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Gorizia News & Views Anno 2 - n. 4 Aprile

NON FACCIAMO DI TUTTA L’ERBA UN FASCIO Migranti, i reati calano: a crescere è solo la paura di Vincenzo Compagnone

No news, good news. Avrete notato che il tema-migranti, dopo aver monopolizzato a lungo la scena mediatica, da qualche tempo è pressochè ignorato da giornali e tv. Ci fa piacere, anche perché sappiamo tutti quanto abbia condizionato le elezioni politiche di marzo e, se non verrà cavalcato strumentalmente in quelle regionali di aprile, non potrà che essere un bene. La presunta “invasione” si è fermata? Orde di barbari intrusi sono stati respinti con perdite? Le cose non stanno proprio in questi termini. “Il flusso di arrivi a Gorizia si è indubbiamente ridotto – osserva don Paolo Zuttion, direttore della Caritas, come sempre in prima linea sul fronte dell’accoglienza – ma, sia pure in misura minore rispetto al passato, gruppetti di richiedenti asilo continuano ad approdare in città. Tuttavia va riconosciuto alla Prefettura il merito di gestire con molta capacità la situazione, con frequenti trasferimenti sia in altri centri della Regione (segnatamente alla Cavarzerani di Udine, ndr) sia al di fuori di essa. C’è quindi un costante turn-over, in virtù del quale, dopo la chiusura del tendone di Sant’Anna, non si sono verificate situazioni di emergenza, tali da dover ricercare altri ricoveri oltre a quelli già esistenti e gestiti dal Mosaico, vale a dire l’hub di via Grabizio e il Cas del Nazareno. Dopo lo smantellamento della tensostruttura – rileva il sacerdote – anche la Caritas aveva preso in considerazione l’ipotesi di utilizzare gli spazi vuoti dell’Istituto Contavalle, suggerita dal vostro giornale, ma con gli attuali “numeri” non ce n’è stato bisogno”. L’unico problema continua ad essere rappresentato dalla trentina circa di persone che hanno perso il diritto all’accoglienza per svariati motivi,e che sono ospitati in parte al dormitorio di Piazzutta e in parte nella sede Caritas di piazza San Francesco, dove, su richiesta dei frati Cappuccini – proprietari dei locali – la novità consiste nella presenza di un custode che regola l’entrata e l’uscita dei migranti. Insomma, la situazione sembra sotto controllo, e le polemiche sui “clandestini” sono momentaneamente scomparse anche dallo sfogatoio spesso becero costituito dai social network e da Facebook in particolare, dove ci si interroga, piuttosto, sul senso della mini-riapertura al traffico di Galleria Bombi, per lunghi mesi riparo di fortuna dei richiedenti asilo, e dove ora si è deciso di consentire il transito a un numero limitatissimo di automobili, quelle di proprietà di residenti o commercianti della via Bombi, minuscolo tratto d’asfalto che congiunge il tunnel con la piazza Vittoria, dove nel frattempo il selciato sta andando in pezzi da solo (immaginarsi se ci fosse un più consistente transito delle macchine). Ma torniamo al discorso dell’incidenza dei temi legati alla sicurezza, e di conseguenza al fenomeno migratorio, sulla campagna elettorale delle Politiche, con grida d’allarme infarcite da logori slogan mai supportati da dati ufficiali ma ai quali, a quanto si è visto, molti italiani hanno dato credito. Ebbene, il bilancio della criminalità nel 2017 nel nostro Paese, sfornato nei giorni scorsi dal Viminale, ha detto esattamente il contrario. E cioè che, rispetto al 2016, gli omicidi sono diminuiti dell’11.2% , le rapine dell’8,7%, i furti del 7%. Se questi dati, forniti come detto dal ministero dell’Interno, fossero stati disponibili, poniamo, in gennaio o in febbraio, avrebbero modificato la narrazione della propaganda anti-migranti? Difficile dirlo, perché quando si mette in moto una psicosi collettiva, nulla riesce più a fermarla. Specie in tempi nei quali imperversano pure le fake-news, le “bufale” dilaganti sui social. Fatto sta che, secondo i “numeri”, dal 2014 al 2017 l’Italia è diventata via via più sicura, nonostante l’aumento degli immigrati. Certo, vederli ammassati in un tunnel o in un parco crea disagio nella gente, ma più che alimentare la paura, sarebbe più logico e sensato organizzare un piano d’accoglienza dignitoso e controllato. A Gorizia, Prefettura, Caritas e gestori delle strutture citate stanno svolgendo egregiamente il loro lavoro. Vedremo cosa sapranno, o vorranno fare i nuovi governi, quello nazionale e quello regionale per il quale andremo alle urne domenica 29 aprile. ©RIPRODUZIONE RISERVATA 1

SOMMARIO

pag. 1 Migranti, i reati calano: a crescere è solo la paura pag. 2 Il valzer di responsabilità attorno alla Scuola Perco di Lucinico pag. 3 I migranti ambientali: uno sfollato ogni secondo pag. 4 Straccis, un quartiere operaio che ha perso... la memoria pag. 5 I novant’anni di Sergio Tavano: i migranti? Dobbiamo sempre trattarli come ospiti della città pag. 6 e 7 L’incontro con gli studenti del Paolino d’Aquileia pag. 8 L’arte russa (ma al tempo degli zar) piomba anche a Villa Coronini Una mostra e progetti per valorizzare il parco nei programmi della Fondazione pag. 9 Movida notturna, tasto dolente per gli studenti tranne rare eccezioni Ci sarebbe la più dinamica Nova Gorica, ma mancano i trasporti pubblici pag. 10 San Giuseppe, quando in una parrocchia goriziana ci si sente come a casa pag. 11 Mario Giacomelli – il poeta del bianco e nero Il libro del mese pag. 12 VIAGGIO NELLA SANITA’ GORIZIANA -4Nuovi ambulatori al San Giovanni di Dio. E riecco l’hospice al 5° piano


Il valzer di responsabilità attorno alla Scuola Perco di Lucinico di Eleonora Sartori

L’intricata vicenda della scuola Perco di Lucinico è finita in Procura. A fare l’esposto è stato il Sindaco di Gorizia Rodolfo Ziberna che, attraverso le pagine della stampa locale, ha dichiarato che si tratta di un atto dovuto, necessario a chiarire ogni aspetto della vicenda. Stando alle “voci di corridoio”, se così si possono definire i rumors sui social, il primo cittadino non è il solo ad aver intrapreso le vie legali: sono diverse le persone coinvolte, tra genitori e dipendenti, a volere che si accertino le responsabilità di quanto accaduto negli ultimi cinque mesi. Era il 23 ottobre quando nel complesso scolastico di Lucinico è stato appiccato un incendio da parte di ignoti, sulla cui identità ancora oggi si sta indagando (gli sviluppi in tal senso sono sempre stati coperti dal massimo riserbo, ma dopo l’intervento dei Ris di Parma sembra che i responsabili siano stati individuati in minori che hanno svolto il proprio problematico percorso scolastico proprio nella scuola incendiata). L’entità dell’incendio è apparsa subito significativa, tanto che le autorità competenti hanno dovuto rapidamente trovare una sistemazione alternativa per 202 alunni, poi individuata nel polo di via Diaz e nell’ex Provveditorato di via Rismondo a Gorizia, ma anche organizzare il trasporto dal momento che a Lucinico confluiscono studenti dei paesi limitrofi, come Mossa, Farra e San Lorenzo. A ciò si è aggiunto il conteggio dei danni, via via sempre più ingenti man mano che i giorni passavano e la necessità di attivare tutte le procedure finalizzate alla bonifica e alla ristrutturazione degli ambienti. Se, per quanto concerne la scuola elementare “Edmondo De Amicis”, interessata solo marginalmente dall’incendio, si è potuto tornare alla normalità in tempi brevi (le lezioni, infatti, sono riprese il 30 ottobre), è stato chiaro sin da principio che la sorte della scuola media sarebbe stato di tutt’altro tipo. Verso la fine di dicembre l’ufficio di manutenzione del Comune di Gorizia aggiudica il servizio di bonifica e consegna i lavori l’8 gennaio successivo. Risale al 7 febbraio la comunicazione ai genitori e al personale da parte della dirigente dell’Istituto scolastico di ripresa delle lezioni, individuata nel giorno 15 febbraio 2018. Qui sembrano ravvisarsi le prime incongruenze, in quanto risale al giorno successivo (8 febbraio) la certificazione con cui l’impresa esecutrice dichiara i lavori ultimati ed eseguiti a regola d’arte e l’accertamento da parte degli uffici comunali dell’effettivo completamento dei lavori in tempo utile. Inoltre, sempre all’8 di febbraio risalgono i primi due campionamenti di analisi aria, i cui risultati vengono comunicati all’impresa dal laboratorio di analisi il 14 febbraio: poiché non si evidenzia la presenza di anomali agenti biologici-chimici, i locali presentano condizioni di idonea salubrità per l’utilizzo scolastico. Per gli uffici tecnici del Comune, dunque, sono state ripristinate le condizioni di sicurezza e agibilità. Arriva il 15 febbraio e le lezioni riprendono come annunciato (anche se la sera precedente, 14 febbraio, il consiglio di istituto presente all’interno della scuola ha constatato la presenza di operai, probabilmente dell’impresa esecutrice). La scuola, tuttavia, rimane aperta per poco perché dopo poche ore dalla ripresa delle lezioni la dirigente scolastica è costretta a sospendere l’attività didattica in quanto diversi alunni lamentano fastidio nella respirazione e nausea. E’ in questo momento che l’Ass viene coinvolta nella faccenda, sconsigliando la presenza degli alunni al fine di tutelare la loro incolumità e il giorno successivo rileva la necessità di ulteriori interventi di bonifica. Il 17 febbraio è il Sindaco di Gorizia a disporre la sospensione dell’attività didattica fino al 19 febbraio poi ulteriormente prorogata, dietro prescrizione dell’Ass che ravvisa la necessità di una mirata analisi dell’aria e ulteriori inter-

