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Gorizia News & Views Anno 2 - n. 2 Febbraio 2018

NON FACCIAMO DI TUTTA L’ERBA UN FASCIO Richieste d’asilo, in forte calo i “sì” della Commissione di Vincenzo Compagnone

SOMMARIO

Commissione territoriale di Gorizia “benevola” nei confronti delle richieste pag. 1 d’asilo politico dei migranti? Scorrendo il bilancio dell’attività dell’organismo, presieduto dal viceprefetto Massimo Mauro, nel 2017, questo luogo Richieste d’asilo, in forte calo i “sì” della Commissione comune, affermatosi negli anni scorsi, può essere tranquillamente sfatato. I dati, infatti, parlano chiaro e dicono che, per la prima volta, la percentuale pag. 2 dei “no” è stata di gran lunga superiore a quella dei “sì”. Anzi, il rapporto Hospice e cure palliative, un centro fra la concessione di una delle forme di protezione internazionale (status di transfrontaliero nell’ambito del GECT: rifugiato, protezione sussidiaria e protezione umanitaria) e il diniego della la proposta del dottor Busato stessa si è quasi ribaltato rispetto al 2015 e al 2016. Facciamo subito parlare l’eloquente linguaggio delle cifre. Nel 2017 i riconopag. 3 scimenti della protezione internazionale, su 2659 domande esaminate, sono Kulturni Dom, 200 serate all’anno stati 951 (pari al 35,8%), a fronte di ben 1513 dinieghi (56,9%). Per quel che per promuovere la cultura riguarda il restante 7,3 dei richiedenti asilo, sono risultati assenti o irreperibili alla convocazione della Commissione. Nello specifico, in 66 casi è stato pag. 4 accordato lo status di rifugiato, in 738 la protezione sussidiaria e in 147 quelQUI UNIVERSITA’ la umanitaria. una telenovela (forse) Se guardiamo i dati dei due anni precedenti, il “giro di vite” appare clamoro- Mensa universitaria, in dirittura d’arrivo so. Nel 2016, infatti, i “sì”, su 2896 richieste, erano stati 1827 (pari al 63,1%) pag. 5 e i “no” 986 (ovvero il 34,1%), con meno del 3% “irreperibili”. Ancora più favorevoli ai migranti erano stati i responsi del 2015: 68,3 riconoscimenti e Anniversari: il Sessantotto a Gorizia, 26,5 di dinieghi. 50 anni fa, Il forte calo nell’accoglimento delle richieste deriva dal fatto che la gran tra manifestazioni, proteste e chitarre parte dei richiedenti asilo esaminata nel 2017 era originaria di una zona pag. 6 e 7 del Pakistan (il Punjab) ritenuta complessivamente sicura (il Punjab) da parte delle maggiori organizzazioni internazionali, come l’Unhcr. Inoltre si Gorizia News & Views è evoluta positivamente la situazione politica di alcuni Paesi africani (Gamall’ITAS D’Annunzio bia, Mali, Nigeria, Costa d’Avorio) dai quali provenivano una piccola parte Gli studenti: attraverso il dialogo di migranti. La quasi totalità del flusso di migranti in Fvg arriva tuttavia si abbattono i pregiudizi da Afghanistan e Pakistan, e nel 2017 il Pakistan è divenuto di gran lunga il principale Paese di origine (1556 richiedenti pakistani sentiti dalla Compag. 8 missione, a fronte di 505 afghani). Va osservato l’incremento di richieste di Le pagelle del mese protezione di cittadini dell’Irak (105), divenuti la terza etnia per numero di domande davanti a Nigeria 38, Senegal 38, Bangladesh 29, Somalia 27, Arte di confine, alla scoperta Gambia 24, Ucraina 15, Kosovo 14, Costa d’Avorio 13 e Mali 10. della “Sistina dei poveri” I richiedenti asilo giungono in regione attraverso i valichi austriaci e propag. 9 vengono per la stragrande maggioranza da altri Paesi europei. Dichiarano di aver lasciato il proprio Paese ormai da alcuni anni e di aver già ricevuto un La bellezza sta negli occhi di chi guarda diniego di protezione da parte di un altro Stato europeo o di averlo lasciato pag. 10 prima di conoscere l’esito della propria domanda per il timore di essere rimpatriati. I Paesi di provenienza sono stati prevalentemente Germania, FranWERNER BISCHOF cia, Belgio, Danimarca, Svezia, Norvegia. La durata media del procedimento “Non sono un fotoreporter” per la concessione della protezione è di circa un anno. La Commissione di pag. 11 Gorizia effettua 12/14 audizioni giornaliere.. La quasi totalità delle istanze di protezione respinte è stata impugnata presso il Tribunale di Trieste, o ha Pane, amore e frisbee formato oggetto di ricorso in appello in caso di decisione negativa in primo Intervista a Amadea Colja grado (fino all’agosto 2017, allorchè l’appello è stato abolito). di Nova Gorica Interessante è vedere quali sono state le decisioni emesse dal Tribunale e dalIl libro del mese la Corte d’Appello: 2015: rigetto del ricorso 381 - accoglimento 181. 2016: rigetto 222 - accoglimento 207. 2017: rigetto 712 - accoglimento 467. pag. 12 E’ ben nota la volontà di trasferire la Commissione territoriale da Gorizia a VIAGGIO NELLA Trieste, con la sub commissione di Udine che ha cominciato a operare alla SANITA’ GORIZIANA - 2 fine del 2017. Nulla si sa sulla tempistica, ma pare che si stia cercando, a Il San Giovanni di Dio perderà anche la Trieste, una sede idonea dal momento che nella Prefettura di piazza Unità Chirurgia d’urgenza non vi sono spazi utilizzabili. ©RIPRODUZIONE RISERVATA 1


Hospice e cure palliative, un centro transfrontaliero nell’ambito del GECT: la proposta del dottor Busato di Eleonora Sartori

