Page 1

Osservatorio sul lusso

In abbinamento alla stampa nazionale

Allegato al quotidiano

il Giornale

INDUSTRIA CONCIARIA

DISTRETTI ORAFI

Le anticipazioni sull’edizione winter di Lineapelle. L’internazionalità è il biglietto da visita della più grande rassegna dedicata al settore pelli per arredo, abbigliamento, accessori e calzature

Un’analisi del mercato dei preziosi tra punti di forza e debolezze, ne parlano: Giordana Giordini del distretto orafo di Arezzo e Francesco Barberis del distretto di Valenza

Altaroma tempio dello scouting La piattaforma capitolina è un eccezionale incubatore per giovani stilisti

Silvia Venturini Fendi, presidente Altaroma

JEWELLERY IL VALORE DELLE IMPRESE Andamento positivo per le aziende del settore. Modelli d’impresa vincenti. L’importanza e il dinamismo delle manifestazioni fieristiche del sistema Italia, in particolare VicenzaOro e OroArezzo. Gli investimenti in tecnologia, formazione e innovazione pagine 6-8

na realtà che genera fatturati in utile da sette anni consecutivi nonostante una contrazione di risorse del 20 per cento avvenuta nell’ultimo biennio, movimentando circa 3 milioni di euro l’anno di indotto fra alberghi, ristoranti, tour operator e cultura. Sono elementi di cui non potrà non tenere conto il prossimo governo (qualsiasi composizione avrà) che si troverà ad affrontare la questione AltaRoma, piattaforma di lancio per i designer emergenti e centro propulsore dell’alta moda italiana che batte nel cuore del-

U

>>> segue a pagina 3

ALL’INTERNO Gucci ArtLab Un polo all’avanguardia, centrale nella strategia della maison Giò Pomodoro I gioielli creati da un grande artista, a Vicenza nella Basilica Palladiana Settore nautico Le performance della nautica italiana: gli appuntamenti e le sfide

Per un’impresa orafa moderna e globale Lotta ai dazi, tecnologia, valorizzazione della creatività italiana. Sono le priorità della nostra industria gioielliera, al lavoro per rafforzare il suo profilo digitale ma senza abbandonare lo strumento fiera. Il punto di Ivana Ciabatti n base ai dati in corso di elaborazione presso l’ufficio studi di Confindustria Moda, la gioielleria made in Italy avanza stabilmente sulla strada della crescita. Confermando un trend favorevole che già il report definitivo sui primi nove mesi 2017 presentato all’ultimo VicenzaOro, ne consolidava la leadership manifatturiera specie sul fronte estero. «Gli esiti di fine anno – sostiene Ivana Ciabatti, presidente nazionale di Confindustria Federorafi – mostrerebbero una progressione del nostro export con una quota di incremento del 9-10 per cento. Però un’analisi più attenta ci induce a ritenere che

l’andamento sia stato molto positivo per le aziende più strutturate e i brand, invece le altre realtà produttive hanno sofferto e non poco». Su quali mercati internazionali si segnalano le variazioni di vendita più significative? «Usa, Svizzera, Francia e Hong Kong crescono a doppia cifra, mentre continuano purtroppo a soffrire gli Eau, che mostrano una partenza a rilento anche nel 2018 per via delle nuove normative in materia doganale e daziaria che stanno disorientando gli operatori, anche locali. Anche negli Usa c’è preoccupazione

I

Ivana Ciabatti, presidente di Federorafi

>>> segue a pagina 3


Osservatorio sul lusso Pag. 3 • Maggio 2018

Colophon LINEAPELLE 2018 In scena a Milano la fiera leader del settore conciario p. 14

Credit foto - Michele Porcari

PREZIOSI Il gioiello come opera d’arte nella personale di Giò Pomodoro p. 9

Direttore responsabile Marco Zanzi direzione@golfarellieditore.it

Consulente editoriale Irene Pivetti

Direzione marketing Aldo Radici

Coordinamento editoriale

CREATIVITÀ MADE IN ITALY L’estetica rivoluzionaria e il gusto riconoscibile del direttore creativo di Gucci Alessandro Michele

p. 32

Federico Pimazzoni direzione@golfarellieditore.it

Redazione Tiziana Achino, Lucrezia Antinori, Tiziana Bongiovanni, Eugenia Campo di Costa, Cinzia Calogero, Anna Di Leo, Alessandro Gallo, Simona Langone, Leonardo Lo Gozzo, Michelangelo Marazzita, Marcello Moratti, Michelangelo Podestà, Silvia Rigotti, Giuseppe Tatarella

Relazioni internazionali Magdi Jebreal

Hanno collaborato Fiorella Calò, Francesca Druidi, Renata Gualtieri, Francesco Scopelliti, Lorenzo Fumagalli, Gaia Santi, Maria Pia Telese

Sede Tel. 051 223033 - Via Ugo Bassi, 25 40121 - Bologna www.golfarellieditore.it

Supplemento a Dossier-Il Giornale-Registrazione Tribunale di Bologna n. 7578 del 22-09-2004

Relazioni pubbliche Via del Pozzetto, 1/5 - Roma

Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci

>> Segue dalla prima la Capitale. Luogo d’incontro fra tradizione sartoriale, ricerca e avanguardia, AltaRoma si è affermata inizialmente come prestigiosa vetrina dell’haute couture per poi evolversi negli anni in un eccezionale incubatore per giovani creativi, offrendo infrastrutture, servizi e ispirazione legata all’alta moda, al mondo del cinema, dell’arte e dell’artigianato. «Si tende a pensare che Altaroma sia essenzialmente alta moda – afferma la presidente Silvia Venturini Fendi – quando invece è focalizzata sui giovani. Con l’ultima edizione di gennaio ha dimostrato di sapersi adattare a condizioni di contesto sfavorevoli, riuscendo a costruire un programma che rappresenta efficacemente i tratti salienti della mission di Altaroma: la promozione dei talenti in erba, il risalto al “saper fare” italiano, la centralità di Roma nell’innovazione creativa del nostro Paese». SHOWCASE, UN NUOVO FARO SUL TALENTO CREATIVO Un indirizzo strategico che trova la sua massima espressione in “Who is on next?”, progetto di scouting in partnership con Vogue Italia rivolto specificamente agli stilisti emergenti che tuttavia vantano già una propria produzione made in Italy. Ma che negli ultimi mesi ha acceso un ulteriore faro sugli astri nascenti del wearing attraverso il progetto Showcase, nuovo contenitore realizzato grazie al supporto di Ice Agenzia e lanciato a gennaio a Roma in concomitanza della settimana della moda. Allestito come un mosaico di piccoli atelier nei suggestivi spazi del museo Maxxi, Showcase ha bagnato il suo esordio offrendo una vetrina d’eccezione a ben 40 collezioni che, in una

sorta di calendario parallelo a quello ufficiale, hanno sfilato nell’arco dei quattro giorni di manifestazione. «Abbiamo selezionato 40 giovani fra abbigliamento, accessori e gioielli – spiega Venturini Fendi - dieci dei quali sono romani. Con questo progetto vogliamo estendere la nostra platea di riferimento a tante promesse del fashion design, favorendo soprattutto le opportunità di contatto con potenziali buyer nazionali e internazionali». In ciascuna giornata a rotazione infatti, dieci designer hanno potuto esporre i loro capi e incontrare contestualmente operatori, stampa, blogger, influencer ed esponenti delle principali associazioni legate al mondo della moda, per raccontarsi e promuovere la loro immagine anche sotto il profilo commerciale. Rinnovando una volta di più il ruolo di hub della creatività e dei giovani talenti che «grazie all’impegno dei soci e del Ministero dello sviluppo eco-

nomico, Altaroma è riuscita a ritagliarsi nel sistema moda italiano», sottolinea la numero uno della società. C’È BAGARRE SUI FONDI, MA L’EDIZIONE ESTIVA È AL SICURO Un ruolo che per la verità ha bisogno di essere “messo in sicurezza” specialmente sul piano della stabilità finanziaria, visto che negli ultimi tempi gli stanziamenti a favore della kermesse capitolina sono stati messi più volte in discussione condizionandone le progettualità future. Costruite principalmente attorno a due appuntamenti in passerella l’anno di cui il prossimo in calendario dal 28 giugno al 1 luglio. Al momento gli unici punti fermi sono il via libera del Mise ai fondi per il 2017 pari a 1,5 milioni di euro, che si affiancano ai 900 milioni complessivi messi sul piatto dai soci Camera di Commercio, Risorse per Roma, Roma Capitale e Regione Lazio; e la certezza che, al di là dei bracci di ferro in corso tra Comune e governo centrale sulla concessione dei fondi, l’edizione estiva di AltaRoma 2018 si farà, puntando come sempre sul rilancio di un’immagine fresca e giovane in una business community ad alto potenziale come quella della moda. Fermo restando che per poter guardare avanti in un’ottica di pianificazione pluriennale, presto o tardi il nodo risorse andrà definitivamente sciolto. «Per poter essere raggiunti – conclude Venturini Fendi - gli obiettivi ambiziosi necessitano di certezze, che oggi ad Altaroma continuano a mancare, su impegni strategici ed economici da parte dei soci che abbiano un minimo di durata e di consistenza». ■ Giacomo Govoni


Osservatorio sul lusso Maggio 2018 • Pag. 4

Preziosi >>> continua dalla prima

per l’apprezzamento dell’euro sul dollaro e per le politiche protezionistiche dell’amministrazione Trump, nonché per la ripresa delle sanzioni nei confronti della Russia». La questione dazi tiene sulle spine anche l’industria orafa italiana ed europea. Cosa dobbiamo temere realmente per il made in Italy e quali forme di reazione si possono mettere in campo? «I dazi sono al centro delle nostre politiche sul commercio internazionale. In 4 mesi con la nostra associazione europea Efj abbiamo incontrato a Bruxelles e Strasburgo numerosi europarlamentari per sensibilizzarli su tre priorità: dazi e barriere non tariffarie, minerali da conflitto e limiti al pagamento in contanti. Ricordo che i dazi nel settore orafo limitano l’accesso diretto dei nostri prodotti ad almeno il 60 per cento dei consumatori mondiali e se dovessero essere azzerati, l’export italiano recupererebbe qualcosa come un miliardo di euro. Quindi noi siamo per la liberalizzazione del commercio mondiale, regolata da norme condivise e comprensibili come già avvenuto con la Corea del Sud, il Canada e a breve con il Giappone». Però nei giorni scorsi l’Ue ha ventilato l’idea di rispondere con dei “controdazi” ai gioielli Usa. Che ne pensa? «Coerentemente siamo contrari all’imposizione di dazi “ritorsivi” da parte dell’Ue nei confronti di merci Usa per controbilanciare quello che sta facendo Trump su alluminio e acciaio. L’imposizione di dazi all’import di gioielli Usa non farebbe altro che scatenare un’escalation di reazioni con eventuali dazi sui nostri gioielli che finirebbero per penalizzare le nostre esportazioni soprattutto per i prodotti unbranded. Noi siamo favorevoli, come già indicato da Confindustria, che l’Europa reagisca chiedendo l’intervento delle regole del Wto. Per il momento comunque l’attenzione dell’amministrazione Usa è verso la Cina e non verso l’Ue». In un recente convegno avete fatto il punto sullo stato di avanzamento della rivoluzione digitale nel mondo orafo. Cosa è emerso e dove dobbiamo migliorare su questo terreno? «Il nostro settore esprime oggi una bassa digitalizzazione e anche l’export digitale, sebbene cresca ogni anno, continua ad avere un peso contenuto. Ci sono ancora punti di debolezza dovuti all’inesperienza in materia di e-commerce, al controllo della logistica, agli aspetti legali, doganali e finanziari che rendono il percorso verso “una digitalizzazione consapevole” abbastanza complesso. Ma fortunatamente Federorafi, grazie a “Indu-

stria 4.0” e ai finanziamenti di Ice Agenzia, fa sì che gli imprenditori si formino verso un approccio più professionale a queste tematiche, promuovendo reti di imprese digitali e dando la possibilità a una piccola azienda di trasformarsi in impresa globale per raggiungere mercati fino a pochi anni fa appannaggio delle aziende più grandi e strutturate». Al saper fare e al gusto che il mondo ci riconosce, oggi si aggiunge una sorta di “ingegnerizzazione” delle fasi di lavorazione. Come si riflette sulla capacità innovativa delle nostre produzioni orafe? «Alla nostra creatività, al nostro saper fare manuale e alla nostra cultura del bello dobbiamo aggiungere nuovi strumenti per valorizzare con più incisività il made in Italy. Serve un nuovo rinascimento manifatturiero che contribuisca a far crescere l’azienda grazie all’introduzione delle più moderne tecnologie come frese a controllo numerico, macchine a taglio laser e sistemi di produzione 3D. È ovvio che occorrerà formare sempre più figure professionali specializzate in grado di utilizzarle al meglio». Ha destato stupore il significativo calo di espositori registrato all’ultimo Baselworld. Come sta mutando il ruolo dello strumento fiera nella promozione del prodotto orafo? «Le fiere da tempo hanno mutato il loro ruolo da strumenti di puro business a occasioni di incontro tra domanda e offerta e di presentazione delle nuove proposte produttive. Le difficoltà di Baselworld erano prevedibili atteso il costo elevato di partecipazione a Basilea e la forte connotazione orologiaia rispetto alla gioielleria. Ormai anche i brand devono razionalizzare gli investimenti in manifestazioni fieristiche perché da momenti commerciali sono diventati momenti di comunicazione. A questo si aggiunge l’avvento del digitale che sta spostando l’attenzione del consumatore ver-

LA RIVOLUZIONE DIGITALE NEL MONDO ORAFO

Federorafi, grazie a “Industria 4.0” e ai finanziamenti di Ice Agenzia, promuove reti di imprese digitali dando la possibilità a una piccola azienda di trasformarsi in impresa globale so l’e-commerce rendendo quindi meno appetibile la fiera tradizionale anche per gli operatori». Come state cercando di mitigare gli effetti di questa piccola “rivoluzione”? «Federorafi, grazie all’accorpamento del sistema fieristico settoriale sotto il cappello Ieg, sta lavorando affinché nel settore del gioiello si possa realizzare un’integrazione tra le diverse piattaforme di commercializzazione in quanto per le caratteristiche intrinseche del gioiello il percorso verso la smaterializzazione della distribuzione avverrà, ma con tempi e modalità diverse da quelli di altri beni di consumo». Quali manifestazioni espositive

continuano invece a mostrare dinamismo? «Per noi valorizzare il “Sistema Italia” anche tra i provider fieristici resta prioritario e quindi le manifestazioni VicenzaOro, OroArezzo e anche quelle de Il Tarì sono e dovranno essere al nostro fianco per continuare a rappresentare degli asset importanti nelle politiche industriali del settore. L’elemento di sintesi che dovrà emergere sarà ancora una volta la valorizzazione dell’italian lifestyle e delle creazioni che continueranno a far sognare i consumatori mondiali». Sul fronte della formazione, il mese scorso avete lanciato Gold, progetto rivolto agli operatori dei preziosi. Quali aree tematiche mette a fuoco? «Dopo il successo del Jewellery Export Lab messo a punto con Ice, che ha visto oltre 100 imprenditori impegnati in 64 giornate formative concluse con l’attività di coaching in azienda, quest’anno ci siamo focalizzati sui collaboratori aziendali per dar loro modo di acquisire nuove competenze in ambito tecnico, organizzativo e di gestione del rischio. È un progetto sperimentale, fatto per la prima volta per il settore orafo a livello nazionale utilizzando i fondi interprofessionali, con l’obiettivo di proporlo in modo strutturato nel 2018/19. L’attività formativa sia nelle imprese che presso gli istituti tecnici sta finalmente uscendo dall’anonimato e anche il legislatore sta fornendo interessanti strumenti in merito. Sta a noi saperli cogliere al meglio». ■ Giacomo Govoni


Osservatorio sul lusso Maggio 2018 • Pag. 6

Preziosi

Export e Arezzo, un legame a 24 carati lastro. Da quali state raccogliendo i riscontri migliori e su quali investite maggiori energie e risorse? «Le fiere sono da sempre uno strumento importante per il distretto di Arezzo e la sua capacità di penetrazione internazio-

meno, anzi. Basti pensare alla Cina dove il dazio è al 30 per cento o all’India. Per non parlare di Dubai, che fino a gennaio 2017 non aveva mai imposto dazi e nel giro di un anno mezzo ne ha introdotto uno al 5 per cento più un 5 per cento di Iva aggiuntivo da quest’anno. Uno studio da Federorafi dimostra che se non ci fossero barriere daziali l’export della gioielleria italiana fatturerebbe circa il 60 per cento in più di adesso. Questo la dice lunga». Innovazione e tecnologia 4.0 sono armi importanti per giocare la partita della competitività. Come la sta interpretando il sistema orafo aretino e come lo sostenete su questo terreno? «Assieme alla creatività, il plus che permette ai nostri gioielli di essere ancora

nale. La prima in assoluto è Vicenza, ma anche la nostra OroArezzo ha sempre lavorato bene nell’attrarre buyer da tutto il mondo, ascoltando i nostri consigli rispetto alle destinazioni su cui focalizzarsi. Per questo ci teniamo in maniera particolare, perché ci permette di mostrare le aziende del territorio e instaurare con i partner ospiti un rapporto di amicizia che va oltre il semplice business. All’estero invece, a parte i saloni storici di Las Vegas e Hong Kong, ultimamente per il distretto di Arezzo hanno acquistato importanza la fiera di Istanbul e quella di Dubai, hub strategici per stabilire relazioni con i mercati circostanti». Sui distretti orafi pesa l’incognita dei dazi, emersa anche durante l’ultima fiera dell’oro di Vicenza. Cosa vi preoccupa maggiormente e come si può risolvere questa situazione? «In questo periodo i dazi sono un tema caldo, anche se in realtà rappresentano un problema da sempre per le nostre aziende. A cominciare dagli Stati Uniti, che rimangono uno sbocco fondamentale nonostante prevedano da anni un dazio del 6 per cento sui prodotti preziosi in entrata. Ma anche in altri Paesi, tra l’altro i più orientati all’acquisto di oreficeria, le imposizioni tariffarie non sono da

leader nel mondo, noi la crisi e soprattutto la concorrenza di altri Paesi come Cina, Indonesia e Turchia la combattiamo proprio con l’innovazione e la tecnologia. Due aspetti che nell’ultimo decennio hanno prodotto un cambiamento radicale all’interno delle aziende orafe aretine, che hanno accettato la sfida della competitività investendo su processi e macchinari sempre più innovativi per riuscire a soddisfare e talvolta anche ad anticipare il gusto dei consumatori. La tecnologia ci sta dando una grande mano per misurarci alla pari con Paesi che sono sicuramente agevolati sotto tanti punti di vista come ad esempio la fiscalità, la burocrazia, il costo del lavoro». ■ Giacomo Govoni