venti come la chiusura di un’aula e l’isolamento dell’aula magna. Le lezioni riprendono finalmente il 21 febbraio, facendo registrare alcune defezioni di alunni che continuano a lamentare problemi per l’odore acre. Sembra non esserci pace per la scuola L. Perco le cui attività sono nuovamente sospese con un’ordinanza del Sindaco a causa di una nota dell’Ass in cui si dichiara che il problema dell’odore non è assolutamente risolto e che all’interno dell’edificio non è garantita un’adeguata temperatura (a causa della necessità di tenere aperte le finestre, constatata in occasione di un sopralluogo a sorpresa effettuato dal direttore del Dipartimento di Prevenzione, svolto in seguito a segnalazioni delle famiglie degli alunni e dei lavoratori della scuola). E’ in questa occasione che, per la prima volta, si fa riferimento alla ricerca nel particolato di benzopirene e diossine. La domanda che i genitori si sono legittimamente posti è perché si sia deciso di riaprire il 21 febbraio, soprattutto sulla base di quali documenti, dal momento che sul sito della scuola né da nessuna altra parte è stato pubblicato il nulla osta dell’Ass. Dal 15 febbraio in poi i genitori, il personale e i cittadini tutti hanno assistito ad un vero e proprio valzer di responsabilità: quelle del Comune che potrebbe aver premuto sull’acceleratore per questioni legate al risparmio (ad oggi non è ancora chiaro se e quanto sarà coperto dall’assicurazione, considerato anche il fatto che gli autori dell’incendio non hanno commesso effrazione e sarebbero entrati nella scuola grazie a una copia delle chiavi precedentemente sottratta) o su pressione dei genitori o della dirigente scolastica che forse avrebbero voluto tornare alla normalità quanto prima; quelle degli uffici comunali che si sarebbero fatti bastare le carte di un’impresa privata senza coinvolgere tempestivamente l’Ass, quelle dell’impresa esecutrice che potrebbe non aver svolto a regola d’arte i lavori, quelle dell’Ass che avrebbe adottato un comportamento sibillino. Nessuno, alla luce di quanto letto e dichiarato è in grado di accertarle, per questo la patata bollente ora è nelle mani della magistratura; alla politica rimane una riflessione doverosa su come venga gestita la funzione “amministrativa”, perchè non bisogna dimenticare che essa dovrebbe garantire la salute e la sicurezza dei cittadini che dovrebbero poter contare su un ente locale efficiente e affidabile, preparato e organizzato ad affrontare e risolvere in maniera adeguata e tempestiva eventi come quello accaduto alla scuola Perco di Lucinico. Quello che è certo è che un vero e proprio atto vandalico è stato commesso, probabilmente da tre minorenni che, una volta accertate le responsabilità, verranno puniti dalla legge, la cui portata simbolica, tuttavia, è stata poco o per nulla indagata. Il “raid punitivo”, come è stato definito, è la spia di un disagio profondo, di una generazione e di un’Istituzione, dell’incapacità di quest’ultima di intercettare un malessere e della tendenza a voler semplificare, adducendo motivazioni legate al fallimentare percorso scolastico, qualcosa di molto più complesso. Gli inquirenti troveranno i delinquenti, la magistratura accerterà, ove ve ne siano, le responsabilità istituzionali, ma nessuno, stando a quanto dichiarato finora, indagherà il perché tre adolescenti abbiano sentito la necessità di incendiare la propria scuola. E, a poco o nulla servirà l’installazione di telecamere di sorveglianza come deterrente, eventualità di cui si è discusso molto soprattutto in conseguenza di questo atto criminale, se non ci si impegnerà in una seria riflessione volta a prevenire azioni di questo tipo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA 2


Straccis, un quartiere operaio che ha perso... la memoria di Anna Cecchini

A nessuno verrebbe in mente di invitare un turista o un visitatore a una passeggiata nel quartiere di Straccis e in nessuna guida troviamo un capitolo dedicato a questa zona della città. E invece scoprire raffinati edifici ottocenteschi, parchi secolari e le tracce di un villaggio operaio tra i più antichi in Italia potrebbe essere una gradita sorpresa. Se abbandoniamo per una volta il patinato centro storico e raggiungiamo viale Colombo da via Brigata Casale, ci accorgiamo che stiamo varcando una frontiera: usciamo dal centro urbano ed entriamo nell’antico, popolare “Borgo Strazig”. L’ampio viale è fiancheggiato da casette bifamiliari e condomini popolari risalenti agli anni ’50: è una periferia anonima e apparentemente priva d’interesse. Poco dopo le deviazioni verso via del Prato e via Brigata Casale, una strada senza indicazioni scende a sinistra e costeggia il muro di cinta dell’ex Safog, poi SWI S.r.l., l’acciaieria che proprio lo scorso anno ha chiuso i battenti, licenziando dolorosamente gli ultimi protagonisti dell’industria pesante cittadina. Ma l’insediamento industriale che attraversiamo ha origini più antiche. Le mura che appaiono poco dopo sulla destra segnano il confine del parco nel quale sorge Villa Ritter, in posizione dominante. L’omonima famiglia, originaria di Francoforte sul Meno, approdò a Gorizia nei primi anni dell’ottocento e si lanciò in un’avventura imprenditoriale senza precedenti per la sonnacchiosa città isontina. Giulio Ettore Ritter s’impegnò con tutto se stesso a cambiar faccia alla città. In una manciata d’anni costruì la villa padronale nel cuore di borgo Strazig e molti altri edifici di pregio, tra cui la chiesa evangelica di via Diaz, impiantò un importante centro manifatturiero e ridisegnò l’assetto urbanistico della città. Sulla riva sinistra dell’Isonzo, sfruttato per trarre l’energia necessaria agli stabilimenti, sorsero un mulino meccanico, una filanda per la tessitura del cotone e una per la seta, mentre dall’altra parte del fiume fu costruita una cartiera. La manodopera impiegata superò le duemila unità, in anni in cui la popolazione non raggiungeva le 15.000 anime. Gorizia si stava trasformando in una cittadina industriale, afflitta tuttavia dalla carenza di alloggi e d’infrastrutture. I Ritter, quindi, progettarono e costruirono un nucleo abitativo ad uso delle maestranze, composto da case per due o quattro famiglie con orto e giardino. Sorsero scuole, lavanderie e sale di riunione. La “colonia operaia” di Strazig venne incrementata con successivi interventi fino ai primi anni del novecento, consolidando la vocazione popolare del rione. Ma il progetto mancava ancora di un collegamento che consentisse la circolazione delle merci verso i loro mercati naturali. Gli sforzi

della famiglia furono diretti quindi a convincere il governo imperiale a far deviare il tracciato originario della ferrovia Meridionale Vienna - Trieste, finanziata dai Rotschild, facendola transitare anche da Gorizia. Per collegare la stazione ferroviaria al centro cittadino, fu necessaria poi la costruzione di Corso Francesco Giuseppe, l’attuale Corso Italia, concepito a immagine dei boulevard parigini, che rimane a testimoniare un progetto economico, sociale e urbanistico di grande respiro. Le guerre e le mutate condizioni politiche ed economiche del ‘900 sconvolsero la città e i piani di questa famiglia illuminata, condannando anche la grande, ariosa residenza di Straccis a un lento e inesorabile declino. Le sue rovine, dentro lo splendido parco di cedri secolari, lecci imponenti e grandiose sequoie, giacquero per decenni affogate nella vegetazione. La proprietà della villa passò dai Ritter all’Esercito Italiano e poi al Comune di Gorizia che, grazie a un cospicuo finanziamento regionale, ha potuto finalmente avviare un importante restauro e inaugurarla nel 2012. Oggi l’edificio ospita la sede goriziana del Ciels, un istituto privato a ordinamento universitario, con la sua scuola per mediatori linguistici. Il villaggio operaio, uno tra i primi in Italia, conserva ancora poche tracce delle solide abitazioni edificate dai Ritter. Non si può non pensare a Monfalcone e al suo quartiere operaio di Panzano, ai Cosulich. E’ pur vero che Panzano ospita ancora i cantieri navali, ma la città ha saputo trasformare un rione popolare nel proprio fiore all’occhiello, riallacciando la memoria storica con il presente. Straccis è rimasta invece solo la periferia di una città alla ricerca di se stessa, un agglomerato di edifici popolari dimentichi delle proprie origini. Molte delle vecchie case operaie sono scomparse, altre ristrutturate senza preservarne l’unicità e la preziosa eredità culturale. Il rifacimento di viale Colombo ha restituito il decoro, ma l’identità originaria del rione è irrimediabilmente perduta. Oggi non ci vedono più operai in tuta blu e mogli con le vestaglie da casa e Straccis è un rione quieto e ordinato. Ogni tanto spuntano dai cortili delle case popolari gruppetti di bambini riccioluti e con la pelle ambrata, famigliole di provenienza macedone o kosovara, i nuovi immigrati, che convivono pacificamente con i goriziani. Le cose cambiano, le periferie si trasformano, la globalizzazione arriva perfino qui, ai margini del Paese, e lascia segni indelebili, dimenticando con indifferenza la sua storia. A poche centinaia di metri dal rione ricompaiono i giardini e le ville borghesi d’inizio novecento della Gorizia dignitosa e sonnolenta che sopravvive a se stessa e lascia scolorire la sua memoria. ©RIPRODUZIONE RISERVATA 3


