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Il primo trapianto non chirurgico Il chirurgo oſtalmologo Emiliano Ghinelli descrive l’intervento da lui ideato e approvato dal Ministero della Salute

ARAB HEALTH UN VIAGGIO NEL FUTURO Il chirurgo oalmologo dottor Emiliano Ghinelli

al tessuto di membrana amniotica a trapianto non chirurgico di “unità elementari” dello stesso, con proprietà terapeutiche straordinarie: è il risultato di anni di ricerca portata avanti dal dottor Emiliano Ghinelli, chirurgo oſtalmologo specialista in microchirurgia oculare nel campo delle biotecnologie e della bioingegneria. Ora, il suo trapianto “non chirurgico” in campo oculistico è diventato realtà, avendo ricevuto il via libera dal Ministero della Salute. Il campo in oggetto è quello della rigenerazione tessutale, una grande passione di Ghinelli, convinto che in futuro la cura delle malattie sia da ricercare nella biologia anziché nella farmacologia. Che è esattamente ciò che, nell’ultimo ventennio, lui ha fatto sull’occhio. «Nel corpo umano – dice Ghinelli – sono nascoste tutte le strategie per autoripararsi, basta trovarle! È su questo che mi piace lavorare». Dunque, di cosa si tratta? «Come accade spesso in natura, la soluzione di quadri complessi l’abbiamo proprio davanti ai nostri occhi. Al centro del procedimento approvato, la riduzione del tessuto Membrana Amniotica in “unità elementari” (così le ha chiamate). Non avviene altro che la frantumazione della membrana amniotica in piccolissimi frammenti di

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>>> segue a pag. 38

Industria farmaceutica Ricerca e aree terapeutiche di recente scoperta biotecnologica, l’analisi di Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria

Al Dubai International Convention Center dal 30 gennaio al 2 febbraio, uno dei principali appuntamenti per le aziende del settore sanitario che operano a livello internazionale NUOVI LEA, DENTRO ANCHE AUTISMO E PMA Interessa centinaia di migliaia di pazienti in più il decreto che aggiorna la lista delle prestazioni sanitarie, allargando le esenzioni anche a trattamenti per le malattie rare, la fecondazione assistita e la ludopatia

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ene la riconferma». «Un’ot- AGGIORNAMENTO LEA, tima notizia». O ancora, «un UN DECRETO ATTESO DA 15 ANNI confortante segnale di con- Su tutte quella riguardante i nuovi livelli tinuità». Cambiando la forma dei com- essenziali di assistenza, che a metà dimenti al “Lorenzin-Ter”, ratificato nelle cembre hanno incassato il via libera dalla commissione Afscorse settimane dal fari sociali della Camera nuovo presidente del e dalla commissione Consiglio Gentiloni, la Sanità del Senato. Le sostanza rimane la mequali hanno espresso desima: il ministro della parere positivo sulla Salute conserva il suo bozza d’aggiornaposto anche nel terzo mento dei Lea (livelli Esecutivo di questa leessenziali di assigislatura e il mondo stenza), diventati opedella sanità mostra rativi nei primi giorni unanime il suo pollice del 2017. «Dopo ben 15 alto. Una scelta apBeatrice Lorenzin, anni – afferma Lorenzin prezzata soprattutto ministro della Salute – l’aggiornamento dei per via delle numerose sfide che attendono il Servizio sanita- Lea, che sono le nuove prestazioni sario nazionale, delle quali nessuno me- nitarie, diventa realtà. Un provvediglio di un ministro che ha già mento che consentirà a milioni di attraversato due governi conosce sca- persone di avere assicurata l’esenzione denze e priorità. >>> segue a pag. 4

Forum Regioni Toscana, Lombardia e Veneto: modelli di assistenza sanitaria che coniugano qualità dei servizi e contenimento dei costi

ALL’INTERNO Scienza dell’alimentazione Falsi miti e buoni consigli: il punto di vista di tre noti nutrizionisti, Pietro Migliaccio, Debora Rasio e Marcello Ticca p. 30

Offerta sanitaria Il ruolo delle strutture private sul territorio nazionale nelle parole di Mauro Potestio, presidente di Feder Anisap p. 22

Multidisciplinarietà e innovazione Cems, una moderna struttura polispecialistica che si ispira al modello dell’assistenza sanitaria integrativa p. 20


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Colophon START-UP INNOVATIVE Plusimple, lo strumento per una sanità facile per pazienti e addetti p. 8

OFFERTA SANITARIA Villa Laura: un centro di riferimento per l’intero territorio nazionale

OCULISTICA Progressi tecnologici e salute degli occhi. Il punto di Marco Codenotti p. 41

ODONTOIATRIA Prevenzione dentale. Ne parla Gianfranco Prada p. 44

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Direttore onorario Raffaele Costa

Direttore responsabile Marco Zanzi direzione@golfarellieditore.it Consulente editoriale Irene Pivetti Direzione marketing Aldo Radici Coordinamento editoriale Michela Calabretta direzione@golfarellieditore.it

Sopra Walther Domeniconi direttore esecutivo di Villa Laura; sotto Luca Arfilli, direttore sanitario della stessa

Coordinamento redazionale Federico Pimazzoni Redazione Tiziana Achino, Lucrezia Antinori, Tiziana Bongiovanni, Eugenia Campo di Costa, Cinzia Calogero, Anna Di Leo, Alessandro Gallo, Simona Langone, Leonardo Lo Gozzo, Michelangelo Marazzita, Marcello Moratti, Michelangelo Podestà, Silvia Rigotti, Giuseppe Tatarella Relazioni internazionali Magdi Jebreal Hanno collaborato Fiorella Calò, Francesca Druidi, Renata Gualtieri, Francesco Scopelliti, Lorenzo Fumagalli, Gaia Santi, Maria Pia Telese Sede Tel. 051 223033 - Via Ugo Bassi, 25 40121 - Bologna - www.golfarellieditore.it Relazioni pubbliche Via del Pozzetto, 1/5 - Roma

Marco Codenotti, responsabile del servizio di

Gianfranco Prada, presidente di Andi,

chirurgia vitreo-retinica del San Raffaele di Milano

Associazione nazionale dentisti italiani

Il punto di vista

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l binomio ricera e controllo della salute da sempre caratterizza

l’attività dell’Istituto superiore di sanità e ne fa un istituto unico nel panorama europeo. Un mosaico di competenze in diverse aree che negli altri Paesi sono spesso divise in altrettanti enti o agenzie governative e che dentro questa istituzione convivono sia nell’attività di ricerca che in quella di controllo dei farmaci, della tossicità dei materiali, delle tecnologie mediche e di tanti agenti che costituiscono un rischio per la salute umana. Ma sono anche altre le strade con cui l’Istituto contribuisce a rendere sicura la nostra salute. Collabora, per esempio, in sede europea, per conto del nostro Paese a definire i criteri con i quali gli stati scrivono le loro leggi in materia di sicurezza alimentare, di farmaci, cosmetici ma anche in materia ambientale, a stabilire, per esempio, quali siano i presupposti normativi per rendere aria, acqua e suolo meno inquinati e più sicuri. Ed è anche la ricerca a costituire il cuore pulsante di questa istituzione che da ottant’anni si occupa di tutela della salute umana. Ma qual è la ricerca che fa l’Istituto superiore di sanità e a cosa e a chi è indirizzata? È una ricerca che oggi, più di ieri, in questa nuova fase che si apre e in

di Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto superiore di sanità

questo nuovo panorama sociale ed economico, viene declinata nella sua versione applicativa, nella sua vocazione a diventare sviluppo di nuove tecnologie mediche a tradursi in mezzi diagnostici e terapeutici, in sistemi capaci di tradursi nella valutazione dei servizi sanitari per ottimizzare risorse e obiettivi. L’attività di ricerca sarà perciò sempre più internazionale e sempre più veicolo di reti, e rete essa stessa, perché questo Istituto possa diventare un punto di riferimento non solo per la ricerca italiana ma anche per quella europea. E reti sono anche quelle di sorve-

glianza sulle patologie, da quelle rare fino all’influenza, a quelle sui comportamenti e sugli stili di vita, una sorta di osservatorio permanente sulla salute che funziona da bussola per orientare le scelte di politica sanitaria e per programmare scelte efficaci in termini di prevenzione necessaria oggi più che mai, con una crescita significativa dell’età media a fronte di una crisi economica che colpisce innanzitutto i sistemi sanitari di tutti i paesi europei. Oggi l’Istituto scommette su se stesso e sul proprio patrimonio di risorse umane e intellettuali, nella propria rete di competenze diverse riunite in un unico corpo che sempre più dovranno interconnettersi tra loro per poter produrre conoscenza. Ed è questo che rende possibile il futuro. Una visione moderna e competitiva in cui tutte le conoscenze sono a servizio di un sapere che deve produrre risultati per la salute dei cittadini. Un sapere concepito come rete, come un anello che nasce nei bisogni assistenziali e sanitari e li traduce in un’istanza di conoscenza. Tra gli obiettivi, e non tra gli ultimi, quello di offrire i suoi risultati come patrimonio collettivo e contribuire all’equità nell’accesso in salute che rappresenta oggi una questione etica fondamentale rispetto alle conquiste della biomedicina e delle biotecnologie. ■


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Primo Piano Nuove terapie, l’offerta si aggiorna Il riassetto normativo sul tema delle sperimentazioni cliniche allarga le prospettive della ricerca italiana. E intanto si lavora per favorire l’accesso a 15 farmaci innovativi «che cambieranno l’approccio ad alcune patologie» annuncia Melazzini

>>> continua dalla prima

dal pagamento del ticket: solo per fare un esempio, 300 mila nuovi malati rari, 300 mila donne colpite da endometriosi e 300 mila pazienti con broncopneumopatia cronico-ostruttiva». Una lunga lista di terapie, farmaci e visite specialistiche che verrà monitorata e implementata costantemente dalla Commissione nazionale Lea, insediatasi a metà ottobre presso il Ministero della salute, potendo contare su una copertura finanziaria solida e strutturale. «Non solo abbiamo disegnato i nuovi Lea sulla base degli 800 milioni resi disponibili dalla Legge di stabilità 2016 - chiarisce il ministro - ma abbiamo vincolato questa cifra all’aumento del Fondo sanitario nazionale dopo un approfondito studio sull’impatto economico delle nuove prestazioni garantite. Lo stanziamento previsto è dunque coerente con quanto previsto dal Dpcm, già approvato dal Ministero dell'economia e dalla Conferenza Stato Regioni». In tema di vaccinazioni, in particolare, per il primo anno è prevista una spesa di 685 milioni di euro per l’inserimento graduale delle nuove coperture vaccinali, con un obiettivo fissato inizialmente al 60 per cento, poi al 75 per cento fino ad arrivare al 90 per cento nel 2018. INCLUSE NELLA LISTA ANCHE 118 NUOVE PATOLOGIE RARE Entrando quindi nel dettaglio delle prestazioni, che il nuovo schema del decreto si impegna a uniformare a tutto il territorio nazionale, le novità principali riguardano l’ingresso dell'adroterapia, ovvero una radioterapia oncologica utilizzata per la cura del tumore al cervello; dell’enteroscopia con microcamera ingeribile, che introduce la possibilità di effettuare una gastroscopia attraverso l'ingestione di una pillola contenente una microcamera; della procreazione medicalmente assistita, sia omologa che eterologa, di cui a inizio anno il ministro ha emanato il decreto contenente le nuove linee guida. «Dopo l’istituzione del Registro nazionale dei donatori – osserva Lorenzin questo è il secondo importante passo per l’aggiornamento dell’intero quadro normativo che regola la Pma in Italia. È stato un lavoro corposo, portato avanti anche grazie al contributo dei massimi esperti italiani di settore convocati ai tavoli già da luglio dell’anno scorso. A questa serie di provvedimenti aggiungiamo ora l’inclusione nei Lea, che migliorerà l’accesso e la qualità dei percorsi in questo ambito così delicato del Ssn». Nell’integrazione dei Lea trovano inoltre posto il trattamento dell’autismo, attraverso il recepimento totale della legge 134 del 2015 che prevede diagnosi precoce, cura e trattamento individualizzato, reintegro nella vita sociale e sostegno per le famiglie, e i malati rari. Stimati tra i 450 mila e i 600 mila in Italia (di cui però finora solo 300 mila assistiti), vengono “accolti” nella lista ottenendo un codice che garantisce il diritto a robuste esenzioni a 118 patologie rare precedentemente escluse dalla lista, tra cui miastenia grave e sclerosi sistemica progressiva. «Su questo fronte – aggiunge il ministro - dobbiamo continuare a promuovere un lavoro sinergico: da una parte spingere la ricerca scientifica e l'innovazione, dall'altra intensificare il coinvolgimento delle istituzioni e del territorio per l'assistenza ai malati rari, eliminando le differenze di percorso tra le varie regioni». Tra le altre misure attese, da segnalare l’aggiornamento del nomenclatore protesico fermo al 1999, che vede introdurre negli elenchi dei dispositivi ausili informatici di comunicazione come quelli per i malati di Sla, ma anche apparecchi acustici digitali e carrozzine a tecnologia avanzata. Entrano infine nei Lea anche trattamenti contro la ludopatia, le cure per l’endometriosi e la terapia del dolore. ■ Giacomo Govoni

n efficientamento normativo che potrà costituire «un volano di attrattività della ricerca clinica transnazionale nel nostro Paese, contribuendo a valorizzare il capitale della ricerca italiana». È favorevole il giudizio sul ddl Lorenzin di Mario Melazzini, presidente dell’Agenzia italiana del farmaco, convocato alla Camera nelle scorse settimane per fornire una valutazione tecnica del testo che disciplina gli aspetti normativi delle sperimentazioni cliniche in Italia. «Questo disegno di legge - continua - ha il grande pregio di intercettare le maggiori esigenze in materia di aggiornamento della normativa sulle sperimentazioni cliniche». In quali passaggi la convince maggiormente e quali scenari apre sul piano della ricerca scientifica? «Un elemento di assoluta novità è il riferimento specifico alla medicina di genere, che va in direzione di cure sempre più ritagliate sulle esigenze specifiche della popolazione femminile. Tutto ciò senza tralasciare la valorizzazione dell’enorme capitale umano e professionale che contraddistingue la ricerca italiana, con ricadute positive sul piano scientifico, sul paziente e sul sistema economico». Il miglioramento dei processi di sperimentazione si riflette positivamente anche sulla spesa farmaceutica, in crescita secondo l’ultimo rapporto OsMed. Quali dinamiche hanno determinato questo aumento? «L’incremento fatto registrare dalla spesa farmaceutica nazionale, attestatasi l’anno scorso su un volume di 28,9 miliardi di euro, circa l’1,9 per cento del Pil,

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Mario Melazzini, presidente dell’Agenzia italiana del farmaco

è dovuto in primis alla spesa di medicinali da parte delle strutture sanitarie pubbliche, cresciuta del 24,5 per cento rispetto al 2014, principalmente per l’ingresso sul mercato nazionale di medicinali innovativi, tra cui gli antivirali ad azione diretta per l’epatite C. In secondo luogo all’incremento del 13,1 per cento della spesa pubblica territoriale, dovuto soprattutto all’aumento della spesa per medicinali di classe A erogati in distribuzione diretta e per conto». Sul versante oncologico, nei mesi scorsi ha annunciato che sono in arrivo circa 15 nuovi farmaci. Che impatto ritiene potranno avere e come ne regolerete l’accesso? «Buona parte dei farmaci innovativi presto disponibili cambieranno radicalmente l’approccio ad alcune patologie incidendo sensibilmente sugli attuali costi di assistenza, ospedalizzazione e gestione della malattia. L’accesso a questi farmaci è stato finora garantito in Italia da un fondo speciale, rifinanziato con 500 milioni di euro annui dalla Legge di bilancio 2017 che per la prima volta introduce anche un secondo fondo, di ulteriori 500 milioni, specifico per il finanziamento dei farmaci oncologici innovativi. Aifa adotta con le aziende strategie di rimborsabilità basate sulla performance reale del farmaco nella pratica clinica. Inoltre, attraverso appositi registri, monitora l’appropriatezza delle prescrizioni, l’aderenza alle te-


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rapie, ma anche l’efficacia del farmaco nel tempo». Contraffazione e commercio illecito di farmaci sono due insidie nella sfida alla difesa della salute collettiva. Quali patologie investono in misura preponderante? «Il fenomeno della contraffazione/falsificazione dei medicinali, cresciuto in modo rilevante negli ultimi anni, riguarda tanto i farmaci salvavita quanto i cosiddetti farmaci “lifestyle”, come

quelli utilizzati per le disfunzioni erettili o gli anoressizzanti, antidepressivi. Ma le nuove tipologie di falsificazione coinvolgono sempre più spesso farmaci fondamentali, come gli antitumorali o gli antivirali». Quanto la diffusione dell’acquisto online complica l’attività di contrasto al fenomeno? «Il mercato web è ancor oggi focalizzato sull'offerta illegale: il “logo di sicurezza” europeo e gli altri sistemi di certificazione e protezione oggi riguardano poco più di 300 siti italiani - rintracciabili nella sezione “Servizio farmaceutico” del sito del Ministero della Salute - che possono vendere legalmente farmaci da banco. Per quanto riguarda l’Italia, l’introduzione del bollino a lettura ottica avvenuta nell’ultimo decennio, continua a garantire la sicurezza della filiera distributiva. Non a caso dal 2005 a oggi, non sono stati rilevati casi di infiltrazione di prodotti falsi o illegali, anche grazie a iniziative di prevenzione e contrasto come quelle condotte da Aifa e dai Carabinieri Nas specializzati nel settore sanitario e farmaceutico». La partecipazione del paziente gioca un ruolo chiave nel processo di ricerca e sviluppo dei farmaci. A quali iniziative e percorsi state lavo-

Consumo farmaci, spesa al galoppo Antimicrobici in vetta, comprensivi dei nuovi farmaci per la cura dell’epatite C, antineoplastici e immunomodulatori al secondo posto e terza piazza per i cardiovascolari. Sono questi tre farmaci a comporre il podio delle categorie più prescritte e consumate in Italia nel corso del 2015, che ha visto la spesa farmaceutica salire complessivamente del 8,6 per cento rispetto all’anno precedente. È quanto rivela l’ultimo rapporto OsMed presentato quest’estate da Aifa, da cui si apprende che nell’anno passato ogni cittadino ha assunto in media 1,8 dosi di farmaci al giorno con un significativo incremento dell’uso di biosimilari, in particolare le epoetine e la somatropina. «Altre categorie terapeutiche che hanno impattato in misura rilevante sui consumi – sottolineano dall’agenzia – sono state i farmaci per l’apparato gastrointestinale e metabolismo che hanno generato una spesa di 3,856 milioni di euro e i medicinali per il sistema nervoso centrale, con una spesa di 3,313 milioni di euro». Tra i dati incoraggianti da segnalare, il calo dell’impiego di antibiotici, il cui consumo è sceso del 2,7 per cento e con un contenimento della spesa del 3,2 per cento.

rando per coinvolgerli in futuro? «Le agenzie regolatorie da tempo hanno iniziato a includere la prospettiva del paziente in tutte le principali tappe del processo regolatorio, a partire dalla sperimentazione clinica fino alla farmacovigilanza. In particolare, il nuovo Regolamento europeo sulla sperimentazione clinica n. 536/2014, che entrerà in vigore a ottobre 2018, prevede una partecipazione sempre più attiva e informata dei pazienti arruolati negli studi. È fonda-

La veste grafica dei farmaci Lavorare sull’appeal che un prodotto può suscitare agli occhi dei potenziali clienti è un aspetto importante anche nei settori cosmetico, farmaceutico e alimentare. L’esperienza di Michela Sciomer ssicurare la riconoscibilità di un prodotto utilizzando come solo strumento una manciata di caratteri e i colori. È questa la mission affidata agli addetti ai lavori: escogitare modalità di scrittura capaci di colpire e fungere allo stesso

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Stylegraph ha sede a Lainate (Mi) www.stylegraph.it

tempo da abito per i diversi articoli. Lo scopo principale di Stylegraph è quello di garantire ai clienti prodotti che possiedano una qualità, frutto sia dell’esperienza e della professionalità dei suoi operatori, sia dell’attenzione che viene posta sui processi di lavorazione e di miglioramento in questo settore. L’azienda grafica vanta, infatti, un’esperienza ultradecennale nel settore del packaging farmaceutico e cosmetico. «Stylegraph – precisa Michela Sciomer - realizza astucci, etichette, blister, fogli illustrativi e ogni accorgimento inerente al campo farmaceutico e cosmetico e fornisce, quindi, allo stampatore il materiale necessario per poter creare materialmente l’artwork». Il processo avviene seguendo uno specifico percorso: «Partendo da un determinato layout – aggiunge - inseriamo testi nella lingua e nei font richiesti dal cliente, prestando particolare attenzione ai dati tecnici di ciascun prodotto. Le considerazioni di carattere estetico comprendono fattori come la spaziatura delle parole e delle lettere, l’inizio e la lunghezza delle righe; ognuno dei quali è influenzato dal tipo di carattere usato. Gli elementi generali che condizionano la

mentale però poter contare su un “paziente esperto” e per questo l’Aifa è impegnata in iniziative come quella dell’Accademia europea dei pazienti (Eupati), che hanno come obiettivo prioritario l’empowerment del paziente. Inoltre, attraverso lo strumento “Open Aifa”, sono stati istituzionalizzati da oltre quattro anni incontri periodici con associazioni di malati, società scientifiche e rappresentanti della società civile». ■ Giacomo Govoni

qualità estetica comprendono l’interlinea e la possibilità di utilizzare diversi caratteri. La qualità dell’immagine richiede un controllo della grandezza del file, della densità e del contrasto dell’immagine intesa come testo. Per lavorazioni più articolate e di particolare creatività come possono essere depliant o espositori, l’operatore viene frequentemente guidato dal cliente». Stylegraph è, inoltre, specializzata nella creazione del bilinguismo o scheda fit. «Realizza foglietti illustrativi in lingua tedesca per la provincia di Bolzano, in formato elettronico, da inserire nella banca dati Unifarm. Per questo servizio si avvale di un validissimo studio per traduzioni e asseverazioni in lingua inglese, francese e tedesca». Grande attenzione, infine, viene riservata al controllo della qualità del prodotto: «Gli addetti hanno il compito di verificare l’esattezza di tutte le parti tecniche oltre che testuali, laddove venga modificato o inserito un nuovo testo. In questo specifico caso, e solo in fase di prima bozza, il controllo qualità per un ulteriore verifica utilizzerà anche un programma di controllo testi. L’operatore seguendo le indicazioni del controllo interno corregge gli errori e al termine della correzione stampa una seconda bozza, che verrà esaminata di nuovo dal controllo interno e se tutto è conforme viene spedita al cliente». ■ Luana Costa


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Farmaceutica

Il biotech made in Italy Salgono le aree terapeutiche in cui le biotecnologie possono fare la differenza, aprendo nuovi orizzonti di cura e di guarigione. «Ora bisogna lavorare per renderle disponibili ai pazienti», sottolinea Massimo Scaccabarozzi n’industria farmaceutica con una vocazione già fortemente tecnologica, il farmaco biotech rappresenta una punta di diamante. Con un fatturato complessivo che sfiora gli 8 miliardi l’anno e con un peso degli investimenti in ricerca e produzione delle imprese salito dal 2011 a oggi dell’11 per cento, il biotech made in Italy mostra una vitalità e un’efficacia terapeutica che nel corso dell’ultimo trentennio ha permesso ad esempio di ridurre la mortalità dei malati di cancro di circa il 20 per cento. «Nel complesso – sottolinea Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria - ci sono ormai 202 farmaci di biotecnologia approvati e più di 300 in arrivo. Numeri che ci inducono ad affermare che la farmaceutica rappresenta la biotecnologia e viceversa». Quali aree terapeutiche interessano quelli di più recente scoperta? «Le aree terapeutiche di più recente scoperta biotecnologica sono l’immunologia, l’oncologia con oltre 120 linee di ricerca aperte, l’ematologia, il sistema nervoso centrale, il cardiovascolare. Nuovi orizzonti si intravedono inoltre per curare patologie, grazie alle scoperte sul genoma e alle strategie messe in campo per combattere il fenomeno dell’antibiotico-resistenza». L’eccellenza della ricerca farmaceutica italiana si segnala in particolare nel campo delle terapie avanzate. Come ci collochiamo sulla scena europea e quali i progressi più significativi compiuti negli ultimi mesi su questo terreno? «Nelle terapie avanzate noi siamo leader anche in Europa. Basti pensare che 3 delle 7 terapie approvate a livello continentale sono il risultato del lavoro svolto dai nostri ricercatori. È italiano il primo prodotto a base di cellule staminali, è italiano il primo prodotto di terapia genica per il trattamento di una malattia rara del sistema immunitario ed è italiano il primo farmaco realizzato secondo la tecnologia tissutale». Tra i meccanismi che pregiudicano l’accesso alle nuove cure per i pazienti c’è il payback, rivisto a fine giugno con “sconti” del 10 e del 20 per cento per i produttori farmaceutici. Come avete accolto questo correttivo? «Qualcuno sostiene che si sia trattato di uno sconto alle aziende per favorirle. Non è assolutamente così: il problema nasce dal fatto che i dati di monitoraggio pro-

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Massimo Scaccabarozzi, presidente nazionale di Farmindustria venienti dalle Regioni sono sbagliati, per via della mancanza di un sistema di raccolta dati in grado di restituire numeri attendibili. Credo che questa legge possa piacere o no, ma è un dovere dell’industria rispettarla. Per farlo però bisogna pagare in base a calcoli corretti, perché nessuno pagherebbe le tasse su un income sbagliato. Per questo è stata fatta una sanatoria correggendo di quel 10-15 per cento a seconda della comprensione del margine di errore che ci potrebbe essere. Al netto di questo aspetto, ci sono aziende che hanno pagato 120-150 milioni, uno sforzo che reputo non indifferente». Dove investirebbe le risorse restituite dalle aziende? «Visto che questi soldi sono arrivati, credo debbano essere reinvestiti nella farmaceutica. Purtroppo invece non sempre si sa a cosa vengano destinati, finendo non di rado in altre voci di spesa operative. E questo non riteniamo sia corretto. A chi continua a ripetere che non

c’è sostenibilità, vorrei far presente che basterebbe utilizzare queste risorse del payback per finanziare, ad esempio, i farmaci dell’epatite C». È stata aggiornata da poco la normativa sulle sperimentazioni cliniche dei medicinali. Come la giudica e quali prospettive apre per il nostro sistema della ricerca? «Penso che col decreto Lorenzin si sia stato compiuto un grosso passo in avanti. Ci stiamo avvicinando molto bene al nuovo regolamento europeo che entrerà in vigore tra due anni e mezzo. Dobbiamo muoverci in fretta per farci trovare pronti, facilitando la ricerca in Italia, riducendo i comitati etici ancora troppo numerosi rispetto ad altri Paesi e snellendo la burocrazia per essere più competitivi. In questo modo possiamo diventare l’hub della ricerca, come già siamo l’hub della produzione. Dal canto nostro, stiamo già lavorando insieme all’Istituto Superiore di sanità, al Ministero e all’Aifa, Farmindustria per prepararci al nuovo regolamento europeo». Per migliorare i numeri di un’industria farmaceutica al centro di quello che lei ha definito «un vero e proprio Rinascimento», sottolinea spesso la necessità di una nuova governance. Quali le criticità prioritarie su cui intervenire? «Siamo di fronte a un Rinascimento perché stanno arrivando nuovi farmaci, molti sono già arrivati, per cui ora bisogna renderli disponibili ai pazienti. La nuova governance è necessaria perché andare avanti col payback non era più possibile. Riconosciamo che si sta facendo un grande sforzo e l’aver trovato 2 miliardi in più per il Fondo sanitario nazionale lancia un segnale importante in questo senso. Inoltre l’Italia sta diventando anche proinnovazione perché nella Legge di stabilità annunciata dal governo sono stati resi strutturali 500 milioni per i farmaci innovativi, a cui se ne aggiungono 500 per i farmaci oncologici. Abbiamo percorso un tratto di strada, sono sicuro che nei prossimi anni ne faremo ancora per tenere il passo con una scienza che avanza alla velocità della luce». ■ Giacomo Govoni


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Farmaci orfani, fari puntati su accesso e rimborsabilità Attesi a una crescita doppia rispetto al mercato farmaceutico totale, i medicinali per le malattie rare sono uno degli ambiti sanitari su cui ricerca e formazione italiane rappresentano un modello. Come spiega Domenica Taruscio ei sette prodotti farmaceutici sotto osservazione per il 2016, tre sono farmaci orfani ed entro il 2020 diventeranno blockbuster, ovvero campioni di vendite. È quanto si apprende leggendo il report annuale “Drug to watch” elaborato da Thomson Reuters, in linea con le prospettive di un mercato globale dei medicinali per il trattamento delle malattie rare stimato in ascesa fino a 178 miliardi di dollari, contro i 97 del 2014. «Per i farmaci orfani – spiega Domenica Taruscio, direttrice del Centro nazionale malattie rare - si prevede una crescita due volte più veloce rispetto al mercato farmaceutico totale». Terapie innovative per le malattie rare. Quali i passi avanti compiuti per favorirne l’accesso ai pazienti? «Molti i risultati raggiunti. Nel triennio 2012-2015 l’Ema, l’agenzia europea per i medicinali, ha approvato 57 nuovi farmaci orfani, di cui 15 nel 2015: 6 antitumorali, 5 per tratto alimentare e metabolismo, 2 per sistema nervoso, uno oſtalmologico e uno antimicotico. Delle 5 terapie avanzate autorizzate per patologie rare, 3 sono state sviluppate in Italia o da gruppi italiani. Inoltre, l’Aifa sta proponendo provvedimenti per accelerare la disponibilità e l’accesso ai farmaci orfani. Ad esempio, ha ridotto da 180 a 100 giorni il termine per la comunicazione su classificazione e rimborsabilità da parte del Ssn e ha previsto tutele economiche per i titolari di farmaci orfani esclusi dal ripiano in caso di sfondamento del tetto della spesa ospedaliera».

