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Osservatorio sul lusso

In abbinamento alla stampa nazionale

Allegato al quotidiano

CREAZIONI DI ALTA GAMMA

PROTAGONISTI IN PASSERELLA

Un forum sul valore delle produzioni d’eccellenza italiane. Partecipano Carlalberto Corneliani, Claudio Luti e Lamberto Tacoli

Scenari e strategie per il se�ore moda che vive un periodo di grande o�imismo. L’opinione di Raffaello Napoleone e Claudio Marenzi

il Giornale

©photo Baselworld

Nuove tendenze e tradizione di Roberto Snaidero, presidente Salone del Mobile.Milano

iamo pronti per affrontare questa 55a edizione del Salone del Mobile.Milano che si preannuncia interessante e forte sia per l’ampia offerta commerciale, rappresentata da un parterre di aziende tra le più qualificate del mercato nazionale e internazionale, sia per la ricerca dell’equilibrio tra tradizione e innovazione nel nome della qualità e della cultura. Anche quest’anno da tempo abbiamo registrato il tutto esaurito, e il Salone del Mobile si presenta nuovamente l’appuntamento must del settore riuscendo a calamitare l’attenzione di un numero di visitatori superiore ai 300mila, provenienti da 165 Paesi. Palcoscenico mondiale di tutte le novità dell’arredo-casa che detta ogni anno le nuove tendenze del settore, il Salone compie 55 anni, all’insegna dell’innovazione e dell’internazionalità – cresce infatti la presenza di espositori esteri, quasi il 30 per cento delle aziende presenti in fiera. Ospitati dai padiglioni di Rho scenderanno in campo il Salone internazionale del Mobile insieme al Salone internazionale del Complemento d’arredo, con oltre 1.300 espositori distribuiti su 145mila metri quadrati (a oggi), suddivisi nelle tipologie stilistiche classico e design. Accanto a queste tornano protagonisti anche la cucina e il bagno con le biennali EuroCucina e Salone internazionale del Bagno. Non può mancare poi il SaloneSatellite che festeggia la 19a edizione e la 7a edizione

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>>> segue a pag. 3

WORLD LUXURY EXHIBITIONS Moda, oreficeria, arte, design, viaggi all’insegna dell’eccellenza. I principali appuntamenti nazionali e internazionali con la bellezza, l’eleganza e il lusso più raffinato p. 6

Valore, tracciabilità e lotta al “falso” Chiuso il 2015 con risultati nel complesso incoraggianti, il comparto dei preziosi si proietta con fiducia nel futuro anche grazie agli ultimi provvedimenti licenziati dalla manovra economica. L’analisi di Giuseppe Aquilino ra le diverse misure inserite nella legge di stabilità 2016, quella riguardante l’innalzamento della soglia dei pagamenti in contanti a 3 mila euro è destinata a lasciare un segno immediato sull’economia reale. A salutarla con particolare favore è la categoria delle imprese orafe, gioielliere, argentiere e orologiaie, che su scala nazionale conta circa 8 mila realtà tra dettaglianti, grossisti, rappresentanti, commercianti di pietre preziose, artigiani e fabbricanti.

ALL’INTERNO

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Grand tour d’Italia Tursimo di qualità alla Bit 2016 di Milano Brillanti prospe�ive Verso un accordo tra VicenzaOro e OroArezzo

Giuseppe Aquilino, presidente di Federpreziosi >>> segue a pag. 4

Le scuole della moda Ied moda lab e Polimoda in ca�edra


Osservatorio sul lusso Pag. 3 • Gennaio 2016

Colophon

AMBASCIATORE DI STILE Ritra�o di Paolo Zegna p. 17

PREZIOSI Riconoscere il valore. Il punto di Ivana Ciaba�i p. 5

Direttore responsabile Marco Zanzi direzione@golfarellieditore.it

Consulente editoriale Irene Pivetti

Direzione marketing Aldo Radici

Paolo Zegna, presidente del Gruppo Ermenegildo Zegna

Coordinamento editoriale Michela Calabretta direzione@golfarellieditore.it

Redazione Tiziana Achino, Lucrezia Antinori, Tiziana Bongiovanni, Eugenia Campo di Costa, Cinzia Calogero, Anna Di Leo, Alessandro Gallo, Simona Langone, Leonardo Lo Gozzo, Lara Mariani, Michelangelo Marazzita, Chiara Milani, Marcello Moratti, Michelangelo Podestà, Silvia Rigotti, Giuseppe Tatarella

DIMORE STORICHE Intervento di Moroello Diaz p. 40

Ivana Ciaba�i, presidente nazionale di Confindustria Federorafi

p. 21 MERCATI INTERNAZIONALI

Relazioni internazionali Magdi Jebreal

Hanno collaborato Fiorella Calò, Francesca Druidi, Renata Gualtieri, Francesco Scopelliti, Lorenzo Fumagalli, Gaia Santi, Maria Pia Telese

Sede Tel. 051 223033 - Via Ugo Bassi, 25 40121 - Bologna www.golfarellieditore.it

Relazioni pubbliche

Supplemento a Dossier-Il Giornale-Registrazione Tribunale di Bologna n. 7578 del 22-09-2004

Via del Pozzetto, 1/5 - Roma

Moroello Diaz, Gian Domenico Auricchio,

presidente Associazione

presidente Assocamerestero

dimore storiche italiane

>>> Segue dalla prima del concorso SaloneSatellite Award. All’interno dei padiglioni esprimeremo un grande omaggio a ciò che è venuto prima del design “vero e proprio”, ovvero il classico italiano. Con il progetto “Before design: Classic” e il cortometraggio realizzato dal regista Matteo Garrone racconteremo del gusto classico made in

Italy e della sua attualità in un percorso visivo e sensoriale. Negli stessi spazi poi, una mostra sarà spunto di riflessione sull’anima classica dell’abitare contemporaneo. Strettamente legato al palcoscenico di Rho Fiera, a Milano il Salone del Mobile sarà protagonista anche nell’ambito della XXI Triennale

presentando “Stanze. Nuovi paesaggi domestici”, progetto a cura di Beppe Finessi che intende sottolineare il compito speciale dell’architettura degli interni e dare una visione proiettata verso il futuro del nostro abitare. Ulteriore evento in città, collegato direttamente con il Salone del Mobile.Milano, sarà

IL SALONE DEL MOBILE

Palcoscenico mondiale di tu�e le novità dell’arredo-casa, compie 55 anni all’insegna dell’innovazione e dell’internazionalità

“space&interiors”- organizzato dalla biennale internazionale di architettura ed edilizia Made expo- al The Mall, nel cuore del Porta Nuova design district di Milano: superfici, pavimenti, porte e finiture d’interni verranno presentati in un allestimento suggestivo a cura dello studio Migliore+Servetto Architects. Vi aspettiamo! ■


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Maestri orafi Giuseppe Aquilino, presidente di Federpreziosi-Confcommercio

>>> continua dalla prima

«C’è grande soddisfazione per l’entrata in vigore di questo provvedimento – sottolinea Giuseppe Aquilino, presidente di Federpreziosi - che potrebbe dar nuova linfa al mercato, specie per le zone a ridosso dei confini». Un provvedimento che corona l’anno appena concluso o ha il sapore di un “premio di consolazione”? «I dati in corso di elaborazione all’indomani delle festività natalizie e degli inventari di inizio anno danno segnali tendenzialmente stabili sull'andamento globale del 2015. In linea con le previsioni del nostro Centro studi, si confermano i segnali di ripresa, anche se non marcati e “a macchia di leopardo”. Il nostro è considerato un bene voluttuario, ma può fornire messaggi che, se letti in modo adeguato, possono rivelarsi una cartina di tornasole per comprendere l’evoluzione dei consumi in generale». Un’indagine di Euromonitor mostra un crescente gradimento dei consumatori verso il bijou firmato. Come si integra questa linea coi gioielli tradizionali e come si stanno adeguando le aziende orafe a questo mutamento del gusto? «Sia per un fattore moda sia per il contenuto di creatività e originalità che esprime, il mercato si sta sempre più avvicinando al prodotto bijou che rappresenta lo spirito del tempo, sempre alla ricerca di nuovi stimoli, e offre la possibilità di sperimentazioni e nuovi materiali. Il gioiello conserva quelle valenze di preziosità e di valore nel tempo che gli sono peculiari ma, come è stato anche in passato, il bijou viene spesso contaminato da esperienze tipiche del mondo orafo, affiancandosi al gioiello pur senza mai integrarsi del tutto. Il vero gioielliere è un professionista appassionato, che deve saper interpretare e adeguarsi ai gusti della propria clientela, che, peraltro, dimostra sempre più competenza e consapevolezza negli acquisti». Contraffazione e abusivismo penalizzano fortemente il settore dei gioielli e dell’orologeria. Qual è a oggi la loro incidenza sul giro d’affari del

comparto? «Sono fenomeni che incidono fortemente in quanto falsano la concorrenza, comportano la perdita di fiducia degli operatori e dei consumatori e danni economici e perdite di posti di lavoro alle imprese. Inoltre colpiscono la sanità e la sicurezza pubblica e causano un danno d’immagine al Paese. Nel commercio al dettaglio in generale, oltre un terzo degli imprenditori segnala l'acuirsi dell'illegalità rispetto a 3 anni fa nel territorio in cui opera, mentre solo per il 7,2 per cento è in calo». Quali passi avanti vanno fatti su questo terreno? «Oltre a intensificare i controlli, è necessario non rinviare più quegli interventi normativi a garanzia dei diritti dei consumatori e degli operatori onesti contenuti nelle richieste di decreti legge ripetutamente presentati dal comparto orafo al Senato e alla Camera in tema di riforma del commercio di oro, tracciabilità nonché corretta denominazione dei materiali gemmologici». Attraverso accordi come quello rinnovato da poco con Fiera di Vicenza, promuovete la formazione del comparto che passa, ad esempio, anche dallo sviluppo della cultura gemmologica. Quali le iniziative sono in corso in questa direzione? «Gestire un’attività nel nostro settore è sempre più complesso: l’assortimento di prodotto, gli stili di vita e i comportamenti d’acquisto dei consumatori, nonché la comunicazione, rappresentano un’alchimia necessaria ma difficile da coordinare. Una sfida nella quale, come Federpreziosi, af-

fianchiamo le aziende con un’attività di formazione su argomenti che interessano tutta la filiera: fiscalità, sicurezza, aggiornamento in tema normativo e di novità gemmologiche, marketing. Un’attività partita da una diretta conoscenza delle problematiche e che per tutto il primo anno del mio mandato ci ha visti impegnati in un vero e proprio “giro d’Italia” per incontrare il maggior numero di operatori». Si diceva dell’innalzamento del limite contanti. Che impatto può avere sulla domanda di preziosi e, in parallelo, quali interventi occorrono sul versante della moneta elettronica? «Una nostra ricerca presentata nel gennaio 2015 indica come le gioiellerie e le orologerie italiane valutano un possibile

aumento dei ricavi medi pari al 16 per cento. Ma non dimentichiamo che se da un lato il governo dà la possibilità di utilizzare con maggior libertà il contante, dall’altro giustamente prevede l’incentivazione della moneta elettronica. In questa direzione, la riduzione dei costi delle intermediazioni bancarie indicata dal regolamento europeo in vigore da dicembre può sicuramente giovare. Ora che un grande passo avanti è stato fatto non ci rimane, come Federpreziosi, che sollecitare il Governo verso l’introduzione del sistema di fatturazione elettronica e la revisione del gravoso obbligo di registrare e comunicare i dati degli acquirenti che spendono più di 3600 euro». ■ Giacomo Govoni

Affinare i metalli preziosi Le tecniche per ottenere oro, argento e platino con elevati livelli di purezza. Ugo Gronchi racconta come si svolge questo lavoro alla ricerca dei più alti standard obiettivo dei processi di affinazione dei metalli preziosi, generalmente, è quello di eliminare le impurità nocive. Ciò che fa la società Italiana Horo di Civitella in Val di Chiana, in provincia di Arezzo, invece, va oltre. Come afferma il suo amministratore, Ugo Gronchi: «Nella lavorazione di oro, argento, platino e altri metalli puntiamo al massimo, ricercando e ottenendo elevati livelli di purezza, garantendo al contempo alti standard anche sotto il profilo della sicurezza». Infatti, Italiana Horo lavora all’affinazione dei metalli preziosi dai materiali che li inglobano, sia nei minerali primari sia negli scarti della produzione orafa (compreso il trattamento delle ceneri). « I metalli, una volta recuperati – prosegue Gronchi –, vengono immessi sul mercato trovando impiego nei settori più diversi». Le tecniche di affinazione utilizzate da Italiana Horo sono ormai acquisite da decine di anni. «Queste, nella maggior parte dei casi, consistono in processi chimici per via umida. Ed escludendo i forni per la fusione, gli strumenti sono gli stessi di un labora-

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La Italiana Horo Srl ha sede a Civitella in Val di Chiana (AR) - www.italianahoro.com

torio chimico, ovvero vetreria da fuoco, filtri, pompe e aspiratori. Infine, benché per la determinazione dei titoli commerciali si usi ancora il metodo per via secca (coppellazione), che rimane il più affidabile per i metalli preziosi, sono numerose le innovazioni tecnologiche che abbiamo introdotto nel nostro lavoro, come i raggi X, il laser e la spettrometria la cui precisione mira essenzialmente alla determinazione delle impurità presenti nei metalli raffinati». ■ Valerio Germanico


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a domanda mondiale di gioielleria e preziosi in genere rialza la testa. Dopo il primo semestre del 2015 che aveva registrato una flessione del 6 per cento, dal terzo trimestre è giunto «qualche interessante segnale di ripresa rispetto ai primi due in termini di quantità consumate, anche se non in termini di valore, confermando ancora una volta la sensibilità del mercato alle quotazioni della materia prima». A rilevarlo è la presidente di Federorafi Ivana Ciabatti, che sottolinea come «questo incremento è stato quasi totalmente assorbito dalle buone performance dell’India, salite del 15 per cento, mentre in Italia la domanda ha segnato un – 2 per cento nelle quantità consumate». Nel complesso, che risultati ha conseguito l’industria italiana del gioiello nell’anno appena concluso? «Anche l’industria orafa italiana, che aveva iniziato bene il 2015, ha subito il contraccolpo dell’andamento stentato della maggior parte delle economie mondiali. Pertanto l’anno dovrebbe chiudersi in frenata rispetto alle attese, con un forte rallentamento sui mercati del Medio Oriente e del Nordafrica, oltre che in Turchia (-29 per cento) e in Russia per la nota questione delle sanzioni. Al contempo tuttavia, abbiamo un significativo rilancio di interesse verso il gioiello “made in Italy” in Usa, da sempre Paese di riferimento per il nostro export ma che fino a un paio di anni fa aveva visto la nostra quota scendere in un decennio dal 30 per cento al 9 per cento. Per il 2016 rimango comunque molto confidente che i segnali positivi provenienti dal mercato statunitense possano consolidarsi ed estendersi su altri mercati». Esportare il nostro bello e ben fatto è una delle chiavi per rilanciare la competitività del made in Italy nel mondo. Quali sbocchi commerciali esteri offrono le prospettive più interessanti in tal senso? «Nell’immediato non possiamo che pun-

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Bello e ben fatto, a tutta forza sugli Usa In uno scenario internazionale che riscopre progressivamente l’appetibilità del gioiello made in Italy, il mercato numero uno da aggredire nell’immediato, secondo Ivana Ciabatti, è quello statunitense

Ivana Ciaba�i, presidente nazionale di Confindustria Federorafi

tare fortemente sugli Usa, dove a settembre avevamo recuperato un ulteriore 15 per cento rispetto allo stesso periodo del 2014 grazie all’apprezzamento della valuta statunitense ma soprattutto alla recettività del mercato Usa e della particolare appetibilità dei gioielli made in Italy. In un’ottica più lunga dobbiamo lavorare per rendere più competitivo il nostro prodotto sulle nuove aree di consumo di oreficeria rappresentate dal Nordafrica e dal Far East nonché alcuni mercati che si apriranno più avanti come l’Iran, Paese storicamente con un feeling

EXPORT

Punteremo sugli Usa, dove a se�embre avevamo recuperato un ulteriore 15 per cento rispe�o allo stesso periodo del 2014, grazie alla rece�ività di questo mercato

molto positivo verso il prezioso italiano». Come federazione state portando avanti un piano di internazionalizzazione del distretto orafo che vede in campo anche l’Ice. Lungo quali direttrici principali si articola? «Le direttrici Federorafi per promuovere il comparto si declinano in tre aree. La prima: creare un ambiente competitivo “fair” e quindi priorità assoluta all’azzeramento dei dazi doganali verso tutte le aree commerciali, a partire dagli Usa. Un nostro studio ha calcolato che l’azzeramento dei dazi comporterebbe un incremento delle nostre esportazioni per un valore prossimo al miliardo di euro! Due: continuare nelle missioni esplorative di sistema organizzate da governo e Confindustria verso i Paesi che si apriranno nel medio-lungo periodo come Angola, Cuba, Indonesia, Iran, Myanmar, Nigeria, Vietnam ecc. Terzo: potenziare le azioni prettamente commerciali, attraverso la collaborazione con Ice e Mise, mediante gli accordi con la Gdo internazionale». La tracciabilità e l’eticità di un gioiello sono fattori che possono qualificare ulteriormente le produzioni italiane. Quali carte può giocare la nostra oreficeria sotto questo aspetto? «Oltre a “vendere un sogno”, un comparto come quello del prezioso deve anche essere in grado di garantire al consumatore l’utilizzo di materie prime e di processi di lavorazione in linea con gli standard internazionali fissati dall’Ocse. Tracciabilità ed eticità sono dunque scelte

quasi ineludibili purché siano dettate dal mercato e non imposte dall’alto. Non è un caso che Federorafi sia stata la prima associazione italiana a sottoscrivere nel 2012 un protocollo di intesa col Mise per incentivare all’interno della filiera orafaargentiera e gioielliera lo sviluppo delle buone pratiche della responsabilità sociale d’impresa e ad aderire all’organismo internazionale specializzato negli standard etici per la gioielleria che è il Responsible Jewellery Council». Il sistema italiano dei preziosi attende un sostegno concreto anche a livello legislativo. Cosa si è mosso negli ultimi mesi su questo versante e su quali azioni prioritarie occorre puntare in futuro? «Il sostegno legislativo che chiediamo è finalizzato a migliorare il modo di fare impresa orafa in Italia, semplificando alcuni aspetti di carattere fiscale e normativo. Abbiamo accolto con grande favore il recente provvedimento governativo sull’incremento del limite del contante e ora ci aspettiamo l’estensione a tutti gli operatori del regime del “reverse charge” per l’Iva che darebbe certezze e trasparenza alle transazioni e permetterebbe alle imprese di accedere al credito bancario almeno alle condizioni dei nostri colleghi imprenditori degli altri Paesi Ue. Sollecitiamo infine i controlli sul mercato, anche sui prodotti importati, per evitare comportamenti fraudolenti e sleali e un forte impegno politico per l’approvazione a livello Ue della proposta di regolamento sul “made in”». ■ GG


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Maestri orafi

L’occhio che misura la bellezza Taglio, purezza, colore, rarità. Sono solo alcuni dei fattori che determinano la qualità e il valore di una pietra preziosa. Ma per riconoscerli occorre un’adeguata cultura gemmologica. Come spiega Luigi Costantini l primo posto nel mondo per produzione ed esportazione di gioielli, l’Italia possiede anche una lunga tradizione di arte orafa. Da cui deriva l’esigenza di trasmettere una cultura scientifica gemmologica sia agli operatori sia ai consumatori, anche in un’ottica di maggiore trasparenza del settore. Giunta da noi come scienza solo negli Anni Settanta, in ritardo rispetto ad altri Paesi come Gran Bretagna o Germania ove trovò applicazione pratica sin dagli anni Dieci e Trenta del secolo scorso, «oggi la gemmologia vanta un diffuso interesse nel nostro Paese, sempre più attratto dall’aggiornamento in questo campo». Ad affermarlo sulla scorta di una lunga esperienza nel settore della formazione gemmologica è Luigi Costantini, noto gemmologo con un trascorso pluri-decennale in qualità di referente per l’Italia dell’International gemological institute di Anversa. Facciamo chiarezza, innanzitutto sui termini. Cosa fa guadagnare a una pietra la qualifica di “preziosa” e quando invece si parla di gemma? «Con “pietra preziosa” comunemente s’intende ciò che in gemmologia vien definito gemma, ovvero un materiale d’origine naturale, trasparente, semi-trasparente, opaco o traslucido, levigato e lucidato, che possiede una bellezza intrinseca derivante dai giochi e dallo sfavillio di luci e colori prodotti dalle superfici lucidate e che il taglio farà risaltare, oltre a rarità e durevolezza, ove per durevolezza s’intende l’insieme dei fattori durezza, tenacità e stabilità. Il 99 per cento delle gemme è costituito da sostanze solide naturali e inorganiche, il rimanente 1 per cento da sostanze solide naturali organiche come perle, corallo, ambra, avorio, giaietto. Ciò che fa assurgere un materiale organico o inorganico al rango di gemma è il combinato disposto di bellezza attuale e/o potenziale, rarità e durevolezza». Quali sono i parametri per classificarne il valore? «In base a quanto considerato, i parametri qualitativi atti a definire il valore commerciale d’una gemma sono purezza/trasparenza, colore, taglio e massa/peso. Tali fattori variano a seconda che siano riferiti al diamante oppure alle gemme di colore di primo piano - rubino, zaffiro e smeraldo - o di secondo piano, tutte le altre». Che importanza è attribuita alla figura del gemmologo all’interno della filiera dei preziosi? «Per quanto concerne l’Italia, alla figura del gemmologo nella filiera dei preziosi lamenterei, a fronte d’una notevole considerazione in ambito d’impresa familiare o individuale, un non corrispondente credito – com’è nel caso degli Stati Uniti – a fini d’impiego alle dipendenze, in impresa del settore». È idea diffusa che la provenienza delle gemme ne connoti la qualità. In quali casi questa equazione è vera, e, in generale, qual è il peso della “territorialità” sul loro valore? «La qualità d’una gemma, e quindi del suo individuale valore commerciale, è funzione solamente dei parametri qualitativi che le son propri, indipendentemente dalla provenienza geografica. Ciò vale per il diamante e a maggior ragione per le gemme di colore, sebbene la tendenza sia quella d’assimilare l’origine geografica alla qualità. Ad esempio, benché la Colombia sia nota per fornire smeraldi d’ottima qualità, non tutta la sua produzione si colloca nella fascia dell’ottimale. Vi son smeraldi

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Luigi Costantini, presidente del comitato scientifico di Assogemme e fino al 2013 referente per l’Italia dell’International gemological institute di Anversa

d’altra derivazione e d’equipollente qualità, come pure smeraldi colombiani che si collocano nella gamma bassa dei valori commerciali. Ogni pietra è un individuo a sé stante, e va valutata in base al suo merito». Diamanti naturali e diamanti sintetici: quanto i secondi rappresentano una “minaccia” per i primi? «Se per minaccia s’intende l’insidiarne la posizione di mercato, accamperei il caso del rubino, dello zaffiro e dello smeraldo sintetico. In commercio rispettivamente dal 1896, dal 1910 e dal 1935, non hanno per nulla sminuito o compromesso l’importanza delle controparti naturali, anzi. E così è per il diamante sintetico e naturale. Il primo è un prodotto di laboratorio, ripetibile, realizzato in tempi riconducibili a qualche mese o settimana, e per di più avente forma di cristallizzazione che si discosta da quelle della controparte naturale. Quello naturale deve la sua genesi alle prime fasi di formazione del nostro pianeta ed è parte integrante di quell’irripetibile processo geologico che è stato il raffreddamento della crosta terrestre. Due cose ben diverse quindi, anche sul piano dei costi e del prezzo finale». Se invece per minaccia si intende il rischio di non riconoscerne la differenza? «Questa rappresenta un’eventualità se l’acquirente, nella filiera o finale, non si premunisce da possibili incidenti di percorso intenzionali o meno, richiedendo sempre una dichiarazione o certificazione d’analisi gemmologica rilasciata da laboratorio gemmologico primario. Un’accortezza che deve valere sia per i diamanti sia per le pietre di colore». Lei presiede il comitato scientifico di Assogemme. Quali aspetti legati all’attività dell’associazione cura in particolare? «L’attività di Assogemme che mi ha visto più coinvolto ultimamente è stata la messa a punto del progetto per il primo codice etico procedurale applicabile al commercio e alla produzione delle gemme di colore di cui s’è fatto carico il Comitato scientifico, col validissimo apporto di Paolo Minieri e Alberto Scarani. Un’impresa davvero ardua, in cui abbiamo dovuto addentrarci in terre infide e sconosciute, come ben si può immaginare». ■ Giacomo Govoni

IL DIAMANTE SINTETICO

è un prodo�o di laboratorio ripetibile, realizzato in tempi riconducibili a qualche mese o a qualche se�imana


Osservatorio sul lusso Pag. 7 • Gennaio 2016

Vicenza-Arezzo, un patto che vale oro Sostenuta dal Mise, l’intesa tra i due player fieristici prevede la gestione coordinata del calendario degli eventi per il prossimo biennio. Nel mirino la creazione di un hub logistico unico per il comparto orafo n passo in avanti sulla strada che nel giro di pochi anni potrebbe condurre alla creazione di una piattaforma logistica unica per il settore orafo-gioielliero italiano. A compierlo, a braccetto, sono Fiera di Vicenza e Arezzo Fiere e Congressi che nei giorni scorsi hanno sottoscritto un nuovo accordo strategico per l’integrazione e lo sviluppo del sistema fieristico nel comparto dei preziosi, uno dei più importanti del made in Italy. Siglata con il supporto del Ministero dello sviluppo economico, l’alleanza punta a favorire l’internazionalizzazione delle aziende, aumentandone le occasioni di business anche attraverso la gestione coordinata del calendario fieristico di settore per il biennio 2016-2017, prevista dall’accordo. «Avere armonizzato i calendari – sottolinea Andrea Boldi, presidente di Arezzo Fiere e Congressi - è il requisito indispensabile per evitare disper-

