aboliti per legge nel 2010 nelle città al di sotto dei 250 mila abitanti, per una questione di risparmio finanziario, potrebbero in realtà essere ripristinati in una diversa forma, su base volontaria, come accade in varie città d’Italia. Una proposta volta a reintrodurre le circoscrizioni era stata presentata, con una petizione, nel 2012 da alcuni ex presidenti circoscrizionali (Walter Bandelj-Piedimonte, Giorgio Stabon-Lucinico, Lorenzo Persoglia-Piuma-San Mauro-Oslavia, Mario Brescia-Sant’Andrea). La petizione prevedeva l’articolazione del territorio comunale in sei circoscrizioni (precedentemente erano 10), ma è caduta nel vuoto. Anche altri quartieri cittadini si erano mossi: i consiglieri della Madonnina del Fante, per esempio, si erano detti disponibili a svolgere il loro ruolo anche gratuitamente (il gettone di presenza era peraltro irrisorio) pur di salvaguardare un ente che permetteva la partecipazione dei cittadini alla vita della comunità, soprattutto in un’area così periferica. Per supplire alla mancanza dei Cdq, il sindaco Ziberna ha istituito i Consiglieri Delegati di Quartiere “quale supporto al Sindaco e all’Assessore di riferimento nell’evidenziare le opere pubbliche da realizzare, gli interventi rivestenti carattere d’urgenza, riportando le istanze, le segnalazioni ed i suggerimenti della popolazione residente nel territorio a cui la delega fa riferimento”. Ma, a quanto pare, il necessario coordinamento non funziona, vista la totale assenza di coinvolgimento dei cittadini nei due episodi sopra descritti (e l’elenco potrebbe continuare) e data la situazione disastrosa in cui versano molte strade e soprattutto marciapiedi di vari quartieri. Mi chiedo inoltre: c’è qualche goriziano/a che conosce il nome del proprio consigliere delegato? Se eliminare le Circoscrizioni è stato fin troppo facile, sicuramente più difficile sarà trovare degli organismi sostitutivi in grado di raccogliere le istanze dei cittadini, incentivarne la partecipazione e soprattutto riempire quel vuoto lasciato da questi enti che, per oltre vent’anni, avevano operato sul territorio con impegno, dedizione e buoni risultati. *già presidente della Circoscrizione della Madonnina del Fante ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Viaggio nella Tirana che parla e sogna in italiano: “Vorremmo entrare nell’Ue, ci sentiamo tagliati fuori” di Timothy Dissegna

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l passato italiano e albanese legano questi due paesi nei drammi del Novecento. Un passato che oggi vorrebbe diventare futuro.

“Tutti si chiedono dove sia oggi l’Italia, perché non è al nostro fianco come un tempo. Vogliamo sentire Roma più vicina”. Le parole di Ardian Muhaj, esponente della locale comunità musulmana, si interrompono solo per poter portare la tazzina da caffè alle labbra. È marchiata con un celebre brand italiano. Davanti a noi, la finestra del bar da sulla Grande Moschea di Tirana, ancora in fase di costruzione ma ormai quasi ultimata. È un “regalo” del governo turco, il nuovo “miglior amico” dell’Albania. Ci troviamo in questa città da poco più di 48 ore e la nostra bussola inizia appena ora a stabilizzarsi. Le coordinate da inserire non sono solo geografiche, ma temporali. Abbiamo lasciato un’Italia sempre più euroscettica, in cui costruire una moschea è un argomento tabù. Arriviamo sulla sponda opposta dell’Adriatico, dove le bandiere comunitarie sono ovunque, nonostante l’ingresso nell’Unione europea sia ancora un progetto lontano, e i luoghi di preghiera dei tre principali gruppi religiosi — cattolici, ortodossi e musulmani — si trovano a breve distanza l’uno dall’altro. Mentre alla radio risuona Celentano, ripercorriamo le tracce della vicinanza italiana. I destini delle due nazioni si sono intrecciati indissolubilmente nell’aprile del 1939: Mussolini, nel pieno fervore imperialista che quattro anni prima l’aveva portato ad attaccare l’Etiopia, decise che era venuto il momento di rendere l’Adriatico un “lago nostrum”. L’obiettivo iniziale di conquistare il porto di Valona si trasformò in una più ampia aggressione al paese delle aquile. Il 12 aprile, l’invasione fu completata e Vittorio Emanuele III divenne re d’Albania. Iniziava così la dominazione fascista, cancellata solo dalla guerra di liberazione che portò i comunisti al potere nel 1944. Da lì prenderà via un nuovo, drammatico capitolo

della storia nazionale. Proprio quel periodo storico, terminato nel 1991 con la caduta del regime, porterà a una rivalutazione del vicino occidentale. Ancora adesso, l’Italia che gli “shqiptar” (“albanesi”) conoscono è quella degli anni ’60 e ’70, con Raffaelle Carrà e Mina sul palco di Canzonissima. “L’italiano l’ho imparato guardando la televisione” ci racconta una guida del museo di storia nazionale della capitale. Canticchia pure una vecchia canzone di Iva Zanicchi. Non è l’unica ad aver imparato la lingua di Dante grazie alla Rai e tanti, oggigiorno, continuano a studiarlo quotidianamente a scuola o grazie ai corsi dell’Istituto italiano di cultura (IIC). Perché l’Albania rimane una terra di emigrazione, anche se ora la destinazione principale è sempre più la Germania, così come lo era per tanti italiani negli anni in bianco e nero. Secondo i dati della Banca mondiale, entro il 2022 il tasso netto di migrazione — ossia la differenza tra emigrati ed immigrati — costerà circa 40 mila persone all’Albania. Sono in gran parte ragazzi neodiplomati o neolaureati, che puntano a farsi una vita a Berlino, Dortmund o Amburgo. Me lo conferma Dorian, un 30enne che incontro per caso allo stadio “Selman Stërmasi”, la casa del KF Tirana. In campo c’è la seconda giornata della Kategoria superiore, la massima lega locale, ma la qualità del gioco è assai

discutibile. Tentando di non offenderlo, glielo dico, e lui mi sorride dietro ai Ray-Ban: “Hai ragione — mi dice -, perché gli albanesi che giocano in patria sono scarsi. Sono molto più forti quelli all’estero”. Come quelli tesserati con i club della nostra Serie A. Non è un caso che proprio questo sia il campionato più seguito: basta passeggiare una domenica pomeriggio per le vie del centro di Tirana per notare le televisioni di bar e ristornati sintonizzate sulle partite di Juventus, Milan o Inter. Ogni albanese ha una propria squadra italiana del cuore ed è soprattutto l’ex club di Berlusconi quella più amata. La stessa che, fino al 2009, giocava annualmente in amichevole contro la nazionale. Quell’anno, l’allora amministratore delegato Galliani incontrò il primo ministro Berisha, donandogli una maglia del Diavolo personalizzata. Anche il calcio italiano, qui, si è fermato al ricordo degli anni passati. Mentre Dorian ci racconta degli scontri tra tifosi durante l’ultimo derby tra Tirana e Partizan, però, ecco sorgere un nuovo interrogativo. Gli chiediamo come mai parli così fluentemente la nostra lingua. “Perché lavoro in un call-center della Tim” risponde, chiedendomi scherzosamente quale operatore ho e se volessi cambiare tariffa. L’altra faccia della delocalizzazione, penso, e il giorno dopo scopro un ulteriore suo lato, decisamente meno noto. Tra i servizi offerti dalle istituzioni italiane in loco, infatti, c’è anche l’insegnamento della lingua a chi lavora in queste strutture.

L’Albania è sempre una terra d’emigrazione, eppure un numero crescente di turisti la sceglie per le vacanze

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Ce lo spiega la direttrice stessa dell’IIC della capitale, Alessandra Bertini Malgarini, illustrandomi le diverse attività che il braccio “culturale” della nostra ambasciata porta avanti. “Le aspettative degli albanesi verso il nostro lavoro sono alte” dice, “perché l’Italia rimane il loro modello culturale, anche se lo studio della nostra lingua è in calo”. Tanti preferiscono il tedesco, indispensabile per chiedere il visto per trasferirsi lassù e cercare fortuna. Così come trent’anni fa altri albanesi facevano nel Belpaese: “Molti di coloro che all’epoca emigrarono e che


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poi sono tornati - conferma la dirigente — sentono ancora oggi l’Italia come una seconda casa”. Ma la lontananza porta con sé un’immagine che non tiene conto dei tempi che cambiano. Ecco perché, passeggiando per le vie di questa città nata solo nel 1614, si ritrova un pezzo d’Italia che ai suoi stessi abitanti sembra ormai perduto. C’è il lato più “turistico”, con negozi che sfoggiano i grandi marchi di moda nostrani, ma è soprattutto quello politico a stupire maggiormente. Tutti vogliono entrare in Europa e il clima ricorda quello che si respirava da Trento a Catania, all’alba degli anni 2000.

1) “Nero d’inferno” (Matteo Cavezzali) 2) “Texas Blues” (Attica Locke) 3) “Gli informatori” (Juan Gabriel Vasquez) 4) “Matrimonio sotto zero” (Alfred J.Cohen) 5) “The Free” (Willy Vlautin)

Top Five Music Shop La moschea Ethem Bey, uno dei simboli di Tirana

Ad essere molto diverse sono le premesse e gli attori politici. Ad ottobre si tornerà a parlare dei colloqui, ma il rappresentate di Bruxelles a Tirana, l’ambasciatore Luigi Soreca, ha già messo le mani avanti: “Siamo alla fine dell’inizio e non all’inizio della fine”, ha dichiarato recentemente, citando Winston Churchill. Sembra lontano l’epoca in cui Berlusconi era il principale sostenitore del dialogo tra Ue e Albania, mentre oggi l’assist viene a sorpresa dal gruppo di Visegrad. L’ex cavaliere era amico personale di Berisha, oggi è Renzi ad essere molto vicino a Edi Rama, l’attuale primo ministro. Forse non è nemmeno una coincidenza se il palazzo del capo di governo albanese, il Kryeministria, trovi la propria sede in un edificio costruito dagli italiani nel 1939 su progetto dell’architetto Gherardo Bosio. Lo stesso preso d’assalto dai manifestanti lo scorso febbraio, durante una violenta manifestazione di protesta contro l’esecutivo. Da decenni, di fronte a quell’esempio di architettura razionalista, si erge una sede del parlamento costruita dai sovietici. Quando si dice “gli scherzi della storia”. La struttura di molti palazzi è l’impronta più marcata che gli italiani hanno lasciato a Tirana. I dettagli ormai sono stati sbriciolati dallo scorrere impetuoso del Novecento, come testimonia la totale assenza di fasci littori, rimpiazzati da bassorilievi inneggianti le virtù socialiste. In tante altre parti d’Italia, invece, questi sono ancora ben presenti ma visibili, forse, solo a chi sa coglierne il significato. Tutto ciò che sta attorno a questi luoghi, invece, è in un frenetico turbinio di cambiamento, che assume fin troppo spesso la sfumatura di un ammodernamento pacchiano, frettoloso, in disarmonia con sé stesso. Lo skyline dominato da gru e palazzi in costruzione n’è la dimostrazione evidente. Perfino i luoghi di preghiera sono in una fase di “boom”: a qualche centinaio di metri dalla Grande Moschea che si affaccia sui resti dell’antico castello, ci

sono la moderna chiesa cattolica di San Paolo, terminata nel 2001, e la cattedrale ortodossa della Resurrezione di Cristo, consacrata dieci anni più tardi. Fuori di quest’ultima, una donna anziana, seduta su uno sgabello, arrostisce delle pannocchie, vero e proprio snack da queste parti. La griglia è alquanto malridotta, si sente un retrogusto di gas nell’aria, ma presto tutto si mescola allo smog del traffico cittadino. In questa giungla di utilitarie, sembrano esistere solo vecchie berline della Mercedes o nuovi modelli Fiat. Le strade della capitale, per chi non ha paura di immergersi, possono portare lontano dal caos del centro. Sul viale che porta all’aeroporto, ad esempio, gli stabilimenti di aziende italiane sono così tanti che se ne perde subito il conto. Gli effetti delle prime ondate della delocalizzazione sono ancora ben visibili, anche se qualche capannone appare abbandonato da tempo. Nel complesso, però, non mancano le attività produttive a regime e perfino dei centri commerciali enormi, con solo negozi italiani al proprio interno. Tonnellate di cemento armato modellate per ospitare il nostro made in Italy, o quantomeno una sua copia assai realistica. Davanti a una birra in uno dei locali notturni del Bloc, il quartiere tirano della movida, è un membro del Partito democratico — la principale forza di opposizione in parlamento — a darmi l’ultima immagine di questa città e dello stato che la circonda. “Noi vogliamo entrare nell’Ue perché ci siamo sentiti tagliati fuori - rivela -, siamo europei anche noi. Con Berlusconi abbiamo sempre avuto un alleato a Bruxelles, oggi non vediamo nessuno accanto a noi”. La musica dance che risuona a tutto volume copre i rumori del vicolo che sta alle nostre spalle. Lì un cane randagio sta perlustrando i rifiuti, sparsi fuori da un cassonetto arrugginito; si muove nell’ombra, dietro alle luci sfavillanti della bandiera europea, issata a monito per il futuro. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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1) “MinaFossati” (Mina e Ivano Fossati) 2) “Doc” (Zucchero) 3) “Accetto miracoli” (Tiziano Ferro) 4) “The best of…” (Cesare Cremonini) 5) “Torneremo ancora” (Franco Battiato)