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Domenica Taruscio, direttrice del Centro nazionale malattie rare

Da circa 15 anni il Registro nazionale malattie rare delinea i perimetri delle varie patologie e aiuta a programmarne gli interventi di supporto. Secondo quale sistema di sorveglianza opera? «Il Registro nazionale delle malattie rare è il nodo di raccordo della Rete nazionale malattie rare. Sulla base dell’accordo Stato-Regioni del 2007, riceve periodicamente un set condiviso di dati dai registri regionali/interregionali, alimentati dai presidi del Ssn, identificati formalmente dalle Regioni per la loro competenza nella diagnosi e nel trattamento delle malattie rare». Quali mosse state studiando per rafforzarne l’implementazione? «Il Rnmr è inserito in iniziative europee di rilievo, alcune delle quali volte all’implementazione della rete come gli European reference networks, ed è collegato a progetti come RD-Connect, Epirare e Bridge-Health,

centrali per il settore dei registri». Da pochi mesi 110 nuove malattie rare sono state inserite nei Lea. Quali effetti avrà questo provvedimento? «Oltre ad aggiornare le malattie rare e le malattie croniche con diritto all’esenzione, il provvedimento rivede il nomenclatore delle cure specialistiche ambulatoriali e le prestazioni di genetica, introduce le prestazioni per la procreazione medicalmente assistita e per lo screening neonatale esteso a carico del Ssn. Garantisce inoltre un sistema di verifica per l’uniformità dei Lea in tutte le Regioni mediante una Commissione nazionale ad hoc che ne monitorerà l’attuazione, definendo gli standard e le stime dei costi. All’aggiornamento dei Lea è legato un potenziamento uniforme di attività territoriali per i malati rari in tema di continuità assistenziale, telemedicina e assistenza domiciliare integrata».

Sul versante della formazione, quali sono le attività rivolte ai professionisti per sviluppare conoscenze sui temi delle malattie rare? «Formare in sanità significa promuovere l’empowerment a diversi livelli. Da anni il Centro nazionale malattie rare, unitamente a percorsi formativi su temi quali il sospetto diagnostico nelle malattie rare o la prevenzione primaria, progetta e sperimenta modelli di intervento formativo, con metodi didattici interattivi per professionisti, pazienti e familiari, in collaborazione con istituzioni e associazioni di pazienti. Importanti iniziative di formazione sono previste nell’ambito di “ReMaRe. Orientare e fare rete nelle malattie rare”, accordo di collaborazione con FedersanitàAnci, il cui bando di sponsorizzazione è disponibile nel nostro sito». ■ Giacomo Govoni

Anomalie vascolari, arriva il vademecum n prontuario per accrescere la conoscenza delle malattie vascolari, consigliare strategie per affrontarla e orientare ai centri che possano garantire percorsi di cura. Si intitola “Le anomalie vascolari. Vademecum conoscitivo della patologia e suo trattamento” il libretto informativo nato dalla collaborazione tra Centro nazionale malattie rare, Fondazione Alessandra Bisceglia e l’ILA - Associazione italiana angiodisplasie ed emangiomi infantili – presentato a inizio ottobre presso il Ministero della Salute. Curato dal professor Cosmoferruccio De Stefano, direttore del comitato scientifico della fondazione Bisceglia, si tratta di opuscolo che per la prima volta passa in rassegna tutti i nodi, scientifici, sanitari e sociali connessi a queste patologie, in gran parte sconosciute. «Questo documento – spiega Domenica Taruscio – è stato pubblicato nell’ambito della collaborazione tra istituzioni e associazioni di pazienti, cui il nostro centro nazionale si dedica da anni.

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Rappresenta un vademecum utile sia alla popolazione generale che agli operatori sanitari per fare chiarezza su un gruppo di patologie che spesso presenta difficoltà di diagnosi e un’oggettiva complessità per ciò che riguarda l’assistenza socio-sanitaria».


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Start-up innovative

La nuova sanità è digitale Una innovativa piattaforma web semplifica la sanità favorendo la nascita di un network di specialisti, strutture sanitarie, pazienti e associazioni. Il fondatore Claudio Piccarreta ci racconta la start-up innovativa Plusimple uando i dubbi sulla nostra salute ci perseguitano o, semplicemente, desideriamo approfondire alcuni aspetti di una patologia di cui soffriamo, interpelliamo sempre meno il nostro medico di riferimento e, soprattutto, non lo facciamo nelle modalità tradizionali, che non sono certo mandare un messaggio su What’s App o una chat di Facebook. Molto spesso ci sediamo alla nostra scrivania, accendiamo il computer e cominciamo ad interrogare il web, sperando che possa fornirci risposte rapide, qualificate e affidabili, in grado di rassicurarci una volta per tutte. È da queste premesse che nasce la Digital Health, una sanità che cerca di rispondere alle esigenze di cittadini sempre più consapevoli, che hanno cambiato definitivamente le modalità di comunicazione con i loro interlocutori: se desiderano un parere medico, in tanti scrivono a community di professionisti sanitari e pazienti con patologie simili. Ma in un quadro così mutevole e in continua trasformazione, si rende sempre più necessaria l’utilizzo di strumenti adatti e che apportino vantaggi per tutti, che funga da raccordo fra medico e paziente: così facendo, il professionista eviterà una vera e propria invasione della propria sfera privata, con persone che gli chiedono l’amicizia su Facebook o commentano le sue

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Il Ceo Founder di Plusimple Claudio Piccarretta www.plusimple.com

foto delle vacanze con richieste di consulenze mirate; il cittadino, d’altro canto, potrà vedere esaudite le sue richieste d’ascolto, senza perdersi nei meandri del web o in canali non accreditati. «I cittadini italiani sono sempre più desiderosi di “cure connesse” – dichiara Claudio Piccarreta, amministratore delegato di Plusimple, una start-up innovativa che opera nell’ambito della sanità digitale –. È accertato che l’85 per cento di noi cerca informazioni di carattere sanitario sul web e spesso si comunica con il proprio medico online: la piattaforma web che il team di Plusimple ha progettato e reso operativa permette al paziente di semplificare il rapporto con la propria salute e offre al professionista un utile strumento per interagire in modo più efficace con pazienti e colleghi». La rete della sanità digitale viene così intrecciata passo dopo passo, con un’esperienza molto più performante sia a livello qualitativo che tempistico. «Noi di Plusimple raccogliamo in un unico luogo tutti gli stakeholders della salute: pazienti che presentano esigenze simili, associazioni di pazienti, professionisti e strutture sanitarie vengono coinvolti in community ad hoc dove il confronto ha una precisa finalità terapeutica -continua Piccarreta-. Le informazioni veicolate devono essere utili e certificate, a tutela sia dei pazienti che degli operatori sanitari». Una piattaforma del genere permette ai medici, ma anche alle strutture sanitarie stesse, di ottenere una maggiore visibilità delle loro competenze specifiche, condividere con i pazienti i servizi offerti e intraprendere insieme un percorso di cura che va ben oltre il momento della visita in ambulatorio o in reparto. «Grazie a Plusimple, il paziente è seguito passo passo nel suo “health continuum”, dal momento in cui cerca l’informazione sul web alla condivisione di informazioni nel post visita - conclude Claudio Piccarreta -. Il nostro progetto ci sta dando molte soddisfazioni e riconoscimenti, fra i quali la finale della StarCup

Lombardia, il premio Switch2Product del Politecnico di Milano, un investimento da parte dell’AMT Services e novità dell’ultimo mese, l’incubazione nell’Incubatore d’impresa ZCube Open Accelerator della Zambon Pharma. Attualmente tale strumento viene utilizzato in alcune realtà sanitarie che spaziano da alcuni reparti ospedalieri di Radioterapia, di Reumatologia, sino a centri polispecialistici, ed affianchiamo alcune associazioni nazionali di pazienti come la FEDEMO (Associazioni Emofilici), l’AICCA (Cardiopatici Congeniti), l’APMAR (Malattie Reumatiche) ed altre ancora. Inoltre, abbiamo iniziato a collaborare con Aliser, società di forniture medicali da anni impegnata nella ricerca di soluzioni per migliorare la qualità della vita e creare valore per le persone, le comunità e le aziende. Il nostro partner ha visto in noi la soluzione digitale ricercata da tempo in tante realtà sanitarie, sia pubbliche che private, in quanto la nostra piattaforma potrebbe contribuire a ridurre sensibilmente i costi, migliorare l’esperienza dei pazienti e l’attività degli specialisti, favorendo così il futuro della sanità tramite il digitale».il futuro della telemedicina». ■ Sara Corno

Sanità e pazienti nell’era del web, il futuro è già qui Come cambia il rapporto medico/paziente nell’era del web? Il 74 per cento degli utenti internet è coinvolto sui social media. L’80 per cento di questi utenti cerca informazioni mediche e quasi la metà cerca informazioni su uno specifico medico o professionista sanitario (Fonte: PewResearch). Il 30 per cento degli adulti ha probabilità di condividere informazioni sulla propria salute sui social media con altri pazienti, il 47 per cento con i medici, il 43 per cento con gli ospedali, il 38 per cento con una compagnia assicurativa e il 38 per cento con una casa farmaceutica (Fonte: Fluency Media). Consapevoli di queste premesse, Plusimple e Aliser puntano ad offrire a professionisti e centri sanitari uno strumento che favorisca la globalizzazione della sanità.

“HEALTH CONTINUUM”

Grazie a Plusimple, il paziente è seguito passo passo dal momento in cui cerca l’informazione sul web al rapporto post visita.


Osservatorio medico - scientifico Pag. 9 • Gennaio 2017

Un’app per il buon uso dei farmaci La tecnologia di ultima generazione si mette al servizio di pazienti e caregiver mettendoli in contatto con farmacisti e medici. Davide Sirago presenta il sistema Carepy che permette di eliminare lo spreco, anche di denaro pubblico, e di monitorare l’aderenza terapeutica l problema della gestione dei far- attraverso un’applicazione per smarmaci in casa e la difficoltà nel se- tphone e tablet, connessa a un database di guire in maniera corretta le terapie oltre 1 milione di medicinali e disponibile sui principali marketplace digitali, sono molto diffusi nelle famiglie, destinata ai pazienti e ai loro familiari. soprattutto tra i malati cronici. L’app si interfaccia direttamente con il Spesso, infatti, ci si accorge di un farmaco scaduto o terminato proprio nel farmacista di fiducia, che gestisce le dimomento in cui è necessario assumerlo o sponibilità e l’approvvigionamento dei si acquista un medicinale già presente in farmaci, e con il medico curante che concasa semplicemente perché non si ha trolla in corso d’opera le terapie e l’adesotto controllo lo stato della propria di- renza terapeutica. Il medico gestisce le prescrizioni e i piani terapeutici del paspensa dei farmaci. Su questa riflessione, di cui tutti prima o poi hanno un’espe- ziente tramite l’applicativo Carepy Med, rienza diretta, si basa l’idea su cui poggia monitorando il ciclo di cura e adattando l’innovativa startup Carepy Srl, nata a le terapie alle esigenze del paziente. Durante l’atto di venfine settembre del dita dei medici2014 da un’idea di COME FUNZIONA nali, il farmacista Davide Sirago, Luigi – tramite il geBrigida e Alessio stionale Carepy Germinario. Il team Pharma – inseriha creato Carepy, sce tramite lo una soluzione inforscanner ottico i matica che mira al farmaci acquistati miglioramento della ed eventualmente qualità della vita dei le terapie assomalati e di chi li assiste, aumentando l’aderenza terapeutica ciate direttamente nell’account Carepy e diminuendo i costi per il Sistema Sani- del cliente, che riceve in tempo reale i tario Nazionale. «La spesa per i farmaci in dati di farmaci e terapie nella cassetta Italia si attesta sui 27 miliardi di Euro virtuale sul proprio smartphone. L’applil’anno – premette Sirago –, di cui il 75 per cazione ricorderà all’utente quando ascento a carico del Servizio Sanitario Na- sumere i medicinali o quando ricordare zionale, mentre i farmaci rilasciati in far- l’assunzione ad altre persone e avvertirà macia e auto-somministrati rappresen- della scadenza dei propri farmaci e delle tano il 12 per cento della spesa sanitaria confezioni terminate o in procinto di tercomplessiva. Lo stato di sostanziale “au- minare». Carepy crea quindi un canale diretto e togestione” di molti farmaci (in particocontinuativo tra il farmacista e i propri lare quelli a uso cronico) impatta negativamente sull’aderenza terapeutica: in clienti «che significa fidelizzazione – conItalia, infatti, un malato cronico su due tinua Sirago –, promozione e statistiche. Inoltre, coinvolgendo medico curante e non segue adeguatamente i propri piani caregiver, il servizio permette un’adeterapeutici, saltando e confondendo le assunzioni prescritte dal medico o assu- renza terapeutica fedele alle prescrimendo dosaggi sbagliati. Questo provoca zioni». delle gravi conseguenze sullo stato di sa- L’applicazione gratuita è attualmente utilute dei pazienti, che in seguito necessi- lizzata da migliaia di persone di tutte le tano di interventi di recupero più lunghi età, mentre, allo stesso tempo, un gran e costosi (come per esempio visite pronto numero di farmacie in tutto il territorio soccorso, ricoveri d’urgenza, ecc.), au- nazionale già offre il servizio di supporto mentando così la spesa sanitaria nazio- completo ai propri clienti. «Recentenale e generando uno spreco pari ad 1/7 mente, Carepy è stato promosso da alcune associazioni di categoria territoriali, di tutta la spesa». Il sistema Carepy nasce per soddisfare come Federfarma Bat, e dall’innovativo consorzio UniNetFarma, nato dalla collaun bisogno reale che grava su pazienti, medici e sullo Stato stesso. «Il sistema – borazione di Unifarma, FarmaUniti e Farspiega Sirago – gestisce farmaci e terapie macie Comunali Torino, che lo utilizza

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L’app si interfaccia direttamente con il farmacista di fiducia e con il medico curante che controlla le terapie

come servizio digitale di punta all’interno delle farmacie della rete Experta. Lo scorso 20 settembre in Quirinale, poi, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha conferito a Carepy la massima onorificenza italiana nel campo dell’innovazione, il Premio dei Premi dell’Innovazione 2016». ■ Renato Ferretti Carepy ha sede a Bari - www.carepy.com

Una squadra di innovatori I soci fondatori di Carepy Srl hanno conseguito la laurea magistrale in informatica e in particolare, Davide Sirago, Ceo del progetto, ha acquisito competenze nell’ambito project management, social media marketing, mobile development nel settore smart city, maturate durante il progetto finanziato “Spesa Utile Plus”, vincitore del bando PONRec “Smart Cities and Social Innovation”, indetto dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Luigi Brigida, Cto di Carepy, ha acquisito competenze nell’ambito del Back-end Developer, Java development maturate durante il progetto finanziato “Spesa Utile Plus”. Le competenze di Alessio Germinario, mobile developer del sistema, riguardano non solo l’ambito del mobile, ma anche del graphic design: tutte sviluppate durante esperienze lavorative in aziende informatiche come Exprivia.


Medicale, novità e congressi Dalla stampa 3D ai big data, Arab Health, la più grande manifestazione fieristica e più importante congresso nel settore sanitario nel Middle East, seconda a livello mondiale, si prepara all’edizione numero 42 rab Health, che dal 1975 rappresenta uno dei punti di riferimento principali per le aziende operanti nel settore medicale nell’area del Middle East e Nord Africa, è un evento espositivo e congressuale universalmente riconosciuto tra i più influenti, in programma presso il Dubai International Convention Centre dal 30 gennaio al 2 febbraio 2017. Aziende produttrici, distributori e buyer incontrano la comunità medicale e scientifica del Medio Oriente e non solo, per ampliare la propria rete di contatti e stabilire nuove partnership commerciali, sfruttando una delle piattaforme internazionali più accreditate tra i professionisti del medicale. Giunta alla 42esima edizione, Arab Health nel 2016 ha registrato oltre 4.100 espositori da più di 60 Paesi e 101.000 operatori del settore da tutto il mondo in qualità di visitatori; 35 le partecipazioni collettive internazionali. Per il 2017 si attendono 120mila visitatori, oltre 4400 espositori (5 per cento in più della scorsa edizione) da 70 Stati del mondo e 38 cluster Paese che esporranno i principali progressi ottenuti in campo sanitario. La manifestazione aggiorna i visitatori sulle ultime novità in materia di tecnologie e attrezzature mediche, innovazione sanitaria, prodotti, dispositivi e servizi per la diagnostica e la cura,

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apparecchiature e trattamenti per riabilitazione e fisioterapia. Il Congresso Arab Health è l’occasione per i professionisti di frequentare 14 conferenze che permettono di acquisire crediti formativi per l’Educazione continua in medicina (ECM), condividendo differenti esperienze, visioni, modelli e punti di vista. Le conferenze, alle quali partecipano oltre 13mila delegati provenienti da tutto il mondo e relatori di calibro internazionale, toccano un ampio spettro di discipline e tematiche: dall’oncologia alla pediatria, dalla radiologia alla chirurgia e all’ortopedia; dalla gestione della qualità alla medicina d’emergenza; dalla nutrizione e benessere alla medicina preventiva fino alla sanità pubblica e alla responsabilizzazione della forza lavoro. Tra gli appuntamenti più attesi ci sarà il convegno dedicato all’importanza strategica del ruolo dei big data in sa-

ARAB HEALTH

Aziende produttrici, distributori e buyer incontrano la comunità medicale e scientifica del Medio Oriente e non solo, per ampliare la propria rete di contatti


Osservatorio medico - scientifico Pag. 11 • Gennaio 2017

nità: la sfida per l’industria sanitaria, soprattutto nel Middle East dove il comparto continuerà a crescere di valore nel corso dei prossimi anni, non sarà solo quella di riuscire a raccogliere i dati nel modo più efficace possibile ma soprattutto quella di analizzarli e interpretarli per il benessere della popolazione e la cura dei pa-

zienti. La 3D Medical Printing Zone, lanciata nel corso dell’edizione 2016 della fiera, si profila come un’esperienza ancora più interessante e formativa, con le aziende pioniere del campo che illustrano i progressi delle innovazioni che stanno rivoluzionando la pratica medica. Anche una delle conferenze è rivolta

agli sviluppi dell’alleanza tra stampa 3D e medicina. Da segnalare, inoltre, l’appuntamento con la conferenza “Leaders in Healthcare”, quest’anno dedicata all’automazione, con il ruolo sempre più importante assunto dai droni, dalla robotica e dalla già citata stampa 3D. Arab Health mette a disposizione degli

addetti ai lavori l’opportunità di provare con mano le ultime frontiere tecnologiche in speciali moduli Hands-on-Training. L’evento MEDLAB, fiera dedicata alle attrezzature da laboratorio, si terrà, separatamente dalla fiera di Arab Health, dal 6 al 9 febbraio 2017. ■ Leonardo Testi


Osservatorio medico - scientifico Gennaio 2017 • Pag. 12

Tecnologia e ricerca

La medicina del futuro L’applicazione di nuove tecnologie nel campo sanitario sta generando una nuova categoria di dispositivi elettromedicali in grado di migliorare i tempi di recupero dai traumi e dalle patologie. Il punto dell’ingegner Gianantonio Pozzato ecnologie capaci di dimezzare i tempi di recupero postoperatorio, di ridurre l’uso di farmaci e di abbattere i giorni di ospedalizzazione. Riuscire a limitare i costi sanitari in periodo di spending review rappresenta un’ottima opportunità, in particolare, per le aziende ospedaliere alle prese con periodi di degenza lunghi e dispendiosi. Ma la tecnologia futuristica già presente sul mercato rende possibile, inoltre, la rigenerazione di tessuti biologici traumatizzati in circa due mesi o il ringiovanimento della pelle dovuto alla perdita di collagene e di elastina. È la medicina del futuro ma è già uscita dai laboratori per trovare applicazione in

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NUOVE FRONTIERE

Con i bisturi a Risonanza Quantica Molecolare l’energia trasferita si traduce solo in minima parte in innalzamento termico

ogni ambito sanitario: dalla chirurgia alla fisioterapia fino alla medicina estetica. I primi studi risalgono ai primi anni Novanta, quando l’applicazione della tecnologia risonanza quantica molecolare all’ambito chirurgico ha dato vita a un bisturi totalmente innovativo: «A differenza dei più tradizionali elettro e radiobisturi, che basano il proprio principio di funzionamento su un mero trasferimento di energia termica, i bisturi a Risonanza Quantica Molecolare impiegano uno spettro di frequenze tale per cui l’energia trasferita si traduce solo in minima parte in innalzamento termico» spiega l’ingegnere Gianantonio Pozzato, amministratore delegato di Telea Electronic Engineering Srl – Telea Medical, azienda moderna e in rapida crescita la cui attività principale consiste nella ricerca, progettazione, produzione e vendita di dispositivi elettromedicali. «Il bisturi QMR permette di ottenere un taglio estremamente preciso e delicato. La temperatura sul tessuto limitrofo al taglio non supera i 45°C e ciò offre la possibilità, da un lato di operare avvicinandosi alle terminazioni nervose senza il rischio di distruggerle, dall’altro di ridurre i tempi di degenza e l’utilizzo di farmaci, dal momento che il recupero postoperatorio è notevolmente ridotto». Il dispositivo è utile e viene utilizzato in tutte le specialità chirurgiche: in neurochirurgia, otorino, maxillo, chirurgia pediatrica, chirurgia plastica e altre ancora. «In fisioterapia stiamo proponendo, inoltre, un nuovo dispositivo medico denominato Q-Physio. Il dispositivo ha ottenuto eccellenti risultati in tutte le patologie muscoloscheletriche e viene utilizzato prevalentemente da medici e fisioterapisti. Il principio è quello di stimolare l’or-

Sicurezza Biologica Telea Medical dà molta importanza alla sicurezza biologica delle proprie apparecchiature perché ritiene che la condizione necessaria per l’immissione nel mercato di nuovi dispositivi elettromedicali sia la consapevolezza e la sicurezza che questa “macchine” non creino problemi al paziente. Ci sono molte malattie per le quali non si conosce ancora la causa scatenante ed e quindi è molto importante verificare, a livello cellulare, che le energie trasmesse al corpo umano non inneschino processi biologici di particolare gravità. Telea Medical, per questi motivi, ha sottoposto la propria tecnologia a test condotti con Università e laboratori di ricerca qualificati sui cromosomi,

ganismo a curarsi attivando i meccanismi di rigenerazione. Il dispositivo agisce sulle cellule staminali adulte attivandole e orientandole alla produzione di tessuti nuovi». Il Q-Physio si è dimostrato estremamente efficace nel trattamento di patologie quali i traumi muscolari (contratture, stiramenti e strappi); tendinopatie, pubalgie, periartriti scapolo-omerale, lombalgie, nevralgie, contusioni e distorsioni articolari, ernie discali e artrosi. «Q-Physio agisce come potente e locale antinfiammatorio nell’immediato e a breve-medio termine stimola la rigenerazione del tessuto leso, processo fondamentale per la guarigione del paziente. La rigenerazione del tessuto traumatizzato avverrà in circa due mesi» spiega ancora l’ingegner

Prospettive Prospettive Telea Electronic Engineering Srl, in collaborazione con il Policlinico Gemelli e l’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma, sta sperimentando la tecnologia Risonanza Quantica Molecolare in un’applicazione particolarmente avanzata nel settore delle Biotecnologie. Si tratta di rigenerare veri e propri organi lesi, che vengono poi impiantati chirurgicamente in pazienti bisognosi. Ad esempio, gli studi attualmente in corso

mirano e ricreare, utilizzando cellule staminali del paziente stesso, un intero esofago (o, eventualmente parte di esso) che necessita essere sostituito. Pazienti oncologici o bambini che si trovano nella necessità di un trapianto a causa di ingestione accidentale di liquidi corrosivi (es. acidi), potrebbero beneficiarne enormemente. Altri organi quali, vescica, intestino e diaframma sono inoltre interessanti futuri candidati.

L’ingegnere Gianantonio Pozzato, amministratore delegato di Telea Electronic Engineering, Sandrigo (Vi) - www.teleamedical.com

sull’apoptosi, sulle proteine, e per verificare in maniera più approfondita ha eseguito test sui geni, provando che la QMR non produce danni cellulari. Dai risultati di questi test si è evidenziata la sicurezza biologica della tecnologia QMR e quindi dei propri dispositivi medici e si è dimostrata a livello scientifico la Rigenerazione Tissutale.