I migranti ambientali: uno sfollato ogni secondo

Intervista a Maurizio Scaini, docente di Geoeconomia dello Sviluppo Sostenibile presso il corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche (SID) dell’Università di Trieste, sede di Gorizia. di Manuela Ghirardi Maurizio, il cambiamento climatico ha creato una nuova categoria di migranti?

Si potrebbe intervenire politicamente ed economicamente per arginare questo fenomeno?

La categoria del migrante ambientale è stata recentemente definita dall’ONU, che ha cominciato ad occuparsene negli ultimi anni. Questo fenomeno non è provocato solo da grandi catastrofi ma soprattutto da cambiamenti impercettibili dell’ambiente, da condizioni preesistenti come il livello di povertà, la condizione del suolo e la capacità di adattamento della popolazione. In questo senso il problema assume una connotazione politica.

Bisognerebbe creare una banca dati su un fenomeno che al momento non è completamente monitorato. Il problema è lo sviluppo sostenibile. Negli ultimi dieci anni il 90% dei migranti ambientali è stata vittima di eventi atmosferici e climatici e non geo-fisici. Lo sviluppo sostenibile, come definito dal documento del 2002 dell’ONU, prevede 5 obbiettivi fondamentali tra cui la riduzione della povertà, che in questo momento riguarda 2 miliardi e mezzo di persone le quali vivono al di sotto dei due dollari e mezzo al giorno; secondariamente si tratta di ridurre le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera e favorire l’inclusione di genere, poichè le stime fanno supporre che il 70% dei migranti ambientali sia costituito da donne e bambini. Inoltre si nota in questo momento una diminuzione dei tassi di povertà, accompagnati anche dalla riduzione del gap tra paesi sviluppati e sottosviluppati. Contemporaneamente tuttavia si registra un aumento della disuguaglianza interna dei singoli paesi. Questa anomalia fa sì che la spesa pubblica per le infrastrutture in questi paesi sia drammaticamente insufficiente. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Come si definiscono i migranti ambientali? Per le caratteristiche a cui ho accennato non è semplice definirli: una stima del 2016 dell’Internal Displaced Monitoring Center quantifica il fenomeno intorno ai 24 milioni e mezzo di persone con 158 miliardi di dollari di danni solo in quell’anno. Consideriamo che i profughi degli eventi bellici erano stati 6 milioni e 900mila, provenienti per oltre il 70% dall’Africa subsahariana e dal Medio Oriente; l’incremento dei profughi ambientali rispetto all’anno precedente era stato di 3,3 milioni: uno sfollato ogni secondo. Le statistiche internazionali ci mostrano che il 95% dei profughi di guerra proveniva da paesi con rischio ambientale elevato. Le regioni più colpite sono state quelle del sud-est asiatico, tra cui la Cina con oltre 7 milioni di sfollati. Questo non deve far credere che la questione riguardi solo i paesi emergenti, perchè nello stesso anno negli Usa i migranti ambientali interni sono stati oltre 1 milione, in Italia 31mila, in Israele oltre 75mila. Da dove provengono? Se prendiamo come riferimento il 2016, notiamo che poco più del 48% proviene da paesi situati nella fascia con un reddito medio-alto o elevato, coinvolgendo però tutto il pianeta: nei paesi più ricchi le case sono costruite meglio, esiste una protezione civile, le vie di trasporto facilitano i soccorsi, ci sono previsioni e monitoraggi climatici, le dighe e gli argini controllano il regime dei fiumi, di solito esiste un piano regolatore e l’agricoltura assorbe circa il 6% della manodopera, attorno al 3% del PIL. In un paese come l’Etiopia, che è uno dei più poveri al mondo, il settore primario assorbe invece circa il 40% della manodopera e costituisce l’80% del PIL. Nonostante queste differenze i disastri ambientali hanno lasciato un segno anche nei paesi sviluppati se ci riferiamo al numero di sfollati. L’economia capitalista è interconnessa e tra i primi dieci paesi ad alto rischio ambientale, nove si trovano nel sud-est asiatico, la regione dove attualmente si concentra oltre la metà del commercio mondiale. Di fronte ad una catastrofe anche le economie occidentali ne risentono, se non altro a livello di esportazioni.

Maurizio Scaini

Le meraviglie del Giardino Viatori visitabili fino al 3 giugno Una delle più belle attrazioni di Gorizia, il Giardino Viatori (splendida area verde di proprietà della Fondazione Carigo) è stata riaperta al pubblico alla fine di marzo e rimarrà visitabile ogni sabato, domenica e festivi fino al 3 giugno dalle 15 alle 19. In programma anche un ciclo di conferenze, cinque appuntamenti in tutto sui temi del vivaismo. La prima si è svolta il 23 marzo, quelle successive il 6 aprile, 19 aprile, 4 maggio e 11 maggio, con inizio alle 18 nella sede della Fondazione in via Carducci 2. Consigliabili, nel Giardino di via Forte del Bosco, le visite guidate con l’impareggiabile giardiniere capo, autentica miniera di aneddoti. A dominare gli spazi verdi sono centinaia di specie, che fioriranno nelle prossime settimane, tra cui rododendro, collezioni di lillà, ortensie, spiree, viburni, osmanti, peonie, rose rampicanti, pruni e meli da fiore, e un centinaio di magnolie caducifoglie, ultimo grande amore del professor Viatori, appassionato di botanica e creatore di questo affascinante parco urbano. E ancora l’ombrosa e sempre fresca valle delle azalee, il laghetto delle ninfee e il roseto, solo per citare alcune delle meraviglie del Giardino che presto saranno in fiore. Info: www.fondazionecarigo.it

Dove sono dirette queste migrazioni? Seguono il flusso delle migrazioni economiche dei rifugiati politici e dei profughi di guerra. L’anno scorso 258 milioni di persone hanno lasciato il loro paese di nascita per vari motivi: il 60% era concentrato in Asia, il 58% in Europa. In America sono 58 milioni e in Africa 25 milioni. 4


I novant’anni di Sergio Tavano: i migranti? Dobbiamo sempre trattarli come ospiti della città di Vincenzo Compagnone

Un uomo di straordinaria cultura, capace di tenerti incollato alla sedia per ore con i suoi racconti, le analisi sempre lucide. Un intellettuale mitteleuropeo che ha dedicato la sua vita a studiare la storia, senza peraltro trascurare la famiglia o snobbare hobby e passioni: da Bach alla montagna, dalla cucina alla… Juventus. Il professor Sergio Tavano ha festeggiato il mese scorso il traguardo dei 90 anni, attorniato dai familiari, dagli amici, dagli abitanti di San Rocco. Abbiamo trascorso con lui una mattinata al caffè Garibaldi, ascoltando tanti aneddoti della Gorizia che fu. E’ di questa che il professore preferisce parlare. Su quella odierna (“Senza voce e senza strumenti”) sembra quasi soffermarsi di malavoglia, con uno sguardo amaro. Non volevamo, in realtà, fargli un’intervista: ma solo gli auguri e una piacevole chiacchierata. Avevamo pensato di dedicargli un omaggio su questo giornale estrapolando alcune sue considerazioni da libri, articoli, interviste. Impresa non facile, visto che al suo attivo ne ha più di mille. Una piccola sintesi del Tavano-pensiero, con qualche aggiunta scaturita da quel colloquio davanti a un caffè. Ve la proponiamo così, per capitoletti, scusandoci per le omissioni.

Salisburgo o Lubiana, quando in quest’ultima, che pure è la capitale della Slovenia, si è rivelato un fallimento. Per agevolare i turisti sarebbe bastato sistemare meglio lo spiazzo davanti alla porta Leopoldina o piazzale Seghizzi. A parte che puntare solo sul Castello come elemento identificativo della città è poco, ed è una contraddizione il fatto che non ci siano nel borgo un ristorante o un locale degni di questo nome”.

