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In abbinamento alla stampa nazionale

Viaggio in Italia

Allegato al quotidiano

il Giornale

OSSERVATORIO SUL TURISMO DI QUALITÀ

PROMOZIONE TURISTICA

MERCATINI DI NATALE

Le trasformazioni della domanda, le sfide future e la necessità di innovare il settore. Ne parlano Renzo Iorio, Jacopo De Ria e Mario Buscema

Luci, atmosfere suggestive, ogge�i di artigianato, prelibatezze gastronomiche e tante curiosità. Un tour che comprende Trento, Rovereto, Bolzano e Innsbruck

Giubileo, da sfida a opportunità di Giuseppe Roscioli, presidente Federalberghi Roma

l Giubileo sta per cominciare e in termini di qualità dei servizi offerti, professionalità dei suoi addetti e investimenti strutturali il mondo dell’accoglienza alberghiera romana può dirsi pronto. D’altronde, e i numeri sono lì a provarlo, il nostro comparto non ha mai abbassato quel livello standard d’eccellenza che anche nei momenti più bui ha reso possibile reggere l’urto della crisi; intaccando certo, e non poco, la redditività delle singole aziende, ma quasi mai la quantità di visitatori.

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ROMA CAPUT MUNDI Con l’apertura della Porta Santa è iniziato il Giubileo della Misericordia. Attesi milioni di pellegrini. Passeggiate tra arte e architettura sacra proposte da Timothy Verdon, Roberta Bernabei e Sofia Bosco p. 7

>>> segue a pag. 3

Un “cammino” lungo un anno Prende il via il secondo Giubileo del millennio. Fortemente voluto da Papa Francesco, è anche il secondo evento dal valore turistico universale ospitato dall’Italia nel 2015 tenerlo a battesimo fu Bonifacio VIII che più di sette secoli fa, esattamente nel 1300, indisse il primo. L’ultimo è stato quello Giovanni Paolo II nel 2000. Il prossimo, in anticipo di un decennio sulla cadenza canonica, è scattato ufficialmente l’8 dicembre in occasione della solennità cattolica dell’Immacolata Concezione. Un Giubileo straordinario voluto fortemente da Papa Francesco e annunciato lo scorso marzo, durante una liturgia penitenziale nella Basilica Vaticana. Alla base di questa scelta quasi a sorpresa, c’è la volontà dello stesso pontefice «di rendere più evidente la testimonianza della Chiesa sul tema della misericordia», caposaldo etico della cristianità e

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Dario Franceschini, ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo

filo conduttore dell’Anno Santo che durerà fino al 20 novembre 2016. TUTTE LE STRADE PER ROMA In continuità con l’opera avviata dal Concilio Vaticano II, di cui quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario, il Giubileo 2015-2016 dovrà essere «un cammino che inizia con una conversione spirituale» ha ricordato il Papa. Messaggio sposato quasi alla lettera dal ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, che proprio attorno al tema del cammino ha costruito uno dei progetti cardine per valorizzare l’evento in chiave turistica. «È più di un anno – spiega il ministro - che lavoriamo sui percorsi. >>> segue a pag. 6

ALL’INTERNO Guide d’eccezione Un viaggio in Umbria accompagnati tra gli altri da Renzo Arbore, Marco Balestri ed Enrico Vaime Padova in fiera Expofoodworld, una fiera dedicata all’enogastronomia rilancia l’a�enzione sul cibo dopo l'Expo Val d’Orcia Il fascino senza tempo di una gemma paesaggistica patrimonio dell’Unesco


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Colophon SCENARI MENEGHINI

UMBRIA La Perugia del Pintoricchio p. 21

Viaggio nell'arte lombarda con Philippe Daverio p. 49

Direttore responsabile Marco Zanzi direzione@golfarellieditore.it Consulente editoriale Irene Pivetti Direzione marketing Aldo Radici Coordinamento editoriale Michela Calabretta direzione@golfarellieditore.it

ITINERARI TOSCANI Benessere a cinque stelle p. 34

Sopra, Philippe Daverio. So�o, lo Sposalizio della vergine di Bernardino Luini

Redazione Tiziana Achino, Lucrezia Antinori, Tiziana Bongiovanni, Eugenia Campo di Costa, Cinzia Calogero, Anna Di Leo, Alessandro Gallo, Simona Langone, Leonardo Lo Gozzo, Lara Mariani, Michelangelo Marazzita, Chiara Milani, Marcello Moratti, Michelangelo Podestà, Silvia Rigotti, Giuseppe Tatarella

(Santuario della Beata Vergine, Saronno)

Relazioni internazionali Magdi Jebreal Hanno collaborato Fiorella Calò, Francesca Druidi, Renata Gualtieri, Francesco Scopelliti, Lorenzo Fumagalli, Gaia Santi, Maria Pia Telese Sede Tel. 051 223033 - Via Ugo Bassi, 25 40121 - Bologna www.golfarellieditore.it Relazioni pubbliche Via del Pozzetto, 1/5 - Roma Tiratura complessiva: 360.000 copie Diffuso alla Bit 2016 Distribuito in Direct Mailing ai nominativi registrati durante i workshop nell’ambito di TTG Incontri 2015. I nominativi sono trattati in forma automatizzata al solo fine di espletare adempimenti di tipo operativo, gestionale e statistico. Informativa ex art. 13D. Lgs. 196/03 (Codice in materia di protezione dei dati personali - Tutela della Privacy)

>>> Segue dalla prima Il vero problema di Roma - ormai sotto gli occhi del mondo, purtroppo - è invece quello del degrado. Microcriminalità, sporcizia, abusivismo offuscano l’immagine della Capitale, mentre la decadenza morale della sua classe dirigente è stata riconosciuta tale da richiedere il diretto intervento del Governo. In una città che ha negli alberghi dei piccoli fiori all’occhiello, la nostra reputazione soffre del proliferare del fenomeno dell’irregolarità e dell’abusivismo ricettivo. Sbocciano ovunque b&b e case vacanze non autorizzati o inottemperanti alle leggi vigenti, mettendo a rischio il nostro buon nome di albergatori e la collettività intera in termini di sicurezza, visto che ospitano migliaia di persone non registrate i cui nomi non vengono comunicati alle autorità pur in tempi di massima all’erta terrorismo. Inoltre queste strutture frodano il fisco ed evadono l’obbligo del contributo di soggiorno. È

questa la piaga principale a cui porre rimedio e contro cui noi albergatori siamo in prima linea: come Federalberghi Roma abbiamo creato un sito, www.turismoillegale.com, attraverso cui si può anonimamente denunciare la nascita di attività ricettive “non chiare”, e messo a punto un soſtware che permette alle forze dell’ordine controlli incrociati per stanare le strutture non in regola. Ora attendiamo con impazienza che la Prefettura ci convochi per la firma del protocollo ufficiale che renderà questo soſtware utilizzabile e quindi davvero operativo. Perché le opportunità per il turismo “pulito” esistono. Con l’Anno Santo la città sarà infatti sotto i riflettori del mondo: un’occasione unica per conquistare e riconquistare nuovi e vecchi flussi. Vincere la scommessa del Giubileo significherebbe ricevere un’onda di ritorno che potrebbe durare a lungo e influenzare anche le prospettive per ora incerte dell’Olimpiade 2024. Si tratta insomma di una grande sfida che può trasformarsi in un’enorme opportunità. Ma la

battaglia va affrontata come sistema perché l’opportunità possa venire colta. E gli albergatori sono pronti a ogni forma di collaborazione con le istituzioni perché ciò avvenga. Concretamente, tuttavia, le nostre aspettative non sono altissime. I primi dati previsionali ci rivelano che le prenotazioni per l’apertura dell’Anno giubilare sono nell’ordine del 50 per cento delle camere disponibili. A prima vista parrebbe una sorta di flop, cui concorrono l’attuale “cattiva fama” di Roma e la constatazione del fatto che molti turisti (da distinguere dai pellegrini) preferiranno probabilmente visitare la città in altri periodi per non restare “incastrati” nell’evento. Inoltre, i dati di cui disponiamo risentono della concorrenza delle strutture irregolari. Ma il Giubileo dura dodici mesi, e ha sempre avuto - storicamente - un effetto ricaduta sugli anni seguenti. Lo sguardo va quindi al futuro; noi non ci perdiamo d’animo e lavoriamo. Perché questo Anno Santo è diventato la chiave di volta per restituire bellezza a Roma: l’idea di Papa Francesco può diventare il motore del rilancio della sua anima come della sua economia. ■

ECCELLENZA ALBERGHIERA

Il mondo dell’accoglienza, che anche nei momenti più bui ha saputo reggere l’urto della crisi, è pronto al Giubileo


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Speciale Giubileo

>>> continua dalla prima

Non solo cammini, che ne sono il cuore, ma anche ciclabili, linee ferroviarie storiche, percorsi equestri. In un momento in cui il turismo internazionale è in crescita e le città d’arte sono stremate dai viaggi mordi e fuggi, il turismo sostenibile non è uno dei settori strategici, ma la vocazione necessaria del sistema Paese». Chiamato a sfruttare i dodici mesi giubilari per portare i quasi 25 milioni di pellegrini attesi nella Capitale alla scoperta dei territori più spirituali e suggestivi disseminati lungo la Penisola. Dai passi di S. Francesco a quelli di S. Tommaso, dal Cammino teutonico alla via Francigena, «l’anno nazionale dei cammini correrà parallelo all’Anno Santo – prosegue Franceschini – e sarà un’occasione straordinaria per zone intere. In linea con una filosofia di Giubileo povero, di pellegrinaggio, ci affiancheremo in modo laico agli appuntamenti liturgici, dimostrando che quel che è avvenuto a Santiago può ac-

cadere in molte parti d’Italia». Al di là delle tappe e degli itinerari e inseriti nella mappa dei luoghi collegati al Giubileo, tutte le strade (stavolta a maggior ragione) porteranno a Roma, dove l’Appia rinverdirà gli antichi fasti imperiali di “Regina Viarum”. «Il cammino dell'Appia – sottolinea Franceschini - è un grande progetto nazionale su cui stiamo lavorando. La sua prerogativa è quella di unire regioni e territori in cui non arrivano turisti stranieri, rivalutare il Mezzogiorno e recuperare un patrimonio archeologico unico». UN GIUBILEO SOTTO MASSIMA SORVEGLIANZA Un patrimonio storico di cui l’Urbe rappresenta naturalmente lo scrigno più prezioso, da mettere in mostra ma soprattutto da tutelare, al pari dei milioni di turisti che accorreranno per ammirarlo. Perché, inutile nasconderlo, sul Giubileo che si appresta a togliere il velo aleggiano i timori di possibili attentati terroristici, ingigantiti dalle ul-

VOCAZIONE TURISTICA

Il Paese deve sfru�are i dodici mesi giubilari per portare i quasi 25 milioni di pellegrini a�esi alla scoperta dei territori più spirituali e suggestivi disseminati lungo la Penisola time drammatiche vicende andate in scena nel cuore di Parigi. Una tragedia spaventosa per efferatezza e numero di vittime che ha indotto questura e prefetto romani a predisporre uno piano di sicurezza speciale partito proprio l’8 dicembre, all’apertura della Porta Santa. Tra i circa mille obiettivi sensibili individuati, sorvegliati speciali saranno piazza San Pietro e i principali monumenti capitolini, dal Colosseo a Fontana di Trevi, appena restaurata. Attenzione prioritaria verrà riservata ai luoghi di ritrovo, allo stadio, alle piazze e alle manifestazioni, concerti in testa, per assicurare copertura e protezione alle cose e alle persone. Anche se, osserva Franceschini «la follia dei terroristi colpisce

indistintamente e non è un problema di certi luoghi rispetto ad altri. Lo Stato ha il dovere assoluto, e lo stiamo facendo, di fare tutto il possibile per garantire la sicurezza. Ma la vita deve andare avanti. Questo è il modo principale per rispondere 'no' ai terroristi». Stempera la paura, il ministro, fiducioso anch’egli che la macchina operativa dei controlli e dei presidi funzionerà come ha funzionato all’Expo. Con l’ulteriore restrizione della no-fly zone, che scatterà il giorno del via al Giubileo assieme a misure anti-droni. Non sarà attivata alcuna contraerea, ma in caso di necessità il prefetto Gabrielli non ha escluso l’ipotesi di abbattimento dei velivoli. ■ Giacomo Govoni

PORTE APERTE ALLA MISERICORDIA traordinario, in quanto sovverte la tradizionale cadenza venticinquennale. Tematico, perché dedicato alla misericordia, valore fondante del pontificato di Francesco. E, per la prima volta nella storia, un Giubileo decentrato. Nel senso che dopo l’apertura della Porta Santa in San Pietro l’8 dicembre, seguita a stre�o giro da quelle delle altre tre basiliche papali di S. Giovanni in Laterano, S. Maria Maggiore e S. Paolo fuori le Mura, anche nelle ca�edrali e nei santuari di tu�e le diocesi del mondo verranno spalancate le Porte Sante. Per testimoniare l’intenzione di portare «la misericordia nella vita quotidiana della

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Chiesa nel corso dell’intero Anno Santo». A fornire la chiave di le�ura è Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione a cui il Papa ha affidato l’incarico di regista di un Giubileo da interpretare «so�o una triplice prospe�iva». Da una parte, spiega il monsignore, «gli eventi organizzati che prevedono una grande affluenza di popolo. In secondo luogo ci saranno una serie di gesti simbolici che Papa Francesco compirà raggiungendo di persona alcune 'periferie' esistenziali per esprimere la vicinanza e l'a�enzione ai poveri, ai sofferenti, agli emarginati». La terza prospe�iva riguar-

derà invece i tanti pellegrini che giungeranno a Roma singolarmente per i quali, continua Fisichella, «saranno individuate alcune chiese del centro storico dove potranno vivere momenti di preghiera e di preparazione per a�raversare la Porta Santa». Tra le tappe fondamentali del programma giubilare, in cui spicca la novità dei “missionari della Misericordia” che porteranno il segno della presenza del Papa nel mondo, si segnala il Giubileo per gli operatori dei Santuari il 19 gennaio, la “24 ore per il Signore” il 24 marzo, il Giubileo dei ragazzi e delle ragazze il 23 aprile, per i sacerdoti il 1 giugno e quello per i carcerati il 6 novembre. ■ GG

Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione


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Benvenuti a Roma L’Anno Santo che si sta per aprire ha molti significati per i cristiani di tutto il mondo. Ma è anche grazie a questo appuntamento con Dio che si può riscoprire l’arte e la sua forza comunicativa. Gli itinerari tracciati da monsignor Thimothy Verdon svolgono anche questa funzione n momento che per i credenti è fatto di preghiera e di introspezione può diventare un pretesto per vivere l’arte in prima persona. La città di Roma che ospita il Giubileo è infatti ricca di arte, per la maggior parte intrisa della storia della Chiesa. Non si tratta soltanto di San Pietro o di Città del Vaticano, ma anche delle tantissime chiese sparse per la città e le migliaia di opere e raffigurazioni sacre dei musei e degli angoli romani. Per questo arrivare a Roma in un periodo così ricco di significati può essere un modo nuovo per riscoprire la città e la sua arte, che in questo caso può mettere al centro, una volta in più, il sacro e la sua iconicità. È per questo che i giubilei sono tempi di riscoperta: di Dio nella vita di ogni credente, nella vita degli altri ma anche nella storia. Il pellegrinaggio, che deve essere in primo luogo un viaggio spirituale, interiore, per antica tradizione è anche un viaggio materiale, lo spostamento da un posto a un altro posto. A questo riguardo, monsignor Timothy Verdon, storico dell’arte sacra, non perde occasione di sottolineare ancora l’importanza della città. «Negli anni giubilari “l’altro posto” è Roma. Penso che ancora oggi molte persone desidereranno visitare l'Urbe durante l'Anno Santo, vedere il Papa, sentire le sue parole sulla misericordia che deve informare ogni nostra azione, ogni nostro rapporto». In che modo unire la spiritualità all’arte? «Ecco come visitare Roma e altri luoghi ricchi di storia cristiana durante il Giubileo: evitando di perdere di vista l'obiettivo pro-

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fondo, il senso del viaggio interiore, la necessità di essere pellegrini spirituali. Guardando alle architetture, chiediamoci se il tempio del nostro spirito, se il santuario della nostra memoria, se il chiostro dei nostri rapporti intimi siano così belli, ben ordinati, razionali che gli edifici che vediamo. Guardando dipinti e sculture di Cristo, Maria, i Santi, chiediamoci in che misura la nostra vita potrà rispecchiare la santità che vediamo nelle immagini. Era questa una delle funzioni originali di simili opere nei periodi in cui furono realizzati, e rimane l'unico modo di entrare nel senso dell'arte sacra». Quali i migliori itinerari per apprezzare la Roma dei Papi? «È sempre molto significativo il percorso delle grandi basiliche: San Pietro, San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore, Santa Croce in Gerusalemme, San Lorenzo, San Paolo fuori le mura. Belli i chiostri medievali, irrinunciabili le catacombe, spettacolari alcune chiese barocche quali la berniniana Sant'Andrea al Quirinale e la borrominiana San Carlo alle Quattro Fontane». Esistono degli angoli, degli scorci di Roma poco conosciuti che però conservano ampia testimonianza di storia della Chiesa e di arte? «Ce ne sono moltissimi e ognuno ha il suo preferito. A me piace sempre fare la piccola salita ai Quattro Santi Coronati per pregare nella chiesa, visitare il chiostro, penetrare nella cappella affrescata nel Duecento con le storie di Costantino e San Silvestro. Non troppo lontano poi c'è Santo Stefano Rotondo, uno dei complessi architettonici più affascinanti del mondo».

Monsignor Timothy Verdon, storico dell’arte sacra, autore di numerosi volumi sul tema

IL CRISTO RISORTO

Questo grande capolavoro del 1960 coglie l'inquieta ricerca dell'uomo di oggi come cifra mistica della vita pasquale Se dovesse in qualche modo scegliere un’opera d’arte contemporanea legata alla religione, quale sceglierebbe? In che modo l’arte di oggi dialoga con la spiritualità? «A me emoziona sempre rivedere l'enorme Cristo risorto di Pericle Fazzini che fa da fondale al Santo Padre sul palco dell'Aula Paolo VI in Vaticano, dove Papa Francesco riceverà centinaia di miglia di pellegrini nel corso dell'anno giubilare. In un periodo come il nostro, in cui il secolarismo rende difficoltoso il dialogo tra l'arte contemporanea

e la spiritualità, questo grande capolavoro del 1960, ormai “storicizzato”, coglie l'inquieta ricerca dell'uomo di oggi come cifra mistica della vita pasquale». Esiste un’opera di arte sacra a Roma a cui è particolarmente affezionato o che vede come particolarmente evocativa? «Torno sempre a San Francesco a Ripa per restare qualche momento in contemplazione della "Beata Lodovica Albertoni" del Bernini, un capolavoro d'alta scenografia e di profondo misticismo eseguito dal maestro nel 1674». ■ Teresa Bellemo

L’incanto è dietro l’angolo Ha raccontato la grande storia e l’arte di Roma. Roberta Bernabei ci guida alla scoperta dei capolavori della Città eterna uello che trovo straordinario di Roma è il fatto che non si finisce mai di scoprirla». Esordisce così la storica e critica d’arte Roberta Bernabei. Nata nella Capitale, studia ormai da decenni ogni suo angolo, ha scritto molto sulle sue bellezze artistiche, ma trova sempre luoghi che la colpiscono, la incuriosiscono e la stimolano a studiare ancora. «Ogni luogo citato nei miei libri lo conosco approfonditamente ma una scoperta l’ho fatta di recente e riguarda un sito

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aperto da poco: la rampa imperiale di Domiziano che collegava il Foro Romano, cuore politico e amministrativo della città, con il centro del potere, ovvero il Palazzo imperiale edificato sul colle Palatino, una vera ascesa alla residenza dell’imperatore. Percorrerla per la prima volta è stata un’emozione intensa». Come autrice del libro Chiese di Roma può indicarci le chiese che un pellegrino in visita in città, in occasione del Giubileo, non potrà fare a meno di visitare? «Durante le celebrazioni dei primi giu-

bilei - il primo è stato indetto nel 1300 da Bonifacio VIII - sono state fissate, per l’acquisto dell’indulgenza, alcune condizioni ritenute fondamentali, consistenti nell’adempimento di pratiche penitenziali che prevedevano, oltre al sincero pentimento dei propri peccati, la visita ad alcune chiese di Roma. Ricordo che, secondo il diritto canonico, l’indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati già rimessi quanto alla colpa, remissione che il fedele acquista per intervento della Chiesa. Secondo un itinerario stabilito nel

Roberta Bernabei, storica e critica d’arte, autrice di diverse pubblicazioni sulle vicende storiche e sull’arte della città di Roma e presidente dell’Associazione culturale Eos


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Speciale Giubileo XVI secolo definito “giro delle sette chiese” il pellegrino è tenuto a visitare le quattro basiliche maggiori, San Pietro, San Paolo, San Giovanni in Laterano e Santa Maria Maggiore. A queste si aggiungono le tre basiliche minori: San Sebastiano, Santa Croce in Gerusalemme e San Lorenzo fuori le mura». Tra le più piccole e sconosciute invece quale l’ha più colpita e perché e qual è invece il luogo dell’anima che raccoglie più “segreti”? «Una delle più piccole chiese di Roma che mantiene inalterato il suo meraviglioso aspetto medievale è San Benedetto in Piscinula, a Trastevere, con il suo minuscolo campanile romanico e il magnifico pavimento cosmatesco. Si dice che fosse stata eretta accanto a una angusta cella dove il giovanissimo San Benedetto pregava durante il suo breve soggiorno romano, prima di lasciare la città per sempre. Se invece si vuole capire davvero questa città meravigliosa e carpire alcuni dei suoi segreti si deve visitare la Basilica di San Clemente, eretta a partire dal 1108, dopo la devastazione del 1084 dei Normanni, da papa Pasquale II sulle rovine della più antica, risalente al IV secolo. Scendendo nelle viscere della terra, si raggiunge la basilica antica e poi ancora più in basso un altro livello dove è possibile scoprire uno dei più bei mitrei romani, centro del culto di una antica religione di grandissimo interesse». Al di là del percorso spirituale quali potrebbero essere le tappe di un viaggio ideale alla scoperta di Roma, tra strade e piazze ricche di storia? «Roma è una città complessa e articolata, la sedimentazione di testimonianze antropiche, che attestano la presenza continuativa dell’uomo nello spazio configurato dalla sua lunga storia, ha delineato un assetto policentrico che è refrattario a delimitazioni e definizioni nette. A Roma, luogo dello spirito per eccellenza, ovunque si sente aleggiare la leggenda, il mito, la storia. Il viaggiatore saggio prima di compiere il viaggio a Roma si premura di portare con sé una guida, ma spesso le scoperte mi-

La chiesa San Benedetto in Piscinula a Roma A sinistra, un particolare della basilica di San Lorenzo fuori le mura, una delle Sette chiese, situata all'inizio del tratto extraurbano della via Tiburtina a Roma

gliori si fanno proprio quando la meta è perduta, quando ci si lascia condurre dal caso, compiendo percorsi sconosciuti. Direi che Roma è la città perfetta per mettere in pratica il metodo del disorientamento teorizzato dai filosofi situazionisti che, ispirandosi alla “deambulazione” surrealista, hanno praticato sistematicamente la deriva psicogeografica. Roma è meravigliosa e dietro ogni angolo si nasconde l’incanto, il

senso sublime di una bellezza senza tempo. Perdersi nelle sue strade non può che essere indimenticabile». In qualità di guida turistica di Roma quale affluenza turistica si aspetta nel periodo del Giubileo e quali crede possano essere le più grandi difficoltà che incontrerà la città nell’ospitare i pellegrini? «Io credo che l’affluenza sarà più ridotta rispetto ai trenta milioni di pellegrini di cui si parla da tempo, anche a causa della delicata situazione che tutta l’Europa sta attraversando. Roma è una città che non può certo vantare di un trasporto urbano efficiente come tante altre città europee tipo Berlino o Londra. Una delle note dolenti sarà proprio questa, oltre al fatto che il pellegrino e il turista sono a Roma in balia di guide turistiche abusive, di venditori di ogni genere di paccottiglia,

di borseggiatori e sono spesso confusi nell’approccio con una città grande e così ricca di vestigia del passato. La difficoltà maggiore che la città dovrà affrontare sarà quella di muovere un così grande numero di persone e di pullman e di armonizzare la loro presenza con chi a Roma ci vive e ci lavora». Come sarà impegnata, anche con Eos, l’associazione che presiede, in questa occasione? «Ho studiato molto il fenomeno dei giubilei. Nel 1998 ho pubblicato un libro dal titolo Roma nel Giubileo edito da Rizzoli e adesso sono autrice, insieme al giornalista e scrittore, esperto vaticanista, Luigi Accattoli, di un libro sul Giubileo della misericordia di papa Francesco e ho quindi deciso di organizzare una serie di tre incontri che si svolgeranno a dicembre e poi di nuovo all’inizio del prossimo anno per spiegare questo fenomeno così complesso e interessante non solo dal punto di vista religioso, ma anche storico, antropologico, artistico. Un fenomeno che ha permeato la storia della città negli ultimi settecento anni, anche perché se ne parla spesso, ma pochi possono dire di conoscerlo davvero. A questo corso saranno poi affiancate delle visite guidate alle sette basiliche, le quattro maggiori e le tre minori: un’occasione per conoscere meglio la storia e l’arte di Roma». ■ Renata Gualtieri

