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Gorizia News & Views Anno 3- n. 4 Aprile 2019

SOMMARIO Pag. 2 Mostra sulla moda: anche i cappellinidi Rosa Mungherli alle Scuderie Coronini Pag. 3 Garry Winogrand, il fotografo di strada newyorkese che consumava 12 rullini al giorno cercando la verità Pag. 4-5 Genio e sregolatezza, un evento ricorderà Luigi Musina, il pugile goriziano che pose fine alla carriera di Carnera Pag. 6 Cittadinanza e burocrazia: l’incubo di Luca, chef-rapper che rischia di essere spedito dallo Stato a Capo Verde Pag. 7 Margherita Gliubich e (inevitabilmente) Roberto Maniacco: come sfogliare un libro di storia, fra giustizia e passioni Pag. 8 Gorizia, quale futuro? / 3 Incalcolabile valore aggiunto per il territorio regionale Pag. 9 Gorizia, quale futuro? / 4 Non c’è tempo da perdere o saremo terra di conquista per speculatori e affaristi Pag. 10-11 FridaysForFuture: il grido dei ragazzi e l’impegno della buona scuola riportano al centro l’ambiente. E la politica? Pag. 12 Il mondo di Frank: sul Sabotino con Alice e Leon Pag. 13 Liberi di essere liberi: nella città di Romeo e Giulietta vince l’amore in tutte le sue varie forme Pag. 14 Natoli: dalla storia l’ispirazione per i miei film Pag. 15 Quattro anni di attesa e l’ospedale è ancora senza hospice. S’indigna anche il vescovo: realizzate la struttura per terminali Pag. 16-17 Carlo Michelstaedter e Klement Jug, il dialogo impossibile. “Se avessi aspettato solo 10 anni, avresti visto un altro mondo” Pag. 18 Il taglio ai fondi per l’accoglienza diffusa sta ponendo fine a un modello d’integrazione Pag. 19 Le vite sospese dei ragazzi ospiti del Nazareno

“Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, è l’illusione della conoscenza.” (StephenHawking)

Pag. 20 Anche il mondo della musica e dello spettacolo si schiera contro le politiche migratorie del Governo


dall’omonima figlia che ha chiuso il Curata da Crinegozio nel 1987 e stina Bragaglia la cui storia è stata (autrice anche ricostruita grazie a del catalogo, una sorta di conedito da Leg, che test lanciato dalla vanta un’introducuratrice della mozione di Raffaella stra su facebook. Sgubin), l’esposiScialli di cachezione verrà inaumire della prima gurata venerdì metà dell’Ottodi Eliana Mogorovich 12 aprile, sarà cento, ventagli, aperta al pubcolli di merletto, blico dal giorno bastoni da passegseguente fino al gio in stile liberty 10 novembre, e ombrelli fra cui Étui con la possibilità i parasole che il 1750-1770 di visite guidate Conte Guglielmo nel fine settimana ha trasformato e un calendain lampade rio di eventi scandiscono che si sta pian il percorso piano definenschiudendo do. Proseguenl’immaginaziodo sulla scia ne dei visitatodelle ultime ri. Notevoli poi mostre, anche gli oggetti più in questo caso intimi come le si tratta di un tabacchiere, i evento partito carnet da ballo, dalla necessità i cilindri in cui e dal desiderio si potevano di approfonnascondere bidire la conoglietti d’amore, scenza di un le bottigliette preciso settore per i sali o Borsa - Pochette delle collezioni un curioso Wiener Werkstätte, Vienna, 1920 circa Coronini, finoétui composto ra non studiato. da coltellino, forbici, matita in avorio, stuzzicadenti e Grazie al contributo di alcune stagiste persino pulisci orecchie. on è necessario essere che hanno riordinato il materiale, è stato un influencer per così possibile riscontrare la presenza di Come a dire che anche i nobili hanno saperlo: nella moda, un numero significativo di accessori delvezzi e vizi analoghi a quelli dei comuni sono spesso i dettagli la moda, conservati essenzialmente per il mortal a fare la differenza. loro valore materiale e artistico. E, come Nel Ventunesimo di consueto, il riordino ha dato vita a ©RIPRODUZIONE RISERVATA secolo così come in una serie di investigazioni per risalire quelli passati. Penalla storia o al proprietario dell’oggetto, siamo quale effetto potesse avere una De Gironcoli a Grado non sempre individuabile. Non è il caso borsetta percorsa dai decori tipici della della borsetta cui si accennava: il ritroIncontrArti al bar Torino Wiener Werkstätte o un baule siglavamento di un biglietto da visita al suo to Louis Vuitton (che esordì proprio La primavera è aria di novità. Inaugurainterno ha facilitato il lavoro permettenproducendo bauli di lusso) alla vista dei ta ad aprile, sarà visitabile fino a ottobre do di assegnarla a Carmen Coronini, zia viaggiatori di fine Ottocento. Sono quenelle sale dell’Albergo Abbazia di Grado di Guglielmo, medico e luminare dell’asti solo due degli oggetti che si potranno una personale di Luciano De Gironcoli. natomopatologia nella Vienna di inizio ammirare in L’artista cormonese proporrà una selezioNovecento. “L’indispensane di lavori su tela e su carta raffiguranti bile superfluo. interpretazioni di paesaggi e realizzati in Curioso poi Accessori un arco temporale compreso fra il 1963 e il caso di una della moda il 2015. È un ritorno, invece, quello di Inserie di capnelle colleziocontrArti, la rassegna di personali di artisti locali che per cinque anni ha avuto come pellini femmini della suggestiva cornice il locale adiacente la dinili risalenti famiglia mora del pittore Gino De Finetti a Corona. alle ultime Coronini”, la Dopo una pausa di un anno, l’iniziativa discendenti prossima, attecurata da Eliana Mogorovich si ripresenta della famiglia sissima mostra in una nuova sede: la saletta interna del e realizzati che animerà le Bar Torino, in Corso Italia 80. a inaugurare intorno agli Scuderie e il ritorno della rassegna sarà Oltre il segno, anni Cinquanaggiungerà la personale di Marilena Cipro aperta dal 4 ta del Noveulteriori lusaprile al 2 maggio. Pittura, grafica e fotocento da una suosi dettagli grafia si alterneranno nei prossimi modisteria di nelle sale della mesi sulle pareti del locale grazie alla collaVentaglio, Rose e insetti Gorizia: quella dimora gentiborazione fra i titolari del bar, la critica Manifattura Alexandre e Alida van Stolk di Rosa Munlizia di d’arte e il Circolo Fotografico Isontino. gherli, rilevata Viale XX Set2

Mostra sulla moda: anche i cappellini di Rosa Mungherli alle Scuderie Coronini

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tembre.


Garry Winogrand, il fotografo di strada newyorkese che consumava 12 rullini al giorno cercando la verità di Felice Cirulli

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facile ottenere delle immagini interessanti con una frequenza di scatto di questo tenore. Bisogna però fare mente locale al fatto che al giorno d’oggi siamo abituati a pensare alla relativa semplicità del digitale, mentre lui scattava con pellicola e quindi doveva necessariamente “vedere l’immagine” prima dello scatto.

Sposando lo stile di Cartier Bresson, alla ricerca dell’attimo fuggente, ha voluto interpretare in maniera scevra da schermi e senza preventiva progettazione il mondo della reale vita americana mentre questa scorreva nelle “arterie” delle sue strade cittadine e cosmopolite, traendo pure motivazioni dalla fotografia sociale di Walker Evans e Robert Frank.

È stato uno dei maggiori interpreti della street photography, un esponente eccezionale di questo modo di fotografare e di vivere questa passione sul campo. Ha affermato che un fotografo dovrebbe attendere due anni prima di sviluppare le foto scattate in modo da non essere condizionato dalle “emozioni” del momento riguardo alla loro valutazione. Visto il ritmo con il quale scattava e la numerosità delle foto impresse sulle sue pellicole, si può pensare che non sia mai riuscito materialmente a stare dietro alla stessa sua ponderosa produzione.

ew York è la città dove Garry Winogrand è nato nel gennaio 1928 e della quale ha percorso le strade, oltre a quelle di Los Angeles, per donarci la sua visione, sempre molto realistica, degli ambienti e dei momenti di vita che hanno fatto di queste metropoli delle icone di modernità e di sviluppo. Purtroppo, a soli 56 anni, nel 1984, ci ha lasciati orfani della sua arte fotografica a causa di un cancro.

A partire dal 1960, percorrendo i luoghi più frequentati delle città americane, si è dedicato ad impressionare le sue pellicole con scene di vita quotidiana, con l’obiettivo di raccontarne le peculiarità e descrivere la società americana urbana di quei tempi. Con le sue fotografie, esposte via via nei luoghi più prestigiosi, ha collezionato premi e ottenuto numerosi riconoscimenti. Sulla falsariga della grande, e a lui contemporanea, Vivian Mayer, ha lasciato alla sua morte un numero impressionante di pellicole inedite (circa 300 mila) che sono state in parte pubblicate postume. Winogrand è stato sempre maggiormente interessato a fotografare che a ottenere riconoscimenti e classificazioni: si dice che nella sua carriera abbia scattato complessivamente quasi cinque milioni di immagini alla ricerca di situazioni e persone che, secondo lui, potessero descrivere l’ambiente ed il modo di vivere dei cittadini americani.

Perdendosi nelle strade della New York degli anni 60 e 70 egli ha cercato di raccontare i momenti della protesta giovanile e dei tentativi di emancipazione delle donne. Con il libro “Women are beautiful” (edito nel 1975) ha documentato la voglia delle donne di uscire dagli stereotipi che le “incastravano” in un immaginario creato dal mondo maschile. La loro presenza alle manifestazioni e nel mondo del lavoro, l’indossare minigonne e bikini, il partecipare alle feste, costituiva a quei tempi una strisciante protesta sociale che avrebbe permesso man mano al gentil sesso di ritagliarsi un ruolo sempre più importante all’interno di un mondo costruito a misura dei maschi. La voglia di libertà che serpeggiava tra le giovani donne di quel periodo è stata

efficacemente rappresentata dagli scatti di Winogrand che le ha ritratte durante le loro passeggiate nei parchi o per le strade di New York, mentre protestavano oppure ballavano, mentre mangiavano un gelato, ma sempre con il loro piglio fiero e combattivo, consapevoli della loro dignità. Erano tutte bellissime le sue donne, ricche di una bellezza interiore, la bellezza di chi conosce il suo valore. Finalmente l’anticonformismo che rompeva i canoni imposti da una società maschilista e puritana cominciava a fare breccia nei costumi sociali ed il nostro fotografo era lì, pronto a darne testimonianza con le sue immagini. Davanti all’obiettivo della sua macchina fotografica c’erano ragazze con gonne allora impensabili per la loro cortezza, c’erano donne che indossavano abiti aderenti e sexy, c’erano femmine che si misuravano con atteggiamenti maliziosi e sensuali. Attraverso l’imperfezione dei suoi scatti Winogrand raccontava la vita esattamente come appariva davanti ai suoi occhi: “A me non importa fare belle fotografie. Ci sono fotografi che pensano già a come la loro fotografia sarà stampata in un libro. A me interessa quello che c’è nell’inquadratura”. Insieme ad altri esponenti della Beat Generation, è stato allora aspramente criticato. Il suo tentativo di descrivere l’emancipazione femminile veniva additato come voyeurismo, mentre il suo lavoro è invece da considerare come un atto d’amore verso il sesso femminile e la sua necessaria ricerca di libertà. Osservando la cronologia dei suoi scatti si possono percepire i veloci cambiamenti della società americana di quel tempo. Il suo è stato un viaggio antropologico all’interno di questo ambiente e modello metropolitano, modello e schema che sono poi stati esportati in buona parte delle grandi metropoli del mondo a riprova di come la cultura e i costumi americani costituiscano spesso e quasi sempre un modello da imitare per altre società del globo.

La sua è stata l’irrequietezza di chi temeva di perdere delle occasioni. Faceva fatica a stare lontano dalla strada. Si stima che nella sua breve ma intensa vita di fotografo scattò una media di 450 fotografie al giorno (12 rullini). Si potrebbe pensare che sia

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Genio e sregolatezza, un evento ricorderà Luigi Musina il pugile goriziano che pose fine alla carriera di Carnera

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urioso abbinamento, quello fra boxe e musica classica. Ma la prospettiva di inserire un ricordo del grande (e misconosciuto) pugile goriziano Luigi Musina nelle tre giornate del prestigioso concorso internazionale di chitarra Enrico Mercatali che – giunto alla sua 16ma edizione – si terrà dal 10 al 12 maggio a palazzo De Grazia, intriga e incuriosisce non poco. I dettagli dell’iniziativa devono essere ancora perfezionati: al momento tre sono i particolari resi noti dal patron della rassegna, il vulcanico maestro Claudio Liviero. Il primo è che l’artista Franco Dugo, noto appassionato di boxe, e lui stesso pugile in gioventù, presenterà un dipinto nuovo di zecca dedicato a Musina (che già ritrasse nel 1988, due anni prima della morte). Il secondo è che il chitarrista Giorgio Tortora ha composto un brano in memoria del campione. Il terzo è che il giornalista Umberto Sarcinelli, che nel 2010 ebbe il merito di estrarre dal dimenticatoio la figura del pugile goriziano, firmando con il collega Guido Barella una bellissima biografia intitolata “Luigi Musina – La boxe, Gorizia,il suo tempo”, sta preparando un’inedita performance da presentare a palazzo De Grazia. In attesa di saperne di più, cogliamo l’occasione per tracciare un ricordo della vita romanzesca del pugile al quale il Comune ha, un po’ tardivamente, intitolato lo spiazzo antistante il PalaBrumatti, in Campagnuzza. *** A svelarmi per primo chi fosse quel distinto signore che, negli anni 80, passeggiava in solitudine lungo il Corso, chioma bianca e sguardo fisso nel vuoto, un po’ ingobbito ma col portamento ancora fiero, fu Giuliano Almerigogna, critico musicale del Messaggero Veneto, che coltivava un’insospettabile passione per la boxe. “Ma come, non lo sai? – mi disse – è Luigi Musina, il più grande mediomassimo della storia del pugilato italiano. E’ famoso perché, dopo essere salito di categoria, tra il 1945 e il ’46 sconfisse, unico in Europa e per tre volte consecutive, Primo Carnera, ponendo fine di fatto alla carriera del “gigante buono” di Sequals, il primo italiano a conquistare il titolo di campione del mondo dei massimi. Ora Musina è finito in miseria, vive nella casa di riposo e gira con le tasche imbottite di fotografie dei suoi anni d’oro che cerca di vendere per raggranellare qualche soldo”. Luigi, quando camminava in città, con

di Vincenzo Compagnone l’immancabile cravatta azzurra, la giacca e il cappotto gettato sulle spalle (diceva di avere 200 vestiti nel guardaroba, eleganti ma ormai sgualciti dal tempo) seguiva spesso un itinerario ben preciso. Andava dal panettiere e si faceva dare un cartoccio di pane, col quale puntava dritto in direzione del caffè Garibaldi. Il noto locale cittadino, all’epoca, era gestito da Elvio Ferigo, ristoratore ma anche grande sportivo e presidente del comitato provinciale del Coni. Elvio lo accoglieva a braccia aperte, forse