Volevo fare la rockstar: la blogger in Mediateca Appuntamento da non perdere quello di venerdì 7 febbraio nella Mediateca di Piazza Vittoria. Per iniziativa della Libreria Ubik si terrà, con inizio alle 18, un incontro con la scrittrice faentina Valentina Santandrea, nota soprattutto per il blog “Volevo fare la rockstar”, al quale Matteo Oleotto si è ispirato per l’omonima fiction televisiva. Sarà presente lo stesso regista goriziano.

Gli Stadio di scena all’Arena del Perla Venerdì 21 febbraio, con inizio alle 22, la storica band bolognese degli Stadio si esibirà in concerto all’Arena dell’Hit Casinò Perla di Nova Gorica. Gli Stadio sono uno dei gruppi italiani più longevi, essendo nati nel 1977. Gli attuali componento sono il leader Gaetano Curreri (voce e tastiera, autore di molte canzoni di Vasco Rossi), Giovanni Pezzoli (batteria), Roberto Drovandi (basso), Andrea Fornili (chitarra). Il gruppo ha vinto il festival di Sanremo 2016 con “Un giorno mi dirai”.

A Gorizia la finale del Fvg Talent Show Sabato 15 febbraio si svolgerà, con inizio alle 20.45 al Teatro Verdi di Gorizia, la finale del Fvg Talent Show 2.0. La rassegna, organizzata dal Collettivo Terzo Teatro, mira a scoprire nuovi talenti provenienti da tutta la regione e non solo, nel campo della musica (pop rock, lirica, cantautorale, modern jazz), della danza (classica e hip-hop) e del musical. Ingresso: interi 12 euro, ridotti 8. Prevendita alla libreria Leg di corso Verdi e su www.vivaticket.it.


Il Giro d’Italia sul monte Lussari: un’ipotesi che desta perplessità di Elio Candussi

“L

e Alpi Venete” (vedi il sito: https://www. lealpivenete.it/) è un periodico delle Sezioni Cai del Triveneto, realizzato con l’assistenza della Fondazione Antonio Berti. Nel numero uscito nello scorso dicembre è stata pubblicata una interessante nota dedicata al Monte Lussari e ai rischi di degrado che potrebbe correre.

silenzio non solo da parte del Cai stesso, ma pure delle Associazioni ambientalistiche e degli ambienti ecclesiastici. Certo, non si conoscono i dettagli del progetto, forse perché non si vuol farli conoscere, in modo da mettere tutti di fronte al fatto compiuto di una scelta preconfezionata. Ma i dettagli si possono pur immaginare; qualche curva raddrizzata dietro il falso obiettivo di mettere in sicurezza ciclisti, motociclisti ed automobilisti. E dove c’è posto per il parcheggio di tante automobili? Non siamo sullo Zoncolan, ma possiamo confrontarci con situazioni simili, come al rifugio Auronzo (sopra il lago di Misurina) o a Monte Santo (Sveta Gora), dove per poche decine di automobili un po’ di posto c’è, ma si tratta sempre di uno sbancamento impattante. E dopo il Giro? Che ne sarà del villaggio e della chiesetta? Ricolmo di venditori di cianfrusaglie, magari con pretesti religiosi? Una strada a pedaggio? Ma non basta la funivia per portare in vetta turisti e fedeli, nonché i manutentori degli

L’articolo, pur nel suo approccio molto cauto e diplomatico, fa trapelare una profonda preoccupazione di alcuni ambienti Cai, sia per l’ipotesi di portare il Giro in vetta al Lussari, sia per il silenzio sul tema di tutti questi mesi. Un

In altre parole si pone l’eterno dilemma: è meglio lasciare le cose come stanno, mantenendo il fascino del paesaggio e la tutela della montagna, oppure un ritorno economico a breve per operatori del turismo sportivo e religioso, trasformando il luogo in un volgare luna-park? Sarebbe il caso che la Regione scoprisse le carte e che i cittadini potessero esprimere la loro opinione con cognizione di causa. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Carlo Tavagnutti 91 anni di gioventù Il Corriere della Sera ha dedicato un bell’articolo al goriziano Carlo Tavagnutti, alpinista e fotografo. Tavagnutti, appassionato e profondo conoscitore della montagna, la cui essenza ha saputo cogliere in tante istantanee, ora ha 91 anni. In merito all’articolo del Corsera, riportiamo alcuni brani di Martina Luciani dal suo blog Piazza Travnik, in un pezzo intitolato: “Un bel riconoscimento, ma è davvero pochino definirlo semplicemente alpinista”.

Questo il titolo della nota: ”Sul Monte Lussari il Giro d’Italia 2021?” Ma ecco il testo: ”Il 19 aprile 2019 il Messaggero Veneto, quotidiano del Friuli, ha lanciato il seguente titolo: ”Giro d’Italia: nel 2021 una tappa sul Lussari”. La notizia, ripresa anche dal TG regionale del FVG, riferiva del sopralluogo del ”patron” dell’importante kermesse sportiva Enzo Cainero, sostenuto dai massimi vertici della Regione. Una tappa del Giro dunque, che nel 2021 potrebbe prevedere l’arrivo sul Monte Lussari e che dovrebbe comportare l’asfaltatura della strada Val Saisera – cima del Lussari, nuovi parcheggi per un centinaio di automobili e varie servitù in ausilio alla folta carovana che generalmente impone il Giro ad ogni suo passaggio. Non sarebbe male ricordare come la lunga dorsale sommitale del Lussari, lambita dalla foresta tarvisiana, ospiti un antico santuario di solide tradizioni, caro ad italiani, sloveni e carinziani e che sulla cima – peraltro - già accolga un comodo e moderno impianto a fune. Non mancheranno certamente le occasioni per discuterne in seno al Cai e nelle sedi più appropriate.”

impianti di telecomunicazione? Si contrappongono due visioni opposte del mondo: da un lato lo sviluppo sostenibile, che garantisce le generazioni future e quindi ragiona sul lungo termine, ma ha il difetto di essere lento. Dall’altro una visione a breve con vantaggi immediati solo per alcune categorie, salvo che prima o dopo la montagna protesta e reagisce, provocando svariati danni ambientali come frane, valanghe, ecc.

“Sono felicissima che il Corriere della Sera abbia dedicato un articolo a Tavagnutti, 91 anni di gioventù dell’anima e dell’intelligenza – scrive Martina. Ma nello stesso tempo trovo che chi ha scritto ha perso un’occasione grande di narrazione: quella di un’esperienza di vita che dovrebbe esserci consegnata come modello, come sintesi tra il personale e l’universale, tra la storia individuale e il patrimonio di storie collettive, tra la capacità di guardare con amorevole attenzione e la bellezza che ci circonda”. “Carlo – continua Luciani – oltre a quanto descritto nell’articolo del Corriere, è depositario di memorie collettive che inglobano in un tutt’uno le terre di confine, è custode delle meraviglie naturalistiche, culturali e storiche delle nostre montagne e della gente che ci ha vissuto (oltreché camminato e arrampicato), è archivio vivente di ricordi, nomi e cognomi, che grazie a lui hanno ancora un luogo, un sentiero, una cresta, una valletta, un pianoro, un precipizio cui restare collegati. (….). Ma soprattutto, questo eccezionale novantenne è sempre stato generosamente capace di mettere tutto a disposizione degli altri: la fotografia, strumento poetico ancor prima che rappresentativo, è uno degli esempi di questa preziosa condivisione. E se gli chiedi “Racconta, racconta” lui materializzerà sul grande schermo tutto ciò che non hai visto, che hai visto ma non ci hai fatto attenzione, che non sapevi e che pochi sanno, che si è perduto ma lui è capace di ritrovare. Dopo la sua ultima mostra, nella biblioteca di Gorizia, ho ricevuto da lui un dono, la fotografia di una gola (che pare rischiosa, ma forse solo per la nebbia) un momento di Natura che è un mio deja vu, che io stessa ho fotografato in qualche altrove, ma senza riuscire a esprimere la risonanza emotiva. Anche la cornice l’ha fatta Carlo. E ci ha tenuto a dirmelo. Insomma questa fotografia è fatta per essere appesa, invece io la sposto di continuo, me la appoggio qua e là fra i libri e le cose più care, così che nel mio mondo distribuisca il suo significato e la sua bellezza (…). Guardo fuori, sulla via. Magari fra poco passa Carlo in bicicletta e si fermerà, e gli farò un sacco di complimenti, e lui avrà quella sua bella espressione un po’ ritrosa e piena di grazia”.

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Decima Mas: perché si continua a dare l’ufficialità a una commemorazione da gestire in forma privata?

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e abitudini sono rassicuranti, introdurre un cambiamento, procurare una fattura al corso degli eventi è destabilizzante, anche se ciò significa applicare alla lettera il dettato costituzionale. Gorizia non fa eccezione, sembra anzi che la nostra bella città sia prigioniera dell’immobilismo più spinto. I reduci della Decima Mas si sono sempre ricevuti e il Sindaco Rodolfo Ziberna non perde l’occasione di ribadire che, finché ricoprirà la carica di primo cittadino, non impedirà che si depongano corone di fiori in memoria dei defunti. Fino a qui, nessun problema. A una disamina più attenta, non si può non notare come negli anni siano cambiate le modalità di questo ricevimento, il clima che si respira dalle nostre parti e l’uso che viene fatto dell’atrio della Casa comunale. Uno spazio di tutti i cittadini che, a cavallo dell’anniversario della battaglia di Tarnova, viene letteralmente blindato per permettere ai reduci la commemorazione di defunti che nulla c’entrano con le vicende della Decima Mas. Non tratto di questioni storiche perché non credo che su di esse si possa giungere ad un accordo: da una parte c’è chi li considera criminali, dall’altra chi li considera eroi. La domanda è perché un’Amministrazione comunale, nell’anno 2020, sceglie di conferire ufficialità ad un momento che potrebbe tranquillamente essere gestito in forma privata. Un’occasione che, peraltro, da queste parti riporta in vita i fantasmi del passato, sparge sale su ferite mai del tutto rimarginate, divide un tessuto sociale con fatica rappezzato negli ultimi anni. E lo fa in modo goffo e maldestro delegando al ricevimento un Assessora, che per l’occasione indossa la fascia tricolore, e giustificando l’assenza del Sindaco di anno in anno in modo sempre diverso. Una città candidata assieme a Nova Gorica a capitale europea della cultura del 2025, fatto incontrovertibile anche se pare poco conosciuto in Regione tra gli stessi colleghi di partito del nostro Sindaco Rodolfo Ziberna, accoglie ufficialmente i reduci di una formazione militare che riporta in auge vicende che in molti, al di qua e al di là del confine, devono ancora digerire. Strategicamente non una mossa furba, a meno che la candidatura la si voglia perdere e non vincere. Il tutto condito con la locale