affrontare il tema delle cure palliative, volte a migliorare la qualità della vita dei malati e delle loro famiglie, è quanto mai urgente e necessario. “Le cure palliative, oggi, riguardano 250 mila persone in Italia, di cui 160 mila malati terminali di cancro. Considerando che su 100 mila persone 180 circa muoiono di cancro in un anno, il territorio attorno a Gorizia e Nova Gorica potrebbe attestarsi su 250 decessi all’anno, avendo circa 130-150 mila abitanti. Circa l’80 per cento di queste persone sono affette da dolore e la fase terminale può durare mesi, ma se il dolore è controllato è possibile rendere la quotidianità più accettabile e alleviare la sofferenza della famiglia che diventa, di fatto, comunità curante, elemento molto importante per la qualità della vita di tutti, persino del personale sanitario addetto. Proprio in questa fase, detta terminale, è la comunità curante ad avere bisogno di un luogo come la casa, l’Hospice, vicino all’ospedale ma non in ospedale. Si tratta di una piccola struttura residenziale (3-5 stanze con un letto per familiare) con accesso a spazio verde per conservare le caratteristiche della propria abitazione, non attigua all’ospedale, un ambiente “civile”, perché si perda per quanto possibile la “medicalizzazione”; gli specialisti vi si recano solo per le attività di terapia del dolore e palliativa che solo eccezionalmente necessitano di ambiente ospedaliero; in questo luogo il malato e la famiglia possono trovare cure e conforto per tempi limitati o per vivere protetti gli ultimi tempi di vita. Alcuni esempi sono l’hospice di Feltre, una villetta nel bosco, e in Inghileterra la Sobell House, primo fra gli hospice nel mondo, una villa in campagna, con un allegro andirivieni di bambini e cani. In Friuli-Venezia Giulia, sul fronte della rete delle Cure Palliative e della rete della Terapia del Dolore c’è ancora quasi tutto da fare: “i centri HUB (Trieste, Udine e Pordenone) sono fuori dai criteri di accessibilità per la gran parte della popolazione della regione, ma localmente in sede transfrontaliera si potrebbe servire una popolazione molto consistente e bisognosa. Ricordiamoci, infine, che le Cure Palliative sono cure dovute (legge nazionale 38/2010 e regionale 14/7/2011 con delibera 165/2016) ma raramente realizzate così come previste dalla normativa vigente, ovvero attraverso un’organizzazione virtuosa che coinvolga il servizio di terapia del dolore e palliativa ospedaliero, l’equipe territoriale, il medico di base e, appunto, l’Hospice, provocando un debito umano gravissimo”. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Di GECT si è parlato molto anche se di concreto a oggi poco è stato fatto. Come più volte si è ribadito, si tratta di un contenitore interessante ma di fatto ancora vuoto. E’ importante si riempia di strutture e di servizi utili per le comunità e, a questo proposito, il dottor Giannino Busato (ex chirurgo e ostetrico in Africa e anestetista-rianimatore all’ospedale di Gorizia con alle spalle 50 anni di professione medica) non ha dubbi: un servizio transfrontaliero per le Cure Palliative con Hospice. Forse qualcuno si ricorderà che, rimanendo in tema di servizi socio-sanitari, la Casa del Parto era stata individuata come possibile struttura da realizzare all’interno del GECT. Oltre al fatto che nessuno sembra mai averci creduto veramente, il dottor Giannino Busato, forte della sua esperienza sul campo, è decisamente critico: “La Casa del Parto è una struttura esterna all’ospedale presidiata solo da ostetriche, non medicalizzata, riservata solo ai parti fisiologici. Ma il parto è un evento fisiologico? Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, al netto di abusi, il 10-15% delle gravidanze finisce in Taglio Cesareo. Uno studio olandese del 2010, inoltre, dimostra che le gravidanze a “basso rischio” hanno in realtà un rischio maggiore di complicazioni perché meno controllate. Anche l’accurato controllo di vari parametri, infatti, non è in grado di predire il rischio di eventi avversi nella maggioranza delle partorienti (la stessa Caroline Lowell, grande sostenitrice del parto a casa, è morta di parto avvenuto a casa!). Pensiamo a questi paradossi: si chiudono maternità ospedaliere perché non si registra una casistica sufficiente, perché la sala operatoria e all’opposta estremità del corridoio oppure perché il pediatra non è di guardia e poi si sostengono Case del Parto? Ovvero luoghi con il comfort di casa, ma collocati vicino all’ospedale per ridurre i rischi… E allora la mia domanda è: perché le gestanti non potevano rimanere dentro all’ospedale?”. Ma il dottor Busato ha le idee piuttosto chiare riguardo a ciò che potrebbe essere utile organizzare in chiave transfrontaliera, ovvero un servizio di Cure Palliative con Hospice. Le Cure Palliative si occupano in maniera attiva e totale dei pazienti colpiti da una malattia che non risponde più ai trattamenti specifici e la cui evoluzione diretta è la morte. Ma la morte non è forse un momento della vita, meritevole di attenzioni particolari proprio perché delicato, sia dal punto di vista fisico che emotivo, per tutte le persone coinvolte? In un periodo storico in cui si discute di testamento biologico, di dignità della persona umana in fine vita e di accanimento terapeutico,

Rassegna Cinematografica 2018 “Famiglie” da lunedì 5 marzo a lunedì 16 aprile (tutti i lunedì con l’eccezione del lunedì di Pasqua) h. 17.00, Kinemax, Gorizia Tra i vari film proposti: “I ragazzi stanno bene” di Lisa Cholodenko, “La prima cosa bella” di Paolo Virzì, “I nostri ragazzi” di Ivano De Matteo, “Il nome del figlio” di Francesca Archibugi INGRESSO LIBERO 2


Kulturni Dom, 200 serate all’anno per promuovere la cultura di Eliana Mogorovich In molti ora lo conoscono e frequentano. Eppure fino a poco più di vent’anni fa il Kulturni Dom era considerato un centro teatrale, espositivo e sportivo unicamente destinato agli sloveni. Oltre alla propositività e ottimismo dello storico direttore Igor Komel, (che dal 2012, data del suo pensionamento, ne è stato nominato Presidente), la fortuna ha giocato un ruolo notevole in questo mutamento di prospettiva. «Un grande passo è stata la chiusura, nel 1995, del Teatro Verdi. I lavori di restauro hanno costretto la stagione teatrale a trasferirsi qui da noi cosicché ci siamo finalmente “trasformati” in un centro “normale”. Eppure, auspica Komel, la mia speranza è che tutti i teatri di Gorizia e Nova Gorica si aprano a entrambe le lingue». Com’era il Kulturni al momento in cui lo ha ereditato e quali cambiamenti sono intervenuti? Il Kulturni Dom è nato nel 1981 e io mi sono insediato qui il 9 marzo del 1987. Ma non ci sarei voluto venire: avevo circa trentacinque anni e non volevo dirigere un centro per le difficoltà che comporta. Non si tratta solo di amministrare: bisogna saper sviluppare l’attività e impegnarsi per coinvolgere tutti, dai bambini ai nonni. Sin dalla sua nascita il Kulturni ha cercato di promuovere la convivenza fra gli sloveni, gli italiani e i friulani che vivono sul nostro territorio cercando sempre più di proporsi come centro polivalente in grado di coprire tutte le generazioni. Come si è ampliata la vostra offerta? Nei primi anni avevamo quaranta-cinquanta manifestazioni all’anno. Adesso sono duecento le serate che ospitiamo e di una settantina di esse siamo i primi promotori. Gli ultimi tre anni sono stati pesanti anche per noi a causa della crisi ma non ci siamo pianti addosso: abbiamo invece sempre cercato di incentivare le persone a promuovere cultura aiutando per quanto possibile le associazioni, sia italiane sia slovene, a “fare” anziché lamentarsi. E questo perchè siamo convinti che la cultura abbia un ruolo di aggregazione molto importante nei momenti di crisi.

In che senso? Per esempio, non abbiamo mai avuto tanti spettatori come in questi ultimi anni e ci siamo riusciti sforzandoci a non alzare i prezzi per aiutare chi può trovarsi in un momento di difficoltà. Poi abbiamo in piedi delle collaborazioni con il Cisi e con gli immigrati grazie a Vito Dalò che ha allestito un teatro formato da persone provenienti dai Paesi del Sud America. Ci impegniamo nel sociale attraverso la cooperativa Maia e abbiamo sostenuto le popolazioni terremotate dell’Abruzzo così come gli alluvionati del Tarvisiano attraverso delle associazioni con cui siamo entrati in contatto. Lei ha un passato di consigliere comunale qui a Gorizia: cosa pensa dell’attuale situazione culturale cittadina e cosa farebbe per migliorarla? Sono oppresso dal fatto che Gorizia sia la Cenerentola della cultura regionale. Personalmente cercherei di fare sistema per mettere in rete tutte le attività: creerei per esempio una stagione musicale integrata (proposta che avevo avanzato da consigliere) e lo stesso per il teatro, sforzandomi di unire e presentare assieme tutte le associazioni con l’obiettivo di evitare doppioni per proporre nel contempo eventi di maggior qualità. Come Kulturni siamo ora impegnati in una sinergia con la Biblioteca Statale Isontina, con l’associazione Dante Alighieri e con il Forum, tutte collaborazioni che mi auguro di riuscire a mantenere. Un sogno che ha per Gorizia? Gorizia e Nova Gorica, prese singolarmente, hanno un peso limitato, ma se unissero le forze potrebbero fare un salto di qualità. E in questa direzione dovrebbe andare l’impegno del Comune. Un mio grande desiderio sarebbe inoltre il bilinguismo passivo: ognuno parla nella propria lingua, intendendo reciprocamente quella dell’altro. E un sogno per il Kulturni Dom? Desideravo molto realizzare dei concerti sul confine e grazie alla rassegna “Across the border” ci sono riuscito: ed è importante, perchè si tratta della giusta maniera per valorizzare piazza della Transalpina. Un ulteriore salto di qualità lo potremmo compiere trasformando il Kulturni nel punto di riferimento per il teatro comico della Slovenia.