Musina negli anni d’oro della carriera.

era l’unico amico che gli era rimasto. Riempiva un calice di vino, tagliava un po’ di prosciutto per imbottire il panino dell’ex pugile e faceva uno spuntino con lui, tra battute e vecchi ricordi, ovattati dalla semi-sordità ma anche dalla memoria traballante che affliggevano Musina. Il 12 maggio 1946, nel giorno del terzo successo del boxeur su Carnera allo stadio Baiamonti di Gorizia, davanti a oltre 20 mila persone, l’allora giovanissimo Ferigo era sul ring, all’angolo del campione, a fargli da “secondo”, stringergli i guantoni e dargli qualche consiglio. Che giornata memorabile per lo sport goriziano! *** Alla fine della guerra, il pugilato era uno sport molto popolare in Italia. La parentesi bellica aveva frenato l’attività agonistica di tanti campioni, compreso Carnera anche se, icona del fascismo, era stato esentato dall’andare a combattere. Il goriziano Musina, invece (Luigi

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era nato nel 1914, nono di 10 fratelli, da genitori sloveni di San Floriano e aveva trascorso l’infanzia e l’adolescenza nel rione di Piazzutta) era stato arruolato nella Guardia di frontiera, ma il 4 ottobre del 1942 aveva fatto in tempo a compiere il capolavoro della sua carriera. A 28 anni, nel pieno della maturità sportiva, aveva conquistato il titolo europeo dei mediomassimi battendo a Berlino, ai punti, l’idolo di casa, il tedesco Richard Vogt. Alla fine del 1945, nel nostro Paese c’è “fame” di pugilato e, il 20 novembre, al Teatro comunale di Milano, viene organizzato un match fra i due pugili italiani: Carnera, ormai 39enne, e Musina, di 8 anni più giovane. Accorrono migliaia di spettatori, il teatro non li contiene tutti e scoppiano dei tafferugli perché la folla non vuol perdersi l’incontro. Si comincia in ritardo, e Carnera inganna l’attesa bevendo qualcosa al bar con gli amici. Forse questa circostanza influisce sull’andamento del match: “The Walking Mountain” (come lo avevano soprannominato in America) va subito al tappeto, con orgoglio si rialza, resiste fino alla settima ripresa ma poi viene dichiarato il ko tecnico a favore di Musina. Rivincita il 17 marzo 1946 a Trieste. Combattimento un po’ più equilibrato, ma con Musina che ne tiene saldamente in pugno le redini e s’impone ai punti sulla distanza delle 8 riprese. Il terzo match va in scena nel maggio successivo in una Gorizia dove la guerra in realtà non è ancora finita. Al tavolo della pace di Parigi si trattava e, anzi, erano i giorni più duri, con Tito che da Zagabria alzava la voce rivendicando, spalleggiato da Mosca, e nostre terre. La sera prima del match del 12 maggio, era un sabato, l’Agi (Associazione giovanile italiana), presieduta da un personaggio che diventerà popolarissimo nel mondo della scuola, Antonio “Tuccio” Bisiach, che aveva organizzato il meeting sportivo al Baiamonti, aveva chiamato in piazza i goriziani a chiedere giustizia per i deportati, i 665 concittadini che un anno prima erano scomparsi dalle loro case prelevati dai partigiani titini. Le locandine dei due eventi erano affisse in città fianco a fianco, quasi a sottolineare il clima di quei giorni, tra la sofferenza per ferite ancora sanguinanti e la voglia di spensieratezza e di rinascita. Un bellissimo manifesto era stato disegnato anche da Tullio Crali, l’”aeropittore” futurista, appassionato di boxe, di cui abbiamo parlato nello scorso numero del nostro giornale. Arriva la domenica, e mai si era vista una folla così numerosa per un evento sportivo. E pazienza se il mitico discobolo Adolfo Consolini,


la cui presenza avrebbe luglio 1947, Martin gli ledovuto nobilitare le gare sionò irrimediabilmente un di atletica al mattino, non timpano, e i medici della si era fatto vedere. Al Federazione sportiva ordipomeriggio, il match-clou narono lo stop. Addio agli fra Carnera e Musina non anni dorati, al bel mondo tradisce le aspettative. A che amava frequentare, alle dividere i due pugili sul attrici hollywoodiane che si ring allestito al centro invaghirono di lui, da Lana dello stadio che in molti Turner (che lo definì “la più chiamano ancora Littorio, bella statua della collezioe dove la Pro Gorizia, in ne italiana”) a Claudette cui si sta facendo le ossa un Colbert. diciottenne Enzo Bearzot, ha appena finito il suo Luigi tentò di riciclarsi campionato (settima nel aprendo senza succesgirone C della serie B) non so palestre a Milano e a ci sono solo 8 anni d’età, Sanremo, dove più che altro ma anche più di 30 chili dilapidava il suo patrimodi peso. Carnera, pieno nio al tavolo verde. Rincordi acciacchi fisici, ormai è reva sogni senza speranza l’ombra del campione che di film e rappresentazioni fu. La stazza è imponente teatrali. Ma intanto il suo Battendo per tre volte consecutive Primo Carnera (l’ultima allo stadio nome cominciava ad esser ma la lentezza condiziona ogni suo movimento. Musina, Baiamonti di Gorizia) Musina costrinse il gigante di Sequals all’addio dimenticato, la famiglia era al pugilato. più Apollo Creed che Rocky ormai distrutta a causa delle Balboa, gli danza attorno sue prepotenze e dell’incapasia imprenditoriale di Milano (il padre elegante, tecnico e potente come sempre. cità di gestire il presente e programmare era direttore dell’Agip). Aveva avuto Peccato per quel temperamento che, un il futuro. La moglie con i figli era andata due splendidi figli, Alberto e Gianfranpo’, gli ha sempre fatto difetto. Dicono ad abitare a Torviscosa, dove il padre co. Con i titoli italiani ed europei vinti che si avventasse come una furia sugli era diventato dirigente della Snia. Dopo prima da dilettante e poi da professioniavversari soltanto se gli scompigliavano aver vissuto per anni con scarsa fortuna sta, e il “Guanto d’Oro” (riconoscimento i capelli, imbrillantinati e pettinati all’insull’asse Milano-Sanremo-Venezia, Muconsiderato negli Usa inferiore solo al dietro con cura maniacale. Ma anche sina tornò a Gorizia nel 1981. Non aveva titolo olimpico, di cui si fregiarono tra in questo incontro, immortalato dagli più una lira. Gli trovarono un letto al gli altri Cassius Clay ed Emile Griffith), scatti di Edvigio Altran, capostipite della Polivalente, poi alle case di riposo di Goconquistato a Chicago nel 1937 e nel dynasty di fotografi goriziani a bordo rizia e Cormons. Un giorno di novembre 1939 erano finiti nelle sue tasche un ring, mentre il figlio Arduino (per tutti del 1988 Franco Dugo, che lo aveva cosacco di soldi. Dino), poco più che bambino, si dedica nosciuto già alla vigilia delle Olimpiadi alle panoramiche, non c’è storia. Ancora romane del 1960, quando il boxeur era una volta (d’altronde doveva saperlo, venuto a Gorizia a trovare il famoso Carnera, che non c’è due senza tre) maestro di pugilato Bruno Piccotti, Musina vince ai punti sulle 8 riprese, lo invitò a pranzo. Musina – come nel tripudio generale. sempre – sembrava aver cancellato dalla memoria i trionfi del passato. *** Ma quando l’artista tirò fuori vecchi ritagli di giornale e gli fece i nomi dei Per il gigante buono di Sequals suoi rivali, si commosse e gli vennero quell’incontro segnerà la fine della carle lacrime agli occhi, Chiese di andare riera pugilistica. Dopo, si dedicherà al in bagno, e poi, educatamente, salutò e catch, alla lotta libera, per rimpinguare volle andar via. il conto in banca e assicurare il benessere economico alla famiglia. Il più Morì, dimenticato da tutti, il 10 febbel ricordo che gli resterà di Gorizia braio 1990. Fu sepolto al cimitero di sarà racchiuso in quel giorno in cui, via Trieste dove solo nel 2009 le sue al Caffè Alle Ali di corso Italia, ritrovo spoglie, per iniziativa del Coni, sono dei piloti del campo d’aviazione e dove state esumate e trasferite in un loculo era nato un suo “fan club”, conobbe la acquistato dallo stesso sodalizio. In un futura moglie, Pina Kovacic, impiesecondo momento, l’amministrazione gata alle Poste. Un idillio contrastato comunale ha apposto una lapide con e faticoso all’inizio, ma poi foriero di la dicitura “Luigi Musina – campione anni sereni. A differenza di Musina. Il europeo mediomassimi”, accompagnapugile goriziano, quando chiacchiera ta da una fotografia. Poi, l’intitolazione con Elvio Ferigo (col quale si sdebiterà del “Largo” all’ingresso della città. regalandogli la cintura di campione europeo dei mediomassimi), sembra Ha scritto Umberto Sarcinelli: “Ha non ricordare i momenti più belli della preso a pugni la vita, anche la sua. Ha sua carriera. Oppure chissà, non ne conosciuto la gloria e l’umiliazione. vuole parlare. Magari pensa a tutti gli Ha potuto disporre di tanto denaro e errori che ha fatto in una vita di genio altrettanto ne ha sperperato. Ha vissuMusina ritratto da Franco Dugo nel 1988. e sregolatezza, gloriosa ma disordinata to da grande ed è morto da sconosciuto. e rovinata dagli eccessi, dal carattere Luigi Musina ha avuto in dono il genio Ma a distanza di poco più di un anno dal violento anche se spesso generoso. Era del pugilato e l’ha gettato sul ring con vittorioso match goriziano con Carnera, bello, Luigi. Scultoreo. Aveva sposato furia autodistruttrice”. Musina, a 33 anni, aveva dovuto abbana 25 anni, nel 1939, Alberta Pasqualis, donare la boxe. Sul ring di Napoli, il 20 erede di una ricca famiglia della borghe©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Cittadinanza e burocrazia: l’incubo di Luca, chef-rapper che rischia di essere spedito dallo Stato a Capo Verde

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di Manuela Ghirardi o mi morderò la lingua, affogherò nel mio sangue, ma a me via non mi manderete mai, solo tramite una bara.”

Luca Neves nasce a Roma nel 1988, dove si diploma alla scuola alberghiera come chef. Un ragazzo come tanti, con una simpatica parlata romana e un futuro tutto musica e fornelli tra Colosseo e Capo Verde, dove sono nati i suoi genitori; è per questo motivo che, come tutti i figli di genitori stranieri, al compimento del diciottesimo anno di età - ed entro il diciannovesimo – deve presentare la domanda di cittadinanza per divenire a tutti gli effetti “italiano”. Le formalità burocratiche però si protraggono troppo a lungo: Luca ha compiuto 19 anni e non può più avvalersi della finestra temporale prevista dalla legge per fare la richiesta. Un colpo durissimo, che lo induce ad un disperato atto di protesta: alla scadenza del passaporto capoverdiano decide di non procedere con il rinnovo del documento di una terra a cui sente di non appartenere, diventando a tutti gli effetti un immigrato irregolare. Riceve un primo foglio di via, che contesta con l’aiuto dell’avvocato, e un secondo foglio di via che non respinge, perché in quel momento sta vigilando giorno e notte sulla madre colpita da un ictus, che purtroppo viene a mancare l’anno successivo. Ha perso anche il fratello e si occupa del padre, costretto in sedia a rotelle da gravi problemi di cuore, il quale, avendo lavorato in Italia per molti anni, percepisce la pensione e risiede all’American Hospital. Non avendo documenti validi, Luca non può iscriversi all’università, lavorare, curarsi, viaggiare all’estero, avvalersi di tutti quei diritti che spettano a ciascuno di noi dal momento in cui nasciamo e che diamo spensieratamente per scontati, non avendo dovuto sudare per essi. I ragazzi come lui non possono fare concorsi pubblici, trovare un impiego nella pubblica amministrazione, entrare nell’arma; ancora a scuola addirittura si impensieriscono se devono parteci-

