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Gorizia News & Views Anno 2 - n. 6 Giugno

NON FACCIAMO DI TUTTA L’ERBA UN FASCIO

OPERAZIONE PULIZIA SOMMARIO

Pag. 2 In ricordo di Gianna Marini e Maurizio Gerini Gli undici distributori della città oggi smerciano in totale Pag. 10 le benzina che 10 anni fa vendeva (da solo) quello più Al Nazareno è nato il coro dei migranti: il maestro Colussi frequentato insegna le canzoni storiche della Grande guerra Pag. 3 Pag. 11 Legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, 40 anni ... dopo: la maternità è ancora una possibilità e non un Pag. 12 dovere? I richiedenti asilo puliscono le rive dell’Isonzo Pag. 4-5 Pag. 13 SGUARDI SULLA CITTA’ 3 - Di rovi e di rovine. VIVIAN MAIER – bisogno o passione? Le Casermette di via Montesanto, primo villaggio Pag. 14 degli esuli Come reagire alle molestie: un attualissimo saggio Pag. 6 della “poliziotta” goriziana Nandra Schilirò Pag. 15 Sconfinare, dal giornalismo alla musica e alla storia Gli Oltresipario: dieci anni di divertimento Pag. 7 e musica Rocca (presidente Cri): continue violazioni dei Pag. 16 diritti umanitari VIAGGIO NELLA SANITA’ GORIZIANA - 6 Pag. 8-9 Urologia: Callari lascia, l’organico nuovamente ridotto Sergio Altieri, una vita a colori: intervista al all’osso maestro di Capriva in occasione della grande antologica allestita a Palazzo Attems 1


Gli undici distributori della città oggi smerciano in totale le benzina che 10 anni fa vendeva (da solo) quello più frequentato di Manuela Ghirardi

In Italia la crisi economica cominciò attorno al 2000 con l’euro: la lira permetteva di conservare un bilancio favorevole soprattutto grazie ad una strategia tramite cui la moneta nazionale veniva deprezzata da una banca centrale per favorire le esportazioni. Con l’introduzione dell’Euro, moneta forte, si preferì importare prodotti semilavorati dall’estero, piuttosto che rafforzare la produzione puntando su innovazione e qualità. Con questa scelta, un intero settore di aziende che produceva semilavorati per terzi cessò di esistere, mentre le compagnie più grandi delocalizzavano per contenere i costi e garantire competitività. La mancanza a livello politico di un adeguato piano industriale per contrastare questi fenomeni e l’introduzione delle leggi sul precariato contribuirono ad affossare il sistema, causando il progressivo calo del potere di acquisto delle famiglie, già impegnate ad affrontare l’aumento dei costi del petrolio e delle materie prime. Parliamo della salute delle nostre aziende con Manuel Rizzi, noto gestore di un distributore di benzina a Gorizia.

riale si basava principalmente sulla Zona Franca, viveva cioè grazie ad un sistema di sussistenza che è venuto a mancare. Soffriamo la concorrenza fiscale e quella d’oltreconfine: è difficile che si sviluppino nuove attività partendo da questi presupposti. In città ci sono già moltissimi bar, i negozi di abbigliamento aprono e chiudono; forse potrebbe funzionare un’attività turistica basata non solo sul valore culturale della città ma anche sul suo potenziale enogastronomico.

Il settore produttivo cittadino sta soffrendo quanto quello commerciale. Come potremmo attirare nuovi imprenditori sul territorio? Quali attività potrebbero funzionare?

Qualche consiglio per chi vuole aprire un’attività?

Perché hai deciso di fare impresa a Gorizia?

Il 10 luglio, tra alti e bassi, saranno 15 anni che ho aperto il mio distributore. Ho iniziato nel 2003. Avevo 18 anni, ero già dipendente presso un distributore, mi è capitata un’occasione e ho deciso di provarci. In quegli anni questo settore però era più appetibile. Il mio lavoro, pur avendo un orario fisso, è dinamico e a contatto con il pubblico. Non sono sicuro che sarà il lavoro della vita ma mi piace, anche se la crisi abbassa un po’ l’umore. Certo, tengo gli Come ritieni si potrebbe favorire gli imprenditori del occhi aperti per valutare altre opportunità, ma ho investito nostro territorio? nell’impianto, perciò prima di cambiare ci dovrei pensare bene. A Gorizia ci sono 11 distributori e si fa un po’ fatica, La disponibilità di credito è fondatutti assieme nel 2017 abbiamo mentale per agevolare l’acquisto dei smerciato 3 milioni e mezzo di litri beni che un imprenditore fornisce di benzina, poco di più l’anno prealla propria clientela: una riduziocedente. Nel 2008, prima della chiune delle tasse comunali e regionali sura della Zona Franca, il distripotrebbe essere un buon punto di butore meno attivo ne smerciava 1 partenza. L’imposta sugli immobili milione e 200 mila da solo e quello e quella sui rifiuti per esempio sono più frequentato 4 milioni! I fattori massacranti, se consideriamo che negativi per la crescita riguardano per 1000 metri quadrati si possono solo in parte la concorrenza slovena spendere fino a 5000 euro anche e la minore disponibilità econominel caso in cui non si produca una ca. Chi viene in Italia a fare benzina grande quantità di rifiuti. Un’altra infatti desidera un impianto dove perdita riguarda le commissioni del verrà servito: gli anziani per esemPOS: con un saldo tramite banpio prediligono questa modalità e Manuel Rizzi comat o carta di credito si guadagna meno che con un Gorizia è una città con molti anziani, i quali purtroppo pagamento in contanti. Per quanto concerne il mio settore ad un certo punto, per motivi legati all’invecchiamento, bisogna tener conto che si paga l’IVA sulle accise della non sono più in grado di guidare la macchina oppure non benzina, in sostanza una tassa sulla tassa ... Lo Stato poi fanno proprio più ritorno... costringe il libero professionista a versare pesanti contriNel mio mestiere bisogna considerare tanti aspetti, come buti per la propria pensione all’INPS, indipendentemente le oscillazioni del prezzo della benzina su cui di volta in dagli incassi del momento. Io sarei drastico su questo volta ci basiamo per alzare o calare i prezzi del carburante, aspetto, preferirei si potesse scegliere tra versare all’INPS e i rimborsi regionali per le tessere che arrivano la settimana aprire una pensione integrativa, che tra l’altro rende anche successiva alla registrazione e perciò vanno anticipati, la di più rispetto ai versamenti INPS. Mi rendo conto che è stima sul numero di clienti che si serviranno nel distribuun’idea di difficile applicazione a causa dell’attuale mantore. In Slovenia ad esempio i benzinai sono dipendenti canza di denaro pubblico, motivo per il quale è stata creata statali e non devono tenere a mente simili particolari; a la legge Fornero con l’aumento dell’età pensionabile, che questo proposito alcune compagnie hanno pensato di fare lascia più tempo allo Stato per trovare i fondi per pagare le la stessa cosa in Italia ma pagano a seconda del carburante pensioni. venduto.

Avere fondi propri ed evitare i fidi bancari, perchè partire in questo modo non è l’ideale. Oggi chi apre un’attività in Italia è un po’ matto, perchè fare il libero professionista è molto duro. La tanto decantata ripresa è un po’ uno spot, perlomeno per il nostro settore che è sempre in calo. Forse suggerirei a chi vuole aprire un’attività di andare a fare il dipendente ...

Il Comune punta sulla Zese, la Zona economica speciale europea, che potrebbe indurre imprese extra-europee ad investire sul territorio, anche in collaborazione con Nova Gorica e San Pietro, in modo da coinvolgere le realtà oltreconfine già interessate dal GECT. Dopo l’insediamento, l’impresa estera potrebbe infatti assumere personale locale. Il problema di Gorizia è che il suo tessuto imprendito-

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Legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, 40 anni dopo: la maternità è ancora una possibilità e non un dovere? di Eleonora Sartori

Legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, 40 anni dopo: “Voglio intervenire per potenziare i consultori così da cercare di dissuadere le donne dall’abortire”. Queste parole, pronunciate dal neo ministro alla famiglia Lorenzo Fontana, hanno alimentato una polemica destinata a non spegnersi nell’immediato, e sembrano fare a pugni con un evento epocale accaduto pochi giorni fa in Irlanda: il sì all’abolizione del divieto all’interruzione di gravidanza (inserito nella Costituzione nel 1983) che ha vinto di misura grazie non solo alle donne, ai giovani e agli abitanti dei centri urbani, ma anche di quelli delle zone rurali. Insomma il tema “aborto” sembra essere tornato attuale, o forse in realtà non è mai passato di moda. Se ne parla tanto, da sempre, e a parlarne sono soprattutto gli uomini,

tutto ciò nel concreto? Ad esempio creando liste di medici non obiettori e stabilirne una presenza certa in ogni ospedale pubblico, affinché nessuna donna debba più entrare in una struttura sanitaria dello Stato e trovarsi davanti alla negazione del suo diritto di decidere. Poi chiarendo una volta per tutte i limiti dell’obiezione. Se infatti ha senso che la eserciti il medico ginecologo che deve agire in modo diretto, non ne ha alcuno estenderla a figure professionali collaterali come quella dell’anestesista, dell’infermiere o dell’inserviente che spinge la barella in sala operatoria (in certe strutture ospedaliere oggi si verifica un vero e proprio ostruzionismo). Ma torniamo alle parole del ministro: dissuadere le donne… Ma in che senso? Come? Agendo sul senso di colpa

politici, medici e non solo. Dei politici, o almeno dell’ultimo in ordine cronologico ad averlo fatto, abbiamo detto… Ma i medici? Beh, i medici oltre a parlare, obiettano, in tanti, tanto che il loro diritto (sacrosanto, eh?) sembra prevalere nettamente sul diritto all’aborto delle donne. Nelle strutture ospedaliere del Friuli-Venezia Giulia si registrano dati inferiori a quelli delle altre regioni: fra i medici la media sfiora il 50% (59 gli obiettori, 60 i non obiettori), dati alti ma che non compromettono la gestione generale dell’interruzione volontaria di gravidanza, anche se spesso sono i giovani medici ad essere costretti a fare solo ed esclusivamente aborti e che, trovandosi limitati nelle possibilità di carriera, sono quasi obbligati a diventare obiettori. In generale l’obiezione di coscienza non deve essere messa in discussione perché tocca i valori profondi delle persone. Ma altrettanto intangibile è però il diritto di accedere all’interruzione di gravidanza, perché se è vero che il feto è un essere umano, è vero altrettanto che non è ancora una persona, a differenza della donna che lo porta in grembo. Con la legge 194 il sistema giuridico italiano ha stabilito una gerarchia di diritti tra la persona compiuta e la persona in potenza: la tutela della donna incinta, della sua volontà, della sua salute e della sua condizione psichica viene prima di quella del feto, a meno che non sia lei stessa (e lei sola) a decidere l’inverso. Ma come realizzare