Igor Komel, da trent’anni direttore e “anima” del Kulturni Dom 3

Per finire: un complimento e una critica ricevuti. Il miglior complimento è stato trovare la sala gremita il 9 marzo scorso, giorno in cui ho festeggiato il trentesimo anniversario del mio “insediamento”: significa che sei riuscito a creare qualcosa negli anni dedicati a un lavoro che per me non è neppure mai stato tale. Le critiche se sono positive le ho comunque accettate volentieri: e questo perchè ho sempre cercato di pensare per chi stessi lavorando. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Mensa universitaria, una telenovela (forse) in dirittura d’arrivo di Timothy Dissegna

Da oltre dieci anni, uno dei temi che riguarda gli studenti universitari goriziani si ripresenta ciclicamente: la mensa. È una questione che ha riguardato giunte comunali di entrambi gli schieramenti, oltre alle istituzioni direttamente coinvolte, come la fu Camera di Commercio di Gorizia, oggi unita a quella di Trieste, e ovviamente le università presenti in città: Udine, Trieste e Nova Gorica. Un lungo iter che sembra avviarsi ai titoli di chiusura o almeno sembrerebbe guardando lo stato dei lavori nel polo di via Alviano, dove il punto ristoro troverà finalmente sede. Facciamo però dei passi indietro, perché la questione merita di essere osservata da un punto di vista complessivo. In città, fino a qualche anno fa, il servizio mensa per gli universitari era gestito da alcuni locali, convenzionati con l’Azienda regionale per il diritto agli studi superiori (ARDISS), e dalla mensa dell’istituto “Lenassi” di via Vittorio Veneto. Da diversi anni, quest’ultima struttura non svolge più il servizio, vista anche la scarsa presenza di studenti che ne faceva uso; gli unici due esercenti attualmente convenzionati, invece, sono la Wiener Haus di piazza Battisti e la rosticceria Gusto Più del supermercato Godina, in via dei Cappuccini. Intanto, la Regione ha stanziato 300mila euro per la realizzazione di una mensa vera e propria già nell’estate 2015. Il progetto, fin da subito, si è concentrato presso la sede goriziana dell’ateneo di Trieste, dove si svolgono i corsi di Scienze Internazionali e Diplomatiche, Diplomazia e Cooperazione Internazionale e Architettura. La data fissata per l’inizio dei lavori, settembre 2016, è stata però ben presto spostata: prima di qualche mese, poi direttamente all’anno dopo e così via. Così, a marzo 2017 - termine per il quale si sperava di inaugurare la struttura gli studenti hanno ritrovato la stessa situazione di prima. Anzi, peggio, perché nel frattempo se n’è andato pure il bar, presente al piano terra da oltre un decennio: questo fatto rappresenta ancora oggi uno dei punti più “strani” della vicenda, poiché qualche mese prima i gestori avevano smentito categoricamente di essere in procinto di chiudere. Anzi, avevano aggiunto, non erano nemmeno stati interpellati dall’Università. Viene però da chiedersi come sia possibile tutto ciò, in quanto da mesi sui giornali locali rimbalzava la notizia dell’imminente avvio dei lavori per la mensa. I quali interesseranno proprio il piano terra e l’ex bar, dove attualmente c’è uno spazio ristoro con un cucinino e delle macchinette del caffè. Perfino l’idea di sostituire la precedente gestione con un’altra, nell’attesa che partisse effettivamente il cantiere, è apparsa subito irrealizzabile: bancone e piastrelle sono stati infatti smantellati a velocità record. Un cambiamento nella vita universitaria che non è piaciuto a molti, come ha dimostrato un volantino anonimo apparso lo scorso ottobre: oggetto della polemica era l’operato della rappresentanza studentesca,

rivendicando il bar come “luogo di scambio di idee, dialogo con i docenti ed i colleghi di studio”. In via Alviano il tema continua quindi ad essere “caldo”, con opinioni contrastanti sul reale operato dei rappresentanti degli studenti. Attualmente, nel Comitato degli studenti dell’ARDISS c’è Simone Serra, siddino e membro della lista Studenti in Movimento, che ha preso il posto del fuoriuscito e compagno di lista Francesco Saltarin; egli ha replicato fin da subito alle critiche, dichiarando a Sconfinare, il giornale degli studenti del SID: “Per quanto riguarda la mensa il problema al momento è che non c’è una grande comunicazione tra le varie parti incluse […] però vi assicuro che sia noi rappresentanti ARDISS […] stiamo cercando di risolvere la situazione. Il comune ci sta appoggiando un sacco. Anche nell’incontro con l’assessore (all’Università, Chiara Gatta, incontrata dagli studenti lo scorso 16 ottobre, ndr) abbiamo parlato della mensa, quindi stiamo cercando di risolvere la situazione. Non posso darvi una data precisa […] però i lavori potrebbero iniziare abbastanza presto”. Un altro punto da chiarire è quello sul tipo di mensa che si andrà a fare. Il progetto iniziale, infatti, prevedeva che i cibi venissero cucinati direttamente sul posto ma l’ultimo approvato, che sembrerebbe quello definitivo, esclude tutto ciò. Solo cibi precotti e da scaldare, quindi. Certo è curioso che l’impossibilità di poter predisporre delle cucine in loco sia emersa dopo diversi mesi di discussioni, ma comunque è uno dei “dettagli” meno rilevanti di tutta la vicenda. Di concreto ci sono i 10.500 euro spesi dall’ARDISS nell’ultimo anno per i servizi di ristorazione a Gorizia, suddivisi tra i contratti tra l’ente regionale e la COBEST SRL di Udine (proprietaria della Wiener Haus, 4.500€), Comune (2.000€) e Godina srl (4.000€). Soldi che, in parte, si sarebbero potuti risparmiare, se i lavori fossero già stati ultimati. Per ora, si è assistito solo a lavori di preparazione, con lo smantellamento delle aule presenti al piano terra. Nulla di più di un semplice trasloco di scaffali e pulizia, però. Infine, il ruolo delle università: al dibattito non ha preso la parola l’ateneo di Nova Gorica, nonostante abbia in via Diaz la sede dell’Akademija umetnosti (accademia artistica), ma nemmeno Udine e Trieste si sono fatte sentire moltissimo. Particolare non secondario, visto che la mensa sarà a disposizione degli studenti di entrambi gli atenei, e oltretutto via Alviano risulta fuori mano per chi frequenta Palazzo Alvarez o Santa Chiara. La mensa sarà così solo il primo passo per un trasloco progressivo di UniUd, dato che già il corso di Relazioni Pubbliche dovrebbe spostarsi in futuro nella sede di UniTs per mancanza di spazi? ©RIPRODUZIONE RISERVATA 4