di Eleonora Sartori CasaPound che affettuosamente saluta i reduci e, nei giorni precedenti la loro venuta, distribuisce volantini inneggianti agli eroi della Decima, difensori dell’italianità di Gorizia, in pieno centro mentre si svolge al Trgovski Dom la presentazione di un libro dedicato proprio ai crimini della formazione militare, con la massiccia presenza di forze di polizia, a garanzia del mantenimento dell’ordine pubblico. Senza considerare che la notte precedente al ricevimento sono stati attaccati manifesti con la scritta “Gorizia grida: mai più antifascismo” (addirittura anche mal tradotta in lingua slovena), azione mai rivendicata. E’ vero che l’Amministrazione Ziberna non è la prima che accoglie i reduci della Decima Mas, tuttavia non possiamo non notare un peggioramento del clima in cui il tutto si svolge e i fatti sopra descritti ne sono una prova. Emerge, inoltre, in tutta la sua vergogna la negazione della cittadinanza onoraria a Liliana Segre, recentemente conferita a Trieste, città in cui vennero proclamate le leggi razziali, perché Gorizia la nostra amministrazione la considera un vessillo della sinistra, dimenticando quanto la città abbia pagato i tempi bui delle deportazioni naziste, vedendo cancellata l’intera comunità ebraica che viveva in via Ascoli. La negazione della cittadinanza onoraria a Liliana Segre e il rinnovato accoglimento ufficiale dei reduci della Decima Mas nella Casa comunale presenta la città di Gorizia in un modo che tutti dovrebbero rifiutare perché a nessuno giova, nemmeno a quelli che, pontificando sul web, affermano che il passato è passato e va dimenticato. Che tipo di città vogliamo lasciare alle nuove generazioni? Una città che, memore del proprio passato, si appresta a costruire un futuro condiviso di pace assieme a suoi vicini, o una città che in mancanza di un uomo nero a cui dare la colpa di tutti i propri mali, cerca di sviare l’attenzione servendosi di vicende tragiche che dividono, creano dissapori, seminano zizzania? Io opto per la prima, uno scenario peraltro del tutto compatibile con la deposizione di fiori da parte di uno sparuto numero di anziani. Ma non nella casa comune e non in forma pubblica, senza Assessori (a meno che non vi prendano parte in veste personale) e senza fasce e bandiere tricolori che fanno a pugni con i vessilli della Repubblica di Salò e le bandiere con i teschi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Chi era veramente la Decima Mas? Da buon principio, “nei giorni successivi all’8 settembre, nella base navale di La Spezia fu ammainato il tricolore e issata la bandiera della Decima Mas” e Borghese inviò il seguente messaggio all’esercito germanico: “congedato oggi personale inaffidabile, offresi collaborazione”. Tale collaborazione (con i tedeschi!) si concretizzò nella firma (14 settembre 1943) di una “convenzione” bilingue, in quanto redatta in italiano e tedesco, firmata da Borghese e da Max Berninghaus, allora comandante della Marina germanica per il litorale ligure, di cui riporto il punto due e il punto cinque: 2-E’ alleata alle FF.AA. Germaniche con parità di diritti e di doveri. 5-E’ autorizzata a ricuperare e armare, con bandiera ed equipaggi italiani, le unità italiane che si trovavano nei porti italiani; il loro impiego operativo dipende dal Comando della marina germanica (recuperare portandole via alla Regia Marina, quindi al legittimo Stato italiano?). Relativamente al Friuli i reparti della Decima furono usati per la repressione antipartigiana all’interno della caserma Piave di Palmanova, dove furono massacrati decine di antifascisti e per il rastrellamento che mise fine alla zona libera della Carnia (1944) provocando 300 morti e migliaia di sfollati. Relativamente al Confine orientale fu lo stesso comandante del gruppo Gamma Eugenio Wolk a spiegare nell’aprile 1945 al suo commilitone Antonio Marceglia che il motivo del ritiro dei reparti della Decima Mas dalla Venezia Giulia era da ricercarsi nel comportamento dei medesimi che era stato “così cattivo che la popolazione stessa ha chiesto alle autorità tedesche il loro allontanamento”. Sempre al Confine orientale unità della Decima furono utilizzate assieme ai reparti delle SS contro l’Esercito di Liberazione Jugoslavo nella Selva di Tarnova nel gennaio 1945 quando subirono una pesante sconfitta, oggi fatta passare come sacrificio per l’italianità di Gorizia (la zona di Tarnova non è mai stata territorio etnicamente italiano, semplicemente fu annesso all’Italia dopo la prima guerra mondiale), mentre di fatto combattevano per il nazifascismo (ElSa) Informazioni tratte da “L’onore della Decima Mas” di Claudia Cernigoi, dossier n. 54, la Redazione de “La Nuova Alabarda”.


Quella strage dimenticata sulla spiaggia di Vergarolla ricordando Micheletti, il medico-eroe legato a Gorizia

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l 18 agosto del 1946 è una calda giornata estiva da trascorrere in spiaggia per rinfrescarsi nelle acque limpide dell’Adriatico. C’è ancora più gente del solito sul litorale di Vergarolla, appena fuori dal centro di Pola, una folla allegra che si è raccolta non solo per fare il bagno ma anche per assistere alle gare di nuoto e di tuffi e per partecipare in serata alla festa prevista per i sessant’anni della società nautica locale, la Pietas Julia. Giovani, bambini, adulti e anziani affollano la spiaggia assolata. Sulla riva, accatastate ai bordi della pineta, ventotto grosse mine marine disinnescate sono i testimoni ingombranti di un recentissimo passato.

di Anna Cecchini di un terzo delle vittime sono bambini e ragazzi che non arrivano a diciotto anni. Inizia il via vai delle sirene e i feriti vengono trasportati all’ospedale. Di guardia c’è il dottor Giuseppe “Geppino” Micheletti, che scopriremo poi essere legato in qualche modo alla nostra città. Figlio di Giuseppe e di Irma Mejer, è un triestino

Il futuro della Venezia Giulia e della piccola enclave di Pola è in bilico, sospeso tra l’Italia e la neonata Jugoslavia, che ne rivendicano l’appartenenza, sul bordo di una faglia che divide drammaticamente due mondi antitetici. La guerra è finita, ma da queste parti non è ancora archiviata. Il presente significa occupaIn alto, il dottor Geppino Micheletti che contizione militare: l’Istria, quasi tutta, sotto nuò, da solo, ad operare i feriti nell’ospedale di il controllo della Jugoslavia, Trieste in mentre i due figlioletti Carlo e Renzo (sotto) amministrazione militare anglo-ameri- Pola avevano perso la vita nella terribile esplosione. cana e Pola, enclave di lingua italiana, sotto il governo militare inglese. Dopo neppure trent’anni dalla fine del primo conflitto mondiale, dalla dissoluzione dell’impero asburgico e dei confini ridisegnati dal trattato di Rapallo, pare che bisognerà prepararsi a nuovi, laceranti cambiamenti. Ma oggi la gente non ha voglia di pensare al futuro, vuol solo godersi una giornata di sole e di mare, vuol sentire i tonfi dei tuffatori nell’acqua cristallina e le risate dei bambini che giocano sulla riva, riposare all’ombra dei pini marittimi e trascorrere qualche ora di svago. Sono le quattordici e quindici quando un tremendo boato si leva dalla spiaggia. Esplodono oltre nove quintali di esplosivo, seguiti poi da un silenzio agghiacciante. Nel cielo sereno si leva una colonna impressionante di fumo acre, mentre salgono i lamenti dei feriti. Lo scenario del litorale di Vergarolla è quello che segue un bombardamento: una carneficina. Sessantacinque i morti che troveranno un’identificazione certa, cinque dispersi, decine di feriti. Molti sono stati letteralmente polverizzati rendendo impossibile l’identificazione, altri rimangono sepolti sotto le macerie del capannone della società sportiva. Più

di origine ebraica. Si laurea in medicina a Torino e si specializza in chirurgia a Bologna. Si stabilisce poi a Pola e, dal 1941 al 1943, è stato il direttore del 41° Nucleo chirurgico di stanza in Croazia e insignito con tre Croci al merito di guerra. Alla fine del conflitto torna dalla sua famiglia, dalla moglie Jolanda Nardin e dai figli, e alla sua attività di medico

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nell’ospedale del capoluogo istriano. Quella maledetta domenica Micheletti è di turno. I bambini, Carlo di nove anni e Renzo di cinque, hanno pregato la mamma di lasciarli andare in spiaggia per partecipare alla festa, accompagnati dagli zii. Il medico torna a casa a mangiare un boccone, dove la moglie è rimasta per aver invitato a pranzo il catechista della parrocchia. Alle due torna in ospedale e, poco dopo, avviene l’esplosione. Quello che accade in quel pronto soccorso lo possiamo solo immaginare e per Micheletti è davvero come tornare in guerra. Peggio che in guerra, perché Geppino sa che i suoi bambini sono là, in spiaggia, con suo fratello Alberto e la cognata. Mentre sutura e tampona decine di corpi il medico è attanagliato dall’angoscia per i suoi familiari. Continua a operare per più di ventiquattro ore: è l’unico chirurgo presente a Pola, prima che arrivino i rinforzi nelle ore successive. Sua moglie corre a Vergarolla, dove decine e decine di corpi straziati in mare e sulle chiome dei pini marittimi vengono attaccati dai gabbiani impazziti. Poi va all’ospedale, dove iniziano ad arrivare i feriti e i corpi delle vittime. E’ là che trova il suo bambino, Renzo, il più piccolo. Carlo non si troverà mai. Sarà lei a dare la notizia a suo marito, che esce per un attimo dalla sala operatoria, per poi ritornarvici. Jolanda porta Renzo a casa. Lo lava e rimane a vegliarlo, da sola. A quei due poveri genitori che hanno perduto tutta la famiglia – anche il fratello di Micheletti, Alberto, e la moglie Caterina Maresi sono fra le vittime – non è concesso nemmeno il conforto di abbracciarsi e piangere assieme. Nei giorni successivi passerà ore sulla spiaggia, quella povera madre, a cercare Carletto. Riuscirà a trovare solo il suo cappellino e qualche altro indumento. Sappiamo tutto questo dalla viva voce di una Jolanda ormai anziana, nel corso di un’intervista radiofonica alla trasmissione “Voci e volti dell’Istria” del 1996. Il documento audio è facilmente reperibile sul web e vi consiglio di ascoltarlo. La città, attonita, seppellisce i suoi morti due giorni dopo. Una tragedia della fatalità, dicono le autorità inglesi, un fatto accidentale: le bombe piazzate in mare dai tedeschi (o forse dalla X° MAS, come sostengono alcuni storici) per fermare lo sbarco alleato e poi depositate sulla riva sono saltate in aria per il troppo calore. Nonostante le ispezioni e la messa in sicurezza, si dice, il fatto è stato un’assur-


da, inevitabile tragedia. L’indagine viene frettolosamente archiviata appena una settimana dopo. Ma l’ipotesi della disgrazia non convince. Il capitano Raiola, comandante delle squadre responsabili del disinnesco, dirà nel corso delle indagini che lo scoppio era materialmente impossibile, a meno che non venisse inserito un nuovo detonatore. Il vescovo di Pola Radossi nell’omelia dei funerali, pur senza dir nulla di esplicito, lascia intendere qualcosa di diverso dalla fatalità e la città intera comincia a interrogarsi sull’accaduto. I giornali locali parlano apertamente di attentato. Nel periodo che precede l’esplosione sono in corso a Parigi i negoziati per definire lo status dei territori italiani nella Venezia Giulia, in Istria e in Dalmazia. Ovunque si susseguono manifestazioni, che sfociano spesso in scontri violenti, per rivendicare di volta in volta le ragioni a favore dell’identità italiana o slava. Pola conta all’epoca più di trentamila abitanti, la cui stragrande maggioranza è di lingua italiana, e manifesta con forza la volontà di rimanere parte integrante dello Stato italiano o, tuttalpiù, del Territorio Libero di Trieste. Sono settimane di grande tensione e gli interessi in gioco molteplici e contrapposti. In quei giorni altri attacchi vengono messi a segno nella Venezia Giulia, le fucilate del 30 giugno a Pieris contro il passaggio del Giro d’Italia, e un attentato simile a quello di Vergarolla, fortunatamente fallito, durante una gara di canottaggio nel Golfo di Trieste, solo pochi giorni prima della strage polesana.