L’IMPONENTE RAMPA DI DOMIZIANO

collegava il Foro Romano con il centro del potere, ovvero il Palazzo imperiale edificato sul colle Palatino


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Giubileo, un’occasione per il Lazio Per visitatori e pellegrini l’opportunità di conoscere Roma e il Lazio oltre la dimensione religiosa. Per il territorio, e l’Italia, la chance di creare un sistema turistico sostenibile, integrato e consapevole

DA NON PERDERE

una tappa alle magnifiche ville storiche di Tivoli: Villa Adriana, Villa d’Este e Villa Gregoriana n Italia si snodano oltre seimila chilometri di itinerari, religiosi ma anche culturali, naturalistici e storici. Il 2016 non contrassegnerà solo il Giubileo straordinario della misericordia, ma anche l’Anno nazionale dei cammini, come ha rimarcato il ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo Dario Franceschini. L’obiettivo è quello di promuovere un turismo sostenibile, riavvicinando gli italiani alla natura, al patrimonio e alle tradizioni del Paese, che non appartengono esclusivamente alle grandi città d’arte. Un obiettivo condiviso dal Fai – Fondo ambiente italiano che, attraverso Sofia Bosco, invita a conoscere, e scoprire, aspetti inediti della Capitale e del Lazio. Al di là dei cammini di fede improntati dal Vaticano e dal Comune di Roma, quali luoghi - monumenti, palazzi, opere d’arte - più o meno conosciuti segnalerebbe ai pellegrini in visita nella Capitale e in regione? «Tre tappe da non perdere assolutamente. La prima è il Museo nazionale etrusco di Valle Giulia, dove si può scoprire una civiltà di estrema raffinatezza che rappresenta le origini preromane dell’Italia. Una seconda, imperdibile, è la Galleria Borghese, dove si potranno ammirare pezzi unici di grandissimi scultori romani e barocchi in un contesto architettonico di rara bellezza. La terza è una passeggiata al Celio fuori dai grandi flus-

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si turistici per visitare alcune chiese ritoriali, interessanti iniziative culturameno note della città ma estremamente li e aperture straordinarie di luoghi spesso sconosciuti». affascinanti: Santo Stefano Rotondo, Roma si prepara al Giubileo della miSanti Pietro e Paolo con i bellissimi resericordia. Quali aspettative, opporsti di case romane sotterranee, la straordinaria Villa Celimontana e, non lon- tunità e anche criticità scaturiscono da tano da lì, la chiesa di san Clemente con questo evento per il patrimonio culi tre livelli di scavo sotterraneo che per- turale della Capitale e della regione? mettono di capire la stratigrafia della cit- «La grande opportunità sarebbe poter vedere in Roma, antichistà di Roma e il comsimo crocevia di cultuplesso dei Santi Quattro re, il luogo dove in ocCoronati, un convento casione di questo Giufortificato medioevale. bileo si capisca la neDa non perdere, nel Lacessità di ripensare i zio, una tappa a Tivoli e comportamenti di alle sue magnifiche vilognuno di noi in relale storiche, già princizione al mondo. Il nupale tappa del Grand mero di pellegrini che Tour: Villa Adriana, Vilverranno, rappresentala d’Este e Villa Gregono ovviamente una cririana e una visita a Certicità, perché lo stato di veteri e Tarquinia per Sofia Bosco, direttore della sede servizi che la città offre scoprire i resti della di Roma e responsabile è decaduto negli ultimi cultura degli etruschi, dei rapporti istituzionali del Fai anni e la pressione del sorprendenti e molto Fondo Ambiente Italiano turismo in generale orben conservati». Fai ha in programma iniziative spe- mai sta deteriorando le città storiche, tracifiche e-o aperture eccezionali che ac- sformando i singoli monumenti in luocompagneranno Il Giubileo nel corso ghi poco comprensibili per il loro reale dell’Anno Santo a livello regionale e valore storico. Io credo fortemente però nella capacità dei romani di trasformare nazionale? «Il Fai non ha previsto iniziative speci- le difficoltà in energia propulsiva e spefiche per il Giubileo trattandosi di un’ini- ro vivamente che questo Giubileo offra ziativa di carattere religioso ma offre in a Roma un’occasione unica per attuare tutt’Italia, grazie alle sue delegazioni ter- una nuova visione di gestione della cit-

tà che sappia includere tutti». L’Italia punta sempre più alla sinergia tra turismo e cultura. Affinché questo binomio possa funzionare in maniera sempre più efficace, quali azioni occorre mettere in campo? «La sinergia turismo e cultura come forma di sviluppo sostenibile è la chiave di volta economica per l’Italia, purché questo sia veramente percepito da chi governa come una vera possibilità. Spesso chi governa ha comportamenti contrari a questo principio e tende a ridurre le risorse pubbliche destinate a questi settori, non favorendo realmente l’entrata in campo di investimenti privati che, a oggi, non sono sufficientemente sostenuti e incoraggiati. Bisogna vedere nella cultura l’investimento più importante del Paese, con la consapevolezza che la ricchezza da essa generata proviene dall’enorme indotto prodotto e dall’arricchimento individuale lasciato in ognuno di noi e in chi, pur non essendo italiano, sceglie il nostro Paese per viverci». Molte polemiche sono sorte intorno alla decisione del governo di rendere la fruizione dei beni culturali uno dei servizi pubblici essenziali. Cosa ne pensa? «Penso che oggi la misura di rendere un servizio pubblico la fruizione dei beni culturali sia necessaria, soprattutto se è vero ciò che dicevamo poco fa». ■ Francesca Druidi


Viaggio in Italia Pag. 11 • Dicembre 2015

Italia autentica Per quei territori ancora legati alle tradizioni è un momento d’oro. In migliaia ogni anno scelgono infatti di vivere esperienze lontane dalla quotidianità cittadina e l’Italia ne è ricca

Una nuova promozione turistica di Renzo Iorio, presidente di Federturismo i fronte a un mercato turi- dendo meglio ai bisogni del settore turistico profondamente cam- stico perché permette di impostare strabiato, a una domanda di tegie efficaci con un budget ridotto, turismo più complessa e consente di avere un buon ritorno e di inarticolata e a una concor- curiosire il potenziale turista. renza più che mai serrata è fondamen- Per riguadagnare in competitività e in attale rivedere il modo tradizionale di trattività è fondamentale che il Paese sapintendere la promozione e ridefinire il pia promuovere bene la sua immagine. La concetto di marketing focalizzando l’at- promozione e il marketing turistico della tenzione su strumenti e tecniche che destinazione e dei territori devono trovare permettano un buon ritorno economico altre strade, come per esempio la collaborazione tra pubblico e privato. La proe d’immagine a costi contenuti. Occorre prestare maggiore attenzione al mozione, per altro, andrebbe condotta con social media marketing, un nuovo mo- vere logiche di marketing d’impresa, vadello di promozione turistica, diversifi- lutando rigorosamente il rapporto tra ricare i mercati, innovando. Per farlo è sorse impiegate e ritorno in termini di maggiori presenze. necessario innanzitutto focalizzarsi sul MARKETING TURISTICO Oggi in Italia siamo, purtroppo, ancora cliente e orientarsi molto lontani da queverso il mercato e non sta logica, se si consiverso la destinazione. derano i mille rivoli La promozione deve attraverso cui si diessere meno istituziosperdono le non poche nale, più incentrata risorse che destiniamo sul prodotto-destinaa una promozione dizione, deve avvalersi sorganica e confusa. di strumenti innovaLa minore disponibitivi e invertire il tralità di risorse econodizionale rapporto presente nella comunicazione tra online miche in questo momento congiunturale e offline, muovendosi a favore della potrebbe essere sfruttata come un’occaprima. Per essere vincente deve fornire sione per procedere a una profonda riinformazioni utili sulla destinazione e fa- strutturazione del sistema turistico e per eliminare tutti gli organismi inutili e cilmente reperibili dal potenziale turista, essere visibile sul web, saper convertire inefficaci, favorendo la creazione di reti d’aziende e di consorzi, attraverso un prol’interesse in prenotazione e fidelizzare. È oltretutto importante non focalizzare cesso di fusioni. gli sforzi solo su un canale specifico o su Il grande salto di qualità sarebbe tuttavia un’azione particolare, ma segmentare le poter inserire tale approccio nella cornice azioni da intraprendere. Marketing non di un forte ed efficace “Racconto Paese” convenzionale e web marketing rappre- che sappia comunicare e sostenere l’imsentano oggi delle ottime opportunità magine e l’attrazione dell’Italia come per la promozione delle destinazioni tu- universo complessivo, fatto di cultura, ristiche. Il marketing non convenzionale paesaggio, fascino, qualità della vita e è lo strumento di promozione e di comu- qualità e valore dei suoi prodotti e delle nicazione che attualmente sta rispon- sue competenze. ■

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Per aumentare le presenze e riguadagnare competitività il Paese deve promuovere bene la sua immagine

er anni l’Italia ha giocato la partita turistica su due piani principali: il mare e le città artistiche. Due capisaldi che l’hanno resa una meta obbligata per chi amava l’aspetto culturale del viaggio e per chi, dall’altra parte, preferiva un soggiorno rilassante e meno caotico. Oggi è cambiato tutto e in questo il nostro Paese ha faticato a reagire. Mete più economiche e raggiungibili facilmente grazie a charter e voli low cost hanno reso le spiagge italiane meno appetibili. Città che hanno saputo costruire un’offerta artistica interessante abbinandola a una rete ricettiva e di servizi più efficienti come Londra, Parigi o Barcellona hanno superato le nostre città d’arte. In questo turbinio di cambiamenti, anche il turista ha cambiato le sue priorità, mettendoci anche quella che viene definita come componente “esperienziale” del viaggio. Da qui nascono soggiorni magari più brevi ma che riescono a far respirare l’aria autentica di un luogo, con i suoi sapori e le sue abitudini. Da qui è nata la fortuna del turismo enogastronomico, in cui l’Italia può giocare una partita da testa di serie. Borghi storici, vallate intatte, territori vocati alla coltivazione di uve e prodotti agricoli “come una volta” diventano il buen retiro di turisti italiani ed esteri, dando nuovo slancio al comparto, che mai come oggi, anche grazie ad Expo, può diventare il vero volano per uno sviluppo economico sostenibile. Ne par-

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Jacopo De Ria, presidente di Fiavet

liamo con Jacopo De Ria, presidente della Federazione italiana associazioni imprese viaggi e turismo. Il turismo enogastronomico è sempre più diffuso. Quali le caratteristiche principali dei territori che ospitano questo genere di percorsi e come si stanno evolvendo queste proposte? «Gli itinerari enogastronomici, in Italia, sono più o meno tanti quanti sono i nostri comuni e le varie combinazioni possibili che possono collegarli, visto lo straordinario patrimonio di specialità agroalimentari tipiche dell’agricoltura, di tradizione nella loro elaborazione di ricette della cucina regionale. Siamo in un paese ideale per il turismo enogastronomico, proprio attraverso la conservazione e la valorizzazione dei territori agricoli e vitivinicoli destinati a rappresentarne la cornice naturale, esso propone un nuovo modo di vivere la

L’ENOGASTRONOMIA

Rende una destinazione a�ra�iva al pari di un monumento famoso o di un’oasi naturale


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Turismo

Un’offerta vincente L’Italia ha nella capacità d’accoglienza uno dei suoi punti di forza ma, ricorda Mario Buscema, esistono debolezze strutturali industria dei congressi e degli eventi continua a crescere a livello mondiale. In Europa la spesa per i viaggi d’affari rappresenta il 24 per cento dell’intera spesa turistica, nel nostro Paese solo il 19 per cento. In Italia dieci anni fa congressi ed eventi erano al primo posto della spesa turistica, ma la crisi che ha coinvolto il Paese ha prodotto una contrazione della domanda. «Solo le destinazioni che hanno investito sulla ricerca di eventi internazionali- precisa il presidente di Federcongressi&eventi- hanno registrato un incremento dell’attività». Quali le criticità che ne limitano lo sviluppo e le opportunità che l’Italia deve cogliere per far crescere il business congressuale e creare ricchezza per l’intero Paese? «A eccezione delle città sulla direttrice Roma-Milano, le altre località dispongono di collegamenti ferroviari lenti e scarsi. Molti centri congressi avrebbero necessità di essere ristrutturati e rinnovati dal punto di vista tecnologico. Sono pochi gli edifici di nuova costruzione e in alcune strutture alberghiere continua a prevalere la gestione familiare, con risvolti negativi sulla qualità e sui prezzi. La connettività è carente, quando non assente. Ci sono centri congressi moderni in luoghi dove mancano alberghi e trasporti adeguati, che sono tuttora assenti in città con grandissime potenzialità come Roma. La reputazione del Paese a livello internazionale non è ottimale, c’è ancora tanta diffidenza sulla nostra capacità di fare sistema. Ancora inadeguata è la capacità di promuoverci a livello internazionale. Le procedure per i visti e le norme che regolano le sponsorizzazioni degli eventi medico-scientifici sono spesso contorte. L’Iva al 22 per cento sui pacchetti congressuali è penalizzante quando le associazioni internazionali applicano quote d’iscrizione Iva inclusa. La tassa di soggiorno è un balzello che pesa sulle tasche dei partecipanti o dell’organizzazione». A quali tra i Paesi stranieri, che sul turismo congressuale hanno costruito le proprie fortune, l’Italia deve guardare e quali invece i punti di forza della nostra offerta? «Purtroppo per noi, sono molti i Paesi che da anni investono. La Scozia ha stanziato due milioni di sterline per le candidature ai congressi internazionali. Edimburgo ha realizzato una app per sconti e offerte speciali. Bruxelles finanzia un fondo per i congressi scientifici. Praga ha un programma d’incentivazione da 45 milioni di euro. L’Irlanda ha avviato un programma ambasciatori nel 2009, ha costruito un centro congressi a Dublino nel 2010 e nel 2013 ha prodotto un video con l’invito del Primo ministro. Abu Dhabi ha dal 2013 un programma d’incentivi per i congressi. Vienna conta su un budget di 24,6 milioni di euro. Il nostro Paese ha incredibili potenzialità: un patrimonio artistico, culturale, paesaggistico unico al mondo, un’enogastronomia di primissimo livello, la presenza di centri di eccellenza nella formazione, nel-

L’ vacanza con un approccio più emozionale. Per questo chiediamo più tutela dei nostri luoghi e una normativa che tenga conto delle specificità del territorio». L’enogastronomia può aiutare a destagionalizzare i percorsi turistici? «Sicuramente sì, visto che l’enogastronomia rappresenta uno dei fattori attrattivi di una destinazione al pari di un monumento famoso o di un’oasi naturale. La trasversalità di questa tipologia di turismo è evidente, così come è anche chiaro che è un valore strettamente legato a vacanze con una forte componente “culturale” intesa in senso di interesse e stile di vita, che non è subordinata al consumo in determinati periodi dell’anno, ma, anzi, non ha limiti di fruizione». Quanto i nuovi media si sono rivelati utili a questo trend? «I canali di comunicazione sono l’aspetto che più influenza la scelta della vacanza, è vero che gli italiani usano con una frequenza maggiore rispetto agli stranieri gli smartphone, ma è anche vero che preferiscono affidarsi alla “rete relazionale” sia in termini di amici che di parenti che possano trasformarsi in testimonianze di esperienze già vissute. Di sicuro però una buona social media strategy ricopre un ruolo importantissimo nella promozione di un determinato tipo di turismo». Ed Expo invece? «L’Expo ha influenzato in maniera incisiva il turismo enogastronomico, a collegarli senza ombra di dubbio il cibo elemento imprescindibile in una concezione di turismo da sempre tesa alla valorizzazione del territorio». Oltre all’enogastronomico quali sono le nuove tipologie di turismi che stanno trovando terreno fertile nel nostro paese sia come accoglienza che come partecipazione? «Su questa linea di sicuro si possono collocare gli alberghi diffusi, gli eco-musei, slow food e quindi la necessità di emozionare, assaporare e pensare a uno slow tourism fondato su una mobilità dolce che consente e favorisce l’esperienza, la conoscenza dei luoghi. Al di là dei pregi connessi alla riscoperta dei territori per chi in quei posti già ci vive, si punta alla riscoperta del concetto di comunità, ponendo l’attenzione su una fruizione collettiva del patrimonio, un turismo quindi alla portata di tutti». Cosa sta invece passando di moda dal punto di vista della vacanza? «Essenzialmente due sono le tipologie di scelta del turista: la vacanza che è una tipologia di evasione più stanziale ed è quella che sta passando di moda, e il viaggio per lo più esperienziale, che invece è in aumento, poiché non è più solo conoscere, apprendere un luogo, ma il percorso di un viaggiatore consapevole che fa un viaggio per cambiare qualcosa dentro di sé». ■ Teresa Bellemo

Mario Buscema, presidente di Federcongressi&eventi

la ricerca, nella scienza, nella medicina, nell’industria, nell’arte, nella cultura, nel design, nell’agricoltura, nella tecnologia. La nostra rete di aeroporti e l’alta velocità ferroviaria consentono di arrivare facilmente in alcune località. Siamo dotati di alcune strutture congressuali d’eccellenza, d’importanti quartieri fieristici, di fantastiche dimore storiche, di location originali. Possediamo un vasto patrimonio alberghiero e abbiamo solide professionalità». Cosa cerca un turista congressuale oggi e quali gli investimenti necessari per rendere le nostre

IL TURISTA CONGRESSUALE

Cerca qualità nell’accoglienza, nei servizi, nelle stru�ure e nel programma e, a dispe�o della crisi economica, ha aumentato le pretese


19% Spesa viaggi d’affari Quota risorse spese dall’Italia sul totale dell’intera spesa turistica, contro il 24 per cento della spesa europea

strutture più adatte a ospitare eventi internazionali? «Il turista congressuale cerca qualità nell’accoglienza, nei servizi e nel programma. Il livello delle strutture e delle infrastrutture è pertanto fondamentale. Per rispondere ai bisogni di questo turista, che a dispetto della crisi economica, ha aumentato le pretese (oggi per esempio valuta anche la natura eco-sostenibile dei servizi), noi italiani ci dovremo impegnare a sviluppare l’intermodalità treno-aereo e migliorare il rapporto qualità/prezzo della nostra offerta alberghiera in alcuni casi ancora un po’ inadeguata e ingiustificata nelle tariffe. Il nostro Paese dovrà eccellere nella connettività, introducendo la banda larga ovunque, adottare una politica fiscale all’altezza delle nazioni competitor, favorire la nascita di aggregazioni tra imprese in grado acquisire eventi internazionali. È necessario un programma nazionale di costante formazione e aggiornamento professionale dedicato agli addetti di filiera». Secondo l’International congress & convention association Milano è per la prima volta al quindicesimo posto nel ranking mondiale delle sedi congressuali. Cosa ne pensa di questo risultato, quali i fattori che hanno fatto raggiungere al capoluogo lombardo questo traguardo e perché non accade così per altre città italiane? «Il caso di Milano conferma quanto ho sin qui sostenuto, e cioè che una destinazione con strutture alberghiere e congressuali adeguate e con un’ottima capacità di promuoversi sul mercato nazionale e internazionale ha le chiavi sicure del successo. Federcongressi&eventi da anni va ripetendo, anche a voce alta, che la quantità e la qualità del ricettivo alberghiero

Fonte dato: Libro Bianco del congressuale italiano, promosso da Federcongressi&eventi e da BTC e realizzato da Meeting Consultants nel 2014

e congressuale sono i dati fondamentali di un’offerta vincente, insieme alla capacità di chi è chiamato a promuoverla: ecco, la Milano di oggi, col suo successo anche a prescindere da Expo (i dati Icca si riferiscono al 2014), non fa che dimostrarlo. Se ciò non avviene altrove, come abbiamo già detto, lo si deve a vari fattori: in alcuni casi mancano strutture adeguate, o se ci sono, sono difficili da raggiungere e spesso sono le destinazioni stesse a esserlo. Spesso manca il cosiddetto “sistema-città”, cioè la capacità di tutti i soggetti privati e istituzionali di una destinazione di coordinarsi e promuoversi in sinergia. Una capacità integrata di promozione è basilare. Non basta più dire “siamo qua, veniteci a trovare”: occorre saper valorizzare al massimo le capacità attrattive del luogo». Quali le prossime sfide per Federcongressi&eventi e le iniziative di promozione dell’Italia turistica congressuale a livello internazionale? «La promozione dell’Italia sul mercato mondiale è affidata al Convention Bureau Italia, nato a giugno 2014 dalla volontà di Confesercenti-Assoturismo, Confturismo-Confcommercio, Federalberghi, Federcongressi&eventi e FederturismoConfindustria, col pieno accordo dell’Enit e delle Regioni. La nostra associazione è stata l’ideatrice del progetto e propulsore del processo che ha condotto a questo importante risultato. Quest’anno abbiamo lanciato anche il progetto di recupero del cibo inutilizzato dei convegni Food For Good–From meetings to solidarity, che conduciamo congiuntamente a Banco Alimentare ed Equoevento Onlus. Infine continuiamo la nostra azione istituzionale affinché con la nuova Enit si possa riprendere la collaborazione nell’interesse della visibilità della nostra industria congressuale all’estero». ■ Renata Gualtieri


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Specialità campane

Seducente come musica Nella cornice di Sorrento, un’esperienza gastronomica memorabile con piatti che incantano la vista e deliziano il palato. Paolo Esposito apre le porte del suo ristorante Museo Caruso, dedicato alla memoria del grande cantante napoletano

n sontuose sale da pranzo, avvolte da luce soffusa, vengono serviti curatissimi mosaici di sapori, profumi e colori, accostati con classe e dedicati a due obiettivi: sedurre i commensali e celebrare, attraverso la cucina, il più importante tenore campano. Questa è la descrizione del ristorante Museo Caruso di Sorrento, in via sant’Antonino, fondato e diretto da Paolo Esposito, da sempre estimatore e appassionato del grande artista napoletano. La gestione del ristorante Caruso,

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così come pure del vicino La Basilica, è seguita da tutti i membri della famiglia Esposito. Al vertice c’è il fondatore Paolo Esposito insieme alle figlie Annalisa, Valeria e Paola che, inoltre, contribuiscono al buon funzionamento del servizio in sala. Fra il personale della cucina di entrambi i ristoranti, spiccano i mariti delle rispettive figlie: lo chef di cucina Giuseppe Persico, marito di Valeria, lo chef pasticciere Raffaele D’Urso, marito di Annalisa, e lo chef pizzaiolo Luigi Apreda, marito di Paola. «L’immenso Enrico Caruso è

Il ristorante Museo Caruso è nel centro storico di Sorrento (NA) www.ristorantemuseocaruso.com

l’anima indiscussa del locale – afferma Esposito –. In suo onore, proponiamo i menù tipici della tradizione gastronomica campana. Serviamo i grandi classici di mare e di terra, rivisitati con tecniche contemporanee e presentati con autentica grazia e cura del dettaglio, in un connubio cromatico perfetto, dal tocco raffinato. Sapori particolari e irripetibili, frutto delle raffinate ricette e dell’estro culinario dei nostri chef, formatisi presso le cucine più prestigiose. Questi, scegliendo soltanto le migliori materie prime del nostro territorio, sanno abbinarle con fantasia e sensibilità, in un delicato equilibrio fra ingredienti stagionali, tradizione, evoluzione e modernità, in una successione di armonie e contrasti sequenziali. E sui piatti – vere sinfonie – si accordano le note di una ricchissima carta dei vini, con oltre 1.300 etichette di cantine nazionali e internazionali». Insomma, la sala è la scena, la cucina la vera protagonista. «Nell’ideazione del piatto – prosegue Esposito – domina la legge dell’equilibrio. Il risultato è un capolavoro di leggerezza, raffinatezza e gusto, volto a esaltare i sapori delle materie prime,

LA CUCINA COME ARTE Caruso, con la propria voce, è un artista indiscusso. Al ristorante Museo Caruso, la cucina è un’arte. Creazione continua, manipolazione dei prodotti, un rito di rigorosa intelligenza dai con-

tenuti creativi, in un crescendo di emozioni, in cui ogni gesto ha una sua intrinseca giustificazione, squisitamente gastronomica. La cucina come forma d’arte è essenziale e autentica, limpida ed equilibrata, ispirata dalla leggerezza e salubrità, fondata su sensibilità, intuito, competenza tecnica e passione nella ricerca del giusto ingrediente di alta qualità, scelto secondo la naturale stagionalità delle materie prime, affinché se ne sprigioni la potenza olfattiva e gustativa, in una sorta di fusione. E proprio la ricerca di prodotti di qualità, sempre genuini e freschi, ha spinto la famiglia Esposito ad acquistare un fondo agricolo di circa 10mila metri quadri, dove sono coltivati prodotti biologici, come olio, limoni e verdure di stagione di ogni genere.