Anniversari: il Sessantotto a Gorizia, 50 anni fa, tra manifestazioni, proteste e chitarre di Vincenzo Compagnone

“Siate realisti, chiedete l’impossibile!”. Sono trascorsi cinquant’anni da quando quello slogan, insieme ad altri simili (“Proibito proibire”, “L’immaginazione al potere”, “Una risata vi seppellirà” e l’immancabile “Fate l’amore, non la guerra”) risuonava e sventolava in ogni angolo del mondo. Era il 1968: l’anno simbolo delle rivolte studentesche, delle proteste contro la guerra in Vietnam, della primavera di Praga e degli omicidi di Martin Luther King e di Bob Kennedy. Il maggio francese (“Ce n’est qu’un debut, continuons le combat”) fu il focolaio di un malcontento e di una voglia di cambiamento che da lì a pochi mesi si sarebbe propagata in tutte le maggiori città europee. L’anno in cui – per un’intera generazione di giovani – l’utopia pacifista, internazionalista e libertaria sembrò davvero a portata di mano. Bastava scrollarsi di dosso le catene, allungare le dita e afferrarla. A fungere da catalizzatore era il rifiuto di ogni forma di autoritarismo, in una protesta che coinvolgeva per la prima volta l’intero ordine delle cose, scagliandosi contro più nemici: dai costumi sociali (di stampo bigotto) ai drammi internazionali, dall’imposizione di una cultura dominante alla repressione sessuale. Era ieri o erano secoli fa? Il ’68 resta una data-simbolo che non smette di essere mitizzata o demonizzata, rimpianta o denigrata. E c’è da scommettere che, in un anno di grandi anniversari (primo fra tutti il centenario della fine della Grande guerra) il dibattito ancora una volta tornerà ad animarsi. Ma Gorizia come visse quella stagione di grandi fermenti, di appassionate aspettative e di successive delusioni? Dieci anni fa Isonzo-Soca, il periodico diretto da Dario Stasi, ne ricreò il clima con un pregevole reportage fotografico, che attingeva dagli archivi personali di vari goriziani. Le immagini restituivano il sapore retrò “di una realtà – così scriveva il periodico – fatta di amicizie e future lacerazioni, di impegno sociale e battaglie civili, di partecipazioni di massa e coraggiose scelte individuali, in una città di provincia che ebbe il merito, quantomeno, di consentire l’avvio dell’esperienza di Franco Basaglia e di tutto il suo gruppo”. “L’istituzione negata – Rapporto da un ospedale psichiatrico” uscì proprio l’anno in cui il periodo goriziano di Basaglia volgeva al termine, e divenne subito, in quanto bibbia del superamento dell’istituzione-manicomio, un libro cult dell’epoca, al pari dei saggi di Herbert Marcuse (“L’uomo a una dimensione”) e accanto a film come “I pugni in tasca” di Marco Bellocchio o l’americano “Fragole e sangue”. Le fotografie riprodotte da Isonzo-Soca nel 2008 mostravano le prime manifestazioni lungo le vie principali di Gorizia, a partire già dal 1967 quando si tenne la prima sfilata contro la

guerra nel Vietnam e il corteo delle scuole superiori per il famoso “protosincrotrone” di Doberdò che avrebbe dovuto assicurare nuovi posti di lavoro nella nostra provincia (dopo mille polemiche il macchinario fu realizzato invece in Svizzera). Sempre nel 1967 ebbe luogo il concerto “Chitarre contro la guerra” (del Vietnam) in piazza Cesare Battisti, che ottenne un grandissimo successo fra i giovani. Nel 1968 le manifestazioni si intensificarono ed è curioso notare come, nel look dei giovani, alle giacche e alle cravatte si sostituirono in breve tempo eskimo e borse di tela verde, capelli e barbe lunghe e minigonne. I più attivi e politicizzati erano i ragazzi degli istituti tecnici e professionali, che una mattina, in sciopero, fecero irruzione nella sede del Classico per stanare i più tranquilli liceali, provocando anche il ruzzolone di un’insegnante. Protagonisti delle sfilate non furono solo gli studenti ma anche gli operai, con un corteo di trattori in corso Italia e l’occupazione della Safog di Straccis. Nel ’68 un giovane sacerdote di 36 anni, don Alberto De Nadai da Salgareda, si prodigava a Sant’Anna per costituire – così gli aveva detto l’arcivescovo Pangrazio - una comunità parrocchiale in un quartiere periferico in pieno sviluppo edilizio, celebrando la messa sotto un portico (la chiesa fu costruita appena nel 1971), mescolandosi alla gente, andando a trovare a casa i malati e giocando a pallone con i ragazzi nel campetto del rione (Per chi non lo sapesse, nel 1976, contestato dai benpensanti che lo accusavano di essere un “prete comunista”, fu rimosso dall’incarico e fondò la Comunità cristiana di base). E infine nel 2008, l’anno del reportage rievocativo di Isonzo-Soca, venne a Gorizia per la prima e unica volta nella vita Mario Capanna, lo storico leader studentesco del ’68, poi deputato di Democrazia proletaria. La Digos, che pensava fosse ancora un pericoloso sovversivo, spedì due agenti a buttarlo giù dal letto all’hotel Transalpina alle 2 di notte per perquisire la camera. La mattina dopo il vicequestore Conticchio gli porse le scuse, e nel pomeriggio, intervistato da scrive, presentò all’Auditorium (nell’ambito della rassegna Care Cassandre di Alberto Princis) il suo libro “Il Sessantotto al futuro”. “Non la nostalgia, né l’amarcord e tanto meno il reducismo – scriveva Capanna, che ricordo come persona gioviale e di grande cultura – né la futile boria de “l’avevamo detto”. Ma la (ri) lettura del passato per disegnare compiutamente l’avvenire. Non occorre un altro Sessantotto. E’ necessario qualcosa di più e di meglio, se si vuole che la storia prosegua”. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Gorizia News & Views all’ITAS D’Annunzio

Un momento della presentazione del giornale Gorizia News & Views all’ITAS D’Annunzio

Il pensiero di uno studente del D’Annunzio scritto su un post-it e dedicato a Ismail, rappresentato in foto.

La proiezione di un breve video in cui l’attrice Teresa Mannino spiega ai ragazzi gli stereotipi più comuni sui migranti 6


Gli studenti: attraverso il dialogo si abbattono i pregiudizi della classe 3BTT

progetti futuri. Ismail è un ragazzo che anche nel suo paese si è battuto per i diritti delle persone. Proviene dalla valle Swat, dalla stessa città di Malala, la ragazza premio Nobel per la pace e vittima di un attentato nel 2012. Anche lui, come tanti, fuggito perché nella sua terra, la minaccia dei Talebani non è ancora scomparsa. Da poco tempo è riuscito ad ottenere risposta positiva alla sua richiesta d’asilo e ha scelto l’Italia per costruire il suo futuro. Una delle studentesse presenti ha chiesto ad Ismail se gli fosse mai capitato di essere vittima di razzismo. Ismail ha risposto di aver avuto un’accoglienza quasi sempre positiva anche se, come sempre può accadere, non è mancato qualche brutto episodio. Ma per Ismail questo è normale, perché, come lui stesso ha affermato, in ogni comunità ci sono i ‘buoni e i ‘cattivi’. L’importante per lui è sentire che qui in Italia ora c’è la possibilità di realizzare i suoi progetti. L’obiettivo di questo incontro era darci qualche informazione in più sul fenomeno dell’immigrazione, ma soprattutto cercare di eliminare i pregiudizi che si hanno nei confronti degli immigrati attraverso la conoscenza. Probabilmente il mezzo più efficace per sconfiggere il pregiudizio sarebbe proprio quello di dialogare con loro, conoscere le loro storie e questa giornata è stata un’occasione per farlo.