pare ad una gita all’estero. “Sono italiano, ho fatto l’intero percorso di studi in questo paese, ho la fedina penale pulita e mi hanno offerto un contratto a tempo indeterminato come chef, che però non posso accettare. Per non aver saldato una multa si paga un’ammenda, per un ritardo burocratico non si può isolare un innocente, dandogli l’ergastolo” mi dice stancamente. La sua è una battaglia per chiedere giustizia, legalità e la revisione della norma del 1992 in materia di cittadinanza, una delle più severe dell’intera Europa. “Soffro di pressione alta e non posso accedere ai servizi sanitari pubblici. Non è facile” continua. “L’anno scorso per esempio sono andato a San Benedetto del Tronto con la mia ragazza. Ci siamo registrati in hotel, il giorno successivo in seguito alla segnalazione dei nominativi è arrivata la polizia e sono stato costretto a chiamare il mio avvocato. Ho dovuto spiegare per l’ennesima volta la situazione, che per lo Stato si riassume in questo concetto: Luca Neves è un cittadino straniero e deve lasciare il nostro territorio. Le forze dell’ordine in questo caso sono state gentili, ma vivo comunque nel terrore di essere cacciato dal mio paese. C’è chi, nel corso degli anni, per aiutarmi si è offerto persino di adottarmi o sposarmi, ma è forse giusto che io debba far ricorso a questi metodi per ottenere qualcosa che dovrebbe già appartenermi? Quella donna che ho sepolto e che mi ha dato la vita ha lavorato duro per farci avere quello di cui avevamo bisogno, andando a sposarmi mancherei di rispetto a lei e a tutti i sacrifici che ha fatto per questa terra,

anche se mi sposassi per amore con la mia ragazza. Voglio i miei documenti e li voglio in modo pulito.” Amareggiato, ricorda l’ennesima opportunità sfumata: “Quando Spike Lee fece il casting per Miracolo a Sant’Anna venni preso ma non potei firmare il contratto per partecipare al progetto. Mi hanno rovinato la vita ma continuerò a lottare. Un’altra passione che ho è la musica: sono un rapper (Fat Negga, ndr) ed esprimo la mia determinazione attraverso le canzoni. Gli ingaggi ci sono ma come sempre non posso avviare progetti contrattuali perché mancano i documenti. Quando finalmente li otterrò prenderò la patente, farò un viaggio, firmerò il mio primo contratto di lavoro... Nell’arco del tempo ho avuto modo di incontrare molte persone, tra cui Virginia Raggi e alcuni prelati: restano tutte molto colpite da quello che sto vivendo, ciononostante sono ancora intrappolato in questo incubo burocratico. Un aiuto concreto mi è arrivato da una persona conosciuta in occasione di una serata, che è riuscita a farmi ottenere nuovamente il passaporto capoverdiano ma non è sufficiente. Per guadagnare qualcosa nel frattempo ho attivato un’attività di catering a domicilio, domiCHILLhouse, ma sono un fantasma per costrizione…” Parlando con Luca mi domando quanto sia saggio appropriarsi di un tema allo scopo di attribuirgli un preciso colore politico, strumentalizzando le criticità di un sistema. Quanto è saggio darsi addosso nei talk show, sui social o sui giornali? È davvero giusto chiedere a dei ragazzi appena diciottenni di espletare pratiche fondamentali entro un anno, pena un’attesa di altri dieci anni (la normale tempistica per richiedere la cittadinanza italiana con tutte le limitazioni che ne conseguono), l’allontanamento dal paese o la clandestinità? Non sarebbe più appropriato e più apprezzabile pensare a come offrire soluzioni pratiche a questa e alle altre problematiche che affliggono noi e i nostri connazionali?

Lo chef e rapper Luca Neves, stritolato dalla burocrazia.

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Margherita Gliubich e (inevitabilmente) Roberto Maniacco: come sfogliare un libro di storia, fra giustizia e passioni

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o imparato da mia madre che leggere i giornali era ed è importante. Roberto l’ho conosciuto leggendo di lui: sapevo già chi fosse prima di incontrarlo”. Margherita ha occhi lucidi e un sorriso spontaneo e accogliente.

di Francesca Giglione ne data dall’incontro tra Margherita e Roberto farà si che i due si sposarono subito, quasi senza pensarci. Fu un matrimonio a tre: lui, lei e la loro causa. Sposare la Giustizia non è affatto facile. Margherita lo racconta con fascino, ma trapelano sin da subito le fatiche in cui si sono imbattuti: una fatica che merita di essere fatta e affrontata, per questo si sono sposati. Inizia così l’altro grande capitolo di questo libro, dove i momenti

“Roberto rifaceva sempre tutto: andava controllato ogni dettaglio. Non si faceva sfuggire nulla, si interrogava e riproduceva ogni caso. Una cosa sola mi sarebbe sempre piaciuta che facesse: insegnare. Che riuscisse a formare i giovani che sarebbero arrivati dopo di lui spiegando proprio il suo modo di operare”.

Margherita Gliubich è un libro. Un libro di storia, per la precisione. Una storia iniziata prima di lei ma che ha saputo fare completamente sua. Il suo cognome porta a sfogliare velocemente indietro le pagine sino agli anni della guerra e di un fascismo che divideva l’Italia: un’Italia che non aveva spazio per tutti, un po’ come oggi. Così, volendo ripercorrere velocemente la sua vita si potrebbe riassumere in “esplosione”: come quelle di quegli anni, come quelle di Sarajevo, Roma, Milano, Venezia. Esplosioni e spostamenti, esplosioni di emozioni e relazioni. Un’esplosione di racconti dove non dimentica mai di dare valore ad ogni singolo nome, volto o stretta di mano in cui si è imbattuta. Un’esplosione come la sua risata che sembra in grado di voltare pagina e “riciclarsi” continuamente, come ama dire nel descriversi. Margherita indossa sempre le perle: “Qualcuno doveva portarle, Roberto con la sua grande umiltà non ha mai minimamente dato peso ai dettagli estetici e qualcuno doveva pur portare le perle”. Seduta in un bar di Corso Italia Margherita descrive la sua Gorizia. La Gorizia che caratterizza una parte del suo passato ma anche del suo presente. I racconti sembrano fare parte di due grandi capitoli del Libro che è: la vita prima di conoscere Roberto e la vita dopo. In entrambi i capitoli torna sempre il filo rosso dell’esplosione. Le madri insegnano molto ma anche le figlie hanno tutto un loro modo di imparare soprattutto quando tuo padre a casa non ci torna più. Tra un giornale e l’altro Margherita studia, si diploma al liceo classico di Gorizia e lavora partendo dal basso sino a raggiungere i vertici in una ditta di spedizioni internazionali. L’esplosio-

trasformarono nel grande avvocato che è divenuto. Come dimenticare il famoso e drammatico processo a sei goriziani innocenti per la strage di Peteano, quell’impeccabile arringa che in Cassazione annullò l’assoluzione degli ufficiali “depistatori” o, ancora, quando fece assolvere in corte d’Assise d’Appello la “maestrina di Medea”, accusata dell’omicidio del padre con condanna in primo grado all’ergastolo.

E mentre Margherita racconta i dettagli di come si era avvicinata ad ogni storia e di come lei ci fosse sempre stata, forse non si rende conto che a qualcuno qualcosa l’ha insegnato, eccome. Margherita, forse inconsapevolmente, è proprio l’eredità che Roberto ha lasciato. Fermarsi ad ascoltarla, leggere dell’avvocato Maniacco non è più la stessa cosa dopo averla incontrata Margherita. Non l’aveva mai abbandonato, nemmeno quando il diabete lo rese quasi cieco: era la voce che leggeva gli articoli a cui si rifaceva, la segretaria in grado di trovare quello che chiedeva nei giusti tempi, la donna che ha amato. Margherita Gliubich negli anni 90.

più forti sono quelli non detti. Non esistevano momenti di vera pausa: nessun Natale o Capodanno. L’unico svago che Roberto si concedeva era la pesca. Quando Margherita decide di seguire Roberto, e la sua passione, decide di farlo con tutta sé stessa: lascia il lavoro e si dedica completamente all’aiuto e sostegno di quello che sarà sempre il suo grande amore. Ma non l’ha fatto solo per lui o per quello che faceva: Margherita ha lasciato tutto per impegnarsi a come Roberto si dedicava al suo lavoro. Roberto si era laureato in giurisprudenza e sin da subito aveva dimostrato un grande talento. Si formò girando tra un tribunale e l’altro e questa sua flessibilità, capacità di assimilare e studiare ogni dettaglio in cui si imbatteva, lo

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Margherita per raccontarlo, e raccontarsi, non sceglie mai una forma triste o struggente: cambia sempre l’angolazione su un aneddoto divertente o su una sfumatura così ricca di forza che è facile pensare di lei come un ariete in grado di abbattere le porte dell’ingiustizia. Per questi motivi, Margherita ancora oggi spende diverse ore nella casa circondariale di Gorizia dove si dedica all’ascolto e attività con i detenuti (come già aveva iniziato a fare ospitando in casa, con Roberto, un giovane agli arresti domiciliari). Dalle storie in cui si imbatte la volontà è sempre quella di dare le motivazioni per reinventarsi una vita. Ha iniziato così: portando i giornali che legge dentro le mura del carcere, perché sa bene che leggere, sapere e conoscere è quel che ti permette di riuscire a vedere oltre. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Gorizia, quale futuro? / 3 Incalcolabile valore aggiunto per il territorio regionale

Giulia, fornendo un incalcolabile valore aggiunto al resto del territorio regionale. Penso che Gorizia debba interagire con Lubiana, Zagabria, Budapest, Praga e naturalmente Vienna, mettendo in luce la sua vocazione mitteleuropea, facendosi promotrice e capofila di progetti di respiro europeo. Ottima l’idea della capitale europea della cultura. Ma non scordiamoci di entrare in sinergia operativa con la prossima creazione di quella

di Antonio Devetag*

Provincia di Gorizia è stata la governatrice Serracchiani con il suo disastroso progetto di riforma territoriale, che ha dato vita alle Uti, abortite il giorno dopo il parto. Ai danni di questa Attila in gonnella si sono aggiunti una Provincia a trazione monfalconese che, miagolando qualche protesta d’obbligo, ha obbedito ai padroni, come del resto fece, è giusto ricordarlo, il Comune di Gorizia. Ma la Provincia, prima di tirare le cuoia, ha scippato a Gorizia i Musei provinciali destinandone la gestione al pateracchio Erpac e destinandone la proprietà indivisa e indivisibile anche a Monfalcone. Con quest’atto finale, la giunta Provinciale guidata da Gherghetta ha creato un vulnus irreparabile e un ulteriore motivo di contesa tra le due città. E anche una succulenta giustificazione per quei politici regionali che vorrebbero imporre la dolce morte ai goriziani, annullando la sua storica Provincia. E Gorizia deve cominciare daccapo, come spesso le è accaduto nella sua storia millenaria. *Giornalista ed ex assessore comunale alla Cultura ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Lo stare insieme unica consolazione Antonio Devetag

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orizia si configura, nella sua storia, come città, dal latino civitas: non un semplice agglomerato di case e di gente, ma una particolare identità, etimologicamente vicina a “civiltà”, portatrice di una cultura connotata da originalità, creatività, “stile”. Capoluogo da sempre, questo ruolo istituzionale diventa identitario soprattutto dal ‘700 in poi. Città d’incontro e di confronto continuo di linguaggi e tradizioni diverse, anche grazie all’importante contributo ebraico Gorizia costruisce una particolare e complessa connotazione culturale. E’ proprio la complessità culturale, storica e linguistica di Gorizia e della sua provincia ad aver determinato la “specialità” della Regione Friuli Venezia

Macroregione Alpina di cui Gorizia potrebbe diventare uno snodo importante, proprio grazie alla sua storia. Insieme ai giovani di Forza Italia ho organizzato quattro incontri “Training di orgoglio goriziano” (il cui ultimo appuntamento è per venerdì 5 aprile, in sala Dora Bassi alle 18.30), per una città che ha deciso di non amare sé stessa come merita e che ribaltano la politica di certa sinistra, che vuole fare del Novecento e delle sue tragedie il motore immobile dello storytelling goriziano in nome dell’union sacrée tra i cattolici penitenti e pseudoleninisti ampiamente fuoriusciti dalla storia. Poiché, pur essendo di centrodestra mi permetto il lusso di criticare senza problemi i potenti regionali come Tiziana Gibelli, l’assessore Roberti, Ferruccio Saro e tanti altri che vogliono oggettivamente trasformare la città di Gorizia in un paesucolo qualsiasi, posso chiedere ai rappresentanti della sinistra, soprattutto goriziana e isontina, di dire la verità, tutta la verità, dimenticando per una volta le elezioni prossime venture. La progressiva e implacabile spoliazione di Gorizia parte da lontano, si accentua alla fine degli anni ‘80 e ha molte cause, di cui parleremo nel corso di questi incontri. Ma chi ha eliminato fisicamente la 8

La terra è il solo Paradiso concesso a noi essere umani? È molto probabile. Infatti, a scorrere la Storia della nostra umanità, l’uomo ha fatto di tutto e di più per sfuggire a questa sua misera realtà. Grandi civiltà hanno costruito piramidi, templi, persino imperi e tutto questo ha sempre avuto un termine. Siamo figli della Natura e della sua tragica regola “nascere per morire” e in questo percorso di sola transizione dobbiamo passare il poco tempo che ci è concesso. Un periodo in cui la fame è la nostra matrigna, che ci perseguita lungo tutto il nostro cammino. In questo Paradiso ci siamo persi, ricerchiamo la gloria e il potere assoluto, altro dramma dell’ignoranza, ci chiudiamo dentro confini e castelli nella speranza di non essere contaminati, ma il mondo gira e con esso i tanti che in cerca di cibo o di verità incedono lungo le rotte della possibile fortuna. Non saremo mai vincenti e il tempo che ci è concesso è estremamente breve. Anche la società del consumo è al limite, abbiamo ancora una volta costruito nuovi strumenti dimenticando la socialità, lo stare insieme che è l’unica vera consolazione per trascorrere una vita appagante capace di offrire alle prossime generazioni un modello di semplice armonia. (Re)


Gorizia, quale futuro? / 4 Non c’è tempo da perdere o saremo terra di conquista per speculatori e affaristi

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di Andrea Picco* “Prima i Goriziani” e “Gorizia innanzitutto”: con questi due slogan quasi due anni fa Ziberna vinceva le elezioni comunali.

