Viaggi Giugno 2015

Page 1

In abbinamento alla stampa nazionale

EXPO 2015 Viaggi OSSERVATORIO SUL TURISMO DI QUALITÀ

Anno 2 • N. 1 • Giugno 2015

EXPO MILANO 2015

METE TOSCANE

Riflettori accesi sul capoluogo lombardo per l’Esposizione universale. I protagonisti e gli eventi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . p. 5

Villa San Michele a Fiesole. La Maremma selvaggia. Firenze vista con gli occhi di Cesara Buonamici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . p. 43

Giubileo, l’anno straordinario continua

Dario Franceschini, ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo

embrava una celebrazione come tante altre. Molto importante, perché si trattava della liturgia penitenziale con cui il Papa apriva l’iniziativa “24 ore per il Signore” nella Basilica Vaticana. Ma non tanto da far presagire che d’un tratto, nel bel mezzo dell’omelia, sarebbe diventata “storica”. «Cari fratelli e sorelle, ho pensato spesso a come la Chiesa possa rendere più evidente la sua missione di essere testimone della misericordia. Per questo ho deciso di indire un Giubileo straordinario».

S

ARTE, MAGIA E I COLORI DEL SUD Un viaggio ideale che parte dalla costiera amalfitana, tocca la Puglia, la Calabria e arriva in Sicilia fin sull’Etna. Alla ricerca di atmosfere seducenti, luoghi incantevoli e sapori unici, accompagnati da guide d’eccezione

>>> segue a pag. 3

Destinazione Italia, serve un rinnovamento Dare un cambio di marcia al turismo italiano significa modificare radicalmente l’approccio e lavorare su comunicazione, promozione e segmentazione dell’offerta. L’analisi di Renzo Iorio e tutto il sistema Italia necessita di riforme e di cambiamenti strutturali, tanto più lo richiede il settore turistico. Il turismo cresce a livello mondiale e l’Italia non può permettersi di cedere il passo di fronte a competitor agguerriti, spesso anche “vicini di casa”. Sono diverse le leve sulle quali intervenire per riacquistare competitività in un comparto che vede l’Italia sulla carta avvantaggiata da risorse e potenzialità enormi. È Renzo Iorio, presidente di Federturismo, a fornire un quadro dei principali problemi da affrontare.

ALL’INTERNO

Dato il 2014 appena trascorso, quali sono le sue prospettive per il 2015? «Il 2014 ha rappresentato un anno record per il turismo mondiale con 1,1 miliardi di viaggiatori e anche per l’Italia si è chiuso in linea con la crescita mondiale che è stata del 5 per cento. Nei primi dieci mesi del 2014, le spese dei viaggiatori stranieri in Italia sono aumentate del 3,3 per cento, mentre quelle dei viaggiatori italiani all’estero sono cresciute del 5,7 per cento.

S

Renzo Iorio, presidente di Federturismo

>>> segue a pag. 4

Maestri del Rinascimento Sulle tracce di Piero della Francesca con Vi�orio Sgarbi

Dove osano le aquile Le montagne dell’Alto Adige raccontate da Reinhold Messner

Tesori d’Italia Osvaldo Bevilacqua ci svela i suoi luoghi del cuore



VIAGGI Expo 2015 Pag. 3 • Giugno 2015

Colophon CORTINA Dolomiti, patrimonio dell’umanità p. 39

I MAESTRI DEL GUSTO La cucina di Gualtiero Marchesi e di Cristina Bowerman p. 6

ARTE Visita alla pinacoteca di Reggio Calabria p. 61

Direttore responsabile Marco Zanzi direzione@golfarellieditore.it

Consulente editoriale

LA CULTURA DEL CIBO I pilastri della cucina piemontese di Bruno Gambaro�a p. 32

Irene Pivetti

Direzione marketing Aldo Radici

Coordinamento editoriale Michela Calabretta direzione@golfarellieditore.it

Redazione Tiziana Achino, Lucrezia Antinori, Tiziana Bongiovanni, Eugenia Campo di Costa, Cinzia Calogero, Anna Di Leo, Alessandro Gallo, Simona Langone, Leonardo Lo Gozzo, Lara Mariani, Michelangelo Marazzita, Chiara Milani, Marcello Moratti, Michelangelo Podestà, Silvia Rigotti, Giuseppe Tatarella

Relazioni internazionali Magdi Jebreal

Hanno collaborato Fiorella Calò, Francesca Druidi, Renata Gualtieri, Francesco Scopelliti, Lorenzo Fumagalli, Gaia Santi, Maria Pia Telese

Sede Tel. 051 223033 - Via Ugo Bassi, 25 40121 - Bologna www.golfarellieditore.it

Relazioni pubbliche Via del Pozzetto, 1/5 - Roma

Tiratura complessiva: 130.000 copie

>>> Segue dalla prima Con questo annuncio, che il 13 marzo scorso ha colto di sorpresa un po’ tutti, Francesco ha precorso i tempi e con 10 anni di anticipo sulla cadenza tradizionale dei Giubilei, ha indetto un Anno Santo straordinario dedicato alla misericordia di Dio, dandone notizia a due anni esatti dalla sua ascesa al soglio pontificio. A soli 15 anni dal grande Giubileo del 2000 indetto da Giovanni Paolo II e a 50 dalla fine del Concilio Vaticano II, Roma si prepara quindi ad accogliere una nuova ondata di fedeli e visitatori che sicuramente si riverseranno a milioni nella Capitale a partire dall’8 dicembre, quando l’apertura della Porta santa della basilica di San Pietro darà il via ufficiale al Giubileo 2015. ITALIA, UN ANNO E MEZZO DA REGINA TURISTICA DEL MONDO

Un evento di portata universale che seguirà a strettissimo giro la chiusura dei cancelli di Expo Milano, da cui Roma riceverà il testimone per portarlo fino al 20 novembre 2016, ultimo giorno del Giubileo. Il che significa, in buona sostanza, che per un anno e mezzo di fila l’Italia sarà in cima a tutte le destinazioni turistiche del mondo. «Al di là degli aspetti economici e religiosi legati a questi due enormi appuntamenti – commenta Dario Franceschini, ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo – la cosa certa è che entrambi attireranno flussi straordinari di visitatori e tutto il Paese si dovrà impegnare per valorizzare un’of-

ferta che potrà darci un futuro più sereno anche nel settore dei beni culturali». E sulla scia della maxi-agenda di iniziative culturali parallele all’Esposizione universale, composta da circa 1300 eventi tutti pubblicati sulla piattaforma web Verybello.it, Franceschini assicura che anche per il Giubileo verranno messi a punto numerosi progetti già in cantiere prima della “sorpresa” di Papa Bergoglio. «Quando è arrivato l’annuncio del Santo Padre – rivela il ministro - stavamo già lavorando su una serie di itinerari di fede e cultura da far rivivere e da valorizzare in Toscana, Umbria, Puglia e altre Regioni. E stiamo accelerando per renderli organizzati e percorribili entro il prossimo 8 dicembre». ITINERARI DI FEDE, LA SCOMMESSA DEI “CAMMINI”

Uno sguardo allargato al perimetro della Penisola è quello che Franceschini immagina per l’anno giubilare, durante il quale i pellegrini abbiano la possibilità di conoscere non solo la città eterna e le sue storiche basiliche, ma anche altri luoghi come chiese, santuari, antichi borghi e paesaggi naturali disseminati lungo tutto il territorio nazionale. O altri percorsi carichi di spiritualità, sul modello del cammino di Santiago di Compostela. «In accordo con amministrazioni locali, enti religiosi come la Cei e l’Opera romana pellegrinaggi, associazioni laiche e case editrici specializzate in turismo religioso, l’intenzione – spiega il ministro – è proprio quella di valorizzare i cammini, da quello lungo l’antica via Francigena, che attraversa

diverse regioni italiane fino a Roma. A quelli di San Francesco, fra Roma, La Verna, Loreto o Monte Sant’Angelo, in Puglia, e la città umbra di Assisi. ROMA, DA SCIOGLIERE IL NODO DEGRADO

Ma di pari passo e con la stessa lena con cui si stanno studiando itinerari decentrati rispetto al cuore del Giubileo, c’è da preparare Roma. Una città a cui restituire decoro specie dopo le proteste di centinaia di albergatori locali che in una lettera congiunta inviata al Campidoglio hanno definito “imbarazzante” la situazione in cui versa il centro, dai trasporti al decoro, dalla sporcizia lungo le strade agli ambulanti abusivi. Su quest’ultimo aspetto, in particolare, lo stesso Franceschini ha sferzato il governo locale. «L’abusivismo è un problema di ordine pubblico. Ora è importante che ci sia un intervento delle autorità preposte nei luoghi simbolo della città. Non ci può essere più tolleranza, perché tutto ciò che è abusivo porta degrado». Intanto, aspettando che l’Urbe ripulisca un po’ la sua immagine, nelle scorse settimane Mibac e Comune di Roma hanno inaugurato il Consorzio unico dei Fori Imperiali. «Un atto storico - sottolinea il ministro - per superare la divisione di competenze e funzioni e assicurare una gestione unitaria ed efficiente dell’area archeologica», attraverso una cabina di regia permanente che potrà contare su fondi pubblici, incassi ma anche donazioni private. Il Consorzio infatti metterà in campo una formula sperimentale per accogliere grandi donazioni ma anche piccoli contributi col sistema del crowdfunding. ■ Giacomo Govoni

PER IL GIUBILEO

vogliamo valorizzare i cammini, da quello lungo l’antica via Francigena a quelli di San Francesco


VIAGGI Expo 2015 Giugno 2015 • Pag. 4

Politiche del turismo >>> continua dalla prima

Il nostro Paese rimane saldamente in cima ai desideri di viaggio dei turisti internazionali, anche se i nostri competitor, in particolare la Spagna con un incremento del 13 per cento dei flussi turistici, fanno meglio di noi. È evidente che una parte rilevante di tale deficit competitivo è da imputarsi alla scarsa efficacia delle politiche di promozione, attrazione del Paese e alla mancanza di coordinamento tra le iniziative degli enti e gli operatori turistici. Dobbiamo, quindi, risolvere al più presto la scarsa percezione del prodotto-destinazione che è il vero male che attanaglia il turismo italiano segmentando i mercati, innovando la metodologia del linguaggio online, rafforzando il brand e impostando una comunicazione coerente e integrata. Dall’altro lato, l’approccio al mercato delle imprese deve saper evolvere verso un contesto globale e competitivo». Come il turismo italiano può e deve sfruttare l’occasione rappresentata da Expo 2015, non solo come evento a sé ma in un’ottica di lungo periodo? «Expo 2015 rappresenta una grande opportunità per l’economia del nostro Paese. È un’occasione di dialogo, di cooperazione e co-

struzione di strategie per il miglioramento della qualità di vita che vedrà protagonisti i paesi e i cittadini del mondo intero, che si confronteranno per sei mesi su un palcoscenico unico e irripetibile. Un’opportunità per portare la cultura e l’eccellenza italiana nel mondo, per formare capitale umano e offrire nuova occupazione ai lavoratori. L’eredità principale che ci può riservare l’Expo è la fiducia in noi stessi e l’orgoglio paese. Dobbiamo dimostrare che l’Italia, tutta, è in grado di ripartire da se stessa innovando e rinnovandosi: a cominciare dal turismo».

La riforma dell’Enit e il decreto turismo del governo, una volta attuati, potranno risollevare concretamente il settore? È d’accordo con le misure prese dall’Esecutivo? «Il processo di riforma del Titolo V varato dal governo è un passo fondamentale per poter ridare al Paese la possibilità di essere visibile e competitivo a livello mondiale e per ridurre lo spreco di risorse. Va però sostenuto e concluso rapidamente. Così come l’Enit deve superare velocemente la fase di stallo nella quale si trova da mesi. La trasforma-

zione dell’Enit è urgente per la promozione della “destinazione Italia” sui mercati internazionali, per ottimizzare quegli investimenti dispersi in singole attività promozionali e missioni che, fino ad oggi, non hanno portato a risultati concreti per il turismo del nostro Paese. Tutto questo in attesa del fondamentale passaggio sul Titolo V per ribadire la necessità che la governance del settore torni allo Stato centrale». Cosa manca al turismo italiano in termini di strategie e di offerta per sostenere e vincere la concorrenza dei competitor internazionali? «Per raggiungere il vantaggio competitivo sulla concorrenza, le imprese turistiche devono essere consapevoli che non basta più agire sulla leva del prezzo e garantire servizi di qualità, ma occorre considerare le esigenze dei nuovi turisti e adeguarsi ai mutamenti introdotti dalle nuove tecnologie. La standardizzazione è finita e gli operatori turistici devono lavorare per la definizione di un prodotto completo che richieda proposte flessibili, dinamiche e motivazionali e per facilitare la promo-commercializzazione. Questo significa che è necessario strutturare le risorse e i servizi turistici tramite linee-cluster di prodotto in linea con le nuove motivazioni dei turisti». ■ Francesca Druidi

Promozione, l’arma da affilare

Approfittare dell’Expo per rafforzare il flusso dei turisti stranieri verso l’Italia. La priorità per il numero uno di Federalberghi Bernabò Bocca che passa dal rilancio della promozione del settore aspettativa dettata dall’Expo 2015 è enorme. Confidiamo che i fatti siano ancora più lusinghieri di quanto dicano le previsioni degli esperti». Il presidente di Federalberghi Bernabò Bocca guarda con ottimismo all’opportunità offerta dall’Esposizione universale di Milano che aprirà i battenti il prossimo 1 maggio. Per il turismo italiano sarà importante intercettare i flussi di visitatori stranieri in arrivo per l’evento e, al contempo, cavalcare da subito i primi segnali di ripresa economica per rilanciare la voglia di viaggiare degli italiani. Che bilancio si può stilare dell’annata turistica italiana 2014, sulla base dei dati che certificano un aumento delle presenze in albergo dei turisti stranieri

«L’

Bernabò Bocca, presidente di Federalberghi

e una domanda italiana ancora debole? «Il 2014 per il turismo italiano è stato un anno a corrente alternata, che chiude i conti con le ulteriori flessioni dei fatturati e del numero degli occupati. I turisti stranieri ancora una volta hanno confermato l’attaccamento al nostro Paese con una crescita dell’1,5 per cento delle presenze in albergo, consolidando un risultato pari a +6,8 per cento negli ultimi tre anni, mentre la domanda italiana, pur in presenza di un timido segnale positivo (+0,6 per cento nel 2014), rimane saldamente attestata sotto i livelli del 2011 (periodo dal quale si assomma un -7,65 per cento di pernottamenti). La clientela straniera però non si distribuisce omogeneamente su tutta la penisola e, di conseguenza, desta particolare preoccupazione la condizione di profonda sofferenza delle località che si rivolgono in prevalenza al mercato interno». Sarebbe favorevole all’ipotesi di un’Enit accorpata all’Ice per rendere omogenea la strategia di promozione all’estero? E in generale, come vede la riforma dell’Agenzia? «È più che mai urgente uscire dalla situazione di stallo in cui versa il sistema di promozione del nostro Paese, con un Enit commissariato da mesi, che ha inopinatamente decapitato le proprie delegazioni estere. Una fusione con l’Ice? Abbatterebbe i costi di gestione delle delegazioni e promuoverebbe non solo il turismo, ma tutto il made in Italy». I rilievi mossi da authority antitrust di diversi Paesi a Booking ed Expedia potrebbero condurre alla modifica del vincolo del parity rate per gli albergatori. Quale sarebbe l’impatto sul settore di

un’apertura da parte delle due agenzie online? «Maggior concorrenza e competitività per tutti e un ritorno a quel libero mercato che la clausola della parity rate limita e condiziona». In sintesi, cosa servirebbe per un sensibile cambio di passo del turismo in Italia? «Confidiamo in un contributo positivo dell’area del dollaro, sotto la spinta del tasso di cambio favorevole, mentre purtroppo una notevole contrazione si sta registrando sul mercato russo. Da non trascurare, inoltre, l’effetto negativo che crisi internazionali di vario genere possono innescare sull’andamento del settore. I provvedimenti attuativi previsti dal decreto turismo sono strumenti utili, anche se non sufficienti per sostenere la riqualificazione delle strutture turistiche e lo sviluppo del settore». ■ Francesca Druidi


VIAGGI Expo 2015 Pag. 5 • Giugno 2015

Cibo e futuro, Milano chiama il Pianeta ugli acuti prodigiosi di Andrea Bocelli e tra le scie delle Frecce tricolori a tingere il cielo di Milano, l’avventura universale di Expo 2015 ha spiccato il volo. Alle 10 del mattino dell’1 maggio scorso i cancelli dell’area espositiva di Rho-Pero si sono ufficialmente aperti al mondo per mettere in scena il più grande evento sul cibo e la nutrizione mai realizzato finora. Sei mesi durante i quali 145 Paesi, 3 organizzazioni internazionali, 13 della società civile e 5 padiglioni corporate si impegneranno a fornire chiavi di lettura e proporre soluzioni al grande interrogativo che riecheggerà all’ombra dell’Albero della Vita fino al 31 ottobre: “Come garantire cibo sano, sicuro e sufficiente a tutto il pianeta in futuro?”

S

UNA PARTENZA A PROVA DI “GUFI”

Intanto, a pochi giorni dal via, una prima risposta è arrivata e per il momento è bastata a zittire i cosiddetti “Expo scettici”. È quella relativa al gigantesco potere seduttivo dell’Esposizione universale, che solo nel primo weekend ha generato un valore di indotto aggiuntivo vicino ai 30 milioni di euro per i settori dell’accoglienza e della ricettività di Milano e dintorni. A riferirlo sono i primi dati definitivi elaborati dal Centro studi di Cciaa Monza e Brianza che sulla base di questa partenza lanciata, stima anche un valore di 12 milioni di euro per bar e ristoranti, circa 7,5 per lo shopping e 2,2 per i trasporti. Un effetto Expo così dirompente da stupire lo stesso Giuseppe Sala, commissario generale nonché “deus ex machina” dell’evento. «Non possiamo negare – ammette Sala - che i primi giorni ci consegnano numeri molto al di sopra delle aspettative, tenuto conto del fatto che solitamente eventi del genere prima dell’apertura vendono il 10 per cento del totale previsto. Noi a pochissimi giorni dal via siamo già al 40 e questo ci dà morale: tuttavia è troppo presto per esaltarsi e dobbiamo rimanere concentrati sulle cose da fare». ULTIMI RITOCCHI ALLA SCENOGRAFIA

Proprio così. Perché la macchina dell’Expo non è alimentata solo dai numeri, ma dai contenuti. Da mettere a punto e da perfezionare in corsa. A cominciare dai 9 cluster tematici, padiglioni collettivi organizzati in base a filiere agricole comuni che, assieme ai circa 50 spazi espositivi allestiti lungo il Decumano dai singoli Paesi ospiti, costituiscono la vera “polpa” della kermesse. Tranne quello del riso già pienamente operativo infatti, gli altri cluster viaggiano con qualche giorno di ritardo, anche per la difficoltà logistiche legate a trasferimenti di

materiale da un capo all’altro del mondo. «Il problema – spiega Sala – è che molti dei Paesi operanti all’interno di questi cluster non sono ricchi e incontrano grosse difficoltà a far arrivare gli allestimenti. Noi li stiamo aiutando, organizzando ad esempio trasporti in aereo anziché per mare».

L’Albero della Vita si è acceso. Il sipario su Expo 2015 si è alzato, scoprendo una cittadella che fin dai primi giorni ha registrato affluenze da record. Ora è tempo di concentrarsi sui contenuti e veicolare al meglio il messaggio di fondo del semestre milanese

E ORA SPAZIO ALLA “SCENEGGIATURA”

Al di là delle ultime operazioni di rifinitura, peraltro fisiologiche trattandosi del cantiere più grande d’Europa, la cittadella di Expo è pressoché completata e ora chiede di distogliere l’attenzione dalla cornice per concentrarci sulla sostanza. O sulla “sceneggiatura”, come la definisce il commissario Sala, costruita attorno al tema cardine “Nutrire il pianeta, Energia per la vita” e interpretata da un cast di volti noti, insigniti del titolo di Ambassador per veicolarne il messaggio. Tra questa schiera di portavoce d’eccezione, che ha superato ormai le 80 unità, figurano personaggi eccellenti attinti da ogni campo: da Fiorucci a Giorgio Armani per quanto riguarda il mondo della moda, a De Lucchi e Fuskas per l’architettura e il design, Antonella Clerici e Renzo Arbore per lo spettacolo.

VISITATORI, È ASSALTO AL BOTTEGHINO

AMBASCIATORI EXPO, UN FIRMAMENTO DI STELLE

Non mancano poi gli assi dello sport come il cestista Nba Danilo Gallinari o il portiere Gianluigi Buffon. Fino all’astronauta Samantha Cristoforetti, la stella più “alta” di una squadra di testimonial che conta anche nomi di punta del panorama industriale italiano come Andrea Illy e Giorgio Squinzi. «Da milanese, da lombardo e da italiano – sottolinea il presidente di Confindustria - considero Expo2015 un traguardo straordinario, una vetrina che valorizzerà in particolare l’immenso giacimento culturale e agroalimentare del nostro Paese. Da imprenditore, la ritengo un’opportunità imperdibile che dopo una lunga crisi, dobbiamo captare in maniera assoluta». E non ultimi naturalmente, una quindicina di Chef Ambassador, capitanati idealmente dal maestro Gualtiero Marchesi e massimi esponenti dell’arte gastronomica mondiale. Come Ernst Knam, Carlo Cracco, Alfons Schuhbeck, Davide Oldani e Massimo Bottura. «Da Expo Milano 2015 – commenta Bottura - mi aspetto che ci dica cosa possiamo fare per non sprecare tonnellate di cibo ogni anno. Io partirei da cuochi che non sprecano, che spostano le luci da loro stessi agli altri e quindi riescono attraverso i piatti a creare dei gesti sociali». ■ Giacomo Govoni

ndici milioni. È l’enorme numero di biglie�i che gli organizzatori di Expo2015 ha già staccato e venduto ad altre�anti visitatori. E non a fiera inoltrata, ma dopo soli due giorni dall’apertura. Un richiamo da record quello prodo�o dall’Esposizione universale milanese che si era percepito fin dal momento del ba�esimo: ben 200 mila le persone che hanno varcato i cancelli il 1 maggio, issando già dal primo giorno l’asticella dell’affluenza su livelli da record. Lungi dal trarre un bilancio che

U

adesso suonerebbe molto prematuro, non si può non notare che in termini di ticket venduti, Expo sia quasi a metà dell’opera. «Con quelli staccati finora – osserva Giuseppe Sala – abbiamo raggiunto il 40 per cento dei 24 milioni che ci servono per il pareggio di bilancio». E le proiezioni elaborate da Allianz global assistance, sponsor di Expo, infondono ulteriore o�imismo: nei prossimi mesi infa�i, l’area espositiva di Rho-Pero a�ende l’arrivo di un milione di cinesi e di circa 800 mila statunitensi. ■ GG


VIAGGI Expo 2015 Giugno 2015 • Pag. 6

L’esposizione universale

A scuola dal Maestro che suona il grano cibi come note. I fornelli e i piatti come pentagramma. Le ricette come sinfonie. Dove la creatività è un ingrediente primario, ma non sufficiente se disgiunta dalla perfetta conoscenza delle tecniche e da una solida cultura gastronomica. L’approccio alla cucina, secondo il maestro degli chef italiani Gualtiero Marchesi, è simile a quello alla musica. Per diventare grandi ed essere in grado sia di sperimentare che divulgare i principi della sana alimentazione, «bisogna passare dalla condizione, imprescindibile, di esecutore a quella più profonda di compositore». Questo insegna Marchesi nella sua Accademia inaugurata l’anno scorso a Milano sulle “ceneri” del primo ristorante dove la sua sfolgorante carriera cominciò. E questo dimostrerà durante i sei mesi di Esposizione universale, in veste di “capitano” della squadra di chef ambassador di Expo 2015. Dove e quando la possono ammirare i visitatori che giungono a Milano e in quali progetti e attività è coinvolto? «Alla terrazza di CibusèItalia dove si possono assaggiare delle piccole grandi cose, curate dall’Accademia Gualtiero Marchesi in cui rivisito la cucina italiana, mettendo in evidenza due aspetti fondamentali: l’enorme ricchezza del nostro patrimonio sia di prodotti sia di ricette e la necessità di attualizzare procedimenti e composizione dei piatti. Il

I

Le più grandi innovazioni, le migliori rivisitazioni e i più preziosi insegnamenti sulla cucina italiana degli ultimi decenni si devono a lui. Gualtiero Marchesi, di professione compositore del gusto, è il “rettore” degli chef ambassador presenti a Milano mio calendario di impegni è fittissimo, quasi asfissiante, ma sarò anche in giro per gli stand e tra i tavoli del mio ristorante in piazza Scala». Come ingrediente rappresentativo della sua cucina lei ha scelto il grano. Per quali ragioni e come ne promuoverà il valore durante i mesi di Esposizione? «Perché il grano? Più grano di noi, più dell’Italia non c’è nessuno. Ogni angolo della penisola ha la sua tradizionale proposta di pasta e di ricette di pasta. Per l’Expo ho immaginato una ricetta proprio partendo dalla forma della pasta. I miei trucioli, ispirati a quelli del falegname, sono accompagnati con del burro allo zafferano e dei chicchi di riso croccanti al pepe nero. Un effetto bellissimo». Oltre all’arte culinaria italiana, Expo mette in vetrina anche prodotti e stili gastronomici di centinaia di Paesi del mondo. Anche in un’ottica di buone e sane pratiche da mutuare in futuro, a quali personalmente guarda con più interesse? «A tutti, perché da curioso devo vedere tutto. Un’attenzione particolare al Giappone e al Marocco che, per chi non lo sapesse, è l’erede di una grande cucina. A proposito di pratiche virtuose, non mi stancherò mai di ribadire che dobbiamo rispettare la materia prima e non strapazzarla per soddisfare qualche narcisi-

IL GRANO

Perché l’ho scelto come ingrediente simbolo? Perché più grano dell’Italia non c’è nessuno

stico bisogno creativo». Ha criticato più volte la nuova moda di chef che diventano star televisive. Rimanendo nello spirito di Expo, qual è il ruolo “sociale” dei cuochi e che contributo può dare la kermesse milanese a definire meglio la loro missione in futuro? «Rispondo semplicemente citando Ippocrate: fai che il cibo sia la tua medicina e la medicina il tuo cibo. Il cuoco ha il compito di fare salute. È già tanto, è già tutto». La grande sfida, il grande interrogativo che Expo2015 si pone è come nutrire il pianeta domani. Qual è la sua personale risposta? «Anche qui non mi dilungherò troppo. Dico solo che chi ha goduto a lungo dell’abbondanza non può girare la testa dall’altra parte». ■ Giacomo Govoni

Gualtiero Marchesi, cuoco considerato unanimemente il fondatore della nuova cucina italiana

QUEL RAMO DEL LAGO DI COMO Francesco Sergio ci guida sulla sponda orientale del ramo comasco del Lario, in uno dei borghi più cara�eristici esso è uno di quegli angoli d’Italia nascosti eppure straordinari disseminati lungo tu�a la penisola. Il suo borgo pi�oresco si trova sulla sponda orientale del Lario, aggrappato a un pendio dal quale si gode una vista mozzafiato sul lago di Como. Qui sorge l’hotel Tre Rose, costruzione d’epoca cara�e-

N

rizzata dalla vista mozzafiato sul suggestivo scenario del Triangolo Lariano. «Totalmente ristru�urata e in armonia con l’architettura originale – dice il titolare Francesco Sergio – la stru�ura è ideale per un soggiorno piacevole e rilassante. Offriamo camere con servizi privati, telefono e tv satellitare; all’interno è elegante e dotata di un’ampia sala ristorante nella quale vengono serviti pia�i tipici e della cucina internazionale. La linea gastronomica, studiata per soddisfare i diversi palati, racchiude i segreti di una cucina particolarmente curata, che offre la possibilità di gustare specialità

L’hotel Tre Rose si trova a Nesso (CO) www.trerosehotel.it

del lago e pia�i creativi e fantasiosi. Questi, accompagnati dai migliori vini locali e nazionali, si possono assaporare seduti davanti alla splendida cornice della terrazza panoramica con vista lago. Soggiornando a Nesso è possibile visitare luoghi di interesse religioso, culturale e naturale, come la cascata de�a dell'Orrido e la gro�a Masera». ■ Elena Ricci


VIAGGI Expo 2015 Pag. 7 • Giugno 2015

Photo © Serrani Brambilla

Cristina Bowerman, chef ristorante Glass Hostaria e ambassador Expo 2015

La versione Bowerman «Non pensavo che la mia carriera potesse darmi così tanto». Così la chef del ristorante Glass Hostaria ha risposto alla chiamata a Expo 2015, per far conoscere i sapori della Puglia, e non solo, andando oltre la tradizione on seguire le mode, impiattare come si vuole, utilizzare gli ingredienti preferiti senza sentire pressioni esterne, fare della propria cucina lo specchio della propria personalità. «L’arte del dare importanza solo a ciò che reputiamo importante. L’ispirazione come scintilla vitale, ma a partire da noi stessi». È questa la filosofia che ispira l’arte culinaria di Cristina Bowerman, chef del ristorante Glass Hostaria e ambassador per Expo 2015. Quali tra i suoi piatti è quello che più rende idea dell’essere controcorrente? «Il mio primo panino fatto nel 2006 a Glass. Panino alla liquirizia, scaloppa di foie, finto ketchup al mango e maionese al passito, chips di riso. Fare un panino nel 2006 in un ristorante che faceva (o meglio, voleva fare) alta cucina era fuori dagli schemi. Tante sono state le critiche ma non solo quel panino esiste ancora oggi nel menu di Romeo, ma oggi tutti fanno panini e non è più una novità». Quale sarà il suo contributo a Expo

N

2015 e cosa significa per lei essere stata scelta come ambasciatrice dell’Esposizione universale? «È un grande onore essere stata scelta come ambasciatore di Expo 2015. Non pensavo che la mia carriera potesse darmi così tanto. Spero che il mio contributo serva a ogni donna che vuole scegliere questa professione, dimostrando che i limiti sono nella nostra mente. Spero che la mia presenza possa dare fiducia a tante ragazze che vogliono intraprendere questa carriera, ma sono spaventate dall’idea di trovare un mondo troppo maschilista che le schiacci. In fondo così non è e sono convinta che professionalità, coerenza e caparbietà possano abbattere qualsiasi barriera». Ha scelto il miele come suo ingrediente rappresentativo. Quali i motivi alla base di questa scelta e come gioca nella sua cucina con questo alimento? «Quest’anno ho avuto il grande onore di essere speaker al congresso Identitá Golose e, nella ricerca di argomenti validi da portare all’attenzione degli ascoltatori, ho deciso di parlare della moria delle api e di

quanto fondamentale sia affrontare apertamente il problema. È stato naturale pensare al miele. La moria delle api é dovuta soprattutto alla ccd (colony collapse disorder) per cui le api perdono il senso dell’orientamento e non riescono a tornare all’alveare: un vero disastro per la vita di un ecosistema così perfetto e delicato. Si mormora che sia dovuto all’uso di alcuni pesticidi a base di nicotina». Lei è nata e cresciuta in Puglia. Come racconterà le sue origini ai visitatori di Expo e quali piatti della tradizione presenterà? «Io propongo uno stile pugliese senza la cucina pugliese. Dico che la Puglia ha una cucina dai sapori decisi, marcati e con delle chicche di grande livello. Quando posso, mi piace utilizzare prodotti pugliesi come le carrube, il caciocavallo podolico, la ricotta salata. Nel mio menu che presenterò a Identitá Expo dal 5 al 9 agosto, ci saranno piatti che descriveranno i sapori della Puglia attraverso una trama di ingredienti che identifichino la mia cucina andando oltre la cucina di tradizione. Uno

dei piatti che sicuramente voglio proporre sono i tubettini con le cozze, ma, appunto, nella mia versione». Durante lo show cooking che l’ha vista protagonista a Tutto food quali tecniche ha utilizzato per rivisitare la tradizione culinaria italiana e cosa ha proposto? «Le tecniche utilizzate sfruttano la conoscenza di temperature di cottura, gellificazione e poco altro. Direi che il piatto preparato s’ispira al principio di risparmiare utilizzando tutto ma proprio tutto di un ingrediente come in questo caso l’acqua rilasciata dai peperoni durante la cottura. Un po’ la legge per cui nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma. Un piatto gustoso con tutto il sapore italiano e della dieta mediterranea con alici, pane, aglio e pasta e il tocco internazionale del coriandolo fresco». Con l’arrivo dell’estate anche la cucina si riempie di colori. Come manifesterà la sua “esuberanza” ai fornelli nei prossimi mesi e quali alimenti saranno i protagonisti delle sue ricette? «Sicuramente i colori saranno vibranti e estivi: invogliano a mangiare cose fresche. L’importante è che siano di stagione. I protagonisti saranno peperoni rossi, asparagina selvatica, anguria, melone, pomodori. E ancora insalate verdi, anguria e aceto balsamico tradizionale invecchiato, fico e peperoni, mandorle e pomodori, fico d’India e vodka sono tutti passaggi obbligati per una cucina estiva colorata e divertente». ■ Renata Gualtieri

TIPICITÀ LOMBARDA Il buon gusto di Luigi Ca�aneo in cucina e nell’ospitalità. Una guida alle prelibatezze della Brianza, dalla selvaggina al pesce in dal 1920, la passione per la buona cucina brianzola e lombarda si è tramandata di generazione in generazione nella famiglia Ca�aneo e nel suo ristorante di Costa Masnaga, il Marion, guidato dallo chef Luigi Ca�aneo, che racconta: «Da noi il buon gusto e la tipicità sono tradizione. Le nostre rice�e sono quelle della cucina che si assapora fra Sondrio e Pavia: rane, cervo, pesce persico, ossobuco, lumache e porcini.

F

Oppure, in tempo di selvaggina, un pe�o di fagiano bardato e servito con funghi trifolati e crostini di polenta, da accompagnare a vini tipici del territorio. Per concludere, poi, coi nostri raffinati dessert». L’a�enzione alla qualità delle portate del ristorante Marion inizia con la selezione delle materie prime – che lo chef sceglie personalmente ogni giorno – e prosegue con la cura del servizio. «La genuinità della materia prima – conclude Ca�aneo

– si riconosce solo con una lunga esperienza. La stessa che serve per accogliere con cordialità i commensali e alla quale si aggiunge la competenza enologica, per consigliare la bo�iglia migliore che accompagnerà il pasto. Infa�i, il nostro è un pubblico esigente e a�ento e per questo proponiamo sempre nuove a�ività enogastronomiche e di intra�enimento». ■ Flavio Odoacre

Il ristorante Marion si trova a Costa Masnaga (LC) - www.ristorantemarion.com


VIAGGI Expo 2015 Giugno 2015 • Pag. 8

L’esposizione universale Cucina panoramica L’esperienza dello chef Manuel Colombo in un piccolo borgo nel Parco Naturale del Lago del Segrino, dove la vista è memorabile, così come l’offerta gastronomica di questa oasi di pace

Il pane di tutte le culture del mondo Il riso è uno degli alimenti più duttili che ci sono, è come un foglio bianco su cui si può scrivere sopra ogni storia. Lo chef Cesare Battisti ha scelto questo ingrediente, con cui spesso si trova a giocare in cucina, come rappresentativo onostante il Ratanà sembri un ristorante storico e consolidato nel territorio milanese occorre ricordare come è stato aperto da soli 6 anni. Ma il grande talento che dimostra il suo chef gli ha fatto scalare in fretta le classifiche della credibilità. Tanto che oggi Cesare Battisti è stato scelto come ambasciatore di Expo 2015. «Già al momento dell’inaugurazione – commenta lo chef - mi sono reso conto di quanto l’Esposizione universale fosse un’impresa titanica e quando mi hanno chiesto di scegliere un alimento ho optato per uno che rappresenta Milano, e che fa anche parte della nostra storia e di quella di altri Paesi, il riso». Come utilizza il riso in cucina e qual è il segreto per preparare un buon risotto? «Nella preparazione di antipasti, primi, secondi e dessert, ma principalmente per preparare risotti. Per realizzare un buon piatto non ci sono segreti particolari, basta utilizzare alimenti di stagione, preferibilmente biologici. Con una buona spesa il 60 per cento del lavoro è già fatto». Cosa rende imperdibile per i visitatori italiani e stranieri una cena preparata da lei o dai suoi colleghi chef a Expo 2015? «Avremo delle cene di gala all’interno di Expo nel mese di luglio, tra queste una a quattro mani con Rodrigo Oliveira. È un appuntamento imperdibile perché l’eccellenza dei nostri alimenti e degli artigiani che li lavorano, resterà nella storia. Il minimo che ci possiamo aspettare, e su questo stiamo lavorando anche con il ministro delle politiche agricole Maurizio Martina, è che, terminato l’Expo, l’Italia riprenda il posto che le spetta nel mondo». Quale il piatto, tra le sue creazioni o della tradizione italiana potrebbe far riconquistare al nostro Paese il primo posto come ambasciatore del cibo nel mondo?

