Viaggi Feb 2016

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In abbinamento alla stampa nazionale

Viaggio in Italia

Allegato al quotidiano

il Giornale

OSSERVATORIO SUL TURISMO DI QUALITÀ

BANDIERE ARANCIONI

METE SICILIANE

La qualità dei borghi italiani certificata dal Touring Club. Il punto del presidente Franco Iseppi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . p. 11

Un tour sull’Isola del sole accompagnati da Antonino Zichichi, Giampiero Mughini, Nino Frassica e Gaetano Basile . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . p. 49

Fiore all’occhiello del buon vivere nel mondo Lino Enrico Stoppani, presidente Fipe, Federazione italiana pubblici esercizi

el 2015 secondo gli ultimi dati della nostra Federazione i turisti stranieri hanno speso nel nostro Paese 8,4 miliardi di euro tra bar e ristoranti, che vanno a unirsi ai 12 miliardi dei turisti italiani. Cifre destinate a crescere ulteriormente fino ad arrivare a una spesa prevista per l’anno in corso di 9 miliardi di euro. Bastano questi numeri per capire l’importanza che il mondo della ristorazione e del fuoricasa in generale rivestono per l’economia del nostro Paese, grazie alla qualità dell’offerta e alla grande attrattività nei confronti della clientela.

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BIT 2016, LA VETRINA DEL BEL PAESE L’Italia torna regina dell’ospitalità. Il bilancio di un anno caratterizzato da grandi eventi. Le nuove tendenze del turismo internazionale. La progressiva ascesa delle città d’arte e le ricadute sul tessuto ricettivo p. 4

>>> segue a pag. 3

L’anno magico del turismo Cibo, grandi eventi, musei, fede, voglia di sport. Sono le motivazioni che nel 2015 hanno spinto i viaggiatori a scegliere l’Italia. «E cresceranno presto di altri milioni» pronostica Franceschini a macchina italiana del turismo torna a correre. In un quadro internazionale ancora segnato da fattori di instabilità, i viaggiatori che l’anno scorso hanno scelto di visitare la nostra Penisola sono aumentati in misura più significativa di quanto non sia accaduto in tutti gli altri Paesi, che nel complesso hanno comunque registrato un incremento dei flussi del 4,4 per cento sul 2014. Terza in Europa con 385 milioni di pernottamenti e seconda solo alla Spagna in termini di turisti stranieri accolti in base agli ultimi rilievi Eurostat, l’Italia ha visto migliorare il saldo della sua bilancia turistica grazie alla capacità attrattiva che ha saputo esprimere ed esaltare anche a latere

dei grandi eventi ospitati. «I risultati del turismo nel 2015 per l'Italia sono stati straordinari - sottolinea il ministro Dario Franceschini - e hanno prodotto grandi numeri. Numeri che saliranno ulteriormente nel futuro, con una crescita che riguarderà milioni di persone». Trasmette ottimismo il ministro, galvanizzato innanzitutto dal richiamo generato dai luoghi di cultura, ai quali il suo dicastero ha dedicato particolare attenzione negli ultimi tempi mettendo in campo iniziative di valorizzazione come ad esempio le domeniche gratuite ai musei.

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Dario Franceschini, ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo

>>> segue a pag. 4

ALL’INTERNO Federalberghi La ripresa del turismo italiano. L’analisi di Bernabò Bocca Matera 2019 I proge�i della Capitale europea della cultura Valle d’Aosta Il paradiso degli sport invernali raccontato da Carlo Gobbo



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Colophon LOMBARDIA

TRIESTE

L’arte di guardare Milano con Philippe Daverio p. 23

Scorci mi�eleuropei. . . p. 25

Direttore responsabile Marco Zanzi direzione@golfarellieditore.it Consulente editoriale Irene Pivetti Direzione marketing Aldo Radici

Lo storico d’arte Philippe Daverio

Coordinamento editoriale Michela Calabretta direzione@golfarellieditore.it

PADOVA

Redazione Tiziana Achino, Lucrezia Antinori, Tiziana Bongiovanni, Eugenia Campo di Costa, Cinzia Calogero, Anna Di Leo, Alessandro Gallo, Simona Langone, Leonardo Lo Gozzo, Lara Mariani, Michelangelo Marazzita, Chiara Milani, Marcello Moratti, Michelangelo Podestà, Silvia Rigotti, Giuseppe Tatarella Relazioni internazionali Magdi Jebreal Hanno collaborato Fiorella Calò, Francesca Druidi, Renata Gualtieri, Francesco Scopelliti, Lorenzo Fumagalli, Gaia Santi, Maria Pia Telese Sede Tel. 051 223033 - Via Ugo Bassi, 25 40121 - Bologna www.golfarellieditore.it Relazioni pubbliche Via del Pozzetto, 1/5 - Roma Tiratura complessiva: 360.000 copie

Distribuito in Direct Mailing ai nominativi registrati durante i workshop nell’ambito di Bit 2016. I nominativi sono trattati in forma automatizzata al solo fine di espletare adempimenti di tipo operativo, gestionale e statistico. Informativa ex art. 13D. Lgs. 196/03 (Codice in materia di protezione dei dati personali - Tutela della Privacy)

PUGLIA

I 150 anni del museo Bo�acin p. 28

LA CULTURA DEL CIBO p. 32

A Lecce con Paolo Perrone

p. 43

La scuola emiliana

>>> Segue dalla prima Un mondo variegato, quello dei pubblici esercizi italiani che come Fipe rappresentiamo, comprendente oltre 300mila imprese, 900mila occupati e con un giro d’affari di oltre 85 miliardi di euro all’anno. Una parte integrante del “made in Italy” che ci rende un fiore all’occhiello del buon vivere nel mondo, dell’economia diffusa in tutti i territori e del “sistema Italia” che ha attraversato negli ultimi anni una crisi profonda e significative trasformazioni, senza però mai rinunciare a credere in una ripresa che ora finalmente comincia a intravedersi. Torna infatti nelle analisi e nelle rilevazioni il segno “più” nella fiducia di imprese e consumatori, mentre bar e ristoranti stanno finalmente incarnando di nuovo un punto di riferimento per la clientela, luogo di somministrazione ma soprattutto di relazioni, storie che si intrecciano, luogo che continua a raccontare l’Italia e gli italiani agli occhi degli italiani stessi e del mondo. Lo dimostrano

ancora una volta i dati del nostro Ufficio studi: secondo l’ultimo Rapporto ristorazione oltre l’80 per cento dei consumatori ha in programma di spendere maggiormente nel fuoricasa nei prossimi mesi rispetto al passato. Il valore della ristorazione non si misura soltanto in termini di spesa ma anche e soprattutto per la capacità di generare attrazione verso il nostro Paese e soddisfazione da parte dei turisti, valore pienamente espresso dal nostro indotto, tanto da indurre la clientela internazionale a porre la ristorazione quale punto di forza trasversale nella scelta o meno di una località. Non solo, le nostre imprese continuano ad avere un grande valore sociale dato dall’importanza dei temi della qualità della vita, della convivialità, del presidio dei centri storici, dell’accoglienza e dell’integrazione sociale. Valori imprescindibili che costituiscono l’identità di questi luoghi: secondo una ricerca sui punti di forza del “brand Italia” i ristoranti si pon-

gono al secondo posto e i bar al quinto. Considerazioni che giustificano gli sforzi che i diversi Paesi hanno compiuto o stanno compiendo per far riconoscere la propria cucina come patrimonio immateriale dell’umanità. Ai valori sociali e della tradizione oggi si unisce la modernità data da nuove formule, in coerenza con i nuovi trend della domanda (sostenibilità, attenzione al benessere, tipicità, uso della tecnologia, specializzazione). Come Fipe lavoriamo per rappresentare questa importante parte d’Italia, le sue problematiche e i suoi bisogni, nell’interesse prima di tutto delle imprese, dei lavoratori, della qualità e della sicurezza, dell’economia. Un lavoro che svolgiamo con passione da oltre 70 anni e che vogliamo proseguire con alcuni input importanti nei confronti dei nostri associati: prima di tutto promuovendo una crescita in termini di qualità e competenze degli operatori, e d’altro lato difendendo il valore di una categoria, quella dei ristoratori e dei gestori di pubblici esercizi che non deve tollerare in alcun modo improvvisazioni (come tutte le formule legate al fenomeno dell’abusivismo) le quali, oltre a non rispettare le normative, costituiscono una minaccia per la qualità e la sicurezza dei consumatori e rischiano di compromettere seriamente l’immagine di un mondo che fa dell’attenzione totale verso il cliente il proprio punto di forza. ■


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Politiche turistiche Palazzo Ducale Venezia

lare. «L’Anno Santo – spiega Franceschini – coinciderà con l’anno nazionale dei cammini: un turismo povero, lento e che valorizzerà i posti meno conosciuti del nostro Paese. Sono convinto che quel che è avvenuto a Santiago può accadere in molte parti d’Italia».

>>> continua dalla prima

«Quello che si è appena concluso - afferma Franceschini - è stato l’anno d’oro dei musei italiani, con circa 43 milioni di visitatori per un incasso totale di 155 milioni. Per il nostro Paese si tratta del miglior risultato di sempre, anche rispetto a un 2014 che aveva già registrato numeri molto positivi». FOOD, SPORT E “CAMMINI”: I NUOVI VIAGGI MADE IN ITALY Ma la componente culturale, che peraltro ha dato un forte impulso all’incoming registrato nelle capitali italiani dell’arte, non è stata l’unica leva che ha contribuito a rimettere al centro della mappa turistica mondiale il Belpaese. Considerato una destinazione d’eccellenza anche per sviluppare altri tipi di turismi, come quelli inseriti dalla Bit di Milano 2016 (appena conclusa) nella famiglia dei cosiddetti “leisure”. Tra questi un posto d’onore spetta sicuramente al turismo enogastronomico, un tempo ritenuto segmento di nicchia e oggi valore d’aggiunto assoluto per le vacanze made in Italy. Secondo un rapporto elaborato da Imago infatti, quasi due turisti stranieri su tre associano l’Italia all’enogastronomia anche grazie a una capacità di accoglienza di quasi 21 mila agriturismo, più di 6600 fattorie e a una gamma di wine&food che solo l’estate scorsa ha in-

dotto i turisti a spendere oltre 11 miliardi di euro per acquistare le nostre specialità. Altro segmento in progressiva ascesa è quello del turismo attivosportivo, che con 10 milioni di viaggi e 60 milioni di pernottamenti censiti dall'Osservatorio nazionale del turismo nel 2015 e un giro d’affari stimato di 6,3 miliardi di euro, si conferma una dei segmenti più promettenti anche per promuovere aree meno note e destagionalizzare il prodotto. Come evidenziato dallo stesso Franceschini all’indomani dell’annuncio che nel 2022 la Ryder Cup, la più importante com-

petizione di golf a squadre al mondo, si svolgerà a Roma. «Il turismo sportivo è notoriamente un segmento che produce molto reddito e che spesso si associa con quello naturalistico e culturale. Lavoreremo pubblico e privato insieme perché il nostro sistema ricettivo sappia farsi trovare pronto». Impossibile, infine, non parlare del turismo religioso che ogni anno in Italia muove una media di 5,6 milioni di pellegrini, di cui circa il 60 per cento provenienti dall’estero. E che nel 2016 sarà inevitabilmente uno dei turismi su cui investire, vista la straordinaria ricorrenza giubi-

PROSPETTIVE TURISMO, RILANCIO NEL SEGNO DELLA CULTURA Un’operazione, quella dei cammini, di cui il ministro va particolarmente fiero perché mettendo insieme tutti gli operatori, laici e religiosi, ha saputo fare sistema a un «grande progetto non solo turistico ma culturale». Cultura che ancora una volta ritorna come trait d’union dei provvedimenti politici promossi dal Mibact, non ultimi quelli inseriti nella recente manovra finanziaria. «Grazie anche ai miglioramenti introdotti nel corso del dibattito parlamentare – afferma Franceschini - la cultura è diventata il cuore e l’anima della Legge di stabilità 2016. Rispetto al 2015, il bilancio del Mibact aumenta del 27 per cento, superando i 2 miliardi di euro. Questo significa che la tendenza si è invertita e che finalmente si torna a credere nella cultura come motore dello sviluppo del Paese investendo su musei, biblioteche, archivi, cinema, spettacolo e valorizzando il ruolo che ogni singolo cittadino può dare alla tutela del patrimonio culturale». ■ Giacomo Govoni

Italia, un anno da regina dell’accoglienza Nel 2015 arte e mare, col favorevole traino dei grandi eventi, hanno risvegliato la propensione alla vacanza nel Belpaese. Con riflessi positivi sul nostro tessuto ricettivo e sulle prenotazioni per i prossimi mesi anno della riscoperta della cultura, dell’arte e del viaggio esperienziale. In poche parole, il 2015 del turismo domestico e internazionale ha sorriso all’Italia. Lo si era già capito in estate, dai circa tre milioni di turisti in più rispetto al 2014 che anche grazie all’effetto Expo avevano trascorso le vacanze nelle località del Belpaese. E se ne è avuto conferma in autunno, dove i soggiorni balneari hanno ceduto il testimone a quelli culturali mantenendo inalterato il trend di crescita dei flussi verso la nostra Penisola.

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INCOMING 2015, BRINDANO ALBERGHI E MUSEI Analizzando i dati Istat riferiti ai movimenti nelle strutture d’accoglienza italiane nel terzo trimestre 2015 infatti, si apprende

che gli arrivi negli esercizi ricettivi sono stati pari a 42,7 milioni di unità e le presenze a oltre 191,4 milioni. Con aumenti, rapportati al terzo trimestre dell’anno precedente, rispettivamente del 3,1 per cento e del 2,7 per cento . Numeri che trovano corrispondenza nella fotografia annuale scattata dall’Osservatorio turistico-alberghiero di Federalberghi, che nel consuntivo dell’intero 2015 rileva un incremento complessivo di presenze nelle strutture italiane del 3,6 per cento, con i pernottamenti degli stranieri che rispetto all’anno scorso migliorano del 4,1 per cento contro il 3,2 per cento dei nostri connazionali. «Il principale comparto del sistema economico-turistico del Belpaese mostra segnali di ripresa – osserva il presidente della federazione Bernabò Bocca - ma per recuperare il terreno perduto negli anni precedenti ci vorrà al-

meno un lustro di risultati col segno positivo. In ogni caso, il 2015 sarà probabilmente ricordato come l’anno in cui si è riscoperta la voglia di viaggiare, la nostra ricchezza paesaggistica, artistica e culturale, anche da parte degli italiani». Un “ritorno di fiamma” per lo sterminato patrimonio dello Stivale di cui hanno giovato in primis i musei italiani, che l’anno scorso hanno accolto 43 milioni di visitatori per circa 155 milioni di euro incassati. Di «miglior risultato di sempre» ha parlato anche il ministro Franceschini, commentando l’andamento di un 2015 che ha visto crescere del 6 per cento il numero di visitatori e del 14 per cento gli introiti generati dai luoghi culturali. Capolista assoluto è stato il Colosseo, che ha superato i 6,5 milioni di ingressi con un incremento del 6 per cento sul 2014, seguito dai quasi 3 milioni di

Renzio Iorio, presidente di Federturismo Bernabò Bocca, presidente di Federalberghi

Pompei e dai quasi 2 degli Uffizi di Firenze. Da segnalare l’exploit del Museo Egizio di Torino, settimo in classifica con 750 mila visite ma con un balzo in avanti del 33 per cento rispetto all’anno precedente.


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STRANIERI STREGATI DALLE CITTÀ D’ARTE ITALIANE Strettamente correlata alla dinamica dei musei, specie per quanto riguarda l’afflusso di ospiti dall’estero, è quella delle città d’arte italiane. In progressiva ascesa nonostante l’incidenza negativa della paura di attentati, anche nei prossimi mesi reciteranno la parte del leone tra le destinazioni preferite dai viaggiatori. Sia italiani, che in base a quanto sostiene l’Osservatorio Conf-Turismo Piepoli tra febbraio e aprile le sceglieranno facendo salire a 3,8 il numero medio di notti per viaggio, il 6 per cento rispetto all’analogo trimestre del 2015. Sia stranieri, che stando ai rilevamenti di Eurostat le antepongono a tutte le altre mete europee con la sole eccezione di quelle spagnole. «I dati sono incoraggianti - afferma Renzo Iorio, presidente di Federturismo – perché testimoniano il costante e alto gradimento da parte dei turisti stranieri per il nostro Paese. Tuttavia per essere mantenuti richiedono adesso politiche di promozione Paese innovative e durature. Il buon andamento del settore turistico è determinante per la crescita anche della produzione industriale, oltre che dell’occupazione, ed è importante che il Governo intervenga a sostegno delle imprese turistiche attraverso un programma di medio/lungo periodo che favorisca investimenti e riduca il carico fiscale per lavoratori e imprese». Tra gli interventi che Iorio sollecita per qualificare ulteriormente la nostra filiera turistica c’è il contrasto ad alcune zone grigie relative ad esempio alle locazioni degli appartamenti per le vacanze. «Spesso sono svolte senza alcun rispetto delle regole – sottolinea il presidente di Federturismo - a danno delle strutture ricettive che, invece, sono sottoposte a un gran numero di adempimenti amministrativi, di sicurezza e fiscali». Posizione condivisa in toto anche dal numero uno di Federalberghi. «Chiediamo – aggiunge Bocca- che il nuovo piano strategico nazionale conferisca attenzione prioritaria alla promozione del prodotto Italia, aumenti le risorse a favore delle imprese che investono per migliorare l’offerta e intensifichi la battaglia contro la proliferazione delle attività abusive». ■ GG

Strade dei sapori, una miniera tutta italiana Davanti ai nostri prodotti della buona tavola, i turisti non badano a spese. Valorizzarli all’interno di circuiti d’eccellenza diventa pertanto una delle ricette di rilancio più efficaci per l’industria nazionale dell’ospitalità. Come spiega Roberto Moncalvo ei 75 miliardi di euro fatturati complessivamente dal sistema turistico italiano nel 2015, circa 26 miliardi hanno riguardato l’acquisto di cibo e bevande. Questo significa che più di un terzo del budget che turisti italiani e stranieri destinano alle vacanze, viene investito per appagare il palato «in ristoranti, pizzerie, trattorie o agriturismi, ma anche per acquistare prodotti alimentari tipici». Lo rivela un’analisi svolta da Coldiretti e presentata nei mesi scorsi a Napoli, in occasione della firma di un accordo per la valorizzazione dei circuiti di eccellenza a sostegno dell’offerta turistica tra il Ministero dei beni culturali e del turismo e, appunto, Coldiretti. «Questa intesa – spiega il presidente Roberto Moncalvo – è anche un riconoscimento al lavoro di intere generazioni di agricoltori impegnati a difendere la biodiversità sul territorio e a costruire un patrimonio che oggi traina la ripresa dell’intera economia». Dal vostro studio emerge che chi viene a far villeggiatura in Italia spende più per il cibo che per l’alloggio. A cosa si deve questo storico “sorpasso”? «Al primato mondiale nell’enogastronomia conquistato dall’Italia grazie a 278 prodotti a denominazione di origine Dop e Igp riconosciuti dall’Unione, 415 vini Doc e Docg e 4886 prodotti tradizionali. Non è un caso che due stranieri su tre considerino la cultura e il cibo la principale motivazione del viaggio in Italia mentre ben il 78 per cento degli italiani in vacanza vuole gustare i prodotti tipici del luogo in cui si reca». Il budget che i turisti investono in beni alimentari non riguarda solo la ristorazione, ma anche l’acquisto di prodotti come “souvenir”. Quanto incide questa voce sulla spesa enogastronomica totale? «L’acquisto di prodotti tipici come ricordo delle vacanze è una tendenza in rapido sviluppo in Italia. Favorita dal moltiplicarsi delle occasioni di valorizzazione dei prodotti locali nei principali luoghi di villeggiatura, con percorsi enogastronomici, città del gusto, quasi 10 mila aziende e mercati degli agricoltori di Campagna Amica e 21 mila agriturismi. Si calcola che il turismo enogastronomico in Italia valga oltre 5 miliardi l’anno».

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Roberto Moncalvo, presidente nazionale di Coldiretti

Quali sono le specialità italiane più vendute? «Il ranking dei best seller enogastronomici vede protagonisti soprattutto i vini, i formaggi, i salumi e specialità come il tartufo. La tendenza è quella di andare ad acquistare direttamente dai produttori nei mercati o in azienda per conoscere anche la storia, le tradizioni e i processi che stanno dietro ai prodotti». Quanto all’accordo che avete sottoscritto col Mibac per la valorizzazione dei circuiti nazionali di eccellenza, in quali fasi si svilupperà nel dettaglio? «L’Italia e il suo futuro sono legati alla capacità di tornare a fare l’Italia anche nell’offerta turistica, imboccando intelligentemente la strada di un nuovo modello di sviluppo che trae nutrimento dai punti di forza che sono il proprio patrimonio storico e artistico, il paesaggio e il cibo. Per questo siamo grati dell’impegno del ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo a ricercare tutte le sinergie possibili tra due mondi, troppo spesso separati». Con quali progetti e iniziative Coldi-

retti si inserirà nel calendario di attività previste da questa intesa? «Il nostro impegno va dal promuovere la conoscenza della storia delle produzioni agricole al potenziamento dell’offerta enogastronomica nei luoghi più turistici fino all’individuazione di percorsi didattici nei territori nazionali con elevato valore culturale. Ma stringiamo anche forme di collaborazione con gli imprenditori agricoli nei cui terreni sono eseguite opere di ricerca archeologica». In quali declinazioni il binomio ‘agroturismo’ al momento funziona di più? «L’agriturismo è forse l’unica struttura turistica che ha continuato a crescere anche negli anni di crisi. Nell’ultimo anno sono aumentati del 4,1 per cento per un totale di 21744 strutture presenti lungo tutta la Penisola, secondo elaborazioni Coldiretti su dati Istat. Oggi l’impegno degli operatori va verso la qualificazione dei servizi offerti. La capacità di mantenere inalterate le tradizioni enogastronomiche nel tempo è certamente la qualità più apprezzata dagli ospiti degli agriturismi italiani che però hanno integrato alloggio e ristorazione con servizi innovativi per sportivi, nostalgici, curiosi e ambientalisti come l'equitazione, tiro con l'arco, trekking o attività culturali come la visita di percorsi archeologici o naturalistici, ma anche corsi di cucina e wellness». E voi come vi state muovendo per qualificare ulteriormente l’offerta agrituristica? «Affiancando alla nostra storica associazione agrituristica Terranostra l’esperienza di successo dei mercati e delle fattorie di Campagna amica anche con la nuova app farmersforyou, in versione italiana e inglese. Uno strumento che permette di scegliere gli agriturismi dove soggiornare nei più bei paesaggi della campagna italiana, i mercati di Campagna Amica, le fattorie e le botteghe dove poter acquistare il vero made in Italy agroalimentare, ma anche i ristoranti che offrono menù con prodotti acquistati direttamente dagli agricoltori di Coldiretti. L’app ha un sistema di ricerca per settore, su base regionale e provinciale, con schede informative riguardanti i prodotti che si possono acquistare, una selezione delle eccellenze, la mappa per raggiungere il luogo e molto altro». ■ Giacomo Govoni


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Il turismo che verrà

Una vacanza, mille esperienze È la motivazione numero uno per la quale i turisti, che le previsioni 2016 danno in aumento, scelgono l’Italia. Pertanto servono «proposte integrate in linea con una clientela sempre più dinamica», avverte Mara Manente rriverà qualche ospite in meno dai Paesi emergenti, ma nel complesso il movimento extraeuropeo verso la nostra Penisola crescerà del 6,4 per cento, sostenuto in particolare dal nord America. È un scenario di incoming decisamente positivo quello che il modello di previsione Trip elaborato da Ciset-Ca’ Foscari profila nel 2016 per l’Italia. Con uno spostamento dell’asse della domanda che torna a focalizzarsi sui mercati maturi tradizionali, le stime del centro studi veneziano evidenziano «un’ottima tenuta del turismo internazionale anche in termini di spesa/fatturato e un tasso di partenze dall’Italia verso l’estero che salirà a sua volta del 2,3 per cento». A metterlo in luce è la direttrice del Ciset Mara Manente, che illustra le ultime evoluzioni dei flussi turistici e riflette sugli sviluppi che potranno avere in futuro. Il vostro outlook restituisce un quadro incoraggiante della domanda turistica verso l’Italia. Nord America a parte, quali altri Paesi la stanno trainando? «Il mercato asiatico, Giappone in testa, anche se non crescerà più a due cifre come qualche anno fa. Strettamente legati alle condizioni geopolitiche, vanno poi consolidandosi altri due fenomeni: l’incremento dei flussi centro e nord europei che per ragioni sia economiche sia di sicurezza scelgono destinazioni più vicine come l’Italia. E la crisi del bacino sud del Mediterraneo, che finisce per spostare la mobilità turistica verso il bacino nord. In pratica stiamo assistendo a un ricompattamento dei flussi». Sulla base delle indagini in corso, che andamento sta osservando il turismo invernale in Italia? «La stagione è in pieno svolgimento, le settimane bianche si stanno sviluppando, per cui siamo ancora in una fase previsionale. Dal punto di vista delle aspettative degli operatori, la stagione viene giudicata favorevole sia sul fronte internazionale, ma soprattutto su quello domestico che ultimamente aveva scontato diverse criticità. L’inversione già riscontrata nella stagione estiva sembra possa continuare, con una crescita stimata del 2 per cento rispetto all’inverno passato». Quali fattori stanno stimolando questo trend e quali sono i pacchetti vacanza più venduti? «Tra i principali elementi di stimolo si segnalano la ripresa economica, il fatto che in questo momento l’Italia venga considerata tutto sommato una destinazione

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Mara Manente, dire�rice di Ciset Ca’ Foscari

sicura e un’eccellente capacità d’attrazione sul piano delle proposte turistiche. A livello di articolazione dei prodotti, anche nel periodo invernale si rafforza la preferenza verso un format di vacanza in grado di coniugare più esperienze. Vuoi per le scarse nevicate, vuoi per motivazioni contingenti, viene evidenziata una grande espansione del fitness e del benessere per esempio. O del culturale abbinata al soggiorno in agriturismo». Quali nuovi turismi si stanno imponendo su scala internazionale e rispetto a quali il nostro Paese rappresenta una destinazione d’eccellenza? «Il turismo enogastronomico è certamente tra quelli per i quali l’Italia è vi-

sta come un approdo privilegiato. Spesso, appunto, in relazione con la componente culturale o paesaggistica. La stessa vacanza balneare sta progressivamente abbandonando la sua tradizionale struttura a favore di una maggior interconnessione con altre esperienze, ad esempio il cicloturismo o le visite culturali. Pertanto più che di singoli turismi, è opportuno parlare di ricerca di esperienze combinate, il vero elemento distintivo rispetto a 15-20 anni fa». Siamo nell’anno giubilare, da cui ci si attende una grande risposta di pellegrini. Com’è cambiato il profilo del turista religioso negli ultimi anni? «Ha subito una profonda segmentazione.