Dopo 20 mesi, cari goriziani con la G maiuscola, rischiamo di diventare un sobborgo di Trieste o Udine, e Gorizia innanzitutto muore. Ho chiesto a un elettore di centrodestra, durante una cena tra amici, dai, dimmi tre cose che ha fatto Ziberna per la città. Due ore dopo ha rinunciato. Il momento è drammatico ma non serio, direbbe Flaiano, se non fosse che siamo quasi a metà mandato e quindi si prospetta un’analoga porzione di tempo sprecato, che senza forse non possiamo permetterci.

in corteo per il corso, no? Chiedono di fare qualcosa per il futuro, partendo proprio dalle amministrazioni, che siano virtuose, che mettano al centro della loro azione la tutela ambientale. “E allora? È inutile mettere i cestini pubblici per la differenziata, tanto la gente non la fa, o investire sulle rinnovabili, se ci credi fallo tu come privato cittadino. Perché, diciamocelo francamente, quando sto bene io e i miei, sono a posto, chìssene. Basta che non mi chiudi il bar.” Ma allora, che fare? Questo slancio leninista chiederebbe la rivoluzione, ma farla con lo spritz in mano è dura, che poi ti casca. Qualcosa, però, si può fare. Primo e imprescindibile: cambiare amministrazione, subito, per il bene della città. Per manifesta incapacità di leggere la realtà.

Siamo in ritardo su tutto, di un anno persino sulle celebrazioni per la fine della prima guerra mondiale, orrendamente definite sul Documento Unico di Programmazione “Brand Grande Guerra”, ci facciamo i soldi sui morti, noi.

Affittiamo il sindaco di Nova Gorica, autogestiamoci, eleggiamo ad assessore un animale d’affezione, qualsiasi cosa pur di fermare questo declino increscioso verso l’oblio. Non c’è più tempo, capite: altri due anni così e ad ognuno toccherà adottare un commerciante, e lo slogan sarà vieni a morire a Gorizia, il par-

Il “brand”, dunque, qualcosa che ci serve per venderci Andrea Picco, consigliere comunale meglio, è la strada. Il “trend” è la città come cheggio è gratis. un grande “outlet”, per avere più “appeal” per turisti e investitori, e per dare ai Non c’è più tempo, o saremo terra di goriziani finalmente ciò che vogliono: conquista per speculatori e affaristi, i consumare consumare consumare, fino a professionisti del contributo a fondo consumarsi. Una mano d’inglese e oplà, perduto, quelli che ti fanno che ne so Lamerica, tra Alberto Sordi e Gianni una centrale o un centro commerciale Amelio. per vedere l’effetto che fa, e poi spariscono lasciando le macerie. Scusa, ma non c’è più l’Azienda Sanitaria. “E allora? Non hai visto che finalmente Quelli dell’ascensore, per capirci. Quelli si può tornare a passare in macchina in che se ne fregano altamente della storia, galleria Bombi?” Scusa, ma non saremo di quello che è stato, delle culture che neanche più capoluogo. “E allora? A Guhanno dato forma a questo territorio, sti c’erano mille milioni di persone.” Scudelle lacerazioni che ha subìto, del lutto sa, ma Greta, il clima, hai visto i ragazzi mai elaborato per l’altro, perché per pa-

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radossso siamo la più antibasagliana delle città, incapace di fare i conti col suo confine interiore, psichico, e noi sì siamo internati entro mura spesse quanto la nostra paura di cambiare. Reagiamo subito, o quei “Quelli”, noi li guarderemo paralizzati portarsi via tutto quel che resta, incapaci anche di dire no se pol. E ci intristiremo al bar, ricordando i bei tempi, la serie A capitan Ardessi lo spareggio con Trieste e offro io ‘sto giro. Perché a fotterci, a non farci abbandonare l’altro millennio, ad anestetizzare la città è ‘sta malinconia di fondo, questo terrore, questa sorta di depressione neanche tanto velata, tutta goriziana. *Consigliere comunale Forum Gorizia ©RIPRODUZIONE RISERVATA

AnimaMente prosegue al Lenassi

La rassegna cinematografica AnimaMente, organizzata da Sos Rosa, dopo i tre film proiettati in marzo al Kinemax si trasferisce, in aprile, al Punto Giovani di via Vittorio Veneto 7 (all’istituto Lenassi). L’11 aprile alle 21 sarà presentato il dramma “Il lato positivo”, del 2013, con Robert De Niro, Jennifer Lawrence e Bradley Cooper. Nella stessa sede e alla stessa ora, il 18 aprile sarà la volta di “The help” (2012), con Emma Stone, Sissy Spacek, Viola Davis e Octavia Spencer. Una commedia quanto mai d’attualità, poiché si parla di una ragazza che, appena diplomata all’università, vorrebbe fare la scrittrice e, a differenza delle sue coetanee, è interessata soprattutto alla propria carriera. Per questo accantona momentaneamente l’obiettivo di sposarsi e avere dei figli, con grande costernazione di madre e amiche. L’ingresso è libero.

Komigo 2019: la notte delle stelle

Il sempre nutritissimo programma del Kulturni Dom proporrà, in aprile, una simpatica serata nell’ambito della rassegna Komigo (teatro comico) 2019. Mercoledì 17, con inizio alle 20.30, si terrà la “Notte delle stelle”, che avrà per protagonista Luca Virago, il re dell’imitazione. Virago inizia la sua carriera artistica negli anni 80 come batterista, nel 1990 decide di passare al canto specializzandosi nell’imitazione di oltre 1000 cantanti famosi. Nel 1992 partecipa su Rai2 alla trasmissione “Stasera mi butto”, vincendo il primo premio al “Bandiera Gialla” di Rimini. Seguono partecipazioni al Festival di Sanremo, a Domenica In e a “Re per una notte”.


FridaysForFuture: il grido dei ragazzi e l’impegno della buona scuola riportano al centro l’ambiente. E la politica?

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Un’immagine, si sa, vale più di mille parole. Per lo scatto che vedete al centro della pagina non ne basterebbero un milione. Gorizia non è abituata alle manifestazioni, tanto meno a quelle a cui partecipano contemporaneamente bambini delle elementari e anziani e per questo, secondo me, la fotografia passerà alla storia. L’innesco di questa esplosione di colori ha un nome: Greta Eleonora Thunberg Ernman, attivista svedese per lo sviluppo sostenibile e contro il cambiamento climatico, nota per le sue manifestazioni regolari tenute davanti al Riksdag a Stoccolma, in Svezia, con lo slogan “Skolstrejk för klimatet” (sciopero scolastico per il clima). “Scolastico”: Greta infatti ha 16 anni, è una studentessa e dal “basso” della sua giovane età ha mobilitato il mondo. Polemiche, accuse di pilotaggio da parte dei poteri forti, di strumentalizzazione politica non sono mancate, come da copione, ma noi ci concentriamo sulle stelle e non sul dito che le indica. A Gorizia l’urlo di Greta viene captato da un gruppo di persone sensibili alla tematica ambientale e attive in diverse battaglie locali. “E’ veramente difficile raccontare la genesi di questa manifestazione. E’ come se a una bottiglia fosse stato tolto il tappo e il gas avesse con tutta la sua forza fatto fuoriuscire il contenuto - ha dichiarato Stefano Cosolo, un dei promotori -. Un’azione di questo tipo era nell’aria da un bel po’, ma forse i tempi non erano maturi. Improvvisamente è diventato chiaro a tutti che in gioco c’è il nostro futuro e quello delle future generazioni, e anche nelle scuola si è accesa una lampadina. Così, dopo un intenso scambio di messaggi e vari incontri siamo arrivati al FridaysForFuture Gorizia. I ragazzi si sono messi a preparare gli striscioni, gli insegnanti hanno approfondito il tema nel corso delle lezioni e tutti assieme abbiamo dato vita a un movimento, che di sicuro avrà un futuro perchè è divenuto una comunità. Quello che è accaduto è stata una sorta di magia grazie alla quale le persone hanno sciolto dei nodi che avevano”. E i giovani? I giovani, accusati di essere pigri, svogliati, apatici e disinteressati, hanno dato una bella lezione ai loro genitori e agli adulti in generale. “La partecipazione delle scuole è stata

di Eleonora Sartori decisamente più ampia delle aspettative, e questo mi rende felice - ha affermato Giuseppe Boscarol, studente dello Slataper di Gorizia -. Non è la prima volta che sono in prima linea in una manifestazione (Giuseppe ha partecipato anche alla manifestazione organizzata a Gorizia lo scorso febbraio contro i tagli all’istruzione e alle incertezze del nuovo esame di maturità ndr), ma la partecipazione al FridaysForFuture è stata incredibile. Mille e cinquecento persone, di tutte le età, a chiedere a gran voce un cambiamento. Non sono sempre stato sensibile al tema ambientale, ma con il passare del tempo mi sono reso conto dell’esigenza di affrontare certi problemi, tra i quali quello del riscaldamento globale. La consapevolezza è arrivata anche al prezioso lavoro che fanno quotidianamente alcuni insegnanti, come il professore di Scienze Fabrizio Sanzin, che spesso ci invita a riflettere, ad approfondire diverse tematiche, insomma a usare il cervello. Anch’io nel mio piccolo cerco di sensibilizzare i miei compagni, cerco di spronarli a compiere piccoli gesti perchè tante piccole azioni una vicino all’altra portano a grandi risultati. Dopo la manifestazione un piccolo gruppetto di studenti si è recato a pulire la Valletta, non eravamo in molti è vero, ma otto è meglio di sette e sette è meglio di nulla. Ho imparato ad apprezzare l’impegno di ciascuno e sono sicuro che siamo sulla buona strada affinchè sempre più ragazzi si sentano coinvolti, come in una sorta di contagio”. Ha le idee chiare Giuseppe, ed è sicuro che il FridaysForFuture sia solo l’inizio. “Sempre nell’ottica dei piccoli passi, è mia intenzione continuare a organizzare azioni di pulizia e mantenere i contatti con studenti di altre scuole, anche fuori da Gorizia. Ora, ad esempio, mi sto attivando per far sì che a scuola si cominci a fare seriamente la raccolta differenziata dei rifiuti, e a questo proposito è necessario sensibilizzare anche i professori”. Tra gli insegnanti ce n’è un altro nominato da Giuseppe, uno di quelli che lascia il segno anche se solo di passaggio (Giuseppe, infatti, l’ha incontrato solo come supplente): Luciano Capaldo, da poco allo Slataper ha di fatto messo in

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contatto Giuseppe con il gruppo degli organizzatori. “Era l’anno 2001 quando per le strade di Genova sentivamo l’aria irrespirabile dei lacrimogeni... Si parlava di cambiamento climatico con schiere di esperti che lo negavano e dicevano che era il solito pessimismo della sinistra. Un mio vecchio amico attivista romano ogni tanto mi dice “se parliamo con il cuore c’è ancora speranza, questi ragazzi rappresentano la parte emotiva di ognuno di noi”. C’è chi si diverte a criticarli, meglio che guardarsi allo specchio, o perchè ascol-

tano il trap, o perchè sono sempre sui social, ma dimenticano che noi li stiamo facendo crescere in questo mondo, un mondo che spinge a essere sempre più consumatori e sempre meno cittadini pensanti, un mondo dove partecipare vuol dire rischiare in prima persona, un mondo in cui la paura è il sentimento che il potere cerca di diffondere. Nonostante tutto questo cercano di prendere in mano il loro futuro, speriamo solo siano più bravi di noi!”. Certo, non tutti sono come Giuseppe,


ma uno come lui può fare tanto per coinvolgere ragazze e ragazzi ed è ciò che intende fare. “Mentre guidavo la manifestazione ero impegnato a mantenere un certo ordine - ha aggiunto Giuseppe -. Prima i bambini più piccoli, delle elementari, poi quelli delle medie e via via quelli più grandi. Ad un certo punto una signora anziana si rivolge a me e mi chiede dove si poteva mettere. Io sorridendo le ho risposto che lei avrebbe potuto mettersi dove preferiva. Questo è un bel ricordo della manifestazione che mi porterò dietro, perchè significa che di fronte a certi temi, in certe battaglie, non ci sono ostacoli generazionali”. Ed è vero, perchè il 15 marzo anche i più piccoli si sono fatti sentire. Ad accompagnare la scuola media Ascoli c’erano anche Antonella Vitolo ed Elisa Bensa: “La partecipazione al Global Strike del 15 marzo è stata un’azione naturale e doverosa. Con i nostri ragazzi, già da mesi, abbiamo intrapreso un percorso

didattico che ha come tema il rispetto ambientale, in tutte le sue forme. La scuola, in questo, ha un compito importantissimo e di enorme responsabilità. Tocca a noi docenti sensibilizzare le nuove generazioni e far sì che nei giovani nasca una vera coscienza critica e una forte consapevolezza dei loro diritti. La manifestazione del 15 Marzo e in generale la protesta dei Fridays For Future sono un’occasione eccezionale per noi insegnanti per mettere al centro il tema ambientale, ancora purtroppo troppo trascurato nelle scuole, e soprattutto per aiutare i giovani in questo processo di