PROPOSTE DELIZIOSE

Ogni a�o compiuto in cucina è dire�o a portare in tavola una particolare combinazione aromatica

sapientemente combinate e dosate. Nessun gesto è casuale. Né la scelta di un determinato ingrediente, né l’adozione di una tecnica di cottura anziché un’altra. Ogni atto compiuto in cucina è diretto a portare in tavola una particolare combinazione aromatica che è già nella mente dello chef. La raffinatezza per noi è anche sobrietà, semplicità, che diviene un sublime inno al gusto, in un susseguirsi di proposte deliziose». Non secondaria, poi, l’atmosfera impreziosita da straordinari effetti di luce. «Il gioco architettonico delle salette, che si intersecano pur restando raccolte nella loro intimità, crea un’atmosfera estremamente accogliente, ispirata al lusso contemporaneo. Ad arricchire l’ambiente, contribuiscono gli arredi d’epoca e la morbida luce delle applique, e naturalmente i

quadri e le fotografie – provenienti da tutto il mondo – che ricordano e onorano la memoria del sommo tenore». Tutti questi accorgimenti rendono l’ambiente confortevole, di gran classe e fascino. L’elegante interior design e il raffinato equilibrio formale contribuiscono a creare sorprendenti armonie cromatiche, che conferiscono all’ambiente una rilassante atmosfera, con una cura dei dettagli che svela una profonda ricerca estetica. «A prevalere sono le nuance calde, con toni di beige, cioccolato e morbide tonalità di giallo per le pareti. I tavoli, invece, sono impreziositi dalle pregiate porcellane, dalle collezioni di cristalli, dalle argenterie luminose accuratamente scelte per creare un’atmosfera preziosa, intima e avvolgente. Un’incantevole suggestione». ■ Elio Donato


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Specialità campane

Sorrento e la celebre veracità campana La migliore interpretazione della tradizione culinaria mediterranea. Menù ricercati che offrono una varietà di opzioni, capaci di incontrare il favore di tutti i palati e gli stili di vita. A due passi dalla cattedrale di sant’Antonino, nel centro di Sorrento uno dei più famosi panorami del Mediterraneo. Dal suo golfo si affacciano ulivi e alberi di noce, le palme e gli aranceti, che spargono il loro profumo, mischiato all’aria salmastra. È Sorrento, fra mare e montagna, fra i miti delle sirene, nella gentilezza del clima e nel caleidoscopio dei colori della natura. Un luogo in cui soggiornare apprezzando le spiagge e le onde. O un luogo dal quale partire per itinerari che conducono a Napoli, Pompei, Ercolano, Ischia, Capri, Positano, Amalfi. Percorsi alla ricerca del passato di arte, archeologia e cultura. O percorsi nel presente, per apprezzare la celebre veracità campana e l’accoglienza di questo popolo, con l’offerta di un territorio che sa interpretare l’esigenza turistica, coinvolgendo l’ospite con le traversate della nautica, i paesaggi e gli angoli nascosti delle escursioni e la luccicante movida. Sorrento è protetta da sant’Antonino, e, nel centro della cittadina, la devozione degli abitanti ha eretto per il santo la famosa cattedrale. A pochi passi da questo edificio sacro, in via sant’Antonino, nel 2005, Paolo Esposito, già patron del vicino e celebre ristorante Museo Caruso, ha fondato il ristorante La Basilica. Al pari del Museo Caruso, anche La Basilica, che ha all’interno 180 po-

È

Il ristorante La Basilica è a Sorrento (NA) www.ristorantelabasilica.com

MATERIE PRIME

Il ristorante La Basilica seleziona gli ingredienti più freschi disponibili in ogni stagione sti e 100 all’esterno, si è immediatamente affermato nei cuori locali e stranieri, venendo recensito dalla guida Michelin e segnalato dalle più importanti guide russe ed estremorientali. Le ragioni di questo successo sono presto spiegate. Il ristorante interpreta al meglio la tradizione culinaria mediterranea, utilizzando, proprio come si faceva una volta, esclusivamente una selezione degli ingredienti più freschi disponibili secondo la stagione, accostando ai prodotti tipici locali il meglio dell’agricoltura biologica. Con questi ingredienti di altissima qualità, il ristorante La Basilica propone menù ricercati, che offrono un’ampia varietà di opzioni, capaci di incontrare il favore di tutti i palati e gli stili di vita – comprese particolari esigenze e preferenze dietetiche, con numerose proposte di piatti vegetariani. Recente-

mente, inoltre, per una maggiore garanzia del commensale, la proprietà ha acquistato un terreno dove saranno coltivate le materie prime dei suoi menù. Naturalmente, trovandoci in una città di mare, spiccano per classe i piatti a base di pesce, cotto e crudo – ovviamente si tratta di pescato locale. Questi piatti includono le paste fatte in casa, come i tagliolini bianchi e neri con granchio e pomodorini, oppure i paccheri cozze e patate – una creazione del maestro chef Antonio Cosentino. Al pesce, poi, si danno il cambio gli ottimi secondi di carne, come l’involtino di vitellone ripieno di uva passerina, pinoli, formaggio e aglio al ragù napoletano o, in alternativa, la costoletta di agnello fresco all’erbetta di montagna. In un ristorante campano, poi, non può mancare la pizza, cotta nel forno a legna e anche questa propo-

sta in numerose varianti e gusti e con la medesima attenzione nella scelta delle materie prime. Sterminata la carta dei vini, che spazia fra bianchi e rossi, italiani, campani, ed esteri, prosecchi, vini da dessert, champagne e spumanti – tutte bottiglie provenienti dalle migliori aziende vitivinicole. Oltre a una sezione interamente dedicata ai magnum, per i palati più esigenti e per le occasioni speciali, il ristorante La Basilica conserva nella propria cantina anche una collezione di bottiglie invecchiate, scelte fra quelle delle annate più prestigiose. E poiché ogni ricetta va accompagnata con il vino più adatto a esaltarla, il sommelier del ristorante è disposizione per guidare e consigliare nella scelta della bottiglia che meglio può fare da accostamento a ognuna delle portate che compongono il menù prescelto dall’ospite. ■ Emilio Macro

Un Natale a Sorrento La Campania, immersa nella fascinazione di panorami incantevoli, è terra felix, rigogliosa, opulenta e prodiga di straordinarie bellezze. Qui, il mito, la tradizione, la storia e l’arte sono legate in un connubio indissolubile. Così come i sapori, diversi e sempre ricercati, in ogni stagione. Il ristorante La Basilica, anche quest’anno, accoglie i propri ospiti durante le festività natalizie, con menù speciali per la vigilia, il pranzo di natale e il cenone di San Silvestro. Una ricca proposta di specialità di pesce, di terra e dei migliori dolci della tradizione locale e natalizia.


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Umbria da scoprire enere insieme il concetto di cultura con quello di coltura. Su questo binario, che mescola l’antico sapere di matrice monastica con la naturale tensione alla modernità, l’Umbria ha costruito nel tempo la sua identità. Un percorso che nella coltivazione della terra e nella produzione del cibo trova ancor oggi uno dei suoi biglietti da visita più seduttivi, come sanno coloro che ad agosto hanno potuto ammirare il padiglione umbro presso l’area Rho-Fiera di Milano. «La strategia regionale di partecipazione a Expo 2015 – spiega la presidente della Regione Catiuscia Marini - si è indirizzata su vari piani per far conoscere l’Umbria ancor di più in Italia e nel mondo oltre che rafforzarne la reputazione». Che numeri ha generato il vostro padiglione e quali appuntamenti hanno catturato maggior interesse? «La nostra eredità benedettina e francescana all’insegna di laboriosità, solidarietà, sostenibilità e diffusione della conoscenza ha trovato la sua sintesi contemporanea nella proposizione di un nuovo font denominato Monk, presentato alla mostra temporanea sul cardo dal 31 luglio al 20 agosto. Realizzata e animata dalla Accademia delle belle arti Pietro Vannucci di Perugia, la proposta scenografica ha riscosso l’apprezzamento di 30 mila visitatori». Su quali punti di forza legati al territorio umbro avete scommesso in particolare? «I settori sui quali abbiamo maggiormente scommesso sono stati i cluster del cacao e del vino. Il primo è nato da una iniziativa di Eugenio Guarducci, patron di Eurochocolate, mentre il secondo ha visto 29 produttori umbri presentare al Padiglione del vino le loro eccellenze. In più, elementi storici di grande prestigio del Museo del Vino hanno impreziosito il percorso culturale e sensoriale della visita nell’arco dei sei mesi». Gli sforzi per promuovere la vostra agricoltura a Expo fanno il paio con quelli fatti per stilare il Psr 20142020, su cui l’Umbria è stata una delle prime regioni a ottenere il via libera. Lungo quali assi si articola e su quante risorse può contare? «Il Psr dell’Umbria approvato a inizio giugno rappresenta una grande opportunità di sostegno alla modernizzazione della regione che, come noto, ha una connotazione rurale molto evidente. Una spesa pubblica di 876 milioni di euro in 7 anni consente di perseguire una strategia non solo agricola ma spiccatamente rurale nel senso che possono essere aggredite sia le tematiche ambientali che quelle sociali». In quali azioni si tradurrà? «Nel quadro nazionale il Psr dell’Umbria ha dedicato alla priorità dell’inno-

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Seminare oggi per ripopolare domani In uscita da una vetrina milanese in cui ha mostrato le sue eccellenze produttive e culturali, l’Umbria rilancia il primario con un ambizioso piano rurale, che mette in pole il contrasto all’abbandono delle campagne. Parola a Catiuscia Marini

vazione non solo agricola più del doppio della media nazionale e lo fa sulla base di una esperienza già molto ricca sviluppata in più di 100 progetti di reti di impresa agricola e agroalimentare durante il Psr 2007-2013». Secondo l’indice Green economy, l’Umbria è tra le regioni più virtuose in materia di agricoltura biologica. Come sta cambiando la “mappatura” della superficie territoriale da questo punto di vista? «Il biologico in Umbria è cresciuto per la forte intraprendenza da parte degli agricoltori, ma anche sulla base degli specifici sostegni agroambientali delle ultime programmazioni. Ormai si viaggia su una superficie agricola assoggettata al sistema di controllo biologico superiore ai 30 mila ettari, con un’evoluzione molto positiva più recente tra gli oliveti, i vigneti e le proteaginose. Anche in questo settore, la

Regione ha favorito l’innovazione per cui nelle filiere del biologico si sono sperimentati nuovi metodi e nuove modalità di approccio al mercato che hanno fatto crescere le imprese». Quali ulteriori aiuti fornisce la Regione in questo ambito? «Sostiene e promuove la diffusione ai mercati locali e al cosiddetto km 0. Tuttavia le politiche di green economy vanno oltre il tema fondamentale del biologico investendo, ad esempio, anche il settore forestale e valorizzando le aree naturali protette - sette parchi regionali e un Parco nazionale dei Monti Sibillini - e i siti natura 2000. Non per niente siamo l’unica regione dotata di specifici Piani di gestione per tutti i siti di interesse comunitario». Nelle scorse settimane a Bruxelles ha avuto un confronto diretto col commissario Hogan, al quale ha chiesto una strategia comunitaria più incisiva contro lo spopolamento delle campagne. Quali azioni concrete ha invocato e quali prospettive vede per

Catiuscia Marini, presidente della Regione Umbria

l’Umbria sotto questo aspetto? «Ho chiesto che gli obiettivi socio-economici che deve perseguire la Pac, ovvero il sostegno delle imprese agricole, la sostenibilità ambientale, la tutela del territorio rurale, la crescita dell’occupazione, rappresentino il cuore della valutazione dell’efficacia di tali politiche e non siano subordinati all’assillo di controlli burocratici connessi alla spesa. La Commissione europea, senza indugio e senza pregiudizio, riapra poi il cantiere della semplificazione delle pratiche per l’utilizzo dei fondi europei, per ridurre gli oneri amministrativi e burocratici, a vantaggio di valutazioni sulla capacità delle politiche di determinare reale aumento della competitività delle imprese agricole e di generare nuova occupazione. Tutto ciò, sono certa, contribuirà a frenare l’abbandono delle aree rurali e della campagna in genere». ■ Giacomo Govoni

IL NUOVO CARATTERE MONK,

presentato ad Expo, sintetizza l’eredità umbra benedettina e francescana all’insegna di laboriosità, solidarietà, sostenibilità e diffusione della conoscenza


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Dove il jazz prende forma «Gli americani? Bravi, ma noi siamo sempre stati più creativi». Per comprovare la sua teoria Renzo Arbore è andato alle radici del jazz, a New Orleans, tornando poi nei locali cult di Milano e Roma: un viaggio che spiega perché nei festival e nei teatri italiani ogni applauso scroscia sempre al momento giusto e l’abbiamo nel sangue, il jazz italiano è più personale. Pensiamo a Stefano Bollani, a Danilo Rea, al siculo Francesco Cafiso che a quattordici anni aveva già un talento innato e nessuno riusciva a spiegarselo. Oppure a Paolo Fresu, che è andato ben oltre Miles Davis». Renzo Arbore parla del genere da tutti associato alle comunità afroamericane del primo Novecento, stravolgendone la discendenza. Una «storia mai raccontata» s’intreccia con nomi dall’indubbia origine italiana: Nick La Rocca, Joe Venuti, Salvatore Massaro, alias Eddie Lang, pezzi da novanta nel panorama mondiale la cui musica e influenza andrebbero riportati nella terra dove ha preso il via quel «dna creativo». Dagli States alle prime cantine del nostro Paese, celebri o improvvisate, il passo è lungo ma calzante. Arbore ripercorre così i luoghi-palestra dove tutto è cominciato prima che si arrivasse, grazie anche al ruolo trainate dell’Umbria Jazz, ai teatri e all’orecchio maturo di «un pubblico che tutti i più grandi musicisti sognano di avere». Da nord a sud dello Stivale per un giro tra i migliori locali: dove ci porta? «Razzolo dove posso, per esempio a Milano, faro del jazz con il mitico Blue Note e il famosissimo Club 2 a Brera. L’itinerario dei locali cambia in continuazione, alcuni chiudono, come l’Alexanderplaz a Palermo. Altri punti fermi sono il Big Mama e la Casa del Jazz a Roma. Ma devo dire che oggi i big del jazz agiscono meno nei locali, dove si trova comunque una musica militante, quasi car-

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Renzo Arbore, ecle�ico artista italiano

bonara. Funzionano molto gli auditorium, come quello di Renzo Piano. D’altronde già da tempo negli Stati Uniti per ascoltare la serie A, Ella Fitzgerald per esempio, bisognava andare all’Apollo Theater e oggi i locali americani vengono frequentati solo da turisti giapponesi e italiani». Com’è il pubblico italiano e cosa cerca? «Il jazz ha un pubblico maturo, sta diventando evento, si sposta nei teatri. L’Italia gioca un ruolo di primo piano, siamo i più ricettivi: il nostro luglio, ricco di festival e appuntamenti, non esiste da nessuna parte al mondo. Abbiamo un grande rispetto per la cultura, non mancano sponsor e le istituzioni, le Regioni prima di tutto, danno ancora un contributo. E il jazz ha bisogno di essere incoraggiato». Cosa ha perso il jazz passando dagli “scantinati” ai teatri? «Nuovi talenti. Prima di arrivare a Roccella Jonica o ai pre-

stigiosi palcoscenici dell’Umbria Jazz non c’è una palestra. Mi capita di notare musicisti italiani bravissimi ma ancora sconosciuti, come il pianista napoletano Luigi Villani o Michele Toro, abruzzese. Tanti fanno fatica: un musicista jazz è ancora pagato pochissimo e non ci sono più quei localini come il Music Inn di Pepito Pignatelli, il più antico di tutti, o il New Orleans, sempre a Roma, dove si faceva jazz tradizionale, nel senso di mainstream, di strada maestra, e da cui è venuto fuori Fabiano Pellini». Sostiene che il debito del jazz verso gli italiani sia ancora sconosciuto. Come farlo emergere? «È un discorso lungo. Ho curato anche un documentario “Da Palermo a New Orleans e fu subito Jazz” mai andato in onda: si ripercorrono le origini sottaciute dal jazz, mostrando come sia passata in sordina la sicilianità di Nick La Rocca, citato da Armstrong come uno dei maestri, autore del primo disco jazz quando ancora si chiamava “jass”. Siamo andati a New Orleans abbiamo scoperto tanti musicisti italiani, alcuni noti. Il primo chitarrista della storia del jazz è Eddie Lang, pseudonimo di Salvatore Massaro, abruzzese, il primo violista è Joe Venuti». Qual è il suo pezzo preferito? «Parto dalle fondamenta: “West and blues” di Armstrong, un capolavoro del 1937. Lo so, non c’entra nulla, ma lo lego a una fotografia di Betty Smith e al profondo sud: un funerale con la musica dietro, in Puglia, quando la banda seguiva il corteo suonando la marcia funebre di Chopin, un’immagine che evoca New Orleans». ■ PM

Cibi per corrispondenza

Non tornare quasi mai e al tempo stesso sentirne una profonda nostalgia: è lo strano legame tra Marco Balestri e la sua Perugia, sospesa tra un sano provincialismo, cibi e sapori introvabili in altri posti ono stati solo tre i mesi in cui Marco Balestri ha vissuto nel capoluogo umbro. Quand’era piccolissimo la famiglia si è trasferita a Milano, dove il conduttore televisivo e radiofonico risiede tutt’oggi. «A Perugia sono tutti matti» gli diceva il padre, un po’ scherzando, un po’ facendo sul serio. Sarà anche per questo che, pur provandone un grande affetto, gli anni passano e Balestri continua a rimandare l’incontro con la sua città natale. «Ci sono stato per lavoro, quando facevo “Stranamore” e l’ho trovata cambiata». Eppure i sapori e gli odori umbri, altrove introvabili, gli tornano spessissimo in mente. «Nella Milano cosmopolita, dove ci sono più ristoranti stranieri che italiani, è difficilissimo ritrovare alcune specialità locali, come la pizza di Pasqua, la torta sul testo, il vino casereccio e i salumi». Cosa ha ereditato dal carattere perugino? «Un sana diffidenza e due lauree. Vengo da una famiglia umile, mio nonno aveva

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Marco Balestri, condu�ore televisivo e radiofonico

un chiosco di fiori, e i perugini sono sempre stati “fissati” con lo studio avendo in casa l’università». Che rapporto ha con Perugia? «Un rapporto strano. Ricordo la Perugia dei nonni, una città architettonicamente deliziosa, aggrappata al promontorio, animata da un sano provincialismo con lo

“struscio” lungo corso Vannucci, suggestiva e medievale, le pasticcerie, i maritozzi e le torte di Pasqua. Mi mancano molto quei sapori. Ma in questi anni non ci sono più tornato e non vi ho portato neanche mia figlia, che ha 18 anni». Uno dei primi ricordi? «La fiera di Monteluce, quando mio nonno mi comprò il mio primo ombrellino». Una cosa che cambierebbe di Perugia? «Il peso eccessivo che è stato dato al delitto Meredith. La cronaca ha macchiato negativamente la città, facendo dimenticare il suo aspetto bello e giovane». Ha conservato un legame forte con la cucina locale. È facile ritrovarla a Milano? «Non ho mai trovato nessun posto che faccia le specialità perugine, come la torta sul testo, una specie di focaccia con dentro capocollo, salame ed erbette. Mia nonna la faceva spesso e, servita calda, era di una bontà favolosa. Mi sono persino informato per carpirne il segreto, forse dipende dal lievito. Introvabile è anche il sapore delle

salsicce, per non parlare della torta di Pasqua salata, che ha la forma di un fungo giallo. Ha un ripieno di formaggio, pizzica un po’ ed è fortissima. Questo è il piatto che mi manca di più perché anche se eravamo lontani ci veniva in qualche modo sempre spedita. Qualche tempo fa un mio amico è andato a Perugia e non ho resistito alla tentazione di chiedergli di portarmene un pezzo». E sui vini? «La preferenza va all’Orvieto classico, che per fortuna trovo nei supermercati. Mia madre aveva una zia di Canale Orvieto. Ricordo le botti e quel sapore forte, quasi d’aceto». Perugia a parte, non torna mai in Umbria? «Sono stato spesso ad Assisi, un posto molto caro. Mio padre, che ha lo stesso nome del santo patrono, mi ci portava spesso. Forse è per questo che sono molto amante degli animali, San Francesco mi è rimasto nel cuore. Poi mi affascina molto il lago Trasimeno. Da piccolo l’acqua ferma a tratti mi faceva paura». ■ PM


Viaggio in Italia Dicembre 2015 • Pag. 20

Umbria da scoprire

Perugia e il bluff dell’eterno presente Appuntamento con Enrico Vaime al caffè Vitalesta, lungo corso Vannucci, per scoprire che il posto esiste solo nei suoi ricordi. Una passeggiata per le strade perugine in compagnia di una guida che «dice sempre la verità, anche a costo di mentire» ia chiaro, sarò assolutamente parziale». È la condizione stabilita da Enrico Vaime per parlare della sua Perugia. Si fa fatica a credere a un tale campanilismo se si pensa che la voce del conduttore televisivo e radiofonico ha ben poco dell’inflessione umbra, ma non si hanno dubbi sfogliando i suoi romanzi autobiografici: da I cretini non sono più quelli di una volta passando per Quando la rucola non c’era fino ad Anche a costo di mentire Perugia fa sempre da sfondo, anche se non viene nominata». È un’onnipresenza che va giustificata. Come nella finzione narrativa, la «capitale della regione», per dirla con «un pizzico di megalomania», è il luogo dell’eterno presente, dove può persino accadere che le strade e le piazze cambino nome ma nella topografia immaginaria del protagonista restino le stesse, come ai tempi in cui era ragazzo. Da anni romano d’adozione, Vaime non ha mai reciso il cordone con la sua città, dove è nato nel 1937 in corso Cavour, la strada piana più lunga del centro e fulcro del cosiddetto Borgobello. Ma il suo non è un legame nostalgico e immobile come negli album dei ricordi, l’accento con cui ne parla è vivo, acuto, attento ai cambiamenti che, in fondo, non sono stati poi tanti. Quali appuntamenti non si lascia sfuggire? «Appena c’è qualcosa di interessante prendo e vado, che sia l’Umbria Jazz, il Festival del giornalismo o la presentazione di un libro. Perugia sconta il ritardo infrastrutturale ma da un punto di vista culturale è perfettamente collegata al resto d’Europa». Quand’era ragazzo, ai tempi in cui “la rucola non c’era”, com’era Perugia? «Formalmente non molto diversa da oggi. Per fortuna il centro storico non è stato rovinato e violentato. In alcune zone nuove c’è stato uno sviluppo forse selvaggio di costruzioni, ma poteva andare peggio. All’epoca la città non era male. La ricordo sobria, seria, abitata da persone responsabili, ben disposte a parlare anche se apparentemente chiuse e “musone”. Anche oggi non credo sia difficile entrare in contatto con la mia gente». A quali luoghi è affezionato? «A quelli che, pur non trovandoli, consi-