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sioni nella promozione della filiera italiana dell’oro e del gioiello. Finalmente possiamo proporre agli operatori italiani opportunità commerciali ottimizzate per segmenti di mercato e canali distributivi. Da oggi, credo fermamente che le aziende orafe e gioielliere siano molto più forti». Espressione di due distretti orafi di grande tradizione nel nostro Paese, Fiera di Vicenza e Arezzo Fiere e Congressi organizzano da decenni VicenzaOro e OroArezzo, le più importanti manifestazioni espositive dedicate a questo speciale filiera produttiva. Pertanto rappresentano i migliori ambasciatori di un più sinergico e moderno modo di fare fiera. «Attraverso l’unione delle nostre diverse esperienze, competenze e network di relazioni – spiega Matteo Marzotto, presidente di Fiera di Vicenza – questo accordo ci permette di essere ancora più al servizio delle imprese di un comparto d’eccellenza, quello appunto del gioiello italiano “bello e ben fatto”, ma anche di proporre l’Italia come straordinaria vetrina per la migliore manifattura orafa e gioielleria mondiale». In quest’ottica uno degli obiettivi ulteriori della sinergia, che rientra nell’ambito del Piano straordinario per il made in Italy rivolto alle principali filiere produttive, è quello di definire un brand unico per tutti gli eventi che si svolgeranno all’estero per incrementare l’export e le quote internazionali del nostro jewellery. ■ Giacomo Govoni

Un’arte preziosa L’artigianato italiano gioca da protagonista nel contesto internazionale della gioielleria. La parola d’ordine di questo mestiere è “esclusività”

on è certo tra i paesi in cui abbondano oro, argento o gemme. Eppure, quando si parla di gioielli si guarda all’Italia come alla terra dei maestri orafi. Senza cedere alle lusinghe dell’industria di massa, molti nostri artigiani continuano a puntare alla perfezione del gesto tecnico, da una parte, e dall’altra non smettono di cercare nuove forme e soluzioni per le loro creazioni. Uno di questi è Ce Damiano, titolare dell’omonimo laboratorio orafo di Abbiategrasso (MI). «Nel mio laboratorio – premette Damiano – la prerogativa è realizzare le lavorazioni artigianalmente, dal disegno e dal modello al gioiello finito. Per raggiungere le competenze necessarie, bisogna calcolare non solo molti anni di esperienza, ma anche di studio, che nel mio caso è avvenuto presso l’istituto gemmologico italiano, oltre ad aver conseguito il diploma di maestro d’arte orafa – perito in preziosi presso l’istituto statale d’arte Benvenuto Cellini

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Il Laboratorio orafo Ce Damiano si trova ad Abbiategrasso (MI) www.laboratorioorafocedamiano.it

di Valenza. Tutto questo serve a creare un gioiello, sia a partire da un’idea propria sia su disegno nato dai desideri dei committenti: è l'artigiano che dà forma al metallo, ma non solo. Nel mio lavoro sono aiutato da altri artigiani specializzati nel lavoro di incastonatura, incisione, cesello. Damiano spiega dov’è il grande vantaggio che scaturisce da questo tipo di processo. «La parola d’ordine nel nostro mestiere – dice l’orafo milanese – è “esclusività”, perché ogni gioiello ha la sua caratteristica e le sue imperfezioni, caratterizzate dalla lavorazione artigianale. Si ottiene così, per esempio, una consistenza, data dal limite dello spessore oltre il quale, lavorando a mano, non si può scendere. Un altro aspetto che contraddistingue un gioiello di qualità da uno mediocre sta nell'utilizzo di materiali preziosi come oro, platino, palladio, argento. Poi sta alla maestria del professionista conferire le giuste proporzioni, con rifiniture che valorizzano le gemme e la giusta presenza in ordine di peso del materiale. Con le moderne tecnologie, invece, si tende a diminuire lo spessore e la quantità a discapito della durata del gioiello e del suo valore, in barba all’investimento che un gioiello rappresenta». Detto questo, rimangono pochi dubbi sul ruolo che il made in Italy gioca in questo campo. «Lo stile italiano non ha paragoni. Nonostante la reperibilità dei materiali nel nostro paese sia scarsa, da secoli abbiamo messo a punto le tecniche più raffinate per lavorare i metalli preziosi. Il made in Italy è sinonimo di qualità, stile, originalità e come abbiamo sempre fatto rimarremo protagonisti dell'alta gioielleria mondiale». ■ Elena Ricci


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Maestri orafi

Inusuali, nella forma e nel colore

li messicane, australiane, peruviane, giada lavanda. E ci sono richieste anche per pietre ancora più difficili da trovare come alessandriti, morganiti, kunziti, tormaline, tanzaniti. Insomma, quanto più una pietra è rara tanto più è apprezzata. A queste materie prime abbino oro argento e materiali alternativi come l'ebano».

Cristina Zilli spiega le ultime tendenze nel mercato del gioiello e la grande importanza che ricopre la lavorazione manuale. «Ogni creazione è un pezzo unico con pregi e difetti dati dalla mano dell'artigiano»

L'anello di conchiglia con zaffiro stellato e tormalina schorlite grezza

alle materie prime più rare e preziose alle forme più originali. Forse il carattere più importante del gioiello contemporaneo sta nella ricerca della sua esclusività, che diventa così un modo per ribadire la personalità di chi lo indossa. Lo sanno bene quegli artigiani che hanno voluto lasciare la propria arte incontaminata da processi più o meno avanzati tecnologicamente e che, quindi, affidano alle proprie mani tutta la produzione: dal progetto fino alla realizzazione finale. Lo spiega approfonditamente Cristina Zilli, il cui laboratorio nel centro storico di Padova nacque come studio di analisi gemmologica nel 2002. «Il mio percorso – premette Zilli – mi ha portato prima alla laurea in scienze naturali con tesi sull'ambra siciliana per poi arrivare allo studio, e più tardi all'insegnamento, della gemmologia. Negli ultimi anni ho notato che i committenti cercano creatività, artigianalità, originalità sempre abbinate a preziosità e naturalezza. Oggetti unici e irripetibili. Per questo ho sviluppato il laboratorio nel segno della creatività, costruendo gioielli unici con pietre rare, che recupero in giro per il mondo: le compro grezze e poi le taglio personalmente

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con le forme particolari che meglio si adattano al progetto».

LE GEMME Sono numerose le pietre con cui Zilli lavora. «Tra tutte – continua – l'ambra riscontra sempre molto fascino, forse perché le mie clienti sanno che sono specializzata nella vendita di questa pietra o perché da me si trovano ambre assolutamente naturali senza alterazioni. Questo garantisce colori e forme assolutamente di non facile reperibilità. Sto parlando di ambre provenienti dal Messico, dalla Repubblica domenicana, dal Mar Baltico e dall’Indonesia. Anche le perle hanno un certo riscontro, ma devono essere inusuali nella forma o nel colore, opa-

LE CREAZIONI Zilli, poi, spiega come nascono i suoi gioielli. «Le creazioni prendono forma nella mia testa nello stesso momento in cui taglio una pietra o tengo in mano una pietra già tagliata. Mi spiego meglio: è come se la forma del gioiello che meglio le si adatta fosse già scritta nel materiale particolare su cui sto lavorando. Non sempre la cosa però è istantanea. Ci sono pietre che rimangono sul mio tavolo per anni. Poi, quasi per caso, le trovo accostate a un certo materiale mi sembra che tutto abbia trovato un senso nella loro associazione. Un esempio inusuale potrebbe essere l'anello di conchiglia con zaffiro stellato e tormalina schorlite grezza» (foto grande sotto il titolo). Tutto ciò avviene su un piano esclusivamente artigianale. «Ogni montatura di anello, collana ed orecchini, parte dal taglio a mano della pietra – spiega Zilli – per arrivare alla modellazione in oro o cera persa della montatura, cui segue l'incastonatura rigorosamente manuale. Anche la lavorazione dell'ebano, e le creazioni finali di oro o argento con pietre preziose ed ebano, sono fatte solo manualmente in laboratorio. Il principale vantaggio è che tutte le mie creazioni sono pezzi unici con i pregi e difetti dati dalla mia mano». ■ Renato Ferretti

LE PIETRE

Lavoro su ambre assolutamente naturali senza alterazioni

Il laboratorio Cristina Zilli si trova a Padova www.cristinazilli.com

GEMMOLOGIA E DINTORNI Cristina Zilli, titolare dell'omonimo laboratorio orafo padovano, entra nel dettaglio dei suoi studi accademici in gemmologia. «Un'analisi gemmologica – spiega Zilli – è uno studio approfondito tramite microscopio, rifrattometro, spettroscopio, conoscopio e bilancia idrostatica, di una pietra preziosa per stabilire nome, naturalezza, trattamenti o sintesi. Avere un certificato gemmologico che accompagna la pietra acquistata dà sicurezza e garanzia di ciò che si è acquistato. La completezza nella mia attività è proprio data dagli studi fatti e che continuo a fare, per tenermi sempre aggiornata su nuove sintesi o trattamenti che vengono effettuati sulle pietre. Senza queste conoscenze non avrei la sicurezza nell'acquisto di una pietra preziosa o di un grezzo né avrei la sicurezza di proporre, creare e vendere le mie creazioni. E credo che la correttezza e la fiducia che le clienti ripongono in me e nella mia professionalità siano le cose essenziali per continuare a lavorare nel modo più giusto».


Osservatorio sul lusso Gennaio 2016 • Pag. 10

Maestri orafi

Il soffio creativo

Nella capitale dell’arte trecentesca ci sono altri gioielli da scoprire: nei gesti dei suoi maestri orafi rivive una tradizione antica, ora proiettata verso il futuro. L’esempio di Francesca Bellini e Diego Gallina

na delle maggiori espressioni della storia artistica di Padova sta nell’alta oreficeria, che tuttora affascina per l’abilità e le nuove invenzioni dei suoi maestri. In effetti, si può parlare a buon diritto di una scuola di oreficeria padovana, di cui Francesca Bellini e Diego Gallina, del laboratorio orafo Gallina, sono due esponenti. «Siamo artigiani – dice Bellini –, tutto nasce dalle nostre idee, seguiamo anche i desideri di chi si rivolge a noi per creare gioielli di propria

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fantasia, con i nostri consigli e le tecniche del caso, osservando attentamente le tendenze fino al restauro di preziosi gioielli antichi. Realizziamo gioielli dagli effetti cromatici e di lucentezza molto particolari. Impieghiamo pietre tagliate in modo inusuale, montature ricercate e fantasiose e accostamenti di materiali diversi, creando così ornamenti importanti e dalle forme decise e protagoniste».

condo le stagioni che si susseguono. «I gioielli si adattano ai colori – continua Bellini –, ai cambiamenti, ai vari stili e personalità. Ogni anno ci sono colori predominanti che seguono trend diversi, come lo sono il blu e il rosso in questo inverno. Ma i colori devono essere, come le pietre, tutti presenti, anche perché sono innumerevoli le possibilità creative. Oltre alla ricerca di una qualità indiscussa, l’arma vincente sta nella capacità di destreggiarsi fra i mille colori delle pietre che ora sono tagliate in modo differente dal passato e da questo nascono gli spunti per nuovi disegni. Più in generale, nella nostra attività, ogni giorno è fatto di piccoli movimenti, a partire dall’apertura del laboratorio-negozio». L’IMPEGNO CREATIVO Da artigiani, Bellini e Gallina sono amanti del “fatto a mano”. «Il nostro impegno quotidiano si mischia a modelli classici equilibrati, magari rinnovati nei particolari di manifattura. Perchè vogliamo partecipare alla storia, con la consapevolezza del passato e la responsabilità del presente. Un percorso cominciato in tempi insondabili e che si è via via arricchito, implementato, differenziato. Intraprendere oggi tale cammino vuol dire condividere, ma anche fare sintesi di saperi antichi e di abilità consolidate. Questa è la nostra esperienza. Qualcosa che continua e che resiste, perché il bello non ha età». INIZIATIVE ARTISTICHE Nel tempo Gallina e Bellini si sono accostati alla cultura. «La nostra intenzione è sostenere iniziative artistiche trasversa-

In alto Diego Gallina e sotto Francesca Bellini.

I COLORI E LE PIETRE Le vetrine del laboratorio si animano se-

LA SCUOLA ORAFA DI PADOVA Diego Gallina, titolare insieme a Francesca Bellini del Laboratorio orafo Gallina, ripercorre le tappe fondamentali della sua formazione. «Agli inizi degli anni Sessanta – dice Gallina –, ho studiato presso l’Istituto d’Arte Pietro Selvatico di Padova, dove ho frequentato le lezioni del maestro Mario Pinton (Padova, 1919-2008), fondatore della cosiddetta “Scuola Orafa di Padova“. Negli stessi anni, ho iniziato una lunga esperienza nel laboratorio di Germano Galvan, uno dei protagonisti della scena orafa di allora, conosciuto soprattutto per i suoi gioielli realizzati con la tecnica della fusione a cera persa. Mi sono avvicinato alla produzione di tipo classico e mi sono specializzato poi nelle tecniche della tradizione. Nel 1971 ho aperto il laboratorio, che fin dall’inizio si proponeva come studio creativo rivolto principalmente a soddisfare le richieste di una clientela esigente».

Il Laboratorio Orafo Gallina si trova a Padova www.laboratoriorafogallina.com

NEI PREZIOSI

I colori, così come le pietre, devono essere tutti presenti, perché sono innumerevoli le possibilità creative

li attraverso discipline come la musica, la pittura, la danza e la poesia. Abbiamo accostato il nostro marchio a eventi il cui leit-motif è cultura, bellezza, originalità intrisa di glamour. Siamo stati partner per manifestazioni culturali cui abbiamo aderito oltre che come sponsor, come creatori dell’evento stesso. Da qui sono nate le collaborazioni con mostre dedicate a Galileo, Dalì e Picasso ma anche a Lucia Bosè, a Beth Carvalho regina del samba, al chitarrista Giovanni Baglioni, all’opera FromHell to Heaven, e al 150° anniversario dell’Unità d’Italia per il quale abbiamo forgiato un bracciale presentato e applaudito alla Fiera orafa di Vicenza. Ma, al di là dei numeri e degli eventi, dobbiamo il nostro successo alla dedizione, nei rapporti di fiducia che abbiamo costruito, alla capacità di comunicazione e a un’apertura mentale che non è affatto scontata». ■ Elena Ricci


Osservatorio sul lusso Pag. 11 • Gennaio 2016

Dalla tradizione, il fascino senza tempo

La versatilità dello splendore

Laura e Gaia Tosoni introducono il mondo contemporaneo della gioielleria e dei preziosi, un ambito in cui mode e tendenze si moltiplicano e si contraddicono. «L’unica certezza è il valore superiore dell’artigianato»

Il metallo lunare declinato in ogni forma. È l’impegno del Gruppo Greggio, primo produttore europeo di articoli in argento e lega argentata e dorata

n un mercato atomizzato in ogni direzione, c’è qualcuno che concepisce i preziosi secondo un paradigma classico, dove la bellezza sta nella massima semplicità delle forme e nel sapiente accostamento dei colori. Gaia Tosoni, alla guida della mantovana Tosoni Gioielli, descrive i trend del momento a partire dalla sua esperienza artigiana. «La nostra rappresenta una realtà sui generis nel campo della gioielleria, il che vale a dire che non sempre i desideri dei nostri clienti sono aderenti al resto del mercato; tuttavia mi pare che in questo momento ci sia una sorta di bipolarismo: da un lato la voglia di stupire con gioielli vistosi ma non necessariamente preziosi e spesso rispondenti alle mode del momento, dall’altra il desiderio di tornare ai grandi classici e la ricerca di cose piccole, preziose, cucite addosso come un abito su misura». «La Gioielleria Tosoni inizia la sua storia nel 1919 – spiega la titolare – con Gino Tosoni che, al ritorno dalla Guerra, apre la sua bottega sotto le ali della maestosa Basilica di S. Andrea a Mantova. Da allora si sono succedute quattro generazioni e diverse location di prestigio. Nonostante il mutare dei tempi, dei gusti e delle mode c’è qualcosa che da Tosoni non è mai cambiato: la sua essenza artigiana ed un autentico amore per

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© foto - Federica Bottoli

La Tosoni Gioielli si trova a Mantova www.tosonigioielli.com

il bello, non solo nel campo della gioielleria ma anche in quello della casa, intesa come un piccolo mondo fatto di cose da amare. Oggi il negozio è condotto da tre donne: accanto a me mia mamma Laura, venditrice di grandissima esperienza, e Marzia, storica collaboratrice e responsabile del laboratorio. In quasi cento anni di storia abbiamo collezionato tantissimi riconoscimenti, tra i quali gli ultimi ricevuti dalla regione Lombardia come Storica Attività e Artigiano Eccellente». Infine Gaia spiega l’origine delle creazioni Chuca e Tosoni in argento e oro. «I nostri gioielli nascono da un desiderio, un impulso al quale segue poi tanta ricerca: dai materiali, alle tecniche di lavorazione, alle finiture, fino al pacchetto e alla carta, tutto viene curato e studiato con molta cura. Quanto agli accostamenti, siamo aperte ad ogni soluzione esteticamente piacevole, quindi ci capita di lavorare con la stessa cura pietre preziose e resine, mettendo queste ultime al servizio del risultato finale. Abbiamo ereditato da mio padre Luciano l’amore per le pietre colorate; ci piace accostarle in maniera insolita, capovolgere le proporzioni, giocare sull’armonia tra le sfumature del metallo e delle pietre. E poi le perle, con la loro luce e la loro vitalità: irresistibili. Lo stesso amore per il dettaglio lo pretendiamo dai nostri fornitori, con i quali condividiamo idee e principi. Ma per noi la vendita non finisce finché la cliente non indossa i nostri gioielli e li sente davvero suoi». ■ Remo Monreale

l Modern Arts Museum di Philadelphia (Stati Uniti) è esposto il set di posate ergonomiche per bambini “Laguna”, disegnato da Oskar Kogoj e realizzato da Greggio, azienda padovana fondata nel 1948 da Rino Greggio. Non è un caso che sia in un museo, perché le realizzazioni del Gruppo Greggio – primo in Europa nella produzione di articoli in argento e lega argentata – sono vere e proprie opere d’arte, che allestiscono le mise en place più raffinate e arredano le residenze più eleganti del mondo, gli yacht più esclusivi, i palazzi reali di emiri e sultani, ambasciate e alberghi extra lusso internazionali. Come afferma Barbara Greggio: «La nostra è una grande passione, per questo materiale, per l’arte della tavola e per gli oggetti raffinati, eleganti e con personalità. Le nostre collezioni sono vastissime ed eclettiche, ogni articolo può essere personalizzato per soddisfare le richieste di una clientela sempre più esigente».

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LE REALIZZAZIONI

sono vere e proprie opere d’arte, che allestiscono le mise en place più raffinate, arredano le residenze più eleganti del mondo, palazzi reali e alberghi extra lusso

Il Gruppo Greggio ha sede a Sarmeola di Rubano (PD) - www.greggio.com

Non esiste limite a ciò che si può realizzare con questi materiali : le costanti collaborazioni con architetti e interior designer ne sono la dimostrazione. Non mancano le richieste di committenti stranieri, anche le più eccentriche come la creazione di una barca di un metro di lunghezza tutta in lega argentata con decori dorati utilizzata come una grande cesta per i regali natalizi. L’amore per questo materiale nobile ha portato la famiglia Greggio a costituire, nel 1994, l’Accademia dell’Argento, in cui è possibile dedicarsi a un progetto di cultura grazie a un rigoroso impegno didattico e divulgativo, destinato a confluire in un programma denso di iniziative. «C’è sempre stata, da parte nostra, la volontà di conservare e sviluppare la storia, le tradizioni e la filosofia del vivere l’argento». Negli anni 90 il Gruppo Greggio ha acquisito due marchi dell’eccellenza argentiera Cesa 1882 e Ricci Argentieri (fornitori ufficiali del Quirinale) e successivamente negli anni 2000 i brand Dogale Venezia e Masini Firenze in cui l’unione del vetro e della porcellana con la lega argentata hanno dato origine a prodotti tutti rigorosamente Made in Italy che ampliano ancora di più l’offerta. Così, oggi, con la capogruppo Greggio Argento, il Gruppo si propone al mercato con cinque marchi italiani forti di un background che lo rende un’autentica eccellenza del settore. ■ Elio Donato


Osservatorio sul lusso Gennaio 2016 • Pag. 12

Alta gamma

L’unicità dello stile italiano L’alto di gamma italiano vale oggi circa 100 miliardi di euro, ma può crescere ancora se il Paese riuscirà a difendere e a promuovere le proprie specificità a livello produttivo, culturale e artistico. Internazionalizzare è la parola d’ordine, ma servirà fare squadra, grazie anche al sostegno istituzionale Con quali azioni e strategie si può accrescere la competitività dell’alto di gamma italiano? CARLALBERTO CORNELIANI: «I prodotti della fascia premium lusso, oltre all’eccellenza intrinseca, devono possedere un alto valore aggiunto di immagine. L’elemento fondamentale è l’Italian style, lo stile di vita italiano, ma prima di esportarlo all’estero dobbiamo partire dal nostro Paese: le nostre città devono essere belle, i nostri musei aperti, i ristoranti piacevoli, le nostre vetrine le più belle del mondo. Per comunicare l’Italia oltre confine è poi sicuramente importante stringere un’alleanza tra moda, arte, food e cultura. I nostri prodotti devono essere produzioni di artigianato e al contempo artistici. Determinante è far sistema nei paesi stranieri, ma anche attrarre investitori e compratori in Italia; se saremo capaci di esaltare le nostre specificità e il nostro stile di vita, saranno i nostri migliori ambasciatori nel resto del mondo». CLAUDIO LUTI: «In un mercato sempre più saturo di proposte, di marchi, di prodotti, oggi un brand che voglia essere competitivo deve articolare la propria strategia puntando su diversi fattori. Senza mai rinunciare a ricerca, innovazione e qualità del prodotto, occorre scommettere sull’articolazione di gamma inserendo nuove categorie merceologiche compatibili con il core business e nel rispetto dell’identità del brand, la

Carlalberto Corneliani, presidente di Corneliani

differenziazione dei canali di vendita oltre che l’internazionalizzazione. Il che comporta assumersi rischi su più fronti. Tuttavia è questo approccio sfaccettato e dinamico a premiare le aziende con importanti risultati. Con Kartell stiamo appunto seguendo questo percorso: oggi l’azienda ha 4 divisioni e una joint venture dedicata all’arredo-bagno. Distribuisce su più canali: retail, contract, shopping mall di lusso, on-line. Fondamentali sono poi l’internazionalizzazione e l’apertura di nuovi mercati». LAMBERTO TACOLI: «Le aziende e i settori che producono eccellenze made in Italy e che le esportano nel mondo - con potenzialità ancora enormi - devono fare sistema per essere più uniti e coesi, cercando tutte le sinergie possibili. È questa la grande sfida dell’Italia, dalle aziende del settore nautico come quella che rappresento ai brand di moda noti in tutto il mondo. Incrementare la competitività del segmento dell’alto di gamma è

uno dei punti focali del nuovo mandato del presidente di Fondazione Altagamma Andrea Illy. Io stesso ho lavorato molto, insieme ad alcuni miei colleghi, per posizionare anche la nautica italiana all’interno di questo segmento, perché era un peccato che si parlasse di nautica in diversi contesti senza valorizzare quello che è un comparto di notevole eccellenza manifatturiera, di grandi capacità, di cultura e di storia». Quali, allo stato attuale, sono le principali criticità che devono fronteggiare le imprese che operano nel segmento dell’alta gamma? C.C. «Difendere il made in Italy è una priorità: il consumatore deve avere la possibilità di conoscere la provenienza dei prodotti e il valore del “made in”. Un’altra problematica riguarda l’internazionalizzazione. Per poter mantenere le proprie posizioni sul mercato, le imprese che operano nella fascia premium lusso devono esportare in tutto il mondo. È quindi necessa-

rio che le aziende facciano sistema tra loro, che le realtà produttive di piccole dimensioni trovino modo di raggrupparsi, magari nel proprio specifico comparto, oppure che singolarmente riescano a raggiungere le dimensioni minime necessarie per penetrare in maniera efficace sui mercati stranieri». C.L. «Da un lato, i prodotti d’alta gamma sono accomunati dal problema della contraffazione. La tutela della proprietà intellettuale e la lotta alla contraffazione sono fondamentali per imprese come Kartell che investono ingenti risorse in ricerca e innovazione e dalle copie, siano esse fatte da concorrenti italiani o stranieri, hanno danni inimmaginabili. Dall’altro, non bisogna mai smettere di puntare sull’innovazione, di processo e di prodotto, restando coerenti con l’identità del brand senza snaturarlo. Denominatore comune di questo lungo percorso è alimentarsi di una continua ricerca della bellezza, del prodotto, del- >>

CARLALBERTO CORNELIANI

Per comunicare l’Italia oltre confine è sicuramente importante stringere un’alleanza tra moda, arte, food e cultura


Osservatorio sul lusso Pag. 13 • Gennaio 2016

Claudio Luti, presidente di Kartell

>> la sua manifattura e del suo valore intrinseco trovando sempre nuove idee e nuovi prodotti in linea con l’identità del brand. Contestualmente, bisogna sempre portare avanti la politica retail che offre riconoscibilità diretta al brand verso il consumatore e infine sviluppare tutte le attività che ruotano intorno al mondo dell’e-commerce e degli influencer sui social media che sono azioni strategiche e imprescindibili per superare le eventuali criticità del nostro segmento». L.T. «L’imprenditorialità italiana è composta da imprese medie e piccole: questo vale anche per il mio settore. Sostenerle nel processo di promozione dei loro prodotti all’estero attraverso collettive, missioni e progetti, resta un nodo critico. Muoversi insieme diventa determinante su mercati

CLAUDIO LUTI

La tutela della proprietà intelle�uale e la lo�a alla contraffazione sono fondamentali per imprese che investono ingenti risorse in ricerca e innovazione stranieri lontani, dove gli investimenti necessari sarebbero troppo onerosi per una singola azienda. In questo senso, è fondamentale continuare sul percorso intrapreso con il ministero dello Sviluppo economico e dell’Ice per incentivare le potenzialità dell’alto di gamma del nostro Paese: se l’Italia riuscisse a fare ancora più sistema e squadra, otterrebbe ancora più benefici». In che modo il governo italiano do-

vrebbe sostenere in maniera ancora più efficace l’azione dei brand di alta gamma? C.C. «Il vice ministro Calenda si sta dando molto da fare, ha creato un tavolo in cui siedono le varie istituzioni dell’alto di gamma e mi pare si inizi ad avere la consapevolezza di quanto sia necessario fare. Anche le ambasciate e i nostri centri culturali possono contribuire allo scopo; da molti anni Francia e Germania appoggia-

no i loro prodotti in questa direzione. L’Italia, almeno in passato, non ha avuto la stessa capacità. Promuovere il nostro Paese, e quindi le nostre aziende, significa sostenere la moda, il food, insieme ad arte e cultura, lasciando emergere lo stile di vita italiano, il buon gusto e il sapere. Se si continua invece a dibattere su piccole questioni sterili - senza avere un orizzonte complessivo - sicuramente non >>