(per questo già ci pensa abbondantemente la Chiesa) oppure dandole gli aiuti necessari per pensare a un’ipotesi meno tragica? Sì, perché l’aborto deve essere considerato un’azione tragica per la donna e al contempo una sconfitta sociale: se le donne devono supplire alle carenze dello Stato in termini di servizi è inevitabile che le donne più fragili che non possono permettersi di essere ammortizzatori sociali rinuncino alla maternità. Spesso l’aborto è determinato dalla paura di un licenziamento, dalla rimessa in discussione di tutta una vita… In questo senso sì che il vero intervento politico è sul welfare e dovrebbe essere finalizzato alla sostenibilità della maternità. Infine, una considerazione sociale: il ruolo oggi più gratificante per la donna non è quello lavorativo, ma è tornato ad esserlo quello di moglie e mamma. Non si fa a tempo a compiere 30 anni che tutti ti assillano con domande tipo «allora quando fai un bambino?». Da una parte il lavoro come un optional, dall’altro la maternità come un destino (chi vi abdica è una snaturata, ma la stessa sorte non capita all’uomo, ca va sans dire). Donne, il nostro destino sarà ritornare in piazza gridando che la maternità è una possibilità e non un dovere? ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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SGUARDI SULLA CITTA’ 3 - Di rovi e di rovine. Le Ca

di Anna C

Sto seduta ai piedi di un vecchio gelso, nella mia postazione preferita. Guardo il lungo muro scrostato, i mattoncini rossi ormai corrosi dal tempo. Sono arrivata a piedi, come sempre, facendo uno dei miei lunghi giri di ricognizione. Questa è una buona stagione per raccogliere ciò che offre la natura, perfino in città. Sono costretta sull’asfalto per la gran parte del giro, ma poi, quando arrivo al polmone verde puntato a nordest della città, quella campagna urbana che si allunga verso il confine di stato, che confine non è più, allora ritrovo i sentieri. Capezzagne, terre battute, vigne e campi coltivati, Rosa di Gorizia, gelsi e orti: questo è nucleo agricolo della città, tra via Montesanto e l’Isonzo. Se allargate il compasso e provate a guardarla dall’alto, dal Sabotino ad esempio, vi stupirete di quanto sia vasta. Fu il piano regolatore approvato dopo la seconda guerra mondiale a decretarne la destinazione, conservando la tradizionale area coltivata della città e consentendo la formazione di un “cuscinetto” facilmente controllabile tra la Repubblica italiana e Salcano, la Jugoslavia, l’est, il mondo comunista. Ancora gelidi venti di Guerra Fredda e antiche cortine di ferro, anche in questa parte della città, ma ormai è sempre più difficile sentirne il brivido. Faccio il mio solito gioco: quando incontro qualcuno, sportive signore in tuta con i cani al guinzaglio, qualche contadino che appoggia la bici alla vigna e controlla i suoi grappoli, giovani runner con tutine fluo e ipod al braccio, chiedo notizie su questo fatiscente agglomerato di edifici semidistrutti ed è sempre difficile avere risposte, a meno di non rivolgersi a persone sopra la sessantina. Un ragazzo si ferma e rimane ad ansimare con le mani sulle ginocchia. Sua madre ha vissuto lì, da piccola, mi racconta, ma ne parla malvolentieri; lo chiama sempre “il mio Bronx”, ma poi cambia discorso. Bisogna scartabellare un bel po’ per trovare notizie. Qualcuno ricorda che dentro queste mura c’era una caserma, ai tempi della seconda guerra mondiale, ma per saperne di più bisogna darsi da fare. E si finisce per scoprire “Soldati. Quando la storia si racconta con le caserme”, una mostra realizzata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia insieme all’Associazione Culturale Isonzo e presentata tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, che ripercorre la storia della città segnata da una forte presenza militare che è andata via via riducendosi dopo la caduta dei confini e le mutate esigenze difensive, ma che ha lasciato tracce tangibili: le tante strutture militari dismesse presenti sul territorio. Il bel catalogo della mostra offre immagini rare della città e un punto di vista insolito, ma che ha segnato il suo assetto urbano. E si scopre che qui, nei primi mesi del ’42 venne costruita una serie di edifici militari a forma di “U” per le truppe alpine del 9° reggimento, che dovevano inviare forze fresche dopo le perdite subite nella campagna di Grecia. Gli alpini rimasero nella caserma per cinque mesi; ma gli scenari bellici mutarono e vennero fatti salire sulle tradotte che sostavano nella vicina stazione della Transalpina e inviati

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verso le sconfinate steppe russe. Dal ’43 al ’46 passarono di qua diversi reparti militari: tedeschi, la X Mas, le truppe del IX Corpo jugoslavo e, infine, alcuni nuclei dell’88° divisione americana. I bombardamenti angloamericani risparmiarono solo tre degli edifici originari. Polvere e macerie, e una città intera che cerca di ricostruire case e identità, con un confine che corre dentro il suo tessuto urbano. Orti e giardini, famiglie e amici separati da muri e fili spinati: il secondo dopoguerra è per Gorizia l’ennesima scure che si abbatte su un tessuto umano e sociale già duramente provato dagli eventi dei decenni precedenti. “Si sta lavorando a rendere abitabili le Casermette ancora danneggiate dalla guerra; poi altri esuli verranno convogliati verso questo piccolo villaggio in embrione, che avrà bisogno di un suo sindaco, dei suoi organi direttivi, della sua disciplina. Conserverà le caratteristiche della nostra gente e sarà come un baluardo di difesa per tenere vivo lo spirito degli istriani. Nasce una comunità tra il sole, la luce, il verde della natura; sarà una comunità nostra, un’oasi dall’aria casalinga. La salutiamo sul nascere come un simbolo benefico di operosità costruttiva a favore della travagliata gente giuliana”. (da L’Arena di Pola, n. 614 del 16 giugno 1948). L’esodo degli istriani e dei dalmati è iniziato l’anno precedente, e, nonostante i toni speranzosi de L’Arena di Pola, anche qui a Gorizia si vive un’emergenza nell’emergenza. Ciò che è rimasto dei bombardamenti della Caserma alpina di via Montesanto deve essere sistemato in fretta e furia per accogliere i nuovi arrivati. Grandi stanze e servizi igienici in comune, sale ricreative, lavanderie e spazi verdi che diventeranno orti e aree di gioco per gli ospiti più piccoli. E un muro di mattoni rossi, che delimita l’area. A poche decine di metri corre la frontiera. Chissà come la presero gli esuli, venuti via perché sotto la Jugoslavia non ci volevano stare, a ritrovarsi lì, a meno di trecento metri dal confine? E che anni furono, per tutta quella gente? Si celebrarono cresime, col vescovo che calpestava la terra battuta e somministrava il sacramento a bambini magri e irrequieti. Qualcuno volle venirci a morire, perché non si era integrato in destinazioni diverse e voleva finire i suoi giorni in un posto dove sentir parlare il suo dialetto. Ci furono matrimoni e piccole celebrazioni. E ci fu sempre voglia del cibo di casa, con le giovani donne che andavano a caccia di asparagi selvatici, in aprile, da soffriggere con la cipolla e le uova fresche. In una sala comune fu allestita una sala da ballo e un piccolo spaccio di vini e liquori per trascorrere assieme qualche ora di allegria al suono di un’orchestrina. Si cercò disperatamente di creare una comunità. Ma possiamo immaginare che per lo più furono anni di miseria e di lacrime. L’Arena di Pola, il giornale degli esuli, ci racconta sempre nel numero 416 del 16 giugno 1948 che un polesano cercò di impiantare in uno degli edifici in abbandono un’officina meccanica e un magazzino a servizio dell’attività edile per


asermette di via Montesanto, primo villaggio degli esuli

Cecchini

dar lavoro ai tanti disoccupati. L’autorizzazione non arrivò mai. Gli esuli che non erano in grado di procurarsi autonomamente il cibo, ed erano la maggioranza, dovevano percorrere quattro lunghi, ventosi e gelidi chilometri a piedi per raggiungere via Morelli, dov’era approntata una mensa. Tentarono invano di far arrivare fino lassù il capolinea dell’autobus urbano della Ribi per poter arrivare più agevolmente in centro città, ma il destino delle Casermette era forse segnato già da allora: rimase sempre un’enclave di miseria ed emarginazione, una piccola “favela” ai margini del tessuto urbano, un nucleo di sradicamento e desolazione, chiuso in un recinto di muri sbrecciati. La città aveva accolto gli esuli con un sospiro di rassegnazione, se non con aperta ostilità. In ogni tempo, e, a maggior ragione in un desolato dopoguerra, centinaia di bocche da sfamare non vengono mai viste di buon occhio. “Gli esuli italiani e istriani finora affluiti in città superano infatti le quattromila unità. In queste condizioni è urgente provvedere, anche in considerazione della delicata situazione di Gorizia, posta a contatto diretto del confine orientale, e quindi osservata nelle manifestazioni della sua vita da oltre frontiera. L’amministrazione comunale non può evidentemente risolvere un problema di così grave mole con i suoi mezzi”. Così scriveva a Roma il sindaco Ferruccio Bernardis nel 1949, auspicando l’intervento del governo centrale per arginare una situazione difficile e portatrice di pericolose tensioni. Cambiando qualche parola, la lettera potrebbe essere la stessa che tanti sindaci scrivono oggi per chiedere aiuto nell’affrontare un’altra, analoga emergenza. La storia si ripete con puntuale regolarità. In tutte le epoche, da qualunque estrazione sociale proveniamo, in ogni parte del mondo ci sia dato nascere, siamo di volta in volta nomadi, migranti, sfollati, esuli, deportati, mercenari, cervelli in fuga, esseri umani perennemente in viaggio. Ho conosciuto la Lina durante le mie scorribande alle Casermette. Lina è un nome di fantasia perché non vuole che il suo vero nome compaia sul giornale, anche se accetta che racconti la sua storia. La Lina aveva dodici anni nel ’47, quando lasciò Parenzo per Gorizia. Si ricorda delle lunghe sere d’estate a cercare di acchiappare le lucciole e degli stanzoni in cui le mamme avevano appeso lenzuola e coperte a far da divisori per garantire un minimo di privacy, e di una banda di ragazzetti che si divertiva a correrci in mezzo scompigliando tutto. Fra loro c’era anche lui, quello che le tirava le trecce e che poi sarebbe diventato suo marito. La Lina non capiva perché la sua mamma piangesse sempre, di sera a letto. Lei si divertiva, invece, ed era brava a scuola. E’ diventata sarta, dopo l’avviamento. Se ne sono andati dalle Casermette nel ‘51. La nuova casa odorava di calce fresca e aveva un fazzoletto di terra davanti. Sua madre piantò una rosa, seminò lattuga, aglio e cipolle. Non piangeva più, la sera, ma a piangere era lei ora, la Lina, perché in via Capodistria non c’era più quel prato sconfinato dove i ragazzi giocavano a pallone e perché temeva di non vedere più quello che le tirava le trecce. Tra il ’47 e il ‘48 s’insediarono alle Casermette circa 800 profughi. Le prime case costruite dall’Opera profughi risalgono al 1950 e vennero situate nella zona della Cam-