sostiene lo storico Raul Pupo, per porre alla ribalta internazionale la dilaniante questione giuliano-dalmata durante le trattative in corso, al fine di influenzare la decisione finale? Solo tre settimane prima della strage il Comitato di Liberazione Nazionale di Pola raccoglie in un questionario la volontà espressa da circa 28.000 polesani su 31.000 abitanti di abbandonare la città nell’ipotesi di passaggio alla Jugoslavia. Poteva essere in atto un progetto per bloccare le pretese jugoslave, come ipotizza Fulvio Salimbeni, e le bombe di Pola avrebbero dovuto costituire il preludio a un’insurrezione filo-italiana? Resta il fatto che le indagini e le inchieste non hanno mai portato a un risultato definitivo e che gli anni trascorsi e la secretazione di alcuni documenti non fanno che complicare le ricerche. Una cortina fumogena di ambiguità, connivenze e opposti interessi politici ha tentato di nascondere la verità, anche se – come appurato da diversi storici, fra cui William Klinger e soprattutto Gaetano Dato nel suo libro “Vergarolla 18 agosto 1946. Gli enigmi di una strage tra conflitto mondiale e guerra fredda”, edito della LEG, che consiglio di leggere – l’ipotesi dell’attentato pare ormai certa e la documentazione esistente non consente di avallare completamente la tesi delle responsabilità jugoslave, ma suggerisce altresì indizi di altri possibili coinvolgimenti, sia italiani che internazionali, all’interno di un quadro di cupi fermenti sotterranei che preludevano a una nuova guerra, ipotesi che merita senz’altro approfondire per comprendere i complessi scenari dell’epoca.

Perché Vergarolla, quindi? Per accelerare la fuga in massa degli italiani, come sostengono quanti incolperebbe della strage la Jugoslavia e l’OZNA, la polizia segreta di Tito? O possiamo ipotizzare una “strategia della tensione”, come

Con la stipula del Trattato di Parigi del 10 febbraio 1947 viene sancito il destino di Pola e degli altri territori ceduti alla Jugoslavia, che darà il via all’esodo. Geppino Micheletti resterà nel capoluogo istriano fino al 31 marzo, coman-

dato dalla Croce Rossa per coordinare l’evacuazione dei malati dell’ospedale cittadino. Anche lui partirà poi alla volta di Trieste. Sua moglie esumerà la salma del piccolo Renzo e arriveranno insieme nella città giuliana per la tumulazione definitiva. Per ragioni che ignoriamo, a giugno la coppia si trasferisce a Narni, in Umbria, dove Micheletti arriva senza più una famiglia e con un’amarissima medaglia d’argento al valor civile e la Grande medaglia d’Oro del Comune di Pola a riconoscimento della sua opera nei giorni della strage. Lavorerà nell’ospedale locale per quattordici anni, fino all’8 dicembre 1961, quando si spegne a soli cinquantasei anni dopo un infarto. Giuseppe Micheletti detto Geppino di cognome faceva Michelstaedter. Il padre, o più probabilmente il nonno, è uno dei fratelli di Alberto Michelstadter, padre di Carlo, il filosofo goriziano morto suicida nel 1910. Quel ramo della famiglia si è trasferito a Trieste, dove nel 1905 nasce Geppino, cugino quindi di Carlo. Saranno fra i tanti costretti a cambiare cognome a causa dell’origine ebraica. Mentre il ramo goriziano della famiglia non sfugge alle persecuzioni ed Emma Luzzatto Michelstaedter, madre di Carlo, e la figlia maggiore Elda vengono deportate ad Auschwitz, dove troveranno la morte, Geppino scampa alla Shoah ma non al destino terribile di quel “secolo breve” che ha segnato le nostre terre. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Iacchetti e Quartullo sul palco a Gradisca Per la stagione artistica 2019-20 del teatro comunale di Gradisca, organizzata dagli Artisti associati, mercoledì 19 febbraio appuntamento da non perdere con la coppia Enzo Iacchetti-Pino Quartullo, protagonisti dell’esilarante commedia “Hollywood Burger”, di Roberto Cavosi. La regia è di Pino Quartullo. Si tratta di una produzione della Contrada – Teatro stabile di Trieste- Lo spettacolo avrà inizio alle 21.

Metropolis alla Cicchetteria

Una lapide ricorda l’eccidio del 18 agosto 1946. Le vittime identificate furono 65, tra cui molti bambini, 5 i dispersi, decine i feriti.

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Oltre a farci scoprire importanti fotografi spesso misconosciuti, il “nostro” Felice Cirulli si dedica ovviamente con passione al suo hobby preferito e in febbraio sarà possibile ammirare i suoi scatti in una mostra allestita al bar-cicchetteria Ai Giardini di via Petrarca. L’esposizione, intitolata Metropolis, comprende composizioni fotografiche già presentate da Felice a Milano in occasione di un’importante manifestazione fotografica. Sarà inaugurata il 6 febbraio alle 18 e potrà essere visitata fino al 29 febbraio.


Ora Frank mi appare anche in terrazza, ma quando mi si dice di non scrivere qualcosa, è la volta che lo faccio di Giorgio Mosetti

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d esempio, il padre di Leon?” Mi volto verso Cristina. “Il padre di Leon cosa?” Lei solleva le spalle. “Non lo so, mi chiedevo chi fosse il padre di Leon. Potresti scrivere di lui”. Do un tiro di sigaretta e mi metto a guardare fuori dalla finestra. “Deve per forza esserci?” “Beh, direi di sì”. “Neanche Qui, Quo e Qua hanno un padre, eppure a nessuno interessa”, butto lì. “Qui, Quo e Qua sono tre paperi che indossano una camicia. E parlano.” taglia corto lei. “Ce l’hai con i paperi?” “Dai, finiscila”. “…” “E comunque, se proprio vogliamo, Qui, Quo e Qua ce l’hanno un padre”. “Ma quando mai?” “Nel 1937. Quando è finito in ospedale per un petardo messo sotto la sedia proprio da Qui, Quo e Qua”. “Te lo stai inventando”. “Fa come credi”. “…” “… “Ok, va bene. Vorrà dire che penserò al padre di Leon, contenta?” Cristina solleva di nuovo le spalle. Do un altro tiro di sigaretta e la spengo nel portacenere. Poi torno a guardare fuori dalla finestra. Dodici mesi fa, quando Vincenzo Compagnone mi chiese se mi andasse di scrivere dei racconti per Gorizia News & Views, fui molto sorpreso - e al tempo stesso contento - di sentire nuovamente il desiderio di scrivere. Desiderio che negli ultimi cinque anni era svanito, sopraffatto da un senso di nausea che sistematicamente mi coglieva ogni volta che mi sedevo al computer. E questo nonostante avessi un romanzo in lavoro che parlava di Frank, ormai settantenne, che andava a fare il Cammino di Santiago assieme alla figlia rompiballe di una sua amica morta altrettanto rompiballe, e del quale avevo scritto già quasi duecento pagine. Da lì, fu sin troppo facile pensare a Frank, sempre settantenne, come protagonista dei nuovi racconti. Racconti che avrebbero dovuto, almeno nel mio intento, mettere in luce in modo ironico e talvolta sarcastico le contraddizioni del nostro mondo, fatte in primo luogo di una preponderante incapacità di essere obiettivi. Per fare questo, avevo bisogno di una

spalla. Una spalla che compensasse con la sua purezza la ruvidezza del vecchio brontolone, e che al tempo stesso anche attraverso le mie due più grandi passioni, ossia l’astronomia e la fisica – contribuisse a dare qualche mazzata a quelle persone che, sempre più spesso e diffusamente, vedono nella conoscenza scientifica uno dei Grandi Mali o delle Grandi Truffe del nostro tempo. Così è nato Leon, e devo dire che non ci ho messo molto ad affezionarmi. Anche perché - e la cosa mi ha stupito non poco mentre scrivevo - sin dal primo racconto si è dimostrato in grado di penetrare con estrema facilità la ferrea corazza del nonno burbero. Ovviamente Leon non bastava. Avevo bisogno di almeno altri due personaggi, uno maschile e un femminile, che rappresentassero la quintessenza dell’ottusità. Mario e Tea, in tal senso – e ammetto che talvolta mentre scrivevo un po’ mi è dispiaciuto per loro - sono state le mie vittime sacrificali. Da allora, come detto, è passato un anno. Un anno di racconti che, nel dicembre scorso, mi ha persino riportato in libreria dopo una lunga assenza. Poi sono venute le feste e l’anno è finito. Vincenzo mi ha contattato e mi ha chiesto che intenzioni avessi per il futuro. Dentro di me, francamente, non sapevo che fare. Da un lato mi piaceva l’idea di far fare ancora qualche capriola alla coppia Frank & Leon, ma dall’altro temevo che continuare sulla falsariga dell’anno precedente, con i due impegnati a dare legnate a destra e a manca, sarebbe stato nulla di più di una ripetizione. Così ho pensato di smettere. A meno che… “A meno che tu non scriva della famiglia di Frank”, mi fa Cristina. “Quale famiglia?” “Beh, Frank, a parte Leon e Alice, dovrà pur avere una famiglia, no?” “Bah, non lo so. Non penso sia così importante. E poi non credo interessi a qualcuno”. “A me interessa”. “Ma t’interessa cosa?” “Ad esempio, il padre di Leon?” “Il padre di Leon cosa?” Lei solleva le spalle. “Non lo so, mi chiedevo chi fosse il padre di Leon. Potresti scrivere di lui”. “…” “…” “Ok, va bene. Vorrà dire che penserò al padre di Leon, contenta?” Cristina solleva di nuovo le spalle. Lo sa che non è facile persuadermi e che, più si cerca di suggerirmi cosa scrivere,

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più non lo faccio. È il Frank che è in me, che volete farci. Così ho accantonato la cosa e per un po’ non ci ho pensato. Fino all’altra sera, quando sono andato in terrazza a bermi una birra al freddo per schiarirmi le idee. Mi sono seduto sulla sdraio, con lo sguardo verso il Sabotino, e ho cominciato a pensare. “Lascia stare” ha detto una voce alle mie spalle. Mi sono voltato di scatto e ho visto Frank. In carne ed ossa. “Ah, sei tu”, ho detto pigramente, abbandonandomi allo schienale. “Lascia stare, ho detto”. “Sì, ti ho sentito”. “Bene, allora tienilo a mente”. “Mo me lo segno”. “Non fare lo spiritoso con me”. “Dai Frank, dammi tregua”. “Tienilo a mente, ho detto”. “E va bene!” ho sbottato. “Tu non sai un cacchio della nostra famiglia”. “Su questo hai perfettamente ragione”. “E quando non sai le cose, va a finire che se ci giochi fai del male a qualcuno”. “Beh, detto da te…” “E se quel qualcuno e Leon…” “Avanti, Frank, pensi davvero che farei del male a Leon?” “E tu pensi davvero che io farei mangiare un cane a qualcuno?” “…” “…” “Dai, quello era solo uno scherzo”. “Bello scherzo del cazzo”. “Uff, sempre con queste parolacce”. “Ti ho avvisato”. “Va bene, Frank, va bene. Non scrivere niente della famiglia di Frank e Leon. Registrato”. “Ti tengo d’occhio, scrittorucolo”. Non gli ho dato bada. Sono tornato alla mia birra e al Sabotino. Dopo l’ultimo sorso mi sono voltato. Se n’era andato così com’era venuto. Mi è scappato un sorriso. Sono rientrato e mi sono messo a guardare un film. Era terribilmente noioso. Così ho spento la tv e sono andato a letto. Mi sono disteso. E ho cominciato a pensare al padre di Leon. E che cazzo, quando mi si dice di non scrivere su qualcosa, è la volta buona che lo faccio. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Cultura classica alla riscossa nella sesta “Notte del Liceo” di Vincenzo Compagnone

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nche quest’anno il Liceo Dante Alighieri di viale XX settembre è stato protagonista, insieme ad altri 430 licei d’Italia, della Notte nazionale del Liceo Classico, un’iniziativa giunta alla sua sesta edizione e sempre più apprezzata da studenti, docenti e famiglie. Il 17 gennaio, dalle 18 alla mezzanotte passata, la serata – incentrata sul tema della bellezza – si è dipanata nell’Auditorium dell’istituto, costantemente gremito di pubblico, attorno a un ricco programma di eventi che hanno coinvolto, sotto la sapiente regia della professoressa Rosy Tucci, studenti, ex studenti, insegnanti e altri ospiti, tutto all’insegna dello spettacolo ma anche di quel clima familiare e gioioso (con un sontuoso momento conviviale nell’aula magna “Romitelli”) che deve caratterizzare una vera e propria festa del liceo e della cultura classica.

