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LUSSO Mercati &

SISTEMA MODA

LUXURY EXHIBITIONS

In che modo stimolare la creatività, sostenere la ricerca, garantire la qualità e innovare la comunicazione. Ne parlano Mario Boselli e Raffaello Napoleone

Appuntamenti con i saloni più esclusivi a livello internazionale: Index International Design, Luxury China, Middle East Stone e MidEast Watch and Jewellery Show

Fiere, occasioni di business di Gian Domenico Auricchio, presidente Assocamerestero

e manifestazioni fieristiche sono uno strumento di internazionalizzazione per le imprese interessate a presentare i propri prodotti sui mercati internazionali e individuare operatori con cui avviare partnership e accordi di distribuzione all’estero. Ce lo dicono le imprese: una recente indagine del Maec rileva che ben il 58 per cento delle oltre mille aziende internazionalizzate intervistate, utilizza gli appuntamenti fieristici come momento per avviare contatti d’affari. Una ulteriore conferma ci viene dal numero di visitatori e di espositori esteri che popolano i principali brand event italiani – quali ad esempio Cibus a Parma, il Salone del Mobile a Milano e Vinitaly a Verona – in crescita del 3,8 per cento e del 5,5 per cento nel 2015, secondo i dati dell’Osservatorio Cfi (Comitato fiere industria).

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>>> segue a pag. 3

OROAREZZO LE NUOVE TENDENZE Innovazione, design e tradizione sono le parole d’ordine della 37esima edizione del Salone aretino. Un appuntamento atteso, di altissimo valore e molto apprezzato dai buyer internazionali p. 11

Il valore del bello e ben fatto

ALL’INTERNO

Il gioiello made in Italy riscopre la sua appetibilità a livello internazionale. Il mercato più interessante per Ivana Ciabatti, presidente di Federorafi, è quello statunitense ialza la testa la domanda mondiale di gioielleria e preziosi in genere. Dopo il primo semestre del 2015 che aveva registrato una flessione del 6 per cento, dal terzo trimestre è giunto «qualche interessante segnale di ripresa rispetto ai primi due in termini di quantità consumate, anche se non in termini di valore, confermando ancora una volta la sensibilità del mercato alle quotazioni della materia prima». A rilevarlo è la presidente di Federorafi Ivana Ciabatti, che sottolinea come «questo incremento è stato quasi totalmente assorbito dalle buone performance dell’India, salite del 15 per cento, mentre in Italia la domanda ha segnato un -2 per cento nelle quantità consumate». Nel complesso, che risultati ha conseguito l’industria italiana del gioiello nel 2015? «Anche l’industria orafa italiana, che

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Ivana Ciabatti, presidente nazionale di Confindustria Federorafi

aveva iniziato bene il 2015, ha subito il contraccolpo dell’andamento stentato della maggior parte delle economie mondiali. L’anno si è chiuso in frenata rispetto alle attese, con un forte rallentamento sui mercati del Medio Oriente e del Nordafrica, oltre che in Turchia (-29

per cento) e in Russia per la nota questione delle sanzioni. Al contempo tuttavia, abbiamo un significativo rilancio di interesse verso il gioiello made in Italy in Usa, da sempre Paese di riferimento per il nostro export ma che fino a un paio di anni fa aveva visto la nostra quota scendere in un decennio dal 30 per cento al 9 per cento. Per il 2016 rimango comunque molto confidente che i segnali positivi provenienti dal mercato statunitense possano consolidarsi ed estendersi su altri mercati». Esportare il nostro bello e ben fatto è una delle chiavi per rilanciare la competitività del made in Italy nel mondo. Quali sbocchi commerciali esteri offrono le prospettive più interessanti in tal senso? «Nell’immediato non possiamo che puntare fortemente sugli Usa, dove a settembre avevamo recuperato un ulteriore

Federpreziosi Tracciabilità e lotta al falso, il punto di Giuseppe Aquilani Fondazione Altagamma I progetti illustrati dal presidente Andrea Illy Stile italiano Un nuovo concept per l’arredo bagno

Vittorio Bottacin, titolare di Ypsilon, >>> segue a pag. 7

con sede a Padova


Lusso & Mercati Pag. 3 • Maggio 2016

Colophon MAESTRI DEL DESIGN L’evoluzione dello stile per Luciano Galimberti, Gaetano Pesce e Alberto Meda p. 25

NAUTICA Dati Ucina: un nuovo dinamismo p. 33

Direttore responsabile Marco Zanzi direzione@golfarellieditore.it

Consulente editoriale Irene Pivetti

Direzione marketing Aldo Radici

Coordinamento editoriale Michela Calabretta direzione@golfarellieditore.it

Redazione Tiziana Achino, Lucrezia Antinori, Tiziana Bongiovanni, Eugenia Campo di Costa, Cinzia Calogero, Anna Di Leo, Alessandro Gallo, Simona Langone, Leonardo Lo Gozzo, Lara Mariani, Michelangelo Marazzita, Chiara Milani, Marcello Moratti, Michelangelo Podestà, Silvia Rigotti, Giuseppe Tatarella

Gaetano Pesce, architetto, designer e scultore

LUXURY TRAVEL Esperienze esclusive. Ne parlano Giogio Caire e Luca Patanè p. 36

Relazioni internazionali Magdi Jebreal

Hanno collaborato Fiorella Calò, Francesca Druidi, Renata Gualtieri, Francesco Scopelliti, Lorenzo Fumagalli, Gaia Santi, Maria Pia Telese Giorgio Caire di Lauzet,

Sede Tel. 051 223033 - Via Ugo Bassi, 25 40121 - Bologna www.golfarellieditore.it

presidente di Prima classe Italia

>>> Segue dalla prima Ampio però è il margine di miglioramento sul fronte internazionale: ad oggi, infatti, solo il 10 per cento partecipa a fiere al di fuori del territorio nazionale, sia per questioni legate ai costi di missione (considerazioni tanto più rilevanti in periodi di crisi come quello attuale), che per la difficoltà spesso riscontrata dalle imprese nel dare continuità ai contatti stabiliti in queste occasioni. Come Assocamerestero stiamo lavorando a un accordo con il Cfi proprio per consentire alle imprese italiane di cogliere a pieno le potenzialità dello strumento fieristico. In base all’accordo, le Camere italiane all’estero cureranno per le aziende tutto il percorso collegato alla partecipazione in fiera: dalla promozione degli eventi, in Italia e all’estero, nei settori di punta del made in Italy, all’organizzazione degli aspetti logistici, alla creazione di un’agenda di appuntamenti definita in base alle esigenze delle imprese individuando controparti estere già potenzialmente interessate all’acquisto/distribuzione del prodotto/servizio, fino alla gestione e sviluppo dei contatti maturati durante le manifestazioni. Solo nel 2016, le Ccie organizze-

ranno la presenza di oltre 130 collettive di imprese italiane ed estere a manifestazioni fieristiche. Ciò è reso possibile da una presenza continuativa sui territori esteri, che consente anche di svolgere un’efficace azione di ricerca delle

Gian Domenico Auricchio, presidente Assocamerestero

imprese locali da coinvolgere sia come espositori che come buyer che come semplici visitatori. Inoltre, la campagna per la valorizzazione del cibo cento per cento made in Italy, promossa dal ministero dello Sviluppo economico, ha visto le nove Ccie

presenti negli Stati Uniti, Canada e Messico coinvolte nell’organizzazione di un incoming di tredici operatori del food in occasione di Cibus 2016, a Parma dal 9 al 12 maggio. Da imprenditore e presidente di Fiere di Parma, posso dire che il lavoro inizia, non finisce tra le pareti di uno stand. La presentazione di un prodotto, una stretta di mano, per diventare business necessitano di un’attività di assistenza continuativa, che si occupi dell’organizzazione, ma ancor più del follow up di una presenza in fiera. Lavorare per l’affermazione del prodotto italiano nel mondo significa, per la nostra rete, far sì che le fiere rappresentino un primo passo per le imprese per aprirsi a nuovi mercati. La conquista di territori e la strutturazione di partnership, infatti, non solo è necessaria per accrescere il giro d’affari delle imprese, ma soprattutto costituisce un’occasione di innovazione interna grazie alla collaborazione con interlocutori qualificati, che porta beneficio sia alla singola impresa che, nel lungo periodo, all’intero sistema produttivo italiano. ■


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Alta gamma

Al fianco dei campioni dell’italianità Dalla capacità di promuovere l’eccezionalità della nostra industria creativa passano buona parte delle fortune che il lusso italiano saprà regalarsi nei prossimi 5-6 anni. Una partita che Altagamma gioca in prima linea

ggi sono 400 milioni e, senza contare auto e yacht di lusso, spendono poco meno di 850 miliardi. Nel 2022, ovvero in un domani molto vicino, saranno 480 milioni e arriveranno a spendere oltre 1100 miliardi. Basterebbe questo dato, estratto da un outlook sui futuri clienti dell’alto di gamma elaborato dal Boston Consulting Group, per comprendere quanto le performance dei beni di lusso potranno incidere nei prossimi 5-6 anni sulla crescita economica di ciascun Paese. In primis dell’Italia, che assieme a Stati Uniti, Giappone e Cina rappresenta uno dei mercati geografici di riferimento del settore. Valorizzarlo al massimo, portando «la quota dell’industria del lusso italiana dal 5 per cento al 10 per cento del Pil nazionale entro il 2025» è l’ambiziosa scommessa che Fondazione Altagamma ha tutta l’intenzione di vincere, accentuando ulteriormente il ruolo di driver economico che il comparto già oggi recita, dall’alto di un valore complessivo pari a circa 100 miliardi di euro.

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UN TAVOLO STRATEGICO PER L’INDUSTRIA DI ALTA GAMMA «Per creatività e tipologia di business – osserva Andrea Illy, presidente di Altagamma – i nostri brand del lusso sono la migliore espressione di made in Italy nel mondo». Per migliorarne il posizionamento e accrescerne il peso sul mercato mondiale tuttavia, occorre rafforzare la partnership tra pubblico e privati, individuata dalla fondazione come presupposto indispensabile di rilancio del sistema lusso. «La strategia che continuerà a guidarci nel triennio 2016-2018 – sottolinea Illy - è quella del consolidamento del profilo istituzionale di Fondazione Altagamma, con l’intento di promuovere il carattere di assoluta eccezionalità che l’Italia riveste nel contesto internazionale. La nostra industria creativa nel mondo rappresenta infatti il meglio della tradizione e dell’innovazione, facendo da traino all’intero sistema industriale». L’obiettivo a lungo termine, come si apprende anche nel documento di proposta che Altagamma ha presentato nei mesi scorsi al viceministro

I MERCATI MONDIALI

Il consumatore in futuro aumenterà la sua richiesta di autenticità e qualità, che ci è riconosciuta sui versanti di moda design, alimentare, nautica, wellness e real estate

Andrea Illy, presidente della Fondazione Altagamma

dello Sviluppo economico Carlo Calenda, è «l’aumento del 50 per cento della quota del lusso in 10 anni, attraverso la costituzione di un tavolo strategico dell’industria altagamma, che affianchi alla Fondazione diversi imprenditori e fondi di investimento statali». Un tavolo che nella pratica dovrebbe operare come una cabina di regia pubblico-privata a difesa dei punti di forza del settore e a superamento delle principali criticità che lo riguardano, tra cui la limitata dimensione delle imprese e gli svantaggi competitivi dovuti al fare business in Italia. LUSSO E TECNOLOGIA, PRESTO AL VIA UN POLITECNICO DEL SAPER FARE Parallelamente a questo percorso volto a guadagnare un maggior rilievo istituzionale, nel prossimo triennio Fondazione Altagamma svilupperà poi un secondo grande progetto, che nel 2018 sfocerà nella realizzazione della Scuola politecnica del saper fare italiano, situata all’interno del parco tecnologico scientifico che dovrebbe sorgere nell’area post-Expo. Un’idea nata dalla volontà dello stesso presidente Illy, che punta a dotare le future professionalità del mondo del lusso di un hub formativo per le artigianalità e le manifatture dell’industria culturale e creativa italiana. «A promuovere l’operazione – spiega il numero di Altagamma - ci sarà una fondazione alla quale aderiranno alcune centinaia di imprese, per garantire le risorse finanziarie, borse di studio, stage e docenti senior, macchinari e attrezzature tecniche. Con l’apertura di questa nuova

scuola puntiamo a immettere sul mercato del lavoro, a regime, 500 ragazzi diplomati ogni anno». Presentato al Governo nei mesi scorsi, il progetto prevede la creazione di un contenitore formale d’eccellenza, inserito in un polo tecnologico composto da un Its di nuova concezione, da un istituto tecnico e da un istituto professionale di punta. Il polo sarà fisicamente collocato in un opificio, ossia in un edificio di pregio visitabile nell’area dell’Expo, mentre una sede transitoria verrà trovata in un qualificato edificio a Milano. «I mercati mondiali – sostiene Illy- sempre più pretendono che i prodotti di alta gamma siano materialmente fatti in Italia e, in futuro, il consumatore aumenterà la sua richiesta di autenticità e qualità, che ci è riconosciuta sui versanti di moda design, alimentare, nautica, wellness e real estate. Ci manca solo l’high tech. Ebbene, la scuola servirà proprio ad alimentare questa enorme potenzialità di ulteriore sviluppo, riscoprendo e potenziando l’intelligenza delle mani di cui ci ha fatto dono la nostra storia”. Al Politecnico del saper fare avranno accesso infatti i migliori allievi delle professionali regionali, e diventerà un serbatoio di manodopera qualificata per i grandi brand e le aziende del made in Italy. ■ Giacomo Govoni


Lusso & Mercati Pag. 5 • Maggio 2016

Luxury business, occhio all’Iran Con la bussola sempre puntata su Usa e Asia, per il domani si guarda molto all’Africa. Ma nel frattempo la grande occasione abita nel vicino Oriente, dove è da poco finito l’embargo. L’analisi di David Pambianco

David Pambianco, vicepresidente di Pambianco Strategie di Impresa

n base alle misurazioni effettuate dall’Osservatorio Altagamma, l’anno scorso per la prima volta il mercato mondiale del luxury avrebbe superato la soglia dei mille miliardi di euro. Una stima calcolata su ben dieci segmenti, dalle auto, agli hotel al mercato dell’arte, che secondo David Pambianco, vicepresidente della Pambianco strategie d’impresa, prende in esame un target troppo ampio non restituendo l’effettivo valore dei prodotti del lusso con la L maiuscola. «Il valore dei prodotti del lusso vero, quello esclusivo dei grandi marchi della moda, accessori, orologi e gioielli, si aggirerà circa sui 100-150 miliardi. Se invece nel conto includiamo anche tipologie come ad esempio le case di lusso, è chiaro che i numeri si gonfiano a dismisura». In questo scenario che disegna comunque una traiettoria di crescita, come sta variando il peso dei brand italiani di alta gamma su scala globale? «Nell’immaginario mondiale il lusso è da sempre appannaggio dell’Italia, della Francia, in parte dell’Inghilterra e della Svizzera per gli orologi. Tra questi quattro Paesi di riferimento, noi e la Francia continuiamo a mantenere una posizione predominante».