Dall’analisi di casi di successo internazionale, emerge una netta differenziazione: c’è il pellegrino tradizionale, che cerca l’esperienza di fede, viaggia spesso in gruppo e con budget limitato, soggiornando in strutture extra-alberghiere, per lo più di natura ecclesiastica. Poi c’è il turista spirituale, ma culturale che considera la rete religiosa come un patrimonio di valori da scoprire. Dispone di un budget medio più elevato e sceglie tipi di ricettività alberghiera o extra-alberghiera più tradizionali». Che incremento di flussi possiamo stimare rispetto alle quote di pellegrini accolte mediamente dal nostro Paese? «Intanto va detto che questo Giubileo si differenzia dai precedenti per due ragioni: non è centralizzato ma volutamente di network; mai come in questa occasione deve fare i conti col timore delle grandi aggregazioni. Ciò premesso, alcune indicazioni si possono trarre dal Giubileo del 2000: allora si era registrato un incremento di turisti in Italia non superiore al 5 per cento, col picco di Roma attorno al +20 per cento. Per i motivi appena esposti, ritengo sia lecito attendersi crescite in linea, ma non superiori a quelle del 2000». Come accade per altri settori in Italia, il nostro tessuto ricettivo sconta difficoltà a fare rete. Dove intervenire per guadagnare competitività sul mercato globale? «La vera sfida per la competitività è proprio quella di fare rete: i territori devono organizzarsi per costruire proposte integrate al passo con una clientela sempre più dinamica e desiderosa di vivere più esperienze in una sola vacanza. Altro tema è riconsiderare bene il rapporto col cliente, che non si accontenta più della gentilezza, ma vuole essere più empatico col mondo che lo ospita. La conoscenza adeguata delle nuove tecnologie infine, è un elemento necessario per facilitare il networking e contatto col cliente». ■ Giacomo Govoni


Viaggio in Italia Pag. 7 • Febbraio 2016

Le best practice dell’ospitalità Tutela e conservazione del patrimonio da una parte, strategie gestionali e di marketing dall’altra. Logiche e competenze diverse da coniugare, all’interno dei programmi turistici di domani. Come sostiene Paola Villani onsegnare al mercato del turismo operatori in grado di analizzare l’heritage culturale dei territori, valorizzarlo e saperlo raccontare, anche attraverso i nuovi strumenti tecnologici. È l’obiettivo che l’università Suor Orsola Benincasa di Napoli persegue con il corso di laurea in progettazione e gestione del turismo culturale. Percorso formativo ideato col preciso intento di affidare ai futuri addetti dell’ospitalità le chiavi giuste per armonizzare le strategie turistiche con la conoscenza e il rispetto del patrimonio. «I beni culturali – osserva Paola Villani, presidente del corso - non possono tradursi in sviluppo e crescita se non si punta a un turismo accessibile e soprattutto sostenibile». In qualità di coordinatrice scientifica, lei ha tenuto a battesimo il primo Master italiano in hospitality management. Da cosa è nata l’esigenza di istituirlo e che obiettivi si pone? «Si tratta di una vera best practice, un master universitario che nasce condiviso e diretto da università e imprese. Collegato al nostro corso di laurea in turismo, è strutturato di concerto con Federalberghi e prevede una perfetta alternanza aulastage, con un periodo in azienda che per ciascun corsista è di 6 o 9 mesi. L’università Suor Orsola ha mostrato ancora una volta la capacità di ascoltare il set-

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tore reale e, attraverso studi e ricerche, di delineare i futuri scenari di medio e lungo termine, per offrire un valido orientamento alle stesse imprese. In fondo è questo il valore della ricerca, e il dialogo col mondo del lavoro ha senso solo se c’è questa collaborazione reciproca, nel riconoscimento dei rispettivi ruoli». Quali nuove competenze sono richieste oggi a chi opera nell’industria nazionale del ricettivo? «Ascoltiamo ogni anno decine di imprenditori, consulenti, direttori di catene internazionali e associazioni di categoria. Incontri, seminari, tavoli tecnici, a cui integriamo lo studio e la ricerca sugli andamenti dell’economia e dell’organizzazione aziendale su scala mondiale, attraverso un Centro studi di ateneo sul turismo. Grazie a questo continuo screening, possiamo affermare che le competenze più richieste sono e saranno: il web-marketing, il social media marketing, oltre che il marketing esperienziale e l’organizzazione aziendale di nuova generazione. Senza dimenticare le competenze nel settore del turismo sostenibile e della responsabilità sociale d’impresa». Oggi il web gioca un ruolo cruciale nel marketing turistico. A che punto è il tessuto italiano dell’incoming su questo terreno e che preparazione deve avere un nuovo tour operator per essere competitivo sul mercato? «Il web ha letteralmente cambiato il

volto del settore turistico, i modi, i tempi e i costi del viaggio, le abitudini e il profilo dei viaggiatori. Oggi, in Italia e non, questa rivoluzione non ha avuto solo un impatto positivo, mettendo quasi in ginocchio intere filiere. Penso all’intermediazione delle agenzie di viaggio, come alle aziende alberghiere, alle prese con la rivoluzione dei costi delle camere, in termini di prezzi al pubblico ma anche strettamente aziendali. Vero è anche che il turismo 2.0 apre grandi opportunità per le strutture medio-piccole, per le offerte di nicchia e per giovani professionisti. Penso al social media marketing director, o al revenue manager, figure fino a pochi anni del tutto assenti e che oggi sono cruciali». Al gigantesco potenziale attrattivo del Mezzogiorno si associa spesso l’incapacità di promuoverlo come leva turistica. Qual è la sua percezione al riguardo e in quali aspetti gli operatori locali dell’ospitalità devono migliorare? «Il tema è complesso e va ben oltre il tessuto imprenditoriale. Il Mezzogiorno è una terra di grande cultura, memoria e civiltà, prima ancora che meta turistica. Il suo rilancio, che con troppa semplicità si dichiara di volere affidare al turismo, coinvolge beni comuni, paesaggi, beni culturali materiali e immateriali. Questa complessità impone un approccio interdisciplinare che spesso, specie in Italia,

è difficile costruire. Sono logiche diverse: tutela, conservazione, ma anche fruizione, valorizzazione o nuove tecnologie, o ancora strategie gestionali e di marketing, unite talvolta anche a chiusure ideologiche degli uni o degli altri, creano talvolta conflitti di metodo che rischiano di creare uno stallo». A inizio anno il ministro Franceschini ha salutato il 2015 come “l’anno dei musei”. Su quali strategie è bene insistere perché anche in futuro la cultura risulti la calamita principale per attirare turisti nel nostro Paese? «Il turismo non può vedersi in conflitto, ma neppure in diretta connessione coi nostri beni culturali. Che in quanto heritage vanno difesi e salvaguardati oltre che diffusi, affinché si possa crescere davvero in civiltà, con un patrimonio culturale che è tale solo se goduto da molti senza che deteriori. Tuttavia la questione è tutt’altro che risolta, in quanto non è facile trovare ricette risolutive, che aiutino a promuovere la tutela e la conservazione e anche la fruizione e la valorizzazione. Questa, in fondo, è la vera sfida dell’Italia dei prossimi anni. E al Governo spetta il difficile compito di prendere con coraggio una strada, scegliere un approccio e una strategia politica che non lascerà certo tutti contenti». ■ Giacomo Govoni

Il Castel Nuovo, o anche Maschio Angioino, a Napoli

IL RUOLO DEL WEB

Paola Villani, presidente del Corso di laurea in proge�azione e gestione del turismo culturale all’Università Suor Orsola Benincasa

Il turismo 2.0 apre grandi opportunità per le stru�ure medio-piccole, per le offerte di nicchia e per giovani professionisti


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Il turismo che verrà

I nuovi profili del travel Massimo Rovelli prende in esame le competenze e le professionalità richieste oggi da un’industria, quella turistica, attraversata da profondi mutamenti innovazione tecnologica sta influenzando il turismo, sviluppando nuovi profili professionali e modificando quelli esistenti. A evidenziare i trend è Massimo Rovelli, co-fondatore di società di consulenza rivolte al travel & tourism quali Travel2Me ed Ecqua.Net. Come stanno cambiando i profili tradizionali del comparto? «Tecnologie e media digitali hanno trasformato profondamente i comportamenti delle persone, sia nel processo d’acquisto che di influenza sociale. L’impatto in chiave professionale riguarda in primis la gestione delle informazioni, sull’offerta e sul cliente. Da un lato, l’utilizzo di immagini e video belli e suggestivi risulta basilare per attrarre un’attenzione sempre più sollecitata. Dall’altro, ogni proposta di viaggio diventa un abito su misura e risulta fondamentale disporre di informazioni precise sui gusti e sulle preferenze del cliente servito, sul suo comportamento - in rete - prima, durante e dopo il viaggio. Non ultimo, la figura dell’agente si deve riempire di contenuto per trasformarsi in consulente a tutto tondo, in

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Massimo Rovelli, esperto di digital media, consulente e operatore nel mercato del turismo

grado di proporre autentiche “esperienze” personali al viaggiatore». Servizi diretti e indiretti al turista: quali competenze sono richieste? «Una strategia e una prassi quotidiana basate sulla centralità del cliente è d’obbligo sia nella relazione diretta che mediata: le competenze nell’uso delle applicazioni per la gestione e l’analisi dei dati della clientela, per il customer relationship management e per il marketing online pluri-canale sono aspetti primari; altrettanto importante è l’acquisizione di dimestichezza e consuetudine con i principali contesti social».

La promozione oggi prevalentemente digitale richiede nuove figure. Quali devono essere le loro skill? «I profili orientati al web e al mobile marketing diventano centrali, insieme alle competenze di content marketing e alla progettazione grafica. Le competenze professionali legate ai social media e al reputation management risulteranno sempre più determinanti sia per le destinazioni che per gli operatori turistici: questi “mezzi sociali” vanno interpretati, soprattutto inizialmente, come strumenti di apprendimento e di conoscenza, di “ascolto” prima ancora che di dialogo e interazione con i clienti». Quali professionalità stanno emergendo, pensando ad esempio al turismo sostenibile? «Come si è lungamente discusso a Pietrarsa, nel corso degli Stati generali del Turismo sostenibile, questo tema risulta centrale per un approccio strategico e a lungo termine al turismo. L’argomento è legato a doppio filo alla ridistribuzione dei flussi turistici verso le non meno attrattive “mete secondarie” e a un approccio orientato alla comunicazione “per grandi tematiche” al turismo diffu-

so e degli itinerari. In quest’ambito, emergono nuove figure più specifiche orientate al “mapping” digitale del territorio, all’aggregazione culturale e commerciale di siti e strutture minori; alla valorizzazione e allo storytelling del patrimonio culturale, fino a competenze di tipo eco-ambientale e inerenti le energie alternative». Lo sviluppo di modalità alternative di accoglienza sta creando nuovi operatori. Con quali criticità? «L’affermarsi della cosiddetta sharing economy attraverso la diffusione di contenuti e servizi “offerti” dagli utenti e abilitati da piattaforme digitali globali, stanno modificando nuovamente il turismo. L’impatto su ospitalità, trasporti, ristorazione è straordinario e in continuo divenire: i grandi aggregatori globali, come Airbnb, Homeaway, Uber, Feastly, insieme a una costellazione di player più piccoli su scala locale stanno profondamente modificando la domanda e l’offerta del settore, mettendo a rischio le sicurezze degli operatori tradizionali che ne percepiscono la minaccia. Ne consegue la necessità di revisione delle regole esistenti, sotto la pressione crescente sia dei nuovi player che degli operatori tradizionali. Le problematiche sul tavolo sono molteplici e implicano valutazioni su impatti economici, aspetti fiscali (spesso in contesti transnazionali) e legali, sicurezza e tutela dei consumatori». ■ Francesca Druidi

Turismo per immagini L’esperienza del viaggio, dell’incontro con “l’altro e l’altrove” è messa alla prova dalla nostra società fortemente mediatizzata. Ne parla l’antropologo e saggista Marco Aime l piacere della scoperta e dell’incontro con l’altro offerto dal viaggio, rischia di essere ormai una chimera, in un mondo bombardato di immagini e notizie, rese ancora più onnipervasive e veloci grazie al digitale e ai social media. L’aderenza della nostra società a un immaginario turistico precostituito e l’approccio al turismo esotico sono temi trattati dall’antropologo e docente Marco Aime in alcuni suoi saggi, tra cui L’altro e l’altrove (scritto con Davide Papotti, edito da Einaudi). Perché si parla di un immaginario precostituito? «Oggi esiste un flusso di immagini e di informazioni come mai registrato prima

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d’ora. Quando partiamo per un viaggio, sappiamo già come sarà o per lo meno crediamo di sapere come andrà. Lo abbiamo visto nelle riviste specializzate, in televisione - nelle trasmissioni dedicate ai viaggi o nei documentari - o nei temibili riti con gli amici tornati dagli stessi posti. Abbiamo negli occhi e nella mente immagini delle località che andremo a visitare, oltre a una serie di stereotipi e luoghi comuni trasmessi dai media e dalla comunicazione». Come ne viene influenzata l’esperienza del viaggio? «Il viaggio è sempre meno scoperta, sempre più verifica. Mentre i viaggiatori ottocenteschi partivano con poche nozioni

e scarse - se non del tutto assenti - immagini, tranne qualche schizzo disegnato, oggi possediamo informazioni tali da muoverci aspettandoci che quel luogo sia esattamente come noi pensiamo debba essere. Certo, non tutti i turisti sono così e non sempre, ma l’abbondanza di stimoli condiziona ormai tutti noi». Il rapporto con l’altro da noi, con chi i luoghi dei nostri soggiorni li abita, come si configura in questo scenario? «C’è da dire che i “locali” per certi versi tendono a mettere in scena la loro cultura. Sanno cosa cerca, cosa vuole, il turista adeguandosi di conseguenza. In uno studio che ho realizzato sui Dogon, emerge come la maniera con cui questo popolo si rappresenta di fronte ai turisti sia quella utilizzata dagli antropologi per raccontarlo. Si recita un po’ una parte». C’è un modo per sfuggire a questo turismo preconfezionato? «È una questione di tempo, anche per quanto riguarda il problema dello stereotipo che, lo ricordiamo, agisce da entrambe le parti. Tutti noi viaggiamo interiorizzando una sorta di agenda lavorativa: si dispone generalmente di 15-20 giorni di vacanza all’anno, da sfruttare al massimo, predispo-

Marco Aime, scri�ore e docente di Antropologia culturale presso l’Università di Genova

nendo così una sequenza molto stretta e cadenzata di luoghi da visitare, nei quali si risiede pochissimo. Questa mancanza di tempo fa sì che non si stabilisca mai un rapporto tra turista e locali. Una permanenza più duratura contribuirebbe, invece, a sgretolare gli stereotipi, consentendo una relazione più profonda e meno basata sull’immagine che noi abbiamo degli altri e che gli altri hanno di noi. Potrebbe funzionare uno slow tourism». Le forme di turismo più etiche e sostenibili che si stanno oggi diffondendo possono individuare risposte efficaci? «Dipende dalle varie formule; alcune sono veramente alternative, come la modalità “chez les habitants”, che prevede un soggiorno in genere prolungato tra i residenti di una località. L’elemento fondamentale nel processo di costruzione di queste nuove forme turistiche risiede nel fatto che siano realizzate, fin dal principio, con il consenso e la collaborazione delle popolazioni locali». ■ Francesca Druidi



Viaggio in Italia Febbraio 2016 • Pag. 10

Tesori italiani

Mobilitare le energie per tutelare il patrimonio L’Italia vanta la maggior concentrazione al mondo di siti riconosciuti dall’Unesco nella World Heritage List, con nuove designazioni e nuove candidature all’orizzonte. All’ordine del giorno restano le sfide per la promozione e la salvaguardia dei nostri beni culturali, naturali e archeologici Unesco punta sulle nuove generazioni per costruire sul territorio una rete di promozione del patrimonio italiano, sollecitando società civile e settore privato. Il 15 e 16 gennaio si è svolta a Roma la prima assemblea nazionale del Comitato Giovani della Commissione italiana per l’Unesco che, costituitosi nel 2014, si prefigge di «rivitalizzare il sistema culturale del nostro Paese tramite il lavoro, l’entusiasmo, la passione e le idee di un’intera generazione di giovani preparati e motivati», come spiega il presidente del Comitato Paolo Petrocelli. Sono stati coinvolti oltre 200 giovani soci tra i 20 e i 35 anni, fra cui studenti, ricercatori, artisti, professionisti, manager e imprenditori, che nelle regioni si sono organizzati in presidi locali. «Con la nostra prima assemblea nazionale avviamo un percorso importante di collaborazione con le istituzioni, le realtà accademiche, i grandi partner di riferimento del mondo dell’imprenditoria, della tecnologia e dell’innovazione - ha aggiunto Petrocelli -. Sono sicuro che attraverso la realizzazione di progetti e iniziative diffuse a livello regionale e nazionale, saremo presto in grado di dare un significativo contributo al nostro Paese». Soddisfatto Giovanni Puglisi, presidente della Commissione nazionale per l’Unesco: «Non è necessario pensare soltanto a situazioni particolari di pericolo o di disastro. La normale amministrazione richiede - soprattutto in una fase di crisi come è quella attuale da parte della Pubblica amministrazione - un supporto dei privati».

L’

Giovanni Puglisi, presidente della Commissione nazionale per l’Unesco

Del resto, lo ricordiamo, l’Italia è il Paese con il maggior numero di siti della lista del patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Il nostro Paese ha, infatti, consolidato il suo primato, portando a 51 i siti Unesco con l’iscrizione - a luglio 2015 - del circuito arabo normanno di Palermo, Cefalù e Monreale. Per il presidente della Commissione nazionale Puglisi, si tratta di «un riconoscimento importante perché finalmente un sito veramente unico al mondo entra nella lista dell'Unesco e diventa patrimonio dell'Umanità e poi perché è un modo di valorizzare la parte migliore delle città di Palermo, di Monreale e Cefalù». Fanno festa anche Roma e Parma, designate dall’Unesco lo scorso dicembre tra le 47 nuove “città creative” provenienti da 32 paesi diversi. Roma, scelta per il suo legame con il cinema, e Parma, di cui si riconosce la gastronomia, vanno ad affiancare gli altri centri italiani inclusi nel network: Bologna per la musica, Fabriano per l’artigianato e Torino per il design. Le opere di difesa veneziane tra il XV e il XVII secolo individuano la prossima candidatura italiana per l’iscrizione nella lista del patrimonio mondiale del-

La Ca�edrale di Monreale

l’Unesco. La Città di Bergamo è il soggetto promotore e capofila del progetto, coordinato dal Ministero per i beni e le attività culturali e il Turismo e dal Ministero degli affari esteri, al quale partecipano anche le città italiane di Chioggia, Palmanova, Peschiera del Garda e Venezia e, tramite i rispettivi ministeri della cultura, le Repubbliche di Croazia e Montenegro. Alle opere di difesa si affianca anche la candidatura di “Ivrea, città industriale del XX secolo”, che ha concluso con successo il lavoro di redazione del progetto. Con una procedura innovativa, il consiglio direttivo della Commissione nazionale italiana dell’Unesco ha deciso di inviare entrambe le candidature a Parigi, con l’ordine di priorità assegnato alle opere di difesa veneziane. Bisognerà attendere luglio 2017 per scoprire la valutazione del Comitato del Patrimonio Mondiale.

Resta di prioritaria importanza il nodo della gestione dei beni storici, artistici e archeologici italiani del patrimonio Unesco: da Paestum, Napoli e Pompei fino a Firenze e Venezia, le criticità esistenti vanno affrontate con gli opportuni accorgimenti e interventi. A novembre era scattata la polemica su Firenze posta sotto osservazione dall’organizzazione internazionale per la questione della tutela del decoro del suo centro storico. L’ipotesi di un eventuale declassamento è stata però categoricamente smentita dal presidente Puglisi: «L’Unesco ha chiesto spiegazioni al Comune su alcuni atti che riguardano il centro storico. Si tratta di richieste esclusivamente di informazioni. Non c’è rischio di censure o di declassamento per il centro storico fiorentino». L’invito resta comunque chiaro: la guardia non va abbassata. ■ Leonardo Testi

L’esperienza della qualità Veicolo di promozione, ma anche garanzia per il visitatore, le Bandiere arancioni certificano quei borghi italiani che fanno dell’accoglienza, del rispetto dell’ambiente e della loro offerta turistica uno stile di vita. Lo spiega il presidente di Tci, Franco Iseppi u oltre 200 borghi italiani sventolano le Bandiere arancioni assegnate dal Touring Club. «In 18 anni di attività sul territorio - spiega il presidente Franco Iseppi - il programma territoriale Bandiere arancioni non solo si è arricchito di nuovi contenuti ed esperienze, ma si è anche strutturato come rete di eccellenza di piccoli borghi dell’entroterra, i quali rappresentano l’identità plurale italiana». Si tratta di località ricche di identità, tradizioni, cultura e risorse,

S Franco Iseppi, presidente Touring Club Italiano

capaci di attrarre turisti ma non solo. «Miglioramento e consapevolezza sono le parole chiave che fanno di Bandiere arancioni un’esperienza di successo e che possono influire positivamente sulla qualità della vita di visitatori e residenti». Il marchio Bandiere arancioni è particolarmente ambito. In base a quali criteri avviene la selezione da parte di Touring Club? «Forte della reputazione che si è costruito negli anni e dei concreti benefici che i territori hanno tratto dalla cer-

WiMu, il Museo del Vino a Barolo


Viaggio in Italia Pag. 11 • Febbraio 2016

tificazione, il marchio di qualità mantiene un rigoroso iter di selezione dei Comuni da certificare; ciò rappresenta una garanzia per i turisti, di qualità e accoglienza, e uno strumento di valorizzazione per le località. L’analisi avviene attraverso la valutazione dell’offerta turistica complessiva dei Comuni che presentano la candidatura. La qualità riguarda la totalità dell’esperienza turistica e include sia elementi tangibili (accoglienza, ricettività, ristorazione) sia intangibili (ospitalità, atmosfera). Esaminando oltre 250 criteri di analisi, Touring monitora che la qualità sia garantita con continuità e verifica il mantenimento degli standard che hanno determinato l’assegnazione ogni tre anni. Il rigore della selezione è dimostrato dai dati: a fronte di circa 2500 candidature dal 1998 a oggi, solo il 9 per cento dei Comuni ha soddisfatto gli standard ottenendo la Bandiera arancione. Sono 213 le località certificate in tutta Italia». I borghi italiani stanno sviluppando un’offerta rivolta a target specifici di visitatori? «I borghi italiani certificati con la Bandiera arancione sono identità forti, diverse e dinamiche che rappresentano la ricchezza italiana di risorse e che hanno saputo rivitalizzare il proprio territorio declinando un’offerta turistica diversificata, personale, sostenibile, tecnologica, non omologabile, facendo forza sulle diversità come patrimonio. Offrono ai visitatori una varietà di esperienze, rivolgendosi così a target specifici. L’obiettivo è soddisfare la domanda turistica proponendo un ventaglio di opportunità di fruizione sempre più specifica e puntuale. Sul nostro nuovo sito web, bandierearancioni.it, è possibile effettuare una ricerca per località oppure per interessi (arte e cultura, family friendly, montagna, sport, beauty & wellness, food&wine, natura e ambiente, turismo religioso) e scoprire ciò che ogni località riserva ai visitatori».

Quali sono le località più gettonate su questi singoli segmenti o quali consigli può fornire a chi sceglie un soggiorno mirato su questi aspetti? «Il food&wine è una delle eccellenze di numerose località certificate: tanti Comuni possono infatti contare su prodotti di qualità sapientemente promossi a fini turistici; solo alcuni territori però arricchiscono l’esperienza turistica attraverso la certificazione dei prodotti (Igt, Doc e Docg per i vini, Dop e Igp per i prodotti agroalimentari) e la costruzione di strumenti che la celebrino, come le Langhe e la tradizione del vino. Ad esempio a Barolo, nel Cuneese, il vino viene raccontato attraverso il Wimu, uno dei più importanti e innovativi musei del vino in Italia. Dal punto di vista dello sport, ad esempio, spiccano eccellenze da nord a sud, come

il Comune di Civita (in provincia di Cosenza) che, con l’organizzazione di percorsi di canyoning nelle Gole del Raganello, offre nuove modalità di scoperta del territorio e dell’ambiente, mentre a Campo Tures (Bolzano) si coniugano attività adatte alla famiglia e al benessere della persona nel bellissimo centro termale Cascade. Un consiglio: se volete scoprire queste località, preparatevi a vivere un’esperienza unica a 360 gradi, scoprite, rispettate e assaporate questi luoghi, cogliendo appieno tutto ciò che hanno da offrire». La Toscana è la regione più “arancione” d’Italia. Quali altri territori sono al momento più dinamici nel valorizzare queste località? «La Toscana è la regione con ben 38 Comuni certificati, seguita dal Piemonte con 24 e dall’Emilia-Romagna con 20. In questi territori, Touring lavora da anni, anche grazie alla sensibilità degli enti locali che sostengono l’iniziativa e arricchiscono i territori di piccole realtà accoglienti. Toscana, Piemonte ed Emi-

lia-Romagna sono senz’altro territori fertili in cui i piccoli Comuni hanno saputo mantenere viva la propria identità e al tempo stesso hanno saputo innovarsi, costituendo dei “modelli virtuosi” di relazione tra pubblico e privato per quanto riguarda i servizi offerti. Pur con una concentrazione di Comuni Bandiera arancione minore, anche il Sud Italia è costellato da eccellenze: per esempio in Puglia, e in particolare nella provincia di Foggia, si distinguono realtà molto dinamiche nella valorizzazione e promozione delle risorse locali; ne sono un esempio Alberobello e Locorotondo, Cisternino e Rocchetta Sant’Antonio, che offrono esperienze di qualità legate sia alle produzioni tipiche sia al campo naturalistico. L’iniziativa Bandiere arancioni è dinamica e in continuo divenire; Touring continua a lavorare su tutto il territorio italiano alla ricerca di realtà attente, vivaci e accoglienti che ricerchino la qualità nel senso più ampio del termine». ■ Francesca Druidi

GLI EFFETTI DELLE BANDIERE na cara�eristica del programma delle Bandiere arancioni è l’idea di miglioramento continuo, sia come elemento aggregante di impegno del tessuto sociale, sia come elemento distintivo nel mercato nazionale e internazionale. Touring, a�raverso l’Osservatorio sui piccoli Comuni dell’entroterra, monitora costantemente i risultati conseguiti nelle località. In particolare, dall’anno di assegnazione del marchio

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si registra in media un incremento di arrivi (+43 per cento) e di presenze (+35), ma anche un aumento dell’offerta ricettiva (in media +79 per cento di stru�ure, +65 per cento di posti le�o) con un picco del 134 per cento nel numero di esercizi extra alberghieri. Inoltre, il 76 per cento dei Comuni certificati ha aperto uno o più esercizi commerciali, mentre il 67 per cento ha avviato almeno una nuova stru�ura ristorativa. ■ FD


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Tesori italiani

Piccola, grande, bellezza Da nord a sud, sono oltre 250 i piccoli centri da conoscere ed esplorare. Per assaporare il lato più autentico del Bel Paese. Il club I Borghi più belli d’Italia, guidato da Fiorello Primi, li tutela e valorizza ono oltre 250 i Comuni italiani aderenti al club I Borghi più belli d’Italia, associazione che dal 2001 tutela e promuove le gemme incastonate nel territorio italiano, spesso escluse dai circuiti turistici convenzionali. Basti pensare a Ostana, «il borgo più piccolo del club, Comune situato in Piemonte alle falde del Monviso» - racconta il presidente Fiorello Primi - che ha vissuto un drastico calo demografico: «40 anni fa contava circa 2mila abitanti, nel momento dell’adesione al club erano a malapena 50, oggi sono quasi 100». Andiamo alla scoperta di un network che ha fatto della qualità la sua bandiera. Quali caratteristiche devono possedere le località per passare la selezione del club? «La carta di qualità sulla quale si basa la visita di certificazione prevede circa 60 parametri. Una prima parte di questi riguarda la bellezza estetica del borgo e il suo inserimento nel paesaggio. Altri riguardano la qualità della vita dei residenti in termini di vivibilità, accessibilità e servizi, compresi quelli ludico-sportivi. Infine, si verificano le attività più strettamente legate ai servizi per il turista quali il sistema di informazione, accoglienza e ospitalità. Per entrare a far parte del club, il Comune non deve superare i 15mila abitanti e i 2mila all’interno del borgo da certificare». Per quali ragioni convince sempre di più il turismo dei piccoli borghi? «La ragione principale è che nei piccoli borghi si può ancora trovare una buona parte della cultura e della tradizione che si è sedimentata e “impastata” nei secoli e che il sistema di vita attuale, sempre più standardizzato e massificato, non è ancora riuscito a distruggere. Ci siamo assunti il compito di individuare la bellezza, di metterla a valore e, quindi, di tutelarla evitando che si disperda. La grande bellezza dell’Italia, quella che i turisti cercano ormai invano nelle grandi mete turistiche, risiede nell’enorme diversità di culture, tradizioni, lingue, usi e costumi, ancora gelosamente custodita nei piccoli borghi. Nostro compito è quello di permettere ai turisti italiani e stranieri di ri-conoscerli e di imparare a viverli». Registrate una maggiore sensibilità oggi, rispetto all’inizio della vostra attività, da parte delle istituzioni verso questo tipo di patrimonio? «Rispetto a 15 anni fa, quando nacque la nostra iniziativa, il concetto di bellezza si è

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Uno scorcio di Gradara

APPUNTAMENTI NEI BORGHI PIÙ BELLI ra le iniziative del Club per il 2016, Fiorello Primi segnala innanzitu�o la No�e Romantica, la no�e bianca dell’amore ne I Borghi Più Belli d’Italia, che si svolgerà la no�e del 25 giugno. Dal 1 marzo al 31 dicembre, al secondo piano di Eataly a Roma esporranno i produ�ori del consorzio Ecce Italia. «Si potranno gustare menu tipici e street food particolari, oltre ad acquistare i prodo�i tipici e assistere, nei fine se�imana, a spe�acoli e animazioni provenienti da tu�e le regioni». Numerosi gli eventi, tu�i reperibili sul sito www.borghipiubelliditalia.it: la kermesse enogastronomica di Ciborghi prevista a luglio a Offida nelle Marche; la regata velica in giugno a Cefalù in Sicilia: la Cicloturistica ad agosto sulle strade intorno al Lago Trasimeno, e la conferenza internazionale del Mediterraneo per i Borghi Più belli a Cisternino in Puglia in o�obre. ■ FD

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Fiorello Primi, presidente de Il Club de I Borghi più belli d’Italia

molto affermato. Sembra che la bellezza rappresenti oggi, per tutti, l’elemento sul quale puntare per rilanciare il turismo e l’enogastronomia del nostro Paese. Questo ci fa naturalmente piacere ma vorremmo che, a tutti i livelli delle istituzioni regionali e nazionali, ci fosse una strategia più coordinata e produttiva. Una strategia che mettesse al centro del processo di valorizzazione delle potenzialità del Paese, la piena fruibilità del grande patrimonio storico, naturalistico, paesaggistico e delle biodiversità italiano, nonostante gli sforzi compiuti negli ultimi 50-60 anni per distruggerlo. E allora investiamo sull’accessibilità, sulla mobilità dolce, sul recupero e sul restauro del patrimonio architettonico, sui servizi alla persona, sulle reti dei servizi idrici e sul digitale, sulla formazione legata all’ospitalità per rendere più “amichevoli” le destinazioni turistiche». Quali sono gli ultimi Comuni certificati? Deciderete di allargare il numero degli ammessi in un pros-

Salemi, vecchio Duomo

simo futuro? «Abbiamo una lista di attesa discretamente lunga, nonostante i Comuni che hanno fatto domanda d’ingresso e sono stati poi interessati dalle nostre visite siano stati, fino a oggi, più di 600. Negli ultimi mesi sono stati ammessi Posada in Sardegna, Salemi in Sicilia, Servigliano nelle Marche, Amatrice e Canterano nel Lazio, Zungoli in Campania, Garbagna in Piemonte, Sant’Ambrogio di Valpolicella in Veneto e Raggiolo nel comune di Ortignano-Raggiolo in Toscana. La decisione di superare il numero massimo di 250, con deroga per i borghi certificati Unesco, è di compe-

tenza dell’assemblea nazionale. La prossima si terrà il 16 aprile in Campania, a Castellabbate, e in quella sede si discuterà di questa possibilità». È nato Borghi d’Italia Tour Network, il tour operator che ha dato impulso alla commercializzazione di itinerari e pacchetti turistici. «Sì, per il 2016 il mercato di riferimento è costituito dagli Usa, dove abbiamo già marcato un’importante presenza a fine 2015 a New York, riportando un successo al di sopra delle nostre aspettative, grazie anche al contributo del Consolato e di Ice, Enit e Istituto Italiano di Cultura. Stiamo progettando una serie d’importanti iniziative in alcune città, a partire da New York, ma è ancora presto per parlarne. Non saremo solo negli Stati Uniti, ma anche in Russia, Germania, Inghilterra, Kazakhistan e Scandinavia. Stiamo cercando di portare un’Italia sconosciuta e bellissima all’attenzione del mondo, raccontando i nostri borghi, le loro genti e i loro usi e costumi. Per noi ogni visitatore o turista che si reca in uno dei Borghi Più Belli d’Italia è una sorta di “azionista della bellezza”, perché aiuta quel borgo a continuare a vivere e a tutelare le proprie peculiarità». ■ Francesca Druidi


Viaggio in Italia Pag. 13 • Febbraio 2016

Narratori di luoghi «Il turista che sceglie l’albergo diffuso cerca di vivere lo stile di vita del luogo dove va in vacanza e di soggiornare a contatto con i residenti». A parlarci di questa originale offerta turistica è Giancarlo Dall’Ara