N

«Dovrei rispondere il riso, che però si consuma prevalentemente al Nord, ma pasta, gelato, pizza, prosciutto, parmigiano reggiano, sono tutte specialità italiane, bisogna solo essere capaci di comunicare all’estero la bellezza e la bontà degli alimenti prodotti in Italia. Una volta fatto questo non avremo nulla da invidiare a nessuno, anche tutte le cucine che stanno nascendo adesso, come quella della Danimarca o del Perù, sono molto più povere delle nostre ma ben comunicate». Quali saranno nei prossimi mesi gli alimenti protagonisti delle sue ricette al Ratanà? «Dal mese scorso per me è stata sancita la primavera in cucina e ogni 15 giorni cambiamo il menù perché ci sono tantissime verdure, colori e sapori con cui giocare. Accanto ai nuovi piatti torneranno gli evergreen come la crescenza con le verdure, i fiori di zucca ripieni con una ricotta al basilico, ma daremo spazio ai piselli, ai rapanelli accompagnati a dello yogurt greco e olive. E comunque devo constatare che stiamo diventando sempre più vegetariani». ■ Renata Gualtieri

Cesare Battisti, chef del ristorante Ratanà e Ambassador per Expo 2015

n piccolo colle nel Parco Naturale del Lago del Segrino, in un borgo a dieci minuti da Erba e venti da Como: il panorama commuove, con le alture di boschi che incorniciano il lago Pusiano, mentre lo sguardo può perdersi in lontananza. Inarca, questo il nome del piccolo centro abitato, è un luogo ideale per scrollarsi di dosso lo stress cittadino. La stessa cosa devono averlo pensato Pier e Ada Colombo, marito e moglie, quando decisero di rilevare l’osteria del posto, nel 1989. «Il servizio era alla buona, ma sapeva di genuino e familiare; si servivano formaggi eccezionali, i salumi prodotti durante l’inverno, per non parlare del burro saporitissimo». A parlare è Manuel Colombo che, insieme al fratello Jonathan, ora è alla guida del locale. La gestione della famiglia Colombo incrementa il numero delle presenze, soprattutto nei giorni festivi. Molti arrivano a piedi, altri ne fanno il “campo-base” per un’escursione verso il Monte Scioscia e un punto di ristoro al rientro. Ma il vero motivo per cui fermarsi qui è la cucina, passione di tutta la famiglia Colombo, che ha portato il giovane chef Manuel a lavorare nelle cucine dei più prestigiosi ristoranti italiani: nel suo curriculum figurano, infatti, Da Vittorio a Bergamo, Gualtiero Marchesi a Brescia e Le Calandre dalla famiglia Alajmo. «È una piacevole metamorfosi – svela Colombo – quella che ha vissuto questo posto. Accanto all’edificio che accoglieva la vecchia sede, sono stati creati ambienti disparati, dalla sala da pranzo concepita secondo i canoni della bioedilizia ad ambienti ricavati dalla struttura di origine medioevale, senza dimenticare la pregevole terrazza estiva da cui si gode il no-

U

Manuel Colombo, contitolare del Ristorante Inarca che si trova a Proserpio (CO) www.ristoranteinarca.it

DALLA TERRA AL LAGO

La cucina che reinterpreta la tradizione in chiave moderna segna l’identità del menù stro magnifico panorama. La cucina che reinterpreta la tradizione - del territorio e del lago - in chiave moderna segna l’identità dei menù che aggiorniamo insieme al divenire del mercato e delle stagioni. Un’ampia selezione di vini - circa 500 - e di birre artigianali italiane arricchiscono la proposta. Pane, focacce e grissini, tutti preparati in casa come anche la pasta e dolci. Inarca offre ottimi drink e aperitivi, spesso accompagnati da musica dal vivo e due sere la settimana giovedì e domenica - è disponibile una proposta tutta personale di pizze a lievitazione naturale. È un locale polivalente in grado di fornire spazi ritagliati su misura per le necessità di ogni clientela: gustare i menù nel rispetto della privacy, celebrare matrimoni, ospitare eventi privati, convention aziendali e meeting. Dal 1989 è presente nella guida Osterie d’Italia edita da Slow Food, nel 2014 ottiene 77 punti sulla guida Ristoranti del Gambero Rosso e nel 2015 è segnalato nella famosa Guida Michelin». Un’ultima curiosità: i fratelli Manuel e Jonathan Colombo hanno rappresentato la Lombardia nella sfida finale della Prova del Cuoco il 28 maggio. ■ Remo Monreale


VIAGGI Expo 2015 Pag. 9 • Giugno 2015

Una sfida straordinaria A questo pensa il Ministro dell'agricoltura e delle politiche forestali quando guarda all'Expo 2015. L'inaugurazione è stata un successo, ma la scommessa è da qui ad ottobre: imporre la leadership italiana sul tema agroalimentare e siglare una Carta di Milano efficace tre fasce: i mercati consolidati, gli emergenti e i nuovi. A giugno presenteremo anche il segno unico distintivo agroalimentare. L’Italia non può prescindere da una sinergia pubblico-privato». Siamo un paese riconosciuto come la patria del gusto e della bellezza e il mondo, attraverso 145 Paesi, viene a Il ministro per le Politiche Agricole, Milano. Ognuno di loro Alimentari e Forestali Maurizio Martina esporrà progetti, prospettive sul grande e delicato tema della nutri- ta tradotta il 18 lingue e può essere letta da 3,5 miliardi di persone. Un vero e zione. E l'Italia avanzerà la sua proposta, proprio messaggio universale dell’Expo anche dal punto di vista architettonico. Ogni Expo, infatti, lascia sul territorio italiana». La Carta è stata presentata lo un'opera architettonica significativa, ma scorso 28 aprile, a pochi giorni dalExpo Milano ha anche ben altri obietti- l'inaugurazione dell'Esposizione Univi e ambizioni. Per il Ministro è questa versale che ha visto al presenza di la vera novità di Expo. «Lasceremo come 100mila persone. Ma saranno i sei mesi lascito la Carta di Milano che è stata pre- da qui alla chiusura di Expo che saranno sentata alla vigilia. La Carta sarà l’eredità cruciali per mostrare la potenza e le poculturale di questa Expo. Un documento tenzialità di questa Carta. Il ministro Marche potrà essere sottoscritto dai cittadi- tina, durante la presentazione della Carni, dalle associazioni, dagli enti, dai pae- ta all’Università Statale di Milano, ha si. Sarà un atto di grande responsabilità scandito gli obiettivi del Governo su questo fronte. «Qui misuriamo le ambiche si rivolge ai cittadini, alle imprese, alle istituzioni. Basti pensare che è sta- zioni dell’Italia e dell’Expo. Si tratta di uno strumento diplomatico straordinario e siamo solo all’inizio». Tra le tematiche contenute in questa Carta, la lotta allo spreco alimentare, la difesa del suolo agricolo e della biodiversità, la tutela del redIl ministro Maurizio Martina risponde così a chi solleva la questione delle multinazionali dito di contadini, allevatori e pescatori, che, come Mc Donald's e Cosa Cola, sponsorizzano l'evento milanese l'investimento in educazione alimentare e ambientale a partire dall’infanzia, la lotta alla contraffazione e agli illeciti che inintera comunità ha gli gassate, è una delle princiteressano la filiera agro-alimentare. I 42 occhi rivolti verso pali responsabili di diabete e tavoli tecnici che hanno lavorato alla stel'Italia e verso Expo. obesità. Il ministro Martina sura della Carta sono partiti infatti dalla Anche i bambini, che dipen- invita alla calma: «Credo che consapevolezza che la rotta va invertita: dono dalle scelte prese oggi questo a�acco alle multinaogni anno 1,3 miliardi di tonnellate di e su cui è in a�o una forte at- zionali abbia innestato una cibo prodotto va sprecato, più di 5 milioni tenzione per fare in modo polemica sbagliata. L'espodi ettari di foresta scompaiono all'anno, che il loro futuro non sia fa�o sizione se vuole essere uni800 milioni di persone al mondo soffrodi alimentazione sregolata e versale deve raccogliere tu�i no la fame cronica e più di 2 miliardi sono obesità, come invece so- i sogge�i fondamentali. malnutrite mentre altrettante sono in sostengono numerose ricer- L'Expo non ha pensiero vrappeso. Nonostante le lungaggini e gli che in materia. Anche per unico e a non sarà senso scandali durante i cantieri - e oltre - a questo, dato il pay-off di unico. Tu�i i sogge�i si pos- che viene prodo�o viene raggiunti, la scelta di conquanto pare l'intento è di cambiare proExpo "Nutrire il pianeta, sono e si devo confrontare. ge�ato. Questo a uso dome- sentire, per la prima volta in spettiva. All'Italia è stata riconosciuta una energia per la vita" in molti - Non possiamo escludere le stico. Si pensi a livello indu- un Expo, alle associazioni leadership, ora serve lavorare con questi e non solo i No-Expo - hanno grandi imprese». Nessuna in- striale, ecco allora che se vo- Ong di essere protagoniste. temi per arrivare ad ottobre, quando la criticato l'avvallo dei main coerenza, dunque. Piu�osto glio provare a ridurre gli 70 Ong infa�i hanno orgaCarta verrà consegnata al segretario delsponsor Mc Donald's, una sfida. «Toccherà a noi sprechi devo chiedere alle nizzato una serie di iniziative le Nazioni Unite Ban Ki-Moon. Un'occaazienda mondiale di junk- come ci�adini sfidare que- grandi imprese di prendersi e di incontri per potersi consione mondiale per approfondire una difood, e Coca-Cola, la be- ste multinazionali su alcuni degli impregni per raggiun- frontare su una pia�aforma scussione su un tema cruciale come globale sul tema dell'alimenvanda più celebre al mondo punti. Penso per esempio gere questi obie�ivi». A fare quello della sfida alimentare. che, come tu�e le bevande allo spreco. Un terzo del cibo in modo che questi vengano tazione. ■ TB ■ Teresa Bellemo

l primo maggio scorso si sono aperti i battenti dell'Expo milanese. Una corsa contro il tempo che ha visto il nostro Paese al centro di un palcoscenico mondiale, grande come il pianeta cui si è prefisso l'obiettivo di nutrire, almeno mostrandone le diversità e le potenzialità. Che la tematica alimentare ci abbia visti vincenti ormai non è una novità. E sembra curioso notare come dall'investitura di Parigi per questo Expo 2015 ad oggi, l'Italia, ma anche il mondo intero, ha mostrato un interesse sempre maggiore per questa tematica. Come problema per il costante aumento della popolazione, per la sostenibilità della nostra società, ma anche come vero e proprio culto oltre che come scelta sociale, politica e in qualche modo etica. Tutto questo, in tutte le sue declinazioni, vede al centro il nostro paese, che si propone come megafono della causa alimentare provando a dare soluzioni grazie non solo ad Expo, ma anche a una storia e una tradizione che poggia inevitabilmente su secoli di cultura culinaria e agricola. Il primo a riconoscerlo è il ministro per le politiche agricole, alimentari e forestali Maurizio Martina, ambascia-

I

tore del nostro settore primario che vale il 15 per cento del Pil e un export che raggiunge i 33 miliardi di euro. «Sull’agroalimentare possiamo costruire un punto di svolta per l’economia italiana puntando sull’internazionalizzazione. L’obiettivo dei 50 miliardi di euro di export al 2020 è alla portata, anche grazie al piano straordinario che partirà a giugno: uno strumento che gli operatori aspettavano da tempo». Un piano che è parte di una strategia articolata, come ha spiegato il Ministro: «Il piano seleziona

«L'EXPO NON HA UN PENSIERO UNICO»

L’


VIAGGI Expo 2015 Giugno 2015 • Pag. 10

L’esposizione universale

Agricoltura, cultura e arte di Mario Guidi, presidente di Confagricoltura xpo 2015 è per il nostro Paese e per l’agroalimentare italiano un’occasione preziosa. Il made in Italy dovrà uscirne con un’immagine ancora più forte: agricoltura e agroalimentare hanno un ruolo da protagonisti. Ecco perché Confagricoltura, oltre a essere presente all’Esposizione, rilancia e raddoppia il suo impegno, per presentare e far conoscere al mondo il suo modello di agricoltura e portare il suo contributo concreto al tema: “Nutrire il pianeta. Energia per la vita”. E lo fa prima e durante, all’interno di Palazzo Italia - di cui siamo diventati con piacere e convinzione partner ufficiali - e anche postEsposizione. Tutto ciò nel cuore di Milano in una location eccezionale, la casa degli Atellani, che ospita la Vigna di Leonardo, donata da Ludovico il Moro a Da Vinci quando aveva appena ultimato di dipingere l’Ultima Cena. Vigna di cui dopo la guerra non c’è stata più traccia e proprio con il nostro sostegno, insieme al Comune di Milano, verrà ripiantata. Il nostro obiettivo è

E

quello di valorizzare il grande patrimonio culturale e artistico rappresentato dai prodotti dell’agricoltura, veri e propri capolavori. Siamo convinti che il riconoscimento dello stile italiano, il connubio tra agricoltura, cultura e arte costituiscano un universo unico. E da qui siamo partiti per far conoscere ai visitatori il grande patrimonio istruttivo e artistico rappresentato dai prodotti dell’agricoltura, frutto del genio e dell’ingegno degli agricoltori, che presenteremo come vere e proprie opere d’arte. I prodotti del “made in Italy” agroalimentare sono opere prestigiose, ma sono un lusso democratico, perché accessibile e alla portata di tutti. L’Expo è una grande occasione di visibilità, di promozione e di diffusione “culturale” che cogliamo in pieno, per dimostrare che l’agricoltura che conta e che produce è quella capace di coniugare, in un rapporto virtuoso, tradizione e innovazione, bellezza e concretezza, sostenibilità e competitività, avanguardia e salvaguardia del territorio. Il nostro progetto e la nostra ambizione sono di far

conoscere al mondo lo straordinario paesaggio produttivo italiano. Siamo partiti da cinque temi principali: territorio e enogastronomia, donna, tecnologia e sviluppo, internazionalizzazione, cultura e life style, per realizzare i nu-

merosi eventi di avvicinamento che vedono protagonisti tutto il territorio e il sistema di Confagricoltura. “Expo anch’io”, nome per il nostro progetto, è sinonimo di uno sforzo coeso e comune che segnerà profondamente lo scenario futuro. Il filo comune è la bellezza, che distingue i nostri prodotti e ha reso famose le tre F italiane (Food, Fashion e Furniture) nel mondo. Oltre a presentare i prodotti delle nostre aziende come opere d’arte, il cui autore è l’agricoltore, sul territorio saranno previste molte iniziative e occasioni di business. Un incontro “a tutto campo” con la storia, la tradizione, il saper fare e la bontà dei prodotti alimentari italiani. Visitatori, buyer e importatori avranno la possibilità di conoscere il meglio della nostra produzione agroalimentare, il nostro Paese e la nostra passione per ciò che produciamo e per come lo produciamo. ■

L’Italia è un’ottima padrona di casa Ha frequentato la campagna sin da piccolo e, passando dalla conduzione di Turisti per caso a quella di Linea verde, ha consacrato il suo interesse spiccato per l’agricoltura, vero tema centrale, secondo Patrizio Roversi, da cui partire per raccontare la realtà

Patrizio Roversi, condu�ore di Linea verde e ambassador Expo 2015

urante una puntata di Linea verde dedicata all’Expo, si è interrogato sui motivi che rendono l’Italia degna e adatta a ospitare l’Esposizione universale e non ha potuto fare a meno di rilevare che il nostro Paese ha clima, territorio, cultura, storia e prodotti che non può vantare nessun altra nazione. «Ho sempre fatto il turista in giro per il mondo - commenta Patrizio Roversi - e, viaggiando, ho verificato che solo in Italia ogni 10 km può cambiare tutto. Questa ricchezza, unica nel suo genere, legittima l’Italia a essere il luogo ideale in cui dibattere su come occorre nutrire il pianeta e ospitare un confronto globale vero e profondo». Nel viaggio che avete fatto con la vostra trasmissione, che ha percorso tutta l’Italia e vi ha condotto sino ai padiglioni di Expo, sono state toccate diverse tappe: quali le più significative per riscoprire la “genialità” italiana, specie legate all’agricoltura e alla cucina? «Già con i benedettini e i cistercensi ci sono state delle innovazioni incredibili e poi nel Rinascimento è stata la volta delle corti di Milano, Ferrara o Mantova con i Gonzaga e i Borbone nel sud Italia che hanno rivoluzionato l’agricoltura. Ora bisogna che questa tradizione vada avanti.

D

Per Linea verde ho visitato diversi centri di sperimentazione, alcuni privati e altri pubblici, molte volte in difficoltà, e mi sono reso conto che la presenza di questi soggetti è di importanza capitale perché l’agricoltura ha assolutamente bisogno di ricerca per nutrire il pianeta, più che per alimentare il mercato. Ho scoperto, girando per l’Italia che spesso, solo per fare


VIAGGI Expo 2015 Pag. 11 • Giugno 2015

un esempio, i pomodori arrivano da Israele o dall’Olanda. Non vogliamo a tutti i costi rivendicare un’autosufficienza della filiera ma mi sembra esagerato che si debba ricorrere ai prodotti esteri. Spero che Expo sia l’occasione per chiarire lo stato dell’arte e raccontarlo a un pubblico generalista e non necessariamente di esperti». Se dovesse consigliare a uno straniero, in un viaggio da nord a sud, dei luoghi da visitare per riscoprire la bellezza dell’Italia, quali mete consiglierebbe? «Mettiamo il caso che questo turista sia talmente fortunato da avere un mese a disposizione, gli consiglierei a questo punto di muoversi in treno, di fermarsi in varie tappe da nord a sud e percorrere gli itinerari considerati secondari e esplorare il vero tessuto dell’Italia. Con Slow Tour noi abbiamo fatto proprio questo. Abbiamo caricato sul web una valanga di filmati girati in Italia dove si possono riscoprire percorsi interessanti tra enogastronomia, agricoltura, cultura e territorio». Quali sono i suoi luoghi del cuore e se dovesse pensare al prossimo viaggio quale vorrebbe fare? «Un giorno a un grande giramondo che è Cino Ricci ho chiesto: quando ti sentirai vecchio dove andrai? E lui mi ha risposto andrò su una panchina a Marina di Ravenna a guardare il mare. Questo perché ognuno ha le sue radici. È la campagna mantovana dunque, che non piace quasi a nessuno perché ha un clima pessimo, il mio luogo del cuore, lì dove sono nato. Il mio sogno è riuscire a convincere gli autori di Linea verde a realizzare una puntata, per la prossima stagione, dedicata a un giro lungo il Po, per raccontare l’agricoltura che sta intorno a questo fiume, che sta attraversando una crisi feroce. Poi, sognando, mi piacerebbe ritornare in Polinesia per visitare i due arcipelaghi che mi sono rimasti da esplorare». ■ Renata Gualtieri

Viaggio al centro dell’Expo È stato uno dei protagonisti del Salone del Mobile con La passeggiata, ma lo sarà anche dell’Expo con i Padiglioni Zero, Centre e Intesa Sanpaolo. Michele De Lucchi svela la strategia progettuale di alcune strutture cardine dell’Esposizione milanese on esiste condizione migliore per generare innovazione e qualità se non quella di una vita in un ambiente capace di soddisfare le sacrosante richieste di comfort. Questo è un grande insegnamento di Winston Churchill». Con queste parole l’architetto e designer Michele De Lucchi definisce il senso dell’installazione “La passeggiata” che, presentata al Salone del Mobile, immagina l’ufficio del futuro: uno spazio generatore di nuove idee e opportunità, «dove entrare in relazione con gli altri e nutrire la creatività del singolo. L'ufficio del futuro è un paesaggio mutevole, privo di convenzioni, sempre diverso e creatore continuo di novità». Il Salone del Mobile 2015 ha lanciato lo sprint finale verso lo storico appuntamento dell’Expo, di cui Michele De Lucchi è uno degli Ambassador. Tre sono i padiglioni progettati dall’architetto per l’evento consacrato a “Nutrire il pianeta-Energia per la vita”. «Tutti i padiglioni di Expo hanno un grande valore simbolico, saranno visitati da milioni di persone provenienti da tutto il mondo e l’eco mediatica è molto forte – avverte De Lucchi –. L’Esposizione Universale deve essere un’occasione per riflettere su un diverso modo di fare architettura nel rispetto della Terra. Oggi è fondamentale ottimizzare l’uso del suolo, senza ingombrarlo ulteriormente e senza determinarne permanentemente l’utilizzo futuro».

N

PADIGLIONE ZERO È un padiglione emblematico perché accoglierà i visitatori dell’Expo e introdurrà all’alimentazione come pagina cruciale della storia dell’umanità attraverso un percorso, strutturato in diverse aree tematiche, curato da Davide Rampello. Costruito in legno, occupando un’area di 9mila mq., è il primo padiglione che si incontra nella visita arrivando dagli ingressi Nord ed esprime nella sua forma e nel suo impatto tutte le aspettative per la manifestazione. Il Padiglione Zero è stato concepito come una larga fetta di crosta terrestre ordinatamente tagliata e sollevata per invitare il visitatore a entrare in profondità nelle conoscenze e nei segreti del pianeta. Utilizzando la schematizzazione delle curve di livello, riproduce il suolo terrestre, con montagne, colline e una grande valle centrale. «La crosta terrestre è il nostro paesaggio, il nostro ambito di vita e abbiamo l’obbligo di salvaguardarla perché è il suolo dove cammineranno e cresceranno i nostri figli. Questa massa raf-

L’archite�o e designer Michele De Lucchi

freddata intorno a un nucleo bollente è il bene più prezioso che abbiamo e merita attenzione e conservazione». I Colli Euganei rappresentano il riferimento più diretto per un sistema costruttivo semplice ed efficace di struttura conica.

go viale del Decumano. La struttura in acciaio è l’ossatura dell’architettura, mentre il legno ricopre l’intero edificio. L’ingresso al Padiglione avviene attraverso un grande varco delimitato da una vetrata che segna il limite fra interno ed esterno. Anche in questo caso, l’Expo Centre riproduce un pezzo della crosta terrestre, che è sollevata dal terreno e posta in una posizione di preminenza. L’architettura è caratterizzata da 7 colline che ne definiscono le funzioni interne: oltre all’auditorium, vi sono l’area meeting, i foyer, i magazzini e le aree tecniche. La temporaneità del Padiglione ha determinato le scelte progettuali e tecnologiche, nonché produttive. Un aspetto fondamentale per Michele De Lucchi. «È necessario riflettere su cosa merita essere costruito perché permanga e cosa invece debba essere progettato come architettura temporanea che duri il tempo di un’iniziativa. I tre padiglioni sono stati pensati fin dall’inizio con un sistema di componenti assemblabili in opera e possono essere facilmente smantellati, liberando il suolo. Anche la scelta dei materiali nasce in funzione dell’epoca. Sono pochi e riciclabili. L’acciaio delle strutture e il legno delle coperture». ■ Francesca Druidi

PADIGLIONE INTESA SANPAOLO È lo spazio espositivo multifunzionale di quasi 1.000 mq della banca (Official Global partner di Expo), che si svilupperà sul decumano in posizione centrale. «“The Waterstone” – racconta Michele De Lucchi – è composto da tre sassi levigati dall’acqua e tutti arrotondati, mentre quattro cascatelle scorrono tra le connessioni. L’acqua è fondamentale per la vita, irriga la vegetazione e dove scorre produce ricchezza. Il padiglione le rende tributo scegliendola come elemento di unione tra il tema dell’Esposizione e la natura della banca, custode per eccellenza di ricchezza». Caratterizza la struttura un rivestimento realizzato secondo un’antichissima tecnica di costruzione a “scandole”. Il tutto è realizzato con materiali interamente ecologici e riciclabili. «A predominare è il legno che assorbe il passaggio del tempo e sviluppa la sua vera bellezza con la patina dell’uso». L’EXPO EXPO CENTRE Si trova a ovest dell’area Expo ed è posto su uno dei quattro punti cardinali del sito espositivo, dal quale si parte per percorrere il lun-

deve essere un’occasione per rifle�ere su un diverso modo di fare archite�ura nel rispe�o della Terra


VIAGGI Expo 2015 Giugno 2015 • Pag. 12

L’esposizione universale

Italia patria d’eccellenza e creatività Un’architettura non più muta ma in grado di dialogare con l’ambiente, che racconta la straordinarietà del nostro Paese attraverso la complessità e l’innovazione di design, materiali e tecnologie. A presentare il progetto è Michele Molè

il Padiglione che più ha suscitato curiosità e ha reso ancora più impaziente l’attesa che ha condotto a Expo 2015. Il progetto architettonico vincente su 68 studi partecipanti, è stato quello di Nemesi & Partners che, per il padiglione italiano, ha pensato a soluzioni connotate da una forte sperimentalità, un’architettura contraddistinta da progetti unici con attenzione all’ innovazione tecnologica e all’approccio sostenibile, assieme al know-how e al saper fare delle imprese italiane coinvolte. Il Padiglione Italia diventa così il simbolo della grande fabbrica creativa contemporanea. Il fondatore dello studio Nemesi & Partners, l’architetto Michele Molè ha sottolineato come, dall’assegnazione del progetto a oggi, il suo lavoro sia stato guidato dall’intento di creare uno spazio rappresentativo dell’eccellenza italiana, che potesse esprimere e dimostrare al mondo la capacità del saper fare italiano e il senso di una ritrovata eccellenza. A rendere questa sfida ancora più avvincente è il fatto che questa sarà l’unica area permanente che rimarrà a memoria futura della bellezza italiana. «A guidare il progetto un alto senso estetico e il tema della sostenibilità e del consumo intelligente del territorio. Un edificio paesaggio, una sorta di architettura naturale, architettura paesaggio. La metafora poetica che abbiamo cercato è quella della foresta urbana, pietrificata, che desse poeticamente il senso di un’architettura che è sì architettura edificio/artificio ma è anche allusione a una nuovo rapporto con l’ambiente».

È

L’ARCHETIPO DELL’ALBERO E L’ARCHITETTURA OSMOTICA L’idea è quella di un organismo che, come un albero, prende energia dalla terra, preleva l’acqua di falda dal suolo per alimentare le pompe di calore che sono poste nel seminterrato e distribuisce questa energia in tutte le ramificazioni e in tutte le parti dell’edificio, per poi terminare con una grande fronda, che nel progetto è

L’architetto Michele Molè, fondatore dello studio Nemesi & Partners che ha realizzato il Padiglione italiano per Expo 2015

la grande copertura vetrata fotovoltaica la quale restituisce energia all’ambiente. La copertura di Palazzo Italia, come ci ricorda l’architetto Michele Molè, infatti produrrà più di 140 kilowatt di potenza elettrica che di fatto restituirà all’ambiente. «Una copertura che interpreta l’immagine della chioma di una foresta; caratterizzata da vetro fotovoltaico e da campiture geometriche per lo più quadrangolari, sia piane che curve, assieme all’involucro ramificato dell’edificio è espressione d’innovazione sia in termini di progettazione che di tecnologia. L’andamento della copertura trova il suo punto di maggior espressione architettonica in corrispondenza del cuore della piazza interna; un grande lucernario vetrato di forma conica s’inserisce in “sospensione” sulla

piazza e sulla scala centrale irradiandole di luce naturale». Un’idea di edificio paesaggio, la definisce il fondatore di Nemesi & Partners, non solo dal punto di vista figurativo ma anche dal punto di vista prestazionale. «Un’architettura osmotica, che si sovrappone al paesaggio consumandolo e ci dialoga costantemente, lo fa come un edificio a emissioni zero, prima di tutto producendo energia attraverso la copertura fotovoltaica e facendo sì che le pompe di calore vengano rifornite dalle acque di falda, garantendo un risparmio energetico enorme, senza l’ausilio di strumentazioni meccaniche». INNOVAZIONE E SFIDE TECNOLOGICHE Un ulteriore elemento innova-

tivo è che l’intera superficie esterna di Palazzo Italia, 9 mila mq., sarà costituita da 900 pannelli di cemento “i.Active Biodynamic” con principio attivo Tx Active brevettato da Italcementi che, a contatto con la luce del sole, consente di catturare alcuni inquinanti presenti nell’aria trasformandoli in sali inerti e contribuendo così a liberare l’atmosfera dallo smog. Altro aspetto fondamentale è la “dinamicità”, una caratteristica propria del nuovo materiale che presenta una fluidità tale da consentire la realizzazione di forme complesse come quelle che caratterizzano i pannelli di Palazzo Italia. I pannelli per l’involucro esterno, pezzi unici diversi tra loro, verranno realizzati con la tecnologia di Styl-Comp. «Anche nel caso della vetrata, come in tutto il resto dell’edificio, la sfida è stata particolarmente complessa perché la copertura è realizzata con geometrie totalmente diverse tra loro, ci sono parti piane e parti curve, cilindriche, coniche e sferiche e alcune avevano dei raggi di curvatura inferiori a 1 metro, per cui era impossibile usare il sistema triangolato tipico delle coperture complesse già realizzate. Abbiamo dovuto quindi elaborare un sistema tecnologico totalmente nuovo che fosse in grado di gestire una complessità geometrica così forte. I vetri poi sono tutti diversi l’uno dall’altro, vetri stratificati, vetri ca-

mera, vetri fotovoltaici. La modellazione tridimensionale e tecniche robotiche particolari ci hanno concesso di gestire questa complessità». L’IDENTITÀ ITALIANA Per l’architettura di Palazzo Italia lo studio Nemesi è partito dall’idea di coesione, intesa come forza di attrazione che genera un ritrovato senso di comunità e di appartenenza. L’energia della comunità è rappresentata dalla piazza interna; cuore simbolico e partenza del percorso espositivo, riunisce attorno a sé i quattro volumi che danno forma a Palazzo Italia, la zona espositiva, la zona Auditorium-eventi, la zona Uffici di rappresentanza e la zona Sale conferenze-meeting. A dar risalto alle forme scultoree di Palazzo Italia è la ricca trama ramificata dell’involucro esterno. Per il design di questa “pelle” Nemesi ha dato vita a una texture geometrica unica ed originale che evoca l’intreccio casuale di rami, dando vita a un’architettura nell’architettura. «Abbiamo immaginato spiega Michele Molè - un edificio comunità che rappresentasse l’idea dello stare insieme e della capacità di riconoscersi in quanto collettività e comunità all’interno di uno spazio cioè quello della piazza che è proprio il luogo che l’Italia nel corso della sua straordinaria storia urbanistica ha determinato e reinventato, dove gli individui si riconoscono in quanto collettività». Una spazialità che lavorando sui chiaroscuri e sul concavo convesso crea le condizioni di uno spazio contemporaneo, uno spazio della vita, dell’interrelazione, dell’interscambio, in cui le persone si possono incontrare, sentirsi, dialogare e deformare. «Noi la chiamiamo spazialità emergente. Un sistema dato dalle interazioni che le singole parti hanno tra di loro che determina dei caratteri totalmente nuovi. Palazzo Italia cerca una spazialità complessa, ricca, che fa della deformazione, del dialogo delle parti un elemento fondante». ■ Renata Gualtieri


VIAGGI Expo 2015 Pag. 13 • Giugno 2015

L’architetto Stefano Pellin, studio Iparch, Padiglioni Giappone e Brasile per Expo 2015

Futuro in rete e diversità armoniosa La grande rete del Padiglione Brasile offre una nuova prospettiva di riflessione sul mondo della agricoltura, e uno spazio semplice ma profondo esprime il senso della bellezza giapponese. Ne parla Stefano Pellin ntrambi i progetti sono nati strutturati e “tecnologici” sono ospitati dalla vincita di un concorso al’interno di un volume compatto, una di idee che lo studio Iparch “scatola” di sughero profumato che si illuinsieme ai partner Arthur Ca- mina, dallo zenit, attraverso un grande lusas per il Brasile e Kitaga- cernario a forma di sorriso». “Utsuwa” è il termine generico per wara Architects di Tokyo ha poi sviluppato e ingegnerizzato fino alla indicare le ceramiche giapponesi, cantierizzazione. «Poi è stata la volta ricche di variazione di stile, matedella fase di coordinamento e realizza- riali e forme. Allo stesso modo il pazione delle due opere - rende noto l’ar- diglione giapponese sembra rapprela ricchezza ed il chitetto Stefano Pellin - ma non esiste un sentare progetto più complesso, entrambi vivono sincretismo della sua cultura. la loro completezza in sintonia con l’al- «Si, infatti il concept qui è sviluppato su tre tematiche principali: tradizione e innovalestimento e il messaggio affidatogli». Quali caratterizzazioni concettuali e zione rappresentati dal sistema tradizioprogettuali si possono evidenziare nel nale di composizione reticolare di legno e padiglione del Brasile per Expo 2015? da nuovi materiali e tecnologie avanzate; lo spirito dell’impermanenza che si esprime «Per il Padiglione del Brasile abbiamo sviluppato il concept fondendo scenografia e attraverso la percezione visiva del padiarchitettura e prendendo le mosse dalla metafora del “futuro in rete” che si materiaPER IL PADIGLIONE DEL BRASILE lizza nell’elemento organizzatore dello spazio: una grande rete di accesso al padiglione, un percorso che invita a conoscere la grande rete dell’agricoltura brasiliana. L’organismo architettonico sostiene un percorso glione che muta con lo scorrere del tempo, della luce e del punto di osservazione; riespositivo non prestabilito, lasciando al visitatore diverse possibilità di accesso in spetto dell’ambiente attuato attraverso la sostenibilità di materiali e tecnologie, la ribase alle sensazioni del momento. La galleria in acciaio corten, costituita da una duzione di emissioni di Co2 e il 3WLS sequenza di portali “permeabili”, lascia struttura reticolare tridimensionale in lel’opportunità di “entrare” in Brasile da più gno, progettata in modo tale che al termine del suo utilizzo possa essere smanpunti e percorrere l’alveo di un fiume cotellata e riutilizzata». steggiato da vegetazione tropicale, ammiCome viene rispettato in entrambi rare le colture indigene, inebriarsi degli i progetti il tema della sostenibilità intensi profumi e colori dei fiori e del legno. Oppure, il visitatore potrà lasciarsi ambientale? «Il concept architettonico e il layout fun“coinvolgere” dalla grande rete e percorzionale dei padiglioni concentrano i servizi, rerla dal giardino fino in alto, arrampicarsi, sedersi, prendendo in qualche modo parte le attività amministrative, gli spazi espositivi “tecnologici” e più strutturati in un all’intreccio culturale tipico del Brasile. Gli spazi espositivi più tradizionalmente volume compatto, mentre la galleria d’ac-

E

cesso del Brasile o le passerelle di “approccio” del Giappone ospitano lo spazio espositivo “naturale” e più propriamente ludico. Con questo impianto volumetrico i consumi vengono ridotti al massimo, sia in termini energetici sia di consumo di suolo; il volume chiuso è infatti ridotto notevolmente rispetto al volume totale dell’intero Padiglione. Per entrambi i padiglioni uno degli obiettivi principali che ci siamo prefissati è di massimizzare l’impiego di materiali con alto contenuto di riciclato, allo scopo di ridurre gli impatti derivanti dall’estrazione e dalla lavorazione di materiali vergini. I padiglioni sono costruiti con tecnologia a secco; in tal modo non solo il processo di costruzione è più agevole e rapido, ma anche la fase di ripristino del sito sarà a basso impatto ambientale. La scelta della tecnologia a secco, inoltre, dà sufficienti garanzie in termini di recupero materiali e possibilità di riuso degli stessi, riduzione di macerie e rifiuti e minimizzazione dei volumi a discarica nonché riduzione dei consumi energetici in fase di costruzione e smontaggio». Come è stato presentato il tema “nutrire il Pianeta” nel Padiglione del Brasile? «Expo 2015 mette in primo piano il tema dell’alimentazione, energia fondamentale delle attività umane e imprescindibile diritto universale. L’agricoltura brasiliana persegue la desiderata armonia fra crescita e sviluppo con la missione di livellare il benessere individuale e collettivo. La strada per questo futuro di uguaglianza e diritto al cibo si traccia costruendo, nelle donne e negli uomini, la consapevolezza della necessità di rapporti basati sulla condivisione delle risorse e la diffusione della conoscenza. Un’organizzazione in rete che, diversamente da

abbiamo sviluppato il concept prendendo le mosse dalla metafora del “futuro in rete”

strutture organizzate gerarchicamente, è flessibile, fluida e diffusa; il suo carattere plurale rende possibile la naturale convivenza nella diversità, mantenendo e valorizzando le particolarità dei gruppi e delle persone che ne prendono parte». Come invece è stato sviluppato il tema della “diversità armoniosa” in quello del Giappone? «Il tema è rappresentano attraverso un lay-out espositivo articolato in 5 scene che si susseguono in sequenza, anticipate da un “prologo” che illustra, con uno spazio semplice ma profondo, il senso della bellezza giapponese. Le scene sono caratterizzate da allestimenti e dispositivi informatici di ultima generazione, un regesto dello stato dell’arte giapponese in fatto di tecnologia della rappresentazione multimediale, studiato appositamente per coinvolgere completamente i 5 sensi del visitatore. La scena 1, dedicata al tema dell’armonia, rappresenta la bellezza dei paesaggi giapponesi tramite gli elementi naturali della luce, del vento, della terra e della pioggia in uno spazio espositivo suggestivo; le scene 2 e 3 sono caratterizzate da un’esposizione suddivisa per aree nelle quali si sviluppa un percorso espositivo sui temi di diversità, continuità, innovazione, sul valore del cibo e della cultura alimentare del Giappone. Introduzione di contributi multilaterali per il cibo del futuro della terra. Con la scena 4 si conclude il percorso al piano terra, con uno spazio soprannominato “Cool Japan design gallery, un’esposizione per bambini e adulti. Accedendo tramite la scala mobile al piano superiore dell’edificio ci si trova nel foyer della scena 5 che ospita il teatro e il live show e si cerca di comunicare il messaggio positivo della cultura del cibo giapponese e di un Giappone pieno di tradizioni e di innovazione». ■ Renata Gualtieri



VIAGGI Expo 2015 Pag. 15 • Giugno 2015

Navigando tra gusto e bellezza Fra Lombardia e Svizzera, i panorami dei laghi si uniscono ai piaceri della gola in un’inedita esperienza a bordo di un battello, che fa da guida discreta e golosa. Renato Vitali invita a immergersi in atmosfere coinvolgenti bbinare il meraviglioso paesaggio prealpino lacustre alla variegata e ricca cucina regionale e mediterranea è un connubio perfetto sulla carta. Styl Restaurant, azienda di ristorazione e catering di Lugano, lo realizza concretamente, consentendo di cenare e pranzare a bordo di un battello. «I laghi di Como e Maggiore – racconta Renato Vitali, titolare dell’azienda – offrono scenari suggestivi, che ricreano atmosfere accattivanti e coinvolgenti. E gli edifici storici, le ville di prestigio e la natura incontaminata circostante esaltano ulteriormente il piacere della vista in armonia con il sapore. Per questo, consumare un pasto in

A

battello significa entrare in contatto con la natura e la storia del territorio, assaporandone i gusti e la cultura». Tantissimi i segreti da scoprire durante la navigazione. «Sul lago Maggiore, – prosegue Vitali – abbiamo l’isola dei Pescatori, l’unica del lago a essere abitata tutto l’anno; l’isola Bella, con il rinomato giardino all’italiana di palazzo Borromeo, l’isola Madre, anche questa ricca di giardini, oltre all’eremo di santa Caterina del Sasso, con le sue scalinate a strapiombo sulla sponda orientale. Sul lago di Como si trovano poi la celebre Bellagio, conosciuta in tutto il mondo come luogo di villeggiatura e per la sua posizione pittoresca – lì dove il lago si ramifica nei suoi bracci meridiona-

CUCINA REGIONALE E NAZIONALE

I piatti tipici, pizzoccheri, risotti, polenta, pesce persico, formaggi d’Alpe sono accompagnati dai migliori vini italiani

Alcune delle proposte gastronomiche dell’azienda di ristorazione a bordo di battelli e catering Styl Restaurant di Lugano - www.stylrestaurant.eu

li – e l’isola Comacina, con la sua storia medievale, mentre Villa Carlotta vi stupirà per il suo parco botanico e l’architettura settecentesca. E poi, ancora, più a nord, il lago di Lugano e il suo meraviglioso golfo, sul quale si affacciano caratteristici paesi come Morcote e Gandria e l’enclave di Campione d’Italia famosa per il suo Casinò». Questi sono soltanto pochi esempi di quello che si può ammirare assumendo una prospettiva privilegiata. E i sapori? «Il nostro team è sempre disponibile e sensibile alle varie richieste degli ospiti e propone i piatti tipici regionali, come pizzoccheri, risotti, polenta, pesce persico reale del lago oppure filetto di salmerino al vino bianco o di trota, formaggi tipici d’Alpe. Tutto accompagnato dai migliori vini italiani. Inoltre, proponiamo anche un tipico menù del lago a buffet, dove si potranno trovare fritto di alborelle del lago, tartine di paté di Cavedano, bottarga di lavarello su crostini dorati, polpettine di tinca, trancetti di lucioperca alle erbe aromatiche, agoni in carpione, zuppa di pesce del lago, filetto di lavarello alle mandorle e, in conclusione, un piatto caldo con pennette ai misultin». Oltre alla buona cucina e al-

LA RICETTA DI UN EVENTO PERFETTO Styl Restaurant è un’azienda attiva nella ristorazione da oltre vent’anni. Formata da esperti del settore del catering, lega la bontà dei cibi italiani e la peculiarità della cucina regionale lombarda alla bellezza del paesaggio dei laghi prealpini. Punto di forza dell’azienda è l’organizzazione di eventi a tema, come cene aziendali, feste di compleanno, matrimoni, comunioni e conferenze. Per ogni evento, Styl Restaurant offre una ricca scelta di finger food a buffet oppure compone menù personalizzati, attingendo alle tradizioni enogastronomiche nazionali e internazionali. «I nostri ingredienti segreti – spiega il titolare dell’azienda di Lugano,