pagnuzza. Nel ‘64 venne completato un secondo lotto di abitazioni in via Giustiniani e nel ’66 fu la volta del complesso di via S. Michele e poi di via del Carso. Ma le Casermette non si svuotarono mai del tutto. I profughi partivano verso sistemazioni più consone ma altri ne arrivavano, assieme agli sfrattati. Nel 1974 vi alloggiavano circa 130 persone, e solo meno della metà erano profughi. Gli altri erano nuclei familiari economicamente fragili, spesso incapaci di mantenere impieghi regolari, a volte afflitti dall’incapacità di condurre una vita “normale”. Alcuni attendevano da tempo una nuova casa che tardava ad arrivare, mentre altri rimanevano tenacemente attaccati a quella sistemazione e, semplicemente, non se ne volevano andare. Man mano che venivano approntate le nuove case, le manutenzioni alle Casermette venivano tralasciate e le condizioni igieniche peggioravano. Gli ultimi residenti, ormai abusivi, resistettero fin quasi alla fine degli anni ’90 in condizioni ambientali e igieniche disastrose. La Lina mi sorride e mi chiede cosa ci faccio qui, seduta sotto il gelso con la macchina fotografica e un quadernino fitto di appunti. Vengo a guardare come cambiano le cose, le dico. Il Comune ha avviato la bonifica del sito delle Casermette, spianato l’area e accumulato la terra in grossi rilievi coperti da teloni, ma la nuova recinzione costruita per mettere in sicurezza l’area è già divelta in più punti. Rifiuti speciali, rottami e amianto accumulati in decenni di abbandono e degrado sono già stati in parte asportati. Poi sarà la volta dell’abbattimento di ciò che resta degli edifici. Nei seimila ettari dell’area sarà allestito un parco verde per i cittadini con attrezzature sportive per attività all’aria aperta tra i sentieri immersi nella natura. I bene informati mi dicono che sarà una “location incantevole”, e a me questa parola fa sempre un po’ paura. Temo un’urbanistica che slega periferie e centri urbani, che riqualifica senza tener conto che “urbs” e “civitas” sono un tutt’uno inscindibile. Penso che in pieno centro esistono parchi bellissimi ma deserti, come la Valletta, o il parco sull’Isonzo a Campagnuzza, e sono perplessa sul futuro di questo nuovo “parco verde” non ancora nato. Penso anche al melo delle Casermette, piantato dei profughi settant’anni fa, che ai primi di ottobre è così carico di frutti che i rami si piegano fino a terra, senza che nessuno lo poti e lo concimi, agli enormi noci e ai fichi che vengo a raccogliere per le mie marmellate. Lo dico alla Lina e anche lei fa la marmellata di fichi. La ricetta è ancora quella di sua madre, che raccoglieva i frutti nell’orto di casa, a Parenzo, e che ci metteva sempre una bacca di vaniglia. Nella sua ricetta c’è meno zucchero che nella mia, perché lo zucchero si centellinava, mica come adesso! Se ne va, la Lina, appoggiandosi al bastone. Torna a casa a preparare un po’ di minestra per la cena. Ora abita in via Montesanto e quando il tempo è bello fa sempre una passeggiata fin qua, a guardare questo muro di mattoni, il grande prato inselvatichito e ciò che resta di uno scampolo della sua giovinezza. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Sconfinare, dal giornalismo alla musica e alla storia di Timothy Dissegna L’aula magna del Polo Universitario di via Alviano ha messaggi elettorali dei Conservatori e Laburisti del 1996, ospitato la conferenza “Giornalismo e comunicazione anche lei descrivendo i meccanismi che si celano dietro politica, tra informazione e propaganda”, organizzata dal a questo tipo di medium e come reagisce la nostra attengiornale degli studenti zione al loro stimolo. Sconfinare. Si è trattato La giornata di approfondi un’occasione per apdimento, che è continuaprofondire l’importante ta anche nel pomeriggio compito del cronista nel con tre workshop - semraccontare le vicende pre in Università e tenuti legate al mondo della dal professor Marco politica, oggi più che mai Cucchini; Danilo Frabersaglio facile di fake gale, fondatore di Yalp; news e disinformazione, e il giornalista Biagio con ospiti importanti Mannino -, non è stata provenienti dal mondo l’unica attività proposta dei media e della comudal giornale Sconfinare. nicazione: Mattia PertolFin dall’inizio dell’anno di, firma del Messaggero accademico, infatti, la Veneto; Giovanni Marzigiovane redazione si è ni, ex caporedattore Rai e messa all’opera per offrire Presidente del Corecom agli studenti e non solo del Friuli Venezia Giulia; Pierluigi Sabatti Presidente del momenti di incontro: dal doppio appuntamento con gli Circolo della Stampa di Trieste; Stefano Origlia, fondaSconfinArte, ossia serate a tema presso il Punto Giovani tore e Ceo dell’agenzia di comunicazione Momentum di via Vittorio Veneto con musica, letture e buon cibo; e la professoressa Nicoletta Vasta, docente di Lingua e fino alle più recenti Colazioni con la Storia, appuntaTraduzione Inglese dell’Università di Udine. menti della mattina della Tenda Giovani a èStoria che da Di fronte agli studenti del corso di laurea in Scienze diverse edizioni del festival riscuotono un forte interesse Internazionali e Diplomatiche, gli ospiti hanno delineato del pubblico. Quest’anno, proprio in occasione della un quadro dettagliato del rapporto tra potere e il suo kermesse, i giornalisti in erba diretti da Massimiliano “cane da guardia”, a partire da chi è chiamato ogni giorAndretta (ex “siddino” e oggi autore a “Le Iene”) hanno a raccontarlo sulla carta stampata: Pertoldi ha infatti no portato a Gorizia Dario Fabbri, autorevole analista offerto il proprio punto di vista sul tema, sottolineando geopolitico di Limes e responsabile per la stessa per come la condizione essenziale per una cronaca onesta l’America. sia la tutela del lavoro Per chi si fosse perso la giornalistico stesso. Senza conferenza o gli appuntadi quella, infatti, il lettore menti a èStoria organiznon può avere garantita zati da Sconfinare, i video un’informazione sincera, degli eventi sono reperiprovocando di consebili sulla pagina Facebook guenza quella stortura del del giornale. Lo stesso può messaggio che si riflette essere letto sul suo sito anche nel rapporto tra internet www.sconfinare. eletti ed elettori. Consinet o nelle sue edizioni derazione condivisa da cartacee, pubblicate due Marzini, il quale ha anche volte all’anno e reperibili aggiunto come poco riesca presso le biblioteche di effettivamente a operare il Gorizia. Conferenza-dibattito all’Università Corecom, organo del Consiglio Regionale che dovrebbe monitorare le campagne ©RIPRODUZIONE RISERVATA elettorali ma che, nella pratica, può limitarsi solo a dare delle indicazioni generali da seguire. Gorizia News & Views è reperibile in forma cartacea nei Il discorso si è quindi spostato fuori dai confini nazionaseguenti punti di distribuzione: Biblioteca statale isontina li, con l’intervento di Sabatti che ha ricordato il proprio di via Mameli, Kinemax di piazza Vittoria, librerie Leg, Voltrascorso nella redazione istriana del Piccolo, avviata tapagina e Ubik di corso Verdi, Kulturni Dom di via Brass, all’alba degli anni ’90: qui il compito di raccontare la poCasa delle Arti di via Oberdan, bar Torino di corso Italia, litica locale fu assai delicato, in un contesto storico che bar Aenigma di via Nizza, atrio dell’ospedale, negozio Il avrebbe sconvolto definitivamente l’equilibrio dei BalcaLaboratorio di piazza Vittoria, Wienerhaus di piazza Cesare ni. Molto più attuale è stato poi il discorso di Origlia, che Battisti, tabacchino Da Gerry di via Rastello, Ugg di via in dieci punti ha analizzato come e perché ragiona un Rismondo. E’ consultabile on line all’indirizzo: politico e il “pubblico” a cui indirizza il proprio messaghttps://issuu.com/gorizianewsandviews gio: in modo chiaro e lineare, lo spin-doctor che ha curato la comunicazione del sindaco di Milano Beppe Sala Gorizia News & Views ha così spiegato i lati meno conosciuti dello storytelling adottato nelle campagne elettorali e non solo. Infine, l’attenzione è tornata all’estero, in particolare al Regno Unito, con la professoressa Vasta che ha analizzato i 6


Rocca (presidente Cri): continue violazioni dei diritti umanitari di Vincenzo Compagnone