Giancarlo Dall’Ara, presidente Associazione nazionale alberghi diffusi

albergo diffuso è autentico come una casa, cioè non costruito per turisti, ma per residenti; con muri e mobili come quelli di una casa vera ma al tempo stesso offre tutti i servizi alberghieri (assistenza, spazi comuni per incontrare gli altri ospiti dell’albergo, punto ristoro, pulizia delle camere quotidiana, professionalità). Un mix che lo rende un modello originale di ospitalità e che ha permesso all’Associazione nazionale alberghi diffusi di lanciarlo anche a livello internazionale. «Ma non mancano i punti di debolezza - come ricorda il suo ideatore, il presidente Giancarlo Dall’Ara - tutti di carattere gestionale, perché gestire un albergo diffuso per l’imprenditore costa di più rispetto a un albergo tradizionale». Può fornirci un po’ di numeri che dimostrino come e quanto è diffusa sul territorio italiano questa forma di ospitalità turistica? «L’Associazione nazionale degli alberghi diffusi riconosce 100 alberghi diffusi nel territorio nazionale. A questi si potrebbero aggiungere una cinquantina di realtà che usano la definizione albergo diffuso senza avere ancora tutti i requisiti. Siamo in una fase di transizione e le norme regionali in materia sinora non ci hanno aiutato molto. Per questo consiglio di verificare sempre sul sito www.alberghidiffusi.it». A chi si rivolge questa offerta turistica e come viene perseguito l’obiettivo di mettere al centro la relazione con il viaggiatore, anche grazie ai narratori di luoghi? «Se un turista ama le cose fatte apposta per turisti non si troverà bene in un albergo diffuso; se ama i menù per turisti, i gadget per turisti e le gite turistiche non vedrà nell’albergo diffuso una soluzione adatta a lui. Il

L’

turista che sceglie l’albergo diffuso cerca di vivere lo stile di vita del luogo dove va in vacanza, cerca di soggiornare a contatto con i residenti, non in un “villaggio separato”. Per questo il responsabile di un albergo diffuso non è il classico direttore d’albergo, ma è una persona che vive il territorio, ne è anzi innamorato, e vuole farlo conoscere agli altri. I turisti diventano i suoi ospiti, e lui propone loro le cose che farebbe lui stesso se, anziché lavorare, fosse anche lui in vacanza. Per questo ha imparato a “fare entrare” gli altri, i turisti, nelle sue storie e nei suoi racconti, a trasmettere loro il suo punto di vista e il suo amore per il paesaggio che lo circonda, per le piccole cose che caratterizzano la quotidianità di un borgo. Dunque si tratta di un profilo professionale e di competenze che ancora oggi non si imparano a scuola, ma si possono imparare se alla professionalità si aggiunge la passione». Ci può indicare un caso rappresentativo di riscoperta di un territorio della valorizzazione anche di un pic-

colo comune avvenuta grazie a un albergo diffuso? «Da Portico di Romagna in provincia di Forlì a Semproniano in provincia di Grosseto, a Castelgiudice in Molise, a Scicli in provincia di Ragusa, a Termoli, a Santulussurgiu o Bosa in Sardegna, a Comeglians in Friuli, a Palazzuolo sul Senio nel Mugello, a Gualdo Tadino in Umbria, a Lovere in Lombardia, a Castelvetere in Irpinia, a Belmonte Calabro, per non parlare di Santo Stefano di Sessanio e di Matera, l’Italia è piena di esperienze di grande successo. Ogni anno ospitiamo architetti da tutto il mondo che vengono a studiare l’albergo diffuso, modello italiano di ospitalità, e tesi di laurea sull’albergo diffuso sono state scritte in tutto il mondo, Cina e Giappone compresi». Ha più volte insistito sull’importanza del tema dell’accoglienza nel turismo. Quanto è trascurato ancora oggi rispetto alla promozione e da dove occorre partire per una corretta strategia di marketing turistico? «Chi ospita sono le persone non le hall degli alberghi, né i siti Web (pure importantissimi) o le app, o gli opuscoli, o gli stand turistici in fiera. Purtroppo però le Regioni preferiscono investire in depliant e campagne pubblicitarie (online e offline) piuttosto che sulle persone. Per questo chiudono gli uffici informazione o i piccoli musei. Ma sono le persone che portano turismo nei territori, che promuovono le destinazione nei social network, e soprattutto fanno la differenza se sanno ospitare, ricevere, accogliere e gestire le relazioni con gli ospiti. Un turista soddisfatto, che comunica agli altri, oggi più che nel passato, non è solo la condizione indispensabile per lo sviluppo turistico, ma è anche la modalità di marketing più efficace». ■ Renata Gualtieri


Viaggio in Italia Febbraio 2016 • Pag. 14

Scenari valdostani

Il fascino della montagna La Valle d’Aosta è un vero paradiso per gli sport invernali. Il giornalista Carlo Gobbo ci svela le mille opportunità che questa terra offre agli sportivi e non solo Il giornalista Carlo Gobbo

LE PISTE DA SCI

Ricordi sportivi e giornalistici mi legano a Pila, la stazione per antonomasia del capoluogo regionale a più piccola regione d’Italia offre infinite possibilità agli appassionati degli sport invernali che, nei numerosi comprensori disponibili, possono praticare tutte le attività che si possano coniugare con la neve. Lo sci alpino può contare su chilometri e chilometri di piste, da Gressoney a Champoluc, da Breuil/Cervinia a Courmayeur, da La Thuile a Cogne, fino a Pila, senza dimenticare località quali Champorcher, Flassin, Valgrisenche, Rhemes, Valsavarenche. Il comprensorio del Monterosa, quello del Cervino, Courmayeur, La Thuile e Pila sono tasselli di grande qualità nell’offerta valdostana. «Ricordi sportivi e giornalistici mi legano però a Pila - precisa il giornalista Carlo Gobbo, storica voce dello sci - la stazione per antonomasia del capoluogo regionale, oggi collegata con una veloce ovovia che parte da Aosta. Le piste sono affidate alla supervisione di Mauro Cornaz, tecnico tra i più quotati in campo mondiale». Ma in Valle d’Aosta esistono anche importanti strutture e impianti per lo snowboard e il biathlon, così come percorsi omologati per lo sci di fondo internazionale e il free ride. L’ambiente alpino è una fucina di sapori. Dove è possibile assaporare i

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piatti tipici della tradizione valdostana? E quale piatto tipico e buon vino le ricorda particolarmente la sua montagna? «La cucina valdostana ha una tradizione simile a tutte le regioni di montagna dove lo scandire del tempo si accompagnava alla frugalità e alla semplicità dei cibi. Oggi non mancano le possibilità di poter gustare una cucina raffinata e di altissima qualità, soprattutto per una crescente richiesta da parte della clientela straniera più abbiente. Chi desidera riscoprire i sapori del passato può salire a Cogne al Ristorante Lou Ressignon, a Courmayeur alla Maison de Filippo o a Saint Oyen da Chez Felice. Quando si parla di tipicità non può mancare sul tavolo la polenta accompagnata alle carni di selvaggina e a quelle più blasonate di cervo, camoscio, capriolo e stambecco. Il tagliere classico propone insaccati vari tra i quali non mancano i sanguinacci e formaggi come la fontina, il prodotto valdostano per eccellenza. Ci sono parecchie zuppe famose, quella che si prepara a Valpelline in particolare, grappe deliziose e ottimi vini. Tra i vitigni va ricordato il Fumin, scoperto verso il 1800, si coltiva solo in Valle d’Aosta e presenta profumo e vigore di grande classe». Quale percorso consiglierebbe a un

turista curioso tra i luoghi simbolo della cultura di Aosta? «Aosta è città millenaria, conosciuta e raccontata dagli storici come Augusta Praetoria Salassorum. La visita alla città di solito inizia dall’Arco di Augusto, il più antico monumento eretto in onore dei Cesari. Sotto l’arco si può ammirare una copia del Sacro Volto che Costantino fece costruire nel 313 per dare ad Aosta il segno della cristianità. Via Sant’Anselmo conduce il visitatore alla mo-

numentale Porta Pretoria, attraverso la quale si entrava nella città. Fatti pochi passi ci si imbatte nel Teatro, uno dei pochi al mondo con la copertura e in grado di ospitare 8.000 persone, e nell’Anfiteatro romano. Ci si avvia verso la Cattedrale per scendere nel Criptoportico, uno dei due soli esistenti al mondo, luogo di preghiera e raccoglimento. Sul sottotetto della cattedrale ci sono gli Affreschi ottoniani, se ne trovano anche nel sottotetto della Chiesa di Sant’Orso, sonL’arco d’Augusto, Aosta


Viaggio in Italia Pag. 15 • Febbraio 2016

tuosa nelle sue linee. Vale la pena salire dopo Aymavilles, sulla strada di Cogne, per ammirare a Pondel l’acquedotto costruito a cavallo del torrente nell’anno 3 a.C. e recentemente restaurato». A quale angolo di Aosta è più legato? «La mia vita è stata caratterizzata in modo particolare dallo sport, quindi i luoghi che più amo sono quelli legati alle strutture dove ho trascorso gran parte della giovinezza. La Palestra Coni e i prati dove correvamo, oggi vi troneggiano condomini e uffici, nei piccoli locali dove ascoltavamo la musica e ballavamo, oggi ci sono pizzerie e banche. I profumi, però, sono rimasti, quelli legati ai ricordi, alle fotografie in bianco e nero, tracce che riscaldo ogni tanto quando cammino per la città, da solo, alla ricerca dei vicoli, delle risate, dei primi rossori». In quale località della Valle d’Aosta si può trascorrere una vacanza fuori dal tempo, scoprendo il fascino della montagna, e godere di un contatto esclusivo con la natura e con la storia? «Sono molto legato a Rhemes Notre Dame, un luogo incantato che ha saputo mantenere intatta la sua identità, senza cedere alle lusinghe degli insediamenti turistici, preservando così lo struggente patrimonio che la natura le ha donato, il tutto all’interno di una comunità di un centinaio di anime, gente

I PIÙ NOTI CASTELLI VALDOSTANI

Guardando verso Aosta, l’occhio si imba�e nel Castello di Sarre, famoso per la stanza delle corna di stambecco e camoscio di montagna cordiale e aperta con il visitatore, semplice e umile. Chi cerca un periodo di quiete, sia d’estate sia d’inverno, qui lo può trovare con camminate tra i fiori oppure sulle ciaspole, escursioni al rifugio Benevolo e sul pianoro dell’Entrelor, tra il fischio degli animali del Parco nazionale del Gran Paradiso e il volo del gipeto». I castelli in Valle d’Aosta sono nume-

rosi. Quale su tutti la conquista di più? «La Valle d’Aosta ha 1.000 villaggi, 400 laghi, 200 ghiacciai e 100 castelli. Io abito a Saint Pierre, dove esiste un castello che nel 1800 è stato ristrutturato in modo fiabesco. Sempre a Saint Pierre c’è il Castello Sarriod de la Tour, una possente roccaforte che ha subìto molti interventi nel corso dei secoli. Guardando verso Aosta, l’occhio s’imbatte nel Ca-

stello di Sarre, già dimora dei Savoia e famoso per la stanza delle corna di stambecco e camoscio, e su quello di Aymavilles, prossima sede espositiva vitivinicola regionale. I più famosi sono i castelli di Issogne e Fenis, la rocca di Verres, il castello di Nus e Quart e il Forte di Bard, sede di un affascinante Museo delle Alpi e di innumerevoli convegni e spettacoli». ■ Renata Gualtieri

nostro padre, diplomato presso la scuola alberghiera e dopo diverse esperienze in grandi alberghi europei e italiani, ha sposato Lucia che si occuperà della gestione dell’hotel Panoramique, gestione che da quindici anni vede sempre più protagoniste noi figlie. Come da tradizione della nostra famiglia, portiamo avanti la cultura dell’accoglienza che abbiamo sempre respirato». L’hotel Panoramique continua a ricevere i suoi ospiti fidelizzati – alcuni da oltre quarant’anni – a dimostrazione che professionalità, genuinità e semplicità sono autentiche. ■ Emilio Macro

L’hotel Panoramique si trova a Torgnon (AO)

Nella Valle del Cervino La famiglia Vesan vi invita a Torgnon, celebre per gli sport invernali e la bellezza del paesaggio in tutte le stagioni ituato su un ampio e panoramico terrazzo della Valtournenche, in Valle d’Aosta, Torgnon è un piccolo paese di montagna posto a 1.500 metri di altitudine. Qui, in una posizione soleggiata, a pochi metri dagli impianti di sci della moderna e attrezzata stazione sciistica di Torgnon, sorge l’hotel Panoramique, tre stelle a conduzione familiare con ristorante di cucina tipica (aperto anche agli esterni). Se, in inver-

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no, lo sci alpino e nordico, oltre alle passeggiate con o senza le ciaspole sono la maggiore attrazione di questi luoghi, in estate, Torgnon è il punto di partenza per escursioni a piedi o in mountain bike nel

cuore della Valle del Cervino. «È da quattro generazioni – racconta Elena Vesan – che la nostra famiglia accoglie i visitatori di queste montagne. La struttura si trova nella piazza centrale del paese, all’interno di un edificio costruito nel 1968 e ristrutturato nel corso degli anni». L’hotel Panoramique offre 29 confortevoli camere, arredate con mobili di rovere, un panoramico solarium, ampi soggiorni e una calda e luminosa sala ristorante. «I nostri bisnonni Martina e Joseph – prosegue la sorella Valentina –, costruirono il primo albergo a Torgnon, il Belvedere, nel 1937. Fu in questa struttura che nonna Pierina mosse i primi passi da albergatrice. Poi, nel 1968, mentre Torgnon iniziava a diventare una località interessante per i turisti, la nonna, sposata e con due figli, decise, insieme al marito Martino, di avviare un secondo albergo, l’odierno Panoramique». Così, la famiglia Vesan fece i suoi primi investimenti nel settore del turismo invernale, entrando anche a far parte del consiglio di amministrazione della società di gestione degli impianti di risalita. «Nel ‘72,

www.hotelpanoramique.it


Sullo sfondo, il Monte Bianco A Courmayeur la natura alpina è mitigata dal calore dell’ospitalità valdostana. La parola a Paola Olla e Nicola Stazzi urale e mondana allo stesso tempo, Courmayeur è un luogo da scoprire. Celebre meta del turismo internazionale, seduce con la sua dimensione intima, di “paese”, che però allo stesso tempo propone un’ampia varietà di attività ed eventi, tanto in inverno quanto in estate. La piccola località, tipicamente alpina, è dominata dal monte Bianco, che contribuisce a creare un paesaggio forte e al tempo stesso ricco di dolcezza da vivere. «Da sempre – racconta Paola Olla, che dirige l’hotel Chalet Plan Gorret insieme al compagno Nicola Stazzi – , la cultura valdostana è accogliente verso gli amanti della natura e della montagna». Nell’hotel Chalet Plan Gorret si può conoscere questo spirito. «Siamo una piccola struttura ricettiva – prosegue Stazzi –, abbiamo appena sei camere, ma tutte arredate con particolare cura, così da far respirare all’ospite un’atmosfera rustica e tipica. A questa,

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poi, si sommano i sapori del nostro ristorante gourmet, che propone un menù di piatti semplici ma gustosi». La cucina è il regno di Rosanna, cuoca eclettica e fantasiosa che propone un mix di ricette locali e specialità sarde, proposte vegane, vegetariane e di pesce, rigorosamente realizzate con ingredienti di stagione e ortaggi locali. «Il nostro pesce – dice Olla – è sempre

L’hotel Chalet Plan Gorret si trova a Courmayeur (AO) www.chaletplangorret.it

freschissimo (abbattuto per almeno 12 ore se servito crudo). Non deludono i piatti della tradizione valdostana, come il ricco antipasto Le Delizie del Plan Gorret, con caci e salumi locali, o la polenta in civet di cervo, con la salsiccia e i porcini. E poi, pasta fresca fatta a mano, tartare di pesce, insalatine speciali con semi del benessere (bacche di Goji, semi di Chia, sesamo tostato), spaghetti alla bottarga, fregola artigianale alle vongole». E per chiudere in dolcezza, classici dolci sardi, come gli squisiti raviolini fritti di ricotta dolce e scorza d’arancia, la seadas fatta in casa, il semifreddo al mirto di Sardegna, oltre al gelato artigianale alla crema e al sorbetto con limone e vodka. «Tutto il pasto – conclude Stazzi – è accompagnato da una carta dei vini intelligente, che spazia dalla Vallée alla Sardegna, con un occhio di riguardo per i piccoli produttori e un interessante rapporto qualitàprezzo».■ Emilio Macro


Nella conca di Pila In uno scenario spettacolare in cui la natura è padrona indiscussa. «Il posto ideale per chi vuole dimenticarsi dell’auto»

na natura incontaminata e selvaggia, di una bellezza quasi violenta e forte, come solo l’alta montagna può essere. Siamo nella conca di Pila, uno degli scenari più affascinanti della Valle d’Aosta, dove lo spettacolo dei monti attrae ogni anno migliaia di turisti. «La conca di Pila è molto adatta alle famiglie, specie in estate. Ci si può spostare comodamente a piedi e la quasi assenza di strade permette a bambini e ragazzi di muoversi in libertà tra i boschi e i prati che circondano il piccolo centro, dove si trovano le strutture ricettive tra cui il nostro hotel». A parlare è Michèle Curtaz, alla guida dell’Hotel della Nouva. «Non mancano gli itinerari di trekking di diversi livelli – continua Curtaz –. Si va dalla passeggiata in piano, su strada sterrata, come quella che porta all'Eremo di San Grato, alle escur-

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L’ Hotel della Nouva Snc si trova a Pila (AO) www.hoteldellanouva.it info@hoteldellanouva.it

sioni sui diversi itinerari che portano alla prima meta più famosa di Pila, il lago di Chamolé (raggiungibile, per i più pigri, anche con la seggiovia e una camminata in piano di dieci minuti) da cui si può poi proseguire verso il lago di Arbolle con il suo rifugio. Ma i più esperti possono cimentarsi in escursioni più lunghe verso le cime dell'Emilius e della Becca di Nona da cui si può godere di uno stupendo panorama: da qui si domina la valle centrale della Valle d'Aosta e in particolare la città di Aosta». Pila è un ottimo punto di partenza per gite in tutta la Valle, grazie alla sua posizione centrale, e il collegamento con la città di Aosta tramite la telecabina è un altro punto di forza. La capacità ricettiva rispecchia le potenzialità del luogo e l’hotel della Nouva ne è un esempio. «È stato aperto nel 1963 – ricorda Curtaz – da Sofia Chamonin e ancora oggi il bar annesso è meglio conosciuto come "da Sofia". La posizione è davvero eccezionale: si trova di fianco alla pista detta, appunto, della Nouva e a poca distanza dal piccolo centro commerciale. In estate è un ottimo punto di partenza per le passeggiate o gli itinerari di mountain bike. Dopo una serie di interventi di ristrutturazione negli ultimi anni, oggi l’albergo presenta 10 camere, una piccola reception, un'accogliente sala colazione, il garage per le autovetture e il deposito riscaldato per sci e scarponi. Infine, nel dehors, attrezzato di sedie a sdraio e lettini ognuno ha la possibilità di rilassarsi e godersi il sole mentre i bambini si divertono nel parco giochi. Inoltre i cani sono i benvenuti. Insomma, il posto ideale per chi vuole dimenticarsi dell’auto e tuffarsi nella natura». ■ Elena Ricci



Viaggio in Italia Pag. 19 • Febbraio 2016

Angoli della memoria Un luogo senza tempo I sapori di una volta, giochi spensierati tra i giardini della stazione e il Don Stornini e i luoghi simbolo della cultura della città. C’è questo e altro nei ricordi alessandrini del giornalista Mario Giordano e sue “istantanee” di Alessandria, sono soprattutto rapidi scatti della memoria. Conosce poco la città di oggi, ma conserva intatti i ricordi della città nella quale ha vissuto da bambino. «Mi piacerebbe dare l’idea della bellezza che hanno certe mattine di nebbia – commenta il giornalista Mario Giordano, viaggiando a ritroso nel tempo – adoro la nebbia, soprattutto amo quando “scarnebia”, un’espressione che non a caso abbiamo solo noi alessandrini». In Sanguisughe. Le pensioni d’Oro che ci prosciugano le tasche fa nomi e cognomi, con tanto di cifre e dati per cercare di informare e «porre fine a un’industria dei privilegi che va fermata». In quale angolo della città di Alessandria farebbe trascorrere un pomeriggio al pensionato Inps più ricco d’Italia, che percepisce 90.000 euro, e a uno dei più poveri, che ne riceve meno di 500? «Li porterei tutti e due ai giardini della stazione, uno dei posti che mi è più caro, perché è lì che andavo sempre a giocare da bambino. Poi il pensionato Inps da 90.000 euro al mese lo metterei su un treno con destinazione Ulan Batur, biglietto di sola andata. L’altro, invece, lo porterei in direzione opposta, verso il centro città. Magari facendo una tappa per un gelato da Cercenà di corso Crimea. Ma c’è ancora?».

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Il giornalista Mario Giordano

In un’immaginaria rubrica di approfondimento di un tg quale immagine di Alessandria darebbe e quale i luoghi o le tradizioni che esprimono al meglio l’identità della città? «Vorrei resuscitare qualche angolo della memoria: la chiesetta di Santa Lucia, ad esempio, con le bancarelle dei lacabon, bastoncini di zucchero filato e miele tipici della festa di Santa Lucia. La festa della Madonnina dei Centauri, in occasione della quale si danno appuntamento ad Alessandria migliaia di motociclisti provenienti da tutto il mondo. E ancora certe indimenticabili partite di basket che facevo al Don Stornini». Quale percorso farebbe intraprendere a un turista curioso tra i luoghi simbolo della cultura di Alessandria? «Lo farei partire dalla Cittadella per passare poi al ponte sul Tanaro. Non può mancare inoltre una visita alla Borsalino e al Moccagatta, che come luogo della cultura sportiva non è niente male». Quale ristorante o trattoria della sua città natale è un po’ il suo “rifugio del gusto” e quale piatto dal sapore genuino non può non assaporare ogni volta che ritorna a casa? «Purtroppo ormai da Alessandria passo poco e non riesco quasi mai a fermarmi a pranzo. Anche qui i miei piatti appartengono alla memoria: gli agnolotti della domenica che faceva la mia mamma, per esempio». Con quale vino accompagnerebbe l’assaggio di questo piatto? «Barbera, naturalmente». ■ Renata Gualtieri

Da una parte la natura incontaminata, tra monti e valli spettacolari. Dall’altra la testimonianza di cultura ed epoche diverse nei tanti monumenti e borghi antichi. Walter e Flavio Pregno ci portano nel Canavese

a sua verde campagna, i suoi laghi come oasi di pace e la suggestione delle Alpi, lo rendono uno dei luoghi di villeggiatura da apprezzare in Piemonte. Ma forse sono le sue peculiarità storiche e culturali a rendere il Canavese davvero unico. Posto al confine meridionale con la Valle d’Aosta, questo territorio è disseminato di esempi architettonici e artistici di rara bellezza e straordinario interesse. Forse, il modo migliore di visitarlo è immergersi nella sua storia, unendo il piacere del paesaggio naturale a un soggiorno in un’antica costruzione. È quello che devono aver pensato Walter e Flavio Pregno insieme ai loro familiari, attuali proprietari del Mulino di Bairo, quando hanno deciso di restaurare questo antico edificio per farne un agriturismo d’eccezione. «Si tratta di un mulino risalente alla seconda metà del 1500 – dice Walter Pregno – completamente ristrutturato e in una location da sogno: immerso nella campagna del Canavese con le Alpi Graie a fare da sfondo. Durante le opere di restauro sono stati preservati gli elementi architettonici originali. La sala macine è rimasta intatta e oggi è un’accogliente spazio comune, con le tre vecchie macine a vista, dove gli ospiti potranno rilassarsi leggendo un buon libro o chiacchierando, riscaldati dal tepore della stufa nei mesi invernali, immersi in un’atmosfera di altri tempi. Quella che una volta era la stalla oggi è la sala colazioni. La vecchia segheria, sapientemente recuperata e chiusa da un’ampia vetrata, è diventata una sala open space e conserva al suo interno un vecchio manufatto industriale di fine Ottocento». Salendo al primo piano si accede a cinque delle nove stanze presenti, tutte con bagno privato e tv satellitare, da qui una passerella sospesa ci riporta nuovamente all’interno della sala macine, su cui si affacciano le altre quattro stanze, disposte su due piani. «Al primo piano della sala macine – descrive Flavio

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Il Mulino di Bairo si trova a Bairo (TO) www.mulinodibairo.it - facebook: Mulino di Bairo

Pregno – si trova un piacevole terrazzo coperto, con comodi divanetti per una pausa rigenerante: si può ammirare la natura che circonda il mulino, il fiume che scorre e la ruota che gira mentre si fa colazione nelle mattine d’estate. La struttura è facilmente accessibile ai disabili per i quali è predisposta una camera adeguata raggiungibile con l’ascensore interno. Una particolare attenzione viene dedicata ai piccoli ospiti, per loro è stato creato un angolo interno con giochi e libri. All’esterno un ampio prato verde dove i bambini potranno giocare e divertirsi. Il vecchio mulino è una location ideale per matrimoni, cerimonie, eventi e meeting aziendali in un ambiente rilassato e ospitale». ■ Elena Ricci


Il Canavese ritrovato Silvana Benco ci guida in questa regione storico-geografica del Piemonte settentrionale, ingiustamente poco conosciuta e ricca di meraviglie paesaggistiche e culturali

on è sicuramente tra le mete più conosciute della penisola, eppure il turista più informato che decide di fare tappa qui, sicuramente ci ritorna. Parliamo di quella zona storico-geografica del Piemonte, non distante da Torino, che corrisponde al Canavese. Stranamente poco conosciuto, è un territorio dalle ricchezze paesaggistiche e culturali straordinarie. Il Parco nazionale del Gran Paradiso, il Lago di Ceresole Reale, il Parco Naturale del Po o del Lago di Candia, sono solo alcuni esempi delle meraviglie naturali che qui si nascondono. A questo si aggiunge il fascino di antichi borghi che, in alcuni casi, risalgono al periodo romano e mostrano esempi di architettura e arte dei diversi stili attraverso le epoche. Particolarmente importante l’architettura di stile romanico nel Canavese che costituisce una variante notevole del romanico più conosciuto. Tra i centri più importanti si annoverano Ivrea, Cuorgnè, Rivarolo Canavese e Chivasso. E proprio a Chivasso incontriamo Silvana Benco, che gestisce il residence Sant’Antonio nel cuore della cittadina che fu capitale del Marchesato del Monferrato e vanta un interessante centro storico e monumenti significativi come il Duomo del 1400. «Ci troviamo in uno snodo cruciale per

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Il Residence Sant'Antonio si trova a Chivasso (TO) www.residencesantantonio.com

visitare non solo il Canavese ma anche il Monferrato, patrimonio Unesco, con le belle colline punteggiate di castelli e chiese romaniche. Nello stesso tempo siamo ottimamente collegati con Torino, Vercelli e Milano– dice Benco –Si può dire che offre una posizione strategica per visitare questa parte del Piemonte, per un viaggio che non delude mai». Oggetto di una ristrutturazione integrale terminata nel 2005, il Residence Sant'Antonio è un recupero dell'antico Convento di Sant'Antonio risalente al XIII Secolo «di cui conserva ancora la cappella – continua Benco –, l'arco d'ingresso e i modiglioni. Si trova a due passi dalla stazione ed è concepito secondo un nuovo concetto di alloggiamento, per sentirsi come a casa senza rinunciare alle comodità e ai servizi di un albergo. Tutto ciò porta i nostri ospiti ad apprezzare la cura e la particolare attenzione con cui gestiamo la struttura, dove risaltano ordine e pulizia. Più in generale, è la soluzione ideale che offre quiete e tranquillità per un soggiorno funzionale sia alla visita dei dintorni canavesani e monferrini sia per visitare o lavorare a Torino». Il Residence Sant’Antonio dispone di varie tipologie di appartamenti. «Tutti sono dotati di piano cottura, Tv Sat, connessione Internet, lavatrice, aria condizionata. Inoltre, è disponibile un parcheggio interno e una sala riunioni da 50 posti. Offriamo tariffe diverse per permanenze giornaliere, settimanali o mensili e vantaggiose offerte per il weekend». ■ Elena Ricci




Viaggio in Italia Pag. 23 • Febbraio 2016

Lo storico d’arte Philippe Daverio

L’altra Milano Conosciuta come la capitale economica, un ritratto diffuso nell’immaginario collettivo. In questa attiva metropoli, però, esistono anche luoghi di pace e ricchi di storia. Philippe Daverio traccia un percorso affascinante

ilano è il più grande laboratorio di lavoro in Italia. In una città così frenetica si può sentire l’esigenza di rifugiarsi in posti dove regni la calma e dove magari poter coniugare la ricerca della quiete con la conoscenza. Il luogo più visitato è senza dubbio il Duomo. Esistono, però, monumenti meno noti, che conservano elementi importanti della nostra storia. Philippe Daverio, storico dell’arte, ci guida attraverso siti non conosciuti da tutti, ma che racchiudono preziosi dettagli storico-artistici. Quando si parla di Milano si parla di economia. Qual è invece il “passepartout” per scoprire il lato storico-artistico della città? «Milano è la città che, dopo Roma, ha l’architettura pro-

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Sopra, visuale dall’alto del Duomo di Milano; sotto la facciata della Basilica di San Lorenzo

to-cristiana più importante al mondo. Nessuno lo sa. Parlo della Basilica di San Lorenzo, che ha una costruzione interna che ricalca in pieno il modello di Santa Sofia a Costantinopoli e quello di San Vitale a Ravenna. La Basilica di San Lorenzo è stata edificata in età romana, tra il 372 e il 402, periodo durante il quale la capitale dell’impero era Milano. L’edificio, poi, è

stato largamente rimaneggiato nel Cinquecento. Davanti alla basilica ci sono le Colonne di San Lorenzo: si tratta di sedici colonne di marmo con capitelli corinzi, che sostengono la trabeazione che fu di un edificio romano risalente al III secolo. Le colonne furono trasportate dove sono ora nel IV secolo per completare la basilica. Queste colonne hanno un significato affettivo per i milanesi, poiché costituiscono testimonianza dell’antica Mediolanum romana». Esistono altri edifici di questo tipo? «Sì, certo. Da qui il percorso in questo senso prosegue con il nucleo di S. Ambrogio, il nucleo di San Satiro e la chiesa di S. Alessandro, costruzione meno antica, cinquecentesca: è situata nella piazza omonima ed è stata edificata per l’ordine dei Barnabiti, nel luogo dove la tradizione narra che fu tenuto prigioniero Sant'Alessandro di Bergamo martire. Poi c’è S. Celso, con la sua struttura manierista fantastica». Il Duomo può inserirsi in questo percorso? «Non tutti sanno che il Duomo si fonda su di una chiesa preesistente: qui probabilmente avvenne il battesimo di S. Agostino da parte di S. Ambrogio. Una passeggiata in centro attraverso gli antichi edifici ecclesiali può essere davvero un giro assolutamente inatteso». Non tutti i milanesi, quindi, conoscono bene questi luoghi. Pensa che andrebbero pertanto valorizzati? «Tutto il sistema andrebbe in qualche modo messo in risalto. Ad esempio, nessuno sa della chiesa di S. Sepolcro, nella piazza omonima e situata non distante da Piazza Duomo. Si tratta della prima chiesa fatta dai crociati nell’XI secolo. Questa chiesa fu fondata nel 1030 con il titolo di Santissima Trinità, poi, in piena epoca di Crociate, l’arcivescovo di Milano Anselmo da Bo-