Il dinamismo sui mercati internazionali è da sempre il biglietto da visita del distretto orafo toscano, che combatte la concorrenza asiatica con tre armi principali: spirito innovativo, tecnologia e creatività. Lo spiega Giordana Giordini n mosaico di medie, piccole e molto spesso micro realtà, con una radicata vocazione all’export. Sfiora infatti i due miliardi di euro il fatturato estero complessivo con cui anche l’anno scorso il distretto orafo di Arezzo ha onorato la sua fama di distretto più importante d’Europa, realizzando un incremento del 5,5 per cento sui dodici mesi precedenti. «Un dato certamente incoraggiante per le aziende che compongono la filiera aretina dei preziosi – sottolinea Giordana Giordini, presidente della sezione Orafi di Confindustria Toscana Sud – di cui circa un centinaio sono associate a Confindustria». Significa che “piccolo è bello” è un’equazione che funziona ancora? «Ad Arezzo sì. Nel senso che delle circa 1200 realtà con 7500 addetti che compongono il nostro distretto orafo, le più

U

Giordana Giordini, presidente della sezione Orafi di Confindustria Toscana Sud

grandi non superano i cento addetti mentre la maggior parte ne conta meno di dieci. Al di là delle dimensioni tuttavia, l’elemento che le accomuna è appunto il profilo export-oriented che le porta a vendere fuori dai confini nazionali oltre l’80 per cento di quello che producono». Da un paio di mesi fa è coordinatrice della commissione promozione e internazionalizzazione di Confindustria Toscana. Come si declinerà questo impegno nell’ambito delle strategie di sostegno alle aziende orafe aretine? «La commissione che coordino rappresenta l’internazionalizzazione di tutti i settori di punta del sistema manifatturiero regionale: dal marmo di Carrara, alla moda di Empoli, alla metalmeccanica di Pisa e tanti altri. Esserne responsabile mi permetterà di prendere il meglio da tutte le filiere per riportarlo alle aziende della mia sezione, anche se il focus numero uno della commissione sarà trovare un denominatore comune per valorizzare il made in Toscana nell’ambito del made in Italy. Cercheremo di selezionare Paesi dove poter promuovere eventi e missioni di supporto alle nostre aziende, tenendo conto che noi della gioielleria abbiamo anche un organo nazionale come Federorafi grazie al quale potremmo condividere energie e competenze». Tra gli strumenti per allargare il jewellery business della filiera di Arezzo, le fiere rappresentano un pi-


Osservatorio sul lusso Maggio 2018 • Pag. 8

Preziosi

Valenza brilla anche senza la “sua” fiera Malgrado il temporaneo stop all’evento espositivo di casa, le imprese orafe del distretto piemontese continuano a esportare il loro alto di gamma nelle piazze top mondiali. Formazione e online le prossime sfide secondo Francesco Barberis

a mandato in soffitta la sigla Aov, “ripescata” pochi mesi fa dall’archivio orafi Valenza per indicare un luogo della memoria dell’oreficeria. Ha perso Valenza Gioielli, la fiera di casa che almeno per il momento è stata congelata. Eppure all’associazione orafa valenzana, confluita da circa tre anni nella sezione orafo-gioielliera di Confindustria Alessandria, non mancano i motivi per sorridere. A cominciare dagli esiti dello studio di Intesa San Paolo sull’export dei distretti piemontesi, che nel 2017 ne confermano il ruolo di traino per l’economia regionale. «Gli indicatori mantengono una traiettoria positiva – sottolinea Francesco Barberis,

H

presidente del distretto presso Confindustria Alessandria – grazie in particolare al rientro a Valenza delle produzioni dei grandi brand della gioielleria mondiale». Su quali mercati in particolare, le imprese orafe valenzane si stanno esprimendo meglio negli ultimi mesi? «Su quelli tradizionali tra cui sicuramente l’Europa, nel Far East e nel Medio Oriente. Gli Stati Uniti sono assolutamente stabili e non si avverte l’effetto dei dazi, che per ora non sembrano toccare la gioielleria. Semmai risentiamo del clima generale di rallentamento dell’economia, trasversale a tutti i settori, che si ripercuote sugli ordinativi delle aziende valenzane». Baselworld è l’ultimo salone in cui avete mostrato ancora una volta la vostra eccellenza creativa. Quali altre partecipazioni fieristiche considerate prioritarie, contando anche che Valenza Gioielli non esiste più? «Quest’anno a Basilea gli espositori valenzani non erano molti, ma si sono presentati molto bene. In realtà l’intera edizione è stata sottotono per via della perdita di circa la metà degli espositori, ma questo dipende dal fatto che il modello fiera è un pò in crisi. Un aspetto sul quale stiamo

riflettendo per capire se per l’alto di gamma valenzana le fiere sono ancora così importanti oppure se non occorra trovare altre vie per raggiungere i clienti. Tant’è vero che, in uno scenario di razionalizzazione di numero di eventi, abbiamo ritenuto di interrompere la stessa Valenza Gioielli in quanto non più in linea con le attuali esigenze del mercato. Le nostre fiere di riferimento rimangono pertanto Baselworld, VicenzaOro in Italia, la fiera di Hong Kong e il Jck Show di Las Vegas». Al di là dello strumento fiera, attraverso quali altri canali sviluppate la promozione del marchio di Valenza all’interno del made in Italy e come ne proteggete l’identità e la tradizione? «Fermo restando che la fiera rimane sempre il primo strumento che va solo ripensato, gli altri canali per veicolare l’immagine di Valenza sono da ricercare principalmente nelle nuove tecnologie. I social, l’e-commerce e tutto quello che riguarda l’online e il suo impatto applicato alla vendita del gioiello. Allo stato attuale è bene essere molto cauti in questo ambito, perché il gioiello valenzano per sua natura peculiare ha difficoltà a essere proposto attraverso la semplice vetrina multimediale. Bisogna studiare progetti anche a livello formativo, finalizzati a valorizzare e raccontare l’eccellenza del distretto». La nascita del “Centro per l’innovazione InValenza” è una delle iniziative più recenti lanciate dal vostro distretto orafo nel campo dell’innovazione. Quali altri interventi e progetti sono in cantiere o in pista in questo ambito? «Ogni iniziativa orientata all’innovazione del distretto, che provenga da soci o meno, è la benvenuta: noi siamo dell’idea che sia importante cooperare con tutti. Nel caso di “InValenza” si tratta di una realtà fondata dal Comune di Valenza e dall’Università del Piemonte Orientale che intende porsi come organismo aggregativo di supporto e consulenza all’innovazione, special-

RICAMBIO GENERAZIONALE Francesco Barberis, presidente del gruppo aziende orafe valenzane di Confindustria Alessandria

In ambito formativo ci stiamo interfacciando con le scuole, perché nei prossimi 20 anni a Valenza si prevede una carenza di figure professionali

mente nel settore orafo, con una proficua contaminazione da un livello all’altro a vantaggio dei soggetti aderenti. Dal canto nostro, stiamo studiando progetti di fattibilità sull’online per recuperare il ritardo accumulato e che abbiano come fine sia l’immagine del distretto che lo sviluppo delle vendite. Come Confindustria ci muoviamo su queste due direttrici prioritarie». Il distretto valenzano è molto vitale anche sul versante della formazione, con il Bulgari Jewellery Academy sorto da pochi mesi in veste di fiore all’occhiello. Quali percorsi sono attivi per qualificare la filiera? «Il Bulgari Jewellery Academy è un’iniziativa assolutamente interessante, che sosteniamo nel suo intento di trasmettere il sapere orafo. D’altra parte l’insediamento Bulgari è già di per sé il miglior elemento qualificante per la città. Noi ci stiamo interfacciando con le scuole per capirne i reali bisogni, perché nei prossimi 20 anni si prevede una carenza di figure professionali. In sostanza, non c’è un ricambio generazionale per cui da un lato è necessario creare le condizioni per portare lavoro a Valenza, ma dall’altro non si può lavorare a pieno se non si dispone di quella maestria e quelle maestranze che hanno reso grande il distretto. È un circolo vizioso che deve diventare virtuoso». ■ Giacomo Govoni


Osservatorio sul lusso Pag. 9 • Maggio 2018

Giò Pomodoro, gioielli d’artista A Vicenza, storico centro mondiale dell’oreficeria, nel Museo del Gioiello, si celebra il fondamentale contributo teorico, progettuale ed esecutivo di Giò Pomodoro all’arte orafa, un contributo in stretto legame con la sua produzione scultorea. Lo racconta Paola Stroppiana

È

Paola Stroppiana, curatrice della mostra “I gioielli di Giò Pomodoro: il segno e l’ornamento”

duzione orafa: il direttore Alba Cappellieri, professore ordinario al Politecnico di Milano dove insegna Design del gioiello e dell’accessorio, ha accolto subito con entusiasmo la proposta. Inoltre, l’argomento del gioiello d’artista è oggi di grande e rinnovato interesse per il pubblico e la critica, anche alla luce delle recenti aperture di gallerie focalizzate sul gioiello contemporaneo e le mostre in ambito in-

ternazionale su questo tema». La mostra presenta un importante corpus di gioielli. Come si snoda il percorso espositivo? «In mostra sono presenti più di 60 esemplari. Si propone un racconto cronologico che tiene sempre conto del momento storico, a partire dai primi anni Cinquanta, quando i suoi gioielli testimoniano il passaggio, avvenuto parallelamente anche nella scultura, dal figurativo all’informale, sino agli esemplari in lamina d’oro puro sbalzato e fusione nell’osso di seppia, tecnica antichissima in cui Pomodoro insieme al fratello Arnaldo fu grande maestro. Si passa al geometrismo degli anni Settanta, dove all’elemento meccanico si affianca il cromatismo acceso di smalti e pietre di colore, per giungere all’estrosità figurale degli esemplari degli anni Ottanta, ricchi di riferimenti alla cultura classica, ai gioielli seriali, ai prototipi e alle nuove sperimentazioni degli anni Novanta sulle pietre dure, qui esposti per la prima volta. Come ho voluto sottolineare nel titolo della mostra, in tutte le sue creazioni orafe convivono la grande capacità di progettazione, il segno, intellettualmente espresso in disegni di rara bellezza (alcuni di essi sono pubblicati nel catalogo che accompagna la mostra, edito da Gli Ori di Pistoia) e l’ornamento, frutto di un ricco archivio di riferimenti personali (Pomodoro era un uomo coltissimo) alla cultura classica, in particolare alla mitologia greca che spazia sino alla dimensione rituale-metafisica». C’è un’opera della mostra in particolare che rimarcherebbe? «Molte opere sono emblematiche di un particolare momento storico e creativo vissuto dall’artista e per questo motivo degne di nota. Tuttavia, segnalerei proprio quello scelto per la comunicazione e la copertina del volume, lo splendido bracciale a fascia di forma circolare: uno “scudo” con quattro grandi campiture in smalto bianco profilate in oro, realizzato nel 1967. Un Sole (al pari dei Soli, serie di sculture che realizzava nei medesimi anni) che si irradia a partire dal grande diamante centrale, contornato da smalti concentrici neri e blu. Un’opera d’arte assoluta, scultorea: Pomodoro utilizzava la forza cromatica e volumetrica degli

smalti, molti esemplari in mostra raccontano questa sua predilezione. Altrettanto notevole la linea di gioielli in argento progettati per la Gem di Giancarlo Montebello dalla seconda metà degli anni Sessanta, uno dei primi esperimenti di produzione seriale (sino a 200 esemplari numerati e firmati) di “gioielli d’arte economici”, in grande anticipo sui tempi e su una certa idea di diffusione commerciale, allo stesso tempo in grado di mantenere inalterati i criteri dell’“esclusività”». Quali chiavi di lettura espressive segnalerebbe per comprendere l’apporto teorico e progettuale di Pomodoro? «Nei suoi gioielli sono già perfettamente e compiutamente espressi i temi della sua ricerca artistica, attuata nel disegno e nella scultura. Pomodoro ha saputo imprimere nel gioiello, che disegnava nei minimi dettagli tecnici e costruttivi, la forza della propria creatività, lo studio costante su temi quali la luce e il vuoto, che

Credit foto - Michele Porcari

la prima volta che un museo specifico sul gioiello accoglie una personale di Giò Pomodoro: “I gioielli di Giò Pomodoro: il segno e l’ornamento” sarà visitabile al Museo del Gioiello di Vicenza, straordinario spazio espositivo all’interno della Basilica Palladiana, fino al 2 settembre 2018. La curatrice Paola Stroppiana entra nei dettagli della retrospettiva. Come si è scelto di raccontare la manifattura orafa di Giò Pomodoro nell’ambito della mostra? «L’omaggio al maestro Giò Pomodoro, nato a Orciano di Pesaro nel 1930, orafo, incisore, scultore e scenografo, cade a 16 anni dalla sua scomparsa, avvenuta a Milano nel 2002 nel suo studio, il 21 dicembre. In stretta collaborazione con l’Archivio Giò Pomodoro, rappresentato dal figlio Bruto Pomodoro, ho proposto al Museo del Gioiello di Vicenza, una realtà relativamente recente e pressoché unica nel suo genere, un progetto di mostra che ripercorresse le tappe creative della sua pro-

ha poi dilatato e portato nelle proprie opere scultoree. Questo in contrasto alla pratica per cui pittori e scultori, nell’accostarsi al gioiello, spesso riducono nella dimensione e nei materiali la loro cifra stilistica, miniaturizzandola o adeguandola al corpo in modo letterale, con esiti non sempre convincenti».

Ritratto di Giò Pomodoro - Crediti foto Jack Mitchell

Come definirebbe il contributo, l’eredità, di Giò Pomodoro nei confronti dell’arte orafa? «I gioielli di Pomodoro sono opere d’arte autonome da considerare alla stessa stregua di tutta la sua produzione scultorea per la quale è noto, direi anzi nodali per meglio comprenderla. Nelle sue opere si riafferma la dignità del gioiello come opera d’arte, nell’annullamento tra arti maggiori e minori che Pomodoro già rivendicava e che nel Secondo dopoguerra era maggiormente riconosciuto: anche la ceramica, con la quale si è misurato con risultati eccellenti, aveva un ruolo di primo piano tra le espressioni artistiche dei più grandi artisti, grazie alla plasticità che, come il gioiello, permetteva di esprimere perfettamente le inquietudini materiche dell’arte informale. Una ricchezza di intenti che attraversa i decenni, rendendo i suoi gioielli opere d’arte assolute, senza tempo, dense di significati e simboli che parlano ancora oggi all’uomo contemporaneo». ■ Francesca Druidi

Credit foto - Mauro Mamone


Osservatorio sul lusso Maggio 2018 • Pag. 10

Preziosi

Il presente dell’arte orafa Un sapere antico che si interfaccia con un mercato, quello del lusso, che si rinnova costantemente. Nei materiali e nelle richieste. Claudia Maurizi spiega come rimanere al passo con i tempi, mantenendo una costante: il made in Italy n settore che si trova sempre al centro di un’evoluzione tale da imporre alle aziende che operano in questo contesto un aggiornamento continuo. E che non conosce crisi: non ci sono mai stasi né rallentamenti nel mondo del lusso e nella moda della gioielleria che, per sua natura, rinasce e si rinnova stagione dopo stagione, creando stili e tendenze a suon di disegni e materiali innovativi. «Il trend in questo momento sembra segnare un buon livello di crescita» conferma Claudia Maurizi, titolare dell’azienda Novart, creatrice di gioielli per affermati brand della moda. «La mia azienda – specifica - lavora esclusivamente per conto dei brand del lusso di fama internazionale. Posso affermare che negli anni non abbiamo mai avvertito flessioni importanti. L’attività è sempre proseguita costantemente risentendo

U

minimamente della crisi del settore». La società è attiva nel settore già a partire dal 1995. Inizia le sue attività come laboratorio orafo, specializzata nell’argenteria, fino a conoscere un’espansione negli ultimi anni. «Il mio laboratorio è molto cresciuto – aggiunge Claudia Maurizi -. Nel corso del tempo mi sono specializzata nell’alta gioielleria e nella creazione di bijoux. D’altra parte, il mondo della moda di lusso è quello più affermato nel mercato e quindi anche quello dei bijoux che, come manifattura e come lavorazione, possono dirsi veri e propri gioielli». Novart annovera tra i suoi clienti nomi celebri come Bulgari, Prada, Pomellato e moltissimi altri. «Realizziamo gioielli in oro e in argento e bijoux. Per quanto riguarda l’oro, la nostra lavorazione viene fatta in 18 Kt e in 9 Kt con diamanti, smalti e pietre dure. Per quanto concerne i bijoux vengono utilizzati

I MATERIALI

Per i bijoux, lavorando a stretto contatto con la moda, i materiali subiscono cambiamenti continui: si va dal legno alla plastica, fino al pellame e all’alluminio. Per i preziosi restano costanti oro, diamanti e pietre dure Claudia Maurizi, titolare della Novart di Arezzo www.novartsrl.it

anche materiali alternativi, che rispondano alle richieste di un mercato sempre all’avanguardia, ma sempre ed esclusivamente made in Italy. Prediligiamo fornitori italiani anche sulla scorta delle richieste avanzate dai nostri clienti che sono molto attenti a ogni produzione made in Italy. Nella maggior parte dei casi sono loro stessi a indicarci i fornitori, prendendo direttamente i contatti con loro. In base a queste indicazioni, noi avviamo la produzione che avviene per intero all’interno del laboratorio. Dapprima realizziamo la ricerca tramite il disegno del modello e, a questo punto, riceviamo le indicazioni sul materiale da adoperare. Una volta acquistati i materiali produciamo un primo prototipo che sottoponiamo al giudizio del cliente per l’approvazione. Da qui ha avvio la produzione vera e propria. Lavorando a stretto contatto con la moda, i materiali subiscono cambiamenti continui: si va dal legno alla plastica, fino al pellame e all’alluminio. Posso ben dire che non vi sono mai momenti in cui un materiale

viene impiegato più degli altri o assurge a tendenza. Il settore vive di un aggiornamento continuo, stagione per stagione i materiali cambiano, mentre per quanto riguarda il gioiello prezioso, rimangono sempre immutati: oro, diamanti, pietre dure». Flessibilità, puntualità e soprattutto qualità sono i punti di forza dell’azienda e non poteva essere altrimenti lavorando a stretto contatto con un mondo in continua evoluzione. «Tutti i materiali vengono controllati nelle varie fasi di lavorazione per poter arrivare ad avere un prodotto di alta gamma. Siamo molto attenti alle richieste dei nostri clienti e cerchiamo in tutti i modi di raggiungere l’obiettivo richiesto nel miglior modo possibile attraverso uno studio attento del prodotto da realizzare. Il nostro laboratorio, attualmente in espansione, è pronto ad accogliere le richieste dei nostri clienti in maniera totale. La produzione viene svolta sia internamente che con il supporto di partner affiliati con i quali collaboriamo ormai da tempo. I nostri progetti per il futuro contemplano l’avvio di un percorso di Industria 4.0 con un restyling sia a livello di struttura che di macchinari e processi di produzione. La mia massima aspirazione è ottimizzare la produzione tenendo sotto controllo tutti i processi produttivi in modo tale da non avere sprechi, e poter dare risposte sempre pronte ai miei clienti. Nonostante la maggior parte dei semilavorati venga realizzata interamente attraverso l’uso delle macchine a controllo numerico, per alcuni prodotti permane ancora il livello di artigianalità che ci permette di realizzare gioielli di alta qualità». ■ Luana Costa