crescita e consapevolezza. La risposta dei nostri studenti è stata estremamente positiva. Abbiamo dedicato numerose lezioni al problema ambientale, che è un tema naturalmente interdisciplinare. Abbiamo parlato di inquinamento, cambiamenti climatici, sostenibilità e i ragazzi non solo hanno partecipato attivamente, ma soprattutto hanno compreso quanto gnuno di noi sia in prima persona responsabile all’interno di questo processo. La partecipazione alla manifestazione ha in qualche modo rafforzato una consapevolezza di azione nei ragazzi, e il compito di noi docenti è tenere viva e legata alla quotidianità questa forza di cambiamento. Spero che questi giovani ogni giorno tornino a casa sensibilizzando le loro famiglie sull’importanza del rispetto ambientale e, perchè no, correggendo abitudini sbagliate che spesso noi adulti conserviamo e di cui non ci accorgiamo. La strada da fare è ancora tanta, di questo noi docenti siamo consapevoli, ma sappiamo anche che dalla scuola devono necessariamente partire, in questo senso, messaggi chiari e forti per i giovani. Bisogna intervenire adesso, non possiamo più rimandare, e come dice Greta, ormai “abbiamo finito le scuse e non abbiamo più tempo”. “La manifestazione del 15 marzo è stata un’occasione preziosa per dedicare più attenzione in classe al tema della tutela ambientale - dice Elisa Pensa-. In preparazione all’evento è stato importante anche ascoltare le parole di Greta Thunberg assieme agli alunni e condividere con loro l’urgenza e la forza del suo messaggio. E’ stato molto bello vedere la risposta spontanea di diverse ragazze e ragazzi che si sono messi di propria iniziativa, anche in orario extra scolastico, a preparare cartelloni, striscioni e slogan per la marcia. Nella classe 2A gli studenti hanno elaborato assieme un testo (che hanno poi letto il 15 marzo anche davanti al Sindaco) in cui esprimevano la loro motivazione a impegnarsi per l’ambiente seguendo l’esempio della giovane attivista: “Greta ci ha aperto gli occhi, il suo coraggio e la sua determinazione a cambiare le cose ci hanno commosso. Lei ci indica una nuova via fatta di speranza e di impegno concreto da parte di tutti. Come dice Greta, se agiremo subito avremo tanti motivi per sperare. Perciò dobbiamo ridurre con urgenza le emissioni di gas serra in tutti i modi possibili! Per questo serve anzitutto cambiare il nostro modo di pensare e vivere. Al sindaco e ai politici chiediamo di mettere al primo posto, nelle loro scelte, la tutela della natura e del clima. La salute e la salvezza del pianeta non hanno prezzo! Noi assistiamo ogni giorno a tanti sprechi e a situazioni che si potrebbero facilmente modificare a favore dell’ambiente. Facciamo un esempio: come è possibile avere in classe i termosifoni bollenti e contemporaneamente dover aprire le finestre perché fa 11

troppo caldo e si suda?” A queste parole sono seguite davanti al teatro (punto di arrivo della marcia) quelle scritte e pronunciate da Boris, alunno di 1A: “Siamo tutti responsabili per l’ambiente. Usiamo senza farci domande prodotti di plastica e altri materiali inquinanti. Usiamo troppo le auto e i motorini. Abbattiamo gli alberi che assorbono anidride carbonica. Non ci preoccupiamo di lasciare il pianeta almeno come lo abbiamo trovato, per chi verrà dopo di noi. I politici possono e devono fare di più, ma ognuno di noi deve fare la sua parte!” Non solo scuole goriziane hanno partecipato alla manifestazione, ma anche di Monfalcone e di Gradisca d’Isonzo. Noi docenti dell’Istituto Agrario “Brignoli” di Gradisca abbiamo deciso di aderire all’evento assieme agli studenti - ha dichiarato Daniela Careddu -. Da diversi anni, attraverso il progetto mondiale GLOBE, siamo attivamente impegnati sul territorio nello studio del cambiamento climatico: la nostra cartina di tornasole è il lago di Doberdò, dove purtroppo è in atto un’accelerazione del processo di interramento che, se non affrontato nei modi dovuti, porterà ad una grave perdita di biodiversità della flora e della fauna. Molti nostri studenti si sono appassionati al tema ed hanno voluto scendere in piazza ad esprimere la loro preoccupazione. Noi siamo al loro fianco, è il nostro compito di adulti ed educatori. Insomma in una soleggiata mattinata di marzo, nelle vie cittadine, c’erano tutti: piccoli e grandi, mamme, papà, insegnanti, nonni senza simboli perchè il clima non è di destra e non è di sinistra e l’aria la respiriamo tutti, proprio come ha urlato una ragazza al Sindaco Rodolfo Ziberna sceso in strada quando il corteo è giunto davanti al Palazzo Comunale e visibilmente in imbarazzo di fronte alle critiche. Il primo cittadino non ha preso parte alla manifestazione e come lui, molti altri esponenti della politica cittadina, che invece avrebbero dovuto aprirlo il corteo. Sembra quasi che manifestazioni come il FridaysForFuture siano troppo distanti dai loro schemi istituzionali, chiusi purtroppo, che è necessario aprire se si vorranno ottenere i cambiamenti che invece sono necessari. I ragazzi non si fanno strumentalizzare, come è stato scritto anche a livello locale, soprattutto da una politica che trasversalmente non è stata in grado di dargli nulla di buono per il loro futuro; non hanno filtri, non hanno pelli sulla lingue né mezze misure, per questo sono riusciti a toccare dei nervi scoperti e hanno fatto emergere il profondo gap esistente tra i politici di professione e la società. Speriamo, come ha dichiarato Luciano Capaldo, che si dimostrino più bravi di noi e riescano a colmarli e a convincere chi detiene il potere a tutti i livelli (anche a scuola!) che “non ci può essere giustizia sociale senza giustizia ambientale”. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Il mondo di Frank: sul Sabotino con Alice e Leon di Giorgio Mosetti

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lice mi ha chiesto se ho voglia di accompagnarla sul Sabotino. Non ho potuto far altro che riderle in muso. Ma poi, come al solito, mi ha convinto Leon. Ha cominciato a parlarmi di come si calcola con un barometro la differenza di pressione ad altezze diverse, ma soprattutto del fatto che, per la Relatività ristretta, il tempo in quota scorre più velocemente che a valle. Sticazzi, ho detto, vedi mai che lascio prima questa valle di lacrime. Arriviamo in macchina fino a San Mauro. Scendo, mi volto, e vedo davanti a me il Monte Sabotino che mi guarda minaccioso. Grugnisco e mi accendo una sigaretta, poi m’incammino. Non abbiamo percorso neppure il breve tratto asfaltato che le gambe già mi dolgono. Sono rigide e pesanti. Le anche scricchiolano come cardini arrugginiti. Dopo un po’, per fortuna, c’inoltriamo nel bosco. Il fondo si fa sterrato e l’umore ne trae beneficio. Ma è una di quelle sensazioni che, al venti per cento di pendenza, non può certo durare a lungo. Alice e Leon mi precedono di una manciata di metri. Non li guardo, avanzo nell’unico modo possibile: con gli occhi fissi a terra. Ogni tanto, spavaldo, alzo lo sguardo. Vedo Leon voltarsi. Ha le guance arrossate dal freddo e dallo sforzo. Mi sorride. Ha un sorriso bellissimo. Ma non sto certo lì a dirglielo. Lungo il sentiero, sulla sinistra, qua e là si apre uno squarcio sulla pianura sottostante. Si vede il serpentone color smeraldo scivolare sinuoso verso valle. Poco più in là Gorizia e Nova Gorica. Da qua non si scorge alcun confine. E mi viene da sorridere, pensando a tutti quei fifoni che continuano a vedere fili spinati dappertutto, senza rendersi conto che ce li hanno appiccicati sulle lenti degli occhiali.

Automaticamente, mi viene da pensare a quanti giovani ragazzini sono caduti proprio qua, dove io ora sto camminando, solo perché costretti ad assecondare le visioni distorte di altre teste di cazzo che vedevano Roba Nostra dappertutto.

“Che c’è?” le chiede l’uomo.

L’umore mi s’incupisce. Cerco d’ignorare i pensieri ma non sono mai stato bravo in questo. Provo allora a concentrarmi su Nick, il mio meraviglioso gatto. Chissà come se la sta passando. Me lo vedo disteso sul divano a scrutare, tra un pisolino e l’altro, l’orizzonte del soggiorno, domandandosi che fine abbia fatto quel vecchio rincoglionito che gli dà da mangiare. È qua, Nick. Qua. Su un cacchio di sentiero maledettamente ripido. A spargere rantoli di catarro come fossero crocchette.

“Non capisco”.

Finalmente, dopo un tempo che a me è parso infinito, giungiamo in cima, alla chiesa di San Valentino. Da lì percorriamo tutto il crinale, e devo ammettere che la vista è a dir poco poderosa. Da un lato tutta la pianura fino al mare, dall’altro l’Isonzo incastrato tra il Sabotino e il Monte Santo. E ammetto, seppur a denti stretti, di pentirmi di aver atteso più di settant’anni prima di decidermi a venire qua, dietro casa, a godermi una simile meraviglia.

“Pazzesco!?” rilancia lei. “Inaccettabile, altro che pazzesco”.

Giunto al rifugio sloveno, raggiungo Alice e Leon.

“Dammi qua” fa lei strappandogli l’arnese di mano, e si mette a pestare nervosamente con le dita affilate come artigli.

“Cosa prendi?” mi chiede mia figlia. Do un’occhiata al menù. “Mai tirato indietro davanti a un piatto di gnocchi col gulash” sentenzio. “E da bere?” La guardo male. “Ti sembro uno da acqua?” “Ok, vada per la birra”. Alice si volta verso il locandiere e ordina. Poi ci mettiamo a cercare un posto. “Là” indico, e ci dirigiamo verso l’unico tavolo libero. Ci arriviamo nello stesso istante di una giovane copia, e istintivamente ci fermiamo sui nostri passi, restando in silenzio a fissarci. Sembriamo pistoleri in un duello. Nell’attesa che qualcuno apra bocca, li osservo. Sono sulla quarantina. Lei pare arcigna, spigolosa. La bocca serrata, quasi ci fosse una forza invisibile a trattenere le labbra. Lui invece ha un’aria gioviale, spensierata e accomodante. “Beh, possiamo dividerlo” faccio io indicando il tavolo. La donna guarda il compagno arricciando il naso. Lui pare non accorgersene, mi fa un sorriso da piacione e annuisce. Ci sediamo e ci mettiamo a guardare il panorama in silenzio. Dopo un po’ do una sbirciata alla donna. Da quando si è seduta non ha smesso un solo istante di trafficare con il telefono. Poi, d’improvviso, esplode in uno sbuffo d’insofferenza.

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“Guarda” fa lei con sdegno. Lui le prende il telefono e si mette a leggere. Poi la guarda con la fronte arricciata.

La donna sbuffa con ancor più veemenza, e punta un dito troppo ossuto sul monitor. “Solo sessantotto mi piace. Ti rendi conto?” L’uomo torna con lo sguardo al telefono. Poi annuisce con un’espressione di disprezzo che non pare appartenergli. “Pazzesco” dice.

“Già”, fa lui. E annuisce ancora. “Poveri falliti. Dopo tutto quello che facciamo per loro, il tempo e le energie che gli dedichiamo per aprirgli gli occhi, questa è la riconoscenza”. L’uomo annuisce. Pare non saper fare altro.

L’uomo si volta verso di me e mi accenna un sorriso imbarazzato. Gli vengo incontro fingendo di guardare altrove. “E che cazzo!” esclama la donna. “Guarda! Ancora questa idiota che critica. Ma come si permette? Ti estirpo l’ego, vacca!” “Brava amore, falla nera”. “Pessima bestia l’ego” sputa la donna. No, non ci credo. Guardo Alice. Fa finta di niente, con un sorriso da Monnalisa in faccia. “Ecco!” rilancia la donna soddisfatta. Lui legge e scoppia a ridere. “Grande! Voglio proprio vedere se ha il coraggio di replicare, adesso”. “Magari lo facesse. È la volta buona che la distruggo”. Mi tornano improvvisamente in mente quei ragazzini morti per niente. E allora non mi resta che concentrarmi sul panorama. Non ho sottomano nient’altro per evitare di alzarmi in piedi, ribaltare il tavolo e prenderli a calci in culo. Poi guardo Leon. Mi sorride. E questo mi conforta, così come le sue perle preziose. Nonno Frank, guarda che il tempo in quota passa più in fretta che a valle. Dio ti benedica, figliolo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Liberi di essere liberi: nella città di Romeo e Giulietta vince l’amore in tutte le sue varie forme

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iberi di essere liberi: queste parole che suonano come un augurio arrivano da una signora veronese, affacciata come Giulietta al balcone variopinto del suo appartamento in centro a Verona. Esibisce con orgoglio la bandiera della pace e un cartello con la scritta: “non cammino, ma vi sono vicino”. Questa è in assoluto l’immagine più significativa della manifestazione del 30 marzo organizzata da Non Una di Meno in risposta al Congresso della Famiglia, a cui ho partecipato come donna, come madre e come cittadina del Friuli-Venezia Giulia. In tanti siamo partiti da Gorizia, Monfalcone e Trieste: donne e uomini, giovani e meno giovani, amministratori e semplici cittadini. Le sensibilià di ciscuno di noi sono diverse, così come le ragioni che ci hanno spinto a prendere parte al corteo, ciò che credo ci accomuni tutti è il ribadire che i diritti acquisiti dopo anni di lotte non vanno messi in discussione. Ad essere contestato non è il Congresso della Famiglia in sè: quando si parla di libertà, è doveroso rispettare anche l’opinione di chi crede fermamente che esista una famiglia, quella composta da donna e uomo, e che il ruolo della donna sia primariamente quello di mamma. Ciò che è inaccettabile è il cappello politico che questo congresso ha indossato sin dall’inizio. Nei tre giorni di kermesse si sono succeduti diversi politici italiani e la stessa Regione Friuli-Venezia Giulia ha patrocinato l’evento. Il nostro governatore Massimiliano Fedriga, infatti, non è intervenuto a Verona solo in rappresentanza di sè stesso, ma di tutti noi cittadini del Friuli-Venezia Giulia. A tanti, più di mille persone, questa scelta non è andata giù e hanno sfilato per le vie di Verona al grido: “not in my name”. Ritengo che conferire ufficialità a un evento in cui si discute di scelte indviduali e private sia un grandissimo errore. E di questo l’amministrazione regionale è consapevole dal momento che ha deciso di non patrocinare il Gay Pride che si svolgerà proprio a Trieste (a dire il vero in questo caso si è addirittura impedito al corteo di utilizzare Piazza Unità).