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IL NAZIONALISMO 2.0 – “C’è questo rigurgito di nazionalismo in città, che è una cosa molto triste, povera. Fatto di disprezzo verso gli altri, come se appartenessero a un’altra razza. Dovremmo ricordarci che il nazionalismo è ciò che ha distrutto la nostra civiltà. In passato Gorizia era caratterizzata dal suo plurilinguismo, ma senza che ci fosse un senso di appartenenza etnica, cioè il fenomeno di sentirsi esclusivamente italiani, o sloveni, o tedeschi. C’era una partecipazione omogenea alla cultura, dove nessuna componente prevaricava sulle altre. Oggi leggo delle cose che non possono essere condivise, come per esempio il voler etichettare la Decima Mas come “quelli che salvarono la città”. Io me li ricordo, sfilare in centro cantando canzoni tedesche. Sotto un certo aspetto facevano anche pena. Ma da qui a definirli i “liberatori”…”.

I QUARTIERI-DORMITORIO – “Secondo me a Gorizia negli anni 20 e 30 sono stati compiuti degli errori, ma più ancora nel secondo dopoguerra, con la costruzione dei quartieri-dormitorio al di là della linea delle caserme. Gli amministratori dell’epoca hanno sbagliato a creare i quartieri popolari come Sant’Anna, perché la città si è ingrandita in superficie senza essere soggetta a un flusso immigratorio che giustificasse simili operazioni. E il risultato di questo sviluppo forzato è stato il grave svuotamento del centro storico. Col prolungamento del precorso degli autobus e le necessità di usare l’auto per un qualsiasi spostamento, mentre Gorizia è una città che si dovrebbe percorrere tranquillamente a piedi”.

LA CULTURA – “La nostra città non è votata né al settore industriale né a quello commerciale di largo respiro, e deve puntare su qualcosa di specifico per la sua natura. Proponendosi come centro culturale, richiamando un turismo legato alla cultura che ha necessità di spazi per congressi. La stessa Università è emarginata e anche quando la città organizza manifestazioni importanti né i professori né gli studenti vengono adeguatamente coinvolti. E’ una struttura che non partecipa alla vita della città e viceversa”. LA CADUTA DEL CONFINE – “Nei rapporti con la Slovenia sono stati effettuati dei timidi passi avanti, ma non sono state ancora colte le straordinarie opportunità di un territorio che dovrebbe partecipare alla stessa vita organizzata. Io avrei progettato, per esempio, un ospedale unico sin da quando esisteva ancora il Civile di via Vittorio Veneto, distante appena 200 metri da quello di San Pietro. Ancor oggi la collaborazione è quasi inesistente. E anche i sistemi di trasporto andrebbero resi comuni. Ma i goriziani hanno ancora molti pregiudizi, molte resistenze. Non sono neppure a conoscenza degli eventi culturali che si tengono a Nova Gorica”. LE PIAZZE, IL CASTELLO, L’ASCENSORE – “Dal punto di vista urbanistico Gorizia non ha mai avuto una piazza centrale, o l’ha tradita. Prima aveva piazza Duomo, poi piazza Grande, ma la nascita della ferrovia allungò la città verso sud, tant’è che il baricentro della città divenne l’incrocio fra corso Verdi e via Garibaldi. Ma non c’è uno slargo. Si sarebbe dovuto forse creare in quel luogo una piazzetta di sosta, prima della zona pedonale che è stata comunque una buona idea. Piazza Vittoria, invece, con la parziale pedonalizzazione è stata impoverita. E si è voluto realizzare un ascensore che, senza i parcheggi sottostanti, non sarà altro che un’opera inutile e dai costi enormi. Come a voler scimmiottare città tipo

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Il professor Sergio Tavano 5


L’incontro con gli studenti del Paolino d’Aquileia I ragazzi delle ultime classi del Liceo Linguistico Paolino d’Aquileia, che hanno ospitato nell’istituto di via Seminario la nostra redazione l’8 marzo scorso, hanno tradotto impressioni e commenti sull’incontro in una serie di temi. Riportiamo qui i brani più significativi di alcuni scritti. Ringraziamo la professoressa Liviana Cechet per la preziosa collaborazione.

devono tuttora – fare richiesta alla Prefettura di Gorizia per ottenere l’asilo politico. Sono sorte così delle strutture di accoglienza, la principale delle quali è il Nazareno, dove c’è una scuola in cui si parla di cultura politica con i rifugiati. Si insegna cos’è una democrazia e, a loro volta, gli immigrati parlano della loro esperienza sotto una dittatura. Al Nazareno ci sono circa 170 richiedenti asilo e una ventina di persone che prestano volontariato. Vengono organizzate diverse attività di carattere artistico, musicale e sportivo. Nell’incontro è stato rimarcato come debbano essere sfatati tutta una serie di stereotipi, tipo “Agli immigrati danno 35 euro al giorno” (in realtà sono soltanto 2,5, i 35 vanno alla struttura che li ospita), “Hanno tutti cellulari costosi” (la maggior parte sono rigenerati, e poi è l’unico modo per mantenere i contatti con la loro famiglia), “Nel nostro territorio ci sono troppi immigrati” (in provincia di Gorizia sono appena lo 0,7% della popolazione). Hanno parlato poi due immigrati che hanno appena ottenuto la protezione internazionale. Ismail, scappato da una situazione critica in Pakistan, ha raccontato delle sfumature della sua vita ed è stato sorprendente l’uso della parola “sorriso” in molte sue frasi. Ci ha fatto capire che lui è venuto in Italia per trovare la pace, il sorriso appunto, vista la difficoltà della vita nel suo Paese. L’altro ragazzo, Saqib, laureato in economia, ha parlato della sua esperienza sotto un regime dittatoriale affermando di credere nell’Italia, per l’apertura mentale dei suoi abitanti e perché la ritiene un Paese stupendo. In conclusione, penso che sia opportuno informarsi della situazione di questi immigrati da fonti certe. Non bisogna discriminare queste persone perché sono persone come noi e non alieni. (Lorenzo)

“Ricordiamoci di quando i migranti eravamo noi” Ogni giorno mi imbatto in qualche gruppetto di immigrati. Al primo impatto mi sento spaventata, e le storie di cronaca su aggressioni anche alla luce del sole riecheggiano nella mia testa. Ma poi penso che anche noi, popolo italiano, in passato abbiamo attraversato una situazione praticamente identica quando ci siamo trovati a dover emigrare in America a cercar fortuna. Non dobbiamo, quindi, discriminare chi sta vivendo una condizione analoga, anche se è indubbio che cresce anche nel nostro Paese una sempre più diffusa intolleranza verso il diverso, l’odio verso chi viene visto come “invasore”, il linguaggio sempre più violento che mette poveri contro poveri, che vorrebbe difendere i nostri presunti valori negando il valore di altri esseri umani. E’ indispensabile una lettura attenta del fenomeno migratorio, comprendere il perché di tante reazioni negative all’accoglienza. E occorre studiare le cause delle migrazioni forzate individuando possibili soluzioni, perché bisognerebbe prima di tutto assicurare alle persone il diritto a non essere costrette a emigrare. Bisogna conoscere molto bene le storie dei loro Paesi per poterli aiutare sul serio. Le differenze, attraverso la conoscenza e il dialogo, possono essere anche stimolo per un arricchimento. Durante l’incontro con la redazione del magazine Gorizia News&Views, sono rimasta molto colpita dalla storia di Youssof. Il suo personale riscatto è stato di ispirazione prima di tutto per gli altri migranti ma anche per noi, che diamo per scontate le piccole cose di cui per fortuna disponiamo, quando c’è gente che darebbe tutto per averle, e magari in tutto il male scopre una passione e ne fa la propria vittoria personale. Mi hanno colpita anche i due immigrati presenti all’incontro, Ismail e Saqib, il loro modo di fare educato e composto, e il loro modo di porsi dolce e disponibile. Trovo che la loro collaborazione al magazine sia molto importante per gli altri richiedenti asilo, che si sentono in qualche modo rappresentati da loro di fronte alla cittadinanza. Non meno significativo è il nobile gesto di chi ha ideato la rivista a volerli coinvolgere in questo progetto. E’ un grande passo e un avvicinamento alla loro cultura e alla loro fiducia. Concludendo, è stata un’esperienza commovente e umanamente molto importante”. (Diletta)

“L’importante è non generalizzare mai” L’immigrazione è un tema d’attualità molto delicato e molto presente sul territorio italiano, poiché il nostro paese è il punto più vicino da raggiungere tramite il Mediterraneo, luogo in cui ogni giorno gente naviga in cerca di salvezza in Europa a causa della povertà e delle guerre nella loro terra natia. L’Italia poi è interessata anche dal flusso migratorio proveniente dal Medio Oriente, attraverso la Rotta Balcanica. Il nostro Paese è una delle mete europee più comuni per gli immigrati perché siamo uno dei pochi Stati europei che non hanno chiuso le frontiere. Dopo i molteplici attentati terroristici di matrice islamica avvenuti in Europa, il fenomeno dell’immigrazione è diventato un problema sociale ancor più grosso che ha creato spaccature nella società, alimentando il razzismo e creato stereotipi che non favoriscono per niente l’integrazione di queste povere persone che scappano dal loro Paese rischiando la vita per trovare un posto migliore. Nella sede del nostro liceo ho assistito alla presentazione del mensile Gorizia News& Views, il nuovo giornale goriziano incentrato sul fenomeno dell’immigrazione e sulla condizione dei richiedenti asilo. Questa è una forma di integrazione sociale perché all’interno della redazione lavorano anche due ragazzi pakistani, Ismail e Saqib, che ci hanno raccontato la loro vita, le loro esperienze, il motivo della fuga, il loro viaggio per la salvezza e le loro idee sull’immigrazione. “Le spese per il viaggio lungo la rotta