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Cresce l’incidenza del commercio digitale del lusso, che inizialmente le grandi maison avevano sottostimato. Come si stanno adeguando i marchi del lusso a questa tendenza? «In effetti è così: fino a qualche tempo fa non c’era una grossa attenzione nei confronti del canale web, ma oggi la situazione è cambiata. Da 2-3 anni le aziende del lusso guardano con maggior interesse e investono significative risorse nell’ecommerce anche perché i numeri che ne derivano stanno cominciando a essere non frazionali, ma con un’incidenza sul fatturato a doppia cifra». Quali clientele internazionali si mostrano più sensibili al made in

Italy proposto via web? «Sicuramente i mercati anglosassoni, che sono quelli che l’e-commerce l’hanno lanciato, e l’Asia. La seconda per una ragione molto semplice, ovvero l’età media molto bassa che fa sì che ad esempio in Cina ci siano pochissimi ricchi di 70 anni e molti di più di 30-40 anni, e quindi naturalmente più inclini all’uso dello strumento digitale». Negli ultimi anni il profilo del consumatore di beni di lusso si è evoluto. Quali sono i nuovi paradigmi che ne regolano le scelte d’acquisto? «Tracciare un profilo generalizzato è difficile. Di base assistiamo a un’emancipazione sociologica dai marchi del lusso. Poi possiamo distinguere tra Paesi che si sono avvicinati al lusso più di recente e Paesi maturi. Come noi occidentali negli anni Ottanta eravamo passivi nei confronti dei marchi poi mano a mano abbiamo preso dimestichezza coi prodotti di lusso entrando indifferentemente in un negozio di Prada piuttosto che di H&M, così sta ac-

cadendo nei Paesi in cui il consumo del lusso è cominciato da poco. Ad esempio, se fino a due anni fa i cinesi acquistavano le borse e i capi griffati con i loghi molto in vista, oggi iniziano a preferire prodotti meno vistosi. Cambiamento che in Europa è avvenuto 10-15 anni fa». Il comparto del lusso è tra i più interessati dal fenomeno del back reshoring, ovvero del rientro delle produzioni “in patria”. Quali vantaggi comporta questo controesodo per il luxury italiano? «Diciamo intanto che i marchi del lusso vero non hanno mai fatto l’offshoring, quindi nemmeno il reshoring. È un tema di cui fa piacere parlare perché in fondo il rientro delle produzioni italiane in patria fa felici tutti, ma quanto questo fenomeno sia numericamente rilevante, io per la verità ancora non so dirlo. Di certo fino a 3-4 anni fa la Cina era l’area di produzione della fascia bassa e ora con la rivalutazione dello yuan chi cerca manodopera a basso costo si è già spostato in Bangladesh, Sri Lanka o Vietnam. Oppure è tornato in Europa in Paesi come la Romania che presentano minori problemi logistici. Poi è vero, ci sono singoli fenomeni di aziende che sostengono di aver riportato la produzione in Italia ma, per quella che è la mia percezione, si tratta ancora di una quota non significativa». Lo scorso novembre avete coordinato un convegno dal titolo “Il momento delle scelte”. Quali saranno le più strategiche che i nostri brand dovranno compiere per garantirsi un futuro ad alta competitività? «Oggi il mercato globale sta diventando più complesso e le aziende del lusso sono chiamate a fare scelte anche in termini dimensionali e di aggregazione. E non di meno sul piano commerciale, valutando con cura le piazze estere nelle quali ad esempio insediarsi con punti vendita». In quali Paesi o aree ritiene che gli investimenti nel campo del luxury offriranno i migliori margini di rendimento nei prossimi anni? «L’Asia rimarrà comunque il primo mercato di sviluppo, anche perché ci si attende un’ulteriore crescita di bacino. Come mercato del domani si parla molto di Africa. Due mercati che sono delle promesse, ma ancora senza basi concrete sono l’India e il Sudamerica. Poi naturalmente gli Usa, sbocco determinante e con spazi ulteriori di sviluppo. L’Europa tiene ma non si prevedono grossi rialzi. Infine, un mercato molto interessante nel breve è l’Iran, dove ultimamente sono stati siglati diversi accordi commerciali per l’apertura di negozi di griffe italiane del lusso. Resi possibili grazie alla fine dell’embargo che porterà a una rapida crescita della ricchezza del Paese». ■ Giacomo Govoni


Lusso & Mercati Pag. 7 • Maggio 2016

>>> continua dalla prima

15 per cento rispetto allo stesso periodo del 2014 grazie all’apprezzamento della valuta statunitense ma soprattutto alla recettività del mercato Usa e della particolare appetibilità dei gioielli made in Italy. In un’ottica più lunga dobbiamo lavorare per rendere più competitivo il nostro prodotto sulle nuove aree di consumo di oreficeria rappresentate dal Nordafrica e dal Far East nonché alcuni mercati che si apriranno più avanti come l’Iran, Paese storicamente con un feeling molto positivo verso il prezioso italiano». Come federazione state portando avanti un piano di internazionalizzazione del distretto orafo che vede in campo anche l’Ice. Lungo quali direttrici principali si articola? «Le direttrici Federorafi per promuovere il comparto si declinano in tre aree. La prima: creare un ambiente competitivo “fair” e quindi priorità assoluta all’azzeramento dei dazi doganali verso tutte le aree commerciali, a partire dagli Usa. Un nostro studio ha calcolato che l’azzeramento dei dazi comporterebbe un incremento delle nostre esportazioni per un valore prossimo al miliardo di euro. La seconda: continuare nelle missioni esplorative di sistema organizzate da governo e Confindustria verso i Paesi che si apriranno nel medio-lungo periodo come Angola, Cuba, Indonesia, Iran, Myanmar, Nigeria e Vietnam. La terza: potenziare le azioni prettamente commerciali, attraverso la collaborazione con Ice e Mise, mediante gli accordi con la Gdo internazionale». La tracciabilità e l’eticità di un gioiello sono fattori che possono qualifi-

Ivana Ciabatti, presidente nazionale di Confindustria Federorafi

care ulteriormente le produzioni italiane. Quali carte può giocare la nostra oreficeria sotto questo aspetto? «Oltre a “vendere un sogno”, un comparto come quello del prezioso deve anche essere in grado di garantire al consumatore l’utilizzo di materie prime e di processi di lavorazione in linea con gli standard internazionali fissati dall’Ocse. Tracciabilità ed eticità sono dunque scelte quasi ineludibili purché siano dettate dal mercato e non imposte dall’alto. Non è un caso che Federorafi sia stata la prima associazione italiana a sottoscrivere nel 2012 un protocollo di intesa col Mise per incentivare all’interno della filiera orafaargentiera e gioielliera lo sviluppo delle buone pratiche della responsabilità sociale d’impresa e ad aderire all’organismo internazionale specializzato negli standard etici per la gioielleria che è il Responsible Jewellery Council». Il sistema italiano dei preziosi attende un sostegno concreto anche a livello legislativo. Cosa si è mosso ne-

OBIETTIVO EXPORT

Punteremo sugli Usa, dove a settembre avevamo recuperato un ulteriore 15 per cento rispetto allo stesso periodo del 2014, grazie alla recettività di questo mercato

gli ultimi mesi su questo versante e su quali azioni prioritarie occorre puntare in futuro? «Il sostegno legislativo che chiediamo è finalizzato a migliorare il modo di fare impresa orafa in Italia, semplificando alcuni aspetti di carattere fiscale e normativo. Ab-

biamo accolto con grande favore il provvedimento governativo sull’incremento del limite del contante e ora ci aspettiamo l’estensione a tutti gli operatori del regime del “reverse charge” per l’Iva che darebbe certezze e trasparenza alle transazioni e permetterebbe alle imprese di accedere al credito bancario almeno alle condizioni dei nostri colleghi imprenditori degli altri Paesi Ue. Sollecitiamo infine i controlli sul mercato, anche sui prodotti importati, per evitare comportamenti fraudolenti e sleali e un forte impegno politico per l’approvazione a livello Ue della proposta di regolamento sul “made in”». ■ GG


Lusso & Mercati Maggio 2016 • Pag. 8

Oreficeria

Valore, tracciabilità e lotta al “falso” Chiuso il 2015 con risultati nel complesso incoraggianti, il comparto dei preziosi si proietta con fiducia nel futuro anche grazie ai provvedimenti licenziati dalla manovra economica. L’analisi di Giuseppe Aquilino

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ra le diverse misure inserite nella legge di stabilità 2016, quella riguardante l’innalzamento della soglia dei pagamenti in contanti a 3 mila euro è destinata a lasciare un segno immediato sull’economia reale. A salutarla con particolare favore è la categoria delle imprese orafe, gioielliere, argentiere e orologiaie, che su scala nazionale conta circa 8 mila realtà tra dettaglianti, grossisti, rappresentanti, commercianti di pietre preziose, artigiani e fabbricanti. «C’è grande soddisfazione per l’entrata in vigore di questo provvedimento – sottolinea Giuseppe Aquilino, presidente di Federpreziosi - che potrebbe dar nuova linfa al mercato, specie per le zone a ridosso dei confini». Un provvedimento che corona l’anno appena concluso o ha il sapore di un “premio di consolazione”? «I dati in corso di elaborazione all’indomani delle festività natalizie e degli inventari di inizio anno danno segnali tendenzialmente stabili sull'andamento globale del 2015. In linea con le previsioni del nostro Centro studi, si confermano i segnali di ripresa, anche se non marcati e “a macchia di leopardo”. Il nostro è considerato un bene voluttuario, ma può fornire messaggi che, se letti in modo adeguato, possono rivelarsi una cartina di tornasole per comprendere l’evoluzione dei consumi in generale». Un’indagine di Euromonitor mostra un crescente gradimento dei

Giuseppe Aquilino, presidente di Federpreziosi-Confcommercio

consumatori verso il bijou firmato. Come si integra questa linea coi gioielli tradizionali e come si stanno adeguando le aziende orafe a questo mutamento del gusto? «Sia per un fattore moda sia per il contenuto di creatività e originalità che esprime, il mercato si sta sempre più avvicinando al prodotto bijou che rappresenta lo spirito del tempo, sempre alla ricerca di nuovi stimoli, e offre la possibilità di sperimentazioni e nuovi materiali. Il gioiello conserva quelle valenze di preziosità e di valore nel tempo che gli sono peculiari ma, come è stato anche in passato, il bijou viene spesso contaminato da esperienze tipiche del mondo orafo, affiancandosi al gioiello

pur senza mai integrarsi del tutto. Il vero gioielliere è un professionista appassionato, che deve saper interpretare e adeguarsi ai gusti della propria clientela, che, peraltro, dimostra sempre più competenza e consapevolezza negli acquisti». Contraffazione e abusivismo penalizzano fortemente il settore dei gioielli e dell’orologeria. Qual è a oggi la loro incidenza sul giro d’affari del comparto? «Sono fenomeni che incidono fortemente in quanto falsano la concorrenza, comportano la perdita di fiducia degli operatori e dei consumatori e danni economici e perdite di posti di lavoro alle imprese. Inoltre colpiscono la sanità e la sicurezza pubblica e causano un danno d’immagine al Paese. Nel commercio al dettaglio in generale, oltre un terzo degli imprenditori segnala l'acuirsi dell'illegalità rispetto a 3 anni fa nel territorio in cui opera, mentre solo per il 7,2 per cento è in calo». Quali passi avanti vanno fatti su questo terreno? «Oltre a intensificare i controlli, è necessario non rinviare più quegli interventi normativi a garanzia dei diritti dei consumatori e degli operatori onesti contenuti nelle richieste di decreti legge ripetutamente presentati dal comparto orafo al Senato e alla Camera in tema di riforma del commercio di oro, tracciabilità nonché corretta denominazione dei materiali gemmologici».

Attraverso accordi come quello siglato con Fiera di Vicenza, promuovete la formazione del comparto che passa, ad esempio, anche dallo sviluppo della cultura gemmologica. Quali le iniziative sono in corso in questa direzione? «Gestire un’attività nel nostro settore è sempre più complesso: l’assortimento di prodotto, gli stili di vita e i comportamenti d’acquisto dei consumatori, nonché la comunicazione, rappresentano un’alchimia necessaria ma difficile da coordinare. Una sfida nella quale, come Federpreziosi, affianchiamo le aziende con un’attività di formazione su argomenti che interessano tutta la filiera: fiscalità, sicurezza, aggiornamento in tema normativo e di novità gemmologiche, marketing. Un’attività partita da una diretta conoscenza delle problematiche e che per tutto il primo anno del mio mandato ci ha visti impegnati in un vero e proprio “giro d’Italia” per incontrare il maggior numero di operatori». Si diceva dell’innalzamento del limite contanti. Che impatto può avere sulla domanda di preziosi e, in parallelo, quali interventi occorrono sul versante della moneta elettronica? «Una nostra ricerca presentata nel gennaio 2015 indica come le gioiellerie e le orologerie italiane valutano un possibile aumento dei ricavi medi pari al 16 per cento. Ma non dimentichiamo che se da un lato il Governo dà la possibilità di utilizzare con maggior libertà il

contante, dall’altro giustamente prevede l’incentivazione della moneta elettronica. In questa direzione, la riduzione dei costi delle intermediazioni bancarie indicata dal regolamento europeo in vigore da dicembre può sicuramente giovare. Ora che un grande passo avanti è stato fatto non ci rimane, come Federpreziosi, che sollecitare il Governo verso l’introduzione del sistema di fatturazione elettronica e la revisione del gravoso obbligo di registrare e comunicare i dati degli acquirenti che spendono più di 3600 euro». ■ Giacomo Govoni


Lusso & Mercati Pag. 9 • Maggio 2016

L’occhio che misura la bellezza Taglio, purezza, colore, rarità. Sono solo alcuni dei fattori che determinano la qualità e il valore di una pietra preziosa. Ma per riconoscerli occorre un’adeguata cultura gemmologica. Come spiega Luigi Costantini

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l primo posto nel mondo per produzione ed esportazione di gioielli, l’Italia possiede anche una lunga tradizione di arte orafa. Da cui deriva l’esigenza di trasmettere una cultura scientifica gemmologica sia agli operatori sia ai consumatori, anche in un’ottica di maggiore trasparenza del settore. Giunta da noi come scienza solo negli anni Settanta, in ritardo rispetto ad altri Paesi come Gran Bretagna o Germania ove trovò applicazione pratica sin dagli anni Dieci e Trenta del secolo scorso, «oggi la gemmologia vanta un diffuso interesse nel nostro Paese, sempre più attratto dall’aggiornamento in questo campo». Ad affermarlo sulla scorta di una lunga esperienza nel settore della formazione gemmologica è Luigi Costantini, noto gemmologo con un trascorso pluri-decennale in qualità di referente per l’Italia dell’International gemological institute di Anversa. Facciamo chiarezza, innanzitutto sui termini. Cosa fa guadagnare a una pietra la qualifica di “preziosa” e quando invece si parla di gemma? «Con “pietra preziosa” comunemente s’intende ciò che in gemmologia vien definito gemma, ovvero un materiale d’origine naturale, trasparente, semi-trasparente, opaco o traslucido, levigato e lucidato, che possiede una bellezza intrinseca derivante dai giochi e dallo sfavillio di luci e colori prodotti dalle superfici lucidate e che il taglio farà risaltare, oltre a rarità e durevolezza, ove per durevolezza s’intende l’insieme dei fattori durezza, tenacità e stabilità. Il 99 per cento delle gemme è costituito da sostanze solide naturali e inorganiche, il rimanente 1 per cento da sostanze solide naturali organiche come perle, corallo, ambra, avorio, giaietto. Ciò che fa assurgere un materiale organico o inorganico al rango di gemma è il combinato disposto di bellezza attuale e/o potenziale, rarità e durevolezza». Quali sono i parametri per classificarne il valore? «In base a quanto considerato, i parametri qualitativi atti a definire il valore commerciale d’una gemma sono purezza/trasparenza, colore, taglio e massa/peso. Tali fattori variano a seconda che siano riferiti al diamante oppure alle gemme di colore di primo piano - rubino, zaffiro e smeraldo - o di secondo piano, tutte le altre». Che importanza è attribuita alla figura del gemmologo all’interno della filiera dei preziosi? «Per quanto concerne l’Italia, alla figura del gemmologo nella filiera dei preziosi lamenterei, a fronte d’una notevole considerazione in ambito d’impresa familiare o individuale, un non corrispondente credito – com’è nel caso degli Stati Uniti – a fini d’impiego alle dipendenze, in impresa del settore». È idea diffusa che la provenienza delle gemme ne connoti la qualità. In quali casi questa equazione è vera, e, in generale, qual è il peso della “territorialità” sul loro valore? «La qualità d’una gemma, e quindi del suo individuale valore commerciale, è funzione solamente dei parametri qualitativi che le son propri, indipendentemente dalla provenienza geografica. Ciò vale per il diamante e a maggior ragione per le gemme di colore, sebbene la tendenza sia quella d’assimilare l’origine geografica alla qualità. Ad esempio, benché la Colombia sia nota per fornire smeraldi d’ottima qualità, non tutta la sua produzione si colloca nella fascia dell’ottimale. Vi son smeraldi

Luigi Costantini, presidente del comitato scientifico di Assogemme e fino al 2013 referente per l’Italia dell’International gemological institute di Anversa

d’altra derivazione e d’equipollente qualità, come pure smeraldi colombiani che si collocano nella gamma bassa dei valori commerciali. Ogni pietra è un individuo a sé stante, e va valutata in base al suo merito». Diamanti naturali e diamanti sintetici: quanto i secondi rappresentano una “minaccia” per i primi? «Se per minaccia s’intende l’insidiarne la posizione di mercato, accamperei il caso del rubino, dello zaffiro e dello smeraldo sintetico. In commercio rispettivamente dal 1896, dal 1910 e dal 1935, non hanno per nulla sminuito o compromesso l’importanza delle controparti naturali, anzi. E così è per il diamante sintetico e naturale. Il primo è un prodotto di laboratorio, ripetibile, realizzato in tempi riconducibili a qualche mese o settimana, e per di più avente forma di cristallizzazione che si discosta da quelle della controparte naturale. Quello naturale deve la sua genesi alle prime fasi di formazione del nostro pianeta ed è parte integrante di quell’irripetibile processo geologico che è stato il raffreddamento della crosta terrestre. Due cose ben diverse quindi, anche sul piano dei costi e del prezzo finale». Se invece per minaccia si intende il rischio di non riconoscerne la differenza? «Questa rappresenta un’eventualità se l’acquirente, nella filiera o finale, non si premunisce da possibili incidenti di percorso intenzionali o meno, richiedendo sempre una dichiarazione o certificazione d’analisi gemmologica rilasciata da laboratorio gemmologico primario. Un’accortezza che deve valere sia per i diamanti sia per le pietre di colore». Lei presiede il comitato scientifico di Assogemme. Quali aspetti legati all’attività dell’associazione cura in particolare? «L’attività di Assogemme che mi ha visto più coinvolto ultimamente è stata la messa a punto del progetto per il primo codice etico procedurale applicabile al commercio e alla produzione delle gemme di colore di cui s’è fatto carico il Comitato scientifico, col validissimo apporto di Paolo Minieri e Alberto Scarani. Un’impresa davvero ardua, in cui abbiamo dovuto addentrarci in terre infide e sconosciute, come ben si può immaginare». ■ G.G.