Viaggio in Italia Febbraio 2016 • Pag. 24

visio dedicò la chiesa al San Sepolcro di Gerusalemme. Poi voglio citare la Biblioteca Ambrosiana: è la prima biblioteca e la prima collezione d’arte aperta al pubblico nel 1609; è la più nota, però è poco visitata». Parliamo proprio di libri. Milano in passato era ricca di librerie, molte delle quali ora hanno chiuso per lasciare spazio alle grandi catene. Esistono ancora librerie storiche, dove anche lei ama rifugiarsi? «Molte vecchie librerie hanno chiuso per lasciare posto a negozi di altro genere. Esiste la libreria Bocca nella Galleria Vittorio Emanuele che ha scelto di puntare sul settore del libro d’arte, che da un lato richiama la tradizione di qualità editoriale della produzione Bocca, dall’altro esprime gli interessi e la passione professionale dei L’Albero delle proporzioni e delle proporzionalità nuovi gestori». di Leonardo da Vinci conservato Un cliché di Milano è la neb- nella Biblioteca Ambrosiana di Milano bia. Da dove si può ammirare E se volessimo coniugare questo giro una vista suggestiva della città? «Il luogo più adatto è anche quello più storico-artistico alla buona tavola? frequentato, l’unico museo che fa sette- «Milano è la città dell’happy hour, che è centomila presenze l’anno: si tratta del anche divertente. L’happy hour fornisce un’opportunità formidabile di piatti daptetto del Duomo». pertutto: sui Navigli, ad esempio, ci C’è un’opera d’arte che la colpisce parsono posti molto simpatici. E si può manticolarmente? «Un po’ tutta la collezione di Brera. Il Cri- giare a crepapelle». C’è un locale che lei predilige? sto morto di Mantegna. Poi c’è la collezione del Castello Sforzesco. La Pietà «La trattoria storica di via Santa Marta, Rondanini. Tutti vanno a vedere l’Ultima il Milanese. Poi c’è La Libera in via PaCena, ma ci sono anche altre opere im- lermo, un posto dal sapore fantastico. Milano ha ancora dei pezzi di storia che vanportanti e suggestive». Se dovesse consigliare dei luoghi no avanti con grande simpatia». E un piatto che non ci si aspetteda visitare in un weekend? «Consiglierei un giro degli antichi edifici rebbe a Milano? che ho nominato, da San Lorenzo a San «Milano è piena di ristoranti giapponeCelso, da San Celso a San Nazaro, da qui si, cinesi, indiani, etiopici, dove speria San Satiro. E poi andare a vedere mentare nuovi sapori». l’Ambrosiana e Brera». ■ SC

Eleganza meneghina Tendenze milanesi Il fascino e il grande dinamismo della città meneghina nelle parole di Barbara Baldacci, che descrive il fermento e la vivacità di uno dei centri economici e culturali più importanti d’Europa er molti è l’unica metropoli di respiro internazionale che l’Italia possa vantare. Per quanto possa essere difficile dirlo con certezza, sicuramente si può capire quali siano le suggestioni che spingono a prendere questa posizione: Milano non è solo una delle città più interessanti dal punto di vista culturale e che contribuiscono a fare dell’Italia il Bel Paese che conosciamo, è anche il vero cuore economico della penisola. Il fermento che si respira nella città meneghina è un’esperienza da vivere. Uno degli hotel dalla posizione più strategica, in questo senso, è il Leonardo Hotel Milan City Center. «Immerso nella caratteristica atmosfera dell’area pedonale di Via Paolo Sarpi, a cinque minuti dalla stazione Porta Garibaldi – spiega Barbara Baldacci la Director of Sales & Marketing – è proprio al centro della movida milanese, a pochi passi dai più importanti locali di tendenza, ristoranti raffinati e boutique alla moda. Le attrazioni principali del centro storico, come piazza Duomo, il celebre Teatro alla Scala o il lussuoso quartiere dello shopping di Montenapoleone, si raggiungono in soli 10 minuti. Lo stesso tempo s’impiega per raggiungere il Parco Sempione con il suo trionfale Arco della Pace e il maestoso Castello Sforzesco». L’hotel è di recente ristrutturazione. «La nostra struttura – continua Baldac-

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Il Leonardo Hotel Milan City Center si trova a Milano La chiesa di Santa Maria presso San Satiro a Milano

www.leonardo-hotels.com res.milancity@leonardo-hotels.com

ci – incanta con la sua atmosfera elegante e accogliente nelle sue 130 camere, molto ampie, dallo stile classico italiano davvero raffinato, con angolo divanetto e tavolino, il bagno in marmo con vasca, Wi-Fi gratuito nelle camere e in ogni ambiente. Il ristorante "Il Giorno Bistrot" propone la tradizionale cucina nazionale e ha un menu studiato sulle particolari esigenze per persone intolleranti e celiache». L’hotel è meta indiscussa da anni di personaggi dello spettacolo, della Tv e della moda, perché offre un alto livello di ospitalità e discrezione al contempo, garantendo privacy anche su soggiorni di lunga durata. «La comodità, l’eleganza dello stile, la pulizia e la gentilezza del personale sono tutti elementi che contribuiscono a rendere questo albergo un punto di riferimento per chi deve soggiornare a Milano». Leonardo Hotels è una divisione europea del gruppo Fattal Hotels Group, fondato da David Fattal in Israele. «Dal 2007 Leonardo Hotels è rappresentato sul mercato europeo con oltre 55 hotel in più di 25 destinazioni. Presente in Germania, Austria, Svizzera, Belgio, Inghilterra, Spagna, Ungheria e ora Italia». ■ Remo Monreale


Viaggio in Italia Pag. 25 • Febbraio 2016

Il cuore a Trieste Francesca Baiardi © Storyteller

C’è la Trieste della Mitteleuropa, dove hanno trovato ispirazione grandi letterati come James Joyce, Italo Svevo e Umberto Saba. C’è la Trieste dei palazzi e dei caffè letterari. E c’è la Trieste che ha influenzato Susanna Tamaro, una delle scrittrici italiane più amate e conosciute al mondo

La scrittrice Susanna Tamaro

onostante non risieda più a Trieste, per Susanna Tamaro il capoluogo giuliano resta un luogo che va oltre la connotazione fisica per diventare spazio dell’anima, vero e proprio stato mentale. Una capacità di sondare nei sentimenti umani, rivelandone la complessità, che la scrittrice sente di dovere nel profondo alla sua terra d’origine. «Trieste possiede realtà bellissime, che appartengono a tutti i suoi abitanti», racconta Susanna Tamaro, ripercorrendo le tappe di una sorta di itinerario “del cuore” nella città natale. «Amo camminare a Barcola, la tipica passeggiata dei triestini, che conduce al Castello di Miramare, uno dei simboli della città, ma soprattutto sede di uno splendido parco botanico. Amo perdermi nei suoi vialetti. Girare, salire, scendere, scrutando il mare e ammirando il Carso». Il Parco Tropicale del castello è una delle mete preferite dall’autrice. Nelle serre storiche è stato ricostruito un angolo di Foresta amazzonica con oltre cento specie diverse di piante, fiori e uccelli variopinti. Qui si trova anche il Centro per lo studio e la salvaguardia dei Colibrì. «È sempre uno spettacolo affascinante entrare in queste serre e posare lo sguardo su pappagalli, Colibrì e farfalle che volano in libertà, come nel loro habitat. E mentre all’esterno, magari, infuria la Bora, dentro si vive il clima tropicale. Da grande appassionata di scienze naturali, apprezzo particolarmente questo salto climatico, botanico e naturalistico». Trieste è, per Susanna Tamaro, anche una città di immagini contrastanti. Alla bellezza dell’ambiente fa da contraltare la ferriera, «un’area siderurgica che rimanda alle atmosfere di Vladivostok, attraversata dai fumi neri. Uno scenario singolare di cui conservo indelebilmente il ricordo dell’odore dei metalli pesanti». Un altro luogo caro all’autrice

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La statua di James Joyce sul Ponte Rosso

di Va’ dove ti porta il cuore è il Borgo Teresiano, impregnato di suggestioni etniche e religiose. Il ricordo va a quando, da bambina, «arrivavano quelli che noi chiamavamo acquirenti d’oltre confine, provenienti dai paesi comunisti per comprare beni che non trovavano in patria. Il sabato riempivano tutto il Borgo, “suk” ricco dei prodotti mito dell’Occidente, e poi ripartivano la sera per rientrare nelle loro terre. I negozi di allora sono stati sostituiti dalle lanterne rosse

delle attività cinesi». Questo a conferma di un’identità triestina declinata sul concetto di confine. «La mia letteratura è strettamente legata a Trieste, al suo essere una cerniera tra due mondi, tra l’Est e l’Ovest». Lontana parente di Italo Svevo, Susanna Tamaro riconosce nell’anima letteraria una delle chiavi di lettura più apprezzate della città, che segue le orme di Saba, Joyce e dello stesso Svevo, ed era una frequentatrice del Caffè San Marco: «Ci andavo il sabato con Giorgio Voghera. Si parlava di letteratura, si prendeva il caffè. C’era grande vivacità». E la scrittrice non nasconde la nostalgia per la “sua” Trieste, «quella dal sapore mediorientale, più sporca e “trasandata” di quella attuale, che però oggi corre il rischio di vivere nella memoria diventando un monumento di se stessa». Diplomata al Centro sperimentale di Cinematografia di Roma e anche regista di un lungometraggio, Nel mio amore, l’autrice non ha dubbi sullo scorcio che meglio racchiude l’essenza della sua Trieste: «il Molo Audace, che sembra protendersi verso l’orizzonte ma poi si arresta, dove i triestini vanno a passeggiare. I triestini sono grandi camminatori. Anche io e i miei fratelli, da piccoli, andavamo da

una parte all’altra della città. E c’è una specie di furore in quest’atto. Non è un camminare mosso dal paesaggio, ma piuttosto da una forza interiore». E poi c’è questo rapporto intenso con la Bora, «un vento pazzo che ogni tanto si abbatte a velocità spaventose, quasi a voler scoperchiare le case. Poi, così come arriva, di colpo smette. Amo girare per gli angoli e le vie della città maggiormente sferzati dalla Bora e dirigermi verso il Molo Audace, dove è sempre una festa per gli amanti del vento». Non è un caso che Susanna Tamaro abbia ambientato il suo film e molti dei suoi romanzi a Trieste e nel mondo del Carso «che, in quanto territorio capace di esprimere solitudine e durezza, conserva un fascino misterioso perché qui tutto fa fatica». Non sarebbe stato lo stesso scrivere le sue opere in un altro universo. «Puoi collocare storie dove conosci, dove senti. Dove hai un reale possesso del territorio. Non inserisco mai descrizioni dettagliate, ma è lo spirito della città, così inquietamente di frontiera, a permeare il mio lavoro. È questa la mia Trieste: quella delle inquietudini, dei tormenti, delle solitudini, del vento». ■ FD


Viaggio in Italia Febbraio 2016 • Pag. 26

Parterre subacqueo A pochi chilometri da Trieste, all’estremo nord del Mediterraneo, il mare si popola di rare e curiose specie marine e fa da platea ai luoghi che bagna

Una medusa gigante Echizen Kurage fotografata tra le acque della Riserva Marina di Miramare

bitano i mari e li rendono “luogo” di stupore e meraviglia. La flora e la fauna, che con corpi bizzarri e colori cangianti popolano gli spazi marini, non solo mantengono in equilibrio gli ecosistemi costieri minacciati da inquinamento e speculazioni, ma a chiunque si ritrovi a osservarle suscitano meravigliose curiosità. «La distanza di fuga dei pesci, che il più delle volte si avvicinano curiosi piuttosto che allontanarsi – a detta di Roberto Odorico, responsabile settore subacquea della Riserva Marina Miramare – è uno dei tanti eventi che colpiscono i turisti in acqua». E non sono pochi i visitatori che ogni anno raggiungono il promontorio di Miramare abbracciato al Golfo di Trieste, per lasciarsi ammaliare dalla magnificenza della costa e del territorio circostante e tuffarsi nelle acque protette della Riserva Marina di Miramare. Dove, con maschera e pinne, Roberto Odorico fa da Cicerone. Oltre gli appassionati con brevetto subacqueo, qual è il turista “tipo” che vi capita di accompagnare alla scoperta delle bellezze della riserva? «La diversificazione delle proposte del settore subacqueo della riserva, tra seawatching, apnea, autorespiratori ripartiti tra gruppi, famiglie e ragazzi, ci permette di individuare e accontentare diversi visitatori. Molti sono gli elementi che li colpiscono: la distanza di fuga dei pesci che il più delle volte si avvicinano curiosi piuttosto che allontanarsi, la ricchezza di specie anche vicino alla superficie, la possibilità di osservare specie altrove diventate rare, come i cavallucci marini o i piccoli e colorati nudibranchi. Forse un aspetto che accomuna i diversi visitato-

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Roberto Odorico, responsabile del se�ore subacquea della Riserva Marina di Miramare

ri è il fatto di apprezzare ambienti non proprio naturali, anzi antropizzati come quelli di Miramare, dove comunque si ritrova il mare indisturbato e che soprattutto può essere riproducibile in altri siti». Può descrivere il percorso ideale tra i luoghi più interessanti vicini alla riserva? «La riserva è piccola, consta di soli 30 ettari di mare, ma è circondata da molte cose da vedere e da fare. Il promontorio di Miramare offre un parco botanico estremamente interessante costituito da una vegetazione arborea cresciuta e piantata con le indicazioni dello stesso Massimiliano d’Asburgo, fratello dell’imperatore, naturalista appassionato e innamorato del posto. Il castello di Miramare, che lo stesso Massimiliano fece costruire sul promontorio attorno al quale il mare è protetto, può essere un’ottima base per capire il territorio e leggerlo in chiave storica, architettonica, enogastronomica e ovviamente ambientale. Una visita di un giorno a Miramare, al centro visite della riserva nel Castelletto all’interno del parco e un’immersione con pinne e maschera sotto al castello, inevitabilmente avvicinerà il visitatore alla storia di questi luoghi». ■ AZ


Viaggio in Italia Pag. 27 • Febbraio 2016

Il fascino di una città di confine Un edificio di inizio Novecento completamente ristrutturato e trasformato in residence. Nel centro di Trieste. Lo racconta Maria Isabel Serrentino alazzo Talenti, storico immobile triestino, costruito più di un secolo fa – esattamente nel 1907 –, è un edificio di cinque piani che copre un intero isolato, sviluppandosi fra le centralissime vie Carducci, Milano, Valdirivo e Mercadante. Da pochi mesi, parte del palazzo è stata trasformata in un residence a quattro stelle. «Il corposo intervento di ristrutturazione di questo intero blocco del Borgo Teresiano di Trieste – spiega Maria Isabel Serrentino, direttrice del residence –, è iniziato nel 2012 ed è durato ben tre anni. A fine lavori, alla città è stato restituito un’im-

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mobile con all’esterno un approccio stilistico molto sobrio. Questo approccio si sposa alla meticolosa ricerca effettuata per l’intervento negli spazi interni, indirizzata all’interpretazione delle esigenze della vita contemporanea». Insomma, una riqualificazione comple-

ta, che se, da un lato, ha conservato stile e caratteristiche architettoniche dell’originario Palazzo Talenti, dall’altro, l’ha arricchito di soluzioni innovative. «I trentacinque appartamenti del residence, disposti su cinque livelli e differenziati per dimensione e qualità in sette tipologie, coprono quasi 10mila metri quadrati, ovvero circa un terzo dell’intera superficie dell’edificio. Si tratta di appartamenti (con metratura compresa fra i 30 e i 50 metri quadri) pensati per brevi e lunghi soggiorni di un turista indipendente. Per questo, oltre a tutti i com-

Il residence Palazzo Talenti si trova a Trieste (TS) www.palazzotalenti1907.com

LA RISTRUTTURAZIONE

Ha arricchito l’originario Palazzo Talenti di soluzioni innovative

fort della contemporaneità (riscaldamento e raffrescamento, Wifi internet gratuito, Tv satellitare Sky), gli appartamenti includono anche un vano cucina». Con tali caratteristiche, Palazzo Talenti contribuirà a rafforzare la vocazione turistica di Trieste, i cui numeri di presenze sono in crescita costante. «Speriamo di fare la nostra parte nel rilancio attrattivo ed economico della città». ■ Emilio Macro

I mille volti di Trieste I suggerimenti di Tamara Lonoce per cogliere la città con uno sguardo il più possibile vicino a quello dei triestini ella città che fu veneta, austroungarica, napoleonica e infine italiana, nella zona del Borgo Giuseppino, sorge palazzo Skuljevich, dimora intrisa di storia della mitteleuropea Trieste. Progettato nel 1832 da Domenico Corti, dal 1890 i suoi soffitti mostrano le decorazioni eseguite dal pennello di Eugenio Scomparini. L’ingresso a palazzo Skuljevich è l’inizio di un sogno nostalgico nella Trieste che fu. Animata dal desiderio di ricordare e far ricordare, Tamara Lonoce ha creato all’interno del palazzo, Piazza Ve-

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nezia Le Camere per celebrare momenti del passato triestino. Come lei stessa racconta: «Siamo una piccola struttura, dedicata a chi vuole vivere un soggiorno romantico, elegante e confortevole. Cinque camere, cinque possibilità di ammirare alcuni scorci di Trieste, appartenenti al cuore della città. Abbracciate da mare e altipiano, portano il nome di ciò che la vista coglie. Le Camere: La Lanterna, La Marina, L’Incanto, La Torre e La Revoltella, si contraddistinguono per nome e per stile. Ognuna diversa dall’altra: alla vista, al tatto e all’olfatto, arredate con

mobili antichi e d’epoca ricercati uno ad uno nel pregio e nella semplicità , si affacciano su un panorama affascinante, coinvolgente e con le sfaccettature dei mille volti di Trieste». Al risveglio, dopo la ricca colazione, da degustare di fronte alla stupenda cornice del golfo di Trieste, Tamara, cartina della città alla mano, vi può dare i propri suggerimenti per itinerari e visite alla scoperta dell’anima triestina. «Non si tratta solo di consigliare una meta, un monumento, la pasticceria dove trovare i nostri migliori dolci o il buffet per consumare un ottimo panino al prosciutto cotto caldo in crosta o,

ancora, il ristorante dove fanno il baccalà alla vecchia maniera, mi piace anche raccontare piccoli aneddoti, condividere i fatti piccoli e importanti narrati dalla mia collezione di libri antichi su Trieste. Poi, suggerisco sempre di raggiungere il famoso castello di San Giusto percorrendo le stradine tortuose, che risalgono il colle fino alla fortezza nucleo antico della città, spesso impervie ma affascinanti, intervallate da piccoli giardini e spazi verdi. Tutto questo per far scoprire un nuovo modo di viaggiare, attraverso un’esperienza in questo posto d’altri modi e d’altri tempi, e cogliere la città con uno sguardo il più possibile vicino a quello di noi triestini». ■ Emilio Macro

Piazza Venezia Le Camere si trova a Trieste www.piazzavenezialecamere.it


Viaggio in Italia Febbraio 2016 • Pag. 28

L’offerta veneta

L’eredità di Nicola Bottacin Un allestimento festeggia i 150 anni del Museo Bottacin che, a partire da una donazione privata, nel corso dei decenni è diventato una delle più importanti istituzioni d’Europa per la numismatica e il collezionismo adova celebra nel 2016 l’anniversario della fondazione di uno degli istituti numismatici più prestigiosi d’Europa. E lo fa con una mostra “150 Anni del Museo Bottacin: Non solo monete”, allestita fino al 13 marzo al pianterreno di Palazzo Zuckermann (attuale sede del museo), che rievoca l’importanza della donazione di Nicola Bottacin, il facoltoso commerciante che nel 1865 legò alla città di Padova l'intero suo patrimonio d’arte, libri e monete, riunito per lo più a Trieste intorno alla metà dell’Ottocento. La trattativa tra Bottacin e l’amministrazione cittadina fu complicata, considerando le specifiche condizioni di gestione imposte dal donatore, tra cui la nomina di un conservatore specializzato in numismatica. «Quando il suo fondatore morì nel 1876 - ricorda l'assessore alla Cultura del Comune di Padova Matteo Cavatton - , il Museo Bottacin aveva già raggiunto una notevole fama tra i collezionisti e gli altri istituti numismatici non solo italiani. Nel corso dei decenni la sua rilevanza è progressivamente cresciuta, al punto da essere considerato oggi uno dei primi dieci istituti europei per lo studio della storia della moneta e del suo collezionismo». La mostra, il cui ingresso è libero, espone una selezione di opere significative dalla collezione Bottacin, arricchita da oggetti che non sono presenti nel per-

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corso espositivo permanente (situato al secondo piano di Palazzo Zuckermann) e completata da documentazione d’archivio. Uno dei focus è, infatti, la storia dell’istituto, contrassegnata da diverse sedi e soprattutto da differenti concezioni nelle modalità di allestimento. Il ritratto di Nicola Bottacin, opera di Augusto Caratti del 1876, apre la mostra introducendo i visitatori alle due sezioni principali. La prima, di stampo storicodocumentaristico, ricostruisce le tappe salienti dei 150 anni di attività del Museo, con la presentazione delle

figure dei conservatori succedutisi alla guida dell’istituto e lo sviluppo della biblioteca. La seconda sezione entra nel vivo, mostrando i pezzi più pregiati. Da segnalare in modo particolare la Dattilioteca, il Codicetto Bottacin con le famose miniature di figure padovane e venete del XVII secolo, la Coppa di Norimberga, opera di alta oreficeria tedesca realizzata da Melchior Baier nel 1534 e adornata con denari romani di età repubblicana e imperiale; la Ducale con bolla aurea del doge Michele Steno del 1409 attestante la dedizione della città di Zara a Venezia. Raramente mostrate al pubblico, spiccano le preziose Oselle veneziane e le cosiddette schiavone, spade utilizzate dalle truppe di origine slava della Repubblica di Venezia. La mostra offre anche l’occasione di ammirare una selezione di acquerelli della raccolta artistica del Museo Bottacin, che non è possibile esporre in modo stabile per ragioni di conservazione e tutela. Non manca, infine, una proposta di monete e medaglie provenienti dalle donazioni di collezionisti e di artisti, che negli anni hanno arricchito le raccolte di proprietà della città di Padova. ■ Leonardo Testi

UNA DOMUS DA SCOPRIRE

PIZZA CONCEPT

Christiane Weber ci fa da guida nel padovano, in una tenuta stranamente poco conosciuta, in cui epoche e stili si sono sommati creando un monumento unico

La rivisitazione della pizza di Manuel Baraldo. L’incontro fra la tradizione culinaria padovana e il pia�o italiano più famoso

ell’era dell’informazione, capita sempre più raramente di scoprire tesori nascosti, perle su cui in pochi hanno posato gli occhi. Eppure ne esistono ancora e ci si domanda come mai siano così poco note. Una di queste è il complesso architettonico della tenuta Villa e Parco Miari de Cumani a Sant'Elena (PD), situata fra Este e Monselice. «Tra le caratteristiche più immediate del complesso – dice l’attuale proprietaria della residenza, Christiane Weber – c’è la sua struttura ibrida tra villa e castello: ha i tratti tipici di una domus patritia, per lo stile veneziano con cui è progettata, e la cinta muraria merlata, che per l'appunto danno l'aspetto di castello medievale. Questa peculiarità le deriva dalla stratificazione di epoche e stili di cui la villa è stata oggetto attraverso i secoli. La sua prima costruzione risale al IX secolo, come monastero benedettino. Secoli più tardi, nell'Ottocento, viene chiamata per la prima volta Palazzo e il giardino esterno è ridisegnato in versione signorile con i par-

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l Campionato Europeo della Pizza, a classificarsi prima è stata la pizza di Manuel Baraldo, proclamato chef rôtisseur a ottobre 2015 e titolare, insieme alla moglie Moira Benvegnù, della trattoria 7 teste, di Selvazzano Dentro, in provincia di Padova. «Il primo premio – racconta Baraldo – è stato ottenuto grazie a un impasto classico e a uno dei nostri cavalli di battaglia: tagliata di tonno con finocchi, pecorino primo sale, emulsione di melanzana, pomodorini confit ed estrazione alcolica di liquirizia». Se, ancora, al Mondiale della Pizza 2015 Baraldo ha ottenuto il secondo posto con la pizza Playboy, il 7 teste, però, non è solo pizza, e il ristorante si è classificato terzo al trofeo Heinz Beck 15 con i bigoli in salsa rivisitati. «L’introduzione del pizza concept, ossia l’arte della pizza rivisitata, è stata un’aggiunta alla

A La Villa e Parco Miari de Cumani si trova a Sant'Elena (PD) - info@villamiaridecumani.com

terres francesi». Il parco, invece, che si estende su una superficie di 8 ettari, è progettato in stile romantico e risale al 1856. «Oltre ad alberi plurisecolari come Taxodium Disticum, Fagus Sylvatica e le imponenti Magnolie, il parco presenta altre costruzioni in stile ecclettico quali il Ninfeo, La Colonna della Vittoria, La Statua di Bacco e il Tempietto di Cavour». ■ Renato Ferretti

La tra�oria 7 teste si trova a Selvazzano Dentro (PD) - moira.liana@libero.it

nostra proposta di cucina tipica veneta. Qui serviamo le pizze più singolari – come la pizza in pala, quella ai cereali con combinazioni da gourmet e il servizio alla lampada al tavolo –, ma siamo stati anche i precursori di due nuove ricette: il panettone artigianale con lievito madre e l’impasto ai cereali per la pizza ad alta digeribilità». Non a caso, da quattro anni, il 7 teste figura nell’edizione de “Il Mangiarozzo”, mentre l’Accademia Nazionale di Cucina gli ha conferito il piatto d’argento. ■ Emilio Macro


Viaggio in Italia Pag. 29 • Febbraio 2016

Itinerari enologici Viaggi tra cantine, vigneti e scenari naturali alla ricerca del gusto autentico della tradizione enologica veneta. Uno sguardo alle strade del vino della regione interesse crescente verso la riscoperta del cibo, del vino e delle tradizioni ha accompagnato la nascita e lo sviluppo di percorsi enogastronomici che aprono alla conoscenza dei luoghi sotto il profilo rurale, storico e culturale. È in questo scenario che si inseriscono le strade del vino e dei prodotti tipici, itinerari che guidano turisti e visitatori alla scoperta delle eccellenze enogastronomiche di un territorio, mettendo in rete le aziende di produzione, le cantine, ma anche le strutture per l’ospitalità, i ristoranti, le trattorie e i punti vendita dei prodotti tipici. Quella realizzata dalle strade del vino e dei sapori è un’offerta turistica sempre più integrata, che punta sull’organizzazione di eventi e manifestazioni per promuovere il territorio nelle sue componenti di rilievo, dalle produzioni vinicole sino alle attrazioni paesaggistiche e storico-artistiche. Il Veneto conferma la sua vocazione enologica con il primato in Italia sul fronte della produzione di uve da vino, ma soprattutto per le denominazioni di origine protetta e Igp (indicazione geografica protetta). Sono ben 16 le strade del vino attive in regione, affiancate dalla Strada dei formaggi e dei sapori delle Dolomiti bellunesi, dell’asparago bianco di Cimaldolmo Igp, del radicchio di Treviso e variegato di Castelfranco Igp, del riso Vialone Nano veronese Igp. Se la Strada del Prosecco e vini dei colli Conegliano Valdobbiadene conduce

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l’enoturista nelle terre del Prosecco Docg, nel cuore della Marca Trevigiana, la Strada dei vini del Piave si sviluppa nella zona che, da un lato, si distende a sud di Treviso fino al confine con il Friuli, e dall’altro, sino alla costa adriatica, in provincia di Venezia. Queste sono le terre del Raboso Piave, il vitigno più rappresentativo dell’intera area. Il paesaggio collinare racchiuso fra il Monte Grappa e il fiume Piave fa da cornice alla Strada del vino del Montello e Colli Asolani che, tra testimonianze della prima guerra mondiale e ville dei veneziani, permette di degustare la Doc Montello e Colli Asolani nelle sue diverse declinazioni. La Strada del vino Bardolino si snoda lungo un tracciato di circa 80 chilometri di grande fascino naturale, che lambisce 16 Comuni della sponda orientale del Lago di Garda e tocca centri di produzione vinicola quali Bardolino, Lazise, Affi, Costermano e Garda. Grande protagonista è naturalmente il Bardolino, dal colore rosso rubino brillante, affiancato dal Chiaretto, la sua versione rosata. Trenta sono le cantine produttrici del bianco di Custoza Doc, situate lungo la Strada del vino bianco di Custoza, itinerario che parte da Sommacampagna prosegue per Custoza, Villafranca di Verona, Valeggio sul Mincio, il famoso Parco Sigurtà fino a Peschiera sul Garda. Tutto il territorio del Veronese è un’area storicamente vocata alla produzione enologica. Lo testimoniano la Strada del Valpolicella, la cui zona di produzione si esten-

