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Osservatorio sanità e salute

In allegato alla stampa nazionale Anno 1

• N. 1 • Febbraio 2015

Lontani dalla crisi Il farmaceutico dimostra che quando si innova la globalizzazione non fa paura

Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria

e Pmi del settore farmaceutico italiano costituiscono una realtà solida, che non vive solo come entità a sé stante ma ha anche una serie di rapporti di partnership con importanti gruppi internazionali. Le piccole e medie imprese italiane, infatti, oltre ad avere un loro interesse nella ricerca, spesso fungono da controterzisti, costituendo rapporti di collaborazione con aziende più grandi. Queste ultime in questo modo possono avere la possibilità di produrre molteplici varietà di prodotti farmaceutici facendo leva sull'elevata specializzazione delle piccole aziende del nostro Paese. È per questo che il fronte delle esportazioni dimostra, anche per questo 2014, valori molto positivi. I recenti dati Istat sono particolarmente interessanti e delineano un settore farmaceutico trainante. Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria, non nasconde la soddisfazione. «Qualche anno fa aumentavamo a doppia cifra. Era normale aspettarsi che i valori si sarebbero ridotti, complice anche la crisi. Nonostante qualche malcontento, la vedevamo come una sorta di “stabilizzazione”. Invece i dati 2014 su dicembre vedono un aumento dell'export del 20 per cento. Un dato straordinario». Si tratta di una ripresa del settore ma anche del sistema Italia che vede il 2015 con maggiore positività. «Lo confermo. Noi siamo un settore un po' particolare perché viviamo di un mercato interno che, negli ultimi anni, è sempre stato negativo perché i vari governi se ne ricordavano solo quando serviva fare cassa.

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18° CONVEGNO INTERNAZIONALE DI MEDICINA E CHIRURGIA ESTETICA Tutte le novità, le tecnologie più avanzate e i massimi esperti a livello mondiale a Bologna dal 27 febbraio all’1 marzo p. 4

«La cultura della salute allunga la vita» L’informazione medico-scientifica non è solo una specializzazione del giornalismo, ma vera e propria medicina. E il crescente interesse che riscuote, osserva Luciano Onder, dimostra che il pubblico se n’è accorto molto semplicemente il padre della divulgazione medico-scientifica italiana. Non si fa torto a nessuno a definire così Luciano Onder, volto arcinoto della nostra televisione che da più di 40 anni informa ed educa il pubblico sulle principali tematiche legate alla sfera medica, con stile rigoroso e garbato. «L’informazione corretta – sostiene Onder - è un patrimonio che fa guadagnare salute. I cittadini lo sanno e non per niente la seguono con grande attenzione». Come è cambiato il modo di parlare di salute da quando lei ha cominciato a oggi? «In tutti questi anni da giornalista medico-

È Luciano Onder, giornalista medico-scientifico storico condu�ore di Medicina33, ora a Mediaset

ALL’INTERNO Politiche sanitarie Come riorganizzare la sanità? Ne parlano Sergio Chiamparino, presidente della Conferenza delle Regioni e Roberta Siliquini, presidente del Css p. 6 Mala�ie rare Prospe�ive diagnostiche e terapeutiche. Il punto di Flavio Bertoglio e Bruno Dallapiccola p. 24

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SPECIALE SALUTE E BELLEZZA

Tutti i segreti che garantiscono il successo degli interventi contro gli inestetismi: intervengono, tra gli altri, Giacomo Urtis, Antonio Bacci e Fabrizio Malan


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Colophon Sergio Pecorelli, presidente dell’Aifa

BIOMEDICALE Fiore all’occhiello dell’Italia p. 27

Direttore responsabile Marco Zanzi direzione@golfarellieditore.it

Consulente editoriale Irene Pivetti

p. 44

FARMACI L’importanza dell’informazione p. 11

Nerio Alessandri, presidente Technogym

Direzione marketing Aldo Radici

LOTTA ALLA CONTRAFFAZIONE Intervento del gen. Cosimo Piccinno p. 47

Coordinamento editoriale Michela Calabretta direzione@golfarellieditore.it

Redazione Tiziana Achino, Lucrezia Antinori, Tiziana Bongiovanni, Eugenia Campo di Costa, Cinzia Calogero, Anna Di Leo, Alessandro Gallo, Simona Langone, Leonardo Lo Gozzo, Lara Mariani, Michelangelo Marazzita, Chiara Milani, Marcello Moratti, Michelangelo Podestà, Silvia Rigotti, Giuseppe Tatarella

Relazioni internazionali Rabi Hasnioui

Hanno collaborato Fiorella Calò, Francesca Druidi, Renata Gualtieri, Francesco Scopelliti, Lorenzo Fumagalli, Gaia Santi, Maria Pia Telese

Sede Tel. 051 223033 - Via Ugo Bassi, 25 40121 - Bologna www.golfarellieditore.it

Relazioni pubbliche Via del Pozzetto, 1/5 - Roma

Supplemento a Sanissimi-Il Giornale-Registrazione tribunale di Bologna n. 7578 del 22/09/2004

Diffuso al Congresso Internazionale di medicina Estetica SIES - VALET Bologna dal 27 febbraio all’1 marzo 2015

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Invece, se si conferma e prosegue la stabilità messa in campo dal Presidente del Consiglio e dal Ministro della salute, la risposta del settore diventa importante. I dati di export sono molto positivi, stanno arrivando investimenti esteri, ma soprattutto è ripartito l'impiego. Avevamo promesso 2mila nuovi posti entro inizio 2015, è stato molto piacevole scoprire che a settembre erano già oltre 3mila, di cui 1600 giovani sotto i trent'anni». E molti iperspecializzati, quasi un freno alla famosa fuga di cervelli. «Il 90 per cento dei nostri addetti sono laureati o diplomati, gente di valore». Sulla valorizzazione degli occupati più giovani si inserisce anche l'idea della scuola di formazione. «Assolutamente. Abbiamo pensato alla scuola per andare incontro ai giovani già inseriti nel nostro mondo per farli acquisire più competenze, ma anche per avvicinarli alla vita associativa. Il valore di un'associazione come la nostra è molto alto, dopotutto siamo il secondo Paese manifatturiero, quindi con alti livelli di produzione e di competenze. All'inizio siamo partiti con molta umiltà ma abbiamo do-

vuto chiudere le iscrizioni e prevedere tre tranche e la seconda partirà a breve. Tra i primi argomenti, oltre alla realtà associativa, c'erano regole e ricerca». Quali sono le risorse su cui puntare per chi già opera in questo settore e quali dal punto di vista della ricerca pubblica e del Governo? «Siamo un settore manifatturiero importante con ingenti investimenti. Nell'azienda che gestisco, dopo un investimento di 100 milioni e un raddoppio dei dipendenti in cinque anni, ne abbiamo annunciati altri 100 milioni. Questo significa che con una maggiore stabilità alla fine riusciamo a convincere anche gli investitori esteri a investire nel nostro Paese. È chiaro che la cosa di cui si ha più bisogno, se l'Italia vuole davvero ripartire, è puntare sui settori che dimostrano forza e vitalità e il nostro export equivale al 70 per cento. Questo non significa che lo si debba tutelare, ma il Governo dovrebbe lavorare in partnership, in modo da non penalizzarlo per ideologia, facendo del male alle imprese». Di recente si è parlato di ritornare sul fronte delle liberalizzazioni nella vendita dei prodotti farmaceutici. Esistono dei punti positivi su quest'idea? «Questo progetto fatico a capirlo. Il Consi-

glio di stato europeo si è già espresso in merito a un ricorso che aveva all'oggetto la vendita libera dei farmaci su prescrizione. Quello che mi dà fastidio è la mercificazione del farmaco, che non è un business e non deve essere trattato come un bene da largo consumo. Bisogna fare attenzione perché i prodotti che produciamo sono una cosa seria, che donano vita, speranza e per questo devono essere usati con molta attenzione». A Roma in questi giorni sono stati riscontrati tre casi di un tipo di meningite evitabile attraverso il vaccino. Come affrontare questa diffidenza nei confronti dei vaccini? «Io sono della generazione della poliomielite. Oggi parte del ceppo della polio è scomparso dalla Terra e trovo che questa cosa sia straordinaria. Siamo sempre pronti a spendere parole e pagine di giornali perché nel nostro Paese si è riscontrato un caso di ebola, contratto nemmeno in Italia. Nel frattempo però ci dimentichiamo di dire che ogni anno in Italia l'influenza causa 8mila morti. E saranno destinati ad aumentare perché quest'anno molta gente ha avuto paura della vaccinazione. Inoltre non ci si rende conto che non vaccinando i propri figli si può diventare ceppi infettivi per altre persone, e questo è un ragionamento estremamente egoistico perché si mette a rischio la salute degli altri. Spesso pregiudizialmente si dice che i vaccini sono fatti per far guadagnare le industrie farmaceutiche. Anche questa è una mancanza d'informazione perché ogni euro investito in vaccini fa risparmiare 24 euro di farmaci. L'appello che posso fare io, come hanno già fatto il Ministero della salute e l'Istituto superiore di sanità, è ricordare che i vaccini servono a salvare vite. Chi non si vuole vaccinare non può assumersi la responsabilità non solo per sé, ma anche nei confronti degli altri, e questo non è giusto». ■ Teresa Bellemo


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Politiche sanitarie

Una Medicina estetica invisibile e popolare Gli ambulatori di chirurgia e medicina estetica sono lo specchio della società che, attraversata dalla crisi economica, compie le sue scelte in maniera più cauta e moderata o a cambiare sono solo le mode? La parola al presidente della Sies Maurizio Priori econdo le statistiche della British association of aesthetic plastic surgeons sono sempre meno le persone che fanno ricorso alla chirurgia estetica, -9 per cento nell’ultimo anno. Il calo si registra soprattutto negli interventi di mastoplastica additiva, - 23 per cento, rinoplastica, -24 per cento, correzione delle orecchie, - 20 per cento, lifting del sopracciglio, - 7 per cento e blefaroplastica, -1 per cento. «A rinunciarci non sono solo le donne - precisano gli autori della ricerca -. Dopo il boom dell’ultimo decennio infatti anche gli uomini abbandonano il ricorso ai bisturi, forse spinti da nuovi ideali di bellezza mostrati nella moda che ora esibisce ragazzi più naturali, all’apparenza meno cultori del corpo, quasi trasandati e sportivi. Per la prima volta nell’ultimo anno si assiste a un crollo del 15 per cento anche della clientela maschile». Tutta colpa della crisi economica che sta interessando l’Unione europea o le nuove tendenze in materia estetica degli italiani ora sono all’insegna della naturalezza e della sobrietà? Gli esperti, tra cui il primario di Chirurgia plastica dell’Ospedale San Filippo Neri di Roma Maurizio Valeriani, confermano una diminuzione delle operazioni più costose, non solo per le ristrettezze economiche ma a causa di un effettivo cambiamento dei gusti dei

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Maurizio Priori, presidente della Società italiana di Medicina e Chirurgia estetica

pazienti che si orientano piuttosto verso le cure preventive senza trasformazioni drastiche del proprio corpo. «Si sta tornando a livelli più razionali e il pubblico è più cauto e istruito,- sottolinea il presidente della Baaps Michael Cadier i gusti estetici evolvono con gli anni e il 2014 ha visto gli uomini sportivi, con barbe folte e le donne con sopracciglia non troppo curate. Il naturale, anche trasandato, è meglio dell’artificiale e della perfezione. Così come un gran numero di celebrità pentite ha ridimensionato le misure di seni e labbra modificati in modo esagerato». Di questi trend sorprendenti e delle ultime innovazioni del settore ne parliamo con il presidente della Società italiana di medicina e chirurgia estetica Maurizio Priori.

AL CONGRESSO 2015

la ba�aglia per la sicurezza di materiali e metodiche, intrapresa da Sies ormai da anni, avrà come protagonista la lo�a alla contraffazione di presidi medici chirurgici La medicina estetica in che misura tiene di fronte a una crisi generale? «I nostri ambulatori non sono altro che lo specchio dell’andamento generale dell’economia italiana. Mi piace pensare che il 18 Congresso internazionale di medicina e chirurgia estetica possa rappresentare il guado per andare verso una soddisfacente inversione di tendenza e dalle prime cifre in mio possesso, con un aumento sensibile d’iscritti, sponsor, rela-

A BOLOGNA I GURU DELLA BELLEZZA a scorsa edizione del Congresso internazionale di Medicina e chirurgia estetica Sies Valet ha visto la presenza di oltre 2.000 partecipanti, tra congressisti e visitatori, 160 relatori nazionali e internazionali, 13 sessioni live, collegamenti audio/ video dal poliambulatorio Multimed Valet e 120 aziende sponsor leader del settore. Il presidente della Sies Maurizio Priori ha espresso le sue aspettative ottimistiche per l’edizione 2015 che a suo parere arriverà a superare i numeri dell’anno 2014. Dal 27 febbraio al 1 marzo saranno coinvolti nell’evento grandi professionisti di fama nazionale e in-

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ternazionale che presenteranno le tante novità del settore e offriranno una Guida per districarsi tra le mille offerte della Scienza estetica. Parlando d’innovazione largo spazio sarà dedicato alle più recenti tecniche di medicina e chirurgia estetica e alle nuove tecniche di chirurgia non ablativa. Fili biostimolanti, fili di trazione, elettrochirurgia ablativa di superficie e “soft” chirurgia, nuove formulazioni dei filler di ultima generazione, trattamento della zona periorbitaria e utilizzo della tossina botulinica, trattamenti peeling per l’eliminazione di discromie. Anche quest’anno, a seguito del grande gradimento del

pubblico riscontrato negli anni, il Comitato scientifico del Congresso ha deciso di aumentare il numero delle live session dimostrative. Le discussioni che si terranno nelle varie aule verranno arricchite con il collegamento in diretta televisiva dal Poliambulatorio Multimed, dove medici altamente qualificati metteranno in pratica le teorie illustrate in sede congressuale. Durante queste live session, i medici potranno interagire con i colleghi impegnati nelle varie fasi degli interventi o dei trattamenti medici per poter carpire loro – in diretta – i segreti delle tecniche utilizzate». ■ RG

tori e visitatori rispetto al Sies 2014, questo mio sentire è una realtà prossima». Cosa si aspetta da questa edizione del Congresso e quali i temi che saranno al centro del dibattito a Bologna? «I temi caldi sono sempre gli stessi, in quanto ormai consolidati negli anni, e cioè elettromedicali ottici e non, filler, tossina botulinica, peeling, integratori alimentari, farmacoterapia, biorivitalizzazione, fili, chirurgia soft, ma il Con-


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SECONDO LE STATISTICHE

della Baaps nel 2014 si è assistito a un crollo del 15 per cento anche della clientela maschile

gresso aggiunge ogni anno, a questi elementi “classici”, le ultime innovazioni tecniche per offrirle al medico». Anche in Chirurgia e Medicina estetica toccare con mano è il modo migliore per rendersi conto delle cose. Ci sarà ancora spazio per live session e come verranno organizzate? «Il Congresso Sies è annuale e rappresenta un incontro-fiume, con tre sale in contemporanea, video live session, numerosi workshop, simposi, quindi il medico è obbligato a compiere scelte, a volte dolorose, fra un argomento e l’altro. Nella live session, la metodica viene spiegata e praticata in diretta dall’ambulatorio multimed, con domande dalla sala, moderate e inoltrate all’operatore e quindi una vera didattica teorico-pratica a 360 gradi. Impossibile non apprezzare le live session, che rappresentano l’autentica novità degli ultimi anni e che hanno la capacità di tenere incollati alla poltrona per ore i colleghi presenti in aula. Rappresentano il nostro asso pigliatutto». Come è possibile districarsi tra le mille offerte della scienza estetica e

come si sceglie il giusto professionista? «La cosa più difficile, nel panorama della medicina estetica, è sapersi districare tra le migliaia di pagine anarchiche, ovvero senza il minimo controllo scientifico, che troviamo su internet e stampa spazzatura. Le metodiche giuste e il professionista giusto sono quelli che superano il confronto con esperti nazionali e internazionali nei congressi affermati storicamente». Quali le novità più interessanti in merito alle tecniche utilizzate in medicina e chirurgia estetica e quali passi avanti spera facciano ancora le tecnologie? «Elettropeel, fili di trazione e rivitalizzanti bidirezionali, endolift non invasivo, lifting dinamico e rivitalizzanti di ultima generazione sono alcune delle nuove tecniche che, affinandosi ulteriormente, ci aprono le porte di una medicina estetica invisibile e popolare». Da un osservatorio come la Sies, di cui è presidente, quali sono gli ultimi trend in questo campo e quali le prossime sfide dell’Associazione? «Una sfida che abbiamo intrapreso da anni è la sicurezza di materiali e metodiche. Durante il Congresso Sies 2015, questa battaglia avrà come protagonista la lotta alla contraffazione di presidi medici chirurgici e la app Safety Sies estesa a tutti i soci medici che avranno consulenza su effetti collaterali e avversi 24 ore al giorno per i propri pazienti. E con questo, do appuntamento a tutti al 27 febbraio prossimo al Centergross di Bologna». ■ Renata Gualtieri

ESTETICA E SICUREZZA I consigli del dottor Alberto Di Giovanni per avvicinarsi alla chirurgia estetica con consapevolezza e prevenire effetti indesiderati

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li interventi di chirurgia estetica possono contribuire a rafforzare la sicurezza e l’autostima della persona, dove la percezione del proprio corpo – e quella che ne hanno gli altri – gioca un ruolo importante. Le moderne tecniche chirurgiche aiutano questa ricerca di salute psicoemotiva, con soluzioni più sicure dal punto di vista dei materiali protesici e dei tempi di recupero più brevi rispe�o al passato. Considerando che gli interventi ai quali le donne fra i venti e i cinquant’anni fanno più spesso ricorso, sono la mastoplastica additiva e la liposuzione, il do�or Alberto Di Giovanni, specialista in chirurgia plastica ed estetica, indica alcuni punti fermi: «a garanzia del risultato finale e della soddisfazione della paziente, è compito del chirurgo informare sulle modalità di intervento e di ricovero, sul tipo di anestesia e, sopra�u�o, nel caso di mastoplastica additiva, sul tipo di protesi che si andranno a impiantare. La scelta di queste ultime è molto importante per prevenire effe�i indesiderati. Quindi è consigliabile optare per soluzioni tecnologicamente all’avanguardia, che danno seni morbidi e naturali e che, fra gli altri pregi, hanno reso la formazione della capsula periprotesica (rige�o) sempre più rara». Premessa frequente per il ricorso a un intervento di mastoplastica additiva è la condizione di micromastia (seno di piccole dimensioni). In altri casi, invece, l’intervento è frequente dopo una gravidanza. «L’alla�amento – prosegue Di Giovanni – determina lo svuotamento della mammella. Intervenire con delle

protesi perme�e, quindi, di restituire al seno volume e consistenza, senza per questo pregiudicare l’alla�amento durante una gravidanza successiva. Tuttavia, a prescindere dalle cause che portano all’intervento, bisogna sempre tenere presente quello che sarà il risultato globale, in modo che siano garantite proporzioni e armonia». È questa una delle ragioni che porta spesso ad associare il rimodellamento del seno alla rimozione dell’eccesso di adipe da fianchi, addome e ginocchio. «La liposcultura e la liposuzione sono due interventi che perme�ono di eliminare la presenza di pannicoli adiposi nelle sedi classiche degli arti inferiori, sedi sulle quali un regime dietetico o l’a�ività fisica, da soli, difficilmente riescono a essere efficaci. Questo intervento, negli ultimi anni, è diventato sempre meno invasivo. Infa�i, può essere affrontato anche in sedazione assistita, purché le aree sulle quali si interviene siano localizzate e limitate. Diversamente, si lavora in day hospital e anestesia generale». Marco Valerio Messala

L’ambulatorio del dottor Alberto Di Giovanni si trova a Milano albertodigiovannidr@gmail.com


Osservatorio sanità e salute Febbraio 2015 • Pag. 6

Politiche sanitarie

«Salute, serve un’autoriforma che parta dal basso» Sergio Chiamparino indica la strada maestra verso la riorganizzazione della sanità italiana. Sotto la lente i criteri di riparto del Fondo nazionale, la gestione interregionale di alcuni servizi sanitari e revisione della spesa farmaceutica n match aperto, che ha animato il dibattito nel cammino di approvazione della legge di stabilità, ma che attende ancora il fischio finale. Non c’è ancora un verdetto definitivo nella partita della sanità italiana. Governo e Regioni continuano a trattare, nel tentativo di trovare un punto di equilibrio tra necessità di contenere i costi e una nuova definizione dei fabbisogni sanitari che dovrà passare inevitabilmente per un riassetto organizzativo di strutture e servizi. «Poiché l’organizzazione del servizio sanitario compete alle Regioni - afferma Sergio Chiamparino - resto convinto che sia preferibile percorrere la strada di un’autoriforma decisa dal basso». Rivendica un ruolo più decisivo delle Regioni? «Diciamo che pensare di raggiungere tale obiettivo attraverso un decreto del ministro, sia pur accompagnato da un’intesa in Conferenza Stato-Regioni, non mi pare un’idea condivisibile e per questo ne avevamo chiesto lo stralcio dalla Legge di stabilità. Credo cioè che, per raggiungere determinati standard di qualità, le modalità con cui distribuire le risorse del servizio sanitario nazionale debbano continuare a fondarsi su una proposta della Conferenza delle Regioni, ovviamente concertata, come sempre avvenuto, col ministero attraverso incontri tecnici». Nel testo della Legge di stabilità il Governo ha inserito un emendamento per cambiare i criteri di riparto del Fondo sanitario nazionale. Quale posizione assumono le Regioni su questo terreno? «In passato le Regioni hanno manifestato più volte l’esigenza di rivedere i criteri di riparto del fondo sanitario e in qualche caso si sono registrati importanti passi in avanti in tale direzione. Penso alla revisione del criterio della quota capitale “pesata”(con cui si considera la specificità della popolazione anziana) di cui si è tenuto conto in occasione della ripartizione relativa al 2003. Non c’è dubbio che però sia giunto il momento, come peraltro abbiamo scritto nel nuovo patto per la salute 2014-16 sottoscritto col governo, di rivedere e riqualificare i criteri». A fronte del vostro impegno a rinunciare a circa 1,5 mld di euro, a fine

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anno avete incassato la disponibilità del governo ad aumentare gli investimenti in edilizia sanitaria. Ci sono sviluppi? «Il confronto col governo è in corso per cui vedremo in che modo si concretizzerà l’impegno per il cosiddetto patto verticale “incentivato” che potrebbe mobilitare risorse per circa 1 miliardo e per la riattivazione dei fondi per l’edilizia sanitaria. Già i precedenti Patti per la salute (2007-2009 e 2010-2012) hanno riservato per l’adeguamento strutturale e tecnologico del servizio sanitario una quota aggiuntiva». Quante saranno e a quali priorità d’intervento verranno destinate queste risorse? «Nel nuovo Patto per la Salute una disposizione, poi recepita nella legge di stabilità, garantisce programmabilità degli investimenti, ma soprattutto impegna il governo ad assicurare alle Regioni “adeguate risorse finanziarie” per garantire la sicurezza e il funzionamento delle strutture sanitarie,

Sergio Chiamparino, presidente della Regione Piemonte e della Conferenza delle Regioni

SUL TEMA TAGLI

si può partire da un aggiornamento del prontuario nazionale dei farmaci rimborsabili, puntando di più sul criterio costo/beneficio


Osservatorio sanità e salute Pag. 7 • Febbraio 2015

La sanità è un investimento strategico Coniugare l’appropriatezza con la qualità delle cure. Promuovere la prevenzione e ridurre le differenze tra le regioni. Il nuovo corso della sanità italiana secondo Roberta Siliquini, presidente del Consiglio superiore di sanità Ocse promuove la qualità dell’assistenza sanitaria in Italia, ma non nasconde il permanere di alcune problematiche che riguardano le differenze regionali e il rischio che i tagli economici incidano sui livelli di assistenza. Del resto, il nostro Ssn sta vivendo una fase riformatrice importante e delicata, scandita dal Patto per la salute. Anche per questo, il ministro della salute Beatrice Lorenzin ha nominato un nuovo Consiglio superiore di sanità, il più alto organo di consulenza del dicastero. A presiederlo è Roberta Siliquini, direttore della Scuola di specializzazione di igiene e medicina preventiva dell'Università di Torino, che illustra le priorità del suo mandato: «l’obiettivo non può che essere quello di fornire al Ministro pareri basati sull’onestà intellettuale e il rigore sia scientifico e metodologico sia etico. Il tutto in tempi molto rapidi, come lo sono quelli della politica». Essendo il Css un organo propositivo attento alle dinamiche di sani-

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QUALCHE PASSO

in termini di possibile gestione interregionale di alcuni servizi si potrà fare dopo la riforma della Costituzione l’ammodernamento strutturale, tecnologico e organizzativo del Ssn. Risorse garantite sia col rispetto dell’articolo 20 della finanziaria dell’88 sia attraverso altre modalità di finanziamento come, ad esempio, una quota parte della nuova programmazione del Fondo di sviluppo e coesione 2014-2020». Sul tema tagli, ha dichiarato che tra le spese da ottimizzare c’è quella farmaceutica. Quali le voci superflue da rimuovere in questo ambito? «Si può partire, come prevede il patto per la salute, da un aggiornamento del prontuario farmaceutico nazionale dei farmaci rimborsabili, magari puntando di più sul criterio costo/beneficio ed efficacia terapeutica. Poi si potrebbe ragionare su una revisione degli accordi negoziali sui farmaci sottoposti ai regimi di monitoraggio Aifa, magari sostenendo esclusivamente l'innovazione terapeutica reale. Questo è un tema a noi ben presente, tanto è vero che verrà istituito presto un tavolo di monitoraggio permanente composto da rappresentanti delle Regioni, dei Ministeri dell’economia, della salute e dello sviluppo economico, dell’Agenzia italiana del farmaco e dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali». Quali ulteriori strategie di spending review si possono attivare? «Proposte per razionalizzare la spesa farmaceutica la Conferenza delle Regioni le ha già presentate con un documento del 10 aprile 2014: dallo snellimento delle fasi di negoziazione, alla valorizzazione dei principi attivi per i farmaci generici, alla possibilità di mettere in concorrenza principi attivi differenti con sovrapponibilità terapeutiche, all’opportunità di sviluppare l’utilizzo di farmaci biosimilari, alla revisione del modello distributivo dei farmaci. Stra-

de percorribili ce ne sono. Bisogna ragionarci sopra, evitando ovviamente scelte che intacchino il diritto alla tutela della salute dei cittadini o mettano in crisi settori importanti per la nostra economia». Nella gestione di alcuni servizi, anche sanitari, lei ha ventilato più volte l’ipotesi di muoversi secondo un nuovo schema, per così dire, “maxi-regionale”. Rispetto a quali specifiche materie tale principio si potrebbe applicare? «È un tema sul quale, secondo me, non possiamo tirarci indietro. Ovvio che non si può pensare, in modo “illuministico”, a schemi di aggregazione territoriali calati dall’alto, ma a un processo che parta dal basso. Qualche segnale di accordo interregionale già si sta registrando, relativamente a servizi importanti come il trasporto ferroviario, la promozione turistica, la mobilità sanitaria. Anche il tema delle centrali uniche di acquisto, in particolare per la sanità è al centro del confronto interregionale. Personalmente sono convinto che qualche passo in più possa farsi anche dopo la riforma della Costituzione in discussione in Senato, che si dovrebbe basare su un forte coinvolgimento delle Regioni e dei Comuni. Se arriverà in porto, come spero, sarà per noi un interessante banco di prova per un processo di autoriforma indispensabile». Sul tavolo congiunto Governo-Regioni resta ancora la revisione del sistema dei ticket. Cosa possiamo attenderci nelle prossime settimane su questo fronte? «Intanto sgombriamo il tavolo da inutili allarmismi: al momento non c’è alcuna ipotesi di aumento dei ticket. Governo e Regioni hanno da tempo avviato un confronto per verificare le possibilità di rivedere il sistema della compartecipazione alla spesa, basandosi però – ci tengo a sottolinearlo – su principi equi e sostenibili. Si sta studiando attorno a nuovi indicatori che considerino reddito, composizione del nucleo familiare e patologie. È indubbio però che sia tempo di rimodulare il sistema in un'ottica di maggior equità». ■ Giacomo Govoni