Pozzato, che ci tiene a sottolineare come la ricerca volta allo sviluppo di nuove tecnologie in ambito sanitario non si sia mai arrestata: «Il progetto di utilizzare la Risonanza Quantica Molecolare in medicina estetica attraverso lo sviluppo del Rexon-age, ed adesso della sua evoluzione, Rexon-age 2, nasce da un intenso lavoro di ricerca scientifica, svolta all’interno dell’azienda e in stretta collaborazione col dipartimento di fisiologia e anatomia umana dell’università di Padova. Il dispositivo agisce sulle cellule staminali responsabili della produzione di collagene ed elastina, stimolandone l’attività; il risultato si traduce in una pelle più tonica, elastica, liscia (migliorandone la texture cutanea) e luminosa. In sintesi, con la terapia Rexon-age 2 si persegue un vero e proprio ringiovanimento cutaneo. La terapia non è rivolta solo al viso ma possono beneficiarne anche altri importanti distretti corporei quali l’addome, l’interno coscia e gli avambracci. Ottimi risultati si ottengono inoltre nel trattamento dell’acne e della cellulite di primo e secondo grado. La terapia col Rexon-age 2 è assolutamente non invasiva e non provoca alcun dolore, bensì una piacevole sensazione di calore e benessere. La durata media di un trattamento dipende dall’ampiezza dell’area trattata e indicativamente un trattamento viso e collo richiede intorno ai quaranta minuti. ■ Luana Costa


Osservatorio medico - scientifico Pag. 13 • Gennaio 2017

Un polo d’eccellenza per i prodotti elettromedicali Grazie a piccole realtà presenti sul territorio, l’Italia si distingue, a livello mondiale, per l’innovazione e la qualità dei prodotti elettromedicali. L’esempio della Flaem

avorare nel campo della ricerca elettromedicale, in Italia, è difficoltoso. La mancanza di supporto finanziario pubblico verso tutti i professionisti del settore biomedicale crea una sfavorevole base di partenza. Nonostante ciò, nella nostra penisola sorge il secondo polo biomedicale più importante al mondo. Dopo il distretto di Minneapolis, negli Usa, l’Italia può vantare numerose aziende che producono dispositivi medici d’eccellenza. La vera forza di queste realtà è l’essersi specializzate in specifici campi, sviluppando al massimo le potenzialità commerciali e mediche dei propri prodotti. Una strategia vincente visti i successi dell’industria biomedicale italiana in tutto il mondo. Ne parliamo con Luigi Carani, direttore commerciale della Business Unit Prodotti Medicali di Flaem Spa, azienda bresciana tra le migliori del settore. Quando nasce e a chi si rivolge la Flaem? «Nasciamo nel 1966 come azienda medicale. Dopo vent’anni, decidiamo, però, di aggiungere un’altra

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business unit, specializzata nella produzione di apparecchi per il sottovuoto domestico. Data la diversa fattispecie di questi prodotti, ci rivolgiamo a due pubblici differenti. Nel caso di strumenti medicali, i nostri principali clienti sono: le farmacie, aziende farmaceutiche che distribuiscono le nostre apparecchiature con il proprio marchio, grandi aziende che si occupano di terapie domiciliari e, infine, gli ospedali. Nel secondo caso, si tratta di vendita attraverso la Grande Distribuzione Organizzata». L’attività di ricerca è il punto focale di aziende mediche come la vostra. Quanto incide questo nel vostro lavoro? «È fondamentale perché la Flaem sviluppa e progetta interamente tutti gli apparecchi elettromedicali che distribuisce. Il nostro lavoro di ricerca ci permette, inoltre, di monitorare l’intero processo produttivo, decidendo, pertanto, dove apportare modifiche e/o migliorie. I nostri prodotti devono essere di facile utilizzo per tutti. Basti pensare ai bambini che devono fare terapia con l’aerosol. Spesso, sono disturbati dal rumore della macchina. Il nostro team tecnico s’è impegnato a ridurre il livello di rumore degli apparecchi, minimizzando il disturbo».

Vi avvalete di consulenze specifiche nell’ideazione e progettazione delle apparecchiature? «Possiamo vantare la consulenza di pneumologi e specialisti di fama internazionale. Ciò ci ha permesso di migliorare prodotti già esistenti, rendendoli ottimamente fruibili. Siamo gli unici a produrre macchinari che tengono conto della eterogeneità del nostro apparato respiratorio. Distinguendo tra alte e basse vive respiratorie, siamo riusciti a creare, ad esempio, una linea di docce nasali – che non richiedono contemporaneamente l’utilizzo dell’aerosol – adatte per la pulizia delle cavità nasali e della rinofaringe». Cosa vi distingue, quindi, dalle altre aziende concorrenti? «Sicuramente la nostra filiera produttiva interamente made in Italy. Ogni nostro dispositivo viene fabbricato nella nostra sede vicino a Sirmione. Sono pochissime, infatti, le aziende che decidono di adottare una politica come la nostra. Molte delocalizzano la produzione in altri paesi europei, molte altre si affidano alla manodopera cinese. Queste ultime sono concorrenziali sul piano dei prezzi, ma non sulla qualità. In tal proposito, è opportuno citare il tasso di affidabilità dei nostri apparecchi. Solo lo 0,3 per cento dell’intera produzione annua rientra in azienda per essere sostituito o riparato. Controllando, da vicino, l’andamento produttivo delle nostre apparecchiature, riusciamo a garantire i più alti standard qualitativi». Producendo principalmente dispositivi medici, che tipo di certificazioni possedete? «Le certificazioni sono il nostro fiore all’occhiello. Non solo sono garanzia di sicurezza per i clienti, ma attestano i nostri elevati standard produttivi. Rispettano la Direttiva Medicale Europea, sono autenticati dal marchio CE medicale e registrati regolarmente presso il Ministero della salute. Inoltre, i più importanti enti certificatori europei, come

la IMQ e la TÜV, riconoscono la conformità dei nostri prodotti. Produzione di qualità, piena soddisfazione del cliente, massimo confort e affidabilità nell’utilizzo delle apparecchiature sono i valori che da sempre ci caratterizzano. La produzione e distribuzione esclusiva, a livello mondiale, di innovativi brevetti, come l’aerosol a membrana vibrante per la nebulizzazione di corticosterodi, dimostra che la Flaem non smetterà mai di migliorarsi e che l’eccellenza è il suo marchio di fabbrica». ■ Albachiara Re

UN BUSINESS DI SUCCESSO Il core business dell’azienda è rappresentato dagli apparecchi aerosol e dalle docce nasali. La Flaem, però, ha una produzione variegata che riscuote successo sul mercato al pari dei prodotti leader. Tra questi, citiamo: la Flaem Pro Line, comprendente aspiratori chirurgici, dispositivi per la fisioterapia respiratoria e poi aerosol di classe più alta, utilizzati principalmente dagli ospedali in caso di patologie specifiche; e i prodotti health care, come i misuratori di pressione da braccio e termometri digitali, venduti principalmente ai clienti privati. L’azienda bresciana è, inoltre, distributore esclusivo per l’Italia dei prodotti della multinazionale Waterpik, colosso dell’igiene orale. La Flaem dispone, quindi, di una linea di docce orali ed efficaci idropulsori.

DOCCE PER CAVITÀ NASALI E RINOFARINGE

Siamo gli unici a produrre macchinari che tengono conto della eterogeneità del nostro apparato respiratorio. Questa linea è stata prodotta distinguendo tra alte e basse vive respiratorie

Luigi Carani, direttore commerciale della Flaem di San Martino della Battaglia (Bs) www.flaem.itt


Osservatorio medico - scientifico Pag. 15 • Gennaio 2017

La differenza tra dormire e riposare Con Davide Niccolai ci addentriamo tra i dettagli di un tema sempre più discusso, spiegando, con alcuni esempi, le possibilità ora disponibili grazie allo studio di tecnologie e materiali innovativi

l riposo vero e proprio, per come si può intenderlo da un punto di vista medicoscientifico, ha un impatto sulla salute ben maggiore di quanto normalmente si è portati a credere. La ricerca su tecnologie e materiali innovativi, in questo senso, ha portato a possibilità sempre più performanti con strumenti studiati non solo per chi è costretto a periodi di lunga degenza. Ne parliamo con Davide Niccolai, alla guida della Overbed di Poggibonsi (Si), azienda fondata con l’obiettivo di produrre materassi, reti e cuscini che siano di sostegno alla vita quotidiana. «I nostri prodotti – precisa Niccolai – nascono dalla collaborazione con specialisti nel campo medico, soprattutto in quello che riguarda lo studio della postura e

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del sistema muscoloscheletrico. Nel corso degli anni, grazie a questa crescente collaborazione, l’offerta Overbed si è fatta sempre più completa e all’avanguardia, con materassi e cuscini antidecubito certificati “Dispositivo Medico” e con la progettazione e produzione interna di lettini e apparecchiature per uso specialistico. Grazie a questi prodotti ci siamo affacciati con buoni risultati anche al mercato europeo. Il continuo studio dei materiali, della lavorazione, l’attenzione alle necessità dei nostri clienti e i loro feedback ci consentono di ampliare sempre il catalogo e la visibilità a livello italiano, grazie alla nostra presenza in numerose ortopedie, sanitarie e centri specializzati da Trento a Palermo». L’operato si avvale della continua consulenza di personale medico «e impegniamo parte delle nostre risorse nella continua ricerca di nuove tecnologie – continua Nic-

IL VISCOELASTICO

Questo materiale, già usato dall’industria aerospaziale, è in grado di automodellarsi attraverso l’azione termica del corpo

colai –. Essendo i nostri prodotti dispositivi medici CE godono, in quanto tali, della detraibilità del 19 per cento dalla dichiarazione dei redditi. Overbed dispone inoltre di una divisione “Ortopedie e sanitarie”, di una divisione “Lettini Specialistici”, di una divisione “Contract” che si occupa di realizzazioni e forniture a strutture ricettive di ogni genere: tendaggi, biancheria, copriletto, materassi ignifughi, reti letto, che presentano le caratteristiche normative previste dalla Legge classe 1IM e di un reparto “Sistemi Riposo”, dove anche il privato può acquistare a prezzi di fabbrica». I fiori all’occhiello della Overbed restano i materassi e i cuscini, i quali hanno ottenuto diverse certificazioni che ne attestano l’alta qualità. «Un esempio – spiega Niccolai – è il materasso Fisio, dispositivo medico nato specificamente per chi soffre di ernia al disco o di patologie alla colonna vertebrale, che nel corso del tempo ha dimostrato la sua efficacia anche con persone che necessitano di un materasso antidecubito e con professionisti sportivi che cercano un prodotto per facilitare il recupero muscolare dopo prestazioni agonistiche. Si tratta di un materasso anatomico costruito con materiale viscoelastico termosensibile e poliuretano espanso, trattato completamente senza cfc (clorofluorocarburi) e con l’impiego di acqua e aria senza espandenti nocivi. Il viscoelastico è un materiale già sperimentato dall’industria aerospaziale: è in grado di automodellarsi attraverso l’azione termica del corpo, si adatta millimetricamente alle curve fisiologiche di ogni perso-

na e distribuisce il peso uniformemente, evitando che alcune parti del corpo ne siano gravate eccesivamente. Grazie alle sue caratteristiche, il viscoelastico ritorna sempre alla sua forma originaria, anche a seguito di compressioni gravose e di lunga durata. Il materasso Fisio è certificato antidecubito da Ergocert e ha un bordo perimetrale in poliuretano espanso ad alta densità studiato per evitare scivola-

menti da seduti nelle zone periferiche. La sua struttura molto traspirante, termoregolatrice e soprattutto in grado di modellarsi al fisico della persona, distribuendo in maniera uniforme il peso e azzerando i picchi di pressione sul corpo, lo rendono un materasso ideale ad ogni tipo di peso, età e corporatura di chi sceglie di iniziare a provare la differenza tra dormire e risposare». ■ Renato Ferretti

Sitwell, sedersi bene aiuta a stare in forma Davide Niccolai, titolare della Overbed, porta l’esempio del cuscino Sitwell, prodotto dall’azienda toscana. «Quando siamo seduti – spiega Niccolai – avviene un blocco dell’osso sacro e una tensione lungo la spina dorsale. L’osso sacro e il coccige sono parti essenziali del meccanismo di pompa che fa circolare il liquido cerebro-spinale lungo la spina e attorno al cervello. Questa pompa, grazie al cuscino Sitwell, rimane libera ed è immediata la sensazione di liberazione e allentamento della pressione. La seduta sul cuscino Sitwell, quindi, tende a restituire alla colonna vertebrale la postura corretta affinché sia più probabile evitare situazioni di dolore. L’interno del cuscino è costituito da tecnopolimero espanso a cellule aperte caratterizzato da una densità adatta allo scopo. Si tratta di un materiale speciale, assai costoso e di non facile reperibilità. La forma del cuscino, più alto dietro e più basso davanti, consente un cambiamento della postura del bacino tale da modificare la posizione della curva della schiena a livello lombare dando alla schiena un beneficio molto più efficace dei cuscini lombari in commercio attualmente».

Overbed ha sede a Poggibonsi (Si) - www.overbed.it


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Modelli virtuosi

Un’offerta più interattiva Cooperative di medici per assistere i pazienti cronici, riassetto dei presidi ospedalieri in un’ottica di integrazione territoriale, sistemi di autovalutazione per migliorare le prestazioni terapeutiche. Sono alcune soluzioni individuate da tre modelli regionali virtuosi del panorama nazionale per coniugare qualità e appropriatezza del servizio sanitario con il contenimento dei costi Le misure di revisione della spesa sanitaria imposte negli ultimi tempi dal livello centrale stanno impattando in maniera significativa sui sistemi territoriali. Nella riorganizzazione della vostra rete regionale, in quali scelte di “austerity” si sono tradotte? GIULIO GALLERA: «Regione Lombardia non ha voluto fare tagli lineari e si è concentrata nel rendere la spesa sanitaria più appropriata ai nuovi bisogni e nel rinnovare il sistema d’offerta. Attraverso una riforma del sistema sociosanitario lombardo che garantisca continuità delle cure e una presa in carico personalizzata del paziente, con riferimento particolare al paziente cronico. Oltre a un miglioramento della qualità di vita del paziente, abbiamo evidenze del fatto che con questo nuovo approccio si possano operare anche risparmi di spesa. Grazie infatti ad alcune sperimentazioni avviate in Lombardia come i Creg, Cronic related group con le Cooperative di medici di Medicina generale, si è determinata una riduzione significativa degli accessi in pronto soccorso e del tasso di ospedalizzazione nei pazienti». LUCA COLETTO: «Più che di contenimento di risorse parlerei di tagli lineari, decisi senza tener conto di sanità virtuose come Lombardia e Veneto. Un’ingiustizia che si potrebbe sanare con i costi standard, che il governo dovrebbe avere il coraggio di imporre in tutta Italia. Noi ce li siamo auto applicati, centralizzando in pratica tutti gli acquisti, spingendo sull’appropriatezza di prescrizioni e prestazioni in collaborazione coi medici, abbassando la spesa farmaceutica al di sotto della soglia nazionale, informatizzando gran parte del sistema. E non

solo: nelle scorse settimane abbiamo approvato una riforma sanitaria che riduce al minimo i costi amministrativi per trasferire risorse sulle cure, abbiamo ridotto le Ullss da 21 a 9, creato “Azienda Zero”, una struttura unica che sgraverà le Ullss da costi e impegno di personale. Prevediamo così di poter risparmiare altri 90 milioni di euro l’anno». STEFANIA SACCARDI: «La sanità è l’unico settore in cui il perseguimento della qualità dei servizi, specie nell’assistenza ospedaliera, non si contrappone a una strategia di contenimento dei costi, anzi. Grazie a un potente sistema di valutazione progettato assieme alla Scuola superiore sant’Anna di Pisa, la Regione misura la qualità e appropriatezza dei propri servizi erogati definendo gli obiettivi annuali di miglioramento delle aziende. I risultati sono significativi: per esempio, la percentuale di fratture del femore operate entro le 48 ore è passata dal

30 per cento del 2006 all’80 per cento nel 2016; in termini di appropriatezza, il tasso di prestazioni Rm muscolo scheletriche per gli anziani è pari a 16 prestazioni ogni mille residenti, migliore performance nazionale. I nostri dati di 5 anni dimostrano che laddove vi è una buona qualità e appropriatezza i costi sostenuti dalle aziende sono inferiori». I Lea, per il cui aggiornamento il Ministero ha appena istituito un’apposita commissione, sono tra i misuratori più attendibili dell’appropriatezza dei servizi sanitari regionali. Quali sono quelli garantiti dalla vostro tessuto sanitario e in quali aree si distingue in particolare? G.G. «Per Regione Lombardia il tema dell’appropriatezza è da molti anni elemento centrale del modello di sanità. In quest’ottica abbiamo lavorato sulla sensibilizzazione dei medici di Medicina generale col modello CReG, che lega la remunerazione del me-

Giulio Gallera,

Luca Coletto,

Stefania Saccardi,

assessore alla Sanità della Regione Lombardia

assessore alla Sanità della Regione Veneto

assessore alla Sanità della Regione Toscana

dico all’appropriatezza delle prescrizioni. La revisione del sistema d’offerta in un’ottica di qualità e sostenibilità non può prescindere dal miglioramento dell’appropriatezza prescrittiva ed erogativa. In particolare per quelle prestazioni diagnostiche caratterizzate da volumi di erogazione elevati». L.C. «Anche quest’anno il Ministero ha riconosciuto al Veneto di aver erogato completamente i Lea. È così da molti anni. La sanità veneta è tra le poche in Italia che, erogando tutte le prestazioni in essi previste rispetta la Costituzione, che sancisce il diritto universale alla salute. Niente da obiettare sull’ampliamento previsto nei nuovi Lea, ma ritengo che gli 800 milioni dedicati previsti dal Governo, compresi nei 2 miliardi di aumento del Fondo nazionale 2017, siano meno della metà di quanto sarà necessario spendere. Spero di sbagliarmi, altrimenti o si apre un nuovo buco nei bilanci o si rischia di non poter erogare quanto previsto». S.S. «Sicuramente tutti quelli previsti e monitorati annualmente dal Ministero della salute, sui quali la Toscana ha ottenuto quasi sempre la valutazione massima. La cosa che mi preme sottolineare è che c’è omogeneità su tutto il territorio regionale, nel senso che misurando gli indicatori previsti dai Lea nelle singole aziende toscane, troviamo valori molto vicini. Tra i migliori c’è l’assistenza ospedaliera, con tassi di ricovero appropriati ed esiti misurati da Agenas tramite il Pne. Nei Lea la Toscana include anche l’erogazione di alcuni dispositivi quali puntatori oculari per pazienti affetti da Sla, parrucche per pazienti con malattie oncologiche e farmaci per particolari categorie di malati, altrimenti a pagamento».


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Nell’ambito dei Piani regionali annuali e triennali che ogni Regione è chiamata a stilare, un tema caldo riguarda il riassetto della rete ospedaliera (e del personale). Come si sta aggiornando la mappa dell’offerta sanitaria toscana in questo senso? G.G. «Con l’attuazione della legge 23/2015 di riforma del sistema sociosanitario lombardo, la Regione sta ripensando in maniera globale la propria rete ospedaliera. Stiamo trasformando gli ospedali di comunità in presidi ospedalieri territoriali, cioè ospedali a bassa intensità di cura, e in presidi socio sanitari territoriali, luogo di accoglienza e di presa in carico per i nostri malati cronici, per le persone più fragili e per gli anziani. Pot e Presst sono la dimostrazione plastica di quel cambio culturale che passa “dalla cura al prendersi cura” del paziente, che vogliamo realizzare con la riforma per rispondere ai nuovi bisogni dei cittadini». L.C. «La nostra rete ospedaliera è organizzata, e lo sarà sempre di più, col sistema “a rete”, con ospedali hub e ospedali spoke fortemente integrati tra loro. Ciò consente di evitare sovrapposizioni di reparti e servizi, ridondanza di posti letto costosi e inutili e di offrire l’eccellenza su tutta la rete. Spingiamo molto anche sulle dotazioni tecnologiche moderne, che consentono diagnosi più accurate e cure più incisive e meno invasive per il malato. Così la gente deve stare sempre meno in ospedale e viene curata meglio. Il Veneto, per fare un esempio, è l’unica regione in Italia ad avere almeno un robot chirurgico Da Vinci in tutti gli ospedali hub». S.S. «La nuova programmazione ospedaliera è improntata a una logica di rete, prevedendo ruoli diversificati in relazione alla domanda espressa dalla popolazione delle singole zone, senza ricorrere alla lettura rigida di livello prospettata dalla classificazione degli ospedali del Dm 70/2015. Le funzioni dei singoli presidi di cura sono definite in base al loro apporto alla realizzazione dei percorsi di cura, grazie a una stretta interazione tra le unità operative specialistiche degli ospedali provinciali e dell'azienda ospedaliera con le unità operative degli ospedali di prossimità, in modo da assicu-

rare un elevato livello di qualità delle cure, evitando una mobilità non necessaria e riqualificando i presidi periferici». La migrazione sanitaria in Italia sviluppa un giro d’affari vicino a 4 miliardi di euro. Come viene coinvolta la vostra regione da questo fenomeno (in entrata e in uscita) e che ricadute genera nel saldo economico del sistema sanitario regionale? G.G. «Regione Lombardia ha lavorato in tutti i tavoli nazionali per cercare di garantire ai cittadini la libertà di curarsi dove desidera. La sanità privata rappresenta certamente un pilastro del sistema sanitario lombardo, eccellenza nel panorama nazionale. La Lombardia è la regione che ospita il maggior numero di Irccs, divenuti punto di riferimento per i tanti pazienti che provengono da tutte le zone d’Italia. È per questo motivo che la Lombardia ha un saldo attivo di mobilità molto alto che ha raggiunto negli anni una media di circa 500 milioni l’anno». L.C. «Da anni il Veneto fa attrazione, con un saldo attivo attorno ai 100 milioni l’anno. Significa che il nostro sistema è riconosciuto di qualità dai pazienti di tutta Italia, che vengono in tanti a curarsi da noi. A fronte di una migrazione così forte, il rovescio della medaglia è che in alcune parti d’Italia, paradossalmente quelle che spendono e sprecano di più, la gente non si sente curata al meglio». S.S. «Nel 2015 la Toscana ha registrato un saldo positivo di mobilità sanitaria di circa 150 milioni di euro. In particolare si segnala una notevole attrazione su discipline quali l’ortopedia, oculistica, endocrinologia e su alcuni centri di riferimento nazionale per l'alta specialistica fra cui la Aou Meyer per la pediatria e la Fondazione Monasterio per la cardiochirurgia. Tuttavia la Regione Toscana non ha l’obiettivo di sviluppare politiche di attrazione sanitaria, quanto piuttosto di ridurre le fughe dei cittadini toscani verso altre regioni; in questo senso mi preme evidenziare il calo significativo delle fughe per le patologie oncologiche, scese nel periodo 2009/2013 dal 7 per cento al 4,6 per cento». ■ Giacomo Govoni


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Offerta sanitaria

Trasparenza e sostenibilità La sicurezza delle cure diventa parte integrante del diritto alla salute. Da qui l’esigenza di mettere in rete le buone pratiche cliniche e assistenziali. Francesco Bevere, direttore generale di Agenas, sulle prossime sfide che attendono il Ssn

Francesco Bevere, direttore generale di Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali)

ai fattori economici a quelli legislativi, la medicina difensiva da anni rappresenta una delle criticità del Ssn, in grado di influire non solo sulla spesa sanitaria e farmaceutica ma anche sul rapporto medico-paziente. Il ddl Gelli sulla responsabilità penale e civile dei medici sta per completare il suo iter di approvazione; chiediamo un commento a Francesco Bevere, direttore generale di Agenas (Agenzia nazionale per i Servizi sanitari regionali), al fianco di Ministero e Regioni con la centrale funzione di monitoraggio delle buone pratiche per la sicurezza delle cure. Cosa cambia con la riforma sulla responsabilità professionale? «Il disegno di legge attualmente in discussione ha certamente una rilevanza strategica. Lo scopo è anche quello di fornire una risposta a due fenomeni tra di loro correlati, quali l’incremento significativo del contenzioso medico-legale e il conseguente ricorso alla cosiddetta medicina difensiva, che di fatto negli ultimi anni hanno contribuito a minare la sostenibilità del nostro sistema sanitario e al contempo la credibilità e la reputazione del personale sanitario. Per incidere su questi comportamenti, uno strumento individuato dal provvedimento è la razionalizzazione del patrimonio di linee guida esistenti, che andrà di pari passo con la costruzione di direttive e raccomandazioni che definiscano modelli di intervento omogenei e condivisi con il coinvolgimento dei medici e del personale sanitario attraverso le società scientifiche. A ciò si aggiunga la previsione dell’istituzione, presso Agenas, dell”Osservatorio nazionale delle buone pratiche e sulla sicurezza in sanità”, che si pone

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in perfetta sintonia con quanto sino ad oggi attribuito all’Agenzia e attuato dalla stessa in tema di sicurezza dei pazienti, buone pratiche e gestione del rischio clinico». Come funzionerà l’Osservatorio? «Il legislatore ha inteso concepire un Osservatorio dove confluiscano, grazie a un sistema di rete, tutti i dati regionali relativi agli errori sanitari nonché alle cause, all'entità, alla frequenza e all’onere finanziario del contenzioso al fine di condurre all’unitarietà le varie fonti informative, sia in tema di buone pratiche che di rischio sanitario e sicurezza dei pazienti e attuare anche in questo campo un sistema di monitoraggio efficace e strumentale agli obiettivi di salute del nostro sistema. L’obiettivo di Agenas è quello di facilitare processi di audit a tutti i livelli dell’organizzazione affinché gli errori vengano analizzati e mai più ripetuti». Quali restano le principali criticità dell’assistenza sanitaria italiana? «Rendere l’accesso ai servizi sanitari sempre più equo, omogeneo e uniforme sul territorio nazionale è sicuramente tra gli aspetti da migliorare della nostra assistenza sanitaria. È stato l’obiettivo delle politiche sanitarie messe in atto negli ultimi anni e ad esso sono correlati gli interventi, confluiti in importanti documenti di programmazione sanitaria quali il Patto per la salute 2014 – 2016 e il Regolamento sugli standard ospedalieri (Dm n. 70/2015), volti al rafforzamento della trasparenza, all’eliminazione degli sprechi, alla corretta programmazione di allocazione delle risorse, al miglioramento della qualità, efficacia e sicurezza delle cure erogate. L’Agenas è impegnata anche su questo fronte e l’obiettivo sarà quello di ridurre le diseguaglianze». Dall’umanizzazione delle cure alla prevenzione della corruzione, attraverso un percorso con l’Anac. Quali le direttrici di Agenas per il futuro del Ssn? «Misurazione, analisi, valutazione e monitoraggio delle performance delle aziende sanitarie: questi gli strumenti per poter incidere concretamente sulla sostenibilità e l’equità del servizio sanitario nazionale. Infatti disporre di dati e di elementi di misurazione certi ed omogenei consente di supportare, anche orientando le scelte e le azioni del management, le nostre aziende sanitarie e territoriali, che di fatto costituiscono i terminali con cui si interfacciano i cittadini e nell’ambito dei quali viene erogata l’assistenza sanitaria. Obiettivo di Agenas nel breve periodo sarà supportare, attraverso il proprio sistema di misurazione, le aziende sanitarie del nostro Paese per inci-