“Sfatati tanti luoghi comuni” Grazie all’incontro con la redazione di Gorizia News&Views abbiamo appreso molte cose sul fenomeno migratorio. Un problema che ha avuto inizio nel 2014 a Gorizia quando fu allestita inizialmente una tendopoli che ospitava un centinaio di migranti. Negli anni seguenti il numero degli immigrati è aumentato, la maggior parte di questi peraltro erano solo di passaggio perché, provenendo per lo più dalla rotta balcanica, dovevano – 6


Sono venuti nella nostra scuola i giornalisti di Gorizia News&Views, il direttore de ‘’Il Nazareno’’ e due immigrati pakistani a dialogare con noi sul tema dell’immigrazione. Ci hanno raccontato come si svolge il viaggio fino in Europa, e come i loro genitori investono nel loro futuro pagando la tratta fin qui. È stata illustrata anche la vita nei centri d’accoglienza, le regole che devono rispettare e i soldi che ricevano al giorno (giusto il denaro per comprarsi due biglietti dell’autobus). Dopo la presentazione più ‘’teorica’’, i due ragazzi pakistani ci hanno raccontato la loro storia, del perché sono scappati dalla loro terra e hanno lasciato i loro parenti, riportando pensieri e speranze. Mi ha toccato molto il racconto di Ismail, il quale ci ha detto che quando era piccolo e c’era la guerra, per strada vedeva le teste mozzate delle persone uccise. Parlava con tono sereno, come se avesse una fiducia nell’avvenire tale da credere che non vedrà più orrori simili e che il suo futuro sarà, si incerto e pieno di ostacoli, ma che in Italia potrà essere felice, in uno Stato dove c’è più libertà, i diritti umani vengono rispettati e dove ci si può esprimere senza timore. Mi è piaciuta molto anche la frase che ha detto l’altro pakistano, Saqib: la globalizzazione ha conseguenze anche positive, come il fatto che l’idea dell’essere tutti cittadini del mondo si stia diffondendo. Siamo tutti uguali noi e loro, con ‘’noi’’ e ‘’loro’’ voglio dire di ogni razza, gruppo religioso ed etnia, siamo essere umani tutti, con paure, rimpianti, sogni, ideali e limiti. Ho apprezzato molto l’intervento dei due ragazzi pakistani, nei giorni successivi ho riflettuto molto e ho capito che si commette spesso lo sbaglio di non distinguere le persone immigrate, ma di classificarle come un gruppo forse pericoloso perché estraneo. Ma noi non le vediamo le diversità, perché li identifichiamo tutti nella parola ‘’immigrati’’. Invece dovremmo cercare di vedere, in questo ‘’gruppo indistinto di gente’’, persone singole con le loro caratteristiche, difetti e potenzialità ed accettarle nella nostra società, perché sicuramente ci potrebbero arricchire e aiutarci a migliorarla. (Beatrice)

balcanica possono arrivare fino a 13.000 euro” ha detto Saqib. Entrambi sono scappati dal loro Paese per evitare i reclutamenti da parte dei talebani e per avere maggiore libertà di pensiero e di parola. Saqib ci ha detto che nel suo Paese è rischiosissimo scrivere ciò che si pensa soprattutto se è qualcosa che ha a che fare con la religione: se si vuole esprimere la contrarietà verso certi aspetti del fondamentalismo islamico, si rischia la morte. In Italia, entrambi si sono sentiti più liberi, però hanno notato sin da subito che le persone li guardavano in malo modo ed erano pochi quelli che rivolgevano loro un sorriso, uno sguardo, un saluto. Ismail ha detto “voglio vedere i vostri sorrisi, perché mi rendono felice e ancora più contento di essere qui a Gorizia”. Concludo con ciò che ha detto Saqib: “Esistono immigrati buoni ma anche immigrati cattivi e questo bisogna accettarlo: è la vita, l’importante è non generalizzare e non fare di tutta l’erba un fascio”. (Edoardo)

“Le nuove generazioni hanno la mente più aperta” “Non facciamo di tutta l’erba un fascio”: questo lo slogan del nuovo giornale incentrato sul fenomeno dell’immigrazione e sulla condizione dei richiedenti asilo, “Gorizia News and Views”, con il quale ci siamo incontrati. L’immigrazione è un tema molto discusso, specialmente in questi ultimi anni, durante i quali molti partiti lo hanno messo al centro della campagna elettorale, con continui dibattiti tra chi è favorevole all’accoglienza e chi invece chiede di chiudere le frontiere, di costruire muri, di espellere queste persone viste da loro solo come delinquenti. Ultimamente si grida all’invasione e sostituzione etnica, a causa dell’alto numero di sbarchi, quando in realtà molte di queste persone sono in Italia solo di passaggio e quelli che ci rimangono sono comunque un numero molto ridotto in proporzione alla popolazione italiana. Questo solo uno dei tanti pregiudizi che i redattori del giornale vogliono smontare. Il loro scopo infatti mi ha colpito molto: far conoscere alle persone la realtà delle cose. Mi è piaciuto particolarmente il video che ci hanno mostrato in cui un’attrice abbatte questi stereotipi in chiave ironica. L’obbiettivo inoltre è stato soprattutto dare voce proprio agli immigrati e farci conoscere le loro storie. Storie di persone come noi che hanno dovuto lasciare il loro paese per guerra o povertà o semplicemente per cercare delle condizioni di vita migliori. Come nel caso di Saqib e Ismail, che vengono dal Pakistan , dove hanno conseguito dei titoli di studio, ma che hanno dovuto lasciare per le difficili condizioni economiche e le quotidiane violazioni dei diritti umani. Mi hanno colpito soprattutto per il loro desiderio di portare un messaggio di pace, di trovare il sorriso, e la voglia di integrarsi. Mi ha toccato poi la loro risposta riguardo al fatto che molti italiani puntino il dito contro di loro; hanno risposto che lo capiscono, poiché la paura del diverso è un atteggiamento naturale di tutte le popolazioni, ma sanno che sono accoglienti verso chi porta un messaggio di pace. Purtroppo in Italia è molto diffusa la xenofobia, causata anche dal fatto che molti crimini sono ad opera di immigrati irregolari, cosi si generalizza e si considerano “cattive persone” tutte quelle con determinate caratteristiche etniche e culturali: ma, come dice appunto lo slogan del giornale, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. Ciò che penso quindi, e che credo sia un messaggio importante, è che abbattere i muri e conoscere il “diverso” ci può arricchire come persone. Per fortuna le nuove generazioni hanno la mente più aperta, ed è proprio questa la speranza per un futuro fatto di accoglienza e integrazione. (Matteo)

WEB COAST Morti, migliaia di sfollati, civili torturati, combattenti curdi decapitati, jihadisti per le strade di Afrin. Questa è la Turchia (Paese membro della Nato) del ditttatore Erdogan, carceriere di migranti e rifugiati per conto dell’Europa e massacratore del popolo curdo. (Adil, Twitter). Maria Elisabetta Casellati, neo presidente del Senato, e quindi vice-capo dello Stato, è una berlusconiana della prima ora, militante in forza Italia dagli albori nel 1994 e artefice delle leggi ad personam che hanno salvato l’ex cavaliere. Quando era sottosegretario alla Salute in un governo Berlusconi ha anche fatto assumere la figlia al ministero per un anno di stipendio. (Alan Friedman, Facebook). E’ morta a 31 anni, una donna nigeriana, incinta di 7 mesi e gravemente malata di linfoma. Mentre attraversava le Alpi, per cercare di raggiungere la sorella, la polizia francese l’ha fermata e riportata davanti al centro di accoglienza di Bardonecchia. Il figlio è nato col parto cesareo, pesa 700 grammi. Sua madre non ce l’ha fatta. Queste cose, nel 2018, non devono accadere. Non in Europa. (Lorenzo Andreini, Facebook). Migliaia di ragazzi hanno marciato contro le armi in una Washington disertata dalla politica. Il Congresso deserto, Trump in Florida a giocare a golf. Voci di coloro che gridano nel deserto. (Vittorio Zucconi, Twitter).

“Giovani che ci possono arricchire” 7


L’arte russa (ma al tempo degli zar) piomba anche a Villa Coronini Una mostra e progetti per valorizzare il parco nei programmi della Fondazione di Federica Valenta lerà la Fondazione quest’anno?

Vari palazzi tra Gorizia e la Slovenia, a cominciare da Villa Coronini e dal grande parco da 46.000 metri quadri, per continuare con Villa Louise, Casa Rassauer e (ahinoi), la storica Villa Frommer ridotta a uno scheletro spettrale dopo un incendio. questo l’immenso patrimonio della Fondazione Coronini, una delle realtà culturali più rappresentative di Gorizia. Incontriamo Enrico Graziano che da anni dirige la Fondazione con il non semplice compito di far quadrare in modo armonioso cultura ed economia.