Nel corso della 14ma edizione di èStoria, ho avuto l’onore di intervistare Francesco Rocca, presidente della Federazione internazionale delle società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, il network umanitario più grande del mondo. E’ stato uno degli eventi più affollati anche grazie alla mobilitazione della Cri locale, durante il quale Rocca ha approfondito le dinamiche operative di chi, in prima linea, fronteggia emergenze umanitarie nei più svariati angoli del pianeta. Al termine dell’incontro mi ha donato una copia de “ Un ricordo di Solferino”, di Henry Dunant, imprenditore e filantropo svizzero fondatore della Croce Rossa (premio Nobel per la pace nel 1901) mentre da parte mia non ho potuto fare a meno di consegnargli una copia di “Gorizia News&Views”, spiegandogli lo scopo che ci siamo prefissi nella realizzazione del nostro giornale: far conoscere il fenomeno delle migrazioni, raccontando delle storie, facendo parlare gli stessi migranti e cercando di sfatare troppi pregiudizi, tabù e fake news. “Assistiamo – ha denunciato Rocca - a continue violazioni del Diritto Internazionale Umanitario e delle Convenzioni di Ginevra: non esistono più i cosiddetti conflitti tradizionali, dove due Stati si fronteggiano, ma in numerosi teatri bellici è in atto quella che viene definita una proxy war, dove ci sono vari attori sul campo sostenuti da potenze che, ufficialmente, non prendono parte al conflitto”. Ma ecco alcuni altri temi affrontati dal numero uno della Croce rossa mondiale. L’attacco agli operatori umanitari “Dall’inizio del conflitto in Siria si contano 73 operatori umanitari della Croce Rossa uccisi. In Yemen, anche se la nostra stampa ne parla poco, ci sono costanti attacchi alle strutture sanitarie e civili. Si assiste a un ritorno di modelli arretrati e medievali, compreso l’assedio. E’ una situazione estremamente preoccupante, cui si assomma l’inquietante facilità con la quale si è tornato a parlare di armi nucleari. Purtroppo l’Italia, nonostante i nostri appelli, non ha sottoscritto il trattato Onu che le proibisce”.

disumane, inferni dove si viene privati della dignità. La miopia e l’ipocrisia del nostro Paese rispetto a questo tema, lo dico con dispiacere, è totale. Non voglio essere naïf e dire ‘ospitiamo tutti’. Ma quando i nostri governi, così come tutti quelli occidentali, si sono approcciati alla Libia, lo hanno fatto sempre per scopi economici, senza mai affrontare il rispetto delle Convenzioni di Ginevra in tema di diritti dei rifugiati, cosa che avrebbe consentito un pieno accesso da parte delle organizzazioni umanitarie in Libia, nonché un riconoscimento del ruolo dell’Unhcr nel Paese (realtà che, tra l’altro, il governo libico legittima pienamente), per verificare chi aveva diritto alla protezione internazionale. Tutto questo non è stato fatto. C’è poi un ulteriore grande equivoco: non si fa la lotta ai trafficanti prendendosela con le loro vittime. Quando noi blocchiamo i gommoni in mezzo al mare in acque internazionali e li riportiamo in Libia facciamo entrare persone un Paese che in questo momento vive un conflitto armato. Si tratta di un approccio discriminatorio e intollerabile. Noi non vogliamo interferire con le politiche migratorie dei governi, ma ci schieriamo sempre a favore dei più vulnerabili”. La crisi in Niger “Anche in Niger, che ho visitato da poco, si parla solo di sicurezza e si assiste ad altri errori. E’ un Paese poverissimo che va aiutato non inviando soldati ma sostenendo l’economia. Sono proprio i nigerini che ci chiedono aiuto per costruire possibilità. Pensate che si tratta di un Paese per il 98% islamico, ma non c’è traccia di fondamentalismo: è un miracolo. Bisogna aiutarli a crescere in maniera sana”.

La complessità del fenomeno migratorio “Il fenomeno migratorio, in Italia e in Europa, finora è stato trattato solo come emergenza, ma la verità è molto più complessa. Ho iniziato a fare volontariato nel 1988 e ricordo i primi rifugiati che venivano dal Corno d’Africa. Altro che emergenza: trent’anni dopo nulla è cambiato e come Comunità internazionale non siamo stati capaci di sanare nulla. Abbiano lasciato, in intere aree del mondo, generazioni prive di speranze. Come La situazione in Siria dice Enzo Bianchi, i cui pensieri amo “Dopo 8 anni di conflitto la soluzione è condividere: ‘la gente segue il pane’. Quepiù lontana che mai. La conseguenza degli sto è l’istinto vitale. Se non interveniaaccordi firmati nel 2015 dall’Europa sono mo davvero, le persone si sposteranno milioni di persone bloccate tra Libano, comunque. La soluzione non è affrontare Turchia e Giordania. Un provvedimento solo l’aspetto emergenziale, ma rivedere Francesco Rocca fallimentare. Solo in Siria abbiamo oggi 9 tutto. E’ necessaria una rivoluzione culmilioni di sfollati interni. Non meravigliamoci poi se queturale, proprio come quella che fece Henry Dunant, padre ste persone cercano la fuga. L’incapacità di intervento della fondatore della Croce rossa, pienamente espressa nel testo Comunità internazionale porta ai fenomeni migratori, “Un ricordo di Solferino”. non comprenderlo è chiudere gli occhi. E’ vero che ci sono gruppi armati sparsi, ma ciascuno di questi trova uno Le “Solferino contemporanee” “sponsor” in un referente statuale. Ora c’è un allargamento “Aiutiamoli a casa loro” dovrebbe‘ cessare di essere uno degli attori con l’ingresso formale della Turchia, ma questo slogan, e diventare un impegno concreto, perché le cose ha portato allo spostamento di altre 160 mila persone. E ci non si risolvono con la bacchetta magica. Sono troppi gli sono quasi 3 milioni di rifugiati siriani bloccati in Turchia: interessi economici sulla pelle dei più deboli. Dobbiamo più del 50% di questi, che sono lì da molti anni, non hancreare opportunità, invece investiamo ancora troppo poco no accesso al lavoro. Come si può pensare che, in assenza nella cooperazione internazionale e assistiamo alla crimidi prospettive, continuino a vivere con un piatto di riso e nalizzazione delle organizzazioni umanitarie, in special una porzione di pollo, senza far nulla e senza sapere cosa modo nell’UE. Si sta puntando il dito su chi porta aiuto. aspetterà loro domani?”. Ma la Croce Rossa sarà sempre in prima linea, ovunque e per chiunque, cercando di dare risposte a tutte le “SolferiI centri di detenzione in Libia no contemporanee”. “Sono luoghi in cui le persone vivono in condizioni 7


Sergio Altieri, una vita a colori: intervista al maestro di Capriva in occasione della grande antologica allestita a Palazzo Attems di Eliana Mogorovich

Se fosse dipeso da lui, questa mostra non ci sarebbe stata.

Che rapporto avevi con Castellan?

Classe 1930, Sergio Altieri è uno dei maestri del nostro tempo ma rifugge tanto dal clamore quanto da questa altisonante definizione, preferendo di gran lunga dare (e farsi dare) del tu e, soprattutto, “esporre” i propri dipinti nell’intimità del suo studio caprivese. La macchina del caffè è pronta sul fornello per accogliere il visitatore che ha annunciato il proprio arrivo; e una tela attende sempre di essere ammirata da chi arriva, ultimata e criticata invece dallo stesso Altieri.

“Mi permise di entrare nel suo studio dopo la mostra di dilettanti di Cormons del 1948, quando l’unico dipinto a non essere premiato dal voto del pubblico fu proprio il mio. Da Castellan conobbi Ignazio Doliach, Piero Palange, Werther Toffoloni... Castellan non condivise la mia adesione al neorealismo, ci vedeva una sorta di inquadramento ma noi eravamo tutti influenzati dalle teorie del socialismo e dalla personalità di Zigaina, che ammoniva: “Te devi copiar i classici italiani!”. Volevamo agganciarci alla tradizione nazionale, rifiutare l’arte per l’arte. Tra l’altro credo di avere dato qualche dispiacere a Castellan: a volte mi iscriveva a dalle mostre in cui poi lui non veniva accettato e io sì. Si trattava di appuntamenti importanti come la Triveneta di Trieste del 1949 a cui ho partecipato con “La biondina” e “Capanna bianca”: in quella occasione erano presenti Santomaso, Vedova, De Pisis, Semeghini”

«Quando era la mostra a Cormons? Nel 2014, vero?!» mi chiede a proposito di “Sergio Altieri. L’arte tra fatica e rispetto”, la personale che ho avuto l’onore di curare e presentare appunto quattro anni fa. «A cosa serviva un’altra mostra?». La ritrosia a mostrarsi in pubblico è inversamente proporzionale al desiderio di mostrare i propri dipinti fra le gocce di colore che danno l’impressione di trovarsi all’interno di un quadro di Jackson Pollock: invadono il pavimento, i muri, la finestra stessa, in un caos ordinato che pare appunto opera di un artista che abbia voluto tracciare appositamente quegli schizzi.

Se invece iniziassi adesso a dipingere cosa tratteresti? “Ho cominciato, cancellato e ricominciato tante volte il tema di Alcesti, l’eroina euripidea che sacrifica la propria vita per salvare quella del marito Admeto. È una figura talmente alta che mi ha incantato. L’ho conosciuta leggendo “Via di qua” del filosofo e docente Umberto Curi che presenta varie situazioni e personaggi legati al motivo della morte. Un altro motivo che vorrei trattare ho cercato di affrontarlo già anni fa senza che mi soddisfacessero le soluzioni. Sono scene di ospedale, con suore che assistono persone allettate. Sto cercando di realizzarle con il mio solito stile, basato sul colore ma manca la razionalità che sarebbe necessaria”.

Ma la riservatezza di Sergio è anche inversamente proporzionale alla loquacità con cui, a parole, dipinge i quadri di un tempo lontano, in cui immaginiamo la vita fosse in bianco e nero: ma non la sua, così tenacemente attaccato al colore. Ed è proprio questo che sottintende “Sergio Altieri, Il colore appassionato. 1949/2018” il titolo della bellissima antologica ospitata fino al 22 luglio nelle sale al pianoterra di Palazzo Attems (impreziosita da un filmato che si può ammirare al piano nobile con testimonianze di altri artisti, e parole – poche, ma questo era scontato – pronunciate dal maestro mentre, in camicia e jeans, dipinge le sue opere “costruite col colore”, per usare un’espressione di Franco Dugo).

C’è ancora tempo per visitare la retrospettiva di palazzo Attems, ma se non l’avete ancora fatto, recatevi a vederla. Nel corso della sua lunga attività Altieri ha partecipato a collettive di grande prestigio, in Italia e in Europa, come l’ottava e la nona Quadriennale di Roma (nel ’59-’60 e nel ’65-’66) e la 54ma Biennale di Venezia (nel 2011) oltre ad allestire numerose personali tra cui anche un’antologica a Villa Manin nel 2008, curata sempre da Giancarlo Pauletto e dal titolo “Figure del mito”. Ma questa è l’antologica più ampia che gli sia mai stata dedicata: c’è, insomma, tutto Altieri, e oltre a rivedere opere molto lontane nel tempo la mostra consente di avvicinarsi per la prima volta, grazie ai prestiti di tanti appassionati collezionisti, a lavori inediti e ad altri più recenti.