Il portale della trasparenza La Conferenza delle Regioni ha approvato il progetto del nuovo portale della trasparenza dei servizi per la salute. «Il portale garantirà ai cittadini la possibilità di accedere a tutte le informazioni necessarie a rafforzare il rapporto di fiducia verso il Ssn, oltre ad essere prezioso strumento di attrazione dei cittadini europei verso i nostri sistemi sanitari regionali», ha dichiarato Francesco Bevere, direttore generale di Agenas, soggetto attuatore al fianco della Regione Veneto,

dere sulle criticità prima che arrivino a pregiudicare la qualità, la sicurezza, l’universalità, nonché l’equità nell’accesso alle cure, attraverso attività di audit clinici, organiz-

che è stata individuata come regione capofila e sotto l’egida di una Cabina di regia a cui sono state affidate funzioni di indirizzo e monitoraggio delle attività. Tre le linee di intervento: la creazione del portale, strutturato su tre assi, ovvero la salute, i servizi per la salute e il forum su salute e servizi; la diffusione più capillare dei dati del Programma Nazionale Esiti e le informazioni sui diritti dei pazienti relativi all’assistenza sanitaria transfrontaliera prevista dalla normativa in materia.

zativi e gestionali. La sostenibilità del sistema oggi passa necessariamente per la misurazione». ■ Francesca Druidi


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A servizio del benessere della persona Qualità clinica al top, apparato strumentale di ultima generazione, massima flessibilità di orario per le visite ai degenti. Peculiarità grazie alle quali le case di cura private danno valore alla rete ospedaliera territoriale orredano e qualificano il circuito assistenziale e ospedaliero dei territori di riferimento, contribuendo a migliorare in maniera significativa il welfare sanitario del nostro Paese. Le case di cura accreditate, che in Italia contano oltre 50 mila posti letto, circa 12 mila medici e coprono già oggi più di un quarto della domanda nazionale di ricoveri, rappresentano un patrimonio del nostro sistema sanitario. Se ne sono accorti i cittadini e lo hanno compreso anche le istituzioni tra cui la Regione Emilia Romagna, che proprio per sopperire alle criticità della rete pubblica, a fine 2016 ha siglato un’intesa con gli ospedali locali aderenti ad Aiop. Un nucleo di strutture eccellenti come l’ospedale Villa Laura, che negli ultimi anni ha sviluppato l’attività chirurgica prevalentemente di ortopedia con circa 5 mila interventi annui, di cui la maggior parte a pazienti provenienti da altre regioni. «La casa di cura Villa Laura – spiega il direttore esecutivo Walther Domeniconi - è perfettamente integrata nella rete ospedaliera pubblica-privata di Bologna. Il notevole sviluppo dell’attività ambulatoriale, in collaborazione con l’Ausl, ha contribuito alla riduzione dei tempi di attesa per i cittadini. In particolare per l’attività di diagnostica per immagine quali ecografia, Rmn, Rx tra-

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dizionale, ecocolordoppler, e per le discipline di cardiologia, pneumologia e allergologia». UNA VOCAZIONE CHIRURGICA E “UMANA” RICONOSCIUTA Convenzionata con tutte le principali assicurazioni private, Villa Laura è diventata nel tempo un centro di riferimento non solo per il capoluogo emiliano, ma per l’intero territorio nazionale. Grazie all’appropriatezza delle prestazioni, all’elevata qualità clinica, ma soprattutto alla capacità di mettere al centro la persona. Intesa sia come paziente che come famigliare: tant’è vero che l’ospedale bolognese ha optato per la filosofia del “sempre aperto” ovvero, senza limitazioni negli orari di visita ai degenti. «I nostri professionisti – continua Domeniconi - sono particolarmente attenti al rispetto della persona e lavorano in perfetta armonia e collaborazione. Ultimamente ci siamo dedicati anche al miglioramento della struttura: tutte le aree della casa di cura sono coperte da rete wi-fi ad alta velocità, camere da 1-2 posti letto con bagno, modernissimi letti telecomandati, poltrone letto per gli accompagnatori. Tutto questo, unito alla cortesia e alla gentilezza degli operatori, assicura il massimo confort dei ricoverati». E poi naturalmente, Villa Laura dispone di una specializzazione

Da sinistra Walther Domeniconi e Luca Arfilli, rispettivamente direttore esecutivo e direttore sanitario di Villa Laura

CASE DI CURA ACCREDITATE

In Italia contano oltre 50 mila posti letto, circa 12 mila medici e coprono più di un quarto della domanda nazionale di ricoveri

medica all’avanguardia. Focalizzata sulle attività di ortopedia e oculistica, ma che alla radice conserva una vocazione chirurgica. In questo campo, il fiore all’occhiello è costituito senza dubbio dalla chirurgia ortopedica, che nella struttura bolognese ha già all’attivo più di 1000 interventi protesici eseguiti con tecniche mini invasive. «Sempre più spesso – spiega il direttore sanitario Luca Arfilli - utilizziamo moderne tecniche di terapie biologiche anche con l’impiego di cellule staminali. Oltre a protesi di anca e ginocchio, nel nostro ospedale è particolarmente sviluppata l’attività protesica di caviglia. L’altra eccellenza di rilievo nazionale è la chirurgia ortopedica pediatrica, con un reparto dedicato consente a entrambi i genitori di rimanere a fianco del proprio figlio senza nessun onere». APPARECCHIATURE HI-TECH E INNOVAZIONE TERAPEUTICA Non solo: in tempi recenti lo staff di Villa Laura si è arricchito di nuovi ortopedici di fama internazionale che operano nella chirurgia della mano, del piede e della spalla. Da segnalare anche l’unità operativa di otorinolaringoiatria, tra le poche in Italia

a eseguire interventi di chirurgia funzionale nasale in anestesia locale; e l’unità operativa di endoscopia ginecologica, in grado di praticare trattamenti resettoscopici dell’istmocele. A completare l’elevata qualità professionale e umana della struttura, una dotazione strumentale di primo livello con tecnologie all’avanguardia - come la moderna mineralometria ossea computerizzata da poco acquistata - che ne allargano gli orizzonti terapeutici. «Inoltre – aggiunge Arfilli - abbiamo completamente rinnovato la diagnostica per immagine con l’acquisizione, tra l’altro, di una moderna risonanza magnetica ad alto campo che ci consente di eseguire risonanze neuroradiologiche fetali e risonanze cerebrali completate da sequenze di diffusione e perfusione. Di ultimissima generazione anche gli strumenti di cui si avvale la diagnostica ecografica e vascolare, che favoriscono l’applicazione della tecnica ecografica in nuove branche di attività diagnostica». Infine, anche in collaborazione con l’Ausl è stata avviata a Villa Laura un’attività ambulatoriale pediatrica nei campi dell’endocrinologia, della diabetologia, pneumologia e allergologia. ■ Giacomo Govoni


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Offerta sanitaria

Il valore delle persone Parla il presidente del Cems, Claudio Hoelbling, che affronta i principali problemi che riguardano l’amministrazione di un centro polispecialistico così avanzato come quello veronese, e alcuni trattamenti innovativi di disturbi estremamente diffusi

Risonanza con tecnica artrografica Affiancata alla diagnostica tradizionale, c’è un esame particolare che si svolge nel reparto di radiologia diagnostica del Cems di Verona: la risonanza magnetica dell’anca con tecnica artrografica. Ce ne parla il responsabile di reparto, il dottor Eligio Gallo. «L’ArtroRm dell’anca – dice Gallo – è un’indagine diagnostica di pertinenza radiologica che consiste in un esame di risonanza magnetica preceduta dall’introduzione, nella cavità articolare, di una soluzione di gadolinio attraverso puntura percutanea con ago sottile.

Scopo dell’esame è quello di compiere un bilancio delle strutture articolari, soprattutto labbro acetabolare e rivestimenti cartilaginei, in giovani adulti che risultino affetti da precoci modificazioni degenerative (artrosi) dovute ad un’alterazione della morfologia e dell’orientamento del bacino e/o del femore conseguenti a forma displasiche, epifisiolisi, osteonecrosi, impingement, esiti traumatici. Si tratta di un esame complesso, che solo un medico radiologo preparato può svolgere. La procedura iniettiva va eseguita sotto guida fluoroscopica o ecografica rispettando scrupolosamente le norme di asepsi. L’esame va espletato con apparecchiature di Risonanza a medio-alto campo (1/1,5 tesla) con opportune sequenze ed acquisizioni soprattutto quella radiale. La durata complessiva esclusa la refertazione è di circa un’ora».

Il dottor Eligio Gallo, responsabile del reparto di radiologia diagnostica del Cems

onosciamo il valore delle persone. Abbiamo rispetto di chi si affida a noi. Sosteniamo il lavoro dei nostri collaboratori». È questa, in estrema sintesi, la filosofia dalla quale muove Claudio Hoelbling, presidente del Cda di Cems Srl, una moderna struttura polispecialistica che si trova a Verona. Secondo Hoelbling, l’unico modo di amministrare non solo in modo eticamente corretto, ma soprattutto in modo efficacie un istituto privato come il Cems, sta nel grande rispetto da portare sia ai pazienti sia a tutto il personale che permette all’intero meccanismo di funzionare perfettamente com’è successo finora. «E non è vuota retorica – tiene a precisare Hoelbling –. Dobbiamo a queste persone il nostro successo, che misuriamo esclusivamente attraverso il gradimento dei nostri pazienti. Negli ultimi cinque anni, sono cresciuti del 265 per cento. Le prestazioni sono aumentate del 152 per cento e hanno prodotto un incremento di fatturato del 292 per cento». Quando nasce il Cems? «Il Cems nasce nel 2010, all’origine era l’acronimo di centro medico sportivo. Era gestito da un medico e doveva diventare un centro d’eccellenza di diagnostica e riabilitazione sportiva. Poi l’evoluzione. Nella mia vita imprenditoriale mi sono occupa-

«C

to di vari settori, ma mai avrei pensato di occuparmi di sanità». Da cosa, quindi, questa scelta? «Verona è una città con una buona offerta sanitaria, ma già qualche anno fa, si registrava una certa insofferenza tra le persone. I tempi d’attesa, l’accoglienza, il costo del ticket. Osservando i bisogni della gente, abbiamo capito che il nostro obiettivo sarebbe stato diventare il punto di riferimento a Verona nella sanità privata». Il Cems è una struttura in regola con tutte le autorizzazioni all’esercizio, ma siete una realtà sanitaria di privato puro, non in convenzione con il Ssr. Perché? «Dopo una breve esperienza di qualche mese in convenzione con il servizio sanitario regionale, abbiamo capito che la nostra mission sarebbe stata quella di offrire ai veronesi un nuovo modello sanitario. Di certo abbiamo scelto la via più difficile, ma col tempo si è anche rivelata l’anticipazione di come la sanità si sta evolvendo». A quale modello vi ispirate? «Crediamo nell’assistenza sanitaria integrativa. Il Cems è Centro autorizzato Previmedical ed è convenzionato con i maggiori fondi di assistenza sanitaria integrativa. Siamo in grado di sottoscrivere con i nostri pazienti un prodotto assicurativo di assistenza sanitaria in forma individuale o familiare, che copre il normale fabbisogno annuale in

MAL DI SCHIENA

Molto spesso, chi ne soffre affronta un iter diagnostico terapeutico vario e non sempre scientificamente validato termini di diagnostica e cura, con un costo equivalente a un caffè al giorno». Quali sono i numeri del Cems? «Il Cems è una moderna struttura poli-specialistica di circa 3200 metri quadrati distribuiti su tre piani. Al suo interno 30 ambulatori medici, dove visitano oltre 120 medici di circa 40 specialità. Un piano dedicato alla diagnostica radiologica completa, con macchinari di ultima generazione. Due ambulatori sono dedicati alla chirurgia, uno dei quali dotato di laser a femtosecondi e a eccimeri per gli interventi di oculistica. L’altro, preparato per altri interventi di chirurgia ambulatoriale e l’indagine endoscopica.


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POLIZZA DI ASSISTENZA SANITARIA INTEGRATIVA

Copre il normale fabbisogno annuale di diagnostica e cura, con un costo equivalente a un caffè al giorno

Al piano interrato si svolge l’attività di riabilitazione funzionale, in una palestra attrezzata. In un’area dedicata operano terapisti qualificati, coordinati dai medici fisiatri. Per quanto riguarda i tempi di attesa, si calcola qualche giorno e, a parte casi di particolare complessità, la refertazione è consegnata in tempo reale». Che ruolo gioca l’innovazione nella vostra struttura? «Alla tradizionale diagnostica e clinica, il Cems propone tecniche innovative in alcune aree mediche di particolare impatto sociale. Mal di schiena, vertigini, ipertensione, disfunzione erettile, demenze senili, sono alcune delle patologie che qui trovano un approccio multidisciplinare e le tecniche più innovative. Riguardo alla chirurgia di alta specializzazione, che invece al Cems non facciamo, comunque non abbandoniamo i nostri pazienti. Aderiamo al network Gvm Point del Gruppo ospedaliero Villa Maria, una realtà di eccellenza con oltre 25 ospedali in Italia e presente anche all’estero. In questo modo siamo in grado di indirizzare il paziente alla struttura chirurgica più adatta a trattare il suo caso. La nostra ambizione è accompagnare i nostri ospiti, dalla diagnosi alla guarigione. Insomma, offriamo un servizio completo e attento alla persona, in una struttura sanitaria tecnologicamente e scientificamente avanzata. La disponibilità di attrezzature e spazi, oltre al numero di specialisti e personale che opera nella nostra struttura, ci permette di offrire la massima attenzione alle esigenze dei

nostri ospiti. In altre parole, al Cems si viene per vivere meglio». All’interno del centro trova posto anche il Verona Memory Center. «È uno dei reparti di cui siamo più orgogliosi. All’interno di questo ci occupiamo di diagnosi dei disturbi delle funzioni cognitive quali memoria, linguaggio, attenzione, apprendimento e ragionamento nel bambino, nell’adulto e nell’anziano. Il centro garantisce la presa in carico individualizzata e globale integrando la terapia farmacologica, riabilitativa, psicomotoria e relazionale. Il Verona Memory Center è costituito da un’equipe multidisciplinare, composta da: un neurologo, referente clinico area adulto-senile e ricerca clinica. Un neuropsichiatra infantile, referente clinico area evolutiva e ricerca clinica e un referente per la ricerca clinica e riabilitativa, professore di psicobiologia e neuropsicologia. L’equipe è composta, inoltre, da cinque professionisti tra psicologi, psicomotricisti e psicoterapeuti. Completa il team, una educatrice professionale e psicomotricista, specializzata in tecniche di rilassamento». Quali sono le aree d’intervento? «L’area clinica dell’età senile, disturbi lievi della memoria, la cosiddetta “smemoratezza senile”, decadimento cognitivo (malattia di alzheimer, malattia di parkinson e altre demenze). Poi, c’è l’area clinica dell’età adulta, esiti di trauma cranico, esiti di danno cerebrale, disturbi della memoria. E ancora, l’età evolutiva e giovane, con disturbi dell’apprendimento e della memoria, disturbi di attenzione e iperattività, disturbi del linguaggio, disabilità intellettiva, disturbi neurologici (epilessia, disturbi neurologici, disturbi del movimento). Il Verona Me-

mory Center offre consulenze in logopedia, fisioterapia, terapia occupazionale, psicoterapia integrata al progetto riabilitativo, neuropsicologia forense e psichiatria». In cosa consiste, invece, la vostra offerta multidisciplinare sul mal di schiena, uno dei disturbi più diffusi al mondo? «Il mal di schiena è ormai una vera malattia sociale, nei paesi industrializzati. In Italia, circa otto persone su dieci ne soffrono in modo più o meno grave e statisticamente questa è la prima causa di assenteismo dal lavoro e la seconda di invalidità permanente. Molto spesso, chi ne soffre affronta un iter diagnostico terapeutico vario e non sempre scientificamente validato, in una sorta di “rimbalzo” tra uno specialista e l’altro. Al Cems il mal di schiena è affrontato con una valutazione multidisciplinare tra i vari specialisti. I nostri medici specialisti orienteranno il paziente nella scelta terapeutica più appropriata al suo caso, utilizzando la terapia farmacologica, la fisioterapia, la ginnastica riabilitativa e posturale, la terapia infiltrativa o la terapia chirurgica, a secondo della gravità della patologia. Una delle proposte che si rivela efficace nella cura della lombalgia e della sciatica è l’ozonoterapia paravertebrale sotto scopia». Di cosa si tratta? «La tecnica prevede la somministrazione di una miscela gassosa di Ozono medicale attraverso infiltrazioni eseguite sotto controllo radiologico, mirate alle strutture ossee, muscolari, discali ed alle radici nervose infiammate della schiena. Questo trattamento viene eseguito al Cems, da un medico chirurgo ortopedico». ■ Remo Monreale

Un nuovo laser per l’oculistica Claudio Hoelbling, presidente del Cda di Cems Srl, approfondisce il servizio oculistico proposto dalla struttura veronese. «Offriamo le tecniche più moderne – dice Hoelbling – e disponiamo delle più recenti apparecchiature del settore. La sezione diagnostica ha sede in due studi medici situati al piano terra, e si avvale della collaborazione di specialisti di chiara fama, sempre impegnati in un aggiornamento professionale continuo in Italia e all’estero. Le attrezzature permettono di rispondere in tempo reale a qualunque quesito. La sezione chirurgica è collocata nella nuova area nel piano interrato. Dispone dei laser di più recente generazione: laser a femtosecondi per la chirurgia della cataratta, laser ad eccimeri per la chirurgia della miopia e degli altri vizi di refrazione. Sono garantiti tempi brevi di prenotazione ed è attivo un servizio urgenze per evitare attese inappropriate».

Claudio Hoelbling, Presidente del Cda di Cems Srl, che si trova a Verona - www.cemsverona.it


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Offerta sanitaria

Sanità privata, ancora molti gli steccati ideologici e strutture di sanità privata accreditata sparse in tutto il Paese svolgono un ruolo fondamentale nell’assistenza al pubblico. La grande offerta di servizi alla persona che si è creata parallelamente al servizio sanitario nazionale pubblico ha contribuito a creare un modello di eccellente qualità, invidiato a livello internazionale. Negli anni la sanità privata si è evoluta orientandosi sempre più all’integrazione con gli enti pubblici, ha ottimizzato le proprie strutture e perfezionato le tecnologie per stare al passo con le moderne acquisizioni scientifiche, ha inoltre contribuito alla ricerca e quindi all’ottimizzazione dei servizi ai cittadini. Feder Anisap, l’Associazione nazionale che raccoglie tutte le strutture sanitarie ambulatoriali private e accreditate, è presente su tutto il territorio nazionale con 16 sedi regionali o interregionali e sede nazionale a Roma. Millecinquecento le strutture sanitarie ambulatoriali che operano per la tutela della salute, diritto fondamentale di ogni persona, erogando prestazioni specialistiche, diagnostiche e riabilitative ambulatoriali in regime di accreditamento. Nel settore della sanità privata, in cui operano migliaia di strutture e specialisti, Feder Anisap è riuscita a formare un polo associativo che si è sviluppato sulla base di programmi coincidenti con gli interessi dei cittadini assistiti. «La qualità e la diversificazione delle prestazioni, l’efficienza, l’affidabilità e l’economicità dei servizi da noi offerti ci hanno reso l’unica rappresentanza nazionale delle strutture ambulatoriali gestite da privati in grado di anticipare i profondi mutamenti della sanità italiana – spiega il presidente nazionale di Anisap, Mauro Potestio -. Nel corso di

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questi ultimi anni abbiamo saputo dimostrare all’apparato sanitario pubblico che i benefici dell’aumento delle prestazioni ambulatoriali sono così rilevanti da poter candidare la sanità privata a pilastro di strategia di rinnovamento dell’intero servizio nazionale italiano». Se non potessimo contare sul supporto delle aziende ambulatoriali private, assisteremmo al collasso del servizio nazionale sanitario. «La sanità privata rappresenta una quota rilevante senza la quale assisteremmo alla crisi del servizio di specialistica ambulatoriale.

Sparirebbero strutture poste in modo capillare su tutto il territorio e per molti ci sarebbero grandi difficoltà a soddisfare le proprie esigenze sanitarie. Nonostante ciò si pensa ancora che il privato debba avere un ruolo secondario ed è spesso punito a causa di quest’errata concezione ideologica. La sanità privata si è espansa in Italia facendo investimenti notevoli e ha portato a una diminuzione delle inefficienze, a tempi di attesa inferiori e ha assicurato le urgenze. Il settore privato ha fornito le stesse prestazioni del pubblico, garantendo una qualità persino migliore a tariffe inferiori». L’associazione si occupa prevalentemente di fornire prestazioni ambulatoriali, di diagnostica per immagini e strumentale e di odontoiatria, coprendo il trenta per cento dei servizi di specialistica regionale. «Le strutture private hanno subito azioni che hanno mirato a diminuire i compensi per prestazioni,

Mauro Potestio, presidente nazionale di Feder Anisap, ci parla dell’importante ruolo della sanità privata nel nostro Paese e del difficile rapporto con il servizio sanitario nazionale pubblico

QUALITÀ DEI SERVIZI

Contiamo su migliaia di operatori specializzati in grado di effettuare prestazioni sempre più qualificate di diagnostica e di terapia ma nonostante tutte le riduzioni Feder Anisap, consapevole del suo importante ruolo, ha comunque assicurato l’assistenza ai suoi pazienti. Molte delle nostre strutture, a causa dei tagli e a diminuzione del budget, pur avendo esaurito negli ultimi mesi dell’anno la somma messa a disposizione dalle Regioni, hanno continuato a erogare la prestazione in maniera gratuita per il sistema nazionale, riscuotendo solo il ticket dovuto dai cittadini». La distribuzione capillare di servizi offerta da Feder Anisap, assicura un’assistenza sempre rapida, qualificata e personalizzata. «L’invecchiamento della

popolazione e l’aumento delle patologie croniche hanno reso sempre più necessario un alleggerimento degli ospedali dalle acuzie e una distribuzione più capillare delle strutture ambulatoriali. Lo scopo delle aziende private è quindi quello di diminuire il numero delle degenze ospedaliere e di assicurare prestazioni più agevoli durante tutto l’arco della giornata, quello di programmare efficientemente i servizi ripetitivi che occorrono al malato e più vicino a casa, senza che questi sia costretto a percorrere lunghe distanze che per difficoltà motorie gli risulterebbero proibitive». ■ Antonella Romaniello

L’importanza dell’associazionismo copo di Feder Anisap è quello di spingere gli associati a crescere, proteggerli e portarli a organizzare i servizi in modo che rispondano agli interessi della collettività. «La nostra associazione vanta strutture piccole, medie e grandi che operano per la tutela della salute, alcune delle quali di recente acquistate da multinazionali, perfetta-

S Feder Anisap ha sede a Roma www.federanisap.it

mente rispondenti alle indicazioni della sanità moderna. L’associazionismo è importante perché si abbia un maggiore peso nell’interlocuzione con le Istituzioni e perché si possa prepararsi meglio alla ristrutturazione sanitaria che necessariamente avverrà nei prossimi anni, cui le strutture private sono chiamate a dare un contributo indispensabile».


Osservatorio medico - scientifico Pag. 23 • Gennaio 2017

Infertilità: cause e soluzioni Iter diagnostico, fecondazione in vitro, ovodonazione e principali fattori scatenanti. Il dottor Fausto Maraschio si addentra nel problema che affligge una percentuale sempre più alta di coppie e spiega le possibilità attuali d’intervento infertilità è un problema che affligge un numero sempre maggiore di coppie in età riproduttiva. Le conseguenze sono note a tutti, anche i più distratti, e spesso rientrano nel dibattito politico e sociale. Ma le cause del problema sono diverse e sicuramente meno accessibili. Abbiamo cercato di esaminare l’argomento con il dottor Fausto Maraschio della Diamed Srl, centro milanese di primo livello per l’infertilità coniugale. «Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità – spiega Maraschio – circa il 15 per cento delle coppie sono infertili. Se ogni anno si formano 750 mila nuove coppie, dopo 24 mesi di tentativi più di 100mila non ha ancora concepito. Nel 40 per cento dei casi la causa è femminile, in un altro 40 per cento è maschile, e nel restante 20 riguarda entrambi. Trascorsi 12 mesi di ricerca senza esito, è opportuno iniziare un iter diagnostico per identificare le cause e sottoporsi alle opportune terapie. Quello che cerchiamo di fare all’interno della struttura è di aiutare ad affrontare tutte le problematiche della donna e della coppia, dagli aspetti ginecologici a quelli riproduttivi, dalla prevenzione oncologica

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alla senologia e angiologia, con attenzione e professionalità. Il tutto con uno staff medico altamente qualificato e supportato da apparecchiature all’avanguardia». Le principali cause che concorrono ad aumentare la percentuale di infertilità e sterilità nelle coppie in età riproduttiva sono legate a diversi fattori. «Principalmente – precisa Maraschio – alla ricerca di una gravidanza in età sempre più avanzata, all’aumento di patologie quali l’endometriosi, all’azione di fattori tossici esogeni come ad esempio fumo, farmaci, fattori professionali e stili di vita che predispongono maggiormente all’obesità». Il direttore sanitario della Diamed, oltre a evitare stili di vita non congrui, consiglia di non posticipare inutilmente l’età della ricerca di una gravidanza «e di eseguire, anche in età più giovanile, alcuni accertamenti sia maschili che femminili per diagnosticare

IL 15 PER CENTO DELLE COPPIE È INFERTILE

Se ogni anno si formano 750mila nuove coppie, dopo 24 mesi di tentativi più di 100mila non ha ancora concepito

La Diamed ha sede a Milano www.centro-medico-diamed.it

L’avanguardia tecnologica Il dottor Fausto Maraschio della Diamed Srl, spiega quali sono le tecniche moderne per la fecondazione in vitro, e quali sono i principali vantaggi, nel dettaglio, rispetto alle possibilità precedenti. «Le tecniche più all’avanguardia consistono nelle selezioni ad alta risoluzione degli spermatozoi (Imsi), le tecniche di cultura embrionale blastocitaria per inserire singoli embrioni con più alto indice di impianto. Si trasferiscono embrioni a cinque giorni (blastocisti) dall’avvenuta fecondazione e contemporaneamente si ha una riduzione di gravidanze multiple e soprattutto la sempre maggior richiesta di screening genetico preimpianto per escludere l’utilizzo di embrioni che essendo portatori di anomalie cromosomiche possono determinare un mancato impianto, abortività o anomalie del neonato».