Le scuderie e la Villa ospiteranno da aprile a novembre una bella mostra intitolata “L’eredità russa dei conti Coronini: opere d’arte e oggetti preziosi dall’impero degli zar”. L’esposizione raccoglie il lascito del Conte Eduard Cassini, gentiluomo di camera e capo della cancelleria delle cerimonie di corte dello zar Alessandro VI. Il patrimonio già appartenuto alla defunta moglie Zoe Bibikava, discendente da una stirpe legata all’alta nobiltà russa, fu per metà ereditato da Olga Westphaken Furstenberg, madre del Conte Guglielmo Coronini. Partendo dallo studio dei documenti e dall’analisi degli oggetti, il nostro intento non è solo quello di portare il visitatore a scoprire la storia di una famiglia di origine italiana che trovò la propria fortuna a servizio degli zar, ma anche quello di offrire uno sguardo sul gusto e sullo stile della società aristocratica russa dall’inizio del XIX secolo alla vigilia della Rivoluzione Russa. Potranno quindi essere ammirati dipinti, suppellettili d’arredo, argenti, orologi e gioielli. Credo sia molto importante la scelta di utilizzare materiale proprio della Fondazione, perché in questo modo cerchiamo di cogliere l’occasione per esporre molti beni solitamente custoditi nei depositi e non visibili al pubblico. Così facendo l’allestimento della mostra ci dà la possibilità di restaurare, come già accadde per le mostre passate, pezzi particolarmente importanti tra i quali voglio menzionare una scenografica consolle settecentesca in legno dorato e porcellana.

Entrando nella villa di viale XX settembre non possiamo non notare l’immenso lavoro che state realizzando nel parco… E’ vero, l’intervento parte dalle impellenti necessità derivate dalla tromba d’aria del giugno 2017 che ha pesantemente danneggiato piante ed alberi, ma il progetto a cui ci rifacciamo è un Masterplan del 2009 curato dal professor Antonini. Solamente ora quindi, grazie ad una collaborazione quinquennale con la Guardia Forestale e l’autorizzazione della Sovrintendenza possiamo mettere in atto quanto da tempo volevamo realizzare. L’idea è molto positiva, ma un parco di queste dimensioni e di questa rinnovata bellezza merita di essere protagonista nella vita goriziana. L’intento è proprio questo: restituire alla comunità goriziana il parco arricchendo l’offerta culturale che lo vedrà punto nevralgico. Si rinnoverà sicuramente la collaborazione con il Premio Amidei, ma molte altre sono le iniziative che intendiamo proporre, tra queste tengo particolarmente a ricordare il Premio Coronini , ideato dal direttore della Casa delle Arti, Claudio Liviero e intitolato al conte Guglielmo, che ci permetterà di ospitare il vincitore del primo concorso internazionale per giovani talenti della musica, in programma dal 26 al 29 aprile, per un concerto nel parco. Abbiamo poi un progetto di passeggiate musicali e una fattiva collaborazione con Giardino Viatori per la realizzazione di un percorso tra giardini e parchi goriziani.

Come sarà articolato l’allestimento espositivo? L’esposizione si snoderà tra le scuderie e la Villa ma vedrà coinvolto anche il parco che, come accennavo prima ospiterà, l’esibizione del vincitore del Premio Coronini che per l’occasione sarà proprio dedicata ad arie russe. Per realizzare tutto questo è stata importantissima la collaborazione dell’Archivio di Stato di Gorizia e il coinvolgimento della Scuola Merletti che si impegnerà nella realizzazione di oggetti in merletto ispirati alle opere in mostra. Un’ ultima considerazione generale, direttore. Gorizia e la cultura, quali possibilità e quale futuro?

Per quanto riguarda invece i beni immobili quali sono i progetti in cantiere per il 2018?

Gorizia è una città che dal punto di vista culturale può offrire molto. Al momento ci troviamo con molte Associazioni e Fondazioni che si muovono ognuna in base ad un proprio schema, senza danneggiarsi una con l’altra ma senza nemmeno riuscire a creare un vero e proprio sistema. Ciò che manca, ed è sempre mancata, è una regia che sia in grado di coordinare sia le iniziative culturali sia banalmente il biglietto di accesso ai Musei e alle Mostre. Per evidenti ragioni questo ruolo non può che essere assunto dal Comune.

Finalmente potremo procedere, come è ormai noto, con il restauro di Villa Louise, destinata a diventare la sede di un incubatore per le start up culturali e per le imprese creative e residenze d’artista. Per quanto riguarda invece Casa Rassauer, in Borgo Castello, al momento abbiamo ottenuto il rimborso assicurativo che andrà a coprire il costo del rifacimento del tetto danneggiato dall’incendio, lavori che stanno per iniziare; mentre la Regione contribuirà in maniera sostanziosa con un contributo pari a 450.000 euro che stimiamo essere un importo corrispondente a circa i ¾ del costo di ristrutturazione.

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Si è parlato dell’edificio come possibile sede dell’Enoteca dell’Impero… Siamo in attesa del decreto attuativo senza il quale è del tutto prematuro parlare di quella che sarà la destinazione d’ uso. Passiamo all’attività strettamente culturale: cosa ci rega-

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Movida notturna, tasto dolente per gli studenti tranne rare eccezioni Ci sarebbe la più dinamica Nova Gorica, ma mancano i trasporti pubblici di Timothy Dissegna “Oggi ho scoperto che a Gorizia esiste un comitato anti-movida notturna. Che è tipo come aprire una sede del CAI a Ibiza”: è una frase comparsa l’anno scorso sui social network, in risposta alle aspre proteste di alcuni cittadini per il rumore provocato dai locali dopo una certa ora. Diciamocelo chiaro: il capoluogo isontino non è celebre per la propria vita notturna e i giovani lo sanno bene. In particolare quelli che vengono da altre parti d’Italia, per studiare nei due poli universitari degli atenei di Udine e Trieste qui presenti. Stiamo parlando di circa 2 mila studenti, spalmati tra i corsi di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche, Architettura, Relazioni Pubbliche, DAMS e le relative magistrali. Molti di questi, in particolare quelli frequentanti l’ex seminario di via Alviano, sono fuori-sede e tra le domande topiche che ci si fa, giunti in città per la prima volta, c’è “dove trascorro il sabato sera?”. Non è raro sentire qualche goriziano chiedersi dove stiano tutti questi ragazzi e ragazze, sia perché è evidente a tutti la scarsità di scelta dei posti dove trovarsi, sia perché c’è una generale tendenza a non vedere queste persone durante il giorno in giro per la città. Quest’ultimo punto ha una soluzione molto semplice: per chi si trasferisce a Gorizia, spesso e volentieri le sedi universitarie diventano una sorta di seconda casa, poiché tra lezioni e ore passate a studiare in aula studio, lì ci si mette radici. Resta quindi la sera per uscire e svagarsi. E torniamo al punto di partenza. La prima tappa del nostro tour alla scoperta della vita notturna studentesca passa per uno dei locali isontini più celebri: il bar Enigma, che per chiunque ci sia entrato almeno una volta si chiama solo “Ema”, dal nome del suo proprietario Emanuele Traini. Chi passa per la zona del Teatro Verdi la sera dei mercoledì o dei weekend conosce bene la marea umana che si forma attorno all’ingresso del bar, spesso perché i due suoi due piani sono già affollatissimi. Si tratta di uno dei punti di ritrovo più gettonati tra i ragazzi, studenti e non, che vogliono restare svegli fino a tardi. A distanza di pochi metri, in via Garibaldi, si trova un altro locale molto in voga tra i giovani: il Cafè La Chance di Desmond Cache, meta di tantissimi aperitivi al termine di intense giornate di studio. Anch’esso è frequentato fino a tardi dai propri giovani clienti, i quali collaborano spesso con lo stesso Des in molte occasioni: aperitivi di associazioni universitarie, esposizioni di lavori di quest’ultime – com’è ora con alcuni lavori realizzati dall’Associazione degli Studenti di Architettura di Gorizia (ARGO) – e tanto altro. Una partnership con i gruppi studenteschi c’è anche tra l’Hendrick’s di via Mazzini e l’Associazione degli Alunni e Studenti di Scienze Internazionali e Diplomatiche (ASSID), i cui tesserati hanno sconti in occasione dei Baccanali i giovedì sera, appuntamento a tema musicale anch’esso molto gettonato. La centralità dei locali sopracitati – e soprattutto il fatto di essere vicinissimi alla Casa dello Studente – fa sì che siano automaticamente i più affollati. Gorizia ha però