Due le novità di quest’anno: la prima, un “agone teatrale” che ha contrapposto cinque gruppi di studenti impegnanti nel proporre altrettante versioni del mito del Pomo della discordia, agone vinto – per la cronaca – dai ragazzi della quarta classe con la performance “La mela”. Quanto alla seconda, si è trattato di una mostra delle opere del poeta e artista Ivan Crico, docente dell’Istituto d’Arte Max Fabiani. Dicevamo del filo conduttore rappresentato dal tema della bellezza, declinato nelle più svariate sfaccettature. Ne hanno parlato Carmen Mazzone (“La bellezza del Crepuscolo: Marino Moretti e la poesia del quotidiano”), Raul Pantaleo e Sergio Pratali Maffei (“La sporca bellezza”), Maria Masau (“Arte e bellezza: da Raffaello alla banana di Cattelan”), Raffaella Sgubin (“Bellezza e moda”), Giovanna Dan (“Bellezza e medicina”) Gianfranco Trombetta (“La bellezza della poesia come speranza di pace”) e Anna Cecchini, che – in una conversazione con chi scrive – ha parlato del suo recentissimo libro, best seller nelle librerie goriziane, “Lyduska – La vita tra due mondi della contessa di Salcano”.

Anna Cecchini e Vincenzo Compagnone in occasione della notte del Liceo Classico

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Ma la “maratona” del Classico è stata contrappuntata da tanti altri momenti di musica, spettacolo e cultura, con interventi e performance di Maria Paladino, Nicholas Lorefice, Martina Conzutti, Matteo Ruhr, Ester Tomba, Adriano Chinni (che ha presentato il club Unesco di Gorizia), Manuel Dominko e Antonio Barbieri. La lettura del prologo di Agamennone di Eschilo e il canto finale hanno chiuso in… bellezza (e non poteva essere altrimenti) lo spettacolo. Tirando le somme, si può affermare – come ha ribadito Rosy Tucci – che “la serata è riuscita a valorizzare e a mettere in mostra i vari talenti, coniugando classicità e attualità”. La “Notte del Liceo classico, nata per “aprire le porte” di una scuola che in tutti i modi si può definire, tranne che “obsoleta”, è servita ancora una volta a far conoscere l’importanza dell’indirizzo di studi, ma nel corso degli anni l’appuntamento si è trasformato ormai in un evento vero e proprio atteso da tanti goriziani. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Un febbraio ricco di spettacoli al Verdi E’ un febbraio ricco di appuntamenti quello del Verdi di Gorizia, nell’ambito della stagione teatrale. Dopo “Momenti di trascurabile (in)felicità”, con Francesco Piccolo e Pif, andato in scena il primo del mese, in cartellone ci sono altri cinque spettacoli: “Visite” (martedì 4 per la serie Verdi off), “Ho perso il filo” (mercoledì 12, di e con Angela Finocchiaro), la commedia “Mi amavi ancora…” (martedì 18, con Ettore Bassi e Simona Cavallari), il musical “Alice in Wonderland” (venerdì 21, col Circus-Theatre Elysium e un cast di trenta acrobati-ballerini) e infine, per la musica, il concerto del pianista russo Ivan Bessonov (venerdì 28). Tutti gli eventi avranno inizio alle 20.45. Venerdi 14, inoltre, per gli “Young matinee”, andrà in scena alle 10 per le scuole lo spettacolo in lingua inglese “The time machine”.


Gorizia capitale della cultura e il “Dipiazza ignaro”: ma a Ziberna interessa promuovere la candidatura?

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di Lucio Gruden i è già parlato della candidatura unitaria di Nova Gorica e Gorizia a capitale europea della cultura 2025.

Ma di recente è spuntata “Pirano 4 Istria”, una candidatura analoga che appare come una piccola competizione campanilistica, ad opera dei centri del litorale istriano e che ha raccolto l’appoggio del sindaco di Trieste Roberto Dipiazza. La novità ci spinge a tornare sull’argomento, cercando di focalizzare il significato della nostra candidatura transconfinaria. Le Capitali della cultura sono nate nel 1985 dal Parlamento Europeo. Lo scopo è mettere in luce le ricchezze delle culture europee, puntando su ciò che risulta condiviso, con l’obiettivo di accrescere il senso di appartenenza e di sviluppare uno spazio culturale comune, ma anche promuovendo, attraverso la cultura, lo sviluppo economico delle città. L’esperienza ha dimostrato che questi eventi sono occasioni di riqualificazione delle città, potenziandone il profilo internazionale, valorizzandone l’immagine agli occhi dei suoi stessi abitanti e dando vitalità alla cultura locale, da cui un rilancio del turismo. Le capitali, una cinquantina fino a oggi, vengono ufficialmente designate 4 anni prima dell’incoronazione, per pianificare al meglio l’evento. Nell’arco dei 4 anni la giuria, con il sostegno della Commissione Europea,

offre consulenza tecnica e un aiuto permanente. Cosa significa tutto questo per le due Gorizie? La candidatura “Pirano 4 Istria” è la conferma che queste iniziative sono ritenute positive, ma anche che esse alle volte si fondano su logiche politiche o contrapposizioni. Il primo elemento che accomuna ogni candidatura è quello della voglia di visibilità, per porre in evidenza i luoghi ed enfatizzare le bellezze. Ciò mira all’interesse turistico e a investimenti in infrastrutture che andranno poi a beneficio dei residenti. Ma è il secondo elemento che a noi appare importante relativamente alla candidatura goriziana. Esso riguarda la voglia di fare i conti con la Storia, per dare un senso compiuto allo sviluppo congiunto del territorio, riprendendo un filo di Arianna su cui imbastire la proiezione al domani, nella consapevolezza delle proprie radici che sono - esse stesse - la ragione della nostra potenziale modernità nel contesto di un’Europa unita: le due Gorizie sono il più importante caso europeo ma questo, che a qualcuno dà fastidio, richiede un deciso attivismo che non c’è. L’offerta del sindaco Klemen Miklavič alla nostra città di unirsi in tale progetto, è stata apprezzabile sul piano dello stile, ma soprattutto intelligente per la forza intrinseca che la candidatura congiunta goriziana esprime. La proposta è stata accolta dal sindaco Ziberna, ma troppo poco si è fatto poi per garantire la giusta attenzione nei confronti dell’iniziativa.

La candidatura Pirano 4 Istria a capitale della cultura europea 2025 insidia quella di Nova Gorica-Gorizia

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Era ed è indispensabile avviare un gruppo di lavoro composto da personalità locali del mondo della cultura, dello spettacolo, della ricerca, dell’economia e dello sport (che spesso è turismo), capace di coinvolgere anche i centri vicini, ancorché non intercomunali. Sarebbe saggio avviare un percorso a tappe di avvicinamento all’incoronazione, anche modificando in parte le iniziative tradizionali, cercando di dare più visibilità alla candidatura: da Gusti di Frontiera al Natale Goriziano, molti eventi classici potevano essere ripensati e magari resi policentrici o itineranti, con iniziative collaterali a sostegno della candidatura. A differenza di altre, compresa quella del litorale istriano, la candidatura goriziana è di per sé un progetto più profondo, con un valore articolato se capace di fondarsi - riprendendolo - sul senso storico del racconto del nostro confine che è ormai solo una labile linea nel nuovo contesto del dopo Schengen. Si ricominci a perseguire la dimensione di epicentro amministrativo per le due Gorizie, che pretendono di divenire assieme il cuore del Goriziano, che va dalle valli fino al mare: questa terra ha conosciuto per un millennio una storia interrotta solo dal confine del 1947, figlio di Yalta, ed è ora di ripartire. Però bisogna darsi da fare, considerando le affermazioni di Dipiazza, che pare nulla sapesse della nostra candidatura congiunta, ma che ha subito elogiato quella del litorale istriano: che tra due sindaci della stessa area politica non si fosse mai parlato della nostra candidatura è poco credibile, e può significare solo due cose. La prima è che il sindaco di Trieste faccia lo gnorri, magari proteso a impedire qualsiasi iniziativa importante per Gorizia, immaginata - in una prospettiva di cui si è molto parlato nel centrodestra regionale - di relegarla a periferia triestina. La seconda, più temibile per noi goriziani, è che Ziberna non abbia intenzione di impegnarsi nella dimensione transconfinaria della città. Al di là dei quattrini giunti dalla Regione (200 mila euro nel 2019 e altrettanti quest’anno: sarebbe bello sapere come verranno investiti) il pericolo è l’inerzia e la scarsa preparazione all’evento, condizione questa che va temuta assai più della concorrenza del litorale istriano: la candidatura goriziana, infatti, va imbracciata per portare l’intero territorio alla ribalta europea, predisponendo ulteriori iniziative congiunte, magari con il coinvolgimento del Gect. Bisogna perciò attivarsi e recuperare il tempo perduto concentrandosi sull’obiettivo. Ma Ziberna è interessato a farlo?