Osservatorio sul lusso Pag. 11 • Maggio 2018

Se l’informatica sposa il gioiello Stefano Galassi e Flavio Dei offrono uno spaccato delle possibilità che soſtware sempre più customizzabili danno al settore dell’oreficeria. «Bisogna confezionare prodotti su misura che permettono di ottenere la massima produttività» enterprise resource planning (letteralmente “pianificazione delle risorse d’impresa”, spesso abbreviato in Erp) è un software di gestione che integra tutti i processi di business rilevanti di un’azienda: dalle vendite agli acquisti, dalla gestione magazzino alla contabilità. Con l’aumento della popolarità dell’Erp e la riduzione dei costi per l’Ict (Information and Communication Technology), si sono sviluppate applicazioni che aiutano i business manager a implementare questa metodologia nelle attività di business, quali il controllo di inventari, il tracciamento degli ordini, i servizi per i clienti, la finanza e le risorse umane. E il settore dell’oreficeria non fa eccezione, come dimostra l’esempio imprenditoriale di Stefano Galassi e Flavio Dei, titolari dell’aretina Flex Line. «Uno dei fattori più importanti da considerare è la versatilità di un Erp, da una parte, e dall’altra le specifiche competenze in un dato settore – spiega Stefano Galassi –. Nel nostro caso, la Flex Line si può definire un’azienda di informatica specializzata nel settore orafo. Il nostro Erp soddisfa le esigenze di qualsiasi tipologia di azienda che operano in questo settore, partendo dalla produzione fino alla gestione dei punti vendita. Tra le principali caratteristiche abbiamo il controllo accesso operatori secondo la normativa sulla privacy, il monitoraggio delle attività fatte da ciascun operatore e l’accesso condizionale alle varie finestre per operatore e/o gruppo di lavoro». Il titolare dell’impresa toscana ci dà una panoramica della situazione di settore. «Il mercato risente di una profonda crisi – dice Flavio Dei – legata a movimenti internazionali estremamente difficili da prevedere. Le aziende hanno bisogno di strumenti informatici sem-

L’

UNA RISORSA ANTI-CRISI

Le aziende hanno bisogno di soware sempre più precisi e l’analisi dei dati è un’arma per essere più competitivi

Stefano Galassi e Flavio Dei, titolari della Flex Line di Arezzo www.flexlinetech.com

pre più precisi e personalizzabili: in particolare, l’analisi dei dati diventa un’arma in più per essere competitivi. In questa direzione si stanno evolvendo le richieste dei clienti negli ultimi anni: sicuramente richiedono prodotti sempre più personalizzati e il trend principale è di legare le immagini dei prodotti ai dati». In un contesto così complesso, dove le esigenze si moltiplicano, l’esperienza di chi si occupa dell’Erp è un aspetto che può fare la differenza. «La nostra realtà, costituita nel 1990 – ricorda Dei –, vanta ormai un'esperienza quasi trentennale, basata su di una specifica cultura informatica e del settore, che insieme permettono di offrire prodotti completi e specifici per aziende del comparto orafo. Il nome, che abbiamo scelto, vuole appunto significare la flessibilità per la ricerca e l’applicazione delle innovazioni. Non a caso, oltre al gestionale orafo, offriamo soluzioni su dispositivi mobili, soluzioni web, e-commerce e ovviamente assistenza hardware e software. Cerchiamo sempre, come linea guida del nostro progetto, di personalizzare il più possibile il nostro programma gestionale, proprio per riuscire a dare risposte “su misura” che permettono ai nostri clienti di ottenere la massima produttività e soddisfazione. Allo stesso tempo tutto questo permette anche a noi di accrescere la nostra esperienza e professionalità. Trasformiamo le necessità di chi lavora in soluzioni operative». Le soluzioni Flex Line sono scalabili in base alle esigenze del cliente «da installazioni base ad architetture multi piattaforma – conclude Galassi – per soddisfare esigenze di larghe dimensioni. L’obiettivo è diventare partner attivi dei nostri clienti, più che semplici fornitori di software e hardware. Con orgoglio, possiamo affermare di essere apprezzati anche fuori dai nostri confini nazionali, con un numero importante di installazioni e nel tempo siamo riusciti ad ampliare i nostri orizzonti

L’“oro” dell’Internet of things Stefano Galassi e Flavio Dei, titolari della Flex Line Srl, indicano alcuni elementi alla base delle innovazioni tecniche e tecnologiche che si affermeranno nel prossimo futuro nell’ambito informatico per l’oreficeria. «Ormai, in modo piuttosto trasversale oserei dire, non si può prescindere dall’Internet of things: sicuramente lo scambio automatizzato di informazioni tra i vari settori produttivi sarà il prossimo step. I moderni macchinari sempre più presenti nelle linee di produzione dovranno dialogare con i software Erp presenti in azienda per fornire informazioni sullo stato di avanzamento delle commesse, permettendo ad esempio di ottimizzare il riordino ottimale dei materiali, monitorare situazioni critiche e ridurre i costi ed errori dovuti all'intervento, fino ad ora manuale, in molte operazioni».

offrendo soluzioni software per la pubblica amministrazione e la gestione degli albi professionali. Utilizziamo tecnologie di quarta generazione e puntiamo allo sfruttamento delle risorse di Industria 4.0. Insomma, siamo un’azienda molto dinamica e per nostra natura dobbiamo sempre stare a spasso con i tempi e le nuove tecnologie. E se al momento il nostro mercato principale è l'Italia, l’obiettivo è far conoscere il nostro prodotto a un numero sempre maggiore di operatori del settore sia italiani che stranieri». ■ Remo Monreale


Osservatorio sul lusso Maggio 2018 • Pag. 12

Gioielleria e moda orprendenti, colorate e ben fatte, in una parola uniche. Non c’è altro aggettivo per descrivere le borse Braccialini, da più di sessant’anni sinonimo del made in Italy che coniuga l’abilità dei mastri pellettieri toscani e la creatività sfrenata, capace di sfornare borse iconiche che hanno fatto epoca. Una storia che ha rischiato di perdersi per sempre ma su cui ha deciso di investire un altro storico marchio toscano, più precisamente aretino, la holding Graziella, che il 7 aprile 2017 ha acquisito il ramo d’azienda e le maestranze, lanciando ufficialmente un nuovo brand: Graziella & Braccialini. E inaugurando una nuova stagione, fatta di un dialogo serrato e di continue incursioni tra gioielleria, moda e pelletteria. Sono nate così nuove linee che intersecano competenze e maestranze, valorizzano la spinta creativa che da sempre contraddistingue le lavorazioni delle due realtà, scegliendo un comune denominatore per prodotti differenti: la creatività gioiosa, come racconta Giacomo Gori, board member di Graziella & Braccialini. Dopo la lunga parentesi dello stile minimal, si torna a voler sor-

S

Giacomo ed Eleonora Gori, rispettivamente board member e international sales manager di Graziella & Braccialini - www.graziellaholding.com

Comune denominatore, creatività gioiosa Con Giacomo Gori, executive vice president per Graziella Group e board member di Graziella & Braccialini, alla scoperta delle strategie di sviluppo di due marchi che hanno scelto la creatività gioiosa come minimo comun denominatore dei prossimi 20 anni ridere, nel mondo della moda. Sembra il momento giusto per ripartire con il brio Braccialini associato all’originalità dei gioielli e degli accessori Graziella. «Siamo fortunati a essere dalla parte giusta del mercato. Fino a cinque-sei anni fa, l’allegria e il brio erano scomparse dalle collezioni di moda e di pelletteria come reazione alla crisi che aveva ammazzato la voglia dei consumatori anche solo di indossare colori accessi e patchwork, portando anche i brand d’alta moda più stravaganti a ripiegare su t-shirt nere e pantaloni dalle linee semplici, al massimo con qualche strappo. Oggi, con la ripresa, la moda è tornata a riscoprire l’esuberanza, la gioia delle combinazioni di colori, forme e materiali, proprio quello che ha da sempre contraddistinto le collezioni Braccialini e lo stile Graziella. Noi ab-

IL LUSSO CONTEMPORANEO È CULTURE-ORIENTED

I

l lusso vive di differenze culturali, respira simbolismi, sensibilità e canoni estetici diversi a seconda delle latitudini. Lo sa bene Giacomo Gori, trade manager di Graziella, holding aretina attiva nel mondo dell’oreficeria e da qualche tempo anche in quello della moda con il marchio Graziella & Braccialini. «Il lusso si declina in modo molto diverso nel mondo occidentale, arabo, orientale o africano, nostri mercati di riferimento negli ultimi anni. Il gusto arabo per il lusso continua a

essere legato al gioiello in oro dalle linee leggere e accattivanti, mentre in Occidente ormai si parla solo di brillanti, fede e punti luce, gioielli minimal ma preziosissimi. Adattare la creatività a canoni estetici così diversi è la sfida più grande per noi, che proprio in Medio e in Estremo Oriente stiamo investendo molto, aprendo franchising in Senegal, Egitto, Turchia, Dubai. Il dialogo tra il settore creativo e commerciale è fondamentale per cercare di sviluppare e anticipare le nuove tendenze». ■

biamo creduto nella storia, nelle maestranze e nelle tante affinità che accomunano Braccialini e Graziella, fondate da due donne, Carla Braccialini e Graziella Buoncompagni, nello stesso periodo storico, la prima nel 1954 e la seconda nel 1958, entrambe in Toscana, una a Firenze, l’altra ad Arezzo, con target super segmentati e prodotti molto riconoscibili. Queste affinità hanno reso possibile un matrimonio aziendale contrassegnato da nuove linee di sviluppo». Com’è nata la scelta di lanciare la holding Graziella nel mondo della moda, andando oltre i confini della gioielleria? «A partire dal 2012 abbiamo deciso di intraprendere questa strada perché il mondo dell’oro ci sembrava in crisi, con un futuro sempre più incerto a causa della concorrenza di mercati e produttori emergenti. Per diventare un brand internazionale del luxury avevamo bisogno di ampliare l’offerta. Così, nel 2013, è nata la linea di pelletteria e orologeria a marchio Graziella. Nel 2017, quando si è profilata la possibilità di acquisire Braccialini, abbiamo investito 16 milioni di euro per portare le metallerie e la bigiotteria made in Arezzo in uno dei migliori esempi di pelletteria fiorentina creativa. Siamo la terza generazione di famiglia in azienda, dobbiamo tracciare la strada per i prossimi

LA SFIDA

Abbiamo investito 16 milioni di euro tra acquisizione e sviluppo per portare le metallerie e la bigiotteria made in Arezzo in uno dei migliori esempi di pelletteria fiorentina creativa, Braccialini 20-30 anni con progetti a lungo termine». Com’è andato il primo anno della Graziella & Braccialini? «Dopo la gestione commissariale, la situazione della Braccialini era molto peggiore di come ce l’aspettavamo. La prima cosa che abbiamo fatto è stata ridare la giusta qualità e creatività al prodotto. Adesso ci stiamo concentrando sulle riaperture dei negozi, direttamente o in partnership. L’obiettivo è portare il nuovo marchio Graziella & Braccialini dove merita. Ad un anno di distanza con la prima collezione interamente ideate e venduta da noi, siamo arrivati a +20 per cento rispetto all’anno procedente». ■ Alessia Cotroneo


Osservatorio sul lusso Maggio 2018 • Pag. 14

I Saloni

Lo sguardo “winter” di Lineapelle È quello che offrirà l’edizione numero 95 della fiera leader del settore conciario, annunciando i trend stilistici alle porte. Internazionalità e innovazione le parole d’ordine della rassegna, che scatterà a Milano dal 25 settembre ancerà lo stile invernale che sarà in voga nella stagione 2019/2020 l’edizione numero 95 di Lineapelle, secondo round annuale della più importante rassegna internazionale dedicata ai settori pelli, accessori, sintetici, tessuti e modelli per calzatura, pelletteria, abbigliamento e arredamento. In pista dal prossimo 25 settembre fino al 27 nel quartiere fieristico di Milano, che la accoglierà in oltre 47 mila mq di superficie espositiva, l’edizione Winter 2018 di Lineapelle definirà il perimetro fashion della prossima stagione fredda, fornendo stimoli innovativi lungo tutta l’area fieristica che marcherà ancora di più il suo profilo internazionale. Consolidando una forza attrattiva verso l’italian style che è la stessa espressa da un’industria conciaria che, a differenza di altri settori, non ha perso la sua centralità al netto delle nuove dinamiche globali. «Gli esempi di aziende che si sono spostate all’estero sono pochissimi – osserva Fulvio Bacchi, amministratore delegato di Lineapelle – e, generalmente, di scarso successo. Questo perché il settore

L

della conceria richiede un controllo continuo dal momento in cui vengono acquistate le materie prime fino alla vendita del prodotto finale». UNA FINESTRA SUI “LEATHER CONCEPT” DEL FUTURO L’internazionalità dunque, sarà il biglietto da visita della manifestazione anche nel-

la tornata di settembre, con un programma del quale al momento non si conoscono i dettagli, ma che nell’appuntamento primaverile della kermesse ha già annunciato la principale novità che attenderà i visitatori. Si tratta di Lineapelle Innovation Square, un evento di tre giorni all’interno della fiera, destinato a raccogliere e mostrare nuove e selezionate tecnologie e soluzioni di business ritenute di particolare rilevanza per i settori di riferimento della nostra manifestazione. Come una finestra aperta sul futuro, in questo inedito spazio verranno svelate agli operatori professionali i concept e le idee più all’avanguardia nel campo delle scienze dei materiali, delle biotecnologie, delle interazioni uomomateriale, modelli di business innovativi, capacità e competenze del futuro. Contestualmente, un gruppo selezionato di università internazionali, istituti di ricerca e aziende altamente innovative presenterà casi di studio, illustrerà risultati analitici, verificherà possibilità di cooperazione, nuove proprietà e nuove funzionalità per lo sviluppo dell’industria di fascia alta e del lusso del futuro.

UN PERCORSO DI TENDENZE ANCHE IN VERSIONE SOCIAL L’attenzione ai risvolti innovativi e tecnologici non riguarderà tuttavia solo i processi produttivi, ma si rifletterà anche nel potenziamento della dimensione “social” della manifestazione, che esalterà la sua funzione di fashion influencer in continuità con Lineapelle93, che già aveva aperto la strada in questo senso. Lo farà elaborando un percorso ragionato di tendenze, in cui gli stimoli creativi giocheranno a intrecciare visioni classiche con suggestioni più estrose e coraggiose e insistendo sul valore emozionale dei materiali e delle armonie cromatiche. Una ricchezza di contenuti che si potrà apprezzare sia attraverso installazioni video all’interno dei padiglioni, sia in versione digitale accedendo ai canali Facebook, Twitter, Instagram della manifestazione, dove saranno caricati filmati e gallery fotografiche per raccontare in tempo reale e in modo smart quanto accadrà tra gli stand. Da Google Play e Apple Store, infine, sarà possibile scaricare la app mobile che, una volta caricato l’e-ticket, permetterà di accedere in fiera, visionare il catalogo e organizzare la propria visita. ■ Giacomo Govoni

Numeri, bene il “primo round” 2018 Un flusso di visitatori provenienti da 109 Paesi e superiore alle 20 mila unità. È l’incoming complessivo registrato a febbraio da Lineapelle94, trade show milanese che ha confermato la sua leadership internazionale per l’industria globale del fashion&luxury. Tenutasi a Fieramilano Rho in concomitanza con il Simac Tanning Tech, salone dedicato ai macchinari e tecnologie per le industrie calzaturiera, pellettiera e conciaria, l’ultima edizione di Lineapelle ha puntato i riflettori sulle tendenze per la stagione primavera-estate 2019, celebrando il tema Empathy elaborato dal Comitato Moda e proponendo in anteprima le collezioni di 1254 espositori giunti da 45 Paesi diversi. Da segnalare la crescita del 6 per cento dei buyer francesi e, all’opposto, il calo atteso del 30 per cento di quelli cinesi per via delle festività di Capodanno.

Picchi di pubblico per gli stand che hanno esposto campionari evoluti e stilisticamente coerenti con le tendenze estive 2019, ma anche aggressivi sotto il profilo della varietà e degli accessori. Molto attiva si è rivelata in particolare la pelletteria, dal lusso ai segmenti inferiori, che ha imposto ai fornitori un costante upgrading in termini di flessibilità e rapidità, mentre più tiepida si è mostrata la proposta delle calzature. In ambito convegnistico infine, hanno riscosso grande interesse il seminario “La Concia e i prodotti chimici”, promosso dall’Unione nazionale industria conciaria e dalla Confederazione europea dei conciatori e la presentazione di Lineapelle Innovation Square, selezionato incubatore di idee e soluzioni innovative che troverà spazio a Lineapelle95 di settembre.


Osservatorio sul lusso Maggio 2018 • Pag. 16

Leather & luxury

Intermediazioni made in Italy ualità inconfondibili che derivano da una certificata lavorazione italiana. È questo il valore aggiunto delle pelli prodotte nella Valle del Chiampo in provincia di Vicenza: la certezza di prodotti di alto livello, affidati alle mani di persone esperte. Nata nel 1998, come agenzia di intermediazione nel mercato delle pelli grezze, la ditta Quid successivamente si è specializzata nell’organizzazione dell’approvvigionamento per conto della propria clientela. In particolare, l’azienda individua e prepara i materiali grezzi, il wet blue e il crust. «Pelli che hanno una particolarità rispetto alle altre spiega il titolare dell’azienda Riccardo Masiero -. Sono scelte da personale professionista con criteri di alta qualità». Da dove nasce il nome dell’azienda e qual è la filosofia che l’innerva? «Il nome dell’azienda prende spunto da una frase latina: “Ne quid nimis” ossia, “di nulla troppo”. Nella scelta di questa denominazione vi è anche condensata la filosofia aziendale che potrebbe essere sintetizzata con la frase: “Non bisogna esagerare in niente”. Il messaggio sotteso è che non bisogna impiegare l’esagerazione come metro per ottenere l’esaltazione di qualità: il brand si costruisce con l’abnegazione, l’impegno quotidiano e la trasparenza. Lo stesso principio lo applichiamo negli anni di attività che parlano per l’azienda, presente e consolidata anche in mercati difficili quali i Paesi dell’Est». Quali sono le principali attività aziendali e in quali settori trovano ap-

Q

LA CONCIA

Avviene utilizzando prodotti chimici certificati e rigorosamente rispettosi delle normative europee e internazionali in materia

Il valore aggiunto del know how italiano, in molti comparti, è aspetto ormai noto. Nella conceria, in particolare, rappresenta un valore aggiunto rispetto ai competitor internazionali. A cominciare dalla selezione delle materie prime. L’esperienza di Riccardo Masiero

Riccardo Masiero, titolare di Quid con sede a Chiampo (Vi) - www.quiditalia.it

plicazione? «Le attività in cui è specializzata Quid Italia sono quelle dirette alla preparazione della materia prima e al continuo aggiornamento dei clienti. In azienda manteniamo alti standard qualitativi ma soprattutto creiamo un rapporto di fiducia tra compratore e venditore. I settori in cui le nostre pelli trovano applicazione sono variegati e spaziano da quello delle calzature alla pelletteria fino alla carrozzeria». Garantire alti standard qualitativi non è semplice, come avviene la selezione delle pelli? «La selezione delle pelli avviene direttamente nei paesi di origine dove la materia prima è prodotta. Vantiamo collaborazioni con personale molto preparato in loco, il quale è appositamente formato per procedere ad una scelta sulla base delle specifiche richieste di ciascun cliente». Quali sono le principali fonti di approvvigionamento delle materie prime e a quali requisiti devono rispondere per poter garantire un prodotto di qualità? «Le principali fonti di approvvigionamento sono i macelli e le concerie. Si tratta di realtà a cui ci rivolgiamo da decenni e proprio per questa ragione siamo sicuri della qualità dei materiali forniti. Questi possiedono produzioni standardizzate e in tal modo sono in grado di garantire prodotti di qualità e al contempo affidabilità».