Organizzata dall’Erpac in collaborazione con la Cassa Rurale del Friuli Venezia Giulia, la mostra, curata da Giancarlo Pauletto nell’ambito di “Progetto arte”, si articola in una settantina di dipinti, in un percorso tematico più che cronologico data la difficoltà che comporta il riordino temporale di tele su cui Altieri torna più volte nel corso degli anni per rimaneggiarle anche totalmente. Ne è un esempio la “Lotta fra centauri e lapiti” sistemata nell’ingresso del Palazzo, ultimata a pochi giorni dall’inaugurazione della mostra cormonese e ridipinta fino al momento della presentazione ufficiale goriziana.

“Chi conosce l’arte di Sergio – spiega Pauletto . i suoi temi che ritornano, il suo andamento in essenza lirico- elegiaco, sa che essa si fonda su passione e cultura, e su una pietas storica che sa riconoscere nel passato i semi migliori del presente. Le sue “Famiglie”, le “Case sulla collina”, le “Ville venete”, i “Castelli di Fratta”, le “Venezie”, le bambine musicanti, gli amanti nell’erba, i tramonti, le “musiche distanti” esprimono, nel costante amore per la sua terra e pur nella malinconia memoriale di cui talora sono intrise, una visione positiva della vita, elaborata in un colore forte ma raffinato, ricco di vibrazioni e risonanze che si riconoscono da un lato nell’intensità espressionista, dall’altro in tutta la ricchissima sapienza della tradizione tonale veneta”

Ma è vero che una volta hai confessato a degli amici che avresti voluto deporre i pennelli all’inizio degli anni Sessanta perchè quelle fatte fino a quel momento erano le tele migliori che avessi mai realizzato? “Avevo iniziato con Gigi Castellan, avevo attraversato l’esperienza della pittura neorealista, importantissima sotto tutti gli aspetti. Usavo un colore denso, da espressionista e Gigi mi incoraggiava su questa strada perchè in quelle opere vedeva la mia sincerità di esprimere ciò che sentivo e pensavo. Nel mio lavoro mancava la preparazione accademica, da cui dipende la razionalità della composizione, e per questo ritengo i primi i miei quadri migliori: erano manifestazione di sentimenti affidati al colore”.

La mostra è visitabile da martedì a domenica, dalle 10 alle 18.

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In ricordo di Gianna Marini e Maurizio Gerini di Eliana Mogorovich

Un triste scorcio di primavera per l’arte isontina, che a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro ha salutato due dei suoi esponenti, personaggi per orientamento, stile e formazione molto dissimili. Se n’è andata in totale silenzio, dopo lunga malattia, Gianna Marini, pittrice cormonese. Lostretto riserbo che ha sempre mantenuto sulla sua data di nascita (taciuto anche dai cataloghi) più che tradire un vezzo femminile rivela la sensibilità dell’autrice, espressa in tele delicate, sospese “fra sogno e realtà”, come ben sottolineava il titolo della sua ultima personale ospitata a Palazzo Locatelli circa dieci anni fa.

nato (come lui stesso teneva a sottolineare) in località Casermette nel 1954, cresciuto dalla madre con cui ha condiviso l’appartamento di via Giustiniani fino alla scomparsa della donna, avvenuta alcuni anni fa. Diplomatosi all’istituto d’arte “Max Fabiani”, dove ha studiato con Tino Piazza, Cesare Mocchiutti e Giorgio Celiberti, ha partecipato a numerose esposizioni collettive sia in sedi istituzionali sia in luoghi di incontro come bar e locali. Fin dal 2004, anno di nascita del sodalizio, è stato fra i membri dell’associazione culturale Prologo partecipando a molte delle sue iniziative. Dipendente regionale, Maurizio riusciva a trovare una precaria pace nell’espressione artistica realizzando tele e opere grafiche in cui cercava di dar forma a visioni, timori e preoccupazioni senza che, purtroppo, queste riuscissero a placare la sua inquietudine. (e.m.)

L’uscita di scena di Maurizio Gerini è stata viceversa segnata da un clamore forzato, dovuto alle modalità in cui è scomparso, riassorbito nelle acque dell’Isonzo che tante volte erano state al centro dei suoi componimenti poetici. Un animo sensibile e fragile quello di Maurizio,

Il libro del mese

Romanzi e racconti di Aleksandr Sergeevic Puskin

Una raccolta di racconti e romanzi brevi del turbolento autore, adatta agli amanti dei classici, tra cui spiccano “La figlia del capitano” e “Dubrovskij”, ancora oggi molto apprezzati in Russia per il sapiente mix di amori, fughe, battaglie e colpi di scena e ciclicamente riadattati per la televisione e il grande schermo. L’introduzione di Serena Vitale all’edizione Garzanti del 1992 ci permette di entrare nel mondo di quello che è considerato il fondatore della lingua russa contemporanea. Aleksandr Sergeevic Puskin, discendente del figlio di un principe abissino sconfitto dai Turchi, nacque nel 1799 a Mosca. Trascorse un’infanzia ricca di stimoli letterari, poichè lo zio si occupava di poesia ed il padre non mancava di invitare i più famosi scrittori dell’epoca al suo salotto. Al liceo si distinse per le bravate, l’ambizione e i versi, che gli valsero la notorietà fin da giovanissimo. Finiti gli studi sfogò la sua profonda voglia di vivere in teatri, saloni, circoli letterari, ristoranti, bettole, sale da gioco e case di tolleranza. Sapeva danzare, cavalcare, nuotare, schermare; era un notevole attaccabrighe e un noto rubacuori. Nonostante non facesse parte di società segrete, frequentava cospiratori e tirannicidi. Furono però le sue liriche pungenti ad attrargli l’antipatia di molti dei suoi bersagli: i suoi epigrammi feroci sconcertavano e colpivano e alcuni raggiunsero persino l’orecchio dello zar, che decise di spedirlo in esilio nel sud della Russia, della qual cosa sembra che Puskin si fosse rallegrato non poco, dato che lì coltivò nuove amicizie, si innamorò a ripetizione di giovani fanciulle e scrisse senza tregua. Nel 1823 venne trasferito a Odessa, che gli piacque molto per il vivace clima europeo, sotto la tutela di Lord Voroncov, che ben presto scoprì che questo imitatore di Lord Byron non era sensibile solo alle grazie della città ma anche a quelle di sua moglie. Voroncov tramò per far licenziare Puskin per “cattiva condotta”: il giovane perciò venne trasferito presso la villa paterna, dove continuò a

scrivere e più in generale ad annoiarsi e a pianificare la fuga. Nel 1826 lo zar lo perdonò, “liberandolo” dalla censura a patto di poter leggere per primo tutte le sue opere, con pesanti ripercussioni sul lavoro di questo “Ovidio delle steppe”, che ormai era controllato di continuo, tanto da arrivare a voler abbandonare il ruolo di “Ribelle Nazionale” per una più monotona vita matrimoniale. Nel 1831 prese moglie, non senza dissidi familiari anche dovuti agli innumerevoli debiti contratti: la sposa, Nathalie, aveva appena 16 anni ma una grande passione per la mondanità e i suoi corteggiamenti, che all’epoca facevano parte del gioco dei salotti. Uno di questi giochi però parve farsi serio: era quello con un giovane francese, George d’Anthes, che in realtà pare avesse un legame anche con l’ambasciatore d’Olanda, che lo adottò forse proprio per coprire la loro relazione. Con grande impeto il “moro geloso” Puskin sfidò a duello D’Anthes ma ferito gravemente si spense nel 1837. La Russia fu molto scossa da questa morte: Puskin, che in vita era stato perseguitato dall’opinione pubblica che lo definiva schiavo dello zar e dalla monarchia che ne contestava la libertà d’espressione, divenne uno dei massimi cantori della terra che tanto lo aveva tormentato. (Manuela Ghirardi)

Top Five della Ubik 1. Morte di un aviatore di Christopher St John Sprigg 2. Affidati a me di Serge Joncour 3. Il professore e il pazzo di Simon Winchester 4. Babbitt di Sinclair Lewis 5. Sara al tramonto di Maurizio De Giovanni 9


Al Nazareno è nato il coro dei migranti: il maestro Colussi insegna le canzoni storiche della Grande guerra di Ismail Swati e Saqib Rafique

volontariato, “Buonavia” alcuni mesi fa mi ha detto: ”Avrei una proposta particolare da farti, quasi una sfida: istituire un Coro al Nazareno a Gorizia, con alcuni immigrati afgani e pakistani”. Così l’8 marzo 2018 abbiamo avuto il primo incontro, grazie anche all’intervento del mediatore culturale Masoud Latifi. L’attività corale si svolge ogni martedì dalle 10 alle 11, al Nazareno, nell’ambito delle lezioni di lingua italiana. Sono presenti l’insegnante di italiano Cinzia Cozzi e la tirocinante Giulia Moratto”.

Il dottor Antonio Colussi, friulano, ha dato vita, al Nazareno di Straccis, a un ensemble corale del quale fanno parte un gruppo di richiedenti asilo interessati alla musica. Una volta alla settimana, da circa tre mesi, stiamo imparando alcune canzoni storiche italiane della prima guerra mondiale che canteremo prossimamente in una performance musicale. Abbiamo pensato di intervistare il maestro Colussi per il nostro giornale per parlare di questa sua iniziativa e di come è maturata l’idea del coro dei migranti. Siamo molto grati al dottor Colussi per averci dedicato parte del suo tempo prezioso e per aver illustrato la “filosofia” che sta alla base del suo lavoro. Per cominciare, maestro, ci parli un po’ di lei, della sua vita e della sua passione per la musica e il canto corale. “Sono nato a Gemona del Friuli, e per vent’anni ho fatto il maestro elementare. Successivamente ho superato il concorso nazionale di direttore didattico, poi dirigente scolastico (preside). Ho concluso la mia carriera all’istituto tecnico “Zanon” di Udine. Fin da bambino mi piaceva la musica, in modo particolare cantare. Ricordo che mi recavo in coro, nella chiesa del mio paese, Ospedaletto, e assistevo alle prove dei cantori. Mi affascinava il suono dell’organo, vedere tutti questi uomini, con l’organista, andare di pari passo con i gesti del direttore. E sognavo di diventare un giorno pure io direttore. Durante l’ultimo anno di frequenza all’Istituto magistrale “Percoto” di Udine, il professore di musica Todero volle tenere un saggio in sala Ajace e mi invitò a dirigere il Coro degli allievi. Frequentavo, nel contempo, anche la cattedra di fagotto presso l’Istituto musicale pareggiato “Tomadini” di Udine (oggi Conservatorio). Da allora è iniziata ufficialmente la mia attività di direttore di coro, sempre come dilettante.