Osservatorio sul lusso Gennaio 2016 • Pag. 14

Lamberto Tacoli, presidente e ad CRN

>> si riuscirà a dare apporto alle imprese italiane che già si battono bene nel settore lusso, ma che non debbono pensare che bastino solo le parole. Gli altri Paesi hanno il desiderio di fare quello che facciamo noi. Non ne hanno le premesse, ma a lungo andare potrebbero acquisire anche solo una parte delle nostre capacità». C.L. «È necessario attivare uno sforzo di convergenza e sinergia che investa tutti i soggetti, dalle aziende al sistema politico, ai sistemi associativi, presentandoci come un sistema Paese forte. È quindi necessario individuare delle strategie efficaci per tutto il made in Italy, in una logica di sistema che sarà l’arma vincente per affermare la nostra competitività. Bisogna poi individuare percorsi virtuosi per semplificare quella selva di norme

Alta gamma e procedure che limitano la crescita e l’appetibilità di investitori stranieri e trovare misure adeguate di incentivazione e di sostegno rivolte alle imprese e al mondo produttivo che consentano una ripresa forte e duratura». L.T. «In Italia si tende a sottolineare sempre ciò che non va, mentre è importante evidenziare anche quanto di buono si sta facendo a livello istituzionale per sostenere l’alto di gamma e non solo. Si registra una più spiccata sensibilità da parte del governo verso questi temi, grazie al lavoro eccellente svolto dal vice ministro dello Sviluppo economico Calenda. Lo dimostra l’installazione Panorama, progetto unico frutto di una collaborazione tra le principali realtà rappresentative delle industrie culturali e creative italiane e istituzionali, che porterà in diversi Paesi del mondo l’eccezionale unicità e completezza del made in Italy. Panorama sarà prossimamente esposta a New York, alla Grand Central Station. Esistono ancora margini enormi di opportunità nel prossimo futuro per il made in Italy di alta gamma, non in tutte le aree del mondo è ancora cosi diffuso, ad esempio sul mercato dell’Asia Pacific o in quello africano. Per questo, la visione degli imprenditori italiani va supportata anche dalle istituzioni». ■ Francesca Druidi

LAMBERTO TACOLI

Fare sistema è la grande sfida dell’Italia, dalle aziende del se�ore nautico, come quella che rappresento, ai brand di moda noti in tu�o il mondo

Tutti i capolavori del mondo Riva La più longeva struttura di vendita e assistenza nautica italiana e uno dei più rappresentativi dealer Riva d’Europa na storia indissolubilmente legata a quella del marchio Riva. Fondata cinquantadue anni fa da Cesare Casarola – suo attuale presidente –, grazie all’impulso tenace di Carlo Riva fin dagli albori della nautica da diporto in Italia, Nautica Casarola è oggi presente su tutto il territorio nazionale con una rete commerciale e di assistenza tecnica pre e post vendita altamente specializzata. Showroom, Service Point e strutture operative all’avanguardia, localizzate in posizioni strategiche lungo tutta la penisola (Peschiera del Garda, La Spezia, Porto Cervo e Olbia), che garantiscono ai suoi armatori un supporto tempestivo e competente. «La nostra cinquantaduesima stagione – racconta Francesca Casarola – ha preso il largo con tre importanti progetti, che hanno visto la luce proprio in questi ultimi mesi. Si tratta del Riva 88’ Domino Super. Super non solo perché è straordinario, ma anche perché porta nel nome il celeberrimo suffisso che definisce l’evoluzione della specie in casa Riva». Sister ship del precedente modello di successo Riva 86 Domino, il nuovo coupé è frutto di un meticoloso percorso progettuale, dedicato a perfezionare uno dei maggiori best seller della linea sportiva, che può vantare una ventina di unità prodotte

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e vendute in tutto il mondo. «Altro progetto importante è il Riva 88’ Florida, equipaggiato con l’innovativo sistema Convertible Top, mutuato direttamente dal mondo automobilistico. Si tratta di un brevetto di ultima generazione del Gruppo Ferretti, ispirato alle più famose auto convertible spyder. Questo, grazie alla movimentazione rapida dell’hard top, consente di configurare in una sola mossa il proprio yacht, sia per assaporare il vento fra i capelli in modalità open, sia per liberare lo spirito grintoso del coupé». Il terzo progetto, infine, è il Riva 76’, che Francesca Casarola descrive in questi termini: «È la perfetta estensione della flotta di autentici capolavori della recente produzione Riva: l’Ego Super, il Domino e il 122’ Mythos. Riva 76’ è un coupé dal design elegante e dall’animo sportivo. E, fedele ai 173 anni di tradizione del marchio, è destinato a diventare da subito un oggetto di culto, erede e prosecutore di una storia di successo». Accanto a queste novità, Nautica Casarola è il punto di riferimento anche per chi è alla ricerca di uno yacht usato selezionato o possiede uno yacht da restaurare. «Oltre alla vendita, infatti, offriamo i nostri servizi nautici specializzati di assistenza tecnica, garantendo massima sicurezza e tranquillità nella navigazione». ■ Elio Donato

Nautica Casarola ha il proprio centro direzionale presso Peschiera del Garda (VR) www.nauticacasarola.com


Osservatorio sul lusso Pag. 15 • Gennaio 2016

Competitività made in Italy «Fornire gli strumenti utili e necessari per posizionare le imprese italiane del settore come leader di mercato». La priorità, secondo Claudio Marenzi, tra internazionalizzazione e ricollocazione in Italia dell’attività manifatturiera onostante le turbolenze economiche, sociali e soprattutto politiche internazionali, il preconsuntivo 2015 mostra una crescita di fatturato per l’industria italiana del tessile moda. A delineare prospettive e strategie per il settore è Claudio Marenzi, presidente di Sistema moda Italia. Dati i risultati del 2015, come prevede sarà il 2016 per il tessile italiano? «Nel complesso, lo scenario economico per l’industria tessile moda italiana si mantiene favorevole con una moderata crescita, ma gli ultimi avvenimenti geopolitici ci lasciano molto incerti. Tuttavia, le azioni di politica monetaria delle banche centrali, il calo del prezzo del petrolio e il continuo indebolimento dell’euro fanno sì che la competitività del mercato europeo cresca a livello globale con un conseguente effetto positivo per l’export che conferma la dinamica positiva del 2015 accelerando a +2,9 per cento. Stimiamo che il primo semestre del 2016 sarà caratterizzato da un trend positivo con un turnover settoriale in aumento del +2,2 per cento. Nello specifico, pensiamo che il tessile crescerà dell’1 per cento, mentre l’abbigliamento – moda del 2. Per quanto riguarda invece il numero di aziende attive, ci aspettiamo che nel 2016 ci sia un assestamento del settore, con un nuovo equilibrio sul piano strutturale che vede solamente un calo nell’ordine del 0,2 per cento per le aziende e del –0,1 per cento per gli addetti». Con quali strumenti rafforzare la

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Claudio Marenzi, presidente di Sistema Moda Italia e Ceo di Herno

filiera produttiva e la dimensione commerciale? «Strategie fondamentali sono sicuramente l’internazionalizzazione e la promozione del made in Italy. Come federazione di Sistema moda Italia, ci siamo fortemente dedicati quest’anno all’organizzazione di fiere ed esposizioni all'estero per dare l’opportunità alle aziende del nostro Paese di potersi posizionare sul mercato e creare in questo modo un rafforzamento della filiera in termini di brand awarness. Un esempio di successo è stato il Progetto Speciale Russia, realizzato in collaborazione con Banca Intesa, con il quale si sono voluti rafforzare i legami commerciali con un mercato importante per la moda italiana il quale, tuttavia, ultimamente ha subito gravi danni a causa dell’instabilità politica. Inoltre la piattaforma di reverse factoring sviluppata in collaborazione con Unicredit, che agevola l’accesso ai finanziamenti, è certamente un’iniziativa che pone le Pmi nelle

FIERE ALL’ESTERO

Rimangono fondamentali, per la federazione di Sistema moda Italia, per l’internazionalizzazione e la promozione della filiera

condizioni di crescere e di sviluppare l’entità del loro business con conseguenti effetti positivi anche in termini commerciali. Non da ultimo, l’espansione e l’integrazione dei canali classici di vendita con modelli di e-commerce - purché bene implementati - potrebbero identificare una strategia di successo in grado di consentire alle aziende di raggiungere un bacino molto più vasto di potenziali clienti, con un conseguente effetto positivo per la dimensione commerciale del business». Smi ha lanciato, con il supporto di PwC Advisory, il Progetto reshoring per creare le condizioni necessarie al rientro delle produzioni in Italia. Come sta procedendo lo sviluppo dell’iniziativa e come verranno sostenute le imprese in questo processo? «Il piano di reshoring strutturato in collaborazione con PwC ha avuto come esito lo sviluppo di due progetti pilota pensati per le regioni Veneto e Puglia. L’obiettivo finale è quello di incoraggiare la ricollocazione in Italia dell’attività manifatturiera per la promozione del made in Italy. Lo sviluppo del progetto risente oggi di un quadro economico favorevole al rientro della produzione nel nostro Paese, dovuto principalmente all’aumento del costo del lavoro nel Far East, alla crescente importanza del fattore time to market e alla necessità di una maggiore flessibilità e controllo della filiera. Le aziende aderenti al progetto otterranno un supporto sia dal punto di vista finanziario e creditizio attraverso l’uso di strumenti di refactoring, sia un supporto nell’attività di formazione e riqualificazione del personale, per soddisfare le nuove richieste di competenze dettate dal mercato del lavoro. Verrà inoltre

fornita consulenza per le attività di ricerca e sviluppo e supporto per l’introduzione di nuove tecnologie e di sistemi produttivi». Il neo costituito Comitato della moda e dell'accessorio italiano si pone l’obiettivo di concordare insieme al governo il sostegno istituzionale necessario a portare progetti chiave per l’industria italiana del tessile moda. Con quali priorità? «L’obiettivo principale del nuovo Comitato è quello di migliorare la competitività del made in Italy sui mercati internazionali, affermando l’unicità e la superiorità di un sistema come quello italiano. Insieme dobbiamo fornire gli strumenti utili e necessari per poter posizionare le imprese italiane del settore come leader di mercato. Il made in Italy, nonostante sia ancora un punto di riferimento per tutti gli addetti del settore, ha perso dal punto di vista di attrattività, se confrontato con mercati come quello statunitense o francese. Dobbiamo prendere in mano la situazione a livello europeo, certificando la nostra centralità su questo settore e per fare ciò è estremamente importante determinare il concetto della proprietà intellettuale anche per la moda; concetto ampiamente condiviso anche dal ministro Dario Franceschini durante la cerimonia di apertura dell'ultima edizione di Pitti Uomo a Firenze. Infatti, molti grandi marchi non italiani su questo stanno facendo un grandissimo lavoro, sfruttando la capacità di altri di fare innovazione e nuovi prodotti e a mio avviso questo deve essere chiarito anche a livello legislativo». Si prevede un trend di crescita per le esportazioni. Verso quali mercati, maturi e/o emergenti? «Per il 2016 la dinamica positiva dell’export si conferma con un’accelerazione a +2,9 per cento, ma i principali mercati di riferimento per l’export italiano non saranno quelli emergenti. Infatti il mutamento (in senso peggiorativo) dello scenario globale, caratterizzato da turbolenze politiche, economiche e finanziarie rallenteranno significativamente i rapporti commerciali tra l’Italia e i paesi emergenti, con una conseguente diminuzione anche in termini di valore commerciale. Sono dell’opinione che oggi, in un contesto così instabile, bisogna essere cauti e concentrati su mercati già consolidati e non rischiosi. Dagli ultimi dati notiamo, infatti, che mentre la Russia nel 2015 ha accusato un crollo del -32,1 per cento, Stati Uniti, Regno Unito e Hong Kong hanno evidenziato tassi di crescita double-digit (rispettivamente +20,9, +10,1 e +15,2 per cento)». ■ Francesca Druidi


Osservatorio sul lusso Gennaio 2016 • Pag. 16

na manifestazione fieristica, Pitti Uomo, che da anni agisce da cartina tornasole dell’andamento del settore moda, tra prospettive e nuove tendenze. Raffaello Napoleone, ad di Pitti Immagine, tira un bilancio dell’anno appena conclusosi, lanciando lo sguardo al futuro. Alla luce dello scenario del 2015, dove il tessile-moda italiano ha mantenuto un trend positivo mostrando tuttavia un rallentamento dei ritmi di crescita rispetto alle previsioni, quali sono le sue previsioni per l’andamento del comparto nel 2016? «Veniamo da un’edizione record di Pitti Immagine Uomo, sia in termini di partecipazioni di aziende (sono stati 1219 i brand protagonisti), sia di affluenza di compratori e operatori del settore intervenuti al salone. C’è stata un’atmosfera di grande positività, che si è respirata negli stand e nelle facce di tutti protagonisti, e questo ci rende fiduciosi per la prossima stagione. Per quanto riguarda la moda uomo, nel primo semestre del 2016 il trend positivo sperimentato nel corso del 2015 dovrebbe accentuarsi, consentendo al settore di incrementarsi del +2,2 per cento. Anche per il tessile-abbigliamento nel suo complesso il 2016 sembra aprirsi con un certo favore, nonostante un quadro macro-economico in continua evoluzione, che apre diversi spiragli d’incertezza. Se nel 2015, in termini di export, è mancata soprattutto la spinta proveniente dalle aree extra-Ue, per il 2016 ci auspichiamo un pronto ritorno di questi stessi mercati». Il neo costituito Comitato della moda e dell'accessorio italiano punta a stabilire insieme al Governo il sostegno istituzionale necessario all’industria italiana del tessile moda. Quali restano i punti critici sui quali intervenire per accrescere la competitività del comparto? «Credo che il sostegno che, da qualche stagione, sta arrivando al sistema della moda italiana da parte del ministero dello Sviluppo economico e da parte di Ice - Agenzia per l’Internazionalizzazione delle imprese italiane sia un fattore strategico, i cui frutti sono evidenti anche nei risultati registrati dai nostri saloni. Il neonato Comitato della moda si inserisce su questo filone e sono convinto che darà il suo contributo nel sistematizzare ancora di più le risorse e creare risultati tangibili. La promozione delle nostre aziende sulla scena internazionale, attraverso operazioni mirate rivolte ai compratori e ai potenziali business partner esteri, è sicuramente un fattore sul quale continuare a investire con decisione. Accanto a questo, occorre sempre più puntare sui giovani e incentivare gli strumenti di valorizzazione e accompagnamento degli stilisti emergenti italiani, che sono il presente e il futuro del sistema moda su scala mondiale; noi, in questo senso, abbiamo appena lanciato un nuovo progetto di tu-

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Fashion

Il futuro della moda tra export e innovazione «Lo stile italiano e il made in Italy hanno un appeal internazionale che non accenna ad arrestarsi». Per Raffaello Napoleone, la crescita della nostra industria della moda passa attraverso l’internazionalizzazione e la promozione dell’immagine stessa del nostro Paese

Raffaello Napoleone, amministratore delegato di Pi�i Immagine

torship dedicato ai fashion designer italiani emergenti. E non da ultimo occorre puntare – accanto ai grandi eventi – anche su istituzioni culturali e museali, realtà che valorizzino la cultura della moda e dello stile italiani, con progetti capaci di raccogliere grande risonanza mediatica e creare un alto ritorno di immagine. È così che si comunica con il mondo e si crea un volano promozionale per tutta l’industria della moda». Le previsioni per il 2016 sono favorevoli sul fronte delle esportazioni, nonostante la crisi russa e le turbolenze internazionali. Come sostenere in maniera ancora più efficace il processo di internazionalizzazione delle im-

prese? Su quali mercati, soprattutto emergenti, puntare? «Come ho già detto, è fondamentale incrementare operazioni promozionali mirate, da e verso i mercati in cui l’export ha margini di crescita per la moda italiana, creando occasioni di incontro tra le nostre aziende e i buyer internazionali. E, al tempo stesso, occasioni di comunicazione di immagine e cultura contemporanea. Lo stile italiano e il made in Italy hanno un appeal internazionale che non accenna ad arrestarsi, anzi tende a crescere e a rafforzarsi. I mercati emergenti sui cui puntare sono senza dubbio quelli del Far East: penso alla Corea in primis, con il suo sofisticato sistema di retail e la crescita di consumatori che apprezzano la moda di grande qualità; ma anche al Sud America e all’Africa, continente quest’ultimo con paesi e mercati in grande espansione, che sono certo nei prossimi anni catalizzeranno l’attenzione delle aziende della moda italiana». Pitti Generation(s) è stato il temaguida dei saloni di gennaio, tema dedicato alla “simultaneità di tante generazioni diverse nel modo di vestirsi e negli stili di oggi”, come lei stesso ha dichiarato. Dove sta andando la moda italiana e in che modo deve sempre più adeguarsi alla velocità e alla fluidità del mondo contemporaneo? E

come sta rispondendo Pitti Immagine? «La moda è di per sé futuro. Basti pensare che ogni sei mesi circa, ma se consideriamo le pre-collezioni le tempistiche si sono notevolmente ridotte, tutto si rinnova e ricomincia daccapo. Da una capitale all’altra della moda tutto scorre con una rapidità incredibile e anche noi, con i nostri saloni, presentiamo in anticipo di anno in anno tutte le tendenze del fashion lifestyle. La moda italiana deve e sta puntando sull’innovazione come driver di crescita, che è ricerca nell’uso dei materiali e nel design. Allo stesso modo anche Pitti punta sui contenuti di innovazione del suo essere piattaforma di comunicazione e di stile che parla alla scena globale. Un luogo dove stili e tendenze si costruiscono, si percepiscono e si trasmettono. A ogni edizione puntiamo a confermare, e al tempo stesso, a innovare la formula dei nostri saloni, come organismi sempre più ricettivi, smart e anticipatori dei cambiamenti della moda e della società. É questo, infatti, l’unico modo per non soccombere ai repentini cambiamenti del contemporaneo. E dietro questo c’è un grande lavoro di scouting per presentare ogni volta i brand emergenti, i giovani talenti, le novità e i progetti speciali, accanto ai nomi più conosciuti e affermati della moda contemporanea». ■ Francesca Druidi


Ambasciatore di stile La tradizione dell’eccellenza e la cultura del “bello e ben fatto” appartengono al Dna dell’Italia. Un made in che va tutelato e promosso. Lo sa bene l’imprenditore Paolo Zegna, che da anni si confronta con le sfide dell’internazionalizzazione uno dei più fulgidi esempi di sue competenze e la sua esperienza al serfamily business dell’impren- vizio del sistema imprenditoriale italiano. ditoria italiana. Il Gruppo Er- Nel 2008 diventa, infatti, vicepresidente di menegildo Zegna, le cui radi- Confindustria con delega all’internazionaci affondono a Trivero, nel lizzazione nella giunta di Emma Marcecuore delle Prealpi biellesi, è oggi consa- gaglia, dando continuità al lavoro avviato crato brand del lusso e del lifestyle a livello dalla presidenza Montezemolo attraverso internazionale, espressione dell’alto arti- strategiche missione all’estero per progianato sartoriale italiano. Dal Lanificio muovere le imprese italiane oltre confine. Zegna, fondato nel 1910, ai negozi mo- Un impegno che prosegue alla guida del nomarca distribuiti oggi in oltre 80 Pae- Comitato tecnico per l’internazionalizzasi del mondo, il Gruppo ha saputo crescere zione nel 2012, quando a presiedere l’assuperando indenne le incognite del pas- sociazione degli industriali italiani viene saggio di consegne generazionali, grazie eletto Giorgio Squinzi. «Le imprese devoalla qualità estrema di tessuti, capi d’ab- no puntare sul lavoro di squadra sia nel bigliamento e accessori, a un processo di mercato locale e soprattutto nei mercati più integrazione verticale che riguarda sia la lontani, perché unirsi e rafforzarsi è indiproduzione che la distribuzione e a un ap- spensabile per avere successo», ha dichiaproccio spiccatamente orientato all’in- rato Paolo Zegna. Consapevole dell’imternazionalizzazione. A guidare oggi l’im- portanza di una valorizzazione «internapresa sono Paolo Zegna, nelle vesti di pre- zionale, intelligente, attiva e moderna», l’imprenditore nel 2014 sidente, e Gildo Zegna è promotore del proin qualità di amminigetto Storytalia, una vestratore delegato. Toritrina e-commerce nese, classe 1956, Paolo (www.storytalia.com) Zegna si è laureato in per quei beni – dal food Scienze economiche e al design e al fashion – sociali presso l’Univerad alto potenziale ma sità di Ginevra. Dopo senza un brand noto aver ricoperto vari inalle spalle che ne socarichi operativi all’instenga il marketing. Il terno dell’azienda, siede portale online è realizdal 1989 nel Cda di Erzato da Confindustria, menegildo Zegna HolPaolo Zegna, presidente del Gruppo Unicredit, Intesa-Sanditalia Spa diventando Ermenegildo Zegna e vice presidente paolo e da un nucleo di presidente del Gruppo vicario di Fondazione Altagamma investitori privati con il nel dicembre 2006. Insostegno di Simest. «L’obiettivo – come sieme al cugino Gildo, Paolo Zegna porta avanti la visione pionieristica del fon- spiega Paolo Zegna – è mettere insieme datore Ermegildo, votata alla ricerca del- prodotti di decine di piccole e medie iml’eccellenza del prodotto e all’innovazio- prese del “bello e ben fatto” per dare un ne, pur tenendo fede a un modello etico di esempio di come dall’aggregazione e dal sviluppo. Sempre nel rispetto della tradi- racconto delle tante storie che stanno diezione della cultura sartoriale made in Ita- tro alle nostre capacità creative e manily, i vertici aziendali consolidano la stra- fatturiere, si possa puntare a ovviare quei tegia di verticalizzazione, brand extension problemi che le piccole realtà italiane e concessione di licenze, creando un mar- hanno molto spesso nel trovare da sole un chio globale del lusso maschile che spa- proprio spazio nei mercati internazionali». zia dall’abbigliamento agli accessori. Il Paolo Zegna ha ricoperto nel corso della sua Gruppo Zegna si è, inoltre, mosso con lar- carriera numerosi incarichi: presidente di go anticipo sui mercati internazionali, co- Idea Biella e di Milano Unica (Salone itagliendo prima di altre realtà il potenzia- liano del tessile), membro del Consiglio di le dei paesi emergenti, dei Brics – in pri- amministrazione del Centro di Firenze mis la Cina – e l’esigenza di pensare per la Moda Italiana e vice presidente di “globally”. Prima all’interno dell’impresa Pitti Immagine. Oggi Paolo Zegna è vice di famiglia, e poi nel ruolo di presidente presidente vicario di Fondazione Altadi Sistema Moda Italia nel 2004, Paolo Ze- gamma nella squadra di Andrea Illy. gna si è dedicato alla definizione delle più L’obiettivo per il biennio 2016-2018 è amefficaci modalità di penetrazione sui mer- bizioso: accrescere la competitività dell’alta cati stranieri, mettendo a disposizione le industria culturale e creativa italiana. ■ FD

È


Osservatorio sul lusso Gennaio 2016 • Pag. 18

Fashion

La cultura del saper fare Una scuola modellata sulla trasversalità e completezza della propria metodologia didattica, che mira alla sintesi fra teoria e pratica. Ied moda lab risponde alle esigenze sempre più diversificate del sistema fashion, come spiega il direttore Sara Azzone

«L

a moda è fatta di grande disciplina, duro lavoro, rispetto delle regole e grande passione». Per Sara Azzone, direttore Ied moda Milano, un professionista della moda deve innanzitutto essere guidato da una grande curiosità, per il fashion e per tutto ciò che ci circonda. «L’osservazione della realtà, in quanto generatrice di stimoli, serve a elaborare la propria identità e la propria direzione. Anche questa è un’attività che non deve fermarsi mai». Servono poi cultura, predisposizione al lavoro di gruppo e sete di conoscenza su entrambi i fronti: tecnico e teorico. «Obiettivo di questa trasversalità di competenze è quello di avere sempre una gestione consapevole della propria creatività, e di essere in grado di gestire tutte le fasi di lavoro, monitorandone la qualità e l’efficienza». Come definirebbe l’approccio formativo applicato da Ied moda lab? «La scuola rappresenta un vero e proprio laboratorio, con una mission chiara e condivisibile: offrire ai giovani creativi una preparazione completa, una “cultura del progetto” che li accompagni per tutta la vita. La conoscenza astratta e teorica a nulla serve se non è affiancata quotidianamente dal “saper fare”. Ied moda copre ogni esigenza di formazione del mondo della moda: dal campo creativo a quello strategico, dagli aspetti organizzativi a quelli commerciali, dal marketing e comunicazione dei beni di lusso all’universo degli accessori. Il metodo è improntato sulla trasversalità e sull’interazione delle diverse aree, al fine di consentire agli studenti di acquisire gli strumenti e il linguaggio per poter dialogare con i differenti reparti di un’azienda del settore moda». Per quanto riguarda il corpo docente? «Innanzitutto, Franca Sozzani, direttore di Vogue Italia, presiede la direzione del comitato scientifico di Ied moda lab: un osservatorio avanzato sul mondo della moda, guida e coscienza critica delle attività didattiche, delle mostre, degli eventi nella

Sara Azzone, dire�ore di Ied moda Milano

scuola e sul territorio, delle partnership con le aziende e le istituzioni. Il corpo docente è costituito da professionisti del settore (designer, marketing manager, art director, stylist, fotografi, giornalisti) che garantiscono competenze applicate, innovazione costante e un contatto diretto con la realtà del lavoro per essere aggiornati quotidianamente su strumenti, tecniche e tendenze. I corsi si rivolgono sia a neo diplomati, sia a laureati o a professionisti che vogliano migliorare e ampliare le loro competenze». Cosa significa avere un’alta percentuale di studenti stranieri? «La presenza di più di 100 diverse nazionalità di provenienza, con almeno il 30 per

cento di studenti stranieri, moltiplica l’importanza dell’interazione tra le culture come parte del patrimonio di competenze che vengono acquisite nel corso della propria vita all’interno delle diverse sedi Ied (in Italia, oltre a Milano, Roma, Como, Torino, Venezia, Firenze, Cagliari, ndr). Per i giovani creativi rappresenta una grande opportunità di costruzione del proprio know-how per essere, insieme, eccellenti professionisti e cittadini del mondo». Come viene favorito il contatto con il mondo del lavoro? «A conclusione del percorso didattico, Ied si impegna ad agevolare l’inserimento degli studenti nel mondo del lavoro attraverso l’attivazione di tirocini formativi, collaborazioni e field project e garantendo un’attività di costante supporto e monitoraggio in previsione di colloqui di selezione presso uffici risorse umane, studi professionali di settore, professionisti. Le aziende e i professionisti che si rivolgono a Ied, hanno la possibilità a loro volta di ricevere una selezione di curriculum mirati e scelti in linea con la ricerca in corso, dando massima visibilità agli studenti e ottimizzando così i tempi di selezione. Ogni sede ha il proprio ufficio stage&placement dedicato, per supportare al meglio gli studenti diplomati». Quali sono i principali sbocchi professionali? E i risultati in termini di

LABORATORIO MODA

Obie�ivo è offrire ai giovani creativi una preparazione completa, una “cultura del proge�o”. La conoscenza astra�a e teorica a nulla serve se non è affiancata quotidianamente dal “saper fare”

job placement? «I risultati per la sede moda di Milano sono molto buoni, percentuali alte per i corsi creativi, fashion design e accessori (più dell’80 per cento degli inseriti), ma anche per i corsi strategici e di comunicazione: styling e marketing. I maggiori sbocchi professionali sicuramente oggi si hanno nel mondo dell’e-commerce e del web-digital marketing. I social sono le nuove piattaforme di informazione e comunicazione globale, nascono le boutique on line e quindi i brand e, in generale, le aziende della filiera moda sono sempre più indirizzate a cercare figure di questo tipo, in grado di muoversi e comunicare direttamente al cliente finale attraverso il mondo virtuale». La scuola ha sviluppato accordi di collaborazione? «Una stretta partnership con alcune tra le più prestigiose aziende dei diversi settori della moda (Nike, Armani Jeans, Bulgari, Max Mara, Swarowsky, Eastpak, Vogue Italia e America, Staff international, Repubblica, Puma, Valentino Fashion Group, Fendi, Stone Island, Persol, Marni, Lvmh Italia, Timberland, Adidas, Walt Disney) è elemento fondante della strategia educativa Ied e caratterizza l’intero processo didattico, consentendo ogni anno agli studenti di sviluppare progetti didattici ed extra-didattici, workshop, progetti di tesi, simulando la realtà professionale e lavorando con committenti reali: una vera “palestra” per allenarsi, nella teoria e nella pratica, ad affrontare il mondo del lavoro con competenza, maturità e autonomia operativa, effettuando scelte responsabili. Ied ha inoltre sottoscritto accordi di partnership e interscambio in 21 paesi con più di 40 Università. Una rete di relazioni che danno un’enorme ricchezza ai nostri aggiornamenti». ■ FD

L’offerta formativa Ied L’offerta è basata su crediti formativi (Cf) strutturati in conformità ai parametri adottati dalle più avanzate istituzioni europee del settore. Offrendo corsi di livello Post Diploma, Master e Corsi di Formazione Continua, sia in lingua italiana che in inglese, il percorso didattico ideale mira a condurre lo studente verso una preparazione a tutto tondo nella disciplina del design prescelta. Ogni sede Ied ospita quattro scuole indipendenti, collegate dagli stessi principi ispiratori. Con un numero complessivo che supera i 300 corsi, la “matrice design” si declina in ogni suo aspetto nelle quattro scuole: Ied design; Ied moda, Ied arti visive e l’area management e comunicazione.