Le pelli utilizzate devono essere sottoposte a particolari processi di lavorazione prima di essere commercializzate, quali? «Sì, in particolare per la concia la quale avviene utilizzando prodotti chimici certifi-

I mercati di riferimento I principali paesi da cui la Quid di Riccardo Masiero seleziona direttamente le materie prime sono Ucraina, Uzbekistan, Bielorussia, paesi Baltici e Russia, dove in particolare l’azienda si è specializzata creando un brand di qualità indiscussa rispetto alla concorrenza. Le materie prime, una volta selezionate, vengono portate in Italia dove avviene ogni fase della lavorazione. Ottenuto il prodotto finito, i mercati di riferimenti in cui questo viene commercializzato sono invece prevalentemente quelli europei: Italia, Spagna, Polonia, Portogallo e anche India.

cati e rigorosamente rispettosi delle normative europee e internazionali in materia. Contestualmente, io stesso e il mio team effettuiamo regolarmente test al fine di garantire che i prodotti siano conformi alle richieste della clientela».

L’azienda si avvale di tecnologie avanzate nella fase della lavorazione delle pelli. Quali macchinari ritiene maggiormente innovativi? «L’azienda per sua filosofia impone ai propri fornitori, così come ai dipendenti, il continuo aggiornamento e la conoscenza dei principali macchinari impiegati in ognuna delle fasi di lavorazione. La nostra azienda più che macchinari innovativi, deve mettere a disposizione persone innovate e offrire sempre competenza e informazioni corrette». Ci sono particolari richieste da parte del mercato? «La principale richiesta del mercato per un’azienda come Quid Italia è sicuramente l’affidabilità sia in fase di trattativa che nella consegna del prodotto finale. Si tratta di una garanzia imprescindibile soprattutto nella fase di proposta di ogni materiale con offerte chiare e precise, che corrispondano poi a tutto ciò che la clientela acquisterà. Il mercato delle pelli è decisamente un settore specializzato, soprattutto, nei casi in cui le aziende sono chiamate a garantire articoli di alta gamma, trovandosi parallelamente ad operare in un contesto in cui il made in Italy assicura un valore aggiunto rispetto ai competitor internazionali. Valore aggiunto che non si trova solo nel prodotto finale, ma fin dall’iniziale intermediazione tra acquirente e venditore». ■ Luana Costa


Osservatorio sul lusso Maggio 2018 • Pag. 18

Leather & luxury

Artigiani pellettieri 4.0 L’azienda marchigiana Tigamaro punta su formazione e innovazione per ripopolare il distretto pellettiero del Tolentino e rispondere alle richieste crescenti del mercato del luxury che su scala mondiale ha “fame” di made in Italy l settore produttivo della pelletteria per i brand del lusso è uno degli asset trainanti del made in Italy. La tradizione nella lavorazione delle pelli per le realizzazioni di piccola e media pelletteria nel Belpaese accomuna in particolare tre distretti con esperienze plurisecolari: quello toscano, quello campano e quello veneto-marchigiano. Non a caso, le case di moda di tutto il mondo e i grandi produttori del luxury richiedono le competenze pellettiere delle maestranze specializzate italiane, capaci di coniugare tecnica, buon gusto e attenzione maniacale al dettaglio, che nel lusso è proprio uno dei presupposti per fare la differenza. Per salvaguardare questo patrimonio culturale, produttivo ed economico, da qualche anno l’azienda Tigamaro, presente nel distretto pellettiero del Tolentino fin dal 1982, ha lanciato un’Academy interna, a cura dei suoi migliori maestri pellettieri, per formare talenti locali nell’arte della pelletteria, svelando i segreti delle lavorazioni più storicizzate ma anche le competenze che una produzione moderna e industriale non può ignorare. Ne parliamo con Luca Bortolami, dal 2015 Ceo di Tigamaro, con un background fortemente orientato all’innovazione. Qual è l’obiettivo di questa iniziativa? «Tigamaro vuole evitare la desertificazione produttiva e dei saperi nel territorio. Dopo il terremoto, molti dei nostri clienti più eccellenti ci hanno

I

Luca Bortolami, Ceo di Tigamaro. L’azienda ha sede a Tolentino (Mc) - www.tigamaro.it

LA MISSION

Un portafoglio o una borsa non sono semplici oggetti ma simboli dell’eccellenza made in Italy. Dietro al saper fare c’è una cultura che non possiamo rischiare di perdere per colpa del ricambio generazionale chiesto come potevano aiutarci, noi abbiamo risposto che c’era bisogno di creare opportunità di lavoro. La Tigamaro Academy nasce proprio con l’obiettivo di formare i nuovi mastri artigiani del futuro e creare tessuto produttivo locale, reclutando giovani che vengono formati e introdotti in azienda. Nell’ultimo anno abbiamo formato circa 60 persone assumendone 42. A inizio maggio partirà un’altra academy interna per 16 figure già selezionate, contiamo di assumerne una decina. Per noi è un grande sforzo ma ci consente di lavorare sulla formazione di nuove maestranze locali e sulla valorizzazione di chi è già in azienda attraverso l’aggiornamento e l’opportunità di trasmettere il proprio saper fare». La Tigamaro Academy nasce dal sogno di ripopolare il distretto produttivo marchigiano o dalla necessità di manodopera specializzata per rispondere a richieste di mercato in aumento? «Dal sogno e dalla richiesta di mercato insieme. Ci siamo resi conto che le professionalità legate alla manifattura pel-

lettiera nel distretto marchigiano si stavano perdendo ed è un peccato perché permettono all’Italia di essere un’eccellenza mondiale. Ma non è solo una questione di prestigio: l’economia e il

territorio hanno bisogno di questi artigiani. Il mercato del luxury è in crescita su scala globale, abbiamo richieste di lavoro per più del doppio dei volumi attuali e per soddisfarle ci servono artigiani 4.0». Come si declina il concetto di lusso nella pelletteria? «Estrema qualità, attenzione al dettaglio e costruzione maniacale del prodotto, con cura artigianale e selezione della materia prima. Lavorando per i più importanti marchi del lusso internazionali, per cui realizziamo le prime linee di piccola, media e grande pelletteria (seguendo tutte le fasi all’interno dell’azienda), sappiamo bene come il made in Italy di assoluta qualità nei prodotti, nelle maestranze e nei processi produttivi a questi livelli sia già di per sé sinonimo di lusso». Quali sono i progetti più impegnativi in cui si è cimentata Tigamaro negli ultimi anni? «La nostra maggiore scommessa è stata focalizzare l’azienda sui flussi produttivi. Abbiamo introdotto la lean production ma soprattutto ci siamo trasformati da azienda produttrice di articoli di piccola e media pelletteria a industria pellettiera, pur mantenendo l’artigianalità in prodotti fatti a mano per il 75-80 per cento delle lavorazioni. Oggi Tigamaro è piena di sensori, sappiamo esattamente dove si trova un prodotto, dall’inizio alla fine della produzione. In ogni istante, per ogni singolo prodotto siamo in grado di conoscere il costo di lavorazione e praticare tutti gli aggiustamenti utili a migliorare in termini di produttività complessiva. Ma soprattutto è la velocità nei tempi di reazione a fare la differenza. In un mercato come quello del fashion, che viaggia ai ritmi elevatissimi, i tempi decisionali si misurano in termini di ore e di minuti». ■ Alessia Cotroneo

Premio Innovazione Smau 2017 e Factory Brand Il 24 ottobre 2017 l’Osservatorio Smau FieraMilanocity ha assegnato il Premio Innovazione al progetto Tigamaro Academy, indicato come «un caso di successo marchigiano per l’attrazione degli investimenti, per la creazione di reti fra imprese, per la valorizzazione del capitale umano e per il marketing territoriale: la ricetta innovativa per salvare il distretto pellettiero marchigiano». Ma non c’è solo l’Academy negli orizzonti formativi dell’impresa, che sempre lo scorso anno ha realizzato il progetto didattico Tigamaro Factory Brand con gli studenti Polimoda del III anno dei corsi di footwear and accessories design e di fashion design. Il progetto ha premiato con una borsa di studio e uno stage di formazione in spazi appositamente predisposti nella sede di Tolentino e nell’internal startup Tlab a Scandicci la proposta stilistica più innovativa e sostenibile per una borsa maschile o unisex. «Tlab – spiega il Ceo Luca Bortolami – sperimenta in autonomia rispetto alle logiche aziendali per creare un nuovo e dinamico approccio, in risposta alla costante mutevolezza del mercato della moda e del lusso. La richiesta di mercato maggiore in questo periodo proviene dal comparto uomo, in cui la richiesta di prodotti piccoli, medi e grandi di pelletteria è in forte crescita».


Osservatorio sul lusso Pag. 19 • Maggio 2018

Fare rete, un valore aggiunto n un mondo altamente industrializzato, la vera sfida si gioca sulla qualità del prodotto e sulla capacità di rendere il miglior servizio possibile al cliente. È quest’ultimo, infatti, che in un’ottica di selezione e di valutazione, esprime giudizi che si ripercuotono sulle tendenze di mercato. Riuscire a tenere assieme i due aspetti – gli orientamenti generali e le specifiche richieste - è ciò che quindi può fare la differenza consentendo alle aziende di radicarsi sul mercato e divenire veri e propri punti di riferimento. «Poniamo attenzione ad entrambe le dinamiche - spiega Paolo Castaman, direttore della Ilsman, realtà specializzata nella produzione e nella commercializzazione di pelli per arredamento e pelletteria -. Conoscere le tendenze del mercato è indispensabile per poter essere propositivi e dinamici in un settore che richiede aggiornamenti e cambiamenti veloci. Avendo sviluppato forti partnership con tutta la filiera, dalla materia prima al prodotto finito, curiamo il singolo prodotto del singolo cliente valutando assieme le migliori soluzioni che ogni fase o azienda coinvolta nel progetto può proporre». Il vero punto di forza dell’azienda vicentina è, infatti, quello di poter contare su una completa e affidabile rete di partnership. «Abbiamo creato un sistema coordinato che raggruppa, in un pool di aziende, le diverse fasi della lavorazione della pelle e che rappresenta una struttura integrata per far fronte alla richiesta del mercato e alle nuove proposte. Le aziende coinvolte rappresentano eccellenze sotto il profilo della qualità e dell’affidabilità, in altre parole garantiscono la specificità del percorso tracciato fin dall’origine». La Ilsman può contare su diverse unità operative, ognuna specializzata in produzioni specifiche in base alle richieste del cliente. In particolare, in base al materiale da realizzare, possiamo destinare la produzione all’unità più idonea. Possiamo così soddisfare il mondo della pelletteria con lavorazioni delicate e alla

I

È attraverso un completo e affidabile sistema di imprese che si riescono a garantire prodotti di alta qualità e con caratteristiche tecniche invidiabili nei settori dell’arredamento e della pelletteria

Ilsman ha sede a Montebello Vicentino (Vi) www.ilsman.com

moda, dell’arredamento d’interni di alta gamma o più indirizzato alle famiglie, prodotti per l’automotive o il settore nautico. A monte sono stati poi stretti accordi per la fornitura delle materie prime. Disponiamo principalmente di tre fonti: ci approvvigioniamo di pelli bovine da fornitori europei leader dell’alta gamma, importiamo dal Brasile merce selezionata direttamente all’origine da nostri collaboratori italiani, infine utilizziamo pelli di bufalo semilavorate provenienti da una conceria Pakistana dove la messa a punto degli articoli da noi richiesti sono stati messi a punto da tecnici italiani con l’utilizzo di prodotti chimici anch’essi italiani. Grazie alla collaborazione con questi tre fornitori disponiamo di tutta la materia prima necessaria da trasformare all’interno delle concerie e da vendere, poi, al cliente finale. Gli intermediari tra la nostra realtà e il cliente finale non assolvono alla semplice funzione di rappresentante ma creano uno stretto legame tra l’azienda che ha interesse ad acquistare il prodotto finito alla nostra realtà. In tal modo, mettendo assieme come in un puzzle le diverse tessere, si riesce

LA MATERIA PRIMA

Importiamo dal Brasile merce selezionata direttamente all’origine da nostri collaboratori italiani e utilizziamo pelli di bufalo del Pakistan messe a punto da tecnici italiani con l’utilizzo di prodotti chimici italiani

a creare e garantire un prodotto mirato e idoneo alle richieste dal punto di vista tecnico, qualitativo e sotto il profilo del prezzo. È un procedimento può apparire più complesso ma è sicuramente più completo e affidabile. Non siamo una realtà che offre un pacchetto precostituito o un prodotto standard». Da questo sodalizio nasce la forza della Ilsman, oggi leader nella commercializzazione di articoli di alta qualità destinati soprattutto all’arredamento. «Questo settore – prosegue Paolo Castaman - è sicuramente il nostro core business. Pur essendo la nostra una realtà abbastanza giovane, nasce però da una forte esperienze maturata in oltre quarant’anni nell’arredamento, che recentemente si è evoluta abbracciando anche il campo della pelletteria. La nostra è una realtà molto conosciuta in particolare per la propositività: cerchiamo di sviluppare un ampio ventaglio di articoli, siamo molto attenti ai trend del mercato e al contempo tentiamo di distinguerci dalle altre realtà proprio per l’alta diversificazione dei prodotti offerti. Il nostro mondo si distingue in un due grandi realtà – spiega il titolare -: chi deve realizzare prodotti il più economici possibili ma mantenendo alti standard quantitativi e chi, come noi, mira alla qualità e al servizio al cliente per creare prodotti nuovi, alternativi e innovativi. Tutte le aziende della nostra filiera poi utilizzano prodotti sempre meno dannosi per l’ambiente, limitando lo spreco di energia e puntando ad aumentare la riciclabilità. Ilsman ha ricercato tutte queste caratteristiche affidandosi a partner di alto profilo professionale, affidabili e fortemente specializzati».■ Luana Costa

La partnership nella stampa digitale La più recente partnership è con Studi Marchesini leader nelle stampe digitali. Con questa azienda la Ilsman ha creato un’innovativa linea di pellami. Si differenzia per aver perfezionato un procedimento esclusivo che fornisce garanzie standard ben superiori a quanto presente oggi sul mercato. Si tratta di lavorazioni in all over o piazzate a misura per il mondo della pelletteria, calzatura ed arredo. Da pochi mesi è operativo un nuovo impianto stampa che permette soluzioni innovative, di qualità a prezzi accessibili. Il reparto grafico garantisce la possibilità di personalizzare e sviluppare qualsiasi progetto con massima riservatezza, il tutto monitorato da uno staff tecnico altamente qualificato.


Al servizio della moda Cos’è che fa grande il made in Italy del fashion? Federico Masiero offre uno spaccato delle produzioni nazionali di pellame a partire dal proprio esempio professionale a qualità dev’essere quella garantita da secoli di tradizione, l’innovazione quella che deciderà il prossimo futuro. Se c’è un motivo dietro alla leadership italiana nel campo della moda mondiale si trova proprio in questa continua tensione, mai risolta, che porta a nuovi modi a partire dall’intramontabile. Questo non vale solo per le grandi case e i marchi più conosciuti. Anzi, forse il discorso si riferisce in modo più diretto alle piccole medie realtà cui i nomi dell’alta moda fanno riferimento per le proprie creazioni. È il caso della vicentina FL Leather, che produce pelli per pelletteria, calzature e abbigliamento, di cui ci parla uno dei titolari,

L

Federico Masiero. «FL Leather da sempre persevera nel seguire un percorso improntato su esperienza, professionalità, passione e know how– spiega Masiero –. È mantenendo alti i suoi standard qualitativi che l’azienda è riuscita a imporsi nel settore delle pelli. E saper interpretare le nuove esigenze del mercato è un requisito importante in un settore competitivo come quello della moda. La moda è mutevole per definizione, per questo è fondamentale saper anticipare i tempi e cogliere prontamente i desideri dei clienti». Altrettanto importante è disporre di nuove tecnologie che aiutino a ottenere prodotti di qualità e originalità assoluta. «Da

FL Leather ha sede a Trissino (Vi) www.flleathersrl.com

questo punto di vista – continua Masiero –, offrono uno splendido esempio il nostro Wet Processing e il Finishing che realizziamo. Per il primo, l’acquisto di materia prima unito alle lavorazioni di riviera, tintura e asciugaggio garantiscono un valore aggiunto alla pelle. Nel secondo, la tecnologia unita all’antica tradizione garantisce un prodotto unico e all’avanguardia. A questo si deve aggiungere una cura maniacale nella supervisione di tutti i processi, una selezione severa di ogni prodotto e la scelta di una materia prima eccellente». La ditta, inoltre, offre un innovativo servizio: F.L. Ready. «Il mercato mondiale e il settore della moda, in particolare, richiede sempre più dinamicità e tempestività nella gestione degli ordini. È da questa esigenza che è nata l’idea di offrire un servizio espresso di magazzino rapido e in pronta consegna. Offrire un servizio tempestivo non significa venire meno ai canoni di qualità garantiti dall’azienda. La nostra professionalità e la passione per il nostro lavoro ci permettono di evadere gli ordini in tempi molto brevi per fare fronte alle esigenze della clientela. La nostra soddisfazione è riuscire a dare ai nostri committenti un prodotto di assoluta qualità in tempi ridotti». ■ Remo Monreale