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Cpr nella bufera dopo la morte del georgiano Assurda l’idea di istituirne un altro a Gorizia

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i sicuro c’è solo che è morto. Prendiamo in prestito uno storico incipit del giornalismo italiano, quello del grande Tommaso Besozzi che nel 1950 iniziava così la cronaca della misteriosa fine del bandito Salvatore Giuliano, per aprire questo commento sul giallo della morte, al Cpr di Gradisca, del 38enne georgiano Vahtang Enukidze. Nel momento in cui scriviamo, poche sono le certezze e molti i dubbi e le zone d’ombra in merito al tragico episodio che ha un precedente che risale all’aprile del 2014 allorchè, in un letto dell’ospedale di Monfalcone, si spense dopo 8 mesi di coma, Majid El Kodra, un migrante marocchino caduto dal tetto dell’allora Cie durante una sommossa avvenuta nell’agosto del 2013 (nello stesso anno la struttura venne chiusa in seguito ai danneggiamenti provocati dalle rivolte). Gli investigatori della Procura della Repubblica di Gorizia, coordinati dal procuratore capo Massimo Lia, hanno aperto un fascicolo in cui si ipotizza, in via cautelativa, un omicidio volontario ad opera di ignoti. In realtà le ipotesi sulla morte del georgiano, un migrante che era in attesa di essere espulso non essendo in regola con i documenti, sono ancora tutte aperte. Ma, con un’inchiesta in corso, non sarebbe corretto da parte nostra sposare una tesi piuttosto che un’altra. Dopo le polemiche già divampate in seguito alle dichiarazioni del deputato radicale Riccardo Magi, che ha visitato per due volte il Cpr paragonando quanto avvenuto al caso di Stefano Cucchi (e suscitando la secca replica del capo della Polizia Franco Gabrielli: “Fare parallelismi a dir poco arditi tra una vicenda che non è stata ancora definita, con un’altra per la quale sono stati impegnati anni e processi, è offensivo”) crediamo che la cosa più opportuna sia lasciar lavorare con pazienza e scrupolo gli inquirenti. L’autopsia effettuata il 27 gennaio sembra escludere l’ipotesi di un pestaggio. “Sul corpo del georgiano – hanno affermato all’unisono i periti Carlo Moreschi e Lorenzo Cociani – non sono stati trovati segni di violenze tali da far pensare a quello. Il migrante è invece deceduto per edema polmonare”. Ma provocato da che cosa? Lo potranno, forse, stabilire solo le indagini tossicologiche. Per capire esattamente quel che è avvenuto tra il 12 gennaio (prima sommossa al Cpr con il coinvolgimento di Vahtang) e il 18, giorno della sua morte, gli inve-

di Vincenzo Compagnone stigatori possono contare su numerose testimonianze, referti medici, esito dell’esame necroscopico e sugli occhi di duecento telecamere che vigilano sulla struttura. Lo stesso garante per i diritti delle persone recluse, Mauro Palma, che come in ogni caso di morte in carcere si costituirà parte civile, ha invitato alla cautela. Ci auguriamo, comunque, che non si debba aspettare tempi biblici per conoscere la verità. Nel frattempo, tuttavia, possiamo formulare alcune considerazioni. Il Cpr (Centro di permanenza per il rimpatrio) di Gradisca, dopo un mese dalla sua apertura, è già stato teatro di rivolte, atti di autolesionismo tra gli ospiti, tentativi di fuga – alcuni dei quali riusciti, altri no: c’è stato anche chi ha provato a scavare un buco all’interno di una camera – interventi delle forze dell’ordine. E’ un deja vu rispetto a quanto accadeva al vecchio Cie e di ciò che succede quasi quotidianamente negli altri Cpr sparsi sul territorio italiano. Sommosse sono scoppiate nello stesso periodo negli analoghi centri di Bari,da cui il georgiano era stato trasportato a Gradisca, Trapani, Torino e Caltanissetta, dove un giovane tunisino è morto il 14 gennaio apparentemente per cause naturali (ma un’inchiesta è in corso per far luce su eventuali carenze nell’assistenza medica). Questo ci induce a ritenere che, nelle condizioni in cui si trova ora, il Cpr gradiscano – così come gli altri – non possa continuare a funzionare. Quelli che la rete No Cpr e No Frontiere-Fvg definisce “lager di Stato”, sono comunque delle “polveriere” che racchiudono situazioni di rischio continuo per chi vi è detenuto, per il personale che li gestisce e per le forze dell’ordine che ne garantiscono la sicurezza. Gorizia

News&Views ne auspica la chiusura, ma perché ciò avvenga è necessario che il Governo cambi al più presto rotta nella gestione dei migranti, cancellando o modificando significativamente i decreti sicurezza targati Salvini. Siamo perfettamente d’accordo con la Federazione sindacale della polizia di Stato quando chiede che “non si aspettino altri drammi, servono protocolli chiari e garanzie per la sicurezza”. Rimaniamo invece sconcertati di fronte alle affermazioni del presidente della Regione Fvg, Fedriga, il quale ha dichiarato che quanto è successo a Gradisca “è un motivo in più per potenziare la struttura”. Il Cpr oggi ospita una sessantina di persone, a regime dovrebbe arrivare a 150 ma sarebbe il caso, a nostro avviso, di “stoppare”, in un momento così delicato come questo, nuovi arrivi. Allo stesso modo, ci appare incomprensibile la presa di posizione del sindaco di Gorizia, Rodolfo Ziberna, il quale si è detto favorevole a istituire nella nostra città un altro Cpr in cambio della “sparizione” dei migranti che attualmente si trovano in città. In pratica così facendo si piazzerebbe anche a Gorizia una bomba ad orologeria, non si sa bene dove, ottenendo in compenso l’allontanamento dei soli 160 (circa) richiedenti asilo ospitati dall’unica struttura rimasta in funzione, vale a dire il Nazareno di Straccis. Migranti che in buona parte non si muovono nemmeno dalla struttura durante la giornata, preferendo, specie d’inverno, rimanere nel centro d’accoglienza: e quelli che escono non ci risulta diano fastidio ad alcuno. Ci auguriamo che il primo cittadino mediti un po’ più attentamente sulla questione e riveda le proprie idee al riguardo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Un’immagine della struttura detentiva di Gradisca

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Ousmane e i suoi fratelli, campioncini dell’Itala San Marco: l’integrazione può partire anche da un campo di calcio

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he la palla sia rotonda è un fatto assodato e acquisito. Nessuna partita è scontata. Meno assodato e acquisito è il fatto che anche il mondo sia rotondo e che dunque i popoli possano muoversi in libertà, proprio come fa il pallone rotolando sul campo di calcio in qualunque direzione. C’è chi si ostina a vedere o a costruire un pianeta spigoloso, frammentato da muri che, elevandosi in verticale, interrompono e spengono ogni rotondità. Merita allora forse di essere raccontata una storia vera, proprio perché in essa tutto è armonicamente tondo: mondo e pallone. Ousmane, Alisen e Adama sono tre fratelli di origine africana che vivono a Gradisca d’Isonzo e giocano in settori diversi di una stessa società calcistica, l’Itala San Marco. Mentre vado a far visita alla famiglia dei tre “campioni”, ascolto, per strada, il racconto del loro direttore sportivo, Roberto Moretti, che mi accompagna in questo incontro. Scopro così, dalle sue parole, che l’Itala San Marco è una realtà a colori. Commosso e divertito, l’appassionato dirigente rivede e mostra come in un film i ragazzi che sono passati su quel campo, arrivati a volte da molto lontano. Pur di giocare, incredulo di poter indossare un paio di scarpe da calcio, un bambino africano, appena giunto in Italia, ha tenuto ai piedi, durante tutta una partita, calzature di tre numeri più piccole. Dall’Itala San Marco è passato Yahya, un ragazzino senegalese arrivato clandestino senza famiglia, affidato a un tutore, tesserato nei Giovanissimi, diventato italiano nel cuore e nei documenti. Ancora oggi nell’ambiente scolastico e calcistico è vivo il ricordo del suo primo gol e il sapore delle lacrime di amici e insegnanti quando, dopo quattro anni, è decollato verso un’altra squadra in Veneto.

di Martina Delpiccolo Sagrado, Corno di Rosazzo per arrivare a Gradisca d’Isonzo, dove vive dal 2004, lavorando via via in ambiti diversi, soprattutto come operaio, impegnato attualmente in attività socialmente utili presso il Comune. Binta è arrivata invece in Italia nel 2000 con il primo figlio di venti mesi. Da allora ha fatto l’operaia, trovando impiego nel settore del legno, in una lavanderia, nei cantieri, in un centro commerciale. Ora è mamma a tempo pieno. Giocano nello stesso ruolo i tre fratelli, attaccanti o centrocampisti, dall’età di cinque anni per loro scelta e passione. Oggi rispettivamente nella Prima Squadra, negli Allievi e nei Pulcini dell’Itala San Marco. È il papà che, con

Siamo intanto arrivati a casa della famiglia dei tre fratelli, dove veniamo accolti da Djienaba, l’ultima arrivata, I tre fratelli originari della Mauritania con il dibellissima principessina di due anni. Insieme a lei, papà Mamadu e mamma rettore sportivo dell’Itala San Marco di Gradisca, Roberto Moretti Binta, originari della Mauritania. Il primo a raggiungere l’Italia è stato il capo famiglia, ormai trent’anni fa, passando per la Libia e arrivando, attraverso Tuorgoglio e felicità, ha avuto e in parte ha nisi, a Roma nel 1990. Dopo un anno, ancora il compito di accompagnarli agli ottenuto il permesso di soggiorno, si allenamenti e alle partite. Ousmane, il è trasferito in terra friulana, prima a primogenito ventunenne, studia EcoUdine trovando occupazione in una nomia all’università di Udine. Mamma fabbrica di sedie del Manzanese, poi Binta confida in lui e nel suo futuro per a Monfalcone, Ronchi dei Legionari, una vita migliore che lo veda realizzato.

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È lui che ha inaugurato nella famiglia la saga dei calciatori, per un anno nella squadra di Corno di Rosazzo, poi nell’Itala San Marco. Sue sono le coppe in bella mostra. Lo ha seguito Alisen, oggi sedicenne, fedele alla società gradiscana, anche se proprio da bambino, come ricorda il direttore sportivo, aveva avuto la tentazione di passare alla squadra di un paese vicino con una motivazione importante e di tutto rispetto: là, a fine allenamento, davano le caramelle! Alisen purtroppo è finito tra le pagine della cronaca locale quando, nel 2014, è scivolato nell’Isonzo. Salvato da due uomini perché fortunatamente il fatto avvenne in una domenica affollata, si è risvegliato dopo tre giorni in sala di rianimazione, affrontando poi con un filo di voce un’infezione ai polmoni causata dall’acqua ingerita. Il ricordo della caduta incupisce Alisen e allora sorvoliamo. È lui però a dirmi, ora con voce piena, di non odiare o temere l’Isonzo. Oggi frequenta l’ENFAP di Gorizia, sa nuotare, ma si immerge solo nell’acqua di mare o di piscina. Papà Mamadu ricorda l’ultima vittima del fiume, il pakistano annegato recentemente, agli sgoccioli infelici del 2019. Mamma Binta soffre e rivive l’incubo ogni volta che passa il ponte o la strada che costeggia l’Isonzo, ma indimenticabile per lei è, più di ogni altra cosa, il giorno in cui Alisen si è risvegliato, vivo. Ha una fede diversa dalla mia, eppure insieme concludiamo che è stato Dio a salvarlo. Adama invece è nato nel 2009. Sogna di fare da grande il calciatore e insieme l’inventore. È il più piccolo dei tre giocatori ma è anche quello che fa più gol. Lo svela il direttore sportivo, rispondendo a una mia domanda. Lui, Adama, non si vanta, ma sorride. È interista come i fratelli, con una dose di simpatia per il Milan. Sa tutto del suo calciatore preferito che gioca nel Barcellona e fa parte della nazionale francese, campione del mondo nel 2018: il cognome è Dembélé, ma il nome è bellissimo, Ousmane, come il fratello maggiore, primogenito di mamma Binta e papà Mamadu. Non è stato facile per loro, soprattutto per Mamadu. Arrivare e vivere i primi tempi in Italia, è stata durissima. Anche Binta ha pianto a causa di parole feroci a lei rivolte, che non hanno risparmiato neppure i figli, solo a causa del loro bellissimo e caldo colore. Mentre mi sento di scusarmi come italiana, le chiedo di ripetermi la peggiore delle frasi. Con tristezza dice che non capisce e le fa male se ancora le domandano: “Quando tornate a casa, a vivere nel vo-