Il giorno 24 Gennaio, la nostra classe con altre dell’istituto D’Annunzio ha preso parte ad un interessante incontro presso l’aula magna del Liceo artistico M.Fabiani. I relatori presenti erano i componenti della redazione del giornale ‘Gorizia News and Views’, progetto nato da qualche mese all’interno del Nazareno, una delle strutture di accoglienza per richiedenti asilo presenti a Gorizia.

Ci permettiamo di fare un appunto all’organizzazione di questo incontro. Per noi sarebbe stato bello ascoltare altri immigrati, oltre Ismail, conoscere altre storie, sentire le voci di altri richiedenti asilo, fare loro domande e fare tesoro delle loro risposte. Conoscere loro direttamente sarebbe stato il modo più semplice e diretto per arrivare agli obiettivi di questo incontro. Noi giovani abbiamo bisogno a volte di più concretezza… Ascoltare una storia di vita ‘vera’ vale per noi, a volte, dieci lezioni teoriche messe insieme.

L’incontro è iniziato con l’intervento di Vincenzo Compagnone, direttore del giornale, che ci ha illustrato un po’ la situazione dei migranti sia a livello nazionale che a livello locale, parlando più nello specifico della situazione di Gorizia. In seguito, Eleonora Sartori, vice direttrice del giornale, ha mostrato un video sugli stereotipi che spesso gli italiani hanno sugli immigrati e successivamente, attraverso delle slide ci ha fornito qualche informazione sul percorso che viene fatto dalla maggior parte degli emigrati dall’oriente e cioè sulla cosiddetta rotta balcanica. Era presente anche l’ideatore del progetto del giornale, Renato Elia, il quale all’interno del Nazareno svolge anche corsi per i richiedenti asilo. Con lui abbiamo avuto un momento di coinvolgimento ‘ludico’, in cui attraverso dei giochi, ha voluto trasmetterci delle idee su valori umani. L’intervento non è stato apprezzato da tutti perché considerato non coerente con gli argomenti che si stavano trattando, ma dobbiamo dire che è stato tutto sommato un momento di coinvolgimento e partecipazione (nota della redazione: il coinvolgimento “ludico” e i “giochi” sono in realtà una metodologia bel collaudata che si chiama “metodo Helias das Licht”. Essa permette alle persone di culture diverse o chiuse di poter accedere a nuove modalità di apprendimento, ed è per questo che viene adottata nei laboratori al Nazareno). In chiusura c’è stato l’intervento di uno dei redattori del giornale, Ismail, un ragazzo pakistano. Quando ha cominciato a parlare, nell’aula è sceso il silenzio. Tutti noi eravamo incuriositi e desiderosi di ascoltare le sue parole. Nel suo italiano, a volte zoppicante, ci ha raccontato un po’ della sua storia, delle sue idee e dei suoi 7


Le pagelle del mese: chi sale e chi scende di Vincenzo Compagnone Rodolfo Ziberna, sindaco di Gorizia – Un L’altro Rodolfo Ziberna, sindaco di Gorizia giorno il suo predecessore, Ettore Romoli, – Ebbene sì, l’amico di tutti ha anche un altro disse di lui: è amico di tutti. Non so come volto che non riusciamo proprio ad accettare. faccia. Io non ci riesco”. Beh, il “Rudy amiIn tema di gestione dei migranti, per esempio, co di tutti” è amico anche nostro e quando sembra sempre voltato dall’altra parte, tranne fa cose buone non abbiamo problemi a qualche sparata da campagna elettorale. E poi, dargliene atto: per esempio, l’essersi mosso la coerenza? Sentite cosa diceva nel 2012, da immediatamente convocando tutti i soggetti assessore alla cultura, sulla Galleria Bombi interessati al mantenimento della sezione fallimentare che ora vuol riaprire: “diventerà un’attrazione turistica. del Tribunale. E propiziando l’istituzione di una ConsulRealizzeremo un museo virtuale collocando degli speta permanente per la salvaguardia del Palazzo di Giusticiali proiettori che trasmetteranno sulle pareti immagini zia. “Almeno non sono più solo”, commenta il presidente sulla storia della città ma anche di opere d’arte”. Già, ma dell’Ordine Silvano Gaggioli. Attivo e tempestivo. Voto: nel 2012 non c’erano i migranti. Double-face. Voto: lo 8. diano i lettori. Bruno Pizzul, ex telecronista – Voce e volto storici Deborah Serracchiani, presidente della Giunta regiodella nazionale, tornato alle proprie radici cormonesi nale – Chissà come le è venuta in testa l’idea, molto berdopo 40 anni di milanesità, accetta finalmente l’invito a lusconiana, di mandare il manuale delle buone maniere partecipare alla “Notte del Liceo classico” e fa la parte del ai sindaci del Fvg. “Il risotto si mangia con la forchetta, mattatore attingendo a uno sterminato scrigno di anedgli abiti devono essere puliti e ordinati”. “La stretta di doti. Fantastico quello sulla prima telecronaca (Juve-Bomano dev’essere asciutta e decisa e non protrarsi per più logna, 1970) cominciata al 16° minuto perché era andato di tre secondi”. “Donne: niente gonne corte, e voi uomini in giro a bighellonare con l’indimenticato Beppe Viola. attenti alla cravatta”. Inevitabile la pioggia di critiche: Che poi, al Classico di Gorizia Bruno fece solo l’ultimo “Ma non ha altro di cui occuparsi?” la più tenera. Straanno, “cacciato” dallo Stellini di Udine dove i prof non pazzata da Gramellini sulla prima pagina del Corriere sopportavano il fatto che preferisse il fùtbol alla perifradella Sera. Maestrina. Voto: lo diano gli elettori. stica passiva. Tutto molto bello, applausi. Voto: 9. Roberto Borghes & Massimo Bubola – Inatteso fuori Matteo Oleotto & Anita Kravos – La coppia regina del programma nella, peraltro riuscitissima, Notte del Liceo cinema goriziano occupa ancora le pagine dei giornaClassico. Il popolare “Roby Tv”, da decenni sulla breccia li entrando nel cast di “Romanzo famigliare”, la serie col suo Gorizia Life magazine, telecamera a tracolla e tv firmata da Francesca Archibugi. Ovviamente lui domande impertinenti a fior di labbra, scivola su una come regista, lei come attrice. Matteo lascia intuire che buccia di banana: non conosce Bubola, ospite d’onore l’incursione sul piccolo schermo potrebbe non restare della serata, e gli si avvicina chiamandolo “attore”. Invero un episodio isolato. Ma entro la fine del 2018 dovrebbe un po’ permalosetto, il cantautore veronese reagisce in ultimare anche la sceneggiatura del secondo film dopo modo furibondo apostrofandolo con una nutrita serie di lo strepitoso Zoran, e pare abbia già in mente anche la epitteti. “Beh, ma io volevo solo intervistarla su questa trama di un terzo, sempre ambientato in Friuli-Venezia manifest…”. “Se ne vada!”. Voto: tutti e due dietro la Giulia. Goriziani che si fanno onore. Voto: 20 (10 più lavagna. 10).