Roberta Siliquini, presidente del Consiglio superiore di sanità e dire�ore della Scuola di specializzazione di Igiene e medicina preventiva dell'Università di Torino


Osservatorio sanità e salute Febbraio 2015 • Pag. 8

Politiche sanitarie SISTEMA SANITARIO NAZIONALE

Soffriamo ancora di importanti differenze regionali sia nella programmazione che nei risultati di salute

tà pubblica del Paese, quali sono i temi salienti che state ponendo sul tavolo o metterete in agenda nei prossimi mesi? «Il Css risponde prioritariamente a quesiti del Ministro ma, certamente ha anche una funzione propositiva sui grandi temi cogenti per la sanità pubblica. Molti gli argomenti sul tavolo. Tra gli altri, stiamo analizzando, in pieno accordo con il Ministro, i temi cruciali relativi alla qualità delle cure e dell’assistenza e alla prevenzione. Relativamente alla qualità delle cure e dell’assistenza, un gruppo di lavoro si sta occupando di produrre criteri e indicatori in grado di individuare, relativamente al trattamento di alcune patologie ed eventi sanitari, centri nazionali di eccellenza. Questo anche a seguito di una richiesta specifica dell’Europa che, a fronte di una sanità sempre più transfrontaliera, necessita di reti sanitarie strutturate. Per quanto riguarda la prevenzione, invece, non può

mancare un’attenzione particolare alle strategie e politiche vaccinali dal momento che l’Italia ha ottenuto recentemente, nell’ambito del Global Security Forum, la responsabilità di leadership mondiale per l’immunizzazione». Cosa rappresenta il Patto per la salute 2014-2016 considerando l’esigenza di far convivere spending review e qualità nei livelli di assistenza? «Il Patto per la salute è il frutto di un proficuo lavoro del Ministero, del Governo e della Conferenza Stato Regioni. Credo sia stato raggiunto un gran risultato. È un accordo finanziario e programmatico finalizzato a migliorare la qualità dei servizi offerti, l’appropriatezza delle prestazioni e l’unitarietà del sistema. Gli argomenti sanitari considerati sono molteplici e di straordinaria importanza: dalla definizione e revisione dei livelli essenziali di assistenza, al tema quantomai attuale della gestione delle risorse umane, alla promo-

zione dell’assistenza territoriale. La caratteristica che ritengo nuova del Patto è la visione della sanità non come fonte di costo, ma come un investimento strategico economico e sociale che vede coinvolto il sistema come insieme di attori con un unico obiettivo: creare salute e, quindi, valore per il Paese. Sui temi del patto, ministeri e regioni stanno lavorando in specifiche commissioni per attuarne gli indirizzi. Come Css ci faremo trovare pronti per rispondere alle richieste del Ministro». I bisogni degli italiani sul fronte della salute crescono in complessità e cronicità a causa dell’invecchiamento della popolazione e dei cambiamenti demografici, epidemiologici e anche economici. Quali sono le sfide della sanità italiana nel prossimo futuro? «Sì, ci troviamo sin d’ora a dover affrontare quadri epidemiologici particolarmente complessi in un contesto di sotto-finanziamento a causa della contra-

SVOLTA NEL CSS Diverse sono le novità che contraddistinguono il nuovo Css, designato a luglio 2014. Si riducono i componenti – da 40 a 30 – e si registra una superiore presenza femminile: sui 30 membri di nomina del Ministro 14 sono donne. «Ho voluto dare un segno concreto di rinnovamento – ha dichiarato il ministro Lorenzin – 18 componenti su 30 del Consiglio superiore di sanità sono di nuova nomina». Positiva è fino ad ora l’esperienza della neo presidente del Css Roberta Siliquini: «Sono particolarmente facilitata nel mio ruolo dalla presenza, in Consiglio, di colleghi di elevatissimo profilo scientifico e da uno staff di supporto estremamente competente e impegnato. Stiamo lavorando serenamente, in assoluta libertà e con grande entusiasmo».

zione economica globale. Fino ad ora, l’indubbia eccellenza della sanità italiana in tutti i suoi operatori ha saputo far fronte alle nuove sfide. È però venuto il momento di affiancare all’eccellenza scientifica anche il rigore programmatico e l’attenzione all’appropriatezza. In questo senso, ritengo che il recente Patto per la Salute rivesta un ruolo fondamentale. Dovremo farci carico, grazie al miglioramento dei trattamenti per moltissime patologie una volta mortali, sia dal punto di vista strettamente sanitario come da quello assistenziale, di malati sempre più cronici e sempre più poli-patologici». In che modo? «Si dovrà garantire un’azione congiunta di tutti gli attori nel perseguire obiettivi di ottimizzazione delle risorse, anche attraverso una rimodulazione dell’assetto organizzativo e delle scelte sanitarie in funzione dell’efficacia e dell’appropriatezza. Un ruolo centrale deve essere giocato dal territorio e dal sistema delle cure primarie per la continuità assistenziale nei diversi setting organizzativi». E quali restano le principali criticità del sistema sanitario nazionale: le differenze tra regioni, la riduzione degli sprechi? «Certamente, soffriamo ancora di importanti differenze regionali sia nella programmazione che nei risultati di salute. Tali differenze vanno colmate anche e soprattutto a fronte del concetto della globalità della salute, mai come oggi attuale. Vanno maggiormente sviluppate le reti sanitarie, caratterizzate dal coordinamento di soggetti diversi che promuovono lo scambio e la messa in comune di prodotti e servizi, che consentono - da un lato - una riduzione degli sprechi con economie di scala e - dall’altro - la possibilità per tutti di ricevere le cure più adeguate. Ulteriore capitolo da sviluppare maggiormente e con particolare enfasi è quello della prevenzione e della promozione della salute. Molto è stato fatto, ma la lotta ai principali fattori di rischio deve essere ulteriormente implementata: siamo uno dei paesi europei con i più bassi investimenti in prevenzione. Fumo, alcol, sedentarietà devono essere combattuti con forza e programmi specifici, che non devono investire solo l’ambito sanitario ma rappresentare un punto chiave sull’agenda di tutte le politiche». ■ Francesca Druidi


Osservatorio sanità e salute Pag. 9 • Febbraio 2015

L’umanizzazione della sanità L’assistenza sanitaria non è solo una questione di numeri, ma anche di persone. “La persona prima di tutto” è lo slogan di Francesco Bevere, direttore dell’Agenas che svolgerà un ruolo chiave nel Patto per la Salute 2014-2016 all’edizione 2014 del Piano nazionale esiti (Pne), programma dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) che valuta e misura le performance delle strutture sanitarie per conto del Ministero della salute, questo strumento non rappresenta più solo la fotografia di come viene erogata l’assistenza in Italia, ma anche il mezzo con cui Agenas, insieme alle Regioni, porterà avanti il monitoraggio, l’analisi e il controllo previsti dall’articolo 12 del Patto per la salute 2014-2016. A commentare i risultati e le prospettive di azione è il direttore generale di Agenas, Francesco Bevere. L’edizione 2014 di Pne sui dati aggiornati al 2013 ha analizzato 58 indicatori di esito/processo, 50 volumi di attività e 23 indicatori di ospedalizzazione. Emergono performance del sistema sanitario migliori rispetto agli anni passati, ma restano delle criticità. «Sarebbe scorretto sulla base dei dati del Pne tracciare un quadro sintetico delle performance del sistema sanitario; è possibile però ragionare specificamente per aree di attività. In alcune aree, si è visto che i miglioramenti possono essere molto rilevanti e anche rapidi, come nel caso delle fratture al femore. Il problema principale, che riguarda tutti gli indicatori nelle diverse aree, è l’estrema eterogeneità per struttura e per popolazione. Infine, resta la grande frammentazione dei volumi di attività non solo tra strutture ma anche all’interno della medesima struttura, per unità operativa». Per non parlare delle forti differenze tra le regioni. «Le principali differenze si riscontrano non solo tra regioni, ma soprattutto all’interno delle regioni. Anche per gli indicatori per i quali si sono osservati i più significativi miglioramenti, resistono ancora grosse differenze all’interno del territorio regionale. Lo stesso problema della frammentazione dei volumi di attività riguarda tutte le regioni». In che modo il Patto per la salute, che ha affidato all’Agenas un ruolo centrale di verifica e monitoraggio, consentirà il miglioramento dell’efficienza del Ssn? «L’Agenas ha avviato la realizzazione del sistema di monitoraggio, analisi e controllo previsto dal Patto, attraverso la messa a punto delle procedure e la predisposizione di un supporto informatico adeguato. Grazie al sistema di monito-

D

I PAZIENTI AL CENTRO

L’Agenas svolgerà a�ività di monitoraggio anche sulle misure previste in tema di umanizzazione Francesco Bevere, direttore dell’Agenas

raggio, Agenas sarà in grado di individuare preventivamente ogni minimo scostamento, affinché esso non produca nel tempo difetti nella performance gestionale e nell’erogazione dei servizi sanitari. Le Regioni potranno avvalersi, quindi, a breve di questo strumento non solo per valorizzare l’organizzazione sanitaria dal punto di vista del risultato in termini di qualità, quantità, sicurezza, efficacia, efficienza, appropriatezza ed equità dei servizi erogati ma, prima di ogni cosa, per valorizzare le persone che operano all’interno e per l’organizzazione sanitaria, rivedendo sistematicamente le modalità e le procedure di erogazione dei servizi sanitari laddove non siano soddisfacenti». L’umanizzazione delle cure e la professionalità degli operatori sanitari sono temi centrali per la sanità del futuro. Su quali punti occorre intervenire? «L’eccellenza in sanità e nella ricerca non consiste solo nella buona pratica clinica, nella disponibilità di tecnologie innovative e nella ricerca più evoluta, ma deve essere accompagnata anche da un

impegno rivolto all’ascolto dei bisogni delle persone. Occorre promuovere un approccio centrato sulla persona. Per la prima volta è stato inserito all’interno del Patto il tema dell’umanizzazione delle cure. Il Patto impegna ancora di più le Regioni ad attuare tutti gli interventi necessari che riguardano gli aspetti strutturali, organizzativi e relazionali dell’assistenza. Lo sviluppo dei processi di umanizzazione deve rappresentare la missione comune, in particolar modo per tutti coloro che ai diversi livelli programmano, pianificano, organizzano e gestiscono l’assistenza, soprattutto nei confronti delle persone che si trovano in determinate condizioni di fragilità, come i malati oncologici, i bambini, gli anziani e i disabili. Il Patto prevede un programma annuale di umanizzazione delle cure che comprenda almeno un’attività progettuale in tema di formazione del personale e una progettuale in tema di cambiamento organizzativo, indirizzato prioritariamente alle seguenti aree assistenziali: area critica, pediatria, comunicazione, oncologia, assistenza domiciliare».

Si potrà monitorare questo aspetto? «Affinché questo tema non resti sulla carta, è previsto il monitoraggio del grado di soddisfazione dei cittadini attraverso l’utilizzo di strumenti di valutazione della qualità percepita, in grado di rilevare eventuali scostamenti della percezione della qualità erogata rispetto a quella “progettata” e consentire, quindi, l’avvio di azioni di miglioramento. L’Agenas svolgerà attività di monitoraggio anche sulle misure previste in tema di umanizzazione. E tenuto conto del fatto che, in nessun altro settore come nella sanità le singole persone riescono a fare la differenza, ritengo sia essenziale porre in essere percorsi formativi volti a incidere proprio su questi aspetti. A tal proposito, l’Agenas organizzerà, in collaborazione con la Scuola nazionale dell’amministrazione, una specifica sezione per l’alta formazione manageriale in ambito sanitario che si occuperà, oltre che dei temi specifici del management sanitario e delle politiche della salute, anche del tema dell’umanizzazione delle cure e dei luoghi di cura». ■ Francesca Druidi


Osservatorio sanità e salute Febbraio 2015 • Pag. 10

Politiche sanitarie >>> segue dalla prima

scientifico, mi sono convinto che l’informazione medico-scientifica non è solo una specializzazione del giornalismo, ma è vera e propria medicina. Da essa dipendono lo stile di vita di molte persone, le scelte alimentari e soprattutto la prevenzione e la diagnosi precoce. Quando è ben fatta l’informazione è utile a tutti, anche al medico. Un’informazione invece enfatizzata e sensazionalistica non serve al cittadino e danneggia la medicina». Quali miglioramenti nota negli ultimi tempi? «Negli ultimi decenni è avvenuta una grande maturazione culturale del pubblico, che ha sviluppato la consapevolezza che essere informati in medicina significa essere capaci di difendersi, di gestire le malattie. I cittadini sono stufi di parole a vanvera, di promesse inutili, di diete miracolose: sanno bene che un’informazione ben orientata e ragionata serve loro sia quando sono in salute che in malattia». Di quali patologie vogliono di saperne di più oggi e che genere di indicazioni richiedono? «Il cittadino vuole essere informato su tutto. Su ciò che lo riguarda direttamente, ma anche su nuove patologie, epidemie, tumori, sugli effetti dei farmaci. O ancora su come deve essere attrezzato un punto nascita, così da evitare ad esempio che la moglie o la sorella partoriscano in alberghetti di terz’ordine. Il cittadino informato simili errori non li commette. Ricorderò sempre quanto disse a noi giornalisti il famoso virologo Robert Gallo a un convegno sull’Aids ad Atlanta: “Guardate che dipenderà da voi frenare l’epidemia” e non a caso nacque lo slogan “se lo conosci, lo eviti”. La cultura è fondamentale per difendere la propria salute. L’ignoranza è un grande fattore di rischio». Periodicamente spuntano nuove pandemie – ultima l’ebola – che il più delle volte col tempo tendono a sgonfiarsi. Quali errori commettono i media nell’informare rispetto a questi “pre-

sunti” virus universali? «Il mondo è in enorme trasformazione. Malattie che in passato consideravamo sparite, stanno ricomparendo. Si veda la tubercolosi: tempo fa c’erano cliniche dedicate alla cura della Tbc che sono state chiuse, perché si era scoperto che si trattava di una malattia curabile con gli antibiotici. Tuttavia più tardi si è ripresentata sotto altre forme e allora ci siamo scoperti meno attrezzati di quanto pensavamo. Così pandemie come l’ebola ricompaiono in forma violenta e forse a volte noi giornalisti la presentiamo in modo enfatico: però è nostro dovere presentarla. Dopo un po’ se ne parla meno perché magari la fase acuta è superata, ma i problemi restano. Per cui è giusto farla conoscere nella giusta misura, senza esasperare». L’avvento del web ha rivoluzionato il mondo, compreso quello della comunicazione medica. Da quali pericoli guardarsi e in cosa invece la rete ha reso un servizio migliorativo alla divulgazione scientifica? «Io non so se il web serva o no alla salute. Certo è un grande mezzo: l’educazione sanitaria non significa tuttavia terapia medica. Tanti, io per primo, consultano internet per informarsi ma a volte senza la cultura sufficiente per comprendere o inquadrare un problema. Fare l’autodiagnosi o l’autocura da soli è un grosso fattore di rischio. La rete è piena di siti seri che svolgono una grande funzione divulgativa, ma anche di trappole in cui è facile cadere. Pertanto il cittadino non va lasciato solo di fronte a quel mare di informazioni: occorre avere a fianco qualcuno in grado di decodificarle». Si sta tentando di rendere più efficiente la sanità italiana. Su quali aree prioritarie interverrebbe per perfezionare il servizio al cittadino-paziente? «La sanità italiana è sempre un cantiere a cielo aperto. Ospedali da abolire, ticket messi, ticket tolti, il tutto moltiplicato per 19 regioni che adottano provvedimenti autonomi: un “Arlecchino” in cui ogni regione va un po’ per contro proprio. Faccio

un esempio: quando iniziai questo lavoro, il bravissimo ministro di allora Guzzanti mi espresse la volontà di chiudere i piccoli ospedali perché non servivano e facevano correre rischi ai pazienti. Ebbene: sono passati decenni e questa riforma deve essere ancora completata, specie al Sud». È questa l’emergenza numero uno? «È sicuramente una delle priorità. Non è la stessa cosa nascere alle Molinette di Torino, dove nascono 8 mila bambini l’anno, o in una clinica dove ne nascono poche decine. Ovvio che la dotazione strumentale e pro-

fessionale sarà diversa. Sono riforme obbligatorie: il vero delitto è non farle. Anche se in realtà esiste una legge che dice che in un punto nascite devono avvenire almeno 500 parti l’anno: ma in molte regioni viene ignorata bellamente. Poi ci si meraviglia di casi di malasanità perché, magari, mancavano dei tubicini!». È in corso un vivace dibattito sulle professioni sanitarie in una prospettiva di revisione delle competenze mediche. Qual è il suo pensiero al riguardo? «La professionalità è fondamentale. Lo si vede all’insorgere di un problema serio, quando la famiglia di un malato non cerca solo il centro d’eccellenza, ma anche quei professionisti che ha già dimostrato di saper affrontare e risolvere quel problema. Questi vanno valorizzati: e invece spesso li regaliamo all’estero. Anche nell’infermiera e nella caposala la professionalità deve essere altissima: sono ruoli delicati di gestione in cui è richiesta in particolare la capacità di comunicare col paziente. Una dote che va oltre l’aspetto terapeutico e assistenziale». ■ Giacomo Govoni

Informare per guarire L'uso dei farmaci per curare i più piccoli e il corretto utilizzo degli antibiotici sono solo due delle tante campagne informative su cui l'Aifa investe ogni anno. Spesso sono fronti delicati, dove i cittadini frequentemente sbagliano niziano finalmente ad arrivare segnali incoraggianti sull’uso degli antibiotici nel nostro Paese. Lo conferma l’Osservatorio sull’uso dei medicinali dell’Aifa, che attesta una riduzione nei consumi rispetto agli anni passati, anche per merito delle numerose campagne di comunicazione e sensibilizzazione condotte dall’Agenzia, compresa l’ultima attualmente in corso. Tuttavia, non bisogna assolutamente abbassare la guardia. Dobbiamo essere tutti consapevoli che gli antibiotici sono un’arma preziosa per curare le infezioni che va utilizzata solo quando serve davvero, vale a dire per combattere infezioni batteriche. Se si usano in modo scorretto si determina lo sviluppo di batteri resistenti e si mette a rischio la possibilità, in un futuro prossimo, di poter continuare a curare patologie che oggi, grazie agli antibiotici, non fanno più paura. Secondo Sergio Pecorelli, presidente dell'Agenzia italiana del farmaco, «L’errore più comune che ancora viene commesso è quello di trattare con l’antibiotico anche le malattie causate da virus, come l’influenza ad esempio, su cui questa classe di farmaci è totalmente inefficace».

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Sergio Pecorelli, presidente dell'Agenzia italiana del farmaco

Oltre a quelle per gli antibiotici, vi siete concentrati molto nella corretta gestione della malattia del bambino. Quali gli errori più frequenti? «L’errore principale che in buona fede si commette nella gestione della malattia del bambino è quello di considerarlo un “piccolo adulto” e di pensare quindi che sia sufficiente ridurre le dosi di un medicinale per adulti per curarlo. Va invece ricordato che esistono differenze anche notevoli sotto il profilo dell’assunzione, dell’assimilazione e della eliminazione di un far-


Osservatorio sanità e salute Pag. 11 • Febbraio 2015

I VACCINI MERITANO LA FIDUCIA DEL CITTADINO Pecorelli ribadisce, «i casi sospe�i sono la dimostrazione che esiste un sistema efficiente di sorveglianza e di intervento» casi di decessi dopo il vaccino antiinfluenzale di qualche mese fa hanno dato il via a una psicosi generalizzata, tenuta a bada grazie alle comunicazione delle tempestive evidenze scientifiche. Ma la farmacovigilanza ha proprio lo scopo di captare e analizzare le segnalazioni che provengono dal territorio. Quando, come nel caso del vaccino Fluad, si verifica una conco-

I maco dall’organismo non solo tra un adulto e un bambino ma anche all’interno della stessa popolazione pediatrica, nelle diverse fasi dello sviluppo: primi mesi di vita, infanzia e adolescenza. Solo il medico, quindi, può indicare la terapia più adatta e sicura per i piccoli pazienti. I farmaci somministrati ai bambini devono essere “su misura” per loro ma, purtroppo, essendo ancora esiguo il numero di farmaci studiati appositamente per l’età pediatrica spesso i medici sono costretti a prescrivere alcuni medicinali off-label, cioè al di fuori delle indicazioni terapeutiche per le quali sono stati autorizzati. È un gap che deve essere colmato e l’Aifa, con l’iniziativa di comunicazione “Farmaci e pediatria”, ha avuto il merito di porre l’accento su questo aspetto sensibilizzando cittadini e operatori sanitari». Come dovrebbe essere invece curato un infante? Quali le regole da seguire ancor prima di consultare un pediatra? «Anzitutto è consigliabile non assumere iniziative che potrebbero essere controproducenti e rinunciare alla tentazione del

Beatrice Lorenzin, ministro della Salute

“fai da te” che potrebbe portare a conseguenze anche pericolose. In generale, vale la regola secondo cui i farmaci devono sempre essere utilizzati solo quando necessario e dopo valutazione medica. Ci sono stati patologici, infatti, che in prima istanza si possono affrontare con il riposo, la dieta, l’idratazione, i corretti stili di vita. E ciò vale anche nell’età pediatrica». Su cosa dedicherete le vostre attenzioni durante il 2015? Dopo la campagna “Farmaci e pediatria” avete in cantiere altri obiettivi? «La mission dell’Agenzia ci impone di contribuire alla tutela della salute dei cittadini attraverso i farmaci e per raggiungere questo obiettivo sicuramente la comunicazione svolge un ruolo centrale. Nel corso dei prossimi anni implementeremo senz’altro il nostro ruolo istituzionale di diffusione di informazioni indipendenti e certificate, basate sulle evidenze scientifiche, sia ai cittadini che agli operatori sanitari. I settori in cui poter operare non mancano dal corretto uso dei farmaci negli anziani, all’aderenza alle terapie e ai corretti stili di vita per allontanare o ridurre il ricorso al farmaco, dall’aggiornamento del corretto uso dei farmaci in gravidanza, alle campagne “storiche”, come quella sugli antibiotici». Quali sono oggi i rischi principali a cui i cittadini vanno incontro in maniera del tutto inconscia a causa di una scarsa conoscenza farmaceutica? «Senz’altro la mancata compliance e la scarsa aderenza alle terapie, specie nella popolazione anziana in cui è più frequente la presenza di polipatologie e quindi il ricorso a più farmaci al giorno. Un errore frequente è quello di sospendere le terapie ai primi segnali di miglioramento anziché seguire le indicazioni date dal medico esponendosi così a ricadute o, in caso di terapie croniche come ad esem-

TRATTAMENTI SU BASE NON RIPETITIVA

Il ministro della salute, Beatrice Lorenzin, ha emanato il decreto per l’uso dei medicinali per le terapie avanzate su singoli pazienti

mitanza sospetta di segnalazioni, è obbligo dell’Autorità regolatoria intervenire con provvedimenti cautelativi. Trattandosi di vaccini influenzali e di casi di decesso, la notizia ha allarmato i media e conseguentemente la popolazione ma, come hanno confermato le analisi dell’Istituto Superiore di Sanità, non c’era alcuna correlazione tra i decessi e i vaccini che si sono confermati prodot-

pio quelle per l’ipertensione, a possibili rischi cardiovascolari. Un altro possibile pericolo è rappresentato dall’acquisto incauto di farmaci dal web e dal fenomeno della contraffazione farmaceutica. I cittadini devono sapere che gli unici canali legali per la vendita dei medicinali sono le farmacie, le parafarmacie e i corner autorizzati della grande distribuzione. In questi canali il rischio di contraffazione, grazie al sistema di tracciatura che segue il farmaco dalla sua produzione al banco della farmacia, è praticamente inesistente». Secondo lei quanto il caso Stamina ha influito in una serpeggiante diffidenza? «La vicenda Stamina, rispetto a cui l’Aifa ha assunto una posizione rigorosa di condanna già con l’ordinanza del maggio 2012, dovrebbe avere accresciuto la fiducia dei cittadini nelle istituzioni che tutelano la salute e dimostrato che solo il rigore del metodo scientifico può garan-

ti sicuri. «In queste situazioni è importante attenersi alle evidenze scientifiche ed evitare strumentalizzazioni che possono rivelarsi molto dannose. Le istituzioni hanno il dovere di intervenire, anche in via cautelativa qualora lo ritengano necessario, per evitare rischi per la salute. Questi provvedimenti non devono essere accolti con allarmismo o diffidenza». ■ TB

tire al malato di avere a disposizione cure efficaci e sicure e evitargli di essere preda di chi specula sulle speranze di chi soffre. Poco tempo fa il ministro della salute, Beatrice Lorenzin, ha emanato il decreto per l’uso dei medicinali per le terapie avanzate su singoli pazienti, i cosiddetti trattamenti su base non ripetitiva, che assegna all’Agenzia italiana del farmaco la facoltà di rilasciare l’autorizzazione alla preparazione e alla somministrazione di questo tipo medicinali solo in strutture pubbliche autorizzate e rispondenti ai canoni molto stringenti stabiliti dalle normative europee. Credo che da parte di tutta la comunità scientifica debba essere rivolto un plauso al ministro Lorenzin per aver finalmente messo fine a una vicenda che ha incrinato la credibilità del nostro Paese nel consesso scientifico internazionale». ■ Francesca Druidi