stro paese?”. L’assurdità di quell’elegante e crudele interrogativo si fa sentire con vergogna dentro di me, mentre siedo sul divano di quella che è a pieno titolo la loro casa, e per giunta ospitale e accogliente. Ma Binta, che comprende anche un po’ il friulano, mi stupisce ancora. Spiega che il problema è l’ignoranza di chi si chiede cosa siano venuti a fare in Italia non capendo che sono qui per integrarsi. Lei sa che gli italiani non sono tutti razzisti perché anche tra gli africani ci sono persone buone e persone cattive. In Italia ha ricevuto anche tanta amicizia. Tutta Gradisca ad esempio è stata vicina e presente quando Alisen è caduto nel fiume. Sono arrivati i compagni di classe e le maestre della quarta elementare. È stato sommerso non solo dall’acqua pericolosa dell’Isonzo, ma anche dall’ondata buona dell’affetto di gradiscani e goriziani, che lo hanno riempito di regali e hanno offerto il loro aiuto. A chi le chiede come faccia a crescere anche la quarta figlia, la bellissima bambina di due anni che ha infinite cose da raccontarmi con suoni dialettali africani, la madre risponde, stranamente, come rispondeva mia nonna, che non veniva certo dalla Mauritania: dove si mangia in tre si mangia anche in quattro. È così che si azzerano le distanze geografiche o culturali. Giochiamo a trovare affinità e differenze tra le rispettive tradizioni o religioni. È da poco passato il nostro Natale e loro mi parlano del loro “Natale” che è la nascita di Maometto; il più piccolo dei calciatori mi guarda perplesso e divertito mentre gli spiego chi sia la befana che arriva sulla scopa a portare dolciumi; e infine sorridiamo mentre scopriamo la condivisione del Carnevale. Chiedo a mamma Binta cosa insegna ai suoi figli. Mi elenca i suoi personalissimi sette precetti: rispettare gli adulti, qualunque cosa dicano e di qualunque colore siano; non temere e non vergognarsi di rispondere “non so”; non rubare, ma rispettare le cose degli altri; allo stesso modo rispettare la propria religione, la propria lingua e la propria cultura, non dimenticando la preghiera; aiutare chiunque si trovi in difficoltà, come ad esempio un bisognoso per strada; aiutarsi tra fratelli perché i genitori potrebbero anche morire prestissimo; non chiedere ma sudare per vivere, sapendo che la vita non è facile. Mi rivolgo a Mamadu per ricordargli che è fortunato e per complimentarmi di aver saputo scegliere una donna bellissima e intelligente. Gli occhi scuri di Binta si illuminano quando parliamo della Mauritania. Voglio capire se sono della zona di mare o di terra. Scopro che lei è figlia del mare, dell’Oceano Atlantico, del nord della Mauritania, lui è nativo della terra del sud, vicina al fiume Senegal. Orgogliosa mi parla del suo paese: miniere, pesce di acqua salata o dolce, calamari, gamberi. Le chiedo confer-

Ousmane, il più grande, gioca in prima squadra

del nostro che rende l’afa pregnante in estate e del loro diverso clima caratterizzato da un calore secco e asciutto, è il vento. Binta rallenta il ritmo delle parole, mima il racconto portando le mani al viso, oscillandole ripetutamente mentre descrive l’unicità del vento caldo del deserto del Sahara che arriva sulla pelle, penetrando i tessuti e asciugando forse ogni ferita dell’anima, anche gli strappi causati da alcune parole infelici che possono giungere dal bordo campo o dagli spalti talora ciechi. I figli di quel vento caldo ora giocano a calcio nella terra della fredda bora. Dai campi di sabbia desertica ai campi di calcio d’erba verde. Italia e Mauritania distano circa 5000 Km. Io siedo però vicina vicina all’africana Binta insieme alla sua meravigliosa famiglia che si è raccontata, donandomi la fiducia, e che possiede, proprio come la terra d’origine, una miniera di valori. Sono finita dentro una piccola grande storia in cui l’integrazione può avvenire attraverso lo sport, perché l’amicizia è per i tre fratelli l’altro movente, insieme al divertimento, che li porta a calciare un pallone, anche scalzi, come li ho visti fare anni fa casualmente sotto casa. Che siano arrivati in Italia a ricordarci che il mondo è come il pallone, che più rotondo non si può? ©RIPRODUZIONE RISERVATA

La grande arte di scena al Kinemax Dopo le proiezioni del docufilm dedicato a Leonardo Da Vinci, la rassegna “La grande arte al cinema” proseguirà in febbraio, al Kinemax di piazza Vittoria, con “Impressionisti segreti”, in cartellone nei giorni 10,11 e 12. Seguiranno docufilm dedicati a Modigliani (30-31 marzo e 1 aprile), La Pasqua nell’arte (14-15 aprile), Botticelli e Firenze, la nascita della bellezza (27-28-29 aprile), Raffaello, il giovane prodigio (25-26-27 maggio) e Lucian Freud, autoritratto (22-23-24 giugno).

Milan Bressan espone al Kulturni Adama, il più piccolo, è quello che... segna di più

ma della festa tradizionale dei datteri. Descrive distese di alberi di tali frutti di molteplici colori: gialli, verdi, rosa. E poi la bellezza di una terra dove si parla il francese e una varietà di dialetti locali. Racconta che non c’è erba, solo sabbia, ed è lì che il piccolo Adama tira il pallone o gioca a ricorrere gli amici quando ogni due tre anni possono farvi ritorno e rivedere nonni e parenti. Il prossimo viaggio avverrà nel 2021, mi informa il pulcino dell’Itala. Ma ciò che più di ogni altra cosa incanta del loro paese, mentre discutiamo dell’umidità

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Potrà essere visitata fino al 10 febbraio al Kulturni Dom di via Brass la mostra fotografica del goriziano Milan Bressan dal titolo “Visioni d’autunno – Dalle Alpi al Carso”. Bressan, classe 1955, vive e lavora a Sant’Andrea. Si dedica alla fotografia da diversi decenni e le sue opere sono apparse in varie mostre, sia in Italia che all’estero. Predilige la foto naturalistica, dove il paesaggio e il colore sono un binomio della sua ricerca fotografica, proiettata, non solo sulle grandi vedute e grandi spazi, ma piuttosto concentrando l’attenzione sull’assenza del luogo. Orari di visita: dal lunedì al venerdì 10-13 e 16-18 e nelle ore serali durante le varie manifestazioni culturali.


Nazareno: ecco la “filosofia” che caratterizza la scuola intitolata a Balti di Renato Elia

( si tratta di un luogo da sempre molto pericoloso, soggetto ad un continuo conflitto tra il Pakistan e l’India), che è ultimamente il nostro il più assiduo frequentatore, ci ha informato che nella sua scuola non c’erano biblioteche a disposizione degli studenti. “Nel nostro mondo – ha spiegato Fiaz l’insegnamento avviene per via dottrinale, si ascolta e si ripete quello che è stato comunicato dall’istruttore. Qui da voi, invece – ha aggiunto - la parola più usata è “perché” e “forse”: in altre parole, siamo noi che dobbiamo cercare le soluzioni e comprendere i contenuti delle nozioni. Il maestro diventa un compagno di viaggio che indica i tanti percorsi possibili, ma spetta a noi scegliere il nostro personale percorso di vita”. Queste parole del giovane pakistano ci hanno ovviamente riempito di soddisfazione, perché ha dimostrato di aver capito la “filosofia” che sta alla base del nostro modo di fare scuola. A proposito, volete sapere perché la nostra scuola porta il nome di Balti? E’ presto detto. Balti, di nazionalità pakistana (il nome c ompleto è Balti

N

Muhammad Alì), è uno dei ragazzi che in passato, durante la sua permanenza al Nazareno, ha frequentato con impegno le lezioni (anzi, gli incontri), partecipando anche ai momenti espositivi. Ha frequentato, inoltre, il corso di qualifica di base abbreviata confinanziato dalla Regione autonoma Fvg, denominato “Tinteggiatore cartongessi sta” all’Edilmaster di Trieste. Fra parentesi, dopo aver lasciato la stuttura di Straccis ha trovato un’occupazione come tipografo a Treviso. Durante una delle mostre alle quali abbiamo accennato, svoltesi nello spazio di Agorè in via Rastello e visitato tra gli altri anche dal Prefetto, dottor Massimo Marchesiello, Balti aveva presentato un bel modellino del Colosseo, realizzato con il cartone. Balti, nel suo paese di montagna era uno Sherpa, portava il carico degli alpinisti alle diverse quote e, come tutta la gente di montagna, aveva il passo lento, cadenzato e costante. Riteniamo che così sia anche è il nostro fare educativo, lento, cadenzato e costante, così è il nostro stare insieme. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Il piacere del conflitto azareno “Scuola Balti International”.

Presso il Nazareno, il centro d’accoglienza di via Brigata Pavia che ospita gli stranieri richiedenti asilo (è rimasto com’è noto l’unico in città ad assolvere a tale compito in virtù di una convenzione siglata con la Prefettura) la nostra Associazione di promozione sociale “Tutti Insieme” gestisce uno spazio che viene chiamato “Scuola Balti International”. Oltre agli insegnamenti della lingua italiana e di quella inglese, curati da Annamaria e Alessandra a beneficio appunto dei migranti, vi è anche quello di Educazione Civica e di cultura generale che svolgo insieme a Luigi. Vengono affrontate, in tale contesto, tematiche anche impegnative, come antropologia, religioni, problematiche lavorative, come gestire una relazione e tanto altro ancora. Una cosa interessante che, dopo tre anni di attività, possiamo affermare senza tema di smentite, è che questo stare insieme ha premesso ad alcuni ragazzi, in particolare afghani e pakistani, di comprendere la diversità delle culture, non solo la nostra. L’impostazione delle “lezioni”, o per meglio dire degli incontri, è stimolare la curiosità della ricerca del sapere. L’altro giorno Fiaz, un giovane pakistano proveniente dal Kashmir

Assistere ad un programma televisivo dove si parli di politica ahimè è quasi una tragedia. Urla, insulti, dimostrazioni di forza e chi più ne ha più ne metta. Questo comportamento ha un suo significato preciso. Il conflitto, oltre a portare pochi risultati, consuma una quantità enorme di energia, le guerre ne sono un esempio, ma soprattutto permette di non muoversi dal terreno dello scambio. Una partita di calcio e sport simili, come ben si sa, richiama migliaia di spettatori negli stadi perché? Perché è un evento conflittuale. Due squadre si pigliano per portare a casa il bottino. Grida, imprecazioni, gestacci, qualche applauso e poi via, finita la partita tutti a casa. Il campo vuoto rimane al suo posto. Come dire non c’è stato alcun movimento. Assistiamo ora ad una partita di bocce. Silenzio, attenzione, il pallino viene lanciato in avanti, potremmo dire nel “futuro, ora i componenti delle squadre giocano le loro munizioni e alla fine tutti sono presso il pallino per vedere chi ha vinto, in realtà essendo tutti nel futuro hanno generato un avanzamento. C’è un abisso tra le due descrizioni ora riportate. La politica, soprattutto quella con valenza democratica, dovrebbe evitare il conflitto, specie il rincorresti tra manifestazioni e contromanifestazioni, che all’apparenza danno molto prestigio ma non offrono nessun punto di riferimento nel futuro. Oggi di studi sulla gestione dei conflitti abbondiamo di saperi. Il “problem solving” è alla portata di tutti e non costa molta fatica diventare degli esperti. A volte restiamo costernati nel sapere che per un anno intero abbiamo parlato dello stesso tema, per poi arrivare a spiegarci che siamo stati bravi, a parlare. Questo è in nostro vizio, parlare, tanto parlare in modo da non fare alcunché, non portare energia nuova alla vita e alla Democrazia. I nostri giovani sono allo sbando, i nostri anziani abbandonati alla solitudine, una sanità azzerata dal business, però i “potenti urlatori” manovrano le folle, nella speranza di acquisire un loro personale tornaconto. È facile farsi acchiappare dalla conflittualità; vieni a giocare con noi ci serve il “verme”. (R.E.)