Arte di confine, alla scoperta della “Sistina dei poveri” di Marta Di Benedetto In poco più di un’ora di automobile si arriva a Cristoglie (Hrastovlje), un piccolo paese del Carso sloveno addossato a un rilievo calcareo su cui sorge la chiesetta romanica dedicata alla Santissima Trinità risalente al XII secolo. La chiesa è circondata da alte mura con due torrioni contrapposti, un tipico esempio di tabor e l’interno è affrescato dal pittore Giovanni da Castua, opera completata il 13 luglio 1490. Il ciclo racconta episodi tratti dal vecchio e nuovo testamento ad uso delle folle analfabete dei villaggi e delle campagne; una ‘Biblia pauperum’ le cui immagini servivano a illustrare e tradurre in messaggi diretti ai fedeli i passi della liturgia nei vari momenti dell’anno, a collegare la vita di Cristo a quella di ogni uomo. Per la visita bisogna rintracciare la casa contrassegnata col numero 30 dove abita la custode, la signora Marica, che tiene le chiavi. Quando la porta della chiesa viene aperta ed entriamo, al buio, comincia l’effetto cinema: la custode traffica con i fili elettrici e con l’interruttore e all’improvviso la luce inonda le volte, le pareti, gli archi, le absidi, le colonne, i capitelli tutti affrescati. Ogni angolo della chiesa si illumina e prende vita in un turbinio di colori mentre cominciano a scorrere le immagini dei sette giorni della Creazione, le storie di Adamo ed Eva, di Caino che uccide Abele, di Mosé e dei profeti; e poi la Natività e gli episo-

di della vita di Cristo, il Tradimento di Giuda, Ponzio Pilato, la Flagellazione, la Corona di spine, la Crocifissione, la Deposizione; Gerusalemme e Satana, e angeli, e apostoli e tanti santi, tra i quali spiccano i più vicini al popolo dei campi i protettori della peste, Sebastiano, Rocco e Fabio… M alla fine arriviamo alla scena che per la sua drammaticità calamita l’attenzione di tutti i visitatori, la danza della morte. Ci sono undici scheletri sogghignanti nell’atto di accompagnare altrettanti personaggi fino alla meta finale, la fossa scavata nella terra, accanto alla quale siede sul suo trono l’ultimo scheletro, che ha appena deposto la pala e il piccone. Si tratta di ricchi e poveri, umili e potenti a simboleggiare l’intera umanità, tutti uniti nello stesso destino. “È solo questione di tempo…” sembra cantare lo scheletro beffardo che attende seduto… Quando Giovanni da Castua affrescò questa chiesetta, Martin Lutero era già nato, e dopo non molto nelle campagne d’Europa schiere di fedeli accoglievano con entusiasmo la sua sfida a Roma, Forse anche per queste ragioni nella Cappella Sistina, la cappella dei papi, questa scena non c’è. Non a caso questa chiesa è nota come la Sistina dei poveri… 8


La bellezza sta negli occhi di chi guarda di Ismail Swati e Saqib Rafique

La bellezza sta negli della nostra ossessiocchi di chi guarda: è one collettiva per le relativa, è virtù, risieapparenze. de nel proprio cuore. Persone come VelLa bellezza è anche asquez sono molto gentilezza e amore. importanti perché Ma, nella pratica, sono come una tutte queste considerscritta indelebile sul azioni valgono veramuro che mette in mente? II calvario del discussione I nosbullismo informatico tril pensieri. Sono i subito da Lizzie Vepunti interrogativi lasquez 10 anni fa è che scandiscono la la prova concreta che nostra letteratura Lizzie Velasquez, 28enne di Austin (Texas), scrittrice e “motivatrice” sull’ipocrisia. Sono i tutte le frasi spesso ripetute sul fatto che ritratti che adornano la bellezza sia un tratto di dimensioni più profonde non le nostre sale di “vergogna”. Non ci si nasconde da loro. sono altro che falsità. Sono coraggiose, audaci mentre noi con la pelle chiara Le persone che hanno trovato le sue foto online non erae le caratteristiche attraenti cerchiamo disperatamente no a conoscenza delle sue condizioni mediche, un rara di mascherare le nostre brutte anime e i nostri cuori egomalattia congenita che le impedisce di ingrassare e accelisti. Quindi, il titolo della specie “più brutta” sulla terra era il suo processo di invecchiamento. Gli utenti hanno va a ... noi. ritenuto i suoi tratti strani alla vista e da ciò è scaturito ©RIPRODUZIONE RISERVATA un duro giudizio. Aveva solo 17 anni e già aveva sperimentato un comportamento discriminatorio per mano Web Coast della società. Per lei, la bellezza era ciò che vedeva sulle copertine delle riviste patinate, non quello che vedeva riflettersi negli specchi o negli occhi di altre persone. Crescere con questa disabilità era già una tribolazione Chi ha un minimo di umanità, chi ha un minimo di ininimmaginabile per lei, ma poi un giorno toccò il fondo. telligenza, chi ha un minimo di cultura non può difendeTrovò un video su YouTube in cui veniva definita la re Donald Trump. Indipendentemente dalle proprie idee “donna più brutta della terra”. Quando ricorda questo politiche. Indipendentemente da qualsiasi altra cosa. momento della sua vita, anche oggi dopo che sono pas(Zia Pea Terrible, Twitter). sati anni e le cose sono migliorate notevolmente per lei, i suoi occhi si riempiono di lacrime. La reazione del pubSe un’azienda farmaceutica come la Pfizer sospende blico al video e al suo aspetto è stato il triste riflesso di la ricerca per Alzheimer e Parkinson significa che si ciò che veramente ci succede quando vediamo qualcuno continuerà a morire senza speranza. Eppure basterebbe come Velasquez. L’anonimato dei siti web o l’esistenza di aiutare la ricerca in modo decisivo devolvendo l’1% delle uno schermo fornisce alle persone la licenza per esprimspese militari di ogni paese. Troppo facile in un mondo ere anche i pensieri più scandalosi. Velasquez, tuttavia, malato. (Angelo Mangiante, Facebook). affronta coraggiosamente questi oppositori dopo che i suoi insegnanti la incoraggiarono a parlare delle sue L’Eni ha contaminato 17ettari di terreni con 150 barili esperienze di fronte ai suoi compagni di scuola per la di petrolio, in Nigeria. La comunità Ikebiri non può più prima volta. Ha scoperto che le sue parole hanno avuto vivere di pesca e agricoltura. A Milano inizia il processo un impatto profondo sugli ascoltatori e in conseguenza per disastro ambientale. Aiutiamoli a casa loro, sì, evidi ciò ha deciso di diventare una motivatrice. tando di renderla invivibile dopo averla derubata. (Marta Oggi Velasquez ha 28 anni ed è autrice di quattro libri. Ecca, Facebook). Parla regolarmente a diversi eventi pubblici e ha il suo canale YouTube in cui ha più seguaci che il numero Record assoluto di visitatori nei musei statali. Dai 38 di “spregevoli” esseri umani che hanno commentato milioni del 2013 agli oltre 50 milioni del 2017. Più turisti negativamente il suo aspetto. Sta conducendo campagne ma soprattutto più famiglie e cittadini. È +70 milioni di di diversi marchi contro il bullismo e il cyberbullismo incassi per ricerca, tutela, didattica. (Dario Franceschini, in particolare. Parla agli adolescenti, facendo appello Twitter). alla loro sensibilità per spronarli a resistere a tali atti vili di bullismo. Si rivolge anche ai bulli stessi, cercando di Nella nostra società piena di rumori, suoni, parole è convincerli a evitare questo comportamento, che li trasfacile sentire ma è difficile ascoltare: sentire è un atto forma in uomini e donne violenti senza alcun rispetto meccanico ascoltare è un’arte che va coltivata perché per la dignità umana. l’orecchio va sempre educato e ogni giorno va risvegliato. La storia di Velasquez fa riflettere anche sulla condizione (padre Enzo Bianchi, Twitter). collettiva della razza umana. Se Velasquez fosse stata afflitta da una malattia che non influiva sul suo aspetto Per poter garantire un’educazione ai figli il venditore di ma fosse stata di natura potenzialmente mortale, non frutta Jalandhar Nayak, 45 anni, indiano, ha scavato a avrebbe affrontato alcuna resistenza o discriminazione. mano da zolle e roccia una strada di 8 chilometri che Le persone che l’hanno soprannominata “brutta” non si va dal suo piccolo villaggio di Gumsahi alla scuola di sono preoccupate di guardare oltre il suo aspetto, al disaPhulbani. L’uomo ha impiegato due anni. (Ivan Zazzarogio naturale che l’ha resa quella che era. È stata immeni, Twitter). diatamente etichettata per il suo aspetto che è indicativo 9