TRA CANTINE E VIGNETI

Le strade del vino guidano gli enoturisti alla scoperta delle eccellenze di un territorio

de entro l’arco pedemontano della provincia di Verona; la Strada del vino Soave, uno dei comprensori più attivi, posizionato ad est della provincia scaligera e confinante con la vicina Vicenza, dove si può assaggiare il Soave Doc, il Soave superiore Docg e il Recioto di Soave Docg; e la Strada del vino Arcole, che permette di degustare i famosi Arcole bianco, chardonnay, spumante e pinot grigio, per quanto riguarda i bianchi, Arcole merlot, cabernet sauvignon, nero e novello per i rossi. Le vallate della Lessinia caratterizzano il territorio interessato dalla Doc Lessini Durello, da cui prende il nome l’omonima strada. La produzione vitivinicola coinvolge, nello specifico, i Comuni di Arzignano, Brogliano, Castelgomberto, Chiampo, Gambugliano e Trissino in provincia di Vicenza e di San Giovanni Ilarione e Vestenanova in provincia di Verona. La Strada del vino e dei

prodotti tipici Terra dei Forti si realizza nella valle modellata dai ghiacciai dell’era quaternaria e scavata dal fiume Adige. In quest’area del Veronese costellata da castelli e forti austriaci, che lambisce ormai i confini del Trentino, si producono soprattutto il Valdadige Doc, il Pinot grigio e l’Enantio, il vino rosso autoctono corposo e selvatico della Terradeiforti. I Comuni di Gambellara, Montebello Vicentino, Montorso Vicentino e Zermeghedo costituiscono le principali tappe della Strada del Recioto e dei Vini di Gam-

DA UN TERRITORIO GENEROSO Un locale antico e casalingo, gestito dalla famiglia Costa da qua�ro generazioni. Un’instancabile ricerca nelle tradizioni enogastronomiche vicentine ra il verde dei colli Berici, l’Antica Trattoria Moreieta di Stefano Costa è uno dei locali più antichi e tipici del vicentino. «Fondata nella seconda metà del Se�ecento ad Arcugnano – racconta Stefano – la tra�oria, in principio, era frequentata dai dogi veneziani, che trascorrevano la villeggiatura nelle dimore del Palladio. Oggi siamo riconosciuti come un punto di riferimento per gli appassionati della buona tavola a base di funghi e tartufo dei Colli Berici». So�o la guida di Roberto, Stefano e il figlio Ma�ia – quinta generazione della famiglia Costa a gestire il locale – e mamma Edda, la tra�oria propone una cucina incentrata sui prodo�i di un territorio generoso, combinati dagli chef in pia�i succulenti: «porcini padellati e polenta croccante, crudità di manzo con scaglie di tartufo nero e parmigiano, riso�o mantecato e tartufo nero dei colli Berici, pernice rossa al cartoccio sullo spiedo, sella di maialino da la�e croccante arrosto». E per concludere la carta dei dessert propone semifreddo al torrone e cioccolato fondente, gelato fiordila�e mantecato e salsa di mirtillo caldo o millefoglie caramellata in

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L’Antica Tra�oria Moreieta si trova ad Arcugnano (VI) - www.moreieta.com

crema chantilly. Famiglie e ospiti, entrando, ricevono il benvenuto da un camino in pietra di Nanto vecchio di duecentocinquant’anni. «Questo si integra perfe�amente nello stile della classica casa colonica anteguerra, che offre anche una sale�a camino in stile Liberty, ideale per piccole ricorrenze o ricevimenti. Per gli eventi più importanti abbiamo allestito una nuova sala, e abbiamo dedicato uno spazio anche alle cene più intime». ■ Emilio Macro


Viaggio in Italia Febbraio 2016 • Pag. 30

bellara Doc. Il vino più rappresentativo di questo territorio è il Recioto di Gambellara Docg, prodotto nelle due tipologie Classico e Spumante e composto per il 100 per cento di uva Garganega, vitigno a bacca bianca tra quelli di maggior rilievo nel Vicentino. La Strada del Torcolato e dei vini di Breganze si distende lungo la fascia pedemontana vicentina tra le vallate dei fiumi Astico e Brenta; prende le mosse da Thiene e invita a visitare Breganze, cuore dell’omonima Doc, Sandrigo, patria del baccalà alla vicentina, Marostica e Bassano del Grappa. La Stra-

L’offerta veneta da dei vini dei Colli Berici conduce il visitatore tra Padova e Vicenza, in uno scenario esaltato dalle ville palladiane. Il Tai Rosso è il vitigno autoctono della zona. Altrettanto suggestivo è il paesaggio che si può ammirare lungo la recente Strada del vino Colli Euganei: in questo territorio storicamente vocato alla vite e racchiuso nell’area protetta del Parco regionale, si alternano eremi e monasteri, vigneti, borghi e ville rinascimentali. Nella pianura a sud di Padova si snoda lo Stradon del Vin Friulano, citato per la prima volta in un documento del 1774 e debitore del nome dal vino rosso prodotto in queste zone: una varietà autoctona della famiglia del Raboso. Oggi, questo itinerario enoturistico collega le località più significative della Doc Bagnoli, con una tappa quasi obbligata: il cosiddetto Dominio di Bagnoli, possedimento dei monaci benedettini - cui va il merito dello sviluppo della viticoltura - che nel Seicento passò alla famiglia Widmann. Infine, in provincia di Venezia, la Strada dei vini Doc Lison Pramaggiore consente di scoprire l’area di produzione dei vini che godono della denominazione di origine controllata Lison Pramaggiore: Portogruaro, Belfiore, Annone Veneto, San Stino e Pramaggiore, centro della vitienologia del Veneto orientale e sede dell’enoteca regionale. ■ Leonardo Testi

Gustare il Veneto Con Vincenzo Barbirato tra i capolavori di Padova e le bellezze naturalistiche dei dintorni. Qui, una delle attrazioni principali è sicuramente l’eccellente tradizione enogastronomica adova e la sua provincia rappresentano una delle mete più affascinanti dell’intera regione. E non si tratta solo delle meraviglie monumentali della città, come la cappella degli Scrovegni dipinta da Giotto o Prato della Valle, ma anche dei paesaggi del vicino parco regionale dei Colli Euganei. Ma i motivi per fermarsi da queste parti non finiscono qui e l’enogastronomia è uno dei più interessanti. Come spiega Vincenzo Barbirato, alla guida del Ristorante La Mandria di Ospedaletto Euganeo, in provincia di Padova, gestito dalla famiglia Barbirato da oltre cinquantacinque anni: «La nostra tradizione prevede una grande varietà che va dalle specialità di mare a pietanze più tipiche delle zone interne. All’inizio, nel 1961, la nostra era una trattoria che offriva i piatti tipici legati alla tradizione della zona: trippa, baccalà, pasta fatta in casa, carne d’asino. Da queste radici siamo partiti per alzare lo sguardo e andare oltre. Perciò, per esempio, nel menù di Pasqua proponiamo, tra gli antipasti la tartelletta con insalatina di gallinella padovana, così come la bresaola con aceto balsamico di Modena e scaglie di grana, tra i primi un risottino con asparagi e code di scampo e, tra i secondi, il capretto arrosto che richiama la tradizione pasquale. Il tutto abbinato a un ottimo Cabernet Franc e a uno Chardonnay». Ma la cucina non è l’unico punto di forza della struttura guidata da Barbirato. «In effetti, siamo specializzati in banchetti di ogni genere – continua il titolare de La Mandria – e portate studiate per ogni cerimonia. Offriamo soluzioni personalizzate per feste di laurea, feste

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di compleanno o cene di lavoro. Le nostre tre sale da pranzo permettono capienze diverse e sono, rispettivamente, da 300, 200 e 150 posti a sedere. A disposizione per feste private la sala da ballo che dispone di tutte le attrezzature, ideale anche come sala convegni. Ma fiore all’occhiello de La Mandria è sicuramente il grande parco che circonda il ristorante: 20mila metri quadrati per il divertimento o un piacevole relax. È anche un’ottima ambientazione per foto di matrimoni o foto ricordo per vari eventi, creando una scenografia di grande effetto. Difficile da dimenticare». ■ Elena Ricci

Il Ristorante La Mandria si trova a Ospedaletto Euganeo (PD) www.ristorantelamandria.it


Viaggio in Italia Pag. 31 • Febbraio 2016

Il design, nell’antica capitale La sua importanza economica, enogastronomica e culturale, la rende uno dei centri di maggiore rilievo non solo sul piano nazionale, ma europeo. Ecco la capitale del Ducato nelle parole di Gianluca Poli

l turista meno attento probabilmente sfugge e finisce per scegliere città nei dintorni e più note, come Bologna, Firenze o Venezia. In effetti, Parma non si può dire grande, almeno considerando le sue dimensioni: non ha mai superato i 200mila abitanti e il suo centro storico si attraversa in bici in meno di dieci minuti. Eppure, per chi la conosce, è a buon diritto una città europea, la cui importanza ha da tempo superato i confini nazionali. E non parliamo solo della gastronomia locale, con le arcinote eccellenze mondiali come prosciutto crudo e parmigiano, o del ruolo che, sempre in ambito food, l’Europa le ha concesso stabilendo qui l’Efsa (l’Authority alimentare dell’Ue), senza contare il grande richiamo rappresentato dalla fiera Cibus. Gli esempi di arte, architettura, musica e cultura più in generale, rendono il vecchio Ducato un vero e proprio scrigno colmo di tesori. «Giuseppe Verdi è nato a pochi chilometri da qui – dice Gianluca Poli, contitolare del Link 124 Hotel – e

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UNA CUCINA “STELLARE”

IL CENTRO STORICO

Arte, archite�ura, musica e cultura più in generale, rendono il vecchio Ducato uno scrigno colmo di tesori il festival con il suo nome, che si celebra in città ogni anno, è tra i più importanti a livello internazionale. Un altro cittadino illustre è il Parmigianino, uno degli esponenti della pittura rinascimentale italiana. E poi, come dimenticare il Duomo, capolavoro dell’architettura romanica, e i suoi affreschi tra i cui autori spicca il Correggio. Ma la lista delle meraviglie parmigiane, o delle immediate vicinanze, è davvero lunghissima». Poli e la struttura da lui guidata offrono un esempio di come la ricezione turistica a Parma sia all’altezza dell’antica capitale ducale. «Nel nostro caso – spiega l’albergatore – si tratta di una struttura moderna che coniuga funzionalità e design, per un business hotel “scaldato” da una gestione famigliare raffinata e cordiale, direttamente impegnata sul campo con un’esperienza cinquantennale nell’ambito dell’ospitalità. Si presenta così il nuovissimo Link 124 Hotel quattro stelle, inaugurato a marzo dell’anno scorso. Si trova a pochi minuti dal centro della città, in un punto strategico che dà forma e concretezza a un concept ad altissime prestazioni. Nel nostro Hotel, infatti, non solo si trova la piacevolezza di un “ritorno a casa”: si può usufruire di tutti i servizi per necessari al business (connessione a banda larga gratuita, tra gli altri), fino

a eleggere il Link 124 un luogo dove svolgere summit, meeting e altri eventi che possano utilizzare appieno la parte congressuale della struttura. Questa è pensata in maniera modulare per rispondere alle esigenze di incontri da poche persone e fino a 200 unità, con la possibilità di usufruire di un bistrò e lunch break interno. L’intenzione alla base è di coniugare lo spirito di una gestione famigliare pur soddisfacendo tutte le esigenze di un target business moderno». Link 124 dispone di 118 camere tra cui 2 suite e 8 junior suite «arredate con scelte moderne ed eleganti – continua Poli –, con tessuti preziosi, materiali raffinati e di qualità, con pavimento sia in moquette che con parquet. Sono dotate di aria condizionata regolabile, insonorizzazione, connessione internet ad alta velocità e tecnologia wireless gratuita, due telefoni con linea diretta, minibar, tea&coffee maker, cassetta di sicurezza, Tv Lcd con canali internazionali. In altra struttura, ma all’interno dello stesso complesso spaziale e con la medesima filosofia costruttiva, si trova un’altra scommessa realizzata e vinta quattro anni fa, il ristorante gourmet Inkiostro, un nome internazionale che richiama i colori “aziendali”, nero e grigi con i giusti inserti dei glamour rosa antico, verde acido, fucsia». ■ Renato Ferretti

Francesca Poli, contitolare del Link124 Hotel di cui coordina il settore ristorazione, parla del Ristorante Inkiostro, legato all’albergo parmigiano. «Confermato nella sua stella Michelin il 10 dicembre dell’anno scorso – dice Poli –, il “Ristorante Inkiostro” rappresenta il fiore all’occhiello della nostra proposta. Una realtà gourmet tutta da gustare per l’eleganza degli ambienti, due sale moderne e accoglienti, e una sala “vista cantina”, e per i piatti proposti dalla cucina creativa dello chef Terry Giacomello. Creatività, passione e innovazione sono gli ingredienti della cucina di Inkiostro. I nostri piatti sono il frutto della ricerca costante di ingredienti e materie prime di eccellenza e di ottima qualità, con l’obiettivo di renderli i veri e propri protagonisti di un percorso gastronomico. Lo chef Giacomello, allievo di Ferran Adrià, è considerato uno dei cuochi più tecnici d’Italia e vanta esperienza al Noma e al Mugaritz, con Alex Atala, Helena Rizzo e Michel Bras. Ed è perfettamente in linea con il nostro obiettivo di far crescere ulteriormente il ristorante con una svolta in senso più gourmet».

Il Link 124 Hotel si trova a Parma www.link124hotel.com www.ristoranteinkiostro.it


Viaggio in Italia Febbraio 2016 • Pag. 32

Una terra da gustare

Caleidoscopio di gusti Dall’Appennino alla Riviera. Nelle testimonianze di alcuni personaggi emiliano-romagnoli prende forma un mosaico di sorprese gastronomiche

Sopra, Franco Maria Ricci, so�o iI comico televisivo Paolo Cevoli

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Andrea Pesci invita a visitare Felino, paese di sapori e tradizioni a pochi minuti da Parma

uello dal quale prende nome il famoso salame, è un comune alle porte di Parma: Felino. Un tempo punto di riferimento per gli sciatori che, agli inizi del Novecento, sfruttavano le tranvie elettriche che da qui conducevano al paesino di montagna di Marzolara e ancora oggi una certa zona del paese è chiamata dai felinesi “la stazione”. Proprio in quelle strade si trova l’Osteria della stazione di Felino, e come spiega il titolare Andrea Pesci: «Per rispettare la storia locale e ricordare l’importanza che la stazione aveva per il paese a quell’epoca, abbiamo pensato fosse doveroso rendere omaggio alla memoria di quei giorni con questo nome». Il locale, piccolo e curato, offre un’ampia scelta di piatti che sapranno incontrare il favore di tutti i palati. «Naturalmente – aggiunge Pesci –, a dominare è la cucina tipica parmigiana, fatta rigorosamente in casa: anolini, tortelli di erbetta, di zucca o di patate, bomba di riso, trippa, coniglio alla cacciatora. Accanto a queste ricette della tradizione, poi, abbiamo accostato alcune novità, come la sfogliatina di spallacotta e taleggio, il risotto pere, grappa e speck, la

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editore d’arte e giornalista;

a ricchezza della tradizione gastronomica dell’Emilia Romagna è nota in tutto il mondo e affonda le sue radici in una storia millenaria fatta di materie prime e usanze indissolubilmente legate al territorio. Il lavoro della campagna nei piccoli centri rurali della regione ha dato vita a un patrimonio gastronomico composto da una gamma sconfinata di prodotti tipici tutelati con marchi Dop e Igp. Ogni città è una scoperta di tesori che, dalla pasta ai salumi e ai vini, rappresentano una cucina solida, saporita e generosa. Una cucina che favorisce la convivialità. Piatti dai colori decisi e dai gusti intensi, degni di un popolo di veri e propri buongustai. Franco Maria Ricci, editore d’arte originario di Parma, ama gli anolini in brodo e i tortelli d’erbette, specialità tipiche dell’entroterra parmense e afferma inoltre di avere un debole per «la “culaccia”, una varietà forse meno nota del culatello». La differenza con il tipico culatello di Zibello è il fatto di non essere insaccato. La culaccia, chiamata anche culatta, è un salume prodotto a Fontanellato, in provincia di Parma. Il palato dell’editore apprezza vini come «la malvasia, nella tipica varietà parmense, non conosciuta da tutti». La Malvasia Colli di Parma è un vino bianco frizzante che si sposa benissimo con i salumi tipici parmensi e con i primi piatti tradizionali. «E poi c’è la classica Fortana, vino rosso leggero che rag-

ALLE PORTE DELLA FOOD VALLEY

giunge gli 8 gradi, da non confondere con la Fortana ferrarese che presenta una gradazione più forte». Lo chiamano il vino della Bassa per la sua ambientazione nel territorio parmense che comprende, come sua terra d’origine, San Secondo e la zona limitrofa a Pavarara, dove un tempo scorreva il fiume Taro. Riccionese è invece il comico Paolo Cevoli che esalta la piadina, una delle specialità più semplici ma anche più gustose della tradizione romagnola: «la piadina sopra di tutto. Quella sottile, solo acqua, farina e strutto di maiale». Anche per quanto riguarda la piadina esistono varie tipologie: nel riminese, infatti, viene prodotta molto sottile; nel forlivese, ravennate e cesenate si presenta più spessa mentre nel pesarese prende, infine, il nome di ‘crescia’ ed è più sfogliata e saporita. «E poi amo anche i primi piatti fatti in casa. Tagliatelle, strozzapreti e cappelletti». Piatti che si confondono nelle preparazioni da luogo a luogo nell’entroterra romagnolo. Per quanto riguarda i ristoranti, Cevoli non lesina in campanilismo consigliando un posto “familiare”: «Dalla mia mamma Marisa. Ha fatto per anni la cuoca nella pensione della mia famiglia, la pensione Cinzia. Lì porto i miei amici». La tradizione dei vini romagnoli spazia dai rossi come il Sangiovese o la Cagnina fino ai bianchi come il Trebbiano o l’Albana ma i preferiti da Paolo Cevoli sono quelli di San Patrignano. ■ NMM

L’Osteria della stazione di Felino si trova a Felino (PR) - www.osteriastazionefelino.it

pecora cornigliese, le carni alla griglia e una piccola proposta di pesce». Piatto da assaggiare assolutamente è la zuppa stuida. «Questa è una zuppa antica, originaria delle nostre montagne. Si tratta di un piatto a base di pane raffermo, minestrone, salsiccia, porcini secchi e tanto parmigiano. Il tutto viene cotto al forno e servito come una lasagna, cospargendo ancora di parmigiano». Un’autentica perla di squisitezza. «Il segreto di questo, come di tutti gli altri piatti, oltre alle ricette, è la selezione delle materie prime, che vengono scelte soltanto dopo diverse prove e sempre dando la precedenza alle piccole realtà del territorio. Ciò perché, anziché affidarci a un grande slogan commerciale, preferiamo confrontarci con quelle aziende e quegli imprenditori che possiamo incontrare di persona e con i quali è possibile instaurare un rapporto umano». A completare la proposta dell’Osteria della stazione di Felino ci sono infine i vini e i distillati, anche questi selezionati con passione e attenzione. «Con cordialità e simpatia – conclude Pesci –, lavoriamo affinché ogni commensale si trovi a proprio agio, e riusciamo a far sentire a casa propria tanto l’ospite locale, quanto il turista di passaggio, quanto gli ospiti di cene aziendali». ■ Elio Donato


Viaggio in Italia Pag. 33 • Febbraio 2016

«Il cuoco è un alchimista» Per Luciano Tona, direttore di Alma, le ricette sono come la grammatica, servono ad apprendere, non a saper fare. È questo il suo insegnamento per i cuochi di domani a cucina non è fatta di pesi e di misure, o meglio, non solo. Ne è convinto Luciano Tona, direttore di Alma, la Scuola internazionale di cucina italiana di Gualtiero Marchesi, che ha sede nel Palazzo Ducale di Colorno, a Parma. È vero, il ruolo di Tona è necessariamente legato alla tecnica e alla conoscenza delle materie prime, ma ha un'idea tutta particolare sulle ricette. Se gli si chiede di consigliarne una, infatti, il no è netto. «Ne sono state scritte troppe e troppe se ne scriveranno. Ci sono intere biblioteche che le conservano in bell’ordine ma non vengono utilizzate quasi mai perché sono state costruite per un tempo passato». Cresciuto aiutando i genitori nella gestione del ristorante Fermata di Casatenovo, in provincia di Lecco, ha scoperto i fondamenti della grande cucina internazionale e oggi mette a disposizione degli allievi di Alma questo prezioso bagaglio fatto sì di tecniche, ma anche di emozioni. Quali saranno le caratteristiche degli chef di domani? «Le stesse di oggi. Saranno intelligenti, ri-

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gorosi, innamorati di questo mestiere, ricercatori instancabili, scienziati e nutrizionisti». Quali sono i punti su cui Alma insiste maggiormente nella formazione dei suoi allievi? «Vogliamo creare dei cuochi intelligenti che mettano in primo piano il valore dell'alimentazione come benessere e salute, i temi che già alla fine dell’Ottocento Escoffier indicava come necessari per fare bene questa professione. Quindi cultura, scienza e nutrizione, ovvio che si danno per scontate la pratica e manualità di cucina come base formativa». Cosa si deve tenere della tradizione della cucina italiana e cosa, invece, va maggiormente rinnovato? «Mi viene in mente quella canzone che dice “la storia siamo noi”. Ecco, la storia personale di ciascuno, specie di chi è italiano, non può essere gettata. Questa è stata ed è ancora la fortuna della gastronomia in Italia, la biodiversità mantenuta con estremo valore. Mangiare una preparazione del nostro Sud fatta con lo strutto è un sapore unico, perché gettarlo seguendo un input di modernità che vor-

Nel parmense, terra di castelli

Luciano Tona, dire�ore di Alma, la Scuola internazionale di cucina italiana di Gualtiero Marchesi

Uno degli itinerari consigliati da Frati è quello dei castelli, che racconta: «Le rocche, le regge, le fortezze e i manieri della provincia di Parma sono fra i più belli e meglio conservati d’Italia. Solo per citarne alcuni, lungo la fascia appenninica abbiamo la fortezza di Bardi, seconda in Europa per dimensioni, maestosa sul suo sperone di diaspro rosso, con torri e camminamenti di ronda lungo le imponenti mura e, all’interno, una suggestiva piazza d’arme e numerosi saloni affrescati. Sulle colline sorgono il castello di Felino (IX secolo), il castello di Montechiarugolo (XII secolo), la rocca di Sala Baganza. Per poi, addentrandosi nella Bassa parmense, a Colorno, scoprire la sontuosa e monumentale residenza dei Farnese, dei Borbone e di Maria Luigia Sopra la fortezza di Bardi. L’hotel Campus è a Collecchio (PR) - www.hotelcampus.com

Dall’Appennino Emiliano alle colline, alla scoperta di antichi manieri e tradizioni sempre vive. Simone Frati suggerisce un soggiorno a Collecchio Collecchio, fra gli stupendi castelli del ducato di Parma e Piacenza, sorge l’hotel Campus, in posizione strategica per chi si trova nella Food Valley per un soggiorno di lavoro o per chi sceglie questa tranquilla località nella prima periferia di Parma come

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punto di partenza per itinerari turistici e spensierati fine-settimana. «Una visita nel parmense – spiega il direttore Simone Frati – è un’occasione per respirare cultura, musica e tradizione, oltre all’ottimo cibo. Nostra cura sarà far sì che l’ospite assapori la sensazione di essere come a casa propria».

rebbe abbandonare i grassi animali a favore dell’olio extravergine d’oliva? Anche queste tradizioni vanno mantenute con intelligenza, quindi in piccole dosi e non come consuetudine alimentare. La cosa necessaria è filtrare ogni storia in modo da mantenere la qualità, la verità e, perché no, la professionalità esecutiva, ciò che noi insegniamo tutti i giorni a scuola. La cucina è figlia del tempo che vive, quindi si rinnova quotidianamente ma non cambia nella sostanza». Qual è il senso più importante per uno chef? «Certamente il gusto. Non solo quello del palato, ma il gusto del vivere bene e del bello in genere. Gagnaire ha scritto “ciò che è bello è anche buono”. È una citazione importante, ma riesce a riassumere il valore del bello visivo per predisporre il palato all’accettazione alimentare. Se la utilizzassimo letteralmente non dovremmo mai più mangiare quei formaggi senza una forma precisa, screpolati e brutti a vedersi ma che sono di un gusto infinitamente buono. Credo che ci voglia una verità del cibo più che una reale bellezza. Il bello lo si riscontra in una giovane ragazza nel fiore dei suoi anni ma anche in un essere umano che ha vissuto intensamente, con la pelle consumata dalle rughe, e il corpo curvato dall'età, entrambi esprimono una verità. E la vera bellezza sta negli occhi di chi guarda, come il gusto». ■ TB d’Austria». Questi e molti altri i manieri disseminati per il territorio, tutti popolati di leggende e misteri. «Al di là delle fascinazioni del mito, ciò che non può non stupire è l’incredibile quantità di tracce della storia d’Italia e d’Europa, che qui vivono ancora e ricordano al visitatore il prestigio di cui ha sempre goduto la nostra terra». Questo antico passato si sposa con l’era moderna e il presente nelle celebri terre verdiane, nella movida parmigiana, nei monumenti, teatri e musei e, non da ultimo, alla tavola delle innumerevoli trattorie tipiche. «Noi accompagniamo l’ospite in queste scoperte, offrendo il massimo del comfort. Dopo il risveglio, serviamo una prelibata colazione fra mille colori e profumi. E, per le giornate in cui si ha soltanto voglia di relax, il nostro hotel mette a disposizione un reading corner e una sala fitness». ■ Emilio Macro


IL SOTTOBOSCO PARMENSE Una valle ancora incontaminata, dove dimorano quiete, aria fresca e pulita. Giovanni Barbieri invita a scoprire la Val di Taro l confine fra Emilia, Toscana e Liguria, lungo il percorso della Via Francigena, che collegava le tre principali mete dei pellegrinaggi cristiani dell’epoca medievale – Santiago de Compostela, Roma e Gerusalemme –, nel centro di Borgo Val di Taro, località rinomata per il fungo Igp, sorge il Nuovo Albergo Roma. «Un tempo luogo di ristoro per i viandanti – racconta Giovanni Barbieri, direttore dell’albergo –, oggi tappa obbligata per trovare, all’interno di una valle ancora incontaminata, quiete, aria fresca e pulita. E naturalmente per gustare le specialità della tradizione locale, arricchite dal sapore unico dei prodotti genuini del sottobosco, secondo ricette sapientemente rivisitate dalla nostra cucina e proposte in chiave contemporanea, combinando gli aromi e giocando sui contrasti». L’hotel accoglie gli ospiti in ventiquattro eleganti camere, dotate dei più moderni comfort. «Un soggiorno presso il nostro albergo – prosegue Barbieri – è l’occasione per trascorrere giorni di assoluto relax, lontani dal caos e dal traffico, senza rinunciare a tutte le comodità offerte da Borgo Val di Taro e dal territorio circostante. Infatti, a pochi chilometri dal paese, si pos-

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sono raggiungere e visitare le due roccaforti della dominazione dei Landi in Alta Val Taro: il Castello di Compiano, che ospita un originale museo, e il maestoso Castello di Bardi, essenza della fortezza medievale montana. Inoltre, sono facilmente raggiungibili – anche in treno – le meravigliose perle liguri delle Cinque Terre e Sestri Levante e le magnifiche città d’arte di Bologna, Pisa e Firenze». Per chi non vuole allontanarsi troppo dal parmense, poi, le attività praticabili sono veramente tantissime: dalla tradizionale ricerca del fungo porcino al trekking, oppure i percorsi in mountain bike o a cavallo. «Tutte le camere – conclude Barbieri – sono state oggetto di una recentissima ristrutturazione e dispongono dei più moderni servizi tecnologici. Scegliendo le camere del primo piano, si potrà anche godere della vista offerta dall’ampia terrazza panoramica, che si affaccia sul corso storico di via Nazionale, con una suggestiva veduta dei più importanti e caratteristici palazzi seicenteschi di Borgo Val di Taro». ■ Elio Donato Il Nuovo Albergo Roma si trova a Borgo Val di Taro (PR) - www.nuovoalbergoroma.it www.facebook.com/NuovoAlbergoRoma


Come da tradizione Natura, clima familiare, piatti della tradizione piacentina e parmigiana. Questo e molto altro presso l’agriturismo della famiglia Coppellotti

ella splendida cornice del parco naturale dello Stirone, immerso nel verde delle colline appenniniche di Salsomaggiore, località famosa per le acque termali, fra le architetture medievali del castello di Scipione, del borgo di Castell’Arquato e del castello di Vigoleno, a pochi chilometri da Parma, sorge l’accogliente e rustico agriturismo La Broncarda. La struttura è diretta da Luana Coppellotti e dalla sua famiglia, che alle cure dell’ospitalità abbina il meglio della tipica cucina piacentina e parmigiana. «Nel nostro menù – spiega Coppellotti –, spicca la pasta fresca, fatta a mano in casa e preparata con uova del nostro pollaio. Come da tradizione, stendiamo l’impasto finemente a mattarello. In questo modo, la cultura contadina può essere assaporata in una vasta varietà di primi piatti, come i famosi tortelli, i pisarei e i fasò, conditi con prodotti che crescono nei campi della zona. Ai primi seguono, poi, i molti salumi nostrani, la coppa, la pancetta, il culatello, accompagnati da formaggi, erbazzoni, torte salate, la torta fritta, verdure e carni genuine, per chiudere con dolci tipici, anche questi fatti da noi. La carta dei vini che accompagna il pasto prevede rossi e bianchi locali e di nostra produzione – il ristorante, nel weekend e nei giorni festivi su prenotazione, è aperto anche per chi non soggiorna nell’agriturismo». Se la natura e la cucina non bastano a incuriosire il lettore, lo scenario dell’agriturismo è davvero affascinante. «Abbiamo una piscina a disposizione degli ospiti. Gli ambienti interni, invece, sono il risultato di un’armoniosa e dettagliata ristrutturazione di spazi un tempo destinati a stalle. Le volte, gli archi e le colonne di mattoni non hanno perso la capacità di creare la suggestione di un’immersione completa nel passato agreste di questi luoghi – passato che prosegue ancora oggi con il nostro allevamento

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L’agriturismo La Broncarda si trova a Salsomaggiore Terme (PR) www.agriturismolabroncarda.it

di capre, asini, mucche, pollame e altri animali da cortile». Complessivamente la struttura si estende per oltre 5.500 metri quadri edificati, abitativi e di servizio. «Accogliamo gli ospiti in camere doppie, triple, quadruple, e abbiamo anche appartamenti per famiglie o gruppi (fino a un massimo di sette persone), arredati con cucina-soggiorno per una completa autonomia. Il nostro agriturismo, inoltre, è il luogo ideale per un soggiorno romantico in coppia, come per chi ama il contatto con la natura, le passeggiate a piedi o a cavallo, l’escursionismo e il trekking, praticabile sugli antichi sentieri appenninici. Lungo queste stradine, non è difficile incontrare scoiattoli, tassi, volpi e uccelli che sapranno stupire i più piccoli quanto gli adulti». ■ Elio Donato