un’infertilità che potrebbe essere con successo affrontata in tempi congrui. In casi selezionati si possono anche valutare le opzioni di preservazione della fertilità mediante congelamento dei propri ovociti o di liquido seminale». Maraschio, poi, indica quali sono i servizi più richiesti e che il suo centro si ritrova più spesso a prestare. «Vengono sempre più richieste consulenze per escludere o trattarel’infertilità – dice il ginecologo milanese – e tra le opzioni

terapeutiche impiegate vi sono la fecondazione in vitro di secondo livello (Fivet - Icsi - Imsi) e vi è un forte aumento della richiesta di programmi di ovodonazione, proprio perché l’età più avanzata rende spesso difficilissimo o impossibile l’utilizzo di ovociti propri. Per fecondazioni in vitro si intende la fecondazione di ovociti con spermatozoi al di fuori dell’organismo femminile, in laboratorio. Quando, dopo una terapia di stimolazione ormonale, gli ovociti vengono prelevati dalla partner femminile, fecondati con il seme del partner maschile e gli embrioni derivati trasferiti in utero, si parla di fecondazione in vitro (“in provetta”) di tipo omologo. L’ovodonazione, invece, consiste in una tecnica di fecondazione assistita eterologa qualora per mancanza di ovociti della partner femminile si debba ricorrere all’utilizzo di ovociti derivanti da una donatrice esterna alla coppia. Situazioni che si possono verificare per una menopausa precoce o soprattutto dopo fallimenti di precedenti tecniche di fecondazione in vitro per bassa qualità ovocitaria». La Diamed Srl, oltre a essere un centro di primo livello per l’infertilità coniugale, è un info-point dell’Eubios. «Quest’ultimo si distingue come uno dei più grandi gruppi internazionali, che da oltre trent’anni si occupa di Pma (Procreazione Medicalmente Assistita), sia in ambito europeo che extra-europeo. Nel gruppo sono attivi circa 130 professionisti (tra medici, biologi, genetisti e personale ausiliario) e una struttura di questo tipo può offrire agli utenti i massimi standard qualitativi, le più avanzate tecnologie e tutte le tecniche attualmente disponibili». ■ Remo Monreale


Osservatorio medico - scientifico Gennaio 2017 • Pag. 24

Offerta sanitaria

Scrambler Therapy contro il dolore cronico Nello Studio Medico San Damiano di Palermo è disponibile da novembre il trattamento basato sull’elettrostimolazione, particolarmente adatto in caso di neuropatie e neoplasie l dolore cronico è una patologia, spesso subdola, che affligge milioni di persone nel mondo e il 21,7 per cento di italiani (dati Istat). A differenza del dolore acuto – che è il sintomo più evidente dell’immediata risposta del corpo a un danno e tenderà a sparire una volta risolto il trauma, l’infiammazione o l’intervento chirurgico che lo ha provocato – il dolore cronico persiste anche dopo la risoluzione della causa originaria, perde la sua utilità di campanello di allarme e può risultare anche molto invalidante, obbligando chi ne è affetto e i familiari che lo assistono a cambiamenti considerevoli nelle abitudini quotidiane. Ma come per molte altre patologie, il dolore cronico può essere curato e, in molti casi, sconfitto, se-

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I RISULTATI

Con la Scrambler Therapy, la scomparsa del dolore tende a permanere per un tempo sempre maggiore a ogni trattamento guendo i consigli del medico curante, con l’approccio polispecialistico dei Centri di Terapia del Dolore e con l’ausilio di moderne strategie e nuove tecniche terapeutiche. Tra i sistemi di cura innovativi utilizzati per la terapia del dolore cronico e oncologico, anche nei casi di resistenza agli oppiacei, c’è la Scrambler Therapy, ideata dal bioingegnere italiano Giu-

Il dottor Sebastiano Adamo, specialista in terapia antalgica

seppe Marineo. In Sicilia sono solo quattro i centri in cui è disponibile, tra cui lo Studio Medico San Damiano di Palermo, come spiega la referente, la dottoressa Johara Mannone. «Il Centro Medico San Damiano è una struttura sanitaria privata in cui dal 2014 – sottolinea la dottoressa Mannone – l’utente trova servizi ed esami plurispecialistici integrati. Grazie alla collaborazione di circa quindici medici specialisti nella diagnosi e nella cura, tra cui otorini, neurochirurghi, radiologi, ortopedici, nutrizionisti, oculisti, chirurghi plastici, neurologi, medici legali ed esperti in terapia antalgica, alla disponibilità di tecnologie di ultima generazione e alla particolare, costante attenzione riservata al paziente e alle sue necessità, lo studio è in grado di offrire agli utenti un’assistenza di elevato standard professionale e tecnico, coniugata a umanizzazione e comfort. Dallo scorso novembre la struttura offre anche trattamenti di Scrambler Therapy che, a

differenza della terapia antalgica con infiltrazioni semplici o ecoguidate, è meno invasiva perché il principio su cui si fonda è l’elettrostimolazione. In media trattiamo circa 15-20 pazienti a settimana, con cicli di un minimo di 10 trattamenti continuativi nell’arco di due settimane eventualmente ripetibili. Il tempo tipico di un trattamento si aggira tra i 30 e i 45 minuti a seconda del quadro clinico. Stiamo avendo ottimi risultati, con statistiche interessanti che ci riserviamo di presentare ufficialmente». La Scrambler Therapy è particolarmente indicata per il dolore neuropatico, ma la terapia risulta efficace anche su dolore resistente alle terapie farmacologiche. Le patologie trattabili nell’ambito del dolore cronico non neoplastico sono: neuropatie post erpetiche; lombo-sciatalgie; cervicale e brachiale; neuropatie diabetiche; nevralgie trigeminali; nevralgie post-traumatiche; sindrome dell’arto fantasma. Inoltre la terapia dà buoni risultati anche in caso di dolore

cronico neoplastico dovuto a patologia primitiva, metastasi, trattamenti chemioterapici, radioterapici e chirurgici. «Il meccanismo di funzionamento del macchinario - aggiunge il Prof. Dott. Sebastiano Adamo del Centro Medico San Damiano- simula cinque neuroni artificiali che, tramite elettrodi di superficie applicati sulla pelle, vengono utilizzati per modulare impulsi elettrici di bassissima intensità in grado di inviare dei segnali che vengono identificati dal sistema nervoso centrale come segnali di non dolore. L’informazione dolore viene intercettata e sostituita con una informazione sintetica di non dolore. La Scrambler Therapy è una terapia autonoma, non è richiesto alcun altro supporto analgesico in associazione. La scomparsa del dolore è immediata e tende a permanere per un tempo sempre maggiore a ogni trattamento in seguito al ciclo di terapia gli effetti analgesici sono durevoli nel tempo». ■ Alessia Cotroneo

Studio Medico San Damiano si trova a Palermo www.centromedico.palermo.it

La collaborazione con l’Istituto Galeazzi di Milano Tra i servizi più richiesti nello Studio Medico San Damiano di Palermo ci sono quelli ortopedici, dalla realizzazione di plantari su misura a trattamenti per tutti i tipi di patologie e disturbi di natura ortopedica. Per i pazienti che necessitano della realizzazione o della revisione di protesi per l’anca e il ginocchio, la struttura siciliana ha una convenzione con l’Istituto Galeazzi di Milano. Il professore Michele Ulivi, responsabile dell’unità di Ortopedia Ricostruttiva Articolare della Clinica Ortopedica (O.R.A.C.O.), insieme alla sua équipe Il dottor Michele Ulivi, ortopedico

specializzata, si reca periodicamente in Sicilia per visitare i pazienti. «Visite ed esami sono effettuati all’interno del nostro Studio Medico a Palermo – precisa la dottoressa Johara Mannone – mentre l’intervento chirurgico viene eseguito a Milano, presso il Galeazzi, in regime di convenzione con la nostra struttura, che comprende l’operazione, il viaggio aereo e anche la riabilitazione, per offrire ai pazienti un’assistenza completa».


Osservatorio medico - scientifico Gennaio 2017 • Pag. 26

Offerta sanitaria

Innovazione nella cura del cuore L’aumento delle patologie cardiache ha fatto registrare un affinamento delle tecniche chirurgiche. Gli interventi mininvasivi che permettono di operare senza aprire il torace rappresentano la frontiera della cardiochirurgia. Il punto di Giuseppe Minutolo e cause di morte più frequenti in Italia sono riconducibili a patologie cardiache, come certificato dall’Istat. Malattie ischemiche del cuore e malattie cerebrovascolari colpiscono la popolazione con un’incidenza molto più alta dei tumori. La prevenzione può fare molto; in particolare, l’adozione di uno stile di vita corretto e la scelta di un’alimentazione sana, ma quando ogni precauzione è dispensata, non resta altra via che quella chirurgica. Le moderne tecnologie permettono, oggi, di realizzare interventi della massima delicatezza evitando lunghe degenze ospedaliere o la perdita eccessiva di sangue a beneficio di pazienti anziani che avendo un quadro clinico caratterizzato da comorbilità sono anche i più fragili. Tecniche come la chirurgia mininvasiva o percutanea riducono moltissimo i rischi legati agli interventi cosiddetti “a cuore aperto”. La sostituzione valvolare ne è un esempio tipico. Ci spiega ogni possibile implicazione il cardiochirurgo, Giuseppe Minutolo, direttore del centro cuore calabrese di Gioia Tauro in provincia di

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TAVI

Oggi è possibile sostituire la valvola cardiaca senza aprire completamente il torace ma semplicemente attraverso una piccola puntura alla gamba

Reggio Calabria. Quando e come avviene la sostituzione della valvola mitralica nel centro da lei diretto? «La sostituzione valvolare viene eseguita quando una delle valvole cardiache, molto spesso la valvola mitralica o la aortica, non svolgono più in maniera adeguata la loro funzione. Oggi, più che altro, c’è la possibilità di effettuare la sostituzione della valvola cardiaca anche senza aprire completamente il torace, sia in minitoracotomia o addirittura utilizzando le cosiddette Tavi, cioè l’inserimento della valvola cardiaca attraverso una piccola puntura alla gamba». Da quali esigenze nasce il Centro Cuore in Calabria? «Il Centro Cuore ha visto la luce nel 2006 in una mattina di agosto. La necessità di svolgere alcuni esami per pazienti già cardio operati, i quali avevano difficoltà estreme nell’effettuare un semplice elettrocardiogramma, ha rappresentato la molla di partenza. Si è deciso così di avviare quest’avventura per venire incontro a questo tipo di necessità. Siamo poi riusciti ad ottenere l’autorizzazione regionale nel 2009 dopo un grande impegno, sotto ogni punto di vista, e da allora svolgiamo in maniera alacre e pedissequa servizi di grande necessità, che consentono al paziente di avere una diagnosi e una terapia nell’arco di 24/72 ore. Collaboriamo, inoltre, con diversi centri nazionali e alcuni centri europei nonché statunitensi». Può dire quali? «Collaboriamo da tempo sia con i centri di cardiochirurgia regionali sia con altri prestigiosi centri a livello nazionale e inter-

nazionale. Uno per tutti l’Ospedale Universitario La Pitié-Salpêtrière di Parigi, anche grazie alla collaborazione con il professor Aldo Giovannelli. Attualmente, il centro ha in itinere una convenzione con il dipartimento di Cardiochirurgia pediatrica del Sant’Orsola di Bologna per le patologie cardiache dei bambini, grazie alla quale il personale altamente qualificato del dipartimento diretto dal professor Gargiulo, afferirà periodicamente nel nostro centro per seguire clinicamente i bambini cardiopatici». Quali tra le patologie pediatriche curate nel centro sono più comuni? «Sicuramente, il difetto interventricolare o difetto del setto interventricolare (DIV) è una malattia congenita molto comune tra le categorie delle malformazioni cardiache del neonato. Si tratta della mancanza di divisione tra i due ventricoli la cui ampiezza e morfologia può variare da pochi millimetri ad una rete di piccoli forellini i quali creano un flusso anomalo (shunt) rispetto alla normale circolazione cardiaca». Il centro effettua anche interventi di chirurgia estetica, in quali si è specializzato? «Al Centro Cuore non si effettuano interventi ma afferiscono specialisti quali il chi-

rurgo bariatrico (trattamento obesità), il chirurgo estetico, la dietista, i quali, ove necessario, collaborano anche con noi per il trattamento in equipe per il miglioramento della qualità di vita nel paziente obeso e cardiopatico. È in particolare il dottor Giorgio Giovanelli ad occuparsi della gestione di casi che afferiscono alla sfera della Chirurgia e Medicina estetica. Possiamo, inoltre, contare sulla collaborazione di una dietista, la dott.ssa Rossella Aragona, specializzata nella formulazione di regimi alimentari e stili di vita adatti alla situazione patologica e non del soggetto realizzati in base a canoni plicometrici, bioimpedenziometrici e di indice di massa corporea. Il nostro staff è composto, inoltre, da un ginecologo, il dottor Domenico Ardissone; da un cardiologo, il dottor Giuseppe Dattilo e da una psicologa, la dott.ssa Fabiana Minutolo, specializzata in Psicoterapia cognitivo comportamentale. Oltre a collaborare con il Centro cuore in qualità di coordinatrice del centro di riabilitazione estensiva ambulatoriale età evolutiva, lavora presso il Centro SocioRiabilitativo Diurno dell'Associazione Presenza Onlus di Palmi». ■ Luana Costa

Servizi socio-assistenziali

Il Centro Cuore ha sede a Gioia Tauro (Rc) www.centro-cuore.it - www.workeprogress.eu www.facebook.com/centro.cuore/ - www.facebook.com/WorkProgressInternational/

Il Centro Cuore di Gioia Tauro offre anche servizi socio-assistenziali e sanitari di supporto e aiuto per la vita quotidiana. In base alle esigenze dell’assistito e dei suoi familiari, si effettuano i principali servizi infermieristici e fisioterapici quali iniezioni, medicazioni, fleboclisi, cateterismi, clisteri, cura e prevenzione ulcere da pressione e riabilitazione. L’assistenza può essere occasionale, anche di solamente una o due ore per una sola volta, un solo accesso o un solo servizio richiesto occasionalmente, anche per un'emergenza. Oppure si può richiedere un’assistenza programmata per interventi mirati per un periodo determinato fino al raggiungimento di obiettivi prefissati.


Osservatorio medico - scientifico Pag. 27 • Gennaio 2017

Un’eccellenza della sanità siciliana Professionalità, tecnologia ed efficienza, questa la mission del Centro Analisi Catanese, laboratorio di analisi cliniche che opera da oltre 45 anni sul territorio siciliano. Il punto di Salvatore Torrisi, amministratore unico della struttura consortile l Centro Analisi Catanese Offre circa 500 differenti tipologie di esami, di cui 150 refertabili in giornata ed è un indubbio punto di riferimento per l’utenza della Sicilia centro-orientale per innovazione, affidabilità ed efficienza. «Il laboratorio è una struttura di analisi accreditata con il servizio sanitario regionale aggregato in forma consortile che fornisce ai propri utenti prestazioni di ematologia, microbiologia e virologia, sieroimmunologia, tossicologia e RIA, immunochimica e di biologia molecolare e genetica»

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stantemente corroborati attraverso specifici investimenti che puntano ad accrescere la professionalità del personale impiegato: «Promuoviamo e incoraggiamo la fruizione di programmi di formazione E.C.M., riconosciuti a livello nazionale e volti all’acquisizione di nuove conoscenze, abilità e attitudini utili a una pratica competente ed esperta». Il costante impegno mirato a soddisfare l’utenza si dispiega, inoltre, nel potenziamento della tecnologia e dell’efficienza utile a offrire un servizio affidabile: «L’utilizzo di processi di automazione, sin dalIl Centro analisi catanese, ha sede a Catania la fase di accettazione, consentono di ottimizzare la gewww.centroanalisicatanese.it stione dei tempi di esecuzione dell’esame e l’accuratezza del risultato fornito. Particolare attenzione viene ri- za esente che con i pazienti soggetti a pagamento del ticket sanitario. «Il tariffario applicato agli utenti che acvolta nei confronti della nostra utenza. L’ottimizzazione del tempo necessario per accettazione, prelievo e ri- cedono ai nostri servizi – aggiunge - senza presentazione di impegnativa medica, è stato formulato in maniera tale tiro referti è l’obiettivo principale del nostro impegno». Dimostrazione ne è, appunto, la recente implementazione da essere allineato al tariffario regionale e garantire così di un sistema informatico che permette al paziente di a tutti l’accesso al servizio anche alla luce delle limiaccedere ad un’area privata e consultare i referti in via tazioni imposte ai medici prescrittori. Forniamo, inoltelematica: «La continua crescita dell’azienda è rap- tre, un’ampia gamma di esami non ricompresi all’interno presentata, solo negli ultimi mesi ed a mero titolo esem- del tariffario regionale. Siamo, infine, convenzionati con plificativo, dal nuovo brand e dalla refertazione on-line i principali fondi di assistenza sanitaria, quali Fasi, Fasi Open, P4all, Previmedical. Diverse aziende si rivolgo poi oltreché dalla sempre maggior aderenza a standard di qualità riconosciuti a livello internazionale» ci tiene a al nostro laboratorio per gli esami da effettuare sui prospecificare Salvatore Torrisi. «Inoltre, per offrire un al- pri dipendenti». ■ Luana Costa tro servizio strategico per l’utenza, il nostro laboratorio valorizza e promuove i programmi di prevenzione inteIl laboratorio esegue analisi di base su sangue, urine e altri campioni sa come promozione biologici utili a definire un quadro generale sullo stato di salute della salute, individuadell’utente. «Nella nostra sezione di microbiologia - spiega Claudia zione del rischio e a Torrisi, direttore tecnico della struttura - utilizziamo strumentazioni supporto della gestione all’avanguardia per identificare germi patogeni e per saggiarne la della malattia e delle sensibilità agli antibiotici. Vengono compiute inoltre analisi sue complicanze. La specialistiche come: autoimmunità, tossicologia, dosaggi ormonali, prevenzione supporta il markers tumorali, infettivologia, diagnosi prenatale non invasiva, processo diagnostico, intolleranze e allergia, ricerca droghe d’abuso, monitoraggio farmaci». la terapia e la riabilitazione, fornendo dati utili per una valutazione multidisciplinare. Questo è l’approccio diagnostico utilizzato dal centro. Prevenzione come gestione della malattia e delle sue complicanze significa adozione di protocolli diagnostici, terapeutici e riabilitativi, in affiancamento al medico specialista, per la verifica e il monitoraggio delle cure intraprese». Il laboratorio esegue prestazioni in convenzione con il servizio sanitario regionale sia con l’uten-

Le analisi principali

INTERATTIVITÀ

Abbiamo concepito il nuovo sito internet come un’interfaccia interattiva, con un’area riservata alla consultazione on-line dei referti spiega Salvatore Torrisi. Un laboratorio d’avanguardia, dotato di attrezzature tecnologicamente avanzate che permettono di offrire un servizio tempestivo ed accurato e uno staff esperto che fin dall’accettazione fornisce informazioni complete e organizza i lavori per ridurre al minimo i tempi di attesa. «Il laboratorio opera da oltre 45 anni sul territorio – aggiunge Salvatore Torrisi - e, in accordo con la normativa regionale, nel 2010 ha avviato il processo di aggregazione, ponendosi come fulcro del costituito Consorzio. Riservando particolare attenzione ai contatti con la propria utenza, ha concepito il nuovo sito internet come un’interfaccia interattiva, con un’area riservata alla consultazione on-line dei referti. Nel 2016, inoltre, abbiamo attivato una linea diretta con i medici prescrittori al fine di avviare un dialogo attivo e costante tra questi e la direzione sanitaria». Gli aspetti assistenziali del laboratorio vengono co-


Osservatorio medico - scientifico Gennaio 2017 • Pag. 28

Offerta sanitaria

Chirurgia vascolare, una realtà all’avanguardia I risultati dell’unità operativa di Chirurgia Vascolare ed Endovascolare della Clinica Villa dei Fiori di Acerra, diretta dal primario Rosario Mancusi, fotografati dal Programma Nazionale Esiti 2016

ono 1.371 gli ospedali italiani analizzati dall’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali del Ministero della Salute attraverso il Programma Nazionale Esiti 2016, dedicato alla valutazione dei risultati degli interventi sanitari nelle strutture del Servizio Sanitario italiano. Nel panorama regionale campano spiccano le prestazioni dell’unità operativa di Chirurgia Vascolare ed Endovascolare della Clinica Villa dei Fiori di Acerra. Tre gli ambiti che emergono: il trattamento dell’aneurisma non rotto dell’aorta addominale, per cui l’indicatore della mortalità post intervento è pari a zero; il trattamento delle arteriopatie ostruttive croniche degli arti in-

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feriori tramite interventi di ricanalizzazioni endovascolari o di bypass estremi per ottenere il salvataggio dell’arto altrimenti destinato all’amputazione; la chirurgia delle disostruzioni della carotide, per cui il tasso di complicazioni è inferiore all’1 per cento. L’equipe chirurgica dell’unità operativa è diretta dal dottor Rosario Mancusi, specialista in Chirurgia vascolare e toracica, coadiuvato dagli aiuti chirurghi Andrea Russo, Gianpaolo Amabile, Umberto De Rosa, e dalla specialista in endocrinologia e malattie del ricambio Gabriella Nosso. L’unità operativa offre un trattamento chirurgico in elezione e in urgenza delle patologie delle arterie e delle vene quali: aneurismi

dell’aorta toracica, toraco-addominale e addominale, delle arterie viscerali e delle arterie periferiche; ostruzioni aorto-iliache, dei rami viscerali e femoro-popliteo-distali; stenosi delle carotidi extracraniche e dei rimanenti trochi-sovraortici; piede diabetico; varici degli arti inferiori; trombosi venosa acuta e cronica degli arti inferiori e prevenzione delle complicanze trombo-emboliche e delle sequele a distanza; ulcere degli arti a eziologia vascolare; accessi vascolari per emodialisi; trattamento delle complicanze a distanza della chirurgia vascolare. «L’Unità operativa di Chirurgia Vascolare è una giovane realtà che opera da dicembre 2010. Ogni anno – sottolinea il primario Mancusi – eseguiamo circa 750 interventi di chirurgia arteriosa e 350 di chirurgia venosa. Il trattamento di tutta la patologia arteriosa avviene sia mediante le tecniche di chirurgia tradizionale (bypass o endoarteriectomia) che attraverso le metodiche endovascolari, come gli stenting carotidei, le angioplastiche delle arterie degli arti inferiori e le endoprotesi aortiche toraciche, addominali, fenestrate o branch nel trattamento della patologia aneurismatica». Cosa ha evidenziato il Programma Nazionale Esiti 2016 sul trattamento nella vostra struttura dell’aneurisma

I RISULTATI

La mortalità per aneurisma non rotto dell’aorta addominale a 30 giorni a Villa dei Fiori è pari a zero e nella chirurgia delle disostruzioni della carotide il tasso di complicazioni è inferiore all’1 per cento

non rotto dell’aorta addominale? «La mortalità a 30 giorni per aneurisma non rotto dell’aorta addominale a Villa dei Fiori è anche quest’anno pari a zero, a fronte di un cospicuo numero di procedure effettuate. Il trattamento della patologia aneurismatica dell’aorta addominale è eseguito sia per via chirurgica open tradizionale che endovascolare, prediletto negli ultimi due anni perché assicura minore invasività, con l’utilizzo di endoprotesi aortiche toraciche, fenestrate e branched». E per quanto riguarda il trattamento delle arteriopatie ostruttive croniche degli arti inferiori?

«Soprattutto negli stadi più avanzati, con la presenza di ulcere o gangrene estese al piede, operiamo tramite interventi di ricanalizzazioni endovascolari o di bypass estremi per ottenere il salvataggio dell’arto altrimenti destinato all’amputazione. Più in generale, è stato introdotto un programma di trattamento per le arteriopatie periferiche diabetiche, dove sono stati raggiunti risultati confortanti nel salvataggio d'arto con o senza amputazioni minori». Cosa vi distingue nella chirurgia delle disostruzioni della carotide? «Oltre che con il trattamento tradizionale chirurgico, interveniamo anche con stent carotideo mediante cateterismo percutaneo trans-femorale inguinale, con tasso di complicazioni di gran lunga inferiore all’1 per cento. Questi splendidi risultati della Chirurgia Vascolare di Villa dei Fiori sono però possibili grazie all’impegno di tutto il personale sanitario dell’ospedale, da sempre impegnato nel garantire il miglioramento continuo della qualità dell’assistenza erogata». ■ Alessia Cotroneo

Il dottor Rosario Mancusi, specialista in Chirurgia vascolare e toracica della Clinica Villa dei Fiori di Acerra (Na) www.villadeifioriacerra.com

PIEDE DIABETICO, APPROCCIO MULTIDISCIPLINARE

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l piede diabetico è una complicanza molto comune dei pazienti diabetici. L’approccio integrato è d’obbligo, come spiega Rosario Mancusi, primario dell’unità operativa di Chirurgia Vascolare ed Endovascolare della Clinica Villa dei Fiori di Acerra: «Abbiamo attivato un percorso diagnostico-terapeutico-assistenziale coordinato dai chirurghi vascolari per accompagnare

il paziente dalla diagnosi fino alla guarigione e garantire la continuità ospedale-territorio e la multidisciplinarietà dell’approccio. Un ruolo fondamentale è svolto dal medico di Medicina Generale per quanto riguarda la prevenzione e la diagnosi precoce, così come dai servizi del distretto sanitario per il trattamento coordinato delle lesioni e la continuità di cura. L’ammalato accede

all’ambulatorio del piede diabetico dove il chirurgo vascolare imposta, in collaborazione con le altre figure specialistiche (diabetologo, ortopedico, podologo, tecnici ortopedici, chirurgo plastico, fisioterapisti), il percorso terapeutico più idoneo, con successivi controlli ambulatoriali o con il ricovero per garantire tutte le cure necessarie».