di Eleonora Sartori cità di chi non vuole o non è in grado di mettere in discussione ciò che arriva dall’alto. 150 mila persone (e forse anche di più), però, il 30 marzo a Verona hanno detto “non ci stiamo”: a problemi veri si attribuiscano cause vere e, soprattutto, si trovino soluzioni concrete, che nulla hanno a che fare con il restringimento di diritti, la distribuzione di feti in gomma o i “premi” in denaro per ogni figlio generato, misura che ci riporta ad un ventennio non proprio glorioso. Vi assicuro che la platea era vasta: donne, uomini, moltissimi con i capelli bianchi, tanti, tantissimi giovani, famiglie con bambini al seguito, alcuni neonati. Una MAREA che non passerà inosservata. La domanda allora è perchè si utilizzino due misure, se non per suggerire in maniera nemmeno troppo velata che esiste un modo giusto e uno sbagliato di vivere, che esiste un solo modello di famiglia e tutto il resto non è degno di riconoscimento. Emerge in modo piuttosto chiaro un’interpretazione del potere politico come una proprietà privata. La casa è mia e ci faccio ciò che voglio. Ci si è forse dimenticati che una donna o un uomo eletti non sono affatto dei proprietari ma degli affittuari? La proprietà, eventualmente, spetta a chi dà il mandato, che è poi lo stesso che ha il diritto di sfrattare l’inquilino che non rispetta le regole, che non si rivela all’altezza della fiducia conferitagli. Troppo spesso assistiamo a un utilizzo personale del potere politico e, di fatto, a una mistificazione. Di chi è la causa se ci si sposa sempre di meno, se si fanno sempre meno figli, se i giovani al posto di crearsi un nucleo familiare “preferiscono” andarsene all’estero a cercare fortuna? Forse delle donne emancipate che lavorano fuori casa? Forse dei gay? Forse del fatto che sia più semplice di un tempo porre fine a un’unione? Non è che, invece, chi ha il dovere e il potere di creare politiche family friendly si è occupato d’altro? Mi sembra che il copione si ripeta: se la colpa di crisi e criminalità sono gli immigrati, la colpa del saldo demografico è delle donne e dei gay. Insomma un capro espiatorio è sempre possibile trovarlo, con la compli-

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Libro del mese “I contorni dell’alba” di Léonora Miano Musango ha 9 anni e vive a Sombè, nello Mboasu, uno stato immaginario dell’Africa che fatica a risollevarsi da una terribile guerra civile. Cacciata dalla madre, che la accusa di stregoneria, ben presto viene rapita da una sedicente setta religiosa che nasconde un traffico di ragazze destinate a prostituirsi, loro malgrado, sui marciapiedi europei. Musango si occupa delle faccende domestiche in un capanno sperduto: i suoi occhi già vecchi perdono il conto delle giovani donne intrappolate che impareranno, giorno dopo giorno, a piegarsi al buio futuro che le aspetta. “I contorni dell’alba”, uscito in Italia nel 2008, è un libro durissimo, pur lasciando spesso intuire, più che dire, l’epilogo degli episodi narrati. La Miano, nata nel 1973 in Camerun e ora residente in Francia, disegna la turbolenza dei pensieri di una bambina abbandonata, che bambina ha potuto essere solo per qualche istante: lo Mboasu diviene così la cloaca di tutti i mali di un continente che troppo toglie e troppo poco restituisce; tuttavia, nell’immaginario dell’autrice, la saggia Musango, forgiata dal dolore, è una sorta di Eva d’Africa, colei che ha resistito alla sofferenza abolendo amarezza e vendetta. Ed è a lei e ai figli d’Africa come lei che appartiene “il giorno che sta per arrivare”. (mg)


Natoli: dalla storia l’ispirazione per i miei film di Stefania Panozzo

miei primi docufilm. Hai frequentato un istituto tecnico, però sei un grande appassionato di storia… E’ vero, é sempre stata una delle mie materie scolastiche preferite, anche se ho sempre preferito privilegiare l’immaginario della storia. Per farti un esempio, ero molto più portato a immaginare quello che faceva un contadino medioevale durante il giorno che a ricordare la data di una determinata battaglia o di un evento importante. Come nasce la scelta di diventare regista di docufilm? Un po’ banalmente, perché richiedono meno tempo e sono più economici rispetto ai film di finzione.

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utti amiamo il cinema e non é difficile trovare qualcuno che abbia deciso di fare di questa forma d’arte la professione della sua vita. Abbiamo intervistato il regista di docufilm Cristian Natoli, che ci ha rivelato come é nata la sua passione per il cinema e come é diventato regista di docufilm. Ci racconterà soprattutto come sono nati i due lavori che lo hanno reso famoso: “Per mano ignota” e “Figli di Maria” che parlano rispettivamente della strage avvenuta a Peteano il 31 maggio del 1972 e della Grande Guerra a Gorizia. Ciao Cristian, sappiamo che sei goriziano Doc e che hai 37 anni. Dicci qualcos’altro di te. Fin da piccolo a casa avevo un video registratore e tanti Vhs che hanno contribuito a far crescere la mia passione per il cinema. Per scoprire che mi sarebbe piaciuto diventare regista, ho dovuto aspettare le superiori. Durante gli anni trascorsi all’Iti Galilei ho frequentato prima un laboratorio di teatro condotto dalla professoressa Maddalena Malni. Più avanti, sempre con lei, ho avuto l’occasione di frequentare un laboratorio di cinema nel quale ho potuto cominciare a percorrere la strada della regia. Dopo le superiori, ho deciso di iscrivermi al Dams e durante l’università ho girato i

Hai debuttato nel 2012 rievocando sul grande schermo la strage di Peteano. Come mai hai pensato di dedicare un lavoro a questo tragico avvenimento? Dal punto di vista storico la strage di Peteano é rimasta quasi sconosciuta, perché i sopravvissuti non hanno mai voluto rilasciare interviste. Tuttavia, qui a Gorizia non c’é una persona che abbia più di cinquant’anni e non abbia un aneddoto riguardante quel giorno. Personalmente, ho cominciato ad interessarmi alla strage ascoltando i racconti di mio padre e di mio zio. Poi mi é capitato di leggere un libro scritto da Gian Pietro Testa che all’epoca era inviato del Giornale, e intitolato “La strage di Peteano”. È nato così un documentario non scientifico, ma che privilegia il lato umano. Ricordo un’affollatissima proiezione al Kinemax. Come ha reagito il pubblico? Inaspettatamente il pubblico ha reagito bene. Dico che non me l’aspettavo perché molti fattori sembravano giocare a nostro sfavore: il tema del documentario, il fatto che quel giovedì pomeriggio piovesse… Invece il pubblico era talmente numeroso da riempire la sala 1 e abbiamo dovuto mandare via

Il regista Cristian Natoli

qualcuno, perché non c’era più posto. A parte il successo di pubblico, la cosa che mi ha fatto più piacere é stato ricevere i complimenti da parte dei familiari delle 14

vittime, di quelli che sono stati incarcerati ingiustamente e dei carabinieri. Poi, nel 2015, è stata la volta di “Figli di Maria”, imperniato sulla Grande guerra… Sono sempre stato appassionato del periodo storico che finisce con la Prima Guerra Mondiale. In occasione del centenario mi sono iscritto a una rassegna cinematografica sul tema organizzata dall’Università della terza età, durante la quale é stato proiettato un docufilm intitolato “Gloria”, che parlava del treno che ha trasportato a Roma le spoglie del milite ignoto. Siccome non conoscevo la vicenda, mi sono subito messo al lavoro consultando alcuni storici goriziani per sapere se conoscessero qualche persona che avesse dei racconti interessanti da fare. Accanto alle persone selezionate sulla base della presenza di racconti documentati ho voluto che ci fosse spazio anche per la testimonianza della nipote di Maria Bergamas, sia perché sua nonna, avendo “scelto” la bara fra quelle allineate nella basilica di Aquileia, era stata definita la “madre” ipotetica dello sconosciuto soldato, sia perché il suo racconto mi aveva fornito l’idea per quello che doveva essere il titolo originario del lavoro: “Nipoti della Grande Guerra”. Mi sembra giusto sottolineare ancora una cosa: il docufilm lascia un messaggio di pace che si può riassumere così: la guerra non é la soluzione dei problemi, perché anziché eliminare quelli esistenti ne crea altri. Cosa ti auguri per il futuro? Quali sono i tuoi programmi? Vorrei continuare a raccontare storie, perché penso che la nostra città sia ricca di storie interessanti grazie soprattutto alla sua posizione geografica. Ad esempio, parlare della guerra fredda a Gorizia sarebbe molto diverso che parlare dello stesso periodo storico a Udine, a Pordenone o in qualsiasi altra città. Stavolta sto pensando a un lungometraggio, vedremo. Tralasciando i riconoscimenti del pubblico, i tuoi documentari hanno vinto dei premi? “Per mano ignota” ha ottenuto diversi riconoscimenti, ma mi piace ricordare quello ricevuto entrando a far parte della cinquina finale al “Golden door film festival” a New York. Ricordo che mi preoccupavo di come avrei spiegato al pubblico l’argomento del lavoro, dimenticando che avrebbero potuto facilmente trovare connessioni tra la strage e l’attentato alle Torri Gemelle. Per “Figli di Maria” devo sottolineare che da quando é andato in onda su Rai Storia tanta gente lo guarda. Purtroppo, essendo stato messo in onda in tv, i Festival non lo hanno più accettato, ma sono contento ugualmente. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Quattro anni di attesa e l’ospedale è ancora senza hospice S’indigna anche il vescovo: realizzate la struttura per terminali

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e a far sentire la sua voce è anche l’arcivescovo Carlo Maria Redaelli (uno che ha sempre centellinato i suoi interventi a proposito di problematiche cittadine) vuol dire che c’è veramente di che indignarsi. Oggetto della polemica, che il presule ha fatto riecheggiare nel Duomo durante l’omelia del 16 marzo, in occasione della ricorrenza dei Santi Patroni, la mancanza di un hospice al San Giovanni di Dio. Redaelli è andato giù pesante: “Non penso – ha osservato - che sia possibile e giusto pretendere per Gorizia specializzazioni e strutture che solo i grossi centri possono offrire, ma mi domando: è così difficile garantire a tutti i nostri malati la possibilità di una sistemazione ospedaliera decente e minimamente rispettosa della privacy in una stanza a due letti e non a quattro? E l’assistenza domiciliare non dovrebbe essere decisamente potenziata? Mi auguro poi che presto si realizzi un hospice, con tutte le caratteristiche che una struttura di questo tipo deve avere per garantire a molte persone gravemente ammalate, spesso sole, un accompagnamento dignitoso e rispettoso alla morte”. L’arcivescovo ha affondato il coltello in una piaga aperta ormai da 4 anni, e che le autorità sanitarie e amministrative sembrano prendere in considerazione con sufficienza. Era il 2015 quando, al San Giovanni di Dio, si decise di “sfrattare” l’hospice al quinto piano (già momentaneamente chiuso per mancanza di personale) per far posto al nucleo Gca (Gravi cerebrolesi e Sla), trasferito all’ospedale di via Fatebenefratelli da villa San Giusto, dove a quanto pare i costi erano insostenibili. Per carità: una struttura-modello, gestita da un’equipe multidisciplinare di prim’ordine, il cui unico difetto era però consistito nell’occupare i locali destinati ai malati di cancro o di altre patologie incurabili in fase terminale. In quelle cinque, silenziose stanze singole – spazi ampi, televisore a muro, bagno privato e poltrona riservata ai familiari – i malati trascorrerevano con dignità l’ultimo tratto della loro vita, usufruendo di cure palliative in un ambiente il più possibile confortevole. Da allora i malati terminali sono stati scandalosamente costretti a convivere con i pazienti dell’Rsa, situata sempre al quinto piano, anche se i medici si sfor-

di Vincenzo Compagnone zano di riservare ai casi più gravi i due unici posti letto, su 22, ubicati in stanze singole. E’ una situazione che, negli ospedali della commissariata Azienda Bassa Friulana-Isontina, si riscontra soltanto a Gorizia: a Monfalcone, infatti, c’è un hospice da 5 posti letto, a Palmanova uno da 4 mentre a Latisana la struttura è dotata di ben 7 posti letto. Nell’ultimo periodo in cui l’Azienda sanitaria è stata diretta dal dottor Giovanni Pilati, era stato varato per il 2018, nell’ambito del Pal (Piano attuativo locale), inviato alla Regione, uno stanziamento di circa 500 mila euro per il ricollocamento di un hospice all’interno del San Giovanni di Dio. Ma a tutt’oggi non si sa che fine abbiano fatto quei soldi e la situazione non è cambiata di un millimetro. Era stata avanzata l’ipotesi di ricavare alcuni locali sempre

L’arcivescovo Carlo Maria Redaelli

al quinto piano, nell’ambito del reparto di Oncologia, ma la soluzione è presto tramontata per difficoltà tecnico-logistiche. Dopodichè, in ossequio alla tesi ritenuta ottimale da medici e operatori della sanità, era stata effettuata al Comune la richiesta di de-ospedalizzare l’hospice, ubicandolo alla casa di riposo Angelo Culot di Lucinico, soprattutto ora che può contare su 40 posti letto che, in settembre, diventeranno addirittura 60. Ma dal palazzo municipale è arrivato un “no”: “Siamo disponibili – afferma l’assessore al welfare Silvana Romano – ad accogliere piuttosto a Lucinico alcuni

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posti letto di Rsa che, resi così, liberi, al San Giovanni potrebbero ospitare l’hospice”. Il punto dolente di questo infruttuoso ping-pong sembra peraltro essere la mancanza di personale: alla casa di riposo bisognerebbe comunque dislocare un minimo di operatori in grado di fornire assistenza medico-infermieristica, un’utopia se si pensa che i due unici medici in servizio all’Rsa (il responsabile Oscar Louvier e il dottor Sergio Muiesan, ex colonna del Pronto soccorso) devono già sdoppiarsi fra il reparto di Gorizia e quello di Cormons, dove i posti letto sono addirittura il doppio (44). Insomma il problema continua ad essere irrisolto, giungendo a provocare – come detto – persino la sacrosanta ira dell’arcivescovo, e rappresenta in realtà solo la punta di un’iceberg dove si condensa un’emergenza sociale tutta goriziana: l’insufficiente assistenza di una larga fascia di cittadini anziani, fragili e multiproblematici, in una città dove sono quasi 10 mila gli “over 65” e quasi 3.300 gli “over 80”. Manca un centro diurno per pazienti con disturbi della sfera cognitiva (realizzato da tempo a Nova Gorica), ci sono solo 2 fisioterapisti sul territorio (la pianta organica ne prevede 8) e i posti letto dedicati alla riabilitazione sono solo 2. Un panorama desolante, che si aggiunge alla situazione nuovamente critica al Pronto soccorso (partito per Trieste il 1 aprile il primario Franco Cominotto, il facente funzioni Lorenzo Armini si ritrova con un organico ridotto di due unità essendosi messo in aspettativa il dottor Lorenzo Urbani). Mala tempora currunt, tanto per cambiare, sul fronte sanitario. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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1- “La professione del padre” di Sorj Chalandon 2- “L’uomo delle castagne” di Soren Sveistrup 3- “La grande esposizione” di Marie Hermanson 4- “È passato tanto tempo” di Andre III Dubus 5- “Semplicemente eroi” di Davide Morosinotto