Osservatorio sul lusso Pag. 21 • Maggio 2018

Tecnologie per il follonaggio ietro ogni prodotto di alto livello ci sono tempo e attenzione, c’è l’intento di privilegiare sempre la qualità rispetto alla quantità, c’è l’obiettivo ultimo di offrire al cliente il migliore risultato. Una missione difficile, che può essere alleggerita da soluzioni tecnologiche avanzate e di facile utilizzo, concepite proprio per migliorare la qualità del lavoro e trasformare ogni compito in una nuova opportunità. Ne sa qualcosa Fabio Gecchele di Revomec, azienda nata nel 2011 nel distretto conciario di Arzignano, che progetta, costruisce e commercializza macchine per la lavorazione delle pelli, dedicate a una delle fasi finali del processo di concia: la rifinizione o nobilitazione. Eseguita appunto per nobilitare l’aspetto del pellame e proteggerne la superficie, si tratta di un insieme di lavorazioni meccaniche e chimiche sulla pelle asciutta. Tra le varie operazioni messe in campo, la bottalatura (o follonaggio) è un trattamento delle pelli che avviene nel bottale attraverso un’azione combinata di sbattimento meccanico e di controllo dei parametri termodinamici, con l’eventuale aggiunta di ausiliari chimici. Le pelli in questo modo vengono ammorbidite, la loro grana è evidenziata e stabilizzata, la superficie depolverata, il tenore di umidità regolato opportunamente e la “mano” o il tatto modificati a volontà. «Realizziamo e vendiamo bottali di follonaggio sconosciuti al settore e coperti da brevetto spiega Gecchele -. L’azienda può contare sulla grande esperienza del personale, specializzato nel trattamento dei pellami, e fornisce ai suoi clienti consulenza e assistenza tecnica continue, come supporto alla scelta delle macchine e al loro utilizzo più efficiente. Provvediamo all’assemblaggio della macchina, alla consegna e all’installazione in loco e, quando richiesto, anche alla formazione tecnica degli operatori che dovranno utilizzarla. Le consegne sono un nostro punto d’orgoglio, in quanto siamo in grado di garantire i tempi

D

È un mercato in crescita legato al lusso, quello della lavorazione delle pelli, che necessita di tecnologie sempre più avanzate. Fabio Gecchele illustra gli ultimi sviluppi nel campo dei macchinari destinati al settore botti Dharma per la loro compattezza, praticità e affidabilità nella produzione e nel controllo del processo di bottalatura - precisa Gecchele - Queste macchine, infatti, assicurano una regolazione veloce, tempi minimi di programmazione e un basso consumo energetico. Sono anche dotate del sistema brevettato Re-Wash, che lava e igienizza in modo automatico il bottale». Le botti di follonaggio della gamma Md, completamente coibentate, sono innova-

IMPIANTI DI RIFINIZIONE

Affidabili e resistenti, sono ideali per diversi settori applicativi, dalle calzature all’abbigliamento, dalla pelletteria agli articoli moda, dall’arredamento agli interni di automobili, aerei e navi Revomec ha sede a Trissino (Vi) www.revomec.com

su misura richiesti dal cliente». Dharma, Md e Md-Su: sono tre le linee di prodotto sulle quali Revomec ha investito, e tuttora investe, il suo impegno e la sua ricerca per dare ai clienti impianti di rifinizione costruiti con materiali selezionati e tecnologie all’avanguardia, facili da utilizzare e in grado di semplificare il lavoro del conciatore e migliorare la qualità della rifinizione. Le botti di follonaggio prodotte da Revomec, affidabili e resistenti, sono ideali per diversi settori applicativi, dalle calzature all’abbigliamento, dalla pellet-

L’ESPERIENZA DELLE PERSONE

R

evomec può contare su una grande esperienza nella rifinizione dei pellami, nelle tecniche della bottalatura dei pellami, un lavoro eseguito grazie alla mescolanza di tecnologia e arte, sulle competenze specifiche del personale nella rifinizione della pelle e sulla fiducia dei suoi clienti, che da anni scelgono l’azienda per i prodotti di ottima qualità, oltre che per la consulenza e l’assistenza fornite dai tecnici in-

terni. L’elemento che più caratterizza l’azienda è il personale esperto, grazie al quale Revomec offre ai suoi clienti una consulenza completa sulla base degli articoli richiesti e del pellame da rifinire. Consulenza e assistenza tecnica, infatti, sono aspetti fondamentali del lavoro dei tecnici che aggiungono un importante valore ai bottali di follonaggio e garantiscono la  completa soddisfazione delle esigenze produttive dei clienti. ■

teria ai diversi articoli moda, dall’arredamento agli interni di automobili, aerei e navi. «Grazie alle nostre macchine - precisa Gecchele - è possibile lavorare pelli di diverse origini e varia natura: bovine, ovine e caprine, suine ed esotiche. Inoltre le possibilità di personalizzazione sono estreme, in base alle esigenze estetiche e funzionali del destinatario». Ma vediamo qualche dettaglio in più sulle tre linee di prodotto della Revomec. Le macchine della gamma Dharma sono state ideate per essere impiegate in laboratori e per la produzione di piccoli lotti di articoli di pregio. «Concerie e rifinitori utilizzano le

tive sia nel sistema di gestione del riscaldamento sia in quello di umidificazione e con la funzione di abbattimento delle polveri potenziata grazie al nuovo gruppo filtro. Anche la gamma Md-Su, come la Md, si presenta con una struttura a X che garantisce un eccellente bilanciamento e una notevole capacità di carico. «Grazie all’innovativa tecnologia utilizzata nella costruzione, questi bottali di follonaggio assicurano un’elevata resistenza e consumi energetici ridotti. Carico veloce e scarico automatizzato sono le ulteriori caratteristiche che li rendono una risorsa affidabile ed efficiente». ■ Viola Leone


Osservatorio sul lusso Maggio 2018 • Pag. 22

Leather & luxury Come una boutique Nel distretto delle pelli di Arzignano i materiali vengono importati da macelli selezionati di tutto il mondo. Rosa Pellami permette di scegliere i pellami di miglior qualità, tra un’ampissima offerta di magazzino n ingrosso della pelle dove i clienti sono in condizioni di rifornirsi in tempi rapidi con la certezza di ricevere prodotti di qualità. Proprio come una boutique: è questo il punto di forza della Rosa Pellami. La società attiva in tutto il mondo acquista le pelli grezze da macelli di fiducia, le quali vengono accuratamente conservate in frigoriferi o messe sotto sale prima di avviare il processo di lavorazione vero e proprio. Le pelli vengono, infatti, conciate utilizzando sempre la stessa ricetta garantendo un’alta qualità del servizio. «La nostra esperienza maturata in tanti anni di presenza sul mercato ci consente oggi di acquistare la pelle grezza da macelli di fiducia presenti in tutto il mondo, che vengono sottoposti ad una costante selezione - spiega il titolare Gianfranco Rosa -. Una volta importate, le pelli vengono conciate e trattate nel nostro distretto di Arzignano che è il più im-

U

portante nel mondo sia per la storicità che per la concentrazione di aziende presenti nel nostro settore. Proprio questa circostanza, che rappresenta un vero e proprio punto di forza, ci consente di affidarci ai terzisti locali più seri ed esperti della zona». Da sempre il polo industriale di Arzignano è sinonimo di qualità nel settore delle lavorazioni della pelle. Qui confluisce la migliore qualità di pelle proveniente da tutto il mondo già lavorata e accuratamente selezionata, destinata alle aziende italiane ed estere che producono articoli in tutti i settori per il loro mercato di riferimento. «Ovviamente, siamo ben consapevoli del fatto che sono proprio le persone a fare la differenza come in ogni lavoro. Per questo motivo io e i miei figli ci impegniamo costantemente con passione giorno dopo giorno anche affiancando i nostri operai specializzati durante la delicata fase finale del processo lavorativo, controllando personalmente la

Rosa Pellami ha sede a Arzignano (Vi) www.rosapellami.eu

selezione delle pelli che vengono successivamente suddivise e palettizzate per tipologia, qualità, taglia, spessore e destinazione di utilizzo. Sempre nella logica della trasparenza e del miglior servizio, le pelli vengono successivamente immagazzinate ma rimangono visibili a disposizione dei clienti che saranno poi liberi di scegliere prodotto per prodotto, prima della misurazione e dell’imballaggio finale». L’azienda può contare adesso anche sul valente contributo portato dai figli del titolare che con impegno ed entusiasmo ma anche sacrificio partecipano alla crescita e allo sviluppo innovativo di questa storica realtà senza mai trascurare la qualità del servizio. ■ Luana Costa


Osservatorio sul lusso Pag. 23 • Maggio 2018

uello della pelle è uno degli ambiti in cui il made in Italy è visto come un faro inarrivabile nel mercato internazionale. Stiamo parlando, ovviamente, di produzioni di qualità superiore: ma come si ottiene uno standard così elevato? Oltre a un know how che vanta tradizioni in alcuni casi secolari, l’indotto dietro ai grandi marchi esegue un lavoro che, per quanto lontano dalla luce dei riflettori, è semplicemente indispensabile. Ce ne offre un esempio Antonio Polato, alla guida di Officine di Cartigliano, azienda vicentina che studia, progetta e realizza macchinari per conceria, sterilizzatori a radiofrequenza per la pastorizzazione e sterilizzazione di prodotti alimentari ed essiccatoi per fanghi da depurazione e scarti umidi di aziende alimentari. «Cartigliano si dedica allo studio e alla ricerca – dice Polato – di tutte le operazioni che seguono la tintura e antecedono la rifinizione del-

Q

Conceria a regola d’arte Antonio Polato parte dalla propria esperienza imprenditoriale per spiegare una delle fasi principali della lavorazione del pellame, quella dell’asciugatura. Ecco quali sono gli elementi decisivi di una qualità indiscutibile di piedaggio, alta qualità e assoluta costanza per tutti i tipi di pelle, da mezzine a intere, per automotive, arredamento, calzaturiero e pelletteria. Il nostro know how, esperienza e tecnologia in Messico è a disposizione di tutti i clienti che necessitano un fornitore qualificato, certificato e specializzato nell’asciugaggio». Cartigliano Italia trasferisce continuamente alla Cartigliano de Mexico le proprie innovazioni, che vengono applicate ai processi produttivi per la produzione automobilistica. «Un’opportunità unica riservata in Messico, che è divenuto uno dei più importanti centri tecnologici al mondo, anche grazie al supporto di Cartigliano. Tutto il personale qualificato (a partire dai direttori di produzione, responsabili del controllo qualità e tutti gli operativi) in-

La storia dell’azienda Antonio Polato, alla guida della Officine di Cartigliano, ricorda gli albori dell’azienda vicentina. «La Officine di Cartigliano Spa nasce nel 1961 – dice Polato– da una felice intuizione del Commendator Corner assieme ai primi Soci, Giuliano Liotard, Luigi Turato e Antonio Bianchini. La gestione dell’impresa rimase per i primi 30 anni a Liotard e, fin dall’inizio, la Cartigliano si configurò come il risultato di una ricerca di equipe, tendente a esaminare la possibilità dell’utilizzo di una tecnologia alternativa nel processo di modificazione di stato del pellame conciato umido prima della rifinizione. La prima macchina realizzata fu l’unità sottovuoto per il trattamento delle pelli. Si incominciarono a ricercare le condizioni ottimali di umidità da ottenere prima e dopo tale trattamento, così come le condizioni di planarità, estensione in piedaggio senza impiego di telai a pinze, cercando di ottenere una buona morbidezza e (fondamentale per allora) correzione dei difetti del fiore. E lo stesso spirito innovatore ci contraddistingue ancora oggi».

Officine di Cartigliano si trova a Cartigliano (Vi) www.cartigliano.com

la pelle. A partire dal nuovo sottovuoto, che lavora sulla pelle a temperature molto basse (l’acqua evapora a meno di 30°C), la pelle viene asciugata in modo veloce ma allo stesso tempo gentile, rispettando le qualità naturali del prodotto; si passa poi al condizionatore per portarla in pochi minuti all’umidità residua desiderata (circa il 10 per cento). Siamo nati nel 1961, ma ieri come oggi il nostro intento è quello di nobilitare la pelle, donando un valore aggiunto, conferendo caratteristiche di planarità, estensione, rotondità e mano di alta qualità. Il tutto con sistemi in continuo, tempi certi di produzione, tracciabilità del prodotto». Dal 2006, Officine di Cartigliano è il maggior azionista della Cartigliano de México S.A. de C.V., una conceria situata a Leon e fondata nel 1992. «Non esiste alcuna struttura al mondo attrezzata come Cartigliano de Mexico – afferma Polato –. L’azienda opera come conto terzi per alcuni dei maggiori produttori di pelli per automotive. Grazie a queste collaborazioni, la Cartigliano de Mexico ha ottenuto tutte le certificazioni riguardanti il processo di asciugatura pelli che sono richieste dalle principali industrie automobilistiche. Tutti gli altri produttori di pelli automotive sono stati obbligati a seguire lo stesso processo di asciugatura Cartigliano, per poter adempiere pienamente ai requisiti richiesti dall’industria automobilistica». La Cartigliano de Mexico è con-

ASCIUGATURA

Sottovuoto e condizionatore portano la pelle all’umidità residua desiderata in pochi minuti: l’intero ciclo dura meno di 45 minuti tinuamente aggiornata, anno dopo anno, con le tecnologie Cartigliano di ultima generazione. «Questa struttura – continua l’imprenditore veneto – rappresenta la massima espressione di alta tecnologia e garantisce grande resa

carna la migliore unione tra tecnologia Cartigliano made in Italy, capacità produttive ed esperienze certificate. L’esperienza messicana e il rigore richiesto dall’automotive ci hanno permesso di capire direttamente nel campo le problematiche legate all’essiccaggio e riusciamo quindi a migliorare e aggiornare continuamente i nostri impianti. Per noi la soddisfazione maggiore è risolvere un problema, prima che il cliente sappia di averlo». ■ Elena Ricci


Osservatorio sul lusso Maggio 2018 • Pag. 24

Leather & luxury

I vantaggi dell’outsourcing BaBi Industria Conciaria viene definita dai suoi titolari una “conceria indiretta” che, distribuendo il pellame grezzo tra i terzisti, dà lavoro a tante altre aziende, contribuendo allo sviluppo del distretto della Valle del Chiampo uando si parla di pellame in Italia si intende un settore ampio che comprende aziende impegnate in diverse fasi della produzione: dalla concia al prodotto finito. Molte le aziende nate a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta che si sono evolute per restare nel mercato. È il caso della Bipel Pelli fondata nel 1978 da Paolo Biondi, dalla quale è nata la BaBi Industria Conciaria srl, di cui dal 2014 sono titolari i figli Ivan e Yuri Biondi. «Dopo aver venduto la società nel 2006, mio padre si dedicò per due anni al mercato immobiliare con la Babi Immobiliare, costituita nel 1991. Poi nel 2009, grazie a numerose richieste prove-

Q

Il distretto della pelle I distretti, come istituzioni territoriali tipicamente italiane, permettono di promuove gli investimenti incidendo fortemente sull’identità produttiva di un territorio. È il caso della Valle del Chiampo, nel vicentino, dove si è scelto di puntare sull’industria del pellame. Il distretto ha scelto di distinguersi valorizzando i rapporti interni alla filiera mettendo in contatto conciatori, produttori di macchine industriali e altri fornitori di servizi e prodotti; incentivando l’aggiornamento su tecnologie più sostenibili nelle fasi di produzione e puntando sul riuso degli scarti industriali. Grazie alla presenza del Centro di Formazione Professionale di Chiampo e dell’Istituto Tecnico Galilei si punta sulla formazione dei giovani del territorio. Rispetto ad altri, infatti, il distretto della pelle è caratterizzato da un alto contributo umano e da minore automazione.

gli ultimi anni siamo in espansione nell’area balcanica». Tanti sforzi per essere presenti alle principali occasioni di promozione del settore. «Già da due anni partecipiamo a Linea Pelle, una delle fiere più importanti nel settore conciario, inizialmente con uno stand da 50 metri quadri, mentre quest’anno abbiamo uno stand di quasi 200 metri quadri». BaBi Industria Conciaria Srl è quindi un grosso produttore di pellame in espansione che oltre all’usuale produzione di Arzignano, ha presentato una grande collezione di pelli per la piccola pelletteria realizzata a Santa Croce sull’Arno, in Toscana. Solo qui infatti si riesce a stampare la pelle su carta e realizzare l’applicazione di lamine, pallette e disegni sulla pelle. La volontà di fornire servizi e prodotti ad una vasta clientela, ha portato all’apertura di magazzini all’estero e alla presenza ad altre fiere. «Siamo stati presenti alla Fiera della borsa di Offenbach, a Francoforte sul Meno e ci saremo di nuovo ad ottobre. Lì

BaBi Industria Conciaria Srl si trova a Monticello di Fara (Vi) - www.babileather.it

nienti dal settore, incluse la possibilità di produrre e commerciare il pellame». Ivan Biondi racconta con orgoglio una scelta avvenuta nel periodo della crisi, che si è rivelata vincente: tornare al core business originario recuperando il know how nel settore del pellame e dell’arredo imbottito ha portato in otto anni, dal 2009 al 2017, a quadruplicare il fatturato con 20 milioni di euro annui. «Restiamo un’azienda a gestione familiare. Siamo in tredici tra soci, amministrativi e impiegati, ma riusciamo a produrre come un’azienda di cento persone, migliorando le vendite di anno in anno. I nostri clienti principali sono i grossi produttori di divani e arredo. Siamo fortissimi sul pellame destinato alla produzione di salotti e copriamo una gamma ampissima di prodotti per l’arredo imbottito, pelletteria, calzatura, pelli con lavorazioni particolari». La modalità produttiva è quella dell’outsourcing. Tutte le fasi produttive sono esternalizzate su diversi terzisti che curano tutto: dalla pressa alla rifinitura. «Noi compriamo il materiale grezzo dall’estero, lo stocchiamo nel nostro magazzino, lo selezioniamo e lo mettiamo in lavorazione su diverse linee produttive: calzatura, pelletteria e arredo imbottito. Abbiamo un magazzino ricco di pellame, ma non abbiamo una produzione interna. Per ottimizzare tempi e costi, abbiamo cercato di

esternalizzare l’intera filiera produttiva. Questo ci permette di essere un’azienda dinamica. Distribuendo il grezzo tra i terzisti infatti, evitiamo di bloccare la produzione combinando il rispetto dei tempi di consegna alla certezza dei costi». Una sorta di “conceria indiretta”, come ama definire l’azienda Ivan Biondi che dà lavoro a tante altre aziende, contribuendo allo sviluppo del distretto della Valle del Chiampo. Dal territorio vicentino, grazie ad un’accresciuta conoscenza del settore, BaBi Industria Conciaria Srl non dimentica il mercato italiano, ma si rivolge principalmente ai

mercati tedesco e scandinavo. «Il 96 per cento del nostro fatturato viene da paesi come Germania, il Nord Europa principalmente con i paesi scandinavi e anche l’Est Europa. Ne-

OTTIMIZZARE IL LAVORO

Distribuendo il grezzo tra i terzisti, evitiamo di bloccare la produzione combinando il rispetto dei tempi di consegna alla certezza dei costi

abbiamo lanciato una nostra produzione di borse e salotti che vogliamo promuovere nei prossimi mesi». Tanti investimenti con un ritorno interessante e richieste crescenti da clienti cinesi, indiani e turchi e altrettanti progetti per il futuro al quale si guarda valorizzando l’importanza dell’innovazione. «Nel distretto siamo in contatto con le ditte di prodotti chimici con le quali c’è uno scambio continuo di ricerca e informazioni per innovare le fasi di concia e riconcia. Innovare per noi significa fare una continua ricerca di materiali e conce sempre più naturali. Data la crescita nella richiesta di una produzione di pellame più sostenibile e meno inquinante, ci stiamo dedicando alle produzioni di pelle cromo free, molto più naturali e ideali per chi è allergico ai metalli in quanto si tratta di una pelle che non causa allergie e per chi ricerca la vera pelle “green”». ■ Patrizia Riso