Renato Vitali – sono l’amore per il dettaglio e l’esperienza maturata negli anni, la prontezza nel proporre in tempi brevissimi le migliori soluzioni, la professionalità, flessibilità e la passione per questo lavoro, l’attenzione alla provenienza dei prodotti, la preparazione di tutte le pietanze direttamente sul posto o a bordo delle motonavi, l’allestimento della sala per un’atmosfera unica e indimenticabile con scenografia floreale e intrattenimento musicale. Insomma, non seguiamo le tendenze, bensì facciamo ritrovare la tradizione in cucina». A completare il tutto il panorama dei laghi, di volta in volta diverso, ma sempre mozzafiato.

l’esclusivo giro in battello, Styl Restaurant è un’azienda specializzata nella realizzazione di ogni tipo di evento e, da anni, con la sua professionalità ed esperienza, fornisce un’ampia scelta di servizi, semplici e informali o ricercati e sofisticati, sempre adatti a soddisfare qualunque esigenza. «Per i privati offriamo il servizio di organizzazione di matrimoni e cerimonie raffinate, anniversari e compleanni, aperitivi e ricercati buffet. Alle aziende garantiamo l’organizzazione di fiere e meeting, convention e seminari, collaborando con loro per trasformare ogni evento in qualcosa di unico e memorabile. In questo ci supporta il nostro team, composto da personale altamente qualificato e motivato, come i nostri chef di cucina, che preparano piatti tipicamente mediterranei utilizzando prodotti Dop, Igt e Igp, accogliendo e accostando però anche i sapori di altri paesi e culture. Il nostro personale di sala lavora con l’obiettivo di ottenere sempre la piena soddisfazione dei nostri ospiti, perché siamo ispirati dall’impegno per l’eccellenza e votati alla creazione di ricordi indimenticabili». ■ Vittoria Divaro


VIAGGI Expo 2015 Giugno 2015 • Pag. 16

Lombardia da scoprire

Il fascino discreto di Bergamo Ha un cuore antico e al tempo stesso uno sguardo europeo. È Bergamo, con la sua famosa Città Alta medievale e i molti appuntamenti per gli appassionati della lirica, della prosa, del jazz e del piano. La parola a Montserrat Satorra Farré pochi passi dal cuore medievale di Bergamo, il visitatore può godere di un’atmosfera rilassante oltre a ottenere il massimo in termini di benessere e funzionalità. L’indirizzo al quale rivolgersi è quello dell’ottocentesco palazzo Dolci che, completamente restaurato e ristrutturato, ospita l’elegante hotel Mercure Palazzo Dolci. «La struttura – afferma il direttore Montserrat Satorra Farré – offre 88 camere dalle linee sobrie e contemporanee, in cui la presenza delle opere di Mariella Bettineschi, ispirate a pittori come Caravaggio, Lotto, Baschenis e Moroni, contribuisce a rendere l’ambiente un luogo denso di charme e personalità». Oltre a vantare una posizione centrale all’interno del complesso urbano, l’hotel sorge a pochi passi dalla famosa Città Alta, vero e proprio gioiello storico artistico della Bergamo medievale. «È un luogo suggestivo – prosegue Montserrat Satorra Farré –, circondato da ben sei chilometri di mura cinquecentesche. Un luogo nel quale si può apprezzare al meglio Bergamo, città dal cuore antico e al tempo stesso dallo sguardo europeo che ne fa un’attrazione turistica di grande fascino. Il ricco patrimonio archeologico, storico e naturalistico, poi, concorre a renderla una meta di interesse culturale, con musei, teatri e importanti appuntamenti per gli appassionati della lirica, della prosa, del jazz e del piano». Gli spazi comuni del Mercure Palazzo Dolci sono accoglienti e offrono numerosi servizi, sia per il turista in viaggio alla sco-

A

UNA CATENA IN ARMONIA CON I LUOGHI E LE PERSONE

L’hotel Mercure Palazzo Dolci si trova a Bergamo www.mercure.com - www.accorhotels.com

Mercure, la seconda catena di hotel più grande nel mondo, è garanzia di qualità per tutti: dal cliente business al turista in viaggio alla scoperta della città. Un marchio non standardizzato, in armonia con i luoghi e le persone, in cui gli aspetti della cultura locale si uniscono alle qualità di una grande rete internazionale. Il network di Mercure, marchio del gruppo alberghiero mondiale Accor, comprende, infatti, 711 hotel in 52 paesi e rappresenta una vera alternativa grazie alla sua particolare combinazione fra caratteristiche locali e standard comuni. Con il programma fedeltà Le Club Accorhotels, il cliente può usufruire di una serie di vantaggi e accumulare punti per avere accesso a un’ampia scelta di premi, fra cui servizi gratuiti e pacchetti prenotabili presso altri hotel del gruppo Accor. Non è da trascurare, infine, l’attenzione del gruppo Accor all’importante tema dello sviluppo sostenibile. L’impegno, vivo da oltre vent’anni, ha ricevuto ulteriore conferma e impulso nel 2012 con il lancio a livello mondiale del programma Planet 21, i cui obiettivi si collegano direttamente ai contenuti di Agenda 21 e al piano d’azione per il Ventunesimo secolo stilato al summit di Rio del 1992, dal quale è emersa la necessità di cambiare i metodi di produzione e di consumo per preservare l’umanità e l’ecosistema.

perta della città sia per il soggiorno business. «Le nostre camere, arredate in stile classico e contemporaneo, con materiali naturali dai toni caldi e dalle linee sobrie, dispongono di ogni tipo di comfort: dal servizio in camera per scegliere l’orario desiderato per la cena alle tecnologie predisposte per lavorare in assolute tranquillità e comodità. Offriamo, inoltre, la possibilità di prenotare la camera Privilege, che prevede servizi aggiuntivi – accappatoio, cia-

battine, linea cortesia più ricca, minibar gratuito, macchina Nespresso e quotidiano in omaggio –, offrendo un livello superiore di comfort e facendo sentire l’ospite come a casa propria». La prima colazione, arricchita dai prodotti tipici della tradizione bergamasca, consiste in un buffet dolce e salato, proponendo pietanze calde e fredde a base di prodotti freschi e di qualità. «Esplorare e godere della varietà dell’enogastronomia locale è un momento

UN’OSPITALITÀ AD ARTE

La presenza delle opere di Mariella Bettineschi contribuisce a rendere l’ambiente un luogo denso di charme e personalità

fondamentale del viaggio. Per questo motivo l’elegante bar dell’hotel, L’Accademia, propone un’ampia carta “Flavours from the cellar”: una selezione di vini in cui le gemme regionali sono al primo posto. Un’occasione da cogliere per scoprire l’armonia del gusto e i profumi del territorio bergamasco». Infine, Mercure Palazzo Dolci può contare su una posizione strategica non solo rispetto alle mete di interesse turistico, ma anche alle arterie di comunicazione. È, infatti, possibile raggiungere velocemente la stazione ferroviaria, situata ad appena 200 metri e punto di partenza dei frequenti collegamenti per l’aeroporto internazionale di Milano-Orio al Serio. ■ Vittoria Divaro


VIAGGI Expo 2015 Pag. 17 • Giugno 2015

Mantova, il gioiello dei Gonzaga Culla del Rinascimento, roccaforte dei Gonzaga, indiscusso centro enogastronomico. Stefano Bianchi ci porta alla scoperta dei monumenti e della grandezza culinaria di una città la cui fama non è ancora all’altezza del suo valore om’è possibile che non sia conosciuta al grande pubblico? È la prima domanda che il turista si pone una volta arrivato a Mantova e, in effetti, non è semplice rispondere. Da una parte, l’offerta artistica e culturale gli è valso il titolo di patrimonio dell’umanità da parte dell’Unesco, dall’altra non si può ignorare il valore e la varietà delle sue specialità enogastronomiche. La scarsa notorietà non è dovuta alla mancanza di strutture ricettive e, dunque, rimane il mistero. Anche Stefano Bianchi, uno dei titolari di un hotel storico situato in pieno centro come l’Albergo Bianchi Stazione, può solo tentare di azzardare ipotesi. «Probabilmente – suggerisce Bianchi – un insieme di fattori concomitanti non hanno permesso a Mantova di aprirsi al grande pubblico. Ora, però, abbiamo l’opportunità di sfruttare il flusso di visitatori che arriverà per Expo 2015 e Mantova avrà le sue carte da giocare». Carte notevoli, per numero e rilevanza, che ne fanno una delle culle più importanti del Rinascimento italiano. «Tra le eccellenze di Mantova – spiega Bianchi – non si può che citare la “Camera Picta”, capolavoro di fama mondiale di Andrea Mantegna che si trova all’interno del “Palazzo Ducale”, la reggia più grande d’Europa con le sue 535 stanze e 34mila metri quadrati. Anche detta la Camera degli Sposi, l’opera è di recente tornata visitabile grazie al completamento dei lavori di restauro. Tra le altre meraviglie c’è il Palazzo Te, progettato da Giulio Romano con sale affrescate da Mantegna ed effetti 3D, o i Sacri Vasi, cioè i vasi in cui è conservato il sangue di Cristo che Longino raccolse ai piedi della Croce, reliquia importantissima per tutta la cristianità. E, ancora, l’Orfeo di Monteverdi, composta e rappresentata alla corte dei Gonzaga nel 1607, viene considerata la prima vera opera lirica». Alla grandezza monumentale corrisponde una cucina tipica eccellente. «Mantova – aggiunge – è l’unica provincia in cui si producono sia Grana Padano (sponda sini-

C

ECCELLENZE MANTOVANE

Non si può che citare la “Camera Picta”, capolavoro di fama mondiale di Andrea Mantegna

L’Albergo Bianchi Stazione si trova a Mantova www.albergobianchi.com info@albergobianchi.com

stra del Po’) che Parmigiano Reggiano (sponda destra del Po), formaggi che donano un tocco di sapore inconfondibile ai suoi piatti tipici. Tra le specialità da assaggiare, i famosi tortelli di zucca, le tagliatelle all’anitra, i maccheroncini con stracotto d’asino, frittata con gamberetti di fiume, polenta con luccio e il cappone alla Stefani, un famoso piatto tramandatoci dai Gonzaga. Grazie anche alle sue prelibatezze enogastronomiche, Mantova potrà inserirsi bene nel contesto di Expo 2015. Non è poi un caso che quella di Mantova sia la provincia con il maggior numero di stelle Michelin per abitante e ospiti il ristorante in cui lavora la “miglior cuoca del mondo” (Nadia Santini)». Bianchi, poi, passa a descrivere le caratteristiche della sua struttura, particolarmente adatta a chi vuole visitare il centro storico della città. «L’Albergo Bianchi Stazione è la destinazione ideale per chi vuole trascorrere qualche giorno in totale tranquillità. L’edificio risale al XV secolo e, dopo varie ristrutturazioni, siamo riusciti a ottenere una combinazione armoniosa delle parti originali con i comfort più moderni. Il nostro hotel si trova vicinissimo alla stazione ferroviaria, fermate di bus e a tutti i principali monumenti. All’interno della struttura ci si può rilassare in un grazioso giardino privato e usufruire di wi-fi free, sala lettura, bar e parcheggio custodito. L’hotel è, inoltre, accessibile agli invalidi e possiede il marchio di qualità Isnart». ■ Renato Ferretti

UN ALBERGO STORICO Stefano Bianchi, titolare dell’Albergo Bianchi Stazione, indica alcune delle principali vicissitudini che hanno riguardato lo storico hotel mantovano. «Era il 1972, quando Enrico e Francesco Bianchi diventarono albergatori assegnando il loro cognome allo storico “Albergo Bracchi” di fronte alla stazione ferroviaria di Mantova. Quando le bombe aree della Seconda Guerra mondiale infierirono sulla storica palazzina, risalente al XV secolo, che fu convento delle terzine di San Francesco, i Bracchi ricostruirono subito l’albergo, classificato allora di prima categoria. La mia famiglia si ritrovò, dunque, a gestire una struttura preziosa, dando subito una prima impronta alla struttura con un primo restyling e ampliamento, al quale ne sarebbero poi seguiti un secondo e un terzo con il passare degli anni. Nel 1985 le camere dell’Albergo Bianchi Stazione erano 30, salite a 53 nel 1989, naturalmente adeguate alla domanda di servizi e allo stile dei tempi: bagno privato, TV, telefono, aria condizionata. Successivamente, vennero acquisiti nuovi spazi dai quali si ottenne l’allargamento del giardino interno esistente, una nuova e ampia sala meeting/breakfast, oltre all’ampliamento della hall e un ulteriore garage interno. Allo stato attuale, l’Albergo Bianchi ha una capacità ricettiva di circa di 100 ospiti. Le continue migliorie apportate nel tempo sono sempre state pensate in funzione del cliente per offrire semplicemente il meglio».



VIAGGI Expo 2015 Pag. 19 • Giugno 2015

Anima di montagna

Photo © Tony Federico

La montagna è arte, pensiero e, soprattutto, spirito. Una filosofia che Reinhold Messner diffonde attraverso i suoi musei, simbolo di un Alto Adige che difende il suo patrimonio più prezioso

Reinhold Messner, alpinista, esploratore e scri�ore italiano

osa rappresenta la montagna per l’uomo? Reinhold Messner ha fatto ruotare la sua intera, straordinaria, esistenza attorno a questa domanda. Il primo uomo ad avere scalato tutte le 14 cime che superano gli 8mila metri è oggi un manifesto vivente della cultura, quella più profonda e spirituale, legata alla montagna. Ed è un simbolo per l’Alto Adige. Dopo aver girato l’intero pianeta, a sessant’anni è tornato nella provincia di Bolzano, la sua terra natale, omaggiandola della sua esperienza. Il Museo della Montagna di Messner, tra le antiche mura di Castel Firmiano, è una delle principali attrazioni turistiche per il territorio. Sono sei le strutture museali dedicate alla montagna e alla sua cultura in un progetto che parte dai significati naturali, geologici, antichissimi delle montagne, fino alla loro recentissima con-

C

quista da parte dell’uomo. Su quale livello si legano l’uomo e la montagna? «Sin dall’inizio della sua storia, l’uomo si domanda da dove viene e, per capire quale direzione intraprendere, segue la montagna. Molte religioni ne sono una testimonianza. Pensiamo a Mosè che scende dal Sinai e a Buddha che arriva dall’Himalaya. Giungono dalla montagna per trasmettere una visione di vita». Però la montagna, e lei lo sa bene, è anche scienza. «Vero. è anzitutto geologia, vale a dire la possibilità di studiare la storia, lunga miliardi di anni, della nostra terra. Ma non è tutto. Per me questo mondo rappresenta anche una filosofia, una cultura. Da sempre la montagna è stata fonte di ispirazioni per poeti, musicisti, scrittori. Questo è ciò che intendo trasmettere con il mio museo».

Lei è uno strenuo difensore delle montagne alto atesine. Il turismo di massa non rischia di distruggerle? «Il turismo non distrugge la montagna, anzi. Permette ai suoi popoli di sopravvivere economicamente. Il problema delle nostre Alpi è che vi sono alcuni luoghi sovraesposti e sfruttati, che rischiano così di venire disintegrati, e altri completamente sconosciuti e non calcolati dai flussi turistici. Bisogna

puntare a una politica del turismo più intelligente, diversificata. Sono anni che faccio questa battaglia». E quali risultati ha ottenuto? «All’inizio non è stato facile. Per costruire i musei ho avuto contro parte della stampa e dei politici locali. Poi, con il tempo, il 99% degli altoatesini hanno compreso la filosofia che si cela alle spalle di questo mio progetto e mi hanno appoggiato con entusiasmo». ■ AM

Le terme degli Asburgo Con Luca Libardi a Levico Terme, caratterizzata dalle atmosfere fin de siècle declinate secondo un’ospitalità contemporanea una delle rare ville d’eau termali ottocentesche conservata intatta nel suo disegno originale: giardini, viali colorati di fiori, palazzo delle terme e alberghi in stile. Levico Terme mostra ancora tutto il suo fascino immutabile, ma non rinuncia a tutte le comodi-

È

L’Hotel Eden si trova a Levico Terme (TN) - www.eden-hotel.com

tà moderne. «È una cittadina elegante, le cui terme uniche in Italia sono note alla medicina internazionale per la loro efficacia». A parlare è Luca Libardi, titolare dell’hotel Eden. Ci troviamo a fianco dello stabilimento termale, a due passi dal centro cittadino e a 800 metri dal lago. I nostri clien-

ti hanno il piacere di essere coccolati nelle nostre stanze dotate di tutti i comfort e nel nostro ristorante, con proposte gastronomiche che spaziano dal classico al moderno - con un’attenzione particolare per le specialità del Trentino - e una ricca selezione di vini». ■ Remo Monreale


VIAGGI Expo 2015 Giugno 2015 • Pag. 20

Un tuffo nel passato I piatti preferiti dell’imperatrice Sissi rivivono nel ristorante Onkel Taa di Parcines. Janett Platino svela le abitudini culinarie degli Asburgo el cuore del Sud Tirolo risiede uno dei locali storici di tradizione asburgica più singolari. La casa termale Bagni Egart, con il suo ristorante Onkel Taa e il Museo reale e imperiale è uno scrigno dove storia e tradizione conquistano tutti i sensi. «La nostra famiglia – spiega Janett Platino, chef del ristorante- gestisce questo ristorante dal 1980 ma la casa, che si chiama Bagni Egart, ha una storia secolare che risale al 1430. È la più antica casa termale di tutto il Tirolo. Già all’epoca dei Romani è stata trovata la sorgente e questa casa è stata costruita proprio su di essa». Accanto al ristorante c’è anche il museo dedicato agli Asburgo. Ci può raccontare qualche curiosità legata a questo luogo? «Abbiamo un’esposizione speciale dedicata all’imperatrice Elisabetta d’Austria, detta Sissi. Mio padre da bambino aveva incominciato a raccogliere cimeli, perché la sua passione è sempre stata l’antichità. Sua zia nella stube aveva un quadro che era un ritratto dell’imperatore Francesco Giuseppe, dalle sue storie nacque la passione per gli Asburgo. Ed è così che ha iniziato a collezionare oggetti,

N

Jane� Platino, chef del ristorante Onkell Taa

circa tremila pezzi inerenti gli Asburgo. Inoltre, abbiamo oltre 30mila oggetti esposti che raccontano la storia popolare tirolese e vetrine con oggetti in stile liberty. Poi c’è la cosiddetta “bottega della nonna” che è un originale negozietto del paese di Santa Caterina in Val Senales, e vari altri oggetti della tradizione, come le cucine originali con tutti gli attrezzi, le stufe, e anche le tinozze (che sono anche il nostro logo) che narrano la tradizione termale di questo luogo». Quali sono le specialità che si possono assaporare nel vostro ristorante? Siete più legati alla tradizione o alla modernità? «Sicuramente siamo più legati alla tradizione anche perché la nostra cucina è calata proprio nel contesto degli Asburgo con tutte le vecchie ricette originali dell’epoca. La ricerca dell’originalità nella tradizione si fonde con la mia creatività. Per fare un esempio Sissi amava il semifreddo alle violette, perché all’epoca non esistevano ovviamente macchine per fare il gelato. Oggi io ripropongo questa ricetta in veste di gelato, molto più cremoso e con una procedura diversa da quella dell’epoca». Tra i vostri menù c’è anche quello imperiale che si rifà alla tradizione asburgica. Quali erano i piatti preferiti dall’imperatore Francesco Giuseppe e da Elisabetta? «Francesco Giuseppe amava mangiare semplice, il suo piatto preferito era il manzo bollito. Ma anche il brodo condito con il manzo lesso, o con il semolino. Sissi invece amava i piatti più eleganti, e i menù a corte erano scritti in francese. L’imperatrice amava le ostriche, la mousse au chocolat, ma anche il risi e bisi, tutti piatti che andavano molto di moda all’epoca. L’Asti spumante era il suo vino preferito. Sissi preferiva mangiare soprattutto a pranzo, la sera spesso non cenava nemmeno». ■ NMM


VIAGGI Expo 2015 Pag. 21 • Giugno 2015

Un tuffo tra i monti Dietro i successi sportivi ci sono sempre duri allenamenti, ma nel tempo libero Tania Cagnotto ama tornare tra le montagne della sua Bolzano a nostalgia di casa prima o poi si sente sempre durante un viaggio. Lo sanno bene gli atleti che sono spesso lontani dalla propria terra per affrontare gare a migliaia di chilometri di distanza. Ritrovare gli amici e i luoghi familiari dove divertirsi e stare bene è, per la campionessa bolzanina Tania Cagnotto, uno degli aspetti positivi del ritorno a casa dopo le fatiche sportive. Bolzano, con la sua quiete ma anche con la sua offerta di divertimento e sport, può far sentire a casa anche chi non è del luogo. Può parlarci della città di Bolzano? Quali sono i luoghi per lei più importanti? «Per me Bolzano è casa, mi sento bene e coccolata. I luoghi che adoro di più sono il lago di Caldaro e il centro per ritrovarmi con gli

L

Tania Cagno�o, campionessa italiana di tuffi

amici nei soliti locali». Se dovesse accompagnare un turista che non è mai stato a Bolzano, quali luoghi della sua città o della provincia gli fa-

Turismo secondo natura

SIMBIOSI CON LA TERRA

Il mondo appartiene a chi lo sa apprezzare: bisogna usarne le risorse rispe�osamente

Sostenibilità a 360 gradi e scelta di ingredienti biologici. L’esperienza sensoriale della natura secondo Friedrich Steiner, che presenta il suo Bio Hotel in Val Venosta ivere lontano dal caos e dai ritmi delle città diventa una scelta dettata dalla ricerca di un’esistenza più “autentica”. La meraviglia altoatesina della Val Venosta offre un esempio fiabesco di vita a contatto con la natura, senza sofisticazioni o artifici. Un aspetto su cui Friedrich Steiner ha basato la filosofia del suo Bio Hotel Panorama, a Malles, che gestisce insieme alla sua

V

famiglia. «Affondiamo le nostre radici nella tradizione e nella cultura della Val Venosta – afferma orgoglioso Steiner –, siamo custodi di antichi valori e conoscenze. Così creiamo per i nostri ospiti un’oasi dal carattere unico e personale. Il mondo appartiene a chi lo sa apprezzare e, quindi, bisogna utilizzare rispettosamente le risorse della natura. Una vera sostenibilità, vissuta completamente e senza compromessi, è il nostro credo e allo

rebbe conoscere? «Lo porterei al lago di Monticolo, poi al mio negozio preferito per fare un po’ di shopping e per la cena in un posto in collina per assaggiare i tipici piatti altoatesini». Per quanto riguarda la dieta, il suo sport la costringe a fare delle rinunce? C’è un piatto che ama particolarmente? «L’alimentazione per un atleta è importantissima, sia per riuscire ad arrivare al top che per mantenere il livello qualitativo ottenuto. Avere una dieta regolare e bilanciata, integrata con prodotti sani ed equilibrati, mi permette di avere la giusta energia per affrontare anche le più intense sessioni di allenamento. Certo anch’io ogni tanto cedo alle tentazioni: il mio piatto preferito è il Campill, un piatto misto con costine di maiale e salsiccia». ■ NNM

Friedrich Steiner e la sua famiglia al Bio Hotel Panorama, che si trova a Mals/Malles (BZ) www.biohotel-panorama.it info@biohotel-panorama.it

stesso tempo la nostra garanzia. Vogliamo arricchire la modernità odierna senza perdere di vista le nostre origini. L'arredamento naturale ed ecologico del bio-hotel e tutte le nostre camere in legno naturale sono la chiara realizzazione di questa filosofia». Quello proposto dagli Steiner, in linea con il territorio circostante, è un soggiorno lontano dal turismo sciistico, chiassoso e congestionato delle vacanze in montagna solitamente intese. «Ogni particolare – spiega Steiner – punta a far vivere un’esperienza sensoriale unica, in cui riconquistare la sintonia con l’ambiente. Oltre il panorama mozzafiato di cui si può godere dall’hotel, proponia-

mo escursioni sia a bassa quota sia più sportive ad altitudini maggiori. Nella nostra cucina gourmet diamo valore a prodotti genuini e al cento per cento biologici. Ma non solo. Ci sta particolarmente a cuore che i prodotti siano freschi, di provenienza regionale e di stagione. Ed è anche per questo che coltiviamo nel nostro orto biologico le verdure e i frutti più disparati, oltre a più di settanta diverse spezie ed erbe aromatiche, tra cui alcune delle quali ormai sconosciute. Tutto questo per preparare piatti tipici come i “Schlutzkrapfen”, mezzelune di farina di segale e frumento ripieni di ricotta e spinaci, con burro fuso e formaggio rims, altro prodotto tipico. Inoltre, l’impianto di riscaldamento a cippato di legno, l’acqua calda tramite teleriscaldamento, un riscaldamento a impatto zero sul clima e un sistema costruttivo con mattoni d'argilla (come naturale accumulatore termico) sono per noi aspetti consolidati». Infine, una delle grandi passioni di Steiner sono i distillati «che estraiamo dai frutti del nostro orto biologico – continua il titolare del Bio Hotel –. L'elaborazione coscienziosa e precisa ci ha garantito già alcune medaglie». ■ Renato Ferretti


VIAGGI Expo 2015 Giugno 2015 • Pag. 22

L’hotel Meranerhof si trova a Merano (BZ) www.meranerhof.com

Tra il verde e le terme, è la Merano dei desideri Sulla scorta del proprio esempio professionale, Astrid Eisenkeil descrive la capacità ricettiva della città sudtirolese e la sua rinomata ospitalità, che si aggiunge ai suoi tesori culturali e alle bellezze naturali a storia e la cultura sudtirolese, il benessere legato alle terme e ai panorami fiabeschi. Merano, il secondo centro più abitato della provincia autonoma di Bolzano dopo il capoluogo, può vantare una ricchezza artistica e paesaggistica come pochi centri delle sue dimensioni. Le attrazioni turistiche sono supportate da strutture ricettive che coprono egregiamente le richieste, come dimostra il caso dell’hotel Meranerhof guidato dalla famiglia Eisenkeil. «Il Meranerhof – spiega la titolare della struttura – è un hotel di lunga tradizione e si trova nei pressi del ponte sul Passirio, di fronte alla passeggiata che si snoda lungo il fiume e a pochi passi dal centro storico, con gli antichi edifici dei Portici, il Kurhaus, il Teatro Puccini e le Terme Mera-

L

SERENA ARMONIA

Il nostro incantevole giardino e l’ampia area wellness sono gli ambienti perfe�i per rilassarsi

no. Oltre alla magnifica posizione, il Meranerhof si caratterizza per l’elegante varietà degli allestimenti di camere e suite. Il nostro incantevole giardino e l’ampia area wellness con piscina coperta sono gli ambienti perfetti per rilassarsi e ritrovare l’armonia aspetti essenziali di ogni vacanza. Inoltre, va sottolineato come la nostra città, con i suoi 320 metri di altitudine, sia il posto ideale in estate per vivere il Sud Tirolo per un turista non più giovanissimo, che potrebbe incontrare qualche difficoltà in più presso le localitá di alta montagna. Soggiornare, non semplicemente pernottare: l’obiettivo della gestione Eisenkeil è questo. «Ogni gesto – continua Eisenkeil – è finalizzato a esaudire i personali desideri degli ospiti. Sentirsi protagonisti e non ai margini, vivere attivamente anziché da spettatori, sperimentare la cordialità in tutta semplicità: in breve, essere trattati in modo principesco. L’aggettivo è tanto più appropriato se si considera l’architettura dell’edificio, in tipico stile liberty, che permette di rivivere l’epoca a cavallo tra XIX e XX secolo, tra storia e modernità: un soggiorno presso di noi è un vero e proprio viaggio a ritroso nel tempo. Poi non bisogna dimenticare che trascorrere una vacanza a Merano significa anche gustare i sapori della nostra eccellente cucina, un connubio di prelibatezze mediterranee e specialità locali. All’Hotel Meranerhof per la preparazione delle nostre pietanze selezioniamo solo i migliori ingredienti, esaltando le nostre ricette con un servizio impeccabile, che non manca di esaudire ogni desiderio». ■ Elena Ricci


VIAGGI Expo 2015 Pag. 23 • Giugno 2015

Iceman L’uomo venuto dal ghiaccio, conservato nel Museo archeologico dell’Alto Adige, aveva gli occhi marroni e il suo stato di salute non era buono. Sono solo alcune delle scoperte dei ricercatori da un’analisi del Dna l Museo archeologico dell’Alto Adige di Bolzano è custodita la maggiore scoperta archeologica del secolo, la mummia Ötzi, scoperta per caso nel 1991 da due turisti di Norimberga che stavano percorrendo un’escursione in quota sulle Alpi Venoste. «Considerate le dimensioni relativamente ridotte del museo e il fatto che si trova in una piccola città, il flusso turistico è molto interessante» spiega la direttrice Angelika Fleckinger. Qui il visitatore singolo, le scuole, i gruppi turistici, le famiglie, gli anziani e i migranti, trovano un’ampia offerta formativa con percorsi pedagogici e laboratori che si basano su un approccio pratico e diretto ai materiali, non solo attraverso l’acquisizione di conoscenze. «Intendiamo fornire la possibilità di conoscere anche le antiche tecniche di lavorazione». E proprio le scoperte sul corpo Ötzi alimentano la curiosità dei tantissimi amanti della preistoria, pronti a viaggiare virtualmente nell’età del Rame. Di cosa si cibava l’uomo venuto dal ghiaccio? «I calcoli biliari trovati nel corso di un’indagine condotta col il metodo della tac, fanno desumere che egli si sarebbe cibato, per un lungo periodo di tempo, principalmente di carne, tanto che gli stessi ultimi pasti di Ötzi sono ora chiaramente identificabili: in un primo pasto egli consumò carne di stam-

A

L’autentica tradizione del Sudtirolo Storia, natura, cultura. Ma anche enogastronomia di qualità. Tutti buoni motivi per visitare Andriano, gioiello dell’Alto Adige. Lo spiega Georg Mathà ulla famosa Strada Del Vino ai piedi delle Dolomiti, immerso tra vigneti e frutteti, c’è un angolo di pace in cui la natura domina sovrana. È il piccolo Comune di Andriano, situato alla destra del fiume Adige e sovrastato dal Monte Macaion, che raggiunge i 1866 metri di altezza e fa parte della Catena della Mendola. A farci da guida è Georg Mathà, gerente dell’hotel Schwarzer Adler. «Andriano si trova vicino sia a Merano che a Bolzano – spiega Mathà – e può essere la meta ideale per il turista che vuole visitare la regione, cercando al contempo il modo migliore di rilassarsi. Notevoli sono le rovine del castello di Festenstein, costruzione di cui si parla la prima volta nel 1220 e che svetta su un burrone sopra il paese». La struttura guidata da Mathà, una casa del 1599 gestita da oltre 120 anni dalla stessa famiglia, ha la fortuna di trovarsi in una posizione privilegiata. «Poco lontano dal nostro hotel – descrive il titolare dello Schwarzer Adler – si trovano i giardini del Castel Trautmannsdorf, che da marzo a ottobre incorniciano una sorta di piccolo paradiso per trascorrere la giornata con il bel tempo. Anche il lago di Monticcolo si trova poco distante da noi, per non parlare del-

S Angelika Fleckinger, dire�rice del Museo archeologico dell’Alto Adige di Bolzano

becco, nel penultimo carne di cervo e, nell’ultimo, di nuovo stambecco. Oltre a ciò, assunse ogni volta qualcosa simile a pane e vegetali, come verdure o insalata. Evidentemente la carne di cervo non era più molto fresca, perché conteneva una larva di mosca, ritrovata nell’intestino della mummia. I cereali inoltre, in particolare orzo comune e farro piccolo, portano a concludere che appartenesse già a una società di coltivatori e allevatori stanziali». L’analisi del Dna mette in luce i problemi di salute di Ötzi. «L’indagine fornisce i primi indizi di una disposizione genetica a un elevato rischio di arteriosclerosi. Se i suoi aggressori non l’avessero ucciso con una freccia, presumibilmente sarebbe morto di infarto cardiaco o di ictus». Per conservare la mummia, è necessario ricreare artificialmente le originarie condizioni di conservazione del ghiacciaio (-6°C e 98 per cento di umidità relativa). Attraverso quali tecniche si conserva il corpo? «Il cosidetto “Icemanbox” è composto di due celle frigorifere con sistemi indipendenti l’uno dall’altro, una stanza per eseguire le analisi scientifiche e un’altra antistante per la decontaminazione. Tutti gli ambienti sono sterili e garantiscono il filtraggio dell’aria. Una stazione elettronica registra i valori trasmessi dalle sonde di misurazione montate sul corpo della mummia e nella cella frigorifera. Per impedire la perdita di umidità della mummia, il corpo viene spruzzato con acqua sterile, in modo che sulla superficie si formi un sottile velo di ghiaccio». ■ EF

Lo Schwarzer Adler si trova ad Andriano (BZ) www.schwarzeradler-andrian.net

lo splendido centro storico di Bolzano, con i suoi portici e il museo dove si trova Ötzi, la mummia trovata nei ghiacciai». Uno dei fiori all’occhiello dello Schwarzer Adler è sicuramente la cucina. «I nostri ospiti ci lasciano sempre molto soddisfatti della cucina regionale che proponiamo: la qualità dei prodotti e degli ingredienti che selezioniamo è una delle nostre priorità. I piatti sono gli immancabili schlutzkrapfen (ravioli a mezzaluna con spinaci e ricotta) e il gulasch di manzo, accompagnato dai canederli allo speck. Poi c’è l’orzotto, che realizziamo solamente con gli ingredienti in uso ai tempi dei romani: orzo, datteri, prugne e formaggio di capra. È una pietanza che consigliamo di accompagnare con il gulasch di manzo e un bel bicchiere di Lagrein. Alla fine i dolci: lo strudel di mele o la torta Linzer (con nocciole e mirtilli rossi). Inoltre, per pranzare o cenare è a disposizione la vecchia stube, costruita 200 anni fa, oppure sotto la pergola all’aperto. A parte le specialità più tipiche, lo chef Werner crea vari piatti gustosi, semplici e di alto livello, in base alla stagionalità dei prodotti. La lista dei vini presenta il meglio della produzione locale, tra cui non mancano il Traminer aromatico e il Lagrein. Le stanze dell`albergo Schwarzer Adler, attrezzate con tv, bagno-doccia e cassaforte danno la possibilità di rilassarsi per qualche giorno e godersi la cucina sudtirolese». ■ Flavio Odoacre


Rilassarsi in paradiso Relax, benessere, specialità della zona e cura della persona. Ecco gli ingredienti indispensabili per trascorrere una vacanza da sogno e all’aria aperta in Alto Adige. Ne parla Patrizia Brunner

oncedersi una vacanza rilassante, a contatto con la natura e all’insegna del benessere pur trovandosi a due passi dal cuore pulsante e pieno di vita della città è possibile. A Merano, infatti, a pochi minuti dal centro cittadino si trova l’Hotel Sittnerhof, che da oltre cinquant’anni fa dell’ospitalità, dell’accoglienza e della cura degli ospiti il proprio fiore all’occhiello. «Quello che offriamo ai nostri clienti – spiega Patrizia Brunner, titolare dell’hotel – è un soggiorno capace di allontanare lo stress della vita quotidiana. Tutto ciò che rende speciale il nostro hotel-residence è stato studiato per soddisfare il bisogno di relax di chi viene a trovarci. Il giardino ricco di piante particolari si trasforma in un paradiso terrestre in cui farsi accarezzare dal sole accanto alla piscina esterna o cercare un posticino riparato dove immergersi nella meditazione o nella lettura. Da non perdere la vista mozzafiato a 360 gradi sul Gruppo Tessa e la Valle dell’Adige dalla terrazza panoramica sul tetto. La colazione e la cena si svolgono nell’accogliente ristorante oppure all’aperto, baciati dal sole mattutino e allietati dal cinguettio degli uccellini». L’Hotel Sittnerhof permette ai propri ospiti di scegliere la soluzione di soggiorno più adatta a ciascuna esigenza, mettendo a disposizione camere,

C

L’Hotel Sittnerhof si trova a Merano www.sittnerhof.it

suite e appartamenti. «Ogni camera, così come ogni spazio comune, è arredata con complementi eleganti, moderni e accoglienti. Vogliamo che chiunque possa sentirsi come a casa propria». A un esterno da cartolina e a stanze di lusso, il Sittnerhof aggiunge anche un ottimo ristorante e una rilassante area benessere. «Nel nostro ristorante – conclude Patrizia Brunner – serviamo piatti tipici della cucina alto-atesina e mediterranea. Ogni pietanza viene accompagnata da vini che produciamo direttamente con le uve dei nostri vigneti. Per scoprire le bellezze dei dintorni, offriamo settimanalmente la navetta gratuita al giardino Botanico Castel Trauttmansdorff e alla Passeggiata Tappeiner, oltre alla camminata accompagnata. Nell’area benessere, poi, sappiamo come coccolare e rigenerare gli ospiti, proponendo bagni rilassanti, massaggi, impacchi e svariati trattamenti di bellezza. E ancora, mettiamo a disposizione dei nostri clienti una sauna finlandese o bio, un bagno turco, un percorso Kneipp, una doccia rivitalizzante e un angolo del tè, oltre naturalmente a una piscina interna con vasca idromassaggio».■ Emanuela Caruso


L’incanto di Siusi Marion e Markus Piccolruaz ci conducono in Val Gardena, tra le Dolomiti patrimonio dell’Unesco. «Una natura fuori dal comune, meta ideale per vari sport, ma anche per il più semplice relax» l’altopiano più grande d’Europa e brilla ormai sia d’estate che d’inverno, grazie a un paesaggio incomparabile e a un’enorme offerta di attività sportive. L’Alpe di Siusi è situata tra i 1700 e i 2000 metri di altitudine nelle Dolomiti altoatesine, patrimonio naturale dell'Unesco. «Nei primi mesi estivi, quando sbocciano i fiori, è di una bellezza rara. Anche durante le altre stagioni è una meta ideale per praticare diverse discipline: dalla mountain bike al trekking sino alle passeggiate in famiglia, dallo sci allo sci da fondo e molto altro. All’Alpe di Siusi sarete sempre circondati dallo Sciliar, dai “Denti di Testarossa” e dal gruppo del Sassolungo». Marion Piccolruaz, titolare dell’Hotel Chalet Tianes insieme al fratello Markus, descrive così le meraviglie della sua terra. La struttura gestita dai Piccolruaz si trova a S. Michele presso Castelrotto, destinazione ideale per vacanzieri alla ricerca di riposo o di un luogo dove stare all’aria aperta. «L'Alpe di Siusi – continua Markus Piccolruaz – è conosciuta in tutto il mondo come comprensorio sciistico ed escursionistico e sarebbe un peccato perdersela. Lo Chalet Hotel Tianes si trova in una posizione privilegiata per gli appassionati escursionisti: attorno all’albergo sono presenti numerosi sentieri per gite e passeggiate verso Castelrotto e dintorni. Inoltre, in tutte le stagioni si possono sperimentare e scoprire molti tipi di sport, anche non comuni, come il parapendio». Azione e relax, due opposti che convivono armonicamente in questo angolo di Dolomiti che è la Val Gardena. «Per questo l’organizzazione del nostro hotel – dice Marion Piccolruaz – è studiata per rendere un soggior-