Osservatorio medico - scientifico Pag. 29 • Gennaio 2017

Infezioni chirurgiche, ridurre la contaminazione aerea si può Romano Alberto Basso delinea le caratteristiche degli impianti di ventilazione a contaminazione controllata per sale operatorie. «È fondamentale che l’aria entri in ambiente, svolga il proprio compito ed esca con la massima efficienza di ventilazione»

mmontano a oltre due milioni e mezzo le infezioni ospedaliere registrate ogni anno in Europa. A dirlo è uno studio epidemiologico pubblicato su Plos medicine, condotto analizzando i dati dell’European Centre for Disease Prevention and Control da ricercatori del Robert Koch Institute tedesco, del National Institute for Public Health and the Environment olandese e dell’ECDC. Circa il 20 per cento è imputabile a infezioni del sito chirurgico, comunemente indicate con l’acronimo SSI (Surgical Site Infection), che si stima provochino un allungamento del periodo di degenza post-operatoria tra i 7 e gli 11 giorni e un aumento del rischio di mortalità fino a 11 volte in più per i pazienti. Numeri considerevoli, che incidono in maniera estremamente significativa i termini sanitari. Eppure ridurre l’incidenza delle infezioni nosocomiali non è impossibile. Le direttive sono insistere sull’igiene, definire e rispettare adeguate procedure comportamentali e controllare la contaminazione aerotrasportata, soprattutto nei blocchi operatori. In questo campo, si muove da anni la SagiCofim Spa, azienda milanese specializzata in ecoefficienza per la qualità dell’aria, come spiega l’export manager Romano Alberto Basso. Cosa si intende per ambiente a contaminazione controllata? «Per capire cosa si intende e come lo si possa ottenere, è prima necessario capire come, eventuali agenti patogeni, possano raggiungere e penetrare all’interno dell’incisione e, conseguentemente, infettare il paziente. I contaminanti, siano essi inerti o biologicamente attivi, possono entrare all’interno della sala operatoria attraverso tre vie preferenziali: dall’im-

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PROTEZIONE

Il paziente va allontanato da ogni tipo di inquinante, nel modo più veloce ed efficiente possibile, attraverso impianti di ventilazione a velocità differenziata

pianto di ventilazione, dalle porte di accesso e, soprattutto, essere generati, trasportati e rilasciati dal personale dell’équipe chirurgica. Una volta presenti all’interno della sala, possono entrare a contatto della ferita chirurgica sia direttamente che indirettamente, depositan-

Ingegner Romano Alberto Basso, export manager SagiCofim Spa. L’azienda ha sede a Cernusco Sul Naviglio (Mi) www.sagicofim.com

dosi sopra i ferri. L’impianto di ventilazione riveste un ruolo primario nel controllo del livello di contaminazione di ogni ambiente critico». Come si può intervenire sugli impianti di ventilazione per ridurre il rischio di contaminazione in sala operatoria? «È fondamentale che l’aria entri in ambiente, svolga il proprio compito ed esca con la massima efficienza di ventilazione, per garantire il più alto grado di protezione del paziente. Per questo motivo, ai fini progettuali, una sala operatoria può essere idealmente suddivisa in tre zone, ciascuna delle quali con le proprie caratteristiche e specificità: la prima, la più critica, è quella in cui si trova il tavolo operatorio, il carrello porta attrezzi e, soprattutto, il paziente; la seconda è normalmente occupata dall’equipe chirurgica e ospita le maggiori fonti di contaminazione; la terza che confina con l’area più esterna, è destinata al transito dei membri del team chirurgico». Quali sono le migliori soluzioni attualmente possibili? «Esistono in commercio delle soluzioni studiate e realizzate appositamente che, immettendo l’aria pulita con tre diverse velocità, riescono a massimizzare le prestazioni dell’impianto di ventilazione. In particolare, i plafoni filtranti SagiCofim DIF-OT a velocità differenziata per sale operatorie ad alta criticità (Cardiochirur-

gia, Chirurgia Ortopedica, Sale Ibride, Chirurgia Protesica, Chirurgia Vascolare, Chirurgia Oſtalmica e Neurochirurgia) in classe Iso 5 sono il risultato di un know how trentennale sviluppato dall’azienda nelle tecniche di filtrazione e diffusione dell’aria nei blocchi chirurgici. L’aria, opportunamente filtrata per evitare di introdurre inquinanti dall’esterno, viene immessa direttamente sopra il paziente con una velocità idonea a raggiungere e proteggere la ferita e, in combinazione

con le altre due velocità inferiori, allontana i contaminanti dal tavolo operatorio verso le zone perimetrali della sala, per essere poi espulsi. Oltre a una corretta progettazione e realizzazione dell’impianto, sono di fondamentale importanza la validazione dell’impianto stesso, della sala operatoria come ambiente a contaminazione controllata e le successive attività di monitoraggio continuo e di manutenzione». ■ Alessia Cotroneo

Stesso problema, tante normative enché la contaminazione aerotrasportata nelle sale operatorie sia un rischio da cui nessun ospedale al mondo è immune, non esistono normative standard a livello internazionale che codifichino le caratteristiche dei sistemi di aerazione nei blocchi chirurgici. «Stranamente, le normative di riferimento dei singoli paesi prescrivono dei parametri progettuali spesso molto diversi tra loro – sottolinea Romano Alberto Basso, export manager della SagiCofim Spa – perciò la miglior scelta resta sempre quella di progettare ogni sala operatoria come una vera e propria “clean room” da validare in condizioni “operational” e realizzare impianti a velocità differenziata ricordandosi che, le normative, prescrivono solamente dei parametri minimi da rispettare, senza porre limiti alle possibilità di miglioramento e che, alla fine, ogni minimo sforzo volto a migliorare lo status quo potrà portare grandi risultati in termini di maggiore protezione dei pazienti».

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Nutrizione

Vademecum a tavola, tra falsi miti e utili consigli Non mancano mai nuove tendenze in fatto di diete. Digiuno, crudismo, consumo di omogeneizzati, l’exploit del cibo senza glutine. Abbiamo chiesto a tre specialisti, Pietro Migliaccio, Debora Rasio e Marcello Ticca, di fare chiarezza in merito e di sfatare falsi miti e abitudini alimentari scorrette, fornendo dritte utili per improntare una migliore nutrizione e affrontare al meglio i mesi invernali. Bastano pochi accorgimenti per avere uno stile alimentare più salutare e amico della linea, ma senza forzature e sacrifici esasperanti

Il capitolo dei falsi miti alimentari è potenzialmente infinito. Su quali punterebbe maggiormente l’attenzione? PIETRO MIGLIACCIO: «Ne cito solo alcuni. Non bere durante i pasti. Falso. L’acqua si può bere in ogni momento della giornata e durante i pasti può addirittura favorire il senso di sazietà. Le uova fanno male al fegato. Falso: sono controindicate solo se ci sono calcoli nella colecisti; al contrario, contengono amminoacidi solforati preziosi per la salute del fegato. La pasta fa ingrassare. Falso. Ogni alimento può causare aumento di peso se consumato in eccesso. Per la pasta consiglio di non superare gli 80 grammi a porzione e di condirla con sughi non troppo elaborati. I cracker sono più leggeri del pane. Falso. I cracker apportano una superiore quantità di calorie per 100 grammi di alimento rispetto al pane e hanno un maggior contenuto di grassi. Da sottolineare anche come il cioccolato non rovini la pelle e tutti gli olii forniscano la stessa quantità di calorie». DEBORA RASIO: «I dolcificanti artificiali non fanno dimagrire, ma anzi ingrassano e sviluppano insulino-resistenza. La battaglia contro i grassi ha portato al boom di alimenti a basso contenuto di grassi ma in compenso ricchissimi di zuccheri, il nutriente più temibile per la salute. Occorre recuperare un’alimentazione equilibrata, riappropriandoci dei cibi così come la natura ce li ha offerti, non sofisticati, lavorati o elaborati a livello industriale. Consumare verdura, semi, legumi, cereali integrali, frutta con moderazione, introducendo una dose non eccessiva di proteine animali, pesce, uova e formaggio: con questa alimentazione essere sovrappeso sarà ben più difficile». MARCELLO TICCA: «Esistono miti alimentari che tuttora resistono. Ecco tre

esempi indicativi. Il pesce non migliora la memoria e la capacità di concentrazione perché il fosforo non influenza queste abilità e il pesce non è l’alimento che ne contiene di più. Il fatto che carne e pasta non possano essere consumati nello stesso pasto è una credenza che non ha fondamento scientifico. L’abbinamento di pro-

teine e carboidrati costituisce in effetti lo schema base del modello alimentare mediterraneo, considerato in tutto il mondo come il più adatto per la salute. Infine, l’olio di semi non è più magro e leggero dell’olio extravergine d’oliva, che non ha solo un sapore migliore ma apporta sostanze antiossidanti e protettive. Sostituire quest’ultimo è un danno per la qualità della dieta. L’inossidabilità di alcuni falsi miti, interessante da un lato, frustrante dall’altro, ci invita a continuare a lavorare per una buona educazione e comunicazione alimentare, che dovrebbe essere più istituzionalizzata e svincolata da logiche commerciali».

boliche, da un punto di vista medico, oppure matrimoni, nascite, battesimi, comunioni, cresime, da un punto di vista sociale». D.R. «Il momento migliore è “adesso” e non “da domani” che in genere colloca qualsiasi proposito in uno spazio di irrealtà. Detto questo, l’autunno consente momenti più introspettivi, con meno occasioni di socializzazione delle festività che agevolano il contatto con uno stile alimentare non favorevole al dimagrimento». M.T. «L’autunno è il momento di tanti proponimenti e decisioni, tra cui rientra a pieno titolo l’intenzione di affrontare un cambiamento della propria alimentazione - riprendendo magari anche l’attività fisica - se si è giunti alla conclusione che il proprio stile di vita sta portando a un aumento di peso. Aumento che non è solo una questione estetica, ma di salute» Come occorre scegliere tra nuove proposte alimentari, alcune delle quali anche piuttosto estreme? P.M. «Le nuove tendenze alimentari sono spesso delle assurdità. Quello che dobbiamo sempre seguire è il modello della dieta mediterranea che prevede il consumo di pane, pasta, legumi, formaggi, uova, verdura e frutta, olio extravergine di oliva e consiglia la limitazione delle carni rosse a favore di quelle bianche e del pesce». D.R. «In quasi ogni dieta c’è una componente valida, ad esempio nel digiuno che fa un gran bene all’organismo perché consente alle cellule difettose di essere digerite a scopo energetico e riequilibra in modo potente i segnali ormonali. Non serve però inseguire un ideale difficilmente raggiungibile o la novità, conta l’inserimento nello stile alimentare di pratiche, anche semplici, da mantenere nel tempo: ridurre il consumo di zuccheri, bere più acqua, ridistribuire le calorie nella prima parte della giornata, consumare un’insalata prima della portata

Secondo uno studio americano, l’autunno è la stagione perfetta per intraprendere una dieta dimagrante. È d’accordo? P.M. «Una dieta dimagrante si può iniziare in qualsiasi momento e stagione dell’anno, in relazione alle necessità cliniche e personali quali alterazioni scheletriche o meta-

LA DIETA IDEALE

«È quella mediterranea che prevede il consumo di pane, pasta, legumi, formaggi, uova, verdura e frutta, olio extravergine di oliva e la limitazione delle carni rosse»

Pietro A. Migliaccio, presidente emerito della Società Italiana di Scienza dell’Alimentazione


CIBI PER L’INVERNO

Debora Rasio, oncologa e ricercatrice nutrizionista presso l’Università Sapienza di Roma

principale. L’obiettivo principale resta la salute metabolica». M.T. «Bisogna informarsi bene, senza lasciarsi influenzare. Ad esempio, le strategie di marketing delle aziende produttrici di alimenti senza glutine hanno contribuito a creare un’immagine negativa del glutine, a cui molte persone non celiache hanno aderito non rendendosi conto che questi cibi hanno maggiori quantità di calorie per unità di peso e maggiore indice glicemico. Adottare poi uno stile alimentare non vuol dire sostituire in toto le precedenti abitudini. Attenzione a usare frequentemente la cottura alla griglia, ma senza demonizzare la cottura in generale che ha un importante aspetto igienizzante. Il consiglio per chi ama il sushi è preferire esercizi di cui si ha piena fiducia, per non cadere nella trappola di parassitosi intestinali. Per quanto riguarda il ricorso a brevi digiuni di poche ore o di un giorno, questi potrebbero avere effetti positivi sul piano della salute e della speranza di vita, ma occorre attendere ancora che le ricerche in merito ricevano maggiore valutazione scientifica». Quali sono gli alimenti giusti per affrontare l’inverno? P.M. «I cibi giusti per affrontare l'inverno Marcello Ticca, docente e vicepresidente Società Italiana di Scienza dell’Alimentazione

«Le zuppe in generale sono il pasto ideale in quanto sono alimenti a bassa densità calorica. In più, con l’aggiunta di 50 grammi di cereali integrali o pastina, assicurano un pasto completo» sono minestre di cereali e legumi, passati di verdure, zuppe di vegetali, verdure cotte. Tuttavia, non si devono dimenticare alimenti che forniscono proteine nobili come la carne, il pesce, le uova e alimenti ricchi di calcio come i formaggi». D.R. «Oltre gli agrumi, fonte di preziosa vitamina C, alimenti ricchi di zinco come semi di zucca, carne e alcune spezie. Masticare un pezzetto di zenzero contribuisce a proteggerci dai virus. Il famoso brodo di pol-

lo contiene l’acetilcisteina, sostanza mucolitica che aiuta a sciogliere le secrezioni. Le zuppe in generale costituiscono il pasto base ideale nei mesi invernali: essendo alimenti a bassa densità calorica, consumati a inizio pasto, saziano precocemente. Con l’aggiunta di 50 grammi di cereali integrali o pastina, assicurano un pasto completo». M.T. «Nel quadro di un’alimentazione il più possibile varia e ben distribuita nel corso della giornata - 3 pasti principali e a 1-2 spuntini per arginare gli attacchi di fame – è consigliabile consumare gli agrumi (arance, mandarini, clementine e pompelmi), che forniscono un importante apporto di vitamina C e offrono quindi maggiore resistenza nelle malattie da raffreddamento. Agli alimenti già citati per l’autunno si possono poi aggiungere i carciofi». ■ Francesca Druidi

CULTURA DELL’ALIMENTAZIONE

«L’inossidabilità di alcuni falsi miti, ci invita a lavorare per un’educazione e comunicazione alimentare più istituzionalizzata e svincolata da logiche commerciali»


Osservatorio medico - scientifico Gennaio 2017 • Pag. 32

Medicina estetica

Oltre la bellezza c’è di più Negli ultimi anni la chirurgia plastica ha compiuto passi da gigante, allargando il suo raggio d’intervento in ambito ricostruttivo. Paolo Palombo ci descrive i nuovi confini di una disciplina sempre più attenta alla salute ra ricostruzioni a seguito di traumi o malattie e correzioni di forme e volumi alterati da malformazioni congenite, la chirurgia estetica è molto più attenta alla salute di quanto si pensi. Questo il messaggio di fondo che si è voluto far

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contemporaneo di ortopedico e chirurgo plastico permette di salvare arti e funzionalità». In questi casi si parla segnatamente di chirurgia ricostruttiva. Quali pratiche innovative legate a tale ambito sono emerse durante il congresso?

passare nel corso del 65esimo congresso nazionale della Società italiana di chirurgia plastica ricostruttiva ed estetica tenutosi a Torino a fine settembre. Quattro giorni di tavola rotonda organizzati per accendere i riflettori su diversi temi di carattere scientifico e accompagnare il pubblico oltre l’idea plastica della disciplina. «Fino a qualche anno fa – sostiene Paolo Palombo, presidente di Sicpre - si guardava alla nostra specialità come a quella in grado di mettere la “ciliegina sulla torta”, migliorando cicatrici e risultati estetici. I fatti hanno invece dimostrato che solo l’intervento

«Per quanto riguarda i traumi, è emersa appunto l’importanza del lavoro sinergico tra ortopedico e chirurgo plastico. In relazione alle ricostruzioni e alle cure delle ferite difficili, così frequenti nei diabetici e negli anziani, il focus è stato in particolare sui nuovi materiali, che permettono di “creare” pelle e tessuti di rivestimento in un modo impensabile solo fino a pochi anni fa». In generale, quali progressi ha compiuto la chirurgia estetica negli ultimi 2-3 anni? «I progressi sono legati alla disponibilità di dispositivi e materiali sempre più evoluti e per-

formanti. In particolare, in ambito mammario sono disponibili nuove protesi, più leggere e in grado di mimetizzarsi meglio coi tessuti, e materiali biologici che permettono di “foderarle”, riducendo il rischio di retrazioni capsulari, una delle evenienze negative più frequenti – ancorchè rara - in seguito all’impianto di protesi, che si verifica quando l’organismo produce tessuto fibroso che va a rivestirla. Si tratta di una reazione del nostro corpo di fronte a quel corpo estraneo non pericolosa per la salute, ma che ha effetti sgradevoli, in quanto conferisce alla mammella un aspetto innaturale e spesso asimmetrico, rendendo quindi evidente il passaggio del chirurgo plastico». Quali nuove molle motivazionali inducono un individuo a scegliere la strada della chirurgia plastica? «Le motivazioni principali sono due: eliminare quelli che si considerano difetti - dal gibbo sul naso a un seno ritenuto troppo grande o troppo piccolo - ridurre i segni del tempo. Rispetto al passato però, cresce l’esigenza di ottenere risultati naturali e “coerenti”. E quindi no, per esempio, a un viso tiratissimo in seguito al liſting se la donna che lo porta ha mani molto segnate. Volendo trovare una parola d’ordine tra i desiderata dei pazienti di oggi, direi sicuramente “migliorare”, un concetto molto lontano dal “trasformarsi”. Quella di oggi è sempre più una chirurgia plastica che preserva il sé - l’im-

magine che noi e gli altri hanno di noi - rendendo i lineamenti del viso e le forme del corpo maggiormente armonici». Analizzando la domanda di chirurgia plastica, lievita la richiesta di interventi soſt, volgarmente definiti “ritocchini”. Da chi proviene e quali parti del corpo riguarda? «Le parti del corpo maggiormente interessate dagli interventi soſt sono viso e seno. Riguardo al primo, le donne - ma

anche il target maschile continua a crescere - chiedono principalmente la blefaroplastica per ringiovanire lo sguardo; il lipofilling per migliorare la qualità dei tessuti e definire meglio guance e

zigomi; il miniliſting, che con cicatrici di fatto invisibili permette di ringiovanire in un colpo solo buona parte del viso e collo. Per quanto riguarda il seno, il cosiddetto liſting è un intervento poco impegnativo per la paziente che però restituisce al cono mammario la giusta proiezione, riducendo lo scivolamento verso il basso che costituisce uno dei principali segni di invecchiamento e motivo di imbarazzo». Prima di scegliere il chirurgo, passaggio cruciale nella fase che precede il trattamento terapeutico, quali informazioni è bene che il paziente raccolga e attraverso quali canali ha modo di ottenerle? «Il primo consiglio è quello di verificare che il medico sia specialista in chirurgia plastica ricostruttiva ed estetica. Ovvero che dopo la laurea in medicina abbia frequentato un corso di specializzazione per 5 anni, imparando e perfezionando le principali tecniche e acquisendo dimestichezza con tutti i dispositivi e materiali. La Sicpre è a disposizione per fornire informazioni e già attraverso il nostro sito è possibile trovare uno spe-

cialista in chirurgia plastica “garantito” e comodo da raggiungere, in quanto la ricerca avviene anche in base a un criterio geografico». ■ Giacomo Govoni

Tante linee guida, nessuna “di fatto” sistono linee guida unanimemente riconosciute alle quali richiamarsi per il corretto svolgimento dell’attività plastico-ricostruttiva? A parere della Società italiana di chirurgia plastica ricostruttiva ed estetica no. «Attualmente nel nostro Paese – puntualizza Palombo non sono state pubblicate linee guida per la chirurgia plastica che corrispondono a rigidi criteri internazionali». Eppure guardando in giro o consultando in rete i portali delle associazioni che si occupano di questa disciplina, se

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Paolo Palombo, presidente della Società italiana di chirurgia plastica ricostruttiva ed estetica

ne trovano diverse. Tuttavia secondo Palombo, quelle possono considerarsi linee guida solo di nome, perché «per esserlo di fatto – prosegue Palombo – devono essere redatte sulla base di evidenze scientifiche e cliniche e costantemente aggiornate». In questo senso, la Sicpre è al lavoro col Ministero della Salute per la definizione delle linee guida relative alla specialità e per definire i requisiti di formazione che permetteranno a un professionista di potersi definire medico estetico.


Osservatorio medico - scientifico Pag. 33 • Gennaio 2017

Lipofilling nella chirurgia plastica Il professor Vito Contreas fa una panoramica sui traguardi raggiunti dalla medicina rigenerativa in chirurgia plastica grazie alla tecnica del lipofilling, che fa del tessuto adiposo un fattore che riempie e ringiovanisce

i chiama generalmente “lipofilling”, ma gli anglosassoni scendono anche più nel dettaglio e parlano non solo di fatgrafting (innesto di grasso), ma, in base alle dimensioni delle singole particelle infiltrate, di mini, micro e, ancora più recentemente, addirittura di nano- fatgrafting». Il professor Vito Contreas, chirurgo plastico con sedi operative a Roma e a Cagliari, introduce così uno degli argomenti recentemente più dibattuti nell’ambito della medicina rigenerativa e della chirurgia estetica. «Il nano-fatgrafting – precisa il professor Contreas – consiste nell’isolare le sole cellule rigenerative eliminando la componente volumetrica del trapianto. È la proce-

«S

Il professor Vito Contreas, le cui sedi operative si trovano a Roma e a Cagliari - www.vitocontreas.it

dura indicata nei casi di ringiovanimento puro e la particolare fluidità del mezzo infiltrato permette di usare aghi sottilissimi, capaci di scorrere inoffensivamente in una ruga, nei solchi di un decolleté, o in una piega palpebrale. In definitiva un organismo che aiuta se stesso a guarire, a ringiovanire, a rinascere». Ma per comprendere meglio la materia, bisogna fare un passo indietro. «Che il tessuto adiposo, da qualche anno a questa parte, stia diventando sempre più importante fra gli strumenti impiegati in chirurgia plastica, non è una novità. Ormai è frequente imbattersi in articoli, interviste, redazionali o semplice propaganda, nei quali si parli delle cellule adipose come valido sostituto tessutale e quindi della possibilità ricostruttiva dell’autotrapianto di grasso. Non è una scoperta, quindi, che una condizione di deficit tessutale, di natura congenita, ovvero acquisita nel corso della vita, possa trovare un valido trattamento con il “fat transfer” (“trasferimento adiposo”) fra due diverse regioni anatomiche dello stesso individuo. Così abbiamo imparato che col trapianto adiposo possiamo correggere le imperfezioni residuate ad eventi tra loro anche molto diversi, come un trauma o un intervento chirurgico». Già da qualche anno è nata la Società Internazionale di Chirurgia Plastica e Rigenerativa (ISPRES), fondata dai maggiori ricercatori su quest’argomento, uniti al padre del lipotrapianto moderno, il dottor Sidney Coleman di New York. «Nello Statuto della Società – dice Contreas – si legge te-

Le applicazioni Per il professor Vito Contreas, non esistono limiti per l’azione rigenerativa del tessuto adiposo e, non a caso, il suo impiego si fa strada anche a livello ginecologico. «In sede vulvare, infatti – dice Contreas –, il grasso, che sostiene tono e profilo per tutta l’età giovanile, tende con gli anni a riassorbirsi comportando una progressiva flaccidezza dei tessuti. Ma a livello genitale il fenomeno è più complesso: allo svuotamento delle grandi labbra, si associano anche una certa

stualmente: “I chirurghi plastici hanno praticato iniezioni di grasso per oltre un secolo, ma è stato solo di recente che ci si è resi conto che questa procedura significa più che semplicemente aumentare tessuti molli nelle varie parti del corpo. Le cellule staminali, i pre-adipociti e altri termini correlati non solo hanno arricchito il nostro vocabolario, ma stanno anche influenzando la nostra pratica quotidiana”. E, in effetti, è vero: fin dalle prime applicazioni del trasferimento adiposo ci si è resi conto che il grasso impiantato non solo riusciva a “riempire” il distretto dove era stato infiltrato, ma soprattutto, entro il breve volgere di qualche mese, si rendeva responsabile di una evidente trasformazione migliorativa del tessuto ospite». Per il professor Contreas, siamo ormai in grado di affermare che «il tessuto adiposo è estremamente ricco di cellule staminali e di una “frazione vascolo-stromale” capaci di indurre la formazione di una nuova rete vascolare, a sua volta responsabile di un maggior trasporto di sangue e quindi di ossigeno. Nuova vita allora per le ferite torpide e per i quadri di sofferenza tessutale in genere. Un grosso passo avanti in traumatologia, nelle complicanze del diabete e nelle malattie vascolari, specie se periferiche. Ma una nuova vita, soprattutto se accompagnata ad una nuova struttura tessutale, non significa soltanto la migliore guarigione di una ferita, bensì può rappresentare anche il miglioramento di un profilo e di una superficie di rivestimento cutaneo. Ecco spiegato il grande legame fra tra-

TRAPIANTO ADIPOSO

Corregge le imperfezioni residuate ad eventi tra loro anche molto diversi, come un trauma o un intervento chirurgico

pianto adiposo e chirurgia estetica: il grasso che trasforma un seno o un viso. Il grasso che riempie e ringiovanisce, il grasso che si associa alla ricostruzione protesica ed al classico lifting. Il grasso che smussa, che addolcisce i contorni, che solleva le sopracciglia e riempie le labbra, come le tempie e gli zigomi. Il grasso che dona luce e colore alla pelle avvizzita dal tempo». ■ Remo Monreale

atonia delle pareti vaginali ed una riduzione della secrezione mucosa. Le conseguenti modificazioni anatomiche e funzionali comportano un ampliamento dell’ostio vulvovaginale (specie se già sottoposto a trauma da parto), che, sotto il profilo sessuale, si associa ad una ridotta percezione della penetrazione e, all’opposto, la ridotta lubrificazione mucosa può comportare difficoltà e dolorabilità dell’atto sessuale. È facile capire quanto l’azione rigenerativa del trapianto adiposo eseguito a questo livello possa giovare al ripristino ed al mantenimento di un sano rapporto di coppia».


Osservatorio medico - scientifico Gennaio 2017 • Pag. 34

Dipendenze

Millennial, i pericoli dalle nuove droghe Preoccupa nelle giovani generazioni europee il crescente consumo di sostanze illecite e la diffusione di dipendenze comportamentali. Stabile ma alto il consumo di alcol e tabacco. I risultati del Rapporto Espad 2015 iminuisce il consumo di alcol e tabacco, ma preoccupano il binge drinking, le nuove sostanze psicoattive e l’utilizzo problematico della rete. Sono alcuni trend riguardanti gli studenti europei di 15-16 anni contenuti nel Rapporto Espad 2015, sesta edizione del Progetto di ricerca su alcol e altre droghe nelle scuole in Europa, capace di coinvolgere oltre 96mila studenti di 35 Paesi che hanno partecipato all’indagine rispondendo nelle proprie classi a un questionario anonimo. «Lo studio si ripete ogni quattro anni ed è ormai in grado di fornire le tendenze nelle ultime due decadi dei comportamenti a rischio degli adolescenti: assunzioni di sostanze tra cui tabacco, alcol, droghe illecite, inalanti, prodotti farmaceutici e nuove droghe, utilizzo problematico di internet, gaming online e gioco d’azzardo», spiega Sabrina Molinaro, principal investigator italiano del progetto e ricercatrice dell’Istituto di Fisiologia clinica del Cnr, che conduce la ricerca sin dalla sua attivazione nel 1995.