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Giulio Regeni, un assassinio che dopo 4 anni non può continuare ad attendere verità e giustizia

O

gnuno di noi dovrebbe parlare di Giulio come se parlasse di un familiare o di un amico, con la stessa delicatezza, con lo stesso trasporto, con la stessa emozione, parlare della sua famiglia con il garbo di una carezza. L’espressione “caso Regeni” mi trasmette molta tristezza perché mi induce a pensare che chi la utilizza non sia in grado di provare empatia. A dire la verità mi è successo spesso, fuori e dentro ai social, di “scontrarmi” con persone che: “E allora Ustica?”, “E allora i Marò?”, “E allora tutte le vittime di reati internazionali?” o, ancor peggio, “Se l’è andata a cercare”, “Chissà dove ha ficcato il naso”. Dopo alcuni infruttuosi tentativi con cui umilmente facevo notare che l’indignazione, così come l’affetto e l’amore, sono sentimenti e quindi non si dividono per il numero delle vittime ma si moltiplicano, ho imparato a ignorare e ho scelto un’altra strada, in realtà due: una intima e una condivisa. Da una parte prego laicamente per un giovane uomo la cui vicenda mi tocca nel profondo, gli chiedo scusa e lo sprono a continuare a darmi (ci) la forza per non abbandonarlo (paradossale, no?), dall’altra ne parlo con i miei figli, con tutte le cautele del caso. Il motivo è semplice: sono una madre e Giulio è un po’ come se fosse mio figlio, e lo sguardo di Paola Deffendi verso la bicicletta di Giulio, recuperata da Pif a Cambridge e riportata a Fiumicello, è il mio sguardo. Benché i miei figli siano ancora piccoli, spero che studino, che trovino nel sapere una fonte inesauribile di energia e desiderio di cambiare il mondo in meglio, di conoscere e confrontarsi con altre culture, e sono consapevole che ciò potrebbe portarli lontano da me, a fare esperienze in altri paesi, per poi magari ritornare a casa. Magari, già, magari… Perché ritornare non è affatto scontato oggi, se lo sarà fra qualche anno è da vedere. Giulio era un giovane e brillante studioso, che aveva trovato all’estero le condizioni ideali per potersi realizzare. Condizioni che in Italia non c’erano e non ci sono. Da questo punto di vista Giulio è un ragazzo italiano come tanti, che non cedono ai ricatti, che desiderano reimpiegare i saperi e le competenze appresi nel corso degli studi, anni di sacrifici propri e delle famiglie. Il destino lo ha portato a Cambridge e da lì al Cairo, città da cui non è più tornato. Giulio è stato rapito, torturato e assassinato mentre conduceva una ricerca, mentre svolgeva l’incarico che gli era stato assegnato. Giulio è, “banalmente”,

di Eleonora Sartori morto sul posto di lavoro. Chi pensa che se la sia cercata, dovrebbe adottare lo stesso punto di vista per magistrati, forze dell’ordine, pompieri, operai che hanno trovato la morte mentre si guadagnavano lo stipendio. Chissà perché siamo portati ad adottare sempre due pesi e due misure. Forse la ragione è semplice: perché abbiamo paura, perché abbiamo disperatamente bisogno di dimostrare che ciò che è accaduto a Giulio non possa accadere a noi o a un nostro figlio. La banalità del male ci annichilisce, quindi preferiamo investire la vittima di responsabilità che non ha. E chi sta ai piani alti? Chi governa questo Paese? Chissà che tipo di motivazioni si dà per dormire la notte, per giustificare la rimozione di uno striscione giallo, per non esercitare le adeguate pressioni nei confronti di un Paese, l’Egitto, che, come minimo, non dovrebbe essere considerato né sicuro, né amico. Una di queste è sicuramente la ragion di Stato, insieme con gli interessi economici, i rapporti di buon vicinato con un Paese che ci serve, ci è utile, chissenefrega delle lacrime di una famiglia. Perché, ho letto anche questo, una madre e un padre possono piangere, disperarsi, ma non possono essere così ingenui da sperare di poter incidere sulla politica esterna di due Stati. “Politica estera”, “Stati”, parole utilizzate in senso astratto, come se la politica estera e lo stato non fossero fatti di persone in carne ed ossa. Tutte le volte che si vogliono allontanare delle responsabilità si spersonalizzano i termini, si annacquano le atrocità. Come non capire che lo Stato siamo noi, così come Giulio siamo noi? Mettersi dalla parte della famiglia Regeni, dalla parte del popolo giallo, indossare le spille, i braccialetti, esibire gli striscioni, partecipare alle fiaccolate equivale a dire io sono lo Stato italiano, lo rappresento, non ci sto a tacere, a girare la testa dall’altra parte, a fregarmene delle sorti di una persona che potrei essere io, per-

ché io sono un cittadino italiano e sono una vittima e non il carnefice. La verità per Giulio Regeni è un atto dovuto alla famiglia e a noi tutti. Chiederla a gran voce è una scelta di campo e chi tace, chi si disinteressa, chi fa finta di nulla ha, magari inconsapevolmente, scelto da che parte stare. Arrendersi nella ricerca della giustizia non è un torto che facciamo a Paola, Claudio e Irene, è un harakiri, un suicidio collettivo, una rinuncia a far valere i nostri diritti, acquisiti dopo anni di lotte, sputarci sopra come se a noi non servissero. Compratelo il libro “Giulio fa cose”, leggetelo, e capirete perché ancora oggi Giulio c’è e Giulio fa: è lui il protagonista attivo delle fiaccolate, dei momenti organizzati in sua memoria, è la sua voce quella dei tantissimi giovani studenti che intervengono, è lui e il giallo che lo accompagna che ci illumina, che ci stimola a batterci per la verità. I quattro 25 gennaio sono stati proprio questo, un momento di riflessione, di gestione collettiva del dolore, necessario per dare nuova linfa alla lotta che vede in prima linea Paola, Claudio e Irene. Mi verrebbe da dire che la loro dignità, la loro compostezza, la loro educazione sono invidiabili, poi però penso a quello che hanno vissuto e stanno vivendo e capisco che il termine è fuori luogo. Sono un esempio, questo sì, lo posso affermare e chissà quante volte in questi quattro lunghi anni si sono ritrovati a stringere le mani a chi non vale la metà di loro, a trovarsi a condividere lo spazio con chi non stimavano e non stimano, con chi ha mentito spudoratamente. Credo, tuttavia, vi sia anche chi la loro battaglia l’ha fatta propria e ha capito che il tempo è scaduto: basta balletti, tarantelle, richiami, rinvii. E’ tempo che loro abbiano giustizia e noi ritorniamo a crederci, nella giustizia, e nel nostro Paese. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Un’installazione con candele a Fiumicello il 25 gennaio 2020

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Giorgio Ossola “ritorna” in via Mazzini arricchendo il suo libro con altre memorie

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itorno in via Mazzini”, capitolo secondo. Quando ancora la strada aveva la vecchia denominazione di via del Municipio. Giorgio Ossola Beindl, insegnante e libraio classe 1930 (i 90 anni portati gagliardamente li compirà in aprile) ha deciso di tuffarsi nuovamente con la memoria nella “contrada” della sua gioventù per dare alle stampe una sorta di “extended version” del libro uscito nel 2012, ovviamente per i tipi della Leg. Il signor Giorgio, che continua a intrattenere con la consueta simpatia e affabilità i clienti della libreria di corso Verdi (mentre, al piano superiore, il figlio Adriano scalda i motori e lavora alacremente con i suoi collaboratori in vista della nuova puntata di èStoria, che andrà in scena, come sempre, in maggio) a tempo perso ha buttato giù una sessantina di pagine che andranno ad arricchire le 162 della prima edizione di un libro di memorie che aveva riscosso un notevole successo. Ma otto anni fa l’autore aveva puntato i riflettori, in particolare, sulla via Mazzini (storie, personaggi, negozi) nella quale era cresciuto, nel periodo dunque degli anni 40 e 50. Per questa ristampa, Ossola è salito invece sulla macchina del tempo e si è catapultato all’indietro, nel primo ventennio del “secolo breve”: quello a cavallo della Grande guerra. “Ritorno in via Mazzini (già via Municipio)”, che uscirà nei prossimi mesi e – l’avrete già immaginato – sarà presentato proprio a èStoria, punterà, come la prima edizione, su nuove storie e personaggi il cui ricordo si è sbiadito ovviamente col tempo, fra i quali la nonna dell’autore, proprietaria di una tabaccheria in via Mazzini. E sin dalla foto di copertina si capirà che il “supplemento” di pagine avrà un’impronta decisamente retrodatata: si tratterà, infatti, di uno scatto effettuato dall’imbocco della via, in piazza Municipio (come del resto nella prima edizione) ma con un elemento nuovo che spunterà in fondo alla strada: il campanile della chiesa delle suore Orsoline, che dal 1672 al primo dopoguerra, occuparono un monastero ai piedi del Castello, in quella che sarebbe poi diventata la via delle Monache. Questo edificio sin dal 1683 si arricchì con una chiesa aperta al culto pubblico e andò poi ampliandosi nel tempo, comprendendo un’ ampia

di Vincenzo Compagnone area che arrivava fino in via Morelli e ospitava pure un educandato, ovvero un convitto aperto anche ad allieve non destinate alla vita monastica, e una scuola che sin da subito ebbe molto successo fra la popolazione goriziana. Nell’immediato dopoguerra (1918-19) funzionò anche una scuola in lingua slovena, ma i danni riportati dall’edificio durante la Grande guerra costrinsero le monache e trasferirsi, tra il 1927 e il 1928, nella sede più nota ai goriziani, quella di villa Cecconi. Ci siamo dilungati sulla storia delle Orsoline, che in realtà con via Mazzini non hanno molto a che fare, soltanto per “introdurre” questa nuova parte del

Gorizia News & Views è reperibile in forma cartacea nei seguenti punti di distribuzione: Biblioteca statale isontina di via Mameli, Kinemax e Mediateca Ugo Casiraghi di piazza Vittoria, librerie Leg, Voltapagina e Ubik di corso Verdi e Antonini di corso Italia, Kulturni Dom di via Brass, Casa delle Arti di via Oberdan, bar Torino di corso Italia, bar Aenigma di via Nizza, Caffè degli Artisti di via IX Agosto, atrio dell’ospedale, negozio Il Laboratorio di piazza Vittoria, tabacchino Da Gerry di via Rastello, tabaccheria via Duca D’Aosta 106, tabaccheria via Crispi 6, tabaccheria Tomasi Marco di via Santa Chiara 4, tabaccheria Fontana di Sant’Anna, Ugg di via Rismondo. E’ consultabile on line all’indirizzo: https://issuu.com/gorizianewsandviews

Gorizia News & Views Reg. Trib. Gorizia n. 1/2017 dd 11/12/2017 mensile del Mosaico & APS Tutti Insieme sede Nazareno Gorizia, via Brigata Pavia 25 gorizianewsandviews01@gmail.com DIRETTORE RESPONSABILE Vincenzo Compagnone REDAZIONE Eleonora Sartori (vice direttore)

La copertina della prima edizione del libro, uscito nel 2012

libro che ha, come del resto il primo, nelle foto d’epoca, che Giorgio Ossola ha scovato chissà dove, l’altro punto di forza accanto alla narrazione della via Mazzini (e della Gorizia) che fu. Il signor Giorgio ce ne ha mostrate alcune: in una sono raffigurati, per esempio, i componenti della famiglia Boni, quella che gestiva lo storico bar che si affaccia in parte su piazza Municipio e in parte su via Mazzini. Ma non vogliamo anticipare altro per non farvi perdere il gusto di scoprire tante altre immagini e pagine il cui effetto-nostalgia è assicurato: non resta che attendere èStoria 2020 e la pubblicazione del libro. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Ismail Swati, Rafique Saqib, Felice Cirulli, Renato Elia, Eliana Mogorovich, Timothy Dissegna, Anna Cecchini, Stefania Panozzo, Aulo Oliviero Re, Lucio Gruden, Laura Devecchi, Elio Candussi, Giorgio Mosetti, Francesca Giglione, Paolo Bosini, Luigi Casalboni STAMPA Cooperativa Sociale Thiel Sede operativa Fiumicello: Via Libertà 11, 33050 Fiumicello (UD) CF e P.IVA 01023280314 N.Iscr. Albo Naz. Coop.: A133094 In collaboration with: APS Tutti Insieme - www.tuttinsiemegorizia.it Nazareno Optimistic Youth Network and Consorzio Mosaico https://issuu.com/gorizianewsandviews

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February 2020  

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