È

L'ALPE DI SIUSI

È conosciuta in tutto il mondo, sarebbe un peccato perdersela

Lo Chalet Hotel Tianes si trova a Castelrotto - www.hotel-tianes.com

no piacevole in entrambi i casi. Già con il cocktail di benvenuto che offriamo all’arrivo dei nostri clienti, questi possono dimenticare la quotidianità e godersi la tipica arte dell'intaglio gardenese in una vacanza unica. Le nostre radici si riflettono in tutta la casa, anche grazie al grande contributo di nostro padre Walter, uno scultore di grande talento. Lo chalet, poi, è stato completamente ricostruito nel 2010, rispettando la cultura e lo stile altoatesino senza dimenticare la comodità e il lusso di un albergo a quattro stelle superior». L’offerta culinaria è un altro aspetto cui i fratelli Piccolruaz prestano particolare attenzione. «Vogliamo offrire una vacanza gourmet sull’Altopiano dello Sciliar – spiega Markus –. Lo Chalet Tianes offre un trattamento di pensione completa speciale. Grazie alla nostra ricca colazione a buffet, a base di succhi di frutta e varie specialità altoatesine, ogni giornata inizia in modo rilassante. Tutti i pomeriggi, dalle ore 15 alle ore 17, è servito il nostro buffet di dolci. La sera viziamo i nostri ospiti con un menu a scelta di quattro portate e un delizioso buffet di formaggi e insalate. Una volta a settimana, poi, ci spingiamo oltre, con una cena di gala a cinque portate». ■ Emanuela Caruso


VIAGGI Expo 2015 Giugno 2015 • Pag. 26

Trentino Alto Adige Rivive a Bressanone l’artigianato artistico L’amore per la pittura, la scultura, la tradizione presepiale e la creatività si unisce alla sapienza nell’incorniciare l’arte. Il mondo di Jakob Kompatscher

Il fascino della tradizione La storia dell’impero austroungarico rivive ancora oggi in uno dei locali più antichi di Bressanone. L’Oste Scuro - Finsterwirt è una tappa obbligata per chi visita la cittadina altoatesina ste Scuro è uno dei ristoranti più antichi dell’Alto Adige, sui suoi tavoli si sono seduti, nei secoli, arciduchi, scienziati e artisti. Oggi il ristorante è gestito dal proprietario e chef di cucina Hermann Mayr e dalla moglie Maria insieme a tutto lo staff: «Da sempre l’Oste Scuro-Finsterwirt, rappresenta un’istituzione per artisti, uomini politici, scienziati e buongustai di tutto il mondo in virtù delle proposte gastronomiche e dell’ampia scelta di vini pregiati». Quando è nato il locale e qual è la sua storia? «Oste Scuro-Finsterwirt è situato in uno dei più antichi edifici di Bressanone, le cui origini risalgono al tredicesimo secolo. Nel corso degli ultimi restauri è stato possibile riportare in vista sia alcuni dettagli architettonici di quell’epoca, sia l’intonaco gotico rimasto intatto attraverso mezzo millennio. In origine la casa era di proprietà dei canonici del Duomo e nel corso dei secoli ha subito vari rimaneggiamenti. È un’osteria dell’inizio del diciottesimo secolo, quando qui venivano serviti i vini della decima del capitolo del Duomo. A cavallo tra Ottocento e Novecento, il locale venne rilevato da Anton Mayr che vi realizzò la “künstlerstübele”, un ambiente tipico e pieno di fascino che ben presto divenne rinomato. I preziosi arredi, la ricca raccolta di quadri e grafiche di noti artisti, nonché di armi antiche e di vari oggetti d’uso, testimoniavano - e testimoniano ancora oggi - la sensibilità artistica del proprietario, che allestì anche il museo cittadino di Bressanone». Quali importanti personaggi si sono seduti alla tavola dell’osteria? «La fama del locale si estese ben presto a tutto il territorio dell’impero austroungarico, come è dimostrato anche dal registro degli ospiti di allora. Vi possiamo ammirare, tra le altre, le firme dell’arciduca Eugenio, dell’erede al trono, arciduca Fran-

O

Bressanone - Olio su tela dell’artista Federico Romero Bayter

el cuore del pittoresco centro storico di Bressanone c’è un punto di riferimento e d’incontro per tutti gli amanti dell’arte e delle sue mille sfaccettature. È la Galerie Hofburg, diretta da Jakob Kompatscher, che da oltre ventotto anni si dedica con passione e dedizione alla diffusione della cultura artistica. «Conciliare il vincolo della tradizione con la libertà delle moderne tendenze artistiche è una sfida che affronto giornalmente e che cerco di trasmettere ai numerosi visitatori che vengono a scoprire la mia galleria d’arte. Alla Galerie Hofburg, infatti, non diamo soltanto la possibilità di ammirare le opere, ma anche il tempo e lo spazio per parlare, discutere e confrontarsi sull’arte e tutte le tematiche a essa correlate». La collezione raccolta da Jakob Kompatscher comprende figure per presepi dai più famosi artisti Angela Tripi e Marcello Aversa, presepi completi, sculture in legno di vari maestri Sudtirolesi, sculture e dipinti di artisti locali, nazionali e internazionali. «Oltre al commercio di presepi e figure per presepi, molte delle quali modellate in terracotta secondo le più antiche tradizioni, ci occupiamo anche di quadri e dipinti dal tradizionale fino al contemporaneo. Da sempre impegnati nel far avvicinare le persone a un settore fatto di creatività, qualità e opere esigenti, nel corso degli anni ci siamo dedicati anche all’incorniciatura dei quadri. Nel valorizzare, esporre e vendere i nostri quadri incorniciati, ci proponiamo di continuare a portare alta la bandiera dell’artigianato artistico, grazie

N

cesco Ferdinando e della sua consorte, contessa Sofia von Hohenberg, nonché dell’arciduchessa Maria Josefa, madre del futuro imperatore Carlo. Vi troviamo, però, anche registrati artisti come Franz v. Defregger, Köster e Riss, scienziati e altre personalità di spicco». Quali sono le specialità che si possono assaporare nel vostro ristorante? Siete più legati alla tradizione o alla modernità? «I nostri piatti sono tanti, ne cito solo alcuni: tortelloni al grano saraceno, filetto di razza bovina grigia alpina e molti dessert. È nostra cura far legare questa impegnativa tradizione con una gastronomia al livello dei nostri tempi». Per quanto riguarda i vini, quali sono i più importanti del territorio che si possono degustare? «Nella nostra enoteca si posso gustare e comprare vari tipi di vini. Tra gli autoctoni i più importanti sono Lagrein, Schiava rossa, Gewürztraminer. E poi Sylvaner, Kerner, Sauvignon, Pinot Nero, Merlot e Cabernet Sauvignon». ■ NMM

al quale tutta la nostra avventura ha avuto inizio. Ai presepi e ai quadri, si uniscono poi le sculture, realizzate in diversi stili e materiali. Le sculture di Roberto Cipollone detto Ciro, Adriano Colombo, Erich Perathoner e le opere della scultrice Heidi Leitner sono soltanto alcune delle creazioni che si possono ammirare nella nostra galleria». Alla Galerie Hofburg, infine, si portano avanti alcune attività antichissime, diventate oggi simbolo di grande prestigio e abilità artigianale. «“Non esiste arte senza cornice” diceva lo storico dell’arte Louis Marin – conclude Jakob Kompatscher – ecco perché per dare risalto ai nostri oggetti d’arte realizziamo cornici artigianali di elevata qualità e bellezza. A essere abbracciate e avvolte dalle nostre cornici non sono solo dipinti e fotografie, ma anche lauree, diplomi e attestati. Alle cornici, si affianca poi l’attività di legatoria, una delle arti più antiche della storia. Un libro ben rilegato è, infatti, la prova tangibile dell’abilità dell’artigiano». ■ Emanuela Caruso

La Galerie Hofburg si trova a Bressanone (BZ) www.kompatscher.eu


VIAGGI Expo 2015 Pag. 27 • Giugno 2015

La valle delle fragole Un’immersione nello stile di vita della Val Martello. Punto di partenza a 1.530 metri per escursioni e scoperta delle specialità gastronomiche locali. L’ospitalità della famiglia Mair

ere acqua di fonte e assaporare lo speck e lo strudel fatti in casa, come nella migliore tradizione contadina tirolese. Oppure vivere appieno la natura, fra trekking, ciaspole e lezioni di sci di fondo. Rilassarsi con una sauna tradizionale. Sono alcune delle opportunità offerte dall’hotel Waldheim di Martello,

B

località posta nell’omonima valle a 1.530 metri sul livello del mare, laterale della Val Venosta, nel cuore del Parco Nazionale dello Stelvio e nella provincia di Bolzano. «La nostra struttura – spiega il titolare Alexander Mair – vuole regalare l’esperienza di un’immersione nel nostro stile di vita, per questo, oltre alle quattordici camere (per un totale di trenta posti letto), al cen-

tro benessere e al ristorante, organizziamo corsi di enogastronomia locale, degustazioni e iniziative nei dintorni, soprattutto durante l’estate. Proprio davanti al nostro albergo, infatti, è stato allestito un nuovo sentiero che, attraverso i folti boschi di conifere, conduce fino al lago di Gioveretto e anche il sentiero delle fragole rappresenta una novità». Da qui, inoltre, si possono intraprendere anche gite più impegnative. «Per esempio – prosegue Mair – , con una fantastica escursione si raggiunge la Punta di Lasa (a quota 3.305 metri), uno dei punti più panoramici del Südtirol, oppure si arriva sul Cevedale. Di ritorno, potrete riposare nel nostro nuovo centro benessere, dotato di sauna, bagno turco, sauna alle erbe e nel quale scorre soltanto l’acqua certificata della nostra sorgente. Le forze saranno poi del tutto recuperate nelle stube del ristorante, che secondo la stagione propone Schlutzkrapfen (ravioli fatti in casa) con ripieno di spinaci, di ortiche, di asparagi freschi o funghi. Vi suggeriamo la trota affumicata e naturalmente la nostra specialità: lo speck originale sudtirolese. Uno speck compatto e gustoso, che si scioglie in bocca ed è originale, perché viene affumicato dal nostro chef Hermann in modo naturale con erbe aromatiche e fatto maturare per almeno sei mesi, anche fino a un anno». L’hotel Waldheim appartiene alla comunità del cibo

L’hotel e ristorante Waldheim si trova a Martello (BZ) - www.waldheim.info

Martello di Slow Food. «I presidi Slow Food che abbiamo come ingredienti sono la carne di bovino grigio, il pane di segala venostano, il sale marino di Cervia e il pepe nero Rimbàs. Tutti gli altri prodotti vengono acquistati in regione, direttamente dai produttori del Parco Nazionale, che ci forniscono carne bovina, di pecora, di capra, di cervo. E poi ancora trote, formaggio e yogurt biologici della Val Martello, latte e latticini sudtirolesi, le famose fragole della Val Martello, mele, albicocche e asparagi venostani». ■ Luca Càvera



VIAGGI Expo 2015 Pag. 29 • Giugno 2015

Camera con vista Dove la modernità incontra la tradizione. Bressanone, una città che garantisce trecento giorni di sole all’anno nella pace del versante meridionale delle Alpi. L’invito di Martin Pupp

Un tuffo nel Lago di Levico Ha l’aspetto di un fiordo norvegese ma le sue acque sono piacevolmente calde, dove già a maggio si può fare il bagno. È il lago di Levico, raccontato da Andrea Antoniolli on una profondità massima di 38 metri e un’estensione di oltre un chilometro quadrato, il Levico è il secondo lago più grande della Valsugana, in Trentino. Inoltre, insieme al Caldonazzo, è fra i laghi più caldi del Sud Europa. Nonostante ciò, la sua conformazione ricorda da vicino quella di un fiordo norvegese. «Le sponde del lago – ricorda Andrea Antoniolli – sono per lo più circondate dal verde dei boschi, nei quali si possono fare numerose passeggiate rigeneranti, come quella che segue il percorso della suggestiva Via dei pescatori. Infatti, il lago di Levico è uno dei luoghi ideali per praticare la pesca, grazie alle numerose specie ittiche che abitano le sue acque. E oltre a essere considerato uno dei laghi più caldi in Europa – particolarità che permette

C

resente e passato convivono armoniosamente per offrire esperienze indimenticabili di soggiorno. Bressanone, una delle località più note dell’Alto Adige, è la porta di accesso al regno delle Dolomiti, patrimonio naturale consacrato dall’Unesco, e punto di partenza ideale per chi pratica escursionismo e trekking. Nel cuore di questa città, sorge il Designhotel Pupp, circondato dalle perle della cultura, delle attività sportive e dello shopping. Come racconta il titolare della struttura, Martin Pupp: «Bressanone sa offrire un lieto soggiorno a buongustai, escursionisti e avventurieri. Però anche una poco impegnativa passeggiata fra le nostre piccole chiese, sotto i portici medievali e gli idilliaci portoni ad arco ha il suo fascino. Per quanto ci riguarda, come struttura ricettiva, abbiamo creato un nuovo standard in tema di soggiorno. Nel 2011 siamo stati premiati con il premio Architettura in Alto Adige, casa clima A. Proponiamo ai nostri ospiti undici junior suite, ciascuna con un tratto straordinario e inconfondibile. Un’atmosfera elegante e piccoli lussi, come camere con idromassaggio, terrazza panoramica sul tetto e colazione con selezione

P

DOLCE SOGGIORNO

Alla pasticceria Pupp si possono gustare torte, cioccolato, praline e marzapane

Il Designhotel Pupp e la pasticceria Pupp si trovano a Bressanone (BZ) www.small-luxury.it - www.pupp.it

di dolci della pasticceria dell’hotel». A fianco al Designhotel, infatti, si trova la pasticceria Pupp, pietra miliare della storia di Bressanone, che ricorda un passato ricco di tradizione. «Il locale – prosegue Martin Pupp –, esistente già nel 1918, è stato totalmente ristrutturato, trasformandolo in un nostalgico caffè viennese. Vi si possono gustare torte, cioccolato e marzapane, praline e diverse bontà da spalmare: le nostre marmellate di frutti di bosco, prugne, mirtilli, puppella, fragole e altri sapori delle prelibatezze locali». Insomma, un’oasi di pace sul versante meridionale delle Alpi, dove la modernità incontra la tradizione in una città che garantisce trecento giorni di sole all’anno. «Per ogni preferenza di relax abbiamo una risposta, ognuna con una privacy da toccare con mano. La junior suite “Giardino” – declinata in Mela, Albicocca e Prugna – offre uno spazio verde con idromassaggio privato, che invita a una sosta durante la quale godere del dolce far niente. Dalla terra al cielo, la junior suite “Terrazza” invita a passeggiate fra le stelle o sotto il sole. Un ambiente intimo per momenti rilassanti e sogni che si trasformano in realtà». ■ Flavio Odoacre

Il campeggio lago di Levico si trova in località Pleina, presso Levico Terme (TN) - www.lagolevico.com

di fare il bagno già nel mese di maggio –, le sue acque cristalline sono state premiate con la prestigiosa Bandiera Blu 2015». Andrea Antoniolli è il titolare dell’unico campeggio situato direttamente in riva al lago di Levico. «Il nostro camping dispone di un’ampia spiaggia privata in erba controllata dal bagnino, particolarmente adatta quindi alle famiglie con bambini. La struttura è stata pensata proprio per accogliere le famiglie e gli sportivi, ai quali of-

friamo ogni genere di comfort: tre piscine, bar, ristorante, pizzeria, minimarket, piazzole, bagni privati, affitto biciclette, zone sportive e un grande palco calcato da otto animatori internazionali». Il camping, immerso in un panorama di suggestive montagne e verdi colline puntellate di vigneti, diventa così il luogo ideale per una vacanza all’insegna del relax e dell’attività sportiva, per il divertimento di grandi e piccini. «E in più, grazie alla nostra posizione, il camping è il punto di partenza ideale per un viaggio attraverso tutto il Triveneto; dalla nostra posizione è possibile raggiungere facilmente le Dolomiti, il lago di Garda, Venezia, Verona, Bassano, Trento e Bolzano». ■ Vittoria Divaro

LA GUIDA TOP CAMPINGS Esistono tantissimi campeggi in Europa. Alcuni meravigliosi, altri buoni, altri scadenti. Il campeggio lago di Levico ha ottenuto 4 stelle su 5 da Top campings, la guida indipendente ai campeggi di qualità, che lo ha anche incluso nella categoria “migliori campeggi Trentino Alto Adige bungalow”. La guida esprime il grado di qualità percepito dal campeggiatore. L’obiettivo finale di Top campings è quello di fornire un giudizio basato sulla raccolta

di valutazioni del numero più ampio possibile di campeggiatori europei, che spontaneamente finiscono la loro esperienza nelle diverse strutture in cui sono stati ospiti (www.topcampings.it).




VIAGGI Expo 2015 Giugno 2015 • Pag. 32

Piemonte da gustare

I sapori del me Piemont Dalle carni ai dolci, alcuni dei pilastri della cucina piemontese raccontati da un gastronomo appassionato come Bruno Gambarotta

«L

a cucina è un laboratorio, l’ultima isola dell’alchimia, dove si compiono esperimenti e si manipolano i cibi. Ho sempre trovato rilassante cucinare, pulire la verdura, tagliare, provare piatti. Peccato che ormai io sia frenato a casa, guai a usare il burro o il lardo». Bruno Gambarotta non è solo un giornalista, uno scrittore, un autore e conduttore televisivo nonché attore, è anche un buongustaio e un gastronomo incallito, bravo nelle faccende domestiche e tra i fornelli grazie all’influenza del padre, tipografo che a causa di un’alluvione perse il lavoro e si trovò a trascorrere molto tempo dentro le mura domestiche. Tra il serio e il faceto, con lo stile ironico che lo contraddistingue, il giornalista piemontese racconta di come dopo la conduzione del programma televisivo “Cucina Gambarotta” (che però non aveva nulla a che fare con la gastronomia) sia diventato un esperto di cucina «invitato nelle giurie dei concorsi e a coordinare le guide dei ristoranti. È iniziata una

pacchia che prosegue tuttora». Tra assaggi e degustazioni. A suo avviso, quali piatti identificano meglio l’identità piemontese? «Innanzitutto, la bagna caoda, salsa sublime che molti tentano di rendere più civile eliminando l’aglio o facendolo bollire nel latte. Io sono membro della Confraternita della bagna caoda, che storicamente veniva consumata durante la vendemmia dai contadini che non avevano tempo di fermarsi per un pranzo, tornavano in cascina e bagnavano le verdure di stagione in un pentolino con salsa caldissima preparata con olio, aglio e acciughe. E poi il fritto misto di carni, frattaglie, frutta e verdura e il gran bollito misto alla piemontese, di cui anche in questo caso esiste una Confraternita. La ricetta ufficiale prevede sette tagli di carne bovina, sette ammennicoli e le salse tradizionali, tra le quali non possono mancare la “bagnet ross” (salsina rossa), la “bagnet verd” (la salsa verde), la salsa al Cren o rafano e la mostarda d’uva». Le acciughe costituiscono un elemento piuttosto ricorrente nella cucina piemontese. «Sì, lo ha raccontato Nico Orengo nel suo libro “Il salto dell’acciuga” quando ricostruisce la storia delle acciughe, di come furono portate dal mare alle Alpi, sulle vie dei contrabbandieri di sale, sui carri degli acciugai. Le trattorie e le osterie propongono spesso le

Lo scrittore e giornalista Bruno Gambarotta

classiche acciughe al verde, dove le acciughe sotto sale sono condite con olio, mollica di pane intrisa nell’aceto, prezzemolo e aglio». Altre peculiarità della cucina piemontese che segnalerebbe? «Non si possono dimenticare la polenta

e l’influenza di funghi, ceci e fagioli. E poi gli agnolotti del plin (che vuol dire pizzicotto), la“Tôfeja” canavesana, uno stufato di fagioli cotti con la cotenna di maiale e altre parti meno nobili dell’animale che prende il nome dalla caratteristica casseruola panciuta e di

LA POESIA DEL MONFERRATO Con Mauro Demartini ci inoltriamo in un paesaggio straordinario, che custodisce una grande cultura enogastronomica

olline morbide, cascinali disposti sulle cime, vigneti ordinati. Siamo in Monferrato, e più precisamente a Lu, paese povero di le�ere ma ricco di grande tradizione. Per Mauro Demartini, co-titolare del ristorante La Commedia della Pentola, questa è la terra di famiglia e come tale ne vanno rispe�ate le tradizioni. Soprattu�o gastronomiche. «La nostra cucina – dice Demartini – prevede una serie di pia�i tipici monferrini revisionati dalla signora Vilma, puntando su abbinamenti particolari e su menù variabili secondo la stagione, un perfe�o equilibrio fra tradizione e originalità. Tu�i i prodo�i dell'orto e le farine sono dell'azienda agricola Bisoglio di Lu Mon-

C

La Commedia della Pentola si trova a Lu (AL) www.lacommediadellapentola.it

ferrato. Il ristorante, oltre ad offrire un’eccellente cucina “del territorio”, ha optato per una scelta salutista, in modo da servire i più gustosi pia�i monferrini anche a chi soffre di patologie quali diabete, celiachia o ipertensione. La nostra stru�ura, però, non è solo ristorante, ma dispone anche di camere, i cui tre colori tematici si ispirano a tre poesie di Giacomo Leopardi: verde per il canto della luna, azzurro per l’infinito e lilla per il passero solitario. Due camere sono disposte su due piani, sono dotate da 2 a 4 posti le�o, di tv color e di tu�i i comfort». ■ Elena Ricci


VIAGGI Expo 2015 Pag. 33 • Giugno 2015

Il condu�ore e illusionista Marco Berry

La magia della cucina Tra le diverse anime di Marco Berry c’è anche quella di appassionato di cucina. Da vero intenditore l’illusionista ci fa scoprire l’incanto della gastronomia piemontese

terracotta tipica del canavese. La pignatta va collocata nel forno non troppo caldo e lasciata da 5 a 6 ore a seconda della temperatura del forno. La zuppa canavesana è, invece, una minestra preparata con cavolo, brodo, fette di pane raffermo e formaggio, generalmente fontina, data la vicinanza con la Valle d’Aosta. Ci sono i Pes-coj, familiarmente “pesci di cavolo” che corrispondono a foglie di cavolo verza sbollentate, ripiene di carne e cotte. Moncalieri è la capitale della trippa, precotta, bollita e pressata sotto forma di insaccato, che si può consumare tagliata a fette sottili e condita con olio, limone, aglio, prezzemolo e pepe, oppure impanata e fritta». Come definirebbe la cucina piemontese? «Non è una cucina moderna, nel senso che è composta da piatti sostanziosi che non ti fanno lasciare la tavola con un senso di leggerezza. Ad ogni modo, il Piemonte è articolato in territori molto diversi tra loro con altrettanto differenti gastronomie, spesso caratterizzate da contaminazioni con le regioni vicine e dall’impiego di prodotti locali. Basti pensare ai risotti tipici della pianura novarese e vercellese a base di riso, fagioli e salame della duja (tipico di queste zone): la paniscia è la versione del risotto come si gusta a Novara, la panissa è la versione vercellese, meno ricca di verdure». Oltre al cioccolato, qualche indicazione per un gusto più “dolce”? «Il Bonèt è il più tipico e tradizionale dolce piemontese proveniente dalle Langhe e dalle origini molto antiche. La minestra di riso, latte e castagne secche ci ricorda la presenza dei dolci a base di castagne, come ad esempio il Montebianco». ■ Francesca Druidi

allenamento quotidiano, la passione, la voglia di sperimentare. Elementi che accomunano il mago e il cuoco, entrambi chiamati a stupire il proprio pubblico. Lo sa bene il torinese Marco Berry che, grazie anche alla sua innata versatilità, non rinuncia ad alimentare la sua passione per la cucina, coltivata da quando era bambino. Come ha scoperto l’amore per la cucina? «Trascorrevo larga parte della mia giornata con i nonni e il divertimento più grande con mia nonna era cucinare e mettere le mani in pasta. L’aiutavo a preparare gli agnolotti di magro, quelli al sugo, le tagliatelle, le crespelle, i cannelloni, l’arrosto». Crescendo, le cose non sono cambiate. «Mi è sempre piaciuto annusare e assaggiare. È bello potersi ritagliare del tempo dal lavoro per cercare i fornitori e

L’

le materie prime, provando a cimentarsi ai fornelli. L’anno scorso mi sono fatto il regalo di un mese di vacanza che ho trascorso all’Ifse (Italian Food Style Education), la scuola di alta cucina, seguendo un corso di nove ore al giorno per un mese. Il programma prevedeva, in realtà, tre mesi di frequentazione, seguiti da un tirocinio in una cucina. Io ho potuto seguire solo la prima parte, ma già dopo una settimana ho compreso che un mese non sarebbe stato sufficiente per approfondire quanto stavo apprendendo. Interessante anche l’esperienza della rubrica di cui mi sono occupato per un magazine torinese: una volta al mese una visita a uno chef e, con il pretesto di imparare una ricetta, ho appreso le difficoltà legate alla preparazione di un piatto, la volontà di non smettere di porsi domande, di ricercare. Ho scritto

I BIRICHINI

un ristorante sulle piste da sci elegante con doppia tovaglia, le luci giuste, vini di un certo tipo e lo chef che impia�a

un pezzo anche su mia nonna, che ha 98 anni, e le sue crespelle che abbiamo mangiato con gusto». Ha aperto anche un ristorante a Bardonecchia, “I birichini”. «Sì, abbiamo aperto un ristorante sulle piste da sci, ristrutturando quella che era la partenza dello skilift. Ma, anziché farne una grangia, abbiamo proposto qualcosa di diverso: un ristorante elegante con doppia tovaglia, le luci giuste, vini di un certo tipo e lo chef che impiatta». Quali ricette predilige cucinare? «Non cucino dolci, mi concentro sul salato. Mi piace tornare alle origini, preparare la pasta, seguire e “curare” il sugo, un ragù di pollo o di coniglio, e lasciarlo appassire. Inoltre, mi piacciono la carne e il pesce ma la mia preferenza va senza dubbio alla cucina tradizionale piemontese: tagliatelle, tagliolini, agnolotti del plin, crespelle di magro, i piatti che ho imparato a preparare da bambino. Mi piace curare i dettagli di queste ricette». Quali ristoranti consiglierebbe per scoprire la gastronomia piemontese? «Almeno una visita è d’obbligo al “Combal.Zero” dello chef Davide Scabin a Rivoli. Una cucina straordinaria, curiosamente non citata nella Guida Michelin, è quella proposta da Gabriele Torretto nel ristorante “La Valle” a Valle Sauglio Trofarello. Poi farei un salto a Del Cambio di Torino dallo chef Matteo Baronetto, perché è uno dei ristoranti più belli d’Europa, dove vale la pena vivere un’esperienza culinaria e magari avere l’opportunità di visitare la cantina. Qui pasteggiava Camillo Benso Conte di Cavour, perché il locale è situato sulla piazza davanti a Palazzo Carignano, sede del primo Parlamento Italiano. Allo storico le “Tre Galline”, nel Quadrilatero torinese, si possono assaggiare i bolliti che appartengono alla tradizione gastronomica piemontese per eccellenza». ■ Francesca Druidi


VIAGGI Expo 2015 Giugno 2015 • Pag. 34

Piemonte da gustare Le tentazioni di Bacco Scegliere la bottiglia giusta in accordo con il proprio stile. Delfina Gianello e Leonardo Sergi inaugurano un nuovo modo di condurre l’enoteca, “provocando” il palato con un crogiolo di sapori e culture rovare un vino come si prova un abito. È questa una delle idee che hanno ispirato Delfina Gianello e Leonardo Sergi, neo titolari dell’enoteca da Bacco, locale storico torinese del quale hanno preso in mano le redini lo scorso marzo. E le novità sono numerose. «Abbiamo deciso – afferma Leonardo – di aprire tutte le sere per proporre l’aperitivo. Stiamo puntando sulla qualità del cibo e, ovviamente, sulla qualità della proposta alcolica. Abbiamo voluto creare un locale di nicchia, nel quale trovare vini pregiati e non solo. Ad esempio, proponiamo ben trenta diverse etichette di gin. E non è un caso perché accanto all’offerta enologica, suggeriamo numerosi cocktail, soprattutto gin tonic, che Leonardo prepara in diciotto varianti arricchite da frutta ed essenze diverse. Calici e bicchieri, poi, sono accompagnati da percorsi gastronomici alternativi». Ma cosa vuol dire provare un vino come un abito? «Questa è un’enoteca sui generis, dove i vini si assaggiano prima di decidere qual è quello giusto per l’acquisto. Naturalmente, se l’acquirente ha già le idee

P

GUSTI E SAPORI

Stiamo puntando anche sulla qualità del cibo. Calici e cocktail sono accompagnati da percorsi gastronomici alternativi

A Torino meglio che in Costa Azzurra Un punto di riferimento dell’alta gastronomia a base di pesce. Peter Beriss presenta le sue ricette manifesto. Grandi classici dall’insalata di mare alla paella, ricchi di personalità

L’enoteca-bar da Bacco si trova a Torino www.enotecadabaccotorino.it www.facebook.com/enotecadabacco

chiare, non dovrà far altro che chiedere l’etichetta desiderata. Se però c’è la voglia di uscire dalle proprie abitudini enologiche, dopo aver ascoltato il cliente, io consiglio sempre di provare qualcuna delle nostre bottiglie per la mescita e poi decidere». E i nuovi percorsi, da Bacco, non sono soltanto quelli che segue un piemontese quando si accosta ad un vino siciliano o campano. «Ogni settimana – spiega Leonardo – organizziamo una o due serate a tema. Per esempio, la serata dedicata alle tapas spagnole accompagnate da gin tonic. O ancora la serata di polenta e bollicine. Le mie sono un po’ delle provocazioni, ma non trascuro la sostanza. Prosecco e bollicine vengono, infatti, serviti in un bicchiere speciale, che ho fatto realizzare appositamente. Questo ha un punto “perlage” che libera le microbollicine verso l’alto nel bicchiere e apprezzarne così la persistenza, gli aromi e i profumi. E ancora, per settembre, ho già pensato di creare un menù internazionale stagionale degustabile ad ogni ora oltre ai piatti del giorno che serviamo durante la pausa pranzo». Tutto questo perché prima di approdare all’enoteca da Bacco, Leonardo ha girato il mondo e di ogni luogo ha fatto propri i sapori. «Adesso vogliamo proporli e rivisitarli, cercando di offrire sempre gusti e accostamenti alternativi a quello che si beve e si mangia nel quotidiano». ■ Luca Càvera

na summa di tutte le tradizioni mediterranee della cucina di pesce, con l’aggiunta di un tocco di personalità. È la proposta del ristorante Delfino Blu di Torino, gestito e diretto dal cavalier Peter Beriss, chef che, con i suoi trentacinque anni di esperienza, può essere considerato a pieno titolo un punto di riferimento dell’alta enogastronomia torinese. «Nel ristorante – dichiara Beriss – prepariamo piatti per ogni palato: dai piatti di pesce classici alle specialità ai frutti di mare (come il tipico e noto plateau royal), dalla paella al pesce crudo e alla grigliata di pesce. Tutti piatti saranno egregiamente accompagnati dai vini della nostra fornitissima cantina, che ospita le migliori etichette – per qualità e origine – di bianchi e rossi italiani e una curata selezione di vini francesi, champagne e altre bottiglie internazionali». Oltre alla qualità del pescato, però, la vera cifra del Delfino Blu è l’estro del suo chef, che sa presentare in maniera inedita anche la ricetta più consolidata. «Un esempio eclatante – sottolinea Beriss – è l’insalata di mare, che considero un piccolo capolavoro del-

U

Peter Beriss, che dirige il ristorante Delfino Blu di Torino www.ristorantedelfinoblu.net ristorantedelfinoblu@gmail.com www.facebook.com/delfinoblutorino

la mia cucina. Se tra gli ingredienti i frutti di mare sono pressoché sempre gli stessi – naturalmente secondo la disponibilità quotidiana del coquillage, che viene cotto al vapore –, gli altri elementi del piatto, verdurine cotte e crude, sono sempre diversi. In questo modo abbiamo un piatto classico e, al tempo stesso, sempre nuovo. Inoltre, la ricchezza di questa insalata di mare ne fa un pasto quasi completo, al quale suggerisco di far seguire, eventualmente, soltanto un secondo». Sono però diverse le specialità ai frutti di mare proposte dal ristorante torinese. Fra le più conosciute e apprezzate, spiccano il plateau royal e la paella. «Sono stato fra i primi chef – prosegue Beriss –, molti anni fa, a proporre a Torino il plateau royal. Ho deciso di fare mio questo piatto, aggiungendo ai frutti di mare della ricetta francese i prodotti del nostro mare. Dai tartufi di mare al fagiolare, dai calamari ai polipi e ai gamberi siciliani, e ancora gli astici, le cozze, l’aragosta sarda. Insomma, quello che servo ai miei ospiti è un plateau royal alla mia maniera. Altro piatto che mi ha reso celebre fra i torinesi è la paella, anche questa fatta a regola d’arte e rivisitata con l’aggiunta di ingredienti nostrani». Questo angolo di paradiso accoglie gli amanti delle specialità ittiche nel proprio dehor esterno e in una sala riservata interna. «In legno e rame, con un pavimento adorno di tappeti pregiati, il dehor crea un’atmosfera degna dei più bei locali della Croisette francese. Per quanti poi desiderassero un ambiente più raccolto e intimo, abbiamo l’esclusiva Sala Blu Royal, uno spazio di rara bellezza e raffinatezza, dove il calore dell’ambiente è in armonia con le eleganti tonalità degli arredi. Vi si respira uno stile unico e ricercato, adatto per matrimoni, anniversari, cene congressuali, lavorative e altre occasioni». ■ Flavio Odoacre



VIAGGI Expo 2015 Giugno 2015 • Pag. 36

Ospitalità ligure

Tenera è la baia

In un’atmosfera fitzgeraldiana, lo Splendido e lo Splendido Mare di Portofino accolgono da più di un secolo esigenti visitatori da tutto il mondo che amano farsi coccolare sulle rive del Mar Ligure

Ermes De Megni, general manager del Belmond Hotel Splendido & Splendido Mare di Portofino

a storia dell’Hotel Splendido affonda le radici nel passato. Le prime tracce dell’edificio, infatti, risalgono al XVI secolo, quando era ancora un monastero. A seguito dei continui attacchi pirateschi, i monaci lasciarono l’insediamento, che divenne villa privata sino all’inizio del 900 quando venne trasformato in hotel. È questo l’inizio ufficiale di quello che per decenni è stato il buen retiro del jet set e della nobiltà di tutta Europa. Merito non solo della rigorosa attenzione ai visitatori, ma anche della magia del Golfo di Camogli, del borgo di Portofino e del mite clima ligure. Ermes De Megni, general manager degli Hotel Splendido e Splendido Mare, ne ricorda il passato recente. «Nel 1985 Orient Express ha acquistato la proprietà, che a marzo di quest’anno ha riunito sotto il nuovo brand “Belmond” la sua collezione di hotel worldwide». Facendo un veloce excursus, quali le caratteristiche della vostra clientela che più di altre sono cambiate? «Chiaramente i motivi che spingevano i turisti di ieri a viaggiare sono molto diversi da quelli di oggi. Di base rimane la voglia di staccare dalla routine quotidiana e rigenerarsi in questo piccolo angolo di paradiso. Un tempo il turismo era essenzialmente invernale, d’elite, composto soprattutto da inglesi e nordeuropei che soggiornavano in Italia per sfuggire al freddo pungente delle loro terre. Oggi si viaggia con molta facilità, gli spostamenti si sono accorciati

L

in termini di ore grazie ai collegamenti aerei, e grazie a ciò è facile programmare uno short break che solo qualche decennio fa sarebbe stato impensabile». Come sta cambiando il turista oggi? «Le prenotazioni sono non più last minute ma last second e questo richiede da parte degli operatori turistici una grande flessibilità. Essendoci maggiore offerta ci viene richiesto di essere speciali, in particolare di offrire un servizio dal sapore classico ma al tempo stesso glamour e al passo con i tempi, che sappia accontentare i viaggiatori più esigenti. La nostra clientela si concentra maggiormente nei mesi estivi, l’età media si è abbassata e principalmente abbiamo ospiti che si godono qualche giorno di relax lontano dallo stress lavorativo, con la propria famiglia». Giù nel porticciolo di Portofino c’è il Belmond Splendido Mare, che come edificio ha una storia completamente diversa. Se dovesse consigliare una delle due strutture, a chi consiglierebbe una e a chi l’altra? «Lo Splendido Mare è una deliziosa dimora storica, tipicamente ligure, una casa dal sapore marinaresco, che si affaccia sulla piazzetta di Portofino. Acquistata da Orient Express nel 1997, ha 16 camere, ognuna con la sua peculiarità, tra cui la Ava Gardner suite, che con la sua terrazza “abbraccia” letteralmente la baia di Portofino. Personalmente consiglierei a tutti i nostri clienti di soggiornare in entrambe le proprietà: lo Splendido per il suo fascino classico, esclusivo, immerso nella quiete e nel profumo degli ulivi e del mare che lo circondano, magari pernottando nella nuova Dolce Vita suite, con un affaccio spettacolare sulla baia. Lo Splendido Mare, invece, per godere appieno dell’atmosfera rilassata del borgo».