IL DIAMANTE SINTETICO

è un prodotto di laboratorio ripetibile, realizzato in tempi riconducibili a qualche mese o a qualche settimana


Lusso & Mercati Maggio 2016 • Pag. 10

Oreficeria

Valenza brilla di export Punta di diamante della nostra manifattura orafa, il polo produttivo alessandrino è la locomotiva dei distretti italiani per vendite estere. E le proiezioni sul lungo periodo, spiega Francesco Barberis, incoraggiano ulteriormente

I GRANDI MARCHI A VALENZA

La scelta di Bulgari di aprire il suo laboratorio qui genererà un effetto leva su altri grandi brand che vorranno venire a produrre nel distretto valenzano

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igurava tra i primi dieci distretti italiani per export nei primi tre mesi dell’anno scorso, e nei successivi nove ha scalato la classifica fino a raggiungerne la vetta, con l’incremento storico del 30,5 per cento. Esce da un 2015 super il distretto orafo di Valenza in termini di vendite estere. A metterlo in evidenza sono gli esiti del Monitor dei distretti pubblicato dall’Ufficio studi di Intesa San Paolo, ulteriormente avvalorati dall’ultima nota sull’export diffusa dalla Camera di commercio di Alessandria, che rivela come le esportazioni di gioielli e pietre preziose coprano quasi il 25 per cento dell’intero export manifatturiero provinciale per un valore di 1,2 miliardi di euro. «Analizzato sia dal punto di vista delle commesse, che del contoterzismo di alto livello che della lavorazione dell’oro fisico – osserva Francesco Barberis, presidente del Gruppo aziende orafe valenzane di Confindustria Alessandria – il dato finale dell’anno scorso fotografa un trend molto positivo». Un trend fondato principalmente sulle performance dell’oro di Valenza sui mercati internazionali, che avete preso in esame anche a inizio anno, durante il convegno “Esportare la dolce vita”. Quali risultano i più promettenti per le vostre imprese e come vanno aggrediti? «Intanto occorre fare una grossa premessa, nel senso che in questi ultimi sei mesi è cambiato notevolmente lo sce-

Francesco Barberis, presidente Gruppo aziende orafe valenzane di Confindustria Alessandria

nario mondiale. Le analisi dei trend che facevamo poco fa approdavano a conclusioni molto diverse. L’economia cinese, tutta l’area russa, il Sud America e in generale tutte le nuove economie a cui noi guardavamo con grande interesse appartenenti alla cosiddetta area sono quelle che hanno avuto più problemi di tutti e in cui si sono ridotte le aspettative. Sul medio-lungo periodo le aree più interessanti restano comunque il Medio Oriente, gli Stati Uniti, in assoluto la Cina e tutto l’Estremo Oriente. E la Russia, che per noi rimane un mercato target molto importante, con la grossa incognita legata alla moneta. Senza contare che in molti di questi mercati ci sono barriere doganali altissime, penalizzanti nei confronti del sistema gioiello». Nella stessa occasione sono stati presentati gli scenari previsionali di di-

versi comparti del “bello e ben fatto”. Che stime di crescita si prefigurano per quello orafo-gioielliero? «In generale il settore del lusso è in aumento, per cui a lungo andare le percentuali di penetrazione nei mercati sopracitati miglioreranno. Non nel breve periodo purtroppo, per via del rallentamento economico di alcune importanti aree internazionali a cui stiamo assistendo. In tutti i casi, gli indicatori dei grandi brand del nostro distretto sono complessivamente in rialzo, mentre a soffrire di più nei prossimi 2-3 anni saranno quelle aziende medie, artigiane, anche di altissimo livello affacciatesi da poco ai mercati emergenti. Rimane il fatto, assodato, che la domanda di made in Italy continua a essere fortissima». La filiera del gioiello valenzano ha aderito al sistema di tracciabilità volontaria TFashion. In che modo tale certificazione valorizza i vostri prodotti e, in generale, come viene garantita la qualità del “made in Valenza”? «In realtà la certificazione TFashion è un progetto pilota a cui hanno aderito alcune aziende del distretto e non tutto il sistema. Su questo terreno, ritengo sia giunto il momento di pretendere una maggior tutela, innanzitutto per quanto riguarda la legge sulla marchiatura obbligatoria d’origine del gioiello. Il famoso “made in”, che ancora non esiste e sul quale la Comunità europea non ha ancora trovato un accordo. La ricaduta sul distretto di Valenza sarebbe elevatissima, visto che il 95 per

cento dell’alta gioielleria italiana proviene da qui. Pertanto, ben venga il progetto TFashion e altri simili, ma il nostro settore necessita in primis di una normativa a livello europeo su cui anche il Governo deve impegnarsi. Sarebbe il primo segno, tangibile, di salvaguardia del nostro artigianato». Tra pochi mesi è previsto a Valenza il battesimo della più grande Manifattura di gioielleria d’Europa per mano di Bulgari. Come avete accolto questa scelta e quali riflessi crede potrà avere sull’economia dell’intero distretto? «Personalmente sono molto contento e grato come valenzano. C’è da dire che il rapporto di Bulgari con la città è ormai ultracinquantennale. La scelta di fare il loro primo e unico laboratorio mondiale qui non può che riempirci di orgoglio e avrà una sicuramente ricaduta sul lungo periodo. Ma soprattutto genererà un effetto leva per molti altri brand che vorranno venire a produrre e consentirà di scoprire, se ancora ce ne fosse bisogno, che esiste una realtà piccola italiana dove si fanno i gioielli più belli del mondo. In questo senso la nostra grande sfida sarà trovare nuova manodopera per soddisfare tutte le richieste e al contempo conservare la pluralità di lavorazioni che ha fatto grande la città. Più marchi “prenderanno casa” a Valenza, più si salvaguarderà questa preziosa questa diversità sarà salvaguardata». ■ Giacomo Govoni


Lusso & Mercati Pag. 11 • Maggio 2016

È tutto OroArezzo quel che luccica Innovazione, meeting club e anteprime sui nuovi trend accolgono i visitatori alla 37esima edizione della fiera toscana. Piattaforma di punta per valorizzare i preziosi italiani, consolida ogni anno il suo richiamo internazionale

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nunciati, tra cui oltre 50 provenienti solo dagli Stati Uniti. Per loro, e per tutti, l’edizione numero 37 di OroArezzo propone format commerciali come meeting club, pensati per favorire gli incontri privati tra aziende e compratori, o retail club Italia, in cui si mettono in contatto le imprese con i principali dettaglianti italiani. All’interno dei padiglioni invece, spazio alle diverse categorie merceologiche dove spiccano Bi-Jewel, l’area dedicata al bijoux e al gioiello fashion; il Cash&Carry, vetrina espositiva rivolta alla boutique del gioiello; OroArezzo Tech con settanta aziende italiane di macchinari per orafi. Per le idee più esclusive in tema di innovazione torna poi OroArezzo 3D, area riservata alla manifattura additiva e alle nuove tecnologie della stampa 3D. Una vasta scelta di accessori e componenti è ospitata invece nella sezione Accessori/Gems Pavilion, che mette in vetrina un’ampia gamma pietre preziose e semipreziose e materiali utilizzati nella produzione di gioielli.

i respira voglia di riscatto per neutralizzare l’effetto negativo generato dalla contrazione di vendite verso gli Emirati Arabi Uniti, tra i padiglioni che animano la 37esima edizione di OroArezzo, piattaforma fieristica dedicata al settore orafo tra le più importanti a livello internazionale. Allestita come di consueto presso il quartiere espositivo di Arezzo fiere e congressi, si presenta al pubblico galvanizzata dagli eccellenti risultati ottenuti nelle ultime edizioni, che hanno visto una partecipazione media di oltre 600 espositori e una presenza di buyer, catene di negozi e dettaglianti superiore alle 11 mila unità. «Con OroArezzo - spiega il presidente di Arezzo Fiere Andrea Boldi - vogliamo valorizzare il made in Italy del gioiello e diventare un hub organizzato di networking e business globale. Lo facciamo per i nostri imprenditori, proponendo loro servizi che siano di supporto». DA DUBAI AD AREZZO, VETRINE TOP PER IL GIOIELLO ITALIANO Riservata agli operatori professionali, OroArezzo porta come ogni anno in vetrina il meglio della gioielleria italiana di cui, assieme a Valenza e Vincenza, la città toscana è leader indiscussa per via di un distretto orafo che conta circa 1300 aziende rappresentative di tutta la filiera di produzione. Un distretto che grazie alle performance esportative in netta crescita verso Francia, Stati Uniti e soprattutto Hong Kong, sta bilanciando la flessione degli scambi in corso lungo l’asse emiratino. Sul quale tuttavia non c’è alcuna intenzione di allentare la presa, come dimostra il recentissimo debutto di OroArezzo al VicenzaOro Dubai. «Il mercato arabo – sottolinea Boldi - attraversa un periodo di stasi dovuto alla complessa situazione politica di quelle aree, ma rimane il principale e quello più strategico per il made in Italy. È per questo, che proprio nei momenti di crisi, è necessario presidiarlo partecipando a eventi di assoluta qualità come quello che

LE VETRINE DELLA GIOIELLERIA

Arezzo, assieme a Valenza e Vicenza, è leader indiscussa per via di un distretto orafo che conta circa 1300 aziende rappresentative di tutta la filiera di produzione

Andrea Boldi, presidente di Arezzo Fiere

ad aprile ha visto le nostre imprese orafe ospiti al World Dubai trade center». UN NETWORKING APERTO A TUTTA LA FILIERA ORAFA Tornando al menu della Fiera, l’intenzione di riproporsi come trampolino di lancio per restituire ad Arezzo il ruolo di locomotiva dell’export distrettuale traspare dalla folta schiera di buyer internazionali an-

CON PREMIÈRE UN TUFFO NELLE TENDENZE DEL FUTURO A grande richiesta si rinnova inoltre l’appuntamento con Première, il concorso collaterale alla rassegna che accende i riflettori sulle novità di design, sulle anteprime delle tendenze moda e sui nuovi orientamenti stilistici orafo-gioiellieri italiani. Agli elementi primari della natura si ispirano le proposte di gioielli in lizza, tra i quali una giuria qualificata presieduta dal direttore artistico Beppe Angiolini selezionerà i migliori con premiazione finale domenica pomeriggio presso il padiglione Chimera. Poco distante, nel padiglione Contemporary, la selezione di Orodautore espone la prestigiosa collezione di arte orafa di proprietà di Arezzo Fiere e Congressi. Evento nell’evento sarà infine la Gold night, in programma sabato sera con negozi aperti per lo shopping e un party lungo Corso Italia organizzato per i partecipanti alla manifestazione. ■ Giacomo Govoni


Lusso & Mercati Maggio 2016 • Pag. 12

Oreficeria

Il fascino del pezzo unico

Almeno nel mondo occidentale, l’idea che sta dietro al gioiello e al bisogno che se ne sente, sta cambiando profondamente. Come spiega Gian Luca Guarneri, non c’è più ostentazione, ma solo eleganza ed esclusività na nicchia di persone sempre più numerosa si sta rendendo conto del valore che ha l’esclusività di un pezzo unico». Gian Luca Guarneri, artigiano orafo titolare della torinese Cocomama Gold, introduce così la nuova tendenza che sta prendendo piede, in Italia ma non solo. Il gioiello è un particolare, un dettaglio e proprio per questo deve calzare su chi lo indossa più di un vestito: non è necessario e perciò ci dice molto sul conto di chi lo porta. Come spiega Guarneri, questa idea, ormai molto lontana dalla dimostrazione di ricchezza dalla quale un tempo derivava il bisogno dei preziosi, appartiene a numero crescente di appassionati. «Mi richiedono spesso gioielli costruiti sulla loro persona, sulla loro unicità, anche se a partire ovviamente dal mio stile. In questo, il piano artigianale su cui mi pongo permette alle mie creazioni di avere un’anima, diventando così piccole opere d’arte da indossare. Non a caso tutte le mie produzioni sono pezzi esclusivi realizzati interamente a mano con la tecnica della cera persa. I brand più commerciali, invece, puntano sicuramente più sul valore del materiale con cui vengono realizzati gli oggetti, oro o grosse e numerose pietre preziose». Come descriverebbe il suo stile? «Le linee guida delle sue creazioni si ritrovano nei contrasti di colore, ottenuti

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getti è il fatto che vanno completamente a deludere l’idea del gioiello classico, poiché non c’è nulla di lucido. Io do vita a forme di design rigide e geometriche o morbide e sinuose, secondo l’estro del momento, per questo motivo la cosa che contraddistingue il mio stile sta non tanto nelle forme che cambiano di continuo, ma piuttosto nei colori che uso. Inoltre, quasi tutti i miei gioielli vengono finiti con un bagno galvanico (colorazione chimica) di tonalità nera e una sabbiatura che rende l’oggetto opaco per far risaltare al meglio la luce e i colori delle pietre preziose che inserisco». Nel dettaglio, in cosa consiste la tecnica della cera persa? «Nello scolpire e modellare a mano l’oggetto partendo da un blocco unico di cera e trasformandolo, poi, in metallo avvalendosi della tecnica della microfusione. Ovviamente non utilizzo solo questa tipologia di lavorazione, anche se è quella che preferisco: ci sono anche le vecchie tecniche tradizionali che si basano sulla lavorazione di lastra o filo, in questo caso già del metallo nobile scelto e non più in cera». Qual è il vantaggio di usare metalli diversi nella stessa opera? «L’accostamento di metalli diversi permette di realizzare oggetti che possono essere commercializzati per più target, facendo sposare i differenti colori dell’oro per oggetti più preziosi ma solo nei materiali, e oro con argento per rivolgersi a un pubblico giovane e dinamico, che non percepisce più il gioiello come status symbol ma come un vizio dell’anima. Non ho intenzione di usare materiali innovativi perché vorrei mantenere l’utilizzo dei metalli nobili. Preferisco dar loro nuovi “abiti“ con colorazioni galvaniche, ciò non toglie che ho usato e userò ancora piccoli inserti in porcellana, ebano, carbonio e molti altri». Per il suo laboratorio ha scelto Torino. «Questa città, nel suo storico, ha l’eccellenza nel campo dell’innovazione per quanto riguarda l’artigianato, quindi ri-

mane sicuramente un’ottima piazza. È anche vero che sono una persona ambiziosa con voglia di crescere e di evolvermi quindi ho in progetto di ampliare il mio mercato, magari anche in paesi stranieri, perché no». ■ Renato Ferretti

I MATERIALI

La mia intenzione è quella di mantenere l’utilizzo dei metalli nobili, dare a oro e argento “abiti nuovi” con colorazioni galvaniche

Gian Luca Guarneri, titolare della Cocomama Gold, con sede a Torino (Tutte le foto sono di Diego Dominici) - www.cocomamagold.com

dalle varie tonalità delle pietre e dai bagni galvanici, nell'abbinamento dei metalli, come argento, oro bianco, oro giallo e oro rosa, ma anche nelle texture sorprendenti che vestono le superfici dei gioielli. L’oggetto classico e luccicante sparisce per lasciare il posto a superfici opache e sinuose oppure rigide e geometriche». Cos’è, quindi, che colpisce di più? «Ciò che salta all’occhio dei miei og-

DALL’ARTE AI PREZIOSI Gian Luca Guarneri, titolare della torinese Cocomama Gold, ricorda le tappe principali della carriera nell’oreficeria. «Sono nato a Tortona e fin dall’adolescenza ho sviluppato una grande passione per l’arte, in particolare per il disegno. Dopo il diploma in un liceo artistico, mi sono spostato a Valenza (AL), scoprendo così il meraviglioso mondo dell’artigianato orafo. Volendo conoscere e imparare quanto più possibile, mi sono iscritto all’istituto di formazione professionale For.Al specializzandomi come tecnico di oreficeria. Subito dopo ho seguito vari corsi sulla modellazione, iniziando così a dar vita alle mie creazioni. Dopo una lunga esperienza in importanti ditte valenzane, che mi hanno formato definitivamente come artigiano orafo, decido di mettermi in proprio avviando Cocomama Gold. L’idea di fondo è rimasta la stessa di allora: offrire il privilegio di un pezzo unico e creativo, dal disegno al prototipo, dalla modellazione a cera persa fino a opera conclusa».