WERNER BISCHOF

“Non sono un fotoreporter” di Felice Cirulli Nato nel 1916 e deceduto in giovane età nel 1954 a seguito di un incidente stradale sulle Ande in Perù, Werner Bischof ha tracciato il solco della differenza tra reporter di guerra e fotografo umanista che descrive le conseguenze della guerra attraverso i volti e i gesti dei sopravvissuti, di coloro che la guerra l’hanno subita. Nato da una famiglia svizzera benestante, aveva iniziato il suo percorso artistico come fotografo di moda qualche anno prima dell’inizio della seconda guerra mondiale, da lui osservata attraverso il sicuro rifugio della Svizzera. Il contatto con gli esuli, gli sfollati e i profughi gli fecero ben presto capire quale era la sua missione fotografica: “Perdonami, non potrò più fotografare belle scarpe e tessuti preziosi. Sono un essere umano” scrisse un giorno al padre. Iniziò a fare il fotogiornalista per una rivista Svizzera. Subito dopo la fine del conflitto si “immerse” in un’Europa devastata con l’idea di descrivere il modo in cui i sopravvissuti avrebbero potuto trovare la forza e il modo per rinascere e dare speranza alle future generazioni: “Voglio raccontare come l’Europa educherà la prossima generazione, come la tirerà fuori dalle macerie”. Girò per una Germania inginocchiata, andò in Ungheria e passò per l’Italia dove trovò anche l’amore. Il suo scopo era quello di un fotografo “romantico”: riuscire a far trasparire la capacità dell’essere umano di risorgere dalle sue ceneri e di resistere alle peggiori sopraffazioni. Nel 1949 entrò nell’Agenzia Magnum, invitato da Robert Capa. Qui trovò un ambiente di fotografi in linea con la sua visione della fotografia, fatta di racconto attraverso le immagini, un racconto puro, non inficiato dalla necessità di sensazionalismo invocato dalle grandi riviste per motivi di tiratura. Lavorò per la rivista LIFE, non senza contrasti di vedute. Il suo viaggio fotografico lo portò in Indocina e in Corea dove lo scontro tra le grandi superpotenze aveva creato un nuovo conflitto. Anche qui non volle sottostare ai dettami dei commissionari ma volle raccontare la sua versione dei fatti, costituita dalla descrizione delle sofferenze ma anche delle speranze: “Ne ho avuto abbastanza: questa caccia alla storia è diventata difficile da reggere, non fisicamente, ma mentalmente. Ormai il lavoro qui non mi dà più la gioia della scoperta; qui quello che

conta più di qualunque cosa è il valore materiale, il fare soldi, fabbricare storie per rendere le cose interessanti. Detesto questo genere di commercio di sensazioni… E’ stato come prostituirsi, ma ora basta. Dentro di me io sono ancora, e sarò sempre, un artista.” La sua descrizione del mondo voleva passare attraverso il racconto della vita e non della morte, della cultura e non della becera violenza indotta dall’ignoranza, del futuro che si costruisce facendo tesoro della storia. La vita gli assegnò, purtroppo per poco tempo, il compito di farsi interprete dei deboli e degli sconfitti, come fotogiornalista non volle mai scendere al compromesso di essere “iena sul campo di battaglia”. Dalle sue immagini traspare sempre umanità e bellezza, anche dietro il velo impietoso della brutalità e della crudele indecenza del potere. La sua ricerca lo portò in America del Sud dove, purtroppo, trovò la morte cadendo in un burrone in un incidente d’auto. Avrebbe potuto scrivere ancora moltissime pagine indimenticabili, il destino ce lo ha “consegnato” in una versione immensa ma incompleta. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non creiamo un mondo di paura Tra allarmismi e continui annunci drammatici ci chiediamo che politica sia questa. Se ogni evento quotidiano viene trasformato in un dramma il rischio è che molti crederanno che il mondo stia entrando in una situazione catastrofica. Non a caso davanti alle cadute che i bambini a volte fanno gli adulti dovrebbero rimanere calmi e rispondere adeguatamente al problema con ragion di causa, altrimenti il drammatizzare il momento della sofferenza e dell’accaduto si trasforma nella mente del piccino in un trauma, che segnerà molta parte della sua vita. Ora questa classe politica dirigente come mai si affanna a rendere ogni minimo fatto quotidiano in tragedia? Una esasperazione che nasconde un obiettivo voluto? O è solo incompetenza democratica? Attenzione a creare persone paurose di tutto, queste invece di collaborare si chiuderanno a riccio e il risultato sarà un futuro rigido e buio chiuso nel terrore costante che tutto stia per crollare in un vortice che alla fine segnerà la vita di intere generazioni. (re) 10


Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Pane, amore e frisbee

Intervista a Amadea Colja di Nova Gorica

I miei progetti per il futuro in realtà sono già iniziati. Sono istruttrice di Disc Dog!

di Manuela Ghirardi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Amadea Colja è una giovanissima campionessa. In questa intervista ci racconta della sua più grande passione.

TOP FIVE

Deja, tu sei campionessa europea di Disc Dog. In cosa consiste questa specialità e quanto tempo hai impiegato per raggiungere un livello così alto?

Ubik, consigli per gli acquisti 1) L’ultima stagione - D. Robertson

Questa disciplina sportiva consiste soprattutto nel gioco e nel divertimento che si creano tra cane e padrone: io faccio Disc Dog già da 10 anni ma per raggiungere un livello superiore ho impiegato circa 2 anni, anche per merito della mia cagnolina Bora!

2) La ragazza che dormi con Dio - Val Brelinski 3) La figlia modello - Karin Slaughter 4) Cromorama - Riccardo Falcinelli

Questo sport ti ha portato a viaggiare molto?

5) 1517 storia mondiale di un anno - Heinz Schilling

Il Libro del mese

Sì, questo sport mi ha portato a viaggiare molto, ho visitato quasi tutta l’Europa e sono stata anche ai mondiali in America.