Carlo Michelstaedter e Klement Jug, il dialogo impossibile “Se avessi aspettato solo 10 anni, avresti visto un altro mondo”

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a cresta di calcare è percorsa da un refolo di bora che scuote i carpini e l’erba magra. Il fiume è una lucertola verde e luccicante, a nord. Poi compie un ampio giro e si strozza in piccole rapide nervose. La sua corsa riprende e si perde, a sud, nella foschia calda del mezzogiorno, verso il bagliore liquido dell’Adriatico. Un grosso bombo ronza nella calura di giugno.

di Anna Cecchini nel giugno del 1910, la tua ultima estate. “Io son solo, lontano, io son diverso”. Klement scuote la testa. -

Diverso, lontano…

Al ragazzo con gli occhi scuri tremano appena le labbra. Sente lo scherno in quelle due parole. Vorrebbe alzarsi e tirare un pugno in mezzo a quella faccia pallida e larga, veder chiudere quegli

Il ragazzo è seduto sui bianchi gradini dell’eremo di San Valentino. Guarda giù la pianura. Ha un filo d’erba fra i denti e mormora fra sé e sé:

Io son solo, lontano, io son diver-

Il ragazzo si volta di scatto. Vede un giovane alto e con il collo della camicia bianca allenato. Lo colpiscono gli occhi freddi e chiari e quel lieve accento sloveno. Chi sei? Come fai a conoscere questi versi? Tu sei Carlo Michelstaedter. Ho sentito parlare di te. Ti ho visto una volta sola, al Travnik. Eri al centro di un gruppo di ragazzi e ragazze. Ridevate. Io ero poco più di un bambino. -

Non hai risposto. Chi sei?

Mi chiamo Klement Jug. Ma il mio nome importa poco. Il ragazzo con gli occhi chiari si siede accanto a Carlo, lo guarda a lungo negli occhi, quegli occhi scuri, profondi, mediorientali. Poi torna a guardare la pianura sotto il sole di giugno, la foschia sul mare. Quante volte sei salito quassù, sul Sabotino, con Nino e Rico? Se avessi guardato giù, oltre il fiume avresti visto la mia casa, a Salcano. Eccola lì, la vedi? Avevi undici anni quando sono nato. Cosa sono undici anni? Nulla, neppure un battito di ciglia nel respiro del mondo. Hai scritto questi versi, quassù, vero?

Carlo rimane in silenzio. Non è sicuro di comprendere quello che il ragazzo con gli occhi chiari gli sta dicendo. A me è andata meglio. Mi hanno mandato al fronte nel 1917, il penultimo anno di guerra, in Alto Adige. Avevo diciotto anni. Ho indossato la divisa e sono partito. I miei compagni sono morti quasi tutti, sotto i colpi dei mortai e sepolti dalle valanghe. Io non mi porto un morto dentro, Carlo, me ne porto migliaia.

No, non son questo corpo, queste membra prostrate qui fra l’erbe sulla terra, più ch’io non sia gl’insetti o l’erbe o i fiori, o i falchi su nell’aria o il vento o il sole... so.

postazioni austriache che tenevano la cima. Da giù salivano gli italiani. Cento ragazzi per volta. Partiva l’ordine e loro salivano, di corsa. Le mitragliatrici li falciavano, tutti. E poi ancora, e ancora, e ancora. Quando capirono che non avevano scampo, si ribellarono. E allora i generali chiamarono i Carabinieri così, se non li squartava la mitragliatrice, gli sparavano loro, i Carabinieri, dalla loro linea, quella amica.

I ragazzi tornano a sedersi, vicini, guardando lontano. Klement accende una sigaretta. La passa a Carlo che ne prende due tirate nervose. occhi freddi, quasi bianchi. Avevi tutto, una famiglia, una posizione sociale, talento e cultura. Hai scritto le tue belle poesie, la tua bella tesi di laurea, ma poi non hai avuto il coraggio di discuterla. Hai passato l’estate a scriverla, l’estate del 1910, poi qualcosa ti si è rotto dentro, vero? E allora hai impugnato la pistola del tuo amico e ti sei sparato. E invece dovevi aspettare ancora qualche anno per capire cosa vuol dire essere soli, diversi. Tu non sai nulla del morto che mi portavo dentro. Salivo quassù per trovare la pace. La pace che una vita inutile, senza scopo, mi aveva tolto. La pace, dici? Vieni con me, Carlo. Carlo vorrebbe voltarsi, scappare giù per il sentiero di sassi e non ascoltare. Invece obbedisce a quella voce che non ammette replica. Lo segue lungo la cresta, inciampando fra le pietre spigolose. La vedi quella caverna? E quella trincea sulla destra? Quassù c’erano le

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La vedi questa linea di montagne, Carlo? Da qua fino in Grecia sono settecento chilometri di sassi e erba magra. Eravamo cittadini dell’Impero, tu e io, potevamo percorrerla quasi tutta, senza mostrare mai il passaporto. Ora devi farlo per sette volte. Klement lo guarda. E’ più calmo ora. Se non ti fossi ucciso, Carlo, saresti partito anche tu, come il tuo amico Nino Paternolli. E come lui saresti tornato, se eri stato fortunato, a vedere la tua città devastata dai bombardamenti. Te la ricordi la soffitta, Carlo, la soffitta di Piazza Grande, dove andavate a declamare l’Elettra, Ibsen e i discorsi di Buddha? Nino dovette riparare la facciata, buttata giù da una granata. Dovette seppellire suo padre, ricomprare le macchine da stampa, ricominciare tutto da capo. Carlo si leva una lacrima con una manata rabbiosa. La soffitta era il suo regno, il suo rifugio, la palestra del suo spirito, del suo tormento. Pensa a Nino, ai suoi occhi celesti, fermi e calmi come il mare di Pirano. Pensa a Rico, a quegli altri occhi, intransigenti, tormentati. Li


ha ammirati, invidiati anche, entrambi. Il primo per essere rimasto. L’altro per essere partito per andare dall’altra parte del mondo, in Patagonia, incapace come lui di trovare il suo posto in “questo” mondo.

re? Non è servito a nulla? Il ragazzo con gli occhi chiari si alza. Schiaccia il mozzicone col piede. Ha spalle curve, ora. Si gira per andarsene. Si volta dopo qualche passo e guarda il ragazzo con gli occhi neri.

Mi stai dando del vigliacco, Klement? Ma tu non sai nulla. Non sai proprio nulla di cosa ti si spezza dentro quando non sai trovare il tuo posto. Di quanto l’inutilità di tutto ti ammala come un morbo e ti spezza ogni desiderio, ogni volontà.

Dieci anni, Carlo. Se avessi aspettato solo dieci anni avresti visto un altro mondo. Magari ci saremmo incontrati per discutere di filosofia. O forse in trincea, chissà. Forse saremmo diventati amici. O forse no. Forse ci avremmo provato, a capire, a non sbagliare. E invece non sarebbe cambiato nulla.

Klement fa di nuovo quel sorriso storto, gelido. Sei tu che non sai nulla, Carlo. Te lo ricordi lo Staadtgymnasium? Che lingue si parlavano, te lo ricordi? Italiano, tedesco, sloveno. Tu eri ebreo e italiano, Nino era cattolico e italiano, Rico era ateo e sloveno, ma parlava tedesco, italiano e sloveno, come tutti voi. Solo dieci anni, Carlo. Se avessi aspettato dieci anni saresti partito per il fronte e, se fossi tornato, avresti seppellito i tuoi morti. E poi sarebbe arrivato il momento in cui sarebbe stato proibito parlare sloveno. Ai tuoi amici avrebbero cambiato il nome, lo sai Carlo? E senza il tuo nome non sei più nulla. Nulla.

Il ragazzo con gli occhi chiari si allontana, le mani in tasca, il passo lento, sconfitto, e sparisce dietro il boschetto di carpini. Carlo Michelstaedter (Gorizia, 3 giugno 1887 – Gorizia, 17 ottobre 1910), è l’ultimo di quattro figli di un’agiata famiglia

Carlo si alza in piedi di scatto. Cerca di comprendere, ma la sua mente si ribella. - Due guerre mondiali, Carlo, e ogni volta sono stati eretti mausolei e monumenti. Per non dimenticare, dicevano. Poi è scoppiata un’altra guerra, senza cannoni e bombardamenti, ma era feroce anche quella perché ora si guardavano in cagnesco e stavano col dito sul grilletto, quelli di qua e quelli di là. Di qua c’era il benessere, la libertà, l’Occidente, di là c’era il buio, i negozi vuoti, i piani quinquennali. Quelli che erano di là, volevano a tutti i costi venire di qua. Se ne andarono, alla fine, senza tante cerimonie. E dall’altra parte scoppiò un altro inferno. Ma ora qualcuno non è più sicuro che venire “di qua” sia stato un bene. E si ricorda di quando si studiava gratis, all’università, e la luce non costava nulla. E che i negozi erano vuoti e bisognava venire “di qua”, in via Rastello, a comprare il caffè e il detersivo, ma nessuno era senza lavoro. E adesso c’è qualcuno che non sa più cosa sia meglio, se il prima o il dopo, se di qua o di là.

ebrea. Frequenta lo Staatsgymnasium cittadino e si forma nella rigida Bildung asburgica, approdando presto alla speculazione filosofica. Nella soffitta di Nino Paternolli, oltre a Schopenhauer, leggerà e discuterà, con gli amici Nino e Enrico Mreule, i tragici e i presocratici, Platone, il Vangelo, Leopardi, Tolstoj, e l’amato Ibsen. Conclusi nel 1905 gli studi ginnasiali, Carlo si iscrive al corso di Lettere dell’Istituto di Studi Superiori di Firenze. Scrive moltissimo, in modo quasi ossessivo, dalle lettere ai familiari alle recensioni di drammi teatrali. Nell’ottobre del 1909 l’amico Enrico Mreule parte per l’Argentina. Carlo si fa consegnare da Rico la pistola che portava sempre con sé. Completati gli esami, ritorna a Gori-

I ragazzi fumano un’altra sigaretta, in silenzio. Guardano il mare, laggiù.

zia e inizia la stesura della tesi di laurea sui concetti di persuasione e di retorica in Platone e Aristotele. La sua attività è febbrile: oltre alla tesi, scrive anche la maggior parte delle poesie e alcuni dialoghi, tra cui il Dialogo della salute. Il suo isolamento diventa pressoché totale, mangia pochissimo e dorme per terra, come un asceta. Il 17 ottobre 1910, dopo un diverbio con la madre, impugna la pistola lasciatagli da Enrico Mreule e si toglie la vita. Sul frontespizio della tesi aveva disegnato una lampada a olio, e aggiunto in greco “apesbésthen”, io mi spensi. E’ sepolto nel cimitero ebraico di Valdirose, nel comune sloveno di Nova Gorica, a poche centinaia di metri dal confine con l’Italia. La madre Elda e la sorella maggiore Emma saranno deportate nel novembre 1943 e moriranno ad Auschwitz. Klement Jug (Solkan 19 novembre 1898 - parete nord del Triglav 11 agosto 1924) è il più giovane di sei figli di una famiglia benestante di contadini e commercianti. Tra il 1910 e il 1915 frequenta il Ginnasio di Gorizia e poi la Scuola di Grammatica di Lubiana, dove si diplomerà nel 1919. Si avvicina da giovanissimo alla questione della coscienza nazionale slovena. Nel 1916, ad appena un anno dallo scoppio della Grande Guerra e a seguito della morte del padre, la famiglia è costretta a stabilirsi a Bled. Un anno dopo viene reclutato nell’esercito e presta servizio in Alto Adige fino alla fine della guerra. Nel giugno del 1919, a guerra finita, si diploma e s’iscrive alla Facoltà di filosofia dell’Università di Lubiana. Si dedica in particolare allo studio dello stato mentale conseguente a situazioni traumatiche e, nel 1923, si laurea con una tesi dal titolo “Sulla causalità della mente”. Continua poi il suo percorso di studi a Padova, dove tratta temi quali l’etica e l’analisi delle esperienze emotive. Pubblica in vita solo alcuni saggi, mentre ampio materiale sulle sue riflessioni filosofiche è stato rinvenuto dopo la sua morte e pubblicato postumo. Viene tuttora considerato il leader ideologico delle giovani generazioni di studenti della Slovenia occidentale, passata sotto l’amministrazione italiana dopo la prima Guerra mondiale, che ha ispirato i giovani al rifiuto di ogni compromesso con il Governo fascista e a una resistenza radicale e organizzata contro le politiche d’italianizzazione, cui seguirà, in particolare negli anni ’30, una sistematica e violenta repressione.