Lusso & Mercati Pag. 13 • Maggio 2016

Ispirazioni etrusche

Intorno al gioiello

Antiche lavorazioni, innovazione e spiccato carattere sono le peculiarità dei gioielli da uomo di Giacomo Burroni, rigorosamente made in Italy

Astucci e rotoli, espositori e allestimenti delle vetrine, tutto ciò che ruota intorno agli articoli di gioielleria deve possederne l’eleganza, lo stile «ma soprattutto deve rispettarne la qualità»

reare gioielli unici significa trasmettere in essi tutta la propria personalità, le passioni, i modi di essere e i principi coi quali ci si è formati e forgiati». È questo il credo di Giacomo Burroni che, dopo aver imparato dal padre l’arte orafa, essersi formato presso l’università di Firenze nel corso di Progettazione della moda/design del gioiello, conseguendo poi un master di Marketing e Branding per beni di lusso presso lo IED di Roma, ha deciso di mettersi in proprio per dar vita a una collezione ambiziosa, rigorosamente made in Italy, e dal carattere deciso. «I prodotti firmati Giacomoburroni fanno parte di una collezione da uomo in argento Ag925 interamente prodotta a mano tramite i processi artigianali propri dell’antichissimo settore orafo aretino. Questi gioielli sono nati dal profondo desiderio di indossare accessori maschili dalla personalità forte e solida, capaci di raccontare se stessi ed esprimersi tramite uno stile che scorre fra il vintage e l’elegante, con una nota aggressiva. Sono gioielli che aiutano a scovare lo stile perfetto di ciascun uomo e che intendono esaltare il made in Italy, ovvero il design unito contemporaneamente all’innovazione e alla tradizione». Lo slancio creativo e l’ispirazione di Giacomo Burroni derivano dalla sua città natale, Arezzo, e dal mondo etrusco, da cui emersero i primi veri orefici della storia. «Granulazione e filigrana etrusca sono state due delle primissime tecniche di lavorazione dei metalli preziosi, dell’oro in particolare, perciò è stato per me importantissimo dare al mio progetto solide fondamenta, quelle della nostra storia e della nostra cultura passata, per poi proiettarmi nel futuro e dar forma così a qualcosa di unico, antico e moderno al tempo

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el gioiello possiamo trovare la quintessenza dell’eleganza, dello stile. In quel dettaglio c’è la scelta estetica che forse più di qualunque altra ci dice qualcosa sulla persona che lo indossa. Proprio per questo non si può sottovalutare il modo in cui un gioiello si presenta: dalla sua confezione o dall’allestimento della vetrina in cui compare, tutto intorno all’oggetto, deve restituirne lo spirito e crearne il contesto più adatto. Ne parliamo con Sabrina Sorini, titolare della Bsc Astucci, azienda aretina che si occupa proprio di astucci rotoli, espositori e allestimenti vetrine per articoli di gioielleria. «BSC astucci nasce nel 2009 – premette Sorini – ed è un’impresa artigianale che produce su misura, con laboratorio interno dove ogni articolo viene prodotto in tutte le sue parti. Il nostro punto di forza è la dinamicità tipica delle imprese giovani e al passo con i tempi, ma con il valore aggiunto dell’esperienza, acquisita in oltre

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La Giacomoburroni si trova ad Arezzo www.giacomoburroni.com Fb Giacomoburroni Instagram giacomoburroniofficial

stesso». Certezza assoluta di Burroni è, infatti, quella di dover sempre imparare da chi prima di noi ha creato grandi cose, così come di dover sempre guardare dentro se stessi, per comprendere le aspettative e le intenzioni che spingono a intraprendere una strada sicuramente stimolante ma anche tortuosa. «È fortemente necessario credere nelle proprie capacità e fare tesoro di tutti i successi e ancor più degli insuccessi. Bisogna essere in grado di percepire il valore e la forza del made in Italy, valorizzandolo, perché per noi artigiani è rimasta l’unica arma con cui affrontare il mercato attuale. Le nostre abilità e conoscenze sono ciò che ci contraddistingue dal resto del mondo e sono ciò che il resto del mondo cerca in noi. Per creare un marchio degno di essere italiano è essenziale rimanere fedeli alle proprie idee e ai propri principi, imponendosi di scegliere il sentiero della qualità e non farsi, quindi, abbindolare dalle spicce tentazioni del mercato». ■ Emanuela Caruso

trent’anni di attività in questo campo. Le nostre capacità tecnologiche e produttive, permettono di offrire una produzione interamente made in Italy di altissima qualità. Ogni fase della lavorazione (disegno, taglio, fustella, assemblaggio, montaggio e cucitura) viene svolta interamente dal nostro personale: ci avvaliamo dei macchinari e delle tecnologie più avanzate a sostegno della nostra manualità, confezioniamo ogni articolo curandone ogni dettaglio artigianalmente, e siamo capaci di rispondere alle esigenze di mercato di ogni tipologia di azienda, dalla piccola alla grande». Sorini, poi, indica i tratti distintivi dell’azienda. «Da una parte c’è la grande attenzione alla manifattura – dice la titolare della Bsc –, totalmente artigianale e fat-

La Bsc Astucci ha sede ad Arezzo www.bscastucci.com

ta a mano, dall’altra la cura nella scelta di determinati materiali: tutto ciò fa in modo di rendere l’articolo curato nei minimi particolari per una qualità inconfondibile. Forse è proprio questo il vero spirito che si cerca in una produzione made in Italy. Non a caso abbiamo la possibilità di avere da una parte fornitori italiani che ci danno la sicurezza di quello che acquistiamo e dall’altra abbiamo un laboratorio al passo con i tempi, con macchine e tecnologie studiate sul nostro lavoro. Questi fattori sono, comunque, collegati con l’esperienza e la professionalità di cui disponiamo che ci hanno permesso di perfezionarci, investendo molto su tutto ciò che è necessario per distinguersi nel mercato». ■ Renato Ferretti


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Oreficeria

L’innovazione industriale made in Italy

Masterix porta la sua esperienza professionale nell’automazione dedicata al settore orafo, per spiegare le ultime novità tecnologiche, capaci di performance e connettività sempre maggiori

a creatività e le grandi capacità artigianali sono tra i meriti che nel mondo ci vengono più spesso riconosciuti. Non c’è bisogno di dire quanto questo risulti importante per il nostro tessuto economico, ma forse c’è da ricordare che moda e design, dall’arredo all’abbigliamento, non vivono di sola forma o eccellenza della manifattura. Il made in Italy è una vera ricchezza solo se supportata da un’innovazione tecnologica in grado di affrontare i mercati internazionali in modo competitivo. Un esempio dell’innovazione tutta italiana che supporta le grandi firme del nostro paese, è la Masterix di Arezzo, che progetta e produce macchinari per la realizzazione di modelli in cera ad alta definizione, sia nel settore dell’oreficeria che in quello della moda. «La nostra è un’azienda giovane – dice Simone Marzoli, titolare dell’azienda aretina –, costituita nel 2012, che sta crescendo costantemente in tutto il mondo, grazie al supporto dei suoi partner. Grazie a loro, molte grandi firme dell’oreficeria e della moda hanno introdotto i macchinari della serie Masterinject all’interno delle loro aziende. Forti della conoscenza maturata nei vari settori dell’automazione industriale, dell’elettronica e dell’informatica, progettiamo e realizziamo prodotti che vanno a velocizzare, semplificare e ottimizzare i cicli produttivi aziendali. Utilizzando nuovi sistemi di iniezione, le cere prodotte garantiscono un’elevata qualità e costanza di peso tra un’iniezione e un'altra. Questa ripetibilità e precisione assoluta permettono l’elimina-

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La Masterix ha sede ad Arezzo www.masterix.it

zione degli scarti». Quali esempi può fare della vostra produzione? «Uno su tutti è l’iniettore totalmente automatico MI-03 destinato al settore orafo. Questo modello di iniettore si distingue dai tradizionali iniettori con sistema a nastro per la sua semplicità, compattezza, velocità e originalità. È l’ultimo modello di macchina automatica che abbiamo brevettato, unica nel suo genere. Le sue performance notevoli rispondono alla crisi dei tempi in cui siamo immersi: a causa dell’aumentare dei costi delle materie prime nel campo dei metalli preziosi, la richiesta dei clienti è andata verso macchinari sempre più efficienti, veloci, produttivi e semplici per l’operatore. La MI03 garantisce una diminuzione dei costi produttivi e un aumento della produzione». Quali sono gli altri vantaggi che più in generale le vostre macchine garantiscono? «I nostri macchinari di ultima generazione permettono anche una qualità maggiore dei prodotti realizzati, oltre a una migliore efficienza. Questo è possibile anche grazie a un rapporto di fiducia con il cliente. Ed è proprio merito della nostra continua innovazione, nonostante un mercato globale in calo negli ultimi anni, che siamo riusciti a mantenere un trend positivo. Dobbiamo essere fiduciosi e continuare a investire per migliorare i nostri prodotti portando l’eccellenza del made in Italy nel mondo». Quali categorie e settori industriali si rivolgono più frequentemente al vostro prodotto? «I nostri macchinari si ri-

volgono soprattutto al settore orafo, accessori moda e in parte occhialeria, oggettistica e modellismo, quindi tutto quello che riguarda il processo della microfusione a cera persa, tecnica introdotta nell’età del bronzo, che conobbe uno sviluppo sempre maggiore nei secoli successivi fino ai giorni nostri. Collaboriamo e lavoriamo con piccole figure artigiane fino ad aziende di dimensioni notevoli del lusso e della moda, italiane ed estere molto famose, conosciute in ogni parte del mondo». Quali sono i vostri mercati più importanti? Avete in progetto di ampliare il vostro raggio di azione? «Lavoriamo e commercializziamo i nostri prodotti in ogni parte del mondo, grazie alla collaborazione con i nostri rivenditori. Ma sicuramente, il mercato più importante in questo momento è quello

NUOVE ESIGENZE DI MERCATO

Con l’aumento dei costi delle materie prime, i macchinari devono essere più efficienti, veloci e semplici per l’operatore asiatico che in questi anni ha visto una crescita esponenziale. Non ci fermeremo qui e cercheremo di aumentare il raggio di azione per coprire maggiormente ogni aerea in modo da poter seguire i clienti nel mondo nel miglior modo possibile». ■ Remo Monreale

AUTOMATIZZAZIONE Simone Marzoli, titolare della Masterix Srl, si sofferma sugli scenari del prossimo futuro determinati dalle novità tecnologiche, su cui anche l’azienda aretina sta lavorando negli ultimi anni. «Come sappiamo – dice Marzoli – l’innovazione non si ferma mai e ultimamente la tecnologia ha fatto passi da gigante. Nell’immediato futuro vedremo macchine sempre più automatizzate dove il lavoro dell’operatore sarà minimo, con una maggiore connettività tra

loro e con la rete: in ogni momento potremmo avere e ricevere qualsiasi informazione, anche trovandoci dall’altra parte del mondo. In questo contesto il nostro ruolo non può che essere di leadership: le nostre macchine sono completamente progettate e costruite in Italia con prodotti italiani, garanzia di semplicità, precisione e affidabilità nel tempo. Lavoriamo con i migliori partner del mondo per garantire un servizio veloce e immediato ai nostri clienti».


Lusso & Mercati Pag. 15 • Maggio 2016

Fashion: evoluzione e continuità Creatività dei giovani talenti, sostenibilità e competitività del made in Italy sui mercati internazionali sono le chiavi su cui puntare per il futuro delle aziende della moda. Ne è convinto Mario Boselli l mondo della moda è da sempre in continuo cambiamento, la novità è che negli ultimi anni, e ancor di più negli ultimi mesi, si è accentuata la complessità del sistema e la velocizzazione delle sue evoluzioni. Basti pensare al dibattito sul tema della unificazione delle presentazioni delle collezioni uomo e donna e quello sul mantenimento dei sei mesi di distacco fra il “sell in” e il “sell out” o l’adozione del nuovo modello “see now - buy now”. «Ma gli interventi per migliorare il sistema rimangono quelli di sempre - come sottolinea il presidente onorario della Camera della moda italiana Mario Boselli - creatività, originalità, qualità dei prodotti, innovazione nella comunicazione, presentazione e distribuzione con un occhio attento alla competitività». In occasione della conferenza internazionale Fashion Futurum che si è tenuta qualche mese fa a Mosca ha lanciato un appello contro le sanzioni economiche imposte da Usa ed Europa. Può descriverci lo scenario e spiegarci quanto siano importanti i rapporti che legano il mercato sovietico a quello italiano? «Il mercato russo è stato per anni quello con il più importante trend di sviluppo, poi problemi vari indipendenti dalla nostra volontà: calo del prezzo del greggio, svalutazione del rublo hanno colpito l’economia russa e le nostre esportazioni. Quello che è assurdo è che poi noi abbiamo contribuito ad aggravare la situazione con le sanzioni economiche che sono state imposte dagli Usa, subite passivamente dall’Europa. È veramente molto triste constatare che noi europei anziché schierarci con la Russia e creare un’area europea forte in grado di competere con i due grandi macrosistemi Nafta (Usa - Canada) e Asian (Cina e Far East), abbiamo fatto il gioco degli Usa rimanendo così deboli nel contesto internazionale. Dovremmo avere almeno il coraggio di annullare al più presto le sanzioni che hanno fatto più male a noi che ad altri. Si deve considerare che i Russi hanno trovato delle alternative ai nostri prodotti - naturalmente non solo dell’area moda - e non è detto che torneranno a comperare da noi». Se le esportazioni italiane soffrono sui mercati sovietici quali altri Paesi continuano più ad apprezzare i nostri prodotti e quali quelli ancora poco sfruttati su cui puntare? «La Cina, altro grande mercato che nel recente passato ha avuto un trend im-