Osservatorio sul lusso Maggio 2018 • Pag. 26

Lavorazione pelli

Il segreto del comfort in auto e vie del mercato sono infinite. Capita spesso che un’azienda nata con una vocazione viri poi, sotto la spinta delle richieste dei clienti, verso una specializzazione particolare che la porta in poco tempo a divenire un unicum nel panorama nazionale e quindi principale punto di riferimento per il settore. È così che un’azienda nata più di trent’anni fa con un’impostazione prevalentemente rivolta al settore della meccanica, ha iniziato ad occuparsi anche di altre attività, fin quanto queste sono diventate core business aziendale. «Noi viviamo di auto ma ci occupiamo anche di altro - conferma Patrik Rigodanzo, uno dei soci della Pellfor, società vicentina operante ad Arzignano nel settore delle pelli -. È necessario innanzitutto precisare che noi non vendiamo un prodotto ma un servizio che nel corso del tempo ha trovato moltissime applicazioni. La perforazione di pelli e tessuti è, infatti, un’attività che ha trovato inizialmente vasto impiego nel settore dell’abbigliamento e delle calzature, sfruttata per la capacità traspirante dei fori che venivano applicati sui materiali. Si tratta di un servizio che implica una lavorazione particolare e che ad oggi è indirizzato prevalentemente al settore dell’automotive». Larghissima espansione ha conosciuto infatti nel campo automobilistico. Le grandi società produttrici di vetture hanno, infatti, introdotto questa tecnologia per aumentare il comfort all’interno degli abitacoli. «La nostra attività specifica – continua - è quella di perforare i materiali, producendo dei piccoli fori, nello specifico sulla pelle,

L

La perforazione dei materiali è un’attività che ha conosciuto una rapida espansione. Dapprima impiegata solo nel settore delle calzature e dell’abbigliamento sportivo, successivamente ha trovato applicazione anche nelle sedute delle automobili. L’esperienza della Pellfor

LA MISSION

Pelifor ha sede ad Arzignano (Vi) - info@pellfor.it

per renderla traspirante. Lavoriamo prevalentemente per il settore sedute delle automobili producendo una lavorazione particolare. I campi di applicazione sono molteplici. Abbiamo iniziato a collaborare per i calzaturifici e per l’abbigliamento sportivo però adesso ci siamo spostati sul

settore auto. Molte delle sedute che vengono installate oggi passano dai nostri impianti di lavorazione di Arzignano. Si tratta nello specifico di alcune marche in particolare e di alcuni modelli di automobili». Il servizio produce un duplice vantaggio: aumentare la resi-

LA STRATEGIA IMPRENDITORIALE a Pellfor è una piccola azienda, forse l’unica in Italia che riesce a garantire risposte efficienti in tempi celeri. «Per ora investiamo poco sui piccoli clienti – spiega uno dei soci Patrik Rigodanzo - perché spesso questi si rivelano più un costo che un guadagno. Producono tempi morti che si riflettono negativamente sull’organizzativo e sulla produttività. Collaboriamo, insomma, prevalentemente con le grandi case automobilistiche lavorando laddove c’è più capacità e le lavorazioni sono più costose con l’obiettivo di massimizzare i guadagni». ■

L

stenza dei materiali che vengono applicati ai sedili rendendoli, al contempo, riscaldabili o rinfrescabili in base alla stagione. «Si tratta di accessori auto che sono diventati ormai un must have per gli abitacoli. I designer dei grandi gruppi automobilistici - prosegue - si sbizzarriscono inventando nuove forme o nuove applicazioni mentre a noi viene affidato il compito di progettarle e renderle concretamente funzionali rispetto ai modelli. Ciò che

I designer dei grandi gruppi automobilistici inventano nuove forme o applicazioni mentre a noi viene affidato il compito di progettarle e renderle concretamente funzionali rispetto ai modelli ci viene soprattutto richiesto è di rendere questo servizio compatibile con i costi di produzione cristallizzandoli in progetti capaci di trovare un riscontro in termini di fattibilità e di tempistica». La Pellfor vanta una lunga tradizione nel settore, di oltre trent’anni, sebbene nasca come azienda meccanica specializzata nella realizzazione di stampi. «All’epoca si producevano guanti forati allo scopo di recuperare i materiali di scarto, ad esempio quelli che non avrebbero potuto trovare applicazioni alternative. È poi un mercato – specifica Patrik Rigodanzo - che ha vissuto una rapida evoluzione e anche la nostra azienda si è sviluppata sull’onda di questa progressiva crescita. Al momento abbiamo numerose richieste sui servizi già esistenti ma anche volte alla creazione di nuovi prodotti. Possiamo ritenerci abbastanza soddisfatti dal momento che registriamo ogni anno una crescita del 10-15 per cento. Noi non possediamo una rete di vendita ma veniamo contattati direttamente dai clienti trattandosi di servizi rivolti prevalentemente ad una nicchia di mercato. Siamo costantemente

in contatto con diversi studi che si occupano dello sviluppo degli ambienti interni alle vetture ed è per tale via che ci commissionano la progettazione. Sulla base delle richieste ricevute costruiamo le attrezzature necessarie ai fini della buona riuscita del progetto. La nostra forza è la flessibilità, attualmente è necessario comprendere che per poter rimanere concorrenziali sul mercato bisogna avere disponibilità a cambiare, assecondando esigenze sempre nuove e imponendosi trasformazioni che possono anche non apparire semplici». L’azienda, che sta conoscendo una rapida espansione, guarda già al futuro: «Salvo eventi non programmabili abbiamo in mente di realizzare investimenti per ammodernare i macchinari e le attrezzature. L’obiettivo è acquistare tecnologie che ci consentano di esplorare nuove possibilità rimanendo sempre ancorati a questo settore di applicazione. Le richieste di mercato si orientano verso una maggiore precisione e riproducibilità e noi siamo orientati ad attrezzarci con macchinari che riescano a farci fare un salto di qualità». ■ Luana Costa


Osservatorio sul lusso Maggio 2018 • Pag. 28

Lavorazione pelli

L’innovazione nella rifilatura a tecnologia al servizio dell’artigianalità. Vi sono campi in cui neppure le più avanzate innovazioni riescono a garantire qualità ed efficienza e solo la mano attenta di personale specializzato può essere utilmente impiegata. Stiamo parlando del campo della concia e, in particolare, delle attività di rifilatura delle pelli. «La formula della nostra azienda punta ad abbinare esperienza e professionalità con le più recenti ed efficienti tecnologie nel settore della concia» spiega Vittorio Peruffo, titolare dell’omonima azienda operante nel vicentino. Quando nasce l’azienda e quali sono le principali attività? «Peruffo è una ditta specializzata nella lavorazione della pelle e, in particolare, la lavorazione di punta offerta è il servizio di rifilatura della pelle, un servizio che possia-

L

Le attività I servizi offerti dall’azienda sono la rifilatura della pelle che è una specialità, che avviene eliminando dal bordo le imperfezioni, i vizi e le parti inutili per conferire contorni regolari al prodotto e permettere la migliore lavorazione. Vi è inoltre la dimezzatura che consiste nel dividere la pelle a metà, in particolare quando è destinata all’articolistica del mercato calzaturiero, ma non solo. Non si può poi prescindere dalla garanzia della qualità, che viene assicurata con continui controlli e con la classificazione della pelle in base anche agli eventuali difetti presenti, per instradarla verso la giusta lavorazione di mercato.

Vittorio Peruffo, titolare dell’omonima azienda di Trissino (Vi) - www.rifilaturapelliperuffo.it

Un’attività molto complessa, che richiede specifiche competenze nel settore della concia e consiste nell’eliminare imperfezioni e vizi dai margini dei materiali. Ne parliamo con Vittorio Peruffo

mo ritenere di altissima qualità. L’azienda è nata più di vent’anni fa maturando nel corso del tempo una vasta esperienza nel settore. Si è sempre occupata di lavorazione delle pelli e adesso anche i figli sono stati coinvolti partecipando attivamente alle attività aziendali. I cambiamenti che hanno interessato il settore non ci hanno lasciato indifferenti, al contrario, abbiamo sempre puntato a rivitalizzare ogni processo interno mettendo contestualmente la tecnologia al servizio del lavoro manuale». L’azienda svolge queste attività in maniera innovativa o differenziata rispetto i competitor? «Le innovazioni che abbiamo apportato nel processo lavorativo ci hanno reso un’azienda con pochi competitor sul mercato. I tempi di produzione, il sistema e la qualità del lavoro così come lo abbiamo impostato ci consente di poter lavorare anche materiali pregiati, si tratta di pellame che possiede un notevole valore commerciale ed è proprio questa qualità che noi siamo in grado di offrire, a distinguerci sul mercato». In che cosa consiste, nello specifico, questo genere di lavorazione? «Dal bordo delle pelli eliminiamo ogni imperfezione o vizio che nelle successive fasi di lavorazioni potrebbero pregiudicare l’integrità e la qualità dei materiali ottimizzando così tutti i successivi processi produttivi. Ci sono, ad esempio, varie tipologie di pelli che possiedono più o meno valore commerciale in base alle imperfezioni che queste portano con sé. Le pelli di animali che, per le specifiche modalità di allevamento, non sono mai stati condotti all’esterno, non avranno alcun tipo di difetto, proprio questo è il genere di materiale in cui noi siamo specializzati perché dotati di una qualità superiore».

In che cosa consistono questi processi lavorativi che vi consentono di distinguervi sul mercato? «È principalmente una questione di tecnica e noi non amiamo divulgare i nostri sistemi di lavoro. In sostanza, la nostra primaria preoccupazione è quella di evitare che queste pelli possano essere danneggiate nelle fasi di lavorazione successive. Da qui discende la necessità di conoscere alla perfezione i punti dove è necessario intervenire con i tagli e dove devono essere eliminati alcuni particolari per renderla interamente utilizzabile». Si può dire che questa è la peculiarità dell’azienda? «Certamente sì. La differenza consiste nel fatto che le nostre lavorazioni consentono l’utilizzazione integrale del pellame, al contrario, se queste subiscono tagli, aumenta la possibilità che in una successiva fase di lavorazione sia soggetta a strappi o danneggiamenti che renderanno necessari ulteriori tagli e quindi una sensibile ridu-

zione delle dimensioni dei materiali». Quali sono i principali canali di approvvigionamento delle materie prime e quali i campi di applicazione? «La nostra azienda non acquista direttamente il materiale dal momento che ci viene fornito automaticamente dal cliente che ci commissiona le lavorazioni. I nostri servizi di rifilatura della pelle sono destinati ad ogni tipo di mercato: calzaturiero, pelletteria, carrozzeria, arredamento e abbigliamento. Oltre alla rifilatura provvediamo anche a effettuare i processi di dimezzatura fino alla scelta e alla cucitura gobbe di pelli wet blue, crust nelle varie tipologie come fiore, croste e sottocroste». Le attività vengono svolte con l’ausilio di tecnologie avanzate o si impiega ancora manodopera specializzata che garantisce un servizio artigianale? «Questo genere di lavorazione non consente l’impiego di macchinari che possano effettuarlo in maniera precisa così come fa la mano di personale specializzato. In particolare, se si tiene conto del fatto che le tecnologie non possiedono specifici programmi in grado di intervenire su eventuali danni cagionati nelle fasi di lavorazioni precedenti». Il mercato di recente ha subito cambiamenti o evoluzioni? Le aziende che operano in questo settore devono uniformarsi alle tendenze? «Ci troviamo indubbiamente di fronte a un settore radicalmente mutato. I nostri clienti sono sempre più esigenti e richiedono lavorazioni di qualità che solo attraverso un continuo aggiornamento è possibile garantire in maniera ottimale. Parallelamente anche la qualità delle pelli è aumentata, circostanza che ci ha indotto ad un costante perfezionamento». ■ Luana Costa

IL KNOW HOW

È necessario conoscere alla perfezione i punti dove intervenire con i tagli e dove devono essere eliminati alcuni particolari per rendere la pelle interamente utilizzabile


Osservatorio sul lusso Pag. 29 • Maggio 2018

Dalla concia, risorse preziose n’azienda dalla vocazione ecologica che è riuscita a trasformare un problema in risorsa. Non più rifiuti ma prodotti che possono nuovamente essere reimmessi nel ciclo vitale per produrre speciali fertilizzanti da adoperare nel campo dell’agricoltura. Il campo è avveniristico e apre una doppia strada: quella del riciclo di materiali altamente inquinanti a basso costo e quella della creazione di bio stimolanti in grado di arricchire terreni svigoriti dal massiccio impiego di prodotti chimici. Sicit 2000 ha intravisto questo sbocco diventando azienda leader e punto di riferimento a livello mondiale. «Sono due le società che

U

Il caso di Sicit 2000 insegna come dagli scarti della lavorazione della pelle si producano speciali fertilizzanti indirizzati all’agricoltura in grado di arricchire i terreni svigoriti dal massiccio uso di prodotti chimici e prodotti industriali in genere. Massimo Neresini spiega come

DAI WET BLUE

Estraiamo le proteine rompendo le catene degli amminoacidi per ottenere il prodotto finito ma esclusivamente da materiali che noi riteniamo riciclabili

sono fondamentalmente legale al settore della concia - spiega il direttore generale Massimo Neresini -. Sono la Sicit 2000 e Sicit Chemitech. Le nostre attività si svolgono in due diversi stabilimenti. Nel primo situato a Chiampo, ancora sede sociale dell’azienda, avvengono le lavorazioni dei sottoprodotti ottenuti dal processo di post-concia. Qui riceviamo tutto ciò che cade nella categoria di ri-

fiuti provenienti dal settore conciario. Ad esempio, in questo momento trasformiamo esclusivamente i materiali wet blue non ancora rifiniti. La ragione è molto semplice, noi estraiamo le proteine rompendo le catene degli amminoacidi per ottenere il prodotto finito ma esclusivamente da materiali che noi riteniamo riciclabili. Nella seconda sede di Arzignano avviene, invece, la lavorazione dei sottoprodotti ottenuti prima della concia. Si tratta di materiali organici di origine animale da cui otteniamo sia grasso che amminoacidi e peptidi. Le operazioni sono prevalentemente quelle di estrazione, purificazione e tra-

sformazione del collagene contenuto nel residuo organico. Questo stabilimento è ancora più strategico dal punto di vista delle attività chimiche e meccaniche che vi si svolgono. Ogni anno riceviamo circa centomila tonnellate di sottoprodotto di origine organica che trasformiamo poi in dodicimila tonnellate di grasso ogni anno e altrettanto idrolizzato proteico». Le attività aziendali sono orientate prevalentemente al settore agricolo e tecnico: «Il nostro core business – precisa Massimo Neresini – è la produzione di biostimolanti, cosa diversa dai fertilizzanti. Io preferisco inquadrarli, infatti, nella categoria degli integratori destinati all’alimentazione delle piante. Possiamo ben dire di essere tra i primi a sviluppare questo genere di prodotto». La strada è stata aperta inizialmente con l’intuizione del recupero del cromo dai rifiuti della concia, procedimento però tanto complesso quanto costoso che è stato infine abbandonato facendo però da apripista al recupero del collagene. «È a questo punto che nasce la Sicit – racconta il direttore generale - con l’idea di realizzare prodotti destinati, inizialmente, al mondo della zootecnia. Nel corso degli anni ab-

biamo messo a punto un processo che è stato successivamente inserito in legge dalla Comunità europea». Da qui la crescita esponenziale della società che ha raddrizzato il tiro puntando all’agricoltura quale naturale sbocco dei propri prodotti. «Oggi siamo considerati leader mondiali per la produzione di bio stimolanti di origine animale – conferma Massimo Neresini –. I nostri “integratori” producono un’azione eccezionale sul terreno soprattutto su quelle coltivazioni estese ma “distrutte” per il massiccio impiego di prodotti chimici, che hanno sostenuto le coltivazioni ma hanno anche impoverito il terreno. Essendo di origine animale questi prodotti riescono a moltiplicare i fattori che stimolano la produzione di frutta e di ortaggi. È questo il futuro: noi siamo una società che opera su un doppio fronte. Da un lato quello ecologico, intervenendo produttivamente nella filiera del distretto conciario. Parallelamente alla nostra crescita e alla nostra capacità di sviluppare prodotti e risultati eccellenti, si riduce infatti il problema del ritiro e dello smaltimento di questi sottoprodotti che costano sempre meno. Nei distretti di eccellenza come ad esempio quello vicentino i conciatori possono beneficiare di un vantaggio notevole perché smaltiscono gli scarti di lavorazione a un costo nettamente inferiore. D’altro canto siamo un’industria chimica, di estrazione, di trasformazione e di la-

La holding Il gruppo è denominato Intesa Holding Spa e possiede al suo interno diverse società tra le quali le due fondamentali che operano nel settore della concia. Sicit 2000 è la società deputata alla produzione, alla vendita e alla commercializzazione dei prodotti e la Sicit Chemitech è, invece, una società costituita da ingegneri e chimici impegnati nelle attività di ricerca e sviluppo. Si occupano dell’ingegnerizzazione dei processi e dei prodotti oltre che del controllo qualità, che è una delle fasi fondamentali per il gruppo. Sicit 2000 fornisce le principali compagnie agrochimiche multinazionali e nazionali di tutto il mondo, le quali attualmente distribuiscono i più famosi e i più venduti prodotti a base di aminoacidi e peptidi.

vorazione indirizzata alla creazione di questi prodotti per le grandi ma anche le piccole società. Siamo contestualmente impegnati nelle continue attività di ricerca, sviluppo e controllo al fine di garantire un prodotto di alta qualità». ■ Luana Costa

Sicit 2000 ha sede a Arzignano (Vi) - www.sicit2000.it


Osservatorio sul lusso Maggio 2018 • Pag. 30

Accessori n oggetto semplice, impiegato nella vita di tutti i giorni. Viene utilizzato per portare con sé il tablet, l’agenda, le penne e tanto altro. Tutto ciò che risulta utile ad ogni professionista per svolgere le attività lavorative, oppure, per postare, stare in contatto con gli amici e con chi ci è più caro. Ovviamente, si tratta di una borsa. È un accessorio a cui teniamo e pure molto poiché ci accompagna 365 giorni l’anno. A rivoluzionarne, non solo la forma, i colori e le dimensioni, ma la sua stessa idea è arrivata Kazed: un nuovo concept che sposta il confine di ciò che consideriamo una semplice borsa. L’obiettivo è quello di realizzare completamente a mano, con l’amore, la cura e l’attenzione della grande bottega artigianale italiana, un innovativo sistema modulare per astucci, borse, cartelle e zaini multi-uso. Una gamma flessibile dotata di accessori assemblabili, intercambiabili, sostituibili, sempre personalizzabili, che rendono una borsa Kazed perfetta per ogni momento della giornata ma, soprattutto, in grado di rispondere a ognuna delle esigenze di chi lavora. All’interno i contenitori modulari sono congegnati con un sistema di calamite ad alto potere di attrazione e lunga durata che consentono la rimozione, lo spostamento e l’inserimento di accessori interni alla borsa. «È possibile variare la sua funzione in base alla tipologia di accessori che vengono posizionati