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NO SMOKING Cala l’attrattiva delle sigarette sugli adolescenti europei. Una tendenza probabilmente frutto delle politiche anti-fumo portate avanti negli ultimi 20 anni. La percentuale di fumatori quotidiani diminuisce dal 21 al 12 per cento: il vizio continua ad essere più diffuso tra i ragazzi (un punto percentuale in più) che tra le ragazze, anche se il divario di genere si è ridotto nel corso degli anni. Sempre negli ultimi decenni si è ridotta la percentuale di studenti che ha iniziato a fumare regolarmente prima dei 13 anni, scesa dal 10 al 4 per cento. Nonostante siano in vigore severe normative sull’acquisto di tabacchi in molti Paesi, oltre il 60 per cento degli adolescenti ci riesce facilmente. Ad aver sperimentato l’uso di tabacco nel nostro Paese è il 58 per cento degli studenti, mentre nel 1995 la percentuale si attestava intorno al 64 per cento. Gli italiani continuano però a fu-

mare di più rispetto ai coetanei europei. Il 37 per cento ha fumato nell’ultimo mese, una diffusione quindi molto più elevata rispetto alla media europea e stabile nel tempo, che non ha evidenziato considerevoli diminuzioni in questi anni. Anche per quanto riguarda la percentuale di fumatori quotidiani, gli italiani rimangono infatti stabili nel corso degli ultimi 20 anni al 21 per cento, a un livello più elevato della media comunitaria. EFFETTO BINGE DRINKING Gli adolescenti europei bevono e parecchio. Ma così come per il tabacco, si registrano lievi miglioramenti rispetto ai dati del 1995. Tra gli adolescenti europei il consumo una tantum è diminuito dall’89 all’80 per cento così come l’uso corrente dal 56 per cento al 48 per cento, con una marcata diminuzione dopo il picco registrato nel 2003. La percentuale di “binge drinking” (5 o più bevute in una singola occasione) è rimasta invece praticamente invariata nel corso dei 20 anni di rilevazione. La quota è però chiaramente in diminuzione tra il 2011 e il 2015 (per i ragazzi, dal 44 a 37 per cento; per le ragazze, dal 38 per cento al 33 per cento) in alcuni Paesi. Il 78 per cento degli intervistati afferma di reperire gli alcolici piuttosto facilmente. In Italia, ad aver bevuto alcolici almeno una volta nella vita è l’84 per cento degli studenti, in calo rispetto al 90 per cento del 2007. Il consumo corrente di alcolici interessa invece il 57 per cento, facendo registrare la prima diminuzione dal 2003 (63 per cento). Come per il resto d’Europa, non ci sono differenze sostanziali nell’andamento per la percentuale di studenti che riporta episodi di binge drinking (34 per cento). IL PUNTO SULLA DROGA Dopo l’apice toccato tra il 1995 e il 2003, la diffusione della droga è rimasta sostanzialmente stabile, con livelli che restano tuttavia elevati. Sono 10 i Paesi che superano il 25 per cento, tra cui l’Italia (28 per cento). In media, il 18 per cento

degli studenti riferisce di aver consumato una sostanza illecita almeno una volta nella vita, ma le percentuali variano notevolmente da Paese a Paese (dal 6 al 37 per cento). La sostanza illecita più diffusa in assoluto è la cannabis: il 16 per cento degli studenti dichiara di averla utilizzata almeno una volta. Tra il 1995 e il 2015, il consumo di cannabis è aumentato sia per quanto riguarda la sperimentazione della sostanza (dall’11 al 16 per cento), sia per l’uso corrente (dal 4 al 7 per cento). Un dato allarmante viene dalle nuove droghe. Il 4 per cento degli studenti (dall’1 al 10 per cento) ha sperimentato le nuove sostanze psicoattive (Nps) almeno in un caso, mentre il 3 per cento (dall’1 all’8 per cento) ne ha riferito un uso recente, almeno una volta nell’ultimo anno. «In media, le Nps sembrano oramai più diffuse di altre sostanze come amfetamine, ecstasy, cocaina o Lsd, questo evidenzia la necessità di approfondire il monitoraggio delle nuove droghe quotidianamente immesse sul

mercato», osserva Sabrina Molinaro. «Sono disponibili sia in forma pura che in preparati e non sono inserite nella lista delle droghe controllate dalle Nazioni Unite, ma pongono rischi per la salute pubblica comparabili a quelle delle sostanze illegali già note. Esistono vari gruppi di nuove sostanze, tra le quali le più diffuse sono: cannabinoidi sintetici, catinoni sintetici, fenetilamine, ketamina e analoghi, piperazine. Tuttavia, il numero e la composizione delle Nps sono in continua evoluzione». Anche in Italia, la sostanza illecita più diffusa è la cannabis, con una percentuale ben più alta rispetto al resto d’Europa (27per cento contro il 16) e in netto aumento rispetto al 2011 (21per cento). Ad averla provata negli ultimi trenta giorni è il 15 per cento degli adolescenti italiani, secondi solo ai coetanei francesi (17 per cento). Il 5 per cento dei nostri studenti riferisce di aver provato Nps almeno una volta nell’ultimo anno, attestandosi al sesto posto su 35 Paesi. ■ Francesca Druidi

Le insidie di internet Nuove minacce provengono dalla rete, utilizzata dagli adolescenti per numerose attività, monitorate per la prima volta dal Rapporto Espad 2015: dall’uso dei social media al “surfing”, dallo “streaming” al “gaming”, dal gioco d’azzardo all’acquisto-vendita di prodotti. In media, gli studenti europei sono connessi quasi 6 giorni su 7 a settimana. Se le ragazze segnalano un uso frequente dei social media più dei coetanei (83 per cento contro 73 per cento), il gioco online è invece più diffuso tra i maschi (39 per cento contro 7

per cento). In tutti i Paesi, i ragazzi hanno giocato d’azzardo più delle coetanee, sia nell’ultimo anno (23 per cento contro 5 per cento) che abitualmente (12 per cento contro 2 per cento). Per quanto riguarda l’Italia, i valori si attestano sulla media di quelli rilevati a livello europeo: gli studenti si connettono in media circa 6 giorni su 7; l’80 per cento utilizza i social media 4 o più giorni alla settimana; il 22 per cento si dedica al gaming, mentre il 3 per cento riferisce di aver giocato frequentemente d’azzardo.


Osservatorio medico - scientifico Pag. 35 • Gennaio 2017

Informazione e strategie terapeutiche È importante non abbassare la guardia di fronte al consumo di vecchie e nuove droghe e alla diffusione di comportamenti nocivi. A indagare il fenomeno è l’Osservatorio dell'Istituto superiore di sanità guidato da Roberta Pacifici

Roberta Pacificii, direttore dell’Osservatorio Fumo, alcol e droga dell’Istituto superiore di sanità

l ruolo assolutamente centrale della famiglia nel trattamento delle dipendenze patologiche e l’importanza di una strategia integrata per contrastare alcol, fumo, droga, gioco d’azzardo e disturbi del comportamento alimentare. Ne parla Roberta Pacifici, direttore dell’Osservatorio Fumo, alcol e droga (OssFad) dell’Istituto superiore di sanità, organo ufficiale dell’Iss che monitora il fenomeno delle dipendenze proponendo iniziative e strumenti utili alla prevenzione in materia di tabagismo, alcolismo, tossicodipendenze e doping. Come si declina l’attività di monitoraggio da parte dell’Osservatorio? «Realizziamo ogni anno survey sulle dipendenze, dal tabagismo al consumo di droga, e seguiamo le indagini di altri istituti di ricerca come Cnr e Istat. Mettiamo insieme

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i dati e cerchiamo di studiare l'andamento delle prevalenze, capendo quale collegamento esiste tra questo andamento, gli interventi di tipo legislativo e preventivo, e le campagne di informazione messe in campo». Nell’ambito delle dipendenze patologiche, quali sono i fenomeni più allarmanti che investono maggiormente la popolazione italiana, in particolare le giovani generazioni? «Per quanto riguarda la dipendenza da sostanze stupefacenti, due fenomeni sono da porre in primo piano. Innanzitutto, la recrudescenza dell’uso dell’eroina, che sta di nuovo aumentando anche se con una tipologia di consumo diversa da quella che conoscevamo: non viene iniettata, ma fumata e mischiata ad altre sostanze. Cocaina ed eroina implicavano due figure di consumatori completamente diverse, oggi invece si profila un consumatore misto che fa uso di più sostanze. Questo ci fa capire come si sia abbassata la guardia sull’eroina, sempre pronta a riemergere. C’è poi da evidenziare come a contare non sia la richiesta ma l’offerta: ciò che viene offerto dal mercato si riflette nelle caratteristiche del consumatore». Il secondo fenomeno da considerare? «È rappresentato dalle nuove tipologie di sostanze a disposizione, le cosiddette smart drug, sostanze di diverso tipo, sia naturali che sintetiche, acquistate soprattutto via internet. Cambiano in continuazione dal punto di vista chimico: chi le immette sul mercato non ha idea del vero effetto prodotto e il consumatore ne diventa quindi lo sperimentatore. Se la sostanza è di gradimento e non determina gravi conseguenze, avrà

“successo” sotto il profilo della distribuzione e dell’utilizzo, altrimenti sparirà della circolazione. È un processo continuo, che porta con sé due problemi importanti: uno tossicologico, perché i giovani consumatori che sperimentano queste sostanze sono spesso ricoverati al pronto soccorso per intossicazioni e pesanti effetti collaterali. L’altro problema riguarda il circuito di riapprovvigionamento, che non dà al consumatore la percezione di fare uso di una sostanza pericolosa e socialmente non accettabile» Qual è il peso della famiglia sia nello sviluppo che nella cura della dipendenza?

«La famiglia è il perno centrale delle problematiche. Spesso il contesto familiare è un induttore e ci sono chiari collegamenti tra la dipendenza sviluppata da un individuo e quella di fratelli, parenti prossimi e genitori, nel caso del fumo così come del gioco d’azzardo. Alcune sostanze in particolare esercitano un peso rilevante: la violenza e le criticità legate all’abuso alcolico ricadono tutte sul nucleo familiare. La famiglia è però, d’altra parte, anche una grande risorsa per la risoluzione dei problemi e, una volta divenuta consapevole, è determinante per far uscire dal tunnel chi soffre del disturbo. Le nostre conoscenze ci dicono che l’atteggiamento della famiglia verso le dipendenze rappresenta un fattore estremamente importante e predittivo. La famiglia è, inoltre, il primo promotore dell’invio a centri e strutture di accoglienza e sostegno». Parlando del modello terapeutico più efficace, esistono linee comuni di cura? «Il successo di un percorso di recupero dalla dipendenza è legato alla personalizzazione dell’intervento. Per alcune tipologie

di disturbo, facciamo però riferimento a linee guida consolidate nel tempo. Nel caso del tabagismo, ad esempio, abbiamo ormai evidenza scientifica che il successo del trattamento dipende dalla capacità dell’individuo di attuare il cambiamento, ricevendo sostegno farmacologico affiancato a quello psicologico con terapia di gruppo o individuale». In che modo strutturare la fase di prevenzione? «La prevenzione non deve declinarsi attraverso interventi a spot, ma strutturali, che abbiano continuità nel tempo. Bisogna anzi muoversi precocemente: affrontare sin dalle scuole elementari questi temi, ovviamente con un linguaggio appropriato, serve a creare quel substrato necessario alla formazione degli anti-corpi contro gli stimoli alle dipendenze con cui i giovani verranno a contatto strada facendo. Ci sono metodologie indicate dalle letteratura scientifica che hanno dimostrato la loro efficacia: una di queste è la peer education, l’educazione tra pari, un metodo nel quale ragazzi opportunamente formati veicolano messaggi di scelte di vita salubri e positive ai loro coetanei». ■ Francesca Druidi

GIOCO D’AZZARDO, È CAMPANELLO D’ALLARME Sono già oltre 19mila gli utenti presi in carico per il disturbo da gioco d’azzardo. «Ci stiamo occupando della dipendenza da gioco sotto diversi profili», spiega Roberta Pacifici. «Stiamo realizzando un’indagine epidemiologica su scala nazionale molto ampia per capire l’effettiva entità del fenomeno e la prevalenza di persone che giocando poi sviluppano la patologia del gioco d’azzardo». Secondo un’indagine dell’OssFad, l’8 per cento della popolazione che gioca si illude di poter governare l’esito del gioco grazie alla propria abilità. «Stiamo portando avanti una grande azione di comunicazione e d’informazione attraverso corsi formativi rivolti alla classe medica e agli operatori del gioco affinché sappiano intercettare i segnali del disturbo e comportarsi con chi palesa queste problematiche».


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Dipendenze a famiglia non è un’entità astratta, ma è costantemente attraversata dalle difficoltà e dalle contraddizioni della contemporaneità. Anche per questo all’interno della Settimana della famiglia, iniziativa del Centro per la pastorale familiare della diocesi di Roma e del Forum famiglie Lazio svoltasi a ottobre, è stato affrontato il tema delle dipendenze patologiche con un convegno scientifico all’Istituto superiore di sanità. «Un fenomeno come quello della dipendenza finisce sempre per colpire tutto il nucleo familiare ed è l’intera famiglia che va assistita proprio perché possa diventare essa stessa un luogo di cura e di supporto», ha spiegato monsignor Andrea Manto, direttore del Centro e dell’Ufficio pastorale sanitaria della diocesi di Roma. Perché la scelta è caduta proprio sulle dipendenze? «Entrano a pieno titolo nei temi che deve affrontare la Pastorale familiare poiché ci presentano uno dei volti più feriti della famiglia. La scelta di approfondire le dipendenze patologiche con l’Istituto superiore di sanità è scaturita dal bisogno di comprenderle in maniera complessiva, iniziando a inquadrare gli aspetti sanitari e di salute legati a questo fenomeno attraverso una riflessione sulle esperienze di vita e sulle evidenze scientifiche. Far dialogare i ricercatori e i professionisti sanitari con i familiari delle persone affette da dipendenze e con educatori e operatori sociali che vivono e lottano ogni giorno accanto a chi soffre di questi disturbi, serve a innescare un processo che porti la famiglia, anche quando sia stata uno dei fattori all’origine della patologia, a trasformarsi in risorsa, capace di

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Monsignor Andrea Manto, direttore Centro Pastorale della Famiglia e Ufficio Pastorale Sanitaria Diocesi di Roma

Non lasciare sole le famiglie Non solo assistenza ma una prevenzione culturale in grado di arginare il fenomeno delle dipendenze. L’esperienza del Centro per la pastorale familiare della diocesi di Roma nelle parole di Andrea Manto

accompagnare e sostenere un percorso di recupero e di riabilitazione di una persona con dipendenza patologica». Qual è il peso della famiglia sia nello sviluppo che nella cura della dipendenza? «La famiglia può essere causa e rimedio. L’epidemiologia di queste patologie ci dice, ad esempio, che laddove vi siano genitori o fratelli che bevono o giocano d’azzardo è più alto il rischio di sviluppare lo stesso comportamento. Così come il disturbo del comportamento alimentare in tante e complesse modalità può essere legato alla relazione genitoriale. In queste situazioni, la famiglia deve essere affiancata nel percorso di sostegno al familiare colpito, correggendo anche le sue dinamiche laddove esse siano causa dell’insorgenza della patologia o ne ostacolino la cura. Il nucleo familiare ha un ruolo spesso essenziale nella guarigione, se partecipa attivamente al percorso di cura, ed è una fonte insostituibile per conoscere la storia più profonda e intima del paziente e per curarlo più efficacemente. Dobbiamo sviluppare uno sguardo nuovo sulla famiglia». Con quale obiettivo?

«Comprendere e abbracciare la sua vulnerabilità, la sua quotidianità faticosa e imperfetta, facendo però emergere quella forza speciale che fa di essa un nodo essenziale della rete sociale. Sostenere la famiglia per garantire l’equilibrio della comunità intera deve essere l’obiettivo principale delle politiche sociali. Perché è in quel nodo della rete, piaccia o no, che finisce molto del carico della malattia, dell’assistenza, del disagio. E se cede quel nodo, la rete si strappa e vengono meno molte garanzie per tutti». Quale supporto dovrebbe arrivare dallo Stato e dalla società?

«È facile parlare della scarsità di servizi soprattutto in alcune realtà più deboli economicamente. La presa in carico delle persone con dipendenza patologica spesso segue lo stesso iter di quelle con disturbi psichiatrici, a cui queste patologie sono accomunate in un’unica grande area in cui l’assistenza e la cura sono spesso carenti rispetto ad altre patologie più “ricche”. Ma non si tratta soltanto di aumentare i servizi. Serve che venga rafforzata la ricerca scientifica in questo campo, che ci sia un percorso di presa in carico più efficiente e che si faccia prevenzione nelle scuole e in tutti i luoghi deputati all’educazione, creando così un argine per il futuro. Quello che manca è soprattutto un’operazione culturale, la sola in grado di prevenire le dipendenze e attivare tutte le risorse disponibili per rafforzare chi lotta contro questa piaga. Giovanni Paolo II nel suo discorso ai partecipanti alla Conferenza Internazionale su droga e alcool del 23 novembre 1991 affermava: “Alla radice dell’abuso di alcool e di stupefacenti - pur nella dolorosa complessità delle cause e delle situazioni - c’è di solito un vuoto esistenziale, dovuto all'assenza di valori e a una mancanza di fiducia in se stessi, negli altri e nella vita in generale”». Nel tempo sono emersi nuove declinazioni della dipendenza. «Anche i disturbi del comportamento alimentare sono nuove forme di depressione e sono in aumento. I dati della scienza, a ben vedere, ci pongono di fronte a una domanda importante la cui risposta non è soltanto scientifica. È la domanda sul senso, sulla direzione della vita e di noi stessi. Una domanda che, impegnati come siamo a elevare il livello di tutte le competizioni, abbiamo puntualmente evitato considerandola forse superflua o, comunque, non essenziale». ■ Francesca Druidi

LA CHIESA AL SERVIZIO DI CHI SOFFRE DI DIPENDENZE PATOLOGICHE

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a Chiesa – sottolinea monsignor Manto – annuncia e testimonia la possibilità di redenzione e di salvezza che il Signore Gesù offre a ogni uomo. Nella fragilità umana la presenza di Cristo è ancora più necessaria e proprio dove questa fragilità è maggiore, dove i percorsi personali sono più faticosi e bui, diventa necessario annunciare e testimoniare il Vangelo. La Chiesa è inviata da Gesù stesso a farsi prossima e a prendersi cura

di chi è ferito ed è ai margini della strada o della vita, proprio come ci è indicato nell’icona evangelica del Buon Samaritano. Segno concreto di questa missione sono le tante comunità di accoglienza e di recupero che la Chiesa ha realizzato e l’impegno dei sacerdoti accanto ai ragazzi e alle loro famiglie per riscrivere insieme a loro il futuro». Del resto, la Settimana della Famiglia è un’iniziativa nata per sottolineare la centralità della famiglia nella società. «Da un

progetto di recupero non può essere esclusa la famiglia, anche la più ferita. Ogni famiglia può custodire una radice d’amore che, se adeguatamente coltivata, diventa l’alleata più preziosa del medico, dello psicologo, del sacerdote che si impegnano, ognuno con il proprio sapere e con il proprio cuore, a restituire la speranza. Quando la famiglia fa parte del processo di cura è sicuramente il “farmaco” più efficace di tutti».


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Oculistica >>> continua dalla prima

tessuto, ricco delle stesse grandissime quantità di fattori pro-rigenerativi del tessuto di origine, ma in dimensioni così ridotte da permettere una somministrazione in loco, indolore e senza chirurgia». In pratica, una cosa semplice. «I frammenti sono semplici sì, elementari! E possono essere veicolati e così raggiungere la superficie oculare anche tramite un collirio, un gel, una pomata. Una volta a contatto con l’occhio, queste particelle elementari rilasciano un ricchissimo cocktail di sostanze antinfiammatorie, nutritive e biorigenerative in grado di arrestare alcune patologie proprio al loro esordio e riparare così ulcere corneali, ulcere neurotrofiche, contrastare patologie autoimmuni e perfino i rigetti post trapianto di cornea. Tutto ciò è frutto di più di quindici anni di lavoro. Ma tutto questo è contemporaneamente solo l’inizio, perché da oggi mi auguro si inizi a sperimentare l’applicabilità di questa tecnica anche su patologie di altri distretti come la pelle, l’intestino, il sistema nervoso centrale e periferico, e l’apparato muscolo scheletrico». A cosa si riferisce? «In teoria le unità elementari ed il loro processo di ottenimento potrebbero creare i presupposti per contrastare l’evoluzione di alcune patologie dal forte impatto neurodegenerativo, come ad esempio il Parkinson, l’Alzheimer e la Sclerosi multipla. Queste malattie infatti hanno in comune la compromessa cellularità e funzionalità neuronale. Una degenerazione, quella ipotizzata in queste malattie, che comporta a sua volta il calo di molte sostanze contenute invece in elevata quantità nelle unità elementari di membrana amniotica». Con l’approvazione da parte del Ministero, oggi l’Italia riconosce il grande merito di un ricercatore italiano. Eppure,

lei è stato uno dei cervelli in fuga di cui tanto si parla. «Da studente, all’università, non mi incaponivo sul trenta e lode. Pensavo a studiare, sodo, a fare esami al primo appello e senza perder tempo, anche perché non provenivo da una famiglia ricca. Poi, la vincita di una borsa di studio mi permise di andare negli Stati Uniti, all’inizio solo d’estate, per studiare e fare ricerca, ed in seguito a lavorare. La mia svolta avvenne lì. La ricerca, la sperimentazione, la scrittura di articoli scientifici su riviste impattate, esitarono in domande di brevetto quando ero ancora solo uno studente, cioè prima della laurea. Ero comunque convinto e determinato a ultimare e costruire la mia successiva e modesta carriera in Italia, perché sostengo fermamente che nel nostro paese, se si crede nel proprio lavoro e si hanno le idee giuste, non si può fallire». Quali sono le differenze che ha riscontrato negli Usa? «A mio parere negli Stati Uniti la forza risiede nel sistema mentre, in Italia, è l’esatto contrario. Tradotto, lo leggerei così: se si vuole essere professionisti strutturati, cioè dotati di un sistema-struttura intorno alla propria professione, gli Usa sono il posto giusto, ma eccellere e distinguersi sarà arduo mentre facilmente si resterà solo parte del sistema. Se, invece, si vuole essere di struttura professionale, e si ritorna in Italia, ci si troverà all’interno di un sistemastruttura come in un mare in tempesta, dove si impara a crescere na-

Il chirurgo oalmologo dottor Emiliano Ghinelli, il cui studio privato si trova a Villafranca di Verona (Vr) www.emilianoghinelli.com

NULLA DI “COMPLICATO”

Non facciamo che ridurre in frammenti il tessuto di membrana amniotica per somministrarlo in maniera topica vigando tra onde gigantesche, sulla propria struttura, malgrado il sistema, e, indirettamente, sviluppando le proprie abilità, e appagando le proprie aspirazioni. Anche se giovani, come è successo a me. Grazie alla fiducia del mio direttore generale, il dottor Guerrino Nicchio, nel 2007 sono diventato responsabile di due servizi di oculistica in provincia di Mantova a 32 anni, e i primi tempi, quando con i miei collaboratori mi recavo a visitare i pazienti appena operati, quasi tutti credeva-

no fossi l’assistente». Ora ha anche un suo studio in provincia di Verona. In che modo è strutturato? «Nel nostro studio di Villafranca di Verona svolgiamo attività diagnostico-terapeutica e di prevenzione: controllo della vista, tonometrie oculari, OCT, pachimetria corneale, visite con ortottista ed oculista pediatrico. Siamo in grado di diagnosticare e risolvere problematiche legate a tutti i difetti di refrazione, strabismo, cataratta, glaucoma, patologie degenerative della retina o legate a malattie sistemiche, sindrome dell’occhio secco, oltre ad infiammazioni della parte anteriore e posteriore dell’occhio. Non ci limitiamo a raggiungere il migliore risultato possibile per ogni paziente, ma forniamo tutte le informazioni necessarie per una completa consapevolezza delle proprie condizioni e delle scelte a disposizione, benefici e potenziali rischi inclusi. Ci piace accogliere, coccolare i nostri pazienti e offrire loro un momento di confronto “su misura”.

Gli occhi non sono tutti uguali, e così i trattamenti». Che ruolo ricopre l’innovazione tecnologica nel vostro ambulatorio? «In Oſtalmologia è importante il continuo aggiornamento tecnologico, mi fa piacere quando i miei pazienti notano la presenza di un nuovo strumento e la scomparsa di quello sorpassato. Per questo utilizziamo le più avanzate apparecchiature e tecnologie del settore, prima tra tutte la nuovissima Pentacam AXL (l’abbiamo adottata tra i primi 5 in Europa e per primi in Italia) con telecamera di Scheimpflug rotante per un’analisi del segmento anteriore oculare, il topografo corneale ad altissima precisione, che fornisce importanti informazioni sulla geometria e sulle eventuali deformazioni della cornea, o l’innovativo strumento per Oct (tomografia ottica computerizzata), esame non invasivo e non a contatto, che fornisce scansioni ad elevata risoluzione della retina, delle fibre nervose e della testa del nervo ottico». ■ Renato Ferretti

Se un cervello in fuga ritorna Emiliano Ghinelli, chirurgo oalmologo specialista in microchirurgia oculare, è nato a Roma nel 1974. «Ho maturato una lunga esperienza  – ricorda Ghinelli – presso importanti università ed istituti di ricerca di Pittsburgh, Londra e Boston,  dopo aver studiato al Campus Biomedico della capitale. Le mie esperienze

si sono divise tra UK e Stati Uniti, fra cui il MIT di Boston e l’Harvard Medical School sempre a Boston, producendo diverse pubblicazioni scientifiche e brevetti internazionali. Dopo tutto questo sono tornato in patria dove, accanto all’attività di medico oculista nello studio privato di Villafranca di Verona (Vr), da

dieci anni sono responsabile del Servizio di Oculistica presso l’Ospedale Civile di Volta Mantovana (Mn) e l’Ospedale Civile San Pellegrino di Castiglione delle Stiviere (Mn), oltre ad aver assunto nel 2015 e nel 2016 il ruolo di direttore scientifico di ILMO (Istituto Laser Microchirurgia Oculare) di Brescia».