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portante di sviluppo, ha rallentato la corsa. Si sta per così dire “normalizzando” ma è, e soprattutto sarà, un mercato importantissimo. Tutti gli altri mercati cosiddetti “maturi” sono quelli tradizionali del made in Italy e vanno abbastanza bene, è il caso degli Usa, anche grazie all’effetto cambio euro/dollari. Vi sono poi tanti nuovi mercati minori ai quali prestare attenzione, dove i nostri bravi imprenditori sono già presenti e, anche se piccoli, cresceranno rapidamente». La 32 edizione Mercedes-Benz Fashion Week Russia ha puntato molto sui giovani. Guardando al nostro Paese invece quanto ritiene che siano valorizzate le nuove leve della moda italiane e come è possibile facilitare anche la nascita di nuove startup? «È vero, durante la 32 edizione della Mercedes-Benz Fashion Week di Mosca abbiamo visto molti giovani e questa è

Mario Boselli, presidente onorario Camera nazionale della moda italiana

una costante un pò di tutte le fashion week del mondo. Milano in particolare è molto attenta da anni al tema di aiutare una nuova generazione di creativi a dare continuità alla prima generazione del made in Italy. Nel passato iniziative come N.U.D.E, next generation e fashion incubator, hanno molto contribuito all’emergere di nuovi stilisti che ora a pieno titolo sono ben inseriti nel calendario di Milano Moda uomo e Milano Moda donna con i “grandi”. Il problema delle start-up è invece più complesso perché è difficile per le istituzioni finanziarie (fondi di investimento) intervenire in aziende con fatturati spes-

so inferiori ai 5 milioni di euro, ma qualcosa si sta muovendo: mi sto occupando di un progetto che spero possa contribuire a risolvere questo problema». La moda italiana è sempre più vicina al rispetto dell’ambiente lo dimostra l’introduzione delle “Linee guida sui requisiti eco-tossicologici per gli articoli di abbigliamento, pelletteria, calzature e accessori.” Quanto considera importante questo documento per il presente e il futuro delle aziende italiane? «Considero questa iniziativa, come altre del genere, importantissima anche perché il consumatore finale sta dimostrando una maggiore sensibilità a questi problemi. Io ho a suo tempo coniato per il prodotto della moda italiana il motto “il bello ben fatto”, ora dobbiamo integrarlo con il termine “sostenibile”, che si declina con ecologia e ambiente». Durante il Festival della Moda e foto di Hyeres le quattro principali camere della moda mondiale, per la prima volta si sono sedute allo stesso tavolo. Come ha accolto questo appuntamento “insolito” e quanto pensa sia fondamentale per la moda italiana scommettere su una strategia comune? «In verità fra le quattro fashion week internazionali fin dal 2000 ci si è sempre “parlati”, prova ne è che i calendari sono stati definiti con cadenze triennali fin dal 2011. L’appuntamento è stato insolito soprattutto per la location, Hyeres, molto gradevole». ■ Renata Gualtieri

LE NUOVE LEVE DELLA MODA

Milano è molto attenta da anni ad aiutare una nuova generazione di creativi a dare continuità alla prima generazione del made in Italy


Il futuro della moda «Lo stile italiano e il made in Italy hanno un appeal internazionale che non accenna ad arrestarsi». Il punto di Raffaello Napoleone na manifestazione fieristica, Pitti Uomo, che da anni agisce da cartina tornasole dell’andamento del settore moda, tra prospettive e nuove tendenze. Raffaello Napoleone, ad di Pitti Immagine, tira un bilancio del settore, lanciando lo sguardo al futuro. Alla luce dello scenario del 2015, quali sono le sue previsioni per l’andamento del comparto nel 2016? «Veniamo da un’edizione record di Pitti Immagine Uomo, sia in termini di partecipazioni di aziende, sia di affluenza di compratori e operatori del settore intervenuti al salone. C’è stata un’atmosfera di grande positività, che si è respirata negli stand e nelle facce di tutti protagonisti, e questo ci rende fiduciosi per la prossima stagione. Per quanto riguarda la moda uomo, nel primo semestre del 2016 il trend positivo sperimentato nel corso del 2015 dovrebbe accentuarsi, consentendo al settore di incrementarsi del +2,2 per cento. Se nel 2015, in termini di export, è mancata soprattutto la spinta proveniente dalle aree extra-Ue, per il 2016 ci auspichiamo un pronto ritorno di questi stessi mercati». Quali restano i punti critici sui quali intervenire per accrescere la competitività del comparto? «Credo che il sostegno che, da qualche stagione, sta arrivando al sistema della moda italiana da parte del ministero dello Sviluppo economico e da parte di Ice sia un fattore strategico, i cui frutti sono evidenti anche nei risultati registrati dai nostri saloni. Il Comitato della moda si inserisce su questo filone e sono convinto che darà il suo contributo nel sistematizzare ancora di più le risorse e creare risultati tangibili. La promozione delle nostre aziende sulla scena internazionale è un fattore sul quale continuare a investire

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Raffaello Napoleone, amministratore delegato di Pitti Immagine

con decisione. Accanto a questo, occorre sempre più puntare sui giovani e incentivare gli strumenti di valorizzazione e accompagnamento degli stilisti emergenti italiani, che sono il presente e il futuro del sistema moda su scala mondiale. E non da ultimo occorre puntare anche su istituzioni culturali e museali, realtà che valorizzino la cultura della moda e dello stile italiani, con progetti capaci di raccogliere grande risonanza mediatica e creare un alto ritorno di immagine. È così che si comunica con il mondo e si crea un volano promozionale per tutta l’industria della moda». Le previsioni per il 2016 sono favorevoli sul fronte delle esportazioni, nonostante la crisi russa e le turbolenze internazionali. Come sostenere in maniera ancora più efficace il processo di internazionalizzazione delle imprese? Su quali mercati, soprattutto emergenti, puntare? «È fondamentale incrementare operazioni promozionali mirate, da e verso i mercati in cui l’export ha margini di crescita per la moda italiana, creando occasioni di incontro tra le nostre aziende e i buyer internazionali. E, al tempo stesso, occasioni di comunicazione di immagine e cultura contemporanea. Lo stile italiano e il made in Italy hanno un appeal internazionale che non accenna ad arrestarsi, anzi tende a crescere e a rafforzarsi. I mercati emergenti sui cui puntare sono senza dubbio quelli del Far East: penso alla Corea in primis, con il suo sofisticato sistema di retail e la crescita di consumatori che apprezzano la moda di grande qualità; ma anche al Sud America e all’Africa, continente quest’ultimo con paesi e mercati in grande espansione, che sono certo nei prossimi anni catalizzeranno l’attenzione delle aziende della moda italiana». ■ FD


Lusso & Mercati Pag. 17 • Maggio 2016

Due secoli di storia Dalla sua nascita a oggi, l’alta moda ha vissuto profondi mutamenti, tra cui il confronto con il pret-à-porter, l’adeguamento ai mercati globali e la fast fashion. Che posto avrà nel futuro l’haute couture? Risponde Sofia Gnoli

Sofia Gnoli, giornalista, docente e storica della moda e del costume

on lo stilista inglese Charles Frederick Worth, a metà dell’Ottocento, nasce la figura del couturier che non si limita a operare sotto direttive altrui ma crea nuovi abiti e fa sfilare i modelli in anticipo rispetto alla stagione. Con Charles Frederick Worth nasce convenzionalmente l’haute couture francese. Sofia Gnoli, giornalista e storica della moda e del costume, docente all’Università La Sapienza di Roma, nel suo volume Moda. Dalla nascita della haute couture a oggi ritrae i grandi protagonisti degli ultimi due secoli di storia della moda e delinea i cambiamenti che ne contrassegnano le tappe fondamentali. Ma qual è stata l’evoluzione dell’alta moda? Gli anni Sessanta del Novecento assistono alla democratizzazione della griffe. «Sì, il diffondersi in maniera sempre più massiccia dell’industrializzazione porta a una progressiva democratizzazione dei beni di lusso, aprendo la strada al pret-à-porter. Mentre la moda francese continuava a rivolgersi a un’élite e si basava essenzialmente sull’haute couture, sul su misura, in Inghilterra e negli Stati Uniti si stava affermando il ready to wear, espressione coniata nel 1949 da Jean-Claude Weill con l’obiettivo di eliminare l'accezione negativa con cui fino ad allora era considerata la moda confezionata. Questa espressione si traduce nel francese pret-à-porter, nuovo concetto di moda che si diffonde anche in Francia e in Italia. Milano, città dell’industria, del design e delle sperimentazioni, è stata la sede del nascente prêt-à-porter nel nostro Paese. Tra le boutique d’avan-

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guardia nel capoluogo lombardo va ricordata quella di Elio Fiorucci. In Francia, Yves Saint Laurent fu uno dei primi fautori di questa tendenza con la linea pret-à-porter Rive gauche, che aveva prezzi più accessibili dei capi d’alta moda. Anche la rivoluzione giovanile e la Swinging London hanno determinato un cambio di rotta per la moda». Oggi made in Italy per molti è sinonimo di lusso. Quando inizia ad imporsi? «Tra gli anni Settanta e il decennio successivo, la moda italiana ha attraversato un periodo di profondo cambiamento, caratterizzato dal consolidarsi dei

rapporti tra industria e stilismo, industria e design. Sul palcoscenico internazionale si affermano la moda italiana e i suoi protagonisti, da Armani e Valentino, da Ferré a Versace. Lo stile italiano si connota di molteplici sfaccettature e tipi di formazione molto diversi. C’è Valentino, epigono della figura del couturier, la cui formazione è legata essenzialmente all’alta moda francese; c’è Armani che, all’opposto, ha avuto un background stilistico. O Versace che ha avuto al tempo stesso una formazione sartoriale, derivata dall’apprendistato nella sartoria materna, e un’esperienza stilistica, costruita prima di mettere in

piedi la sua casa di moda». Gli anni Ottanta si riappropriano delle tradizioni, del lusso e dell’eleganza. «Si riscoprono la pratica sartoriale e la creazione del capo esclusivo, fatto su misura, recuperando atmosfere che alludono alla haute couture degli anni Cinquanta. Tra i massimi rappresentanti di questa tendenza ci sono Christian Lacroix in Francia e in Italia Gianfranco Ferré che, da sempre legato al pret-à-porter, nel 1986 debuttò a Roma sulle passerelle dell’alta moda e, a partire dal 1989, venne nominato direttore artistico della maison Christian Dior». Nel corso degli anni Novanta la moda affronta la globalizzazione, mentre nel nuovo millennio il fenomeno del fast fashion rende più aleatorio il concetto di lusso, considerando la collaborazione di celebri stilisti con gruppi della fast fashion. L’haute couture sopravviverà? «I grandi marchi del lusso stanno oggi puntando sulla valorizzazione dell’artigianalità, sul recupero del know how delle maestranze e della manualità per rispondere al desiderio di unicità e individualità, che difficilmente verrà meno. Certo, l’haute couture per le maison serve in molti casi come vetrina promozionale e traino per la vendita di cosmetici e profumi, ma è anche spazio di sperimentazione e ricerca, dove si affermano il bello e ben fatto». ■ Francesca Druidi


Lusso & Mercati Maggio 2016 • Pag. 18

Fashion

Stile e responsabilità Di ogni quattro pelli finite esportate nel mondo, una è italiana. Un’eccellenza, quella della conceria italiana, valorizzata dal successo di Lineapelle. Un’analisi del settore è tracciata dal presidente Unic Gianni Russo industria della moda e del lusso deve molto al settore conciario italiano. «La conceria italiana è leader europeo con il 65 per cento della produzione e mondiale con il 18 per cento. La Spagna, secondo nostro competitor, rappresenta il 9 per cento e la Francia il 5. Questi numeri bastano a dare l’idea di quanto l’industria conciaria sia strategica per le aziende del lusso, ma in generale per tutta la filiera produttiva a valle dell’area pelle», ha commentato il Cavaliere del lavoro Gianni Russo, presidente Unic (Unione nazionale industria conciaria). Il 76 per cento del fatturato dell’industria, che si aggira sui 6 miliardi di euro annui, deriva dalle esportazioni in 120 Paesi. Le principali destinazioni restano l’Ue, la Cina e gli Stati Uniti. «L’attuale situazione economica è piuttosto complessa e non siamo in grado di fare previsioni, tanti sono i fattori di cambiamento e le dinamiche che vanno a incidere sul mercato. Resta la qualità delle nostre pelli, forti di un ineguagliabile valore sia funzionale che estetico, dal quale non si può prescindere per un prodotto che sia bello e ben fatto».

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UTILIZZATORI L’andamento della concia è strettamente legato a quello dei comparti di destinazione del prodotto. Per quanto riguarda la calzatura, la buona ripresa dei mesi finali permette ai produttori italiani di chiudere il fatturato 2015 con un piccolo avanzamento. Si registrano rialzi generalizzati nella media europea, esclusa la Germania.

Extra-Ue positivo per il Vietnam, negativo per la Cina. Sul fronte pelletteria, ultimi mesi in calo per gli italiani, comunque in attivo sul saldo annuale. Su quello dell’abbigliamento, trimestre e annata in flessione per i produttori italiani. La dinamica dell’arredamento imbottito è positiva; ottimistico è anche il quadro dell’automotive, con produzione e vendite 2015 in espansione, soprattutto in Ue e nord America. «Il settore degli interni in pelle sta acquisendo sempre più importanza - ha commentato Gianni Russo, presidente Unic -. Le previsioni parlano di una quota del 25 per cento della produzione che dovrebbe essere assorbita. È un prodotto completamente diverso da quello destinato al mondo della moda ed è nel comprensorio veneto che si concentrano le aziende attive in tale segmento». Il mercato ha chiuso il 2015 con un calo per quanto concerne i beni di lusso «Per alcuni brand questa situazione è andata avanti tutto l’anno, per altri si è verificata in autunno. Dobbiamo sperare in uno scatto d’orgoglio – ha affermato il numero uno di Unic – osservando con ottimismo previsioni e statistiche che dicono che nei prossimi anni, in particolare in Cina, ci saranno molti più milionari. Questo ci fa pensare che il lusso continuerà a funzionare». LINEAPELLE Si è tenuta dal 23 al 25 febbraio l’edizione 2016 di Lineapelle dedicata alle collezioni dell’estate 2017. La manifestazione ha coinvolto 110 Paesi visitatori con 43 nazioni espositrici, un giro d’affari di do-

manda e offerta complessivamente di 150 miliardi di dollari, un retroterra di 50mila imprese e 1 milione di addetti. Numeri in crescita per quanto riguarda gli espositori, soprattutto esteri, i buyer internazionali e le nuove aziende partecipanti. Il sistema fieristico Lineapelle (Milano, Anteprima, New York, Londra, Guangzhou) è la mostra per eccellenza di pellami e accessori made in Italy, a cui si affianca l’annuale Simac-Tanning Tech, contemporanea a Lineapelle, che costituisce l’appuntamento più importante a livello mondiale per l’innovazione tecnologica dedicata al settore calzaturiero, pellettiero e conciario. Il trasferimento della fiera nel capoluogo lombardo ha contribuito a rafforzare l’identità dell’evento. «Siamo a Milano dal settembre 2014, Milano è la città della moda e del design e la nostra manifestazione si è inserita in un circuito che ne valorizza il ruolo». La prossima edizione di Lineapelle si terrà in date posticipate di circa due settimane rispetto al passato. L’appuntamento è infatti fissato dal 20 al 22 settembre, anziché dal 7 al 9 del mese. Una decisione che va incontro alle esigenze degli espositori, e anche dei visitatori, di non anticipare l’evento nell’attuale scenario di mercato. PROSPETTIVE La lotta alla contraffazione, la sostenibilità ambientale e l’approvvigionamento delle materie prime restano temi caldi per la conceria italiana. Da 14 anni, il settore realizza il Rapporto di sostenibilità, dove vengono documentate le importanti performance raggiunte. «Il settore è impe-

Gianni Russo, presidente Unic

gnato in questi temi da sempre», sottolinea Gianni Russo. «Le nostre risposte alle istanze della sostenibilità, includendo ciclo, organizzazione, lavoro, rapporti sociali, comunicazione e garanzie certificate, hanno determinato incrementi degli investimenti e dei costi pari mediamente al 5 per cento del fatturato. Siamo proiettati nel futuro prossimo, come dimostra anche la ricerca di fonti di approvvigionamento credibili e corrette. Abbiamo attuato una grande svolta nel modo di fare mercato, dobbiamo sopravanzare la concorrenza, acquisendo consenso e nobilitare maggiormente l’imprenditoria, con un confronto continuo». ■ Francesca Druidi

L’INDUSTRIA CONCIARIA

Il 76 per cento del fatturato deriva dalle esportazioni in 120 Paesi. Le principali destinazioni restano l’Ue, la Cina e gli Stati Uniti


Lusso & Mercati Pag. 19 • Maggio 2016

Gianangeli, passione per la maglia artigianale Una storia antica, fatta di studio, lavoro e sacrificio. Un know-how cesellato nel tempo. I segreti di Gianangeli, la maglieria italiana conosciuta nei mercati internazionali l made in Italy non si inventa. Si costruisce lentamente, con passione storia e sacrificio. I frutti si raccolgono dopo anni e non ci si ritrova per caso propietari di un marchio simbolo della moda italiana. Parliamo di Gianangeli, azienda specializzata in maglieria di lusso con sede a Perugia, uno dei riferimenti storici del distretto tessile umbro. L’eccellenza non si raggiunge con una semplice dichiarazione di intenti inserita nel piano industriale. È un know how sapientemente cesellato nel tempo, sviluppato intorno al gusto artigianale del fatto a mano, tramandato secondo la tradizione, capace di innovarsi e allo stesso tempo anticipare le tendenze di mercato. Su questi principi Gianangeli ha costruito il suo programma oggi dedicato, oltre al marchio proprio, anche a brand del lusso mondiale.