l’unicità di continuare anche oltreconfine, nella più dinamica e vivace Nova Gorica, per cui non è raro vedere qualche fuori-sede sconfinare in questa direzione. Gli amanti delle serate tranquille in compagnia puntano al bar Bordò, conosciuto dai più come quello della stazione dei treni Transalpina nell’omonimo piazzale: il costo inferiore della birra rispetto all’Italia e un biliardo all’interno sono due degli elementi preferiti dai suoi frequentatori. Il tutto unito alla sensazione di trovarsi nel cuore dell’Europa, dove non esistono più i confini e andare in un altro Paese per prendere un caffè è normale. Per chi poi vuole inoltrarsi “più a fondo” in Slovenia, il Fabrika nella piazza centrale della città è una delle mete più “esotiche”. Arrivarci in auto è più facile, ma molti fuori-sede al massimo hanno una bici a Gorizia, per cui è più raro vederne qualcuno da queste parti; stesso discorso per l’unica discoteca nel raggio di qualche chilometro, il Magma X, difficilmente raggiungibile se non si è auto-muniti o disposti a pagare un taxi. La questione dei mezzi pubblici su entrambi i lati del confine, dopo quella della movida notturna, è sicuramente una triste storia per chi vuole spostarsi la sera da un capo all’altro della città. Tornando in Italia per l’ultima tappa del nostro giro esplorativo, c’è da citare uno dei posti che più di tutti rappresenta un punto fermo per tutti quei ragazzi che vogliono organizzare una serata tra amici: il Punto Giovani di via Vittorio Veneto. Qui c’è infatti la possibilità di prenotare gratuitamente la sala al piano terra per organizzare eventi, cosa per cui le associazioni del SID sono piuttosto famose: dagli SconfinArte – serate a tema con musiche, letture e piatti fatti in casa – organizzati dalla redazione del giornale Sconfinare; alle serate etniche di Francophonie, l’associazione di amanti della cultura francese, e tantissimi altri appuntamenti ancora. Tutti aperti anche al resto della cittadinanza, giusto per sfatare il mito che gli universitari amano vivere nella propria bolla. ©RIPRODUZIONE RISERVATA Gorizia News & Views è reperibile in forma cartacea nei seguenti punti di distribuzione: Biblioteca statale isontina di via Mameli, Kinemax di piazza Vittoria, librerie Leg, Voltapagina e Ubik di corso Verdi, Kulturni Dom di via Brass, Casa delle Arti di via Oberdan, bar Torino di corso Italia, bar Aenigma di via Nizza, atrio del Municipio, negozio Il Laboratorio di piazza Vittoria, Wienerhaus di piazza Cesare Battisti, tabacchino Da Gerry di via Rastello. E’ consultabile on line all’indirizzo:

https://issuu.com/gorizianewsandviews Gorizia News & Views

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San Giuseppe, quando in una parrocchia goriziana ci si sente come a casa di Ismail Swati e Rafique Saqib La chiesa di San Giuseppe Artigiano, a Straccis, è un posto unico a Gorizia dove persone di tutti i colori, etnie e religioni sono accolte a braccia aperte. Grazie a Don Vittorio Toninandel e alla sua parrocchia per aver fornito un rifugio per gli stranieri come noi dal vicino centro di accoglienza Al Nazareno per richiedenti asilo. Questo oratorio è forse l’unico posto che ci offre l’opportunità di incontrare i nostri vicini: dove possiamo imparare l’italiano, fare sport, partecipare alle attività sociali e sentirci parte della comunità locale. L’11 marzo gli editori di “Gorizia News & Views” e i volontari di “Optimistic Youth Network” hanno organizzato e partecipato al secondo incontro in programma, dopo che nel primo meeting (dicembre 2017), avevamo avuto la possibilità di presentarci e di esporre i problemi che abbiamo affrontato e che hanno portato al viaggio per ricercare rifugio in Europa. Abbiamo discusso della situazione sociopolitica nei paesi asiatici, in particolare in Pakistan e in Afghanistan, da dove proviene la maggior parte dei richiedenti asilo in questa regione. Abbiamo parlato dei problemi che abbiamo affrontato nei nostri paesi, tra cui una guerra civile di lunga data in Afghanistan; operazioni militari continue e mancanza di sicurezza nelle regioni limitrofe del Pakistan; crescente fanatismo religioso e persecuzione delle minoranze; terrorismo; violenti conflitti etnici; censura e violazione dei diritti umani da parte dello stato del Pakistan. Abbiamo anche parlato di altri importanti fattori, ad esempio povertà, sovrappopolazione e disastri ambientali, che portano a una catena di migrazione in tutto il mondo. Nella sessione di domande-risposte, la comunità locale ha condiviso le proprie opinioni sull’importanza di questi incontri tra migranti e abitanti del luogo per avere una migliore comprensione reciproca. Alcuni partecipanti del settore educativo hanno proposto un’idea per creare una sessione interattiva per gli studenti al fine di guidare meglio la generazione futura sul fenomeno migratorio. Hanno concluso che la paura creata dai mass media ci sta dividendo, e abbiamo bisogno di diffondere consapevolezza per contrastare la loro falsa narrazione. Nella seconda parte, abbiamo esposto le opere d’arte create dal nostro team tra cui dipinti, sculture, modelli e un brano musicale nell’oratorio della chiesa. C’erano circa 60 pezzi presentati e molto apprezzati dai visitatori, in particolare le opere di Abdul Haya Hamed, un pittore di Bamiyan (Afghanistan) e Ismail Swati di Swat, in Pakistan. È interessante notare che entrambe queste città furono devastate dai talebani (una milizia composta da fanatici religiosi), che distrussero i manufatti storici dal periodo buddista e proibirono ogni forma di arte e musica durante il loro dominio in queste regioni. Dietro a tutte queste opere d’arte l’ispirazione e la motivazione provengono da un grande artista, il signor Renato Elia, presidente dell’associazione “Tutti Insieme” che gestisce una scuola d’arte e educazione civica nel Nazareno insieme ai ragazzi del nostro gruppo “Optimistic Youth Network “. Questa scuola è ora organizzata dai ragazzi stessi che stanno insegnando educazione civica ai nuovi arrivati e​​ facendo volontariato insieme. Queste attività forniscono ai ragazzi una piattaforma per fare qualcosa

di positivo e costruttivo per la società che ha dato loro un riparo. Al termine, una famosa canzone italiana “Che Sara Sara” è stata cantata dal nostro gruppo musicale, guidato dal chitarrista Aziz Alizada e anche i partecipanti hanno preso parte al canto, anche se confessiamo che la seconda esibizione è stata un po ‘ fuori dal ritmo. Alla fine, vorremmo ringraziare e apprezzare molto il duro lavoro e la dedizione di Susanna e Giorgio di Straccis per l’organizzazione e la realizzazione di tutti questi eventi. E infine, ma non meno importante, un ringraziamento speciale per la partecipazione della nostra elegante nonna, Marisa Tonutti, che ha compiuto 79 anni il 24 marzo, quindi le auguriamo un felice compleanno. La nostra nonna è sempre piena di amore e di gentilezza per tutti quei bambini e ragazzi stranieri che vengono in chiesa, portando biscotti e caramelle per loro e facendoli sentire come a casa. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Con qualche ramazza in più Non può essere il volontariato a togliere le castagne dal fuoco ai partiti e alla politica. Nella nostra Costituzione i padri fondatori inserirono, con intuizione ed intelligenza, al primo punto il “lavoro”e a seguire nell’art. 4. “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto…” Perché? Noi esseri umani siamo figli della giungla, di quella Natura che a causa della fame ci obbliga ad essere degli aggressori di sintema. Possiamo resistere a molte sofferenze ma non alla necessità del cibarsi. Nell’attuale periodo storico tra globalizzazione, finanza creativa, automatizzazione, robotica, delocalizzazioni e speculatori il cittadino-lavoratore è estromesso, del tutto, dal processo lavorativo creando una situazione allarmante di conflittualità sociale. Questa aggressività può e deve essere mitigata con l’attività produttiva. Una parte delle nostre tensioni hanno bisogno di trovare vie più costruttive, altrimenti le contese diventeranno padrone del quotidiano. L’ostilità esasperata porta a nuove diatribe e i fatti criminosi stanno invadendo le nostre famiglie, le nostre strade e con il problema immigrazione tutti invocano la sicurezza... non abbiamo bisogno di più sicurezza ma di più lavoro che sia aziendale o di utilità sociale, dobbiamo passare il tempo con la certezza della ricompensa che è il giusto guadagno del nostro operare. Non abbiamo bisogno di elemosine ma sentirci parte attiva della società, vogliamo essere protagonisti del futuro democratico magari spazzando le vie delle nostre città, da mane a sera. In fondo la ramazza è una delle poche armi a disposizione della Democrazia. (re) 10