Osservatorio sul lusso Pag. 19 • Gennaio 2016

A scuola di contemporaneità Photo ©Ruggero Lupo Mengoni

L’obiettivo di una fashion school è quello di raccogliere le sfide della moda e della società. Il direttore Danilo Venturi spiega come l’istituto Polimoda di Firenze sia diventato un punto di riferimento per la formazione nel settore

L’OFFERTA DIDATTICA

Danilo Venturi, neo dire�ore di Polimoda

Si sviluppa tra quadriennali e master su due macro-aree: design & technology e business & communication

ocazione all’internazionalizzazione e alla multidisciplinarietà è il tratto distintivo di Polimoda, istituto internazionale di Fashion Design e Business fondato nel 1986. Frequentano il centro fiorentino 1500 studenti, di cui il 70 per cento stranieri, ma il dato significativo da evidenziare è l’88 per cento di occupati a sei mesi dalla fine degli studi. Un risultato decisamente corposo, ottenuto grazie a un solido e organico rapporto con le imprese del fashion system e all’organizzazione di appuntamenti, quali il Polimoda Business Links, di incontro tra aziende e talenti. A illustrare l’orientamento dell’offerta formativa di Polimoda è il neo direttore Danilo Venturi. L’istituto Polimoda è stato inserito nella graduatoria delle dieci più autorevoli scuole di fashion del mondo stilata da Global Fashion School Rankings di Business of Fashion. Quali fattori ritiene abbiano influito nell’ottenere questo riconoscimento? «Sì, ci siamo attestati primi in Italia e sesti al mondo. Il punto di forza è la qualità dell’insegnamento, addirittura più alta di quella del primo arrivato. I nostri docenti provengono tutti dall’industria, insegnano materiale vivo che spesso nei libri non c’è. Qualsiasi sia il corso, i nostri ragazzi devono seguire due progetti di gruppo all’anno e preparare un book completo dove sono chiamati ad analizzare e a risolvere situazioni reali. Devono perciò acquisire capacità tecniche, ma devono anche saperle applicare

a seconda di cosa richiede il caso. Devono saper lavorare in gruppo e presentare il loro lavoro in modo grafico, parlato e video. Chiaramente, questo sistema didattico porta lo studente a maturare come professionista e come persona. In più, abbiamo spesso ospiti dall’esterno, visionari, capitani d’industria e manager. Il nostro non è un sistema didattico chiuso e standardizzato ma aperto e multidisciplinare, cioè esattamente quello che richiede la moda contemporanea». Quali skill sono richieste oggi dal sistema moda? «Ho appena avuto conferma di quello che pensavo da due brand importantissimi, uno inglese e uno italiano, che stanno facendo colloqui ai nostri ragazzi. Le figure ricercate sono sempre più ibride. I manager devono certamente saper fare budget, ma anche trovare soluzioni creative. Chi comunica nella moda deve saper scrivere, rappresentare un’idea visiva, ma anche usare le nuove tecnologie. Ma il più grande cambiamento sta avvenendo nel design, dov’è invece in atto una polarizzazione. Da una parte, le aziende cercano figure molto tecniche, capaci di maneggiare gli strumenti reali della produzione e anche di avere una visione di quello che poi sarà venduto. Dall’altra, cercano una tipologia di designer che a momenti non disegna neanche più e che piuttosto svolge ricerca di trend, compone un mood board e manda un brief a chi andrà a produrre la collezione. È la multidisciplinarietà, e l’apertura, di cui parlavo prima». Come orientarsi nell’offerta forma-

V

tiva di Polimoda? «Polimoda ha un’offerta didattica completa tra quadriennali e master che si sviluppa su due macro-aree più o meno simili in dimensione: design & technology e business & communication. La prima è concentrata soprattutto a Villa Favard, una residenza ottocentesca di grande impatto nel centro di Firenze. La seconda ha luogo principalmente nei nuovissimi laboratori costruiti nell’area di Scandicci in cui avvengono anche le più importanti produzioni dei marchi mondiali della moda. La formazione di un designer richiede tempi più lunghi e qui spicca decisamente il percorso quadriennale. Nell’area business sono forti invece i master, dai nuovi fashion business administration e fashion marketing & communication, a quelli dedicati a chi ha già avuto esperienza di lavoro e vuole fare un upgrade, come luxury business e fashion styling. Il 29 gennaio si è tenuto un open day per presentare tutti i corsi, nuovi e must have». Come si traduce l’attitudine globale dell’istituto nell’ambito della didattica, della provenienza degli studenti, dei rapporti intessuti con altre scuole e realtà del settore? «Polimoda riflette da sempre nella didattica i grandi cambiamenti della società. Viviamo in una realtà globale e le vie di sviluppo di una carriera sono molteplici. C’è il classico primo inserimento al lavoro per il quale cerchiamo di fornire ai ragazzi strumenti di flessibilità. C’è chi ha già lavorato e vuole reinventarsi, e qui abbiamo i master con una

didattica verticale, o i seasonal courses di un mese fatti di pillole concentrate. Chi lavora e non si può fermare, ha corsi executive. Chi ha un’idea geniale e vuole aprire un’azienda ha il master in fashion enterprise e può usufruire del nostro incubatore d’impresa. Il 70 per cento dei nostri studenti è straniero, a scuola si parla inglese. Polimoda è un istituto di formazione, fa parte dell’organizzazione internazionale Iffti, ma è anche un’istituzione, perciò tende a relazionarsi direttamente con industria, mercato e informazione della moda». Nel 2016 Polimoda festeggerà i primi trent’anni di attività. Linda Loppa si dedicherà alla nuova piattaforma strategy & vision a Parigi. Cosa significa questo passaggio per l’Istituto? Quali gli obiettivi per il prossimo futuro? «Con Linda si lavora insieme da anni e continueremo a farlo. Abbiamo sentito l’esigenza della piattaforma parigina da quando abbiamo preso piena coscienza della nostra forza e della nostra dimensione. Da lì, Linda sarà un acuto osservatore di trend in entrata e un megafono più grande in uscita. Polimoda è opinion leader nella formazione moda e lusso. In questi settori abbiamo abbattuto barriere etniche, culturali e linguistiche. Nei prossimi anni abbatteremo quella tra generazioni, tra business e design, e quella ancora più forte tra lavoro, scuola e impresa. I 30 anni sono un passaggio di maturità e stiamo preparando un evento che lascerà il segno». ■ Francesca Druidi


Osservatorio sul lusso Pag. 21 • Gennaio 2016

Un patrimonio da difendere La pelletteria italiana e la sfida del settore nelle parole di Francesco Fusella, che indica i principali fattori di vantaggio delle nostre Pmi e le più probabili configurazioni di mercato del prossimo futuro ella sua tradizione artigianale il Bel Paese conserva un ruolo da protagonista nella scena mondiale della moda e dell’abbigliamento in generale. Su questa preziosa eredità, i professionisti della pelletteria, in particolare, costruiscono le basi per un avanzamento costante delle possibilità produttive. Se quindi da una parte il fatto a mano rimane importantissimo, dall’altra il progresso tecnologico non può che essere incentivato. Ne parla Francesco Fusella, figlio del titolare Sandro della pelletteria Fusella, fondata nel 1989 in provincia di Varese. «Ciò che oggi ci è richiesto dal mercato – spiega il figlio– è di unire creatività e cultura artigiana, offrendo la possibilità di produrre borse in tutte le tipologie di materiali, dai tessuti alle pelli, di nappa, vitello o cocco-

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drillo. Il nostro lavoro, quindi, punta a un’innovazione sia tecnologica, sia produttiva in senso stretto: il mercato, in qualche modo, va stupito, in un certo senso stimolato». Il caso della pelletteria Fusella dà un quadro chiaro dell’importanza attribuita al know how nostrano. «A noi arrivano commesse da ogni parte del mondo: serviamo grandi marchi americani, svizzeri, giapponesi, russi, arabi. E per mantenere questa superiorità bisogna lottare ogni giorno contro l’espatrio del lavoro all’estero, dove si guarda solo il ricavo e non la qualità del prodotto. In questo senso, la mancanza di uno specifico percorso di studio per questo settore è un problema cui sarebbe necessario porre rimedio: il nostro è un lavoro tramandato di padre in figlio, un patrimonio anche culturale che le istituzioni dovrebbero preservare. Insomma, il made in

La pelletteria Fusella ha sede a Baraggia di Viggiù (VA) www.pelletteriafusella.it info@pelletteriafusella.it

Italy bisogna tenerselo stretto e la nostra pelletteria lavora anche per questo». La struttura guidata da Sandro Fusella mira a soddisfare tutti i requisiti del made in Italy. «La realizzazione dei manufatti avviene interamente all'interno dell'azienda, garantendo un elevato standard qualitativo in ogni passaggio della produzione, dalla selezione delle materie prime e degli accessori al controllo finale. Questo permette produzioni più piccole, ma con una lavorazione pregiata che in pochi possono vantare. Inoltre, siamo convinti di dover rimanere al passo con i tempi. Il reparto di modelleria con l’introduzione del Cad permette un servizio di qualità e tempestivo e insieme al reparto taglio e controllo qualità si completa il prodotto». ■ Elena Ricci

Il made in Italy sui mercati internazionali di Gian Domenico Auricchio, presidente Assocamerestero er chi fa impresa mai come negli ultimi anni sono cambiati gli orizzonti, geografici e temporali. Geografici, perché siamo su un mercato globale e presidiare le diverse realtà richiede uno sforzo di personalizzazione dei prodotti e di investimento sul brand, in coerenza con le tendenze di consumo; temporali, perché le nuove tecnologie rendono immediata la conoscenza e forte la competizione. In questo contesto, l’internazionalizzazione non è più solo un’opportunità da cogliere in caso di contingenze favorevoli, ma una precisa scelta aziendale, da strutturare secondo una strategia di lungo periodo. La manifattura italiana ha mostrato una forte capacità di reinventarsi e conquistare nuovi spazi, anche in periodi di crisi. Questo grazie al potere evocativo di un brand, il made in Italy, sinonimo di qualità, innovazione nel solco della tradizione e della creatività. Innovazione che è sempre più legata all’affermarsi di

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start up, che stanno portando nuova linfa alla crescita imprenditoriale, ma che spesso richiedono un più forte orientamento sull’estero. Sono queste due delle linee di azione del sistema delle Camere di commercio italiane all’estero. Come Camere, stiamo lavorando per l’affermazione del prodotto made in Italy, contrastando ciò che italiano non è, ma che per assonanza richiama al nostro Paese, ovvero l’Italian sounding. Ciò vale in particolare in ambito alimentare, dove il “falso italiano” alimenta un giro d’affari di circa 60 miliardi di euro, di cui 54 riguardano l’imitazione dei nostri prodotti. Qui l’impegno camerale è forte, sia su mercati in crescita per i prodotti italiani, come gli Stati Uniti, che su quelli di primo riferimento, come quelli europei. Il biennio 2016-17 vedrà infatti le 9 Ccie presenti negli Stati Uniti, Canada e Messico protagoniste di una Campagna promozionale per la valorizzazione del cibo 100 per cento made in Italy promossa dal Ministero dello Sviluppo eco-

LA MANIFATTURA ITALIANA

ha mostrato una forte capacità di reinventarsi e conquistare nuovi spazi, anche in periodi di crisi

nomico con l’organizzazione d’incoming in Italia di operatori del food, opinion leader e influencer e di eventi di promozione. Anche sul fronte europeo, il contrasto all’Italian sounding è al centro in Germania dell’iniziativa delle Ccie di Francoforte e Monaco di Baviera, che hanno costituito un’Associazione “Italian Sounding” per rappresentare gli imprenditori italiani e agire contro le violazioni a danno dei consumatori. Questa azione ha portato di recente al ritiro dal mercato di alcune produzioni. Sul tema dell’innovazione stiamo sostenendo l’azione di start up tecnologiche nella ricerca di partnership all’estero, sia in Europa che fuori, collegando più strettamente queste realtà con imprese omologhe per sfruttare opportunità di collaborazione non solo tecnologica, ma anche produttiva e di mercato. Queste iniziative testimoniano quanto la rete delle Ccie, per il suo radicamento all’estero e il suo approccio business oriented, sia interlocutore fondamentale quando si tratta di consolidare all’estero i nostri prodotti, aprendo nuove strade alle imprese che vogliono intraprendere con consapevolezza il percorso dei mercati internazionali. ■


Osservatorio sul lusso Gennaio 2016 • Pag. 22

Made in Italy BIOGRAFIA DI UN ARTIGIANO

© foto - Cosimo Sergi

© foto - Cosimo Sergi

Il ricamo come arte

Pino Grasso, tolare dell’omonima società con sede a Milano www.pinograsso-ricami.it - www.scuoladiricamopinograsso.it

Un compito fondamentale nell’universo moda, eppure conosciuto solo dagli addetti ai lavori. Ecco il ricamo secondo Pino Grasso, che ha seguito il cambiamento dei trend attraverso i decenni, senza mai alterare la natura artigianale del suo mestiere l ricamo è come la moda: rispecchia i tempi». Descrive così la sua arte Pino Grasso, che da quasi sessant’anni crea ricami a mano per le più prestigiose firme della moda italiana in un’azienda rimasta artigianale, ignorando decisamente ogni scorciatoia che avrebbe svilito questo tipo di lavoro. Nonostante in questi decenni le tendenze abbiano cambiato volto innumerevoli volte, questa filosofia che punta alla qualità più alta ha premiato gli artigiani come Grasso. «I materiali per i ricami – dice il titolare della società milanese – una volta erano jais, passamanerie, piume e paillettes e poco altro. Oggi si usa qualsiasi cosa: plexiglass, vetro, legno, minuterie metalliche, madreperla, corallo, plastica di qualsiasi genere. Sta nell’abilità dell’artigiano scoprire nuovi materiali per seguire e a volte sorprendere il cliente. Oggi conta di meno il disegno, una volta era molto più artistico e romantico, oggi il disegno è molto più indicativo, direi “tecnico”, proprio per i materiali strani che si usano». Com’è nata questa passione e come si è sviluppata? «Nel 1958 quando frequentavo un laboratorio di ricami a Milano, che all’epoca gestivo quasi interamente da solo, occupandomi personalmente di tutte le fasi di disegno e lavorazione. Contattavo direttamente i clienti, elaboravo la preparazione, ricercavo i vari materiali occorrenti e seguivo tutti passaggi della lavorazione. Mi sono messo in proprio nel ’67 e attualmente il nostro laboratorio ha sede non lontano dal centro di Milano e da molte delle più importanti aziende di moda, impiega 15 persone tra disegnatori, magazzinieri, ricamatrici e ha un archivio di circa 10mila campioni. L’azienda ha anche dei laboratori in provincia di Milano dove lavorano ricamatrici esperte che si occupano dei capi di produzione o capi importanti molto impegna-

© foto - Vil Gryshkov

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IL DISEGNO

Il disegno per il ricamo è tecnico, cioè deve indicare precisamente il tipo di materiale e il suo preciso posizionamento. Non è quindi un disegno artistico. Ora come una volta.

© foto - Stefania Patrizi

Pino Grasso ha iniziato la sua attività negli anni cinquanta abbandonando gli studi di medicina e impiegandosi presso una ditta artigiana per ricami di alta moda. «In quei primi anni di apprendistato – ricorda Grasso – frequentai vari laboratori artigiani: ricamatori, passamantai, piccole imprese per la produzione di materiale da ricamo, sia in Italia sia a Parigi, affinandomi nelle varie tecniche di lavorazione. Proprio a Parigi, ho potuto fare importanti e utili conoscenze con personaggi di rilievo nel campo del miglior artigianato come ad esempio Alfred Gaydan e Alexandre per le passamanerie, dai quali ho appreso varie tecniche di lavorazione (mondo oggi quasi completamente scomparso). Ho avuto rapporti amichevoli con le ditte Lecocq Riou Seler e Rech per quanto riguarda il mondo delle paillettes ma anche con grossisti di materie prime per ricamo: penso a Fried Freres (materiale in vetro, perle, strass), Montezir (ciniglie), Montezin (attrezzi per ricamare: aghi e crochet), Mathieu (filati metallici), Chaleyer, Berton, Mauriche (passamanerie), Au Ver A Soie (filati di seta), Dupont, Beghe (vernici per tintura materiali). Poi, presso il ricamificio di Mesrine che ho frequentato assiduamente, ho avuto modo di affinare il gusto per il disegno, la scelta dei materiali per il ricamo, la ricerca degli stessi e le varie tecniche di lavorazione. Ho avuto altri contatti con ricamifici come Metral, Lanel, Goby, Lisbeth, Vermont. E infine, ho conosciuto e stretto amicizia con Francois Lesage, titolare della più importante ed antica ditta di ricamo».

tivi che richiedono centinaia di ore di lavorazione. In atelier vengono invece sviluppate le campionature, i capi urgenti per celebrità, capi collezione e produzioni veloci. Ora, pur avvalendomi della collaborazione di mia figlia Raffaella, seguo da vicino i passaggi per ogni settore approvando ogni prodotto prima che sia consegnato. Nel 2010 abbiamo anche vinto il primo premio dei talenti del lusso e dell’invenzione nel ricamo a Parigi». Con quali attrezzi lavorate? «Lavoriamo con i telai di legno che appoggiano su dei cavalletti e gli stessi attrezzi da ricamo che sono essenzialmente due: l’ago nelle sue varie forme e tipologie (ago per la lana, per la pelle, sete, muline e uncinetti tipo crochet per lavorazioni cosiddette di Lunéville). Sono i medesimi attrezzi che si usavano agli albori della moda, quindi da sempre, non è cambiato nulla, se non il gusto».


Osservatorio sul lusso Pag. 23 • Gennaio 2016

FORMAZIONE

© foto - Laila Pozzo

Teniamo conferenze presso istituti come lo Iulm, la Domus Accademy, la Creative Accademy, l’università Cattolica, il Politecnico di Milano oltre a ricevere studenti da ogni parte del mondo presso il nostro atelier

© foto - Cosimo Sergi

Più in dettaglio, qual è il procedimento che ogni vostra creazione deve seguire? «Qualsiasi lavoro ci venga commissionato parte sempre da una campionatura che realizziamo in tempi molto brevi. Da un'idea nostra oppure dello stilista, da semplici schizzi o da immagini che ci ispirano, sviluppiamo un disegno da riportare poi sul tessuto. Le disegnatrici elaborano, poi, diverse prove tra le quali verrà scelta quella definitiva. Ogni nostro campione viene elaborato molto attentamente. Sia che si lavori di pura fantasia, sia che si vada a fare un'esatta riproduzione della realtà, in entrambi i casi il soggetto viene studiato e letto in vari modi così da ottenere più risultati da proporre al cliente. Dal disegno al ricamo il passo non è così breve, la scelta dei materiali è altrettanto fondamentale e stimolante». Come scegliete i materiali? «Questa scelta a volte viene fatta da Raffaella e da me con gli stilisti, i quali però più spesso si appoggiano alla nostra esperienza e lasciano a noi il compito. Per soddisfare le richieste sempre più esigenti, inoltre, abbiamo attivato una sezione dedicata alla ricerca il cui scopo è trovare nuovi materiali da ricamo, sperimentare alternative ai materiali classici, sviluppare tecniche per

utilizzare i materiali usuali in versioni completamente diverse. Più in generale, ci muoviamo in qualsiasi direzione: niente può essere escluso. Abbiamo creato, per esempio, petali di crisantemi con la plastica delle bottiglie (Pet). Nessun materiale è “impossibile”». Come avvengono il confronto e la collaborazione con gli stilisti? «Le modalità di contatto sono essenzialmente due. Nella prima lo stilista ci dà l’input perché possiamo riprodurre idee adattandoli ai materiali di ricamo, spesso con una declinazione artistica (Caravaggio, Tolose Lutrec, Balla, Boccioni e molti altri) o con altri tipi di ispirazione. A volte ci danno idee precise a volte ci lasciano liberi di esprimere la nostra creatività. In una recente collezione di alta moda ci è stato chiesto di ispirarci al barocco siciliano: questo tipo di spunti sono molto stimolanti. Un altro approccio con gli stilisti viene dal nostro archivio, anche perché i ricami presenti che sono migliaia, rispecchiano 50 anni e più di attività». Quali sono i punti critici nel rapporto con gli stilisti? «La difficoltà è nell’affrontare i diversi approcci: puoi passare nel giro di un’ora da uno stilista classico a uno stilista estroso, quindi devi riuscire, pur mantenendo la tua impronta, a entrare nella loro testa e seguire la loro idea di arte. Uno può essere più pulito e lineare, subito dopo l’altro può essere esplosivo nelle idee e nei colori». Incontrate molte difficoltà nel cercare giovani che vogliano apprendere questo mestiere?

«Non è per niente facile, essendo un lavoro che richiede passione, dedizione e una grandissima manualità, tenendo presente che non esistono scuole di ricamo e nemmeno un indirizzo professionale ben definito. Inoltre, non esiste nessun incentivo o aiuto per mantenere vivo questo mestiere d’arte e cultura. A tal proposito abbiamo pensato di sopperire alla mancanza di interesse da parte delle varie istituzioni che presiedono la moda, creando presso la nostra sede una scuola di ricamo che potesse rendere nota la nostra attività e promuovendo una professione finora per lo più sconosciuta se non agli addetti ai lavori. Come mai si è creata questa disattenzione? «In generale c’è la tendenza a dare risalto allo stilista e non ai vari collaboratori che studiano e lavorano insieme a lui per realizzare l’abito. Per sopperire a queste mancanze, teniamo anche conferenze sulla nostra attività presso istituti come lo Iulm, la Domus Accademy, la Creative Accademy, l’università Cattolica, il Politecnico di Milano, la Scuola Marangoni, e molti altri istituti. In queste occasioni presentiamo il nostro lavoro attraverso dei video illustrativi nonché centinaia di campioni di ricamo. Ma il nostro impegno non finisce qui. Infatti tramite la “Fondazione Cologni”, il cui direttore generale è il dottor Alberto Cavalli, che si occupa di fare conoscere professioni d’arte di questo tipo che spesso coincidono con eccellenze italiane, riceviamo presso il nostro atelier studenti di varie scuole illustrando dal vivo la nostra attività». ■ Renato Ferretti

IL RICAMO NELLE GRANDI FIRME

© foto - Stefania Patrizi

Dall’inizio della sua attività ad ora, il © foto - Vil Gryshkov maestro Pino Grasso ha lavorato con i migliori stilisti del paese, da Shubert, Fabiani, Ognibene Zendman, sorelle Botti, Senes, Mosè, Rosandrè, Rina, Galitzine, Veneziani, Marucelli, Mila Schön, Valentino, Lancetti, Raffaella Curiel, Gianfranco Ferrè, Gianni Versace, Giorgio

Armani, Dolce e Gabbana, Gai Mattiolo, Bottega Veneta, Emilio Pucci, Genny, Cavalli, Etro, Prada, Gucci, Graeme Black, Albino, Francesco Scognamiglio, Angelo Katsapis, Alessandro de Benedetti, Sergio Rossi, René Caovilla, Givenchy, Tom Ford, Marni, Vionnet, Fausto Puglisi. Ma la lista potrebbe essere ben più lunga.