VIVO PER QUESTO di Amir Issaa “Non mi devo integrare, io qua ci sono nato, io non sono mio padre, non sono un immigrato, non sono un terrorista, non sono un rifugiato, mangio pasta e pizza, io sono un italiano”. Amir è figlio di un egiziano e di un’italiana. Nasce e cresce a Roma e non trova grossi legami con l’Egitto nè con il passato del padre, al quale tra l’altro non vuole assomigliare perchè entra ed esce di prigione causando notevoli sofferenze a tutta la famiglia. Negli anni Novanta, da giovanissimo, scopre lo skateboard, l’hip hop, i graffiti, passioni che gli permetteranno di conoscere la scena rap romana e internazionale e formarsi artisticamente, ricevendo svariati riconoscimenti dal 2005 in poi. Per Amir però non conta solo l’arte: nel suo libro parla anche dell’emozione di diventare padre, della rabbia, della forza della sorella maggiore, del percorso che l’ha condotto alla maturità. Un romanzo autobiografico in chiave street uscito nel 2017, che piacerà ai più giovani per la freschezza dei temi trattati e ai più grandi per l’onda di pacato equilibrio che l’autore cavalca con gran naturalezza per tutta la narrazione. (mg)

Da cosa è nata questa passione? Questa passione è nata in un modo particolare: quando andavo al mare con la mia famiglia, - Bora aveva solo 2 mesi - i miei genitori hanno iniziato a giocare con il frisbee e quando il frisbee cadeva a terra Bora lo afferrava e ci giocava anche lei! Così quando sono stata al centro cinofilo di Ajdovščina ho notato la specialità Disc Dog. Da allora faccio questo sport. Quanti cani hai avuto? Li hai addestrati tutti? Il mio primo cane è proprio Bora: siamo campionesse europee. Poi ho anche altri 5 cani (Asta, Shadow, Spirit, Yoda e Killian): li addestro tutti per praticare questo sport. Tu sei nata in Slovenia e al momento spesso ti trovi a stare in Italia per lunghi periodi. Quali differenze noti e quali sono le cose che ami di più di questi due paesi? Haha, sì, è vero! Le cose che amo della Slovenia e dell’Italia sono gli amici che ho incontrato nel corso degli anni. Mi diverto sempre con loro! Per quanto riguarda il Disc Dog devo dire che l’Italia è cresciuta molto in questa disciplina. In Slovenia siamo ancora in pochi a praticarla. Preferisci le persone o gli animali? Hahaha, io preferisco gli animali, però anche alcune persone che conosci possono cambiarti la vita! 11


VIAGGIO NELLA SANITA’ GORIZIANA - 2 -

Il San Giovanni di Dio perderà anche la Chirurgia d’urgenza di Vincenzo Compagnone Quel che ci preme ora rimarcare è che in futuro tutti gli interventi chirurgici più complessi o urgenti saranno effettuati a Monfalcone. A Gorizia resterà l’attività programmata, che necessita di ricoveri prestabiliti della durata di un solo giorno o, al massimo, di una settimana (week surgery con entrata al lunedì e dimissioni al venerdì). In più, la senologia e qualche specializzazione di nicchia come la chirurgia bariatrica, o dell’obesità. Ma il grosso del lavoro l’ottimo primario, professor Alessandro Balani, con la sua equipe lo porteranno avanti a Monfalcone.

L’ospedale di Gorizia si avvia a perdere anche l’attività chirurgica più importante e gli interventi in sala operatoria che rivestano carattere d’urgenza. I timori che, in questo senso, erano stati manifestati a più riprese in pratica da cinque anni a questa parte, trovano ora concretezza in una delibera firmata dai vertici dell’Azienda sanitaria numero 2 Bassa Friulana-Isontina alla fine dello scorso anno e passata stranamente sotto silenzio. Ecco, testualmente, il passaggio cruciale del documento, incentrato sulla “Variazione dei posti letto nei presidi ospedalieri di Gorizia e Monfalcone”. “La variazione dei posti letto definita dalla programmazione regionale – si legge a pagina 3 della delibera sottoscritta dal direttore generale Antonio Poggiana e dai suoi più stretti collaboratori - implica una profonda modifica dei percorsi clinici e di gestione delle urgenze. Nello specifico, rispetto alla riorganizzazione dei posti letto intensivi di Anestesia e Rianimazione e i posti letto semi-intensivi da attribuire al Pronto soccorso e alla Medicina d’urgenza, il processo di riorganizzazione non può essere scollegato dal percorso di specializzazione dell’ospedale di Monfalcone nell’attività chirurgica (intesa in tutte le sue discipline) d’urgenza e chirurgia maggiore e la graduale concentrazione presso l’ospedale di Gorizia dell’attività programmata e di one-day e week-surgery”. In modo inequivocabile, si delinea insomma il nuovo impoverimento del San Giovanni di Dio, nel quadro di una progressiva spoliazione che affonda le sue radici negli anni 90, quando dall’allora ospedale civile di via Vittorio Veneto i reparti di Oculistica e Otorinolaringoiatria si trasferirono armi e bagagli a Monfalcone. Ma non bisogna dimenticare, sempre volgendo lo sguardo all’indietro di parecchi anni, la trasformazione da reparto con degenze in semplice “funzione”, o servizio che dir si voglia (cioè senza posti letto), della Dermatologia e della Pneumologia. Il passaggio dal vecchio Civile al San Giovanni di Dio coincise poi, praticamente, con la soppressione anche della Medicina nucleare, che aveva sede nell’ex sanatorio. Nel 2014 arrivò la chiusura più dolorosa, quella del Punto nascita con l’intero Dipartimento materno-infantile (Ostetrica, Ginecologia e Pediatria) spostato in blocco al San Polo. Ma, sia pure con meno clamore, negli anni successivi l’ospedale di via Fatebenefratelli ha perso altri pezzi: la Nefrologia, che ha visto transitare a Gorizia fior di primari e di medici, ha smesso di esistere come reparto a sé stante visto che i 6 posti letto sono stati inglobati dalla Medicina, e l’Hospice, abolito per far posto al Nucleo gravi cerebro lesioni acquisite (Nca) che in precedenza era ubicato a Villa San Giusto. Il Centro trasfusionale unico si è trasferito al San Polo per mettere in sicurezza il Punto nascita e la stessa attività chirurgica. Il laboratorio di analisi è stato limitato alle urgenze e agli interni. Ma di questi argomenti avremo modo di parlare prossimamente.

©RIPRODUZIONE RISERVATA Gorizia News & Views è reperibile in forma cartacea in Biblioteca statale isontina di via Mameli, nelle librerie Leg e Voltapagina di corso Verdi, al Kinemax di piazza Vittoria, al Kulturni Dom di via Brass, alla Casa delle Arti di via Oberdan, al bar Torino di corso Italia, al Bar Boni di piazza Municipio e in tabacchino Da Gerry di via Rastello. E’ consultabile on line all’indirizzo:

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Gorizia News & Views Non facciamo di tutta l'erba un fascio Reg. Trib. Gorizia n. 1/2017 dd 11/12/2017 mensile del Mosaico & APS Tutti Insieme sede Nazareno - Gorizia, via Brigata Pavia 25 gorizianewsandviews01@gmail.com DIRETTORE RESPONSABILE Vincenzo Compagnone REDAZIONE Eleonora Sartori (vice direttore) Ismail Swati Rafique Saqib Manuela Ghirardi Marta di Benedetto Federica Valenta Felice Cirulli Renato Elia Eliana Mogorovich Timothy Dissegna STAMPA Nazareno Gorizia

In collaboration with: APS Tutti Insieme - www.tuttinsiemegorizia.it Nazareno Optimistic Youth Network and Consorzio Mosaico - SIP Gorizia 2017

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February 2018  
February 2018  
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