Osservatorio sanità e salute Febbraio 2015 • Pag. 12

Medicina estetica

Segreti di salute e bellezza La moderna società non vuole più deleghe. «Ciascuno deve essere gestore del proprio corpo condividendo con i medici il mantenimento della propria salute e della propria bellezza con idonei stili di vita» Accademia italiana della bellezza è una casa virtuale, nata ad Arezzo nel 2000 per riunire tutti coloro che amano diffondere il proprio sapere, che continua negli anni a onorare e promuovere la bellezza. «Ciò che maggiormente conta è però - come sottolinea il presidente Pier Antonio Bacci - il rigore scientifico, l’onestà intellettuale e il rispetto verso i propri pazienti o clienti, ma non si può creare bellezza senza conoscerla, per questo tutti gli operatori devono saper percepire la bellezza, nel suo profondo significato di strumento universale di proporzione, rispetto e armonia». Cresce la tendenza a interventi e trattamenti meno invasivi. Quali sono le motivazioni degli italiani alla base di questa scelta e come questo trend è destinato ad aumentare alla luce delle nuove tecnologie? «Grazie a sofisticate tecnologie e diagnosi

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Pier Antonio Bacci, presidente dell’Accademia italiana della bellezza

precoci, tutta la chirurgia è ormai divenuta mini-invasiva, per la moderna filosofia che indica nella prevenzione il segreto della salute e della bellezza. Per esempio, i fili di sostegno sono una vera rivoluzione poiché, con minime incisioni o anche senza incisioni, permettono di migliorare i contorni del volto e del corpo senza stravolgere l’espressione

Fermare le lancette del tempo ella donna, fra i 40 e i 50 anni, con l’invecchiamento di tutti gli organi, pelle compresa, anche i genitali esterni tendono ad avvizzirsi, perdendo le caratteristiche dell’età giovanile. «Il cambiamento segue le variazioni fisiologiche tipiche della menopausa – spiega la dottoressa Maria Costarella, specialista in medicina estetica – la riduzione degli ormoni estrogeni comporta secchezza delle mucose, perdita di elasticità e riduzione delle dimensio-

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La dottoressa Maria Costarella, specialista in medicina estetica e libera professionista presso diverse strutture di Milano smcsanbabila@gmail.com

Contrastare gli effetti della menopausa sui genitali femminili esterni. Le soluzioni mininvasive della dottoressa Maria Costarella ni di grandi, piccole labbra e clitoride, oltre ad una progressiva difficoltà nell’eccitazione e nell’orgasmo, che diventa meno intenso o assente». Da qualche anno, la medicina estetica dà una risposta a questo problema, ringiovanendo i genitali esterni senza chirurgia né dolore e con risultati pressoché immediati. «Il primo passo per ringiovanire i genitali è una cosmesi locale specifica per le parti intime e a base di vitamina E, burro di karité o olio di jojoba, fitoestrogeni. Si può poi eseguire una biorivitalizzazione con l’uso di radiofrequenze. Altro metodo è la Prp o stimolazione piastrinica con fattori di crescita, che stimola il ringiovanimento dei tessuti con risultati molto soddisfacenti. Inoltre, si può ridare turgore ed elasticità alla zona vulvare con micro-infiltrazioni di acido ialuronico (lo stesso usato per il viso), con recupero estetico immediato». ■ V.D.

e senza complicazioni o degenze. Oggi abbiamo anche la possibilità di utilizzare tecniche fisioterapiche, di biostimolazione laser e di medicina rigenerativa che permettono di ristrutturare i tessuti e rallentare i processi d’invecchiamento, ma occorre partecipare al progetto migliorando i propri stili di vita. Certamente questa è la strada del futuro e la medicina offre importanti soluzioni». La cellulite costituisce il più diffuso inestetismo femminile. Come si cura oggi e quali le soluzioni più interessanti? «Oggi sappiamo che i cosiddetti inestetismi, così come le patologie degenerative e tutti i processi d’invecchiamento, sono espressione di alterazioni cellulotessutali con inquinamento del nostro mare interno e riduzione dell’ossigeno e dell’energia circolante. La cellulite e le smagliature, che colpiscono solo in Europa oltre 200 milioni di persone di sesso femminile, costituiscono segnali di allarme e fastidiosi inestetismi. Il moderno protocollo Vartam inizia sempre con schemi alimentari deacidificanti associati a trattamenti fisioterapici con ossigeno e carbossiterapia, integrati da trattamenti laser, microfili, mesoterapia o tecniche chirurgiche miniinvasive, secondo le indicazioni, ma la prima regola è imparare a depurare il nostro corpo con giusti stili di vita, buona alimentazione, movimento, buon sonno e, se possibile, sorriso nella mente». Qual è il ruolo dell’alimentazione in rapporto alla salute e alla bellezza, quali gli errori in cui più si incorre e i rischi nascosti nei cibi? «Gli anni che viviamo saranno ricordati come il tempo dei grandi cambiamenti, non solo in politica ed economia, anche la cura dell’aspetto estetico è ormai divenuto un momento di medicina preventiva. Noi siamo quello che mangiamo, quindi abbiamo l’obbligo di conoscere i cibi, la buona cucina e di saper leggere le etichette. Nella

buona alimentazione sta il segreto della genetica e della salute. La cellulite è diventata dolorosa e l’obesità colpisce l’infanzia, sono inestetismi e campanelli d’allarme e di disagio». In Italia il 65 per cento degli interventi di chirurgia estetica è in regime di day surgery. Cosa ne pensa di questo dato e come viene garantita la sicurezza in strutture ospedaliere e non? «Il problema della sicurezza del paziente è uno dei principali obiettivi delle nostre istituzioni. Ci sono regolamenti nell’organizzazione degli studi medici e degli ambulatori a bassa invasività, nella tracciabilità dei prodotti e dei percorsi di controllo. Io lavoro soprattutto in Toscana che è sicuramente all’avanguardia, ma in quasi tutte le regioni esiste ottima qualità e attenzione alla regole. Sulla preparazione degli operatori occorre fare di più, poiché esistono molte scuole con differenti programmi ma non tutte all’altezza. Il problema più grosso è forse quello della serietà professionale su cui l’università non può garantire, per questo dobbiamo tutti lavorare nella costruzione dell’uomo di valore, emarginando fermamente quella piccola percentuale di disonesti che ritengono il guadagno il fine, e non invece la giusta conseguenza del proprio lavoro». ■ Renata Gualtieri


Osservatorio sanità e salute Pag. 13 • Febbraio 2015

Fabrizio Malan, presidente Sicpre, Società italiana di Chirurgia plastica

L’OSSIGENOTERAPIA PER I CAPELLI

ricostruttiva ed estetica

Valentina Mura spiega i vantaggi di questa metodica sempre più diffusa nella cura tricologica ossigenoterapia come trattamento rivolto non solo alla pelle del viso e del corpo, ma anche ai capelli. Ne parla Valentina Mura, del centro tricologico ed estetico milanese Armonia & Zen. «È una tecnologia nota, perché molti personaggi dello star system la usano contro l’invecchiamento dei tessuti. L'ossigenoterapia è un trattamento che punta a migliorare la salute del cuoio capelluto, in particolare stimolando il microcircolo e il rinnovamento cellulare. Esistono tre tipi di trattamenti specifici che sfruttano l'ossigenoterapia. Uno riguarda i capelli sfibrati e privi di nutrimento, che riacquistano volume e lucentezza dopo il trattamento. Un altro è mirato, invece, a migliorare le condizioni del cuoio capelluto in caso di forfora e seborrea. Infine, questa tecnica aiuta a combattere la caduta

L’

Gli italiani amano i ritocchi soſt La tendenza è scegliere interventi mini invasivi e una maggiore naturalezza. «La miglior chirurgia plastica, se c’è, è quella che non si vede, grazie a risultati armoniosi, coerenti, non artefatti» nche se mancano i dati ufficiali nazionali e internazionali a confermarlo, gli interventi più eseguiti in Italia, in riferimento al 2014, dovrebbero risultare la mastoplastica additiva, la blefaroplastica e la rinoplastica. «Nonostante si tratti di previsioni - precisa il presidente della Sicpre Fabrizio Malan vale la pena ricordare che il mercato italiano risente ancora, a differenza per esempio di quello statunitense, della crisi. Proprio gli ultimi dati dell’Isaps, infatti, hanno evidenziato per il nostro Paese una decisa riduzione degli interventi di chirurgia estetica e dei trattamenti non chirurgici». Cosa ci si aspetta invece per il 2015? «Si ipotizza una sostanziale conferma di quanto atteso per il 2014. Un indizio, in questo senso, viene da un nostro studio eseguito a dicembre partendo dalla visualizzazione da parte degli utenti delle pagine dedicate ai diversi interventi sul sito www.sicpre.it. In base a questa indagine, le sezioni dedicate alla blefaroplastica, alla rinoplastica e alla mastoplastica additiva sono risultate quelle maggiormente visitate». C’è la tendenza di una

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sempre maggiore integrazione tra la chirurgia e la medicina estetica quali i motivi alla base e in quali fasi di un intervento più si verifica? «C’è una grande confusione in merito a chirurgia estetica e medicina estetica. È importante specificare che svolgono ruoli diversi, solo raramente sovrapponibili. Il bravo specialista è proprio quello che sa ricorrere, a seconda dei casi, all’una o all’altra, e in percentuali diverse. Nessuna delle due è solo bene, o solo male: tutto sta nello sceglierle in modo appropriato. Ad esempio un viso “vecchio”, con tessuti visibilmente scivolati verso il basso, con zigomi e guance svuotate e ampi solchi tra naso e bocca non potrà essere migliorato con le “punturine” e i trattamenti soſt della medicina estetica; l’unica pos-

sibilità di ringiovanimento con un effetto naturale è legata al riposizionamento e sollevamento dei tessuti, con un liſting o un miliſting. Eseguito questo, infiltrazioni di filler potranno addolcire e migliorare ulteriormente il risultato: ecco l’integrazione. Ma la medicina estetica non è “meno”, rispetto alla chirurgia, è diversa. Chi vuole cancellare le macchie solari, infatti, deve ricorrere alla medicina estetica e ovviamente non alla chirurgia. Ma la medicina estetica non è solo ritocco post chirurgico, è anche un modo per prendersi cura di sé e, all’occorrenza, per preparare i testi agli interventi chirurgici». Durante la tavola rotonda Chirurgia estetica, chi la fa ma non lo dice? si è parlato delle “belle bugiarde”. Può tracciarci un loro identikit? «Si tratta di donne, di età com-

presa in media tra i 35 e i 55 anni e di livello socio-economico medio, medio-alto. In base ai dati raccolti, in generale scelgono di tenere nascosto l’intervento di chirurgia estetica o il trattamento di medicina estetica per il desiderio di sembrare naturalmente belle, senza alcun aiuto esterno, e per evitare le opposizioni del partner. Per quanto riguarda i trattamenti più eseguiti da questo target, al primo posto ci sono infiltrazioni di filler e di tossina botulinica, anche se non manca il caso di chi si sottopone alla blefaroplastica o alla mastoplastica additiva». La Sicpre ha lanciato un messaggio per spiegare come sia importante, anche per un semplice intervento estetico, scegliere il professionista giusto. Come è possibile operare una scelta corretta? «È importante che lo specialista sia un medico che dopo la laurea ha proseguito il suo iter di preparazione specializzandosi in chirurgia plastica ricostruttiva ed estetica. Essere in possesso di questo titolo vuol dire aver fatto lunghi tirocini ospedalieri, avere esperienza e formazione specifica. Una volta accertata la specializzazione, è fondamentale trovare un medico che ascolti con attenzione. Il chirurgo plastico poi deve spiegare tutti gli aspetti dell’intervento, in particolare per quanto riguarda gli eventuali rischi e controindicazioni nel tempo. Una volta valutate le competenze “di base”, come la specializzazione e l’esperienza professionale, va creato un feeling col chirurgo: paziente e medico devono essere in sintonia e il secondo deve capire i desideri del primo e le sue motivazioni per consigliarlo al meglio». ■ Renata Gualtieri

dei capelli e favorire il rinfoltimento. L’ossigeno è di vitale importanza per il nostro organismo e la sua mancanza nei tessuti può provocare problemi e disagi cutanei. Con questa terapia si cerca di contrastare la perdita dovuta a diverse cause, come stress, post-partum, fattori ormonali e stagionali. La seduta di ossigenoterapia dura circa 15-20 minuti e si effettua con un apparecchio che eroga ossigeno puro e, con l’ausilio di prodotti a base di oli essenziali purissimi, si ottengono notevoli risultati». ■ Remo Monreale

Il centro estetico Armonia & Zen si trova a Milano www.armoniazen.it


Osservatorio sanità e salute Febbraio 2015 • Pag. 14

Medicina estetica

Ringiovanire è semplice I fili biostimolanti individuano una nuova tecnica che riscuote sempre più consensi in campo estetico. Stefania Guerrini ne illustra vantaggi e prospettive di intervento l processo di invecchiamento del viso inizia a manifestarsi intorno ai 30 anni ed è caratterizzato dall'inversione del cosiddetto “triangolo della bellezza”. Di cosa si tratta e come si interviene per risolvere questo problema estetico sempre più sentito? Ne parliamo con la dottoressa Stefania Guerrini, medico chirurgo fino al 1999 presso il reparto universitario di Chirurgia oncologica dell'Università di Torino e direttore del blocco operatorio della casa di cura Sedes Sapientiae di Torino per 10 anni. «La definizione – spiega Guerrini – si riferisce al triangolo formato da linee virtuali la cui base, nell’adolescenza e nella gioventù, risiede nella parte superiore del volto. Con il passare del tempo, il “triangolo della bellezza” tende progressivamente a ribaltarsi, con una riduzione della componente adiposa e un’ipotonia muscolare che determinano la comparsa di solchi, rughe e lassità cutanee. Tutti questi sono i segni esterni di un cedimento dei tessuti profondi. Compaiono, inoltre, alterazioni della pigmentazione, della luminosità e dell’elasticità cutanea generate dalla ridotta produzione di collagene, che a sua volta contribuisce anche a un appiattimento dei contorni del viso». Qual è il compito del medico in questi casi? «Dobbiamo ripristinare i volumi persi, ridefinire la forma del volto e ristabilire il confine tra quest’ultimo e il collo. Nonostante il loro indiscusso contributo, l’acido ialuronico e il botulino presentano evidenti limiti funzionali, mentre il liſting tradizionale in sala operatoria è ora usato solo quando strettamente necessario. Una valida alternativa è l’impiego dei fili di trazione o biostimolanti. Sono costituiti da acido polilattico o da un polimero di acido lat-

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tico coprolattone. Questi materiali conferiscono ai fili di trazione la peculiarità di essere riassorbibili nel tempo (18-24 mesi). Vengono impiegati per ripristinare, mediante trazione, le linee del contorno del viso. Un secondo meccanismo che sfruttano è la stimolazione dei tessuti attraverso la produzione di collagene, determinando un ringiovanimento e un rassodamento cutaneo». Perché questa tecnica è preferibile? «I motivi sono diversi. Prima di tutto, non prevede un ricovero ospedaliero; si esegue in regime ambulatoriale e in anestesia locale, effettuata unicamente nei punti di introduzione e uscita dei fili di trazione. È anche particolarmente apprezzata dai soggetti di sesso maschile, poiché si evitano le iniezioni di acido ialuronico con il rischio di femminilizzare il volto. La procedura è alquanto semplice e poco invasiva, non vengono praticate incisioni ed è esente da effetti collaterali. Tra l’altro, questi presidi medico-chirurgici sono nati per il viso, ma trovano largo impiego per aree anatomiche difficili da trattare, quali il collo, l’interno delle braccia e delle cosce, i glutei e il naso (sollevamento della punta)». Come si presenta il postoperatorio? «Nella maggioranza dei casi non si avverte dolore, ma possono, all’evenienza, essere prescritti antidolorifici e può essere posizionata una borsa del ghiaccio sull’area trattata. I risultati del trattamento sono visibili immediatamente e migliorano con il tempo, determinando un incremento di produzione del collagene con un risultato massimo dopo 4-6 mesi dall’impianto. In definitiva, l’utilizzo dei fili di trazione a oggi rappresenta la principale metodica di elezione per ottenere

UNA SOLUZIONE ALL’IPERIDROSI

La dottoressa Stefania Guerrini, medico chirurgo specialista in chirurgia generale, il cui studio si trova a Torino sfn.guerrini@gmail.com

risultati estetici ottimali in poco tempo, a costi contenuti, senza lasciare cicatrici evidenti e con un ritorno alle normali occupazioni in tempi reali. Ma la tecnica dei fili biostimolanti non è l’unica novità degli ultimi tempi». A cosa si riferisce? «Penso, in particolare, alla rinoplastica medica: una tecnica innovativa che permette in un’unica seduta di migliorare gli inestetismi della piramide nasale, quali deficit del profilo (come nel caso di gibbi, gobbe, punta cadente, asimmetrie post traumatiche), utilizzando, secondo i casi, acido ialuronico, idrossiapatite di calcio, botulino e fili di sospensione senza ricorrere alla sala operatoria. Questa procedura è riservata ai casi in cui il difetto estetico è contenuto. Il risultato è ottimo e i costi sono nettamente inferiori rispetto alla rinosettoplastica chirurgica tradizionale. Inoltre, non esistono rischi operatori e-o anestesiologici e il paziente, appena terminata la seduta ambulatoriale, può riprendere le sue normali occupazioni». ■ Renato Ferretti

La sudorazione è una normale condizione del nostro organismo, deputata a regolare la temperatura corporea. Un suo aumento (iperidrosi) va considerato patologico ed è un disturbo di grande impatto sociale e psicologico, che spesso destabilizza emotivamente chi ne soffre. Affronta l’argomento la dottoressa Stefania Guerrini, medico chirurgo specialista in chirurgia generale di Torino. «L’ansia e lo stress – continua la dottoressa – possono aggravare o scatenare un attacco di sudorazione, quindi le persone più emotive sono maggiormente soggette a questo fenomeno. L'iperidrosi, in particolare delle mani e delle ascelle, può creare notevoli imbarazzi e

spingere i soggetti a mutare i propri comportamenti di vita arrivando all’isolamento. Questo delicato problema viene attualmente risolto in maniera efficace grazie a un trattamento molto meno invasivo rispetto alla soluzione chirurgica: la simpaticectomia. Basta, infatti, una sola seduta di infiltrazione, nella zona interessata, di tossina botulinica per bloccare l’azione del neurotrasmettitore acetilcolina con la conseguente inibizione delle ghiandole sudoripare e soppressione dell’iperidrosi. La tecnica infiltrativa utilizzata è particolarmente delicata, avvalendosi di un ago sottilissimo ed è scevra da effetti collaterali. Sono pochissime le controindicazioni».

FILI BIOSTIMOLANTI

Una valida alternativa a botulino e acido ialuronico


Osservatorio sanità e salute Pag. 15 • Febbraio 2015

Un naso proporzionato e naturale Intorno alla rinoplastica restano forti pregiudizi. Francesco Klinger fa chiarezza su uno dei più frequenti interventi di chirurgia plastica, ancora oggetto di pareri e opinioni contrastanti

roppo lungo, troppo corto, con la gobba, storto, con la punta grossa, oppure causa di una cattiva respirazione se il setto è deviato o compromesso da frattura. Sono diverse le ragioni estetiche e funzionali per intervenire sul naso con una delle operazioni più frequenti in chirurgia plastica: la rinoplastica. Tuttavia, resistono tante false credenze: dal grande spauracchio del dolore alla qualità del risultato finale. Francesco Klinger, chirurgo plastico e otorinolaringoiatra, responsabile dell’unità operativa di Chirurgia plastica dell’ospedale San Giuseppe di Milano (gruppo Multimedica), sgombra il campo da equivoci: «innanzitutto, un naso operato bene è un naso che non lascia neanche supporre l’intervento. Il risultato di una rinoplastica eseguita a regola d’arte è un naso dall’aspetto naturale e perfettamente proporzionato al volto. Non è, quindi, un naso “perfetto” in sé, bensì un bel naso, regolare, che si integra alla perfezione con la forma del viso, la distanza tra gli occhi e la forma di mento e fronte». Come spiegare i molti esempi di nasi che rivela-

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I RISULTATI

Un naso operato bene è un naso che non lascia neanche supporre l’intervento

no immediatamente di essere “rifatti”? «È il cosiddetto surgical look, un risultato molto più comune 20 o 30 anni fa, comunque sempre riconducibile a un’esecuzione non eccellente. Tuttavia, da anni, la chirurgia plastica ha come obiettivo la massima naturalezza: sembrare belli e giovani, mai “rifatti”. È stato superato anche il problema delle cicatrici. Infatti, con la tecnica “closed”, la rinoplastica non lascia nessuna cicatrice visibile, dato che le incisioni sono effettuate esclusivamente nella parte interna del naso». Altra diceria diffusa è quella che descrive la rinoplastica come molto dolorosa. È vero? «Assolutamente no. È un tipico argomento da prima visita. Anche persone che prendono seriamente in considerazione l’intervento, e che sono ben informate, sono spesso molto spaventate da questo elemento. In realtà, il giorno stesso dell’intervento, il paziente viene seduto, non ha necessità di stare a letto e prova un dolore totalmente controllabile con un normale analgesico. E, soprattutto, è dimesso il giorno successivo». Esiste poi il problema dei tamponi. Si usano ancora? «Si, anche se oggi in realtà si impiegano materiali di ultima generazione che non danno alcun fastidio nemmeno alla loro rimozione che avviene 12 ore dopo l’operazione. Al termine dell’intervento, che dura circa un’ora, si applica sul naso un tu-

Francesco Klinger, chirurgo plastico e otorinolaringoiatra, responsabile dell’unità operativa di Chirurgia plastica dell’ospedale San Giuseppe di Milano (gruppo Multimedica) effeklinger@gmail.com

tore rigido, che va tenuto per 5-7 giorni e viene poi sostituito da cerottini, da portare per 3-4 giorni. Lo scopo del tutore, come dei cerotti applicati in seguito, è quello di controllare il gonfiore, tenendo il naso nella corretta posizione e riparandolo da qualsiasi trauma, anche minimo. Dopo questo periodo – una decina di giorni al massimo – ecchimosi ed edemi sono praticamente scomparsi e si può riprendere la normale vita sociale». Dopo 10 giorni è tutto passato e si può sfoggiare un naso nuovo? «Il più è fatto, ma non tutto. Nella zona può rimanere un minimo di gonfiore, che scompare completamente nell’arco di 3-4 mesi. L’attività sportiva può essere ripresa dopo 3 settimane, periodo dopo il quale è anche consentita l’esposizione al sole; un’eventualità che, al massimo, può rallentare il processo di progressiva riduzione dell’edema». Chi ha bisogno di una correzione estetica e di una funzionale deve prevedere due interventi? «No, si fa tutto in una sola seduta operatoria. Setto, turbinati e valvola sono i responsabili di problemi di respirazione e si possono correggere insieme alle ossa nasali e alla punta, gli elementi sui quali si interviene in un intervento di rinoplastica». Infine, c’è il problema del costo dell’intervento. «Il costo di un intervento di rinoplastica varia in base alle condizioni di ogni singolo caso e della struttura in cui avviene l’intervento, il cui costo può variare anche notevolmente, se si comprende tutta l’équipe, l’anestesista e la sala operatoria. In ogni caso, ci collochiamo fra i 7 e i 10mila euro. Invece, nei casi in cui la correzione sia solo funzionale, l’intervento è erogato dal Servizio sanitario nazionale e pertanto non costa nulla al paziente». ■ Valerio Germanico

Anche il naso invecchia Come la regione attorno agli occhi e alle labbra e il collo, anche il naso invecchia e si modifica con l’età. «È una trasformazione – spiega Francesco Klinger – che avviene innanzitutto a causa della forza di gravità. Con il passare degli anni, la punta del naso tende pertanto ad abbassarsi e a perdere sostegno. Una trasformazione sicuramente antiestetica che, per una questione di volumi coinvolti, è ancor più evidente nei nasi grossi e bulbosi». Per tutti, poi, c’è il cosiddetto “effetto contesto”. «In alcuni casi – dice ancora Klinger – il naso risalta maggiormente perché, con gli anni, guance e zigomi hanno perso volume. È un fenomeno naturale, dato dal fisiologico assottigliamento del tessuto adiposo del viso, che però contribuisce a dare un’impressione di naso pronunciato che, in effetti, è spesso l’elemento comune dei volti invecchiati. Per questo, rimodellare il naso – a volte anche solo la punta – contribuisce a ringiovanire il viso, perché si ristabiliscono volumi e proporzioni tipiche della giovinezza».