NEL MENÙ

spicca la pasta fresca, fatta a mano e preparata con uova del nostro pollaio



Viaggio in Italia Pag. 37 • Febbraio 2016

Viaggio nella magia Le città e i piccoli paesi raccontano leggende tra religiosità e magia. Chiese, strade e monumenti narrano le origini, la storia e le vicende dei popoli che abitano quei luoghi e affascinano i visitatori più curiosi a Basilicata è ricca di leggende e storie incredibili. Qui il turismo “magico” si sta rivelando di forte richiamo e interesse per il viaggiatore che vuole scoprire narrazioni di antiche pratiche popolari, compiere un circuito turistico e apprezzare un territorio straordinario. In questo percorso “incantato” partiamo da Venosa, un comune in provincia di Potenza, dove troviamo la chiesa della Santissima Trinità, sorta in età paleocristiana su un tempio dedicato alla dea Imene, nata da Apollo e Afrodite. La mitologia racconta che lo sfregamento da parte delle donne appena sposate sulla colonna posizionata accanto alla chiesa vecchia, porti fertilità. A Satriano, località in provincia di Potenza, è invece legata la leggenda del Moccio degli Abbamonte che racconta di una coppia che non riuscendo ad avere figli ne costruì uno di sangue e farina. Il moccio crescendo divenne così irrequieto da costringere i genitori a rinchiuderlo in una stanza e una volta scappato a disperderlo a Pietra del corvo. Il bambino impenitente ritornò a casa dei genitori che a quel punto decisero di murarlo vivo. La stanza che ospitava il Moccio non è stata più ritrovata ma le nonne per secoli, hanno raccontato la leggenda ai bambini. Satriano oggi è diventato un museo a cielo aperto. Tra case, vicoli e piazzette si possono ammirare racconti disegnati sulle pareti delle palazzine, tra questi c’è

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anche la leggenda del Moccio di Abbamonte. Aggirandosi nel Castello di Lagopesole, nel comune di Avigliano, invece ci si può imbattere in un fantasma. Si tratta di Elena la moglie di Manfredi di Svevia, figlio di Federico II. La bella Elena dopo la morte del marito si spense prima dei 30 anni, dopo essere stata imprigionata da Carlo d’Angiò. Si racconta che lo spirito di “Elena degli angeli” non abbia mai abbandonato questo luogo nell’attesa del ritorno dei figli e del marito che, pare, cerchi ogni notte la sua amata in sella a un cavallo bianco. Ma ci sono anche altre leggende che popolano il castello. Anche Albano di Lucania ha le sue storie. La Rocca del Cappello è un monolito alto più di dieci metri con in vetta un masso che dà l’dea di un cappello di fungo, che riporta alla mente la venerazione dei sassi, molto diffusa in età preistorica. Su uno dei lati della rocca è scolpito un volto umano e sul fianco di un altro spuntone in arenaria un segno di croce latina, simbolo di Cristo. Qui è stato ritrovato anche un monogramma inciso su una lastrina di pietra rossa, che potrebbe ricordare il famoso “Nodo di Iside”, un pezzo di stoffa annodato in modo particolare, che fu un amuleto molto diffuso tra gli egizi. La Sedia del diavolo, a metà strada tra la curva che gira il Monticello e il fiume Basento, è una panchina scavata su un grande monolito che ricorda le fattezze di un essere demoniaco. La leggenda

Veduta dall’alto del Complesso della Santissima Trinità (so�o a sinistra)

dice che sia stata costruita per eseguire la venerazione degli astri e ottenere la benevolenza degli dei e guadagnare migliori risultati nel lavoro, nell’agricoltura e nella vita di tutti i giorni. Il marranghino invece è un personaggio immaginario del folklore lucano molto diffuso nella provincia di Matera che rimanda alle tradizioni religiose pagane legate ai Lari e ai Penati. Il marranghino, dall’aspetto un po’ buffo, è molto basso di statura, con lunghi baffi, è dotato di un’enorme testa e ha una pancia pronunciata. La leggenda racconta che si tratti di uno spiritello burlone che si diverte a nascondere gli attrezzi contadini durante il lavoro agricolo. Per con-

cludere questa sorta di tour sulle orme delle leggende lucane, bisogna fare un salto a Tursi, in provincia di Matera, dove il Palazzo del barone Brancalasso, sempre secondo la leggenda, fu edificato in una sola notte da diavoli aiutati dagli spiriti delle tenebre che non riuscendo a rientrare in tempo nel loro regno si materializzarono sul tetto del palazzo. Le tre statue, poste sul tetto che si ergono sulla facciata principale sporgente su Piazza Plebiscito, conservano elementi della fine del 1700. Per alcuni, le due laterali sono il simbolo della Legge e della Giustizia, quella centrale della Sapienza, per altri il bene, il male e la forza. ■ Renata Gualtieri

IL TURISMO MAGICO

è di forte richiamo e interesse per il viaggiatore che vuole scoprire narrazioni di antiche pratiche popolari e apprezzare un territorio straordinario

Il castello di Lagopesole


Viaggio in Italia Febbraio 2016 • Pag. 38

Patrimonio lucano

Cultura, motore di sviluppo Procede il percorso di Matera in direzione del 2019 quando sarà Capitale europea della cultura. Il protocollo siglato con Mantova verte su progettualità comuni, un segnale concreto di collaborazione per valorizzare il patrimonio materiale e immateriale dei territori

Da sinistra in senso orario: Matera; la Statua di Sant’Eufemia del Mantegna; il presidente della Regione Basilicata, Marcello Pittella, i sindaci di Mantova e Matera Mattia Palazzi e Raffaello De Ruggieri, il governatore della Lombardia Roberto Maroni

investitura di Matera a Capitale europea della cultura 2019 rappresenta per il territorio lucano e per il Mezzogiorno un’occasione importante di riscatto e di rilancio. Una prima ricaduta della designazione, avvenuta a ottobre 2014, è già evidente: nel 2015 Matera ha fatto registrare un incremento del 40 per cento di presenze turistiche, diventando il punto di riferimento di un turismo lucano in costante crescita. L’orizzonte si allarga ulteriormente con il gemellaggio culturale siglato con Mantova, capitale italiana della cultura 2016; il protocollo d’intesa, firmato l’11 febbraio, dai presidenti delle Regioni Lombardia e Basilicata (Roberto Maroni e Marcello Pittella) e dai sindaci dei Comuni di Matera e Mantova (Raffaello De Ruggieri e Mattia Palazzi), mira ad avviare una collaborazione tesa alla valorizzazione dei rispettivi patrimoni, esaltando nella maniera più efficace l’acquisito ruolo di “capitali culturali”.

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PIANO D’AZIONE Matera e Mantova, unite dal riconoscimento dell’Unesco di patrimonio mondiale dell’umanità, hanno, quindi, avviato un percorso comune, che parte dalla consapevolezza delle proprie tipicità e potenzialità. «Abbiamo siglato un vero e proprio patto d’azione - ha spiegato il sindaco di Matera De Ruggieri -, un’alleanza fra territori. Matera è una città particolare, che conta sulla presenza ininterrotta dell’uomo da 7mila

anni e produce sempre nuova storia. Nel tempo, Matera è giunta alla fierezza della sua appartenenza, al protagonismo del suo nuovo percorso storico, nato nell’ottobre del 2014 con la designazione di Capitale europea della cultura nel 2019». In questo scenario, l’accordo con Mantova apre a interessanti prospettive. «Il nostro obiettivo è quello di trasformare questa opportunitá in occasioni produttive, in trasformazione positiva dei nostri territori. La cultura non può essere un fatto astratto, ma deve tradursi in redditivitá». L’intesa include numerose iniziative progettuali previste dalla condizione di città partner di Matera 2019, come previsto dal programma della Fondazione Matera-Basilicata 2019. Tra gli ambiti di collaborazione, vi sono la messa in rete dei luoghi della cultura delle due città (Palazzo Te e Palazzo Ducale a Mantova, Palazzo Lanfranchi, Casa di Ortega, Musma, Casa Cava a Matera), anche in un’ottica di incentivazione dell’offerta turistica, e la realizzazione di attività e interventi di innovazione e di ricerca, con riferimento anche allo scambio di prodotti e servizi culturali concepiti e generati nei due territori. Uno degli elementi di connessione tra i due centri è poi la figura di Andrea Mantegna, pittore di corte a Mantova dove dipinse il suo capolavoro, la Camera degli Sposi, nel Castello di San Giorgio. Una rarissima testimonianza della produzione scultorea dell’artista è conservata presso la Cattedrale di Irsina, a pochi chilometri da Matera, e costituisce una tappa della “Via Bradanica della cultura’", itinerario lucano

che dall’area del Vulture fino a Metaponto concentra importanti testimonianze storiche e artistiche. Altro punto dell’intesa è il cineturismo, con l’attivazione di scambi tra scuole e proiezioni congiunte dei molti film che hanno utilizzato Mantova e Matera come set cinematografici e approfondendo modalità di promozione delle location anche in dimensione turistica. Matera è, del resto, un set sempre più richiesto dalle produzioni internazionali: dopo “Ben Hur”, diretto dal regista kazako Timur Dekmambetov, ad aprile la città ospiterà le riprese di “Nightingale”, il film su Wonder Woman della Warner Brothers con Gal Godot e Chris Pine. NUOVO LOGO Il 2016 sarà un anno fondamentale per la Fondazione Matera-Basilicata 2019, il cui impegno è finalizzato alla formazione delle competenze necessarie per realizzare i progetti del 2019. Si inizierà da un nuovo logo, di cui è stato lanciato il bando (aperto a tutti). Il tema è quello del dossier di candidatura di Matera, “Open Future”, basato sui concetti di coproduzione culturale dal basso, di cittadinanza culturale, di apertura, di progresso e di trasparenza. «Sono passati circa 5 anni – ha dichiarato il direttore della Fondazione, Paolo Verri – da quando Matera 2019 selezionò il suo logo con un processo che conteneva i nostri valori chiave, quali apertura e trasparenza. Quel logo ha contribuito al vittorioso percorso di candidatura, visto che è stato usato gratuitamente

migliaia di volte da tutti con un grande effetto positivo sulla nostra comunicazione. Ma ora è necessario un cambio di marcia: il logo deve diventare fruibile sia dalle istituzioni sia dai privati con modalità più chiare, deve essere un bene capace di aiutarci a costruire percorsi di sponsorship con regole più rigide, senza per questo venire meno al suo ruolo di bandiera che possa sventolare sulla casa di ogni cittadino». Per quanto riguarda la governance della Fondazione Basilicata-Matera 2019, l’organismo deputato ad accompagnare la Capitale della cultura all’appuntamento dei prossimi anni, le cariche di sindaco di Matera e di presidente della Fondazione non coincideranno più e il sindaco De Ruggieri si dimetterà dal ruolo di vertice della Fondazione per agevolare il percorso di adeguamento dell’organismo alla disciplina in materia di incarichi presso gli enti privati in controllo pubblico. Si stanno anche effettuando modifiche allo statuto, che permetteranno alla Fondazione di ridefinire il proprio assetto. Questo processo ha allarmato i creativi lucani, ma il presidente della Regione Basilicata Marcello Pittella li ha rassicurati: «La politica resterà lontana dalla Fondazione Matera-Basilicata 2019. I creativi lucani sono la parte più importante del percorso che abbiamo intrapreso e a loro vorrei lanciare un messaggio di serenità, perché rafforzeremo le dinamiche di socializzazione e condivisione di ogni decisione. Sono loro gli attori principali di questa grande sfida». ■ Francesca Druidi


Viaggio in Italia Pag. 39 • Febbraio 2016

Una finestra sulla vita Il volto della natura, della terra. Un luogo che si esprime attraverso la forma. Quella forma che è alla base di ogni significazione della vita. È il paesaggio di Franco Fontana

Franco Fontana è uno dei protagonisti della fotografia italiana e internazionale. Ha “reinventato” il colore come mezzo espressivo mediante un’inedita analisi del paesaggio

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sistono tanti paesaggi dell’anima, tanti quanti sono gli artisti che da sempre creano opere di pittura, di fotografia, componimenti poetici, letterari o musicali. Come un libro, quando è finito e pubblicato, comincia a vivere la sua vita e i lettori ne diventano i nuovi autori, così ogni paesaggio o opera d’arte comincia a vivere nel momento stesso in cui è visto, percepito dagli occhi, dal cuore, dalla mente, ed entra nell’anima di chi lo guarda». È il modo di Franco Fontana di rendere «visibile l’invisibile» di dar vita ai pensieri utilizzando il reale, senza modificarlo, ma attraverso uno sguardo che trasuda amore per la vita e per tutto ciò che è in continua evoluzione. Del resto per Fontana la fotografia è un pretesto. Le cose esistono quando le fotografi e la radice di tutto è il pensiero, perché «conta molto di più quello che non vedi rispetto a quello che vedi». Da quali valori attinge ogni volta che decide di raccontare un luogo? «Il mio non è un paesaggio intellettualizzato, è un luogo naturale come l’acqua di una sorgente. È il paesaggio che si fotografa attraverso il mio lavoro e il ricorso alla magia del colore mi aiuta a sublimarlo, a significarlo. E lo faccio attraverso un’astrazione di pensiero. Ciò che fotografo

è reale, non c’è nessun intervento di postproduzione, è il mio pensiero astratto a dargli una forma che prima non era visibile. Credo che l’astrazione di pensiero sia la più alta forma di composizione fotografica e anche la più difficile da esprimere. Il paesaggio è il mio pensiero». Qual è lo scopo di questa enfatizzazione? «Esprimere un’emozione, un’interpretazione, un modo di significare il paesaggio. Dandogli un’identità che diventa cultura. I miei sono luoghi di gioia, positivi, ma quello che la gente vede nelle mie immagini non è universale, è soggettivo». Qual è il suo rapporto con il colore e con la luce in questa dimensione di astrazione? «I colori non li ho inventati, semplicemente li esprimo, li interpreto. Il giallo è giallo, ma in Puglia e in Basilicata quel colore assume toni mai visti in una regione come l’Emilia Romagna. Il merito è della luce straordinaria che c’è in quei luoghi. Basta aspettare una giornata limpida, senza nebbia, umidità o foschia e quei colori escono, la gioia è lì presente. Il mio colore non è un’aggiunta al chiaroscuro, ma un movimento che genera vita. È una sensazione fisiologica, psicologica, emozionale. Del resto il colore è dove pensiero e cuore incontrano il proprio universo e io la vita la vedo a colori. Se la

vedessi in bianco e nero avrei uno sguardo difettoso». Quindi Puglia e Basilicata rappresentano un percorso d’elezione in Italia. «Il paesaggio italiano l’ho trovato lì, perché ci sono luoghi sensuali che sembrano corpi femminili. È una terra feconda, e la terra è femmina non è maschio. In Emilia l’orizzonte è pieno di alberi, di fili della luce, non riuscivo a cancellare per eleggere. In Puglia e in Basilicata invece c’era la mia materia prima». La stessa che ha trovato per una delle sue foto più conosciute, la baia delle Zagare? «Anche quella foto è un’astrazione. I miei mari sono orizzonti piatti, senza fine, come l’immortalità. Tutti andiamo incontro ai nostri orizzonti, ma non li raggiungiamo mai. Possiamo girare a piedi tutto il mondo, l’orizzonte è sempre là davanti che ci aspetta. È una meta surreale, c’è ma è irraggiungibile. Per fortuna». Quali sono le sue fonti di ispirazione, i luoghi che più di tutti l’hanno colpita? «I luoghi di ispirazione sono ovunque, è

sufficiente aprire la porta e camminare nel mondo, cancellando il superfluo». Basta uscire di casa? «Sì, ma devi disinquinarti. Basta uscire di casa, ma visto che le porte si aprono dall’interno se continui a guardare il mondo solo dal tuo punto di vista non vedi nulla di diverso. Il mondo è là che ti aspetta, devi rischiare continuamente. La sicurezza è morte, più sicura della morte non c’è niente, mentre il rischio è la vita, continuare a evolversi, rinnovarsi. Cambiare per rimanere quello che sei. Del resto la bellezza stessa è un’opera dell’anima che si nutre della sensibilità e della passione di chi la sa cogliere. La bellezza non è negli occhi o in quello che si vede, ma nel cuore». Quali sono i suoi paesaggi dell’anima? «Io ho cercato di decifrare l’anima dandole uno spazio astratto. So che è l’elettricità della nostra vita, è sostanza senza apparenza, c’è ma non si vede e io spero che la mia piccola anima continui a vivere nelle immagini che rappresentano quello in cui io credo, la vita». ■ Lara Mariani


Viaggio in Italia Febbraio 2016 • Pag. 40

Patrimonio lucano

Storia, tradizioni, emozioni e atmosfera Un momento di grande fermento per il turismo in Basilicata, che sta affermando la sua grande bellezza l 2015, è stato un ottimo anno per la Basilicata, sia in termini di arrivi sia di presenze, e non è un caso che siano già numerose le iniziative messe in campo per il 2016. Secondo Rocco Graziadei, titolare del relais Masseria Cardillo, la crescita dell’attrattività turistica lucana è da ricercare nell’effetto spinta dato dalla nomina di Matera “Capitale Europea della Cultura 2019”. «Inoltre – aggiunge il dottor Graziadei –, un segnale particolarmente positivo è stato il rafforzamento della capacità attrattiva del turismo balneare, che ha registrato un incremento di circa 50mila presenze in più sulla costa Ionica». Masseria Cardillo è un agriturismo collocato nell’agro di Bernalda, in provincia di Matera, nel cuore della Magna Grecia. La famiglia Graziadei ha lavorato sulla grande casa di campagna per far rivivere gli antichi granai settecenteschi, dove oggi è possibile vivere momenti rilassanti, praticando sport e stando a contatto con la natura. «L’esperienza che offriamo ai nostri ospiti si fonda su un’antica ri-

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Il relais Masseria Cardillo si trova a Bernalda (MT) www.masseriacardillo.it

LA RICETTA

L’accoglienza tipica, discreta ma sempre presente, dell’antica famiglia lucana è il cuore della tradizione cetta, sapientemente custodita. I suoi ingredienti sono particolari: tradizioni, storia, emozioni, atmosfera e l’accoglienza tipica, discreta ma sempre presente, dell’antica famiglia lucana, che si esprime anche con i piatti della nostra tradizione culinaria – preparati ancora come una volta dalla cuoca Rosa, cresciuta in queste terre. Con il cuore rivolto a questo passato, ma anche con fiducia verso il futuro, all’interno della Masseria abbiamo fondato una cantina, un piccolo gioiello tecnologicamente avanzato. Produciamo diverse etichette – Malandrina, Rubra, Baruch, Tittà, L’ovo di Elena, Bacche Rosa – che stanno ottenendo giudizi molto positivi sia in

Italia che all’estero». Masseria Cardillo è vicinissima ai Sassi di Matera, alla chiese rupestri e, ancora, alla città fantasma di Craco, abbandonata a causa di catastrofi naturali e divenuta un’attrazione turistica nonché location per diversi film. «Dal nostro agriturismo, però, è agevole raggiungere tutta la zona archeologica del Metapontino, come pure immergersi nella natura del parco nazionale del Pollino, una delle aree verdi più belle del Mezzogiorno». Insomma, una terra non seconda a nessun’altra per mete e luoghi interessanti. «Finalmente siamo riusciti a dimostrarlo. Per la Basilicata, infatti, in passato l’obiet-

tivo principale era quello di raggiungere la notorietà sul mercato turistico. Adesso, al contrario, prevale lo sforzo di dare risposte concrete alle aspettative e alle attese suscitate dall’investitura di Matera Capitale Europea della Cultura. Vogliamo perciò che Matera e la Basilicata vengano “misurate” sul grado di organizzazione del sistema di offerta, sulla qualità dei servizi, sulla capacità di rispondere alle plurali esigenze di una crescente domanda. È questa la sfida presente e sarà la sfida dei prossimi mesi per tutti noi lucani – e la stiamo già vivendo con fermento e grande entusiasmo». ■ Elio Donato

Terra di sapore La Basilicata è una terra ricca di tradizioni culinarie. Nonostante le somiglianze con alcuni piatti delle regioni limitrofe, l’originalità della cucina lucana sta nella capacità di estrarre i sapori da elementi semplici e genuini. Le verdure, spesso, vengono gustate come primo piatto, da sole o accompagnate con la pasta. Dei formati di quest’ultima, in Basilicata c’è solo l’imbarazzo della scelta: fusilli, lagane, maccheroni, cavatelli, orecchiette e molti altri. Anche i formaggi sono un motivo ricorrente, prodotti con metodi tradizionali. Invenzione locale è la salsiccia – già nota nell’antica Roma e in molti luoghi d’Italia denominata “lucanica” o “luganega”, dalla parola Lucania. La salsiccia è un prodotto di alta qualità ed eccellenza lucana, soprattutto nelle aree interne e può essere consumata fresca, essiccata o anche sott’olio. Però, in Basilicata, anche la frutta è speciale, preparata come un capolavoro dell’arte culinaria regionale, addolcita sapientemente dal sole e dal clima mediterraneo.


Viaggio in Italia Pag. 41 • Febbraio 2016

Sui sassi di Matera In compagnia di Stefano Tricarico, che ne mostra i principali punti di interesse, cercando di restituire il grande fascino di una città «impossibile da descrivere semplicemente a parole» l suo profilo architettonico, l’assetto geomorfologico così insolito e la sua importanza storica stanno lentamente riemergendo. Matera è pronta a riprendersi il posto che merita tra le grandi mete turistiche nazionali, oltre che tra i centri urbani più rilevanti del Mezzogiorno. La mancanza di infrastrutture adeguate e la posizione nell’entroterra lontano dalle principali vie di comunicazione, l’hanno penalizzata più del dovuto: ora, anche tra i viaggiatori meno esperti è considerata una tappa irrinunciabile per un viaggio a Sud. E l’elezione a capitale europea della cultura 2019 non è che un’ulteriore conferma del suo valore. Le attrazioni sono innumerevoli. La gravina su cui è costruita la città, per esempio, che è una tipica morfologia carsica della Murgia: si tratta di un’incisione erosiva profonda molto simile a un canyon. «Ma Matera è anche nota come città dei Sassi, proprio per la peculiarità e l'unicità

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NEL CUORE DI MATERA Stefano Tricarico, titolare de La Gatta Buia, racconta di come sia nato il suo ristorante nel capoluogo lucano. «Tutto è successo durante una cena tra quattro amici di lungo corso – dice Tricarico –. Appassionati di buona cucina e buon bere, in quattro abbiamo deciso di condividere la nostra passione e le nostre conoscenze per offrire agli avventori locali e ai turisti un’offerta gastronomica basata su eccellenze lucane e nazionali. Così, nel 2012 è nata a Matera La Gatta Buia, a pochi passi dalla Piazza del Sedile. Questa piazza, nota nel XIV secolo come “Piazza Maggiore”, era all’epoca utilizzata come piazza del mercato e sede di magazzini, osterie e botteghe. Nel 1550 la piazza veniva sistemata per ospitare gli uffici del governatore, le carceri cittadine, e il palazzo municipale, detto del “Sedile”. La ristrutturazione che abbiamo operato ha conservato la distribuzione interna dei locali, per preservare le sue caratteristiche tipiche».

I SASSI

Sono scavati e costruiti a ridosso della gravina e costituiscono i rioni della parte antica della città del suo centro storico. I sassi sono scavati e costruiti a ridosso della gravina e costituiscono i rioni della parte antica della città. Impossibile descriverne il fascino a parole». A parlare è Stefano Tricarico, titolare de La Gatta Buia, ristorante che sorge nel pieno centro del capoluogo lucano. «Ma per quanto sia straordinaria la nostra città – dice Tricarico – il Parco della Murgia Materana, la collina materana e l’area dei Calanchi con i paesi di Craco e Aliano, sono mete altrettanto spettacolari e molto sot-

Il ristorante La Gatta Buia si trova a Matera - www.lagattabuia.eu

tovalutate. E poi, non bisogna dimenticare la ricchezza enogastronomica della zona». Proprio su questo patrimonio, La Gatta Buia ha costruito con dedizione la sua affascinante alternativa sul territorio. «Abbiamo scelto – spiega il titolare – di proporre una cucina semplice e moderna con solidi riferimenti nel territorio, privilegiando i prodotti a chilometri zero, senza privarsi delle eccellenze nazionali e internazionali. La professionalità e la creatività del nostro team ha permesso a questa scelta di essere vincente. Il menù è determinato dalla stagionalità dei prodotti e le proposte dello chef prevedono sempre una rivisitazione attuale della tipicità della cucina tradizionale lucana. I fornitori, poi, sono selezionati sulla base dello standard qualitativo del prodotto (ampia preferenza va alle produzioni DOP e IGP) e sulla loro capacità di renderlo disponibile secondo stagione. Alla cucina abbiamo affiancato una cantina molto fornita, risultato di un’accurata selezione che mette a disposizione degli ospiti circa 80 etichette tra i migliori vini presenti in Basilicata e nel panorama italiano». Tra i piatti più caratteristici che si trovano nel ristorante c’è “il pacchero della gatta buia” «ovvero un piatto che vede come protagonista il baccalà – continua Tricarico –, accostato con maestria ad altri ingredienti quali i pinoli, le olive taggiasche, l’uvetta e i pomodorini. Insomma un piatto delicato dal gusto agrodolce. A questo si abbinerebbe perfettamente l’Aglianico del Vulture “Il Rogito”, Aglianico in purezza vinificato rosato, dal colore rosa carico, cristallino, lucente. Il profumo mette in evidenza piccoli frutti rossi su un tappeto di gradevoli note di fiori appassiti e di speziatura. Il gusto è avvolgente e fresco, con un ingresso morbido e una notevole persistenza accompagnata da continui rimandi fruttati e floreali». Il ristorante può accogliere circa quaranta ospiti, suddivisi tra due sale, la più interna delle quali è dedicata esclusivamente alla ristorazione, mentre l’altra, si presta anche al consumo di aperitivi. «Tutti gli ambienti offrono un’atmosfera elegante ed esclusiva, ma al tempo stesso informale, perfettamente in linea con la proposta gastronomica sempre innovativa e fantasiosa. Gli arredamenti, unici nel loro genere, sono stati realizzati in esclusiva per La Gatta Buia da artigiani materani, maestri nella lavorazione del legno e della pietra. Nel periodo primavera/estate, allestiamo un dehors nella suggestiva e accogliente Piazza del Sedile». ■ Renato Ferretti



Viaggio in Italia Pag. 43 • Febbraio 2016

L’arte di emozionarsi In nessun altro capoluogo italiano il Barocco regala un’esperienza così ricca e coinvolgente. Ma Lecce non è solo arte. È mare, enogastronomia e, soprattutto, rimarca Paolo Perrone, sindaco e guida turistica d’eccezione, “una città da vivere”

Paolo Perrone, sindaco di Lecce

corgere in lontananza un conoscente, farsi incontro con l’intento di stringergli la mano e trovarsi invece stretti in un caldo abbraccio. Reso in una breve sequenza d’immagini, è quanto prova un visitatore al primo incontro con Lecce. Un fremito di iniziale soggezione al cospetto di una città dal patrimonio artistico e culturale di matrice barocca con pochi eguali al mondo, cancellato in pochi istanti dall’atmosfera vibrante e familiare che ti avvolge passeggiando per le strade del centro storico. Lo sguardo “austero” di Sant’Oronzo lanciato sull’omonima piazza, ma anche i profumi seducenti della gastronomia locale. L’anfiteatro romano del II secolo d.C. che immerge il turista nel glorioso passato, ma anche l’illustre Università del Salento a ricordare che Lecce non dimentica di proiettarsi nel futuro. «Prima che da visitare, Lecce è una città da vivere». A fornire la sintesi perfetta dello spirito che anima il capoluogo salentino ci pensa Paolo Perrone. Gli abbiamo chiesto di svestire la fascia tricolore di primo cittadino e calarsi nei panni di guida turistica d’eccezione. E il sindaco ha accettato. Esplorando Lecce, cosa non può

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ESPLORANDO LECCE

Sul taccuino di un appassionato d’arte, non può mai mancare una visita a Santa Croce mancare sul taccuino di un appassionato d’arte e architettura? «Sicuramente non deve perdersi Santa Croce, che è la chiesa più significativa e rappresenta il manifesto del barocco leccese e Palazzo Vernazza, il più antico della città, riaperto al pubblico un mese fa con una mostra fotografica molto interessante del maestro Uli Weber».

Al di là del centro storico, quali altre zone della città meritano una visita? «Noi abbiamo 27 chilometri di bellissima costa, con spiagge ben attrezzate nel corso dei mesi estivi che, visto il clima soleggiato, dalle nostre parti sono quasi cinque». Dove porterebbe un ospite per farlo innamorare dei sapori della gastro-

nomia leccese? «Senza citare un ristorante preciso, posso dire che esiste una cucina casereccia presentata a livello sublime in tantissime trattorie del centro storico. E quindi piatti come fave e cicoria, che è un nostro purè di fave con cicorie lesse, o ciceri e tria, condita con i ceci e alcuni fili di pasta fritti, si mangiano ad altissimo livello dappertutto. Per non parlare dei famosi pezzetti di carne di cavallo al sugo, tipica pietanza del Salento». Con quale vino accompagnerebbe questi piatti? «Naturalmente il nostro straordinario Negroamaro. Rosso e di buona gradazione, è un vino molto duttile. Al punto che io, ad esempio, lo bevo anche con il pesce». Cosa ha Lecce che manca ad altre città? «Non so se ad altre città manca qualcosa. Quel che è certo è che Lecce ha un’anima, ovvero attrae non solo perché è bella da vedere, ma anche da vivere. Il Barocco è solo uno dei volti di una città che anche sinonimo di mare, di ottima cucina, di profumi, musica e danza, come la pizzica. Ormai i viaggiatori non scelgono il luogo in cui trascorrere le vacanze solo per semplice turismo, ma per vivere un’emozione. E Lecce propone un’emozione». Quando vuole staccare la spina in quale angolo della città si rifugia? «Faccio una passeggiata nelle viuzze del centro storico, dirigendomi verso due luoghi per me molto significativi: la chiesa greca o le giravolte. Sono due piccoli quartieri che quando io ero ragazzo erano malfamati, off limits, ad alto rischio di essere depredati. Oggi sono riqualificati, con immobili privati e pubblici ristrutturati, valorizzati da una pietra viva leccese dai colori straordinari, che risalta in particolare quando ci batte il sole». Quale punto della città la lega a un ricordo particolare? «Uno dei punti che trovo più affascinanti e mi ricordano la mia infanzia è il Sedile, un monumento del Cinquecento che è stato sede del governo, poi del mercato. Malgrado si trovi al centro della città e per generazioni abbia rappresentato un luogo cruciale intorno a cui i ragazzi si sono accomodati a chiacchierare, è rimasto dimenticato per decenni. Una volta ristrutturato gli è stata restituita la dignità di attrazione culturale tra le più significative della città». ■ Giacomo Govoni



Viaggio in Italia Pag. 45 • Febbraio 2016

Nel Salento più autentico Una solarità che sa dare il benvenuto fin dal primo istante. Serena Stefanelli racconta la sua terra, i suoi sapori e i mille itinerari fra oliveti, vigneti e borghi antichi. Senza dimenticare le paradisiache spiagge

iù o meno a metà strada fra due delle località più belle del Salento, Gallipoli e Torre San Giovanni, sorge Marina di Torre Suda, punto strategico per godere del mare salentino, che qui incontra una costa caratterizzata da tratti di roccia bassa e piatta, alternati a piccole calette di sabbia. Basta percorrere pochi chilometri, inoltre, per raggiungere le paradisiache spiagge bianche o scoprire i vicinissimi centri di interesse artistico e architettonico. O, ancora, lanciarsi nel divertimento della movida adriatica.