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Made in Italy

L’artigiano che fa la differenza Emiliano Pucci riflette sull’abbigliamento made in Italy, che cosa lo rende davvero competitivo all’estero e quali sono i fattori più importanti che lo costituiscono. «Dipendiamo dall’eccellenza della manodopera»

e volete scoprire quali sono le novità di tendenza della prossima stagione, le passerelle dell’alta moda, i grandi eventi vip, o più semplicemente, i magazine specializzati, sono in grado di dare le risposte che cercate. Ma forse sarebbe più facile passando qualche giorno in una delle grandi città italiane e osservando la gente comune anche alle prese con faccende quotidiane. Certo, non tutti abbiamo l’eleganza nel nostro Dna, ma si può dire che è una questione di cultura che nel Bel Paese è più che radicata: vestirsi bene è una preoccupazione tutta italiana, tanto che

S

COMODI E IMPECCABILI

Il nostro target è la professionista sobria ed elegante che deve indossare lo stesso paio di pantaloni anche diverse ore al giorno

La L.Pucci si trova a Castelfiorentino (FI) www.viamasini80.it

all’estero, non senza un po’ di invidia, capita di essere presi in giro per questa “fissazione”. Eppure è proprio qui che si decide lo stile cui il resto del mondo fa riferimento, per questo se un brand d’alta fascia diventa forte in Italia, ottiene un lasciapassare in ogni altro mercato. È quanto spiega Emiliano Pucci, che insieme ad altri membri della sua famiglia rappresenta la seconda generazione alla guida della L.Pucci, azienda che si occupa principalmente della confezione di pantaloni da donna dal 1972. «In generale – dice Pucci –, il grande vantaggio del made in Italy riguardo all’abbigliamento sta nella leadership indiscussa della moda: siamo noi italiani, in altre parole, a definire le nuove tendenze. I marchi italiani che si affermano nel mercato interno, infatti, conquistano automaticamente un ruolo di primo piano nel settore a livello internazionale. Ciò non significa che per un’azienda italiana sia facile trovare il successo in patria, tutt’altro. Ma è sicuramente più semplice trovare i professionisti che garantiscono un livello più alto». In questo contesto, è l’artigiano a fare la differenza. «Si prenda il nostro caso – continua Pucci –: molti aspetti dei nostri procedimenti interni sono manuali perché nel nostro campo dipendiamo dall’eccellenza della manodopera: nella costruzione, nella cucitura ma anche nella preparazione, dove ogni tessuto è studiato in modo che riesca a vestire bene. È vero che alcuni processi produttivi, in passato fatti manualmente, adesso sono realizzati con l’aiuto di strumenti tecnologici moderni, come succede per esempio nella fase di taglio, in cui otteniamo una perfezione altrimenti irraggiungibile. Ma l’importanza della “mano” è fuori discussione. È il caso della cucitura, dove l’operatore è fondamentale, nonostante ci si avvalga di macchine per cucire: difficilmente, anche in futuro, si riuscirà a fare a meno del professionista se l’obiettivo è la qualità più alta. Nella costruzione, per fare un altro esempio, ci avvaliamo di soſtware che ci aiutano molto nella creazione dei figurini, ma in fondo è sempre l’artigiano a guidare lo strumento per ottenere il massimo del risultato. Tecnologia o meno, l’artigiano rimane insostituibile». Questa qualità, poi, si ritrova nei dettagli. «Un capo superiore – spiega Pucci – si distingue soprattutto dai partico-

lari e dalle personalizzazioni, oltre che dalla ricerca della materia prima. In questi aspetti si nota la differenza rispetto a un capo nato da una produzione di massa. Penso, per esempio, alle rifiniture delle cuciture o alla fattura delle parti interne, come le fodere, meno visibili ma altrettanto importanti: questi elementi in una logica industriale sono trascurati». Pucci parla, poi, degli aspetti macroscopici che stanno dettando legge nella moda degli ultimi anni. «Adesso la tendenza nelle fasce di mercato più alte punta a un ritorno verso il classico, anche se rivisitato. La cifra di questo trend si riconosce nella scelta ancora più attenta di materiali pregiati. In particolare, questi permettono delle performance in fatto di comfort decisamente superiori ed è un fattore per noi decisivo. Il nostro target, infatti, è la professionista che ha bisogno di presentarsi in modo sobrio ed elegante nel suo ambito lavorativo e che, quindi, indossa lo stesso paio di pantaloni anche diverse ore al giorno: la comodità in questo senso è una delle principali preoccupazioni oltre all’impatto estetico impeccabile. I tessuti che usiamo hanno una vestibilità inarrivabile. Usiamo esclusivamente lana, cotone e mix stretch. I nostri sono fornitori storici che hanno un’esperienza e una professionalità indiscussa: tra questi, oltre a quelli italiani, ci sono aziende giapponesi e francesi». ■ Remo Monreale

FATTORE EXPORT Emiliano Pucci, contitolare della L.Pucci, parla dell’incidenza che l’export ha nell’azienda fiorentina. «Nell’ultimo anno – dice Pucci – abbiamo iniziato a lavorare in nuovi mercati rispetto a quanto fatto finora e che ci aveva portato a guardare con interesse l’Estremo Oriente. Adesso ci stiamo impegnando soprattutto nel mondo occidentale e il mercato che ora ha delle ottime prospettive di crescita è quello statunitense. Per quanto riguarda invece l’Italia avvertiamo una certa sofferenza dei consumi. All’estero, d’altra parte, riscontriamo maggiori garanzie sul piano finanziario. Possiamo dire, poi, che oltre al prodotto, la parte distributiva è fondamentale per affrontare i mercati esteri. È buona cosa, infatti, affidarsi a showroom e agenzie specializzate i cui referenti sono buyer di livello adeguato al prodotto proposto. Le fiere sono sempre una buona vetrina, ma per la raccolta degli ordini gli showroom in loco hanno sicuramente possibilità maggiori».


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Made in Italy

Moda, arte e sfumature Paolo Mason anticipa le caratteristiche delle prossime collezioni primavera-estate e autunno-inverno 2016-2017 di Sfizio e Beatrice B. L’incontro con l’imprenditore padovano è stato anche un’occasione per capire con quali strategie affrontare l’attuale fase di incertezza del mercato fashion mondiale livello globale, l’andamento del mercato della moda si mostra altalenante. L’incertezza è determinata soprattutto dalla situazione politica, e dagli improvvisi rivolgimenti economici e sociali in atto. Questo quadro mina le strategie dei brand, ponendo punti interrogativi di fronte a ogni nuovo investimento e costringendo gli imprenditori a elaborare di continuo piani di riserva che possano accompagnare cambiamenti repentini. E con questo quadro si confronta quotidianamente Paolo Mason, amministratore di Plissè, azienda padovana che disegna e produce i marchi donna Sfizio e Beatrice B. «Ciò che noi facciamo è anticipare i trend, e lo facciamo mercato per mercato, con strategie mirate e dedicate. Ogni anno, oltre alla creatività ed eccellenza dei prodotti, mettiamo in cantiere diversi progetti di espansione per consolidare e sviluppare le competenze industriali e crescere. Per esempio, in Italia abbiamo avviato collaborazioni con clienti e ne-

A

gozi shop in shop. Un’altra strategia, questa volta globale, è quella di ampliare la gamma dei prodotti. Così, accanto all’abbigliamento, adesso proponiamo anche accessori e calzature. Prevediamo che questa scelta si rivelerà vincente nell’arco di poche stagioni, dandoci nuovi profitti e soprattutto darà delle nuove opportunità ai nostri clienti, che si sentiranno più seguiti e parte integrante dell’azienda». LE PROSSIME COLLEZIONI A/I Tali novità in termini di prodotto si inseriscono nelle collezioni dei due marchi Plissè, ciascuno dedicato a una donna dal profilo ben definito. «Con Sfizio – spiega Mason –, vestiamo una donna dinamica e giovane, che vuole sentirsi sempre al di fuori di qualsiasi schema e che ogni giorno è a proprio agio con capi che non passano inosservati per eleganza. In particolare, la collezione Sfizio autunno-inverno 2016-17 (Day Life Fusion) rifletterà il senso ironico e l’anima positiva del brand. Rivolta a una


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donna dal fascino dinamico, spirito giovane e innovativo, l’inverno 2016 si animerà con una palette colori che spazia dal rosa poudre al grigio grog, dal classico black and ivory al camel, rallegrato da accenti di rosso rubino, che declina nei toni più caldi. Le stampe, sviluppate su varie basi di tessuto – dal viscosa crepe al tecnocadi, alla duchesse, al neoprene light –, sono personalizzate e uniche. Ognuno dei capi che abbiamo disegnato vive di una forte personalità e i dettagli non mancano: da una collezione di colletti bianchi ricamati con soggetti ironici al pizzo, dalle stampe ai ricami, fino ad arrivare a un vero e proprio progetto di bag, dove shopping bicolor, light star pochette glitter, mini tracolla e bauletto in saffiano con borchie gold si inseriscono e completano i modi della collezione». Anche per Beatrice B, brand studiato per la donna che apprezza l’innovazione e la ricercatezza dei dettagli, Mason anticipa le caratteristiche della collezione 2016-17. «Questo marchio, innanzitutto, nasce per incontrare il gusto di quelle donne che sanno apprezzare e cogliere la forte simbiosi esistente fra l’arte e la moda. Per la prossima collezione abbiamo esplorato e ci siamo ispirati agli artisti outsider del Novecento, reinterpretando il loro punto di vista e inserendolo nella moda attuale. Un esempio è l’eleganza e la raffinatezza sottile di Paul Klee, che dà vita ad abiti plissettati e gonne lunghe red carpet, che si incrociano con l’esplosione dei colori di Henry Matisse. Poi abbiamo inserito richiami al surrealismo, grafismi che conducono al futurismo con stampe jacquard New-camouflage, che ripropone un must have, modernizzandolo con linee più nette e decise. Per quanto riguarda gli abiti lunghi in viscosa e seta con stampa ramage abbiamo scelto i toni del blu oltreoceano, bordeaux e azzurro polveroso, capaci di esaltare la ricercatezza dei tessuti della collezione. A completare il mood della collezione, un nuovo accessories project: le B.bag, borse che si integrano con i diversi modelli nei vari corner». PRIMAVERA-ESTATE 2016 Se questa è l’anticipazione per la prossima stagione fredda, la collezione primaveraestate 2016 è già pronta per essere distribuita. «Le collezioni estive sono sempre caratterizzate dalla vivacità dei colori e dalle fantasie. Ciò che proporremo nel 2016 non farà eccezione: la palette di colori e le stampe geometriche danno un’identità ai capi, esaltandoli in una moltitudine di sfumature. Abbiamo disegnato modelli che daranno una ventata di allegria al prêt-à-porter della bella stagione, dando vita a quella creatività che caratterizza i nostri prodotti e che sta sempre più guadagnando posizioni all’interno delle più note boutique di tutto il mondo». NUOVE APERTURE E MERCATI Il primo gennaio di quest’anno, a Milano, Plissè ha inaugurato un nuovo showroom

IL GUSTO E LO STILE ITALIANO Dal 1988, con i propri brand Sfizio e Beatrice B, Plissè è presente nel mercato del total look femminile. Con una produzione rigorosamente made in Italy – dalla scelta dei tessuti utilizzati, alla creatività e passione sino all’intero ciclo –, le collezioni Plissè nascono nei modernissimi spazi operativi dello stabilimento di Piombino Dese, nel cuore del Nord Est, dove la creatività italiana si unisce al pragmatismo più autentico per realizzare una moda dal carattere inconfondibile. Ispirati a un’eleganza sobria e a linee dalla

straordinaria leggerezza, i capi Sfizio e Beatrice B si rivolgono a una donna raffinata, che apprezza la qualità e i dettagli nella scelta dei tessuti, nel design e nella manifattura. L’azienda produce attualmente oltre 500mila capi l’anno, distribuiti in circa 800 punti vendita su tutto il territorio nazionale. Plissè, inoltre, forte di una produzione di alta qualità esporta i suoi capi in Europa, Russia, Stati Uniti, Medio ed Estremo Oriente, contribuendo a fare grande nel mondo il gusto e lo stile italiano.

Paolo Mason, presidente e Morena Bragagnolo, stilista della Plissè Spa che ha sede a Piombino Dese (PD) - www.plissespa.it

ARTE E MODA

Per la prossima collezione Beatrice B ci siamo ispirati agli artisti outsider del Novecento di 450 metri quadri. «Milano è la capitale della moda ed esserci è per noi un’esigenza imperativa per lo sviluppo mondiale. Con questa struttura ci rivolgiamo soprattutto al mercato europeo (Germania, Balcani) e russo (che sta diventando il primo mercato per le nostre linee), dove contiamo di riuscire a incrementare gli ordini, dando ai nostri clienti un punto di riferimento e una location che li farà sentire a proprio agio durante il periodo degli acquisti delle nostre collezioni. Questa previsione si basa su quanto avvenuto dopo l’apertura della nostra filiale negli Stati Uniti, nel 2013, a Los Angeles (Plissè Usa Inc.). Oltre oceano, dopo l’iniziale fase di rodaggio, abbiamo iniziato ad avere bilanci in positivo e la crescita prevista per il 2016 porterà a dei risultati eccellenti, oltre che a seguire sempre più da

vicino la clientela. Per il resto del mondo, invece, abbiamo stretto da poco collaborazioni con diversi distributori, che nel breve periodo ci porteranno a un’espansione globale. In particolare, il mercato che mancava era quello mediorientale. Adesso, lavorando assieme a un distributore specializzato riusciremo entro tre stagioni a imporci anche lì, portando nelle migliori boutique i nostri brand – all’appena conclusa Who’s Next di Parigi abbiamo avuto i primi ordini con clienti di Libano, Dubai, Emirati Arabi e Cairo». RISULTATI 2015 Se abbiamo iniziato parlando delle criticità del mercato mondiale della moda, dopo aver passato in rassegna le strategie commerciali e le prossime novità di Plissè, è il

momento di sentire da Mason quali risultati hanno avuto finora le sue scelte. «Abbiamo chiuso il 2015 con un fatturato in crescita del 12 per cento circa. E se consideriamo gli ordini in consegna entro la primavera-estate 2016, possiamo già prevedere un incremento prudenziale e ulteriore del 20 per cento, portando l’azienda a superare i 20 milioni di fatturato a fine 2016. Questa forza economica ci permetterà di passare dagli attuali 850 punti vendita multimarca in Italia a 1.000, e di raggiungere 850 punti vendita all’estero (oggi 600). Anche per Plissè Usa, grazie alla continua crescita delle vendite e alla partecipazione a tutte le fiere (da New York a Las Vegas, da Dallas a San Francisco) prevediamo un incremento del 25 per cento del fatturato». ■ Elio Donato


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Made in Italy

Un investimento per e verso il futuro Produrre capi in tessuto denim senza ricorrere a sostanze nocive per la natura, ma mantenendo inalterati gli standard di qualità. Nel panorama del tessile italiano, c’è chi ne ha fatto una missione spiti fissi nel guardaroba di uomini, donne, adulti e ragazzi, i jeans sono il capo di abbigliamento più usato e acquistato nel mondo. Prodotti e confezionati in una miriade di modelli, devono il loro successo alla grande versatilità del tessuto denim sinonimo di comfort, sportivo, informale ma capace all’occorrenza di incunearsi anche in un outfit semi-elegante. Un tessuto sempre à la page che non si sottrae all’appello dell’ecosostenibilità, sensibilizzando gli addetti del settore a richiedere con frequenza crescente camicie e pantaloni realizzati in modo conforme agli standard ambientali riconosciuti. Una tendenza al green che, a fianco della produzione convenzionale collegata al fabbisogno di energia e acqua, e all’utilizzo di coloranti e prodotti chimici tossici, favorisce lo sviluppo di nuovi processi produttivi come quello scelto da Italdenim. Realtà milanese di punta del comparto tessile, operativa da 40 anni nel mercato del denim, negli ultimi tempi l’azienda ha compiuto una virata secca verso l’innovazione sostenibile, abbattendo drasticamente l’impatto ecologico del suo tessuto ed elevandone al contempo lo standard qualitativo. «In un segmento ipercompetitivo come quello del denim - spiega il titolare Luigi Caccia - solo il miglioramento continuo e la

O

cura di ogni dettaglio possono garantire i più alti standard produttivi. In questo senso, la frase “Committed to perfection” che abbiamo scelto per rappresentarci non è solo un mero slogan, ma la sintesi di una visione che pone la qualità sempre al primo posto». Un’attenzione alla qualità che si rintraccia in ogni fase della lavorazione, dalla filatura alla tessitura, dalla tintoria al finissaggio, all’interno di una catena produttiva completamente integrata e votata all’ottimizzazione delle risorse. «Realizziamo tutto in modo autonomo internamente – sottolinea Caccia – dal

La Italdenim ha sede a Inveruno (MI) - www.italdenim.com

trattamento del cotone fino al prodotto finito: solo il cotone greggio deve essere acquistato». Una filosofia ecofriendly a cui Italdenim ha aderito operativamente da alcuni anni, investendo ad esempio su un avanzato impianto di cogenerazione che tra il 2009 e il 2013 ha consentito un calo di emissioni pari a 6,5 milioni di kg, ma che nel 2014 ha assunto i crismi dell’ufficialità, garantiti dalla sottoscrizione del Detox® Greenpeace Committment, attraverso cui le aziende firmatarie si impegnano a eliminare le sostanze tossiche nella produzione tessile. «A nostra conoscenza – osserva Caccia siamo il primo e unico produttore nel mondo del Denim ad aver aderito a questa campagna. E quest’anno raddoppieremo il nostro impegno lanciando sul mercato il nuovo progetto brevettato “Save the Water”®, grazie al quale i consumi di acqua si riducono del 60-80 per cento». Punto focale del progetto è l’utilizzo in fase di “imbozzimatura” del polimero naturale Chitosano, ottenuto da uno scarto di lavorazione della produzione alimentare, registrato e commercializzato col marchio Kitotex®. Inoltre il polimero sintetico solubile in acqua, Pva, viene completamente eliminato (sostituito dal Chitosano) prima della tessitura, in modo che ultimata questa fase, non è più necessario lavarlo via dal tessuto come avviene di solito. Un grande passo avanti per un’azienda che della lotta contro lo spreco d’acqua ha fatto una missione, tanto da creare un’apposita divisione di ingegneria ambientale

TANTI COLORI E…POCA ACQUA Denim autentico, comfort stretch, power stretch e stretch. Sono le 4 tipologie di collezioni in cui si articola la proposta Italdenim, tutta ovviamente contrassegnata dal marchio “Save the Water”. Dalla prima, declinata secondo la sfumatura più classica al puro cotone in diverse gradazioni di indaco. Alla versione comfort, che offre maggiore libertà di movimento con un’elasticità fino al 20 per cento e una vestibilità ideale per ogni momento della giornata. Il power stretch, che raggiunge più del 35 per cento di elasticità per rispondere alle richieste di capi molto fascianti. E per concludere lo stretch, che propone una vasta gamma di colori e un look da soft ad aggressivo. Gran parte della produzione, pari circa a due capi su tre, viene esportato in Germania, Spagna, Stati Uniti e Paesi Bassi, dove risiede ancora un grande potenziale.

che ha ideato e realizzato un impianto di depurazione delle acque reflue dei processi di lavorazione del tessuto. A suggello degli sforzi profusi, Italdenim si è quindi assicurata la Sublicenza di industrializzazione di tale processo produttivo ed è oggi l’unico partner nel settore denim con “Save the Water”- “Kitotex”®. «I primi capi di abbigliamento prodotti sia Detox® che “Save the Water”® – annuncia Caccia - saranno messi sul mercato quest’anno. Volevamo contribuire in maniera concreta a migliorare la produzione e credo che ci siamo riusciti». E, aspetto non secondario visti i costi significativi sostenuti dall’azienda per sviluppare questo innovativo progetto, senza mai alzare i prezzi. «Lo consideriamo un investimento per e verso il futuro», conclude Caccia. ■ Gaetano Gemiti


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Accessorio o elemento di stile? Antonio, Luigi e Maurizio Pastorelli spiegano l’importanza della fodera nell’abbigliamento d’alta moda, i vantaggi estetici e quelli funzionali, sottolineando la necessità di tutelare il modus operandi italiano attento alla salute e alla qualità abbigliamento di classe comincia dalla fodera». Maurizio Pastorelli, titolare della Tessitura Marco Pastorelli Spa, spiega il ruolo centrale di questo elemento nella confezione di un capo d’abbigliamento. L’azienda varesina vanta più di mezzo secolo di attività ed è specializzata nella produzione di tessuti per fodere, ma nel suo campionario comprende anche tessuti per abbigliamento. I titolari entrano nel dettaglio delle loro lavorazioni, indicando l’importanza che rivestono nel settore. «Le parole d’ordine degli stilisti e addetti agli acquisti – dice Maurizio Pastorelli – sono novità e immagine. Anche la fodera, come il capo, deve suscitare interesse ed emozione, ma sempre nel rispetto dell’ambiente e della qualità all’interno di parametri economici accettabili, in conformità al valore dell’abito da realizzare. Infatti, sono sempre più le aziende di moda, i centri stilistici e confezionisti che richiedono certificazioni di prodotto, ecologiche e ambientali delle aziende coinvolte nella catena produttiva». L’attenzione alla fodera, però, è un fenomeno relativamente recente. «Fino agli anni Novanta – spiega Antonio Pastorelli – poche erano le aziende produttive di

«L’

abbigliamento che identificavano la fodera di qualità come un valore aggiunto: la fodera era considerata un accessorio importante, ma non necessariamente con particolari requisiti. Soprattutto al di fuori dell’Europa, oltre che in alcune zone del Vecchio Continente, venivano usate tipologie di fodera di scarso valore intrinseco, estetico e funzionale, spesso poco traspiranti. Successivamente, le più importanti case di moda, italiane ed estere, per creare un valore aggiunto e distintivo alla loro produzione, si sono interessate maggior-

La Tessitura Marco Pastorelli Spa ha sede a Gallarate (VA) www.pastorelli.it

mente a questo prodotto e oggi viene visto e analizzato con maggiore interesse alla stregua di altri accessori più visibili, come i bottoni». Da qui, la particolare visione che i fratelli hanno sviluppato sul concetto di lusso. «Per noi – continua Maurizio Pastorelli – l’abbigliamento di classe indica un elemento importante di funzionalità che contribuisce al valore di un capo, offrendo considerevoli vantaggi estetici (linea e forma) e funzionali quali maggior riparo dal caldo/freddo e durata nel tempo. La nostra azienda contribuisce alla realizzazione di un abbigliamento attuale ed ecologico, usando fibre naturali e artificiali di origine vegetale quali cotone, seta, rayon, cupro, viscosa e acetato di alta qualità, funzionalità e traspirabilità, con trattamenti controllati e certificati». Coerente con quanto espresso finora è la definizione di made in Italy secondo i titolari della Tessitura Marco Pastorelli. «Come viene normalmente usato oggi in qualsiasi prodotto – afferma Luigi Pastorelli – non ha nessun valore intrinseco ma solo indicativo. Da diversi anni le nostre associazioni, come altre, penso in particolare a quelle agroalimentari, combattono affinché dietro tale definizione si sviluppino in modo serio, corretto e controllabile delle regole ferree che individuino le

VALORE AGGIUNTO

Anche la fodera deve suscitare interesse ed emozione, ma nel rispetto dell’ambiente e della qualità

prerogative del prodotto e le modalità di produzione, con un metodo di tracciabilità che accerti il percorso di creazione, provenienza e realizzazione secondo norme stabilite. Il tutto per dare un’informazione corretta al consumatore, in modo che possa esprimere consapevolmente una scelta». Per Pastorelli, quindi, è opportuno, doveroso, e importante che questa normativa venga approfondita, definita e attuata. «In Italia – dice Maurizio Pastorelli – vengono sì imposte, ma anche rispettate, molte regole che in altri paesi sono trascurate, sia nel comparto tessile sia in altri settori fondamentali per la salute dell’individuo. Con un’applicazione efficace della normativa, verrebbe riconosciuto l’impegno delle aziende che rispettano le regole, ma soprattutto verrebbe fornita una garanzia importante al consumatore, che viene informato prima di compiere i suoi acquisti. Pertanto, made in Italy non come mera protezione delle produzioni italiane, ma come scelta di vita di ognuno di noi». Non è un caso che l’azienda varesina abbia puntato molto sui propri collaboratori e sul tema della tutela ambientale, oltre che sulla qualità del prodotto. «I nostri – conclude Antonio Pastorelli – sono operatori qualificati, costantemente aggiornati, che verificano ogni metro di tessuto prima della vendita, confezionandolo nel modo desiderato. Grazie a una specializzata e professionale rete di collaboratori e alla partecipazione alle più importanti fiere di settore, la TMP è presente sul territorio sia nazionale che internazionale. Finissaggi ecologici riconosciuti del marchio Oeko Tex Standard 100 garantiscono prodotti privi di sostanze tossiche e nocive». ■ Remo Monreale


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Made in Italy

La cultura della maglieria Daniele Volpato e Paola Ercego, con il figlio Filippo Volpato, hanno saputo esprimere le diverse componenti stilistiche della moda contemporanea, facendo della creatività interpretativa e della flessibilità produttiva una vera mission

a maglieria italiana è proiettata verso i mercati internazionali del lusso. Una delle aziende che rappresenta al meglio la nostra manifattura nel mondo, rinnovandone vestibilità e stile, è la Volcar di Brendola, in provincia di Vicenza. Come afferma il titolare Daniele Volpato: «La nostra realtà produttiva è un luogo dove i tessuti assumono le forme e i materiali diventano preziosi. Insomma, dove la moda prende vita. E vogliamo fare di più, vogliamo fare cultura imprenditoriale della maglieria. Apparentemente un concetto semplice, ma che, in realtà, sottintende un significato ben più ampio e profondo, che si concretizza in impegno creativo, ricerca, investimenti e formazione del personale». Questi tratti, fin dalla fondazione, nel 1952, hanno attraversato tutto il percorso imprenditoriale della famiglia Volpato e di Volcar, che realizza al proprio interno un complesso processo di produzione, che inizia con l’acquisto del filato e include la smacchinatura, la confezione e il finissaggio. «Durante questo lungo percorso – prosegue Volpato –, il punto di svolta più significativo è avvenuto nel 2001, quando, con la guida della terza generazione della famiglia – che io rappresento insieme a mia moglie, Paola Ercego, responsabile delle collezioni –, abbiamo ampliato le nostre frontiere».