Osservatorio sanità e salute Pag. 17 • Febbraio 2015

Effetti collaterali I trattamenti estetici sono meno invasivi della chirurgia plastica, ma non esenti da rischi. Ne parla Delia Colombo, concentrandosi sull’acido ialuronico ispetto alla chirurgia estetica, i trattamenti estetici sono spesso considerati a rischio zero. In realtà, le cose stanno diversamente. Infatti, secondo l’esperienza della dottoressa Delia Colombo, specialista in dermatologia clinica ed estetica, farmacologa e impegnata

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Lo studio di dermatologia clinica ed estetica della dottoressa Delia Colombo si trova a Milano www.deliacolombo.it

nelle questioni della medicina di genere, nei trattamenti con acido ialuronico c’è un 7 per cento di casi che mostra effetti collaterali. «Una pratica estetica – afferma Colombo – dovrebbe avere un’incidenza di effetti collaterali molto più bassa. Del resto, è opinione diffusa che l’acido ialuronico sia privo di effetti collaterali, mentre ne ha come tutte le pratiche mediche e ne ha più della tossina botulinica». È indubbio che, se confrontati con la chirurgia estetica, i trattamenti estetici siano di gran lunga meno invasivi, tuttavia non vanno sottovalutati. Ma quali sono i possibili inconvenienti? «Gli effetti collaterali sono di vario tipo in base al trattamento eseguito. Per esempio, con l’acido ialuronico si possono verificare dei piccoli ascessi, dei granulomi sottocutanei oppure dei linfedemi, se viene trattata la zona vicino all’occhio. Questi sono i casi più frequenti, poi ci sono anche quelli rari, come la necrosi. In base al problema riscontrato, esistono poi diverse soluzioni. I favi o gli ascessi da acido ialuroni-

Prevenire il melanoma Pelle chiara, esposizione solare, elevato numero di nei e familiarità. Sono i principali fattori di rischio che concorrono allo sviluppo del melanoma cutaneo, che si può prevenire con esami specifici. Li illustra la dottoressa Chiara Baraldo

a anni il melanoma cutaneo mostra un aumento del tasso di incidenza che supera quello di tutti gli altri tumori maligni. Infatti, ogni anno, in Europa, vengono diagnosticati circa 60mila nuovi casi di melanoma maligno, pari a circa l’1 per cento di tutti i

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tipi di neoplasia. L’incremento dell’incidenza, registrato in particolare nella popolazione caucasica, suggerisce che esistano fattori di rischio tali da esporre alcuni soggetti più di altri allo sviluppo della patologia. Pertanto, la prevenzione assume un ruolo assai importante. «Abbiamo una prevenzione primaria e una se-

CONTROINDICAZIONI

Un linfedema ha un impa�o estetico peggiore di quello che il tra�amento estetico intendeva correggere, cioè l’occhiaia co si risolvono facilmente, iniettando antibiotici specifici in infusione, in base al tipo di batteri presenti (gram-positivi o gram-negativi)». Più complesso l’intervento nel caso di linfedema. «Questo può apparire in seguito all’iniezione non corretta di acido ialuronico nella zona perioculare, pratica introdotta di recente e molto diffusa. Poiché l’acido è introdotto in forma di gel, oltre una certa quantità questo grava sullo

condaria – chiarisce la dottoressa Chiara Baraldo, medico chirurgo specialista in dermatologia e venereologia –. La prima è rivolta ad evitare i fattori di rischio, ad esempio con l’educazione alla fotoprotezione, dal momento che un’eccessiva esposizione ai raggi ultravioletti (Uv), solari e-o artificiali, rappresenta il principale fattore di rischio ambientale responsabile dello sviluppo del melanoma. La prevenzione secondaria, invece, si ha con una diagnosi precoce». Questa è possibile grazie alla dermatoscopia e alla mappatura digitale delle lesioni melanocitiche, metodiche diagnostiche non invasive che permettono di esaminare in vivo le lesioni cutanee pigmentate e di visualizzare alcune strutture altrimenti non riconoscibili a occhio nudo. «La tecnica consiste nel porre un sottile strato di olio da immersione, alcol o acqua sulla lesione cutanea. Questa verrà esaminata utilizzando un dermatoscopio manuale, uno stereomicroscopio, una telecamera o un sistema digitale di acquisizione di immagini. Si tratta già di un’indagine di secondo livello, che deve prevedere la memorizzazione delle lesioni a rischio per l’eventuale esame comparativo al successivo follow up. Inoltre, è importante seguire con particolare attenzione i pazienti che presentano uno o più fattori di rischio. Questi fattori sono la pelle chiara, l’esposizione solare intermittente ma intensa, l’elevato numero di

scarico linfatico e su quello venoso, rischiando di bloccarli. Così sotto l’orbita si forma un linfedema, che ha un impatto estetico peggiore di quello che il trattamento estetico intendeva correggere, cioè l’occhiaia. Trattare questa zona non è semplice. S’interviene con soluzioni diluite di cortisone, però queste vanno iniettate in piccole quantità, per evitare gli effetti collaterali da cortisone». Fortemente sconsigliato, poi, è l’uso dell’acido ialuronico in pazienti con malattie autoimmuni. «È preferibile usare l’acido polilattico, che dà minori rischi dal punto di vista immunologico. In Italia l’acido polilattico è poco apprezzato – mentre è il più usato negli Stati Uniti – ma se diluito adeguatamente è una soluzione migliore dell’acido ialuronico, perché non forma noduli». Infine, particolare attenzione va data all’uso di sostanze come la poliacrilammide, contenuta in alcuni prodotti a base di acido ialuronico (99 per cento con l’1 per cento di poliacrilammide). «Benché poco usata rispetto al passato, questa può causare noduli e granulomi, anche voluminosi e attivi dal punto di vista infettivo, con batteri gram-negativi anaerobi che richiedono antibiotici potenti, insieme a piccole quantità di cortisone. Inoltre, la natura sintetica della poliacrilammide ne rende difficile il trattamento, che può durare anni». ■ Luca Càvera

nei, le scottature subìte in età infantile eo la familiarità. Per queste tipologie di pazienti va previsto un controllo periodico dei nei mediante dermatoscopia, insieme alla loro mappatura, un follow up delle lesioni a rischio e l’asportazione chirurgica delle lesioni sospette, da sottoporre poi a esame istologico per una corretta diagnosi istopatologica». ■ Luca Càvera

Lo studio di Chiara Baraldo, medico chirurgo specialista in dermatologia e venereologia, è a Padova cbaraldo@gmail.com


Osservatorio sanità e salute Febbraio 2015 • Pag. 18

Medicina estetica Plasma contro la caduta dei capelli

La richiesta di bellezza e l’intelligenza estetica

Parlano di questa nuova frontiera della lotta alla calvizie Tullia Taidelli Palmizi e Armando Pellanda, che spiegano le proprietà rigenerative della preparazione Prp

Interventi estetici sbagliati o eseguiti in ambienti non adeguati possono causare molti danni. Il chirurgo Giacomo Urtis ci aiuta a smascherare i “professionisti” abusivi e invita a compiere scelte consapevoli

on è un mistero che il diradamento dei capelli, fino alla potenziale calvizie, provochi disagio fino a diventare un vero e proprio problema relazionale e sociale. Intervenendo per tempo sulle sue cause con trattamenti tricologici mirati, il diradamento dei capelli e la stempiatura possono essere decisamente rallentati e si può recuperare un buon numero di capelli. A sostenerlo sono la dottoressa Tullia Taidelli Palmizi, specializzata in chirurgia plastica, e il dottor Armando Pellanda, specializzato in anestesia e rianimazione, fisiopatologia respiratoria, esperto in omeopatia e medicina estetica. «Il trattamento Prp (Plasma ricco in piastrine) – dice Taidelli – costituisce la novità assoluta in campo tricologico per il suo potente effetto biostimolante a livello del follicolo pilifero. Studi approfonditi ci hanno illuminato sull’applicazione di specifici fattori di crescita presenti e attivi nel plasma, che giocano un ruolo cruciale nella rigenerazione cellulare e tissutale. Proprio per queste caratteristiche di “rigenerazione” e ricrescita, ha trovato applicazione nel cam-

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COME FUNZIONA LA PRP

I fa�ori di crescita presenti nelle piastrine sono in grado di stimolare i bulbi piliferi ancora presenti, ma silenti o sofferenti

po tricologico e sono stati messi a punto alcuni protocolli per il trattamento e la cura del diradamento e la prevenzione della caduta dei capelli». Come spiega il dottor Pellanda, il Plasma ricco in piastrine (Prp) è una preparazione con una concentrazione particolarmente elevata del numero delle piastrine (Plt) in un volume limitato di plasma. «Il Prp – spiega il medico milanese – contiene fattori di crescita e proteine bioattive (peptidi) che regolano cellule differenziate, modulando la crescita e l’attività delle cellule che sono vitali per la rigenerazione e la costruzione di tessuti mediante l’ingegneria tissutale (“Tissue Engineering”). Nella tecnica curativa Prp, il Plasma ricco in piastrine è autologo, cioè derivato dal sangue del paziente stesso. I fattori di crescita presenti nelle piastrine sono così in grado di stimolare i bulbi piliferi ancora presenti, ma silenti o sofferenti, a produrre un capello forte». La dottoressa Taidelli, direttore Sanitario del Centro Cosmedic di Milano, e il Dottor Pellanda, che lavora presso la Day Clinic, sempre di Milano, hanno elaborato un protocollo di trattamento e cura. «Si tratta – precisa Taidelli – di tre procedure da associare per ottenere il miglior risultato di biostimolazione del follicolo pilifero, con un effetto garantito ma soprattutto duraturo di ricrescita e infoltimento dei capelli. La stimolazione Prp viene eseguita tramite un trattamento ad alta concentrazione di piastrine con buffy coated, che garantisce un alto livello di qualità della metodologia». ■ Renato Ferretti

La dottoressa Tullia Taidelli Palmizi, direttore sanitario presso il centro Cosmedic di Milano, e il dottor Armando Pellanda, del Day Clinic Milano - www.cosmedic.it - www.dayclinicmilano.it

e doti che un chirurgo estetico deve possedere sono molte: innanzitutto il senso delle proporzioni e la manualità. «È importante - precisa il chirurgo Giacomo Urtis - considerare il corpo umano come un’opera d’arte da salvaguardare per evitare il rischio di deturparlo esteticamente, procurando così gravissimi danni». Ma non possono di certo mancare preparazione ed esperienza, sicurezza, capacità decisionale e un certo senso dell’estetica. «Si deve avere sempre la percezione immediata di quello che sarà il risultato finale». Quali sono i casi in cui la medicina estetica viene utilizzata a sproposito e quando invece se ne fa buon uso? «La medicina estetica, così come la chirurgia, non è un mezzo per poter cambiare alcune parti del proprio corpo né uno strumento di cui abusare per somigliare a qualcun’altro. È semplicemente un modo per migliorare alcuni piccoli difetti o per far sì che l’avanzare degli anni sia più graduale.

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Proprio per questo tengo a precisare, soprattutto alle ragazze molto giovani, di non ricorrere alla medicina estetica o chirurgia se non strettamente necessario. Esse si possono considerare di buon uso solo quando dietro le richieste del paziente c’è un malessere psicologico che può influenzare anche la personalità dell’individuo e il suo modo di relazionarsi con gli altri». Quante sono le pazienti che si pentono di essere ricorse alla chirurgia

Giacomo Urtis, medico chirurgo specializzato in chirurgia estetica, medicina estetica e dermatologia


Osservatorio sanità e salute Pag. 19 • Febbraio 2015

PRIMA DELLA STAGIONE ESTIVA

si registra il boom di liposuzioni, rimodellamento glutei e aumento del seno

estetica e quante si rivolgono a lei per riparare danni arrecati da altri interventi? «Guardando alla mia esperienza, devo dire che non mi è mai capitato nessuno che si sia pentito per qualche intervento fatto; ovviamente ci sono sempre pazienti eterne insoddisfatte che un giorno chiedono una cosa, la volta seguente si vedono brutte, quella successiva ancora vorrebbero un effetto diverso. Ma questo è un altro discorso. Invece sono molte quelle che si rivolgono a me per riparare i danni arrecati da altri interventi, ma anche in questo caso cerco solo di accontentarle

il più possibile, svolgendo il mio lavoro nel migliore dei modi senza denigrare l’operato di nessun altro». Quali interventi sono maggiormente richiesti e come si dividono le preferenze tra interventi più o meno invasivi? «Gli interventi di chirurgia estetica sono soggetti a una certa stagionalità. Ad esempio, prima della stagione estiva si registra il boom di liposuzioni, rimodellamento glutei e aumento del seno: interventi legati a una forma fisica perfetta in vista della prova costume. Nella stagione autunnale e in inverno, invece,

vanno per la maggiore tutti quegli interventi legati alla cura della pelle, soprattutto del volto. Per citarne alcuni il laser Co2 frazionato per eliminare le macchie causate dall’esposizione al sole, botulino fili di sospensione, lifting per attenuare le rughe e autotrapianti di capelli. Solitamente si prediligono quelli mini invasivi che non necessitano quindi di un’anestesia totale e soprattutto che non comportano degenza. Nel caso in cui si cerca un effetto più evidente e quindi con un risultato immediato allora si passa a quelli più invasivi». È vero che si rivolgono al chirurgo

estetico sempre più giovani e perché una ragazza poco più che maggiorenne compie questa scelta? «Ebbene sì, sono moltissime le ragazze che poco più che maggiorenni si affacciano alla chirurgia estetica. Più di qualche volta mi è capitato vedere delle giovanissime arrivare nel mio studio con la foto della loro starlette preferita della tv o della cantante o attrice in voga in quel momento. Purtroppo la società di oggi impone dei canoni influenzati dalla televisione, da internet e dai social network legati all’ideale di una bellezza assoluta e dell’apparire a tutti i costi. Ed è proprio tutto questo sistema che spinge una buona parte delle teenager a rivolgersi per la prima volta a un chirurgo estetico». Come sono cambiate nel tempo le richieste delle donne? «Per quanto riguarda le mode sicuramente si può notare un’inversione di tendenza rispetto a qualche anno fa. A forme prorompenti, con labbra molto carnose e seni esagerati, si è passati a fisici e volti molto più delicati dai tratti più lineari e raffinati. Se un tempo la tendenza era quella di gonfiare, oggi si tende a sfinare e scheletrizzare». ■ Renata Gualtieri

CAPILLARI FRAGILI, COME CURARLI Le teleangectasie sono quelle ramificazioni venose che compaiono sulle gambe, in maggioranza delle donne. Il dottor Fulvio D’Angelo analizza i possibili trattamenti per eliminare il problema

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appresentano uno dei problemi estetici più diffusi, soprattutto per il sesso femminile perché affliggono più della metà delle donne europee e americane. Si tratta di quell’inestetismo che

Il do�or Fulvio D’Angelo, flebologo che si occupa di chirurgia vascolare nella Clinica Santamaria di Castellanza (VA) www.fulviodangelo.it

appare come una serie di ramificazioni sulle gambe e che, a volte, può essere legato a una vera e propria patologia da non sottovalutare. Il dottor Fulvio D’Angelo, esperto flebologo che si occupa di chirurgia vascolare nella Clinica Santamaria di Castellanza (VA), ne spiega le cause e come si può intervenire. «La definizione scientifica – dice il dottor D’Angelo – è teleangectasie (Tai). Si tratta di dilatazioni, solitamente di calibro da 0,1 a 1 mm, che hanno sede nel derma e possono essere venulari, arteriolari o capillari. Possono provocare sensazioni fastidiose, come bruciore, prurito, dolore puntorio e pesantezza; sintomi che si accentuano nella posizione in piedi (ortostatismo) e spesso anche nel periodo pre-me-

struale e mestruale. C’è la possibilità che siano associati a disturbi vascolari maggiori, ma non è sempre così. Talvolta, nelle forme più iniziali e nei sogge�i più giovani, compaiono indipendentemente. In questi casi, il loro trattamento è più semplice». Il dottor D’Angelo indica come agire alla loro comparsa. «Innanzitutto – continua il chirurgo – è necessaria una vista specialistica per un primo step diagnostico. Poi un’indagine strumentale come l’ecocolordoppler venoso oppure la pletismografia a luce riflessa. In ogni caso, è necessaria la guida da parte di uno specialista vascolare, meglio se flebologo. Una volta stabilito che non vi è necessità di un intervento chirurgico, si può proporre un trattamento sclerosante: questo fa in modo

che l’organismo non riconosca più come utile il vaso sanguigno, riassorbendolo. È un trattamento che non comporta alcun rischio». Ma il trattamento è definitivo solo in parte. «Il vaso è sparito – conferma il dottor D’Angelo – ma resta la predisposizione, per cui altri vasi compariranno in seguito. Insomma, se si vuole mantenere il risultato, bisogna avere costanza nel trattamento dei capillari». Un’alternativa a questo trattamento risiede nell’uso del laser. «Il trattamento laser è solo un metodo più sofisticato per trattare i capillari, facile dal punto

di vista dell’intervento ma senz’altro più costoso e non meno doloroso. Il vantaggio è che si possono trattare anche capillari sottilissimi, tipo couperose, ma per capillari e venule non lo ritengo vantaggioso». ■ Elena Ricci


Osservatorio sanità e salute Febbraio 2015 • Pag. 20

Medicina estetica

Laser e lipofiller per uno sguardo più giovane Sono oggi a disposizione tecniche mininvasive per rimodellare il viso e soprattutto il contorno occhi. Alessandro Dalla Vedova consiglia i metodi più efficaci per ringiovanire la zona o sguardo ha un ruolo fondamentale nelle relazioni personali. Per questo motivo è in crescita il numero di pazienti che si sottopone a trattamenti di ringiovanimento di questa parte del volto. Quali sono i suggerimenti degli addetti ai lavori? «Poiché per questo tipo di intervento esistono più soluzioni – risponde il dottor Alessandro Dalla Vedova, medico chirurgo specializzato nelle tecniche di rimodellamento del corpo e di dimagrimento –, il consiglio che posso dare al paziente è quello di confrontarsi con uno specialista, manifestando i propri bisogni. Sulla base di questi e delle condizioni del paziente, lo specialista potrà poi indicare la metodica più appropriata fra quelle disponibili, che potrà essere chirurgica o anche non chirurgica. In ogni caso, a prescindere dalla metodica scelta, questa dovrà portare a un risultato che sia il giusto equilibrio fra efficacia,

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durata e ritorno al sociale». Adottando un approccio chirurgico, la tecnica classica è la blefaroplastica, che oggi si esegue anche in maniera non invasiva. «L’intervento di blefaroplastica – adatto a pazienti di qualsiasi età – elimina l’eccesso di cute delle palpebre superiori, rimuovendo la causa principale che conferisce al viso un aspetto invecchiato. Il risultato è un contorno occhi più rilassato, di cui beneficia l’espressione. Oggi è disponibile anche la tecnica laser assistita, che riduce al minimo la manipolazione dei tessuti e quindi limita sanguinamento, gonfiore ed ematomi post-operatori. Inoltre, le incisioni laser sono poco visibili e si mimetizzano fra le normali pieghe della cute». Questa tecnica, adottata di routine dal dottor Dalla Vedova, consente un rapido ritorno alle proprie attività (un paio di giorni circa), in quanto rispetta i tessuti sottostanti con un’invasività minima. «Altro vantaggio del laser è che questo,

EFFETTO FILLER

Poiché è plasmato sui lineamenti unici del paziente, il filler evita l’effetto omologazione purtroppo ancora oggi tipico dei trattamenti di chirurgia estetica

se frazionato, permette di trattare in maniera non chirurgica la zona periorbitale e la regione sotto l’occhio, che spesso viene tralasciata e che invece è fondamentale quando si desidera il ringiovanimento completo dello sguardo». Ma qual è il funzionamento di questo laser? «Il laser produce migliaia di profonde e piccolissime colonne di attività termica che eliminano le vecchie cellule e lasciano la cute circostante integra. È per questo che il trattamento viene definito “frazionale”, perché sfrutta il naturale processo di rigenerazione della cute in maniera poco traumatica e conduce a una guarigione più rapida». Altro problema frequente fra i 40 e i 50 anni è il cedimento dei tessuti. «Per questo esistono dei trattamenti filler che, in maniera non invasiva, permettono di riempire le zone che hanno perso volume, restituendo uno sguardo giovane e fresco. La tecnica non prevede l’uso di aghi, bensì di una micro cannula (un ago molto sottile privo di punta tagliente). Per questo bastano appena due o tre punti di accesso, evitando ripetute iniezioni nella cute e riducendo drasticamente la sensazione dolorosa, il rischio di ematomi o altri traumi ai tessuti. L’effetto del ringiovanimento, poi, è immediato ed estremamente naturale. Inoltre, un importante vantaggio del filler è che, essendo ogni trattamento diverso dall’altro – in quanto viene plasmato sui lineamenti unici di ciascun paziente –, questo evita la standardizzazione e omologazione che purtroppo ancora oggi se-

Il dottor Alessandro Dalla Vedova, medico chirurgo specializzato nelle tecniche di dimagrimento e di rimodellamento del corpo, opera su due studi: Treviso e Jesolo (VE) www.dermalaserclinic.it

gnano i trattamenti di chirurgia estetica». I grandi vantaggi del filler, tuttavia, hanno una durata di circa dodici mesi. «Nel caso in cui il paziente intenda risolvere il problema in modo definitivo, la soluzione è il lipofilling, ossia il trasferimento di grasso da un’area donatrice (addome, fianchi, cosce) a un’area ricevente nello stesso paziente. Questo trapianto adiposo restituisce turgore, rotondità e pienezza. E attecchendo in modo permanente dà un risultato naturale e duraturo». ■ Flavio Odoacre


Osservatorio sanità e salute Febbraio 2015 • Pag. 22

Medicina estetica

Ad ogni viso la sua bellezza Un approccio olistico alla medicina estetica. Prima di ogni trattamento la personalità dell’individuo va compresa nella sua completezza, evidenzia Erika Cristiana Schmitt

integrazione della farmacologia classica con le medicine non convenzionali può essere spesso un vantaggio, soprattutto per alcune patologie». È questa l’opinione della dottoressa Erika Cristiana Schmitt, medico chirurgo milanese, specialista in dermatologia e venereologia con una particolare attenzione per la medicina estetica. «Spinta dalla curiosità di conoscere altre metodologie terapeutiche e naturali – prosegue la dottoressa Schmitt –, negli ultimi anni ho approfondito discipline come l’omeopatia, l’agopuntura e la medicina ayurvedica. Queste, in combinazione con la medicina tradizionale, possono trovare una collocazione ideale nel trattamento di alcune patologie, per esempio l’acne e l’eczema costituzionale. Inoltre, l’approfondimento di queste metodologie mi ha portato a dare particolare attenzione all’individuo in tutta la sua completezza, a dedicare più tempo all’ascolto – nel senso olistico del termine –, a rispettare la personalità del paziente e ad aiutarlo a conservare la sua bellezza naturale». Come declina questa sua visione “allargata” dell’approccio terapeutico nella pratica della medicina estetica? «Quando devo valutare un “restyling”, cerco innanzitutto di capire quali sono, secon-

«L’

ASCOLTARE IL PAZIENTE

Ogni persona manifesta inestetismi differenti. Sta a noi medici estetici individuarli, col suo aiuto

Erika Cristiana Schmi�, medico chirurgo specialista in dermatologia e venereologia di Milano www.erikaschmitt.it

Solchi periorbitari da correggere e correzione con acido ialuronico molto morbido che perme�e un risultato naturale

Tecnologie laser per l’estetica

do il paziente, i punti deboli del suo viso, o più semplicemente, cosa al paziente non piace del proprio viso. Importante, poi, è interrogare il paziente per conoscere le sue attese rispetto ai risultati del trattamento. Non secondari, durante la visita, sono i suggerimenti per migliorare il proprio aspetto a partire dallo stile di vita e dall’alimentazione. In questo senso, per rimanere giovani ed energici nel tempo, invito a rispettare il proprio orologio biologico. Infine, specchio alla mano, valutiamo insieme come intervenire. In questa fase, consiglio al paziente le tecniche che possono contribuire al miglioramento del suo aspetto». Quali sono le tecniche a disposizione? «Comprendendo quelle chimiche e quelle naturali, esiste un ampio spettro di possibilità per migliorare la fiducia in sé stessi e per apparire più armoniosi e belli ai propri occhi e a quelli degli altri: dall’acido ialuronico ai fili di trazione al botox. Dunque, a ogni viso il proprio metodo di bellezza. Perché ogni persona manifesta inestetismi differenti e sta a noi medici estetici individuarli con l’aiuto del paziente stesso, che senz’altro si conosce meglio di chiunque altro». Quali sono gli inestetismi che si trova più frequentemente a risolvere? «Un trattamento che eseguo spesso nella mia pratica ambulatoriale è la correzione dei solchi e delle borse perioculari inferiori. Su questi si interviene con un acido ialuronico molto morbido. Per una correzione perfetta sono importanti una mano ferma

e una gestione della siringa ineccepibile. Altrettanto frequenti sono le correzioni del solco peribuccale e minuscoli ritocchi alle labbra superiori e inferiori per far scomparire la “ruga della marionetta”. Al di là del trattamento, però, per me è fondamentale stimolare fiducia, trasmettendo un messaggio di tranquillità sul risultato finale, che non sarà certo un’ipercorrezione, bensì un piccolo ritocco che elimini l’aspetto di stanchezza e restituisca luce al viso. Infatti, per esempio quando si usa il botox, soprattutto sulle rughe frontali, sono sufficienti piccole quantità per ottenere un effetto naturale, senza così creare volti amimici e senza espressione». ■ Vittoria Divaro

La do�oressa Erika Cristiana Schmi�, nel proprio studio di Milano, dispone di diverse tecnologie che la supportano nella pratica medica. Fra queste, un sistema computerizzato per fotografare e archiviare i nèi melanocitari a rischio e le lesioni cutanee particolari, per un eventuale follow up nel tempo. Questo sistema perme�e di richiamare l’immagine di origine e di confrontarla con quella a�uale, verificando modificazioni e crescita del neo. Inoltre, lo studio è fornito di diverse tecnologie laser, utili nella chiusura dei capillari del volto (couperose) e nel tra�amento delle lentigo solari (macchie marroni sul viso) – laser che può essere utilizzato anche per rimuovere verruche, cauterizzare ferite e piccole neoformazioni cutanee. Un altro sistema laser è dedicato all’epilazione a lungo termine, che in cinque sedute dà o�imi risultati (solo su pelo scuro e cute chiara non abbronzata). La tecnologia a luce pulsata, invece, trova applicazione nel tra�amento del melasma, delle discromie e couperose a eritema diffuso. Inoltre, la luce pulsata, essendo poco invasiva, è valida anche per il fotoringiovanimento. Molto apprezzato da chi non vuole soffrire troppo per apparire è l’ele�roporatore, un o�imo strumento per far penetrare principi a�ivi all’interno della cute (vitamine, acido ialuronico e altri) e che già subito dopo la prima seduta fa apparire la cute più compa�a e luminosa. Infine, radiofrequenze per rassodare i tessuti di viso, collo, cosce e braccia.