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Enrico Vaime, autore radiotelevisivo e teatrale, scrittore e presentatore

dero presenti. Quando prendo appuntamento con i miei amici mi capita di dare riferimenti topografici per i più inesistenti ma che vivono nei miei ricordi. Per esempio dico: “vediamoci da Vitalesta”, un caffè molto famoso in corso Vannucci, chiuso da oltre trent’anni, mentre la via che da piazza Matteotti va a piazza IV Novembre per me rimane via Pinella, a tal punto che mi sfugge il nome vero, quello di oggi. Insomma, un po’ si bleffa per vivere nell’eterno presente delle bambole e della Carrà». Ha un rapporto viscerale con la sua città d’origine: il campanilismo è tipico dei perugini? «In effetti in questi anni non ho mai reciso il cordone. Siamo campanilisti, a tratti quasi “contradaioli” ma in forme contenute perché abbiamo anche un grande senso del ridicolo e non siamo esibizionisti. Storicamente la rivalità più grande è con Terni, accesa soprattutto quando le rispettive squadre calcistiche militavano nella stessa divisione, ora ha perso un po’ di senso. Rispetto ai paesi del circondario si percepisce ancora quel sordo fastidio per doversi recare a Perugia, la “capitale” regionale con gli uffici della pubblica amministrazione, per sbrigare le faccende burocratiche. Poi c’è la rivalità con le regioni, prima di tutte la Toscana, molto considerata dalla politica nazionale,

cosa che ci ha un po’ penalizzato per le infrastrutture, basti pensare a quello che è successo con l’autostrada del Sole». Un terreno di discussioni è sicuramente l’enogastronomia. Che rapporto ha con la cucina umbra? «Mi vergogno un po’ ad ammetterlo, ma la nostra cucina è povera e sobria e, se non altro, è genuina. Io però non faccio testo, da vegetariano sono un emarginato, quando torno evito gli inviti a pranzo». Ha parlato della capacità di misurarsi con il senso del ridico, un background prezioso per la sua carriera da personaggio mediatico. «Trovo sempre un lato grottesco nelle faccende anche serie e tristi, mi viene naturale. Avrei una moltitudine di esempi a riguardo ma li sorvolo perché quando non si sa più cosa dire o come chiudere un finale è facile cadere nel linguaggio pecoresco, cosa che mi guardo bene dal fare. A proposito di volgarità, mi viene in mente una novella di Boccaccio che ci tratta malissimo e fa finire un personaggio perugino nello sterco». È appena arrivato a Perugia: cosa cerca? «Il tragitto che facevo da casa a scuola, un itinerario per niente turistico ma per me molto importante. C’è un posto in particolare che segnava la meta: la scaletta di san Ercolano, una scorciatoia. Alle spalle la chiesa, l’arco e poco più avanti la piccola via Oberdan. Un altro posto suggestivo è via Maestà delle Volte, che sbocca in piazza

Cavallotti: si entra nelle arcate e si attraversa quello che era il bastione». Oggi le scale a Perugia sono mobili, si fanno comodamente stando fermi. Questo ha tolto un po’ di poesia alle sue salite e discese? «Non credo. Le scale mobili rappresentano un bellissimo percorso, sono un risultato strepitoso e realizzate senza rovinare il contesto». Un posto leggendario di Perugia è l’elegante hotel Brufani, in pieno centro. Che le suggerisce? «Sono molto legato a quel posto, un tempo era gestito da amici di famiglia, ma di norma preferisco alloggiare alla Rosetta, un posticino più modesto e molto suggestivo». Esibirsi allo storico teatro Morlacchi le fa ancora effetto? «Senza dubbio, il Morlacchi è un luogo simbolo per l’emancipazione culturale di Perugia, lì ho portato le commedie più piccole, per quelle musicali si andava al Turreno». ■ PM


Viaggio in Italia Pag. 21 • Dicembre 2015

Quel piacere del colore Le antiche strade di Perugia possono ancora svelare particolari della vita e dell’opera del Pintoricchio. Maria Rita Silvestrelli lo immagina entrare a Palazzo dei Priori, orgoglioso del titolo ricevuto icercare i significati nascosti di un’opera d’arte suppone innanzitutto la ricostruzione biografica dell’autore. «Credo che l’unico modo per avvicinarsi a un artista sia visitare i luoghi dove ha vissuto, dove si è formato, dove ha posto in opera il suo genio». Di fatto, alla storica dell’arte Maria Rita Silvestrelli, le vecchie strade di Perugia possono ancora raccontare, mediante tracce non sempre esplicite, particolari della vita e l’opera di Benedetto di Betto, il grande maestro della scuola umbra del secondo Quattrocento, più conosciuto come il Pintoricchio o Pinturicchio. «Osservando le vie della città antica, immagino il tempo in cui vi passeggiava quest’uomo dalla mente geniale e bizzarra». In quale Perugia immagina l’uomo, Bernardino di Betto, e insieme l’artista Pintoricchio? «Nella stretta via dei Priori, camminando verso l’Arco Etrusco, lungo la via Mozza dove abitava da ragazzo. Lo immagino mentre cammina verso Porta

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Sole, per poi ammirare l’Appennino e il monte Subasio. Non c’è Pintoricchio senza la mole severa del Palazzo dei Priori. Immagino l’orgoglio che deve aver provato ai primi di aprile del 1501 entrandovi da Priore all’apice dei suoi successi. Quanto avrà meditato dinanzi all’oratorio di San Bernardino di Agostino di Duccio, davanti a quella facciata minutamente istoriata e dai colori festosi, espressioni di quel piacere del colore che è in tutta la sua pittura e la rende felice». Per raccontare il suo legame con l’artista quale opera eleggerebbe? «Senz’altro l’autoritratto della Cappella Baglioni a Spello. Botta e risposta con quello di Perugino al Cambio. Ma per una volta Pintoricchio vince in questo confronto. Lo considero un pezzo di pittura eccezionale. Un finto quadro appeso come per caso, nelle penombre del grande atrio dove si incontrano l’Angelo e la Vergine. È messo in risalto da un brano di natura morta, dei libri, un’ampolla, la lucerna, un drappo bianco che getta ombre e poi la targa con la collana da cui pendono lo stilo e il pennello.

L’AUTORITRATTO DELLA CAPPELLA BAGLIONI

è un pezzo di pi�ura eccezionale, ci si legge l’orgoglio del lavoro quotidiano, meticoloso alla ricerca della perfezione

Ci leggo l’orgoglio del lavoro quotidiano, accurato, meticoloso alla ricerca della perfezione, lo stesso di cui parla nei documenti, insegnandolo agli allievi. Lo prese a modello anche il giovane Raffaello tanto da ritrarsi anche lui così di tre quarti nell’autoritratto degli Uffizi». Se potesse passeggiare con il Pintoricchio, dove lo condurrebbe? «Gli chiederei di poterlo accompagnare lungo il tratto di strada che da Perugia conduce a Orvieto, attraversando paesaggi bellissimi che suscitano sentimenti grandiosi e profondi, come se l’antichità solenne di queste terre fosse ancora affiorante. In uno di questi luoghi, presso San Fortunato della collina, deve aver fatto una sosta più lunga per dipingervi una Madonna col Bambino immersa nel verde, oggi malmessa, ma in perfetta armonia con quell’ambiente. È nota come “Madonna del Feltro”. Immagino Pintoricchio come un uomo bruciante di vita, energico, sempre di fretta, così cercherei di fermarlo in questo scenario silenzioso e gli chiederei un’infinità di cose». Criticato dal Vasari per il suo vezzo di fare nelle sue pitture ornamenti d’oro, quale contemporanea lettura proporrebbe per questo raffinato artista del Rinascimento umbro? «Raffinato, davvero. Lo capirono bene i suoi contemporanei, soprattutto a Roma, dove seppe creare uno stile nuovo. Vale la pena di fermarsi a riflettere su quanto ne dice Paul Klee che nell’aprile del

Maria Rita Silvestrelli, storica dell’arte

1902 visita l’Appartamento Borgia ricavandone un’impressione profonda e dimostrando di aver compreso appieno l’arte del maestro: “Poiché annovero Michelangelo fra i moderni posso affermare che questi appartamenti sono quanto di più bello il Rinascimento ha prodotto a Roma. Villa Farnesina già visitata è di molto inferiore, vi è un certo vuoto. Qui, invece, una vivace elaborazione. Fino al più minuto particolare, tutto animato dalla stessa energia virile. Un luogo da trascorrervi tutta la vita, nulla è lasciato al caso. Pintoricchio, un grande artista”». Quale delle grandi opere del Pintoricchio suscita emozionanti riflessioni? «Il suo capolavoro su tavola: “la Pala di Santa Maria dei Fossi”, oggi conservata nella Galleria nazionale dell’Umbria. Guardare quest’opera è come fare un viaggio infinito nell’arte di Pintoricchio». ■ AD

A sinistra, la cappella Baglioni nella chiesa di Santa Maria Maggiore a Perugia. Sotto Autoritratto del Pintoricchio e un dettaglio della cappella


Viaggio in Italia Dicembre 2015 • Pag. 22

Umbria da scoprire L’Eremo delle Grazie si trova in località

Il respiro della storia

Valeria Lalli ripercorre i ricordi di infanzia a Monteluco, in un eremo diventato la casa vacanze della sua famiglia. Oggi luogo di accoglienza per quanti vogliano scoprire quest’angolo di Umbria

dal 1918 che l’Eremo delle Grazie, in Località Monteluco di Spoleto, provincia di Perugia, fa parte della storia della famiglia Lalli. È in quegli anni, infatti, che Arrigo Piperno – prozio degli attuali proprietari – acquista l’antico eremo, datato V secolo d.C., per utilizzarlo come casa delle va-

É

canze, così che la famiglia vi potesse trascorrere i mesi estivi e i fine settimana lontani da Roma. «Da allora, quella è sempre stata una casa viva, dove si incontravano letterati e uomini di cultura, dove si tenevano feste e ricevimenti e dove si trovava – e si trova ancora – la pace e il tempo per riflettere». A tratteggiare l’atmosfera che si respira al-

L’EREMO

È sempre stato un luogo vivo dove si incontravano letterati e uomini di cultura, dove si tenevano feste e ricevimenti e dove si trovava la pace e il tempo per riflettere l’Eremo delle Grazie è Valeria Lalli, che oggi, insieme alle sorelle Alessandra e Flaminia, gestisce la storica dimora, che nel 1991 si è aperta al pubblico come struttura ricettiva. Prosegue Valeria: «I ricordi più belli della mia infanzia e adolescenza sono qui. Le lunghe estati passate a giocare nel bosco. Poi il festival dei Due Mondi, che era un avvenimento per tutta la casa, che si riempiva di ospiti e amici di famiglia – personaggi illustri dello spettacolo e della

LA STORIA DELL’EREMO Alla fine del V secolo sant’Isacco di Antiochia scelse l’Umbria e le grotte di Monteluco per ritrovare, con i suoi seguaci, quella vita eremitica che aveva dovuto abbandonare in Siria. Da allora, e nel corso dei secoli, il monte divenne simile a un grande monastero per i molti che ne seguirono l’esempio. Nel 1547, il vescovo Fabio Vigili fondò la Congregazione dei Padri Eremiti del Monteluco e l’Eremo di Santa Maria delle Grazie ne fu ben presto

la casa madre. Con l’imminente calata su Roma delle truppe spagnole capitanate dal duca d’Alba, nel 1556, l’eremo divenne rifugio per l’ottantunenne Michelangelo. Nel 1806 ospitò i napoleonici e finalmente, nel 1860, l’eremo, dalla Congregazione dei Padri Eremiti del Monteluco passò alla locale Congregazione di Carità e in seguito fu venduto a privati, per diventare, nel 1918, proprietà di Arrigo Piperno e poi della famiglia Lalli.

Monteluco, presso Spoleto (PG) www.eremodellegrazie.com

politica, accompagnati da signore “luccicanti”. Mentre noi bambini organizzavamo il “nostro” festival, nostra madre preparava i menù con la cuoca e si occupava dell’organizzazione delle camere, curando ogni particolare per rendere la permanenza degli ospiti piacevole. Questo è quello che ancora oggi facciamo con lo stesso spirito». Quando, nel 1991, l’eremo fu aperto al pubblico, l’obiettivo era quello di farlo conoscere e condividerne l’esperienza e la storia. «A prendere questa decisione fu nostro padre, Pio Lalli, che non voleva fosse un semplice hotel, ma che restasse la casa che era sempre stata. Per questo, con la collaborazione della Regione Umbria, fu riconosciuta una nuova categoria ricettiva, quella delle Residenze d’Epoca. Così, in quel momento furono stabilite le regole riguardo alla tipologia della struttura, alla sua conservazione e al tipo di ospitalità. E noi continuiamo a credere che, soprattutto oggi, quello di cui si ha bisogno siano luoghi dove poter lasciare lo stress per qualche giorno e concedersi momenti di relax, anche con la nostra ottima cucina tradizionale, con piatti come gli strengozzi fatti in casa con tartufo o “alla spoletina”. Soggiornare qui è un’occasione per un’escursione nei boschi, per scoprire l’Umbria in bicicletta, per visitare le importanti città d’arte dei dintorni o percorrere i sentieri dei santi e la Via Francigena di san Francesco, che da Monteluco arriva ad Assisi. Il santo era molto affezionato al Monteluco sulla cui cima fondò un monastero, ancora attivo, e alla valle spoletana tanto da dire: “Nessun luogo è più piacevole della mia valle spoletana”. Più prosaicamente, si può ritrovare la pace anche solo stando sul bordo di una piscina con un libro in mano o, ancora, imparando a fare la pasta con il nostro chef. Sono esperienze semplici ma significative e che lasciano un ricordo duraturo». ■ Elio Donato


Viaggio in Italia Dicembre 2015 • Pag. 24

Umbria da scoprire

Il cuore dell’Umbria Con Sofia Bordini tra le meraviglie del territorio umbro, dove il sacro si unisce all’arte, dove la storia e le tradizioni non temono di appoggiarsi a moderne strutture ricettive.

CUCINA DEL TERRITORIO

iamo in quello che a buon diritto può essere definito il cuore verde d’Italia. Culla di civiltà millenarie e di radicate tradizioni storiche, religiose, culturali e artistiche, l’Umbria si distingue per le città famose e suggestive, tranquille e a misura d'uomo, eppure sono centro di una florida economia, con fiorenti industrie, università e centri culturali - scientifici di livello internazionale e strutture moderne. L’offerta ricettiva non è da meno, come spiega Sofia Bordini, che porta l’esempio dell’Hotel-Ristorante Le Querce. «Ci troviamo nella valle Tiberina – dice la titolare–. Tale collocazione fa del nostro hotel-ristorante un ottimo punto di partenza per visitare tutte le città dell'Umbria. Ci sono tappe che senz’altro suggerirei a chi volesse visitare il nostro territorio: senza dubbio il centro storico

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PERUGIA E ASSISI

Sono mete suggestive, con i loro vicoli, le botteghe artigianali e i famosi luoghi di culto

di Perugia, che si trova a soli 5 chilometri dalla nostra struttura; poi è d’obbligo una visita ad Assisi, che da qui dista 15 chilometri. Entrambe sono mete ricche di storia e molto suggestive, con i loro vicoli, le botteghe artigianali e i luoghi di culto famosi non solo in Italia. A breve distanza si trovano anche altre città umbre meno note, ma che i turisti più attenti non si perderanno: Todi, Deruta, Spello, Bevagna, Montefalco, Città di Castello, Gubbio e il Lago Trasimeno. Si prenda Spello, per esempio, famosa per l’olio d’oliva e riconosciuta come uno dei borghi più belli d’Italia. Oppure Gubbio, con il suo teatro romano in parte ancora conservato e le sue ricchezze architettoniche medievali e rinascimentali, che testimoniano la grande importanza ricoperta in quel periodo». Quella dell’Hotel-Ristorante Le Querce è una struttura molto capiente. «Non a caso – continua Bordini – lavoriamo principalmente con gruppi organizzati, che variano da gruppi di studenti a gruppi di adulti: l’intera regione, infatti, offre interessi per tutte le età. Le nostre 60 stanze sono molto ampie e rendono l’albergo particolarmente indicato per comitive anche nutrite di persone. A questo si aggiunge un servizio di Wi-Fi gratuito e illimitato in tutta la struttura, L’Hotel-Ristorante L’Anfora si trova a Deruta (PG) www.anforaperugia.it L’Hotel-Ristorante Le Querce si trova a San Martino in Campo (PG) - www.hotellequerce.eu

Sofia Bordini, titolare degli Hotel-Ristorante Le Querce e L’Anfora, presenta la proposta di cucina tipica umbra che le due strutture offrono. «Tra le specialità che si possono trovare da noi – dice Bordini – c’è uno dei nostri piatti tipici, le “pappardelle fatte in casa al sugo di cinghiale”, anche se non posso dire molto di più: la nostra cuoca non ci svela mai i suoi piccoli segreti. Poi, c’è la torta al testo, altro piatto tipicamente umbro e anch’essa realizzata nel rispetto delle tradizioni di una volta. Ma la lista delle nostre specialità è davvero molto lunga. Un discorso simile si può fare per l’altra struttura che gestiamo, L’Anfora, che si trova a 5 chilometri da qui, in località Deruta, città famosa per le sue maioliche artigianali. Qui la cuoca ogni giorno delizia i clienti, anche di passaggio, con piatti tipici del luogo e pasta rigorosamente fatta a mano, il tutto sempre accompagnato da pane fatto in casa ogni giorno. Per chi vuole gustare della buona carne alla brace, siamo pronti a cuocerla nel nostro braciere».

servizi privati in ogni camera, aria condizionata e molto altro ancora». Le comodità offerte dall’Hotel-Ristorante Le Querce non finiscono qui. «Vantiamo l'apertura tutti i giorni dell'anno – spiega Bordini – con orario continuato garantito dalla presenza di un nostro addetto anche nelle ore notturne, affinché i nostri clienti possano avere il miglior servizio di assistenza possibile. Il menù del ristorante può essere personalizzato e segue la stagionalità dei prodotti. La struttura si completa con sale convegni, che all'occorrenza possono essere destinate anche per eventi speciali o privati, di modo da poter assecondare il più possibile ogni esigenza. Anche il ristorante è a disposizione sia per pranzi sia per cene tutti i giorni dell'anno, anche per eventuali gruppi che non necessitino della struttura alberghiera, garantendo piatti tipici del territorio». A 5 chilometri da Le Querce, Bordini gestisce un'ulteriore struttura "L'Anfora" che dispone di Hotel, Ristorante e Bar. «Anche qui il Ristorante è aperto tutti i giorni a pranzo e cena». ■ Renato Ferretti


Viaggio in Italia Dicembre 2015 • Pag. 26

Umbria da scoprire

La tipicità umbra si fa raffinata Dopo le esperienze internazionali nei più rinomati ristoranti stellati, gli chef Francesco Sellitri e Giuseppe Sinisi hanno scelto il Ristorante Apollinare di Spoleto per proporre la loro cucina creativa. Un sincretismo fra i sapori del territorio, con un tocco di tecnica cosmopolita che non trascura nessun ingrediente er chi cerca piatti di alto livello e un’accoglienza raffinata, a Spoleto c’è un preciso punto di riferimento: il ristorante Apollinare. Da piazza della Libertà e dall’ingresso degli artisti al Teatro Romano, basta fare due passi e si incontra un edificio che racchiude in sé tutto il fascino del passato. Ricavato dalle mura romane dell’ex convento francescano del XII secolo e dalla chiesa di sant’Apollinare, questa struttura che dal 1991 è divenuto un rinomato ristorante, oggi ospita gli chef Francesco Sellitri e Giuseppe Sinisi, gestori con un curriculum consolidato nei migliori ristoranti stellati di Italia, Inghilterra, Scozia, Australia e America. «La nostra filosofia culinaria – racconta Sellitri – è quella di far incontrare i tanti sapori che abbiamo conosciuto in giro per il mondo, con una prevalenza, però, dei migliori prodotti della terra umbra, sempre secondo la disponibilità di stagione: come il tartufo, i legumi, la norcineria e la cacciagione, tipici del territorio». Ad accompagnare le prelibatezze di Sinisi e Sellitri c’è l’ottima carta dei vini e tutti questi fattori, compresa l’attenta cura di ogni dettaglio, sono valsi al ristorante Apollinare la menzione nelle più importanti guide enogastronomiche italiane e internazionali. Cosa troviamo nel vostro menù? Giuseppe Sinisi: «I classici del nostro ristorante. Fra questi spiccano i tortelli di burrata di Andria, serviti con una salsa di pomodorini arrosto e tartufo di Norcia. O,

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ancora, la tradizionale caramella ripiena di caciottina locale, affiancata a una fonduta di Parmigiano. Alcune ricette, poi, variano secondo la stagione. Per esempio, è il caso del polpo arrosto. Questo, in estate si presenta con patate soffici profumate alle erbe e agrumi. Nei mesi invernali, invece, preferisce arrivare in tavola con la zucca marinata e un pop corn di lenticchie di Castelluccio. Inoltre, siamo apprezzati anche da chi cerca una cucina diversa, altrettanto prelibata e ricercata negli accostamen-

ti. Per questi gourmet c’è un menù speciale, con le nostre sperimentazioni». In che direzione vi hanno portato questi atti creativi? Francesco Sellitri: «Ci piace incuriosire con un primo come le orecchiette vongole e cime di rapa. Oppure, passando ai secondi, una tartare di dentice e melone, petto d’anatra con chutney di arancia e cipolle con gelato alla rapa rossa. O, ancora, trancio di ricciola, con il suo brodetto allo zafferano e la bietolina all’agro».

LA FILOSOFIA DEL LOCALE

Far incontrare tecniche della cucina contemporanea, sperimentando i migliori prodo�i della terra umbra

La cornice ideale Intimità, eleganza e cordialità contraddistinguono l’atmosfera del ristorante Apollinare, ideale per le occasioni più speciali, e ambientazione perfe�a per colazioni e pranzi di lavoro. Il ristorante si cara�erizza immediatamente per un servizio impeccabile e l’ampia scelta di pia�i, legata all’a�enta selezione delle materie prime e alle primizie di stagione: dalle carni ai formaggi, dalla cacciagione ai tartufi, il tu�o accompagnato da o�imo olio extra vergine di oliva. La stessa atmosfera dell’interno del locale, in estate, si trova nel grazioso gazebo fiorito, dove, oltre all’opportunità di incontrare personaggi famosi, è possibile ascoltare la musica che arriva dai concerti del vicinissimo Teatro Romano.