Come descriverebbe la sua esperienza con i ragazzi del Nazareno? Trova difficile insegnare a persone che non comprendono pienamente la lingua italiana? Cosa pensa della loro voglia e capacità di apprendere? “Dopo oltre quarant’anni di direzione corale, vado subito al sodo. Cerco di coinvolgere tutti direttamente, di motivarli, di far capire loro quanto sia bello cantare, esprimere attraverso la voce quello che si è, ciò che si ha dentro. Dopo un iniziale momento dedicato alla tecnica vocale (respirazione, emissione del suono, intonazione…) passo alla lettura del testo del brano scandendo lentamente le parole, soffermandomi sulla corretta pronuncia. Quindi rileggiamo assieme più volte il testo. Di seguito, spiego il periodo storico e culturale in cui il brano è nato e i contenuti dello stesso. Faccio un collegamento con il loro Paese di origine e sottolineo i sentimenti umani che pervadono il testo, mettendo in risalto i sentimenti, le emozioni che suscita la musica e che vorremmo condividere e trasmettere agli altri. Tutti sono molto motivati, attenti, partecipi. La pronuncia migliora di volta in volta; qualcuno trascrive nuovamente le parole da sé, come esercizio spontaneo di rinforzo”.

Considera la musica un hobby o una parte vera e propria della sua vita professionale?

E così i richiedenti asilo non imparano solo a cantare, ma apprendono anche la lingua, la cultura e le tradizioni italiane, sentendosi parte, attraverso questa attività, della stessa società del Paese che li ospita…

“La musica, da sempre, è stata la mia passione e ha accompagnato, come fossero due strade parallele, la mia vita professionale. Negli anni ’70 dirigevo i bambini del Gruppo folcloristico “Primevere” e gli adulti del Coro “La Torate” di Gemona. Dopo il terremoto del 1976 ho diretto i Cori “Li Muris” di Venzone, “Monte Canin” di Resia, “Panarie” di Artegna, “Alpe Adria” di Treppo Grande ed il ricostituito Coro “Primavera”, formato da ex allievi dello “Zanon” di Udine. Attualmente dirigo il Coro “Primetor” di Gemona, ricostituitosi in occasione del 40° anniversario del sisma”.

“Proprio così. Attraverso questo “Progetto 1918/2018” gli immigrati non solo imparano a cantare e a stare insieme, ma diventano parte integrante della società, come un nuovo tassello del variegato e variopinto mosaico umano. Infatti, conoscendo le vicissitudini, la guerra, le sofferenze dei profughi della Prima guerra mondiale, gli immigrati afgani e pakistani, rivivono le loro storie personali, prendono forza per guardare avanti, per avere fiducia nella bontà dell’Uomo, nel cuore dell’Uomo che non si arrende, non cessa di sperare, lottare, combattere. Ecco allora che il Coro, alla fine, è la voce dei sentimenti, degli affetti che spronano ciascuno a guardare oltre i muri, per progettare una nuova vita”.

Qual è il suo giudizio a proposito della musica oggi in Italia, in particolare quella corale, considerando la lunga e ricca tradizione di musica operistica e religiosa nel nostro Paese? L’Italia ha un immenso patrimonio artistico, forse il più importante al mondo; purtroppo non sappiamo apprezzare e valorizzare questa ricchezza. In campo musicale, dal canto gregoriano, al Rinascimento e giù giù fino ad oggi, la sola voce prima e il Coro poi hanno rivestito un ruolo fondamentale per la cultura e la civiltà italiane. Attraverso il coro, infatti, ogni cantante ha la possibilità di ascoltare se stesso e ascoltare gli altri, crescere socialmente, culturalmente, spiritualmente. Ciascuno rinuncia a una parte di sé per mettersi, assieme agli altri, al servizio della musica. Questo richiede rispetto delle regole, ordine, condivisione, armonia, fusione di voce, mente e cuore”. Come è nata l’idea di coinvolgere gli immigrati e di insegnare loro a far parte di un coro? “La professoressa Emanuela Cosatti, dell’associazione di

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Il maestro Antonio Colussi alla lavagna 10


Arte e partecipazione, successo della mostra ad Agorè di Ismail Swati e Saqib Rafique Alla presenza del viceprefetto Dott. Antonino Gulletta e del presidente del consorzio “Il Mosaico” Mauro Peressini si è inaugurata la mostra “Il Labirinto aperto, dove nascono i futuri”, un percorso di partecipazione dei giovani stranieri del Nazareno. Dopo un anno di formazione culturale e scuola di democrazia, questi ragazzi hanno esposto le loro opere finali nella sede della associazione “Agoré” in via Rastello 49, nella quale vi è stata un’importante presenza di pubblico, interessato e attento, ma soprattutto curioso di ascoltare le esperienze dei singoli attori ed è stata apprezzata la qualità delle opere e dei manufatti presentati. Il percorso culturale e formativo è stato necessario per poter permettere, ai partecipanti, diverse forme di espressione, non solo grafica o artistica, ma anche una necessaria cultura democratica condivisa. Queste persone provengono da paesi dove esistono dittature che non permettono lo svolgimento di queste attività e intendono lavorare con impegno in questa nostra società. All’interno dell’esposizione si è parlato del labirinto “aperto”, da cui il titolo della mostra, e dal quale nasce il futuro. Nella mostra i dipinti di Abdul Haya Hamed presentavano le figure dominanti di trentacinque anni di esperienza bellica in Afghanistan, compariva il Colosseo di Roma, costruito da Muhammad Ali in un modo originale, usando materiale riciclato. L’espressione del colore di Syed Rizvi per la Monna Lisa e i progetti architettonici di Shahid Mehmood hanno reso la sala espositiva più sgargiante. Naveed Ahmad ha presentato uno splendido modellino di uno stadio di calcio con tanto di luci e schermo e Muhammad Amir ha portato gli abiti disegnati da lui per l’occasione. Tutto questo è stato seguito da musica in cui Aziz Alizada, che ha imparato a suonare la

chitarra a Gorizia, ha accompagnato musicalmente tutta la compagnia presente alla mostra, insegnanti compresi, nel cantare alcune canzoni italiane, legate al concetto di emigrazione e nostalgia, come “Paese mio” dei Ricchi e Poveri e “Il mio canto libero” di Lucio Battisti. Nel giorno dell’inaugurazione ufficiale, il viceprefetto ha elogiato il lavoro di tutti i ragazzi e ha affermato che questo tipo di attività e partecipazione renderanno la società inclusiva. Ha anche ringraziato il team “Gorizia news and views” per aver scritto dei buoni articoli sulla città di Gorizia. In quel momento erano anche presenti i membri del consorzio “Il Mosaico”, che hanno apprezzato l’attività e hanno espresso che loro stessi promuovono sempre l’armonia sociale con diversi tipi di iniziative per il sociale. Renato Elia ha sottolineato la parola “Partecipazione” che secondo lui dovrebbe sostituire quella di integrazione. Se abbiamo partecipazione, le persone si muoveranno verso pensieri democratici collettivi che sono la base per sviluppare la società. Ricordiamo infatti che Gorizia è sempre stata una città multiculturale, perciò questo tipo di iniziativa è servita a far riscoprire ai goriziani le radici sociali del luogo in cui vivono. Protagonisti della mostra: Ismail Swati, Saqib Rafique, Abdul Haya Hamed, Aziz Alizada, Naveed Ahmed, Syed Waheed Hussain Rizvi, Muhammad Ali Balti, Muhammad Amir, Shahid Mehmood. Hanno collaborato: Renato Elia, Giulia Moratto, la signora Cinzia Cozzi, Luca Piscitelli e Enrico Ieroncic. ©RIPRODUZIONE RISERVATA 11


I richiedenti asilo puliscono le rive dell’Isonzo di Oliviero Re Ogni settimana, a partire dalla tarda mattinata del 26 aprile, due gruppi formati da una decina di volontari pakistani e afgani hanno ripulito l’area del Parco della Campagnuzza di Gorizia. Queste giornate di pulizia sono state solo le prime di una serie di appuntamenti pianificati, utili a mantenere l’ordine ed il decoro dello storico parco goriziano adiacente al bacino del fiume Isonzo. E’ partita così la campagna “Non Siamo Tutti Così!”, un’iniziativa nata dagli stessi richiedenti asilo e operatori del centro di accoglienza “Il Nazareno” di via Brigata Pavia. L’iniziativa ha lo scopo di mitigare gli effetti dell’occupazione da parte di alcuni richiedenti asilo di alcune zone del parco. Da tempo ormai la popolazione goriziana dimostrava insofferenza nei confronti dello stato di degrado in cui il parco veniva lasciato da chi lo aveva trasformato in una cucina a cielo aperto ed una discarica. La risposta non ha tardato ad arrivare. Armati di sacchi neri, guanti in lattice, guanti da lavoro e pinze, i due gruppi di richiedenti asilo, insieme a un operatore della cooperativa Aesontius. sono scesi nella ben nota “jungle” e hanno cominciato a ripulire l’area. Tra cinguettii e zanzare le operazioni sono proseguite in un clima goliardico, quasi di festa, come ha riportato sul quotidiano “Il Piccolo” il giornalista Stefano Bizzi. Le fotografie dei partecipanti, infatti, sono finite nella bacheca “Hero of the week” del Nazareno. L’idea dell’”eroe della settimana” serve a motivare i migranti ma anche a spronare gli altri ospiti del Nazareno. L’iniziativa ha fruttato ben 70 sacchi di immondizia, una batteria di macchina, 2 reti da letto, uno pneumatico, uno stendibiancheria, bottigliette, lattine, cartacce e molto altro ancora. Mano a mano che sono stati riempiti, i sacchi sono stati lasciati a lato dei sentieri per essere poi raccolti tutti insieme alla fine. Al termine i ragazzi li hanno lasciati in un luogo prestabilito con Isontina