Osservatorio sanità e salute Febbraio 2015 • Pag. 24

Malattie rare

Sempre alta l’attenzione sulle malattie genetiche di Flavio Bertoglio, presidente Consulta nazionale delle mala�ie rare

lle porte della giornata mondiale delle malattie rare 2015, la Consulta nazionale delle malattie rare (CndmrInsieme) fa il punto della situazione sulle criticità legate alla quotidianità dei circa 2 milioni di malati rari stimati in Italia, molti dei quali in età pediatrica. Dalla scorsa edizione ci si accorge che l’ultima Legge sulle malattie rare (disattesa) risale al 2001 e le attività legislative sono dormienti. Disarmante. Urge l’approvazione della Legge quadro sulle malattie rare di cui era relatrice la senatrice Laura Bianconi, in ogni suo aspetto, compresa l’obbligatorietà degli screening neonatali per tutte quelle malattie rare che hanno, o che avranno una cura. La diagnosi precoce di alcune malattie genetiche rare dall’andamento gravemente degenerativo, oggi non più orfane di un trattamento efficace, determinerebbe risultati di grande portata: la possibilità di salvare la vita di bambini

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affetti iniziando la terapia prima che i danni siano irreversibili, nonché enormi risparmi per il Ssn su sanità, socio-assistenziale e cure palliative. Ci sono malattie rare per le quali basterebbe una dieta specifica dalla nascita, ma senza lo screening si arriva alla diagnosi solo dopo che questi bambini sono già diventati disabili gravi. Lo screening neonatale obbligatorio deve essere considerato un investimento. Il fondo nazionale a livello centrale rappresenterebbe inoltre “la soluzione” per azzerare i differenti approcci regionali in tema di malattie rare e sostenere il costo dei farmaci orfani. E la ripartizione dei pochi fondi per la ricerca andrebbe rivista per ottimizzarne i risultati: la distribuzione a pioggia è l’opposto della meritocrazia, meglio il criterio di Telethon, premiato dalla Fda americana. È fondamentale l’attenzione del Governo a sostegno alle famiglie con figli colpiti da malattie rare e in questa direzione è

stato presentato dalla senatrice Dorina Bianchi il Ddl 2090, steso in collaborazione con la Cndmr. Sarebbe necessario prevedere il prepensionamento ai genitori di bambini malati rari con disabilità grave. Riteniamo necessario un riconoscimento giuridico alla genitorialità usurante, se con figli malati rari disabili gravi a carico. Lo scenario che ha invitato alla stesura di questo Ddl è la presenza di circa 0,5 milioni di malati rari disabili gravi, molti dei quali bambini (circa 200.000) con una speranza di vita limitata, una condizione che danneggia l’equilibrio psicofisico della famiglia. Il Ddl intende fornire strumenti previdenziali a sostegno di una genitorialità difficile per garantire il diritto alla salute, la tutela del lavoro, dello studio, del mantenimento, dell’educazione e della cura del malato e alla famiglia. Tra le questioni ancora aperte, l’inserimento delle 109 malattie rare nella lista delle patologie esenti dell’allegato A del DM 279/01. Siamo in attesa di un ag-

giornamento da parte delle istituzioni della situazione dei tanti malati rari ancora invisibili per il Ssn. Non è possibile aprire registri dedicati e quindi fare ricerca scientifica su queste malattie rare. Forse che esistano malati rari di serie A e malati rari di serie B? Dopo quindici anni e quattro aggiornamenti triennali mancati, oggi non solo queste 109 malattie rare di serie “B”sono ancora al palo, ma abbiamo anche le malattie di serie “C”: cioè altre 209 scoperte e pronte a essere inserite, ma non ancora del tutto validate delle istituzioni. ■

Un piano nazionale per il futuro Le malattie rare sono sempre più oggetto di attenzione non solo a livello europeo e mondiale, ma anche in Italia. Il genetista Bruno Dallapiccola spiega le difficoltà e le prospettive diagnostiche e terapeutiche legate a queste patologie l 16 ottobre scorso è stato approvato dalla Conferenza Stato Regioni il Piano nazionale malattie rare 2013-2016. Un’intesa, quella tra Governo e Regioni, che potrà fare la differenza nel trattamento di queste patologie che riguardano dai 450mila ai 600mila italiani. A commentare il Piano e a delineare un quadro d’insieme delle malattie rare in Italia, è il genetista Bruno Dallapiccola, direttore scientifico dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù e coordinatore per l’Italia di Orphanet, il portale di riferimento per le informazioni sulle malattie rare e sui farmaci orfani. Cosa rappresenta il Piano nazionale malattie rare? «È un traguardo, sia pur preliminare, estremamente importante che consente all’Italia di allinearsi con la richiesta proveniente dall’Europa sin dal 2009 e di affrontare le malattie rare in manie-

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ra organica in un Paese dove la regionalizzazione fa sì che, fino ad ora, vi siano stati 20 sistemi diversi di approcciare il problema. Il Piano fornisce, dunque, linee guida e indicazioni che tentano di armonizzare a livello nazionale il trattamento degli assistiti. Prende in considerazione tutti i punti di attacco delle malattie rare, dalla diagnosi alla presa in carico, dalla ricerca alla formazione, dall’informazione all’empowerment dei pazienti. C’è però un limite, anche se fisiologico». Quale? «Non è accompagnato da un programma economico, una criticità comune ad altri paesi europei (poco meno di 20) che si sono dotati di un piano nazionale. Ciò non vuol dire che l’Italia non investa nelle malattie rare, anzi, investe moltissimo, ma nessuno sa quanto costino effettivamente, anche a livello delle singole regioni. Qualche idea in

Bruno Dallapiccola, dire�ore scientifico dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù e coordinatore per l’Italia di Orphanet


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più la si ha per quanto riguarda il costo dei farmaci orfani, che però rappresentano una briciola di quanto viene investito in termini di assistenza ai malati rari. Bisognerebbe prendere esempio dalla Francia, che è il Paese più avanti in questo campo ed è al suo secondo piano nazionale, pensando già a un terzo. L’Italia già da oggi dovreb-

IL PAZIENTE AL CENTRO l tema della Giornata delle Malattie Rare 2015 è “Vivere con una malattia rara. Giorno per giorno, mano nella mano”. «La giornata mette finalmente al centro i pazienti – commenta Bruno Dallapiccola –. Se in Italia le malattie rare hanno avuto un’evoluzione importante negli ultimi anni è merito soprattutto della pressione di realtà come Uniamo Federazione italiana malattie rare onlus, a cui sono federate più di 100 associazioni di malati rari e familiari. Le associazioni di malati e familiari sono stati trainanti nel veicolare l’attenzione sul tema delle malattie rare, lavorando concretamente al fianco dei medici con iniziative a tutti i livelli che hanno migliorato la diagnosi, hanno contribuito a sviluppare linee guida, a promuovere la ricerca e a diffondere informazioni. Hanno lavorato molto sulla formazione dei medici affinché si avvicinassero al tema delle malattie rare, imparando a sospettare della loro possibile incidenza». Per il professor Dallapiccola, è fondamentale sottolineare il concetto di empowerment, ossia valorizzare al massimo le potenzialità del paziente, e partire dalle scuole per trasmettere alle generazioni più giovani il valore di persone meno fortunate, che si confrontano quotidianamente con disabilità e disagi». ■ FD

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be istituire una commissione di esperti e associazioni per cominciare a lavorare sul prossimo piano, per non trovarsi impreparata alla scadenza del triennio, nel 2017». Orphanet fornisce un insieme esaustivo di informazioni su più di 6mila patologie rare e sui servizi specialistici nei 40 paesi partner. In che modo questo database contribuisce alla condivisione di protocolli terapeutici e assistenziali? Sono in programma delle evoluzioni? «Il riconoscimento ottenuto dall’Unione europea, che cita Orphanet in tutti i suoi documenti, e a livello mondiale ha reso Orphanet il più importante database per fornire informazioni ai portatori d’interesse delle malattie rare, certificato e validato da centinaia di esperti che lavorano sul sistema e realizzato con un gergo accessibile ai pazienti come ai professionisti e ai ricercatori. La struttura di Orphanet aiuta a condividere protocolli, è uno strumento che aggiorna sugli studi e sulle linee guida rese disponibili nelle principali lingue del mondo, allegando anche una letteratura scientifica. È un sistema che sta andando verso un’evoluzione importante. Il tema è la disseminazione dell’orpha-code (i codici attribuiti a ogni malattia rara nell’ambito della classificazione di Orphanet), perché non esiste a livello mondiale un sistema univoco di codifica di tutte le malattie rare. L’unico sforzo viene proprio da Orphanet, il cui codice è stato accettato da alcuni Paesi dell’Ue, tra cui la Germania e, in Italia, la Regione Veneto (che accorpa altre regioni). È un tentativo centrale, perché con una codifica unica, accettata da tutti, si riuscirà a dialogare meglio tra i vari Paesi. C’è però un tallone d’Achille». Quale? «I finanziamenti per supportare Orphanet sono diventati estremamente esigui. È stata di recente approvata una joint action dell’Ue che stanzierà due

Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma ospita Orphanet per l’Italia

milioni di euro per finanziare Orphanet nei prossimi tre anni. Una cifra che però va divisa tra i 40 Paesi partner. Se l’Europa mette sul tavolo il 50 per cento, i singoli Paesi dovrebbero contribuire con l’altro 50 per cento. Orphanet è un punto di riferimento, un fiore all’occhiello che però va curato e mantenuto con un ulteriore sforzo in termini di risorse». Quali restano le maggiori criticità nell’affrontare le malattie rare e ultrarare? «In moltissimi casi di malattie rare e ultra-rare è difficile arrivare a formulare una diagnosi e a disporre di linee guida. In Italia abbiamo iniziato a costruire e a sviluppare dei database per i malati rari non diagnosticati in un progetto finanziato due anni fa dal ministero della salute e di cui sono titolare, dove la Regione Veneto gioca un ruolo importante. Le nuove tecniche genetiche stanno poi consentendo di rintracciare la causa di queste patologie a costi inferiori rispetto al passato. Oggi si può partire da test molecolari, analisi genomiche ed esomiche per individuare il meccanismo molecolare della malattia. Su

questo fronte, Telethon ha annunciato a dicembre l’avvio di un’attività scientifica articolata su tre poli: Milano (Ospedale di Monza), Roma (Bambino Gesù) e Napoli (Tigem, l’istituto Telethon di genetica e medicina, e clinica pediatrica); dialogando tra questi tre centri e lavorando su due piattaforme genomiche, cercheremo di trovare nuovi geni malattia su un gruppo significativo di pazienti privi di diagnosi. Individuare il meccanismo alla base della malattia rara non è risolutivo, migliora però la presa in carico del paziente e fornisce informazioni alla famiglia del malato circa l’origine della patologia e il rischio di trasmissione in caso di gravidanze e discendenze». Per quanto riguarda i farmaci orfani? «I farmaci orfani corrispondono a circa 80 molecole: soddisfano, quindi, una minima parte dei bisogni dei malati rari. La presa in carico del malato spesso viene realizzata con tecniche riabilitative e terapeutiche (ad esempio la psicomotricità) che non risolvono il problema, ma migliorano la qualità della vita». ■ Francesca Druidi


Osservatorio sanità e salute Pag. 27 • Febbraio 2015

Gioiello tech italiano Il biomedicale rappresenta uno dei fiori all'occhiello di quel tessuto produttivo che continua non solo a sperare, ma a registrare segni più Stefano Rimondi, presidente nazionale di Assobiomedica

n un'Italia che fatica a registrare valori di crescita pari ai competitor internazionali, esistono delle realtà che invece dimostrano il contrario. È il caso del settore del biomedicale e dell'industria dei dispositivi medici. Su questo fronte, infatti, il nostro Paese dimostra valori di eccellenza, spesso raccolti in distretti che non solo hanno tenuto la crisi fuori dalle loro mura, ma che hanno reagito in modo sorprendente anche ad altre emergenze. È questo il caso di Mirandola, una cittadina di 24mila abitanti in provincia di Modena dove è presente il distretto biomedicale più grande d’Europa e secondo al mondo. Il distretto, colpito dal terremoto nel maggio 2012, rappresenta quasi il 40 per cento del fatturato del settore in Emilia Romagna, conta circa 100 aziende di dispositivi medici e circa 5mila dipendenti. Si tratta del mercato locale in assoluto più rilevante in Italia e specializzato per l’infusione, trasfusione, drenaggio e dialisi. Stefano Rimondi, presidente nazionale di Assobiomedica, è consapevole della forza del settore, che conferma di avere un legame intrinseco al territorio in cui è nato. «Nonostante il terremoto, le imprese del comparto – comprese le multinazionali a capitale estero che vi si erano precedentemente insediate – hanno deciso di non delocalizzare la produzione e, al contrario, hanno investito in nuovi stabilimenti di produzione e ricerca per la forte specializzazione del-

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le risorse e anche delle aziende contoterziste presenti nella zona». Non solo Mirandola. Su cosa e dove si concentrano gli attori del settore dei dispositivi medici? «In Italia sono presenti 3.025 imprese dedicate alla produzione di dispositivi medici, con un fatturato medio di 6 milioni di euro e circa 54mila addetti. Il settore è caratterizzato da una forte concentrazione territoriale in sei regioni del centro-nord, cui è riconducibile l’88 per cento del fatturato totale. Parliamo di Lombardia, Emilia Romagna, Lazio, Veneto, Toscana, Piemonte, dove i comparti prevalenti per numero di imprese sono essenzialmente il biomedicale (44 per cento) e il biomedicale strumentale (25), ovvero le imprese che producono e commercializzano dispositivi per la chirurgia, monitoraggio, riabilitazione e supporto; dispositivi impiantabili come protesi e pacemaker, oltre ai cosiddetti disposable, ossia gli usa e getta. C’è inoltre da tener presente che il settore è caratterizzato da specializzazioni territoriali nel panorama nazionale, che vedono al primo posto il distretto di Mirandola, seguito dalla provincia di Vercelli, specializzata nei mercati della diagnostica in vitro, da Chieti per gli ausili assorbenti. Il quarto mercato provinciale più rilevante è il dentale a Bolzano e il quinto è l’ortesi a Bologna». Si diceva che la zona dell'Emilia e la bassa lombarda costituisce un'eccellenza su questo aspetto. Anche

SPENDING REVIEW

Valutare solo il prezzo più basso nell’acquisto di dispositivi medici ha portato nel 2013 a un calo della domanda di circa il 4 per cento sia dal pubblico che dal privato


Osservatorio sanità e salute Febbraio 2015 • Pag. 28

Biomedicale IL TECNOPOLO E L’INCUBATORE DELLE START-UP

diventeranno senz’altro, da qui ai prossimi anni, un punto di riferimento per le imprese del se�ore e per i giovani ricercatori

per questo è nato il Tecnopolo biomedicale. Quali i vantaggi di questa struttura e cosa significa per un territorio colpito da terremoto soltanto due anni e mezzo fa? «Questa è un’ulteriore testimonianza del fatto che il distretto di Mirandola rappresenta un’eccellenza e che le conoscenze e le specializzazioni presenti sul territorio sono un valore aggiunto inestimabile. Il Tecnopolo e l’incubatore delle start-up diventeranno senz’altro, da

qui ai prossimi anni, un punto di riferimento per le imprese del settore e per i giovani ricercatori». Il nostro Paese continua ad affrontare un momento di crisi. Quali le maggiori difficoltà su questo fronte per il vostro settore? «Le maggiori difficoltà le incontriamo in primo luogo come cittadini, poi di conseguenza come imprenditori. I nostri ospedali si stanno impoverendo per i continui tagli e la conseguente riduzione

della qualità dei servizi sanitari e questo è un problema non solo per noi, ma soprattutto per i pazienti. Valutare solo il prezzo più basso nell’acquisto di dispositivi medici ha portato nel 2013 a un calo della domanda di circa il 4 per cento sia dal pubblico (-3) che dal privato (-5,8) e dell'11 per cento negli ultimi quattro anni. Si tratta di un dato sconfortante che dimostra come il Servizio sanitario nazionale stia pian piano rinunciando a investire in moderne tec-

nologie. E sembrerebbe che con la Legge di Stabilità 2015 non siano esclusi ulteriori tagli ai servizi sanitari regionali, il che aggraverebbe ulteriormente la situazione». Uno dei tanti problemi dell'Italia che vuole tornare a crescere è la cosiddetta “fuga di cervelli”. Quanto questo fenomeno penalizza il settore dei dispositivi medici e quanto invece può e potrebbe essere fattore attrattivo, anche per i giovani stranieri? «Il nostro settore è e resta attrattivo per giovani ricercatori e ingegneri biomedici italiani e stranieri. Lo dimostra il fatto che in Italia gli investimenti in ricerca e innovazione nel 2013 sono stati in media pari al 6,2 per cento del fatturato delle imprese. Delle oltre 250 start-up del settore presenti in Italia, il 55 per cento di esse sono spin off universitari, ovvero frutto della ricerca pubblica. Tutti questi aspetti rendono il nostro settore sicuramente attrattivo, nonostante la crisi economica e la fuga di cervelli. È chiaro che si potrebbe fare di più per la crescita del Paese e per valorizzare meglio e in modo più strutturato la ricerca, ad esempio investendo su iniziative e modelli organizzativi che facilitino il trasferimento tecnologico». ■ Teresa Bellemo

UN SETTORE DINAMICO La crisi non ha impedito alle aziende dedicate alla produzione dei dispositivi medici di investire. Export, innovazione e ricerca: sono questi i cavalli su cui puntare l settore biomedicale si caratterizza per il forte orientamento all’innovazione e alla ricerca. Lo dimostrano i dati del Centro studi Assobiomedica, che rivelano come due imprese su tre abbiano introdotto almeno un’innovazione tecnologica nel triennio 20102013. L’Italia, infatti, conta 70mila domande di brevetto ed è dodicesima nella classifica dei paesi brevettatori nel campo dei dispositivi medici del 2013 e rispetto al 2012 ha scalato una posizione superando la Svezia. Non è tra i primissimi posti e come sottolinea Rimondi «questo probabilmente è più lo specchio dei limiti dimensionali dell’industria italiana che non delle sue capacità di fare innovazione». Basti pensare alle numerose start-up del settore pre-

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senti in Italia, che sono oltre 250. Il comparto in cui risultano più specializzate è la diagnostica in vitro (27 per cento), seguito dal biomedicale strumentale (21) e dai servizi e software (21). Quello del biomedicale, infatti, è un comparto che non si focalizza unicamente nella componentistica “hardware”, ma spazia moltissimo. Non è un caso, dunque, se la maggior parte delle start-up più recenti sono attive proprio nei servizi e software. Il fenomeno è lo specchio dello sviluppo esponenziale di start-up Ict registrato negli ultimi anni, indice anche delle potenzialità e ancora di più della trasversalità di questo settore, che ha guadagnato una posizione privilegiata anche all’interno del programma europeo per la ricerca e l’innovazione, Hori-

zon 2020. Anche grazie a questa forte impronta dinamica, nel 2013 le esportazioni sono aumentate del 2,8 per cento, per un volume di 5,9 miliardi e, parallelamente, le importazioni sono diminuite dell’1,9 per cento (6,8 miliardi). Il settore quindi conta nelle esportazioni, che rappresentano il 44 per cento del fatturato delle imprese: l’87 per cento si rivolge ai Paesi europei e più del 50 per cento opera in medio ed estremo Oriente, nord

Africa, nei Paesi del Pacifico e in America latina. Sono invece meno numerose le imprese che esportano in Asia centrale, nell’Africa sub-sahariana e in nord America. Nel complesso, le imprese italiane godono di un buon posizionamento sui mercati esteri e le prospettive future sono positive. D’altro canto i Paesi emergenti rappresentano una straordinaria opportunità per l’intera filiera della salute italiana. ■ TB


Osservatorio sanità e salute Pag. 29 • Febbraio 2015

Curare meglio e sprecare meno Il dottor Cristiano Ferrari parla delle scelte paradossali a danno della sanità pubblica, portando l’esempio dei numeri allarmanti riguardo al diabete. «Ecco, invece, cosa si otterrebbe con un’informazione e un monitoraggio adeguati» i risiamo: la mannaia è ancora una volta pronta a colpire, e come sempre l’obiettivo più grasso e appetibile è il comparto sanità». Per il dottor Cristiano Ferrari, ex manager europeo della Medtronic e oggi presidente di Theras Group che opera nell’ambito della terapia del dolore e del diabete, si può sintetizzare così l’azione concreta della spending review nei confronti della sanità pubblica. Il duro attacco di Ferrari parte da una posizione privilegiata, cioè quella di un’azienda comunque in salute, in crescita nonostante il mercato di riferimento sia sempre più sotto pressione. «Theras, oggi – dice Ferrari – è un gruppo che si propone di gestire un insieme di aziende a vocazione biomedicale. Ci occupiamo di terapia del dolore tramite la commercializzazione di sistemi di neurostimolazione midollare di ultima generazione. Per il diabete, invece, commercializziamo il sistema di monitoraggio in continuo della glicemia Dexcom G4 e di un Internet shop “My Diab Shop” che propone una vasta gamma di prodotti ancillari per i pazienti affetti da diabete». A cosa attribuisce questi risultati? «In primo luogo, alla totale adesione ai dettami della no-

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Il dottor Cristiano Ferrari, presidente di Theras Group, con sede a Salsomaggiore Terme (PR) - www.theras-group.com

stra mission. Noi ci occupiamo e ci occuperemo sempre e solo della commercializzazione e della produzione di device che siano in grado di migliorare la qualità di vita dei pazienti, che diano risposte terapeutiche innovative e che siano eticamente e socialmente sostenibili. In seconda istanza, abbiamo una cura appassionata per la programmazione, il servizio di supporto e la costante volontà di ricercare soluzioni uniche ma sempre valutate con gli occhi dei pazienti. E poi, la passione per il lavoro di gruppo. In Theras siamo tutti protagonisti: tutti siamo chiamati giornalmente a migliorare la nostra azienda con l’esempio e l’azione. Io stesso sono solo un “primus inter pares”». Tornando alla spending review, cosa non la trova d’accordo circa Spesa per il diabete l’impostazione del miLa spesa annuale della nistero della Salute? sanità pubblica continua «Soprattutto dissento sula crescere, tra 3 anni sarà l’abitudine tutta italiana di di 9,6 mld dare soluzioni abborracciate, prima di aver analizzato i problemi e di rifiutarsi di usare buon senso nelSOS DIABETE le valutazioni, specie quando queste sono di limpidezza lapalissiana. Noi siamo in grado di dimostrare che dare un servizio migliore ai nostri pazienti può costare molto meno che offrire loro un pessimo servizio». A cosa si riferisce? «Prendiamo per esempio il diabete, una malattia cronica che si esprime con l’incapacità da parte dell’organismo umano di controllare correttamente il livello degli zuc- scere per tempo la malattia e mantenerla correttamencheri nel sangue. Il diabete è riconosciuto dall’Orga- te monitorata, ci dà la garanzia di poter correttamente tratnizzazione mondiale della Sanità come una pandemia. tare il diabete, diminuendone non solo la pericolosità ma Alla base di questa patologia e del suo incremento ci anche i costi. Gli studi clinici hanno dimostrato che 1 sono tre cause principali: invecchiamento della popo- soggetto su 5 al momento della diagnosi presentava già lazione, obesità, mancato riconoscimento tempestivo complicanze. Questo dato è importante, perché non è della malattia. Se sul primo punto si può fare poco, si il trattamento del diabete che costa esageratamente benpuò intervenire tantissimo per gli altri due. Prima di sì il trattamento delle sue complicanze. I costi del diatutto, l’informazione non è capillare come auspicabile. bete sono assolutamente spaventosi e senza una poliNon a caso, in Italia ci sono 17,6 milioni di persone so- tica adeguata diventeranno presto insostenibili. E dire che basterebbe un controllo annuale ai pazienti a rischio vrappeso e 4,9 milioni di obesi». per eliminare lo spreco». Poi viene il riconoscimento tempestivo. «E qui si gioca la parte importante della partita: ricono- ■ Renato Ferretti

6,92 mld

Monitorare la malattia ci dà la garanzia di trattarla, diminuendone pericolosità ma anche costi

ANALISI DI UNO SPERPERO Il dottor Cristiano Ferrari, presidente di Theras Group, numeri alla mano cerca di togliere il velo che nasconde lo spreco della sanità pubblica riguardo al diabete. «Osservando la composizione della spesa – spiega Ferrari – si scopre che il 57 per cento dei costi diretti è da attribuirsi ai ricoveri ospedalieri, il 36 alle complicanze e solo il 7 per cento al costo di farmaci e device. Ecco quindi l’incongruenza: il nostro sistema sanitario nazionale è concentrato a tagliare i costi delle

cure, ossia del 7 per cento della spesa, quando il 93 per cento è assolutamente fuori controllo, con la certezza che tagliando sulle cure cresceranno in modo esponenziale i costi. Un paradosso: tagliando i costi dei farmaci e dei dispositivi medici, in realtà, peggioriamo il servizio ai pazienti aumentando i rischi per la salute, il numero dei ricoveri inutili e quindi facendo lievitare i costi. Perché non pensare a un miglioramento nella prevenzione e nel monitoraggio?».


Osservatorio sanità e salute Febbraio 2015 • Pag. 30

Biomedicale

Tecnologie sempre più sofisticate per la diagnostica L’Italia è all’avanguardia nello sviluppo di sistemi per l’imaging digitale. Rapidità, precisione, sensibile riduzione della dose di raggi X per il paziente ed esami a domicilio. Tiziana Fantoni presenta le più recenti innovazioni

Alcuni sistemi sviluppati dalla Ats Srl (Applicazione Tecnologie Speciali) di Torre de’ Roveri (BG) www.atsmed.it

alle prime immagini digitali Tac, realizzate oltre trent’anni fa, sono stati fatti enormi progressi in termini di qualità e definizione. Oggi le immagini permettono di rilevare lesioni piccolissime di organi e tessuti iconograficamente sempre meglio definiti e chiaramente contrastati, sottoponendo il paziente a una dose inferiore di radiazioni. Per supportare i medici radiologi nella loro attività, la lombarda Ats (Applicazione Tecnologie Speciali) ha sviluppato tecnologie e algoritmi sempre più sofisticati, che hanno contribuito a diagnosi maggiormente pre-

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cise e circostanziate. La società, che produce e commercializza apparecchiature diagnostiche e impianti per la radiologia medica, ha ottenuto riconoscimenti di eccellenza a livello nazionale e internazionale. Uno di questi è stato per la messa a punto di Ath (Anatomical Tissue Harmonisation), un potente algoritmo per l’ottimizzazione delle immagini radiografiche, oggi considerato basilare per qualsiasi processore di acquisizione ed elaborazione di immagini digitali. «Fino a pochi anni fa, dopo l’esame radiologico, gli operatori e i medici erano costretti a un rituale operativo che richiedeva tempi lunghi, possibilità di errori dia-

gnostici o addirittura perdita delle informazioni – spiega Tiziana Fantoni, presidente di Ats –. Oggi, invece, grazie alle tecniche digitali, con semplicità, in tempi rapidi ed “error free”, l’operatore realizza l’immagine diagnostica, che dopo pochi secondi viene trasferita a un computer. In questo modo, nei tempi più opportuni e anche a distanza, il medico radiologo può visualizzarla sul monitor ed emettere il referto. Che poi, attraverso la rete informatica, può essere inviato ovunque sia utile». Oltre ai vantaggi in termini di rapidità, precisione diagnostica, sensibile riduzione della dose di raggi X per il paziente, va sottolineata la riduzione dei costi e del consumo di materiali, a tutto vantaggio di un incremento di produttività. «Tutta la radiologia medica, di base e specialistica – prosegue Fantoni –, ha tratto beneficio dalle nuove tecnologie digitali, dai software (alcuni esclusivi) e dalla tecnologia dei nostri Flat Panel: da una parte, grazie all’ampia gamma di applicazioni – apparato scheletrico, torace (spesso in pronto soccorso), esami dinamici dell’apparato digerente, studio di arterie e sistema vascolare, radiologia interventistica –, dall’altra, per la diagnosi domiciliare, resa possibile proprio dalle tecnologie digitali. In particolare, grazie alle caratteristiche dei Flat Panel e delle nostre workstation Wifi. La leggerezza dei sistemi, le caratteristiche di semplicità d’uso e di trasmissioni delle immagini a distanza rendono possibile recarsi presso il domicilio del paziente, effettuare l’esame radiologico, inviare le

LA RADIOLOGIA MOBILE Da trent’anni, Ats propone sistemi diagnostici basati su concetti innovativi, spesso presentando delle prime mondiali. Un esempio significativo di questo impegno è la nuova proposta dedicata alla radiologia mobile e domiciliare. Anticipando i maggiori player del settore, Ats ha messo a punto un sistema detettore che sfrutta una tecnologia mutuata dagli schermi Lcd e dagli smartphone. Nella fattispecie, si tratta di una piastra Flat Panel che assorbe raggi X e li trasferisce in wireless a un computer. Quest’ultimo, a sua volta, elabora le informazioni ricevute e le rende leggibili, trasmettendole al centro radiologico. La soluzione è stata progettata e realizzata interamente da Ats, anche nel software. E i primi riscontri dimostrano che sta rivoluzionando il modo di fare diagnostica, associando l’elevata qualità dell’immagine con la semplicità di utilizzo e trasporto, a tutto vantaggio del paziente, che non deve così raggiungere la struttura sanitaria.

immagini al centro diagnostico ospedaliero e, in molti casi, ottenere subito un referto». Quali sono, infine, le linee di ricerca per la diagnostica dei prossimi anni? «Le possibilità innovative non sono certo esaurite. Tutti i nostri prodotti sono costantemente monitorati e aggiornati, in funzione delle continue sollecitazioni che ci vengono dal mondo medico-scientifico, un lavoro notevole sia in termini qualitativi che quantitativi.