Arrivando in fondo al menù, cosa proponete come dessert? G.S.: «Anche qui fanno bella mostra di sé gli ottimi dolci della tradizione spoletina e umbra, fra questi la crescionda spoletina. Poi ci sono i classici rivisitati, come il tiramisù al vino cotto, che si ottiene da una lunga cottura di fichi secchi o la Creme brulèe al profumo di lavanda salsa di camomilla e polline di api. In più, produciamo in casa diversi sorbetti (di ananas e basilico, di lamponi e maggiorana) e il gelato al moscato e fichi». Quali vini suggerite di portare in tavola con i vostri sapori? F.S.: «I vini maggiormente proposti sono, tipicamente, quelli della nostra regione. Questa è una terra ricca di vitigni autoctoni, basti citare il Sagrantino, il Trebbiano

Il ristorante Apollinare si trova nel centro storico di Spoleto (PG) www.ristoranteapollinare.it

spoletino e il Grechetto. Per ogni varietà, nella nostra carta dei vini sono contemplate più etichette, di media e alta qualità e tutte provenienti dalle cantine più rinomate». Infine, se un ospite chiede un suggerimento per un itinerario nei dintorni, cosa gli rispondete? G.S.: «Le tappe imperdibili del territorio di Spoleto e dei suoi dintorni sono numerose. Restando in città, vanno certamente visitati il Duomo e la Rocca Albornoziana. E, ovviamente, il Teatro Romano – basta uscire dal nostro ristorante per trovarlo. È un’esperienza indimenticabile il percorso naturale del tratto dell’ex ferrovia Spoleto-Norcia, da fare a piedi o in bicicletta. Per sport più energici, invece, in Valnerina è possibile effettuare attività come il raſting e le arrampicate. Per poi ritrovare il relax e i buoni aromi, ci sono le cantine di Montefalco e, ancora, altre scoperte si possono fare raggiungendo Assisi, Santa Maria degli Angeli e Perugia». ■ Elio Donato


Viaggio in Italia Pag. 29 • Dicembre 2015

L’accoglienza umbra

La pizza e il panuozzo

Fra le rose e i fiori, fra le viti e gli olivi, alla scoperta di un’antica dimora. Siamo a Montefalco, nell’azienda agricola Cardinal Girolamo, agriturismo gestito dai fratelli Massimo, Maria Rita e Pier Giuseppe Moncelli

Le sperimentazioni nel forno a legna di Vittoria Savino e Roberto Tenore. Un sincretismo di esperienze e sapori fra cultura piemontese, napoletana e il territorio di San Martino in Colle ngredienti scelti ogni giorno, che danno freschezza e qualità. Un impasto che lievita naturalmente per almeno quarantotto ore, per un risultato leggero e digeribile. Sono questi i segreti della pizza di Vittoria Savino e Roberto Tenore, coppia nella vita e da tre anni anche nel lavoro con la pizzeria “Non vedo l’ora” di San Martino in Colle. La località si situa nel perugino, nei pressi del corso del Tevere. I due protagonisti di questa storia provengono da esperienze professionali diverse: Vittoria, piemontese di nascita ed ex atleta della squadra nazionale di sci acrobatico e maestra di sci, Roberto, napoletano verace, ex giornalista e general manager nel settore alimentare. Entrambi hanno trovato nuovi stimoli fin dalle prime prove con pizze e forno a legna e quella che era solo una passione è diventata un’attività. «Assaggiamo tutte le pizze che offriamo – spiega Vittoria –. Alcune pizze sono state rivisitate da noi, come la pizza primavera a base di zucchine, mozzarella, alici, fiori di zucca e ricotta o la pizza indecisa, metà pizza margherita e metà calzone, con mozzarella, prosciutto cotto e ricotta. A volte, poi, sono i clienti a chiederci nuove combinazioni, e anche queste vengono inserite in menù, con il nome di chi l’ha proposta (Agnese, Gigi, Alessandra e così via)». Oltre alla portata principale, da “Non vedo l’ora” si servono anche antipasti a base di fritti e bruschette, insalate e dolci preparati in casa, e i “panuozzi”. «Creato a Gragnano negli anni Ottanta come alternativa alla pizza e

I è ospitale anche con gli amici a quattro zampe. «L’antica casa – ricorda Maria Rita Moncelli – è stata ristrutturata con discrezione e dovizia di particolari. Le caratteristiche della struttura originaria sono state conservate intatte, con l’aggiunta di qualche tocco di piacevolezza. Come una piscina e un parco giochi per i più piccoli. In più, ogni angolo è colorato dalle rose e dai fiori curati con amore dalla nostra mamma Celestina, che si dedica anche alla preparazione di marmellate, soprattutto di Sagrantino – vitigno tipico della zona –, che proponiamo agli ospiti come degustazione. Dagli oliveti, per il consumo interno, si produce anche un extra vergine di oliva dal profumo fruttato assai fine, dal sapore fragrante e pastoso, che lascia il palato asciutto e pulito». La posizione strategica al centro dell’Umbria, rende Montefalco e la residenza Cardinal Girolamo un ottimo punto di raccordo fra gli itinerari possibili. «Da qui – dice Pier Giuseppe Moncelli – si raggiunge Assisi in quindici minuti di automobile. Però anche Todi e Orvieto non sono lontane e in più, nei dintorni, sono innumerevoli i piccoli borghi. Tutte queste caratteristiche ne fanno un soggiorno preferito soprattutto dalle famiglie, sia durante il periodo estivo, sia nei weekend e ponti. Alla clientela italiana del Centro e Nord, si aggiungono anche presenze dal Celestina Moncelli, mamma di Massimo, Maria Rita e Pier Regno Unito e dalla Nuova ZeGiuseppe Moncelli, e colonna portante della residenza Cardinal landa». ■ Emilio Macro Girolamo di Montefalco (PG) www.stradadelsagrantino.eu a residenza Cardinal Girolamo è ciò che resta di un’antica costruzione. Ricordata dagli statuti comunali di Montefalco a partire dal XV secolo come Casa Campanone – per la sua custodia, il podestà prestava preciso giuramento –, oggi, fra dieci ettari di viti e due di olivi, la residenza ospita l’azienda agricola e agriturismo dei tre fratelli Moncelli: Massimo, Maria Rita e Pier Giuseppe, che nel 1998 hanno ereditato dal padre la proprietà dell’azienda, avviata nel 1993. «Il nome attuale, Cardinal Girolamo – spiega Massimo Moncelli –, è un omaggio al cardinale Girolamo Simoncelli, governatore di Montefalco e nostro antenato. Per noi tre, quella agricola è una passione, dato che siamo tutti impegnati anche in altre attività professionali. Però abbiamo lavorato per rendere questo luogo una dimora ideale per chi ama la serenità della campagna e sa apprezzare la gentilezza e il buon gusto dell’accoglienza familiare». Immersa in uno scenario verde che ispira tranquillità e calma, la residenza Cardinal Girolamo

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IL PANUOZZO

È un’o�ima alternativa alla pizza: una sorta di ciaba�a che viene co�a in due fasi nel forno a legna

La pizzeria Non vedo l’ora è a San Martino in Colle (PG) www.pizzerianonvedolora.it

con lo stesso impasto – racconta Roberto –, il panuozzo è una sorta di ciabatta che viene cotta nel forno a legna. La cottura avviene in due fasi. La prima permette all’impasto di cuocere, così da poter essere tagliato e farcito. Nella seconda fase si aggiungono gli ingredienti che devono completare la cottura in forno (come mozzarella, salsiccia, peperoni). Invece, le farciture a crudo (come la mozzarella di bufala, la feta, o i salumi) si aggiungono a fine cottura, prima di servire». Insieme alla proposta di una pizza di qualità, l’obiettivo di Vittoria e Roberto è quello di fare della loro pizzeria un luogo d’incontro. «Qui – dice Vittoria – , spesso ci si confronta sui tanti temi della vita. E inoltre diamo la possibilità agli artisti di esporre le loro opere sulle nostre pareti (quadri, ceramiche, orologi, fotografie), cambiando così, ogni tre mesi, la fisionomia del locale». ■ Emilio Macro


Viaggio in Italia Dicembre 2015 • Pag. 30

Umbria da scoprire

All’ombra della storia Simone Carboni parla delle mete più suggestive dell’Umbria, che offre vette culturali da fare invidia alle città più rinomate del Bel Paese, così come paesaggi fiabeschi e meraviglie naturali

a parola Umbria fa rima con cultura, natura e, come accade in ogni angolo d’Italia che si rispetti, con enogastronomia d’eccellenza. In effetti, anche nel Bel Paese, non sono molti i luoghi d’interesse culturale di così alto livello che possono vantare anche la bellezza degli itinerari paesaggistici umbri. Fuori dalle più comuni e affollate rotte turistiche internazionali che distinguono altre mete italiane, la regione di Perugia e Assisi è rimasta forse più autentica e meno soggetta a logiche di mercato, che altrove, invece, hanno deturpato il tessuto urbano come quello naturale. A darci indicazioni più precise su quanto l’Umbria offra di imperdibile, è Simone Carboni, titolare del Relais Villa de Angelis. «Assisi è la città di San Francesco – dice Carboni –, il cui messaggio di pace abbraccia tutti gli uomini, non solo cristiani, e la sua bellezza ne è in qualche modo una testimonianza. Molti luoghi della città rimandano alla sua vita, che invito ogni visitatore a scoprire, poiché così affascinante e coraggiosa. Vederla illuminata di notte dalla pianura sottostante è un’esperienza imperdibile. Merita una visita senz’altro anche Perugia, una delle città italiane più importanti del basso Medioevo, di cui conserva ancora mirabili esempi come la Fontana Maggiore, il Palazzo dei Priori, il Collegio del Cambio e della Mercanzia, realtà quest’ultime da cui derivano i fondamenti delle istituzioni moderne della nostra civiltà. È vero, poi, che le cittadine umbre hanno tutte una struttura simile, sorgendo quasi sempre in altura sui resti di insediamenti etruschi o città romane ma ognuna ha comunque un fa-

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scino particolare e tutte meritano di essere visitate». La lista degli itinerari naturalistici più suggestivi è altrettanto lunga. «Ci sono le spettacolari Cascate delle Marmore – continua Carboni –; l’altopiano di Castelluccio, un luogo incantevole all’interno del Parco Nazionale dei Sibillini, dove all’estremità sorge un piccolo borgo, un paesaggio fiabesco; il lago Trasimeno e l’isola Polvese, luoghi ricchi in biodiversità. Infine consiglierei un giro in macchina tra la campagna, anche senza una destinazione precisa, magari facendosi guidare dal caso e dall’intuizione, si trova sempre qualcosa che vale la pena di vedere e scoprire».

DA VEDERE

Assisi illuminata di no�e dalla pianura so�ostante è un’esperienza imperdibile

Il Relais Villa de Angelis si trova a Sant’Enea (PG) www.relaisvilladeangelis.it

E proprio in un paesaggio come quello che descrive Carboni, si trova il suo relais, a pochi chilometri da Perugia. «Accogliamo i nostri ospiti in una residenza d'epoca – spiega Carboni –, evocatrice di memorie e di atmosfere ricche di fascino. Restaurata con cura e amore per la storia, il relais è il luogo ideale per trascorrere una vacanza o un week end rilassante. Su quella che un tempo era una limonaia, è posta la guest house con piscina, uno spazio ideale durante la bella stagione. La struttura è inoltre dotata di bagni, spogliatoio, terrazza panoramica con solarium e attrezzata con ombrelloni e lettini. All'interno del relais, passeggiare lungo i sentieri che si snodano tra la vegetazione rigogliosa del parco secolare, offrirà pause per rigenerarsi e contemplare la bellezza della natura che sa donare in ogni stagione una nuova magia di profumi e colori. Il relais Villa De Angelis è circondato da un bosco di un ettaro composto da lecci, roverelle, pini, cipressi e altre latifoglie». ■ Remo Monreale

L’UMBRIA IN CUCINA imone Carboni, titolare del Relais Villa de Angelis spiega come la cucina umbra sia semplice, essenziale. «Eppure proprio la sua origine contadina – dice Carboni – la rende sbalorditiva. Da assaggiare la brusche�a con l’olio extravergine di oliva umbro, una vera e propria eccellenza. Oppure gli strangozzi al tartufo (una pasta molto più spessa di uno spaghe�o), gli gnocchi al sugo d’oca o, ancora, la torta al testo. Molti stranieri che vengono in Umbria, e penso più in generale in Italia, sanno e si aspe�ano di mangiare bene, ma non hanno la consapevolezza e conoscenza della variabilità e ricchezza della cucina italiana. Uno dei nostri doveri è fare in modo che non partano prima di averla davvero scoperta».

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Itinerari toscani Vista della Val d'Orcia

Una valle dai colori antichi Attraversata dai viandanti medievali e immortalata dai pittori della Scuola senese, la Val d’Orcia è una gemma paesaggistica a est della Toscana, arricchita da un parco naturale e tutelata dall’Unesco. Massimo Magrini ne descrive il fascino senza tempo olci colline degradanti, case coloniche incorniciate da maestosi cipressi, terra rossastra e fazzoletti di ulivi, discreti e perfetti, a intarsiare la valle. E sul tutto, un’ampia pennellata di tardo Medioevo. Alla Val d’Orcia, perla naturale della Toscana ai piedi del monte Amiata, piace presentarsi così. Per sedurre i visitatori di oggi così come, qualche secolo addietro, avvenne con gli artisti senesi che la celebrarono in tutta la sua magia. «È un territorio di dimensioni importanti – spiega Massimo Magrini – riconosciuto patrimonio dell’umanità per il paesaggio culturale plasmato dall’opera dell’uomo, che ha interagito in modo rispettoso con l’ambiente tanto da poter parlare, nel caso della Val d’Orcia, di antropizzazione culturale». Il riconoscimento dell’Unesco è arrivato nel 2004. Cinque anni prima era nato il Parco artistico e naturale. Quali valori naturalistici e culturali custodisce? «Il sito coincide con l’area naturale protetta di interesse locale (Anpil) Val d’Orcia e comprende quasi nella loro totalità i Comuni di Castiglione d’Orcia, Montalcino, Pienza, Radicofani e San Quirico d’Orcia, con un’estensione complessiva di 61.000 ettari. L’istituzione dell’Anpil ha dato ai Comuni gli strumenti normativi per gestire un’area in cui i valori antropici si intrecciano a quelli naturalistico-ambientali. Un processo iniziato nel pre Rinascimento e in cui l’agricoltura, oggi come in passato,

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Massimo Magrini, membro della conferenza dei sindaci della Val d’Orcia

riveste un ruolo fondamentale nella gestione del territorio aperto e nella salvaguardia del paesaggio culturale della valle. Dentro al parco, i cui confini coincidono con l’Anpil, la Regione Toscana e la Provincia di Siena hanno individuato 5 siti di interesse comunitario, nazionale e regionale e sono state istituite 4 riserve naturali provinciali in luoghi particolarmente significativi sotto il profilo ambientale». In quali scorci della vallata si colgono meglio le tracce rinascimentali? «Il paesaggio della Val d’Orcia è per lo più quello del “mare di creta” descritto dai pellegrini del Medioevo che percorrevano la via Francigena che attraversa la valle longitudinalmente verso Roma. Ma è soprattutto, come dicevo, quello del “buon governo”. L’iconogra-

fia storica e gran parte della pittura della Scuola di Siena ne hanno evidenziato le sue configurazioni principali: i pascoli e i seminativi nudi, le colture miste e, caso raro in Toscana, il reticolo agrario a maglia fitta tipico del sistema mezzadrile introdotto fra il XIV e il XV secolo. Nelle aree di maggior pregio del comune di Radicofani ad esempio, permane una parcellizzazione del territorio che risale alla repubblica di Siena, come si desume dallo Statuto del 1441, quando il territorio venne suddiviso per soddisfare i bisogni alimentari della comunità». Quali sono le eccellenze del territorio da promuovere? «Oltre al Brunello di Montalcino, punta di diamante della Val d’Orcia, ci sono tanti altri prodotti importanti della nostra terra: lo stesso Orcia Doc, vino con meno tradizione ma con grandi prospettive, il formaggio di pecora, i salumi e l’olio. Ma va promossa soprattutto l’unicità del territorio, la vera garanzia dell’alta qualità dei nostri prodotti agroalimentari». Questa è un’area in perenne trasformazione. Quali le sfide e i cambiamenti più grandi che l’attendono? «La Val d’Orcia è un sistema in continua evoluzione, ma vi sono momenti in cui alcune trasformazioni vanno stimolate e governate. La sfida più grande che abbiamo davanti è creare le condizioni affinché i nostri ragazzi continuino a vi-

vere e trovino opportunità di lavoro in questa terra, altrimenti la Val d’Orcia sarà destinata a un lento declino. Dobbiamo trovare il giusto equilibrio tra la necessità di avere servizi e infrastrutture al passo coi tempi e quella di tutelare il paesaggio culturale, indispensabile allo sviluppo socioeconomico del territorio. Questa armonia tra innovazione e tradizione, due concetti in apparente contrasto, genera il cosiddetto sviluppo sostenibile, l’unica strada percorribile per un territorio bello e delicato come la Val d’Orcia». Una delle iniziative permanenti è la visita a bordo di littorine d’epoca. Quali altri percorsi turistici vengono proposti all’interno del Parco? «Oltre al treno natura, in Val d’Orcia è possibile fruire di molti itinerari turistici e culturali a piedi, a cavallo o in bici. Le amministrazioni stanno operando per realizzare nuovi percorsi e valorizzare quelli esistenti, anche in sinergia con gli imprenditori del settore ricettivo. C’è poi la grande opportunità della Francigena che, a mio avviso, nei prossimi anni avrà uno sviluppo simile al cammino di Santiago. Il tratto che attraversa la Val d’Orcia, oltre a essere bellissimo e ben conservato, è stato messo da poco in sicurezza grazie ai finanziamenti della Regione Toscana ed è percorso da un numero sempre crescente di pellegrini». ■ Giacomo Govoni


Viaggio in Italia Pag. 33 • Dicembre 2015

Trekking urbano È la signora del Brunello ma non le piace parlare solo di vino. Passando dall’enologia al turismo colto, Donatella Cinelli Colombini, da innamorata della sua terra, ci propone una passeggiata tra le meraviglie di Siena, «un trekking urbano che tonifica muscoli e mente, alla scoperta di suoni, sapori e odori decisamente inconsueti» roduce un Brunello di altissimo livello ed è delegata regionale dell’associazione “Le donne del vino”. Ma è stata anche assessore al Turismo del Comune di Siena, e, prima ancora, proviene da una famiglia toscana di antiche origini. Nel 1592 il Casato, che dal 1998 ha preso il nome “Prime Donne”, apparteneva già ai suoi antenati, in tempi più recenti è stato della nonna e poi della madre: oggi ospita una realtà unica in Italia, la prima cantina dove l’organico è interamente femminile. Per noi Donatella Cinelli Colombini si trasforma in una guida d’eccezione e ci accompagna in un itinerario alla scoperta della città e del territorio, tra antichi sapori e tesori d’arte. Lei è la signora del Brunello, vino profondamente identificativo del territorio. Abbinato a quali sapori locali ci suggerisce di degustarlo? «Il Brunello accompagna ottimamente piatti molto saporiti e poco grassi, quindi arrosti nobili e formaggi stagionati. Fra la gastronomia senese consiglio di consumarlo accostato alle carni più antiche: il bue chianino e il maiale cinta. Strepitosa la bistecca alla brace ma anche i tagli più poveri della Chianina come il “peposo” dei fornaciai di Petroio. Non sottovalutiamo il cacio pecorino di lungo invecchiamento: quando il taglio delle fette diventa traslucido e l’aroma è più intenso costituisce un compagno straordinario per dei Brunello riserva di grandi annate». All’interno della Fattoria del Colle si trova anche l’Osteria di Donatella.

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Quali tra i piatti che servite esprimono maggiormente le tradizioni culinarie locali? «Abbiamo recuperato una pietanza senese antica e di grande suggestione, si chiama “ciancifricola” e il suo uso affonda nella notte dei tempi. Si tratta di una pomodorata in cui viene cotto un uovo in “camicia” per poi deporre uovo e salsa sul pane tostato. È un piatto che ha “sapore di nonna”. Non sempre il nostro legame con la tradizione è così filologico. A volte giochiamo a mescolare le cose e nascono il nido di pappardelle con sugo di cinghiale in umido su un passato di ceci o i ravioli con il ripieno di stracotto al Brunello». Quale itinerario meno noto suggerirebbe a un turista alla scoperta del territorio? «La mia proposta è sportiva e turistica insieme: un trekking che tonifica muscoli e mente, alla scoperta di suoni, sapori e odori decisamente inconsueti. Lasciamo la macchina al parcheggio Santa Caterina ed entriamo a Siena nella zona di Fontebranda. Appena varcata la porta ci troviamo in uno degli angoli più suggestivi della città; il panorama è mozzafiato, con la chiesa di San Domenico e il Duomo sulle due colline che fiancheggiano la valle. A Fontebranda è possibile sentire, ogni mezz’ora, suoni, dialoghi e canti della Siena medioevale. L’effetto è estremamente verosimile. Ci aspetta ora una bella salita - in alternativa c’è la scala mobile - per la via pedonale del Costone fino al Battistero, con la sua ricca facciata, e poi su per le scale che conducono

Donatella Cinelli Colombini, delegata regionale dell’associazione “Le donne del vino”

a piazza del Duomo. Di fronte alla Cattedrale c’è il più antico ospedale europeo, il Santa Maria della Scala, oggi trasformato in complesso museale. Da non perdere il Pellegrinaio con le immagini dei viandanti della via Francigena e dei “gettatelli”, i bambini abbandonati a cui il Santa Maria dava dote e istruzione». Quali tesori sono racchiusi nel museo Archeologico ricavato nel sotterraneo? «Fra sarcofagi e vasi etruschi è possibile vedere le fosse comuni con i resti umani della peste nera del 1348. Ancora nel sotterraneo scopriamo la cappella di Santa Caterina della Notte, in cui la Santa riposava su una pietra nelle soste durante l’assistenza dei malati. Nell’immenso fienile ipogeo si trovano poi i resti della Fonte Gaia, scolpita da Jacopo della Quercia all’inizio del Quattrocento». Una volta usciti dal museo come consiglia di proseguire la passeggiata? «Scendendo verso piazza del Campo, lo spazio incantato che due volte l’anno diventa la cornice del Palio, la festa più bella del mondo. Appena uno sguardo al palazzo Pubblico e proseguiamo verso Valle di Porta Giustizia, traversando piazza del Mercato. Entriamo in un autentico podere coltivato nel cuore della città; ci sono conigli in ogni dove e si gode di uno spettacolare panorama della

torre del Mangia. Ecco un orto medioevale con le piante tintoree, alimentari e officinali. C’è persino la mandragola dalle misteriose virtù. Dopo la visita al capanno del tintore è giusto ritemprarsi con un gustoso pranzetto all’Orto dei Pecci. Il ristorante e la zona verde intorno sono gestiti da una cooperativa sociale ed esprimono fantasia negli affreschi delle pareti così come nelle pietanze in tavola; è un posto che vi rimarrà nel cuore». Lei è legata al territorio da generazioni. Ha un luogo del cuore, che le richiama alla mente ricordi particolarmente cari? «Adesso il mio luogo del cuore è la fattoria del Colle di Trequanda. Sembra impossibile, perché io qui non volevo proprio venirci, e invece ora la amo molto. Ho dato una nuova vita a questo posto che prima era quasi diroccato. Ho costruito il ristorante, la cantina, la scuola di cucina, ho restaurato gli appartamenti, i parchi e ora sto realizzando il centro benessere. Soprattutto ho dato una dignità nuova al luogo e a quelli che ci lavorano. Offriamo un’esperienza della cultura toscana che è profonda e divertente insieme. Per esempio negli happy wine in cantina serviamo sigari toscani e Brunello oppure tartufo e Igt bianco Sanchimento, ascoltando vera musica toscana: Gianna Nannini, Jovanotti, Baustelle». ■ ME

TAPPA DA NON PERDERE

Un affresco della Sala del Pellegrinaio nell’ospedale di Santa Maria della Scala

Il Pellegrinaio con le immagini dei viandanti della via Francigena e dei “ge�atelli”, i bambini a cui il Santa Maria dava dote e istruzione


Viaggio in Italia Dicembre 2015 • Pag. 34

Itinerari toscani Wellness di qualità

Rinascimento in cucina

È uno dei centri benessere italiani più accreditati, che però non si è adagiato sugli allori. Per assicurare standard elevati serve un impegno costante. L’esperienza dell’Adler Terme Spa & Relax Resort

Oltre ai monumenti, l’arte e la storia, Firenze è tuttora un modello sul piano culturale. E l’enogastronomia non fa eccezione. L’esempio dello chef Marco Stabile

i è classificato secondo a livello europeo nella categoria all-inclusive dei TripAdvisor travellers’ choice 2013 e il suo centro benessere salus per acquam è senza dubbio uno dei più apprezzati d’Italia. L’Adler Thermae spa & relax resort può contare sul fascino della Toscana, sulla tradizione storica della vicina Bagno Vignoni, stazione termale della val d’Orcia le cui acque possiedono effetti benefici conosciuti già agli etruschi, e su elevati standard di trattamento che hanno permesso alla struttura di conquistare una clientela fidelizzata: l’80 per cento degli ospiti è infatti abituale, come sottolinea il direttore generale Anton Pichler. Tra i fattori che contraddistinguono l’Adler Thermae, oltre al valore del territorio, c’è l’efficace integrazione tra la zona relax, l’area trattamenti e quella umida. Direttore, quali sono gli altri elementi che hanno reso la struttura competitiva anche al di fuori dallo scenario nazionale? «Innanzitutto, l’alta qualità dei servizi spa; il centro benessere conta oltre 40 collaboratori, con la migliore selezione di estetiste, fisioterapisti, medici e operatori del benessere. Importante è il costante slancio al miglioramento: anno dopo anno, l’Adler Thermae cresce in offerta di servizi e nel livello di qualità del personale, con regolari corsi di formazione e attuando continui investimenti in nuove risorse. Da non sottovalutare l’atmosfera calda e accogliente, che fa sì che ciascun ospite si “senta a casa” pur trovandosi in un contesto 5 stelle caratterizzato da servizi d’eccellenza». In che modo l’Adler Thermae ha sfruttato un patrimonio naturale come le acque termali di Bagno Vignoni? «L’acqua termale di Bagno Vignoni è di per sé una meravigliosa risorsa naturale che viene ancor più apprezzata dagli

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ospiti quando questi possono goderne in piscine panoramiche - posizionate in un contesto paesaggistico incantevole - e accessibili tutto l’anno, in inverno come in estate. I benefici delle acque termali sono poi esaltati dalla combinazione con trattamenti benessere specifici e mirati, come impacchi di fango, massaggi e applicazioni all’avanguardia. I programmi termali Adler spa permettono di trarre un grande beneficio non solo per la salute, in termini di cura e prevenzione, ma anche sul fronte del benessere». Può essere considerato un valore aggiunto il fatto che i proprietari dell’Adler Thermae siano da generazioni specializzati nella ricezione turistica, responsabili negli ultimi decenni dell’apertura di resort di eccellenza? «Il vantaggio competitivo è sicuramente dato dal know how maturato dalla famiglia Sanoner, frutto di una esperienza pluri-generazionale nel settore dell’ospitalità: un perfetto mix di management alberghiero all’avanguardia e profonda e innata sensibilità verso l’ospite, con il quale la famiglia Sanoner da sempre predilige coltivare un rapporto diretto». Quanto l’Italia è oggi competitiva rispetto ad altre destinazioni internazionali nel segmento del turismo del wellness? «La chiave per rimanere competitivi nel Wellness è offrire un prodotto di alta qualità. Mi riferisco non solo a servizi alberghieri, ma soprattutto a investimenti sul territorio da parte delle amministrazioni locali. Questo è importante affinché l’Italia rimanga una delle più ambite mete per il turismo mondiale, anche sul fronte benessere. L’inserimento della tassa di soggiorno in tanti Comuni, ad esempio, è una buona idea, purché tali proventi vengano effettivamente utilizzati per investimenti in infrastrutture e servizi a scopo turistico». ■ FD