L

MERCATO STATUNITENSE

Oltreoceano registriamo il maggiore interesse e apprezzamento per il capo sartoriale e il valore dell’artigianalità

IL CAMBIO GENERAZIONALE Ercego ha portato in Volcar la sua lunga esperienza nel mondo della moda, giocando un ruolo fondamentale nell’instillare innovazione. «I primi sei anni successivi al cambio generazionale – racconta Ercego – sono, così, stati caratterizzati da continui investimenti. E fondamentale è stato il supporto dei nostri collaboratori, che hanno creduto – insieme a noi – nel cambiamento. La svolta si è mossa attorno a due cardini: l’internazionalizzazione e la stret-

ta collaborazione con l’alta moda. Per riuscirvi, abbiamo lavorato su diversi fronti. Innanzitutto, è stato rivalorizzato l’archivio ed è stato messo a disposizione degli stilisti, affinché, nei nostri punti maglia e nei tessuti conservati, potessero trovare l’ispirazione per nuove creazioni. Questa idea è stata da subito vincente e oggi le grandi firme di New York, Londra, Parigi e Milano attingono a questo nostro patrimonio di conoscenza. E anzi, è stato proprio da oltreoceano che abbiamo registrato il maggiore in-

IMPRESA E FAMIGLIA Le origini di Volcar sono da ricercare a Monza, nell’immediato dopoguerra. Ed è precisamente il 1952 quando la prima generazione della famiglia Volpato, composta da Santa e dai figli Corinna, Giovanni ed Elsa, avvia l’attività di produzione di maglieria. Inizialmente, i prodotti vengono distribuiti soltanto a Milano, rifornendo diversi negozi. Il nuovo corso della storia aziendale inizia pochi anni dopo. È il 1954 e Giovanni Volpato sposa Emma Carollo questa giovane coppia decide di dedicare un particolare impegno alla ricerca dell’eccellenza nella maglieria. La missione diventa così creare un prodotto sempre migliore, secondo le esigenze della clientela. Altro momento importante è collocabile agli inizi degli anni Sessanta, allorché la famiglia Volpato al completo decide di fare ritorno nella propria terra di origine, il Veneto. A tutti gli effetti è in questi anni che nasce, anche formalmente, la Volcar (dall’unione di Vol di Volpato e Car di Carollo), con sede a Brendola, nel cuore produttivo ed economico del Nord Est, in un moderno complesso in-

dustriale di oltre cinquantamila metri quadri. L’azienda prosegue nella sua crescita e alla fine degli anni Settanta la terza generazione, con Daniele Volpato, figlio di Giovanni, prende in mano il timone e sarà proprio sotto questa gestione che la Volcar si affermerà come uno dei principali referenti della moda italiana ed estera, fino ai traguardi odierni e alle prospettive di coronarne altri nei prossimi anni.


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LA MISSION

Nei primi mesi di quest’anno vedrà la luce una cooperativa che avrà lo scopo di formare giovani artigiani teresse e apprezzamento per il capo sartoriale e il valore dell’artigianalità. Per questo motivo, il mercato americano, attualmente è al centro dei nostri interessi commerciali. La clientela americana è ambitissima, perché il paese sta vivendo un momento di espansione. Tre importanti realtà d’oltreoceano fanno già parte del nostro portafoglio clienti. Poi, com’è noto, gli americani sono innamorati del made in Italy». L’ARCHIVIO E LA SFIDA TECNOLOGICA Dallo jacquard al diminuito, dai diagonali ai rigati. Migliaia di punti, di ogni tipo e genere, sono stati sperimentati e mandati in produzione da Volcar. E questa immensa raccolta è tuttora in crescita e viene aggiornata ogni anno, inventariando i nuovi punti soltanto dopo che questi sono stati utilizzati per manufatti già comparsi nelle boutique. «Il nostro archivio – dice Volpato, contiene migliaia di pun-

ti e prove, testimonianza della ricerca assidua sui materiali e sulle tecniche di lavorazione. Tutt’altro che punto di arrivo, il contenuto dell’archivio è una raccolta di punti di partenza, dai quali muovere verso nuove sperimentazioni, nella direzione di elaborare soluzioni sempre più particolari. Infatti, la creatività è instancabilmente al lavoro e spesso è sufficiente individuare una sola idea per riuscire a trarne un’intera collezione. Poi, ulteriori stimoli vengono dai nostri committenti, che ci comunicano i loro desideri. Noi li combiniamo con la nostra esperienza e, “sfogliando” l’archivio, trasformiamo le richieste, le indicazioni e i progetti in qualcosa di reale, che prende forma quasi magicamente in capi unici nel loro genere». Accanto alla riaffermazione della storia e del talento di Volcar, è stata lanciata un’altra sfida: la ricerca di una sintesi fra tecnologie e competenze manuali, così da poter sfruttare lavorazioni diverse in singole creazioni. «Questo passaggio – spiega Volpato – ha rappresentato una vera evoluzione. C’è da dire che non è stato affatto facile, ha richiesto un forte impegno, ma la determinazione e la convinzione di essere sulla strada giusta ci hanno guidato fino all’obiettivo. Così, quello che adesso offriamo agli stilisti non è solo un capo di maglieria di qualità, ma una qualità declinabile in diverse lavorazioni compresenti in uno stesso capo. Per esempio, siamo riusciti ad attaccare il tessuto – che per sua natura è un mondo fermo – alla maglieria – che per sua natura si muove». IL PRESENTE E IL FUTURO Il nuovo corso aziendale e gli investimenti iniziati nel 2001 hanno richiesto alcuni anni per dare i loro frutti. Però, il 2015, è stato l’ultimo di una serie di esercizi maturi. «Lavoriamo ormai solo per il segmento del lusso e intendiamo alzare ancora di più l’asticella – sottolinea Volpato – . È uno sforzo ripagato dalla crescita. Il 2015 – commenta Volpato – ci ha lasciati con nuove prospettive di sviluppo. Punteremo ancora, come abbiamo sempre fatto, su formazione e investimenti. Inoltre, si approssima il momento di un nuovo cambio del testimone. Del resto, la quarta generazione della nostra famiglia – rappresentata da mio fi-

La sede della Volcar Spa si trova a Brendola (VI) - www.volcar.it

glio Filippo, che condivide i nostri progetti e sarà il futuro dell’azienda– è già da alcuni anni presente in azienda, perché per fare questo lavoro è indispensabile una lunga gavetta. Infatti, bisogna innovarsi a ogni stagione e il processo produttivo ha un’organizzazione complessa da comprendere e imparare a gestire». Da questo punto di vista, è importante il contributo che la nuova generazione sta dando sia nella gestione dei processi aziendali sia nel suggerire gli investimenti tecnologici. «Per quanto riguarda le macchine – spiega Volpato –, i modelli contemporanei portano perfino all’eccesso la capacità di lavorare in multifunzione (ovvero fino a 5-6 finezze contemporaneamente e con pluralità di colori) e introducono anche la possibilità di automatizzare alcune lavorazioni». Però le macchine non sono tutto, anzi, al contrario è il know how ciò che conta. E per questo Volcar sta per inaugurare un nuovo progetto. «Nei primi mesi di quest’anno vedrà la luce una cooperativa che avrà lo scopo di formare giovani artigiani. Per avviare questo progetto, metteremo a disposizione macchinari, materiali e risorse. E selezioneremo i giovani più promettenti, ovvero quelli che dimostreranno di avere passione e potenzialità imprenditoriali». ■ Elio Donato


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Made in Italy DALL’OUTDOOR ALLE PASSERELLE Sergio Traverso, CEO della Plastitex Spa, spiega l’avvicinamento della società padovana al mondo dell’alta moda. «Ci siamo avvicinati quasi per caso – dice Traverso – attraverso la presentazione di intrecci inusuali, in cui il filato tecnico riusciva a realizzare delle maglie leggerissime. L’originalità di questi prodotti ha stimolato alcuni creativi ed è così che nella passerella dell’estivo di Cristiano Burani si possono vedere abiti in maglia Plastitex, oggi esposti alla Triennale di Milano, o il Gilet del giovane Brand Parigino LES CINQ, ma anche nelle collezioni di Materia Design selezionate dal Moma di New York ci sono nostre creazioni, dove i fili della collana sono un filato tecnico intrecciato su se stesso. Ovviamente sviluppare progetti in questo ambito ha richiesto una prima fase di analisi delle necessità espresse e non. Per esempio, ci siamo posti il problema del contatto continuo sulla pelle e, anche se non esiste una regolamentazione, abbiamo realizzato un nuovo compound di vinile, Ecovinyl, idoneo ad un prolungato contatto».

La nuova era del tessile La grande sfida del made in Italy in questo settore si gioca sull’innovazione e sullo studio sui materiali, che le richieste di mercato pretendono sempre più ecologici e performanti. L’esempio di Sergio Traverso impatto estetico e le intuizioni più moderne di design non sono gli unici elementi a definire le tendenze e la direzione in cui portare la ricerca. L’innovazione del tessile sta conoscendo una nuova stagione, in cui è cresciuta una sensibilità fino a pochi anni fa inedita. Sergio Traverso, CEO della padovana Plastitex Spa, spiega nel dettaglio quali sono le richieste del mercato e quale tipo di prodotti presto saranno disponibili. «Oggi il consumatore finale – spiega Traverso – chiede una qualità all’altezza della spesa, preferisce la semplicità qualitativamente elevata a un prodotto esteriormente ricco ma povero di contenuti, ricerca prodotti che impattino in modo corretto nell’ambiente in cui vengono collocati. Il consumatore del futuro non esclude a priori i materiali non naturali, perché è cosciente che oggi non possiamo più appoggiarci solo su questi, ma chiede che siano certificati nella sua filiera, che ne venga in qualche modo misurato l’impatto. Per questo, in Plastitex, stiamo avviando un processo di analisi sui nostri filati e tessuti: questo progetto di comunicazione traccerà tutte le scelte future, sarà una sorta di timone che ci indicherà le innovazioni da seguire e le relative tecnologie». La produzione di Plastitex si suddivide in quattro settori. «Il filato – dice Traverso –, il tessuto mare, il tessuto garden e arredamento, ed il confezionato. I filati sono venduti anche ad altre tessiture che realizzano autonomamente i tessuti mare e poi confezioni mare, oppure sono impiegati come complementi per produzioni di articoli vari. I tessuti garden e ar-

L’

INTRECCIO

Dobbiamo dare a questa parola una connotazione più ampia. E saranno i materiali i veri protagonisti del nostro studio

redamento sono invece dei prodotti semilavorati utilizzati principalmente nel settore arredamento per interni, per il giardino, per il campeggio o sportivo, per la realizzazione da parte del cliente di accessori e prodotti finiti. Il settore dei tessuti confezionati riguarda i prodotti finiti, ultimo anello di lavorazione della produzione Plastitex. In più realizziamo articoli su misura». Per Plastitex, come per il resto del mondo tessile made in Italy, il percorso dell’innovazione è già intrapreso. «C’è da evidenziare, però – precisa Traverso – che anche la crisi ha portato aziende come la nostra su questa nuova strada. La recessione mondiale è stata un’occasione per stimolarci a un’osservazione introspettiva più profonda, abbiamo dovuto affrontare nuovi attori entrati nel mercato con prezzi eccessivamente bassi. Di questi abbiamo analizzato l’offerta e le competenze. Dopo un primo momento di difficoltà, ci siamo resi conto che potevamo vincere la sfida solo offrendo un servizio di progettualità con il cliente, un servizio che chi gioca al ribasso non può sostenere: il cliente che decide di sviluppare un nuovo progetto non acquista un tessuto a stock, cerca soluzioni nuove. Grazie a questo servizio negli ultimi anni si sono consolidati i rapporti con alcune tra le più importanti aziende nel mercato dell’outdoor». E proprio per l’outdoor Plastitex ha sviluppato prodotti che sono l’evoluzione tecnica del classico tessuto per arredo. «Ciò comporta che deve restare tessuto – continua il titolare dell’azienda padovana – e quindi esprimere le sue peculiarità di intreccio, ma acquisendo quelle caratteristiche di tenuta agli agenti atmosferici, portanza e lavabilità che solo un tessuto tecnico può fornire. Questo tipo di ricerca per noi non è certamente una novità. Sviluppiamo e produciamo tessuti da cinquant’anni, sempre con un occhio di riguardo verso i nuovi studi. Circa dieci anni fa, poi, c’è stato un vero cambio di rotta, quando abbiamo partecipato allo sviluppo di un nuovo progetto tessile con un’importante azienda design oriented. Da allora collaboriamo con le migliori aziende di design,


parola una connotazione più ampia – afferma Traverso –. E saranno i materiali i veri protagonisti del nostro studio. Per esempio, già con Ecolefine ci siamo avvicinati al mondo del riciclabile e del sostenibile, questi aspetti saranno la traccia per i nostri prossimi progetti tessili. Un altro modo, poi, di anticipare il mercato, sta nel mantenere alto il livello delle collaborazioni. Siamo sempre lieti di mettere a disposizione i nostri tecnici, perché la vicinanza a un creativo apporta apertura e innovazione, allo stesso tempo trasferiamo le nostre conoscenze e competenze al designer che, con la nostra disponibilità allo sviluppo dei prototipi,

IL MERCATO FUTURO

Il consumatore preferisce la semplicità qualitativamente elevata a un prodotto apparentemente ricco ma povero di contenuti sia italiane sia estere, aziende che sviluppano progetti appoggiandosi ad artisti e designer di livello internazionale. Oggi, Plastitex, forte del suo centro di R&D è in grado di anticipare le tendenze e proporre ai clienti e designer il prossimo futuro. Sono nati così diversi prodotti: il materiale completamente riciclabile Ecolefine, il tessuto portante Sensitex con una mano morbida e vellutata, il tessuto intreccio di maglia Knitting che, realizzato con il nuovo materiale Ecovinyl, fa da punto di partenza per le proposte dell’alta moda». Questo tipo di evoluzione si espande secondo tutte le possibilità date dall’intreccio. «Dobbiamo dare a questa

Plastitex Spa si trova a Carmignano di Brenta (PD) www.plastitex.com

riesce a sviscerare il progetto in tutte le sue parti. Forniamo tanto materiale su cui provare sempre nuove idee». Il più importante settore di riferimento per la società padovana rimane l’arredo outdoor «ma un mercato che dobbiamo sviluppare è sicuramente l’Ho.Re.Ca., in continua espansione. Le sue esigenze nascono dagli stimoli continui che ognuno di noi trasferisce e sempre più spesso queste si traducono in esigenze del singolo consumatore, di conseguenza molti altri ambiti usufruiranno dello studio fatto per Ho.Re.Ca». ■ Remo Monreale


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Made in Italy

La pelle nel Dna Com’è prodotta la pelle che i grandi brand del lusso internazionale utilizzano nei loro articoli di calzatura e pelletteria? La risposta la fornisce Maila Famiglietti, rappresentando un’azienda fiore all’occhiello del distretto conciario toscano l distretto conciario toscano ha attraversato nel corso degli ultimi mesi una fase congiunturale caratterizzata da incertezza. Ciò a causa degli acquisti limitati da parte dei grandi nomi della moda internazionale – da sempre mercato di riferimento del distretto. Infatti, nel quadro degli eventi internazionali che sta fortemente condizionando la domanda, inducendo a un atteggiamento negli acquisti più cauto rispetto al passato, i grandi brand si trovano a dovere, prima di tutto, esaurire le grandi quantità di scorte in magazzino. «Nonostante questa crisi non sia ancora alle spalle – spiega Maila Famiglietti –, il nostro distretto regge. E si conferma tra i settori più vitali del manifatturiero italiano, grazie alla sua capacità di rinnovamento che gli permette di affermare la propria leadership sul mercato conciario internazionale». Famiglietti parla a nome della storica conceria

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La Nuova Osba Italia Spa ha sede a Fucecchio (FI) www.nuovaosba.it

QUALITÀ CONCIARIA

La lavorazione della pelle è qualcosa di articolato, che affonda le sue radici nel made in Italy e coinvolge territorio, persone e cultura

Nuova Osba Italia di Fucecchio, nel fiorentino, azienda che affronta la sfida per il futuro con ottimismo, innovazione e qualità, e che si posiziona ai vertici del settore, offrendo pellame di pregio per calzature e pelletteria. «Per le nostre lavorazioni – prosegue Famiglietti –, utilizziamo esclusivamente materie prime europee di primissima qualità, destinate alla clientela più attenta ed esigente, ossia i principali brand del lusso mondiale. La selezione delle pelli grezze avviene direttamente sui luoghi di macellazione e salatura. Però, la qualità che contraddistingue e rende uniche le nostre pelli è qualcosa che va oltre. È piuttosto qualcosa di articolato, che affonda le sue radici nel made in Italy, che coinvolge il territorio, le persone, l’attività, la cultura. E anche la vita quotidiana di chi lavora in conceria e che la pelle l’ha nel Dna». La concia firmata Nuova Osba Italia è al puro cromo. Tutto il processo di conciatura si svolge internamente e le lavorazioni sono tuttora realizzate con i metodi tradizionali, come il picklaggio lento, secondo le tecniche artigianali tramandate dai vecchi maestri conciari francesi, reinterpretate con l’uso dei migliori prodotti che la tecnica mette oggi a disposizione. «Benché il fattore umano rappresenti la nostra risorsa più preziosa, oggi possediamo anche impianti produttivi ad alto contenuto tecnologico, che vengono costantemente monitorati per migliorarne le prestazioni. Inoltre, le solide collaborazioni con le più importanti aziende chimiche del settore ci permettono di migliorare con-

LA CONTINUITÀ DELLA TRADIZIONE L’attuale azienda Nuova Osba Italia affonda le proprie radici nella storica Conceria Nuova Osba, fondata negli anni Settanta e che da allora rappresenta uno dei fiori all’occhiello del distretto conciario toscano. Fin dalle origini, infatti, l’obiettivo è stato quello di fornire un prodotto classico di alta qualità. Alta qualità intesa sia come selezione della materia prima più pregiata che il mercato offre, sia come tecniche di lavorazione adot-

tate e prodotti chimici utilizzati. La capacità di coniugare stile e tradizione è stato il leitmotiv che la nuova azienda ha ereditato dalla precedente e così, come allora, la Nuova Osba Italia riesce a fornire pellame di alta qualità, dal gusto classico e con una continua attenzione alle tendenze della moda. Alla tradizione, infine, si è unito il know how tecnologico e il rispetto per le tematiche ambientali.

tinuamente il prodotto, anche con un’attenta visione di quelle che sono le esigenze di tutela ambientale». Lungo tutto il processo produttivo si collocano controlli rigorosi, garanzia per i clienti e per i consumatori finali. «Questi sono affidati ai nostri professionisti specializzati, che supervisionano i materiali impiegati e la trasformazione della pelle grezza fino al prodotto finito. Tutto ciò fa sì che le nostre pelli abbiano caratteristiche uniche e rifiniture che, pur mantenendo intatte le doti naturali della pelle, ne esaltano la bellezza e il profumo, introducendo quel valore aggiunto e quella qualità che le contraddistingue dalla concorrenza e che le rende gradite alla nostra preziosa clientela». Guardando al futuro, infine, uno degli obiettivi di Nuova Osba Italia è migliorare ancora i propri processi di produzione sotto il profilo della sostenibilità ambientale. «A questo scopo, stiamo investendo in strumenti, tecnologie e risorse umane qualificate che migliorino l’efficienza e riducano l’impatto ambientale delle nostre lavorazioni, naturalmente senza andare a intaccare le caratteristiche stilistiche del prodotto, che deve sempre conservare le prestazioni eccellenti – ed eventualmente incrementarle. La domanda di un prodotto maggiormente ecosostenibile, del resto, è ciò che chiedono le principali griffe del lusso internazionale. Tanto che oggi l’ecosostenibilità della pelle è divenuto uno dei requisiti fondamentali della sua qualità».■ Elio Donato


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Made in Italy

le sintetica prodotta più performante.

Quali performance per le pelli sintetiche La pelle sintetica non è soltanto imitazione di quella vera. Giuliano Bedeschi presenta l’universo delle pelli sintetiche e delle loro caratteristiche tecniche. Un prodotto declinabile in tante varianti che comprendono l’automotive, l’aeronautica e lo sport on una produzione di 30mila metri lineari al giorno di pelle sintetica e una presenza sempre più internazionale in molteplici settori, la SPAC si presenta sul mercato come una realtà viva e pulsante, capace di valorizzare il know how delle risorse umane per migliorare le proprie performance. La società di Arzignano, nel vicentino, probabilmente appare come un’azienda atipica nel panorama dei produttori di pelli sintetiche. Infatti, SPAC non produce un campionario definito con magazzino e colori standard, ma personalizza tutte le produzioni sulla base delle esigenze dei committenti, fra i quali annovera le grandi aziende di articoli per sport sulla neve, grandi case automobilistiche italiane e straniere e marchi della moda internazionale. «Quando si parla di pelle sintetica – spiega il presidente Giuliano Bedeschi –, si pensa immediatamente alla mera imitazione della vera pelle. In realtà, quello che noi facciamo è qualcosa di profondamente diverso. È vero che il nostro prodotto, a volte, in base all’applicazione, può avere l’aspetto della pelle, tuttavia non è questa la prima esigenza del committente. In realtà, noi realizziamo una pelle sintetica che rispetto a quella vera ha delle caratteristiche tecniche completamente diverse e peculiari, che la vera pelle non possiede. Ed è per queste caratteristiche tecniche che il nostro prodotto viene scelto». Ciò cui fa riferimento Bedeschi è l’elevata resistenza meccanica, agli sbalzi termici, alla deformazione. Tutti fattori che rendono la pel-

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PRODOTTI PERFORMANTI

Realizziamo una pelle sintetica che rispetto a quella vera ha delle caratteristiche tecniche completamente diverse e peculiari

LE APPLICAZIONI Il prodotto che SPAC consegna al mercato è un semilavorato in rotoli di diversa metratura, che, una volta intagliato, trova applicazione in una varietà vastissima di settori. Bedeschi ne indica alcuni fra i più importanti. «In assoluto, noi siamo il primo produttore mondiale dei materiali con i quali si costruiscono le scarpette interne degli scarponi da sci. Questi ultimi, infatti, internamente ospitano una scarpetta estraibile, che è quella ad andare a diretto contatto con il piede dello sciatore. Un tempo, questa scarpetta era realizzata in pelle vera, con numerosi inconvenienti. Basti considerare che il manufatto deve resistere a temperature di meno 25 gradi senza deformarsi, essere resistente all’abrasione e agli stiramenti, non deve bagnarsi se entra in contatto con la neve. La vera pelle – utilizzata fino agli anni Settanta – non era la soluzione più adatta per rispondere a tutte queste esigenze tecniche. Così, alcuni decenni fa, collaborando con le tre maggiori aziende mondiali di articoli da neve – che si trovano a Montebelluna, in provincia di Treviso –, siamo arrivati alla definizione della mescola ideale per avere, in un unico prodotto, le caratteristiche richieste». Questa partnership importante, nel tempo si è consolidata con ulteriori produzioni, tanto che oggi le pelli sintetiche Spac servono anche a fare le scarpe da fondo. «Altro settore col quale lavoriamo da diversi decenni – prosegue Bedeschi – è quello dei produttori di poltrone dentistiche, che oggi, in mezzo mondo, sono rivestite con una nostra pelle sintetica capace di soddisfare tutte le caratteristiche tecniche richieste dal settore – anche in questo caso, alla base, c’è stato un intenso lavoro di ricerca e sviluppo. Nostre sono le pelli che rivestono le poltrone esterne delle imbarcazioni, anche yacht – la pelle vera, esposta alla salsedine, si rovinerebbe in poco tempo. Ci sono poi un’infinità di altri settori che utilizzano le nostre pelli per la fabbricazione di particolari. Da ultimo poi, da un paio di anni, abbiamo iniziato a muovere i primi passi nell’automotive, inteso nell’accezione più ampia del termine, quindi non solo automobili, ma anche veicoli commerciali. In questo momento è sul mercato il nuovo modello di un’auto italiana il cui volante è rivestito con un nostro prodotto, sviluppato appositamente. Infine, nei prossimi anni, diverrà sempre più interessante il settore arredamento. Infatti, con l’introduzione delle norme che stabiliscono le caratteristiche dei rivestimenti in termini di resistenza alla fiamma, il nostro prodotto sta guadagnando quote di mercato a danno delle produzioni a basso costo che finora hanno dominato il mercato, ma che non sono in linea con le nuove direttive europee».


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PROFILO DELL’AZIENDA Fondata nel 1973, SPAC ha già visto entrare in azienda la terza generazione della famiglia Bedeschi, che segue attualmente gli aspetti produttivi, di ricerca e sviluppo e commerciali, mentre la presidenza è ricoperta da Giuliano Bedeschi. SPAC, produttrice di pelli sintetiche, esprime in questo acronimo la propria mission: Servizio, Professionalità, Attenzione, Cortesia. Infatti, l’azienda di Arzignano lavora con la volontà di proporsi non come semplice fornitore, ma come un partner che mette a disposizione le sue conoscenze. Per SPAC, essere partner vuol dire entrare nel progetto, condividerne le attese, sviluppare con attenzione un prodotto e rispettare la dovuta riservatezza. È per questo che la parte più consistente della produzione SPAC è costituita da prodotti personalizzati, molto tecnici e, se richiesto, con contenuto estetico.