PROGRESSI DIAGNOSTICI

Tutta la radiologia medica, di base e specialistica, ha tratto beneficio dalle nuove tecnologie digitali Inoltre, in questi mesi, stiamo portando a termine un ambizioso progetto applicativo per una specifica categoria di Flat Panel ad acquisizione dinamica, destinati a unità radiografiche mobili per sala operatoria (i cosiddetti archi a C). Questi sistemi sono indispensabili per i chirurghi, che con essi possono “vedere” all’interno del corpo prima di intervenire chirurgicamente. E saranno un prezioso ausilio in numerosi ambiti: ortopedia, chirurgia generale, endoscopia, chirurgia vascolare e cardiologia». ■ Valerio Germanico


Osservatorio sanità e salute Pag. 31 • Febbraio 2015

VERSO UNO STILE DI VITA EQUILIBRATO La dottoressa Cristina Varesi spiega come combattere lo stress e le patologie generate dallo stile di vita odierno, in un’ottica che vede il paziente nel suo complesso psicologico e culturale oltre che fisico

Strumenti human oriented el corso degli ultimi decenni, soprattutto nei paesi occidentali, si è assistito a un radicale cambiamento degli stili di vita e dello stile alimentare. Sono stati abbandonati gli schemi nutrizionali tramandati e vagliati dalla tradizione. Come conseguenza sono esponenzialmente cresciute alcune patologie definite “del mondo industrializzato”. A parlarne è la dottoressa Cristina Varesi, del centro milanese Polispecialistico dei Navigli. «È indiscutibile – afferma Varesi – la necessità di un intervento di “riequilibrio” verso un corretto stile di vita e un diverso modo di alimentarsi, per ridurre il rischio di queste patologie. Nel nostro centro l’obiettivo principale è coniugare bellezza, filosofia e scienza per migliorare la qualità di vita dei nostri pazienti, accogliendo ogni persona nella sua assoluta “unicità” e “globalità”. Ci sforziamo, infatti, di ottenere una compren-

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La dottoressa Cristina Varesi, del centro milanese Polispecialistico dei Navigli, con sede a Milano www.polispecialisticonavigli.com

sione non solo del disturbo ma anche del paziente come persona, perché possa emergere l’interazione esistente tra i fattori biologici, psicologici e culturali che determinano la sua condizione». Per patologie del mondo industrializzato, la dottoressa intende diverse fattispecie. «Primo tra tutti – afferma Varesi – lo “stress”, termine che indica una reazione d’allarme prodotta nell’organismo da uno stimolo esterno. Sostanze nocive, cambiamenti climatici, infezioni da microorganismi, stimoli esterni o interni pericolosi oppure vissuti come tali producono stress. La risposta del nostro corpo è aumento della glicemia, aumento della pressione ematica, soppressione delle difese immunitarie. L’apparato cardiocircolatorio, quello respiratorio e digerente, sono tutti coinvolti in un disagio funzionale che ben presto, se lo “stress” persiste, si trasformerà in una patologia lesionale. Parliamo, tra gli altri problemi, di allergie alimentari, intolleranze alimentari e disbiosi». Il Polispecialistico dei Navigli ha un modo specifico di intervenire su tali patologie. «Noi interveniamo con trattamenti dietologici e piani dietetici personalizzati – continua Varesi –, con idrocolonterapia per il riequilibrio della flora intestinale, con visite specialistiche che spaziano dalla medicina estetica alla chirurgia plastica, dalla gastroenterologia all’osteopatia fino al kinesio taping. Attraverso l’utilizzo di macchinari di nuova generazione, usiamo la tecnologia per operare veri cambiamenti di viso e corpo. Il futuro è questo: tecniche e tecnologie poco invasive e attente alla salute e al benessere del paziente». ■ Elena Ricci

Il primato dei medical device made in Italy è basato non solo sulla qualità senza compromessi, ma anche sulla collaborazione tra professionisti del settore e centri di ricerca. L’analisi di Alessandro Tassi nche nel campo dei medical device, la produzione italiana rappresenta un’eccellenza. La ricerca dei massimi standard qualitativi è al centro di attività che realizzano strumenti medicali, nel rispetto delle certificazioni previste dalle normative europee e dei sistemi di qualità più severi. Il dottor Alessandro Tassi, ceo della Dta Medical, porta l’esempio dell’azienda milanese, nata dall’esperienza pluridecennale dei suoi fondatori. «Ci occupiamo di progettazione – spiega Tassi – realizzazione e commercializzazione di strumenti elettromedicali human oriented. L’attenzione alle esigenze del settore medicale e l’esperienza maturata negli anni ci permettono di offrire prodotti tecnologicamente all’avanguardia, certificati CE medical device e brevettati, con investimenti sempre maggiori volti allo sviluppo e alla ricerca. Lo spirito con il quale continuiamo a perseguire i nostri obiettivi è di eccellere e credere nel made in Italy del settore medicale, con ricerca e dedizione». La Dta produce a marchio suo e per conto terzi (Oem), collaborando con diversi professionisti e atenei universitari. «Siamo titolari di brevetti come Carbo2, una strumentazione easy-tech di ultima generazione per micro iniezioni di CO2 medicale somministrate per via sottocutanea e intradermica. Garantiamo una terapia totalmente indolore grazie al brevetto Nps (No Pain System), che rende la strumentazione unica nel mercato. Carbo2 è una terapia indicata per cellulite (Pefs), adiposità localizzate, pre post intervento chirurgico, rivitalizzazione cutanea, ringiovanimento vulvare, miglioramento ossigenazione tissutale, arteriopatie, stasi del microcircolo (media insufficienza venosa), trattamento patologie artroreu-

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Il dottor Alessandro Tassi, ceo di Dta Medical (marchio di Acea Medica Srl), con sede a Milano - www.dtamedical.it

matiche e periartriti. Un altro nostro prodotto brevettato è East (Electrical Arc Sublimation Therapy). Si tratta di un microradiobisturi a sublimazione dermica controllata con arco voltaico, che lavora per sublimazione dermica su superfici da 1 a 2 millimetri di pelle. È un trattamento ambulatoriale di eccellenza per intervenire in modo sicuro e confortevole sugli inestetismi della cute, come ipercromie cutanee, striae distensae periombelicali, verruche, nevi, cheloidi, fibromi, xantelasmi, discheratosi, angiomi rubino, capillari del volto. Inoltre, si possono correggere le ptosi palpebrali di media e lieve entità, crow’s feet, esiti cicatriziali, smagliature e rughe con un soſt liſting della cute in eccesso. Bisogna precisare che è un trattamento non doloroso, ben tollerato dal paziente, no down time, senza sanguinamento, adatto a tutti i fototipi». ■ Remo Monreale


Osservatorio sanità e salute Pag. 33 • Febbraio 2015

Ortopedia Ginocchio sotto stress Sono molte le patologie che colpiscono il ginocchio. La soluzione è data da nuove tecnologie chirurgiche e dall’adozione di misure preventive ai traumi uella del ginocchio è un’articolazione delicata, con patologie ben differenziate per fascia d’età. La popolazione giovane è affetta per lo più da problematiche derivanti dalla traumatologia dello sport, come le lesioni meniscali o legamentose, che molto spesso trovano soluzione nell’ambito della chirurgia artroscopica. Per queste patologie un’attività fisica costante è la prima misura utile. Queste lesioni, infatti, si verificano in situazioni di gioco o di gesto atletico anche banali, spesso in ambito ludico-sportivo. Per gli sportivi agonisti, oltre l’allenamento costante, è fondamentale aggiungere un buon lavoro defaticante. Poi ci sono quelle patologie che derivano da alterazioni morfologiche che determinano usura cartilaginea precoce. Per i soggetti over 50, invece, si incontrano problemi legati all’usura della cartilagine articolare, sia nella forma di artrosi che negli stadi che la precedono, più difficili da risolvere nell’ambito della chirurgia biologica. In questi casi l’obiettivo principale deve essere quello di preservare quanto più possibile il rivestimento cartilagineo articolare. Per questo, da un punto di vista non chirurgico, è importante evitare il sovrappeso e carichi articolari eccessivi, praticare sport di tipo aerobico, meglio se in acqua ed evitare di mantenere per lungo tempo posizioni che sottopongono il ginocchio a stress. Ne parliamo con Claudio Zorzi, primario di ortopedia e traumatologia all’ospedale Sacro Cuore Don Calabria in provincia di Verona. Quali i fattori determinanti dell’artrosi? «Sono determinanti sia fattori generali che locali. Tra i primi menzioniamo sicuramente il sovrappeso o in maggior misura l’obesità, come pure l’età, l’ereditarietà, per lo più per problematiche artritiche, l’influenza ormonale, in particolare modo per le donne. Tra i fattori locali l’alterazione della distribuzione dei carichi per difetti di asse, come nel ginocchio varo o valgo, ancora di

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Chirurgia vertebrale mininvasiva Come funziona e quali sono i benefici dell’endoscopia vertebrale? Risponde il dottor Davide Caldo, presentando gli ultimi progressi nel trattamento dei disturbi della colonna

Claudio Zorzi, primario di ortopedia e traumatologia dell’ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Verona

più se accompagnati da alterazioni della funzione meniscale dello stesso compartimento sovraccaricato, o anche da alterazioni legamentose, sono gli elementi che maggiormente determinano l'insorgenza della patologia artrosica». In cosa consiste il KineSpring system e come funziona? «Il sistema KineSpring rappresenta una nuova opzione chirurgica nel trattamento dell’osteoartrosi di ginocchio. In particolare è importante chiarire che si tratta di una possibilità terapeutica riservata a pazienti relativamente giovani, con artrosi in uno stadio iniziale e con interessamento del solo compartimento interno, in assenza di gravi alterazioni del ginocchio. Rappresenta, quindi, un trattamento tra quelle che possono essere definite opzioni biologiche/conservative e quelle che, invece, appartengono più propriamente alla chirurgia protesica sostitutiva. La funzione di questo nuovo device è quella di risolvere il dolore scaricando il compartimento degenerato, attraverso un sistema ammortizzatore extra-articolare. Il vantaggio di questo sistema è che l’articolazione resta inviolata, per cui risulta essere una procedura reversibile e non preclude un'eventuale sostituzione protesica successiva». ■ Teresa Bellemo

Davide Caldo, specialista in ortopedia, chirurgia endoscopica e mininvasiva vertebrale della clinica Pinna Pintor e Villa Maria Pia di Torino www.davidecaldo.it - www.vertebraltorino.it

Endoscopia Vertebrale è un’innovativa tecnica per il trattamento dell’ernia discale e del canale stretto (stenosi). «L’intervento – spiega il dottor Davide Caldo, specialista in Ortopedia dedicato alla chirurgia endoscopica e mininvasiva vertebrale che opera presso la Clinica Pinna Pintor di Torino – consiste in un’incisione di pochi millimetri in anestesia locale; i pazienti possono andare a casa il giorno stesso o il seguente, con recupero molto veloce del lavoro, dello sport o della semplice attività quotidiana. Oggi si sono moltiplicate le indicazioni e le patologie che si possono affrontare con la tecnica, come la decompressione di stenosi foraminale e il trattamento della colonna cervicale». Cosa ha dato impulso alla moltiplicazione delle indicazioni e delle pa-

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L’INTERVENTO

in Endoscopia Vertebrale consiste in un’incisione di pochi millimetri in anestesia locale, con un recupero molto veloce

tologie curabili con questa tecnica? «Con la nascita di sistemi avanzati come il Tessys (Transforaminal Endoscopic Surgical System), abbiamo adesso cannule che rappresentano un condensato tecnologico contenente l’ottica (telecamera), il lavaggio e un canale operatorio per gli strumenti chirurgici, in un diametro limitato. La cannula, inserita attraverso una singola incisione di pochi millimetri e posizionata con il controllo della videofluoroscopia più evoluta (sistemi radiografici intraoperatori), consente l’accesso attraverso il canale da cui la radice nervosa fuoriesce. La tecnica presenta analogie con l’artroscopia utilizzata per le lesioni del menisco del ginocchio». Esistono ulteriori tecniche mininvasive per gli altri problemi della colonna? «In diverse condizioni cliniche è necessaria la "stabilizzazione" (bloccare una vertebra con l'altra); questa avviene grazie all’impianto di appositi piccoli dispositivi di fusione per affrontare, ad esempio, la spondilolistesi e le discopatie gravi. L’uso di sofisticati strumenti (quale il neuromonitor), tuttavia, consente anche in questi casi accessi chirurgici ridotti, mantenendo al minimo il grado di invasività e accelerando, rispetto alla chirurgia tradizionale, i tempi della ripresa funzionale». ■ Valerio Germanico


Osservatorio sanità e salute Febbraio 2015 • Pag. 34

Struttura sanitaria Recuperare la funzionalità I progressi delle terapie conservative e chirurgiche nel trattamento dell’artrosi articolare del ginocchio. Paolo Adravanti indica i vantaggi delle infiltrazioni con fattori di crescita e degli interventi protesici sempre meno invasivi e cause dell’artrosi articolare del ginocchio sono molteplici. La progressiva degenerazione della cartilagine può essere l’esito di un trauma, di una predisposizione individuale o di uno squilibrio meccanico. Come spiega il Dottor Paolo Adravanti, Referente organizzativo dell’unità operativa di Ortopedia della Casa di cura Città di Parma e past president di Sigascot (Società italiana ginocchio, artroscopia, sport, cartilagine, tecnologie ortopediche): «un paziente con ginocchio valgo o varo, cioè deformato, tende ad usurare maggiormente una parte del ginocchio rispetto all’altra, a causa di uno squilibrio di carico. Esistono poi patologie, come quelle reumatiche, che hanno come effetto la degenerazione cartilaginea. Anche l’obesità è un fattore di rischio per il maggior carico a livello articolare». Tra le conseguenze ci sono la progressiva usura cartilaginea e, quindi, dolore e limitazione funzionale». Particolarmente colpiti sono gli anziani e gli sportivi. Quali le risposte terapeutiche? «I trattamenti – spiega Adravanti – sono conservativi o chirurgici. Nel primo caso, si fan-

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no infiltrazioni con acido ialuronico o con fattori di crescita, ossia un centrifugato di sangue del paziente, ricco di piastrine e proteine. I trattamenti conservativi, che si limitano a ridurre i sintomi, sono utili in degenerazioni di stadio iniziale o intermedio e sono indicati qualora si preferisca differire la chirurgia. L’intervento chirurgico, però, non è rimandabile nei casi di degenerazione completa. «In questi casi, abbiamo oggi a disposizione un’efficace chirurgia protesica, che sostituisce la cartilagine rovinata con una protesi in materiale metallico. L’intervento, che può essere focale (limitato a un punto dell’articolazione) o totale, è risolutivo con una durata che può arrivare fino a 20-25 anni. Il vantaggio rispetto al passato è che questa chirurgia è adesso molto meno invasiva, con risultati estremamente brillanti, tra cui la riduzione della degenza. Non sono quasi mai necessarie trasfusioni di sangue né cateteri o drenaggi nel postoperatorio e dopo 4-5 giorni il paziente può essere dimesso. Quanto sopra, assieme a specifici corsi di preparazione e di informazione, fa sì che il paziente si approcci all’intervento con maggiore serenità». ■ L.C.

Il dottor Paolo Adravanti, è referente organizzativo dell’unità operativa di Ortopedia della Casa di cura Città di Parma - www.clinicacdp.it

Laparoscopia in 3D Più sicurezza e precisione negli interventi grazie alla visione laparoscopica tridimensionale. Bruno Andrei racconta la sua esperienza diretta nell’uso di una tecnologia entrata finora in pochissime strutture italiane opo un periodo di valutazione come centro pilota, ad aprile 2014 la casa di cura Città di Parma ha ufficialmente acquisito una nuovissima colonna 3D, già applicata nella chirurgia mininvasiva ginecologica, ma che potrà essere utilizzata anche in altre branche, come l’urologia. Le potenzialità dello strumento, attualmente disponibile in pochissime altre strutture italiane, fra cui l’ospedale Sant’Orsola di Bologna che lo usa nella chirurgia pediatrica, sono presentate dal professor Bruno Andrei, referente del progetto Chirurgia mininvasiva ginecologica e oncologica della casa di cura parmigiana: «con questa tecnologia innovativa il chirurgo può operare in laparoscopia con visione tridimensionale della zona da trattare. Il fattore 3D è importantissimo, perché supera il punto debole della laparoscopia tradizionale 2D: ovvero la mancanza della profondità e gli errori a essa associati. Così è migliorata la percezione degli spazi anatomici ed è più semplice, per il chirurgo, riconoscere le aree funzionali sulle quali intervenire, aumentando così la precisione e riducendo i tempi operatori, grazie a una maggiore naturalezza nel movimento. Infatti, la visione esatta della profondità e dei rapporti fra i diversi organi fa sì che il chirurgo non debba più procedere a piccoli passi, al contrario può operare con maggiore certezza dell’area sulla quale sta intervenendo». La colonna 3D viene utilizzata per tutti gli interventi all’apparato ginecologico che richiedono la laparoscopia: chirurgia maggiore, come le isterectomie, oppure interven-

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Il professor Bruno Andrei, è referente del progetto Chirurgia mininvasiva ginecologica e oncologica della Casa di cura Città di Parma - www.clinicacdp.it

ti per la rimozione dei tumori (utero, endometrio, ovaio). «Nei circa quaranta interventi finora effettuati con la mia équipe, abbiamo avuto la netta percezione di lavorare con più solidi margini di sicurezza. E lo stesso training di apprendimento – teniamo due corsi l’anno dedicati ai professionisti che vogliano iniziare a usare la tecnica – è più efficace. L’unico svantaggio di questa tecnologia potrebbe essere rappresentato dal costo. Tuttavia, se ne confrontiamo il prezzo con quello delle soluzioni robotiche, la colonna 3D è decine di volte più economica, oltre che indubbiamente più flessibile». ■ Valerio Germanico


Osservatorio sanità e salute Febbraio 2015 • Pag. 36

IL PUNTO DI VISTA Amedeo Bianco

Competenze sanitarie, una battaglia “di confine” Nell’iter di efficientamento del Ssn, il processo di ridefinizione dei ruoli professionali in ambito medico e assistenziale è uno dei passaggi più difficili da affrontare. La posizione di Amedeo Bianco

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rticolo 22 del Patto della salute. Comma 566 della Legge di stabilità. Su questo binario normativo, si sta giocando il presente e il futuro di un grande nodo della sanità nazionale: la gestione e lo sviluppo delle risorse umane e la revisione delle competenze delle professioni mediche. Una partita dirimente per la futura riorganizzazione del Ssn, che non manca di sollevare dubbi sul possibile metodo di applicazione di queste misure e sugli effetti che produrranno in termini di definizione di nuovi “confini” professionali. «Stante l’evidente discrepanza tra l’intenzione di limitare le competenze esclusive del medico – osserva Amedeo Bianco, presidente di FnomCeo - e l’assoluta indefinitezza dell’oggetto da limitare, gli atti complessi e specialistici, si legittimano le più svariate scomposizioni delle competenze del medico che costituiranno fonti inesauribili per variegati mansionari professionali low cost». Questa ridefinizione dei ruoli dei professionisti sanitari, contenuta in quel “comma 566” di cui molte associazioni mediche lamentano la scarsa chiarezza, non piace neanche a voi, dunque. «È un vero e proprio strappo di metodo al Patto della Salute 2014/2016. Quei contenuti dovevano essere oggetto di un disegno di legge delega concertato con le parti interessate e non di un comma dichiarato inemendabile dal Governo dato che la Legge di stabilità è stata, com’è noto, approvata con voto di fiducia. Quanto al merito, l’unico elemento nuovo rispetto all’ordinamento previgente è nell’incipit: “Ferme restando le competenze dei laureati in medicina e chirurgia in materia di atti complessi e specialistici di prevenzione, diagnosi, cura e terapia...”. Per il resto, è l’assunzione a rango ordinamentale di un nuovo paradigma nel governo delle competenze secondo cui, al momento, per i medici chirurghi, solo gli atti complessi e specialistici restano esclusivi». Quali rischi paventa? «Questa pasticciata norma consegna in tante manine un pilastro ordinamentale: le competenze del medico certificate dallo Stato, con riflessi imprevedibili sulla determinazione dei fabbisogni, sui contenuti formativi, sul mercato del lavoro medico e sanitario già devastato da trasversali fenomeni di sottoccupazione e disoccupazione. Inoltre tale “liquidità” delle competenze e delle connesse responsabilità determinerà ulteriori incertezze nel nostro sistema civile e penale relativo alla responsabilità professionale. Per questo il Comitato centrale di Fnomceo ha ritenuto di declinare l’invito a partecipare alla “cabina di regia” istituita allo scopo di monitorare i processi attuativi del Patto della salute, pur apprezzandone lo spirito e le potenzialità che esprime». Nella legge di stabilità si annunciano anche significativi tagli al nostro Ssn, tema su cui lei si è sempre opposto. Cosa com-

Amedeo Bianco, presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri

FORMAZIONE MEDICA

L’intero processo, dalla programmazione dei fabbisogni all’accesso al mercato del lavoro, è entrato in corto circuito

porterebbe questa ulteriore perdita di risorse ed esistono strade per evitarla? «La minaccia in termini di tagli è reale, laddove può cortocircuitare la norma di garanzia dei trasferimenti pubblici contenuta nel Patto della salute 2014-2016. È infatti evidente che le Regioni, nel voler lasciare indenni gli stanziamenti per i sistemi sanitari, dovrebbero trasferire tutta l’entità dei tagli (4 miliardi nel 2015) sul restante bilancio regionale, ovvero il 30 per cento circa. È vero che si tratta di poco più del 2 per cento del totale dei trasferimenti annuali alle Regioni, ma incidendo solo sul 30 per cento del bilancio sarebbero in proporzione molto più alti e probabilmente insostenibili, salvo vertiginose cadute di servizi ai cittadini: trasporti pubblici, scuola, servizi assistenziali». Parliamo di formazione medica, connotata da “forti elementi di inefficacia”, stando a quanto emerso dal vostro ultimo Consiglio nazionale. Quali i punti più deboli da cui partire per riformarla? «Quella mozione del Consiglio nazionale che nel corso di un acceso dibattito un presidente è arrivato a definire “poco più di una meringa”, volendo dar l’idea di un pronunciamento leggero e gradevole solo al palato, in realtà si è rivelato uno tsunami, stanti le forti prese di posizione contrarie dei presidenti di consiglio dei corsi di laurea in medicina, ribadite dai presidi delle facoltà di medicina. In realtà, la mozione della Fnomceo è la presa d’atto che un intero processo di formazione, pre e post laurea, del medico - dalla programmazione dei fabbisogni all’accesso al mercato del lavoro - è entrato in corto circuito. E non è insensato affermare che la posta in gioco è alta e cioè la stessa qualità del “prodotto finale”: il medico». Come dovrà essere questo “prodotto”, in futuro? «Un prodotto prezioso, in termini economici e umani, che non deve consumarsi in soluzioni di corto respiro e utilitaristiche. Altrimenti davvero faremmo fatica a spiegare alle migliaia di giovani aspiranti studenti di medicina e alle migliaia di giovani professionisti aspiranti a una formazione specialistica che la loro cattiva sorte è un’inevitabile calamità naturale. A partire dalle nostre facoltà mediche, per arrivare agli amministratori regionali e nazionali, abbiamo risorse umane e intellettuali per superare questa notte che, stando ai numeri, durerà almeno 10-12 anni. Facciamo dunque uno sforzo in più per perseguire un bene comune: il futuro prossimo della nostra medicina e della nostra sanità». ■ Giacomo Govoni


Osservatorio sanità e salute Pag. 37 • Febbraio 2015

Imaging avanzato Un protocollo innovativo che, reso possibile dalla Tac multislice, perfeziona la rappresentazione anatomica. Con miglioramenti in alcuni interventi relativi all’apparato urinario. I risultati dello studio condotto da Luigi Cozzi dicembre 2014, la rivista internazionale Surgical and Radiologic Anatomy ha pubblicato uno studio dedicato a un protocollo originale di impiego della Tac multislice in ambito urologico. Il protocollo è stato sviluppato dal dottor Luigi Cozzi, medico chirurgo specialista in radiologia e coordinatore dello studio radiologico Città di Parabiago, e dalla sua équipe, in particolare con la collaborazione del professor Francesco Rocco e del dottor Gabriele Cozzi della Scuola di specializzazione in Urologia e andrologia dell’Università degli studi di Milano, coautori dello studio. «Dopo anni di attività quotidiana multispecialistica – racconta Cozzi –, siamo giunti all’elaborazione di questo nuovo protocollo che, senza alcun onere o fastidio per il paziente e sfruttando le potenzialità della Tac multislice, offre al chi-