U

La rivoluzione della borsa “hi-tech chic” Kazed realizza un nuovo concept per l’accessorio più amato della nostra quotidianità. Un sistema modulare che consente in ogni momento della giornata di avere con sé ciò che serve, realizzato artigianalmente e 100 per cento made in Italy

Come funziona

LO STILE

Un design sobrio ed elegante, pelli pregiate, finiture di altissima qualità rendono la borsa Kazed un complemento perfetto al modo di affrontare la vita di ogni giorno al suo interno» spiega Alessandro Panzieri, responsabile aziendale. Kazed è una gamma flessibile di borse a mano, a tracolla e clutch per uomo e donna, che rappresentano il complemento ideale di un outfit professionale e alla moda. «Le nostre borse sono tutte rigorosamente in vera pelle – specifica ancora e vengono realizzate nel nostro territorio con tecniche di lavorazione artigianale. Abbiamo investito tutta la nostra passione e la nostra creatività per offrire qualcosa di assoluta qualità e, soprattutto, unico». La borsa sfrutta un sistema a magneti mai utilizzato prima, i materiali sono quelli impiegati nell’ingegneria aerospaziale e che consentono a Kazed di liberarsi da problemi di usura, da meccanismi di aggancio quali clip, fermagli o strep. «Ogni magnete – sottolinea Alessandro Panzieri - è schermato, come su una stazione orbitante, da ciascun campo elettromagnetico e dalle interferenze che potrebbero esercitare nei confronti di carte magnetiche quali bancomat, carte di credito o qualsiasi altro device elettronico. È la rivoluzione della praticità e della creatività applicata agli oggetti di uso quotidiano che possono adattarsi alle esigenze di ogni tipo di persona e ad ogni tipo di si-

tuazione. A breve estenderemo il concept su zaini ed altre tipologie di contenitori, nonché sulla piccola pelletteria aggiungendo anche l’utilizzo di materiali innovativi». Kazed ha però anche un suo fascino: «Ha un design sobrio ed elegante – prosegue il responsabile costruito grazie all’impiego di pelli pregiate, di finiture di altissima qualità che la rendono un complemento perfetto al modo di affrontare la vita di ogni giorno con tutto l’understatement di un oggetto impeccabile ma fashion, praticamente “hi-tech-chic”». Kazed realizza borse artigianali in vera pelle italiana e, grazie al sistema brevettato di accessori con calamite, disponibili sullo shop online Kazed ha sede a Tolentino (Mc) - www.kazed.it

e ad oggi 9 punti vendita, offre la possibilità di realizzare, giocando con essi, una borsa diversa per tutte le occasioni di lavoro e di svago. L’unico limite è la creatività e la fantasia di chi ha il compito di inventare gli abbinamenti. Kazed nasce dalla felice intuizione di due designer di 28 e 31 anni di Tolentino: Nicola Capradossi e Paolo Montecchiari. Grazie alla loro convinzione di aver escogitato un’idea unica e senza precedenti sul mercato della pelletteria, nasce un brand che unisce carica e energia di una start up, con cultura, tradizione e storia del distretto italiano della lavorazione di cuoio e pelli per eccellenza: le Marche. Un’avventura imprenditoriale per fare ripartire il contesto produttivo della loro terra, riavviare la possibilità di creare nuove opportunità di lavoro, nel loro territorio e che trova nell’ingresso dell’azienda nel consorzio “Mastri Pellettieri” di Tolentino ulteriore ed importante momento di crescita. È proprio da nuove idee, capacità di realizzarle, da un background secolare di competenze, esperienze e qualità, sempre offerte al massimo livello, che nasce questa nuova linea di borse. Ogni prodotto brevettato e made by Kazed, è creato da pellami primo fiore, con un design minimale e elegante, gio-

Kazed non è la solita ventiquattrore ma una gamma flessibile di borse a mano, a tracolla e clutch per uomo e donna, che rappresentano il complemento ideale di un outfit professionale e alla moda. Realizzate rigorosamente in vera pelle e interamente in Italia con tecniche di lavorazione artigianale, possono essere personalizzate con la scelta degli accessori più adatti alle esigenze di ognuno. In particolare, la gamma delle boards è molto ampia e sono tutte compatibili con briefcase e clutch. La mini- clutch e la boxy sono invece componibili solo con gli accessori medi e piccoli. Alcuni esempi: Boxy writing: è la composizione perfetta per chiunque abbia necessità di scrivere e avere un prodotto fashion sempre a portata di mano. Mini clutch beauty: questa configurazione è perfetta per portare sempre con sé oggetti di varia misura ideale per ogni momento della giornata. Briefcase equipped: nata per designer e artisti contemporanei, ideale per avere tutto il necessario sempre con sé. Il tutto compatibile con i futuri prodotti come lo zaino previsto per settembre. Anche la piccola pelletteria Kazed riprenderà il concept della modularità. Un interno che si trasforma continuamente, adattandosi ad ogni tua esigenza. Minimale e di design.

cato tra i pantoni del nero pece, blu oltremare, cuoio, sabbia e cremisi. Una borsa che trasforma la 24 ore del passato e lo zaino del presente, nel design miniclutch, clutch, briefcase e boxy del futuro: quello delle borse Kazed. ■ Luana Costa


Osservatorio sul lusso Pag. 31 • Maggio 2018

Suole a misura d’ambiente Produrre suole in gomma ecologiche, all’altezza della moda, è la rivoluzionaria scommessa dell’azienda Fratelli Torresi, punto di riferimento per il settore italiano delle calzature, che di recente ha acquisito il marchio Gommar, la cui attività primaria è produrre suole in gomma Sbr. Umberto Chianese, responsabile di ricerca e sviluppo, racconta della rivoluzionaria tecnologia dietro il progetto Whet

i chiama “Whet”, acronimo di weight, hardness, ecology tecnology, ed è il risultato di una vera e propria rivoluzione nel modo di produrre suole in gomma. Fondata nel 1992 a Montecosaro in provincia di Macerata, zona dall’importante tradizione per il settore della calzatura italiana, l’azienda Fratelli Torresi si propone di realizzare un prodotto a misura d’ambiente, dalla tecnologia innovativa, e anche più sicuro per chi lo lavora. «Con Whet – racconta Umberto Chianese, responsabile del gruppo di ricerca della Fratelli Torresi – si sono raggiunti e oltrepassati quei li-

S

miti che fino a ieri sembravano insormontabili». Il particolare processo produttivo è pensato per costruire suole in gomma leggere, con un’elasticità e resistenza mai ottenute prima, capaci di assicurare performance tecniche e, soprattutto, di essere totalmente biodegradabili. «La voglia di innovazione e cambiamento – continua Chianese – è stata la motivazione trainante per elaborare un prodotto che riuscisse a mantenere le caratteristiche meccaniche della gomma anche se lavorata con una reticolazione totalmente diversa e rivoluzionaria rispetto alla tradizionale vulcanizzazione. Questo ci ha permesso di creare un prodotto totalmente rici-

Fratelli Torresi ha sede a Montecosaro (Mc) - www.fratellitorresi.it

clabile: basta rimacinarlo e riportarlo in produzione». Aver superato i limiti della tradizionale vulcanizzazione ha significato eliminare le sostanze volatili che potrebbero essere nocive al-

l’uomo, e ridurre drasticamente i consumi energetici del ciclo produttivo, abbattendo così, in maniera considerevole le emissioni di Co2 in atmosfera. «Il nostro obiettivo – dichiara Chianese – è quello di portare queste tecnologie anche in altri settori, in modo che l’uso della gomma e delle plastiche non ci mostrino più immagini di oceani e mari e animali invasi dalle microplastiche e che non ci siano più depositi di stoccaggio di questi rifiuti che vanno in fiamme sprigionando diossina e nuocendo gravemente alla nostra salute e quella delle generazioni future». La Whet è la gomma che ci permette di realizzare tutto quello sopra citato, è l’unica gomma al mondo che nel settore suole ci ha permesso di stampare con tempi molto ridotti e con un livello estetico superiore a tutte le gomme esistenti, inoltre può essere stampata anche in bicolore, e vi si può aggiungere qualsiasi tipo d’inserto, durante la fase di stampaggio. «I calzaturifici che hanno provato il prodotto – aggiunge Chianese – hanno confermato che questo è di gran lunga il migliore, in tutte le fasi, rispetto allo

standard. Inoltre, Whet è così versatile e facile nel suo utilizzo, che si adatta a qualsiasi tecnologia di stampaggio, con grande vantaggio per le aziende». Quello della Fratelli Torresi è senza dubbio un impegno siglato con il consumatore con chi la gomma la lavora e, soprattutto, con il mondo in cui viviamo, nonché con la A&D Virigroup dove vengono ideate nuove soluzioni, nuovi prodotti, analizzata la fattibilità e concretizzarne l’industrializzazione. Una rivoluzione estetica e tecnologica, quindi, ma anche un nuovo modo, più consapevole ed etico, di fare impresa. ■ Andrea Mazzoli


Osservatorio sul lusso Maggio 2018 • Pag. 32

Creatività made in Italy

Gucci ArtLab, artigianalità e high-tech Innovazione, creatività e condivisione di best-practice sono tra i pilastri della nuova piattaforma industriale di Gucci in Toscana. Un hub che contribuirà a sostenere l’eccezionale andamento del business del marchio del gruppo Kering n centro all’avanguardia di artigianalità industriale e laboratorio di sperimentazione. È Gucci ArtLab, il nuovo stabilimento del marchio fondato nel 1921, operativo a Scandicci, in provincia di Firenze, e inaugurato il 19 aprile scorso alla presenza anche di François-Henri Pinault, presidente e amministratore delegato di Kering, il gruppo internazionale leader nel settore dell’abbigliamento e degli accessori che possiede importanti mar-

U

chi di lusso e di sport e lifestyle, tra cui Gucci, Saint Laurent, Balenciaga e Puma. La nuova sede, che si trova vicino allo stabilimento storico della maison di moda a Casellina, sempre nei pressi di Firenze, ricopre una superficie di circa 37mila mq impiegando oltre 800 dipendenti. L’apertura del centro di eccellenza per pelletteria e calzature costituisce un passaggio fondamentale nella strategia industriale di Gucci. Per far fronte alla domanda di prodotti, pressoché raddoppiata negli ultimi tre anni, sono stati

stanziati significativi investimenti destinati alla supply chain, con un’attenzione particolare a preservare le competenze manifatturiere, l’innovazione, l’integrazione verticale e ridurre i tempi di risposta al mercato. «L’inaugurazione di Gucci ArtLab rappresenta uno dei più importanti traguardi di questo incredibile viaggio di Gucci negli ultimi tre anni, nonché uno degli investimenti industriali più significativi oggi nel nostro Paese», ha affermato Marco Bizzarri, presidente e ceo di Gucci. «È la conferma tangibile di quanto crediamo nella creatività, nell’artigianalità made

in Italy, innovazione, e sostenibilità, oltre a essere una chiara testimonianza del legame con il nostro territorio. Non posso essere più riconoscente a tutti coloro che hanno reso possibile la nascita di Gucci ArtLab: dalla autorità locali e quelle nazionali, a Kering, infine a tutti i nostri colleghi che hanno avuto la visione ed energia di assorbire nuove idee da best-practice di tutto il mondo, per rafforzare ulteriormente la nostra leadership». Gucci ArtLab racchiude sotto un’unica area le attività relative alla pelletteria e alle calzature, che insieme rappresentano oltre il 70 per

Estetica rivoluzionaria Dal 21 gennaio 2015, Alessandro Michele è il direttore creativo di Gucci. Classe 1972, ha studiato presso l’Accademia di Costume e di Moda di Roma iniziando la sua carriera in  Fendi come senior accessories designer. Entrato  in Gucci nel 2002, è diventato nel 2011 braccio destro dell’allora director Frida Giannini ed è nominato nel settembre 2014 direttore creativo di Richard Ginori. Alessandro Michele ha saputo in questi anni offrire una nuova prospettiva contemporanea a Gucci, guidando il marchio in un nuovo esaltante capitolo della sua storia con il suo gusto personale e riconoscibile. «Sento una

profonda urgenza per la bellezza e per le cose che sono impossibili. E penso che questo sia quello che le persone oggi cercano dalla moda. Un frullato di bellezza», ha dichiarato anni fa in una delle sue rare interviste. Unico italiano a comparire nel 2017 nella celebre lista Time 100 Most Influential People, anche per aver avviato la riflessione su genderless in passerella, fluidità di genere e libertà espressiva, Alessandro Michele è abile nella comunicazione via social network, in particolare Instagram, dove è uno degli stilisti più seguiti e capaci di coinvolgere i follower.


Osservatorio sul lusso Pag. 33 • Maggio 2018

cento del totale delle vendite alla fine del 2017, con l’obiettivo di massimizzare la condivisione lavorando in modo integrato e sinergico. All’interno di Gucci ArtLab trovano sede il centro di sperimentazione interno e le attività di: prototipia per tutti i prodotti di pelletteria (borse, valigeria, piccola pelletteria, cinture) e calzature (donna-uomo, eleganti-sportive); ricerca &sviluppo per nuovi materiali, accessori metallici e confezioni; laboratorio per test (camera climatica e ambiente per test chimici e fisici); laboratorio accessori; formificio interno e tacchifico per area calzature; laboratorio bambù per area pelletteria; area pre-industrializzazione. Confermate

le 900 assunzioni nel biennio 2017-2018 per Gucci ArtLab, di cui 500 già effettuate e 400 di prossima concretizzazione. Oggi Gucci produce oltre il 50 per cento di queste categorie all’interno di fabbriche di proprietà. La parte restante, e soltanto per alcune fasi della produzione, viene svolta da una rete selezionata di fornitori esterni, ai quali è richiesto di superare una serie di rigorosi test e controlli. «Gucci ArtLab - conclude Bizzarri è la perfetta espressione della cultura aziendale che stiamo costruendo e sviluppando: un luogo dove apprendere e sviluppare capacità, un laboratorio di idee». Del resto, Gucci traina i conti di Kering nel 2017. La maison italiana ha messo a segno una crescita del fatturato del 41,9 per cento reported (+44,6 per cento comparable) a 6,2 miliardi di euro, grazie anche al 42,6 per cento del quarto trimestre, oltre le attese degli analisti che prevedevano un +39 per cento. Nel complesso, il gruppo francese Kering ha archiviato l’esercizio con ricavi per 15,478 miliardi di euro in incremento del 25 per cento reported (+27,2 per cento su basa comparabile). L’utile operativo dell’attività corrente di Kering è aumentato del 56 per cento a 2,95 miliardi di euro, superiore ai 2,87 miliardi previsti dagli analisti interpellati da Reuters. L’utile netto ha registrato

UN CENTRO DI ECCELLENZA PER PELLETTERIA E CALZATURE

L’inaugurazione di Gucci ArtLab rappresenta uno dei più importanti traguardi dell’ incredibile viaggio di Gucci negli ultimi tre anni, nonché uno degli investimenti industriali più significativi nel nostro Paese un +119,5 per cento a 1,79 miliardi.«Abbiamo dimostrato inequivocabilmente la forza del nostro modello di business. In un contesto globale che rimane incerto, non abbasseremo la guardia, ma siamo fiduciosi che la complementarietà delle nostre case, la nostra

presenza geografica, la diversità della nostra base di clienti e la forza di un gruppo del lusso integrato ci consentiranno anche quest’anno di fare molto meglio del mercato», ha commentato François-Henri Pinault al Sole 24Ore. ■ Leonardo Testi

L’importanza dei dettagli Stringhe e lacci, oltre a essere funzionali, caratterizzano le scarpe diventando una componente estetica fondamentale. Artigianalità e qualità fanno la differenza. Il punto di Marta Conti

on c’è scarpa che si rispetti senza lacci di qualità. Eppure, molte aziende del settore hanno rischiato di fare una brutta fine, soprattutto alla fine degli anni ’80. «C’erano fette di mercato dove la competizione era troppo alta e spesso comportava prodotti scadenti, così abbiamo scelto di collocarci in una fascia di mercato dove la qualità è al primo posto. Oggi sappiamo che è stata una decisione lungimirante che ha portato a guadagni limitati allora, ma a vantaggi nel lungo termine». Marta Conti conosce bene le richieste di mercato, evidenti soprattutto nei distretti marchigiani dove la produzione di calzature ha radici antiche. «Mio nonno era un ciabattino, capace di riparare e costruire da zero le scarpe come si faceva una volta. Mio padre, Fulvio Conti, faceva il magazziniere in un’azienda di scarpe. Si era accorto della carenza di stringhe e iniziò a realizzarle fino all’apertura dell’attività sul mercato italiano». Oggi l’azienda

N

L’azienda FA-LAS si trova a Arcevia (An) www.fa-lasdicontifulvio.it

FA-LAS continua a dedicarsi con passione al settore della produzione artigianale di stringhe di ogni genere e materiale, dal cotone al poliestere,

lavorando per grandi firme. «Le industrie fanno i loro prodotti e ci indicano le caratteristiche del cordoncino o della finitura di cui hanno bisogno e noi cerchiamo di adeguarci alle loro richieste. A volte siamo anche noi a proporre un prodotto e a lanciare un’idea in collaborazione. È un’attività veramente artigianale perché risponde alle esigenze di mercato restando flessibile alle novità. Nel campo del cotone cerato applicato sulle scarpe classiche, abbiamo dimostrato la nostra eccellenza ma siamo aperti a tutte le novità non solo per quanto riguarda le calzature». Un elemento piccolo dal grande utilizzo. Tanti i settori in cui la produzione di lacci e stringhe si è inserita con successo: dalle borse al packaging, all’oggettistica, fino alla gioielleria anche quella etnica e agli articoli religiosi. Nuovi segmenti di mercato dove dare spazio alla creatività, stimolata grazie a un ambiente di lavoro accogliente. «Ogni dipendente non ha una postazione fissa. Potersi muovere in azienda con-

sente di rendersi conto in ogni momento di quale è la fase di lavoro che si sta facendo e aver rispetto dei colleghi perché in tutti i lavori c’è il lato positivo e negativo. Questo permette di lavorare con maggiore armonia e di apprezzare il carattere e la capacità inventiva di ognuno. Molti prodotti sono nati grazie all’interazione e all’aiuto dei dipendenti che magari si sono resi conto di un difetto e hanno apportato migliorie applicando le loro conoscenze e creatività». L’azienda diventa quindi un sistema organico fatto di persone che possono fare parte di un processo innovativo in grado di rispettare tempi e qualità di produzione. ■ Patrizia Riso