Anton Pichler, dg di Adler Thermae Spa & Relax Resort in Val d’Orcia

el cuore del centro storico di Firenze, non si trovano solo le meraviglie che l’hanno resa la capitale del Rinascimento italiano. Ritrovarsi di fronte a Palazzo Vecchio, contemplare la magnificenza della Basilica di Santa Maria Novella, o attraversare il Ponte Vecchio non sono le uniche cose che vi stupiranno. Firenze è una città tuttora riferimento per l’arte, la cultura e l’enogastronomia non solo nazionale, un cuore pulsante in cui le tradizioni stanno alla base per nuove creazioni. E proprio a pochi passi dal ponte simbolo della città, si trova il ristorante di Marco Stabile, chef toscano che attinge alle sue origini per andare oltre, verso nuove sensazioni, non meno fiorentine delle specialità territoriali più note. «Ora d’Aria (questo il nome del ristorante, ndr) mi ha dato finalmente la possibilità di esprimere al meglio la mia personalità – dice Stabile –, la mia curiosità. Da una parte cerco sempre l’innovazione, ma fa-

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Il ristorante Ora d’Aria si trova a Firenze www.oradariaristorante.com

cendo leva su una radicata tradizione che è cultura, famiglia, territorio e che si rivela nei sapori dell'infanzia, straordinariamente contemporanei». Tra le capacità di Marco Stabile c’è sicuramente quella di vedere lontano e di anticipare le tendenze. Ne è un esempio l'avvicinamento al mondo della birra «che mi ha portato – continua lo chef – ad essere premiato per la carta delle birre, dalla Guida ai ristoranti dell'Espresso, e per la migliore cucina con la birra da Identità Golose. A fine 2011, poi, è arrivato il riconoscimento più importante: la prima stella Michelin. E quest’anno mi hanno nominato Presidente dei Jeunes Restaurateurs D’Europe Italia». L'ambiente all’interno del ristorante è essenziale ed elegante, curato nei dettagli che esprimono un lusso delicato e mai ostentato. «Ora d'Aria rispecchia perfettamente la filosofia che promuovo – dice Stabile –fatta di qualità e trasparenza, le stesse che si ritrovano in ogni luogo del ristorante, a partire dalla cucina, a vista sulla strada e sulla sala, che del locale e di chi se ne occupa definisce l'essenza. Si potrebbero fare diversi esempi di ciò che ora si trova sul menu. Tra questi c’è la pappardella con polvere di cavolo nero all’essenza di bistecca con olio, briciole di pane toscano e gocce di vino su una fonduta leggera di fagioli, che è stato piatto del buon vivere toscano Expo 2015. Oppure, come antipasto, l’uovo en meurette al chianti con erbe amare e tartufo nero confit. Tra i secondi un’ottima scelta sarebbe Il maialino morbido-croccante in salsa di scampi e sedano rapa». ■ Renato Ferretti


Viaggio in Italia Pag. 35 • Dicembre 2015

L’Athena Hotel si trova a Siena - www.hotelathena.com

Vivere Siena Marco e Serena Bianciardi spiegano la posizione privilegiata in cui si trova la città toscana, centro di un territorio famoso in tutto il mondo per le sue meraviglie artistiche e naturali l suo territorio offre la possibilità di spaziare fra una miriade di opportunità che toccano aspetti e interessi differenti, fra cui la cultura, l'arte, l'eno-gastronomia, la natura, lo sport e tanto altro». Marco Bianciardi, titolare dell’Athena Hotel insieme a Serena Bianciardi, parla così di Siena e di quell’angolo di Toscana che è la sua provincia. Una zona che non ha bisogno di presentazioni, ba-

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sta ricordare nomi come San Gimignano, Pienza, Montalcino, Montepulciano o Monteriggioni. «Un itinerario che pone Siena al suo centro – dice Bianciardi –, concede la possibilità di muoversi facilmente nel Chianti, in Val d'Orcia, in Val d'Elsa o nelle bellissime Crete Senesi. Insomma un’ottima scelta strategica, di cui i nostri Ospiti godono appieno. Nel caso di una permanenza nel nostro hotel, poi, si sfrutta l’ulteriore vantaggio di una posizione centrale anche rispetto a Siena: ci troviamo, infatti, appena dentro le antiche mura medievali della città, con facile accesso da Porta San Marco. La struttura, situata in una zona tranquilla nei pressi del Duomo e del complesso museale del Santa Maria della Scala, offre la possibilità di raggiungere in pochi minuti a piedi la famosa Piazza del Campo». Ma i Bianciardi sono convinti che il successo del loro albergo non sia da ricondurre solo a questo. «La nostra famiglia – premette Bianciardi – gestisce l’hotel da quarant’anni e in questa esperienza e soprattutto nella nostra passione per l'ospitalità che troviamo i nostri punti di forza.

Qui, gli ospiti possono trovare attenzione e ascolto da parte di uno staff altamente specializzato e professionale». Nel ristorante interno, è possibile gustare anche le antiche ricette della tipica cucina toscana. «Il nostro ristorante – spiega Serena Bianciardi –, anche se può facilmente proporre menù internazionali, si basa principalmente sulla cucina della nostra tradizione. Gli antichi sapori sono saggiamente suggeriti in un menù ricercato, in cui fin da subito si può assaporare quanto di più buono ci sia nella cultura gastronomica di un territorio come quello senese. Un esempio fra tutti è la famosa “Cinta Senese” riproposta in diversi piatti, oppure, per i non amanti della carne, proponiamo la “Ribollita” che, disponibile solo nel periodo invernale, con le sue verdure di stagione è un piatto assolutamente da non perdere. Poi, ancora, come pasta tipica locale ci sono i nostri “Pici all'aglione” o i “Pici cacio e pepe”». ■ Remo Monreale

Un’antica vocazione La Siena medievale e quella contemporanea sono collegate da un filo rosso che si chiama accoglienza. Paolo Pianigiani invita a visitare una città che apre a tutti il suo cuore più grande

L’ Hotel Arcobaleno si trova a Siena www.hotelarcobaleno.com

or magis tibi Sena pandit. In Italiano: “Siena ti apre un cuore più grande”. Questa celebre iscrizione troneggia sopra Porta Camollia ed è con questa frase che la Siena medievale accoglieva i pellegrini, che arrivavano da ogni dove, rimanendo affascinati dalle imponenti mura della città. Infatti, Siena si è sviluppata come punto di sosta e di soggiorno lungo la Via Francigena.

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Con un cuore altrettanto grande, in un complesso architettonico realizzato all’interno di un’incantevole villa padronale del XIX secolo, oggi, l’hotel Arcobaleno accoglie viaggiatori e visitatori provenienti da ogni angolo del globo. «Per i senesi del Medioevo l’ospitalità era la ragion d’essere di un’intera città. Per noi – spiega il titolare Paolo Pianigiani –, l’ospitalità è passione e professione. Rendere indimenticabili le ore trascorse

qui è la nostra filosofia, affinché il soggiorno sia un momento di scambio, un dono per l’ospite, che è sacro. Per vocazione, curiamo ogni aspetto: dai particolari delle camere all’arredamento, dalla prima colazione al garbo dello staff». L’hotel Arcobaleno si trova a poche centinaia di metri dall’Antiporto di Camollia, godendo, in questo modo, di una posizione privilegiata e strategica. Da qui sono facilmente raggiungibili il centro di Siena, le pittoresche campagne del Chian-

ti e le principali vie di comunicazione. Inoltre, nei pressi dell’hotel sono presenti strutture e club dedicati allo sport. Gli amanti del tennis, del calcio, del basket e del jogging, hanno così la possibilità di soddisfare la voglia di tenersi in forma. Lo stesso hotel mette a disposizione degli ospiti delle biciclette per scoprire in autonomia le vie del centro. Fondato nel 1992, sotto l’attuale gestione Pianigiani (attiva da poco più di un anno) l’hotel è stato riammodernato e reso più elegante, grazie anche alla rivisitazione di alcuni spazi ideali per aperitivi ed altri momenti di relax. ■ Emilio Macro


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Itinerari toscani

La Toscana nel cuore Tra le meraviglie delle terre di Siena e del Chianti con Michela Seazzu, che indica gli itinerari che meglio rappresentano questo territorio, tra le mete turistiche più suggestive d’Italia

DUE SECOLI DI STORIA

e sue colline dolci e i suoi borghi fuori dal tempo hanno incantato schiere di viaggiatori per secoli, senza parlare delle specialità locali che spesso all’estero identificano l’Italia stessa. Siena e le zone limitrofe aspettano solo di essere scoperte e molti dei professionisti del turismo suggeriscono di immergersi tra le strade della città o le campagne intorno, anche senza una meta precisa. «Esistono, però, itinerari che forse meglio rappresentano la storia e la cultura del territorio». A parlare è Michela Seazzu, titolare di Villa Scacciapensieri, albergo senese che sorge su una villa padronale ottocentesca. «Oltre alla splendida città di Siena – dice Seazzu – ci sono da visitare gli eremi agostiniani di Lecceto, di San Leonardo e il tunnel del Granduca. Poi c’è la Val d’Orcia con le acque termali di Bagno Vignoni, Montalcino e la splendida abbazia di Sant’Antimo. Tutta la zona del Chianti, d’altra parte, presenta numerose bel-

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AL TRAMONTO

Si possono gustare le tipiche specialità toscane e sorseggiare un aperitivo su una delle terrazze con vista sul Chianti

La Villa Scacciapensieri si trova a Siena www.villascacciapensieri.it

lezze paesaggistiche e monumentali. Tra le altre mete d’eccezione ci sono San Gimignano, San Giovanni d’Asso (famosa per il tartufo), lo splendido corso d’acqua della Valle della Farma e, infine, la montagnola senese, nota per i castagni e le antiche cave di marmo». La posizione della struttura guidata da Seazzu è ideale. «Siamo a poco più di due chilometri dal centro storico di Siena – spiega la titolare della Villa Scacciapensieri –, inoltre, essendo alle porte del Chianti, tutta la Toscana è facilmente raggiungibile. Ma la nostra posizione è solo uno dei vantaggi che presenta la villa. L’atmosfera ospitale che si respira è quella tipica di un piccolo albergo a conduzione familiare il cui ambiente suggestivo è immerso nel verde di un parco fiorito. Qui si possono gustare le tipiche specialità toscane, sorseggiare un aperitivo su una delle belle terrazze con vista su Siena e il Chianti oppure, durante la stagione più fredda, davanti al camino dell'accogliente salone. L'oasi di relax di Villa Scacciapensieri costituisce un ottimo punto di partenza per le visite a Siena e dintorni ed è l’ideale per chi cerca tranquillità, cordialità e un'ottima cucina». La villa presenta tutte le comodità necessarie a un soggiorno rilassante. «Tutte le nostre camere, tra cui tre suite, hanno ogni comfort possibile. Al pianterreno si trovano gli altri ambienti comuni come il ristorante “Altri Tempi”, in cui si possono gustare specialità tipiche come il risotto alla vernaccia, i pici alla senese o gli stracci di pasta al pesto di rucola. Dall’accogliente hall dove si trova il ricevimento, aperto a ogni ora, si accede al bar con angolo lettura e grande camino, e alla cappella ottocentesca. Nella villa si trova anche una “media room” (tv, video, PC con accesso Internet). Altre camere e la saletta riunioni sono situate nelle vicine dependance "Villino" e "Limonaia”. L’albergo, poi, è circondato da un ampio parco con giardino

«È del 1812 la prima mappa che riporta il complesso di Villa Scacciapensieri – dice Michela Seazzu –, costituito già allora da tre distinti edifici. Posta sul "Colle della Capriola", a nord di Siena, era una delle molte dimore estive dove la borghesia, nella buona stagione, si riposava e "scacciava i pensieri", godendo della campagna senza allontanarsi troppo dai propri affari in città. Nel 1930 villa e podere vennero acquistati come residenza privata dalla famiglia Nardi. Il capofamiglia,

Riccardo Nardi (1878 1958), dopo aver gestito per dieci anni in Siena l'albergo "Aquila Nera" (che si trovava dove oggi sorge la Galleria dell’Odeon in Via Banchi di sopra) - il più antico della città - trasformò nel 1934 la villa in albergo. Ancora oggi "Villa Scacciapensieri" il cui nome prende spunto dal famoso "sans-soucis" (senza pensieri), è di proprietà della famiglia Nardi. Molti sono gli ospiti illustri dell'albergo, tra i quali regnanti, capi di Stato, famosi impresari, registi, attori artisti e musicisti».

all’Italiana, delle terrazze belvedere, una piscina esterna panoramica e un campo da tennis. A disposizione esclusiva e gratuita per i nostri ospiti ci sono anche biciclette e un grande parcheggio privato. Su richiesta sono disponibili dei garage e lezioni di tennis da un maestro specializzato. Ma il vero vantaggio di una struttura come la nostra a conduzione famigliare, sta nell’ambiente più caldo e accogliente, meno formale, in cui l’ospite si sente a casa propria e che permette una cura particolare dei rapporti con la clientela, altrimenti impossibile». ■ Remo Monreale


UN VIAGGIO NEL PASSATO Attività creative, sapori e atmosfera all’interno di mura secolari che hanno molto da raccontare a chi soggiorna in questo agriturismo fortificato nche in un territorio come quello del Chianti Classico, in cui sono molti gli itinerari enogastronomici, culturali e paesaggistici, esistono ancora esperienze inedite. Una di queste è senza dubbio il soggiorno presso il Castello di Meleto a Gaiole: una fortificazione il cui torrione risale all’XI secolo e già nominata nel “Libro degli Estimi” dei guelfi fiorentini del 1256 dove, per la prima volta, compare turrim et domum positats in Chianti in loco dicto Meleto. Oggi il Castello di Meleto è un’azienda agricola complessa con vocazione turistica e vitivinicola. La conduzione del settore turistico è affidata a Marco Panichi, che spiega cosa rende unico essere ospiti di queste antiche mura: «La posizione di confine, ai limiti fra le province di Siena e Firenze, ha fatto sì che il castello sia stato teatro di numerosi scontri durante tutto il medioevo. Successivamente anche a Meleto si è vissuto il clima culturale del rinascimento fiorentino, provato dagli affreschi e soprattutto dalla costruzione nel 1741 del piccolo teatro ancora oggi utilizzato con le scenografie originali. Quindi entrare nel castello è già di per sé come compiere un viaggio nel passato ma sono il presente e, soprat-

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Il Castello di Meleto si trova a Gaiole in Chianti (SI) www.castellomeleto.it

tutto il futuro, il nostro punto di forza con le molte iniziative che organizziamo e che costituiscono il viaggio dentro il viaggio». A metà fra il didattico e il creativo, infatti, l’agriturismo organizza attività con una valenza tecnico - culturale, come scuole di cucina, corsi per imparare a riconoscere gli oli, assaggi di vini insieme all’enologo Matteo Menicacci e corsi di pittura e restauro. Senza dimenticare le passeggiate nei vigneti con l’agronomo Giovanni Farina, le visite agli alveari e la degustazione del miele, la visita all’allevamento di maiali e l’assaggio dei salumi. «Le degustazioni di vino e i corsi di cucina si fanno un po’ ovunque – prosegue Panichi –, noi abbiamo scelto di fare qualcosa in più, invitando gli ospiti a essere parte attiva e coinvolta nel fare. L’obiettivo è che il visitatore si diverta e allo stesso tempo si arricchisca». Anche l’accoglienza a Meleto è sobria, le sistemazioni sono semplici e sono le mura a creare, con i loro secoli, quell’atmosfera che nessun allestimento può imitare. La storia e la schiettezza si ritrova anche nei vini di Meleto come ci racconta Michele Contartese: «siamo nel Chianti Classico e abbiamo l’orgoglio di coltivare il Sangiovese da sempre. Il nostro compito è quello di valorizzarlo e di farlo conoscere in tutto il mondo». ■ Emilio Macro


Quella dimensione che si era persa

Il soggiorno in una casa che, benché sconosciuta, risulterà subito familiare. Antimo Verrone vi invita a sostare nella sua elegante dimora di campagna, ricavata da un convento cinquecentesco n angolo della Val d’Orcia rimasto immutato. Dal 1560, dalla sua edificazione come convento e succursale per i viandanti della via Francigena, la Dimora Buonriposo non ha mai rinunciato alla vocazione ospitale e ha sempre accolto persone provenienti da tutto il mondo: un tempo viandanti, pellegrini, oggi famiglie, professionisti e turisti. «Per me – rivela Antimo Verrone – ogni ospite è l’occasione per uno scambio di idee, opinioni, cultura, di benessere condiviso e soprattutto di sorrisi destinati a consolidarsi in amicizia». Verrone, classe 1976, è un napoletano trasferito in Toscana nel 2006. Dopo aver lavorato per anni nell’alta moda, l’amore per la natura l’ha portato nelle terre a fermarsi in Val d’Orcia, dove è diventato imprenditore agricolo, producendo olio extra vergine di Oliva e vino rosso Doc Maremma e allevando asini amiatini e cavalli avellinesi. «E poiché la solitudine non è buona compagna – aggiunge Verrone –, ho aperto le porte della mia casa, rendendola un’attività ricettiva in ogni stagione dell’anno. Essere ospiti di una casa privata è una grande opportunità per approfondire la conoscenza di un territorio, per-

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La Dimora Buonriposo si trova nel territorio di Pienza (SI) - www.dimorabuonriposo.it

ché permette di entrare in relazione con i suoi abitanti. Questi, a loro volta, beneficiano di ciò che di immateriale e prezioso porta il viaggiatore. Era così nel Medioevo, quando il pellegrino, che arrivava da lontano, portava con sé notizie, racconti, conoscenze del suo paese e dei luoghi attraversati. E questo era una risorsa per la casa che lo ospitava. Purtroppo oggi questa visione è in gran parte perduta, ma qui la recuperiamo». Insomma, il Buonriposo è la testimonianza di come si possa realizzare un turismo sostenibile, rispettoso, promotore del territorio e dell’armonizzazione dei rapporti fra gli uomini. «Se poi ciò da solo non fosse sufficiente, ci sono gli itinerari enogastronomici, quelli termali, quelli sacri, le escursioni a piedi, a cavallo, in mountain bike. C’è il fiume dell’Orcia, trait d’union della valle, il monte Amiata che lo protegge, il bosco che lo colora, le colline agricole, i calanchi e le biancane che lo distinguono. Cioè tutto ciò che ha portato l’Unesco a proclamare questa valle patrimonio dell’umanità». ■ Emilio Macro


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Itinerari toscani Sulla Montagnola Senese Un solo luogo, dal quale abbracciare tutte le bellezze della toscana: natura, arte, storia, buon cibo e gli ottimi vini del Chianti. Mario Pasetto indica alcuni dei possibili itinerari a partire da Pian del Lago ello splendido scenario naturale di Pian del Lago, oasi verde a soli 5 chilometri da Siena, sorge l’agriturismo La Selva. La tenuta, un fondo chiuso di 38 ettari, con la sua posizione panoramica che domina tutta la vallata e la verde Montagnola Senese, ricca di eremi e castelli, è il punto di partenza ideale per escursioni a piedi e a cavallo. O per iniziare un itinerario nel Chianti, fra le cantine famose e i borghi medievali di Castellina, Radda e Gaiole. «Se questo è un itinerario attraverso il gusto – spiega il titolare dell’agriturismo, Mario Pasetto –, la cultura e il benessere si trovano in Val d’Orcia, fra le crete senesi, l’abazia di monte Oliveto Maggiore, per poi proseguire verso San Quirico d’Orcia e una visita rilassante a Bagno Vignoni, località famosa per le antiche terme. Anche San Gimignano, la città delle torri, è vicina, e la si può rag-

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L’agriturismo La Selva si trova a Pian del Lago (SI) - www.agriturismolaselva.it

giungere passando dal borgo fortificato di Monteriggioni e per Colle Val d’Elsa, famosa per i cristalli». Grazie alla gestione familiare e al clima di accoglienza semplice e amichevole, l’agriturismo La Selva è il rifugio ideale per chi ama la natura e la tranquillità. «La nostra attività agricola – aggiunge Pa-

setto – è basata prevalentemente sull’allevamento e pensionamento dei cavalli. Abbiamo anche uno spazio per l’equitazione e offriamo la possibilità di partire per passeggiate a cavallo con istruttore nei boschi circostanti la tenuta o sulle colline della Montagnola Senese. Per chi invece preferisce il trekking, sono disponibili percorsi di diversa lunghezza. Sempre all’interno della tenuta, poi, abbiamo anche un laghetto, dove si può pescare. Le sistemazioni, sia per coppie sia per famiglie, sono in camere o in appartamenti dotati di tutto il necessario per una vacanza autonoma. Gli spazi comuni comprendono un giardino su due livelli, una piscina circolare di 12 metri di diametro in mezzo al verde, arredata con sdraio, lettini, ombrelloni e un gazebo, una sala per le prime colazioni e una terrazza panoramica che domina la piscina. Nella sala ristorante dell’agriturismo e nel giardino a lume di candela, ogni sera, su richiesta, proponiamo degustazioni di prodotti tipici toscani, come salumi, pecorino di Pienza, verdure fresche del nostro orto, bruschette, crostini e vino Docg». Infine, per gli amanti delle due ruote, l’agriturismo La Selva organizza dei tour guidati per gruppi di motociclisti, lungo le meravigliose strade del Chianti, della Val d’Elsa, della Val d’Orcia e della Maremma. ■ Elio Donato

In vero spirito rustico Come in una tipica casa toscana. È questa la sensazione che si prova nella Cantinetta del Nonno di San Casciano, dove Giuseppe Casu fa rivivere i sapori del passato

n tempo, le botteghe dei borghi toscani erano luoghi dove si poteva comprare olio, vino, salumi e altri prodotti, ma anche sedersi per consumare un pasto caldo. Oggi non è più così, tuttavia, un’antica bottega di San Casciano Val di Pesa, a 15 km da Firenze, oggi trattoria tipica, ha fatto sopravvivere quello spirito rustico e un po’ casalingo. Stiamo parlando della Cantinetta del Nonno che come

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spiega il titolare Giuseppe Casu «è nata come bottega di salumi e alimentari, in più si faceva un po’ da mangiare. Oggi l’attività principale è quella di trattoria a gestione familiare, però continuiamo a esporre salumi e vini, non solo per i commensali. Dunque, entrando nel locale si respira la semplicità e cordialità di un’enoteca-trattoria». Le specialità, rigorosamente di stagione, oltre a formaggi e salumi locali (vari tipi di salame, spalla, prosciutto, soprassata di maiale, rigatino, che è una specie di pancetta, lardo aromatizzato alle erbe del Chianti), sono zuppe e intingoli, fiorentine e grigliate miste, con salsicce fresche, funghi porcini e insalate di ovuli. «Abbiamo una cucina a vista per cui sembra di essere quasi in casa. Questa impressione è accentuata dalle piccole dimensioni: ci sono due salette, un terrazzino sul retro per l’estate, e

LE SPECIALITÀ DI STAGIONE:

Zuppe e intingoli, fiorentine e grigliate miste, con salsicce fresche, funghi porcini e insalate di ovuli

La Cantine�a del Nonno si trova a San Casciano Val di Pesa (FI) www.cantine�adelnonno.it

qualche altro tavolo davanti all’ingresso. Il banco dei salumi e i vini sono esposti nella prima sala, che è datata dalle mattonelle che la pavimentano, risalenti alla fine degli anni Cinquanta-primi Sessanta. In generale, in tutti gli ambienti, abbiamo conservato il gusto rustico dei primi decenni del Novecento». Oltre ai compaesani di San Casciano e dei comuni vicini, la Cantinetta del Nonno ha molti estimatori all’estero. «Da anni siamo presenti nella francese Guide Routard, grazie alla quale riceviamo spesso visite di francesi e canadesi, ma anche di belgi e olandesi. Anche una pubblicazione tedesca dedicata alle campagne toscane ci ha notato. E l’anno scorso, la televisione tedesca si è interessata alla trattoria. Non molti anni fa, poi, abbiamo ricevuto la visita di un signore

neozelandese. Durante la seconda guerra mondiale, dopo aver liberato San Casciano, aveva mangiato proprio qui e dopo cinquant’anni è voluto tornare per rivedere questa terra in tempo di pace». Oltre ai sapori, infatti, San Casciano offre numerosi itinerari fra le ville e le cantine nobiliari, le frazioni, i musei e l’arte, come il Crocifisso di Simone Martini di Santa Maria sul Prato. ■ Elio Donato