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MATILDE CASHMERE Matilde è nata negli Stati Uniti d’America nel 1997 ad opera di una stilista emergente, come una nuova, giovane e colorata interpretazione del cashmere. Nel 1998 l’acquisizione da parte della Gianangeli. Matilde è il nome immaginario della perfetta cliente. La novità: una vestibilità più aderente sul corpo con un cashmere molto sottile. Il primo marchio ad offrire un connubio unico di femminilità e maglieria, creando un nuovo standard nel settore donna. Il fit Matilde 5171 è diventato il modello base per l’idea della silhouette del brand ed è ancora oggi il best seller. I modelli basici vengono proposti in circa quaranta o cinquanta varianti di colori, mentre la parte fashion è famosa per il gusto particolare nell’abbinamento cromatico. Attualmente la collezione è distribuita tramite lo showroom di Milano e attraverso agenti selezionati. I mercati principali sono l’Italia, il Giappone, la Russia e Taiwan.

Nel panorama internazionale Gianangeli è una delle aziende più versatili, le proprie maestranze possono partire da qualsiasi disegno o bozzetto, lavorare con i diversi filati e integrare nella maglia varie tipologie di materiali, come pelle, jersey e tessuti. La storia del marchio affonda le sue radici nel 1945. Il lavoro della fondatrice Maria Ezia Gianangeli è sempre stato prezioso, costante e preciso fin dall’inizio, quando ancora lavorava come faconista per il marchio Luisa Spagnoli, la più grande azienda di Perugia in quel periodo. Negli anni sessanta l’azienda cresce e nel 1969 la svolta: Giuseppe Gianangeli lancia finalmente il marchio omonimo nel mercato italiano. Di lì a poco Gianfranco Ferré, in quel momento ancora uno stilista emergente, diventa direttore creativo, dando inizio ad una collaborazione che durerà vari anni e che porterà l’azien-

40 mila Capi La capacità produttiva annuale di Gianangeli. Le previsioni sono di crescita

da ad essere presente nei mercati europeo ed asiatico. Senza dimenticare l’originario interesse per la maglieria che rimane il core-business della produzione, l’abilità di Gianangeli è stata quella di sviluppare al meglio l’industrializzazione della creatività: una capacità centrale ed essenziale per tutte le aziende di successo del Made in Italy, da quegli anni ad oggi. Negli anni ’80 vengono incrementati i marchi e viene lanciata nel mercato maschile la collezione Misteri del Cerchio tramite la collaborazione con lo stilista Maurizio Bonas. Ma i valori principali rimangono gli stessi: artigianalità, altissima qualità e attenzione ai dettagli. Proprio insistendo su queste caratteristiche, Gianangeli si attesta negli anni successivi come azienda leader e nel 1998 acquisisce Matilde, un marchio di cashmere americano nato negli Stati Uniti un paio d’anni prima, conosciuto per la capacità di applicare uno stile trendy e colorato alle produzioni in cashmere, materiale fino a quel momento ancora considerato classico e senza tempo. Lo spirito di esclusività di Matilde si sposa perfettamente con le capacità produttive della Gianangeli, dando inizio ad un periodo molto proficuo. Con questa acquisizione l’azienda si traGianangeli Srl ha sede a Ponte Valleceppi (PG) www.gianangeli.com www.matildecashmere.com

INDUSTRIALIZZARE LA CREATIVITÀ

Una capacità essenziale per tutte le aziende di successo del made in Italy sforma ed evolve il modello della struttura, per integrare il nuovo marchio e concentrarsi sulla qualità e su una distribuzione più esclusiva. Attualmente la capacità produttiva aziendale può raggiungere 30.000/40.000 capi per anno, con la previsione di incrementare la quota. Alcune fasi produttive vengono esternalizzate ad altre piccole aziende facenti parte del distretto di maglifici umbri rinomati per l’eccellenza e la qualità. L’azienda vanta tempi produttivi molto contenuti, l’organizzazione è flessibile e reattiva e tutte le fasi di produzione vengono effettuate all’interno, così come i controlli di qualità, differenziati in quattro fasi distinte. Solo in questo modo il marchio può garantire una produzione al 100 per cento Made in Italy, con l’attestazione ufficiale di garanzia TF (Traceability & Fashion). E soprattutto conservare anche nei grandi numeri quell’appeal artigianale, caratteristica storica del marchio. ■ Remo Monreale


Lusso & Mercati Maggio 2016 • Pag. 20

Fashion

Moda, arte e sfumature Paolo Mason anticipa le caratteristiche delle prossime collezioni primavera-estate e autunno-inverno 2016-2017 di Sfizio e Beatrice B. L’incontro con l’imprenditore padovano è stato anche un’occasione per capire con quali strategie affrontare l’attuale fase di incertezza del mercato fashion mondiale livello globale, l’andamento del mercato della moda si mostra altalenante. L’incertezza è determinata soprattutto dalla situazione politica, e dagli improvvisi rivolgimenti economici e sociali in atto. Questo quadro mina le strategie dei brand, ponendo punti interrogativi di fronte a ogni nuovo investimento e costringendo gli imprenditori a elaborare di continuo piani di riserva che possano accompagnare cambiamenti repentini. E con questo quadro si confronta quotidianamente Paolo Mason, amministratore di Plissè, azienda padovana che disegna e produce i marchi donna Sfizio e Beatrice B. «Ciò che noi facciamo è anticipare i trend, e lo facciamo mercato per mercato, con strategie mirate e dedicate. Ogni anno, oltre alla creatività ed eccellenza dei prodotti, mettiamo in cantiere diversi progetti di espansione per consolidare e sviluppare le competenze industriali e crescere. Per esempio, in Italia abbiamo avviato collaborazioni con clienti e ne-

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gozi shop in shop. Un’altra strategia, questa volta globale, è quella di ampliare la gamma dei prodotti. Così, accanto all’abbigliamento, adesso proponiamo anche accessori e calzature. Prevediamo che questa scelta si rivelerà vincente nell’arco di poche stagioni, dandoci nuovi profitti e soprattutto darà delle nuove opportunità ai nostri clienti, che si sentiranno più seguiti e parte integrante dell’azienda». LE PROSSIME COLLEZIONI A/I Tali novità in termini di prodotto si inseriscono nelle collezioni dei due marchi Plissè, ciascuno dedicato a una donna dal profilo ben definito. «Con Sfizio – spiega Mason –, vestiamo una donna dinamica e giovane, che vuole sentirsi sempre al di fuori di qualsiasi schema e che ogni giorno è a proprio agio con capi che non passano inosservati per eleganza. In particolare, la collezione Sfizio autunno-inverno 2016-17 (Day Life Fusion) rifletterà il senso ironico e l’anima positiva del brand. Rivolta a una


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donna dal fascino dinamico, spirito giovane e innovativo, l’inverno 2016 si animerà con una palette colori che spazia dal rosa poudre al grigio grog, dal classico black and ivory al camel, rallegrato da accenti di rosso rubino, che declina nei toni più caldi. Le stampe, sviluppate su varie basi di tessuto – dal viscosa crepe al tecnocadi, alla duchesse, al neoprene light –, sono personalizzate e uniche. Ognuno dei capi che abbiamo disegnato vive di una forte personalità e i dettagli non mancano: da una collezione di colletti bianchi ricamati con soggetti ironici al pizzo, dalle stampe ai ricami, fino ad arrivare a un vero e proprio progetto di bag, dove shopping bicolor, light star pochette glitter, mini tracolla e bauletto in saffiano con borchie gold si inseriscono e completano i modi della collezione». Anche per Beatrice B, brand studiato per la donna che apprezza l’innovazione e la ricercatezza dei dettagli, Mason anticipa le caratteristiche della collezione 2016-17. «Questo marchio, innanzitutto, nasce per incontrare il gusto di quelle donne che sanno apprezzare e cogliere la forte simbiosi esistente fra l’arte e la moda. Per la prossima collezione abbiamo esplorato e ci siamo ispirati agli artisti outsider del Novecento, reinterpretando il loro punto di vista e inserendolo nella moda attuale. Un esempio è l’eleganza e la raffinatezza sottile di Paul Klee, che dà vita ad abiti plissettati e gonne lunghe red carpet, che si incrociano con l’esplosione dei colori di Henry Matisse. Poi abbiamo inserito richiami al surrealismo, grafismi che conducono al futurismo con stampe jacquard New-camouflage, che ripropone un must have, modernizzandolo con linee più nette e decise. Per quanto riguarda gli abiti lunghi in viscosa e seta con stampa ramage abbiamo scelto i toni del blu oltreoceano, bordeaux e azzurro polveroso, capaci di esaltare la ricercatezza dei tessuti della collezione. A completare il mood della collezione, un nuovo accessories project: le B.bag, borse che si integrano con i diversi modelli nei vari corner». PRIMAVERA-ESTATE 2016 Se questa è l’anticipazione per la prossima stagione fredda, la collezione primaveraestate 2016 è già pronta per essere distribuita. «Le collezioni estive sono sempre caratterizzate dalla vivacità dei colori e dalle fantasie. Ciò che proporremo nel 2016 non farà eccezione: la palette di colori e le stampe geometriche danno un’identità ai capi, esaltandoli in una moltitudine di sfumature. Abbiamo disegnato modelli che daranno una ventata di allegria al prêt-à-porter della bella stagione, dando vita a quella creatività che caratterizza i nostri prodotti e che sta sempre più guadagnando posizioni all’interno delle più note boutique di tutto il mondo». NUOVE APERTURE E MERCATI Il primo gennaio di quest’anno, a Milano, Plissè ha inaugurato un nuovo showroom

IL GUSTO E LO STILE ITALIANO Dal 1988, con i propri brand Sfizio e Beatrice B, Plissè è presente nel mercato del total look femminile. Con una produzione rigorosamente made in Italy – dalla scelta dei tessuti utilizzati, alla creatività e passione sino all’intero ciclo –, le collezioni Plissè nascono nei modernissimi spazi operativi dello stabilimento di Piombino Dese, nel cuore del Nord Est, dove la creatività italiana si unisce al pragmatismo più autentico per realizzare una moda dal carattere inconfondibile. Ispirati a un’eleganza sobria e a linee dalla

straordinaria leggerezza, i capi Sfizio e Beatrice B si rivolgono a una donna raffinata, che apprezza la qualità e i dettagli nella scelta dei tessuti, nel design e nella manifattura. L’azienda produce attualmente oltre 500mila capi l’anno, distribuiti in circa 800 punti vendita su tutto il territorio nazionale. Plissè, inoltre, forte di una produzione di alta qualità esporta i suoi capi in Europa, Russia, Stati Uniti, Medio ed Estremo Oriente, contribuendo a fare grande nel mondo il gusto e lo stile italiano.

Paolo Mason, presidente e Morena Bragagnolo, stilista della Plissè Spa che ha sede a Piombino Dese (PD) - www.plissespa.it

ARTE E MODA

Per la prossima collezione Beatrice B ci siamo ispirati agli artisti outsider del Novecento di 450 metri quadri. «Milano è la capitale della moda ed esserci è per noi un’esigenza imperativa per lo sviluppo mondiale. Con questa struttura ci rivolgiamo soprattutto al mercato europeo (Germania, Balcani) e russo (che sta diventando il primo mercato per le nostre linee), dove contiamo di riuscire a incrementare gli ordini, dando ai nostri clienti un punto di riferimento e una location che li farà sentire a proprio agio durante il periodo degli acquisti delle nostre collezioni. Questa previsione si basa su quanto avvenuto dopo l’apertura della nostra filiale negli Stati Uniti, nel 2013, a Los Angeles (Plissè Usa Inc.). Oltre oceano, dopo l’iniziale fase di rodaggio, abbiamo iniziato ad avere bilanci in positivo e la crescita prevista per il 2016 porterà a dei risultati eccellenti, oltre che a seguire sempre più da

vicino la clientela. Per il resto del mondo, invece, abbiamo stretto da poco collaborazioni con diversi distributori, che nel breve periodo ci porteranno a un’espansione globale. In particolare, il mercato che mancava era quello mediorientale. Adesso, lavorando assieme a un distributore specializzato riusciremo entro tre stagioni a imporci anche lì, portando nelle migliori boutique i nostri brand – all’appena conclusa Who’s Next di Parigi abbiamo avuto i primi ordini con clienti di Libano, Dubai, Emirati Arabi e Cairo». RISULTATI 2015 Se abbiamo iniziato parlando delle criticità del mercato mondiale della moda, dopo aver passato in rassegna le strategie commerciali e le prossime novità di Plissè, è il

momento di sentire da Mason quali risultati hanno avuto finora le sue scelte. «Abbiamo chiuso il 2015 con un fatturato in crescita del 12 per cento circa. E se consideriamo gli ordini in consegna entro la primavera-estate 2016, possiamo già prevedere un incremento prudenziale e ulteriore del 20 per cento, portando l’azienda a superare i 20 milioni di fatturato a fine 2016. Questa forza economica ci permetterà di passare dagli attuali 850 punti vendita multimarca in Italia a 1.000, e di raggiungere 850 punti vendita all’estero (oggi 600). Anche per Plissè Usa, grazie alla continua crescita delle vendite e alla partecipazione a tutte le fiere (da New York a Las Vegas, da Dallas a San Francisco) prevediamo un incremento del 25 per cento del fatturato». ■ Elio Donato


Lusso & Mercati Maggio 2016 • Pag. 22

Fashion Annarita Pilotti, Presidente di Assocalzaturifici

Aumenta il valore del made in Italy Vendendo qualche paio in meno, ma a un prezzo più elevato. Così sui mercati esteri le calzature italiane superano l’empasse dello sbocco russo e la frenata di quello cinese. L’analisi di Annarita Pilotti