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Luigi Cozzi, medico chirurgo specialista in radiologia e coordinatore dello studio radiologico Città di Parabiago di Parabiago (MI) www.studioradiologico.org

rurgo una rappresentazione tridimensionale e simultanea dell’esatta anatomia arteriosa renale e urinaria del paziente. Questo permette di pianificare al meglio l’intervento operatorio considerando che, come fa un navigatore per l’automobilista, fornisce una sorta di mappa dell“itinerario ottimale di viaggio”». Infatti, il metodo permette la rappresentazione dell’anatomia vascolare e urinaria nell’essere vivente, confermando dati prima disponibili solo con studi anatomici sul cadavere. Come siete giunti alla messa a punto del nuovo protocollo? «Abbiamo replicato, nell’ambito della diagnostica per immagini, gli studi anatomici condotti fra gli anni Cinquanta e Novanta del Novecento, allo scopo di chiarificare l’anatomia vascolare renale. E approfondendo l’uso delle fasi contrastografiche della Tac siamo riusciti a produrre immagini altamente verosimiglianti del rene, dei suoi vasi e della via escretrice». Quali sono i pregi più importanti di questo metodo? «Le immagini Tac così prodotte forniscono al chirurgo una rappresentazione fedele e intuitiva dell’anatomia chirurgica, permettendo un’accurata pianificazione dell’intervento attraverso una migliore predizione dei risultati e delle possibili difficoltà. Inoltre, altro vantaggio del protocollo è che permette di adottare vie di approccio meno invasive e più conservative – laparoscopiche o robotiche – per il trattamento di ogni specifica malattia. Naturalmente ulteriori miglioramenti potranno essere ottenuti: in questo momento la nostra priorità è ridurre la dose di radiazioni ricevute dal paziente, in modo da rendere

PROTOCOLLO DI IMAGING

Le immagini Tac così prodotte forniscono al chirurgo una rappresentazione fedele e intuitiva dell’anatomia chirurgica

l’esame ancora meno invasivo». Quali interventi chirurgici hanno ottenuto i vantaggi maggiori e per quali patologie? «Adesso si possono affrontare in modo ottimale numerose patologie, come nel caso della correzione di anomalie vascolari, di ostruzioni su base malformativa e di calcolosi renali complesse. Tuttavia, i due interventi che maggiormente beneficiano di questo protocollo di imaging sono l’enucleoresezione renale e gli interventi di plastica dell’apparato urinario. Il primo intervento è teso all’eradicazione di una pa-

tologia oncologica preservando il rene sano (la cosiddetta tumorectomia nephron-sparing), adesso possibile per masse fino a 7 centimetri in condizioni favorevoli. La chirurgia plastica dell’apparato urinario riguarda, invece, malformazioni quali la stenosi del giunto pieloureterale (che può essere su base vascolare), il reflusso vescico-ureterale o il megauretere. La rappresentazione affidabile di queste condizioni facilita moltissimo la loro correzione attraverso la chirurgia mininvasiva, oggi sempre più diffusa». ■ Luca Càvera

SINTESI DEI RISULTATI L’obiettivo dello studio condotto dal dottor Luigi Cozzi, dal professor Francesco Rocco e dal dottor Gabriele Cozzi è stato indagare, attraverso l’uso della Tac multislice, l’anatomia segmentale delle arterie renali e il loro rapporto con le vie urinarie in vista di un intervento di tumorectomia nephronsparing. Su un campione di 159 pazienti, nell’86,6 per cento dei casi era presente una sola arteria renale, mentre il 13,4 mostrava più arterie. Ogni arteria renale singola, poi, si è rivelata divisa in anteriore e posteriore prima dell’ilo, mentre l’arteria anteriore si ramificava in superiore, media e

inferiore. Il ramo arterioso inferiore si presentava prima degli altri nel 43,14 per cento dei casi del campione, nel 45,75 si presentava prima il superiore e, invece, solo nel 9,8 per cento i rami condividevano un tronco comune. Nel 26,8 per cento dei casi l’intera superficie posteriore era irrorata dall’arteria posteriore, invece nel 73,2 si limitava al calice inferiore. Nel 96,73 per cento, poi, il polo superiore era vascolarizzato dal ramo anteriore superiore e dall’arteria posteriore. La Tac multislice ha mostrato quattro segmenti vascolari nel 96,73 per cento dei casi e cinque nel 3,27 per cento.


Osservatorio sanità e salute Febbraio 2015 • Pag. 38

Diagnostica

L’importanza di una diagnosi precoce La lotta al tumore al seno si arma di nuovi strumenti tecnologici che permettono un trattamento sempre più efficace. Il dottor Mauro Castellani delinea le nuove prospettive che la tomosintesi apre nella diagnostica in ambito senologico l cancro alla mammella è la prima causa di morte nelle donne di età compresa tra i 35 e i 45 anni, con decine di migliaia di nuovi casi ogni anno. Tuttavia, si assiste a una lenta ma costante riduzione del numero delle morti per questa malattia: ciò é dovuto, almeno in parte, a un notevole miglioramento delle terapie e alla possibilità di diagnosticare il tumore quando è ancora di piccole dimensioni o in fase di precancerosi. Ne parla il dottor Mauro Castellani, responsabile del Servizio di Senologia Diagnostica della Casa di Cura Villa Gemma, di Gardone Riviera (BS). «Il principale fattore prognostico – spiega Castellani – è dato dalle dimensioni del cancro al momento della diagnosi: tanto minori sono le dimensioni quanto migliore è la prognosi. La diagnosi precoce del tumore alla mammella è, tuttora, l’arma più efficace per sconfiggere il cancro. Nella nostra Struttura, svolgiamo un servizio ambulatoriale di Senologia in cui effettuiamo mammografie, ecografie e tutta la parte interventistica diagnostica senologica. Mammografia, ecografia e tecniche di prelievo microbioptiche, unitamente all’impiego della risonanza magnetica, consentono nella maggior parte dei casi di riconoscere la malattia in fase precoce. Proprio per tale motivo la Casa di Cura Villa Gemma si è dotata di un Servizio di Senologia Diagnostica che dispone di strumentazione all’avanguardia e di tecniche interventistiche di ultima generazione. Abbiamo inoltre recentemente aderito al programma di screening mammografico per la provincia di Brescia». Quali sono gli esami diagnostici che esegue più frequentemente? «Le richieste maggiori riguardano mammografia e ecografia delle mammelle. Presso il nostro Istituto, oltre a queste, si possono eseguire prelievi microbioptici ecoguidati e stereotassici (sotto guida mammografica). Recentemente è stato acquistato un mammografo digitale con tomosintesi, il Selenia Dimension della società americana Hologic, capace di produrre scansioni di 1 millimetro sull’intero volume della mammella e ricostruzioni tridimensionali: tale tecnologia, ideale per lo screening, consente di eliminare gli effetti di sovrapposizione delle immagini, potenziando la capacità diagnostica del 30 per cento e riducendo per altro la dose di radiazioni assorbita dalla paziente». Può illustrarci i vantaggi di questa nuova tecnologia? «La mammografia è un esame in due dimensioni su un organo in tre dimensioni, per cui spesso si riscontrano problemi diagnostici per la sovrapposizione delle strutture dei tessuti. A volte, quindi, l’interpretazione può essere difficile. La nuova macchina permette di ottenere una scansione in tre dimensioni, superando finalmente questi limiti, come per una Tac o risonanza magnetica. Il guadagno diagnostico supera di un terzo quello normalmente consentito». Un salto di qualità determinante. «Questa nuova macchina rappresenta un grande progresso, considerando anche che la mammografia per tanti anni è rimasta un po’ ferma in ambito radiologico. Abbiamo usato

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TECNOLOGIA ALL’AVANGUARDIA

Il mammografo con tomosintesi è capace di produrre scansioni di 1 millimetro sul volume della mammella e ricostruzioni tridimensionali

Il dottor Mauro Castellani, responsabile del servizio di senologia diagnostica casa di cura Villa Gemma, di Gardone Riviera (BS) www.villagemma.it

le pellicole fino a poco tempo fa: la digitalizzazione, che con la Tac risale a 30 anni fa, noi senologi la usiamo solo da una decina. Bisogna dire che adesso c’è una vera e propria esplosione dell’offerta di nuovi strumenti da parte delle aziende produttrici: queste ci propongono mammografi con tantissime funzioni, tra cui, per esempio, quella che permette di ottenere mammografie con mezzo di contrasto. Il Selenia Dimension è aggiornabile con nuove possibilità diagnostiche, alcune non sono del tutto da sperimentare: è l’inizio di una nuova frontiera. In conclusione, posso dire che la tomosintesi sicuramente rappresenta il futuro prossimo nella diagnostica del carcinoma della mammella, mentre per la tecnica con mezzo di contrasto aspettiamo i risultati degli studi sperimentali in corso appaiono incoraggiamenti». Che cosa cambia per le pazienti con il nuovo esame? «La tomo sintesi permette di acquisire immagini con scansioni di 1mm sull’intero volume della mammella ma l’esecuzione dell’esame è identica a quella utilizzata in mammografia tradizionale. Spesso le pazienti temono che le radiazioni assorbite negli anni con la ripetizione degli esami di controllo possano creare un danno biologico, tuttavia è bene puntualizzare che la tomosintesi e, più in generale, i mammografi digitali erogano dosi di radiazioni particolarmente basse (circa il 50 per cento in meno rispetto alla mammografia analogica) e ci si aspetta in futuro un’ulteriore riduzione del – 30 per cento». Oltre al potenziamento diagnostico, registra altri progressi nel suo campo? «Tutto è cambiato moltissimo, innanzitutto dal punto di vista chirurgico: oggi la terapia è prevalentemente di tipo conservativo e ricostruttivo e si pone grande attenzione all’estetica mutuando tecniche dalla chirurgia plastica (lipo-


Osservatorio sanità e salute Pag. 39 • Febbraio 2015

A sinistra: L’esterno della casa di cura Villa Gemma

IL MODELLO LOMBARDO Il dottor Mauro Castellani, responsabile del Servizio di Senologia Diagnostica della Casa di Cura Villa Gemma, illustra i vantaggi dell’interazione tra sanità pubblica e privata sperimentata in Lombardia, a partire dalla sua esperienza diretta in Villa Gemma. «Storicamente, la struttura di Villa Gemma – spiega Castellani – ha sempre avuto un primato per la riabilitazione cardiologica e fisiatrica. Da qualche anno si sta cambiando indirizzo offrendo un servizio più ampio, con ambulatori ortopedici, cardiologici, oculistici e molti altri: in pratica copriamo gran parte delle possibilità ambulatoriali. Siamo in attesa della costruzione di una nuova ala, con un ampliamento dell’ambito senologico. Siamo molto legati alle strutture pubbliche di Brescia, perché siamo convenzionati con il Ssn, che rappresenta la maggior parte della nostra attività. Le strutture private come la nostra, in Lombardia e in particolare a Brescia: lavorano in sinergia con il

pubblico. In pratica, non c’è una concorrenza ma una collaborazione. A mio avviso i risultati, dopo una decina di anni di sperimentazione, sono ottimi per il modello lombardo: può essere una via da percorrere per il resto d’Italia».

filling, quadrantectomia con tecnica di mastoplastica riduttiva bilaterale, simetrizzazione della mammella non operata). Il chirurgo si occupa di entrambi gli aspetti (chirurgia oncopalstica) permettendo alla paziente di subire un solo intervento e di uscire dalla sala operatoria conservando la sua integrità fisica. Grandi passi si sono fatti anche nel campo della terapia medica: sono infatti a disposizione in chemioterapia farmaci più maneggevoli, meglio tollerati dalle pazienti e che agisconono miratamente sulle cellule malate, quindi dotati di un’efficacia maggiore. Nel campo della radioterapia, inoltre, si dispone di acceleratori di particelle capaci di ridurre il campo di esposizione alle radiazioni riducendo al minimo il danno biologico agli organi vicini. Da qualche anno il professore Umberto Veronesi sta speriGuadagno diagnostico mentando con buoni risulGrazie a una maggiore precisione la tati la possibilità di irratomosintesi in ambito senologico diare la mammella malata aumenta la capacità di diagnosi nella sola area interessata dal tumore direttamente

+30%

CONFRONTO COSTANTE

La senologia è diventata una materia interdisciplinare: i diagnosti devono essere in accordo con i terapeuti in sala operatoria durante l’intervento chirurgico. Ci sono poi delle novità strettamente legate all’interdisciplinarietà della Senologia: secondo alcune direttive dell’Unione Europea, dal 2016 potranno trattare il carcinoma della mammella solo strutture ad alta specializzazione con una casistica accertata non inferiore ai 150 casi all’anno,dotati inoltre di tutte le specialità inerenti: Senologia Diagnostica, Chirurgia, Anatomia Patologica, Oncologia, Radioterapia, Oncopsicologia, confluenti in unità operative chiamate Breast Unit». A cosa sono dovute queste direttive? «La senologia è materia interdisciplinare: la diagnosi radiologica e quella anatomopatologica influenzano direttamente l’iter terapeutico sia chirurgico che medico, è pertanto necessario un confronto fra i vari specialisti che si dovrebbe tenere con cadenze settimanali per la discussione dei casi. Per questi motivi il nostro centro ha sviluppato una stretta collaborazione con strutture ospedaliere di Brescia che già operano in tale senso». Nel progresso di cui parla, ci si è avvicinati alla scoperta delle cause che determinano la malattia? «È una malattia di genesi multifattoriale. Il 15 per cento dei tumori alla mammella è determinato dalla mutazione genetica di due geni che sono il BRCA1 e il BRCA2; su questo abbiamo una conoscenza diretta della causa, si può individuare la mutazione e si può anche calcolare la possibilità percentuale del paziente di ammalarsi. Per tutto il resto si conoscono solo i fattori di rischio, tra cui il sesso e l’età, le abitudini, l’alimentazione e l’ambiente. A proposito di quest’ultimo aspetto, Brescia e provincia hanno, purtroppo, un triste primato: il numero più alto di casi l’anno in I’Italia. Penso che dipenda dall’inquinamento atmosferico, poiché si tratta di una zona molto industrializzata. Altri fattori sono l’esposizione agli estrogeni, la durata della vita fertile, l’uso di contraccettivi o terapie sostitutive». ■ Renato Ferretti


Osservatorio sanità e salute Pag. 41 • Febbraio 2015

Oculistica

Vista, stop ai falsi miti La tecnologia fa continui progressi, ma l’utilizzo dei tanti display che usiamo ogni giorno fa male ai nostri occhi? Il dottor Marco Codenotti suggerisce alcune precauzioni a diffusione di strumenti digitali, come smartphone e tablet, e la presenza costante dei computer nelle nostre vite fa sì che molte ore della nostra giornata vengano trascorse di fronte a un monitor. Fortunatamente una permanenza anche lunga davanti allo schermo non è fonte di malattie per gli occhi. Ciò non vuol dire che passare molto tempo davanti a un pc non porti ad avvertire stanchezza, affaticamento visivo, arrossamento e pesantezza oculare. Sintomi che comunque non sono spia di nessuna patologia. E non ne sono nemmeno la causa. «Un consiglio che do sempre ai miei pazienti – afferma Marco Codenotti, oculista responsabile del servizio di chirurgia vitreo-retinica dell’ospedale San Raffaele di Milano - è di fare una breve pausa ogni 30-45 minuti e di utilizzare lacrime artificiali a base di acido ialuronico, poiché di fronte ai monitor l’occhio tende a diventare più asciutto. Utilizziamo con serenità i nostri occhi, sono fatti per guardare». La miopia può degenerare con l’uso intenso del computer? Quali precauzioni dovrebbe usare chi porta gli occhiali? «Capisco che venga istintivo pensare che un utilizzo costante degli occhi porti a un loro “esaurimento”, con conseguente necessità di utilizzare gli occhiali. Purtroppo nessuno è mai riuscito a dimostrare che l’utilizzo dei computer o lo studio intenso porti alla comparsa di di-

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fetti della vista come la miopia. Per ora gli oculisti sono concordi sul fatto che la miopia abbia una base di ereditarietà familiare, in parte ancora oscura, e che l’utilizzo dei computer non porti alla sua comparsa o a un peggioramento di una miopia esistente. Esistono solo pochissimi studi scientifici che mostrano come le persone che studiano molto portano di più gli occhiali, ma invito a prendere con le pinze questi risultati dato che non si può affermare con certezza scientifica che passare molto tempo sui libri sia la causa di miopia o altre patologie. Nella mia esperienza questo è supportato dal fatto che ci sono molte persone con una miopia molto grave che non lavorano davanti al computer e viceversa. Invito quindi chi porta gli occhiali a condurre una vita in piena normalità». Provare fastidi agli occhi o mal di testa dopo aver passato ore davanti a un monitor è indice di un disturbo alla vista? «In primo luogo mi sento di tranquillizzare i lettori sul fatto che il lavoro intenso davanti a un monitor provoca spesso fastidio agli occhi, come bruciore e arrossamento, o anche dare mal di testa in assenza di malattie agli occhi. È giusto però, d’altra parte, dire anche che alcuni di questi disturbi possono essere giustificati da difetti o malattie oculari. L’ipermetropia, talune malattie della cornea o della retina, o anche certi strabismi possono manifestarsi inizialmente con questi sintomi. Invito tutti coloro che in maniera costante manifestassero problemi di questa entità

I RISULTATI SCIENTIFICI DICONO CHE IL 3D

non è responsabile di nessun tipo di danno visivo

a rivolgersi al proprio oculista di fiducia per escluderne la presenza. Questo può agevolare una diagnosi precoce e, in caso di riscontro di qualche patologia, sarà possibile gestirla nel migliore dei modi». Spesso ci si interroga se la tecnologia 3D sia dannosa per la vista. Ci sono rilievi scientifici che confermano questi timori? «Effettivamente anche le comunità scientifiche di neurologi, pediatri e oculisti stanno facendo diverse ricerche in merito. Per fortuna i risultati scientifici che emergono per ora da queste ricerche sono confortanti, nel senso che sembra non siano responsabili di nessun tipo di danno visivo. Alcuni studi riportano che mediamente è più faticoso guardare film in 3D e che dopo alcune ore di utilizzo di questi occhiali i soggetti avvertono maggiore affaticamento, stanchezza o visione offuscata. Tutti questi sintomi sono transitori e mai associati a problemi o malattie agli occhi. Ad alcuni soggetti affetti da strabismo può capitare di vedere doppio

Marco Codeno�i, oculista responsabile del servizio di chirurgia vitreo-retinica dell’ospedale San Raffaele di Milano

(diplopia) dopo l’utilizzo per lungo tempo di occhiali per 3D, anche se questo fenomeno è momentaneo e succede a chi sa già di avere un problema di questo tipo. Ci si interroga infine anche sul problema dell’epilessia indotta da stimoli luminosi. Per fortuna anche in questo caso non ci sono statistiche che mettano in allarme: il rischio di comparsa di questa malattia in chi utilizza gli occhiali 3D è uguale a chi guarda normalmente la televisione. Godiamoci quindi serenamente i film in 3D, ricordandoci di fare una piccola pausa quando sentiamo la nostra vista troppo affaticata». ■ NMM

Efficacia dei laser La chirurgia refrattiva per la correzione dei difetti di vista ha raggiunto un elevato livello tecnologico con maggiori possibilità per il paziente. Il punto di Andrea Ascari l laser a femtosecondi e la nuova generazione di laser a eccimeri permettono di avere una qualità altissima nella correzione dei difetti di vista. A parlarne è il dottor Andrea Ascari, medico oculista il cui studio si trova a Modena. «Il gold-standard – sottolinea Ascari – è la personalizzazione del trattamento, diverso per ogni paziente, nel massimo della sicurezza. I tempi di recupero visivo post-intervento sono oggi molto brevi, da due a sette giorni nella maggior parte dei casi, e dipendono dal tipo e dall’entità del difetto visivo e dalla tecnica chirurgica utilizzata. I sintomi, nei giorni successivi l'intervento, sono di scarsa rilevanza e determinano un’inabilità ridotta, soprattutto con il femto-laser». Il recupero visivo da lontano, sia nei casi di miopia che di ipermetropia e astigmatismo, è più preciso che in passato. «Ma la vera novità – continua Ascari – è il miglioramento, quando possibile, della presbiopia, cioè della difficoltà a vedere da vicino. L'elevato livello tecno-

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Il do�or Andrea Ascari, il cui studio si trova a Modena - Andrea.ascari@libero.it

logico richiesto per raggiungere risultati ottimali necessita di centri altamente specializzati che possano fornire adeguate e multiple professionalità e che, in secondo luogo, possano sopportare costi elevati per strumentazioni in costante aggiornamento». ■ Elena Ricci


Osservatorio sanità e salute Febbraio 2015 • Pag. 42

Odontoiatria

La salute è oro in bocca Esposto a virus e specchio delle abitudini e degli stili di vita, il cavo orale ha bisogno di cure e di un'attenta prevenzione. E dove non arriva il cittadino, arriva la Fondazione Ando, che quest'anno festeggia dieci anni di vita n Italia, come in gran parte dei Paesi industrializzati, le patologie del cavo orale sono molto diffuse. La più frequente è la carie dentaria, che ha picchi nei preadolescenti, ma coinvolge una grande quantità di adulti. Al secondo posto si trova la patologia parodontale, ovvero la progressiva alterazione e riduzione dei tessuti di supporto come l'osso e le gengive e può condurre alla perdita dei denti stessi. Le lesioni delle mucose e il cancro orale e orofaringeo rappresentano il terzo gruppo in ordine di frequenza. In particolare il cancro della bocca ha in Italia un’incidenza di circa quattro casi ogni 100mila abitanti ed è all’ottavo posto per mortalità tra tutti i tumori. Vanno inoltre citati per gravità e frequenza i traumi e le patologie dell’apparato masticatorio, con conseguenze talvolta molto gravi e invalidanti. Le cause di tutte queste patologie sono innanzitutto una scarsa igiene, oltre alle malattie croniche, come ad esempio il diabete. Non solo, anche i trattamenti farmacologici, in particolare quelli oncologici, stanno aumentando la loro incidenza nelle patologie orali. Ne parliamo con Gianfranco Evangelista Mancini, presidente della Fondazione dell'Associazione nazionale dentisti italiani. Come poter prevenire le malattie più gravi della bocca come i tumori? «La cultura della prevenzione è senz’ombra di dubbio l’arma più efficace per contrastare l’insorgenza di gran parte delle patologie. Parlando dei tumori e del cancro orale, oltre all’attuazione di stili di vita corretti (evitare il fumo, l’eccesso di alcool, le infezioni da papilloma virus), è importante la diagnosi precoce. Ancora oggi si registrano tassi di mortalità elevata perché nella gran parte dei casi la diagnosi è stata tardiva. Per questo motivo diamo vita a molte campagne: da 34 anni Andi programma il Mese della Prevenzione orale e ogni anno, da otto anni, la Fondazione organizza l’Oral cancer day per informare e sensibilizzare i cittadini, attuando per quattro settimane visite mirate negli studi associati». Anche nella bocca esistono malattie rare. Quali sono quelle su cui vi state concentrando e quali quelle più diffuse? «Le malattie rare sono più di 6mila e forse non tutti sanno che la grande maggioranza di esse è caratterizzata dal coinvolgimento del cavo orale. Quindi parliamo di tantissimi individui che il più delle volte non riescono ad accedere a terapie odontoiatriche adeguate. La Fondazione Andi, che quest’anno compie i suoi primi dieci anni di attività, si è occupata sin dall’inizio di displasia ectodermica, una grave patologia genetica caratterizzata dall’assenza parziale o totale sin dalla nascita di denti, ghiandole sudoripare, capelli e peli. Grazie all’impegno volontario di un gruppo di specialisti sono stati fatti grandi passi per fare informazione e dare assistenza adeguata. Sul piano scientifico grazie al ruolo fondamentale dei pediatri dell’Ospedale Sacco di Milano, con il contributo della Divisione di chirurgia maxillo-facciale del Galeazzi, al Centro malattie rare dermato-

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logiche dell’Università di Milano e il Dipartimento di odontoiatria dell’Ospedale Burlo di Trieste è stato pubblicata un’importante ricerca sulla rivista Clinical Genetics e oggi è in fase iniziale di sperimentazione una terapia che permetterà di curare alla base questa patologia». Come Fondazione siete molto attivi nelle parti più deboli del pianeta per offrire cure e assistenza a chi non può riceverne. Qual è l'identikit del medico che decide di partire e che tipo di relazioni stabilite con i Paesi dove operate? «Sono molti i dentisti impegnati per dare assistenza volontaria. La caratteristica iniziale è il voler partire, spesso senza particolare preparazione nell’ambito del volontariato, della cooperazione internazionale e senza aderire a organizzazioni strutturate. Questa è la caratteristica “genetica” comportamentale che ci accomuna, convinti che il solo desiderio di fare del bene sia sufficiente per ottenere risul-

VOLONTARIATO

Anche l'Italia fa parte delle parti più deboli del pianeta, come nel caso degli istituti penitenziari

Gianfranco Evangelista Mancini, presidente della Fondazione dell'Ando, l'associazione nazionale dentisti italiani

tati adeguati. In realtà il volontariato odontoiatrico e la cooperazione internazionale sono un argomento complesso di valutazione e di studio e per questo come Fondazione Andi siamo impegnati al fianco di altre organizzazioni e attuiamo corsi di formazione base per preparare adeguatamente i nostri volontari prima che partano. Per questo motivo abbiamo creato l’Alleanza dentisti per il mondo insieme al Coi di Torino, alla Smom e a Smile Mission. La filosofia di intervento deve sempre avere massima collaborazione con le autorità locali e con gli operatori presenti e deve tenere conto delle specificità socio culturali, per questo dedichiamo molto impegno alla formazione professionale di operatori in loco. Ma anche l'Italia fa parte delle parti più deboli del pianeta, come i nostri istituti penitenziari. Da anni, con un impegno iniziato in Sicilia, conduciamo un’azione di sensibilizzazione ed educazione alla cultura della salute orale rivolta non solo ai detenuti ma anche al personale». Quali sono le malattie più diffuse nei paesi del terzo mondo e quali le tipologie di pazienti che incontrate? «Sono in larga parte legate alle conseguenze della scarsa igiene orale e della poca prevenzione e assistenza. La frequenza di carie dentaria nei Paesi africani è notoriamente più bassa che nei Paesi industrializzati ma tende ora a crescere man mano che fasce più ampie della popolazione adottano abitudini alimentari “occidentali” con tanti cibi e bevande zuccherati. La malattia parodontale è una delle malattie della bocca più presenti con conseguente alta incidenza di edentulismo. Altra patologia molto frequente è quella tumorale e tutte le condizioni legate alla malnutrizione hanno ripercussioni gravi sul cavo orale. La necessità primaria nei paesi a basso reddito è rappresentata dal bisogno crescente di assistenza odontoiatrica anche per ridurre le conseguenze negative delle patologie orali su patologie sistemiche come il diabete, le malattie cardio-vascolari, le malattie infettive come l’Aids». ■ Teresa Bellemo