Ambiente che è passata poi a ritirarli per portarli in discarica. Si tratta di un lavoro a lungo termine, che si protrarrà infatti lungo l’arco di tutta l’estate ed oltre, fatta eccezione del periodo di Ramadan durante il quale è stata prevista una sola uscita dopo due settimane dall’inizio. Una decina di richiedenti asilo erano stati i primi a lamentarsi della condotta di alcuni connazionali manifestando la volontà di limitarne i danni. Dopo un timido inizio, una volta circolata la voce all’interno del centro, sono sorprendentemente fioccate le richieste di adesione all’iniziativa da parte di altri ospiti. “Con la campagna “Non Siamo Tutti Così” vogliamo dimostrare ai cittadini goriziani che non tutti gli immigrati si disinteressano al territorio in cui vengono ospitati. Ci sono anche persone molto rispettose, educate, che hanno voglia di integrarsi ed essere degli elementi attivi e partecipanti della società” dice Naveed, uno dei ragazzi che hanno preso parte alla pulizia. “Non siamo tutti così!” però non è solo questo” aggiunge un operatore. “I pregiudizi affliggono intere categorie di tutte le società. Nel mondo milioni, forse miliardi di persone vedono negati i propri diritti e vengono stigmatizzate solamente perché appartenenti a categorie alle quali vengono conferite caratteristiche negative. In una democrazia matura, è arrivato il momento che i cittadini si guardino negli occhi, si ascoltino e si conoscano prima di dirsi ‘No!”, che sostanzialmente pensino prima di parlare”. Il progetto ha, in definitiva, quattro obiettivi: impegnare gli ospiti del Nazareno in attività di volontariato, responsabilizzarli, migliorare l’ambiente e sensibilizzare la popolazione goriziana dimostrando la predisposizione all’integrazione degli stessi migranti. 12

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VIVIAN MAIER – bisogno o passione? di Felice Cirulli

Vivian Maier, nata nel 1926 a New York da padre americano di origine austriaca e madre francese, fino a pochi anni fa semplicemente non esisteva, era una donna che aveva fatto parte dell’umanità come tante altre. Avrebbe potuto rimanere per sempre nell’anonimo oblio dei comuni mortali insieme alle sue fotografie oppure, come è successo, venire alla luce solo dopo la sua morte. Si può dire che sia nata due volte, una volta come persona fisica ed un’altra come stella permanente della fotografia moderna. Pochi fotografi della storia possono essere considerati proiettati nel futuro come lo è stata lei. In anni non sospetti ha interpretato la fotografia in una chiave che potremmo definire assolutamente moderna, fuori dal suo tempo, perfino non mancando di auto-immortalarsi attraverso quelli che oggi definiamo “selfie”. La sua è stata una fotografia “compulsiva”, dettata da una sorta di maniacalità che l’ha portata a descrivere e sottolineare attraverso i suoi scatti buona parte di ciò che accadeva intorno a sé: nelle strade e negli ambienti che la ospitavano durante la sua quotidianità. Potremmo definirla una “casalinga fotografa”, lei non fotografava per mostrare, ma fotografava per fotografare. Era il “gesto” dello scattare che la interessava, non tanto l’immagine che veniva impressa sulla pellicola. E’ stata un’accumulatrice/collezionista. Fortunatamente tutto il suo materiale fotografico (rullini e negativi), insieme ad altro, è stato rinvenuto quasi per caso in un deposito acquistato all’asta da un rigattiere nel 2007 (la Maier allora viveva, in cattive condizioni economiche e di salute, in una casa di riposo dove morì due anni dopo nel 2009). Ai giorni nostri la “street photography” (fotografia di strada) è sinonimo di “immagine rubata”, nel senso che chi esercita questo stile fotografico esegue un “furto creativo” analogo, in senso buono, al furto con destrezza perpetrato dai veri ladri. Ebbene, Vivian Maier si può considerare senza alcun dubbio un’anticipatrice di questo stile fotografico così attuale. Di mestiere fece sempre la bambinaia (oggi si dice

baby-sitter) ma la passione per la fotografia la coinvolse fin da giovanissima. Si è scoperto che il suo fotografare per le strade di New York e di Chicago (le due città dove ha vissuto gran parte della sua vita) non era per nulla casuale, ma frutto di approfondimenti tecnici e di studio dei posizionamenti più efficaci per ottenere i risultati migliori e per catturare situazioni di assoluta originalità. È quasi incredibile come una donna che ha vissuto una vita semplice e forse anche banale, dedicandosi ai bambini degli altri, probabilmente solo per questioni economiche e non per vero interesse, abbia potuto realizzare e conservare un “patrimonio fotografico” di circa centomila tra negativi e rullini non sviluppati, senza altre motivazioni che non quella puramente istintiva di voler far passare attraverso l’obiettivo della sua Rolleiflex il mondo che la circondava. Non ha mai puntato a far emergere il suo lavoro e quindi a cercare la “gloria” attraverso di esso, non ha mai cercato commissioni, non ha mai provato (forse) a vendere le sue immagini. Ciò a riprova del fatto che il suo unico scopo era quello di girare per le vie della città guardando la realtà dal pozzetto della sua macchina fotografica, come a porre un filtro fra sé stessa e l’ambiente e la vita circostanti. Purtroppo, nata nell’anonimato, vissuta nell’anonimato e deceduta nell’anonimato, non ci ha lasciato alcuna traccia per comprendere fino in fondo le sue vere motivazioni, lasciandoci nel dubbio di non sapere se la sua dedizione per la fotografia, di ritratto e di strada, fosse una passione oppure un bisogno. ©RIPRODUZIONE RISERVATA 13


Come reagire alle molestie: un attualissimo saggio della “poliziotta” goriziana Nandra Schilirò di Vincenzo Compagnone Dal 30 maggio è reperibile in tutte le librerie “Soli nella notte dell’anima – Come reagire alle molestie in casa, al lavoro, per strada”, un bellissimo e quanto mai attuale libro scritto dalla goriziana Nandra (Nunzia Alessandra) Schilirò, vicequestore aggiunto e dirigente della IV sezione della squadra mobile di Roma, che si occupa appunto di reati in danno dei minori, reati sessuali, contro le donne e le fasce vulnerabili. Edito da Imprimatur, il saggio rappresenta la seconda fatica letteraria di Nandra, che dopo aver frequentato il Liceo Classico “Dante Alighieri” a Gorizia ed essersi laureata, ha intrapreso la carriera della “poliziotta”, distinguendosi anche per numerose apparizioni in programmi televisivi molto seguiti.

lotta contro la violenza sulle donne: “Le nostre sezioni presso tutte le questure – osserva - mirano anche a questo specifico lavoro, legato soprattutto all’eliminazione del pregiudizio”. E spiega: “Molte donne vengono da noi non solo per fare denuncia ma per chiedere consigli quando magari hanno già avuto qualche segnale d’allarme di quella che potrebbe essere una futura violenza”. Schilirò definisce il nuovo quadro normativo introdotto con la legge sul femminicidio “efficace: sicuramente l’inasprimento delle pene ha fatto bene” ma “non basta” perché serve “un cambiamento culturale. La società non può più far finta di non sentire le urla che vengono dall’appartamento del vicino”.

Nel 2009, infatti, la nostra concittadina (che per la verità è nata a Catania ma può essere considerata a tutti gli effetti goriziana d’adozione), aveva dato alle stampe qualcosa di completamente diverso, una raccolta di racconti intitolata “Solìte”, edita da Gruppo Albatros-Il filo, che era stata presentata, nella nostra città, in una sala del consiglio provinciale gremitissima. E c’è da augurarsi che Nandra, nel giro degli incontri con l’autore che sta varando per far conoscere questa sua preziosa opera, maturata evidentemente attraverso una profonda esperienza sul campo, trovi il tempo per fissare anche una data “goriziana”.

Nandra è figlia di Biagia Meli, attiva coordinatrice dell’associazione “La casa di Giò”, con iniziative benefiche in ricordo del terzogenito che perse la vita, a soli 8 anni, travolto da uno scuolabus a Gorizia, il 10 ottobre del 2000: una tragedia che sconvolse tutta la città. E’ inoltre, sorella di Samuela, cantautrice e chitarrista di grande talento, con all’attivo album discografici ed esibizioni in tutta Italia (la ricordiamo a Gorizia al Kinemax e, per due volte, nella sala Incontro di San Rocco).

“La violenza sulle donne – rimarca la poliziotta-scrittrice - è un fenomeno trasversale che coinvolge qualunque ceto sociale. E per fronteggiarlo richiede un impegno culturale ed educativo di tutta la società. Innanzitutto una donna che arriva in questura chiedendo aiuto ha la possibilità di scegliere ‘empaticamente’ con chi parlare tra i nostri operatori (uomini o donne), che hanno tutti ricevuto una formazione appropriata sia per quanto riguarda le modalità di approccio con le vittime, sia sui meccanismi della violenza”. E’ ovvio, aggiunge, che “sono necessari più incontri con la vittime di violenza” dalle quali, una volta creato “un rapporto empatico”, si viene a conoscenza anche del suo pregresso: “spesso sono donne che hanno subito uno stillicidio quotidiano di soprusi”, precisa.