Un visitatore cosa non deve assolutamente mancare di fare nel vostro hotel e nel territorio in cui è immerso? «L’esperienza da provare nel nostro hotel è semplicemente quella di farsi coccolare dal nostro staff, pronto a trasformare il soggiorno in un’esperienza sensoriale, e deliziarsi non solo del panorama ma anche della nostra cucina regionale. Per quanto riguarda le attrazioni

che offre il territorio, in primavera non bisogna lasciarsi sfuggire l’occasione di una passeggiata sul Monte di Portofino e d’estate è d’obbligo un tuffo nelle acque cristalline di San Fruttuoso, un’esperienza velica nel golfo del Tigullio, un light trekking nelle Cinque Terre. Ogni stagione è buona, invece, per perdersi nei vicoli del centro storico genovese». ■ Teresa Bellemo


VIAGGI Expo 2015 Pag. 37 • Giugno 2015

Liguria, tra la terra e il mare Dalla costa alle Alpi Marittime. Una striscia di pochi chilometri che offre prodotti unici, arricchiti dall’incontro con il pescato locale. La dinamica proposta enogastronomica di Luca Bertora racchiude l’essenza del territorio

n tempo paese di pescatori, Laigueglia, in provincia di Savona, sulla costa ligure, conserva ancora l’architettura del borgo marinaro, con il suo centro storico fatto di caratteristiche piazzette e caruggi. Oggi è una celebre località turistica, che attrae soprattutto per il suo mare dal fondale basso e dalla sabbia finissima. Qui lavora Luca Bertora, titolare del ristorante-pizzeria Il Pirata. «Nato nell’entroterra ligure, sono cresciuto nutrendo un profondo rispetto per questo territorio che in pochi chilometri – dal mare alle innevate Alpi Marittime –, nei propri terrazzamenti, è in grado di offrire prodotti unici. Proprio perché crediamo in questo territorio, nel 1987 la mia famiglia ha intrapreso la strada della ristorazione con Il Pirata per promuovere il meglio della terra e del nostro

U

LA SELEZIONE DELLE MATERIE PRIME La ricerca della migliore qualità è costante e quotidiana. Il pescato che propone il ristorante-pizzeria Il Pirata proviene direttamente dai pescatori locali o dal vicino porto di Imperia (spesso durante la cena arriva il pescatore con i pesci ancora vivi). Le altre materie prime sono reperite nelle vicinanze: le verdure provengono sia dall’orto privato, sia dai coltivatori della zona. Invece, il pane, i grissini, i panettoni e tutti i lievitati sono prodotti con pasta madre e cotti nel forno a legna, mentre le paste fresche sono di produzione diretta, così come pure i dolci, dai più semplici canestrelli alle più elaborate torte per cerimonie sino ai gelati. Infine, la farina utilizzata per l’impasto della pizza è di tipo 2 con mantenimento del germe di grano, utilizzando anche in questo caso il lievito naturale.

mare». Il locale propone una vasta scelta di piatti preparati con prodotti genuini, sapientemente cucinati. «Ci contraddistingue una cucina dinamica e tradizionale allo stesso tempo. Produciamo da noi la pasta fresca, così come pure il pane e i grissini, le torte e i dolci per le ricorrenze, come il panettone a lievitazione naturale. Fra i nostri piatti imperdibili, ricordo i tagliolini fatti in casa ai frutti di mare. Ogni giorno, poi, ci sono diverse proposte fresche, che abbinano il pescato, rigorosamente locale, ai sapori e ai profumi dell’entroterra. Se poi si vuole gustare una fragrante pizza cotta nel forno a legna, la scelta varia dalle più classiche agli originali calzoni, fino alle stravaganti pizze in camicia. L’impasto della pizza è preparato con lievitazione naturale, utilizzando una farina di tipo 2, a tutto vantaggio della digeribilità. Per i più golosi, il menù si completa con i dolci fatti in casa: dai cantucci alla storica torta al cioccolato con gelato». Quella che risulta essere la vera specificità del Pirata di Luca Bertora, insomma, è l’eclettismo dell’offerta, perché nello stesso luogo è possibile cenare con una pizza o un’aragosta, bere del semplice Vermentino oppure un grande champagne. «Il nostro menù cambia durante l’anno, oltre ad arricchirsi

UN MENÙ ECLETTICO

Luca Bertora, titolare del ristorante-pizzeria Il Pirata di Laigueglia (SV) - www.pizzeriailpirata.it

Si può gustare una fragrante pizza cotta nel forno a legna o le proposte quotidiane che abbinano il pescato locale ai sapori dell’entroterra

costantemente con una serie di proposte giornaliere che variano in base alle stagioni, al pescato o alla nostra fantasia. In più, cerchiamo di creare sempre nuove ricette, a volte anche rivisitando alcune classiche pietanze liguri, senza però mai tradire l’essenza che le lega alla tradizione e al territorio. Una delle più rappresentative è certamente un primo: le trofie con gamberi di Oneglia e gocce di pesto. È un piatto nato dall’idea di unire le tradizionali trofie al pesto con gli eccezionali gamberi rossi del nostro mare. Le trofie vengono prima saltate con una salsa leggera di pomodorini e gamberi e poi ultimate aggiungendo le gocce di pesto». Nella scelta del vino che accompagnerà il pasto, gli ospiti del Pirata sono affiancati della competenza di due sommelier Fisar pronti a illustrare la lunga carta dei vini, che comprende etichette locali, nazionali e internazionali. «La nostra carta dei vini contiene oltre 250 etichette, fra le quali spiccano naturalmente i tipici vini liguri. La scelta di avere due sommelier in sala arricchisce ed esalta l’abbinamento fra cibo e vino. Chiedere al cliente che vino vuol gustare e poi abbinare il cibo – o viceversa – è la nostra prerogativa, variando e proponendo secondo la stagione i prodotti del territorio. Per esempio, alle crudità di pescato locale potremmo abbinare una Lumassina delle colline savonesi, mentre alle trofie ai gamberi di Oneglia e pesto un classico Pigato Doc. Per finire con una classica grigliata di pescato cotta sulla brace di ulivo da accompagnare con un bel Vermentino Doc». ■ Mauro Terenziano



VIAGGI Expo 2015 Pag. 39 • Giugno 2015

Inchinatevi alla Regina Sci, cultura, benessere, mondanità, meta prediletta del jet set. Benvenuti a Cortina, una delle “sette meraviglie” turistiche d’Italia na località di neppure seimila anime, impostasi nel tempo come gemma del patrimonio turistico mondiale. Cuore mondano delle Dolomiti avvolta in un abbraccio paesaggistico mozzafiato, Cortina d’Ampezzo è un set naturale da cui sono passati una miriade di “very important person” di tutte le arti e di tutte le provenienze: da De Sica padre e figlio, a James Bond in uno degli episodi della sua saga, fino al regista Blake Edwards con la sua mitica Pantera Rosa. Forse perché, fra “preziosi”, ci si intende. «La grande capacità di questo luogo – spiega Stefano Illing, presidente di Cortina Turismo – è di saper rappresentare allo stesso tempo la dolce vita e l’Italian way of life». Le Dolomiti sono piene di località suggestive, eppure Cortina ne è divenuta la regina. A cosa deve la sua esclusività? «Cortina ha una storia gloriosa, un contesto naturale unico, che hanno contribuito a eleggerla meta prediletta del jet set internazionale. Non si contano i nomi del grande cinema, della cultura, dello sport e dell’arte che l’hanno scelta come meta per le proprie vacanze. Un ruolo chiave lo hanno giocato le Olimpiadi del 1956, le prime trasmesse in tv, che hanno definitivamente proclamato Cortina come regina delle Dolomiti. Ma il passato non basta. Per rimanere in questa posizione privilegiata, Cortina deve continuamente trasformarsi, andando incontro alle esigenze e le richieste del mercato». Attraverso quali strategie vi “tenete al passo”? «Il nostro è un servizio diversificato e di qualità, recentemente premiato dalla Fondazione Altagamma col riconoscimento di Cor-

U

tina tra i territori italiani d’eccellenza. Questo lavoro si traduce in un’offerta complessa che valorizza anche il forte dna sportivo della località e si declina in progetti legati alla mountain bike, all’hiking, alla famiglia, al benessere e allo sport. Un carnet di proposte tra i più completi in Italia, in grado di soddisfare diversi target compresi i media, grazie al neonato progetto ‘Cortina tra le righe’». Qual è l’identikit del vostro ospitetipo e come è variato negli anni? «L’ospite oggi cerca elevati standard di qualità e servizi, ma prima di tutto un’esperienza unica da vivere e condividere. Il concetto stesso di lusso si è trasformato, avvicinandosi sempre più a una dimensione di benessere, interiore ed esteriore. Assistere a un tramonto in alta quota, quando le montagne si tingono di rosa, nel silenzio, può diventare un lusso, così come raggiungere la vetta di una montagna accompagnati da esperti conoscitori dei luoghi, capaci di trasmettere la passione e la conoscenza di un territorio. Le scale di valori sono cambiate: adesso l’unicità e le emozioni giocano un ruolo principe». Cortina esercita un enorme fascino anche sui visitatori stranieri. Da quali Paesi registrate i flussi turistici maggiori? «In questi anni, grazie anche a un lavoro mirato sui mercati esteri, sono aumentati i turisti stranieri che vengono da noi in diversi periodi dell’anno. In estate troviamo in particolare tedeschi, turisti di lingua tedesca e giapponesi. Ultimamente registriamo una buona affluenza estiva anche dalla Francia. In inverno abbiamo la presenza sempre più consistente dei Paesi scandinavi. Altri mercati in-

PROPOSTE ESCLUSIVE

Oggi molti fanno vacanze in montagna senza mai me�ere gli sci. E Cortina, in questo senso, offre un ampio palinsesto

vernali chiave sono ancora la Germania, la Russia, il Regno Unito e gli Usa». Da voi non si viene solo per sciare, ma anche per trascorrere una settimana da “divi”. Quali sono gli itinerari e le offerte più interessanti in questo senso? «Sci, neve, sport, eventi internazionali ma non solo. Tendenza degli ultimi anni è trascorrere una vacanza in montagna senza mai mettere gli sci ai piedi. Cortina ha il vantaggio di offrire un ampio palinsesto di proposte collaterali: eventi culturali, musicali, artistici, incontri letterari fino alle esibizioni fotografiche o appuntamenti legati alla montagna. Corso Italia e le vie del centro sono poi un vero e proprio tempio dello shopping: grandi marchi, boutique e negozietti si susseguono raccontando un mondo di tendenze e desideri. Non mancano infine occasioni “leisure” in cui perdersi nei locali del centro tra happening, aperitivi e stuzzichini». Si dice che Cortina nutra la mente, il cuore e il corpo. Soffermiamoci sul corpo: sul piano enogastronomico, cosa ha di esclusivo la proposta ampezzana? «Cortina vanta una proposta gastronomi-

Stefano Illing, presidente del consorzio Cortina Turismo

ca di alto livello. Che ci si trovi nel cuore di Corso Italia o a 2400 metri di altezza, è facile imbattersi in piatti menzionati nelle migliori guide gastronomiche. Attenzione per le materie prime, estrema cura nelle preparazioni e costante ricerca per esaltare i sapori tipici della tradizione rielaborandoli in chiave moderna: questi gli ingredienti che rendono la gastronomia ampezzana un fiore all’occhiello della località. Accanto ai piatti tipici si trovano spesso proposte di pesce e menù originali capaci di raccontare un territorio con vocazione internazionale». ■ Giacomo Govoni


VIAGGI Expo 2015 Giugno 2015 • Pag. 40

Gioielli del Veneto

Il tempio della bellezza e dell’oro La gioielleria è uno dei settori i punta del made in Italy. Per valorizzare la produzione italiana è nato il Museo del Gioiello. La direttrice Alba Cappellieri ci accompagna nelle sale della Basilica Palladiana tra arte, moda e design Italia è leader nella produzione di gioielli tanto a livello creativo quanto manifatturiero ed era impensabile che non ci fosse un museo che potesse raccontare questa eccellenza. A fine 2014 Fiera e Comune di Vicenza hanno deciso di creare uno spazio all’interno della Basilica Palladiana che colmasse questa lacuna e così è nato un museo nel museo. La direzione è stata affidata ad Alba Cappellieri, che abbandonata l’idea di museo tradizionale, “polveroso e noioso” ha deciso di raccontare l’eterogeneità del gioiello italiano attraverso un percorso inedito. Se dovesse accompagnare un visitatore all’interno del Museo del gioiello quale percorso gli consiglierebbe? «Deve semplicemente percorrere un viaggio tra le nove sale espositive. La prima ospita il gioiello come simbolo d’identità, di memoria o come oggetto di lutto o pegno d’amore. Nella seconda c’è il gioiello magico, non bisogna dimenticare che le prime creazioni dell’uomo sono stati amuleti e talismani dal valore terapeutico, mezzi usati per comunicare con gli dei ed esorcizzare morte e malattie. La terza sala è dedicata al valore funzionale del gioiello. Basta pensare agli accessori per capelli o da corpetto, o a quelli per le scarpe come le fibbie che erano una caratteristica del 700. La quarta è dedicata alla bellezza italiana, gioiello come ornamento, intesa come capacità estetica, qualità manifatturiera e qui si trovano esposti tutti i gioielli più belli di produzione italiana contemporanea». È poi la volta delle tre grandi discipline che ruotano attorno al gioiello. «Sì, si parte dalla quinta sala che è

L’

dedicata all’arte, dove è racchiusa l’idea del gioiello come una scultura per il corpo che viene considerato come un muro o una tela bianca. La sesta è dedicata alla moda, qui il gioiello non è un oggetto prezioso nei materiali ma segue le tendenze del momento in fatto di abbigliamento. Proprio in questa sala è ospitato un abito di Gianfranco Ferrè con la relativa spilla che è stata disegnata addirittura prima del vestito. La settima è quella del design, creazioni di progettisti che danno al gioiello nuovi significati, è il caso ad esempio di un anello fischietto, la cui preziosità sta nel concetto e non nel materiale. L’ottava sala è quella delle icone, gioielli che hanno influenzato l’evoluzione stilistica, formale e tecnologica del settore. Qui ci sono gioielli molto antichi, longobardi o romani, in filigrana, in micro mosaico, che raccontano la grande civiltà del

Alba Cappellieri, direttore Museo del Gioiello di Vicenza

passato. L’ultima sala è dedicata al futuro, ed è posizionata di fronte alle icone proprio per testimoniare l’evoluzione e le nuove accezioni del gioiello. Il percorso si conclude con lo spazio dedicato alla scelta del direttore che ospita un solo pezzo per volta. Uno dei fattori che rende il Museo ancora più attrattivo è che ogni sala è affidata a un curatore internazionale che cambia ogni due anni». Come è cambiata la concezione di gioiello nel tempo e quali sono le caratteristiche del gioiello italiano contemporaneo? «Fino agli anni 60 del Novecento, per gioiello si è sempre inteso solo quello realizzato con materiali preziosi, poi le avanguardie artistiche inglesi e olandesi hanno iniziato a introdurre dei materiali non preziosi per rimarcare il valore del concetto. Il gioiello, e le 9 stanze lo dimostrano, è sempre stato un ibrido che ha attraversato mondi e contenuti diversi. Il gioiello italiano esiste ed è uno dei più belli al mondo per tre aspetti. La varietà, che Leon Battista Alberti indicava come una delle caratteristiche del saper fare italiano, che abbiamo raccontato nella mostra di Dubai “The Italian Beauty” che ha avuto un ottimo riscontro, anche perché negli Emirati Arabi sono abituati a un gioiello prezioso solo nei materiali. La bellezza, che è nel nostro Dna, che è armonia e capacità di lavorare su forme, colori e materiali e la capacità della nostra manifattura artigiana e tecnologica al tempo stesso. Dato l’impegno profuso per organizzare questa mostra spero che venga ospitata anche in altri Paesi». ■ Renata Gualtieri


VIAGGI Expo 2015 Pag. 41 • Giugno 2015

A destra Silvio Antiga con Martino Mardersteig durante una visita a Officina Bodoni, Verona

Storie di carattere ed eccellenza italiana Un viaggio all’interno dell’affascinante mondo della tipografia italiana, per salvaguardare la memoria e la trasmissione della cultura legata a un mestiere che amplifica la nostra forza espressiva. Ad accompagnarci è Silvio Antiga a Tipoteca Italiana documenta la storia del design tipografico italiano, in particolare tra la seconda metà dell’Ottocento e gli anni 70 del Novecento. Nel caso dei caratteri mobili, per raccontare la storia dei protagonisti e delle fabbriche di caratteri il percorso espositivo illustra al pubblico anche l’evoluzione degli strumenti per la fusione dei caratteri e la stampa. «Il carattere tipografico - commenta il presidente della fondazione Tipoteca Italiana Silvio Antiga - esprime la sua vita nel momento in cui lascia l’impronta sul foglio di carta grazie all’inchiostro. Chi entra in Tipoteca scopre un mondo tangibile di caratteri e macchine, che permette di capire meglio l’origine di font e stampanti e approfondire i processi della composizione e della stampa dei testi, cogliendo soprattutto la cura e la maestria di chi usava i caratteri consapevole del significato e del valore di una buona tipografia». Come ha custodito negli anni un sapere così antico e come è stato raccolto il materiale conservato? «Le collezioni esposte in Tipoteca sono il risultato di un inesauribile impegno di ricerca e raccolta in Italia. I caratteri e le macchine provengono da tipografie sparse su tut-

L

to il territorio. Da vent’anni, abbiamo intrapreso un viaggio tra le stamperie del nostro Paese, la maggioranza delle quali oggi dismesse. L’idea di custodire e raccogliere questo patrimonio deriva soprattutto da un profondo rispetto per la tipografia e per quanti hanno saputo raggiungere un’eccellenza in questo ambito, unito alla passione per questo mestiere». Come è possibile stimolare l’incontro tra il mondo della tipografia tradizionale e quello digitale? «Oggi, esistono milioni di persone circondati da caratteri in uso e che comunicano attraverso font digitali, senza essere sfiorati dal perché convenga scegliere una font rispetto a un’altra. I caratteri sono strumenti per comunicare, ma vanno usati bene. Soprattutto le scuole di design e di comunicazione visiva dovrebbero incoraggiare laboratori di composizione e stampa, calligrafia e legatoria creativa, per stimolare la conoscenza e l’esperienza di tecniche, che possono amplificare la forza espressiva della comunicazione contemporanea e aggiungere valore e qualità ai prodotti. Negli Stati Uniti, patria della rivoluzione digitale, la tipografia analogica attrae centinaia di studenti e designer. Come ha scritto Umberto Eco, “le sudate carte non scompariranno neppure nell’era del virtuale. In ogni caso meglio continuare a curarle con amore”». Qual è l’interesse dimostrato dalle nuove generazioni per questo mestiere e che tipo di collaborazione esiste con le scuole e le università del territorio e non? «Tipoteca è un working museum, un

In senso orario pannello espositivo con caratteri e fregi di Luigi Melchiori; salone con le macchine tipografiche e sullo sfondo la parete-archivio dei caratteri di piombo (fotografia di Alberto Parise); la composizione a mano (fotografia di Federico Marin)

luogo dove è possibile non solo vedere i materiali esposti, ma fare esperienza della tipografia con i caratteri di piombo e legno. Vi è un interesse, non tanto sorprendente per noi, per tutto ciò che riguarda il mondo del letterpress da parte di tutti i visitatori. La tipografia a caratteri mobili è un’esperienza sensoriale e tangibile, e in un certo senso ridà valore e significato a gesti oggi resi banali come scegliere un carattere, impaginare o dare il comando “stampa”. Ci visitano classi di scuole di ogni ordine e grado, e registriamo una crescente attenzione per i workshop, durante i quali gli studenti, soprattutto dei corsi di grafica, tornano a “sporcarsi le mani”, con coinvolgimento, entusiasmo e passione». Quali i prossimi progetti che impe-

gneranno la Fondazione e gli eventi in programma? «Impegno prioritario della Fondazione rimane il recupero e il restauro di materiali significativi della produzione tipografica italiana, siano caratteri, macchine, stampati o altro. Siamo inoltre quotidianamente coinvolti con le attività didattiche aperte a scolaresche e gruppi di appassionati. Nel periodo estivo, si aggiungono le visite e i workshop di studenti di università americane, che includono Cornuda nel grand tour dell’Italia. Da pochi mesi, Tipoteca ha dato vita a un auditorium, per attività e incontri pubblici, e a una galleria, che ospita mostre temporanee legate al mondo della grafica e della stampa d’arte, come quella di opere in carta a mano di un artista vicentino, Pino Guzzonato». ■ Renata Gualtieri



VIAGGI Expo 2015 Pag. 43 • Giugno 2015

Da sempre con Firenze nel cuore Cesara Buonamici, fiorentina doc, non si stupisce se Firenze viene titolata città più abitabile. Ma ricorda anche che la città deve saper guardare oltre, programmare, per anticipare il suo futuro e radici, in una pianta, sono sempre la parte più difficile da recidere del tutto, perché si insinuano nel terreno, si perdono in esso. Allo stesso modo la città dove si nasce e dove si cresce resta dentro, e nonostante gli anni che passano, permane un forte legame affettivo che impedisce di non interessarsi a ciò che accade nella propria città di origine. È così anche per Cesara Buonamici, volto noto del Tg5, che, nonostante la vita e il lavoro l’abbia ormai portata a vivere a Roma, non smette di volgere lo sguardo alla sua Firenze, dove è nata e dove ha mosso i primi passi nel mondo del giornalismo e dove oggi nelle campagne che circondano il capoluogo toscano gestisce assieme al fratello e alla madre anche un’azienda agricola biologica. Nonostante viva ormai a Roma, ha mantenuto un forte legame con Firenze, dove è nata e ha iniziato la sua carriera giornalistica. Cosa la lega a questa città, fatti salvi gli affetti? «Come si fa a dimenticarsi quel che si è? Io sono nata con lo sguardo sulla città: da Fiesole, sulla mia terrazza, si vede tutta la città. È una vista che non si dimentica. Non è che mi sento fiorentina, sono fiorentina, con i pregi e i difetti del caso. Ed è tardi per cambiare». Ogni città ha, necessariamente, anche dei lati negativi. Quali sono, secondo lei, le mancanze o i difetti principali di Firenze? «C’è un luogo comune, che però ha un fondamento di verità: Firenze è un po’ provinciale nonostante il suo ruolo e significato internazionale. E soprattutto non sembra ave-

L

re ancora scelto il proprio futuro, cioè non avrebbe ancora fatto la sua puntata su qualcosa di definito. Ha perso alcuni punti chiave del suo passato, specie economico, senza averne acquisito di nuovi». Lei, con la sua famiglia, è titolare di un’azienda agricola biologica. Quanto Firenze e, più in generale, la Toscana possono essere terreno fertile per aziende attente alle dinamiche ecosostenibili? «Anche in questo Firenze ha una tradizione. Se si va in giro per la campagna toscana si viene colpiti dal suo aspetto: è tutta coltivata eppure si ha l’impressione di essere immersi nella natura. Qui la combinazione tra natura, colture e abitazione è sempre stata un amalgama speciale, come si trova in pochi luoghi. Qui l’estetica è anche nella produzione della terra. In quale altro luogo viene così spontaneo coltivare in modo naturale?». ■ Teresa Bellemo

La nostra casa in Piazza della Signoria Alessandro e Sonia Pini parlano dell’atmosfera rinascimentale di cui si può fare esperienza solo in un angolo strategico di Firenze a nostra casa è stata costruita alla fine del XIV Secolo e quando iniziarono i lavori di restauro, fu subito chiaro che stavamo lavorando all’interno di un museo». Così, Alessandro e Sonia Pini descrivono la loro Residenza d’Epoca nel pieno centro di Firenze, immersa tra i capolavori architettonici della capitale del Rinascimento. Il nome che hanno scelto per la struttura non lascia dubbi: Inpiazzadellasignoria. «Si trova infatti – continua Alessandro – nell’angolo nord-est della Piazza, proprio all’inizio di via dei Magazzini. Dopo l’acquisto nel 2000 è maturato il progetto di aprirla per condividere con tutti gli amici del mondo l’incanto della piazza e la sua atmosfera magica. Affacciandosi alle finestre, si possono vedere: Piazza della Signoria, il Campanile di Giotto, la Cupola del Brunelleschi, il campanile della Badia Fiorentina e la Torre del Bargello». È un luogo raffinato, l’ideale per chi ama l’arte e l’eleganza tipicamente fiorentina. «La nostra casa dispone di dieci camere,

«L La giornalista Cesara Buonamici

una diversa dall’altra, arredate con mobili di antiquariato, ampie e luminose, di cui alcune con affreschi originali e con vista sulla Piazza. Tutte le camere dispongono di aria condizionata, tv satellitare con SKY, telefono e cassaforte. Infine, all’ultimo piano sono disponibili tre piccoli appartamenti dotati di tutti i comfort con una bellissima vista sulla città». ■ Remo Monreale

La residenza d’epoca Inpiazzadellasignoria si trova a Firenze www.inpiazzadellasignoria.com


VIAGGI Expo 2015 Giugno 2015 • Pag. 44

Scenari toscani

Tempio del relax Posizione panoramica e giardino all’italiana, un magnifico affaccio su Firenze e sullo sfondo i colli toscani. Quello che per molti è solo un’immagine sulla cartolina qui è la quotidianità n hotel che segue le stagioni. Villa San Michele, a Fiesole, chiude nei mesi invernali quasi a voler dire ai suoi ospiti “non vale la pena, se non possiamo offrirvi il massimo”. Anche se il massimo, in questo caso, non dipende da loro. Per quanto possano essere fascinose le brume e qualche fiocco di neve, è nei mesi primaverili ed estivi che il giardino terrazzato prende vita. È con i colori dell’autunno che i colli toscani diventano ancora più suggestivi. Non appena si varca la soglia, si intuisce che in principio Villa San Michele era un convento. Il bureau, infatti, è proprio dove un tempo sorgeva la chiesa. Fu fatto costruire nel 1413, in posizione dominante sulla città, da Niccolò Davanzati, anche se l’aspetto attuale si deve al progetto di ampliamento di Michelangelo Buonarroti. Ma è solo dopo il 1808 che venne trasformato in villa e vennero aggiunti un giardino all’italiana e le serre. La trasformazione in hotel è relativamente recente: dal 1952 Villa San Michele è uno dei più rinomati cinque stelle di Firenze. Ne parla il direttore Marco Novella. Il portale The Leading hotels of the world ha dato il premio “Commitment to quality” al vostro hotel.

U

Marco Novella, direttore dell’hotel Villa San Michele a Fiesole

Cosa ne pensa? «Il premio come miglior hotel in Europa per la qualità è arrivato al termine di un cammino ricco di soddisfazioni e di riconoscimenti. Oltre 50mila lettori della rivista Condé Nast Traveller Usa hanno votato Villa San Michele tra i primi 15 hotel del mondo e primo nella città di Firenze, confermando la nostra posizione di leadership nel mercato dell’hotellerie di lusso in città, in Italia e nel mondo. È un’enorme soddisfazione, frutto di un lavoro molto impegnativo che di anno in anno diventa sempre più mirato a migliorare la qualità percepita dai nostri ospiti». Qual è il vostro punto di forza? «Certamente si tratta di una miscela che

SEDERSI A TAVOLA NELLA NOSTRA LOGGIA

con una vista incantevole su Firenze è come essere trasportati per qualche ora in un’altra dimensione

si rivela poi vincente: investimenti sulla qualità, sulla ricerca e la formazione del nostro personale e sull’innovazione nel servizio, in modo da adattarlo alle esigenze dei viaggiatori di oggi». Come conquistate i vostri visitatori? «Il nostro hotel ha una forte identità e rappresenta un patrimonio unico. I nostri ospiti hanno passione per la scoperta, sono viaggiatori esperti e amanti della cultura in generale, vivono il viaggio come un’esperienza a livello emotivo, sensoriale e conoscitivo. Per farli felici bisogna regalare nuove emozioni e far vivere loro momenti indimenticabili». Sembra perfetto per una fuga dalla routine. Cosa fare, oltre a rilassarsi, ovviamente? «La cucina dello chef Attilio di Fabrizio è il fiore all’occhiello di Villa San Michele, per cui non posso fare a meno di consigliarla. Inoltre, c’è la nostra scuola di cucina, seguita personalmente da lui. Si tratta di un modo non solo per consacrare la gastronomia toscana, ma anche per far vivere ai nostri ospiti un’esperienza fondamentale della cultura del nostro territorio. Sedersi a ta-

vola nella nostra loggia con una vista incantevole su Firenze è come essere trasportati per qualche ora in un’altra dimensione, lontano dalla vita veloce di tutti i giorni. Dai giardini di Villa San Michele si apprezza la più bella vista sulla città e sulle colline che la circondano. Se si vuole uscire per una piccola escursione, a poche centinaia di metri da Villa San Michele, nel centro di Fiesole, c’è una straordinaria area archeologica dove si può apprezzare un bellissimo teatro romano. È una specie di isola spirituale piena di verde e di luce con un fascino prorompente e dalla quale si osserva un panorama mozzafiato». Molte personalità sono state ospiti dell’hotel. C’è qualcosa che l’ha colpita di recente? «Villa San Michele è un luogo di grande ispirazione. Non a caso, siamo stati spettatori, purtroppo senza accorgercene, della nascita di tante creazioni. In ordine di tempo, l’ultima è il libro Inferno di Dan Brown, che ha preso forma partendo proprio da un’idea venuta allo scrittore mentre era ospite della nostra struttura».. ■ Teresa Bellemo


VIAGGI Expo 2015 Pag. 45 • Giugno 2015

Culla del Rinascimento Firenze non vuol dire solo turismo culturale, ma anche business oriented. La struttura ricettiva che soddisfa molteplici esigenze. La parola ad Andrea Bianchi

Il Grand Hotel Mediterraneo si trova a Firenze - www.hotelmediterraneo.com - www.fh-hotels.com

el cuore di Firenze, sulle rive dell’Arno, in una posizione incantevole e tranquilla, a pochi passi da piazza Santa Croce, la catena Fh ha creato uno dei suoi alberghi più prestigiosi: il Grand Hotel Mediterraneo. Situata nella zona più affascinante e centrale della città, la struttura offre agli ospiti un am-

N

biente accogliente che renderà unico il loro soggiorno nella culla del Rinascimento. «La nostra struttura – spiega Andrea Bianchi, direttore dell’hotel Mediterraneo – gode di una bellissima vista panoramica sul fiume, sulle colline e sui principali monumenti fiorentini. Tuttavia, non ci rivolgiamo esclusivamente al target turistico. La nostra struttura, infatti, è anche il luogo perfetto

Accoglienza fiorentina La cucina toscana presentata «con qualche divagazione creativa» e accompagnata da un buon bicchiere di vino e da un’atmosfera conviviale, nella visione di Iacopo Gherardi irenze è indubbiamente una delle capitali italiane della buona tavola. Le sue specialità hanno cambiato le abitudini culinarie di tutta la penisola e hanno conquistato l’immaginario collettivo ben al di là dei confini nazionali. Non deve stupire, quindi, che molte delle migliori offerte nel campo seguano il solco della tradizione toscana. È quanto dimostra l’esperienza di Iacopo Gherardi, co-titolare dell’osteria Il Piacere e dell’enoteca Le Barrique, entrambe di casa a Firenze. «Già dal nome della nostra osteria – dice Gherardi – si intuisce la filosofia che contraddistingue questo locale storico, a due passi dalla città. Si riferisce al piacere con la “P” maiuscola, quello di mangiare cose buone in un ambiente caldo e intimo come una vecchia dimora di campagna. Il locale, recentemente ristrutturato e arredato, si apre letteralmente ai propri ospiti, che potranno sedersi in una delle tre graziose salette arredate in stile diverso ma con lo stesso obiettivo: l’accoglienza». Il menù segue la tradizione della cucina

F

toscana con una chiave interpretativa personale che, però, non altera la sostanza della buona tavola. «Proponiamo piatti tipici della tradizione sia di carne che di pesce – spiega Gherardi – con qualche divagazione creativa. Il giovane ma navigato staff di cucina propone piatti tipici. Per questo, funghi e tartufo non potranno mai mancare sulla vostra tavola, così come i tortelli mugellani al ragù di carne e i pici cacio e pepe, la pappa al pomodoro e la ribollita, l’agnello scottadito, il galletto al

per riunioni, congressi e conferenze, grazie ad ambienti funzionali ed eleganti». Per le sue 331 camere, l’hotel assicura grande comfort e servizi di qualità, esaltati dal calore dell’ospitalità italiana. «Recentemente ristrutturate – prosegue Bianchi –, spaziose e luminose, le camere sono state progettate e arredate nei minimi dettagli. Oggetto di ristrutturazione è stato anche il nuovo centro congressi Il Globo, che è stato dotato di tutte quelle nuove tecnologie utili a garantire il successo di ogni evento. Il Globo dispone di un’ampia gamma di sale riunioni illuminate da luce naturale, due vaste sale principali e molte altre sale più piccole, che possono ospitare da dodici a trecento persone». Completano l’offerta

ricettiva i ristoranti collocati all’interno dell’hotel: Arno, Fiesole e Taverna. «I nostri chef vi faranno assaporare l’eccellenza dell’autentica cucina toscana e fiorentina, oltre ai piatti della gastronomia italiana e internazionale. Inoltre, l’American Bar & Lounge assicura un’ampia scelta di cocktail e drink, da accompagnare con gustosi appetizer oppure con gli assaggi del ricco buffet di piatti caldi e freddi, comodamente seduti nell’area bar o presso la terrazza coperta situata di fronte all’Arno». Il gruppo Fh è stato creato a Firenze nel 1955, estendendo le proprie attività anche a Roma per consentire ai propri ospiti di vivere i più bei luoghi e monumenti italiani. ■ Vittoria Divaro

mattone, la trippa e le salsicce con i fagioli all’uccelletto. E poi ancora, l’osso buco alla fiorentina, il cacciucco alla livornese, il baccalà ai porri, per non parlare della ormai mitica e immancabile bistecca alla fiorentina proposta nei due storici tagli, nel filetto o nella costola. Tutta la pasta è rigorosamente fatta in casa come i dessert e gli ingredienti, sempre freschi e di primissima qualità. E poi il valore aggiunto di questo locale è il sottile filo che lega l’enoteca Le Barrique e la sua osteria, sinonimo di qualità e professionalità assoluta. Infine, possiamo defini-

L’osteria Il Piacere e l’enoteca Le Barrique si trovano a Firenze - www.osteriailpiacere.com

SPECIALITÀ REGIONALI

Funghi e tartufo non mancano mai, così come la fiorentina o i pici cacio e pepe

re ottima la nostra selezione di vini, provenienti da tutta Italia con un ottimo rapporto qualità-prezzo». Per Gherardi, Il Piacere non è un semplice ristorante, «ma un luogo – continua il titolare dell’osteria – dove si viene a trascorrere del tempo piacevole, appunto. Noi cerchiamo di regalare un momento, se possibile, di convivialità: per questo, organizziamo serate di ogni tipo, da quelle a vocazione strettamente enogastronomica a quelle in cui il teatro, la musica e la poesia diventano elementi d’accompagnamento non marginale». ■ Renato Ferretti


VIAGGI Expo 2015 Giugno 2015 • Pag. 46

Scenari toscani

Vittorio Sgarbi, critico e storico dell'arte

Sulle tracce di Piero Da Firenze ad Arezzo. Passando per Monterchi, direzione Sansepolcro e poi Urbino. Un “pellegrinaggio artistico”, guidati da Vittorio Sgarbi, sui luoghi che hanno segnato una delle figure artistiche ancora oggi più amate ed enigmatiche, Piero della Francesca a Firenze all’alta Valle Tiberina, dal cuore della civiltà toscana al confine umbro-romagnolo-marchigiano, fino a raggiungere Urbino. Un percorso chiave per il turista desideroso di mettersi sulle orme di Piero della Francesca. Percorrere questo itinerario significa innanzitutto lanciare uno sguardo al mondo dell’artista, il cui vero nome era Piero di Benedetto de’ Franceschi, ma soprattutto comprendere le tappe salienti della sua parabola creativa. Nel compiere questo viaggio, accompagnati per l’occasione dal critico d’arte Vittorio Sgarbi, si potranno ammirare realtà urbane e paesaggistiche di notevole fascino, inquadrando le vedute che hanno assistito alla vita e all’opera di uno dei più grandi pittori del Quattrocento.

D

FIRENZE Risale al 1439 la documentata presenza di Piero a Firenze, luogo dell’iniziazione artistica del pittore come collaboratore di Domenico Veneziano all’esecuzione degli affreschi della cappella maggiore della Chiesa di Sant’Egidio raffiguranti Le storie della Vergine, oggi purtroppo andati perduti. Per un giovane come Piero, l’odierno capoluogo toscano era una sorta di ombelico del mondo. Culla del Rinascimento, il clima cosmopolita e in costante fermento offriva l’opportunità di assorbire esperienze e conoscenze teoriche dagli artisti più importanti dell’epoca. «Domenico Veneziano – spiega Vittorio Sgarbi – è il riferimento più diretto e logico. La sua figura evoca quella di Paolo Uccello e di Masaccio, probabilmente guardati da Piero della Francesca. La “Pala di S. Lucia dei Magnoli” di Veneziano (conservata agli Uffi-

zi, ndr) è la chiave del passaggio di Piero dalla realtà di Masaccio a una visione “quintessenziata” di pure idee, alla quale concorrono anche Beato Angelico e pittori di area non direttamente toscana come Boccati da Camerino». Gli Uffizi di Firenze permettono oggi di osservare le opere degli artisti che potenzialmente sono stati stimolanti per la formazione di Piero, oltre a custodire, nella Sala Filippo Lippi, l’unica testimonianza pierfrancescana in città: il “Dittico dei duchi di Urbino”, ritratti di Federico da Montefeltro e della moglie Battista Sforza, che assurgono a celebrazioni degli ideali di una corte rinascimentale. Opere che preannunciano il percorso intrapreso da Piero della Francesca tra l’Adriatico e l’Umbria, al servizio di signori alla ricerca di una legittimazione, anche culturale, delle loro conquiste.