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DA GUSTARE

La vacanza ha il sapore delle colazioni a base di pasticciotto leccese e della tipica cucina salentina

to, l’ospitalità salentina è anche un’immersione nella nostra tradizione enogastronomica. Una vacanza qui ha il sapore delle colazioni a base di pasticciotto leccese e torte fatte in casa e della tipica cucina salentina, da gustare nell’ampia sala ristorante, caratterizzata dalla presenza di maestose tele, realizzate mediante la moderna tecnica della macro-fotografia e raffiguranti scorci e particolari dei paesaggi locali, dove spiccano i frutti della nostra terra nonché le più spettacolari località turistiche limitrofe. Tornando ai piatti, nel nostro menù, è molto gradito il duetto fave e cicoria, apprezzatissime le frise con il pomodoro, accompagnate da tanti contorni di verdure grigliate – naturalmente, utilizziamo solo prodotti e ingredienti del territorio, secondo la disponibilità di stagione». E quale migliore stagione se non l’estate per visitare la Puglia? «Benché la struttura sia aperta tutto l’anno, la maggiore concentrazione di presenze si registra nei mesi di giugno, luglio, agosto e fino alla prima metà di settembre. Tuttavia, se queste sono prevalentemente presenze turistiche, nel corso degli altri mesi accogliamo persone che si trovano nella zona per lavoro, e non manca qualche viaggiatore, che sceglie di apprezzare questa terra anche durante le altre stagioni». ■ Emilio Macro

L’hotel Villa Giovanna si trova a Torre Suda Racale (LE) www.hotelvillagiovanna.com

Struttura di riferimento per chi intende visitare questi luoghi è l’hotel Villa Giovanna, diretto da Serena Stefanelli: «La disponibilità e la solarità di noi salentini sanno dare il benvenuto fin dal primo istante. E poi, nel nostro hotel si respira un’aria familiare. Siamo attenti a ogni esigenza e sappiamo sempre suggerire un itinerario originale e speciale, che va oltre quello che si trova sulle guide turistiche. Per esempio, un itinerario rupestre fra i nostri famosi oliveti, fra i vigneti, avvicinandosi ai borghi di trulli e mille altre destinazioni disseminate lungo la costa: dalla barocca Lecce a Otranto, dall’affascinante Gallipoli fino all’estremo lembo di terra della suggestiva Santa Maria di Leuca, dove si incrociano Ionio e Adriatico». L’hotel Villa Giovanna mette a disposizione degli ospiti le camere, alcune delle quali con accesso indipendente. «Gli spazi all’aperto, allestiti con gusto – prosegue Stefanelli –, sono stati progettati per permettere di trascorrere piacevoli ore in completo relax, leggendo un buon libro o degustando l’ottimo vino locale. A questo proposi-

DOVE SI INCONTRANO IONIO E ADRIATICO La propaggine più meridionale del Salento è Santa Maria di Leuca, frazione di Castrignano del Capo. Più precisamente, si intende per Santa Maria di Leuca la zona sopra il promontorio su cui si trovano la basilica e il faro. Quest’ultimo, con i suoi quasi 49 metri di altezza e una collocazione a 102 metri sopra il livello del mare, è uno dei più importanti d’Italia. Rinomata località turistica è Marina di Leuca, situata più in basso e compresa fra punta Meliso a est (posta ai piedi del promontorio) e punta Ristola a ovest, estremo lembo meridionale del Salento. È consuetudine ritenere che punta Meliso, estremo lembo del tacco d’Italia, rappresenti il punto di incontro fra le acque del mar Adriatico e del mar Ionio. La leggenda narra che santa Maria di Leuca sia stata il primo approdo di Enea. Successivamente, sempre qui sarebbe approdato l’apostolo Pietro, che giungeva dalla Palestina diretto a Roma – e che prima di proseguire il suo viaggio, proprio in Salento iniziò la sua opera di evangelizzazione. Il passaggio del santo è celebrato dalla colonna corinzia del 1694, eretta sul piazzale della basilica, recentemente ristrutturata. Una scalinata di 284 gradini collega la basilica al sottostante porto, facendo da cornice all’acquedotto pugliese che, terminando a Leuca, sfocia in mare.



IN UN ANTICO FRANTOIO IPOGEO Il meglio della cucina contadina all’interno di un ambiente di grande suggestione, con piatti della tradizione che compongono menù vegani. La parola a Ignazio Spinetti ra i trulli di Alberobello, su via Monte San Marco e in via Monte San Gabriele, si aprono le porte del ristorante Casa Nova di Ignazio Spinetti. Sono entrambi due piccoli accessi, larghi quel tanto che permette l’antica struttura settecentesca che ospita il locale, un tempo mulino ipogeo fra i più grandi della zona. Ma il visitatore della città dei trulli non deve lasciarsi ingannare dalle dimensioni dell’ingresso, perché questo è uno dei tre o forse quattro ristoranti più rinomati – e consigliati – di Alberobello, capace di attrarre tanto il turista quanto il pugliese, con una cucina all’insegna della tradizione contadina e della specificità territoriale, senza tralasciare qualche tocco di estro e una proposta di piatti vegani, che hanno per ingredienti il meglio della dieta mediterranea. «Superata la soglia modesta – spiega Spinetti – si accede a vari ambienti, in parte seminterrati, per circa 400 metri complessi, tutti pavimentati in chianche antiche. Recentemente, realizzando un salotto fumatori, abbiamo installato nel locale un sistema di riciclo dell’aria particolarmente efficiente, a beneficio sia dei nostri ospiti sia del personale».

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Il ristorante Casa Nova si trova ad Alberobello (BA) - www.casanovailristorante.it

Venendo ai piatti, questi sono in larga parte recuperati dalla cucina povera e contadina, spesso, come dice Spinetti, “fatti con niente”, ovvero con i pochi ingredienti un tempo disponibili, che la cultura agreste valorizzava sapientemente. «Uno di questi piatti sono le fave ’ngrapiate. Questo si preparava a fine serata, mettendo insieme ciò che restava del classico fave e cicoria. Si mettevano gli avanzi in padella e, poi, alle 4 del mattino, la ’ngrapiata era la colazione per chi si apprestava a raggiungere i campi – a volte consumata fredda proprio durante il lavoro. Riproponiamo questo piatto con poche differenze, per esempio l’aggiunta di crostini». Altro piatto del menù del Casa Nova, anche questo “fatto con niente”, sono gli gnocchi di pane raffermo e olive. «A dispetto del nome, qui non abbiamo patate. Si prende solo mollica di pane raffermo e la si mescola con olive denocciolate, di quelle che tutte le famiglie un tempo conservavano in acqua e sale. Si mantecano questi due ingredienti, legandoli con l’uovo e dandogli una forma che ricorda quella degli gnocchi. Serviamo questo piatto in assoluta semplicità: solo con pomodorino fresco e basilico». Accanto a questi e molti altri piatti tipici e a base di ingredienti locali, al Casa Nova si fanno anche un po’ di sperimentazioni, per esempio, introducendo i prodotti pugliesi nei risotti. «Inoltre, moltissimi dei nostri piatti compongono menù vegetariani o vegani, semplicemente ricorrendo agli ingredienti della tradizione mediterranea. Per esempio, la pasta di semola fatta solo con farina e acqua, poi condita con fave, aglio e olio, o ancora zuppe e legumi». Ad accompagnare il pasto, una carta dei vini con circa 170 etichette pugliesi e alcune bollicine. ■ Elio Donato



Viaggio in Italia Pag. 49 • Febbraio 2016

L’Isola dei profumi Una personale mappa dei piatti e dei vini più amati della Sicilia. A delinearla sono alcuni noti personaggi originari dell’Isola l cibo non è mai neutrale. Corrisponde a un’esigenza fondamentale dell’uomo, ma da sempre si connota anche di una serie di valenze simboliche, da quelle sociali ed economiche sino a quelle più spiccatamente culturali. Le pietanze hanno il potere di dischiudere i ricordi e i vincoli identitari che uniscono le persone ai luoghi della propria infanzia e appartenenza. Attraverso i ricordi enogastronomici di alcuni personaggi siciliani, è possibile ricostruire, in un gioco di suggestivi rimandi, la tradizione culinaria dell’isola. Una tavola che si tinge di colori, sapori, odori a tonalità forti, ma non privi di dolcezze e sinuosità. In costante equilibrio tra terra e mare. Terra cara a Pietrangelo Buttafuoco, giornalista catanese, che esprime la sua affezione per i piatti della campagna: «Hanno il sapore terragno, rude e perfetto. Come i carciofi selvatici, quelli piccoli e spinosi. Vengono preparati dopo una lunga cottura e intinti nel sale e nell’olio mescolato all’aceto». Il palato dello scrittore del libro Le uova del drago si rallegra poi con le fritture a base di fave fresche, utilizzate come condimento o come base per la zuppa. «È, infine, un vero turbamento approfittare dei frutti spontanei quali finocchietto e borraggine. Quest’ultima, con una rude scorza che solo l’aceto forte dei contadini può ammansire». Per Pietrangelo Buttafuoco andare al ristorante è una festa. «Quando vado fuori, cerco il mare». La meta gastronomica preferita è la Trattoria di Don Saro a Capomulini. «È bello in senso greco, eccelso nel rendere uguale ciò che è bello a ciò che buono. Si assapora un pesce squisito e la visione del paesaggio, lungo la costa Jonica, garantisce una festa anche per gli occhi». Il ristorante si appoggia su una palafitta che costeggia il mare: «È il massimo – sottolinea il giornalista – e cancella in un sol colpo tutta la musona presunzione dell’alta gastronomia dei gourmet». Catanese è anche lo scrittore e opinionista Giampiero Mughini, che non ha mantenuto un rapporto di continuità con la propria regione di origine, riassaporandone però i sapori nel ristorante Pirandello di Milano, dove marito e moglie siciliani apprestano «alla grande» i piatti della terra. «Da quando mia madre è morta nel luglio 2001 – confessa Mughini – non vado più in Sicilia, la terra che ho abbandonato per

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sempre e senza voltarmi indietro nel gennaio 1970». Il piatto a cui è maggiormente legato è la «fatidica pasta alla Norma», condita con pomodoro fresco, melanzane fritte, ricotta salata grattugiata e basilico. Pietanza che non solo individua un autentico simbolo della tradizione gastronomica siciliana, «la leggenda dice che nacque nel corso di una serata catanese svoltasi a poche centinaia di metri dalla casa in cui sono nato», ma che fa leva su emozioni profonde: «Era un piatto che mia madre, catanese, cucinava alla perfezione e che con-

tinuò a cucinare fino a quando le sue forze e la sua mente vennero meno». Per innaffiare un buon pasto, serve il vino giusto. Tra i vini siciliani Mughini consiglia Firriato al Cerasuolo di Vittoria, «un vino che avevo scoperto da ragazzo, quando per noi catanesi arrivare a Vittoria era un’avventura». Oltre a verdure e ortaggi, a caratterizzare la cucina siciliana è inevitabilmente il pesce. Lo sa bene l’attore messinese Nino Frassica, la cui specialità “del cuore” è il pesce stocco alla ghiotta o “agghiotta”: una ricetta tipica della cucina messinese in

LA PASTA ALLA NORMA

è molto apprezzata da Giampiero Mughini e Pippo Baudo

In senso orario: Pietrangelo Bu�afuoco, Giampiero Mughini, Antonino Zichichi, Pippo Baudo e Nino Frassica

base alla quale il pesce viene cucinato con un sughetto di capperi, olive e pomodoro. «L’ho apprezzato preparato in varie maniere e mia madre lo cucinava con la pasta e diventava una sorta di piatto unico». Assiduo frequentatore della trattoria Da Mario di Messina che, «trovandosi di fronte al Teatro è diventato il dopo-teatro per gli attori che vi recitano ma anche per i tiratardi», Nino Frassica predilige «lo Zibibbo e il Marsala, vini dolci e gustosissimi da sorseggiare a fine pasto». Il fisico e scienziato Antonino Zichichi, ama, invece, bearsi del cous cous al pesce, particolarmente diffuso nel trapanese di dove è originario, e della caponata, un prodotto altrettanto tipico della gastronomia isolana a base di verdure fritte e salsa agrodolce. È, inoltre, goloso delle “busiatine profumi di zagara” e della “spatola Ghibli” preparate al ristorante del Ghibli Hotel di San Vito Lo Capo. Il primo è preparato con le busiatine, un formato di pasta particolarmente noto in Sicilia, filetti di tonno fresco, melanzane, pomodorini e pesto di agrumi, mentre il secondo si presenta come un millefoglie di spatola, con gamberi, crema di pistacchi e pomodoro di Pachino. Sempre a San Vito Lo Capo, il professore non manca di fare una visita alla trattoria Da Alfredo. Innaffiando il tutto da uno dei fiori all’occhiello dell’enologia isolana: il Nero d’Avola. Vino molto amato anche da uno dei siciliani più famosi d’Italia, Pippo Baudo: «quando ero bambino, andavo con mio padre a comprare il Nero d’Avola sfuso, lo vendevano direttamente i vignaroli un tanto al litro, alla stregua di un vino minore. Oggi, invece, grazie all’applicazione enotecnica nei confronti di questo vitigno, il Nero d’Avola sta conquistando le tavole di tutto il mondo». Tra le pietanze tipiche, oltre alla pasta con le sarde e alla pasta alla norma esalta «le salsicce siciliane, uniche e buonissime». Del resto, come sottolinea il conduttore originario della Val di Catania, «i piatti della cucina siciliana sono semplici, campagnoli. Molte trattorie presenti a Militello sono legate alla tradizione culinaria regionale e, insieme agli ottimi primi, servono dolci eccezionali, come i cannoli, le paste di mandorla e le cassatelle della monaca, da una ricetta appartenente alla tradizione della pasticceria conventuale che preparavano le suore di clausura passata poi in mani laiche. Un dolce davvero squisito». ■ FD


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Un tour nell’Isola

Palermo la “licca” Gaetano Basile ci accompagna alla scoperta dei dolci palermitani e della Sicilia. Tra cassata, cuccìa, cannoli e cous cous dolce, scopriamo un mondo imperniato di storia, cultura e delle molteplici tradizioni siciliane ra tutte le città siciliane Palermo è spesso considerata come la più golosa. «Non a caso viene connotata come la “licca”, che in siciliano significa proprio golosa». Gaetano Basile è palermitano doc. Giornalista e scrittore, è soprattutto un grande appassionato ed esperto di cultura enogastronomica siciliana. Con lui facciamo una passeggiata tra i dolci di Palermo e della Sicilia tutta, un argomento su cui, dice, «si sono scritte una quantità impressionante di sciocchezze». Ad esempio? «La cassata innanzitutto, meraviglioso dolce pasquale. Penne eccelse, da Indro Montanelli a Enzo Biagi, ne hanno parlato, ma tutti sono stati tratti in inganno. Quella colorata, con i canditi, non è un dolce arabo che si imbeve di barocco, attraversa il liberty fino ad arrivare ai nostri giorni, come molti hanno scritto. La cassata alla siciliana, infatti, è stata inventata nel 1887. La cassata che ha più di 2000 anni è quella che in Sicilia si chiama la cassata al forno, rappresentata addirittura su un affresco di un muro di Oplonti, vicino Pompei. Viene dal la-

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tino caseatum o caseatus, perché deriva da caglio, il cacio, addolcito con il miele e avvolto in una sfoglia di pasta di pane. Si infornava e si mangiava. Quella con la frutta candita è stata inventata nel 1887 dai fratelli Gulì, palermitani, ed è una speculazione industriale: questi signori avevano aperto una fabbrica di canditi ma non riuscivano a venderli, per cui pensarono di fare una base rotonda ricoprendola di ricotta e di tutta la frutta candita colorata». È possibile creare una sorta di ordine tra i molti dolci siciliani? «Possiamo dire che i dolci siciliani si dividono in due grandi gruppi: i dolci delle feste e i dolci conventuali, che in Sicilia si chiamano le “piatte”. I dolci delle feste sono i più fascinosi e fino agli anni 80 hanno rispettato le date in cui nacquero, ovvero venivano realizzati solo in concomitanza con le feste a cui si riferivano. Poi, per motivi turistici e commerciali, hanno iniziato a essere prodotti tutto l’anno, un po’ a discapito della qualità». Da poco è trascorso il Carnevale, festeggiato in Sicilia in molti posti caratteristici tra cui Cinisi, con carri allegorici, maschere, macchiette e co-

LUOGHI GOLOSI

Il convento dello Spirito Santo di Agrigento è l’ultimo posto in cui si prepara il cous cous dolce, di colore verde. Una vera delizia

Gaetano Basile è giornalista, scri�ore ed esperto di cultura enogastronomica siciliana

stumi di ogni tipo. Qual è il dolce che si abbina di più a questa festività? «Sicuramente il cannolo. Cinisi è un paesino in provincia di Palermo che conserva le stesse caratteristiche culinarie della nostra città e quindi anche qui il cannolo la fa da padrone. Perché il cannolo? Perché come tutto, durante il carnevale, rappresenta uno scherzo. Questo dolce caratteristico nasce nel cinquecento quando in Sicilia si cominciarono a celebrare le giornate del carnevale. Il termine cannolo deriva dalla cannella della fontana, il rubinetto. È uno scherzo di carnevale perché invece di uscire acqua esce ricotta». Un altro dolce su cui si è scritto molto sono i gelati. «Vittorini dei gelati diceva che sono un

mondo incredibile dove solo i siciliani possono pilotarsi. Abbiamo le creme da cono o i gelati che si mangiano seduti alle gelaterie e che devono durare ore intere. Gli spongati, le granite o la crema da brioche. Un mondo quasi a parte rispetto agli altri dolci. Anche per i nomi bellissimi che hanno e che spesso rimandano al fascino della belle époque». Il 2 novembre, alla festa dei morti, si offrono invece i dolci ai bambini. «Sì, come la “pupa a cena”, dolce di zucchero che nacque a Venezia nel 1574. È poi il grande trionfo della frutta di Martorana, ovvero la frutta fatta in pasta di mandorla. Pare che siano state le suore del convento della Martorana, un convento del 1100, a creare questa frutta per farsi burla dell’arcivescovo di Palermo. Le suore infatti erano molto fiere del loro giardino che produceva frutta per ogni stagione dell’anno ma Il cardinale decise di fare una visita al convento in pieno inverno, la stagione peggiore per la frutta. Deluse, le “monachelle”, fecero la frutta tutta in pasta di mandorla». I dolci siciliani sono spesso frutto delle contaminazioni che la regione ha vissuto dal punto di vista storico-culturale. Potrebbe farci qualche esempio? «La cuccìa è di origine greca e si mangia il 13 dicembre, alla festa di Santa Lucia. Nell’antichità, quando si provvedeva alla raccolta del grano, si facevano le feste sull’aia dedicate a Demetra. Si prendeva


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La Madonna nera di Tindari

il grano appena mietuto, si faceva bollire e si mangiava con un filo d’olio. Questo piatto antico ebbe un grande successo soprattutto quando arrivarono gli arabi. È un piatto frutto della miseria perché così si evitavano le tasse sul macinato. Oppure c’è il riso nero, che si fa per la Madonna di Tindari, in provincia di Messina, che è la Madonna nera. In epoca spagnola, per questa festività, si faceva un riso bianco e nero, chiamato “moros y cristianos”». Per quanto riguarda invece i dolci conventuali? «In Sicilia ci sono circa 1380 conventi, quindi 1380 “piatte”. Buona parte di queste hanno tutti nomi osceni. Le monache infatti non prendevano la via con-

TRADIZIONI SICILIANE

Il dolce che si abbina di più al Carnevale è il cannolo. Perché il cannolo? Come tu�o, durante questa festa, rappresenta uno scherzo ventuale per vocazione ma perché o erano brutte, quindi non riuscivano a trovare marito, o erano povere. Dentro il convento si scatenavano anche attraverso i nomi dei dolci, molto singolari. Ad esempio in un noviziato, dove ci vanno le ragazze, si facevano le minne di vergine, ovvero i seni delle vergini, modellate su un seno adolescenziale. C’è poi la min-

na catanese, ovvero la minna di Sant’Agata, una seconda misura. Esiste poi una terza minna, la minna di Suor Virgilia, che si fa a Sambuca di Sicilia, in provincia di Agrigento. In questo caso si tratta di un dolce per famiglie essendo una quarta misura! Le minne sono fatte di pasta brisè e d’estate dentro si mette la confettura o la crema gialla, mentre

d’inverno si utilizza la ricotta. Un altro dolce monacale sono le “chiappe” del cancelliere un dolce a forma di sedere, tutto bianco di glassa, perché quello è un posto dove non batte mai il sole». Se volessimo effettuare un tour tra i luoghi golosi di Palermo cosa consiglia? «Tutte le pasticcerie della città sono ottime, dalla Pasticceria Costa alla Pasticceria Magrì, fino alla storica Pasticceria Cappello, un’istituzione per la città. Se invece ci spostiamo più a sud consiglio di fare un salto al convento dello Spirito Santo di Agrigento, l’ultimo posto in cui si prepara il cous cous dolce, di colore verde, il dolce più buono che abbia mai assaggiato in Sicilia. Assicuro che è una vera delizia». ■ NB


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Un tour nell’isola

Il territorio e il suo vero valore Il recupero di un’antica stazione e la sua trasformazione in una struttura ricettiva. E la nuova rete di collaborazione e promozione del territorio della provincia palermitana

iniziativa di un gruppo di ragazzi, un tempo scout, tra cui Antonino e Massimiliano Barcia ha trasformato quello che era un vecchio rudere in una struttura ricettiva capace di valorizzare e far apprezzare il territorio. Siamo nella provincia di Palermo, a Ficuzza, frazione del comune di Corleone. Qui, dove un tempo esisteva una stazione ferroviaria da tempo dismessa e in totale stato di abbondono, oggi sorge l’Antica Stazione di Ficuzza, struttura ricettiva e ristorativa che, grazie all’impegno e alla dedizione di alcuni giovani volenterosi, si è trasformata in un punto di riferimento importante per chi vuole godere delle bellezze di questi luoghi. «Il nostro desiderio – racconta Tiziana Cusimano, che con Gianluca Castro e Saverio Patti, lo chef, gestiscono il posto – era quello di avviare un’attività lavorativa turistica, incentrata sulla promozione del territorio e con un’attenzione specifica all’aspetto naturalistico». Prima difficoltà da superare e impresa ben più ardua del restauro dell’immobile, dimostrare che anche in un territorio celebre per fatti poco felici è possibile fare della buona e sana imprenditoria. «Per promuovere una visione alternativa di questa terra – prosegue Cusimano –, prima di tutto ci sforziamo di lavorare con tutte le nostre forze e chiamando in aiuto le altre realtà imprenditoriali della zona. Altra priorità è sempre stata quella di accogliere

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l’ospite in un ambiente familiare, di portare in tavola prodotti locali, carni da allevamenti biologici, da abbinare alla ricchezza delle migliori cantine vinicole siciliane». E poi c’è tutta la bellezza che la natura offre spontaneamente. «I dintorni offrono la possibilità di fare passeggiate all’interno della riserva naturale orientata, di fare trekking, di scoprire gli angoli più suggestivi andando in mountain bike. Inoltre, è possibile ri-

I LUOGHI

Per promuovere una visione alternativa di questa terra lavoriamo con tu�e le nostre forze, chiamando in aiuto le altre realtà imprenditoriali della zona

percorrere a piedi o in bicicletta la vecchia linea ferrata, visitare il palazzo reale di Ficuzza o osservare da vicino le attività del centro di raccolta della fauna selvatica: la Lipu, Lega Italiana Protezione Uccelli». Dopo una passeggiata nel bosco, è piacevole, poi, ristorarsi con le proposte culinarie dell’Antica Stazione di Ficuzza. «La nostra cucina è un connubio di tradizione e innovazione. Data la ricchezza del nostro menù, indicare un piatto che ci rappresenti integralmente è tutt’altro che semplice. Però, sicuramente, una ricetta molto apprezzata sono le tagliatelle ai funghi porcini e salsiccia di maialino nero, e le molte pietanze di carne che serviamo come secondo, selezionate esclusivamente da animali allevati in regime biologico. Questi piatti vengono apprezzati sia dalla clientela locale sia internazionale, che spesso trascorre qualche giorno con noi. Infatti, benché i nostri ospiti provengano soprattutto dalla provincia di Palermo, famiglie con bambini o coppie, prevalentemente nei fine settimana, ospitiamo anche numerosi stranieri, che ricercano la cucina tipica siciliana e il relax, e soggiornano nelle nostre camere durante le escursioni o ci scelgono come momento di sosta nel corso di tour in mountain bike». Oltre a questo, all’Antica Stazione di Ficuzza si svolgono anche eventi, banchetti e, grazie alla creazione di una sala a vetri esterna, ricevimenti nuziali e matrimoni, celebrati nell’incanto della flora locale. ■ Emilio Macro

L’hotel e ristorante Antica Stazione di Ficuzza si trova a Ficuzza, frazione di Corleone (PA) www.anticastazione.it

Il palazzo reale di Ficuzza Ad appena 45 chilometri dal capoluogo siciliano, nel bosco di Ficuzza, oggi riserva naturale orientata e un tempo riserva di caccia di Ferdinando di Borbone e della sua corte, sorge il palazzo reale di Ficuzza. Il progetto della reggia fu curato, inizialmente, dall’ingegner Chenchi, per poi essere completato da Venanzio Marvuglia, accademico di San Luca e insigne architetto di formazione neoclassica. A completare il capolavoro contribuirono i pennelli del Velasco e del Cotardi. Gli arredi e le suppellettili originali, purtroppo, non sono più osservabili, perché depredati e sostituiti dai diversi “ospiti”, che come padroni, si sono succeduti nella dimora – da ultimo, durante la seconda guerra mondiale, le truppe tedesche e alleate. Tuttavia e forse proprio per le alterne vicende che ha vissuto, la visita al palazzo è di estremo fascino, visita che si estende fin nei sotterranei, dove si trova anche un’uscita segreta, che conduce, al sicuro, nei boschi che circondano la reggia.