Mario Giacomelli – il poeta del bianco e nero

loro quotidiana e umana aspettativa che il tempo faccia la sua parte. “Quello che mi importa è l’età, il tempo. Tra me e il tempo c’è una discussione sempre aperta, una lotta continua. L’ospizio me ne dà una dimensione più esatta.” Ogni racconto fotografico è titolato con una poesia di un autore famoso. Nel caso dell’ospizio il titolo è “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” di Cesare Pavese. Anche la sua descrizione della natura è una narrazione per simboli. A lui non interessa la descrizione puntuale della realtà, ma ciò che gli elementi naturali contengono a livello evocativo: la nascita come la morte, la forza come la sofferenza. La potenza descrittiva degli elementi naturali viene da lui usata come forte metafora del ciclo della vita. Il percorso fotografico di Giacomelli si è mosso attraverso una continua ricerca di temi e di spunti interpretativi che lo hanno portato ad essere considerato uno dei maggiori esponenti del nuovo filone del cosiddetto “realismo lirico” in opposizione al filone che aveva preso le origini da Cartier Bresson. L’arte fotografica di Giacomelli è considerata una “letteratura per immagini”. Le sue opere sono esposte in molti musei tra cui il Moma di New York. Il suo stile fotografico è inconfondibile, potrebbe far pensare ad una fotografia approssimativa, poco attenta alle famose “regole”, ma proprio per questo riesce a trasmettere un’immediata lettura che trascende l’immagine stessa per colpire l’inconscio e costringerlo ad un’analisi simbolica dei segni rappresentati nelle immagini stesse. Le sue fotografie appaiono spesso come delle grafiche, dei bozzetti della realtà ma riescono ugualmente a contenere tutto ciò che serve alla loro interpretazione. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

di Felice Cirulli Se proviamo ad immaginare un poeta che compone i suoi versi, non con sequenze di parole, ma con immagini scarne e a volte sfocate, grafiche dove l’unico spazio espressivo è lasciato al bianco e al nero, eccolo: Mario Giacomelli. Le sue fotografie sono delle liriche: talvolta vicine all’astrattismo, altre volte interpretazioni oniriche della realtà. Autore italiano di caratura internazionale, nacque a Senigallia nel 1925 e morì sempre a Senigallia nel 2000. Molte volte la parola “arte” risulta inflazionata dall’applicazione a qualsiasi manifestazione dell’ingegno umano anche se si tratta di “semplice” applicazione cognitiva o esperienziale. Nel caso di Giacomelli la definizione di “artista” è estremamente pertinente in quanto in tutta la sua carriera di fotografo ha sempre lavorato con l’intenzione di creare delle opere autonome dal punto di vista dell’interpretazione del reale. La sua fertilità espressiva ha consegnato alla storia della fotografia dei “racconti” che vanno molto oltre la pura visibilità dei soggetti raffigurati. Ha detto “Io credo all’astrattismo, per me l’astrazione è un modo di avvicinarsi ancora di più alla realtà.” Questa frase è tutta nelle sue fotografie: immagini spesso “crude” e prive di quelli che in fotografia si definiscono “dettagli fini”: questi non servono a definire il suo racconto, sono ridondanti. I suoi sono racconti di emozioni e di sensazioni, sono racconti elaborati da occhi interiori, occhi che hanno visto la sofferenza degli anziani in attesa della morte, hanno conosciuto le privazioni della povertà economica e sociale, hanno osservato la terra, gli spazi delle campagne marchigiane, che lui ha poi fotografato dall’alto. La campagna che descrive è un’ambiente ancestrale, simbolico, enfatizzato dai segni impressi dalla natura e dallo stesso uomo sul territorio. A riprova del fatto che le fotografie non le fanno le macchine fotografiche ma i fotografi, Giacomelli dice: “Io ho una macchina che ho fatto fabbricare, una cosa tutta legata con lo scotch, che perde i pezzi.” Fotografa anche con pellicole scadute, senza guardare alle impostazioni, gli basta registrare sulla pellicola ciò che ha prefigurato con gli occhi. Dopodiché in camera oscura compie il “miracolo” attraverso il quale le sue immagini diventano poesia. I suoi sono stati progetti fotografici che hanno avuto bisogno di una gestazione, di una maturazione consapevole, di una verifica tangibile prima di prendere corpo. La serie “Io non ho mani che mi accarezzano il volto” (dal titolo di una poesia di Padre David Maria Turoldo) nasce dopo un’assidua frequentazione dell’ambiente dei seminaristi che vengono colti nel momento gioioso di giocare con la neve appena caduta. Qui lui riesce a leggere il forte contrasto tra i gesti e le figure dei giovani candidati preti e lo accentua ulteriormente attraverso la sua lettura interpretativa. I suoi sono racconti per immagini. La madre lavora in un ospizio e quindi anche lui fin da bambino viene a conoscenza di questo mondo che è un luogo di attesa: l’attesa della morte. E così, dopo la maturazione della sua consapevolezza artistica riprende gli anziani ospiti nella

Il Libro del mese

UNA TESTA SELVATICA di Marie-Sabine Roger La madre di Germain non l’ha mai amato: ora lei è anziana e sempre più ingrata e lui vive qualche metro più in là in una roulotte dove a malapena riesce a muoversi, dato che è alto e piuttosto muscoloso, la qual cosa lo ha favorito nei rapporti di una notte ma meno in quelli a lungo termine. Germain infatti è “lento” a pensare, motivo per cui spesso viene preso poco sul serio e ancor più raramente riflette su ciò che accade attorno a lui. Tuttavia un giorno incontra Margueritte, anziana signora ospite presso una casa di riposo, che come lui ama dar da mangiare ai piccioni al parco: i due iniziano condividendo una panchina e finiscono per volersi bene come fossero nonna e nipote. Margueritte è colta, profonda, affettuosa, divertente: grazie a lei Germain inizia a riflettere sull’amicizia, sull’amore, su stesso, scoprendo che qualche volta la famiglia si può anche incontrare lungo la strada ...

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Marie-Sabine Roger è un’autrice francese. Ha scritto un centinaio di libri per ragazzi e si è dedicata anche alla narrativa per adulti, come il romanzo “Una testa selvatica”, uscito in Francia nel 2009 e nel 2010 in versione cinematografica con Gérard Depardieu nei panni di Germain. (Manuela Ghirardi)


VIAGGIO NELLA SANITA’ GORIZIANA - 4 -

Nuovi ambulatori al San Giovanni di Dio. E riecco l’hospice al 5° piano di Vincenzo Compagnone ospedaliero, l’ala che – appunto fino al luglio del 2014 – aveva ospitato il Punto nascita. Ovviamente non si tratta di un ripristino a sorpresa del reparto di Ostetricia: gli spazi sono stati semplicemente riconvertiti e, con il nuovo assetto, elaborato con molta cura dall’ingegnere capo Debora Furlani, ospiteranno diversi ambulatori. Sbirciando attraverso gli oblò del portone, si possono già intravedere le nuove tabelle identificative, contrassegnate da differenze cromatiche (giallo, verde, blu) e da numeri in progressione. Nell’ordine, dopo la sala d’attesa, ci sarà la Medicina dello sport, la Pneumologia, la Diabetologia e la Dermatologia. Quest’ultima sarà dotata anche di una moderna cabina fototerapica, in grado di fornire una valida risposta terapeutica a patologie croniche come ad esempio la psoriasi e la vitiligine. Ma non è finita, perché è previsto anche il riutilizzo della vecchia sala parto per piccoli interventi chirurgici. Il tutto dovrebbe entrare in funzione a metà aprile, salvo imprevisti.

Tempo di graditi ritorni e di spostamenti al San Giovanni di Dio. Cominciamo con lo stanziamento complessivo di circa 500 mila euro, contenuto nel Pal (Piano attuativo locale) varato per il 2018 dall’Azienda sanitaria e spedito a fine marzo in Regione, riguardante il ricollocamento di un hospice all’interno del San Giovanni di Dio. La struttura, riservata ai malati di cancro o altre patologie incurabili in fase terminale, era stata soppressa tre anni fa. Era ospitata al quinto piano del San Giovanni di Dio, in un’ala a fianco della Rsa (Residenza sanitaria assistenziale). C’erano cinque stanze singole, spazi ampi, televisore a muro, quadri alle pareti e un bagno privato. Insomma, veniva data la possibilità, ai malati bisognosi di cure palliative, di usufruire di un’assistenza specializzata in un ambiente il più possibile simile a quello domestico, con l’accoglienza anche dei familiari e la loro collaborazione alle cure del paziente. In queste camerette molti pazienti, dal dicembre 2008 (inaugurazione dell’ospedale) hanno trascorso con dignità l’ultimo tratto della loro vita. Ma, nel 2015, la funzione di quei locali era cambiata, poiché vi si era trasferito, da Villa San Giusto, il nucleo Gca ( Gravi cerebrolesi e Sla). Una struttura-modello, ben attrezzata e gestita da un’equipe di specialisti di prim’ordine, il cui unico difetto era però consistito nell’aver sfrattato l’hospice: con i malati terminali scandalosamente costretti, da allora in poi, a convivere – senza un briciolo di privacy – con i pazienti dell’Rsa. Bene, entro quest’anno sono stati programmati al San Giovanni tutta una serie di spostamenti in virtù dei quali l’hospice ritroverà il suo posto, sostanzialmente con le stesse caratteristiche di prima e sempre al 5° piano dell’ospedale. Sarà collocato, per la precisione, al posto del reparto di Oncologia, che dovrebbe salire di un piano, al sesto, nei locali finora occupati dal Cuv (Centro unico di validazione biologica) dei quali si sta ultimando il trasferimento a Palmanova. La sistemazione dell’hospice non corrisponde esattamente a quella ritenuta ottimale da medici e operatori della sanità (cioè al di fuori della struttura ospedaliera, e a questo scopo era stata proposta la ristrutturazione di uno dei tanti edifici dismessi della città) ma, insomma, meglio che niente. Le novità, tuttavia, non finiscono qui. Dopo una chiusura durata ben 4 anni, sta per riaprire i battenti infatti, al primo Nuovi ambulatori nell’area piano del monoblocco dell’ex punto nascita

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April 2018  
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