AREZZO Spostandoci ad Arezzo, centro dall’origine antichissima a ridosso dell’Appennino toscoromagnolo, una delle maggiori città etrusche prima di diventare strategica città romana, sono almeno due le tappe obbligatorie. La prima è nella Cattedrale, dai tratti gotici, che custodisce le vetrate istoriate di Guillaume de Marcillat e soprattutto La Maddalena di Piero, la cui modernità figurativa è sottolineata dallo spargersi dei capelli sottili sulla spalla e dal rosso acceso del mantello. «In quanto opera solitaria possiede una dimensione statuaria, è un monumento in sé, non si legge come racconto. È interessante studiarla per la sua volumetria moderna e perché si comprende come Piero conquista lo spazio». Dopo aver visitato la Piazza Grande di Arezzo, magari proprio il penultimo sabato di giugno e la prima do-

menica di settembre quando diventa lo scenario per la Giostra del Saracino, si raggiunge la Basilica di San Francesco che ospita, nella cappella Bacci, il ciclo affrescato della Leggenda della Vera Croce. Il lavoro fu commissionato dalla famiglia Bacci a Piero della Francesca, che lo ha eseguito tra il 1452 e il 1466 circa, per sostituire il defunto Bicci di Lorenzo, morto proprio nel 1452 lasciando incompiuta la sua opera. MONTERCHI Da Arezzo si procede fino a Monterchi, borgo incastonato tra due piccole valli, la Val Padonchia e la Val Cerfone, luogo di nascita della madre di Piero della Francesca, Monna Romana. Meritevoli di una visita sono la Chiesa di San Simeone e la chiesa situata all’interno del Monastero di San Benedetto, ma la meta del “pellegrinaggio pierfrancescano” per eccellenza è il museo della “Madonna del Parto”, che accoglie il celebre, omonimo, affresco, realizzato da Piero per l’antica chiesa di Santa Maria Momentana. «Un’opera notevole – commenta Sgarbi – perché la Madonna mostra questo processo di crescita del ventre che è la chiave volumetrica dell’opera, con i due angeli, dalla ieraticità quasi bizantina, che mettono in evidenza il volume della pancia della Madonna posta di tre quarti, che si pone la mano sul ventre in un’immagine sovvertitrice dell’iconografia che esprime una dimensione dove il quotidiano e l’eterno convivono». SANSEPOLCRO Godendo appieno del paesaggio offerto dall’Alta Valle del Tevere, si approda a Sansepolcro, un tempo Borgo San Sepolcro, città natale di Piero della Francesca, dove nacque presumibilmente nel 1412, che ha conservato pressoché inalterato l’assetto urbanistico medioevale, arricchendosi nei secoli di pregevoli edifici rinascimentali e barocchi. Di notevole interesse sono la Cattedrale, il Palazzo delle Laudi, oggi sede del Comune, la Chiesa di Santa Maria delle Grazie, quella di San Francesco e di San Lorenzo, oltre alla piazza Torre di Berta, cuore del centro storico e sede, la seconda domenica di settembre, del tradizionale Palio della Balestra. Del resto, il fulcro dell’intero itinerario pierfrancescano ri-


VIAGGI Expo 2015 Pag. 47 • Giugno 2015

siede qui, in particolare nel Museo civico. Opere come la “Resurrezione”, complessa e osimbolica - definita dallo scrittore Aldous Huxley il più bel dipinto del mondo-; il “Polittico della Misericordia”, commissionatogli dalla confraternita della Misericordia di Sansepolcro nel 1445, con la Madonna che, al centro della composizione, apre il suo manto ad accogliere i devoti inginocchiati; il frammento raffigurante il volto di San Giuliano, rinvenuto nel 1954 nell’antica chiesa di Sant’Agostino e San Ludovico sono qui custoditi, a testimoniare il genio dell’artista del primo rinascimento. Piero, del resto, intrattenne un rapporto continuativo con la propria città, alla quale tornò spesso tra un lavoro e l’altro, tanto che Sansepolcro è presente in diversi scenari figurativi dell’artista, che rimandano in modo evidente ai colori e ai contorni delle sue terre. URBINO Con Duca Federico da Montefeltro, Urbino si trasforma in uno dei centri più fervidi del Rinascimento. In questo scenario Piero ha

realizzato il dipinto più amato da Sgarbi, la “Pala di Montefeltro”, oggi conservata presso la Pinacoteca di Brera di Milano, un tempo nella Chiesa di San Bernardino: «Se fossi ministro della cultura, la ricollocherei, anche solo per breve tempo, nella sede originaria, affinché la scatola architettonica riprodotta nell’opera sia inserita di nuovo nell’altare, indicando un rapporto fondamentale tra lo spazio dipinto e lo spazio reale». A Urbino Piero della Francesca deve aver provato il gusto della sperimentazione e del confronto, vivendo appieno il fervore intellettuale che, con ogni probabilità, ha favorito anche l’attività teorica, sintetizzata nel suo “De Prospectiva pingendi”. «Le architetture di Urbino costituiscono l’emanazione, attraverso il Laurana, del pensiero del pittore biturgense. Il Palazzo Ducale è la traduzione in architettura del suo pensiero pittorico, intimamente architettonico e progettuale». La Galleria Nazionale delle Marche, ospitata oggi nel Palazzo Ducale, individua il cuore della tappa urbinate in quanto accoglie nell’”appartamento del Duca” l’enigmatica “Flagellazione”, oggetto delle indagini di molti storici, e “La Madonna di Senigallia”, celebre per il suo impiego della prospettiva e dei colori, che Piero dipinse in occasione del matrimonio della figlia del Duca di Montefeltro con Giovanni della Rovere. ■ Francesca Druidi

Locanda di tradizione Federico Bagagli, Carmela Ruoppo, Leonardo Luongo e Anna Rigante ricostruiscono la storia di una struttura senese che ha fatto del rispetto del passato e del calore dell’ospitalità le sue prerogative

UN’ANTICA CASA COLONICA La serenità della campagna toscana. I suoi piccoli paesi ricchi di storia e di tradizioni. Un soggiorno presso Guido Bevilacqua iamo nel cuore del Chianti Classico, a pochi chilometri di strada sterrata dal borgo di Volpaia, nel comune di Radda in Chianti. Qui, a 600 metri di altitudine, dai quali con uno sguardo si coglie il più bel paesaggio del Chianti Classico, in una grande casa colonica del XVI secolo, fra boschi, ulivi e vigne, si trova il country hotel La Locanda di Guido Bevilacqua. «Un soggiorno da noi è un’occasione unica per apprezzare la serenità della campagna toscana e per visitare i piccoli paesi dei dintorni, ricchi di storia e di tradizioni, nonché naturalmente le magnifiche cantine, alla scoperta degli antichi sapori. Inoltre, se amate guidare circondati da splendidi paesaggi, potrete raggiungere Fienze e Siena in un'ora, San Gimignano e Arezzo in un’ora e mezza». La Locanda nasce dal recupero di un antico podere. L’atmosfera e l’ospitalità sono quelle di un’allegra e confortevole dimora. «La casa colonica – prosegue Bevilacqua – è interamente

S

ri e della semplicità delle ricette tipiche. «La nostra tavola – racconta Federico Bagagli, che con Carmela Ruoppo e Anna Rigante gestisce la struttura – è caratterizzata da un ambiente rustico ma elegante. I diversi menù di degustazione sono un vero e proprio viaggio nella buona cucina senese e toscana, con piatti preparati secondo le antiche ricette e con i prodotti genuini che le offre l’alternarsi delle stagioni. Così, si inizia con gli antipasti di salumi senesi tagliati al coltello e si prosegue con il tortello classico toscano, la La Locanda del Ponte si trova in località Ponte a Macereto, presso Monticiano (SI) www.locandadelponte.it

e terre a cavallo fra le province di Siena e Grosseto sono la base ideale per visitare i tesori circostanti, dalle grandi abbazie di San Galgano, Sant’Antimo, Monte Oliveto e Santa Mustiola ai centri fortificati di Monteriggioni e San Gimignano, di cui si ammira ancora l’origine medievale. E

L

poi ci sono le valli del Farma e del Merse, le pareti rocciose, i grandiosi faggi, la rigogliosa flora della foresta dei Rocconi sul vicino Monte Amiata. Sono queste e molte altre le bellezze che circondano l’antica Locanda del Ponte, ristorante e hotel senese in cui il calore informale dell’ospitalità toscana si fonde con il gusto degli antichi sapo-

La Locanda Country Hotel si trova in località Montanino di Volpaia, presso Radda in Chianti (SI) www.lalocanda.it

occupata dalle sette camere da letto. La vecchia stalla è stata adibita a soggiorno con camino, libreria e bar. Da qui si accede alla terrazza, dove in estate viene servita la prima colazione. Subito dopo si può iniziare una passeggiata lungo uno dei molti sentieri che da qui si dipartono». ■ Valerio Germanico

pappa al pomodoro, la cacciagione, il maialino da latte con tortino di patate e rosmarino o lo squisito capretto arrosto con timballo di verdure gratinate». A completare l’offerta culinaria dello chef Leonardo Luongo, poi, contribuiscono i vini. «Ci troviamo in una zona Doc – aggiunge Anna Rigante –, in un territorio ricoperto da fitti boschi e vigneti. Passeggiare in questo microcosmo ha il sapore esclusivo e il ritmo lento di una degustazione di vini pregiati». Dopo una giornata di escursioni e scoperte, le camere della Locanda del Ponte saranno il perfetto rifugio per riposare in attesa di una nuova giornata. «Mettiamo a disposizione dei nostri ospiti 63 camere eleganti e spaziose – prosegue Rigante –, tutte arredate rigorosamente in stile toscano, coi pavimenti in cotto e i caratteristici soffitti con travi a vista. Il fascino della pietra a vista è stato recuperato con la recente ristrutturazione, per non perdere la storia raccontata da queste mura». La storia della Locanda del Ponte, infatti, risale ai primi decenni del Cinquecento, quando per secoli fu il ritrovo dei contadini del luogo e punto di posta per i mercanti. Dalla fantasia popolare sono nate molte leggende nei secoli, che ancora oggi risuonano nelle canzoni e nei sonetti. E altre ne nasceranno, ricordano gli eventi eccezionali degli ultimi decenni, come quando, negli anni Sessanta del Novecento, accolse il set cinematografico del film di Luigi Comencini “La ragazza di Bube”, interpretato da Claudia Cardinale. ■ Luca Càvera


VIAGGI Expo 2015 Giugno 2015 • Pag. 48

Scenari toscani Scoprire la Maremma Ad Ansedonia, grazie all’Hotel Ristorante Vinicio si vive il piacere del turismo balneare ma si scoprono anche le meraviglie paesaggistiche e gastronomiche di una terra selvaggia e al contempo storica ircondata dalla zona archeologica con le rovine dell’antica città di Cosa, dalle pendici a ridosso del mare, dai resti del porto romano e da una vegetazione selvaggia, capace di affascinare lo sguardo di qualsiasi osservatore o turista, Ansedonia è un piccolo promontorio roccioso che si affaccia sulle limpide e fresche acque dell’Argentario. A pochi metri di distanza tanto dalla spiaggia di Feniglia quanto da quella della Tagliata Etrusca, in questa parte della Maremma è possibile non solo trascorrere piacevoli vacanze al mare, ma anche scoprire la natura, la storia, l’arte, il folklore e la cucina della Toscana e del suo entroterra. E se l’esperienza culinaria è l’aspetto della propria vacanza su cui si vuole maggiormente puntare, allora non resta che far visita all’Hotel Ristorante Vinicio, immerso nella macchia mediterranea e situato al centro del colle di Ansedonia. Al Vinicio viene servita la cucina tipica e tradizionale della Maremma, i cui piatti più richiesti e apprezzati sono sicuramente quelli a base di pesce, preparati ancora oggi seguendo le ricette di una volta. Risotto ai tre colori zucca, scampi e zafferano; spigola in crosta di patate e cruditè sono soltanto alcune delle prelibatezze di mare con cui lo staff altamente qualificato del ristorante sa conquistare i palati dei propri ospiti. Al Vinicio, struttura ricettiva tre stelle, è inoltre possibile alloggiare, anche per lunghi periodi avendo a disposizione ogni tipo di confort necessario a rendere rilassante e appagante una vacanza o un weekend di stacco dalla routine quotidiana. Tutte le ca-

C

Dentro il paesaggio È questa la forza di questo territorio, rimasto in mano alla natura che sapiente lo ha reso una meta che ammalia, divisa tra un mare turchese e dolci colline boschive

grandi spazi aperti, le distese di boschi e di pinete costiere, il paesaggio delle colline dell’interno che mantiene una struttura di altri tempi, con molte siepi e querce camporili. E poi la grande diversità di habitat, dalle isole di Giglio e Giannutri, fino alle faggete secolari del Monte Amiata. Sono questi i segreti della bellezza della Maremma, un territorio a bassa densità di abitazione, senza industrie e gradi insediamenti, che da sempre ha lasciato alla natura il compito di disegnarne il paesaggio. L’uomo è poi intervenuto, ma questa volta non per modificarlo, piuttosto per arricchirlo e tutelarlo. Va in questa direzione la presenza di una rete di aree protette, che dalla costa si spinge fino alle vette dell’interno. Il compito di svelarne la bellezza nascosta è di Andrea Sforzi, direttore del Museo di Storia naturale della Maremma. Il Museo di Storia naturale quale offerta propone per far scoprire questi territori ai visitatori? «Tutto il percorso espositivo è strutturato per emozionare e far appassionare ai paesaggi e ai dettagli naturalistici di questa terra. Si spazia dalla ricchezza in minerali del sottosuolo alla rilevanza dei fossili che coprono un ampissimo arco temporale, alle aree umide costiere, fino al percorso ecologico, che riproduce le più importanti specie animali e vegetali di ogni

I

habitat, dalle isole alle aree montuose, fino alle grotte». A livello di fauna quali le particolarità della Maremma? «Una è l’oreopiteco simbolo del nostro museo. Si tratta di una scimmia fossile vissuta circa 10 milioni di anni fa, che poi si è estinta assieme a tutta la fauna endemica dell’isola miocenica che allora collegava l’attuale Sardegna all’attuale Maremma. Lo scheletro dell’ominide fu scoperto nel 1958 a Baccinello, vicino a Scansano, da due minatori. Il primate antropomorfo fossile, definito “Sandrone”, fu poi identificato dal paleontologo Johannes Hürzeler, che lo classificò come l’anello di congiunzione tra l’uomo e la scimmia». Se dovesse fare da Cicerone a un neofita della Maremma, dove lo porterebbe per fargliela apprezzare appieno, soprattutto ora, nella stagione calda? «Innanzi tutto al Museo di Storia naturale della Maremma, poi lascerei scegliere ai visitatori l’aspetto che più ha entusiasmato tra i molti diorami – ricostruzioni multimediali di ambienti naturali – per programmare un’uscita. Non perderei quindi l’occasione di tornare al Museo, in questo modo si potrebbe provare tutti insieme a dare un nome alle piante e agli animali che si sono potuti osservare dal vivo». ■ Teresa Bellemo

mere sono arredate con stile e gusto e dispongono di bagno completo, tv, aria condizionata, frigo bar e servizio internet con linea wi-fi; il giardino coltivato a macchia mediterranea concede ai clienti un angolo di paradiso dove ritrovare le forze e apprezzare la bellezza della natura; le terrazze del ristorante offrono una vista panoramica del bellissimo paesaggio toscano. L’Hotel Ristorante Vinicio, inoltre, dispone di campi da tennis dove vengono organizzati tornei per adulti e corsi rivolti anche ai bambini. ■ Emanuela Caruso

MAREMMA A TAVOLA

La cucina è quella tipica del territorio, con pia�i a base di pesce fresco e cruditè

L’Hotel Ristorante Vinicio si trova ad Ansedonia-Orbetello (GR) - www.vinicio.it


VIAGGI Expo 2015 Pag. 49 • Giugno 2015

L’eredità dei Cappuccini Con Stefano Masserini a San Gimignano, patrimonio dell’umanità decretato dall’Unesco. Le sue torri e l’architettura medievale invitano al soggiorno turisti da tutto il mondo el 1587, per volontà del Popolo, fu eretto un convento dedicato ai frati Cappuccini che avevano aiutato la popolazione in difficoltà: una sorta di autotassazione e una grande opera corale. Siamo in provincia di Siena e più precisamente a San Gimignano, patrimonio mondiale dell’umanità riconosciuto dall’Unesco, celebre per le sue torri di epoca medievali. Ma, come dimostra il convento tardo rinascimentale, il patrimonio artistico della città senese non si ferma all’architettura dell’età dei Comuni. Ne parla Stefano Masserini, general manager dell’hotel ricavato nella struttura un tempo dedicati ai Cappuccini. «La testimonianza dei primi interventi – spiega Masserini – risale alla fine del 1500. Ma a ben vedere anche il Convento e la chiesa annessa, La Collegiata, da cui prende il nome l’hotel, è in uno stile antecedente al tardo rinascimento. Durante il periodo delle spoliazioni dei beni ecclesiastici, con la discesa di Napoleone, il Con-

N

vento fu occupato e attraversò un periodo di abbandono. Nel Novecento il complesso divenne residenza estiva dei Guicciardini-Strozzi. Nel 1988, due fiorentini attivi nella finanza milanese decisero di investire nell’operazione che ha portato all’apertura dell’hotel». Oggi La Collegiata è una struttura alberghiera predisposta per il turismo che San Gimignano riesce ad attrarre da tutto il mondo. «Il nostro hotel – dice Masserini – dispone di 20 camere e una suite con uno sguardo a 360 gradi sulla vallata, che guarda le torri di San Gimignano. Ogni stanza ha un particolare architettonico o un colore che la differenzia dalle altre: dallo stile più rustico della dependance, al doppio livello, negli ambienti della torre, con un grande idromassaggio al piano superiore. Le camere sono tutte arredate nello stile sobrio della campagna toscana, con i colori tipici dei palazzi senesi sui toni dell'ocra, del verde scuro e del bordeaux, con qualche tocco di blu. Marmi e travertino rivestono i bagni».

Una stella in Val d’Elsa Stefano Masserini ci porta nelle terre senesi, dove le ricette tipiche del mondo contadino vengono reinterpretate attraverso un approccio moderno e le tecniche più sofisticate osa significa modernità tra pentole e fornelli? La tendenza attuale, percorsa anche dagli chef più noti, è di ritornare alle specialità del proprio territorio di origine, mentre non molti anni fa i voli pindarici dei cuochi più ambiziosi cercavano di solleticare la fantasia degli ospiti. È bello tornare alle tradizioni cui si appartiene. «Ma, com’è ovvio, questo non basta: l’arte culinaria ha bisogno di competenze e creatività che vanno al di là delle ricette contadine». Spiega così il suo impegno Stefano Masserini, general manager del ristorante “Il Colombaio”. Il posto, segnalato da molte guide celebri e considerato tra i migliori in Toscana, si trova in un piccolo borgo appena fuori dalle mura del paese medievale di Casole d'Elsa, nella parte alta della Val d'Elsa, ai margini della provincia di Siena e poco distante da San Gimignano e Volterra. «Il ristorante, di grande charme, è piccolo ma molto raffinato, curato nei dettagli e offre una cucina di qualità. Viene usata una particolare attenzione ai prodotti, privilegiando quelli locali,

C

L’hotel La Collegiata si trova a san Gimignano (SI) www.lacollegiata.it

Il patrimonio di San Gimignano non si ferma all’età dei Comuni

Annesso all’hotel si trova il Ristorante “L'Eco Divino”. «Questo ambiente – continua il general manager dell’albergo – è stato ricavato dall'ex chiesa del convento. La cucina è ispirata ai sapori della tradizione toscana, seguendo la stagionalità e una scelta mirata a valorizzare i prodotti locali con una cura particolare nella selezione delle materie prime. Lo stile è quello di una rivisitazione nella presentazione e nella fattura dei piatti tipici, con un’attenzione anche nell’abbinamento dei vini, orientata esclusivamente ai vini toscani». ■ Elena Ricci

nel pieno rispetto della natura e dei suoi cicli. E da qualche tempo il nostro grande chef, Maurizio Bardotti, è stato insignito di una stella Michelin. Con lui abbiamo raggiunto una cucina moderna, che rielabora il meglio dell’arte culinaria locale attraverso le tecniche contemporanee più raffinate. Per Bardotti, la modernità della cucina aggiunge qualcosa anche ai piatti più semplici, sui quali si può intervenire con creatività, sia riguardo alla presentazione sia per una preparazione ad hoc, rendendoli degli esempi emblematici della migliore cucina gourmet contemporanea. L’uovo alla pochè, per esempio, ha una base di parmigiano da vacche rosse, un prodotto eccezionale, al quale si unisce un altro ingrediente molto importante nella tradizione toscana come fave fresche; intorno abbiamo posto

dei bignè salati con crema di fave; sotto l’uovo si stende un’altra crema di tartufo con scaglie di tartufo a coprire il tutto. Come si vede, l’abbinamento è tipico delle ricette toscane, ma Bardotti ha studiato a lungo la sua presentazione: l’uovo è dentro una carta trasparente per la cottura, per la quale ha dovuto compiere tante prove prima di arrivare alla temperatura giusta. È il nostro piatto forse più famoso. Nel tentativo di mantenersi fedeli alla tradizione, va iscritto anche il nostro risotto con il formaggio erborinato, altra specialità toscana, detto anche il Blu del Chianti, molto simile al Gorgonzola. Ma anche in questo caso l’artigianalità di chi lo produce conferisce un sapore assolutamente irripetibile. Forse risiede in questo tipo di ricerca il futuro della cucina italiana». ■ Renato Ferretti

ARTE E STORIA

In basso, uovo alla pochè e risotto al formaggio erborinato, ricette dello chef Maurizio Bardotti. Il ristorante “Il Colombaio” si trova a Casole D'Elsa (SI) - www.ilcolombaio.it

SAPORI MODERNI

Una cucina che rielabora l’arte culinaria locale con le tecniche più raffinate


VIAGGI Expo 2015 Giugno 2015 • Pag. 50

Scenari toscani Comunicare il vino La Toscana può essere considerata il paradiso dei sommelier. Ma non mancano le sfide per questa professione al servizio del gusto e dell’olfatto. Ne parla Osvaldo Baroncelli, presidente di Ais Toscana alla Danimarca è giunta l’inquietante notizia di un progetto di ricerca volto a sviluppare “robot-degustatori” che potrebbero sostituire, nel prossimo futuro, i sommelier. Uno scenario che si prospetta fortunatamente ancora remoto e che, con tutta probabilità, farebbe fatica a prendere piede nel nostro Paese. «Un vero appassionato non apprezza soltanto il vino, ma tutta la sua storia e le piacevoli sensazioni che è in grado di suscitare», spiega Osvaldo Baroncelli, presidente di Ais Toscana. Sono affidate al sommelier la divulgazione di informazioni legate a terroir e produttori. «Al sommelier oggi non viene più richiesto soltanto di “raccontare” le caratteristiche organolettiche di un vino, ma di trasmettere a chi lo ascolta emozioni e quel pizzico di curiosità che spinge ogni appassionato a volerne poi sapere ancora di più. Suggestioni che si respirano quando si impara a conoscere la storia del territorio in cui un vino trae origine, ma anche quando si vanno a scoprire i tratti identificativi dell’azienda che lo ha prodotto. Se si tratta di produttori “storici”, la storia della famiglia e della sua secolare tradizione enologica, può addirittura rappresentare un biglietto da visita più affascinante delle caratteristiche organolettiche, pur eccellenti, del vino stesso». Si può parlare di un minimo comune denominatore per i vini della Toscana? «La Toscana è estremamente poliedrica dal punto di vista paesaggistico articolata in mare, montagne e campagne: proprio per le differenti condizioni climatiche che caratterizzano questi “habitat”, non si può dare una impronta comune ai suoi vini, ognuno dei quali diventa un’opera d’arte unica nel suo genere. Ma un minimo comun denominatore per tutti i vini toscani esiste ed è rappresentato dall’elevata professionalità dei produttori i quali riescono a esaltare l’anima del vino, come del territorio di cui rappresenta un’eccellenza». Quali sono le zone vinicole e i vini toscani che lei predilige? «Tutta la Toscana è un vero scrigno di gioielli per chi, come me, ama il vino nella sua componente più emozionale. Tra le aree predilette ci sono le zone vinicole già tradizionalmente note che rientrano nella provincia di Siena e del Grossetano, culle di grandi vini che hanno fatto la storia dell’enologia toscana. Ma vorrei focalizzare l’attenzione anche su una zona la cui notorietà “enologica” è più recente, ovvero le colline del Pratese,

D

IL PANORAMA DEL CHIANTI CLASSICO ESPRESSIONE DI TOSCANITÀ La Toscana più schietta e autentica si respira a Ricavo e si assapora nei piatti della tradizione e nelle etichette della Docg del Gallo Nero Osvaldo Baroncelli, presidente dell’Associazione Sommelier Toscana

in particolare della zona di Carmignano: gli ultimi anni – grazie a vendemmie eccellenti e importanti riconoscimenti tributati dai massimi esperti a questo vino - hanno fatto conoscere, anche al di fuori di questa zona, le infinite potenzialità di questo territorio, che va quindi a inserirsi a pieno titolo nella mappa dell’enologia Toscana d’eccellenza per essere al top del mondo». Lei è al suo terzo mandato come presidente di Ais Toscana. Come vede il futuro del sommelier? E quali sono i temi sui quali si concentrerà l’Associazione? «In questi anni, ho visto cambiare molto la figura del sommelier, in senso migliorativo: questa professionalità si è, infatti, arricchita di nuove competenze e nuovi strumenti di comunicazione del vino. Oggi il futuro del sommelier è legato non solo alla qualità della tecnica di servizio, che negli anni ha comunque subìto importanti evoluzioni, ma anche e soprattutto alla comunicazione, con tecniche sempre più marcate nel promuovere in modo moderno la funzione della sommellerie. La sfida che l’Ais Toscana intende lanciare per dare a questa figura professionale un ruolo sempre più centrale nella diffusione della cultura del vino, è legata essenzialmente alla promozione della didattica, alla valorizzazione delle attività di delegazione, allo stretto rapporto con i produttori, gli enti e le istituzioni, in particolare le scuole alberghiere e il mondo universitario». ■ Francesca Druidi

a Tenuta di Ricavo, borgo di origine medioevale, sorge fra le colline dolci e ondulate del Chianti Classico, in un territorio che è la più completa sintesi tra arte e natura, tra uomo e ambiente, tra razionalità e spontaneità. Incastonata in un succedersi di boschi ancora selvaggi e di prati, di vigneti e uliveti, macchie residue, geometrie e abbandoni, asprezze e amori. Adagiata su una collina esa�amente a metà tra le importanti ci�à di Firenze e Siena, nel comune di Castellina in Chianti, la Tenuta, da possedimento martoriato dalla guerra e abbandonato al degrado è progressivamente rinata, dapprima, negli anni cinquanta come tranquillo rifugio familiare della famiglia Scotoni, quindi ad opera di Mara Scotoni a elegante ma non lussuoso hotel di campagna. Oggi il borgo originario si presenta come un hotel a quattro stelle, immerso in una riserva naturale di 160 e�ari dove ad accogliervi, in una struttura accuratamente ristru�urata senza tuttavia perdere il tradizionale fascino toscano, troviamo con Alessandro Leonardo Lobrano-Scotoni, già la quarta generazione di albergatori figlia di una tradizione che trasme�e ai loro ospiti un po’ di quell’amore per questi paesaggi che già ha ispirato famosi pi�ori del passato. Una località ideale per il viaggiatore a�ento e curioso, sensibile al fascino della storia e della cultura. Qui, la chiesa, il piccolo cimitero e le case in

L

L’hotel Tenuta di Ricavo si trova a Castellina in Chianti (SI) - www.ricavo.com

pietra hanno il magico potere di riportare nel passato. Un passato inteso in senso di tradizione, che troviamo, sempre con uno sguardo al presente, anche sulla tavola della Pecora Nera, il ristorante dell’hotel. Dove, nonostante il nome, lo Chef Massimo Giorno offre il meglio della tradizione culinaria toscana da sempre sinonimo di qualità e stagionalità dei prodo�i. Il pane, i grissini e la pasta fresca sono fa�i in casa, i secondi di carne come l’agnello, la classica tagliata di manzo e il galle�o, co�i alla brace. Al menù à la carte, di volta in volta si aggiungono dei fuori menù, che variano ogni giorno e seguono l’alternarsi delle stagioni e dei loro fru�i. Il tu�o abbinato alle etiche�e di aziende vinicole a�entamente selezionate all’interno della zona di produzione del Chianti Classico, così da presentare un panorama completo e ragionato della Docg del Gallo Nero. Anche se qualche piccolo sconfinamento nei territori vicini è ammesso, come nel caso del Brunello di Montalcino, o del Nobile di Montepulciano e, per citare un bianco, la famosa Vernaccia di San Gimignano, bellissimo borgo medievale le cui famose torri, in una giornata limpida si possono scorgere dai confini della tenuta. Con la sua tipicità toscana, l’hotel Tenuta di Ricavo, aperto da aprile a o�obre, a�rae presenze pressoché da tu�o il mondo, e la ragione è semplice: qui si respira una toscanità senza forzature che si esprime in maniera spontanea. Basta entrare nel territorio del Chianti per distinguerne subito i tra�i cara�eristici. E ciò si coglie a ogni angolo di strada e non ci vuole poi molto per capire che tu�o, come qui a Ricavo, il bosco e la macchia, la stradicciola bianca, il cipresso orfano figlio del vento e il suo madonnino è fru�o di un’altissima civiltà che nulla ha di “contadino” se a tale agge�ivo si vuole anne�ere una qualifica di ignoranza, ma è fa�o di cultura, è il sogno rinascimentale della ci�à perfe�a di Leon Ba�ista e di Leonardo. ■ Luca Càvera


VIAGGI Expo 2015 Pag. 51 • Giugno 2015

È la festa del Barbarossa Tra suggestive pievi medievali nel cuore della Val d’Orcia, a San Quirico si rievoca ogni anno un passato dal sapore imperiale er fare la storia non servono per forza scenografie colossali ed effetti speciali. A volte basta un piccolo borgo, popolato da poche migliaia di anime, ma che ha saputo custodire intatte le tracce di un passato glorioso. È il caso di San Quirico d’Orcia, località incantata immersa fra olivi, querce e vigneti delle colline senesi, che alcuni secoli fa ospitò un incontro storico. Era il 1155 e l’uomo più potente del tempo, il Barbarossa, siglò qui un’intesa col Papato retto allora da Adriano IV, che prevedeva la cattura da parte dell'esercito di Federico I dell'eretico Arnaldo da Brescia. Lo snodo decisivo verso l'incoronazione a imperatore di Federico I di Svevia che, proprio a

P

La magia delle acque Un’oasi di benessere termale all’interno del parco artistico naturale della Val d’Orcia. Anton Pichler racconta un luogo in cui il relax vanta una storia secolare

memoria di quel fausto giorno, decise di elevare San Quirico e le sue terre al rango di sede di un vicariato imperiale, ruolo che mantenne fino alla caduta della Repubblica di Siena. Una grande pagina di storia che dal 1962 San Quirico rimette in scena ogni anno, sullo sfondo delle sue splendide rocche e delle sue pievi medievali, tra cui la Collegiata e la Chiesa di San Francesco. Come da tradizione, anche quest’anno la manifestazione cadrà nella terzo fine settimana di giugno e per l’esattezza domenica 21, giornata nella quale il centro si ritufferà nell’antica toponomastica medievale, dividendosi in quattro quartieri: il Borgo, bianco e nero; i Canneti, bianco e azzurro; il Castello, bianco e rosso; e il

que – continua Pichler – agiscono attraverso il calore, che modifica la temperatura corporea, migliorando la funzione respiratoria e la diuresi, determinando un’azione positiva decontratturante sui muscoli, con vasodilatazione e aumento dell’ossigenazione dei tessuti. Inoltre, la pressione idrostatica esercitata dall’acqua sul corpo determina un miglioramento della circolazione sanguigna e della dinamica respiratoria». Ad allietare il soggiorno contribuisce poi il ristorante panoramico, che ogni giorno propone menù selezionati, ricchi di prodotti freschissimi a filiera corta, in grado di soddisfare anche i palati più L’hotel e Spa resort Adler Thermae sorge a Bagno Vignoni, presso San Quirico d’Orcia (SI) www.adler-thermae.com

ià gli etruschi e gli aristocratici romani conoscevano gli effetti salutari dell’acqua termale di Bagno Vignoni, una piccola località immersa nelle colline senesi. In seguito, anche altri personaggi illustri sono stati qui: Lorenzo il Magnifico, Santa Caterina da Siena e Papa Pio II. Per secoli, poi, Bagno Vignoni è stata località di sosta per i pellegrini che percorrevano la Via Francigena. Lo stesso benessere di allora si ritrova oggi presso l’hotel e spa resort Adler Thermae, che si presenta come un’oasi unica fra le località toscane di villeggiatura.

G

«Il centro benessere – spiega Anton Pichler, titolare della struttura – offre trattamenti e programmi personalizzati per salute, bellezza e remise-en-forme. La spa dispone di piscine termali (con acque a una temperatura di 37 °C), piscina sportiva, saune al vapore, bagno turco, una romantica grotta salina sotterranea, fontana di ghiaccio Kneipp e zone relax». Grazie ai minerali disciolti, le acque termali di Bagno Vignoni sono benefiche in caso di osteoartrosi, reumatismi extra-articolari (lombalgie di origine reumatica, tendiniti), alterazioni del circolo venoso, affezioni ginecologiche e dermatologiche. «Le ac-

Prato, bianco e verde. I protagonisti principali della rievocazione, nata da un’intuizione del professore Orfeo Sorbellini e giunta alla 55° edizione, faranno rivivere l'Imperatore Barbarossa e i cardinali, le autorità civili e religiose della San Quirico del tempo, i nobili, il popolo e gli eserciti. Una festa spettacolare animata dalle sfide fra gli arcieri, dalla battaglia degli alfieri per contendersi le mitiche Brocche dell'Imperatore e preceduta quest’anno, da una vigilia particolarmente “movimentata”. «Fra le novità di questa edizione – fa sapere l’organizzazione – ci sarà l’invasione a sorpresa della rappresentazione del Barbarossa, durante le cene propiziatorie del sabato sera». ■ Giacomo Govoni

esigenti. «E fra un trattamento benessere e l’altro, è possibile avventurarsi fra le molte bellezze del parco artistico naturale della Val d’Orcia, un eden per escursionisti e amanti delle passeggiate all’aria aperta, un paesaggio incantevole ricco di tesori naturali e culturali. Basta uno sguardo per sentirsi chiamati dalla valle, che invita a escursioni a piedi, in bicicletta e persino a cavallo. Grazie a una rete di oltre 200 chilometri di percorsi tracciati nel verde, è facile percorrere i sentieri fra olivi, vigneti e campi di grano, scoprire angoli preziosi e poco conosciuti, chiesette antiche o castelli medievali, e fare soste rifocillanti presso poderi e fattorie, che vi offriranno la classica merenda toscana: vino, formaggio e prodotti tipici». ■ Vittoria Divaro



VIAGGI Expo 2015 Pag. 53 • Giugno 2015

Nella pace del monastero l luogo ispira un rispetto quasi religioso. Sono la natura, lo spirito dell’arte e della bellezza, insieme a un’aura mistica, che fanno l’indole regale di Castel Monastero. L’antico borgo medievale è abbracciato da mura possenti che hanno resistito al tempo, non rinnegando le tracce del passato. «Dapprima – racconta Graziella Arba – un monastero, sperduto nel silenzio e nella pace delle colline toscane – era l’XI secolo. Poi il buen retiro della famiglia dei Chigi Saracini, che l’ha reso una cattedrale di stile nel rigoglioso deserto verde di filari a due passi da Siena». Oggi, invece, Castel

I

Monastero è un sofisticato resort, membro di The Leading Hotels of the World, che rende omaggio alle nobili origini con un’ospitalità dal sapore nostrano, ma rispolverando antichi rituali di impeccabile accoglienza, un’eccellenza gastronomica sublimata dalla complicità di vitigni Doc e un’innata vocazione alla remise-en-forme. «Qui – prosegue Arba – tutto è rallentato. Persino il tempo segue un ritmo fluido, scandito dalla luce che inonda la reggia, la chiesa, la piazza e i due casali dove fa capolino la stella dei Chigi Saracini, assieme allo stemma di famiglia. La frenesia e le corse al galoppo del vicino palio,

LA SPA DEI SOGNI Tra i casali immersi nella natura si nasconde la Spa di Castel Monastero: un’oasi di relax incantata dove restare come sospesi, tra la memoria di un passato glorioso e ovattato e l’avanguardia di nuove tecniche di bien être d’impatto futurista. Non dovrete fare altro che abbandonarvi nelle mani sapienti di uno staff attento ma discreto e soprattutto plurispecializzato. Di particolare efficacia per distendere e purificare il corpo, drenando i liquidi in eccesso, è la vasca all’olio di mare, ad altissima densità salina, il percorso idroterapico

una seconda piscina con idromassaggi a effetto tonificante, la sauna finlandese, la biosauna e le docce emozionali con cromoterapia ed essenze naturali. Il trattamento per eccellenza è sicuramente il Massaggio Energetico con tecnica Marma, antica tecnica indiana di digitopressione che lavora sui blocchi energetici e riattiva il metabolismo, punto di forza dei programmi Detox e Dimagranti della Spa di Castel Monastero, dall’efficacia comprovata e sempre più richiesti da clientela Italiana ed Internazionale.

Un borgo che conserva il fascino della sua origine medievale, a due passi da Siena. Graziella Arba descrive i ritmi lenti che pulsano insieme alla frenesia del palio, al fervore della civiltà etrusca, al fermento della cultura toscana

la maestria di Piero della Francesca, il fervore della civiltà etrusca, tutto il fermento della cultura toscana sembrano venire da un’altra epoca dietro le morbide colline». L’ospitalità della struttura si realizza in 74 camere, suite e una villa – Villa Lavanda –, due ristoranti – il ristorante gourmet Contrada firmato da Gordon Ramsay e il ristorante toscano La Cantina, ospitato nella cantina duecentesca del borgo. In più, una Spa con otto sale trattamenti, una zona “aqua benessere” e tre piscine esterne che formano quasi una cascata, colonna sonora perfetta di giornate che avvolgono momenti di puro relax. «Le camere, le suite e la villa rendono omaggio all’eleganza rustica e armoniosa delle antiche dimore toscane. Grazie a un sapiente restauro, infatti, i casali conservano intatto il carattere dell’architettura di campagna, con i suoi raffinati materiali – dai legni antichi, al cotto, ai tessuti –, che incontrano elementi in stile contemporaneo. Villa Lavanda, invece, è un magnifico casale del XVII secolo, circondato da un immenso giardino e da un rigoglioso vigneto di Chianti». Il piacere del soggiorno prosegue coi piaceri della tavola. «I nostri menù seguono i cicli delle stagioni, così i colori dei piatti si trasformano durante l’an-

Il resort Castel Monastero si trova in località Monastero d’Ombrone, nel territorio di Castelnuovo Berardenga (SI) www.castelmonastero.com

no insieme a quelli delle colline e dei vigneti che circondano il borgo. La Cantina, trattoria décontracté dal sapore verace, accoglie fra le botti del 1600, il soffitto a volte, i mattoni a vista e il pavimento in cotto originale. A caratterizzare Contrada è l’architettura rustica in chiave moderna. Questo ristorante è suddiviso in salette per garantire la massima privacy per chi desideri festeggiare un evento privato o per una sofisticata cena a lume di candela. Queste differenze si ritrovano anche nei sapori. Prodotti rigorosamente a chilometro zero per La Cantina, dove le materie prime sono esaltate nella loro purezza, senza rielaborazioni complesse. Più strutturato l’approccio nel Contrada, dove si ritrova l’anima della Toscana e al tempo stesso l’audace interpretazione internazionale di Gordon Ramsay. Anima di entrambi i locali è l’executive chef Nello Cassese, 26 anni, originario di Nola, in provincia di Napoli, che ha portato con sé tutta la forza, la dolcezza, il calore e l’intensità della cultura partenopea». ■ Valerio Germanico


VIAGGI Expo 2015 Giugno 2015 • Pag. 54

Destinazione Sud

Un faro di arte e civiltà sullo Ionio Sotto il profilo turistico, la Puglia è tra le regioni italiane più in ascesa. Con Lecce a far la parte del “leone”. Capitale europea della cultura 2019 a Matera? «Abbiamo vinto anche noi», spiega Paolo Perrone alle misteriose grotte del Gargano ai campi soleggiati del Tavoliere. Dal caleidoscopico paesaggio delle Murge alle spiagge dorate del litorale ionico. Dovunque ti trovi, la Puglia è una terra che accoglie e seduce. Con la sua magia, le sue atmosfere, i suoi colori. Elementi sempre più ricercati dai turisti di tutte le provenienze - e l’incremento di presenze registrato nella stagione scorsa dal Sistema regionale per l’Osservatorio turistico lo conferma - che ad esempio scelgono Lecce e il Salento per la sua capacità di coniugare storia e relax o «magari – spiega il sindaco di Lecce Paolo Perrone - «anche solo per fare un giro dentro sé, come recita il titolo di una nota canzone di Biagio Antonacci». La Puglia ha chiuso il 2014 con risultati turistici superiori alle aspettative. Come si riflette questo trend sul territorio leccese e quali indicatori sono cresciuti maggiormente? «Questa città ha trottato sulla strada della sua promozione e certamente la crescita del trend pugliese l'ha agevolata. Negli ultimi anni, Lecce è stata capace di confermare trend nazionali, spesso anche di rovesciarli, quando la curva di arrivi e di presenze non raccontava belle storie, per via della crisi devastante che ci attanaglia da un po'. Nulla ci è stato regalato. Lecce è bella, solare, accogliente, dona sempre qualcosa a chi la raggiunge perché concentra in sé il concetto stesso di viaggio: quell'esperienza che ti arricchisce nel profondo con le sue immagini, la sua gente, le sue tradizioni. Città giovane che pullula di universitari e di movida, ma che cattura anche il turista adulto con la sua meravigliosa dote artistica». Lecce è uscita battuta dalla candidatura a Capitale europea della cultura 2019, vinta da Matera. Deluso? «Al contrario. Arrivare tra le finaliste candidate al titolo di Capitale europea della cultura 2019 è un traguardo che ci ha riempito di gioia come comunità e come città del

D

Paolo Perrone, sindaco di Lecce

Sud. Di un Sud che non ha paura di sognare, che pensa di poter dire e dare molto, in termini di arte e conoscenza, a tutto il Paese e al mondo. Perché, lasciatemelo dire, Lecce è proprio questo: un faro di civiltà, una capitale di cultura. Tra le candidate solo una, naturalmente, poteva essere designata e la concorrenza era molto agguerrita». Cosa è mancato secondo lei per imporsi in questa corsa? «Non è mancato qualcosa a noi: semplicemente, ha vinto la migliore. Dal primo istante mi sono complimentato con Matera e col suo sindaco, con cui ho un rapporto di estrema simpatia e cordialità. Per quanto ci riguarda, la nostra vittoria è stata riuscire a rispolverare, attraverso questa sfida avvincente, un senso di comunità e orgoglio identitario che forse negli ultimi anni si era appannato. Un cambiamento che farà di Lecce, nel tempo, una città a dimensione europea. Arrivare in finale ci ha consentito di essere fra le capitali italiane della Cultura 2015. Vi pare poco? Una grande opportunità da utilizzare al meglio, soprattutto nell'anno dell'Expo». Tra i fenomeni più interessanti del turismo leccese, si registra l’impennata di quello scolastico. Quali gli itinerari prediletti da questa tipologia di ospiti e quali altri “turismi” stanno crescendo nel vostro territorio? «I flussi scolastici sono cresciuti, è vero. Qui gite e visite scolastiche sono all'ordine del giorno, specie nell'ideale periodo primaverile. Ovvio che alle scolaresche le insegnanti hanno tutto l'interesse a mostrare il nostro ricco patrimonio artistico, architettonico e museale. Fra i turismi in crescita, certamente ci sono quello congressuale, convegnistico, soprattutto di natura medico-scientifica. È un ramo in forte sviluppo perché le agenzie di organizzazione di eventi hanno capito che organizzare un convegno a Lecce conviene: catalizza l'attenzione degli addetti ai lavori che, oltre all'appuntamento programmato, sono lieti di trattenersi nel capoluogo salentino per ammirarne le sue incredibili bellezze». Lei fa parte del tavolo permanente Anci-Mibac insediatosi a fine ottobre per condividere politiche di promozione della cultura e di rilancio del turismo. Quali passi avete compiuto nei primi sei mesi dalla sua costituzione? «Fra i numerosi obiettivi fissati, certamente il coordinamento e l'integrazione fra le strutture statali e civiche, con particolare riguardo alle forme di gestione, alle politiche di orario dei musei, delle mostre e dei siti d’interesse culturale, alla bigliettazione integrata, al decoro delle città, anche attraverso la creazione di poli

LECCE

ha maturato un orgoglio identitario che ne farà nel tempo una ci�à a dimensione europea museali cittadini. Stiamo poi lavorando alla realizzazione di campagne nazionali di promozione del patrimonio, allo sviluppo delle donazioni private in favore della cultura e alla definizione di strategie per il rilancio della competitività dell'Italia e del made in Italy. Senza di-

menticare il coordinamento degli interventi a favore della cultura e del turismo posti in essere nell'ambito della programmazione comunitaria 2014-2020, con particolare riferimento al Pon Cultura. Insomma, un bel lavoro». ■ Giacomo Govoni

Atmosfere salentine Un soggiorno ristoratore in un luogo affascinante, immersi tra gli olivi e con lo sguardo rivolto verso l’ipogeo messapico di Torre Pinta. Ne parla Maria Giovanna Dedonno in mezzo a un paesaggio suggestivo, incastonato in una valle tranquilla, con un fiume che ne lambisce le sponde, costellato di arbusti rigogliosi, fiori colorati e soprattutto di oliveti, che sorge l’agriturismo Tenuta Torre Pinta. Una torre colombaia a forma cilindrica che ricorda una corona regala agli ospi-

È

L’agriturismo Tenuta Torre Pinta si trova a Otranto (LE) - www.torrepinta.it

ti una vista indimenticabile, quasi trasportandoli indietro nel tempo e avvolgendoli in un’atmosfera dal sapore antico. «La nostra struttura – commenta Maria Giovanna Dedonno, titolare della tenuta – riesce a unire splendidamente semplicità, contemplazione e svago, aiutata in questo da un paesaggio incontaminato. A disposizione dei clienti ci sono diverse stanze, tutte affacciate sugli oliveti, che conservano il fascino della tradizione salentina, una piscina di nuova realizzazione, un parcheggio custodito e lastricati solari per abbronzarsi». Come in ogni agriturismo che si rispetti, non può ovviamente mancare un buon ristorante dove, circondati da un ambiente altomedievale, i clienti possono gustare i piatti tipici della gastronomia pugliese e salentina. «Le nostre sono ricette semplici, con i sapori inconfondibili della cucina contadina. I prodotti che utilizziamo quali olio, formaggi, vino e ortaggi, provengono tutti dalla nostra tenuta: pratichiamo, infatti, l’agricoltura biologica». ■ Emanuela Caruso


VIAGGI Expo 2015 Pag. 55 • Giugno 2015

Soggiornando verso Sud Gli arrivi e le spese dei turisti, stranieri in testa, rilevati l’anno scorso nelle località del Mezzogiorno infondono ottimismo per la stagione estiva alle porte ino a un paio d’anni fa i turisti provenienti dall’estero facevano il loro viaggetto in Italia, ne incensavano le bellezze paesaggistiche e culturali, ma a conti fatti in pochi si spingevano sotto Roma. Negli ultimi tempi invece, il divario turistico nord-sud si sta accorciando. E mese dopo mese il gradimento per le destinazioni del Mezzogiorno, privilegiate in particolare per i soggiorni lunghi, sale. A fotografare questo trend è il rapporto Ciset-Banca d’Italia 2014 sull’andamento del turismo internazionale nel nostro Paese che, in un contesto di complessivo miglioramento in termini di spesa dei viaggiatori stranieri (+3,6 per cento rispetto al 2013) e di pernottamenti (+5,4 per cento italiani, +1,5 s per cento tranieri), rileva la progressiva riscossa delle regioni del Sud. Ancora alle spalle delle top five Lazio, Lombardia, Veneto, Toscana ed Emilia Romagna, ma con un volume di entrate internazionali in crescita dell’11,7 per cento grazie soprattutto ai risultati della Campania e della Sicilia.