La SPAC Spa ha sede ad Arzignano (VI) - www.spac.eu

PROCESSO PRODUTTIVO E RISPETTO AMBIENTALE Tutte le performance tecniche espresse dal prodotto sintetico SPAC sono il risultato di miscele, ottenute da processi chimici di alto livello. «Crediamo di non essere presuntuosi affermando di avere una struttura completa», dichiara Bedeschi. Il processo produttivo inizia con l’attività di ricerca e sviluppo e lo studio di mescole di Pu (poliuretano) e Pvc (cloruro di polivinile). «Il nostro impegno su questo fronte è massimo: su un fatturato di circa 60 milioni di euro, ogni anno investiamo fra 1,5 e 2 milioni in R&d – oltre a investimenti in macchinari, che sono nell’ordine dei 5-6 milioni di euro. Definita la miscela, si prosegue con i sistemi automatici di dosaggio dei singoli componenti – gli impasti ottenuti vengono controllati in un laboratorio dedicato, che ne verifica percentuali e colori. Una volta che il campione è stato definito, si passa ai reparti di spalmatura industriale, di rifinizione a stampa, graffatura, cernita e infine il prodotto finito va al controllo qualità». Questo processo produttivo, che prevede diversi momenti di studio e analisi, fa da garanzia sull’assenza di materiali potenzialmente pericolosi. «Le nostre pelli sintetiche rispettano le norme europee e internazionali, allineandosi a quanto prescritto dalla lista Svhc del regolamento Reach (Reg. Ce 1907/2006)». L’attenzione ambientale di SPAC, tuttavia, non si limita al rispetto delle normative. «Abbiamo sviluppato una famiglia di prodotti in cui, per il 50 per cento, la miscela è composta da fonti rigenerabili e bio. Ciò significa che non si tratta né di materie prime fossili né soggette a esaurimento – sono di natura vegetale. Se è vero poi che questo tipo di prodotto va smaltito comunque come le altre nostre pelli sintetiche, la nostra ricerca non si è fermata. Da poco abbiamo messo a punto un’altra famiglia

di prodotti interamente a fonte bio. In questo modo, a fine vita, il prodotto realizzato con la nostra pelle sintetica può essere compostato come un qualsiasi altro rifiuto destinato all’umido». Sul fronte ambientale, ancora, oltre a essere certificata Iso 14000 e Iso 9001, da quasi un ventennio SPAC si è dotata di sistemi di abbattimento delle emissioni gassose, che vengono trattate con dei termocatalizzatori. MERCATI E PROSPETTIVE FUTURE Benché il fatturato di SPAC sia frutto, per il 70 per cento, di rapporti commerciali con aziende italiane, l’export indiretto dell’azienda rappresenta la parte maggioritaria del fatturato. «Attraverso i partner italiani, le nostre pelli sintetiche si trovano in tutti i paesi del mondo. All’export indiretto, poi, si aggiungono i rapporti con le

ECOSOSTENIBILITÀ

Abbiamo sviluppato prodotti la cui miscela è composta da fonti rigenerabili e bio per il 50 per cento aziende estere. Sotto questo profilo, potremmo vedere crescere la nostra quota di esportazioni grazie all’automotive, in particolare negli Stati Uniti e in Europa, soprattutto con le case automobilistiche tedesche e francesi. Stiamo già lavorando con queste realtà e con buoni riscontri, pertanto le nostre prospettive non possono che essere positive. Naturalmente ciò sarà possibile se proseguirà il nostro impegno nella R&d, che accanto all’automotive in questo momento ci vede impegnati per il settore aeronautico. In vista di un’ulteriore crescita nel medio periodo, poi, stiamo per avviare una nuova linea produttiva e ad agosto sarà inaugurato un nuovo immobile che ospiterà un laboratorio di ricerca». ■ Emilio Macro


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Luca Patanè, presidente di Conurismo

Luxury travel

Un’ospitalità che piace ai big spender Un gigantesco patrimonio attrattivo e la capacità di regalare un’esperienza di viaggio unica. Sono gli assi nella manica del turismo italiano, chiamato a fare squadra avendo «come denominatore comune l’incremento della qualità del visitatore», sostiene Luca Patanè

nizio in sordina, costellato da dubbi e timori di flop, poi il colpo di reni estivo e acuto finale a zittire i pessimisti cronici. Questa è la parabola tracciata da Expo tra maggio e ottobre dell’anno scorso: la stessa che si spera possa percorrere il Giubileo della misericordia, partito anch’esso a fari spenti ma che in ogni caso «ha già superato il milione di turisti stranieri nel primo mese». A sottolinearlo è il presidente di Confturismo Luca Patanè, che rifugge lo scetticismo tipico dei grandi eventi preferendo porre l’accento su un 2015 che «ha rilanciato l’immagine di un’Italia dinamica, determinata e piena di risorse». Come si riflette questa immagine nell’accoglienza che stiamo riservando agli ospiti? In quali aspetti emerge l’eccellenza del nostro sistema ricettivo e dove invece mostriamo limiti? «Per l’Italia il 2015 è stato un anno positivo, chiuso in crescendo esponenziale grazie ai risultati ottenuti a Expo. Il Giubileo durerà oltre un anno, pertanto avremo una seconda occasione per mostrare i nostri punti di forza che sono, come sempre, il patrimonio attrattivo che possediamo e che nessuno può toglierci e la capacità di reazione agli eventi più privata che pubblica. Il nostro cronico punto debole è l’incapacità di pianificare, la carenza di infrastrutture e la burocrazia pubblica che rende difficoltosa ogni azione di promozione e organizzazione». In base ai dati più aggiornati in termini di spesa turistica, quali “nuovi turismi” stanno scalando la classifica della domanda legata alla destinazione Italia? «Se l’immagine dell’Italia è uscita rafforzata, anche i trend inbound confermano l’incremento di turisti stranieri verso il nostro Paese. Non ci sono ancora dati definitivi, ma i dati tendenziali sia di Enit che di Istat confermano incrementi vicini alla doppia cifra percentuale. Nello specifico cresce il turismo non di massa e quello che richiede maggiori contenuti di servizi senza perdere di vista il contenimento del costo complessivo. La nostra enogastronomia, l’arte e la cultura continuano a essere ai

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Palazzo Ducale Venezia

primi posti nel mondo per preferenza da parte dei turisti. Il turismo nazionale non è aumentato ma ha smesso di calare e anche la durata media dei pernottamenti ha iniziato a risalire secondo le rilevazioni del nostro Indice di Fiducia del Viaggiatore». Tra le tipologie di turismo in ascesa c’è quello esperienziale, che punta sull’esclusività e sulla ricerca dei dettagli distintivi. Quali fattori di competitività offre la nostra rete dell’ospitalità in questo campo e da quali Paesi si possono mutuare buone pratiche? «Turismo “esperienziale” significa che il turista richiede non tanto e solo un trasferimento, dei pernottamenti e dei servizi ma ricerca un’esperienza completa e particolare da vivere. Da qui la costruzione di percorsi di viaggio caratterizzati da più luoghi ma uniformi nei contenuti. Percorsi di sport, viaggi legati alla gastronomia di qualità o alle aree vinicole con degustazione come esperienze agrituristiche sono alcuni esempi di ciò che abbiamo e di ciò che dobbiamo rendere visibile nel mondo. Le “buone pratiche” le abbiamo in casa, ba-

sta analizzarle, studiarle e renderle replicabili come metodo». Attirare i viaggiatori facoltosi è una delle chiavi per accrescere la competitività turistica presente e futura. Verso quali Paesi occorre puntare il mirino e in che modo i tour operator italiani stanno riqualificando l’offerta in quest’ottica? «È vero, la nicchia dei turisti a maggior potere di spesa è in costante aumento. Fino a un anno fa erano i russi i primi in questa classifica, oggi provengono dai Paesi arabi e domani verranno raggiunti e superati, probabilmente, dai cinesi. Dobbiamo prepararci a valorizzare la nostra offerta senza stravolgerla, ma adattandola alle abitudini e alle aspettative di ogni singolo visitatore pensando alla loro cultura d’origine e declinando il nostro “valore” con linguaggi adatti. In questo senso la nostra impresa media di settore avrebbe bisogno di maggiori aggregazioni e supporti anche istituzionali per vincere la sfida». In chiave di politiche nazionali di attrazione di flussi turistici verso l’Italia, quali misure stanno avendo un impatto positivo e su quali invece

occorre accelerare? «Purtroppo non vi sono politiche nazionali in atto, ma varie iniziative distribuite e scoordinate. Da molto tempo l’Italia del turismo si presenta al mondo frammentata e con voci dissonanti, in concorrenza tra loro e di poca valenza media. Non abbiamo una strategia paese né di medio né di lungo termine. Quello che necessità all’Italia è gestire organicamente l’enorme patrimonio attrattivo disponibile avendo come denominatore comune l’incremento della qualità del visitatore». Cosa servirebbe, in concreto? «Un’agenzia globale per la divulgazione del turismo nel mondo con una forte connessione con gli operatori privati. Una fiscalità che valorizzi investimenti privati seri e non penalizzi il singolo viaggiatore con molteplici balzelli. Una burocrazia per l’impresa e per il cittadino comprensibile e rapida. In ultimo una capacità di controllo sul rispetto delle regole che penalizzi furbi e disonesti a vantaggio di chi vuole lo sviluppo di quest’importante “materia prima” unica in Italia che si chiama turismo». ■ Giacomo Govoni


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Ristorante Terrazza Danieli Venezia

Emilio Becheri, amministratore unico Mercury Turistica

Turismo di lusso Il lusso è un plus che tutti percepiscono ma che tende a sfuggire a una definizione univoca, soprattutto se associato al turismo, un settore in costante evoluzione. Emilio Becheri esamina alcuni aspetti del fenomeno del luxury travel consumi mondiali dei beni di lusso sono valsi, nel 2014, circa 1200 miliardi di euro, a fronte di 380 milioni di consumatori del settore lusso; questi ultimi si prevede crescano e diventino 440 milioni nel 2020. Il lusso esperienziale, con 670 miliardi all’attivo, è il segmento maggiormente promettente: al suo interno, il comparto dei viaggi, hotel e barche, cioè delle vacanze, corrisponde a un totale di 340 miliardi. Questi numeri appartengono all’analisi “Viaggio nel lusso made in Italy” realizzata da Emilio Becheri, tra i massimi esperti di turismo, per l’edizione 2015 della Bit. Dalla ricerca, che prende in considerazione il ruolo del lusso nelle attività turistiche e viceversa il ruolo del turismo nel lusso, emerge una tendenza inequivocabile: il passaggio nel turismo da un lusso ostentato a esperienza maggiormente consapevole, sempre più orientata a un’alta qualità nella fruizione dei servizi. Non esistono soggetti che a priori possono essere definiti turisti di lusso, dipende dalle modalità con le quali le vacanze sono vissute. Quello che è certo è che made in Italy e luxury travel saranno sempre più intrecciati, considerando anche che la propensione al lusso è maggiore per gli stranieri che visitano il nostro Paese rispetto agli italiani. Com’è cambiato il concetto di turismo di lusso negli ultimi anni? «Negli ultimi anni del secolo scorso, il turismo di lusso era associato alla figura del fruitore e al livello di servizio acquistato. Il lusso era quasi fuori mercato, identificato con gli yacht, con le ville, con i po-

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chi alberghi a cinque stelle. Un esempio di come cambia il concetto di lusso lo si ritrova nelle crociere che, fino all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, identificavano un turismo di lusso e avevano una lunga durata (almeno due settimane). In pochi anni, le crociere si trasformano e diventano un tipico prodotto di massa, secondo la logica e formula dell’hotel o del villaggio galleggiante. Inoltre, oggi si tende a spezzare la vacanza in due parti: il trasporto vero e proprio e il soggiorno. Spesso forme di trasporto low cost sono associate alla fruizione di soggiorni di lusso nei resort più esclusivi; in tal senso si parla, cercando il paradosso, di turismo di lusso low cost. Tuttavia, se oggi possono essere identificati alcuni segmenti e alcune destinazioni di lusso, resta sempre un problema di livello dei servizi, qualsiasi sia la tipologia di turismo praticata, dall’arte al balneare». Perché il made in Italy è sempre più associato al segmento luxury? «Il made in Italy è sempre più associa-

to al luxury perché tale identificazione, sul piano del marketing, è funzionale a una concezione di qualità orientata al mercato e alla pratica di alti prezzi; tuttavia, non è vera la corrispondenza inversa, cioè il luxury italiano, per molte tipologie turistiche, è sempre più concorrenziato; le fruizioni di lusso si stanno estendendo anche ad altri “made in” e a diverse altre destinazioni internazionali. Il made in Italy si identifica in primo luogo con forme di fruizione di qualità ma accessibili. Oggi, anche la gastronomia, è parte essenziale del made in Italy. Anzi ne è parte essenziale non tanto come prodotto autonomo quanto, piuttosto come caratterizzazione qualitativa di tutte le tipologie di domanda/offerta esistenti nel Bel Paese». Quanto vale oggi il turismo di lusso per il sistema Italia? «Questo argomento è complesso perché sul piano promozionale si tende a sovrastimare il ruolo del turismo extralusso, che resta di piccola entità e rappresenta solo lo 0,5 per cento del mercato del turismo. Il turismo di lusso, compreso il lusso intermediato e quello accessibile di destinazione e di prodotto, si stima essere un po’ meno di un quinto dell’intero comparto turistico e in grado di attivare quasi un terzo dell’economia dei viaggi e delle vacanze. Una giusta collocazione del lusso può aversi consideran-

do che il valore aggiunto di tutto il turismo e dei viaggi è pari a 4,7 volte quello dell’intero comparto del tessile e abbigliamento, moda compresa. Nella ricerca da me presentata alla Bit nel 2015 (Viaggio nel lusso made in Italy) sono state individuate sette figure di turista di lusso: luxury lifestyle, executive luxury travel, indipendent luxury travel, luxury big spender travel, experimental luxury travel, senior luxury customer, low cost luxury customer». Restano i Paesi Brics e le potenze del vecchio continente i principali fruitori del turismo di lusso made in Italy o individua nuovi mercati più promettenti? «Quelli Brics ed europei restano i mercati del lusso, ma è in atto un forte recupero del nord America e stanno aumentando i fruitori di lusso degli altri Paesi sudamericani oltre al Brasile. Ciò anche per effetto dei problemi di sicurezza legati alla situazione internazionale. L’Italia, nel suo complesso, è percepita ancora come una destinazione internazionale relativamente sicura». Fascia extralusso e fascia del lusso accessibile. Una forbice a suo avviso destinata ad allargarsi nel prossimo futuro? «La forbice apparentemente si ridurrà, perché vi sarà convenienza a provocarne la riduzione; l’extralusso si nasconderà sempre di più all’interno del turismo di lusso tout court». Si può definire una destinazione di lusso? «Il lusso è un atteggiamento e una manifestazione presunta di identità differenziale. Quasi mai è possibile identificare una destinazione di lusso, pur se in termini differenziali. Ad esempio, Forte dei Marmi è considerata destinazione top della Versilia e, quindi, anche rispetto a Viareggio. Firenze, Venezia e Roma sono destinazioni top con possibili fruizioni di lusso e di basso prezzo. La differenziazione risiede nel livello dei servizi acquistati. Inoltre, spesso non vi è corrispondenza fra un prodotto culturalmente di élite e lusso. Prodotti culturalmente di élite possono essere associati a bassi prezzi e viceversa». ■ Francesca Druidi


Osservatorio sul lusso Gennaio 2016 • Pag. 40

Luxury travel

Tesori nascosti «Soggiornare in una dimora storica vuol dire vivere l’identità e il patrimonio culturale del nostro Paese». Moroello Diaz della Vittoria Pallavicini spiega il valore di questa ricchezza da far scoprire a turisti e investitori e dimore storiche sono in assoluto quelle che hanno pagato il prezzo più alto della crisi degli ultimi anni. Inoltre, dal 2012, hanno subito una progressiva erosione delle poche agevolazioni fiscali di cui godevano. Molti proprietari si trovano ad avere gli immobili sfitti. Il fatto che vi sia un serrato controllo delle soprintendenze, non consente di rendere tali immobili più funzionali o meno dispendiosi ad esempio dal punto di vista energetico. «Anche per gli immobili di uso diretto del proprietario - commenta il presidente dell’Associazione dimore storiche italiane Moroello Diaz della Vittoria Pallavicini - vi è stato un forte rincaro delle imposte, aggravato dall’impossibilità di considerare molti di essi “prima casa”, nonostante gli obblighi di manutenzione e conservazione previsti dalla legge. La pesante tassazione sugli immobili d’interesse culturale storico artistico comporta un’erosione della disponibilità economica del proprietario, e spesso si ripercuote sulla conservazione e sulla tutela del bene». In che misura le dimore storiche possono rappresentare un volano per il rilancio del turismo culturale? «Gli ultimi 20 anni hanno visto la crescita esponenziale dei consumatori “ricchi” del mondo che hanno come modello la civiltà europea, tanto che i consumi sono cresciuti proprio nei prodotti di lusso francesi e italiani. Se il turismo culturale affolla i musei, le chiese e anche le dimore storiche già aperte al pubblico, per “assorbire” i tesori della civiltà europea, soltanto nelle dimore storiche private si può ancora avere un’idea dello stile di vita delle classi sociali che nei secoli hanno forgiato tale civiltà. Esaurita la prima fase del turismo di massa si innesterà certamente una seconda fase già evidente nel turismo maturo di alto livello (Usa- Uk) in cui il viaggio con l’ospitalità nelle case private rappresenta il massimo dei sogni. E su questa seconda fase che le dimore storiche possono avere un ruolo fondamentale». Da Nord a Sud quante sono le dimore storiche e quali le ragioni che più racchiudono tesori nascosti da valorizzare? «Il numero di dimore vincolate non è noto nemmeno agli organi statali competenti sulla materia; più volte l’Adsi ha chiesto che il numero venga determinato con certezza. Al momento si

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LE DIMORE STORICHE Moroello Diaz della Vi�oria Pallavicini, presidente Associazione dimore storiche italiane

parla di circa 23mila immobili vincolati (sia pubblici sia privati). Secondo la nostra esperienza, basata sul numero dei soci, possiamo supporre che il numero maggiore di vincoli siano stati apposti nelle regioni del centro nord». Quali le strategie di promozione e tutela dell’Associazione previste per il 2016? «Ancora lungo è il cammino da percorrere, soprattutto in virtù delle recenti normative che hanno notevolmente ridotto il regime di “compensazione” fiscale di cui i proprietari, già notevolmente vessati dall’imposizione del vincolo, potevano usufruire per il mantenimento dei loro beni. Il comune auspicio è che sia riconosciuta fino in fondo l’importanza costituzionale del nostro patrimonio storico-artistico e il ruolo fondamentale di chi, da generazioni, ha l’onere e l’onore di mantenerlo intatto, conservando di fatto l’identità culturale e la memoria storica del nostro Paese. Fermo restando il costante monitoraggio fiscale, che rimane un cardine di Adsi, quanto sopra esposto fa purtroppo pensare al fatto che tale azione ha poco valore quando non ci sono più redditi. Bisogna a questo punto lavorare alla creazione di nuovi redditi e in tal senso, a parte quanto già realizzato dalle singole dimore, è chiaro che una lobby collettiva può dare ottimi risultati, come è stato constatato con le iniziative già intraprese ad esempio il nuovo sito internet, o gli accordi con la stampa di settore».

Gli ospiti sono accolti come invitati dei padroni di casa con la possibilità di cenare e ammirare residenze private altrimenti inaccessibili Gli investitori esteri quanto sono attratti oggi da castelli e dimore storiche e quali sono i limiti che non fanno decollare questa nicchia di mercato? «L’investitore, che cerca solo prestigio sociale, è attratto dalla dimora storica molto meno di quanto non lo sia stato nei secoli passati, quando averne una significava automaticamente entrare nell’elite del Paese. Oggi i valori sono diversi e per uno straniero, ma anche per un italiano, la villa in Sardegna o a Cortina è più importante di un castello in una montagna isolata. Diverso è il caso dell’investitore che vuole trasformare la dimora storica in una location turistica, ma in questo caso i vincoli della sovrintendenza sono tali da scoraggiare i più, infatti il mercato è del tutto bloccato. Alcuni investitori stranieri mostrano grande interesse per i nostri fabbricati, però nel momento in cui si rendono conto della impossibilità, in alcuni casi, di superare i veti dettati dalle soprintendenze e dell’enorme lavoro burocratico che dovrebbero affrontare con lungaggini che non consentono di programmare con certezza la spesa e la tempistica per un ritorno economico, rinunciano all’investimento per spostarsi su altri Paesi».

Cosa significa trascorrere una vacanza in palazzi, castelli, ville e residenze d’epoca? «Pernottare in una villa del Palladio, trascorrere un weekend in un’antica cascina della campagna toscana, soggiornare nei luoghi del Gattopardo, rappresenta un’occasione straordinaria per poter ammirare da vicino i tesori del passato e immergersi nella memoria storica dell’Italia. Gli ospiti sono accolti come invitati dagli stessi padroni di casa con la possibilità di cenare e ammirare residenze private altrimenti inaccessibili. La nostra profonda conoscenza del territorio, l’amore per la nostra terra, l’attenzione posta nella cura dei dettagli, il gusto per le cose belle, ci consentono di proporre programmi altamente personalizzati e ritagliati sulle esigenze specifiche degli ospiti». ■ Renata Gualtieri


Osservatorio sul lusso Pag. 41 • Gennaio 2016

Legno antico e foglia d’oro Restauri, repliche e creazioni originali. Sono le cornici che nascono dalle mani dorate di Julia Markert, giovane artigiana tedesca che si è formata e lavora a Firenze. Da qui, abbracciando le antiche tradizioni della città toscana, si è affermata nel mercato mondiale dell’arte a cornice può essere considerata come una sorta di finestra multiforme, dalla quale lo spettatore guarda la natura o il mondo creato dall’artista. Il suo uso si afferma con l’avvento della pittura in formato ridotto, eseguita su materiali mobili. Da oggetto funzionale a dare solidità al contorno e nascondere lo spessore delle tavole, diventa presto un manufatto artistico con una propria dignità e uno specifico ruolo decorativo. È però nella Toscana del XV secolo che, con la creazione di modelli autonomi e originali che faranno scuola, viene consacrata l’arte della cornice. Non è un caso dunque che, ancora oggi, questa regione sia la patria dell’arte corniciaia e che la maggior parte dei disegni per cornici che ancora si conservano provenga da qui. Se la Toscana è la patria della cornice, sua capitale è Firenze. E proprio questa città è stata scelta dall’amburghese Julia Markert per il proprio atelier di doratrice e corniciaia, dove lavora sia al restauro di cornici antiche sia alla creazione di repliche. Come afferma la stessa Julia: «Nella bottega si restaurano oggetti di antiquariato danneggiati, li riportiamo in vita. Al contempo, progettiamo nuove creazioni, con un impegno quotidiano nel combinare il gusto individuale e l’unicità propria di ogni pittura. In entrambi i casi, applichiamo tecniche affinate nel tempo, unendo metodi tradizionali a metodi originali, fusi armonicamente grazie a un lungo approfondimento di studio e lavorazione (in media, quaranta ore a cornice). Lavoriamo con legni antichi e foglie d’oro zecchino, che vengono applicate su una particolare superficie, fino a ottenere la cosiddetta crettatura dell’oro – effetto noto come craquelet». Questa specifica tecnica di doratura fa sì che il risultato del lavoro sia il più possibile realistico e vicino alla perfezione dell’originale. «La nostra specializzazione – prosegue Julia – è sia nell’esecuzione di una patinatura particolare e complessa, come anche nella singola preparazione del sottofondo. Per far crettare la superficie, prepariamo delle sostanze che agiscono con altre soluzioni per via chimica. La giusta patina d’oro, poi, viene raggiunta aggiungendo e, successivamente, rimuovendo, in varie fasi, una particolare miscela di sostanze – processo lungo e paziente, che impone la massima dedizione e competenza. In questo modo, ogni minimo dettaglio corri-

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Julia Markert, il cui atelier ha sede a Firenze www.juliamarkert.com

DA AMBURGO A FIRENZE L’atelier di Julia Markert si trova nei pressi di Palazzo Pitti. Subito dopo aver conseguito la maturità classica, l’amburghese è giunta a Firenze, dove il suo talento e marcato interesse per l’arte corniciaia si sono rinforzarti profondamente. Ai due anni di studio e apprendimento all’Accademia per l’arte e restauro di Palazzo Spinelli, sono seguiti diversi anni di approfondimenti e tirocini in alcune botteghe tradizionali e rinomate per restauro, doratura e decorazione. Nel 1994, poi, in un piccolo cortile verde a ridosso del Giardino di Boboli, Julia apre per la prima volta una propria attività di doratrice e corniciaia. Da questo momento in poi, la sua fama è cresciuta costantemente. Fra antiquari, gallerie, musei e collezionisti, si è fatta conoscere sul mercato internazionale dell’arte, fino a ritagliarsi una sua nicchia di eccellenza nel settore della riproduzione della cornice. Oltre al duro lavoro quotidiano, però, il principale obiettivo di Julia Markert è prolungare la vita di queste antichissime tradizioni artigianali.

sponde in patina e craquelé all’originale». Così facendo, Julia realizza cornici in stili diversi, che si rifanno a tutte le epoche della storia artistica italiana, oltre a restaurare manufatti lignei con doratura in oro zecchino. Ed è veramente difficile distinguere una replica firmata Markert da un’originale. «La nostra collezione di cornici antiche comprende una piccola ma esclusiva scelta di cornici italiane dal XV al XVIII secolo. Tuttavia, la nostra autentica vocazione è quella di creare le cosiddette “repliche su ordinazione”. Queste, grazie all’elevata qualità artistica – paragonabile a quella museale –, sono assai apprezzate soprattutto da antiquari e collezionisti di tutto il mondo. È sulla base del loro gusto e delle loro richieste, oltre che secondo lo stile dell’opera pittorica alla quale è destinata, che ogni cornice è pensata, tanto che la scelta delle soluzioni possibili è così vasta da poter essere definita illimitata». ■ Elio Donato


Osservatorio sul lusso Gennaio 2016 • Pag. 42

I Saloni

Le vetrine dove si respira lusso Il valore del bello e dell’alto di gamma sale e gli eventi espositivi per mettere in mostra l’eccellenza delle sue produzioni ne solcano l’onda. Con l’apertura di nuovi saloni e piattaforme, specie nei promettenti teatri asiatici otrà suonare come un controsenso, ma in una delle fasi della storia recente che più ha minato la propensione a spendere dei consumatori mondiali, l’industria del lusso ha ritrovato slancio e vigore. Lo mette in luce l’ultimo Osservatorio Altagamma che prendendo in esame i segmenti che vanno dalle auto al food, dal leisure alla gioielleria fino al mercato degli immobili e dell’arte, rileva nel 2015 il superamento dei 1000 miliardi di euro di valore globale con una crescita nominale del 14 per cento che si riduce a 5 per cento a cambi costanti. In un mosaico settoriale così vasto, a recitare la parte del leone è il mercato dei beni personali di lusso, salito oltre i 250 miliardi di euro con i consumatori asiatici in prima fila come capacità di spesa e attitudine all’acquisto.