Viaggio in Italia Dicembre 2015 • Pag. 42

Appuntamenti padovani

Obiettivo sviluppo Promozione territoriale, accorpamento dei servizi e alleggerimento del peso fiscale sulle attività produttive sono mosse che stanno generando effetti positivi sull’economia cittadina. Come spiega Massimo Bitonci n’area vasta che abbracci i comuni della cintura e anche oltre, seguendo un percorso di sviluppo improntato all’efficienza delle infrastrutture e dei servizi ma alternativo alla città metropolitana. È questa la fisionomia che Padova intende assumere nei prossimi anni, mettendo a punto progettualità che la facciano diventare grande senza dar vita a un nuovo soggetto amministrativo territoriale. «Stiamo lavorando per l’aggregazione dei servizi – chiarisce il sindaco Massimo Bitonci ma non per la creazione di nuovi enti». Questo spiega anche il vostro no a Venezia, che nei mesi scorsi proponeva di coinvolgervi nell’ambito della futura città metropolitana. Al di là delle ragioni, come cambiano le prospettive di sviluppo di Padova alla luce di questa scelta? «Non cambiano. Semplicemente io penso che i due enti che dovrebbero esistere a livello territoriale siano la Regione e i Comuni, più delle organizzazioni di area vasta che possono tranquillamente essere gestite attraverso dei contratti di servizio con comuni contermini». Veniamo a Padova e al suo stato di salute innanzitutto economico, segnalato in ripresa almeno dal lato

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del commercio. È così? «I dati relativi al secondo trimestre sono buoni, a dimostrazione che tutte le iniziative messe in campo quest’anno, sia in centro storico sia nei quartieri, hanno prodotto risultati positivi. Per questo proseguiremo con un calendario di appuntamenti natalizi davvero importante, con una serie di eventi che inizieranno presto e si svolgeranno tutti i weekend. Mercatini nuovi ma non solo, per un ricco menu di appuntamenti che non riguarderà esclusivamente il centro, ma anche i quartieri di Padova». Quali ulteriori interventi state pianificando per sostenere l’economia cittadina? «La scelta importante che abbiamo fatto per il futuro è quella di investire nel nuovo brand città di Padova, che a breve presenteremo alle associazioni di categoria e all’Università. In più abbiamo preparato la manifestazione “Food” che è una sorta di sequel dell’Expo. La prima di una seria di eventi organizzati in collaborazione con la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova, con cui abbiamo deciso di allestire una grande mostra sugli artisti del Novecento una volta l’anno. Al contempo stiamo lavorando a una nuova cartellonistica tecnologica e multimediale con applicativi già sperimentati che riconoscono il monumento, l’area e ne

APPUNTAMENTI NATALIZI

Non solo mercatini, ma un calendario di eventi che non riguarderà esclusivamente il centro ma anche i quartieri di Padova

Massimo Bitonci,sindaco di Padova

raccontano la storia. Da ultimo, abbiamo investito 4 milioni di euro per il restauro della cinta muraria del Cinquecento di Padova. Si tratta di 6 stralci funzionali che partiranno quest’anno e che daranno un forte impulso sia al commercio che alle attività ricettive». Fino all’anno passato Padova aveva la tassazione pro-capite più alta d’Italia. Quali correttivi avete introdotto su questo terreno in questo primo anno di governo, sia per le fa-

miglie che per le imprese? «Abbiamo fatto delle scelte di bilancio coraggiose, tagliando costi che ritenevamo inutili e ci hanno permesso già lo scorso anno una riduzione dello 0,1per cento dell’addizionale Irpef i. Poi abbiamo tagliato l’Imu sulle attività produttive (capannoni, uffici, negozi). Di comune accordo con l’ente gestore abbiamo tagliato la Tasi e la Tari e promosso il taglio della tassa di soggiorno. ■ Giacomo Govoni

PADOVA, LA GUSTOSA Tra le a�razioni dell’antica ci�à veneta con Stefania Martinato, che la descrive come una meta di grande valore anche per il suo patrimonio enogastronomico ono molti i luoghi di interesse che rendono questa ci�à suggestiva, incantevole. A Padova si possono trovare veri e propri gioielli della cultura e della storia del nostro paese che l’hanno resa, per esempio, la capitale della pi�ura trecentesca. Fra i più famosi c’è sicuramente la Cappella degli Scrovegni, decorata dagli affreschi di Gio�o, la basilica di Sant’Antonio, il Palazzo della Ragione e Prato della Valle. E alle meraviglie archite�oniche e artistiche si aggiungono quelle enogastronomiche, come spiega Stefania Martinato, titolare del ristorante Belle Parti, situato all’interno proprio di uno degli edifici storici padovani. «Si tra�a di Palazzo Prosdocimi – spiega Martinato – patrimonio delle Belle Arti, che sicuramente ci aiuta

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Il Ristorante Belle Parti si trova a Padova www.ristorantebelleparti.it

a creare il luogo raffinato e romantico che avevamo in mente. Il nostro è un ambiente ova�ato e romantico, illuminato da luci soffuse, colori pastello e decorazioni floreali in stile belle epoque. I pia�i proposti dallo chef Daniele Doria sono sopra�u�o di pesce, con a�enzione anche a tipologie meno usate come il pesce azzurro proposto in molte variazioni e non mancano specialità a base di carni pregiate. Si può cominciare dalle cappesante e cappelunghe alla griglia con

scampo croccante, perché avvolto in lardo e pasta Kataifi. Si continua con spaghe�i cacio pepe e scampe�i nostrani, pomodoro fresco e pane rustico. Un altro esempio di grande cucina sta nell’entrecote tra le carni: qui è di manzo Pezzata Italiana e servita con una salsa speziata e del tartufo nero di Norcia». L’accoglienza è affidata al maitre Marco Violato che, con il suo inglese perfe�o, sa consigliare al meglio anche i turisti stranieri. ■ Elena Ricci


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Expo e food, atto secondo Sulla scia del semestre di Esposizione milanese, Padova rilancia l’attenzione sul cibo con una fiera dedicata all’eccellenza enogastronomica declinata anche in chiave turistica. Un evento internazionale, al via a metà gennaio nno nuovo, Expo nuovo. Calate a fine ottobre le luci su quello universale, capace di attirare in sei mesi oltre 21 milioni di visitatori, fra poche settimane i riflettori si accenderanno su Padova che rileverà idealmente il testimone da Milano per dar vita a un secondo evento fieristico di portata internazionale nel giro di pochi mesi. Expofoodworld è il nome scelto per la manifestazione dedicata al cibo e al turismo enogastronomico in programma dal 15 al 19 gennaio 2016 presso PadovaFiere, che esalterà i prodotti tipici regionali attraverso vendita e degustazione delle eccellenze agroalimentari italiane in un’area di circa 20 mila metri quadri.

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UNA MOSTRA ESPERIENZIALE DEL GUSTO Organizzata dall’Associazione incontri culturali culinari tra regioni, in collaborazione con la MB Rete Italia, già Mac Consulting Società cooperativa di Mirano, la fiera svilupperà il suo ricco palinsesto secondo la formula della “exibition experience”, in cui le aziende produttrici presenteranno i propri prodotti alle famiglie, ai professionisti del settore Ho.re.ca e della Gdo, nonché ai buyer provenienti dai tanti Paesi esteri ospiti. «Expofoodworld – spiega il direttore della fiera Giancarlo Coluccio - sarà un format innovativo che metterà in relazione aziende familiari con Pmi, ma sarà anche una finestra per nuovi sbocchi commerciali. Nelle ultime settimane abbiamo raccolto numerosi consensi anche

da parte di grandi gruppi industriali, ma questo non ci distoglierà dal nostro obiettivo primario: favorire le pmi nel processo di internazionalizzazione ed esportazione dei loro prodotti, creando sinergie e opportunità di business in tutti quei Paesi che saranno presenti alla fiera». Al di là degli incontri diretti tra espositori e consumatori o semplici appassionati di buona tavola che avvolgeranno di profumi e sapori la cinque giorni padovana, l’obiettivo dichiarato di Expofoodworld è quello di diventare la prima fiera di riferimento per il Nord Est per il settore food&beverage, in virtù della sua posizione favorevole alla quale si associa una consolidata esperienza sia nelle esportazioni verso l’Oriente e i Paesi emergenti che nella produzione agroalimentare. In quest’ottica, prosegue il direttore Coluccio, «di particolare rilievo risulta la partnership con Rete System, a cui abbiamo

affidato l’organizzazione della Borsa Internazionale del Turismo enogastronomico in un padiglione dedicato della fiera. Ampio spazio sarà dato alle offerte franchising, tour operator specializzati italiani e non. Sarà la festa del cibo, delle famiglie, dei produttori, il vero polso della ripresa economica italiana». DA PADOVA ALLA CINA, UN B2B DI SAPORI Ma anche, e soprattutto, un trampolino di lancio per le aziende partecipanti, che da gennaio in avanti saranno coinvolte in un progetto strategico di Commercio itinerante all'estero, il Salotto del Gusto, che toccherà i principali Paesi europei e le nazioni limitrofe: una sorta di b2b con buyer locali a base di degustazioni e vendita diretta di prodotti enogastronomici, con l’obiettivo di sviluppare una continuità di fornitura dei prodotti presentati.

UN AMBASCIATORE-GOURMET A PREMIARE LA QUALITÀ a coniato un marchio ad hoc per l’Expofoodworld, che andrà a evidenziare con l’icona Italian Food Quality i prodo�i di vera eccellenza e con una storia da raccontare. Michele Amato, gourmet di fama internazionale e con provata conoscenza del food&beverage italiano, sarà l’ambasciatore del gusto della fiera internazionale sul cibo e turismo enogastronomico di Padova. Unico referente della manifestazione per la valorizzazione e valutazione di produzioni di qualità, selezionerà le migliori aziende italiane che esporranno in fiera a gennaio. «Expofoodworld - afferma Amato– sarà anche un’originale vetrina per i tantissimi mi-

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cro-birrifici italiani, le aziende di macchinari, le a�rezzature di produzione e i fornitori per birrerie e birrifici. In modo particolare per il comparto birraio artigianale, che negli ultimi anni ha registrato un forte trend di crescita». Grande a�enzione verrà riservata anche allo street food di prodo�i tipici, a cui sarà destinata un’area in cui i visitatori saranno accompagnati in un viaggio immaginario all'insegna del gusto della nostra penisola. Laboratori ludico-dida�ici, incontri con nutrizionisti e cooking show presentati dall’Apci, associazione professionale cuochi italiani, completeranno il vasto programma della kermesse padovana. ■ GG

«In un mercato sempre più globale - sottolinea ancora Coluccio - è un dovere di Expofoodworld far emergere le produzioni di eccellenza e avvicinarle ai consumatori nonché ai buyer italiani e stranieri. La visibilità delle aziende uscirà certamente moltiplicata da questa fiera, che rappresenta solo la prima tappa di un format itinerante che a settembre prossimo prevediamo di replicare in Cina, per poi proseguire il tour in giro per il mondo». Intanto però, vale la pena soffermarsi sulla prima grande vetrina di Padova che metterà in mostra un panel di prodotti eccellenti tra cui spicca il settore del vino e dei suoi viticoltori di qualità. Nell’ambito dei percorsi enogastronomici studiati per i visitatori infatti, molteplici saranno quelli di carattere enologico, con importanti associazioni di categoria ed esperti enologi che guideranno il pubblico nella degustazione di rossi, bianchi, passiti e bollicine, abbinati a un selezionato paniere di specialità alimentari. ■ Giacomo Govoni


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Città da scoprire Il Laboratorio Orafo Gallina si trova a Padova www.laboratoriorafogallina.com

IL PRIMO RISTORANTE-PESCHERIA Nonostante i chilometri che la separano dalle coste, nella ci�à meneghina è nato il primo ristorante la cui cucina realizza solo pia�i a base di pesce. Ne parliamo con Domenico Di Leo ilano è probabilmente l’unica vera ci�à europea in Italia. Il suo respiro internazionale va ben oltre il turismo o le sedi istituzionali: non a caso costituisce il vero cuore economico del paese, come ha dimostrato l’Expo, e il resto del mondo guarda al capoluogo lombardo come alla Mecca del made in Italy. Insomma, a Milano è delegata gran parte della responsabilità di rappresentare la nostra identità nazionale. Forse proprio per questo, nonostante sia a centinaia di chilometri dal mare, è nato qui il primo ristorantepescheria del mondo, più di trent’anni fa: il Raw Fish Cafè del Centro I�ico Milano. «La nostra cucina – dice il titolare Domenico Di Leo – è rigorosamente italiana e varia dal menu classico del ristorante alla new entry menù “Bistrot”. Realizziamo pia�i unici o menu degustazione fino ad arrivare all’aperitivo, il tu�o cucinato alla maniera del centro i�ico, ma con un prezzo calmierato. La differenza tra i due menù consiste nella quantità e non certamente nella qualità,

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L’oro di Padova Nella capitale dell’arte trecentesca ci sono altri gioielli da scoprire: nei gesti dei suoi maestri orafi rivive una tradizione antica di grande valore. L’esempio di Francesca Bellini e Diego Gallina a storia di una città non si rivela solo nei suoi monumenti più conosciuti. Vive ancora nelle tradizioni e nella cultura che distingue i suoi abitanti: si riconosce nello stile di vita come nelle usanze più caratteristiche, nelle specialità gastronomiche fino alla sapienza dei suoi artigiani. Così, per chi volesse visitare Padova e conoscerne il cuore, sarebbe riduttivo fermarsi alla Cappella degli Scrovegni, al Prato della Valle o al Palazzo della Ragione. Una delle maggiori espressioni della sua storia artistica, infatti, sta nell’alta oreficeria, che tuttora affascina per l’abilità e le nuove invenzioni dei suoi maestri. In effetti, si può parlare a buon diritto di una scuola di oreficeria padovana, di cui Francesca Bellini e Diego Gallina, del laboratorio orafo Gallina, sono due esponenti. «Siamo artigiani – dice Bellini –, tutto na-

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sce dalle nostre idee, seguiamo anche i desideri di chi si rivolge a noi per creare gioielli di propria fantasia, con i nostri consigli e le tecniche del caso, osservando attentamente le tendenze fino al restauro di preziosi gioielli antichi. Nel tempo ci siamo accostati alla cultura e all’arte con mostre dedicate a Galileo, Dalì e Picasso ma anche a Lucia Bosè, a Beth Carvalho regina del samba, al chitarrista Giovanni Baglioni, all’opera From Hell to Heaven, e al 150° anniversario dell’Unità d’Italia per il quale abbiamo forgiato un bracciale presentato e applaudito alla Fiera orafa di Vicenza. Ma, al di là dei numeri e degli eventi, dobbiamo il nostro successo alla dedizione, nei rapporti di fiducia che abbiamo costruito, alla capacità di comunicazione e a un’apertura mentale che non è affatto scontata». Le vetrine del laboratorio si animano secondo le stagioni che si susseguono. «I gioielli si adattano ai colori – continua Bellini –, ai cambiamenti, ai vari stili e personalità. Ogni anno ci sono colori predominanti che seguono trend diversi, come lo sono il blu e il rosso in questo inverno. Ma i colori devono essere, come le pietre, tutti presenti, anche perché sono innumerevoli le possibilità creative. Oltre alla ricerca di una qualità indiscussa, l’arma vincente sta nella capacità di destreggiarsi fra i mille colori delle pietre che ora sono tagliate in modo differente dal passato e da questo nascono gli spunti per nuovi disegni Da artigiani, Bellini e Gallina sono amanti del “fatto a mano”. «Il nostro impegno creativo quotidiano si mischia a vecchi classici modelli equilibrati, magari rinnovati nei particolari di manifattura, ma sempre mantenendo invariata la nostra passione». ■ Renato Ferretti

Il Centro I�ico Milano - Raw Fish ha sede a Milano - www.centroi�icomilano.it

che per scelta e fede deve sempre essere al top. I nostri pia�i sono preparati al momento, rigorosamente con olio di oliva extravergine, il pesce è pescato e, quando è impossibile recuperare il pescato, di allevamento in mare. Infine, i prodo�i crudi sono tu�i tassativamente abba�uti». ■ Elena Ricci


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Un nuovo benessere

Il primo medical hotel italiano

All’interno del parco naturale regionale dei Colli Euganei, ad Abano Terme, esiste un luogo speciale in cui apprezzare le qualità benefiche delle acque termali. Marco Maggia presenta l’Ermitage Bel Air, una struttura ricettiva unica nel suo genere, che offre servizi di altissimo livello per migliorare lo stile di vita

ono secoli che Abano Terme attira persone desiderose di beneficiare delle proprietà delle sue acque ricche di preziosi sali minerali, che sgorgano a una temperatura di 80-90 °C. Ancora oggi, questa località è fra le principali destinazioni termali italiane e del mondo, sia per coloro che sono affetti da patologie o che necessitano di riabilitazione, sia per chi desidera migliorare il proprio stile di vita. Per conciliare una qualità alberghiera di elevato livello con l’alta accessibilità alle cure termali, l’Ermitage Bel Air Hotel è stato trasformato nel primo medical hotel italiano – situato nel parco naturale regionale dei Colli Euganei, è gestito dalla famiglia Maggia, che si dedica all’ospitalità da quattro generazioni. Per comprendere appieno cosa ciò voglia dire, diamo la parola a Marco Maggia, general manager di quello che è stato ribattezzato Ermitage Bel Air Medical Hotel. «Per evolverci da semplice struttura ricettiva a struttura in grado di offrire l’assistenza sanitaria

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TRE FONTI TERMALI

La riabilitazione effettuata nelle nostre vasche e piscine favorisce un più rapido recupero del paziente

degna di un ospedale, abbiamo operando su molteplici piani, coerenti fra loro. I primi sono stati la prevenzione e la riabilitazione accessibile a tutti, in un ambiente di vacanza. Alla struttura possono accedere anche persone con limitazioni della capacità di movimento, sia croniche sia temporanee. E non solo per quanto riguarda l’assenza di barriere architettoniche, bensì anche per l’accesso ai servizi alberghieri, alle cure termali e ai servizi benessere». A questo proposito, l’Ermitage Bel Air Medical Hotel è stato certificato da V4All (Village For All), che è unico ente di certificazione delle strutture ricettive riconosciuto dall’organizzazione mondiale del turismo. CONSULENZA MEDICA QUALIFICATA «Altro obiettivo – continua Maggia – è stato lavorare per favorire il ritorno alla vita attiva dei nostri ospiti, migliorandone l’autonomia funzionale, nel caso sia stata minata da traumi, interventi chirurgici o patologie connesse con l’invecchiamento. Per fare ciò – e questo è stato un altro degli investimenti, non solo economici, ma anche di approccio – , garantiamo un servizio di consulenza medica qualificato, dedicato alla prevenzione e al miglioramento dello stile di vita dell’ospite, integrando i servizi termali con percorsi di rieducazione alimentare e allenamento cardio fitness, completamente assistiti e personalizzati da personale sanitario». Fatto più unico che raro per una singola struttura termale, per elaborare e validare i propri


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proprio equilibrio psicofisico, stimola un’esperienza relazionale che può comprendere solo chi ha soggiornato una volta all’Ermitage. Questa convivenza garantisce ai primi la gradevolezza di un soggiorno in cui finalmente non esistono ghetti. Mentre ai secondi dà la certezza di servizi per la salute di una qualità che difficilmente si trova nei centri benessere di tipo tradizionale».

VILLAGE FOR ALL

Alla struttura possono accedere anche persone con limitazioni della capacità di movimento percorsi di cura, l’Ermitage Bel Air Medical Hotel si è rivolto a consulenti di livello internazionale. «Le attività di ricerca scientifica svolte presso le Università di Padova e di Milano, ci hanno permesso, negli anni, di ottimizzare i benefici del binomio terme e medicina integrata, sia in ambito preventivo sia riabilitativo. Così, i nostri ospiti beneficiano del frutto di questo lavoro attraverso specifici percorsi di cura, che coinvolgono in modo sinergico le terapie termali, l’idrochinesi, la terapia individuale in acqua termale, l’esercizio fisico assistito e, aspetto non secondario, l’alimentazione». Proprio in merito a quest’ultimo fattore, per chi soffre di sovrappeso e di rischio cardio-vascolare, la cucina dell’hotel elabora menu salutistici personalizzati. «In tutti i piatti che serviamo, la maggior parte delle materie prime sono rigorosamente del territorio. Pane, pasta e dolci sono pro-

dotti internamente, sotto la direzione dell’executive chef Michele Bruseghin. Invece, per tutto il resto e laddove è possibile, ci rivolgiamo a piccoli produttori locali altamente qualificati». ABBATTERE TUTTE LE BARRIERE A fronte di questi importanti interventi, però, secondo Maggia, non sono soltanto le barriere architettoniche a fare da ostacolo a un pieno recupero. «Tanto nell’ambito della prevenzione, quanto in quello della riabilitazione, la dimensione psicologica riveste un aspetto fondamentale. Per questo il nostro obiettivo è anche eliminare le barriere fra le persone disabili e le altre persone. Infatti, la presenza, nella medesima struttura, sia di persone affette da patologie e handicap che cercano il benessere accessibile o la riabilitazione fisica, sia di ospiti sani che desiderano correggere il loro stile di vita migliorando il

L’ASSOCIAZIONE “IL SOGNO DI ELEONORA” In collaborazione con l’Hospice Pediatrico di Padova, la famiglia Maggia, proprietaria dell’Ermitage Bel Air Medical Hotel, ha fondato l’associazione no profit “Il sogno di Eleonora”, progetto dedicato a bambini e ragazzi affetti da gravi patologie invalidanti e alle loro famiglie, per garantire, a titolo completamente gratuito, programmi riabilitativi intensivi e residenziali. A motivare l’avvio di questa iniziativa si colloca un evento straziante che ha colpito la famiglia di Marco Maggia. Nel 2012, a pochi mesi di vita, la sua terzogenita è stata portata via dall’atrofia muscolare spinale. La vita continua e nel dicembre del 2014, un quarto bambino ha preso il cognome Maggia. Tuttavia, dopo aver provato il dolore irrimediabile della perdita di una figlia, Marco Maggia ha deciso di aiutare i bambini affetti da gravi patologie, accogliendoli in un luogo in cui i piccoli pazienti possano vivere il periodo riabilitativo come una vacanza, un momento lieto in compagnia dei loro genitori. - www.ilsognodieleonora.it

PERCHÉ CURARSI IN HOTEL Per quanto riguarda le persone con problematiche specifiche, il centro medico dell’Ermitage Bel Air Medical Hotel tratta tutte le patologie che compromettono le capacità di movimento, siano esse croniche o temporanee, conseguenza dell’invecchiamento oppure di traumi o di interventi chirurgici, come la protesi dell’anca, del ginocchio o della spalla. «In ambito ortopedico – spiega Maggia –, trattiamo la frattura del femore, mentre in quello neurologico assistiamo gli esiti dell’ictus. Tuttavia, anche patologie croniche come il Parkinson possono beneficiare di specifici protocolli di cura. Ad assistere le diverse condizioni è la nostra équipe medico-specialistica, composta da un medico fisiatra, un chirurgo ortopedico, un reumatologo e un nutrizionista. Con l’ausilio di fisioterapie personalizzate e intensive, la riabilitazione effettuata nelle nostre vasche e piscine, che sono alimentate esclusivamente da tre fonti di acqua termale, favorisce un più rapido recupero del paziente. Recentemente, poi, abbiamo sottoscritto una convezione con una casa di cura trevigiana. Questo accordo ci consente di gestire l’intervento chirurgico-ortopedico direttamente in hotel».