Osservatorio sanità e salute Pag. 43 • Febbraio 2015

Sbiancamento, istruzioni per l’uso Il dottor Giuseppe Fabozzi spiega come questo trattamento cambi secondo le esigenze del paziente e dei suoi denti, sfatando alcune radicate convinzioni in dall’epoca pre-romana si usava sbiancare i denti. Uno schema ben preciso è stato codificato solo dal 1990, per ottenere risultati con una validità standard. Come spiega il dottor Giuseppe Fabozzi, oggi la tecnologia ha permesso risultati sempre più soddisfacenti, anche se i materiali utilizzati sono gli stessi. «Si è dimostrata – dice Fabozzi – la validità sia del perossido di carbammide sia del perossido di idrogeno. Secondo una certa scala del colore, anni fa si riusciva a scendere di due toni verso il bianco, oggi si arriva anche a dieci toni in meno, anche se sempre rispetto alla propria cromatura, perché ognuno di noi ha un proprio croma dei denti. Ho avuto la possibilità di seguire l’evoluzione delle tecniche di sbiancamento

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Il dottor Giuseppe Fabozzi durante un intervento nel suo studio di Milano www.dentistafabozzimilano.com

dentale sia per quanto riguarda i materiali sia per le lampade catalizzatrici, senza tralasciare la possibilità di effettuare questa procedura in modo domiciliare. Questo percorso mi permette di poter consigliare al paziente la tecnica migliore per lui, in base alle caratteristiche della stessa e alle sue esigenze o difficoltà, come tenere a lungo la bocca aperta». Per il dottor Fabozzi, sono diverse le convinzioni diffuse da chiarire. «Lo sbiancamento – spiega il medico milanese – non è perenne, come invece qualcuno è portato a credere: in realtà dura circa due anni, se non si abusa di sostanze, come fumo o caffè, che sono coloranti. Un altro esempio consiste nel "fai da te", cui bisogna fare attenzione. I trattamenti acquistati in farmacia, infatti, hanno la stessa base di quelli che usa un professionista, ma senza i suggerimenti e l’esperienza di quest’ultimo spesso ci si ritrova con dei risultati poco soddisfacenti, se non addirittura con danni veri e propri. Questo avviene nel caso si ecceda nel tempo e nella quantità d’uso provocando l’erosione dello smalto, cioè la parte protettiva del dente. Un altro tema ancora riguarda la sensibilità, una delle grandi paure del paziente: il trattamento non rende più sensibili i denti. Infine, uno dei metodi più usati oggi prevede le faccette ceramiche. Devo premettere che non ho pregiudizi contro questa tecnica,

LO SBIANCAMENTO

dura due anni e più, se non si abusa di sostanze coloranti come fumo o caffè anzi, la uso anch’io. La faccetta ceramica è utile, quindi, ma avere la possibilità di sbiancare il dente in modo “naturale” è sicuramente consigliabile. La faccetta ceramica è da impiegare preferibilmente quando sono presenti disallineamenti o per esigenze estetiche particolari,per esempio di forma». ■ Remo Monreale

Per un’implantologia sempre più tecnologica Grazie a computer e macchinari le operazioni sono sempre più precise, quindi con una minore invasività e più economiche per i cittadini e per i professionisti del settore implantologia oggi si è diffusa come miglior terapia per la sostituzione di uno o più denti mancanti e serve fare attenzione perché individuare il trattamento più adatto è fondamentale. Per questo è molto importante avere una visione olistica del paziente, e bisognerebbe evitare di pubblicizzare comodi e rapidi protocolli terapeutici quando, come spesso succede, non vi sono indicazioni cliniche. Per trattamenti implantari di elevato standard qualitativo, le moderne tecnologie di pianificazione computerizzata riescono a fornirci una visione realistica. Inoltre, utilizzando queste tecniche si ottiene un notevole incremento della sicurezza della chirurgia implantare, in quanto tutti gli ostacoli anatomici e le strutture da rispettare possono essere individuate pri-

L’

ma della chirurgia. Ne parliamo con Marco Rinaldi, chirurgo e presidente della Computer aided implantology academy e autore del volume “Computer guided applications for dental implants, bone grafting and reconstructive surgery”, in uscita negli Stati Uniti. Quanto contano le nuove tecnologie su questo fronte, sia per il lavoro dei medici che per i pazienti? «Le nuove tecnologie sono fondamentali per entrambi: la definizione del tipo di trattamento più indicato consente al paziente di comprendere facilmente la sua situazione e il piano di cura attraverso chiare visioni 3d, e al medico di trasferire il progetto computerizzato alla realtà clinica eseguendo in sala operatoria quanto già studiato e progettato. Nel nostro libro abbiamo proposto sei protocolli clinici per i casi di gravi atrofie dei ma-

Marco Rinaldi, chirurgo e presidente della Computer aided implantology academy

scellari, quando cioè diventa necessario ricostruire i volumi ossei per poter accogliere gli impianti». Come fare in modo che queste tecniche possano avvicinarsi a quella parte di popolazione che non può permettersi interventi troppo dispendiosi a livello economico? «Anche in questo caso le tecnologie computerizzate possono offrire grandi vantaggi poiché, attraverso la pianificazione preliminare, si possono scegliere piani di trattamento non eccessivamente costosi e comunque adeguati alla situazione clinica del paziente. La pianificazione computerizzata può inoltre essere determinante per ridurre il numero degli impianti

e per evitare un intervento ricostruttivo attraverso posizionamenti implantari in aree particolari come quelle pterigoidea e zigomatica. In ogni caso, l’implantologia computer guidata eleva significativamente la qualità del trattamento e con questo anche la durata nel tempo della terapia implanto-protesica». ■ Teresa Bellemo


Osservatorio sanità e salute Febbraio 2015 • Pag. 44

Benessere

Puntiamo sul Paese del benessere «Il wellness è un’opportunità per la rinascita dell’Italia». Ne è convinto il presidente di Technogym Nerio Alessandri che indica l’Expo 2015 come l’occasione giusta per promuovere il sistema made in Italy nel mondo, mettendo a sistema le nostre eccellenze

echnogym ha lanciato il concetto di wellness oltre venti anni fa. Uno stile di vita che affonda le proprie radici nel “mens sana in corpore sano” degli antichi Romani e si basa su una regolare attività fisica, una sana alimentazione e un approccio mentale positivo. «Il wellness- ci tiene a precisare il presidente di Technogym Nerio Alessandri- è un’opportunità sociale per tutti: per i governi che possono ridurre i costi della sanità, per le aziende che possono contare su collaboratori più creativi e produttivi e per tutti i cittadini che possono migliorare la propria salute e il proprio stile di vita quotidiano». Oggi Technogym è “The wellness company” e affianca al proprio modello di busi-

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LA DIFFUSIONE

35 milioni di persone utilizzano ogni giorno prodo�i, servizi e soluzioni Technogym

ness, basato su tecnologie e servizi per l’attività fisica, lo sport, la salute e la prevenzione, una forte scelta di responsabilità sociale d’impresa imperniata sulla promozione dell’esercizio fisico come farmaco. La Wellness foundation come continua a diffondere la sua filosofia di benessere? «La Wellness foundation, nata nel 2003, è un’organizzazione non profit, impegnata nella promozione della salute attraverso la divulgazione della cultura della prevenzione e dei corretti stili di vita, attraverso numerosi progetti, fra cui “Gioca wellness”, “Muoviti che ti fa bene”, “Cesena cammina” e un’attività che vede coinvolte istituzioni, scuole, università, centri di ricerca e tutte le realtà pubbliche e private impegnate nel miglioramento della qualità della vita delle persone». In che misura il wellness può rappresentare una delle filiere della rinascita del nostro Paese, come la squadra Technogym può contribuire a raggiungere questo intento e quali le opportunità che possono venire da Expo 2015?

Nerio Alessandri, presidente Technogym

«Technogym è “official wellness partner” dell’Expo di Milano 2015. L’azienda svilupperà all’interno dell’Esposizione universale di Milano un percorso tematico dedicato all’attività fisica, ai sani stili di vita e alla salute. Siamo orgogliosi di contribuire con le nostre tecnologie, i contenuti scientifici e la nostra esperienza wellness valley al progetto Expo, un’occasione unica per promuovere il sistema made in Italy nel mondo. Il wellness rappresenta oggi un grande trend internazionale e l’Italia ha tutte le carte in regola per cavalcare da protagonista questa tendenza mettendo a sistema le proprie eccellenze nell’ambito dell’alimentazione, della tecnologia, del design, del turismo e della cultura». Dal rapporto col territorio, all’esportazione del made in Romagna nel mondo. Le apparecchiature e accessori Technogym sono vendute in

Lì dove nasce l’innovazione Il Technogym village, sede dell’azienda, è il primo wellness campus al mondo, che si propone come punto di riferimento globale per il settore e per la promozione del wellness lifestyle. «È qui che l’innovazione nasce ogni giorno, traendo linfa ispiratrice dalla luce naturale, dalle forme e dai materiali – essenzialmente vetro, legno e acciaio – secondo i principi dell’ecosostenibilità, applicati per creare un luogo di lavoro votato all’eccellenza». Inaugurato circa due anni fa, alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napoli-

tano e del presidente degli Stati Uniti d’America Bill Clinton, è un centro culturale, un laboratorio d’innovazione e un centro di produzione per far vivere a collaboratori, clienti, fornitori e ospiti da tutto il mondo, una vera e propria esperienza ispirata al wellness. «Il progetto -ricorda il presidente di Technogym Nerio Alessandri- è completamente integrato nell’iniziativa “Romagna wellness valley” e mira a creare in Romagna il primo distretto del benessere, un’importante opportunità di sviluppo economico per tutto il territorio».

circa 100 Paesi. Quali i mercati principali oggi e quali quelli in prospettiva più interessanti? «Technogym è leader mondiale, ha attrezzato 65 mila centri wellness e oltre 100 mila abitazioni nel mondo e circa 35 milioni di persone utilizzano, ogni giorno, i prodotti, servizi e soluzioni Technogym. Tutti i mercati sono importanti, ma Stati Uniti, Asia e Sud America hanno prospettive interessanti». Quali le prossime fiere, iniziative o progetti che vedranno impegnata Technogym? «Ci muoviamo a 360 gradi, offrendo la Technogym total solution, una soluzione su misura per ogni singolo cliente e per ogni segmento di mercato. La nuova rivoluzionaria linea Artis e il concetto wellness on the go, rappresentano il presente e il futuro nel settore fitness, wellness e benessere». ■ Renata Gualtieri


Osservatorio sanità e salute Pag. 45 • Febbraio 2015

Scopriamo le proprietà delle erbe Cure fitoterapiche o cure tradizionali? Alcune piante sembrano molto promettenti ma è ancora prematuro parlare di terapie sostitutive. Ciò che conta però, secondo il fitoterapeuta Marco Valussi, è effettuare acquisti consapevoli, al di là delle mode imperanti, facendosi guidare da professionisti

egli ultimi anni il mercato delle erbe medicinali è cresciuto enormemente e le ragioni di questo sviluppo sono di tipo sociologico, scientifico ed economico. «Dal punto di vista sociologico -chiarisce il fitoterapeuta Marco Valussi- abbiamo avuto un’onda lunga, che viene dalla critica alla “medicina ufficiale” degli anni Settanta che si è sommata alla seconda ondata, meno politica e più culturale, della New age e della medicina “dolce”, oltre al fenomeno più recente, veicolato dalla rete, di diffidenza verso la scienza». Vi è poi una ragione di tipo prettamente scientifico, ovvero l’aumento degli studi scientifici sulle proprietà farmacologiche dei derivati delle piante. «Il maggiore volume di studi dedicati alle piante medicinali ha avvicinato al settore anche attori prima scettici o agnostici e ha rinforzato la convinzione di chi era già un utilizzatore». Inoltre in Italia è nato un percorso accademico specifico che forma delle figure professionali quasi uniche in Europa, gli erboristi. Infine, le ragioni economiche: «vari professionisti si sono accorti che il mercato stava crescendo e ci hanno investito, sia dal punto di vista produttivo che dal punto di vista dell’utilizzo finale». Quanto le mode influenzano il mercato e come è possibile effettuare acquisti più consapevoli? «La situazione odierna è paradigmatica del tipo d’informazione nell’era di internet. A una messe di dati scientifici facilmente disponibili corrisponde anche un pullulare di fonti poco o per nulla attendibili, in un contesto nel quale il problema non è più l’accessibilità dei dati bensì la loro selezione, delle fonti attendibili in un mondo dove l’autorità non viene più data per scontata e spesso vince chi manda un messaggio convincente, in linea con le aspettative degli utenti che si vedono rinforzati nelle proprie posizioni invece che messi in crisi. Le mode sono quindi imperanti e il lavoro dei formatori e informatori è quello di fornire strumenti di selezione.

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Non c’è modo di far acquisti consapevoli se non quello di affidarsi a dei professionisti ma anche di fornirsi di strumenti critici». Quanto è importante garantire la qualità in fitoterapia rispetto ai farmaci per assicurare che una terapia si fondi su basi solide? «Naturalmente è fondamentale, ma il compito è più arduo rispetto al mondo della farmaceutica perché il concetto di qualità in fitoterapia è più complesso e quindi più difficile da definire e standardizzare. Dato che per l’utente finale

ACQUISTI CONSAPEVOLI

Per farli occorre affidarsi a dei professionisti ma anche fornirsi di strumenti critici

è complicato valutare individualmente la qualità di un prodotto o di una ditta, è importante selezionare un professionista di cui fidarsi e fare affidamento sul suo giudizio, oltre che ai propri strumenti critici, senza dimenticare che nel mondo del naturale esistono adulterazioni e frodi tanto quanto negli altri settori». Le cure fitoterapiche richiedono un tempo maggiore per sortire l’effetto desiderato rispetto ai farmaci e in quali casi possono sostituire le cure tradizionali? «Tutto dipende dalla pianta utilizzata e molte delle prime piante usate dall’uomo erano molto potenti. Ma è indubbio che, le piante al giorno d’oggi disponibili sul mercato, sono erbe dall’attività moderata e complessa e che quindi non lavorano secondo il modello classico che

Marco Valussi, fitoterapeuta e referente italiano per la Ehpa, European herbal practitioners association, e membro del comitato scientifico della Siste, Società italiana scienze e tecniche erboristiche

vuole che una molecola si leghi, con elevata affinità, a un recettore con effetto rapido potente, ma piuttosto seguendo un modello di farmacologia diffusa, con molte molecole che si legano a bassa affinità con molti recettori, e che quindi agiscono nel lungo termine. Non si può poi ragionare in termini di cure tradizionali o meno, ma in termini di rimedi più o meno efficaci, a prescindere dalla loro provenienza e in termini di piante come se tutte funzionassero nello stesso modo. Ci sono delle piante che sembrano molto promettenti come rimedi su


Osservatorio sanità e salute Febbraio 2015 • Pag. 46

Benessere interessanti le piante come coadiuvanti e preventivi di alcune patologie tumorali». Con che scopo nasce Infoerbe e che strumento rappresenta? «Infoerbe è nata più di un decennio fa allo scopo di fornire uno strumento di informazione dettagliata sulle proprietà e i rischi delle piante medicinali più utilizzate in Italia, anche perché al tempo non esisteva un database di questo tipo in lingua italiana. Il tentativo era quello di fornire non solo uno strumento informativo ma anche una fonte di possibili approfondimenti, grazie al vasto corredo bibliografico offerto per ogni monografia». ■ Renata Gualtieri

disturbi di tipo immunitario, su alcune forme tumorali con meccanismi differenti da quelli dei farmaci citotossici, su alcune patologie di tipo cronico degenerativo, e certamente gli oli essenziali sono estremamente promettenti come coadiuvanti degli antibiotici in caso di farmaco-resistenze, ma è ancora prematuro parlare di terapie sostitutive». Quali i disturbi e le patologie che si possono prevenire o curare con le erbe e le piante medicamentose più utilizzate? «L’utilizzo di piante medicinali e alimentari funzionali sembra interessante per la prevenzione di patologie dismetaboliche (disilipidemie e disglicemie) e per i disturbi cardiocircolatori. Ancora

La scienza semina, il campo raccoglie Attraverso le sue unità, il Cra studia metodi per trasferire l’innovazione nel mondo agricolo e migliorare il rapporto fra alimentazione e salute roduttività e sostenibilità. Concetti affatto antitetici «che proprio la ricerca aiuta a conciliare». Parola di Giuseppe Alonzo, presidente del Cra, Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura, dotatosi di una divisione aggiuntiva denominata Cra Nut che eredita di fatto le funzioni dell’Inran soppresso a fine 2012. Un allargamento del perimetro d’azione che al lavoro per innovare i processi agricoli, unisce ora lo sforzo di diffondere la cultura del mangiar sano. «A tal proposito – prosegue Alonzo - stiamo preparando l’aggiornamento delle linee guida per una sana alimentazione, le uniche indicazioni istituzionali alla popolazione per alimentarsi in modo equilibrato, che usciranno in concomitanza con l’Expo». Nel complesso, lungo quali filoni tematici e scientifici si sviluppa l’attività del Cra? «Lavoriamo su tutte le principali filiere produttive partendo dalla produzione pri-

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Giuseppe Alonzo, presidente del Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura

maria, cioè quella che si realizza nei campi o nelle serre, passa per la raccolta, la lavorazione e la trasformazione dei prodotti, fino alla conservazione, al confezionamento e alla logistica. E questo nei seguenti settori: cereali, frutta, orticole, vite e vino, olio, allevamenti animali e piante da legno. Il tutto è sostenuto a monte da una ricerca avanzata in genetica, fisiologia, biochimica e a valle da forti competenze su alimenti e nutrizione e sul rapporto tra alimentazione e salute». Come si traducono gli esiti dei vostri studi nel concreto del lavoro agricolo? «Le ricerche si concretizzano in conoscenze e innovazioni applicabili in campo, nella produzione, per territorio, per problema: nuove varietà vegetali, macchine operatrici, moderne tecniche agronomiche, di nutrizione delle piante, di gestione forestale, di allevamento zootecnico, di difesa delle piante. Ciò ponendo attenzione al reddito degli agricoltori e alla sostenibilità agro ambientale. Di recente abbiamo ridotto la distanza tra ricerca e agricoltori con nuovi strumenti di lavoro: banche dati e comunità di pratica, con l’affiancamento di ricercatori, facilitano l’accesso alle conoscenze, il co-apprendimento e la co-partecipazione al collaudo in azienda delle innovazioni». Al Vinitaly avete portato all’attenzione il vostro impegno a favore della sostenibilità della filiera enologica. Quali progetti di ricerca svolgete? «In vigneto lavoriamo per ridurre gli in-

put energetici come acqua e concimi e ottimizzare i modelli per la previsione di malattie in modo da ridurre i trattamenti, con risparmio economico per il viticoltore e minor impatto per l’ambiente e per la salute umana. In cantina puntiamo a ridurre il dispendio energetico con la stabilizzazione tartarica a freddo, mediante l’impiego di nuovi additivi. Stiamo lavorando inoltre per realizzare bevande innovative a elevato valore nutraceutico con ingredienti naturali da agricoltura a basso impatto ambientale derivante dall’uva per aprire nuovi sbocchi di mercato alla produzione viticola». Come vi ponete nei confronti della ricerca sugli Ogm? «Gli Ogm nel mondo si sono sviluppati costantemente e nel 2013 hanno raggiunto i 175 milioni di ettari. Spesso presentano vantaggi rispetto alle varietà convenzionali, tuttavia il loro impiego è ancora molto dibattuto in Europa e soprattutto in Italia ove prevale un’opinione pubblica contraria. Purtroppo, le forti limitazioni iniziali e il divieto poi di effettuare sperimentazioni in campo non ci consentono di avvalorare o confutare ipotesi di pericolosità per l’ambiente». Quale contributo possono dare questi prodotti nel rilancio del settore primario? «Va detto che la ricchezza in biodiversità vegetale e la diversificazione colturale tipicamente italiana, unite alla frammentazione del territorio e delle aziende agrarie, renderebbero complessa la coesistenza con le colture tradizionali e biologiche. In realtà, gli avanzamenti della genomica consentiranno nel prossimo futuro di ottenere progressi genetici paragonabili a quelli degli Ogm ma senza dover ricorrere alla trasformazione genetica». Torniamo alle linee guida per una sana alimentazione. Cosa manca al consumatore italiano per alimentarsi in modo consapevole? «Un punto di riferimento unico, autorevole, super partes, a fronte invece di una se-

rie di informazioni puntiformi che disorientano. Bisogna lavorare molto, soprattutto con i più giovani per preservarli dalle mode e dalle notizie scorrette, cercando di adattarle alle esigenze della vita di oggi». Come? «Partendo dalla scuola. Si deve creare al più presto un programma condiviso e unitario, con un coordinamento nazionale autorevole che ponga fine alla “babele” attuale di iniziative e microprogetti. Un percorso multi e interdisciplinare che abbracci non solo la nutrizione, ma anche la cultura della nostra alimentazione in senso più ampio e finalizzato a incrementare l’attitudine al movimento nonché il consumo di frutta e verdura. A mio avviso è importante la consapevolezza della provenienza del cibo e della sostenibilità dei sistemi produttivi, temi anche di Expo 2015, unita a responsabilità nell’acquisto per evitare gli sprechi». ■ G.G.


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I PROTAGONISTI

Gen. Cosimo Piccinno

Un elevato livello di attenzione La lotta alla contraffazione è una delle missioni principali del nucleo antisofisticazioni dei Carabinieri. Ne parla il comandante Cosimo Piccinno

I

l patrimonio agroalimentare italiano è unico al mondo per qualità e assortimento. L’apprezzamento dei prodo�i italiani è diffuso a livello internazionale e questa popolarità ha dato vita a una economia parallela rispe�o ai prodo�i tutelati che va so�o il nome di Italian sounding. Questo fenomeno comporta un giro di affari nel mondo pari a 54 miliardi di euro l’anno, oltre il doppio del valore delle esportazioni di prodo�i agroalimentari italiani stimato intorno ai 23 miliardi l’anno. «I prodo�i dell’agroalimentare italiano, molto ricercati all’estero - so�olinea Cosimo Piccinno, comandante del Nucleo antisofisticazioni dei Carabinieri rappresentano sicuramente un obie�ivo privilegiato. Fortunatamente il sistema dei consorzi posti a tutela delle denominazioni prote�e, che svolgono un lavoro egregio sul territorio, raccordandosi con i Nas, rende difficile la penetrazione del crimine in tale se�ore». La sicurezza alimentare è uno degli obie�ivi dell’a�ività dei Nas. Come sono cambiate le tecniche di sofisticazione nel se�ore alimentare oggi rispe�o al passato? «La tutela della salute pubblica è la missione dei Nas. La sicurezza alimentare è uno degli strumenti a�raverso i quali perseguire quell’elevato livello di tutela auspicato nazionale ed europeo. I Nas, in campo alimentare, concentrano la loro azione nella lo�a alle frodi. Ormai, la globalizzazione esasperata e l’informatizzazione spinta hanno fa�o da cassa di risonanza per i guadagni facili anche a scapito della salute del consumatore. Oggi ci troviamo di fronte a dinamiche criminali non solo locali. A titolo esemplificativo cito la frode sui kiwi, scoperta qualche anno fa, a�raverso la quale questi fru�i venivano “pompati” con un fitofarmaco fa�o in casa, utilizzando un principio a�ivo asiatico. Non bisogna dimenticare, poi, le vecchie care sofisticazioni all’italiana, tra le quali un posto di rilievo ha l’olio di semi che diviene extra-vergine. Accanto alle nuove sofisticazioni registriamo, purtroppo, ancora quelle tradizionali sui vini, sulle carni, sui prodo�i i�ici e sui formaggi tra�ati con sostanze proibite per esaltarne le cara�eristiche organole�iche e altri aspe�i». Il fenomeno dell’Italian sounding è diffuso sopra�u�o all’estero. Quanto è elevato in Italia il malcostume del-

Cosimo Piccinno, comandante del Nucleo antisofisticazioni dei Carabinieri

LA SICUREZZA ALIMENTARE

è uno degli strumenti a�raverso i quali perseguire quell’elevato livello di tutela nazionale ed europeo auspicato

la contraffazione di prodo�i alimentari? «Occorre tenere presente che il crimine non è avulso dalle comuni logiche commerciali in base alle quali rende meglio ciò che ha un buon mercato. In tal senso, quindi, i prodo�i pregiati dell’agroalimentare italiano, molto ricercati all’estero, rappresentano sicuramente un obie�ivo privilegiato. Fortunatamente il sistema dei consorzi posti a tutela delle denominazioni prote�e, che svolgono un lavoro egregio sul territorio, raccordandosi con i Nas, rende difficile la penetrazione del crimine in tale se�ore. Non mancano però casi di prodo�i stranieri rielaborati in Italia e fa�i passare per prodo�i nostrani. Basti pensare che, nel periodo natalizio, i Nas hanno sequestrato prosciu�i polacchi etiche�ati come “Prosciu�i Parma Dop” e cacio�e lituane fa�e passare per cacio�e sorrentine». Quali azioni state portando avanti a�ualmente e come si articola la vostra a�ività di controllo dei prodo�i alimentari? «Le a�ività dei Nas si basano principalmente su un’estesa, profonda e capillare conoscenza del territorio in generale e del tessuto economico di riferimento in particolare. Conoscere i fenomeni, le realtà locali e le a�ività commerciali significa per i Nas avere coscienza delle dinamiche che permeano il tessuto sociale, grazie anche alla costante interazione ed al supporto delle circa 5000 stazioni Carabinieri dislocate sull’intero territorio nazionale. Tu�o ciò significa capacità di analisi per dare poi una capacità di risposta concreta». Come si riconosce un prodo�o contraffa�o e cosa deve fare un consumatore quando si accorge della scarsa qualità del prodo�o alimentare che ha acquistato? «Non è facile riconoscere un prodo�o contraffa�o. Il consumatore ha a disposizione alcuni indicatori. Fra questi, certamente l’etiche�a, che va sempre le�a. Essa è la “carta d’identità del prodo�o; il prezzo di vendita che se eccessivamente favorevole o fuori mercato deve far sorgere il dubbio che si tra�i di un prodo�o non genuino. In ogni caso, qualunque sospe�o può essere rappresentato ai Nas, che forniranno sicuramente indicazioni utili e interverranno a tutela del ci�adino». ■ N.M.M.


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Oss salute feb 15  

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