Eri seduto sull’orlo di un baratro, Carlo, quando hai deciso di andartene. E non hai fatto in tempo a caderci dentro a quel baratro. Tanti mausolei, Carlo, ma nessuna memoria. Mi stai dicendo che tutto questo non è servito a nulla? Tutte quelle vite spezzate, tutto quel dolo-

Il carro con le spoglie di Klement, recuperato dopo la caduta sul Triglav

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Si dedica con grande passione all’arrampicata alpina sulle Giulie, collezionando diverse scalate di una certa importanza. Muore precipitando dalla parete nord del Triglav nell’agosto del 1924, durante un’escursione solitaria. E’ sepolto nel cimitero di Dovje, presso Kranjska Gora, ai piedi delle sue amate Alpi Giulie. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Il taglio ai fondi per l’accoglienza diffusa sta ponendo fine a un modello d’integrazione

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on possiamo negare il fatto che ci sono migliaia di italiani che si guadagnano da vivere lavorando in centri per rifugiati e altre attività legate al settore della migrazione. Il guadagno di migliaia di famiglie italiane dipende direttamente o indirettamente da questo settore. Ma ora con il famoso decreto di sicurezza del ministro degli interni, il 60% degli operatori e il 40% delle risorse sono ridotti, con conseguente perdita di posti di lavoro e ore ridotte per le persone che lavorano in questo campo. Ad esempio, a Trieste esiste una grande associazione denominata “Consorzio Italiano di solidarietà Ics”, presieduta da Gianfranco Schiavone, che dal 1992, cioè dai tempi della guerra nel Balcani, sta aiutando i migranti con l’accoglienza diffusa. Ci sono circa 240 persone, il 50% delle donne vi lavora, ma come altre organizzazioni, anche l’Ics sta affrontando i tagli con i nuovi vincoli per l’accoglienza. Prima del decreto sulla sicurezza, il costo totale di accoglienza per migrante era di 35 euro al giorno e ora è stato ridotto a 21 euro per quel che riguarda le piccole strutture. Si stima che non solo circa 150 lavoratori italiani perderanno il lavoro a Trieste ma anche circa 60 mila nel resto dell’Italia. Secondo gli operatori della suddetta associazione, la questione non è soltanto quella della disoccupazione di 150 persone, ma anche il voler cambiare la mentalità dei cittadini attraverso la propaganda politica, tenere gli occhi bendati sulla violazione dei diritti umani

di Ismail Swati nel Paese, l’apertura del centro per il rimpatrio (Cpr) a Gradisca d’Isonzo e la crescente emarginazione dei migranti nel Paese ogni giorno che passa.

turo ha dichiarato che il diritto di asilo è garantito dalle norme internazionali e, nel nostro Paese, anche dalla Costituzione (articolo 10).

A causa di questo ambiente ostile, nello scorso mese di marzo gli operatori dell’associazione, insieme con attivisti locali, hanno dato vita a un’assemblea regionale autonoma denominata “Buonisti un Cas”, davanti alla Prefettura di

“Quello che vogliamo difendere – ha aggiunto - è il particolare modello d’integrazione che è stato istituito a Trieste, basato sul sistema di accoglienza diffuso. È considerato un modello a livello internazionale per fornire adeguatamente percorsi di integrazione, formazione e cultura ai rifugiati. Un percorso di inclusione che ora è altamente a rischio: infatti, in base alle nuove direttive, è previsto un rapporto di 1 operatore per ogni 50 rifugiati accettati, rispetto all’attuale rapporto 1 a 10. Ma così l’integrazione non ha più ragione di esistere, non essendoci più fondi per gli operatori per continuare il loro lavoro”. Un altra operatrice facente parte dell’assemblea, Sabrina Borsi, ha rimarcato che sono a rischio anche varie competenze che comprendono una conoscenza approfondita dei servizi locali, la capacità di creare reti, competenze linguistiche e relazionali, a cui si aggiungono avvocati, psicologi e mediatori operanti nel settore.

Trieste (Piazza Unità d’Italia). Si sono riunite circa 450 persone, criticando il decreto sulla sicurezza e hanno chiesto il ritorno del vecchio e funzionante di accoglienza. L’operatrice Ornella Ordi-

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A Trieste ci potrebbero essere, come detto, oltre 150 disoccupati nel giro di pochi giorni, e tra di essi molti sono i giovani. L’assemblea ha discusso ed elaborato in dettaglio il seguente costo per persona che è stato ridotto da 35 a 21 euro. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Le vite sospese dei ragazzi ospiti del Nazareno di Aulo Oliviero Re

mai contemporaneamente in Bosnia, al confine con la Croazia, migliaia di profughi hanno dormito tutto l’inverno sotto il cielo grigio e sopra la terra fredda? I diritti umani, i diritti civili e politici, nati da idee del secolo dei lumi, si ritrovano oggi mercanteggiati nel gioco dei contrappesi politici di questa Europa che sembra solo conoscere marce economiche, e che considera una spesa – e perciò qualcosa da evitare - tutto ciò che non produce il godimento immediato degli elettori/ consumatori. Ma cosa succede a chi riesce ad entrarci in Europa, e arrivare in Italia, superando il gelo delle notti balcaniche o la crudeltà delle carceri libiche? Arrivano in posti come il Nazareno, dove gli viene fornito un pasto caldo ed un alloggio dignitoso. Ma a Gorizia, così come in altre città, dopo la tortura del viaggio, comincia un altro periodo alquanto complicato. E il nemico è proprio il tempo che non scorre, il tempo dell’attesa.

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passato quasi un anno da quando ho iniziato a lavorare al Nazareno. Tra qualche giorno lascerò questo centro, continuando il mio percorso di vita altrove. Un anno è letteralmente volato, ed in questo tempo sono successe una miriade di cose. Quando sono arrivato, il centro ospitava un numero di richiedenti asilo che raramente non raggiungeva la capienza massima di 170 persone. Adesso ce ne sono 125. Il San Giuseppe, ovvero il villaggio dei container di via Grabizio, installato da Medici senza frontiere e poi preso in gestione (come il Nazareno) dal consorzio di cooperative Il Mosaico, da 130 ospiti è precipitato ad una trentina scarsi. E in giugno chiuderà i battenti, come anticipato sul Piccolo dal direttore di Gorizia News & Views, Vincenzo Compagnone, anche per la scadenza dell’autorizzazione edilizia. Cosa è cambiato da allora? Io credo che qualcosa si sappia, e qualcosa si possa capire. Come mai Gorizia ha attualmente oltre un centinaio di posti letto disponibili, e come

Dall’arrivo dei richiedenti asilo al centro d’accoglienza, ci vogliono fino a 18 mesi per ricevere una risposta dalla commissione che concede o meno il diritto di avere la protezione internazionale. Se poi non la ottengono, come avviene sempre più spesso, possono fare ricorso, ma così le tempistiche sono ancora più lunghe. Si parla infatti di 18-24 mesi. Ere bibliche, che invece di accorciarsi con le svariate riforme Minniti e Salvini, sembrano essersi dilatate a dismisura. In totale, per ottenere i documenti, attualmente ci vogliono quindi all’incirca dai 18 ai 42 mesi. Senza considerare che i migranti che hanno avuto la “malaugurata idea” di far domanda di asilo altrove in Europa e vederla respinta – in gergo i dublinanti - venendo in Italia devono appena fare ricorso per poter accedere all’iter convenzionale, aumentando così l’attesa di un ulteriore anno, nella migliore delle ipotesi. Tre anni per avere una riposta dalla commissione. A quest’attesa potrebbero aggiungersi le tempistiche sovramenzionate per un

Il campo San Giuseppe sarà smantellato a giugno

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secondo ricorso di fronte ad un eventuale diniego. Attesa, più attesa, più attesa. Così quell’anno al Nazareno, che per me è stato brevissimo, per qualcun altro è interminabile. Vite in pausa, calpestando un suolo mobile, che non dà certezze. Da dove ricostruire la propria vita? Da quando? E cosa faccio se non mi accolgono la domanda? Sono queste le vere domande che si fanno i ragazzi ospiti nei centri. E le voci dei loro famigliari da casa, metalliche per la debole connessione internet, diventano sempre più lontane. “È sempre più difficile spiegare alla mia famiglia perché sono bloccato qua. Si immaginano che io mi diverta, ma non riesco a farglielo capire. Forse perché non lo capisco bene neanche io” si sfogava Singh, prima di lasciare il centro per finire probabilmente sotto il controllo di qualche caporale in Sud-Italia o chissà dove. Quindi non c’è solamente Salvini a considerare le loro giornate una ‘pacchia’ a qui porre un termine nel più breve tempo possibile. La distanza uccide anche l’empatia dei loro famigliari, che sul loro viaggio della speranza hanno scommesso tutti i risparmi, o hanno dovuto vendere la propria terra, o si sono indebitati. Loro sì che vorrebbero nei fatti, e non solamente a parole, veder ridotti le tempistiche di ottenimento dei documenti. Non ne sanno nulla però, né i famigliari, né Salvini, delle difficoltà che hanno la maggior parte di chi arriva da società tanto diverse. Non sanno nulla del tempo speso solamente per capire che in questo paese il lavoro non lo trovi semplicemente chiedendolo a qualche tuo amico o parente. Devi scrivere il curriculum, consegnarlo, venderti. Chiunque direbbe che è ovvio e banale, ma non in paesi come il Pakistan e l’Afghanistan dove esiste ancora una rete sociale che non ti obbliga a vendere le tue prestazioni. Perciò Singh è partito. Un giorno ha salutato tutti e se n’è andato. Diceva che un suo cugino dell’India che sta in Europa gli aveva trovato lavoro in Italia a centinaia di chilometri per quattro spiccioli, che forse gli avrebbero dato anche i documenti, e che non aveva molte scelte perché la sua famiglia era in gravi difficoltà. Io non ci ho mai creduto, ma non ho potuto fare altro che salutarlo. In questo tempo al Nazareno, ho pensato spesso alla differenza tra me e lui, alla differenza tra il mio ed il suo tempo e… ragazzi, credetemi: le risposte che mi sono dato non mi sono piaciute. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Anche il mondo della musica e dello spettacolo si schiera contro le politiche migratorie del Governo

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nche il mondo della musica e dello spettacolo sta entrando negli ultimi tempi in modo sempre più deciso nel dibattito sull’immigrazione, e moltissimi artisti si sono schierati apertamente contro le politiche del governo – e in particolare del ministro Salvini – in materia di (non) accoglienza. Lo stesso Roberto Vecchioni, protagonista di uno strepitoso concerto (e il giorno prima di una lectio magistralis a 600 studenti) al teatro Verdi di Gorizia, già lo scorso anno era stato fra i primi a scendere in piazza contro Salvini, affermando in un’intervista: “Quella migratoria è un’ondata, uno sviluppo naturale del mondo. Bisogna solo attrezzarsi per accoglierla, ovviamente accettando che in questo possa succedere anche qualcosa di negativo. Le scelte di questo governo non mi piacciono, un governo sotto culturale non mi può piacere”. L’ultima, in ordine di tempo, a esporsi pubblicamente è stata la simpatica Malika Ayane, che abbiamo ammirato all’Hot Casinò Perla di Nova Gorica in un piacevole concerto. Intervistata da Vanity Fair, Malika si è rifatta alla polemica a distanza scoppiata tra Claudio Baglioni e Matteo Salvini in occasione del festival di Sanremo, quando il primo aveva rimarcato, a proposito della vicenda delle imbarcazioni Sea Watch e Sea Eye: “Siamo alla farsa, non si può pensare di risolvere la situazione di milioni di persone in movimento evitando lo sbarco di 40 naufraghi. Quest’anno è il trentesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, qua invece stiamo ricostruendo i muri, non li abbiamo mai abbattuti. Non credo che questo faccia la felicità degli esseri umani”. Per la cronaca, Salvini aveva replicato con un tweet: “Baglioni, canta che ti passa, lascia che di sicurezza, immigrazione e terrorismo si occupi chi ha il diritto e il dovere di farlo”, ignaro probabilmente che Claudio è stato per anni animatore, a Lampedusa, della manifestazione ‘O Scia, nata proprio come forma di sensibilizzazione sul fenomeno migratorio. “Io sto con Baglioni – ha dichiarato Malika Ayane a Vanity Fair – se qualcuno pensa che si risolva il problema delle migrazioni bloccando qualche barcone non ha capito niente. Al di là di ogni considerazione politica, è inconcepibile lasciar morire delle persone in mare. E

di Vincenzo Compagnone in questa politica non c’è solo razzismo, c’è qualcosa di più, un che di disumano”. La 35enne cantante è figlia di padre marocchino e madre italiana, una circostanza che spesso l’ha portata a confrontarsi con intolleranza e disagio. “Però mio padre non è venuto in Italia con il barcone – rileva – erano gli anni ’70, mia madre era andata in viaggio in Marocco. Si sono innamorati e hanno deciso di venire in Italia quando mia mamma è rimasta incinta di me. Non è una storia di miseria come quella dei migranti d’oggi. Lo dico perché nella mia posizione verso questi ultimi non c’è identificazione: è semplice compassione umana, a cui dovremmo rieducare i nostri figli”. Ma sono stati numerosi anche i musicisti che hanno aderito all’appello antirazzista della storica rivista Rolling Stone Italia: fra questi la “nostra” Elisa, Jovanotti, Fiorella Mannoia, Raf, Ermal Meta, Paola Turci, lo Stato sociale, Francesca Michielin, Motta, i Negramaro, i Subsonica, TheGiornalisti, Roy Paci ed Emma Marrone, protagonista il mese scorso di un episodio che definire sgradevole è un eufemismo. Per aver gridato “Aprite i porti” alla fine di un concerto, si è sentita apostrofare così sui social da un consigliere comunale leghista: “E tu apri le gambe, e già che ci sei fatti pagare”. Il raffinato amministratore è stato peraltro espulso subito dal partito: era il minimo, no? ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Gorizia News & Views è reperibile in forma cartacea nei seguenti punti di distribuzione: Biblioteca statale isontina di via Mameli, Kinemax di piazza Vittoria, librerie Leg, Voltapagina e Ubik di corso Verdi e Antonini di corso Italia, Kulturni Dom di via Brass, Casa delle Arti di via Oberdan, bar Torino di corso Italia, bar Aenigma di via Nizza, atrio dell’ospedale, negozio Il Laboratorio di piazza Vittoria, Taverna al Museo di Borgo Castello, tabacchino Da Gerry di via Rastello, tabaccheria via Duca D’Aosta 106, tabaccheria via Crispi 6, Ugg di via Rismondo. E’ consultabile on line all’indirizzo: https://issuu.com/gorizianewsandviews

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Malika Ayane

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April 2019  

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