Osservatorio medico - scientifico Pag. 39 • Gennaio 2017

Un approccio olistico all’oſtalmologia La dottoressa Raffaella Bertoglio parla dell’Oſtalmo-Omotossicologia, un nuovo approccio olistico alla materia oſtalmologica che considera la persona nella sua totalità e che in questa cerca le cause scatenanti dei disturbi erapie ottime quelle allopatiche ma, a volte, prive di una visione d’insieme». Da questa considerazione parte la riflessione e lo studio della dottoressa Raffaella Bertoglio, oſtalmologa e tutor dell’Università degli Studi di Brescia, che già nel 2000 abbraccia la medicina non convenzionale. Le ricerche di Bertoglio la portano nel 2007 a un nuovo metodo da lei stessa ideato, un approccio che mira a un sistema terapico per l’apparato visivo in un senso olistico. «Si tratta – dice Bertoglio – dell’Oſtalmo-Omotossicologia che ha la “presunzione” di voler andar oltre le terapie convenzionali. L’Oſtalmo-Omotossicologia riempie quei buchi lasciati dalla oſtalmologia tra-

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La dottoressa Raffaella Bertoglio visita a Sarezzo (Bs) gru.ascoltandoluomo@gmail.com www.oalmo-omotossicologia.it

dizionale, quando questa non ha strategie terapeutiche mirate o efficaci. La visita è assai particolareggiata perché, oltre allo studio dell’occhio in ogni sua parte, considera la persona nella sua totalità, con anamnesi accurata accompagnata dalla ricerca dell’elemento che scatena la patologia oculare. Anche per i non addetti ai lavori (oculisti, medici di medicina generale o non convenzionale) non è difficile immaginare quale mirabile apertura offre l’occhio verso il nostro corpo. Dal 2007 ho posto l’attenzione soprattutto su problematiche retiniche con un interesse alla degenerazione maculare legata all’età, prima causa di cecità nel mondo». Quali sono le cause principali che portano alla comparsa della degenerazione maculare, e quali sintomi comporta? «L’eziologia è multifattoriale: i principali fattori di rischio sono età, sesso, ereditarietà, fattori ambientali, pigmentazione oculare scarsa, fumo di sigaretta. I sintomi, invece, dipendono dalla forma, se essudativa o non essudativa. Nella non essudativa prevale una perdita graduale della visione centrale. Nella essudativa c’è distorsione di linee rette o bordi, comparsa e rapido sviluppo di perdita del visus, presenza di area cieca nel campo visivo centrale o paracentrale». È possibile prevenire questo tipo di patologia? «Da quando è “entrata in gioco” l’OſtalmoOmotossicologia la diagnosi precoce è assai importante. Prima viene iniziata la terapia più sono le possibilità di ottenere risultati». Quali sono, invece, le possibilità di

Degenerazione Maculare: un nuovo farmaco La dottoressa Raffaella Bertoglio parla del farmaco, in corso di brevettazione, contro la degenerazione maculare legata all’età. «Il farmaco parte da uno studio estremamente complesso e lungo – spiega Bertoglio – iniziato nel 2005 e presentato come lavoro, non come prodotto, il 18 febbraio 2006 al Club dell’Omotossicologia dal titolo “Degenerazione Maculare legata all’età: una nuova strategia terapeutica”. Il prodotto, infatti, è scaturito dopo molto lavoro sperimentale e, per ovvi motivi di brevetto, non è mai stato presentato. Il farmaco in questione andrà a lavorare

sia sulla degenerazione in forma non essudativa sia in quella essudativa. È innovativo in quanto unirà sia elementi ponderali sia elementi di origine naturale. La novità è determinata anche dal fatto che gli elementi presenti nel farmaco agiranno su vari distretti oculari, e non solo, quali la matrice intrafotorecettoriale, la lipofuscina, l’irrorazione sanguigna, oltre a lavorare anche sull’ossigenazione e il sistema di ossidazione. Come si può comprendere il suo meccanismo d’azione è completamente diverso e complesso rispetto a quello che si trova attualmente sul mercato».

guarire totalmente? «Al momento non esiste la terapia efficace per guarire dalla degenerazione maculare legata all’età, ma alcuni trattamenti che avrebbero lo scopo di rallentare la progressione della malattia. Laser, fotocoagulazione laser, fotodinamica, trattamento chirurgico, farmaci angiogenetici (iniezione intravitreali). Nessuna di queste terapie è elettiva dipende dalla forma della degenerazione e dalla sua evoluzione/progressione. Ma da tutti questi anni di lavoro sul campo e da tanto studio basato anche sull’anatomia, embriologia e fisiopatologia, è nato un prodotto unico per far fronte a questa patologia e ai disturbi del comparto coroide-retina. La formulazione è stata depositata per la brevettazione. Questo farmaco sarà uno dei primi farmaci della categoria R.A.G.U.F.: farmaci atti al Riequilibrio Armonico Generale Uniforme Facilitato». Secondo l’Oſtalmo-Omotossicologia quali altri disturbi o squilibri della persona possono essere correlati o influire sull’apparato visivo? «L’Oſtalmo-Omotossicologia ha la possibilità di lavorare su tutte le patologie oculare

perché è un metodo nuovo semplice ed efficace. Inoltre si inserisce a sostegno di quelle patologie oculari che non hanno apparente risposta nella pratica comune. Si è visto, già dal 2007 anno in cui venne fondato da me un gruppo di OſtalmoOmotossicologia, che lo studio dell’embriologia, dell’anatomia, della fisiopatologia unite alla conoscenza dell’omotossicologia e della medicina non convenzionale riempiva quegli spazi dove l’oculistica tradizionale non dava risposte soddisfacenti». Quale valore aggiunto può dare nella cura della persona un approccio di questo tipo? «Uno dei valori aggiunti dell’Oſtalmo-Omotossicologia è che accanto alla patologia oculare esiste la Persona. L’inquadramento olistico, completo e dettagliato, permette di andare alla “radice” del problema. Conoscendo così a fondo la persona che ci sta di fronte l’aiuto non è solo oſtalmologico. Si sa, inoltre, che tutto il nostro corpo agisce all’unisono in un equilibrio stabile quando c’è salute. Ritrovare questo equilibrio è lo scopo principale dell’Oſtalmo-Omotossicologia». ■ Elena Ricci


Osservatorio medico - scientifico Pag. 41 • Gennaio 2017

Vista, stop ai falsi miti La tecnologia fa continui progressi, ma l’utilizzo dei tanti display che usiamo ogni giorno fa male ai nostri occhi? Il dottor Marco Codenotti suggerisce alcune precauzioni a diffusione di strumenti digitali, come smartphone e tablet, e la presenza costante dei computer nelle nostre vite fa sì che molte ore della nostra giornata vengano trascorse di fronte a un monitor. Fortunatamente una permanenza anche lunga davanti allo schermo non è fonte di malattie per gli occhi. Ciò non vuol dire che passare molto tempo davanti a un pc non porti ad avvertire stanchezza, affaticamento visivo, arrossamento e pesantezza oculare. Sintomi che comunque non sono spia di nessuna patologia. E non ne sono nemmeno la causa. «Un consiglio che do sempre ai miei pazienti – afferma Marco Codenotti, oculista responsabile del servizio di chirurgia vitreo-retinica dell’ospedale San Raffaele di Milano - è di fare una breve pausa ogni 30-45 minuti e di utilizzare lacrime artificiali a base di acido ialuronico, poiché di fronte ai monitor l’occhio tende a diventare più asciutto. Utilizziamo con serenità i nostri occhi, sono fatti per guardare».

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La miopia può degenerare con l’uso intenso del computer? Quali precauzioni dovrebbe usare chi porta gli occhiali? «Capisco che venga istintivo pensare che un utilizzo costante degli occhi porti a un loro “esaurimento”, con conseguente necessità di utilizzare gli occhiali. Purtroppo nessuno è mai riuscito a dimostrare che l’utilizzo dei computer o lo studio intenso porti alla comparsa di difetti della vista come la miopia. Per ora gli oculisti sono concordi sul fatto che la miopia abbia una base di ereditarietà familiare, in parte ancora oscura, e che l’utilizzo dei computer non porti alla sua comparsa o a un peggioramento di una miopia esistente. Esistono solo pochissimi studi scientifici che mostrano come le persone che studiano molto portano di più gli occhiali, ma invito a prendere con le pinze questi risultati dato che non si può affermare con certezza scientifica che passare molto tempo sui libri sia la causa di miopia o altre patologie. Nella mia esperienza questo è sup-

portato dal fatto che ci sono molte persone con una miopia molto grave che non lavorano davanti al computer e viceversa. Invito quindi chi porta gli occhiali a condurre una vita in piena normalità». Spesso ci si interroga se la tecnologia 3D sia dannosa per la vista. Ci sono rilievi scientifici che confermano questi timori? «Effettivamente anche le comunità scientifiche di neurologi, pediatri e oculisti stanno facendo diverse ricerche in merito. Per fortuna i risultati scientifici che emergono per ora da queste ricerche sono confortanti, nel senso che sembra non siano responsabili di nessun tipo di danno visivo. Alcuni studi riportano che mediamente è più faticoso guardare film in 3D e che dopo alcune ore di utilizzo di questi occhiali i soggetti avvertono maggiore affaticamento, stanchezza o visione offuscata. Tutti questi sintomi sono transitori e mai associati a problemi o malattie agli occhi. Ad alcuni soggetti affetti da strabismo può capitare di vedere dop-

I vantaggi del laser ad eccimeri Una nuova tecnica produce enormi benefici per i pazienti che soffrono di miopie, ipermetropie e astigmatismi. La descrive Ugo Cimberle traguardi in medicina si traducono sempre più in un minore ricorso ai trattamenti chirurgici. Casi complessi vengono, infatti, affrontati e curati facendo uso di tecniche innovative a tutto vantaggio dei pazienti. Rapido, indolore e estremamente sicuro, l’uso dell’avanzatissimo laser ad eccimeri può annoverare tra i benefici il trattamento in tempi brevi di casi anche complessi quali miopie, ipermetropie e astigmatismi. «Una delle novità che aumenta di molto la praticità, la facilità, la sicurezza e la precisione di risultato è il trattamento Smart Surface che consiste in un’ablazione al laser senza alcun passaggio chirurgico. L’intervento dura solo pochi secondi ed è indolore e sicuro» spiega il dottor Ugo Cimberle, oculista libero professionista che lavora nella storica struttura privata Cidiemme di Ravenna, centro di chirurgia e diagnostica oculistica. «Siamo tra i primi – continua - in Italia ad aver sviluppato e divulgato diverse tecniche chirurgiche

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oalmologiche: dai trapianti di cornea agli interventi per cataratta fino agli interventi sulla retina. Un campo importante di sviluppo che ho seguito personalmente dal 1989 è quello della chirurgia refrattiva per i difetti di vista trattati con l’utilizzo di laser ad eccimeri». Tutti i difetti della vista una volta risolvibili solo con occhiali o lenti a con-

tatto possono oggi trovare una valida e definitiva soluzione chirurgica, anche grazie alla sofisticata affidabilità del laser a eccimeri. «La nuovissima impostazione del nostro laser ad eccimeri crea una superficie perfetta della cornea sfruttando una particolare distribuzione degli impulsi ed una tecnica all-laser senza alcuna manipolazione chirurgica.

Il centro Cidiemme ha sede a Ravenna - www.cidiemme.it

Marco Codenotti, oculista responsabile del servizio di chirurgia vitreo-retinica dell’ospedale San Raffaele di Milano

pio (diplopia) dopo l’utilizzo per lungo tempo di occhiali per 3D, anche se questo fenomeno è momentaneo e succede a chi sa già di avere un problema di questo tipo. Ci si interroga infine anche sul problema dell’epilessia indotta da stimoli luminosi. Per fortuna anche in questo caso non ci sono statistiche che mettano in allarme: il rischio di comparsa di questa malattia in chi utilizza gli occhiali 3D è uguale a chi guarda normalmente la televisione. Godiamoci quindi serenamente i film in 3D, ricordandoci di fare una piccola pausa quando sentiamo la nostra vista troppo affaticata». ■ N.M.M.

Ciò permette una rapida guarigione con quasi assenza di fastidio, un veloce recupero visivo, ottima superficie ottica per un ottimo visus, stabilità assoluta del risultato, assenza quasi totale di complicanze. Con questa tecnica possiamo trattare miopie, ipermetropie, astigmatismi anche complessi abbinandola alla custom ablation su guida topoaberrometrica per casi particolarmente irregolari come i ritrattamenti o i trapianti di cornea». L’avanzatissimo laser ad eccimeri configura così la nascita di una quinta generazione di laser che opera grazie ad una doppia fluenza di lavoro, ad un eye tracking - il sistema di puntamento che segue l’occhio nei suoi movimenti – impiegato a frequenza elevatissima su cinque assi, ad un soware che modella la cornea senza creare aberrazioni e che permette trattamenti di difetti elevati anche con diametri pupillari importanti. «La storia della chirurgia refrattiva in Italia, paese di riferimento in questo campo, passa quindi anche attraverso il centro Cidiemme - conclude il dottor Cimberle . Un campo storico d’eccellenza per i chirurgi del nostro centro che sono stati tra i primi ad utilizzare la chirurgia incisionale negli anni ‘80 e a comprendere le potenzialità del laser ad eccimeri». ■ Luana Costa


Osservatorio medico - scientifico Pag. 43 • Gennaio 2017

Trasporto farmaceutico in sicurezza Sistemi all’avanguardia al servizio del trasporto di farmaci. Dalla provincia di Milano si irradiano le attività dell’azienda di autotrasporto Vercesi che consegna medicinali in tutto il territorio comunitario unico carattere standardizzato è il trasporto di farmaci a temperature controllate, le restanti contingenze vengono concordate con il committente per creare le condizioni più favorevoli di consegna. Autotrasporti Vercesi è un’azienda che opera da oltre cinquant’anni nel campo del trasporto farmaceutico raggiungendo con la sua flotta l’intero territorio nazionale ed europeo. Da tempo l’azienda è riuscita, inoltre, a spingere il suo raggio d’azione oltre i confini comunitari: fino in Russia, in Ucraina e in Turchia. Leader e vero punto di riferimento per le multinazionali del farmaco la società di autotrasporti effettua viaggi su gomma spostando presidi sanitari da un punto all’altro dell’Europa nel massimo della sicurezza. «Il nostro vero punto di forza – spiega Paola Vercesi – è essere sul mercato da ben 57 anni. I lunghi anni di attività ci hanno caratterizzato sul mercato come una società molto flessibile. Ci piace coccolare i nostri clienti predisponendo servizi tagliati su misura delle loro esigenze. Ogni trasporto è personalizzato poiché l’obiettivo aziendale è la soddisfazione del cliente». Le attività dell’autotrasporti Vercesi sono di primo livello: spostamento di farmaci da e verso i depositi delle case farmaceutiche. «Veniamo arruolati – spiega ancora Vercesi – direttamente dalle case farmaceutiche o da provider, i quali commissionano il trasporto di ingenti quantitativi di merce.

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La storia La autotrasporti Vercesi è nata oltre cinquant’anni fa. Giancarlo Vercesi era autista e titolare e la sua consorte Maria Bonetti commerciale e amministrativa. Il sogno di fondare un’azienda, di progredire e far bene il proprio lavoro, si è concretizzato di giorno in giorno e, grazie alla volontà di questa coppia, è diventato realtà. Negli anni settanta la prima svolta: l’acquisto di un secondo camion ha trasformato la Vercesi in una vera e propria ditta di trasporti e l’acquisizione di un contratto con una grossa ditta come la Wander (produttrice del famoso Ovomaltina) ha dato inizio ai primi carichi esteri.

Paola Vercesi, amministratore dell’autotrasporti Vercesi di Pozzuolo Martesana (Mi) www.autotrasportivercesi.eu

LA FLOTTA AZIENDALE

È composta da oltre 140 trattori stradali con 150 semirimorchi frigoriferi capaci di trasportare la merce a temperature controllate

Proprio in ragione di ciò, disponiamo di un parco macchine attrezzatissimo per i lunghi spostamenti». Il parco automezzi è interamente composto da macchine a temperatura controllata. Nel dettaglio, da trattori stradali che trainano semirimorchi da 13,60 metri di capacità 33 euro/epal pallets, da motrici da 17 e 23 euro/epal pallets e da mezzi da 3,5 tonnellate per le piccole prese e consegne locali. Si tratta di bilici equipaggiati di un doppio pianale di carico, doppio motore e paratia: «Questo sistema permette la sistemazione di 66 bancali, 33 su ogni pianale, on sovrapposti fisicamente uno all’altro, ma che scorrono lungo le traverse di carico ed è quindi molto duttile, permettendo di separare con la paratia, sullo stesso mezzo, merci di differenti temperature e senza vincoli di posizionamento. Il rimorchio bi-termo, grazie alla dotazione di due motori frigoriferi, consente quindi l’evidente vantaggio dell’ottimizzazione del viaggio mantenendo inalterata la qualità del servizio. La politica aziendale adottata negli anni ha permesso di avere mezzi sempre efficienti e con un’alta eco-compatibilità». La flotta aziendale è oggi composta da oltre 140 trattori stradali con 150 semirimorchi frigoriferi con un’età media dei veicoli di circa due anni e capace di trasportare la merce a temperature controllate grazie ad automezzi frigoriferi. I vaccini, ad esempio, devono essere conservati in celle in grado di mantenere temperature dai due agli otto gradi per evitarne il deterioramento; tutti

gli altri farmaci possono essere mantenuti a temperature costanti tra i nove e venticinque gradi. «La temperatura è costantemente rilevata tramite le sonde interne al semirimorchio, la cronistoria dei dati è stampabile su richiesta e l’autista può costantemente controllare dallo specchio sinistro retrovisore del suo mezzo il buon funzionamento del frigorifero». Tutti gli operatori vengono sottoposti ad un continuo e costante training e gli spostamenti vengono monitorati attraverso un sistema operativo capace di individuare i mezzi lungo il percorso: «Le informazioni confluiscono poi all’ufficio traffico, che è così costantemente aggiornato sulle condizioni di viaggio. È un sistema implementato per gestire al meglio le attività di trasporto, lo scopo è comunicare ai clienti in tempo reale l’orario di arrivo e il verificarsi di eventuali inconvenienti sul percorso. L’impianto satellitare, gestito in remoto, assolve, inoltre, alla funzione di sistema di protezione antirapina di cui ogni mezzo è dotato. La copertura satellitare integrale rileva la posizione del mezzo in occasione delle aperture delle porte della cabina e del contenitore merce nonché degli sganci non autorizzati dei semirimorchi. Questa protezione è garantita da una centrale operativa esterna al massimo livello di sicurezza che, su richiesta, tiene sotto costante monitoraggio il nostro mezzo, avvisando tempestivamente, in caso di necessità, le forze di polizia per un intervento immediato». ■ Luana Costa


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Odontoiatria

Prevenire è meglio che curare Lo slogan lanciato da Andi oltre 30 anni fa oggi è divenuto di uso comune. È infatti grazie ai tanti dentisti italiani se gli italiani hanno imparato a fare attenzione al cavo orale aro dell’odontoiatria è da sempre la prevenzione. Un importante strumento che da solo è in grado di limitare l’insorgere delle malattie oro-dentali. È infatti grazie ad essa che i livelli di diffusione della carie dentale sono oggi in linea con i valori del nord Europa. Ma lo spettro delle patologie odontoiatriche è molto vasto. Ad esempio, l’allungamento dei tempi di vita ha fatto sì che la parodontopatia - la malattia dei tessuti di sostegno del dente - sia la patologia orale più diffusa in Italia. Si tratta di una malattia molto insidiosa, che avanza con fasi di attività alternate a periodi di quiescenza e senza provocare particolari manifestazioni cliniche, generando una progressiva riduzione delle quantità di osso intorno al dente che progressivamente inizia a vacillare, fino a volte a cadere spontaneamente. Gianfranco Prada, presidente di Andi, l’Associazione nazionale dentisti italiani, pone l’accento sull’importanza di una corretta attenzione nei confronti della malattia. «Questa patologia rappresenta la maggiore causa di perdita dentale nel paziente adulto e anziano. Inoltre è oramai scientificamente provato che la presenza di una malattia parodontale si associa con patologie a carico di altri organi, in particolare il cuore». Infine serve ricordare che i tumori della bocca sono considerati fra le maggiori cause di mortalità per tumore. È necessario parlarne, perché prevenire o ridurre le conseguenze del tumore orale è possibile, ma solo se individuato per tempo. Esiste una sorta di maggiore incidenza genetica dei problemi legati alla bocca e ai denti? «La migliore prevenzione è l’igiene orale, eseguita correttamente sia in termini di manualità che di frequenza dei lavaggi quotidiani, che devono svolgersi almeno due volte al giorno, mattino e sera. È inoltre fondamentale farsi visitare almeno una volta ogni sei mesi dal proprio dentista mantenendo con lui una continuità di rapporto che consentirà, nel tempo, di intercettare precocemente qualsiasi anomalia rispetto alle situazioni precedenti. Oltre all’igiene orale è necessario sottolineare che alcune abitudini di vita, quale il fumo e l’alcool, predispongono ad un maggiore rischio di patologie dei tessuti della bocca, sia denti che gengive che mucose. Infine. comportamenti sessuali frequentemente promiscui e non protetti, con particolare riferimento al sesso

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COSTI E BENEFICI

Solo con una stretta e costante relazione fra medico e paziente si possono raggiungere i migliori risultati per il cavo orale

Gianfranco Prada, presidente di Andi, Associazione nazionale dentisti italiani

orale, possono essere causa di trasmissioni virali (Hpv) con lesioni ad alto rischio di degenerazione tumorale. La genetica gioca certamente un ruolo importante nella determinazione di alcune patologie, in particolare le parodontopatie». Quali i rimedi naturali (e non) per una corretta “manutenzione” del cavo orale? «È fondamentale essere consapevoli che la bocca è un organo del corpo facilmente ispezionabile: la migliore misura di prevenzione e manutenzione di esso è recarsi dal dentista almeno due volte l’anno». Negli ultimi anni si stanno affac-

ciando numerosi concorrenti per gli studi odontoiatrici. Dai viaggi verso Est ai maxi-ambulatori sembra che il settore si stia in qualche modo liberalizzando o comunque aumentano gli attori nel mercato. Lei cosa ne pensa e quali i possibili rischi per il paziente? «Ritengo sbagliato considerare il costo come principale elemento di valutazione per decidere a chi affidarsi per una terapia odontoiatrica. Ragionare così comporta molti rischi per il paziente e posso affermarlo avendo noto quante richieste di aiuto arrivano in Associazione da pazienti che non hanno ottenuto i risultati previsti o addirittura hanno subito danni nel rivolgersi a catene low cost, franchising o nei viaggi all’estero. I criteri di riferimento di una terapia odontoiatrica rimangono infatti sempre gli stessi: ogni terapia deve essere realmente necessaria e il trattamento dovrà essere prevedibile e duraturo. Solo con una stretta e costante relazione fra medico e paziente si possono raggiungere i migliori risultati di salute per il cavo orale, sia in termini di percorsi di prevenzione che di scelte di terapia. Tutto il resto è solo legato a logiche commerciali. Siamo tuttavia anche noi ben consapevoli che il principale problema del-

l’odontoiatria in Italia sia rappresentato dalla sostenibilità dei costi che essa comporta per le famiglie: per questo anche noi dentisti Andi stiamo lavorando per trovare soluzioni concrete a questo problema». Quali le ultime novità sul fronte della chirurgia odontoiatrica? «Le novità sul piano strettamente chirurgico sono nel miglioramento della metodologia di diagnosi iniziale, che tramite la diagnostica 3d consente di potenziare sensibilmente la possibilità di programmazione e svolgimento di ogni intervento chirurgico riducendo i disagi post intervento. Inoltre oggi sono utilizzabili strumentazioni a basso impatto traumatico per i tessuti del cavo orale: in taluni casi l’uso di macchine quali i laser, i bisturi piezoelettrici o i manipoli a stretto controllo di velocità riducono al minimo il dolore post chirurgico. Anche nel settore dell’implantologia le tecniche di diagnosi e di studio preliminare, svolte con l’aiuto di avanzati software e di macchine supportate da computer, consentono di programmare ed eseguire gli interventi di chirurgia implantare con grande sicurezza e minimo disagio per i pazienti». ■ T.B.


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Odontoiatria

Anestesia e ipnosi medica per combattere la paura del dentista Il dottor Pierantonio Rosi descrive gli approcci più utili per combattere l’odontofobia e le metodologie indicate per ottimizzare i risultati nei pazienti che hanno poco tempo per le cure dentali a poltrona del dentista fa ancora paura? Sì e anche molto, stando alle testimonianze dei pazienti e alle statistiche. Le cure odontoiatriche continuano ad essere viste con timore, se non puro terrore, da parte di una considerevole parte della popolazione italiana, ma l’attenzione alla salute di denti, bocca e gengive e l’ambizione di sfoggiare un sorriso perfetto è più forte nella maggior parte dei pazienti. Discorso diverso per chi è affetto da odontofobia, una paura incontrollabile e innata del dentista e dei suoi strumenti di lavoro. Patologia di cui, stando ai dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, è affetto il 1520 per cento della popolazione mondiale. Ma per gli irriducibili della fuga alla vista del trapano, le soluzioni non mancano, come spiega il dottor Pierantonio Rosi, a capo dell’omonimo studio odontoiatrico attivo a Bre-

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Il dottor Alessandro Marrelli

scia dal 1984 e in società con il dottor Alessandro Marrelli presente a Desenzano dal 2005. «Il perfezionamento delle procedure tecniche e la maggiore attenzione rivolta all’accoglienza psicologica e umana, pur fondamentali per un corretto approccio al paziente odontoiatrico – sottolinea Rosi – si sono rivelati mezzi insufficienti per una soluzione radicale del problema. Questa discrepanza tra necessità operative e bisogni globali del paziente si è ulteriormente approfondita a causa dell’estendersi delle possibilità operative e quindi dell’invasività di certe procedure. Per questo dalla fine degli anni Novanta il mio studio ha scelto di intraprendere un nuovo percorso metodologico con l’anestesista Marco Ardigò, nostro consulente: la analgo-sedazione, l’anestesia generale o narcosi e dal 2015 con l’ipnosi medica rapida. Queste metodiche offrono al paziente grande benessere psico-fisico durante e dopo la pro-

L’APPROCCIO

Abbattere la distanza medico paziente e intervenire con un approccio globale è la strada che prediligo in ambito dontoiatrico, sia per combattere ansie e fobie che per risolvere le diverse patologie in campo odontoiatrico cedura. Inoltre non trascurabili sono i vantaggi che ne derivano all’operatore, il quale può concentrarsi di più sul compito operativo, ridurre i tempi di intervento, migliorare le proprie condizioni di stress psichico e, non ultimo, ampliare notevolmente le procedure realizzabili in un’unica seduta». Cosa si intende per ipnosi medica rapida in odontoiatria? «Con le tecniche rapide d’induzione ipnotica il paziente è in grado di raggiungere uno stato di autocontrollo che oltre a favorire il proprio rilassamento può facilitare nel concreto l’intervento dell’odontoiatra. L’ipnosi rapida è indicata nel trattamento di tutti i pazienti, soprattutto dei soggetti non collaboranti e particolarmente ansiosi o di chi soffre di odontofobia, naturalmente come coadiuvante delle tecniche anestesiologiche. Con l’ipnosi rapida il paziente avverte un pia-

Disturbi gengivali: l’innovazione passa dai probiotici L’uso dei probiotici in parodontologia è una delle più interessanti novità in ambito odontoiatrico, secondo il dottor Pierantonio Rosi, a capo dell’omonimo studio, centro odontoiatrico specializzato per adulti e bambini a Brescia e Desenzano: «I disturbi gengivali sono il sintomo periferico di una patologia più profonda, un malfunzionamento intestinale dovuto alla distruzione dei batteri “buoni” presenti nel nostro intestino. La scorretta alimentazione e l’abuso di farmaci sono tra le sue cause più comuni, che si riflettono poi sulle

gengive. Le nostre intuizioni sono state confermate dai dati pubblicati da Science cinque anni fa. Ci sono diversi modi per ridurre i disturbi gengivali, dalla pulizia meccanica all’uso del laser, ma nei fatti la soluzione definitiva si ottiene solo insegnando al paziente a mangiar bene e a curarsi con i probiotici, che stanno diventando un must nella terapia contemporanea. Certo è più difficile da comprendere e meno commerciale ma più risolutiva come soluzione sul lungo periodo».

cevole senso di benessere in quanto, pur non perdendo mai coscienza, riesce a distaccarsi dall’ambiente circostante per concentrarsi sulle proprie sensazioni interiori, sia fisiche, sia mentali. Il medico, attraverso l’uso della parola, induce il paziente a concentrarsi sul proprio corpo, sul respiro o su immagini di particolari luoghi o situazioni. In genere il paziente crede poco in questo tipo di approccio, ideato e portato avanti da anni dal dottor Giuseppe Regaldo all’Ospedale Le Molinette di Torino, perché teme di essere manipolato. Ma uno dei principali vantaggi di questa metodologia, che serve solo a portare il paziente sotto stress in condizioni di rilassamento in breve tempo, è che è rapida ed efficiente: o funziona o non funziona e lo si capisce subito. E nel 50 per cento dei casi, percentuale che traggo dalla mia esperienza, funziona molto bene».

Il dottor Pierantonio Rosi www.studioodontoiatricorosi.it

Quali sono, invece, i vantaggi della sedazione cosciente? «L’analgo-sedazione cosciente si effettua attraverso l’infusione esclusivamente endovenosa di più farmaci. I pazienti la preferiscono perché al termine delle cure odontoiatriche riprendono in pochi minuti le normali condizioni di benessere, autonomia fisica, lucidità cognitiva. Questo approccio è molto utile ai soggetti molto impegnati, che non hanno tanto tempo da dedicare a ripetute visite e interventi dal dentista, perché è una soluzione orientata al problem solving. Ma non sono i soli: anche i bambini difficili da trattare o nei pazienti diversamente abili, dopo un’attenta analisi dell’anestesista, può essere la soluzione migliore». ■ Alessia Cotroneo


Oss Sanità - Gen 17  
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