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SISTEMA FIERISTICO, BIGLIETTO DA VISITA DELL’ITALIAN BEAUTY Una tendenza che accresce il potenzia-

le attrattivo del lifestyle italiano, maestro nella produzione del bello di altissima fascia ma che denota ancora ampi margini di miglioramento in termini di strutturazione dell’offerta e di aumento della propria visibilità all’estero. Da dove ogni anno giungono oltre 27 mila espositori e 1,3 milioni di visitatori, attratti da un sistema fieristico che comunque è già oggi il secondo in Europa e il quarto al mondo. «È su questo che dobbiamo puntare – sottolinea Ettore Riello, presidente dell’Associazione esposizioni e fiere italiane - per stimolare la crescita del Paese: sulla manifattura, sull'economia reale del made in Italy e sul suo appeal nel mondo». In quest’ottica l’internazionalizzazione rappresenta un processo chiave per promuovere il marchio del sistema espositivo italiano sulle principali piazze commerciali del mondo, a cominciare dalle economie emergenti come ad esempio quella di Taiwan, dove Aefi è impegnata in questi mesi nell’organizzazione di

eventi dedicati a comparti specifici. «Mobili, moda, gioielleria, cosmetici, auto e prodotti agroalimentari – spiega Riello – sono le eccellenze produttive italiane verso le quali si è moltiplicato l’interesse dei buyer asiatici e sulle quali stiamo puntando per spingere la nostra manifattura di lusso». Una filosofia sposata non solo a livello federativo ma anche dalle singole realtà del panorama espositivo nazionale come nel caso di Fiera Vicenza, che l’anno scorso per la prima volta ha esportato il marchio VicenzaOro nello sfolgorante teatro commerciale di Dubai attraverso una joint venture siglata col World trade center della capitale emiratina. CRESCONO LE VETRINE PER I TOP SPENDER D’ORIENTE Un evento che già al debutto ha richiamato oltre 6 mila visitatori e buyer provenienti dai quattro mercati chiave per il luxury quali il Medio Oriente, l’Eurasia, Nord e Africa orientale e Asia cen-

TREND DI MERCATO

Mobili, moda, gioielleria, cosmetici, auto e prodo�i agroalimentari sono le eccellenze produ�ive italiane verso le quali si è moltiplicato l’interesse dei buyer asiatici

E�ore Riello, presidente Aefi, Associazione esposizioni e fiere italiane

tro meridionale, e che a metà aprile calerà il bis con la seconda edizione. «Una scommessa vinta – sottolineava il presidente Matteo Marzotto all’indomani della “prima” nella city araba – che in questo progetto trova il significativo supporto del Ministero dello sviluppo economico e dell’Ice. L’operazione Dubai è fortemente strategica per l’internazionalizzazione in particolare dell’oreficeria e della gioielleria italiana, settore che ha negli Emirati Arabi Uniti la prima destinazione del proprio export». E che il vento della domanda di alta fascia soffi soprattutto da Oriente lo dimostra anche il trend registrato da Prima Classe Italia, associazione affiliata a FederturismoConfindustria, secondo cui cinesi, tailandesi e indiani sono letteralmente stregati dal mondo dell’ospitalità italiana a 5 stelle, tanto da prediligerlo non solo per brevi soggiorni a forte impatto esperienziale, ma anche per investimenti immobiliari a lungo termine. Non è casuale pertanto, che negli ultimi tempi le richieste di acquisto di dimore di lusso nel nostro Paese siano cresciute di circa l’80% e che il nostro sistema espositivo stia cavalcando quest’onda. Sono diverse infatti gli showcase internazionali dedicati agli immobili di lusso e alla clientela d’elite che attirano buyer asiatici top spender alla ricerca di una seconda casa e al contempo di uno stile di vita speciale. Due esempi per tutti sono Irex India, manifestazione dedicata al real estate di scena ogni anno a Nuova Delhi e Lps China, declinata in tre distinte kermesse organizzate ad aprile, settembre e dicembre rispettivamente a Pechino, Guangzhou e Shangai. ■ Giacomo Govoni


Osservatorio sul lusso Pag. 43 • Gennaio 2016

©photo AKAstudio-collective

Pittisuper 27-29 FEBBRAIO 2016 Le tendenze moda uomo per il prossimo autunno inverno, in mostra nella suggestiva cornice della Fortezza da Basso. Anche in apertura di 2016, il meglio del fashion style in circolazione a livello internazionale è ripartito da Pitti Immagine e da Firenze. Qui, dal 12 al 15 gennaio oltre 1200 marchi di cui 531 stranieri e 226 nuovi si sono messi in vetrina nell’ambito di Pitti Uomo 89, dove i protagonisti sono stati gli artigiani della moda del futuro. Tema centrale di questa edizione è stata infatti la Pitti Generation(s), che ha focalizzato l’attenzione sulla simultaneità di tante generazioni diverse, nel modo di vestirsi e negli stili di vita. «Scouting di giovani designer e apertura internazionale: sono questi – sottolinea il presidente Raffaello Napoleone - i temi portanti delle nostre esposizioni, che ritornano in tutti gli eventi targati Pitti». Come dimostra il progetto Super, in pista da sette anni in collaborazione con Fiera di Milano e che quest’anno alzerà il sipario dal 27 fino al 29 febbraio. Nel solco dei 6 mila compratori totali registrati nella scorsa edizione, lo spazio allestito nel padiglione 3 dell’hub fieristico milanese riproporrà ancora una volta il meglio degli accessori e del prêt-àporter donna. Collezioni nuove di zecca per il prossimo autunno-inverno che esprimono la cultura innovativa di prodotto, lavorano sui nuovi mondi degli accessori, combinano in modo inedito aziende consolidate e brand emergenti. La piattaforma ideale per valorizzare i giovani fashion designer italiani, ospitare talenti esteri e produrre eventi di ricerca. ■

VicenzaOro Dubai 14-17 aprile 2016 In pole position nel calendario fieristico internazionale che ogni anno si apre con l’edizione January del suo trade show, VicenzaOro è l’evento topico nel panorama del jewellery made in Italy e non. Punta di diamante nel palinsesto di rassegne organizzate da Fiera di Vicenza, si è imposto negli anni come un laboratorio d’idee che permette agli operatori di ogni parte del mondo di anticipare i trend del gioiello, nonché di trovare una fonte di ispirazione per la ricerca nel design. Rivisitato di recente attraverso il concept The Boutique Show, ovvero la creazione di comunità omogenee di aziende ben identificabili per facilitare l’incontro tra domanda e offerta, dalla primavera scorsa VicenzaOro ha moltiplicato la sua dimensione internazionale sbarcando negli Emirati Arabi con la pri-

ma edizione di VicenzaOro Dubai. «Un debutto nella capitale del lusso mondiale – sottolinea il presidente Matteo Marzotto - che ci ha confermati come top player per il settore orafo-gioielliero con oltre 500 brand da 25 Paesi». Una piattaforma che ha conquistato subito il favore dei buyer strategici del mondo dei preziosi e che dal 14 aprile al 17 aprile tornerà al World Trade Centre di Dubai per la seconda edizione, articolata in quattro giorni di incontri business one-to-one, conferenze, workshop e seminari. A tirare la volta al secondo atto di VicenzaOro Dubai sarà un road show promozionale organizzato da Dv Global Link in 31 città asiatiche e africane, allo scopo di ampliare il network di contatti e presentare in anteprima le novità degli espositori presenti nella capitale emiratina. ■


Osservatorio sul lusso Gennaio 2016 • Pag. 44

I Saloni

Bit Luxury World 11-13 FEBBRAIO 2016 È il primo marketplace internazionale in Italia e luogo d’elezione per il turismo in tutte le sue declinazioni. Manifestazione regina dell’incoming e dell’outcoming organizzata da Fiera Milano, la Bit (Borsa internazionale del turismo) si rinnova e punta sul mercato del luxury travel, che stando al Wto non soffre la crisi. Per questo motivo l’edizione del 2016 dedicherà uno spazio d’elite proprio al segmento del lusso, riservando un’area espositiva esclusiva e dal layout ricercato agli operatori di alta fascia rappresentati da alberghi a 5 stelle, dimore sui laghi, Spa resort, boutique hotel, rifugi di montagna di charme, shopping malle e servizi per il lusso.

Mipel

Dall’11 al 13 febbraio gli espositori del luxury travel potranno incontrare buyer altamente profilati all’interno dei circuiti internazionali più qualificati, presentare la loro offerta e creare occasioni di business matching con tour operator, agenzie di viaggi e wedding planner di tutto il mondo. Provenienti da 34 Paesi, i 70 buyer del luxury che parteciperanno alla manifestazione coprono tutte le aree geografiche dei 5 continenti, con preva-

lenza dell’Europa dell’Est e l’Asia, rispettivamente al 22 er cento e al 17 per cento. Un autentico parterre de rois appartenente ai circuiti Virtuoso, Ensemble, Signature Travel, Tzell e Bespoke Luxury Travel, che nel complesso generano un volume d’affari medio di oltre 1 milione di euro e gestiscono 5470 clienti all’anno. Tra questi, il 31 per cento effettua viaggi in Italia, con una spesa dedicata al solo soggiorno di circa 620 euro ■

14-17 FEBBRAIO 2016

Maison&objet Asia 8-11 MARZO 2016

Due edizioni semestrali, per offrire ai brand più affermati nel panorama internazionale della borsa e dell’accessorio moda un palcoscenico top class con vista sul mondo. Mipel è da oltre mezzo secolo la rassegna leader nel settore della pelletteria made in Italy e internazionale e appuntamento di spicco nel calendario espositivo di FieraMilano-Rho. Nei quattro giorni compresi tra il 14 e il 17 febbraio prossimi metterà in scena la sua 109esima edizione, che all’interno del padiglione 10 del quartiere fieristico ospiterà oltre 300 maison provenienti da numerosi Paesi esteri e 12 mila buyer internazionali interessati a conoscere le migliori realtà della pelletteria e dell’accessorio. «Siamo intervenuti sullo scouting delle aziende – spiega il presidente Roberto Briccola - ri-

Roberto Briccola, presidente Mipel

pensando al layout della manifestazione per presentare un Mipel esclusivo ed evoluto, in linea con le esigenze del mercato». Ridisegnato infatti con un nuovo format che prevede la compresenza di brand noti, aziende emergenti e trend setter, il salone della prossima edizione punterà i riflettori in particolare su due progetti inediti: The Glamourous e Scenario. L’uno sarà un innovativo momento di congiunzione tra buyer affermati e giovani designer, in cui i primi “adotteranno” i secondi, dando visibilità alle loro collezioni sia all’interno dell’area che nelle vetrine dei propri store. Scenario invece sarà un vero fashion hub delle collezioni ispirato ai quattro elementi aria, acqua, terra, fuoco e rivolto ai new brand e alle più interessanti realtà emergenti. ■

Un format di alto profilo nato a Parigi 20 anni fa per presentare le soluzioni di design d’arredo più innovative e sofisticate ed esportato da tre anni anche nel Sud Est asiatico, al centro di una rapida espansione del real estate e dell’industria dell’ospitalità. Da questi due settori infatti, proviene oltre il 50 per cento dei visitatori che nelle scorse due edizioni di Maison&Objet Asia hanno visitato il salone presso il Sands Expo and Convention center di Singapore. Una location scelta non solo in quanto business hub di facile accessibilità per gli espositori internazionali, ma perché si tratta di «una regione che sta spingendo molto lo sviluppo dell’industria creativa, in particolare quella del design e dell’architettura», spiega il direttore generale della società che organizza la fiera Philippe Brocart. Ripartendo dal successo ottenuto l’anno scorso con la partecipazione di circa 11 mila visitatori, l’edizione 2016 in scena dall’8 all’11 marzo porterà alla ribalta oltre 300 marchi specializzati in interior design e soluzioni architettoniche esclusive, di cui più della metà in rappresentanza del mondo asiatico. M&O Asia offirà inoltre opportunità di business e di networking con

sviluppatori, designer di primo piano e con i maggiori attori chiave del settore provenienti da Australia, Cina , Hong Kong , India , Indonesia, Giappone, Corea del Sud, Malesia , Filippine, Singapore, Taiwan e della Thailandia ecc. In questo modo i buyer potranno conoscere di prima mano le strategie commerciali, le tendenze e i gusti in ascesa sul mercato Asean. ■


Osservatorio sul lusso Pag. 45 • Gennaio 2016

Tefaf

marzo infatti sarà la prima senza Willem Baron Van Dedem, celebre collezionista olandese e patron di Tefaf dal 1997, scomparso a dicembre all’età di 86 anni. «Uno dei nostri tedofori più fedeli» lo definiscono in una nota gli organizzatori della fiera, che anche quest’anno accoglierà le opere di 250-300 galleristi di diversi Paesi del mondo per il piacere dei 70 mila visitatori che mediamente si riversano a Maastricht a ogni edizione. Tra le novità annunciate quest’anno spiccano da un lato la mostra dedicata all’eredità artistica dello scultore tedesco Joseph Beuys, curata dallo scrittore Mark Kremer e allestita nell’area Modern. Dall’altro, la selezione esclusiva di stampe e disegni intitolata Collecting Collectors, che include capolavori di Bellini, Dürer, Tintoretto, Rubens, Rembrandt, Dalí, provenienti dal museo Boijmans Van Beuningen di Rotterdam e ospitate nella sezione Tefaf Paper della fiera. ■

11-20 MARZO 2016

Il suo impegno dalla parte dell’eccellenza e dell’eleganza l’ha resa una delle fiere d’arte più accreditate a livello internazionale. The European Fine Art Fair, noto come il Tefaf di Maastricht, è l’appuntamento che a marzo di ogni anno trasforma questa cittadina olandese nella galleria d'arte antica, moderna e contemporanea più prestigiosa e apprezzata dai collezionisti del pianeta. Una vetrina universale che nel target degli acquirenti annovera i direttori dei maggiori musei mondiali (dal Louvre di Parigi al Metropolitan di New York) e che nell’edizione 2016 celebrerà una ricorrenza triste, ma speciale. Quella al via l’11 fino al 20

©photo Baselworld

Baselworld 17-24 MARZO 2016 Sono oltre 1500 gli espositori che ogni anno scelgono la Svizzera per togliere il velo ed esporre le loro creazioni, attirando così più di 150 mila visitatori per edizione e generando l’80 per cento del fatturato mondiale stimato del settore. Baselworld, salone internazionale dedicato all’arte dell’alta orologeria e della gioielleria, è la principale piattaforma che otto giorni l’anno, a cavallo tra l’inverno e la primavera, mette in vetrina le ultime tendenze in materia di orologi e gioielli nello splendido centro espositivo ridisegnato dallo studio di architettura Herzog & de Meuron. Tra gli eventi fieristici con la risonanza mediatica più alta al mondo (ben 4300 gli operatori della stampa accorsi da 70 Paesi anche nella passata edizione), la rassegna elvetica si svolgerà quest’anno dal 17 al 24 marzo, riunendo tutti gli attori chiave del settore: orologiai, gioiellieri, commercianti di diamanti, venditori di perle o pietre preziose fino ai fornitori. «Una ‘success story’ che si rinnova e cresce anno dopo anno – sottolinea Jacques J. Duchêne, presidente del comitato espositori di Baselworld – accelerando

un processo di consolidamento del settore, al centro di una radicale trasformazione verso il gusto dei consumatori di lusso». Allestito in una vera e propria cittadina, il cui look non teme il confronto con le principali vie dello shopping delle grandi capitali, Baselworld si è imposto nel tempo come l’appuntamento numero uno per tutte le più prestigiose maison orologiere e dell’hard luxury in genere, con un flusso di visitatori di provenienza asiatica in costante crescita. ■


Osservatorio sul lusso Gennaio 2016 • Pag. 46

Materiali

La ricerca sul legno L’arredamento più ricercato non può prescindere dalle tecniche della falegnameria tradizionale, che permette una cura estetica impareggiabile, né dall’avanguardia elettronica. L’analisi di Luigi Rigola

alla tradizione della falegnameria artigianale ai più sofisticati sistemi elettronici il passo può sembrare molto lungo. Ma i due ambiti sono necessari con le relative competenze e una visione sinergica che possa accompagnare al prodotto finale con armonia. Su queste basi ha fondato il proprio lavoro Luigi Rigola, titolare della Rigola Mobili, un laboratorio con esperienza ventennale. «Grazie a professionisti nel campo del design e della falegnameria – dice Rigola –, realizziamo prodotti esclusivi nel settore dell’arredamento in legno, servendoci di macchinari a controllo

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QUALI TECNOLOGIE

Abbiamo in programma di sviluppare una nuova versione della vasca Genesis con accesso a internet numerico. L’obiettivo è consegnare un prodotto estremamente curato dalla realizzazione alla posa. La qualità di questi prodotti si riscontra maggiormente negli arredi impegnativi, come ad esempio arredi curvi o particolarmente dettagliati, o nella realizzazione di automatismi e ferramenta particolari. Siamo sempre alla ricerca di clienti che reputino di fondamentale importanza la cura e la particolarità del prodotto finale». Quello che contraddistingue la Rigola, secondo le parole

del suo stesso titolare, non è la semplice realizzazione di un oggetto ben fatto «ma una passione profonda – spiega Rigola –. Quando progettiamo e realizziamo un mobile cerchiamo sempre di avvicinarci alla perfezione, con l’obiettivo di trasmettere un’emozione. Ogni nuova creazione, nonostante la lunga e comprovata esperienza, racchiude l’emozione del primo lavoro fatto. Nel dettaglio, ogni singolo lavoro, dall’inizio della creazione progettuale alla sua realizzazione finale, è interamente nelle mie mani. Nessun altro interviene. Sebbene sia più faticoso, questo consente una cura del dettaglio irraggiungibile per un’azienda, grande o piccola che sia, strutturata in altro modo. Ogni lavoro, quindi, è in sé unico, irripetibile, amato fin dal suo iniziale disegno e portato alla luce con pazienza». Uno dei prodotti che meglio descrive il lavoro di Rigola è Genesis. «Il progetto Genesis – continua il titolare dell’azienda varesina – nasce da dieci anni di esperienza nella progettazione e realizzazione di lavabi, piatti doccia e vasche da bagno, interamente in massello. Come tutte le nostre opere che guardano alla natura, la vasca in legno Genesis prende spunto dal fiore di tulipano, del quale ritrae semplicità, eleganza e leggerezza. Ad arricchire l’unicità di Genesis, distinguendola da qualsiasi altro prodotto in commercio, sono importanti dotazioni funzionali: un “troppo pieno” nascosto (dispositivo che consente lo straripamento dell'acqua), uno scarico dell’acqua elettronico e una cromo-terapia integrata nella fascia trasparente, che unisce i due"petali", consentendo di illuminare sia l’acqua sia la parte esterna della vasca». Il mercato al quale l’azienda si è rivolta fino ad oggi è quello nazionale, ma l’espansione verso l’estero è tutt’altro che improbabile. «Per gli arredi bagno – afferma Rigola – abbiamo esportato negli Stati Uniti e in Russia, con risultati eccellenti di gradimento. Il design curato, la moderna eleganza, la funzionalità e la tecnologia hanno suscitato anche in questi paesi un vivo interesse, che ci spinge a guardare all’export con ottimismo». Rigola, infine, entra nello specifico dei progetti futuri. «Obiettivo importante dell’azienda per quest’anno sarà lo sviluppo di altri sanitari in legno, quali water e bidet, al fine di completare l’offerta con un’intera gamma di prodotti arredo bagno. Poi, abbiamo in programma di sviluppare una nuova versione della vasca Genesis con accesso a internet al fine di offrire la possibilità di navigare comodamente rilassati in un bagno caldo, oppure di programmare il riempimento della vasca e la sua temperatura dallo smartphone in qualsiasi luogo e momento, per arrivare a casa e trovare il confort atteso già pronto. Nuove soluzioni ancora più esclusive e innovative sono in programma per la realizzazione di tutto l’arredamento casa». ■ Remo Monreale

IL RUOLO DELL’ELETTRONICA Luigi Rigola, titolare della Rigola Mobili, spiega la grande importanza che ricopre l’elettronica nell’arredamento moderno. «Negli ultimi anni – dice Rigola – la nostra produzione si è avvalsa dell’ausilio dei più moderni sistemi di elettronica per la realizzazione di mobilio altamente funzionale. Questi sistemi sono usati prevalentemente per consentire l'apertura e la chiusura di qualunque

cosa, dalle più ovvie antine e cassetti, agli assi da stiro o a stendi-biancheria che scompaio nel mobile, dai letti alle parti di mobili che si spostano per nascondere casseforti. Una collaborazione continua con alcuni professionisti nel campo dell’elettronica è indispensabile per lo sviluppo, l’aggiornamento e implementazione dei software per i macchinari che uso».

Rigola Mobili ha sede a Busto Arsizio (VA) www.rigolamobili.it


Osservatorio sul lusso Pag. 47 • Gennaio 2016

Le pietre di Orosei

versi effetti tattili che si ottengono con finiture diverse. È un marmo che può assumere mille forme. Nella nostra esperienza, i risultati più interessanti sono conseguenti a forniture richieste direttamente dagli architetti e dai designer. Purtroppo, però, gli interventi più prestigiosi restano invisibili, poiché riguardano importanti residenze private che i proprietari non desiderano rendere pubbliche». Quali paesi importano il vostro marmo? «Il nostro mercato estero vede una netta prevalenza di India, Cina, paesi arabi e Russia. Sono paesi in cui abbiamo ottenuto un posizionamento eccellente, grazie anche alla nostra presenza in occasione delle più importanti manifestazioni fieristi-

Giovanni Buonfigli, titolare di BS Quarrysar

Si tratta di uno dei tanti tesori che la Sardegna custodisce gelosamente. Giovanni Buonfigli parla delle sue caratteristiche principali e di come designer di tutto il mondo lo usino per le creazioni più esclusive a sua flessibilità di applicazione è ben nota agli architetti e ai designer contemporanei. Ed è per questo che il marmo Orosei Daino, le cui cave si trovano in provincia di Nuoro, vive oggi una rinascita su scala internazionale. A parlarne è Giovanni Buonfigli, titolare di BS Quarryasar Group, che copre circa il 60 per cento dell'intera produzione del Marmo di Orosei. «Il gruppo è composto dalla Marmi Scancella, Simg e la Quadrifoglio Marmi e Graniti Srl – precisa Buonfigli – . Le prime due sono certificate Iso 14001 e marchio CE, dispongono di cave proprie e stabilimenti di trasformazione. La capacità estrattiva risulta in continua espansione sia sotto il profilo tecnologico sia produttivo. La Quadrifoglio Marmi E Graniti Srl, invece, è l'azienda commerciale del gruppo, con sede strategica a Verona, importante snodo per il settore». Quali sono le caratteristiche pe-

L

culiari che rendono unico questo tipo di marmo? «Il marmo Orosei Daino è apprezzato da designer e architetti per diversi motivi, a cominciare dalla durevolezza e resistenza che ne consentono applicazioni per interni, esterni, sculture e per l’arredo urbano. Altri punti di forza del prodotto sono il particolare tono di beige, insieme caldo e neutro, che valorizza i più disparati abbinamenti cromatici. Infine, la sua articolazione nelle varie tipologie, diverse per texture, ma cromaticamente omogenee. Più in sintesi, il marmo Orosei Daino si distingue per la molteplicità di soluzioni ottenibili da un unico prodotto». Per quali realizzazioni viene scelto l’Orosei Daino? «Tutto ciò che punta all’esclusività del progetto, già a partire dai materiali. Gli effetti di texture e sfumature che si possono ottenere con il nostro marmo sono davvero innumerevoli. Senza contare i di-

Group, con sede a Orosei (NU) www.bsquarrysar.com

LE CAVE E LA RICERCA Giovanni Buonfigli, titolare di BS Quarrysar Group, parla dell’investimento in tecnologia sostenuto dall’azienda nuorese. «Il nostro gruppo – spiega Buonfigli – opera un investimento costante nelle soluzioni più all’avanguardia, in tutti i comparti dell’attività, dall’estrazione alla lavorazione. Nello sviluppo di prodotto, così, vengono spesso trovate nuove soluzioni di utilizzo. Un altro aspetto importante è la ricerca continua per garantire la sicurezza nei luoghi di lavoro. L’investimento in questa direzione è una scelta determinata non solo dall’ampiezza delle sedi estrattive, fa parte da sempre della nostra storia. Basti pensare che negli anni sessanta fu proprio il cavalier Vincenzo Scancella, il primo a introdurre in Sardegna le moderne tecniche di estrazione e lavorazione lapidea».

che del settore che rimangono sempre un punto d’incontro con clienti storici e nuovi. Va evidenziato anche che molti dei nostri clienti più importanti acquistano i nostri marmi per progetti che non sono localizzati nel proprio paese d’origine. Un cliente arabo, ad esempio, può acquistare il nostro marmo per una residenza londinese. Si conferma così, anche nel nostro settore, una trasversalità delle scelte o, detto altrimenti, una globalizzazione degli stili». Quale strategia avete adottato per penetrare in questi mercati? «Resta imprescindibile la presenza sul posto, i clienti vogliono il contatto diretto. I prodotti, poi, vanno interpretati. C’è una forte ricerca che va verso una presentazione originale, potremmo dire identificante, non solo del prodotto, ma anche delle sedi estrattive. Un aspetto, quindi, che distingue la nostra strategia è l’invito a visitare direttamente le sedi estrattive. I clienti stranieri più importanti, infatti, decidono solo in loco quale materiale acquistare. La visione diretta all’interno del giacimento permette non solo di toccare con mano la qualità del prodotto ma anche di capire quale tra le diverse tipologie di Orosei Daino sia la migliore per il progetto». Quali peculiarità permettono di mantenere i vostri prodotti competitivi sullo scenario internazionale? «La disponibilità diretta degli stabilimenti produttivi e delle stesse cave di estrazione sono aspetti, in questo senso, fondamentali. Ciò permette al gruppo Buonfigli Scancella di garantire l’eccellenza del prodotto anche per ordinativi di grandi quantità». ■ Renato Ferretti


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Oss lusso gen 2016  

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