F

CAMPANIA, L’ANNO D’ORO DI NAPOLI Settima in Italia per presenze turistiche con un afflusso annuo di circa 18 milioni di persone, la Campania è tra le regioni che l’anno scorso ha accolto il maggior numero di ospiti. Trainata in primo luogo da Napoli, la città italiana col più alto incremento di spese turistiche nel 2014, pari al 14,6 per cento. Altro dato in grande ascesa è quello relativo all’aspetto reputazionale delle strutture ricettive, dove la Campania nel 2014 ha primeggiato a livello nazionale riuscendo addirittura a piazzare Sorrento al terzo posto assoluto delle località più ospitali del mondo. SICILIA: NUMERI OK, MIGLIORABILE L’OFFERTA Malgrado «un’offerta poco integrata, elevati costi di trasporto e la distanza geografica dai circuiti tradizionali di turismo nazionale» la fondazione Res, istituto regionale di ricerca su economia e società, registra un aumento del 3,9 per cento di arrivi e del 3,1 per cento di presenze in Sicilia nei primi dieci mesi del 2014. Se-

condo lo studio, la crescita è dovuta in primis al 6,1 per cento di italiani in più che hanno scelto l'isola come meta per le vacanze e meno agli stranieri, che hanno segnato un incremento degli arrivi dell'1,4 per cento, ma un calo del 2 per cento delle presenze. Su scala provinciale salgono i flussi turistici verso Messina, Catania, Enna, Ragusa; in calo, invece, quelli verso Palermo, Siracusa e Trapani. PUGLIA, VERSO UN’ESTATE 2015 DA LEADER Per tasso di crescita complessivo fra incoming italiano e straniero e prospettive sul 2015, tra le altre regioni del Sud il titolo di reginetta spetta alla Puglia, che ha chiuso

con un incremento del 2,6 per cento di presenze l’anno turistico 2014, caratterizzato da un piccolo “boom” di visitatori stranieri. In base ai dati raccolti da Pugliapromozione attraverso il Sistema Puglia per l’Osservatorio turistico, l’affluenza di francesi, tedeschi, polacchi e inglesi venuti a far vacanze nel Salento e dintorni è salita del 9,2 per cento rispetto al 2013, con buone performance anche delle strutture alberghiere ed extra alberghiere. Per il 2015 le proiezioni vedono la Puglia protagonista dei mercati nazionali e internazionali e preannunciano il sorpasso su Toscana, Sicilia e Sardegna tra le mete scelte dai turisti italiani per le prossime vacanze estive. ■ Giacomo Govoni


VIAGGI Expo 2015 Giugno 2015 • Pag. 56

Destinazione Sud

Napoli, Sudamerica Chi meglio di uno scrittore che ama la sua città può mostrare i suoi luoghi del cuore? Gli angoli nascosti e quelli brulicanti, dove si respira la vita vera, la stessa - a volte - di cento anni fa. Maurizio de Giovanni fa da cicerone on deve essere facile togliersela dalla testa, questa città magica. A sentirne parlare da chi ci è nato sembra quasi un magnete, una scuola che dà misure, paradigmi, tavole interpretative e che tutto, poi, debba essere commensurato attraverso di essi. Quasi nessun napoletano, che ci viva ancora o meno, ne rimane indifferente. E, anche per chi quella città la vive per pochi giorni, fosse anche soltanto per una vacanza, c'è sempre qualcosa che rimane. "Vedi Napoli e poi muori" secondo il detto. Sembra essere davvero così, anche per Maurizio de Giovanni, padre letterario di due celebri personaggi della narrativa italiana: il commissario Ricciardi e l'ispettore Lojacono, rispettivamente protagonisti di una Napoli anni Trenta e di una invece a noi coeva. Di Giovanni è innamorato di Napoli come lo sono i suoi personaggi. La sua storia, la sua luce, i suoi cieli azzurri. Ma anche il tifo sfegatato per il Napoli Calcio, per gli anni incredibili del Pibe de oro, Diego Maradona, ancora oggi un santo pagano della città. Di Giovanni ci accompagna a conoscere la sua Napoli e quella di Ricciardi e Lojacono. La sua città è sempre al centro dei suoi scritti. Cosa l'ha sempre affascinata tanto da iniziare a scriverne? «Sono convinto che un libro sia niente di più e niente di meno che un biglietto per un viaggio; che la storia debba portare chi legge da un’altra parte nel più breve tempo possibile e che ve lo debba lasciare. In questo senso è opportuno che la narrazione abbia un elevato contenuto sensoriale, con indicazioni climatiche, olfattive,

N

Maurizio di Giovanni, scri�ore partenopeo e "padre" dell'ispe�ore Lojacono e del commissario Ricciardi, di cui a luglio uscirà un nuovo episodio

visive. La città dev’essere presente e nota all’autore, per poterla raccontare con cognizione di causa e profondità descrittiva. Ho peraltro la fortuna di vivere in una città talmente policroma e polifonica da avere solo l’imbarazzo della scelta dell’angolazione e della prospettiva dalle quali voglio affrontarla e descriverla». Da una parte il commissario Ricciardi, in una Napoli di un secolo fa, e dall'altra l'ispettore Lojacono, nostro contemporaneo. Come cambia la città da queste due prospettive? Come si è documentato per delinearla al meglio? «Napoli è profondamente cambiata, dal punto di vista etico e urbanistico, a seguito di un singolo evento: la seconda guerra mondiale. I bombardamenti, la distruzione di interi quartieri e la successiva urbanizzazione delle masse contadine hanno portato delle profonde, radicali modifiche al tessuto stesso della città e all’edificazione selvaggia degli anni sessanta e settanta. Ciò rende le due città, quella degli anni Trenta e la contemporanea, profondamente diverse sia moralmente che fisicamente. La narrativa, i giornali e anche le guide turistiche (bellissime le “rosse” del Touring anni Venti e Trenta) danno enormi quantità di materiali utilizzabili per le descrizioni, come gli stessi archivi fotografici». Scrive anche di calcio, di racconti, del Napoli. Un tifo viscerale che permea l'intera città. Cosa significa Maradona da queste parti e come spiegherebbe questo pathos a uno che per la prima volta mette piede al San Paolo? «Per comprendere questo lato di Napoli bisogna tener presente che è l’unica città sudamericana fuori dal Sudamerica. Ha le caratteristiche di passione disordinata, di facilità all’esaltazione e alla depressione, di disposizione al soprannaturale e di facilità al rapporto con la morte più vicine all’atteggiamento di quei luoghi di ogni altra città europea. Va da sé che una passione collettiva come il calcio, alimentata dal fatto che Napoli è l’unica grande metropoli con una squadra sola e quindi con la piena univocità del tifo, venga vissuta come in nessun altro luogo. Raccontarla, per dir così, spalle al campo è una modalità di racconto dell’anima condivisa del territorio. Una chiave di interpretazione, un linguaggio comune». Una guida insolita per Napoli. Per

vedere la città meno turistica, quali percorsi indicherebbe? «Non ho dubbi: le scale. Napoli è piena di scale, essendo nata con il progressivo allontanamento dal mare per la crescita costante della popolazione. Questo ha comportato la creazione di lunghe, tortuose scalinate che conducono a valle dalle colline, larghe per essere percorse da asini e muli, strette per accompagnare i pedoni. Libere dalla morsa del traffico, le scale insegnano

una città senza tempo e immersa nell’azzurro, con una popolazione antica e intatta che lascia comprendere delle radici urbane molto più di qualsiasi guida turistica. Trovare e percorrere le scale, scoprendo con sorpresa da dove partono e dove spuntano, è un magnifico modo di leggere Napoli». Il posto in cui ha maggiori ricordi o a cui è particolarmente affezionato e il piatto della tradizione che ama di più. «Ho avuto e ho la fortuna di aver vissuto


VIAGGI Expo 2015 Pag. 57 • Giugno 2015

Quel profumo di ragù Antonino Cannavacciuolo fonde insieme la tradizione e la vita che l'ha portato altrove. Ma è Napoli che torna nei suoi piatti, nei suoi ricordi. Ed è qui che ci accompagna per provare a scoprire i segreti di una delle città più affascinanti d'Italia he ci fa uno chef partenopeo innamorato della sua terra in provincia di Novara? Nel cuore del sobrio Piemonte sabaudo, a pochi chilometri dall'operosa Lombardia? Ci lavora. E qui porta la sua professionalità, ma anche quel guizzo e quella carica espressiva fatta non soltanto di carattere, ma di sapori, di panorami e di storia che chi è nato a Napoli conosce e sente come propria parte integrante. Antonino Cannavacciuolo, chef patron del ristorante hotel Villa Crespi ad Orta San Giulio, pluripremiato con due stelle Michelin e riconoscimenti nelle guide italiane più importanti che lo annoverano tra gli chef più distinti lo dice chiaramente: ho iniziato a cucinare per il profumo che si respirava a casa mia la domenica, quando mia madre cucinava il mitico ragù napoletano. Si tratta dunque di una sorta di ricordo proustiano che ancora oggi è vivo nei "pirati" che Cannavacciuolo concepisce e impiatta. Con abilità gioca con i prodotti della sua amata terra partenopea, integrandoli, mixandoli e combinandoli con quelli piemontesi, terra del suo amore, terra di sua moglie. Senza limiti, osando. Non abbandona la tradizione e la semplicità dei sapori, e non scorda mai le sue origini. Per questo ci accompagna per Napoli, in modo da poterla non solo vedere, ma anche gustare con gli occhi. La sua cucina è espressione della tradizione partenopea. Quali sono, secondo lei, i piatti sempre attuali e che più la rappresentano? «I piatti della mia tradizione che più mi rappresentano non sono pochi. Dovendo scegliere, indicherei di certo la parmigiana di melanzane, le candele alla genovese e l’intramontabile pizza». In molti casi la cucina napoletana è un po' pesante rispetto agli standard attuali di leggerezza. Come consiglia di alleggerirli, in vista anche dell'estate? «Consiglio cotture più lente e di evitare i soffritti. Non dimentichiamoci poi di frutta e verdure fresca, che mai come in questa stagione sono perfette in ogni momento». Un piatto che più di tutti l'ha fatta innamorare di questo lavoro. «L’odore del tipico ragù napoletano, che mi riporta ai ricordi d’infanzia, al ricordo indelebile di mia mamma che lo cucinava la domenica mattina e questo fantastico profumo che invadeva le mura di casa….speciale!». Una guida insolita per Napoli. Per vedere la città "nascosta" e meno turistica, dove consiglierebbe di andare? «Chi visita Napoli non può perdersi la scultura marmorea del “Cristo velato” conservata nella cappella Sansevero. Questa statua è fantastica, guardarla crea emozioni forti e contrastanti, proprio come il cuore di questa città dai mille volti». Il posto in cui ha maggiori ricordi o a cui è particolarmente affezionato. «Io sono legatissimo a Vico Equense, dove sono nato e cresciuto….tra colline e mare, immerse nella natura». Un itinerario culinario in giro per Napoli. Quali botteghe, street food e ristoranti consiglierebbe per apprezzare la cucina napoletana? In più, uno che magari la rivisita in maniera interessante. «Purtroppo ormai sono anni che manco da Napoli, e quando ci torno il più delle volte sono di corsa… Ma il bello di questa città è che anche solo un caffè e una colazione sono caratterizzati da una grande varietà di prodotti di altissima qualità con cui deliziare il palato e concedersi un momento di svago. A Napoli tutto è buono. Buogustai». ■ Teresa Bellemo

C

la massima parte della mia vita in questa città. Ogni angolo e ogni vicolo mi ricorda me stesso, frammenti di passioni e di sentimenti, momenti di gioia e di disperazione. Amo la mia città avendo l’equilibrio di vederne i tanti terribili difetti, e perciò sono affezionato a ogni parte di essa. Certo che affacciarsi su palazzo Donn’Anna o dal largo Madre Teresa di Calcutta a via Tasso, dà un’emozione unica al mondo e per noi napoletani l’orgoglio di un’appartenenza irripetibile. Per quanto riguarda i piatti, e con buona pace di caffè e sfogliatella del buon Ricciardi, il casatiello (una torta rustica ineguagliabile che viene confezionata nel periodo pasquale) e la genovese (una salsa di cipolle e carne paradisiaca) costituiscono da soli un’ottima ragione per vivere da queste parti, senza aver voglia di trasferirsi altrove». Un itinerario letterario in giro per Napoli. Quali botteghe, piazze, angoli consiglierebbe per apprezzare la città? Dove ritrovare le scenografie dei suoi romanzi? «Ricciardi vive tra la zona del Museo e il centro storico, mentre Lojacono opera nella zona di Pizzofalcone, dal centro al lungomare. Coprono cioè la gran parte della zona centrale e più nota della città, a maggior presenza turistica. Non si può pensare di conoscere una città come questa con un breve giro, bisognerebbe venirci a stare per un po’ ed esplorarla senza guida e senza mappa, per respirarla e per sentirne l’odore più intimo. Passeggerei per i decumani, visitando le tante botteghe artigianali dove ancora si costruiscono i pastori del presepe, e comprerei corni e cornetti per gli amici (devono essere tassativamente regalati); mangerei nelle mille trattorie nascoste, impregnandomi di odori e sapori, e andrei nei piccoli meravigliosi teatri che ogni sera regalano pezzi di sogni. Nella certezza, prima o poi, di ritrovarmi ancora faccia a faccia con Ricciardi e Lojacono». ■ Teresa Bellemo

Lo chef due stelle Michelin Antonino Cannavacciuolo, napoletano di nascita e piemontese per amore

I PIATTI CHE PIÙ MI RAPPRESENTANO

non sono pochi, ma scelgo la parmigiana di melanzane e l’intramontabile pizza


VIAGGI Expo 2015 Giugno 2015 • Pag. 58

Destinazione Sud Omaggio a Caruso

Ricerca partenopea

Paolo Esposito ha intitolato il proprio ristorante al grande artista napoletano. Celebrandolo con una cucina che riverbera il meglio della tradizione mediterranea

La Napoli a tavola non è soltanto pizza. Francesco Perrella ci guida in un percorso esaltato dai frutti del mare e votato all’equilibrio tra «leggerezza e profondità del gusto»

edicato all’indimenticabile tenore partenopeo, il ristorante Museo Caruso, situato nel centro storico di Sorrento, è un tempio della buona cucina. «L’immenso Enrico Caruso è l’anima indiscussa del locale – spiega il proprietario Paolo Esposito, fan storico del grande artista – . Proponiamo menù tipici della tradizione gastrono-

D

Il ristorante Museo Caruso si trova a Sorrento (NA) www.ristorantemuseocaruso.com

mica campana: sapori particolari e irripetibili, frutto delle raffinate ricette e dell’estro culinario degli chef, il tutto accompagnato da oltre 1300 etichette di vini nazionali e internazionali». Così, nelle sontuose sale da pranzo del Museo Caruso (da 130 coperti), avvolte da una luce soffusa, si dispiega un curatissimo mosaico di sapori, profumi e colori,

accostati con sapienza, ricercatezza e sensibilità. «I nostri chef interpretano la tradizione mediterranea e la esaltano con sapiente maestria ed elevato gusto estetico, creando piatti delicati con i migliori prodotti freschi di stagione, scelti adottando una particolare attenzione all’identità delle materie prime». ■ Manlio Teodoro

L’ANIMA DI SORRENTO Nel cuore di una delle più blasonate località turistiche campane. E della sua prelibata gastronomia grazie a La Basilica

Il ristorante la Basilica ha sede a Sorrento (NA) - www.ristorantelabasilica.com

ungo una viuzza che si allarga in una piccola corte, a pochi metri dalla ca�edrale di Sant’Antonio, patrono di Sorrento, è stato inaugurato nel 2005 il ristorante La Basilica, per iniziativa di Paolo Esposito già alla guida del vicino Museo Caruso. Il menù de La Basilica comprende pia�i di alta classe, a base di prodo�i locali, come anche locale è il pesce, sempre fresco e da degustare anche crudo. Il ristorante (180 coperti all’interno e 130 all’esterno) è l’espressione dell’autentica cucina mediterranea, impegnato nella selezione degli ingredienti più freschi. Inoltre, La Basilica propone una selezione di carni e di pasta fa�a in casa. A

L

completare l’offerta gastronomica è, ovviamente, la pizza co�a nel forno a legna e preparata dalle abili mani degli esperti pizzaioli campani. La carta dei vini è la naturale prosecuzione dei sapori e dei pia�i amorevolmente preparati e serviti, includendo un’esclusiva selezione di bottiglie invecchiate, che riposano in cantina in a�esa dell’occasione più ada�a. Questa, oltre che alle grandi annate dei vini più celebrati, ospita anche un’importante sezione dedicata ai magnum. Il tu�o per rendere concreto il de�o della saggezza popolare secondo cui per vivere meglio, bisogna mangiare meglio. ■ Vittoria Divaro

A’ Taverna dò Rèphanshof si trova a Napoli www.atavernadore.com

Q

uella che un tempo fu capitale del Regno delle Due Sicilie, ha saputo fortunatamente nel tempo preservare la propria tradizione culinaria. Napoli ha segnato la cultura gastronomica dell’Italia intera, anche al di là della pizza o della pasta. In questo percorso all’interno della cucina partenopea ci accompagna Francesco Perrella, chef e proprietario de A’ Taverna dò Rè, ristorante e pizzeria nel pieno centro di Napoli. «La taverna – dice Perrella – è a due passi da Piazza Municipio, adiacente al famoso Teatro Mercadante, e proprio di fronte al Maschio Angioino, nel portico dove un tempo si fermavano le carrozze della borghesia e della famiglia reale che andavano al teatro. La nostra peculiarità risiede in un menù stagionale preparato in base alla freschezza di ciò che offre il mercato. Il nostro obiettivo è attingere alle nostre antiche tradizioni rispettandone i sapori, esaltandoli e rivisitandoli, ma senza mai stravolgerli. Il tutto si fonda sull’idea di equilibrio tra leggerezza e profondità del gusto». Un esempio della ricerca portata avanti da Perrella si trova in uno dei piatti da lui stesso creati, che lo ha reso noto in città. «In effetti – ammette lo chef – la parmigiana di alici può essere considerata il nostro cavallo di battaglia. È preparata con salsa di fiordilatte di Agerola, pomodorino del Vesuvio e le alici che, con il loro sapore intenso, si sposano perfettamente: queste vengono fritte con l’uovo e, quindi, sostituiscono in un certo senso le melanzane. Il greco di Tufo “Vigna Cicogna” di Benito Ferrara è il vino che consiglio di abbinare a questo piatto. Ma non è l’unica portata a esprimere la nostra cucina. Un tipico menù nella nostra taverna potrebbe aprire le danze con cruderia di mare, tartare, carpacci e baccalà mantecato, per poi tracimare in una sinfonia di primi piatti quali spaghettoni alla cetarese, paccheri zucchine e orata, spaghetti con ragù

di ricci di mare. Potrei citare, poi, lussuriosi secondi come i calamari imbottiti di gamberi su crema di zucca o il carpaccio di tonno e ricciola all'acqua pazza. Per i dolci, rigorosamente fatti in casa, spiccano babbà con due “b”, pastiera scomposta, stracciata di millefoglie e negretto. Senza dimenticare la vera pizza fatta a mestiere». ■ Renato Ferretti

PASSIONE DI FAMIGLIA «La mia passione per la cucina – spiega lo chef e proprietario de A’ Taverna dò Rè, Francesco Perrella – è nata da bambino, trasmessa dai miei genitori e nonni, amanti della buona cucina. Crescendo ne ho fa�o un lavoro, ma formando la mia professionalità come autodida�a. Uno dei primi pia�i che ricordo mi abbia colpito è tipico delle nostre parti e lo propongo tu�ora: si tra�a della genovese con carne tritata, che noi usiamo per condire le candele spezzate, un formato di pasta altre�anto tipico. Questa proposta è in linea con il mio modo di pensare la cucina. Con le sperimentazioni culinarie siamo arrivati a un punto per cui la tendenza è quella di tornare alle tradizioni: personalmente sono convinto che un pizzico di creatività non guasti, ma non mi allontano mai da quello che sono le mie radici».


VIAGGI Expo 2015 Pag. 59 • Giugno 2015

Davanti al golfo di Sorrento Entrare in contatto con le tradizioni e la cultura di una terra generosa e ricca di storia. Simona Vinaccia presenta una residenza appartenuta ad Achille Lauro, oggi struttura ricettiva e punto di partenza per scoprire la Campania

Villa Eliana si trova presso Massa Lubrense (NA) www.villaeliana.com

FASCINO E NATURA n gioiello situato a pochi minuti dal centro sorrentino, su uno dei punti più panoramici del golfo di Napoli, circondato dalla meravigliosa cornice di Ischia, Procida e del Vesuvio. Qui, luogo dal quale si gode una visuale privilegiata sull’isola di Capri – che sembra quasi si possa toccare –, negli anni Sessanta del secolo scorso, Achille Lauro costruì la sua villa più bella, un’elegante dimora dedicata alla giovane moglie Eliana. Oggi, ristrutturata con cura e passione, mantenendo intatto lo spirito e lo stile originario della struttura, che tanto ricorda le opere di Le Corbusier, Villa Eliana è una cornice perfetta per matrimoni, cerimonie ed eventi. Come spiega la titolare Simona Vinaccia: «Questa struttura è dedicata a chi voglia festeggiare e condividere con i propri cari un avvenimento importante, una data speciale o un lieto evento. E il nostro lavoro

U

LA COSTIERA SORRENTINA

Una residenza incantevole per soggiornare nel segno della natura, del relax e della tradizione culinaria mediterranea

fa sì che Villa Eliana sia la location ideale per accogliere i propri ospiti». La costruzione, immersa fra i tipici ulivi della costiera sorrentina, è circondata nel suo perimetro interno da un parco rigoglioso e lussureggiante. E oltre a essere un locale per eventi, è anche una struttura ricettiva. «Con la sua architettura elegante e ricercata – prosegue Vinaccia –, le ampie terrazze, una grande piscina a sfioro e sullo sfondo un tramonto mozzafiato, Villa Eliana racchiude innovazione e tradizione, fascino e storia, bellezza ed efficienza. Accogliamo gli ospiti in suite arredate con gusto e ricercatezza, pavimentate con ceramiche dai decori vietresi, caratterizzate da colori vivaci. Dotate di ampie terrazze e balconi con vista panoramica sul golfo di Napoli, Capri, Ischia e Procida. Questi elementi la rendono una residenza incantevole per un soggiorno nel segno della natura e del relax, nonché della tradizione culinaria mediterranea, ricca di sapori, colori e profumi del territorio. Attingiamo a un patrimonio ricchissimo, fatto di materie prime uniche e genuine, che la terra e il mare della costiera offrono alla cucina sorrentina, per piatti generosi e raffinati, al contempo innovativi e classici. Il nostro piatto forte sono le mezze maniche di Gragnano al ragù di coccio e scorfano. È un piatto appartenente alla tradizione gastronomica locale, che il nostro chef interpreta egregiamente e che suggerisce di accompagnare con un vino bianco campano, per esempio un Fiano di Avellino». Villa Eliana, grazie alla sua posizione, è un punto di partenza privilegiato per raggiungere le numerose località di interesse turistico dei dintorni. «Oltre a godere dell’atmosfera di relax e di benessere, potrete conoscere da vicino alcuni dei luoghi più suggestivi della Campania. Da qui si può facilmente raggiungere Capri in boat trip, visitare gli scavi di Pompei ed Ercolano, cimentarsi in un’arrampicata del Vesuvio o partire per un viaggio “on the road” lungo la costiera amalfitana, facendo tappa a Positano, Ravello e Amalfi. E per gli amanti della natura, consiglio le passeggiate alla baia di Jeranto o a Punta Campanella». ■ Mauro Terenziano

Villa Eliana è un’affascinante architettura contemporanea, sobria ed essenziale nei volumi, ricercata negli arredi. Ristrutturata con cura e passione dai fratelli Vinaccia, è una splendida location per eventi e una residenza incantevole per una vacanza nel segno della natura, della tradizione e della cultura. La Villa sorge sulla parte collinare di Sorrento, cittadina dall’anima moderna e dalla storia antichissima, a pochi passi da Massa Lubrense, l’antico promontorio di Minerva, che fra agrumeti e uliveti degrada verso il mare lim-

pido di Punta Campanella e sembra quasi volersi riunire con la vicinissima isola di Capri. E ancora, a breve distanza, Positano, Amalfi, Ravello, luoghi magici che hanno incantato viaggiatori di tutti i tempi. La villa offre ai propri ospiti splendide suite decorate con le coloratissime ceramiche di Vietri e dotate di ogni comfort. Ampie terrazze circondano la piscina e offrono una vista davvero suggestiva, che spazia sul mare del golfo di Napoli e sulle sue isole, regalando al visitatore un momento di totale armonia e benessere.



VIAGGI Expo 2015 Pag. 61 • Giugno 2015

Tesori d’arte Una raccolta vasta ed eterogenea, per questo molto interessante. Daniela Monteleone ci guida nella Pinacoteca civica di Reggio Calabria, tra opere più e meno recenti, alla scoperta di artisti calabresi e non solo ono 130 i lavori esposti all’interno della Pinacoteca civica di Reggio Calabria, in prevalenza opere pittoriche assieme a 8 sculture. Le sale espositive sono 6, per uno sviluppo complessivo di 500 metri quadrati; l’esposizione è ospitata nei locali posti al primo piano del Teatro comunale Francesco Cilea, ristrutturati per questo scopo tra il 2006 e il 2008. «I visitatori sono in media 1.200 ogni anno – ricorda la responsabile Daniela Monteleone – anche se abbiamo registrato un incremento nel 2014, ben 2.250 nei primi cinque mesi». Come sono state acquisite le opere esposte all’interno delle sale? «Derivano in buona parte dalle collezioni dell’ex Museo civico, fondato nel 1882 e soppresso in occasione della fusione delle collezioni di quest’ultimo e di quelle di proprietà statale, avvenuta in seguito alla convenzione stipulata il 22 maggio 1948 tra Comune di Reggio Calabria e Ministero della Pubblica istruzione, in base alla quale il Comune cedeva in uso allo Stato tutte le collezioni di proprietà perché fossero esposte presso Palazzo Piacentini, ai fini dell’istituzione del Regio museo nazionale. Tra le opere di proprietà dell’ex Museo Civico, troviamo la collezione donata per lascito testamentario nel 1909 da Domenico Genoese, costituita da 65 opere tra le quali spiccano

S

quelle di Vincenzo Cannizzaro, la tela “Cantiere di navi” di Adrien Manglard e quella Monsolino Lavagna - De Blasio acquistata nel 1915 che deriva dalle quadrerie possedute dalle tre famiglie reggine legate tra loro da vincoli di parentela e poste in vendita dall’erede Barone De Blasio. Nel 2008, con l’apertura degli odierni locali, la collezione pittorica di opere di proprietà comunale e statale, che costituiscono il primo nucleo, è stata trasferita dal Museo nazionale della Magna Grecia alla Pinacoteca civica». A queste si sono aggiunte le opere che vanno dalla fine del XIX al XX secolo, il cosiddetto II nucleo. «Sono opere che derivano da acquisti e da donazioni da parte degli stessi artisti o di loro con-

giunti, alcune avvenute durante le Biennali d’arte calabresi organizzate dallo storico dell’arte Alfonso Frangipane tra il 1920 e il 1951. In ultimo, nel 2008, la collezione si è arricchita delle opere dei pittori reggini Annunziato e Tommaso Vitrioli, patrimonio concesso in uso dagli eredi Vitrioli al Comune di Reggio Calabria». Immaginando di accompagnare un visitatore all’interno della Pinacoteca quali le tappe ideali da seguire nel percorso museale? «Il percorso si sviluppa in ordine cronologico, partendo dall’opera più antica, cioè le due tavolette di Antonello da Messina che appartengono al periodo giovanile dell’artista, influenzate della pittura fiamminga nella rappresentazione del paesaggio, mentre la

IL PERCORSO DI VISITA

parte dalle tavole�e di Antonello da Messina che appartengono al periodo giovanile dell’artista

Nel Parco dell’Aspromonte Elvira Romano ci conduce nel cuore del Parco Nazionale dell’Aspromonte a Gambarie, un piccolo borgo dove ammirare il prodigio della natura incontaminata Gambarie, piccolo centro abitato sul massiccio dell’Aspromonte, si può rivivere la sensazione di essere un tutt’uno con la natura. Qui si trova l’Hotel Excelsior, situato al centro della Piazza Mangeruca di Gambarie d'Aspromonte. «La nostra – spiega la titolare Elvira Romano – è una struttura

A Daniela Monteleone, responsabile della Pinacoteca civica di Reggio Calabria

L’hotel Excelsior si trova a Gambarie di Aspromonte (RC) www.excelsiorgambarie.it

moderna a conduzione familiare, con servizi accurati che offre ai clienti ogni tipo di comfort, oltre a una calda accoglienza. Le 70 camere sono dotate di tv satellitare, telefono, riscaldamento e bagno in camera. Molto apprezzato e rinomato il ristorante grazie all’utilizzo dei prodotti locali e stagionali. Disponiamo, inoltre, di un salone per ricevimenti con 400 posti. Il complesso alberghiero è dotato di un fornito bar, pizzeria con forno a legna, sala lettura, sala giochi con biliardo, sala tv satellitare con schermo gigante, solarium, parcheggio interno e sale per meeting e feste». ■ Elena Ricci


VIAGGI Expo 2015 Giugno 2015 • Pag. 62

Destinazione Sud

disposizione geometrica delle figure rimanda all’uso tutto italiano della prospettiva. Proseguendo l’itinerario, s’incontrano altre opere su tavola, un Santo vescovo di Andrea Sabatini da Salerno e Cristo e l’adultera (1650-60 circa) di Luca Giordano, noto artista del 600 napoletano, opera che dialoga con la grande tela esposta nella sala successiva raffigurante Il ritorno del figliol prodigo di Mattia Preti. Proseguendo il percorso, lo sguardo è attratto dalla Ragazza che lava i sedani di Eberhardt Kheilau, allievo di Rembrandt e noto in Italia come pittore di genere. Si arriva quindi al salone centrale con le opere settecentesche, dalle nature morte attribuite a Lorenzo De Caro ai paesaggi attribuiti a Salvator Rosa, al Cantiere di navi di Adrien Manglard, alle 4 tele di Vincenzo Cannizzaro, dai colori luminosi e dalla pennellata vigorosa. Si procede, poi, verso la saletta dedicata alla ritrattistica, dove spiccano le due sanguigne di Vincenzo Jerace realizzate a fine 800,

ma con un’eleganza e una modernità che preannunciano lo stile liberty». Si procede, quindi, verso la sala dove sono ospitate le opere dell’800-900. «Sì, e il primo dipinto che cattura l’attenzione è La battaglia di Capua di Andrea Cefaly, pittore calabrese, opera commissionata da Vittorio Emanuele II nel 1860. Troviamo poi i bei paesaggi del reggino Ignazio Lavagna Fieschi e i due grandi formati La quiete e Aspromonte, dono dello stesso autore, Giuseppe Benassai, altro pittore reggino. La stessa sala ospita una rassegna di altri autori calabresi: dal delicato Sans famille di Rubens Santoro (1924), alla realista Donna in preghiera di Francesco Raffaele (1926), alle vivaci opere di Antonio Cannata (1895-1960), alle affascinanti sculture di donne realizzate da Francesco Jerace, tra le quali di particolare pregio è la Nosside di Locri, ideale di bellezza classica. Numerosi gli altri artisti calabresi: il futurista Enzo Benedet-

to, l’autodidatta e bravissimo Nunzio Bava, il realista Vincenzo Caridi, lo scultore Saverio Gatto. Tra gli artisti non calabresi, ricordiamo Giovanni Omiccioli, Giampiero Restellini e Renato Guttuso, del quale è esposto un disegno a china su cartoncino, Pescatore scillese, con il quale partecipò alla Biennale d’Arte calabrese nel 1949. Infine troviamo la sezione dedicata ai reggini Annunziato (1830-1900) e Tommaso Vitrioli (1857-1931), autori di soggetti sacri e paesaggi di gusto tardo ottocentesco». Tra le sculture è sicuramente da menzionare la copia del Laooconte del Bernini, in cosa si differisce rispetto alla più famosa scultura custodita ai musei Vaticani di Roma? «Si tratta di una piccola scultura probabilmente commissionata dall’arcivescovo di Reggio Calabria Gaspare del Fosso o dal suo successore Annibale d’Afflitto per il seminario arcivescovile della città, costruito tra il 1565 ed il 1600. L’opera è ascrivibile allo

stesso arco temporale ed è stata attribuita, per evidenti analogie con il resto della produzione scultorea, allo scultore toscano Pietro Bernini (1562-1629). Il gruppo marmoreo s’ispira al ben noto Laocoonte di epoca romana ritrovato a Roma nel 1506 ed esposto da papa Giulio II nel cortile del Belvedere. L’opera esposta in Pinacoteca non è una copia esatta, bensì un’interpretazione personale dell’artista. Le figure appaiono, infatti, più idealizzate, ponendo scarso accento sulla mu-

scolatura dei corpi, con un effetto finale meno drammatico della scena. La scultura antica, inoltre, poneva in rilevo la figura centrale di Laocoonte, rispetto alle figure laterali dei due figli, rappresentati con dei tratti da adulti, attraverso un gigantismo del protagonista della scena. La copia berniniana, invece, riporta le tre figure in un rapporto di reciproca proporzionalità e il volto e i corpi dei figli ricordano le fattezze di fanciulli». ■ Renata Gualtieri


VIAGGI Expo 2015 Pag. 63 • Giugno 2015

L’eccellenza reggina Dalle acque dello Stretto di Messina al palato di turisti e reggini. Le specialità di pesce di Fortunato Zappia ridosso del porto di Reggio Calabria, con veduta sullo Stretto di Messina, si assapora e si gusta una cucina tipicamente italiana a base di pesce e frutti di mare. Fortunato Zappia, titolare del Ristorante Baylik, dove queste prelibatezze vengono servite ogni giorno in tavola, racconta che «il pescato arriva fresco durante tutto l’arco della giornata e viene cucinato nel modo più semplice possibile, così da esaltarne il profumo e la dolcezza. A un’ampia scelta di antipasti, primi, secondi e dessert

A

Il Ristorante Baylik si trova a Reggio Calabria www.baylik.it

creativi e fantasiosi ma pur sempre legati alla tradizione, affianchiamo una lista di vini che include le più importanti etichette nazionali ed estere con il miglior rapporto qualità-prezzo. Tra i piatti più amati dai nostri ospiti, ci sono l’alalonga cotta a vapore, il biscotto alla caponata, il risotto ai frutti di mare e gli spaghetti con pesce spada e fiori di zucca. E, ancora, il dentice alla brace, il pesce spada alla griglia, la crema catalana e il tortino al cioccolato». Da oltre cinquant’anni, il Baylik è un punto di riferimento per la città di Reggio Calabria tanto da ricevere, nel 2012, il premio Reggio Produttiva. «Come riconoscimento per il grande contributo fornito alla crescita del territorio reggino – conclude Fortunato Zappia – la Camera di Commercio ci ha consegnato la medaglia d’oro, in occasione dei nostri cinquant’anni d’attività». Il Ristorante Baylik propone menù personalizzati, solo su prenotazione, e prezzi speciali e concordati per i gruppi turistici. È, inoltre, attento alle necessità di ciascun ospite, proponendo anche piatti vegetariani e per celiaci. ■ E.C.