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i regge prevalentemente sui volumi di vendita e sul gradimento che riscuote presso la clientela estera il calzaturiero made in Italy, comparto strategico della manifattura nazionale che tuttavia ha chiuso l’ultimo anno con performance inferiori alle attese. A segnalarlo è il preconsuntivo 2015 presentato un paio di mesi fa al theMicam2016 da Assocalzaturifici. «Siamo stati penalizzati dall’export – spiega la presidente Annarita Pilotti - in calo di oltre il 4 per cento rispetto all’anno precedente. Nonostante ciò, la tenacia con cui le nostre aziende stanno affrontando le molteplici difficoltà sui mercati ci induce a essere fiduciosi per l’anno in corso». Dalla vostra indagine emerge che i consumi di calzature italiane all’estero sono in lieve calo, ma non in termini di valore. Che significa? «Ciò vuol dire che abbiamo venduto all’estero a un prezzo medio più elevato, superando gli 8,5 miliardi di euro su un totale di circa 205 milioni di paia esportate. Nel complesso la produzione di calzature è stata lo scorso anno di 191,2 milioni di paia, con un calo relativamente modesto del 2,9 er cento rispetto al 2014. Siamo infatti riusciti a contenere la flessione dei livelli produttivi malgrado i consumi asfittici registrati in Italia e in Europa, il crollo della domanda in Russia e nei Paesi del-

l’area Csi e la frenata del Far East». Verso quali mercati internazionali i flussi di vendita stanno invece generando i numeri migliori? «Anche in un anno problematico come il 2015, il nostro settore ha registrato un attivo della bilancia commerciale superiore ai 4 miliardi di euro. Note positive vengono dalla Svizzera, dove il nostro export è salito del 14,5 per cento in valore e del 3,1 per cento in quantità; dal Medio Oriente, su del 7,4 per cento; dagli Usa, in crescita rispettiva del 16,4 per cento e del 5,1 per cento. La flessione del 13,3 per cento in quantità nel Far East sconta gli effetti della recessione giapponese e del rallentamento della Cina, che perde il 4,5 per cento in volume, ma guadagna il 16 per cento in valore. Una frenata destinata peraltro ad accentuarsi, secondo gli imprenditori presenti sul

mercato cinese, raggiunti da una recente indagine di Assocalzaturifici. Hong Kong (+17 per cento in valore) e Sud Corea (+32,6 per cento) evidenziano invece performance decisamente premianti». Tra gli sbocchi commerciali più in sofferenza c’è quello russo. Eppure non smettete di presidiarlo anche partecipando a fiere come quella di Mosca. Sotto quali aspetti l’investimento in questo mercato resta vantaggioso? «Obuv’ Mir Kozi, la mostra internazionale della calzature e della pelletteria andata in scena all’Expocentre di Mosca dal 22 al 25 marzo scorso, rappresenta una delle più prestigiose vetrine internazionali e garantisce un’ottima visibilità alle aziende calzaturiere. Non presidiare un mercato che, soprattutto in alcuni distretti, resta strategico per tante Pmi del made in Italy calzaturiero pregiudicherebbe un posizionamento importante in tutto il segmento del medio e alto di gamma». Con quali “accortezze” va affrontato? «Continuando a investirvi con iniziative

di promozione e di supporto mirate. In questo senso, Assocalzaturifici sostiene le aziende associate con voucher per incentivarne la partecipazione alle manifestazioni fieristiche. Questi incentivi sono naturalmente in vigore non solo per l’area Csi ma per tutto il mondo e rappresentano per l’associazione un impegno importante, che chiediamo al Governo di potenziare, mantenendo attivi i programmi di finanziamento alla promozione del made in Italy». Nell’ultimo theMicam il tema del digitale e dell’e-commerce hanno avuto la ribalta. Quanto manca alla svolta digitale del mondo moda calzature? «C’è ancora tanta strada da fare, ma ci stiamo avvicinando. Sono convinta che la digitalizzazione non cambierà il comparto calzaturiero ma inciderà sull’approccio tra venditore e consumatore. La comunicazione multicanale e l’e-commerce rappresentano un’importante chiave per raggiungere un consumatore sempre più dinamico e interattivo». In che modo la sostenete come associazione? «Assocalzaturifici è sempre attenta a queste trasformazioni. Da dicembre scorso, infatti, offriamo alle aziende la possibilità di iscriversi gratuitamente a “We chat”, una nuova piattaforma digitale rivolta principalmente al mercato cinese. Si tratta di uno spazio virtuale dove raccogliere e mettere in connessione le iniziative dell’associazione, i trend, le novità del settore e i servizi dedicati alle aziende». Nelle scorse settimane lei ha richiesto un Tavolo con le Regioni per sviluppare iniziative di valorizzazione della calzatura made in Italy. Quali proposte intendete mettere sul tappeto? «Durante l’edizione di theMicam del febbraio scorso, ho proposto al governatore della Lombardia Roberto Maroni di realizzare un tavolo nazionale che raccordi le singole iniziative regionali a supporto delle aziende calzaturiere. Rappresentiamo un comparto di punta del made in Italy, con realtà produttive diffuse in tutto il Paese e un totale di 77 mila addetti, indotto escluso. I nostri imprenditori hanno bisogno del sostegno delle istituzioni, specie in questa fase di mercato così complessa. Ecco perché, soprattutto a livello locale, stiamo lavorando per realizzare un piano internazionale di rilancio del settore calzaturiero e per indire un bando di concorso rivolto alle aziende che investono in innovazione e nella realizzazione di campionari». ■ Giacomo Govoni

CALZATURIERO

Rappresenta un comparto di punta del made in Italy, con realtà produttive diffuse in tutto il Paese e un totale di 77 mila addetti, indotto escluso


Lusso & Mercati Pag. 23 • Maggio 2016

High-tech anti-contraffazione ell’anno di Expo, per il solo agroalimentare made in Italy, fra contraffatto e cosiddetto “italian sounding” (prodotti che si fingono italiani), a livello globale, è stato indicato un valore di 60 miliardi di euro (fonte: Ice Agenzia-Federalimentare). Tuttavia, trattandosi di stime, qualsiasi cifra rischia di essere solo la punta dell’iceberg. Oltre alle azioni repressive da parte degli organi competenti, quali sono le politiche che i marchi possono mettere in campo per contrastare il fenomeno? Una risposta è quella data dalla Security Brand Solutions, azienda grafi-

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ca, fornitore ufficiale di enti governativi nazionali e di multinazionali estere, che sviluppa e produce stampati ed etichette anticontraffazione di alto livello tecnologico, capaci di garantire l’autenticità di brand e prodotti. «Il contrasto alla contraffazione – dice l’amministratore Pietro Pagani – si fa con la tecnologia, però, di base, il detentore del marchio deve adottare una filosofia della sicurezza.

Questo significa avere una maggiore attenzione al valore del brand, a partire dal management. Al contrario, troppo spesso si corre ai ripari solo dopo la scoperta di casi di contraffazione. Ragionando in modo strategico, invece, si possono mettere in campo azioni mirate a monte, per esempio con elementi distintivi e tecnologicamente avanzati o anche attraverso la tracciabilità. Un esempio è la nuova soluzione che offriamo, chiavi in mano, per cui non chiediamo alcun investimento da parte del produttore, garantendo non solo la tracciabilità dei prodotti all’interno della filiera, ma anche la geo-localiz-

zazione dei propri prodotti/clienti, l’interazione diretta col produttore con lo scopo di garantire l’originalità e la fidelizzazione. Inoltre, la piattaforma online messa a disposizione è in grado di elaborare una quantità di informazioni e renderle disponibili e comprensibili in tempo reale. Rivolgendoci ai beni durevoli nel lusso, la formula vale per i prodotti di alta moda, così come per i gioielli».

© Matteo Montaldo

I sistemi più avanzati per il contrasto all’uso improprio dei marchi vanno affiancati da una filosofia della sicurezza, cioè una strategia mirata e un rapporto fiduciario fra tutti i coinvolti. Il punto di Pietro Pagani

La Security Brand Solutions ha sede a Bulgarograsso (Co) www.sbs-italy.it

Osserviamo da vicino gli strumenti che Security Brand Solutions propone. «Il nostro catalogo di soluzioni – spiega Pagani – include etichette adesive semplici e multipagina, stampate con diverse tecnologie (flexo, offset e serigrafia) e senza limiti di numero di colori o creatività. In più, produciamo sistemi specifici per le esigenze di tutela proprie di alcuni settori produttivi, come il farmaceutico (stripe), l’industria pesante e automotive (pannelli in policarbonato e sinottici). A ciò si aggiungono i cartellini con scratch off, i sigilli con elastico per la tutela della manipolazione e diverse tipologie di ologrammi (hard embossing, con incisione di microlettere, codici, loghi, in scala di grigio)». Una tecnologia particolarmente avanzata per l’abbigliamento è un tipo di ologramma sviluppato internamente da Security Brand Solutions. «Al suo interno – continua l’amministratore della Sbs – questo ologramma contiene codici, microcodici e può essere incapsulato in un film di poliuretano. In questo

FILOSOFIA DELLA SICUREZZA

Significa avere una maggiore attenzione al valore del brand, a partire dal management modo lo si può cucire in maniera indissolubile sui capi ed è l’unico tipo di ologramma resistente all’aggressione chimica». Questa, come le altre tecnologie Security Brand Solutions, viene interamente progettata in Italia. «Esclusa la materia prima – afferma Pagani –, le formulazioni, l’inchiostro e gli effetti sono pensati e vedono la luce in azienda. In più, per integrare nuovi sistemi e materiali nei processi di stampa e per personalizzare il prodotto secondo le esigenze del cliente, apportiamo spesso delle modifiche a bordo macchina. Questo ci rende un’azienda un po’ ibrida, ma è la nostra specificità, sostenuta dalla crea-

tività dei collaboratori che hanno un’età media di trent’anni e una solida esperienza in diversi ambiti della fisica e della chimica». Tornando all’assunto iniziale di Pagani – la filosofia della sicurezza –, non va poi dimenticata l’importanza di costruire un rapporto di fiducia e lealtà fra fornitori, clienti e consumatori finali. «Un atteggiamento diverso da parte di tutti favorirebbe anche gli organi preposti al controllo. Fatto ciò, quello delle tecnologie diventa un ruolo operativo, certamente di supporto all’attività di contrasto degli organi di pubblica sicurezza». ■ Emilio Macro

LA NUOVA PIATTAFORMA

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ietro Pagani, amministratore della Security Brand Solutions, entra nel dettaglio delle ultime novità all’interno dell’azienda comasca. «La piattaforma che mettiamo a disposizione – dice Pagani – registra data/ora, posizione, indirizzo IP. Ovviamente questo avviene previa autorizzazione, in tempo reale, mediante la lettura del QR Code sul Prodotto. Le informazioni

delle letture saranno disponibili in tempo reale dal Produttore mediante accesso autenticato sulla piattaforma web messa a disposizione da SBS. Qualora se ne rendesse necessario, è possibile recuperare i prodotti oggetto di furti o di attività illecite inseriti all’interno di una “Black-list” nel momento della lettura del QR Code effettuata da terze parti».■


Lusso & Mercati Pag. 25 • Maggio 2016

L’evoluzione dello stile Il design italiano si apre a una dimensione globale in cui qualità, estetica e funzionalità operano insieme per accontentare il mercato e migliorare la vita delle persone. Lo sguardo di Luciano Galimberti e forme del design made in Italy sono accomunate dall’obiettivo di trasmettere felicità. Partendo da questo presupposto, Luciano Galimberti, numero uno di Adi (Associazione per il design industriale), delinea alcuni orizzonti per il futuro del design italiano, che richiedono consapevolezza sui punti di forza e di debolezza del nostro sistema creativo e industriale. L’Adi, del resto, abbraccia il mutamento e reagisce a uno scenario contemporaneo complesso e in trasformazione. Dove sta andando il design italiano in termini di tendenze e capacità di sintesi tra industria e creatività? «Adi ha un osservatorio permanente sul territorio di analisi e selezione del design italiano, che compone ogni anno il bacino tra cui assegnare il premio Compasso d’oro. Un osservatorio che direi privilegiato, da cui si evidenzia il superamento di una tendenza stilistica unica e omologatrice; piuttosto emerge una comunanza di valori di riferimento che fanno la differenza tra il design made in Italy e quello del resto del mondo. L’elemento distintivo è la centralità dell’uomo, dei suoi bisogni e desideri, con un accento sulla ricerca della felicità». Il Compasso d’Oro è diventato internazionale. Un passaggio obbligato? «In un mondo globalizzato trovo sia indispensabile attivare ogni pratica per un confronto virtuoso. Non una gara o un atteggiamento paternalistico, quanto la necessità di mettere a disposizione competenze tecniche, ma soprattutto valori. Non a caso prima del lancio della versione internazionale, Adi ha adeguato il proprio design memorandum, con una versione 2.0». In che modo il design italiano sta affermando la propria unicità sui mercati stranieri? Con quali criticità e prospettive?

L

SOLARI

design by Bodin Hon

«I personalismi sono il grande limite dell’operare italiano, d’altro canto sono sempre stati un punto di eccellenza invidiabile. Difficile immaginare un’azione coordinata pianificata a largo raggio, vedo piuttosto un lavoro profondo e culturale sulla consapevolezza che il design italiano, per metodo e vocazione, tende a disegnare la vita; differenza fondamentale con lo style generalizzato che si limita a dare forma agli oggetti. Una differenza non da poco, che il mondo ancora ci invidia». Largo alle nuove generazioni, come afferma il progetto Design competition, che coinvolge Adi, volto a promuovere la collaborazione tra giovani designer e imprese nella realizzazione di nuovi prototipi al fine di diffondere la cultura del design nei processi di impresa. Quan-

to importante è favorire le nuove leve in Italia e fare sinergia con attori del sistema economico culturale? «Non ne farei tanto una questione di genere, quanto di metodo. Design competition è un progetto importante, che evidenzia una metodologia che ha radici profonde nel nostro modello di lavoro e mi riferisco a quello delle botteghe rinascimentali, dove non c’era separazione tra ricerca, sperimentazione, applicazione, giovani talenti e maestri. Dare voce ai giovani non garantisce risultati, ecco perché ai giovani talenti viene abbinato un tutor che accompagna il processo di dialogo e collaborazione con le imprese. È il processo virtuoso di dialogo e continuo adeguamento del progetto che sostiene il successo. Un gioco di squadra».

SHY design by Paolo Metaldi

Luciano Galimberti, presidente di Adi

Oltre al mobile e al prodotto, il design investe molti altri ambiti. Quale può essere il contributo del design alla collettività? «Il design ha da tempo affrontato la dimensione dei servizi, un allargamento che impone una riflessione sulla disciplina e sulla formazione. I campi d’azione del design crescono esponenzialmente e la classificazione che Adi fornisce lo testimonia, essendo in continuo incremento. Ma al di là di queste considerazioni, sono convinto che il design abbia una utilità collettiva importantissima rispetto a un atteggiamento di responsabilità per uno sviluppo responsabile e questo è comune a ogni ambito di azione». ■ Francesca Druidi

FOOD DESIGN E INTERNAZIONALIZZAZIONE Si è svolta nel 2015 la prima edizione della versione internazionale del Compasso d’oro, con la proclamazione dei vincitori tenutasi il 2 dicembre. L’autorevole riconoscimento ha esteso i criteri di selezione del miglior design oltre i confini nazionali. Nell’anno di Expo Milano, il Compasso d’Oro internazionale ha deciso di focalizzarsi non a caso sul mondo dell’alimentazione, scegliendo come tema Design for Food and Nutrition. «L’attenzione si concentra sulle capacità del design di migliorare e innovare prodotti e processi produttivi in ogni fase della filiera alimentare: dalla produzione alla vendita e al consumo del cibo, considerando anche il sistema dell’informazione e dell’educazione», ha spiegato il presidente di Adi Luciano Galimberti. Per la categoria Design dei processi di trasformazione, l’Adi Compasso d’oro International award è andato ex aequo a Double Door-in-Door Refrigerator di Lg Electronics e alla mezzaluna Shy di Viceversa. Il frigorifero a doppio

sportello, dove collocare gli alimenti in modalità differenziata rispetto alla frequenza d’uso, risponde all’esigenza di maggiore praticità e di riduzione del consumo energetico. La mezzaluna multiuso Shy, disegnata da Paolo Metaldi, migliora l’utilizzo dell’attrezzo grazie a manici snodabili e richiudibili che proteggono dalla lama e assecondano il movimento. Premiato anche il progetto del 2011 “Canna di fucile”, la trafila per la produzione di pasta realizzata dal designer Michele Cuomo per il pastificio F.lli Setaro. Attribuite anche 16 Menzioni d’onore, dalla Cucinoteca (spazio polifunzionale per la vendita) a soluzioni di packaging, digital storytelling, trattamento dei cibi e del sistema di cottura e surgelazione. La Targa Giovani internazionale ha sostenuto il progetto Solari, un apparecchio portatile per la cottura solare, di Bodin Hon dello Ied di Milano, che potrà contare sui 30mila euro di premio necessari ad avviare la produzione e la diffusione del suo lavoro.