UNA LUSSUOSA SOBRIETÀ La calda accoglienza che soltanto le grandi famiglie siciliane sanno dare. Lula Grassi apre le porte di Casa a Trigona, villa settecentesca alle pendici dell’Etna

pochi chilometri da Catania e a pochi minuti da Taormina, nella superba scenografia disegnata dall’Etna, proprio alle pendici del vulcano sorge Casa a Trigona, profumata dagli agrumeti che la circondano e da un giardino verde e rigoglioso. Antica residenza di campagna di fine Settecento e un tempo casa di villeggiatura, dagli inizi del Novecento Casa a Trigona è di proprietà della famiglia Grassi. Questi vi hanno tenuto le proprie feste, animandone le sale e i giardini. Fino a che, da alcuni anni, la signora Lula Grassi, supportata dai figli Francesco e Marco, non ha deciso di trasformare la villa in una location per eventi e ricevimenti, aggiungendo buon gusto ed eleganza al fascino intrinseco dell’edificio storico. «La nostra – spiega la signora Grassi – è una lussuosa sobrietà, unita a un’organizzazione completa, che va dalle proposte della cucina interna alla cura degli allestimenti scenografici. A questo si aggiunge un ingrediente inimitabile: la calda accoglienza che soltanto le grandi famiglie siciliane sapevano e sanno dare». La proprietà trasmette agli

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Casa a Trigona si trova a San Giovanni La Punta (CT) - www.casaatrigona.com

ospiti questa antica eredità della tradizione della Magna Grecia – quando i doveri verso la persona di passaggio erano sacri quanto la reverenza per gli dèi. La signora Lula ha coltivato quest’indole per anni, in privato, organizzando e curando la celebrazione degli eventi più importanti della famiglia. «Ho scelto di offrire questa mia esperienza a quanti desiderano fissare il ricordo delle proprie ricorrenze sul panorama di queste colline, dalle quali, nelle giornate più luminose, di là dal mare, si scorgono le coste calabre». Casa a Trigona, negli ampi saloni e – nella buona stagione – nei giardini, ospita matrimoni, ricevimenti e congressi. «Ogni altra occasione lieta – conclude la signora Lula – può trovare qui l’adeguata attenzione alla qualità, ai particolari e all’elaborazione di menù speciali, all’insegna della migliore cucina siciliana e nazionale. Celebrare gli eventi a Casa a Trigona, insieme ai propri cari, vuol dire trasformarli in un convivio indimenticabile». ■ Emilio Macro


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Un tour nell’Isola

La Sicilia dei Florio Una delle gare automobilistiche più famose del mondo, cantine di pregiato Marsala, villini liberty e immense tonnare: ancora oggi le tracce della famiglia Florio segnano l’Isola lasciando una testimonianza indelebile. Salvatore Requirez ci accompagna alla loro scoperta ontornata dallo sfavillante scenario della Belle epoque siciliana, fra il diciannovesimo e il ventesimo secolo si svolse l’epopea di una delle dinastie più conosciute e influenti dell’Italia meridionale. La racconta lo storico Salvatore Requirez, autore di diversi libri sull’argomento: «L’impero economico della famiglia Florio, che si sviluppa per circa 150 anni nella storia industriale del nostro Paese, conobbe un picco di ricchezza commerciale nei primi anni Settanta dell’Ottocento, quando Ignazio Florio acquisì il monopolio della marina mercantile del nuovo stato, fondando la Ngi, inglobando la Rubattino di Genova. Nell’immaginario collettivo, il periodo più fulgido dei Florio è animato dalle mondane gesta di Ignazio jr e della moglie Franca, celebrata da d’Annunzio, Boldini e diversi altri artisti internazionali». Se dovesse scegliere i due luoghi che meglio rappresentano la storia dei Florio a Palermo, a quali penserebbe? «In piena stagione liberty si collocano due principali topos della Palermo di inizio Novecento, divenuta grazie ai Florio crocevia di interessi culturali e nuovi itinerari turistici: il primo è Villa Igea, opera eclettica del palermitano Ernesto Basile, maestro dell’art nouveau all’italiana, lo stesso che curò nell’attuale versione l’aula di palazzo Montecitorio a Roma. La villa, nata come sanatorio, perchè la primogenita

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La tonnara Florio del porto dell’Arenella

dei Florio era affetta da tubercolosi, venne presto trasformata in albergo di extralusso tra i più famosi d’Europa, grazie anche all’incantevole posizione a strapiombo sul golfo di Palermo e alla ricercatezza dei servizi offerti. Pregevole la sala da tè affrescata da Ettore de Maria Bergler in cui, coi flessuosi stilemi del liberty più autentico, vengono descritte a pieno perimetro le fasi che dalla notte portano al giorno attraverso la rappresentazione dei Floralia, celebrazioni ludiche di antica memoria. L’altro luogo è il villino di Vincenzo Florio di via Regina Margherita, un esempio di fiabesca realizzazione liberty dove i caratteri del modernismo si fondono a quelli della tradizione architettonica siciliana di estrazione medioevale. Fu recensito nelle maggiori riviste del settore fin dall’epoca del suo progetto e frequentato dalle principali teste coronate dell’epoca, compresi i reali d’Inghilterra e di Germania». La Targa Florio è una delle eredità più conosciute lasciate dalla famiglia Florio e dal suo ideatore Vincenzo. Può spiegare come nacque l’idea e descrivere la storia e i luoghi di questa manifestazione? «Vincenzo Florio intuì, prima ancora di Marinetti, i temi del Futurismo inneggianti alla nuova dea, la velocità, che stravolgeva gli antichi costumi legati a una civiltà mossa dalla trazione animale. Rapiditas è, infatti, il nome di

Salvatore Requirez, autore di diversi libri sulla Targa e sulla famiglia Florio editi da Flaccovio Editore di Palermo

una lussuosa rivista, frutto del lavoro dei migliori cartellonisti dell’epoca in cui si celebravano le imprese dei pionieri del nuovo sport che scoprirono in Sicilia un fresco teatro di sfida. La gara era veramente innovativa perché superava il concetto di corsa da città a città, come si usava allora, e introduceva un tracciato magnifico, che andava dal mare di Termini ai nevai delle più alte Madonie. Proprio la ricchezza culturale del percorso individuato da Florio fu alla base del suo successo, non solo turistico: si passava dall’acquedotto di epoca romana alle terme ellenistiche, alle torri arabe e ai palazzi svevi o bizantini, alle chiese barocche mai viste prima e che costituirono un’autentica sorpresa per quanti ritenevano il paesaggio Sicilia fatto solo di sassi e fichidindia. Per tutto il secolo scorso la Targa Florio, disputata dalle case e dai piloti più importanti del mondo, divenne appuntamento irrinunciabile non solo per l’attesa presso gli addetti ai lavori, ma anche perché inserita in un programma di attività culturali denominato “primavera siciliana”, curato dallo stesso Vincenzo Florio». Fra le attività della famiglia Florio spicca la produzione di vino, in particolare del Marsala. Può descrivere la realtà delle Cantine Florio, ancora oggi attive? «Risalgono all’insediamento produttivo voluto dai Florio nella contrada Inferno di Marsala. Alla stessa stregua di imprenditori inglesi insediatisi lì sin dai primi dell’800, Ingham, Woodhouse, Whitaker, per avviare una produzione di vino liquoroso che reggesse bene le lunghe tratte marinare e offrisse una valida alternativa all’abusato gusto del

Madeira, i Florio attivarono un filone che provvedevano a distribuire nei mercati del mondo attraverso le loro navi. In mezzo secolo diventarono la principale azienda del settore, pluripremiata a livello internazionale, grazie anche al sapiente apporto di tecnici ed enologi di scuola francese. Imbattibili nell’azione di marketing e nella propaganda, mediata anche da parallele iniziative sportive e culturali, le Cantine Florio dovettero la loro fortuna, secondo alcuni, alla formidabile forza del marchio: un leone che beve. In realtà il leo bibens era il vecchio simbolo della drogheria nel cuore di Palermo da cui si mosse la fortuna dei Florio. È un leone febbricitante che beve da un rigagnolo l’acqua intrisa dalla corteccia delle piante di china. Proprio il chinino era un antipiretico che, finemente molito, si vendeva in quella drogheria che allora fungevano da farmacia». La tonnara Florio del porto dell’Arenella è uno dei simboli della famiglia, quali sono le sue caratteristiche e che tipo di struttura è oggi? «Nell’ambito della tonnara dell’Arenella, borgata marinara alle porte di Palermo, Vincenzo Florio, nel 1844, fece costruire dall’architetto padovano Carlo Giachery una residenza estiva oggi nota


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come Villa dei Quattro Pizzi, per via delle colonnine appuntite che ne segano gli angoli sul muro d’attico. È uno dei più vividi esempi del Gothic revival che imperversava in quegli anni e che tanto successo riscosse tra i nobili visitatori dell’epoca. Tra tutti, lo Zar Nicola I, nel 1845, ne restò tanto ammaliato da volere una copia perfetta dei decori interni, ricchi di inserti e miniature raffiguranti le gesta dei paladini, ancora oggi perfettamente conservati, nella sua residenza russa, che chiamò Sala Arenella. Fu l’unico bene immobile che riuscì a salvarsi dalla sventura economica che cancellò i Florio dal panorama finanziario internazionale. Dotata come allora di un giardino interno, oggi è abitata da Silvana Paladino, consorte dell’erede morale dell’ultimo dei Florio, che cura l’attento mantenimento e la apre per attività a sfondo sociale e culturale».

Sempre alla lavorazione del tonno, ma non solo, è legata la presenza dei Florio a Favignana. Cosa è rimasto oggi sull’isola a ricordare la famiglia? «Non solo Favignana, Ignazio Florio acquistò, per poco meno di tre milioni di lire, tutte e quattro le isole Egadi dai marchesi Rusconi di Bologna e dai marchesi Pallavicini di Genova, che ne erano da secoli proprietari a seguito del compenso ricevuto a parziale copertura del credito goduto nei confronti della Corona di Spagna per il sostegno fornito all’Invincibile Armata. Ancora oggi l’isola è pregna del verbo dei Florio, che avevano fatto di quelle terre brulle un distretto industriale fortissimo. Nella piazza principale di Favignana si erge la statua del munifico imprenditore mentre a poca distanza si alza il Castello, la residenza patronale disegnata da Giuseppe Damiani Almeyda, lo stesso architetto del Teatro Politeama di Palermo. Ma è nelle imponenti strutture delle tonnare di terra che si coglie ancora vivo il fascino di un’epoca. Mirabile esempio di archeologia industriale sono capannoni, malfaraggi, forni depositi e rimesse restaurati con perizia, che restituiscono l’atmosfera del tempo in cui in una sola stagione si riuscivano a lavorare diecimila tonni che venivano, in loco, puliti, tagliati, cotti, inscatolati, affogati nell’olio d’oliva e sterilizzati. Furono i Florio a produrre per primi il tonno in scatola sott’olio, soppiantando l’antica pratica che voleva la sua conservazione affidata solo alle botti sotto sale. Fu proprio la produzione del tonno quella che resistette più a lungo tra le molteplici attività dei Florio a dissesto economico avanzato, assicurando fino alla fine lauti guadagni con la benedizione di quanti - rais, manovalanze, cordari e pescatori - trovavano lì un lavoro per tutto l’anno, che culminava nella stagione delle mattanze, spettacolare e sanguinosa fase di pesca di origini antichissime». ■ FB

Le tante anime di un’antica capitale Il lusso e il relax di un soggiorno nella capitale del Regno delle Due Sicilie. Da una parte centinaia di capolavori lontani nel tempo e nello stile, dall’altra strutture ricettive d’eccellenza

ai Fenici alla Magna Grecia, dagli antichi Romani ai Bizantini. E poi ancora gli islamici Kalbiti, Federico II, angioini e aragonesi. Migliaia di anni di storia attraverso epoche e dominazioni lontane nel tempo e nello spazio si riuniscono qui, tra le mille forme e colori di Palermo: il suo patrimonio così sfaccettato spazia dai resti delle mura puniche alle ville in stile liberty, passando dalle residenze e dai luoghi di culto in stile bizantino e arabo-normanno, alle architetture gotiche e basiliche barocche, ai teatri neoclassici e ai palazzi razionalisti. Tanto numerose sono le anime diverse nel capoluogo sici-

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liano, tanti sono i modi di visitarla. Alcuni sono semplicemente più comodi ed eleganti di altri, come nel caso dell’hotel Massimo Plaza, gestito da Nicola Farruggio, che affaccia sul Teatro Massimo, tempio della lirica siciliana. Lusso e relax sono le parole chiave che ben descrivono la struttura. L’ambiente è classico e raffinato e ogni dettaglio è pensato per donare comfort e rendere il soggiorno piacevole. Le camere dai colori caldi e le finiture impeccabili sono dotate di tutti servizi: aria condizionata, tv a led con SKY, wi-fi free, frigobar e cassaforte, creano un ambiente sobrio ed elegante. Le camere superior dispongono di balcone con vista sul teatro. La colazio-

LA PRESENZA DEI FLORIO A FAVIGNANA

Nella piazza principale si erge la statua dell‘imprenditore e, a poca distanza, il Castello

L’hotel Massimo Plaza si trova a Palermo www.massimoplazahotel.com

ne è personalizzata e viene servita in camera. Alimenti freschi anche per celiaci e per altre intolleranze alimentari. Tutto lo staff del Massimo Plaza, cordiale e professionale, è a Vostra disposizione 24 ore su 24. La sala lounge, per esempio, è una chicca, uno spazio per la lettura, dove rilassarsi o bere un caffè in tranquillità o gustare un aperitivo all’insegna di un’ospitalità discreta. Lo staff qualificato risponde a ogni esigenza e propone varie alternative per completare la permanenza in hotel, oltre alla visita della città, dalla convenzione al vicino centro benessere, all’organizzazione di una serata al Teatro Massimo. Tra i servizi a disposizione della clientela, il babysitting. E nella stagione estiva, la possibilità di raggiungere, con una navetta dedicata, la vicina spiaggia attrezzata di Mondello. Il valore aggiunto è rappresentato dal rapporto esclusivo che si crea con ciascun cliente: anche questo aspetto contribuisce, seppure nella totale discrezione, a rendere intimi, particolari, i giorni trascorsi al Massimo Plaza. ■ Remo Monreale


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Un tour nell’isola

All’ombra dell’Etna La natura spettacolare del vulcano attivo più grande d’Europa e il territorio ricco di cultura che costituisce la provincia di Catania. Valentina Trovato ci fa da guida sul lato orientale della Sicilia

ai Catanesi è chiamata Idda ed è considerata come una Signora che avvolge e custodisce l’intera città. Un’immagine ben lontana, quindi, da quell’aura di pericolo che normalmente un vulcano attivo trasmette: l’Etna, oltre a essere il più alto d’Europa, è piuttosto un’oasi di bellezze naturali, dove la nuda sciara (accumulo di lava e di altro materiale vulcanico che si deposita lungo i suoi pendii) convive con coltivazioni intense e spontanee. Qui è possibile visitare i crateri delle ultime eruzioni, il ghiacciaio perenne più a Sud dell’emisfero boreale e il castagno più grande del mondo. «Ma non è certo l’unica attrazione del nostro territorio». A parlare è Valentina Trovato, che da anni dirige insieme alla madre Angela Longo l’hotel Villa Michelangelo che si trova a Nicolosi (CT). «La stessa Catania, per esempio – dice la Signora Trovato – , a mezz’ora dal nostro hotel, è una tappa imperdibile per chi visita la Sicilia, con il suo centro storico, cuore dello stile Barocco del 1600, ricco di chiese e monumenti. Imperdibile il folklore che si respira fra la piazza dell’elefante, simbolo della città e il mercato del pesce. In tutto ciò le influenze dei colonizzatori Arabi, Greci e Romani sono evidenti e si fondono in 2700 anni di storia. Poco lontano rispetto all’albergo, si trova Taormina un’esclusiva e storica località fa-

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IL VULCANO CHE CAMBIA L’hotel Villa Michelangelo si trova a Nicolosi (CT)

mosa in tutto il mondo, che offre viste mozzafiato sulla costa sottostante con gli aspri scogli, le baie sabbiose e le acque cristalline, e per la sua storia ricca di conquiste e dominazioni che hanno lasciato inevitabili segni nell’architettura cittadina. Oggi Taormina è un rinomato salotto pieno di alberghi di lusso, negozi, ristoranti e piccoli angoli di paradiso impossibili da non visitare». L’hotel gestito con un impronta prettamente femminile grazie alla presenza delle due titolari, oltre a rappresentare un punto di partenza ideale per visitare i dintorni del vulcano, è un esempio di eccellenza tra le strutture ricettive del territorio. «I nostri ospiti – dice la titolare – possono scegliere tra 16 camere, ognuna ispirata a un fiore, di cui riprende colori e caratteristiche, riflessi nei tessuti e negli arredi. Tutte le camere, comode e luminose, sono dotate di balcone o finestra, da cui è possibile godere di una magnifica vista dell’Etna, dei Monti Rossi o del Golfo di Catania. L’hotel, poi, è dotato di piscina e zona relax». All’interno trova posto anche il ristorante Ambra. «La sala è realizzata con

DA VEDERE

Un’oasi di bellezze naturali, dove la nuda sciara convive con coltivazioni intense e spontanee

Etna (dal greco antico Aἴτνα-ας) è il vulcano attivo terrestre più alto della placca euroasiatica. Le sue frequenti eruzioni nel corso della storia hanno modificato, a volte anche profondamente, il paesaggio circostante, arrivando più volte a minacciare le popolazioni che nei millenni si sono insediate intorno ad esso. La sua altezza varia nel tempo a causa delle eruzioni che ne determinano l'innalzamento o l'abbassamento. Nel 2010 ha raggiunto l’altezza di 3.350 metri. L'Etna ha una struttura piuttosto complessa a causa della formazione, nel tempo, di numerosi edifici vulcanici che tuttavia in molti casi sono in seguito collassati e sono stati sostituiti, affiancati o coperti interamente da nuovi centri eruttivi. Sono riconoscibili nella "fase moderna" del vulcano almeno 300 tra coni e fratture eruttive. Nel 2013, l’Unesco ha inserito il Monte Etna nell'elenco dei beni costituenti il Patrimonio dell'umanità.

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www.hotelvillamichelangelo.it

lo scopo di accogliere un raccolto numero di persone e il menù proposto è un insieme bilanciato di sapori semplici, genuini, preparati con passione e impegno dallo chef Hedi Aroua. Antipasti, primi piatti, secondi piatti e dolci prevalentemente tipici siciliani, sono realizzati con materie prime di produzione locale, acquistate con frequenza per garantirne la massima freschezza. A questi si aggiungono piatti unici di influenza araba che onorano le origini dello chef». Ma l’offerta culinaria di Villa Michelangelo prosegue con un’altra struttura, sempre annessa all’hotel, ma aperta solo da venerdì a domenica. «Si chiama Flora Pizza & Cucina e il suo elemento principale sta nel desiderio di sfruttare al meglio le caratteristiche della nostra terra e il sacrificio quotidiano dei produttori locali. L’idea di valorizzare quanto più possibile la sicilianità, ha portato alla ricerca di aziende di tradizione contadina bloccando a 100 il numero dei chilometri di distanza del produttore più

lontano, per offrire agli ospiti un ricco menù di antipasti, pizze tradizionali, con il bordo ripieno e con una particolare esaltazione dei prodotti tipici del territorio circostante». ■ Renato Ferretti


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Nel cuore di Palermo Palermo è certamente tra le città più importanti del Mare Nostrum e i tantissimi monumenti di epoche e civiltà diverse che qui si trovano ne sono una testimonianza diretta. Ne parla Nicola Farruggio è un legame indissolubile tra questa città e l’arte intesa nella sua accezione più ampia. Palermo non è solo ricca di monumenti architettonici, indizi delle diverse dominazioni attraverso i secoli, e dei capolavori figurativi in essi custoditi. «I famosi teatri, come il Massimo o il Politeama, testimoniano una vivacità che tuttora rende Palermo una delle capitali culturali del Mediterraneo». Nicola Farruggio, titolare dell’hotel Posta, ci fa da guida per il centro storico e il suo patrimonio d’arte. «Il nostro hotel – premette Farruggio – è nato nel 1921 e da allora, oltre all’ospitalità e alla cortesia, lo ha sempre contraddistinto un rapporto profondo con il mondo dello spettacolo in genere. Erminio Macario, Totò e Renato

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Rascel, sono solo alcuni dei nomi dei grandi dell’epoca, seguiti poi da attori del calibro di Vittorio Gassman, Dario Fo, Giorgio Gaber, Fabrizio De Andrè e molti altri ancora. Inoltre, è sicuramente uno degli alberghi storici in città: ubicato in quello che fu il palazzo della baronessa Dara, di epoca settecentesca, dell'antica sistemazione del palazzo sono oggi visibili, a partire dall’ingresso, i grossi conci di tufo e la sala degli stucchi al primo piano». L’Hotel Posta è il luogo ideale

dal quale partire per scoprire il capoluogo siciliano. «In effetti – continua Farruggio – ci troviamo in pieno centro storico, in uno degli originari “quattro cantoni” di origine settecentesca di Palermo. È una tra le location più comode per raggiungere a piedi le bellezze della città. Tra queste, i musei, come l’archeologico Salinas, d’arte moderna e contemporanea S.Anna, Palazzo Abatellis, Oratorio di S.Cita, Palazzo Branciforte. Poi ci sono altri monumenti non meno importanti come la Cattedrale, le chiese barocche, arabo-normanne e quelle del rococò palermitano. In più, ci troviamo nell'arteria principale dello shopping, via Roma, e vicino al mercato storico de “La Vucciria”. Una buona parte di questi scorci si possono osservare dalla Terrazza Luonge, situata proprio fra i tet-

L’hotel Posta si trova a Palermo www.hotelpostapalermo.it

ti del centro e in cui poter gustare un aperitivo avvolto dai colori misti tra mare, cupole antiche delle chiese e tramonto estivo palermitano». A questo punto è doveroso uno sguardo più dettagliato dell’hotel. Le camere offrono all'ospite i comfort adeguati per soggiornare in modo assolutamente gradevole. Una scelta varia tra interne, con balcone, ampie finestre e anche per formula famiglia. Culla e babysitter si

possono avere su richiesta. Servizi privati, aria condizionata, telefono, tv sat, pay tv, skyroom, le dotazioni principali. A disposizione degli ospiti, ancora, garage privato, solarium, spiaggia, internet point e sala meeting. ■ Elena Ricci


Viaggio in Italia Febbraio 2016 • Pag. 58

Un tour nell’isola La patria del pistacchio Il lusso discreto della semplicità mediterranea e l’Etna a incorniciare momenti indimenticabili. Irene Foti racconta il fascino di un soggiorno a Bronte ella città del famoso pistacchio, Bronte – secondo la leggenda fondata dall’omonimo ciclope –, all’interno del territorio del parco dell’Etna, fra le irte e tortuose lave secolari si incontra un’oasi verde: l’Hotel Restaurant Banqueting Meeting&congress La Fucina di Vulcano. La struttura, completamente rinnova-

N

ta, è stata inaugurata nel 2015 con una nuova gestione, che vede protagonisti Irene Foti e lo chef Sandro Rinaldo Chiù. «Ci troviamo in un angolo di Sicilia in cui è possibile godere di assoluta libertà e relax – afferma Foti –. Alle attrazioni del paesaggio vulcanico si unisce la nostra ospitalità e la nostra raffinata proposta culinaria, che ha per ingredienti esclusivamente i migliori prodotti locali, fra

i quali il cosiddetto oro verde di Sicilia. Naturalmente, poi, c’è Bronte, coi suoi vicoli storici colmi di colori e suoni di un dialetto melodioso. Insomma, mettendo insieme tutti questi elementi suggestivi, soggiornare presso La Fucina di Vulcano significa appagare la curiosità e assaporare momenti di assoluta delizia». La nuova veste dell’hotel, tanto negli spazi interni – studiati per offrire il massimo in termini di comfort e privacy – quanto negli esterni, è imponente e polifunzionale. «Ad accogliere l’ospite – prosegue Foti – sono per prima cosa i nostri giardini e gli eleganti giochi d’acqua delle fontane. Si passa poi nella luminosa e moderna hall, che incornicia con grandi vetrate l’Etna in tutta la sua maestosità, e la meraviglia del gusto attende nel ristorante panoramico». Quest’ultimo, immerso in un’atmosfera naturalistica invidiabile, propone piatti che incarnano il buon gusto a tavola, con lo stile e la naturale genuinità tipici dei siciliani, reinterpretati dall’estro dello chef Chiù. «Per via dell’intrinseca variabilità dei prodotti del territorio – prosegue Foti –, quella che proponiamo è una scelta culinaria amplissima, dove la verve dello chef si armonizza con l’alternarsi delle stagioni e dei loro frutti. Nei nostri piatti, tradizioni antiche si innestano su spunti moderni e la minuziosità della scelta lascia scorgere sapienza e ricerca. Ecco allora che il prodotto tipico diventa stagiona-

L'Hotel Restaurant Banqueting Meeting&congress La Fucina di Vulcano si trova a Bronte (CT) www.fucinadivulcano.it

lità, identità culturale e bontà». «Ma non solo – completa Foti –, gli spazi esterni, le sale interne e l’arte culinaria de La Fucina di Vulcano, oltre che per l’ospite e il turista, sono disponibili anche per matrimoni, eventi, meeting e congressi. Possiamo accogliere fino a 200 persone in un unico grande ambiente, offrendo tecnologie moderne e ospitalità per incontri culturali nonché di business. E poi dedichiamo particolare cura alla banchettistica, così da rendere indimenticabile tanto l’evento lieto quando la visita prolungata». ■ Emilio Macro

Ecco la vera Catania Con Salvatore Campisi nel mercato ittico, una location unica nel cuore del centro storico, non a caso inserita nei percorsi turistici internazionali. «Dove gli antichi sapori sono un vero e proprio culto» lle spalle del Duomo, a pochi passi dall’inconfondibile Liotro (Elefante) e dalla storica fontana dell’Amenano, il fiume sotterraneo che scorre sotto la città, si snoda uno dei simboli della Catania più antica. È a piscaria,

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L’ Antica Marina si trova a Catania www.anticamarina.it

come la chiamano i catanesi, un posto che definire mercato è un eufemismo. Il posto racconta secoli di storia, e qui i piatti tipici e le specialità conservano tutto il gusto e l’autenticità della cucina siciliana a base di pesce, talvolta rivisitata in chiave “creativa”. Ce ne parla Salvatore Campisi, che proprio all’interno di questo mercato storico ha aperto il suo ristorante L’Antica Marina. «Immerso nelle viscere del centro, un po’ all’aperto e un po’ al coperto, la pescheria di Catania è uno scenario d’altri tempi – dice Campisi – con colori, odori e urla che ne fanno un angolo tra i più suggestivi della città. È persino inserita nei percorsi turistici internazionali: sono tantissimi i tedeschi, francesi, russi, spagnoli, americani e giapponesi che vengono qui per vivere un’esperienza unica. Ovviamente il pesce è il re incontrastato: quintali di prelibatezze del mare in ogni dove, banchi stracolmi di pesce di ogni forma, colore e dimensione. Pesce spada, polpi, ricciole, tonni,

dentici, vongole, telline, merluzzi, gamberi, aragoste. Decine e decine di pescatori appena scesi dalle barche, urlanti a squarciagola per un evento sociale che si ripete ogni giorno, dalla fine dell’Ottocento». E dunque, situata tra Piazza Duomo e le monumentali Mura di Carlo V, nel cuore della Catania settecentesca, ecco l’Antica Marina. «La trattoria – continua Campisi – accoglie gli ospiti a pranzo e a cena, dedicando loro specialità di pesce che si distinguono per bontà e freschezza. Il suo nome prende spunto dai cosiddetti “Archi della Marina”, il celebre viadotto in muratura di fine otto-

cento, che collega la stazione centrale con il centro della città. Il ristorante offre un’atmosfera accogliente e minimale, dove il culto degli antichi sapori viene esaltato da ricette che mantengono la storia della grande cucina siciliana, per un’esperienza gustativa voluttuosa e autentica. Masculini cunzati (sardine condite), pasta cche saddi (pasta con le sarde), spaghetti cco niuru de sicci (spaghetti col nero delle seppie), saddi a baccaficu (sarde a baccafico), u mauru (alga mauro): queste sono solo alcune delle prelibatezze che si possono gustare qui da noi, dove ogni pasto è un rito indimenticabile». ■ Renato Ferretti


Viaggio in Italia Pag. 59 • Febbraio 2016

Vista sui faraglioni Ad Acitrezza, terra raccontata da Verga, in una baia incantata, dove spiccano i leggendari faraglioni, Andrea e Francesco Scrofani hanno deciso di «valorizzare e diffondere il sicilian lifestyle»

a migliore sicilianità la rivedi nell’ospitalità della gente, nei sapori e nei profumi di un piatto della tradizione enogastronomica proposto in chiave moderna e nella bellezza di luoghi unici al mondo in cui perdersi». Per Andrea e Francesco Scrofani, titolari del Sicilia’s Residence hotel, tutto ciò riassume il carattere di questa terra come patrimonio non solo da difendere, ma anche da divulgare. Il Sicilia’s Residence hotel, immerso nel verde della collina di Acitrezza, si affaccia sul Golfo dei Ciclopi a 900 metri dai Faraglioni dell’area Marina Protetta “Isola dei Ciclopi di Acitrezza”. «Il suo contesto paesaggistico – racconta Andrea Scrofani – è davvero fuori dal comune: il castello normanno che sovrasta il golfo e si illumina al tramonto, i maestosi faraglioni (formazioni rocciose originati dalle lave dell’Etna) e la rigogliosa vegetazione mediterranea della baia, costituiscono una cornice per passeggiate romantiche, sport acquatici e divertimenti di ogni tipo. Il nostro Sicilia’s è un residence che si affaccia proprio su questa baia eccezionale, un ristorante a pochi metri dal mare che pro-

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Il Sicilia’s Residence hotel si trova in collina di Aci Trezza (CT) www.sicilias.it

SICILIAN LIFESTYLE

Lo stile di vita siciliano è talmente ricco di sfacce�ature che incasellarlo è quasi impossibile pone cucina “sicilian gourmet”, e una serie di shop e bar all’aeroporto di Catania. Insomma, Sicilia da mangiare, da vivere, da assaporare con ogni senso». Ma come si diventa promotori del proprio territorio quando, per tutta una vita, si studia da avvocato e da ingegnere? «Siamo dei professionisti che provengono da mondi decisamente lontani rispetto a quello di Sicilia’s – ammette Francesco Scrofani – ma ci siamo sempre sentiti anche imprenditori. Se a questo si aggiunge l’orgoglio che proviamo nei confronti della nostra isola e la voglia di far conoscere tutto ciò che qui c’è di buono, allora il passo verso una struttura ricettiva esclusiva non è poi così lungo. La nostra idea imprenditoriale vuole promuovere la cultura dell’ospitalità e le tipicità enogastronomiche locali attraverso

IN RIVA AL MARE Francesco Scrofani, titolare insieme ad Andrea Scrofani del Sicilia’s Residence, entra nel de�aglio dell’annesso Sicilia’s Cafe De Mar. «È uno fra i locali più suggestivi della riviera dei ciclopi – dice Scrofani – situato in uno splendido giardino a pochi metri dal mare, proprio di fronte ai faraglioni nell’area marina prote�a Isola dei Ciclopi. Il locale si trova in un lussureggiante giardino e rappresenta un’altra espressione del proge�o Sicilia’s. In questo scenario di incomparabile bellezza, Sicilia’s Cafe De Mar propone ai clienti di assaporare le tipicità siciliane, garantendo qualità e servizi congiunti di caffe�eria, ristorante, lounge bar, solarium con le�ini a bordo piscina in un contesto unico e raffinato. Dalla granita con brioche, alle eccellenze regionali, passando per le tipicità enogastronomiche (compresi i vini e le bollicine), a partire dalle 8 del ma�ino, fino alle ore più piccole della no�e».

varie attività tra loro connesse. Nel 2007, abbiamo scommesso sull'innata passione per i sapori naturali della nostra terra, passione che abbiamo voluto trasformare in attività scegliendo sempre come principio fondante “la sicilianità prima di tutto”. Ma il nostro non è semplicemente un brand “made in Sicily” ma un concentrato di valori, idee e visioni per valorizzare il territorio. In più, ci prefiggiamo l’arduo compito di valorizzare ed esportare il sicilian lifestyle. Quello stile di vita siciliano che è talmente ricco di sfaccettature che incasellarlo dentro una didascalia risulta quasi impossibile». Il focus del brand è sottolineato anche dal logo che hanno scelto e che rappresenta la forma stilizzata della Trinacria come puzzle delle sue provincie. «Il nostro punto di

forza – continua Andrea Scrofani – è la qualità, che viene espressa nella gestione dell’ospitalità in termini di servizi e cura delle strutture ricettive e nella scelta delle tipicità dei prodotti e delle materie prime utilizzate. Quest’ultime, per politica aziendale, provengono esclusivamente dalla selezione di eccellenze del mercato produttivo artigianale dell'Isola. Per quanto riguarda l’edificio, si tratta di una struttura nuova, dotata di ogni confort incluso centro benessere e piscina, in un ambiente tranquillo e discreto. L'ideale per vacanze, soggiorni romantici e viaggi di lavoro. Sicilia’s Residence è dotato di 24 appartamenti-suite da 30 a 80 metri quadri, tutti con terrazza esterna e alcuni con giardino privato. Tutti i clienti di Sicilia’s Residence possono usufruire dei servizi del vicino Sicilia’s Cafe De Mar, dotato di solarium con lettini e spogliatoi, situato a meno di dieci metri dal mare». ■ Elena Ricci