Ora è la volta di Nandra a far parlare di sé con questo libro che, dato il tema e le sue indubbie capacità di scrittrice, avrà certamente il successo che merita. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Schilirò sottolinea l’importanza della prevenzione nella

Servirebbe umiltà politica In una delle mie schede formative si legge: “Ogni centro ha la sua periferia, punto di attrito ovvero diplomazia”, come dire: “è più facile usare la forza che la ragione”. Ed è quello che stiamo osservando nelle nuove procedure che gli attori della politica attuale stanno utilizzando. È sempre colpa di qualcun altro che non ci permette di realizzare il nostro gioco. I capricci sono ammessi ma solo nella propria camera da letto, fuori da questo spazio ci si deve confrontare con la realtà e la realtà implica il sapere dove ci troviamo e cosa sta succedendo intorno a noi. Se a parole si può fermare il mondo dell’immigrazione la realtà è che vicino a noi molte nazioni sono allo stremo, per cambiamenti climatici, per guerre sanguinose e permanenti e povertà… e poi ci sono altre adiacenti, con cui andare d’accordo ed infine ricordiamoci che nel nostro territorio ci sono molte basi americane, che sono operative 24 su 24 ore al giorno. Per non parlare del debito pubblico. Un po’ di umiltà politica sarebbe auspicabile. (re)

Nunzia Alessandra (Nandra) Schilirò 14


Gli Oltresipario: dieci anni di divertimento e musica di Stefania Panozzo Poco più di 10 anni fa sono nati gli Oltresipario. La compagnia teatrale giovanile attiva all’interno dell’Unità pastorale salesiana di Gorizia (aperta a ragazzi e ragazze delle Superiori e dei primi anni dell’università) è stata fondata da due animatori appassionati di teatro e da un piccolo gruppo di ragazzi che volevano continuare la bella avventura cominciata durante il centro estivo. Nel corso degli anni gli Oltresipario sono cresciuti di numero e si sono cimentati in vari spettacoli come ad esempio: “Chicago”, “La bisbetica domata”, “A qualcuno piace caldo” e, ultimo in ordine di tempo; “Sister Act”. I due registi hanno una grande fantasia e ogni anno, nonostante la fatica e la tensione, riescono a guidare il gruppo verso il successo e ad assicurare al pubblico che accorre sempre numeroso una serata di divertimento in perfetto stile salesiano. L’anno scorso hanno ottenuto un grande successo con lo spettacolo “Strega” e hanno provato l’emozione di calcare le scene di un vero teatro, perché hanno avuto la fortuna di fare una replica al Verdi di Gorizia. Proprio in occasione della conferenza stampa precedente l’entrata in scena Enrico e Matteo hanno annunciato che quest’anno avrebbero messo in scena la loro versione di “Sister Act”. Se é vero che nel corso degli anni il gruppo degli Oltresipario é cresciuto, é altrettanto vero che del gruppo originario é rimasto solo un attore: Vincenzo, che quest’anno ha fatto il suo esordio in regia. Senza nulla togliere agli altri gruppi, gli Oltresipario sono il mio preferito o almeno quello a cui sono più affezionata, visto che i registi sono miei carissimi amici e gran parte degli attori sono a cui faccio formazione (o l’ho fatta nel corso degli anni) il martedì sera e che durante il centro estivo diventano bravissimi animatori. Lo spettacolo che gli Oltre Sipario hanno portato in scena

il 30 aprile, appunto una rivisitazione spiritosa del celebre musical “Sister Act”, noto anche per la trasposizione cinematografica con protagonista la scatenata Whoopy Goldberg, s’intitola “Un intruso in convento” e racconta la storia di Jimmy Van Cartier, un piccolo delinquente con la passione per la musica che involontariamente diventa testimone di un omicidio. Il protagonista vuole sfuggire alle minacce del capo della banda criminale che comanda in città e chiede aiuto al commissario di polizia che gli consiglia di travestirsi da suora e nascondersi in convento. Sul momento Jimmy sembra essere scettico riguardo la scelta del suo amico, ma non ha altra scelta se non accettare l’offerta. Così, facendo buon viso a cattivo giocoliere accolto nel convento di Santa Maria degli Angeli dove si chiamerà suor Maria Claretta. Vista la sua passione per la musica e visto che la chiesa del convento é sempre più vuota forse a causa delle scarse abilità canore delle suore, la madre superiora gli affida il compito di dirigere il coro delle consorelle.Sembra un compito difficile, ma Jimmy lo porta a termine con passione e capisce di non poter tornare nel mondo dello spettacolo, dal momento che ora sulla sua strada ci sono le sue sorelle. “Un intruso in convento” è stato poi replicato il 12 maggio a Cormons, per iniziativa del Napoli club isontino e a scopo benefico. Il ricavato della serata è stato infatti devoluto all’associazione Sos Telefono Rosa di Gorizia che, com’è noto, si dedica alla difesa delle donne vittime di violenze, raccogliendo denunce e fornendo un supporto psicologico, ma anche logistico, quando decidono di lasciare il marito o compagno. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Arriva Dialoghi, un festival itinerante di Eliana Mogorivich

Dopo aver annunciato (neanche tanto a sorpresa) la sua decisione di chiudere “Cormonslibri”, Renzo Furlano sta per varare una nuova edizione (la quarta) di “Dialoghi”. Con importanti novità. Il festival del giornalismo - che in relativamente poco tempo aveva saputo conquistare le simpatie del pubblico e degli autori chiamati a intervenire - si riproporrà infatti in un format simile a quello sperimentato per “Libriamo ne’ lieti calici”, manifestazione che lo stesso direttore artistico e presidente dell’associazione Culturaglobale aveva ideato lo scorso anno. Anzichè svolgersi solo a Cormons, “Dialoghi” si distribuirà sul territorio:« Saranno quattro giornate itineranti: cominceremo il 20 giugno dal Castello di Spessa, a Capriva, proseguiremo il 21 al Museo di Santa Chiara a Gorizia e alla Tenuta Angoris di Cormons il 22 per concludere il 23 all’Abbazia di Rosazzo. Come per “Libriamo”, anche “Dialoghi” unirà cultura, letteratura, musica e promozione del territorio». Sottotitolata “Guerre di civiltà e scontri di inciviltà”la kermesse avrà il suo momento di punta nella consegna del terzo premio per giovani giornalisti intitolato alla memoria di Giulio

Regeni, la cui cerimonia si terrà nel capoluogo isontino dove, per l’occasione, potrebbero arrivare tutti i giurati: Giacomo Russo Spena di Micromega, Giovanna Casadio di Repubblica, Floriana Bulfon dell’Espresso, Enzo D’Antona e Omar Monestier (rispettivamente direttori di Piccolo e Messaggero Veneto) e il presidente dell’Ordine dei Giornalisti regionale Cristiano Degano. Di particolare interesse gli argomenti che verranno affrontati nelle quattro giornate: dall’intimidazione mafiosa per gli operatori dell’informazione alle rotte della speranza, dal futuro del giornalismo d’inchiesta alle censure che vengono operate all’interno delle redazioni stesse. Ad aprire “Dialoghi” sarà il 20, al Castello di Spessa, l’ex Iena Pablo Trincia mentre il 22 alla Tenuta Angoris interverrà l’avvocato Alessandra Ballerini, legale della famiglia Regeni. Per il programma completo e aggiornato: www. festivalgiornalismo.it. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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VIAGGIO NELLA SANITA’ GORIZIANA - 6 -

Urologia: Callari lascia, l’organico nuovamente ridotto all’osso di Vincenzo Compagnone nalmente i membri della sua equipe facendo in modo che ognuno di essi si perfezionasse in un ramo dell’urologia (a Callari era stata affidata, per esempio, l’uroginecologia) e fu così che nacque quello che da taluni, con un simpatico accostamento alla… nazionale di basket statunitense, era stato denominato il “dream team” dell’ospedale goriziano. Pian piano però il gruppo aveva perso i pezzi, tra i pensionamenti (Mazza e Zappalà) e la decisione di altri ottimi specialisti (Rolando Bertè, Massimo Capone, Paolo Guaitoli) di intraprendere altre strade in diversi ospedali. Ora l’auspicio di tutti è che il reparto-modello messo in piedi da Mazza tanti anni fa possa riacquistare se non la fama di un tempo, quantomeno la necessaria efficienza operativa. Ma cio’ potrà avvenire soltanto se nuovi e indispensabili rinforzi andranno a irrobustire l’equipe del nuovo primario, altrimenti anche questa “eccellenza sanitaria goriziana” diventerà nulla più che uno sbiadito ricordo.

Nominato (a sorpresa: tutti pensavano che, per una semplicissima questione di competenza, sarebbe stato chiamato a ricoprire il delicato e importante referato alla sanità) assessore regionale alla Funzione pubblica nella giunta Fedriga, il dottor Sebastiano Callari, oltre all’assessorato al welfare dell’esecutivo comunale di Monfalcone, ha dovuto lasciare anche l’incarico di primario facente funzioni del reparto di Urologia dell’ospedale di Gorizia. Callari si è messo in aspettativa fino al termine del mandato e ciò significa che, salvo imprevisti, non varcherà più i cancelli del San Giovanni di Dio. Continuerà ad esercitare, a scartamento ridotto, l’attività libero professionale, ma senza dubbio con il suo approdo ai lidi politici triestini il nosocomio goriziano perde un ottimo chirurgo e un vero pilastro. Non solo: nel momento in cui Callari ha lasciato il reparto, quest’ultimo si è ritrovato con un organico ridotto ancora una volta ai minimi termini: tre dottori (due dei quali arrivati da pochissimo tempo) su un organico previsto di 7, dovendo fare i conti anche con due unità assenti da lungo tempo per malattia. Il 29 maggio, dopo una lunga attesa, si è finalmente svolto il concorso per il nuovo primario (i rumors davano in pole position per la nomina il dottor Fabio Vianello, dirigente medico nel reparto urologico dell’Azienda ospedaliera universitaria di Padova: nel momento in cui il nostro giornale va in stampa non sappiamo se il pronostico sia stato rispettato o meno) ma il vincitore difficilmente entrerà in servizio prima della metà di giugno. Il che equivale a dire che ad attendere l’Urologia goriziana, guidata provvisoriamente dal dottor Umberto Moro, ci saranno un’altra ventina di giorni di “passione” e superlavoro, una condizione che, peraltro, ha costantemente contraddistinto anche il periodo di circa un anno e mezzo in cui il dottor Callari ha retto il reparto, dopo il pensionamento di Leonardo Zappalà. Tant’è vero che, in due circostanze, nel 2017 (per nove giorni a cavallo di Ferragosto e, successivamente, durante le festività di fine anno) il reparto era stato costretto addirittura, con una decisione senza precedenti, a chiudere i battenti per mancanza di personale, con Callari che aveva rilasciato dichiarazioni di fuoco: “Da tempo ormai – aveva rimarcato – nel silenzio assordante di molte istituzioni, porto avanti un reparto che ha visto quasi dimezzato il proprio organico, con una fatica e uno stress psicofisico diventato insopportabile”. Una situazione che, come abbiamo visto, non è sostanzialmente mutata. Dopo essere stato considerato a lungo un’eccellenza dell’ospedale goriziano, Urologia è senza dubbio, oggi come oggi, un reparto da rifondare. Va sottolineato infatti che, con Callari, punto di riferimento per pazienti provenienti da tutta la regione, se n’è andato l’ultimo esponente di quella squadra di medici di altissimo livello creata, negli anni 80, dall’allora primario Giorgio Mazza. Il medico veneziano, tuttora attivo al Policlinico Città di Udine, aveva avuto l’intuizione di far crescere professio-

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June 2018  
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