Osservatorio sul lusso Maggio 2018 • Pag. 34

Creatività made in Italy

Tessile di alta gamma Diego Riminucci racconta cosa si nasconde dietro all’autentico made in Italy e come stare al passo con i tempi accogliendo la creatività dei grandi brand in maniera innovativa

el settore tessile l’espressione made in Italy rischia sempre più spesso di perdere il suo vero significato. Nella pratica, per le aziende che ci provano davvero a mantenere la produzione interna al cento per cento, si tratta di una battaglia impegnativa che comporta costi interni molto più alti, sia per la gestione del personale sia per lo sforzo di seguire i continui cambiamenti del settore tecnologico, dove le innovazioni non si fermano mai. «Tutti gli anni bisogna aggiornarsi con nuove macchine, per fornire sempre un prodotto appetibile per i clienti». Secondo Diego Riminucci, titolare della Style Up che produce maglieria e capispalla, creando da zero collezioni per molti brand, gli sforzi vengono ripagati. Grazie alle graduali conquiste tecnologiche infatti, una passione familiare si è trasformata in un business di successo. «L’attività fu iniziata dai miei nonni con le prime macchine a mano di tessitura e poi tramandata ai miei genitori. Rappresento la terza generazione di questa tradizione familiare cominciata quasi per diletto e divenuta un’attività produttiva di rilievo nel settore tessile. Il maglificio che gestiamo oggi è il risultato di un

N

INNOVAZIONE

Abbiamo strutturato la creative room e l’archivio storico, due aree chiave dove lo stilista può studiare la base del capo, dai materiali al modello

appassionato processo di sviluppo condiviso». Un percorso che nel tempo si è mosso per creare un’azienda rimasta solida grazie al legame col territorio e all’attenzione riservata ai cambiamenti del mercato nazionale e internazionale. Il settore della moda infatti è sempre in evoluzione. Se da un lato la tipologia di lavoro è rimasta più o meno stabile nel tempo, la gestione dei processi produttivi è cambiata e così anche il rapporto tra qualità e quantità. Vengono richiesti meno capi ma riservata un’attenzione maggiore alla qualità del processo produttivo e di design. Grazie ad una elevata capacità di analisi delle richieste provenienti dal settore fashion, Styleup ha scelto di continuare a concentrarsi sulla qualità del prodotto finale, realizzando idee innovative senza rinunciare alla propria identità. Sapersi innovare non è un gioco da ragazzi e per farlo con stile serve dare spazio alla parte più importante di ogni produzione tessile che si rispetti: la fase creativa. «Abbiamo strutturato la creative room e l’archivio storico, due aree chiave dove lo stilista può studiare la base del capo, dai materiali al modello. Una volta entrato, il creativo ha accesso a tutte le macchine di produzione e ha la percezione della tipologia di filati. Nell’archivio poi, ispirandosi ai capi storici e accessori che

Style Up si trova a Mercatale di Sassocorvaro (PU) www.styleupsrl.com

APPLICAZIONI CREATIVE

L’

azienda Style Up è nata nel 1964 nel territorio marchigiano dove il settore tessile è radicato e vanta una lunga tradizione di artigianato chiamata ad affrontare le sfide dell’innovazione. Dal 2012 Style Up si è dedicata una attenzione maggiore al settore delle applicazioni realizzate ad hoc per i capi creati in azienda. Di cosa si parla quando si parla di applicazioni? E’ un insieme di creazioni che caratterizzano i capi aggiungendo un tocco unico grazie all’uso di diversi materiali: ricami a mano e a macchina, plastici e di gomma, borchie, strass, Swarovski, paillettes, pelli e pellicce. Un’ampia gamma di prodotti in grado di caratterizzare ogni capo attingendo a differenti stili attraverso lo sguardo creativo di stilisti e modellisti. ■

abbiamo a disposizione, può studiare le applicazioni e personalizzazioni». L’organizzazione delle fasi di design e progettazione è quindi cambiata, rendendo la fase creativa gestita sempre più in sintonia col cliente. Si entra con un’idea e si esce con la collezione finita grazie alla capacità di Styleup di riuscire ad accogliere in maniera adeguata la fantasia degli stilisti, seguiti con cura e attenzione in tutte le fasi creative. La presenza dei grandi brand comporta anche un profondo controllo del procedimento di produzione. «Per le migliori firme del Made in Italy che ricorrono ai servizi del nostro maglificio – Philipp Plein ,Armani, Dsquared2, Cavalli, Versace, solo per citarne alcuni ndr - è fondamentale garantire la qualità del prodotto finale, verificando che tutte le fasi avvengano internamente». I grandi nomi della moda preferiscono quindi affidarsi ad aziende dalla solida esperienza nel settore tessile come Styleup, dove le applicazioni vengono create e aggiunte a mano per dare vita a capi unici. Per ottenere risultati ottimali dal punto di vista qualitativo, l’azienda ha continuato a specializzarsi nella programmazione del lavoro e nello studio dei materiali. I macchinari di ultima generazione presenti in azienda facilitano il lavoro dei modellisti, impegnati ad utilizzare le tecnologie per rendere più fluido un lavoro tutto artigianale. La profonda capacità di innovarsi si rispecchia nella cura attenta riservata alle applicazioni esterne. Il settore delle applicazioni si è affermatosi gradualmente come servizio richiesto ad hoc da molti brand, contenti di poter completare le loro collezioni con lo stile e la professionalità di chi non esternalizza neanche questa fase. Le richieste aumentano anche grazie alla scelta di offrire una selezione di applicazioni create a mano con diversi materiali. Il legame con la tradizione diventa quindi un volano importante dal quale partire per poi continuare a innovarsi costantemente, seguendo i progressi della tecnologia, senza mai dimenticare la macchina a cucire della nonna. ■ Patrizia Riso


Osservatorio sul lusso Pag. 35 • Maggio 2018

on solo maglioni, sciarpe e guanti ma fino a dove arriva la fantasia e oltre. Unica condizione è che ci sia almeno un filo intrecciato e tessuto, di materiale variabile. La maglieria si evolve a ritmi forsennati e dopo aver invaso la casa con soluzioni luxury brandizzate dalle più importanti griffe d’alta moda, sbarca nel settore calzaturiero sportivo, oltre che dell’intimo e degli indumenti tecnici. E se in casa, dalle pareti al pavimento è sempre più valido il motto: stanza che vai maglia che trovi, senza eccezione della nautica, persino nella moda ormai la diversificazione di tessuti, punti, applicazioni, trame è tale che difficilmente le care vecchie trecce del maglione tradizionale trovano spazio tout court in passerella e negli armadi. Meglio il classico rivisitato o la soluzione d’avanguardia, purché siano professionisti a realizzarlo. In Italia la tradizione della maglieria specializzata cresce ancora e recupera terreno rispetto a qualche anno fa, con un ritorno alla professionalità tricolore delle maison d’alta moda, tentate negli anni dalle “sirene” dei bassi costi di mano d’opera orientali. Una scelta di qualità, certo, ma anche di costi, alla lunga. Lo raccontano le stirerie, lo testimoniano le aziende che hanno resistito anche nei momenti difficili, forti di uno zoccolo di clienti high level che adesso continua a rimpolparsi, guardando anche alle start up a stelle e strisce. «Le grandi griffe scelgono le maglierie specializzate italiane per la qualità che riusciamo ad assicurare» spiega Giovanna Palladino, che insieme ai fratelli Alessandro e Angelo guida Al-An Tricot, impresa nata trent’anni fa dall’esperienza artigiana della maglieria su misura della madre, che presto si è evoluta in un’azienda moderna in grado di offrire sul mercato un prodotto all’avanguardia. «Ci capita ancora di fare campionature per stilisti e brand che hanno portato la produzione all’estero ma anche le grandi griffe che continuano a inviare in Cina i prototipi da realizzare, poi tornano in Italia per il controllo qualità e i collaudi che

N

Maglieria iper tecnologica Le maison tornano a guardare agli artigiani italiani per lavorazioni in cui il classico si unisce alle soluzioni d’avanguardia, come racconta Giovanna Palladino dell’azienda comasca specializzata Al-An Tricot

Al-An Tricot si trova a Fenegrò (Co) www.alantricot.it

hanno comunque un costo elevato e molti capi vengono rimandati indietro, perché non sono considerati conformi. Per questo sempre più maison che apprezzano il made in Italy stanno tornando a produrre nello Stivale: anche economicamente, tra spedire e

dove fino a qualche anno fa l’immaginazione non riusciva ad arrivare. Qualche esempio? Le tomaie in filati tecnici per le scarpe sportive, la carta da parati in filati di plastica, fili e trame sempre più sottili, macchine che si sostituiscono alla stampa con un effetto, alla vista, per nulla dissimile. Tante piccole rivoluzioni per un settore in grande trasformazione. «La maglieria è cambiata tanto negli ultimi anni, se prima era impensabile usare filati finissimi o in poliestere – sottolinea Giovanna Palladino di Al-An Tricot – adesso si può giocare anche con questi materiali e l’epoca delle perline cucite a mano da mia madre è finita da un pezzo. Le nuove macchine rispecchiano quello che il cliente si aspetta dalla maglieria all’avanguardia. Abbiamo clienti che propongono una linea commerciale basica ma che preferiscono giocare con applicazioni particolari in confezione, in tessuto, in pelle. Altri scelgono di sfruttare al massimo le possibilità offerte dalle tramature a macchina alla ricerca di punti sempre più particolari. C’è un’evoluzione nei punti ma anche nelle grafiche, nelle lavorazioni, che rispecchia il nuovo stile più grintoso e aggressivo della maglieria, che dopo anni di monotonia sta cambiando, nella ricerca di filati tecnici di abbinamento tra classici e tecnici, nelle grafiche, nell’estremizzare il peso». ■ Alessia Cotroneo

rispedire indietro percentuali di scarto importanti, tanto vale restare qui, per i costi ma soprattutto per la qualità delle realizzazioni che per il mercato luxury è essenziale». Utilizzare punti e filati sempre più tecnologici per reinterpretare uno stile classico è la tendenza dominante del settore della maglieria che grazie all’innovazione delle macchine e della programmazione riesce là

TRA GRIFFE D’ALTA MODA E UNA LINEA INTERNA cominciato venti anni fa con la maison Dior e da allora non si è più interrotto il filo diretto che collega l’azienda comasca Al-An Tricot con le grandi griffe d’alta moda, con un crescendo di collaborazioni che oggi includono brand di fama internazionale e una start up newyorkese, per l’impresa lombarda con all’attivo 15 lavoratori ultra specializzati. «Ormai in Lombardia siamo veramente in pochi a portare avanti la tradizione della maglieria, di cui non è rimasta in regione nessuna scuola, a differenza di quelle di moda o di taglio e cucito. Non a caso – racconta Giovanna Palladino – trovare personale specializzato è sempre più difficile. Noi ci crediamo nel nostro saper fare, per questo da ottobre proporremo una nostra linea di maglieria e tessuti, Gioi, per una clientela esigente che cerca l’estetica e la qualità del made in Italy, in vendita nel nostro e-commerce e nel Factory Store Gioi che apriremo nella nuova sede del maglificio, con prodotti per uomo, donna, casa e accessori come travel kit». ■

È


Osservatorio sul lusso Maggio 2018 • Pag. 36

Nautica

La rinascita del made in Italy Nell’attesa del Salone Nautico di Genova, scatta la seconda edizione Versilia Yachting Rendez-vous, il salone internazionale della nautica di lusso. L’Italia al top nella produzione di super yacht

l 2017 è stato un anno ricco di novità per il settore della nautica, con positivi dati di consuntivo e l’approvazione del nuovo Codice della nautica da diporto, uno strumento più moderno e competitivo che avrà il compito di semplificare gli adempimenti a carico dell’utenza e sostenere lo sviluppo del settore. Il 2017 è stato anche l’anno di rilancio del comparto. Il valore della produzione della cantieristica nautica italiana delle nuove costruzioni, nel 2017, si attesta su 2,3 miliardi di euro con una crescita pari al 14 per cento, a fronte di una crescita della produzione industriale italiana nel suo complesso che nell’anno si è fermata al 3 per cento. È uno dei dati emersi dalla presentazione del Market Monitor realizzato da Nautica Italiana in collaborazione con Deloitte, in occasione della seconda edizione del Versilia Yachting Rendezvous, in calendario dal 10 al 13 maggio. La manifestazione internazionale della nautica d’eccellenza - con 170 espositori e 100 barche di alta gamma esposte è ideata da Nautica Italiana e dalla società Navigo, organizzata dalla società Fiera di Milano con il Distretto Tecnologico per la Nautica e la Portualità della Toscana. La kermesse vede inoltre il supporto della Regione Toscana e dei Comuni di Viareggio, Pietrasanta, Forte dei Marmi e Lucca: un territorio dove è attivo un tessuto imprenditoriale nautico fortemente orientato al settore dei superyacht. Continuando ad analizzare le perfor-

I

mance della cantieristica nautica italiana, spicca l’incremento della domanda interna che raggiunge il livello più alto dal 2012. La produzione per il mercato interno nel 2017 si attesta, infatti, sul 14,1 per cento con una crescita del 35,9 per cento. Europa occidentale e America (Nord e Sud) restano i fondamentali

ri delle nuove costruzioni: +4,80 per cento per gli yacht sopra i 90 metri, ma anche un bel +9,40 per quelli tra i 50 e i 60, e un altrettanto rilevante +39,50 per cento per la misura più “piccola”, quella tra i 30 e i 40 metri. La nautica italiana sembra essersi, quindi, lasciata alle spalle la grave crisi, ma

mercati di sbocco esteri. L’andamento del settore si mantiene positivo anche nel primo trimestre del 2018 con una crescita del 9 per cento circa e un incremento atteso per il resto dell’anno pari al 12-15 per cento. La principale sfida per gli operatori nautici italiani è quella di ampliare il bacino geografico della clientela finale. Si conferma la leadership italiana nella produzione dei super yacht (quelli con una lunghezza superiore ai 30 metri), con una quota del 25 per cento della produzione mondiale. Ricordiamo i dati ufficializzati al Monaco Yacht Show di settembre, in base ai quali nel settore dei power-superyacht è italiano il 49 per cento del portafoglio ordini dell’anno. Il made in Italy continua a essere molto apprezzato sia per il design, sia per la capacità di realizzazione, la flessibilità dei cantieri e la grande attenzione al dettaglio. La tendenza si riflette nei nume-

restano da sciogliere alcuni nodi, in primis quello della rappresentanza di settore, ormai divisa tra Nautica Italiana, la nuova associazione oggi affiliata a Fon-

dazione Altagamma e nata nel 2015 dall’iniziativa di 25 tra i più importanti brand italiani del comparto, e Ucina-Confindustria, l’associazione tradizionale, storica organizzatrice del Salone nautico genovese nonché aderente a Confindustria. I saloni delle due rappresentanti sono allora destinate a convivere e a contendersi il primato, pur non mancando a scadenza regolare i tentativi di mediazione e riavvicinamento. «Il successo di questa 57ima edizione del Salone Nautico – aveva dichiarato la presidente di Ucina Carla Demaria a settembre 2017 – è certificato dal dato dei visitatori che si attesta a 148.228 con una crescita dell’16,54 per cento rispetto al 2016 e 34.122 visitatori stranieri (1,5 per cento in più sul 2016). Siamo venuti al Salone Nautico di Genova per vendere e abbiamo venduto tutti. Ogni segmento ha dati di vendita positivi. Questo Salone è lo specchio del dato di crescita del mercato che, con un +18,6 per cento, conferma la ripresa del settore. Abbiamo ritrovato i valori di vendita del passato e abbiamo richieste già per l’edizione 2018». Insomma, il Salone Nautico di Genova non molla la presa e rilancia in vista dell’edizione 2018, in programma dal 20 al 25 settembre, puntando a restare la vetrina d’eccellenza per la nautica italiana. ■ Leonardo Testi


Osservatorio sul lusso Maggio 2018 • Pag. 38

Nautica uello che un tempo era un insieme di design e materiali ad hoc per le imbarcazioni, oggi rivive a terra in tutto lo splendore della sua tradizione. Siamo a Sori, in provincia di Genova, e più precisamente all’interno della F.o.a.n., ditta che opera da oltre 40 anni nel settore dell’arredamento stile vecchia marina, in compagnia del titolare Filippo Passalacqua. «Una delle caratteristiche principali della nostra attività – dice Passalacqua – è il materiale con cui lavoriamo. Siamo specializzati, infatti, nella creazione di articoli in ottone di fusione a terra. L’arte di fondere l’ottone, risultato di antiche tradizioni artigiane soresi, ci permette produzioni numericamente limitate con alti standard qualitativi. Prodotti artigianali fatti a mano, quindi unici. Bisogna ricordare che l’ottone ha peculiarità che lo rendono unico: robustezza, bellezza, malleabilità, resistenza alla corrosione e alle temperature estreme. Non

Q

In stile vecchia marina La grande suggestione dell’arredamento nautico di una volta è ancora oggi a disposizione nelle lavorazioni artigianali della genovese F.o.a.n., della cui attività ci parla il titolare Filippo Passalacqua a caso è una lega che si usa fin dall’antichità e ancora oggi ha campo di applicazione vastissimo che va dal settore elettrico agli autotrasporti, dall’idrosanitaria all’industria meccanica, dalla monetazione fino ad arrivare al nostro segmento che è appunto il settore nautico». La Foan, oltre alla possibilità di realizzare lavorazioni su disegno del cliente, ha una grande selezione di prodotti a catalogo, con modelli originali. «I nostri articoli spaziano in una vasta gamma di oggetti – spiega Passalacqua – dalla nautica all’arredamento. Si eseguono anche operazioni di lucidatura e restauro di oggetti in ottone. La produzione comprende anche oggetti più specifici per imbarcazioni da diporto

come ad esempio oblò (in ottone o alluminio anodizzato), oppure passi uomo e finestrature (in L.L.) che si realizzano esclusivamente su misura. Le nostre realizzazioni, in effetti, sono molto numerose: produciamo tutti i tipi di lampade, dalle plafoniere ai lumi a petrolio, dalle lampade per viali ai fanali di fonda, ma anche accessori come campane, aeratori, appendiabiti e candelieri. E ancora, targhe, finestre, porte e complementi d’arredo per bagno e cucina, per ufficio, portacenere e quant’altro. L’identikit dei nostri clienti, poi, può variare: si può rivolgere a noi chi ha bisogno del restauro o della copia di un pezzo rotto su una barca, il falegname che restaura un mobile cui è stato smarrito un fregio, il rivenditore che cerca pezzi originali per abbellire il negozio, ma anche il privato cittadino che vuole riportare i suoi articoli in rame ottone o bronzo agli antichi splendori, perchè oltre alla produzione di serie o custom-made eseguiamo infatti anche lucidature e restauri di oggetti antichi». ■ Elena Ricci

F.o.a.n. si trova a Sori (Ge) - www.foan.it


Oss Lusso - Maggio 2018  
Oss Lusso - Maggio 2018