L’Ermitage Bel Air Medical Hotel si trova fra i territori di Abano Terme e Teolo (PD) www.ermitageterme.it - www.medicalhotel.it

LE CERTIFICAZIONI Oltre al marchio di qualità dell’ospitalità accessibile, rilasciato dalla V4All, che certifica la totale assenza di barriere architettoniche in tutti gli ambienti (piscine, camere, terme e aree benessere), il centro medico di riabilitazione e medicina fisica interno all’Ermitage Bel Air Medical Hotel è l’unica struttura nel suo settore ad aver ottenuto un certificato di idoneità al sistema di qualità regionale rilasciato dalla Regione Veneto. E ancora, l’hotel ha ottenuto la classificazione Prima Super dei servizi termali convenzionati con il sistema sanitario nazionale – la convenzione lo rende fruibile da tutti i cittadini italiani. Inoltre, i servizi di medicina specialistica dell’Ermitage sono convenzionati direttamente con i principali istituti assicurativi italiani (Fasi, Faschim, Assicurazioni Generali). A chiudere l’elenco dei riconoscimenti ottenuti, c’è la certificazione di qualità Iso 9001 rilasciata dall’ente di certificazione tedesco Tüv, relativa al sistema di gestione sia dei servizi alberghieri sia di quelli sanitari. ■ Emilio Macro


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Dettagli rinascimentali La cultura del paesaggio è una costante dell’arte rinascimentale lombarda. Il gusto degli artisti lombardi ha influenzato anche Leonardo da Vinci. Philippe Daverio svela gli angoli più nascosti della regione alla scoperta del rinascimento utto il territorio lombardo è costellato di opere, architetture ed elementi paesaggistici che raccontano il Rinascimento. Vedute, scorci e panorami eterogenei come quelli della Lombardia hanno ispirato numerosi artisti dell’epoca rinascimentale contribuendo alla creazione di veri e propri capolavori pittorici. A partire da Milano «il castello pensato e voluto da Francesco Sforza – sottolinea Philippe Daverio – è uno degli esempi più particolari del rinascimento lombardo. Ma soprattutto lo sono alcune chiese come quella di Santa Maria presso San Satiro a Milano». Qui Bramante non potendo concludere l’edificio con un quarto braccio per la presenza di una strada assai frequentata, fece costruire un finto spazio in prospettiva, con una volta in stucco, profondo soltanto 97 centimetri ma in grado di conferire una notevole profondità, anticipando tutti gli esempi di trompe l’oeil della storia dell’arte. «In Lombardia c’era la cultura del paesaggio. Gli affreschi di Bernardino Luini nella chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore ne sono un esempio straordinario». C’è chi definisce l’interno di questo edificio “la cappella Sistina di Milano” e la bellezza degli affreschi del Tramezzo testimoniano quanto fosse viva la tradizione pittorica in quel periodo a Milano, quando nel capoluogo lombardo arrivarono nomi come Bramante o

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A sinistra, lo Sposalizio della vergine di Bernardino Luini (Santuario della Beata Vergine, Saronno); sopra, Philippe Daverio

Leonardo Da Vinci. «Leonardo è stato influenzato molto dal gusto dei lombardi. Leonardo non è da Vinci, Leonardo è da Milano. Aveva già una sua inclinazione in questo senso, ma il suo vero carattere viene fuori mescolandosi proprio con le influenze che gli hanno dato i lombardi. In particolare con le esperienze di Bergognone o di Zenale». Uscendo da Milano poi si possono trovare altri esempi

Milano mediterranea Con lo chef Francesco Passalacqua, all’incrocio tra la vecchia città meneghina e la nuova Milano della moda e del design: il posto ideale dove innovare senza mai dimenticare le proprie origini a poco si è conclusa l’esperienza dell’Expo, in cui è stata capitale della cucina mondiale. Ora Milano torna al suo ruolo di ambasciatrice nel mondo della tradizione mediterranea. E uno dei templi dell’enogastronomia italiana in città è l’Esco bistrò mediterraneo dello chef Francesco Passalacqua, che si trova in via Tortona, nel cuore del design e della moda milanese, punto di incontro tra la città creativa, esuberante, irriverente e la “vecchia Milano”. Data la sua storia e le sue esperienze, quello di Passalacqua non poteva che essere un “bistrò mediterraneo”. «Da bambino – ricorda lo chef piemontese – trascorrevo ore in cucina, nella casa di Alba, con la nonna e le zie impegnate nella preparazione della pasta fresca, delle conserve, dei sughi. Osservavo e annotavo di nascosto le ricette di famiglia. A seguito della formazione scolastica ho poi imparato molto sul campo, a fianco di chef quali Giuseppi-

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Esco bistrò mediterraneo si trova a Milano www.escobistromediterraneo.it

na Beglia, Aimo e Nadia, Carlo Cracco. Esco bistrò mediterraneo è oggi un sogno che si avvera: fortemente voluto, pensato meticolosamente studiato. Lo definisco il mio laboratorio di sapori perché è in continua evoluzione, tanto in cu-

importanti dell’arte rinascimentale forse meno noti ai più, ma comunque rappresentativi di un’epoca come «il ciclo di affreschi di Saronno, che non sono una meta molto turistica ma che mi sento di suggerire. I più celebri affreschi di Bernardino Luini, infatti, si trovano nel Santuario della Beata Vergine dei Miracoli». Imponente nell’antipresbiterio spicca il famoso Sposalizio della Vergine. ■ NMM

cina quanto in sala». «I sapori mediterranei e la semplicità – spiega ancora Passalacqua – sono il filo conduttore di un’esperienza che in Esco non è mai univoca e viene creata e ricreata in prima persona dall’ospite. Mi piace dire che l’anima di Esco è l’essenzialità: materie prime di qualità, sapori semplici, che si accostano senza sovrapporsi. Il menù varia ogni due mesi circa, a seconda della stagionalità, a garanzia di freschezza e gusto. Tra i primi, spiccano i risotti e le paste fresche, tra i secondi carne e pesce di giornata. Fiore all’occhiello di Esco sono le focacce e i piatti di pizza gourmet, un incontro tra il lievitato eccellente e ingredienti selezionati. Infine, i dolci, in formato degustazione, sempre nell’ottica di un’esperienza personalizzata. In Esco ci si può accomodare anche solo per un aperitivo, per uno spuntino veloce e leggero o, ancora, per un cocktail a fine serata: il “Mixologist", il professionista del “buon bere”, tecnico e creativo dei drink, lavora in stretta sinergia con lo Chef, con il Sommelier e con il Direttore di Sala, proponendo drink, sempre di ispirazione mediterranea, che in ogni momento si abbinano ai piatti della cucina». Esco è segnalato nella “Milano del Gambero Rosso 2016” per il migliore rapporto qualità/prezzo in città. ■ Remo Monreale


Viaggio in Italia Dicembre 2015 • Pag. 52

Mercatini di Natale

L’incanto dell’Avvento I dolci, le luci, i cristalli e poi i fratelli Grimm e l’arrivo di San Nicola con i regali per i più piccoli. Innsbruck a Natale si avvolge di polvere di stelle mercatini che in questo periodo spuntano in tutte le città e paesi del Sudtirol sono belli e speciali perché trasudano tradizione e attesa. È attorno a queste bancarelle che autoctoni e visitatori respirano il vero spirito di Natale fatto di spezie, aromi, legno e dei colori brillanti delle luci. A Innsbruck si tratta di un vero rituale che coinvolge tutta la città e che mette insieme tutte le anime dell’Avvento. Uno dei simboli di questo mercatino speciale è sicuramente l’albero di cristallo Swarovski, che svetta nel centro della città con i suoi 15 metri di altezza e realizzato con oltre 170mila cristalli. Guido Vianello, direttore internazionale marketing di Innsbruck Tourism, non nasconde l’entusiasmo, davvero contagioso. «Quest’anno l’albero sarà coronato da una speciale decorazione creata da Michael Hammers, analoga a quella che ha fatto per il famoso albero di Natale del Rockfeller Center di New York. Ma la chicca golosa del mercatino è senz’altro la nostra Kiechl, da gustare con zucchero a velo o con marmellata di ribes o in versione salata con i crauti». La magia dei mercatini di Innsbruck si è appena aperta. Quali saranno le novità o gli eventi più speciali di questo Natale 2015? «Quest'anno avremo sei mercatini, con oltre 200 bancarelle. Ogni giorno ci saranno eventi e manifestazioni legate alla tradizione, che renderanno speciale la stagione dell’Avvento a Innsbruck. Per i bambini c’è il Vicolo delle fiabe, con 28 personaggi di favole e leggende ritratti a grandezza naturale, mentre in vicolo Kiebachgasse c’è un carro teatrale, dove verranno inscenate, ogni giorno, le affascinanti favole dei fratelli Grimm. Tra gli eventi più attesi c’è sicuramente la corsa dei diavoli che si svolge tra il 4 al 6 dicembre e il tradizionale ingresso in Marktplatz di San Nicola che distribuirà doni ai bambini. Il 20 dicembre Gesù Bambino arriva in città su uno sfarzoso carro, accompagnato, come da tradizione, da pastori, angeli e pecorelle». Qual è il mercatino o la parte di mercato che un autoctono sente come maggiormente autentico e perché? «Sicuramente il mercatino del centro storico, quello della piazza del Tettuccio d’oro. È il primo mercatino nato in città e quindi quello a cui si è più legati ed è probabilmente il più bello e romantico di tutto l’arco alpino. Attorno a un grande albero illuminato sono disposte circa 70 bancarelle tradizionali. Circondati dalle facciate me-

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Guido Vianello, direttore internazionale marketing di Innsbruck Tourism

L’ALBERO DI CRISTALLO SWAROVSKI

È uno dei simboli di questo mercatino. Sve�a nel centro della ci�à con i suoi 15 metri di altezza ed è realizzato con oltre 170mila cristalli dievali delle case del centro storico si passeggia avvolti dal profumo delle mandorle caramellate, tra figure del presepe intagliate, coloratissimi cappelli in feltro, candele e tanti oggetti tipici dell'arte popolare tirolese. Dal Tettuccio d’Oro risuonano le armoniose note dei fiati della torre, l’accompagnamento ideale per passeggiare o gustare un buon vin brulé in piazza». Cosa non può mancare di acquistare un visitatore come souvenir del Mercatino di Innsbruck? «Le pantofole fatte a mano, che si indossano nelle tradizionali stube tirolesi. Si trovano nelle bancarelle dei mercatini e

sono realizzate a mano dagli artigiani locali. Non mancano in nessuna casa della città e sono un simpatico souvenir per chi visita i mercatini, ma anche un bel pensiero da portare a casa agli amici. Tra le bancarelle della piazza del mercato si possono scegliere poi tanti prodotti tipici, dallo speck ai canederli. Un’idea simpatica è sicuramente portare a casa il Dachschindel, un dolce che anche dal nome e la forma si ispira alle tegole del Tettuccio d’oro, fatto di mandorle, miele, marzapane e cioccolato. È davvero buonissimo e lo si trova anche alla pasticceria Munding, una delle più antiche della città».

C’è un oggetto che può essere considerato il souvenir perfetto del Mercatino di Innsbruck? «Potrebbe essere una pallina di Natale acquistata in una delle bancarelle del centro storico. Sono in vetro soffiato, dipinte a mano o con cristalli Swarovski. Ognuna ha una sua caratteristica, non sono mai uguali tra loro e sono molto eleganti e preziose». C’è una magia diversa a Innsbruck rispetto ai tanti mercatini presenti in Trentino Alto Adige e Sudtirol? «Qui non si tratta solo di mercatini con un valore puramente commerciale. Le manifestazioni che ci sono a cornice dei mercatini sono davvero differenti. Da noi il periodo che precede l’Avvento è ricco di manifestazioni popolari, tipiche della tradizione, che accompagnano ogni giorno chi visita i mercatini e che si svolgono in tutte le piazzette della città. Le più importanti sono la corsa dei diavoli, l’arrivo di San Nicola, l’arrivo di Gesù Bambino e gli appuntamenti con i canti dell’Avvento. Un altro punto che ci contraddistingue è sicuramente la differenziazione. Abbiamo sei mercatini, ognuno con una sua caratteristica particolare. Oltre al mercatino del centro storico, più tradizionale, c’è quello di Maria Theresien Straße, particolarmente cosmopolita. Il mercatino di Marktplatz, in riva all’Inn, noto per il grande albero in cristalli Swarovski, è dedicato ai bambini, con il teatro dei burattini e lo zoo delle carezze. Molto particolare è poi il mercatino panoramico, sulla Hungerburg, con vista sulla città, che si può raggiungere con la funicolare di Zaha Hadid in dieci minuti, dal centro storico. Chiudono l’offerta il Natale di Wilten, una piccola oasi in centro città, con un programma culturale di alto livello e il mercatino di San Nikolaus, nel quartiere più antico della città, in un’atmosfera di quiete, dove si possono gustare biscotti della tradizione e ascoltare buona musica». ■ Teresa Bellemo


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Il Natale è di tutti Da anni a Rovereto i mercatini mettono al centro la solidarietà e la fratellanza, per questo oltre ai prodotti tipici trentini si possono trovare i prodotti di Betlemme o della Bielorussia i mercatini di Natale va in scena il Natale dei Popoli, un avvenimento ogni anno più atteso che nasce nel 2009. Fin dalla prima edizione l’obiettivo è stato quello di differenziarsi rispetto ad altri eventi natalizi, puntando su ciò che caratterizza da sempre Rovereto: la solidarietà, l'impegno al dialogo e alla fratellanza fra i popoli. A Rovereto, sul Colle di Miravalle, suona ogni sera la Campana dei Caduti “Maria Dolens”, la più grande campana funzionante al mondo, realizzata all'indomani della Grande Guerra con il bronzo dei cannoni donato dalle nazioni coinvolte. Anche per questo la città è de-

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finita la Città della Pace d’Italia. Non solo mercatino, dunque, ma eventi, spettacoli, iniziative concrete di solidarietà. Le nazioni ospiti vengono scelte, ogni anno, sulla base di un tema specifico. Quest'anno si troveranno l’artigianato di Betlemme e della Bielorussia, i prodotti tipici trentini e i dolci ungheresi, gli oggetti di tendenza dei giovani creativi e le idee regalo bio. Inoltre, tornano le casette di oggettistica natalizia, artigianato e food, aperte tutti i giorni della settimana. Novità di quest’anno, “Take Hawaii”, il mercatino degli artisti con oggetti unici e curiosi, all’insegna delle nuove tendenze dedicato a chi è alla ricerca della rarità, di oggetti unici e curiosi, di un regalo originale per Natale. Si tratta di un momento d’incontro con i giovani creativi all’insegna delle nuove tendenze, un dolce naufragare sull'isola fatta a mano. Ma non si possono dimenticare le statuine per il presepe e gli articoli in legno tipici della Val Gardena e i sapori della tradizione gastronomica trentina, come il tortel de patate, la polenta e spezzatino, il baccalà alla roveretana, i taglieri di formaggi e salumi, i canederli, l’orzotto, gli strangolapreti, il tonco del pontesel con polenta di patate, stromboli, zelten, strudel, vin brulè e i sapori della gastronomia internazionale come i kurtoskalacs, dolci tipici ungheresi, i würstel dell’Austria, i waffel del Belgio. ■ TB

Trento a festa La ventiduesima edizione dei tradizionali mercatini di Natale prende il via anche in Trentino, dove tra dimostrazioni culinarie e artigianali si possono riscoprire le vallate circostanti e tutta la loro forza evocativa nche a Trento i mercatini di Natale iniziano a diffondere il profumo di cannella del vin brulé e del legno dei tanti prodotti artigianali e delle casette che ospitano le botteghe. Dal 21 novembre al 6 gennaio in Piazza Fiera e Cesare Battisti a Trento le proposte saranno numerose. Dalla macinazione in diretta del mais, alla lavorazione dal vivo col tornio della creta fino alla realizzazione del burro con una zangola antica. Non PRODOTTI TIPICI solo vendita di oggetti e souvenir, il mercatino diventa un viaggio alla scoperta dell'artigianato locale, dell'enogastronomia trentina e dei prodotti del territorio. Una vetrina delle vallate del Trentino, le quali mettono in mostra le pro- chiese cittadine. Per quanto riguarda prie peculiarità e tipicità. Come ad la gastronomia, al Mercatino di Natale esempio la creazione delle candele pro- di Trento ci saranno degustazioni guifumate o l’abile maestro Federico date di prodotti tipici come la MortanVanzo che durante il mercatino scol- dela della Val di Non, i salumi tipici pirà uno gnomo da un tronco trentini, le tisane e il pane nero. E poi lo showcooking dei tipici gnocconi di d'albero. Ma tutti gli espositori hanno la possibilità di proporre le proprie ini- ricotta affumicati e dei tradizionali ziative in un luogo speciale: lo ”Spazio crauti. Non mancano gli spazi e le atdimostrazioni" all'entrata del polo eno- mosfere per i più piccoli, che potranno gastronomico, dove si alterneranno gli ascoltare favole e usare la propria fanartigiani con varie dimostrazioni. Non tasia per realizzare dei disegni, senza può mancare infine la musica, fatta dimenticare di scrivere la lettera a come sempre dal suono delle fisarmo- Babbo Natale, che sarà presente ogni niche, dagli zampognari, e poi le esibi- settimana. L’arrivederci è poi affidato alle befane, il 6 dicembre. zioni del Corno delle Alpi e dei cori, come quello della Paganella e delle ■ TB

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Ci saranno degustazioni come la Mortandela della Val di Non, i salumi tipici, le tisane e il pane nero

NOVITÀ DI QUEST’ANNO,

“Take Hawaii”, il mercatino degli artisti con oggetti unici e curiosi


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Mercatini di Natale l magico mercatino di Natale di Bolzano festeggia quest’anno il suo venticinquesimo compleanno, e il miglior modo per festeggiare non può che essere rinnovarsi. Anche per questo è nata l’iniziativa “Un Natale di libri”, una passerella di firme di successo dei best seller dell'anno. «Senza libri - fa notare Roberta Agosti, direttrice dell'Azienda di soggiorno e turismo di Bolzano - che Natale è? Partendo da questa domanda abbiamo ideato “Un Natale di libri”, concependolo come una grande festa di libri e di scrittori nella quale la gente può trovarsi a tu per tu con gli autori preferiti». A Bolzano dunque saranno presenti gli autori dei best seller dell'anno che sta per concludersi con una formula molto semplice: durante le quattro settimane dell'Avvento, fino al 23 dicembre, scrittori italiani e tedeschi presenteranno le loro ultime fatiche. Il calendario degli incontri è molto ricco e dopo Vittorio Feltri ed Edoardo Raspelli sono attesi Susanna Tamaro, Mario Giordano, Gian Antonio Stella, Silvia Zucca, Elisabetta Gnone, Lilli Gruber, Mauro Corona e molti altri. Grazie a questa novità che numeri vi aspettate quest’anno? «Partiamo con i piedi per terra e ci aspettiamo almeno la conferma delle presenze dello scorso anno, ovvero 600mila visitatori nell’arco delle sei settimane fino all’Epifania». Cosa differenzia il vostro rispetto ai tanti mercatini presenti in Trentino Alto Adige? «Il mercatino di Natale di Bolzano è il primo del genere per anzianità e afflusso ed è oramai un appuntamento attesissimo, volto alla riscoperta delle tradizioni che in Alto Adige si svelano dietro le quattro settimane dell’Avvento e dei preparativi per la festa più bella dell’anno che si raccontano con riti e usanze che si perdono nella notte dei tempi. Non mancano infatti i simboli della tradizione, quali il grande albero di Natale con ai piedi il presepe in fedele versione rustica alpina. Anche le melodie tradizionali dell’Avvento Alpino sono parte fondamentale del mercatino e non risuonano solamente dagli altoparlanti: ogni fine settimana infatti gruppi musicali locali si esibiscono dal vivo accogliendo tutti nel magico mondo della musica tradizionale, con costumi e suoni autentici, spesso tramandati solo attraverso la tradizione orale. Il 19 e 20 dicembre il mercatino vedrà l’allestimento del presepe vivente e, come per magia, le figure di legno diventeranno reali, accompagnate durante il pomeriggio dalle melodie di cantori e musicisti». Un prodotto figlio della contemporaneità e uno della tradizione che insieme rappresentano il Mercatino di Bolzano. «Per rappresentare al meglio la con-

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Le luci di Natale La fiaba del periodo più atteso dell’anno si diffonde in tutta Bolzano, che accoglie i tanti visitatori in un’atmosfera sempre più magica. In più questo è un anno particolare, dove i protagonisti saranno i libri Sopra, Roberta Agosti, dire�rice dell'Azienda di Soggiorno e Turismo di Bolzano

temporaneità e la tradizione sono sufficienti due parole: Green Event e Avvento. Dal 2014 infatti il mercatino di Natale ha ottenuto la certificazione di “Green Event”, ovvero di manifestazione organizzata e realizzata seguendo criteri di tutela ambientale e sostenibilità (valorizzazione dei prodotti regionali, efficienza delle risorse, gestione dei rifiuti, mobilità sostenibile e responsabi-

lità sociale). Allo stesso tempo i simboli dell’Avvento sono il cardine attorno al quale ruota l’intera manifestazione e si possono ritrovare sulle bancarelle in piazza Walther. Un esempio è la tradizione di preparare la corona d’Avvento intrecciando rametti di abete, ma anche la preparazione dei tipici biscotti natalizi secondo le ricette tramandate di generazione in generazione».

IL MERCATINO DI NATALE DI BOLZANO

è il primo per anzianità e afflusso ed è oramai un appuntamento attesissimo

Cosa non può mancare di acquistare un visitatore come souvenir del mercatino di Bolzano? «Nelle casette che sono il simbolo del mercatino di Natale di Bolzano sono esposti come sempre oggetti di produzione locale, secondo il ferreo regolamento della manifestazione stessa. Tra gli acquisti effettuati dagli ospiti non possono mancare le decorazioni in legno per la casa o l’albero, così come le palline di Natale decorate a mano. Il lavoro artigianale rappresenta infatti il 30 per cento dell’esposizione e gli ospiti possono ammirare dal vivo gli artigiani della Cooperativa artigiani atesini al lavoro». Qual è l’identikit degli espositori del vostro mercatino? Come e quando vi organizzate? «Gli espositori del mercatino di Natale sono raggruppati in 4 categorie: cooperative sociali, artigianato, commercio e gastronomia. La richiesta di partecipazione è sempre molto alta, almeno il doppio degli spazi disponibili. Il lavoro di organizzazione e promozione del mercatino di Natale di Bolzano impegna il team dell’Azienda di soggiorno e turismo di Bolzano da gennaio (con la presentazione delle domande di ammissione da parte degli espositori) a gennaio dell’anno successivo, ovvero al termine della manifestazione il 6 gennaio». ■ Teresa Bellemo


Le guglie del Latemar Sulla neve di giorno e di notte, fra le piste della Val di Fiemme, note jazz e dj performance. Gianfranco Redolf presenta il calendario dei principali appuntamenti sotto le Dolomiti

ircondata da cime di rara bellezza, come le guglie del Latemar, riconosciute Patrimonio Naturale dell’Umanità (Unesco), la Val di Fiemme, in Trentino, è un luogo privilegiato per gli sport sulla neve. E sciando fra i 48 chilometri di piste che collegano Obereggen, Pampeago e Predazzo ci si immerge nel paradiso naturalistico dello Ski Center Latemar, che per l’imminente stagione invernale, oltre ai panorami mozzafiato, alla cucina tipica e all’accoglienza dei rifugi, presenta un ricco calendario di eventi e iniziative fra le cime dolomitiche, che riflettono i colori di alba e tramonto. Come illustra Gianfranco Redolf: «Già nel primo weekend di dicembre, sulle piste di Pampeago, si terrà The Winter Tour, dove tutti gli sciatori potranno provare i principali modelli di sci e sciare con gli istruttori nazionali Fisi. Dal 9 al 13 dicembre,

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Allo Ski Center Latemar si accede da Predazzo (TN), Pampeago (TN) e Obereggen (BZ) - www.latemar.it

per salutare la prima neve, ci sarà una festa lunga cinque giorni, con musica e intrattenimento nei rifugi e nei locali notturni. Il 16, poi, Obereggen ospiterà la gara di Coppa Europa più antica in assoluto, con oltre trent’anni di storia alle spalle. E anche in questa edizione lo slalom di Obereggen è strategicamente ben piazzato nel calendario gare». Questa competizione è fra le più importanti, dove ogni anno, come in poche altre gare di Coppa Europa, gareggiano tantissimi campioni della Coppa del Mondo. «Dopo Obereggen, gli appunta-

menti si susseguono uno dietro l’altro: slalom di Coppa Europa a San Vigilio (19 dicembre) e Pozza di Fassa (21 dicembre), slalom di Coppa del Mondo a Madonna di Campiglio (22 dicembre). A parte le competizioni, per tutti, campioni e appassionati, ogni martedì, giovedì e venerdì sera, sarà possibile percorrere con gli sci o lo slittino le piste illuminate, un’occasione unica per coniugare lo sport e la musica degli aprèsski». Numerose le attrazioni anche per gli amanti della tavola e del freestyle, con nuovi ostacoli e oasi jib, oltre a tre jump e tre rail e all’halfpipe di 80 metri. «Sulle piste, inoltre, si affacciano alcune delle dodici opere del Parco d’Arte RespirArt, uno dei più alti al mondo». Lo Ski Center Latemar, migliore località sciistica 2015 fra i comprensori fino a 60 chilometri, offre questo e molto altro. ■ Elio Donato


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Viaggio Dic 15  

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