Incastonata in uno scoglio Nella splendida cornice della riviera calabrese, Serafina Calamita illustra le possibilità ricettive di Tropea, perla del Tirreno entro incontrastato del turismo rivierasco calabrese, l’antica città di Tropea sorge su una scogliera rocciosa dalla quale si domina un mare ancora limpido e incontaminato. «In questo scenario davvero unico si trova il Campeggio Marina Del Convento – dice Serafina Calamita, titolare della struttura insieme al marito –, un impianto nato nel 1980 su una vasta area di terreno che si affaccia direttamente sulla spiaggia. Tutta l'area camping è ombreggiata da alberi o teloni con ampie piazzole adeguatamente attrezzate per camper, caravan e tende. Per le piccole tende o igloo è predisposta un'apposita zona ombreggiata da un folto vitigno che ne garantisce il per-

C

IL LEGGENDARIO FASCINO DI CAPO VATICANO Baie nascoste, mare cristallino e natura incontrastata. Maria Pantano invita a scoprire i segreti del promontorio che ai tempi della Magna Grecia era considerato sacro

a bellezza delle sue coste ha affascinato nei secoli poeti e le�erati, come lo scri�ore Giuseppe Berto (autore de “Il male oscuro”), che scelse questo luogo per trascorrere la sua vita e da qui trasse ispirazione per alcune delle sue pagine più belle. Lo sperone che, partendo dalla grande catena dell’Appennino calabrese, arriva fino al Mar Tirreno, prende il nome di Capo Vaticano e divide i golfi di Santa Eufemia e di Gioia Tauro. La suggestione delle sue spiagge e il mare limpido lo rendono un luogo davvero unico, come descrive Maria Pantano, titolare dell’Hotel Stella Marina. «Il territorio fa parte del comune di Ricadi – racconta – e dista circa 7 chilometri da Tropea. Famose sono le ci�adine che gli fanno da contorno: oltre a Tropea c’è Joppolo a sud, Spilinga e Drapia a est. Anticamente il “Capo” era un posto sacro conosciuto in tu�a la Magna Grecia, poiché qui sacerdoti e indovini

L

Il Campeggio Marina Del Convento si trova a Tropea (VV) www.marinadelconvento.it

fetto riparo dal caldo sole estivo. All’interno della struttura, sono disponibili anche monolocali e bilocali, ricavati da antiche case coloniche ristrutturate, dotati di angolo cottura e verande. Un’antica scalinata sita a 50 metri dal campeggio permette di accedere direttamente al centro storico di Tropea.

Questa posizione ottimale ha favorito negli anni l’aumento del flusso turistico sia nazionale che europeo. Da Tropea è possibile organizzare escursioni verso Capo Vaticano, le isole Eolie e - nell’entroterra - visitare l’altopiano di Monte Poro, il Parco Nazionale della Sila e dell’Aspromonte». ■ Elena Ricci

L’Hotel Stella Marina si trova a Ricadi (VV) www.hotelstellamarina.net

scrutavano il futuro. Il nostro hotel, a 300 metri dalla meravigliosa spiaggia di Gro�icelle e dalle stupende baie�e di Praia di Fuoco, ha la fortuna di trovarsi in questo piccolo paradiso, che abbiamo cercato di esaltare al meglio delle nostre possibilità, con sala ricevimenti e ristorante aperto alla carte. L’Hotel Stella Marina è dotato di camere con bagno privato, alcune delle quali hanno annessa una camere�a per bambini. Sono munite di balcone sul quale si possono sistemare le sdraio, per osservare il mare limpido circondato dal verde naturale e ammirare suggestivi tramonti sulle isole Eolie. Di nuovissima costruzione con parcheggio auto privato, la stru�ura a gestione familiare garantisce anche un servizio spiaggia, e la prenotazione di escursioni alle isole Eolie con motonave». Particolare rilievo va dato alla sala ricevimenti. «Nell’ampia sala che può ospitare almeno 300 persone, allestita con tocco classico – continua la titolare dell’hotel –, si può ricreare un’atmosfera romantica e suggestiva; nello splendido patio si possono degustare i magnifici aperitivi a buffet, con cui accogliere magnificamente gli ospiti. Menù specifici, elaborati dal nostro chef, sono il fiore all’occhiello di Stella Marina, con un avvicendarsi di pietanze di gusto eccellente, rivisitate seguendo i canoni e le rice�e tradizionali della cucina mediterranea». ■ Renato Ferretti


VIAGGI Expo 2015 Giugno 2015 • Pag. 64

Destinazione Sud

Qualità, vizio di famiglia È conosciuta come “l’isola del Trecento toscano in Calabria”. È il borgo di Altomonte, annoverato fra i più belli d’Italia per la sua invidiabile posizione geografica e per il suo importante patrimonio culturale. Enzo Barbieri ne sottolinea anche la forte vocazione all’agricoltura e all’ospitalità che diventa un’esperienza per i sensi

UN BINOMIO INSCINDIBILE

azzurrissimo mare Jonio e la piana di Sibari. Le dolci colline e le vette innevate del Pollino. Un affresco di natura che non ha eguali e che si crederebbe possibile solo in una dimensione dell’immaginario. E invece è la vista sublime che si gode dalla terrazza dell’Hotel Barbieri e dai suoi rigogliosi e curati giardini. Siamo ad Altomonte, in Calabria, dove la famiglia è intesa ancora come un nucleo sociale indissolubile. Ed è proprio attorno alla famiglia Barbieri che ruotano la gestione e l’attività ricettiva dell’hotel. «La famiglia – afferma il titolare Enzo Barbieri – rappresenta per noi la forza propulsiva primaria. Se poi a questa si aggiungono l’amore per una tradizione millenaria, riportata alla luce senza mai smarrire il senso della storia, ecco ergersi la Calabria che non ti aspetti, quella genuina e schietta che è capace di affermarsi anche fuori dai confini regionali». Nella famiglia Barbieri – Enzo e Patrizia con i figli Michele, Laura e Alessandra – ognuno ha un compito preciso e tutti un obiettivo comune: il costante miglioramento di un’offerta ricettiva già straordinariamente ricca eppure semplice, che coltiva la filosofia della per-

L’

fetta ospitalità. «A fare da sfondo alla nostra ospitalità c’è il territorio di Altomonte, comune che rientra nel blasonato club dei Borghi più belli d’Italia. Situato a 500 metri sul livello del mare, è circondato dai maestosi monti della Sila e del Pollino. Quassù, natura, storia, arte e cultura si fondono, offrendo uno dei più grandi patrimoni del Mezzogiorno, un bene prezioso che ne fa “l’isola del Trecento toscano in Calabria”, che si presta a escursioni, passeggiate, visite guidate del centro storico e delle aziende produttrici della zona». Un soggiorno all’Hotel Barbieri, naturalmente, diventa anche l’occasione ghiotta per degustare una delle tradizioni culinarie più ricche dell’intera penisola. «I nostri piatti – prosegue Enzo Barbieri – sono preparati con estro e inventiva e ripercorrono la storia collettiva dei calabresi in maniera nuova e originale, rendendo unica e piacevole l’esperienza del buon gusto in tavola. La genuinità della nostra cucina si basa fondamentalmente sulla produzione agricola personale dei prodotti vegetali Dob (Denominazione di Origine Barbieri). Nei nostri orti, tutto avviene secondo natura e nel massimo rispetto dei cicli stagionali». A dare una mano a questa

CALABRIA A TAVOLA

Per ricordare Altomonte e la Calabria, nulla è più evocativo del colore, dell’odore e del sapore delle pietanze

La famiglia Barbieri, che gestisce l’omonimo hotel di Altomonte (CS) - www.famigliabarbieri.net

Da oltre quarant’anni le cene e i pranzi nel ristorante della famiglia Barbieri, presso l’omonimo hotel di Altomonte, sono il luogo deputato alla degustazione di magnifici piatti della gastronomia calabrese e italiana, proposti dagli abilissimi cuochi, apprezzati dagli esperti del settore enogastronomico, sbalorditi soprattutto dinanzi ai piatti “poveri” della tradizione. Il coraggio di investire lo si deve soprattutto a Italo Barbieri, il capostipite, che nel 1968 diede vita a un sogno. Sogno che, giorno dopo giorno, è diventato l’odierno Hotel Barbieri, che ha preso forma e sostanza fino ad armonizzarsi con Altomonte e col borgo, creando un binomio inscindibile e quasi ancestrale. Dici Barbieri e pensi Altomonte. Dici Altomonte e pensi Barbieri. Due immagini che ormai fanno parte di un virtuoso circolo turistico internazionale.

scelta di vita orientata a un’agricoltura biologica ci pensa poi lo straordinario microclima di Altomonte, dove il fresco delle montagne si sposa con lo zefiro marino, generando condizioni atmosferiche ottimali. «Ma non ci limitiamo a coltivare, cucinare e portare in tavola. Vogliamo anche trasferire conoscenze e competenze e lo facciamo con la nostra scuola di cucina, curata da Patrizia e Laura, così che tutti gli ospiti possano acquisire una certa abilità nell’ambito della gastronomia calabrese. Apprendere le ricette tipiche in versione originale rende questo laboratorio un’occasione unica, tanto per gli appassionati quanto per i semplici amatori, per essere iniziati ai segreti della cucina mediterranea». L’Hotel Barbieri, inoltre, permette di trascorrere una vacanza in totale pienezza, grazie alle intense attività proposte: dalla sauna al solarium fino alla piscina all’aperto per chi vuole rilassarsi respirando aria pulita. «Molti nostri ospiti, infine, sono entusiasmati dall’idea di portare a casa un pezzo della terra calabrese e dei suoi straordinari prodotti, giacché nulla è più rievocativo dell’odore, del sapore, del colore e del gusto delle pietanze. Per questo, abbiamo creato una vera e propria officina del gusto, Bottega Barbieri, dove confezionare ciò che la terra ci dona in maniera rigorosamente naturale. Infatti, nessun luogo come la bottega evoca testimonianze e tracce di una vita laboriosa e misurata. Qui i prodotti dell’orto vengono lavorati secondo tradizione e conservati affinché possano essere consumati ovunque e conosciuti da chi ancora non ha avuto la fortuna di visitare questa terra». ■ Luca Càvera



VIAGGI Expo 2015 Giugno 2015 • Pag. 66

Destinazione Sud

Colpo di fulmine siciliano

Mare blu cobalto, profumo di zagara. E poi la granita alla mandorla, la città sotterranea, le stradine che danno sul mare. Catania è tante cose insieme e quasi un tutt'uno con il territorio circostante fatto di luce abbagliante e architetture barocche uali sono i segreti della costa orientale della Sicilia? Come convivono i catanesi con 'a Muntagna, l'Etna? Come sempre quello dei siciliani è un rapporto agitato, come il mare sullo Stretto. Odio e amore dove a vincere è soprattutto il secondo, per una sorta di innamoramento che per questi luoghi dura una vita e si fatica a ricacciare dentro. Vincenzo Maimone, docente universitario all'Università di Catania e scrittore, è la guida esclusiva di questo tour insolito, che parte da Catania ma che si spinge ad Acireale, dove è nato, e poi a Taormina e addirittura a Marsala. Il suo ultimo romanzo La variabile Costante è ambientato proprio ad Acireale per due motivazioni di base: da una parte una forte conoscenza del territorio, e dall'altra per le sue caratteristiche paesaggistiche. «La sua architettura barocca, i suoi vicoli, come pure la presenza del nero basalto lavico, la rendono un’ambientazione perfetta per un noir. Sono sempre stato convinto che il paesaggio non è solo un suggestivo contorno, ma agisce insieme ai personaggi». La storia de La variabile Costante è un noir diviso tra Milano e la Sicilia. Ci sono delle analogie tra una città considerata ponte per l'Europa e un territorio invece ponte di un altro continente, tenendo conto che in molti definiscono Catania la Milano del Sud? Questa definizione ha secondo lei un fondo di verità? «Milano e Catania rappresentano i due

Q

volti del meticciato contemporaneo. Due differenti modi di concepire la convivenza e l’idea di città. Non amo particolarmente le similitudini, che hanno la brutta abitudine di trascurare, di mettere in secondo piano, specificità e caratteristiche originali di luoghi, cose e persone. L’accostamento tra la solerzia meneghina e l’intraprendenza etnea è il frutto di luoghi comuni stratificatisi nel tempo e mai messi troppo in discussione. Catania ha una sua specificità, qualcuno direbbe un suo brand, che intende promuovere e su cui sta investendo cercando di correggere le nefandezze commesse nel suo recente passato politico. Ma soprattutto, non va dimenticato, e dovrebbe essere ricordato, ancor oggi, a tutti i siciliani, che questa porzione di Europa è stata la culla della cultura che, occorre ribadire, è il prodotto del dialogo e dell’accoglienza. Aristotele affermava che la filosofia comincia dalla “meraviglia”, dallo stupore e dalla curiosità verso ciò che non si conosce. E a mio parere, questo continua ad essere un argomento vincente contro la miopia xenofoba e l’esaltazione di inutili e beceri regionalismi». È un appassionato di moto. Se dovesse consigliare un percorso nella costa catanese, quali sarebbero le possibili tappe? «Un tour in moto in Sicilia è un’esperienza che ogni appassionato delle due ruote dovrebbe fare. La peculiarità del paesaggio, i suoi repentini cambi di scena (un po’

come i repentini cambi di umore dei siciliani) affascinano e sorprendono ogni viaggiatore: le coste rocciose dello spigoloso litorale catanese, la marna bianca della Scala dei Turchi, i suggestivi mulini a vento delle saline di Marsala, solo per citare qualche esempio. Volendo restringere il campo alla provincia catanese, il percorso che suggerisco coniuga in un mix armonico mare e montagna (non una montagna qualsiasi, si badi bene, ma un vulcano, l’Etna, madre severa e generosa di questa terra). L’itinerario paesaggistico e gastronomico che consiglio è il seguente: partendo da Catania seguite la strada statale che costeggia il mare in direzione Messina, concedendovi dei passaggi all’interno di Aci Castello o, perché no, fermandosi a Aci Trezza a gustare la granita (per i catanesi rigorosamente mandorla macchiata caffè) accompagnata da una caratteristica brioche con il bernoccolo (e se non temete la prova costume, anche da due) godendo la vista dei faraglioni che svettano su un mare blu cobalto. Quindi,

proseguite fino a Giardini Naxos. Arrivati lì avete a disposizione diverse opzioni: un tour glamour a Taormina con una puntata all’allusivo bar Turrisi, dove potrete gustare l’afrodisiaco vino alle mandorle. O, spostandovi verso il vulcano un’esplorazione alle tumultuose Gole dell’Alcantara. Dopo questa tonificante immersione consiglio di proseguire lasciandosi cullare dai tornanti che costeggiano l’Etna e magari farsi sedurre dai profumi di qualche trattoria tipica o agriturismo». Una guida insolita per Catania e dintorni. «La presenza del Vulcano ha significativamente influenzato la vita di Catania e dell’intera provincia, sotto vari profili, non ultimo quello architettonico. Il tempo e il magma hanno sommerso la città creando stratificazioni e diversi livelli di sviluppo. Ecco perché una visita alla Catania sotterranea consente di conoscere e apprezzare tutte le sfumature che questo territorio è in grado di offrire e che costituiscono il fertile sedimento delle differenti culture che si sono avvicendate nel corso dei secoli. La


VIAGGI Expo 2015 Pag. 67 • Giugno 2015

So�o, Vincenzo Maimone, docente universitario all'Università di Catania. Ha da poco scri�o il noir La variabile Costante edito da Fratelli Frilli

LA CATANIA SOTTERRANEA

mostra tu�e le sfumature che questo territorio è in grado di offrire e che costituiscono il fertile sedimento delle differenti culture che si sono avvicendate nel corso dei secoli storia, così come il fiume Amenano, scorre sotto Catania. L’itinerario sotterraneo di Catania comprende la visita alle Terme della Rotonda, alle Terme Achillane, alla chiesa di S. Gaetano alle Grotte. Ma c’è anche un’altra accezione con la quale è possibile intendere il termine “nascosta”, ovvero, nel senso di celata allo sguardo per pudore, messa volutamente ai margini. È questo il caso dell’antico quartiere San Berillo, nel cuore della città e storicamente luogo di prostituzione. Un recente proget-

to ha avviato un’operazione di riqualificazione attraverso la creazione di un vero e proprio parco letterario-antropologico per conoscere, osservando i luoghi e rileggendo le pagine di Goliarda Sapienza, Vitaliano Brancati e Francesco Grasso, storie di vita e desiderio di riscatto. Un modo per conoscere Catania osservandola dalla prospettiva di chi vive ai margini». Il posto in cui ha maggiori ricordi o a cui è particolarmente affezionato. «C’è un luogo a cui sono particolarmente af-

fezionato ad Acireale. Nonostante la mia lunga permanenza in questa cittadina, l’ho scoperto solo da qualche anno e mi piace andarci tutte le volte che sento la necessità di prendere le distanze dal caos cittadino. Si tratta delle cosiddette “Chiazzette”: una vecchia strada costruita in pietra lavica intorno al 1700, immersa nella riserva naturale della Timpa, che collega Acireale con il borgo marinaro di Santa Maria La Scala. Lo scorcio panoramico che è possibile godere dalla Fortezza del Tocco e dai vari terrazzamenti lascia senza fiato. Le variegate sfumature di verde e la fioritura primaverile rendono il luogo ancor più affascinante. Una vera panacea per gli occhi e per lo spirito». Un itinerario culturale e letterario in giro per Catania. Quali piazze, botteghe, panorami e scorci consiglierebbe per apprezzare l'autenticità del

territorio? «Il modo migliore per conoscere un territorio, qualunque esso sia, è quello di lasciarsi guidare dai sensi i quali, come è noto, lasciano tracce indelebili nella nostra mente e ci legano ai luoghi molto più degli orribili souvenir tradizionali. E dunque, visitare la Sicilia, significa dare libero sfogo alla vista, all’olfatto e al gusto inseguendo le fragranze dei fiori di zagara, i richiami salmastri delle pescherie dei mercati rionali (la visita alla pescheria nel cuore di Catania è una tappa obbligata), la seduzione della pasticceria e le tinte forti della ceramica tradizionale. Consiglio inoltre una visita ad Aci Trezza nei luoghi descritti da Verga nelle pagine de I Malavoglia e riletti cinematograficamente da Visconti ne La Terra trema». ■ Teresa Bellemo

TURISMO, L'ORO SICILIANO Due Italie che viaggiano a diverse velocità. Emerge questo anche guardando i dati relativi al turismo a livello nazionale e, nello specifico, della Sicilia che sembra non voler sfruttare la sua bellezza n territorio che dovrebbe essere la leva dell'economia turistica del nostro Paese e che invece riesce ad attirare una percentuale esigua delle oltre 377 milioni di presenze annue. Per essere più precisi, il turismo della regione vale appena il 4 per cento - 14,5 milioni di visitatori all’anno - e il 4,4 per cento di arrivi del totale nazionale. Pendolari inclusi. Ad esempio il Veneto, la regione più turistica, arriva al 30 per cento con oltre 61 milioni di presenze, e la provincia di Bolzano (29 milioni) produce turismo praticamente come l’intera regione Lazio (30,7) e quasi il triplo della Sardegna (10,7). Ecco dunque che le percentuali della Sicilia sono in linea con

U

l’andamento dell’intero Meridione. E questo nonostante l’isola abbia il 19,7 per cento del totale nazionale di chilometri di coste e il 14,3 per cento del totale nazionale di siti Unesco. Quando si parla dell'ormai famoso "petrolio" dell'Italia, la Sicilia potrebbe di certo essere ai vertici. Invece oggi il turismo dà lavoro soltanto all’8,7 per cento del totale degli occupati della regione, che paga anche carenze strutturali e infrastrutturali, come testimoniato dal recente crollo del viadotto che univa Palermo alla costa orientale. La provincia più in sofferenza è quella di Palermo, che nel 2014 ha registrato un calo di presenze del 6,7 per cento rispetto al 2013. Le mete archeo-

logiche e balneari più gettonate sono quelle di Ragusa (+19,9 per cento nel 2014 rispetto al 2013) e Messina (+15 per cento). Al terzo posto Enna con un +14,3, al quarto Catania con un +11,1. Il capoluogo regionale paga il crollo nelle presenze straniere (-11,1 per cento fra il

2013 e il 2014), mentre il dato dei turisti italiani a Palermo è rimasto sostanzialmente identico (-0,7). Ragusa è trascinata dalle presenze straniere (+26,7 per cento) mentre è terza per presenze italiane con il 13,8 per cento in più. Prima Messina col 33,8. ■ TB


VIAGGI Expo 2015 Giugno 2015 • Pag. 68

Destinazione Sud Nella grotta dei sapori L’arte di cucinare il pesce, ad Acireale, appartiene alla famiglia Strano che, da oltre centocinquant’anni, accoglie i visitatori nella propria trattoria. La parola a Saro Strano

Terra di mille profumi Una personale mappa dei piatti e dei vini più amati della Sicilia. A delinearla sono alcuni noti personaggi originari dell’Isola

ella Sicilia orientale, alle pendici dell’Etna che guardano al mar Ionio, adagiato sulla riviera dei Ciclopi si stende Acireale. Il paese, che ha origini marinare, conserva tuttora una natura selvatica che si apprezza soprattutto nella riserva naturale della Timpa. «È il luogo ideale per una passeggiata. Si può percorrere una stradina, formata da sette tornanti, detta Chiazzette. Da questa si ammira uno splendido panorama, che accompagna fino alla vista della fortezza del Tocco, fortezza che deve il suo nome al tuono di un cannone, “u toccu”, che anticamente difendeva Acireale dagli attacchi dei pirati». A dipingere questo schizzo del luogo è Saro Strano, titolare della Grotta, trattoria che esiste da oltre centocinquant’anni nella frazione di Santa Maria la Scala. «La nostra arte culinaria – prosegue Strano – è antica, semplice e genuina. Ed è stata tramandata di padre in figlio. Anzi, da madre in figlio». Ad avviare l’attività, infatti, è stata nonna Rosa, che l’ha poi trasferita al figlio e padre di Saro, don Carmelo. «Gli ingredienti sono tutti prodotti tipici della zona, compreso pesce di ottima qualità. Fra i piatti, spiccano le nostre specialità: l’insalata di mare, ricca di polpi, calamari, gamberi e occhi di bue. Prepariamo anche pesce alla griglia o in zuppa, fritto di calamari ad anelli e, fra i primi, spaghetti con aragosta, gamberi, nero di seppia o penne con alici alla catanese». Sono ore felici quelle che il

N

SAPORI TIPICI

Fra i piatti, spiccano le nostre specialità: l’insalata di mare, ricca di polpi, calamari, gamberi e occhi di bue

La trattoria La Grotta si trova nella frazione Santa Maria la Scala di Acireale (CT) www.trattorialagrotta.com

buongustaio può trascorrere alla mensa della famiglia Strano, anche grazie alla peculiarità del locale. «Il ristorante è stato ricavato all’interno di una grotta di origine lavica e questa particolarità ne fa un ambiente raccolto e intimo, in grado di ospitare appena otto tavoli. Tuttavia, è possibile accomodarsi anche all’esterno, soprattutto in estate». A complemento della qualità e bontà del menù, c’è l’accoglienza della famiglia Strano. Don Carmelo e il figlio Rosario, infatti, saranno ben lieti di accompagnarvi davanti alla vetrina ricolma del pescato del giorno, dove potrete scegliere quello che più gradite e ascoltare i suggerimenti e i consigli su come richiederne la preparazione. «Dopo aver assaggiato le specialità della trattoria e soddisfatto i sensi, altre scoperte vi aspettano per le strade del centro storico di Acireale, come la piazza del Duomo, sulla quale si affacciano la nostra cattedrale, dedicata a Maria Santissima Annunziata, e la basilica dei santi Pietro e Paolo». ■ Valerio Germanico

l cibo non è mai neutrale. Corrisponde a un’esigenza fondamentale dell’uomo, ma da sempre si connota anche di una serie di valenze simboliche, da quelle sociali ed economiche sino a quelle più spiccatamente culturali. Le pietanze hanno il potere di dischiudere i ricordi e i vincoli identitari che uniscono le persone ai luoghi della propria infanzia e appartenenza. Attraverso i ricordi enogastronomici di alcuni personaggi siciliani è possibile ricostruire, in un gioco di suggestivi rimandi, la tradizione culinaria dell’isola. Una tavola che si tinge di colori, sapori e odori dalle tonalità forti, ma non privi di dolcezze e sinuosità. In costante equilibrio tra terra e mare. Pietrangelo Buttafuoco, giornalista catanese, esprime la sua affezione per i piatti della campagna: «Hanno il sapore terragno, rude e perfetto. Come i carciofi selvatici, quelli piccoli e spinosi. Vengono preparati dopo una lunga cottura e intinti nel sale e nell’olio mescolato all’aceto». Il palato dello scrittore del libro Le uova del drago si rallegra poi con le fritture a base di fave fresche, utilizzate come condimento o come base per la zuppa. «È, infine, un vero turbamento approfittare dei frutti spontanei quali finocchietto e borraggine. Quest’ultima, con una rude scorza che solo l’aceto forte dei contadini può ammansire». Per Buttafuoco andare al ristorante è una festa. «Quando vado fuori, cerco il mare». La meta gastronomica preferita è la Trattoria Don Saro a Capomulini, in provincia di Catania. «È bello in senso greco, eccelso nel rendere uguale ciò che è bello a ciò che buono. Si assapora un pesce squisito e la visione del paesaggio, lungo la costa Jonica, garantisce una festa anche per gli occhi». Il ristorante si appoggia su una palafitta che costeggia il mare: «È il massimo – sottolinea il giornalista – e cancella in un sol colpo tutta la musona presunzione dell’alta gastronomia dei gour-

I

met». Catanese è anche lo scrittore e opinionista Giampiero Mughini, che non ha mantenuto un rapporto di continuità con la propria regione di origine, ma continua ad assaporarne i sapori nella trattoria Pirandello di Milano, dove marito e moglie siciliani apprestano «alla grande» i piatti della terra. «Da quando mia madre è morta nel luglio 2001 – confessa Mughini – non vado più in Sicilia, la terra che ho abbandonato per sempre e senza voltarmi indietro nel gennaio 1970». Il piatto a cui è maggiormente legato è la «fatidica pasta alla Norma», condita con pomodoro fresco, melanzane fritte, ricotta salata grattugiata e basilico. Pietanza che non solo individua un autentico simbolo della tradizione gastronomica siciliana, «la leggenda dice che nacque nel corso di una serata catanese svoltasi a poche centinaia di metri dalla casa in cui sono nato», ma che fa leva su emozioni profonde: «Era un piatto che mia madre, catanese, cucinava alla perfezione e che continuò a cucinare fino a quando le sue forze e la sua mente vennero meno». Per innaffiare un buon pasto, serve il vino giusto. Mughini consiglia i vini siciliani che «negli ultimi anni sono decuplicati in qualità». Tra questi c’è il Cerasuolo di Vittoria della cantina Firriato, «un vino che avevo scoperto da ragazzo, quando per noi catanesi arrivare a Vittoria era un’avventura». E sul vino Mughini non risparmia notazioni inconsuete: «L’ex marito di una mia amica, scontati sette anni di carcere per terrorismo rosso, produce adesso un vino bianco “che induce all’alcolismo”. Chiedetelo a mio nome alla trattoria romana Evangelista». ■ Francesca Druidi

In apertura Pietrangelo Buttafuoco, giornalista e scrittore e Giampiero Mughini, scrittore e opinionista



VIAGGI Expo 2015 Giugno 2015 • Pag. 70

I misteri della Sardegna

Intrighi isolani Nelle viscere più intime e a tratti selvagge della Sardegna, pulsa il mistero. Vicende oscure e storie enigmatiche che catturano la fantasia e ne nutrono il fascino. Gianmichele Lisai ne ha scelte 101 omunque vesta, la Sardegna ti mozza il fiato. A sole alto, col candore dorato delle spiagge mescolato al pastello venato di smeraldo delle acque costiere. Dopo il tramonto, con le luci sfavillanti e caleidoscopiche che tinteggiano la notte. O con l’abito più enigmatico, intessuto di storia e narrazione a tinte gialle, che lascia intendere l’arcano, ma non lo risolve. Che dissemina tracce esoteriche tra i boschi e le rocce dell’entroterra, ma non le decifra. È il volto misterioso della Sardegna, quello distante dai luccichii della mondanità, ma che seduce ugualmente per quel suo animo sfuggente che piace tanto a chi della terra isolana ha scritto e scrive. Come Gianmichele Lisai, 33enne ozierese di nascita e maddalenino d’adozione, autore di libri che parlano della sua isola, tra cui 101 misteri della Sardegna (che non saranno mai risolti), edito da Newton Compton. «La Sardegna – sottolinea lo scrittore – è un continente di misteri in divenire: offre continue scoperte. Perfino la recente, drammatica, alluvione ha riportato in luce reperti ossei di origine incerta». Dal suo libro emerge il ritratto di un’isola zeppa di segreti. A quando risalgono e dove abitano i più antichi che lei ha scovato? «Il più antico è racchiuso nel primo capitolo del libro dedicato a Nur, un “uomo” che ha vissuto sull’isola cir-

C

UNA VISITA OBBLIGATORIA

è quella all’Asinara, isola riba�ezzata “del Diavolo”, “Cayenna del Mediterraneo” e “Alcatraz italiana”

ca 250.000 anni fa, del quale è stata ritrovata una falange nella grotta di Nurighe. Nur, cronologicamente, si può collocare tra l’Homo erectus e l’uomo di Neanderthal, ma data l’esiguità del reperto ritrovato non è stato possibile identificarne la specie con certezza. Difficile anche stabilire come sia giunto in Sardegna e non possiamo escludere che della Sardegna fosse originario». Dei 101 misteri che lei ha individuato, vogliamo selezionare i più affascinanti da inserire nell’itinerario settimanale di un ipotetico turista noir? «Be’, se il tema è il noir e la zona il nord, una visita obbligatoria è quella all’Asinara, isola ribattezzata “del Diavolo”, “Cayenna del Mediterraneo” e “Alcatraz italiana”. Il supercarcere che lì aveva sede, ritenuto inviolabile, ha ospitato alcuni dei più noti criminali italiani. Tutti quelli che hanno tentato l’evasione sono stati ritrovati sull’isola stessa, a volte vivi ma spesso cadaveri riportati dal mare, lì particolarmente inquieto. L’unico detenuto che è riuscito a espugnare il supercarcere dell’Asinara è stato il bandito sardo Matteo Boe. Quell’impresa, inevitabilmente, lo ha consegnato alla leggenda». Tra gli intrighi che ha tentato di risolvere, c’è quello del “muto di Gallura”. A quali luoghi si lega la sua storia e quali verità custodisce? «Oltre un secolo prima di me, Enrico Costa ha tentato di risolvere quell’intrigo, dedicando al muto un romanzo storico. Il luogo a cui si lega la figura di questo bandito leggendario è Aggius, paese gallurese bellissimo e turbolento, teatro di una delle faide più sanguinarie della Sardegna. La storia del muto custodisce un mistero, come testimoniato da Leonardo Sechi, al tempo dei fatti rettore di Aggius, il quale, unico a conoscere la verità sulla sorte del bandito, dichiarò: “Trattasi di

Gianmichele Lisai, scrittore ozierese autore di 101 misteri della Sardegna (che non saranno mai risolti)

un segreto conosciuto da Dio in cielo e da me in terra. Ma Dio non lo svelerà agli uomini, perché non si fida della loro giustizia: e io lo porterò nella tomba, perché tale è il mio dovere”». Un manto di storia e leggenda avvolge da sempre il significato dei 4 mori sullo stemma della Sardegna. Lei ha provato a scavare nell’enigma: cos’ha scoperto? «Alcuni studiosi rimandano il simbolo dei 4 mori a uno stemma papale consegnato ai pisani giunti in Sardegna per combattere i saraceni che assediavano l’isola. Compaiono spesso mori ritratti in gonfaloni papali, ad esempio in quello di Benedetto XVI. Altri ritengono che il simbolo sia di origine templare, teoria che personalmente trovo piuttosto fantasiosa. Di certo i quattro mori compaiono anche nello scudo araldico aragonese, in memoria della storica battaglia di Alcoraz in cui Pietro I d’Aragona sconfisse i musulmani. Secondo la leggenda, sul campo di battaglia, furono raccolte le teste mozzate di 4 mori. L’episodio è stato immortalato anche in un dipinto». Lei ha scritto anche una guida su 101 cose da fare almeno una volta in Sardegna. Quale proporrebbe a un visitatore straniero, magari appassionato di archeologia? «Tra nuraghi, pozzi sacri, tombe dei giganti e perfino una ziqqurat, l’unica rinvenuta nel Mediterraneo occidentale, c’è l’imbarazzo della scelta. Proporrei magari un itinerario archeologico che attraversi l’isola intera da nord a sud. Dovendo sceglierne una, forse consiglierei di percorrere la scalinata che conduce al fondo del pozzo sacro di Santa Cristina, a Paulilatino, in provincia di Oristano: un monumento straordinario, esoterico, legato al culto dell’acqua. Personalmente, poi, sono un grande appassionato di archeologia industriale. Da questo punto di vista il Sulcis-Iglesiente è una miniera di tesori, in tutti i sensi». Per gli amanti del brivido, secondo lei, qual è in assoluto il luogo più oscuro della Sardegna? «Un luogo suggestivo e, in un certo senso, terrificante è il cosiddetto Abisso delle Vergini: una gola che si trova all’interno della grotta-tempio di Ispinigoli, nel Supramonte di Dorgali. Leggenda vuole che in quell’inghiottitoio venissero gettate, in sacrificio agli dei, le vergini. Ancora oggi, durante certe notti si possono sentire, mescolati al rumore del vento, i lamenti delle anime di quelle povere fanciulle». ■ Giacomo Govoni


VIAGGI Expo 2015 Pag. 71 • Giugno 2015

Tesori d’Italia Sono migliaia le località italiane, ricche di un patrimonio d’arte, di storia, di cultura, di archeologia unico e irripetibile. Osvaldo Bevilacqua invita a riscoprire queste terre, troppo spesso non adeguatamente valorizzate iceve di continuo lettere, mail, fax, anche telefonate, dall’Argentina, dall’Australia, dagli Usa, dai Paesi europei, da parte di italiani che si sono trasferiti all’estero per lavoro, magari 50 anni fa, e che manifestano l’aspirazione di voler tornare in Italia chiedendogli consigli. Naturalmente non c’è una sola scelta, un’unica meta, si può rispondere citando infinite destinazioni. «Ma c’è una “dorsale” in particolare sottolinea lo storico conduttore di Sereno Variabile, Osvaldo Bevilacqua - che è stata scoperta oltreoceano e dai nordeuropei, norvegesi e svedesi tra gli altri, che parte dalla Liguria, passa per la Toscana, l’Umbria, le Marche fino ad arrivare all’alto Lazio ed all’Abruzzo, luoghi di cui ci troviamo spesso a parlare nelle puntate della nostra trasmissione». Sono sempre di più i cittadini stranieri che decidono di venire a vivere nella nostra terra, e che a volte aprono anche bed & breakfast, puntando loro stessi sull’attività turistica in Italia. «Gli inglesi hanno dato il via a questa tradizione soprattutto in Toscana e in

R

Umbria, che ormai registrano il tutto esaurito. Territori che sono stati salvati dalla decadenza, luoghi una volta abbandonati per la forte spinta all’urbanizzazione, sono tornati a vivere, a donare bellezza e a produrre benessere. Il più famoso nel mondo è oggi il cosiddetto Chiantishire, ma anche la Maremma Laziale e la Tuscia sono molto gettonate: le mete sono infinite e non c’è che l’imbarazzo della scelta. E tutto ciò è il simbolo, la rappresentazione, dell’eccellenza italiana: l’antica abitudine italica del sentirsi inferiori agli altri non ha senso, il nostro Paese oggi seduce e affascina migliaia di stranieri, non necessariamente di lingua e cultura italiana, che amano venire da noi, non solo per turismo ma per stabilirsi definitivamente e vivere sulla nostra terra». In quale regione ha apprezzato di più la genuinità e l’ospitalità degli abitanti e come si è espressa? «Devo riconoscere che ogni settimana, ovunque andiamo, si manifesta una gara di solidarietà tra la gente comune, che ci accoglie come se ci conoscesse da sempre: con grande ospitalità ci fanno entrare nelle loro case e si mettono a totale

disposizione, questo perché sanno che siamo lì per raccontare le loro storie, le loro attività, le loro vite. Questa accoglienza genera in noi commozione; il loro entusiasmo, la loro partecipazione non può lasciare indifferenti, e tutto si ripete ogni volta, in ogni località, dal nord al sud al centro. Per scelta editoriale non intervistiamo mai gli amministratori locali, ma andiamo a ricercare la gente comune, coloro che sono impegnati tutti i giorni in prima linea, ma devo anche ri-

LA VIA FRANCIGENA

percorsa a piedi, è un tracciato ideale per partire alla scoperta di luoghi, storia, arte, cultura, enogastronomia, curiosità

Osvaldo Bevilacqua, conduttore della trasmissione televisiva Sereno Variabile

conoscere che spesso incontriamo amministratori che si rendono disponibili senza voglia di apparire, soltanto con l’obiettivo di rendersi utili per la promozione del loro territorio». Quale itinerario consiglierebbe a un curioso viaggiatore? «Per un viaggiatore come me non c’è che l’imbarazzo della scelta, perché l’Italia è un paese baciato dalla fortuna, per la sua storia, per le sue tradizioni, per la sua cultura, e diventa quasi impossibile scegliere una meta piuttosto che un’altra. La via Francigena però potrebbe essere il tracciato ideale per partire alla scoperta di luoghi, storia, arte, cultura, enogastronomia, curiosità. Se dovessi essere ancora più incisivo, consiglierei di percorrere parte del tragitto a piedi, pernottando in istituti religiosi, in bed & breakfast, nelle abitazioni di gente comune, che garantisce ospitalità e accoglienza; si tratta di luoghi dove spesso ci si deve adattare con spirito spartano, ma che permettono d’identificarsi con l’animo del pellegrino in viaggio, che spinto dalla fede percorreva fino a 30 km al giorno; un viaggio faticoso però esaltante, sia nel raggiungimento della sognata meta, sia nel tragitto alla scoperta di luoghi sconosciuti e indimenticabili». Qual è invece la piazza più pittoresca che ha visitato? «È difficile dare una risposta perché l’Italia è tutta una piazza: i comuni storicamente nascono intorno alle piazze, centri di governo e di commercio, dove si concentravano la vita e le attività quotidiane dei cittadini. E che piazze ci sono nel nostro Paese». ■ Renata Gualtieri