Lusso & Mercati Maggio 2016 • Pag. 26

Design

La sublime virtù dell’Incoerenza Dal 1980 vive a New York, ma le sue opere sono nel mondo. Architetto e scultore dall’animo indipendente, da 55 anni Gaetano Pesce osserva, crea e disegna la realtà a…mente libera

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minente rappresentante di quel movimento culturale definito da Germano Celant “Radical design” e successivamente del “nuovo design italiano”, Gaetano Pesce è un artista solido in un tempo liquido. O «tempo elastico», come lui stesso lo definì in un Manifesto sull’architettura redatto in occasione di una sua mostra a Helsinki nel 1964. Un tempo di cui Pesce è ancora oggi uno degli interpreti più sorprendenti e anticonformisti nel linguaggio e nella scelta dei materiali, in continua ricerca di risposte ma, soprattutto, di domande. Nel 1996 lei allestì una retrospettiva chiamata “Les temps des questions”. Quali domande si poneva e a quali ha trovato risposta? «Ritengo che il nostro tempo continui a essere quello delle “domande”. Il nostro è il tempo liquido, i cui valori ricordano le onde del mare che salgono, scendono, spariscono e ritornano. All’epoca della presentazione di quel manifesto pensavo, e penso tutt’oggi, che la nostra mente non deve essere stan-

dardizzata ma liberata dalla coerenza ripetitiva. Nel frattempo ho trovato nuove direzioni per il mio lavoro ma che ancora non hanno ricevuto delle risposte definitive». Da grande maestro del design, di quale lezione ha sempre fatto tesoro e quale pensa di essere riuscito a trasmettere col suo stile creativo? «Ho sempre fatto tesoro di un insegnamento ricevuto dallo storico dell’arte, mio professore alla Scuola di architettura di Venezia, Bruno Zevi che mi ha trasmesso la voglia di guardare al futuro. Invece per quanto riguarda l’essere riuscito a trasmettere il mio lavoro, ritengo che dopo più di 55 anni di attività, vedo oggi dei giovani esprimersi attraverso la figurazione». L’iconica poltrona Up5 rappresenta il primo esempio di un prodotto inanimato portatore di un messaggio politico. Cosa c’era di rivoluzionario e come la ripenserebbe oggi? «La Up5 in effetti è il primo oggetto funzionale a contenuto politico. Purtroppo il suo significato di allora è valido tutt’oggi visto che la donna soffre ancora a causa dei

Gaetano Pesce, architetto designer e scultore

pregiudizi maschili. Senz’altro è un prodotto evolutivo che invita altri creatori, soprattutto i giovani, a esprimere con il loro lavoro la realtà nella quale operano. Esempio: se questa realtà è positiva, utile, non conservatrice, la loro espressione deve riflettere questo dato di fatto. Se invece si trovano a essere testimoni di fatti politici, filosofici e esistenziali negativi, con la loro attività, de-

vono darne testimonianza». Nella sua carriera ha sperimentato molti materiali. Quale le ha dato maggior appagamento? «Sin dall’inizio della mia lunga carriera ho preferito i materiali del mio tempo in alternativa a quelli tradizionali. Ad esempio, uso delle resine che hanno la trasparenza, la vivacità del colore e la lucentezza del miglior vetro di Murano, con l’importante differenza che gli oggetti con essa creati non sono fragili ma elastici, e se li si getta dalla finestra, saltellano per terra senza rompersi». Da oltre 30 anni lei vive a New York. Cosa ha aggiunto l’America al suo percorso professionale e cosa invece, le ha tolto? «Vivere a New York mi consente una vita facile perché è ancora una città di servizi disponibili per la maggior parte del giorno e della notte e è una città dove vivere non è complicato. Professionalmente, l’osservazione della vita nelle strade di New York con i suoi abitanti mi dice dove va il futuro e quali valori questo ci propone. Cosa mi ha tolto vivere a New York? Probabilmente la profondità dell’identità del mio Paese dove basta dire una parola per capire dove va il discorso e dove, a volte, a gesti si esprimono concetti che in altri paesi avrebbero bisogno di descrizioni laboriose». ■ Giacomo Govoni


Lusso & Mercati Pag. 27 • Maggio 2016

L’artigianalità a servizio del design Le realtà artigianali capaci di innovarsi rappresentano ancora il cuore dell’arredamento italiano, e permettono al settore di rimanere leader sul mercato internazionale. Il punto di Damiano Brighenti

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radizione e tecnologia, tecniche artigianali e nuovi strumenti di produzione. L’indotto del design e dell’arredamento italiano, che tanto dà al tessuto economico del Bel Paese, si confronta quotidianamente con l’innovazione da una parte e il blasone internazionale della nostra manifattura storica. La filosofia degli artigiani che continuano a lavorare

nell’ambito, forti delle tecniche tramandate di generazione in generazione, è proprio questa: non basta il know how acquisito e che richiede una cura e una professionalità coltivate in anni di preparazione ed esperienza sul campo. Bisogna andare oltre, perfezionando e migliorando con quanto di più efficace la tecnologia moderna offre, senza perdere quell’anima artigianale che è espressione stessa del marchio made in Italy. Un esempio di impresa impegnata a giocare questa partita è la veronese Brighenti F.lli Snc, nata come azienda di produzione in serie di mobili di complemento in stile classico e contemporaneo con l’obiettivo, afferma il titolare Damiano Brighenti «di soddisfare la richiesta da parte di ditte dai marchi italiani e tedeschi». Inizialmente la produzione era specializzata nell’arredo contract e si è sviluppata nel corso degli anni, per far fronte a un mercato sempre più esigente e internazionale, con pareti attrezzate e boiserie interpretando le esigenze stilistiche del singolo caso. «La ditta – continua Brighenti – non si limita alla sola produzione mobiliare ma è anche laboratorio di sviluppo di nuove metodologie, che uniscono alla tradizio-

OLTRE LA TRADIZIONE

Bisogna migliorarsi con quanto di più efficace la tecnologia moderna offre, senza perdere l’anima artigianale

Brighenti F.lli di Brighenti Vanni & C. Snc ha sede a Maccacari di Gazzo Veronese (VR) www.brighentiflli.it

ne del mobile in legno tecnologia all’avanguardia per dare vita a soluzioni uniche nel loro genere. In particolare, oltre ai macchinari di tradizione per la lavorazione lignea, usiamo fresatrici Cnc a 3, 4 assi rotativo e a 5 assi, programmate tramite modelli tridimensionali dei componenti da sviluppare. Inoltre, ci avvaliamo del Cnc al laser per taglio e incisioni di precisione». L’ufficio tecnico interno all’azienda fornisce supporto a progettisti in ciascuna delle fasi produttive. «I nostri tecnici specializzati – spiega Brighenti –, partendo da un primo studio di fattibilità del prodotto attraverso bozze di disegno, modelli cad 2D/3D (Rhinoceros) e campionature attraverso la stampa 3D, realizzano la modellazione tridimensionale dei prodotti, degli stampi e delle componenti simulando l’intero processo produttivo, al fine di individuare ed eliminare a priori le problematiche che potrebbero sorgere in fase di produzione. Il supporto progettuale garantito dai nostri tecnici nell’industrializzazione del prodotto consente di lavorare nell’ottica dell’ottimizzazione dei materiali e dei costi, nel rispetto dell'ambiente e nel mantenimento delle caratteristiche estetiche e di funzionalità richieste. Tutti i progetti vengono realizzati tramite programmi tridimensionali tra cui

UNA STORIA DI INNOVAZIONE Damiano Brighenti, titolare della Brighenti F.lli Snc, riassume le tappe principali della storia dell’azienda veronese. «L’impresa è nata nel 1976 come produttrice conto terzi di elementi per la costruzione di arredamenti. Dal 1982 sono subentrati i fratelli di mio padre formando così quella che oggi è la Brighenti F.lli. Durante gli anni della crisi del mobile d’arte, l’azienda ha deciso di ampliare gli orizzonti collaborando con architetti e designer. Questa scelta ci ha permesso di allargare la produzione a complementi d’arredo, oggettistica e mobili combinando il legno con altri materiali (metallo, vetro, plastica). La passione, la ricerca e la grande competenza guidano e ispirano l'attività. Da realtà artigianale, investendo costantemente in nuove tecnologie e aggiornamento dell'attrezzatura, l’azienda oggi può vantare la collaborazione con importanti brand italiani puntando sulla flessibilità e qualità della sua produzione».

Autocad e Rhinoceros che coadiuvano la produzione stessa e permettono la realizzazione di render fotorealistici e, recentemente, anche di stampe 3d dei prototipi di parti del progetto stesso. Le molte competenze acquisite nel tempo permettono di affrontare le diverse richieste stilistiche che variano dal mobile intagliato alla linea più moderna potendo così far fronte a clienti di nazionalità differenti». ■ Remo Monreale


Lusso & Mercati Maggio 2016 • Pag. 28

Design

E il bagno conobbe l’eleganza La sua importanza nel mondo del design non è certamente inferiore a quella di altre zone della casa. Eppure per anni il bagno non ha ricevuto la cura che meritava. Vittorio Bottacin spiega come il trend ora stia cambiando

È

uno degli spazi più importanti della casa, sicuramente rispecchia il proprietario nella sua intimità maggiore. Il bagno ha vissuto fasi alterne, durante i secoli, nel mondo dell’architettura e del design, che ora lo riscopre nel suo ruolo fondamentale dopo decenni di scarsa attenzione. Per capirne la centralità, bisogna partire dall’idea che proprio le scelte fatte per questa zona, in ogni abitazione, ci dicono tantissimo sulla personalità di chi lo vive. E per questo, nel 2009, Vittorio Bottacin e sua moglie Elena fondano la loro Ypsilon, con l’idea pionieristica di portare i moderni concetti di eleganza e stile nel bagno. «Dopo svariati anni di esperienza nell’arredo – dice Bottacin – abbiamo deciso di dare vita a questo progetto a Padova nel cuore del Veneto, luogo simbolo dell’arredamento italiano. Il bagno come zona dell’abitazione è stato per molti anni snobbato e, nonostante ora si stia riscoprendo, c’è ancora poca ricerca e sperimentazione: viene trattato direttamente dagli architetti per il singolo progetto, quindi c’è poca innovazione, se si toglie la rubinetteria o le vasche. Noi possiamo

dire di essere stati tra i primi a dedicargli tutta la cura che ha sempre meritato. Abbiamo cercato e creato uno stile nostro per questo ambiente fino a ridisegnarlo come un salotto». In cosa consiste l’importanza di questo punto della casa? «Una persona sceglie una casa sulla base dell’estetica che crede propria, e il bagno non fa certo eccezione. Inoltre, l’arredo più in generale riesce a incidere sul comportamento e lo stile di vita contemporaneo. Il bagno, in questo senso, è la prima stanza in cui andiamo al risveglio, quindi la sua bellezza, la sua comodità e l’impatto scelto per rappresentare la personalità di chi lo usa, hanno un peso psicologico non irrilevante. È facile, scontato, cercare di esaltare il soggiorno che tutti vedono. Non così banale, invece, è rendere elegante e personale la stanza meno visibile». Come descriverebbe la vostra attività a chi non vi conosce? «Noi progettiamo e realizziamo arredamento per il bagno per un segmento di mercato di alta gamma, creando prodotti dalla forte artigianalità, alta qualità ed eco sostenibilità, con materiali naturali.

Nella suggestiva location di una villa ottocentesca, ha sede Ypsilon con i suoi uffici e lo splendido showroom. Per le nostre collezioni, ci avvaliamo della collaborazione di affermati designer nel settore arredo bagno: Valerio Sommella, BB Associati e, non da ultimo, Sandro Meneghello e Marco Paolelli vincitori di importanti riconoscimenti internazionali».

In cosa consiste la qualità che cercate? «La qualità sta nei dettagli, nelle piccole cose, innanzitutto. Poi, un prodotto di arredo deve durare in un tempo calcolato in decenni, deve diventare classico, non vecchio. Per esempio, un divano o una poltrona della Poltrona Frau ha fatto dei pezzi che oggi sono entrati nella storia, non stancano mai. Mi rendo conto che tutto ciò ha a che fare più con l’arte che non con l’arredamento in sé: non c’è una regola da seguire, infatti, o una professionalità da acquisire che permetta di rendere un oggetto d’arredo un classico. Quindi, si può concludere che cerchiamo non semplici pezzi d’arredo ma opere d’arte, nate da intuizioni e messe poi a punto da grandi artigiani». E per quanto riguarda i materiali? Ci sono tendenze che avete fatto vostre? «Il nostro è un approccio originale, non seguiamo le mode ma al massimo tentiamo di imporle. Per esempio, siamo stati i primi a usare la pelle nell’arredo pensato per un bagno. Oggi, stiamo sperimentando molto con le combinazioni di vetro e marmo, e vorremmo iniziare a usare leghe come il carbonio, quindi molto leggere, che ci permetterebbero di creare mobili dal design ancora più ri-

Il Veneto e l’arredo Vittorio Bottacin, titolare di Ypsilon, si sofferma sul grande vantaggio che l’azienda padovana trova nel territorio in cui ha sede. «Il nostro territorio gioca un ruolo fondamentale perché è ricco di tradizioni artigianali e storia. Basti pensare che a pochi chilometri abbiamo una delle città più belle del mondo, Venezia, che è stata la porta d’Oriente per secoli: tante culture e stili si sono riversati nella Serenissima rendendola la meraviglia che è. Ma a parte l’“aria che respiriamo”, ci sono eccellenze concrete da cui attingiamo a piene mani. Nei pressi di Padova, per esempio, c’è il distretto delle borse e delle scarpe: le scarpe più rinomate al mondo sono realizzate sulla riviera del Brenta. Noi usiamo lo stesso pellame scelto da questi maestri indiscussi delle calzature, cioè il più costoso e pregiato che ci sia. E questo è solo un esempio».


Lusso & Mercati Pag. 29 • Maggio 2016

Vittorio Bottacin, titolare di Ypsilon, con sede a Padova www.ycollection.it

cercato. Finora, invece, tra gli altri abbiamo fatto uso di legni alleggeriti, con anime in alluminio o con meccanismi interni che permettessero un uso più facile del mobile». Data la natura del vostro target lavorate molto su misura. Nonostante questo, è possibile indicare un prodotto più conosciuto o indicativo della vostra produzione? «Forse il nostro articolo più conosciuto è “Vanity”, cioè il tavolo centro-stanza, da una parte boudoir e dall’altra lavabo. Volevamo ricreare un bagno centrostanza come nelle cucine, e posizionabile in qualsiasi punto della casa, secondo le diverse esigenze. Questo progetto è nato dalla creatività di Meneghello e Paolelli, due giovani e famosi designer di Milano, con cui lavoriamo spesso. Vanity

UNA ZONA SNOBBATA

Nonostante ora lo si stia riscoprendo, nel mondo del design c’è ancora poca ricerca e sperimentazione per il bagno

UNA STRUTTURA ANTICONFORMISTA

può essere realizzato con due materiali diversi, in livingtech (un derivato del corian) che permette di avere una superficie molto resistente, oppure in marmo con due pezzi distinti ricavati dallo stesso blocco». Molto spesso il made in Italy dell’arredamento prevede esportazioni in paesi dell’Est in cui sembra ancora molto di moda un carattere barocco, quasi kitsch. Eppure nelle vostre collezioni non c’è niente di tutto questo. «Esiste una differenza di stili che possiamo apprezzare su base geografica. Ciò che si compra in Italia non è neanche simile a quello che si usa in Cina, per esempio, ma neanche negli Usa. Evidentemente è una questione culturale: ogni zona ha caratteristiche diverse che la distinguono dalle altre. Le grandi aziende cercano di accontentare un po’ tutti per arrivare ai numeri necessari, ma per una realtà come la nostra questo non è neanche lontanamente concepibile. Noi non abbiamo esigenza di vendere grandi quantità ma solo il massimo della qualità: vogliamo porci come leader internazionali all’interno del segmento di alta gamma. Il nostro tentativo, finora riuscito, è mettere sopra ogni altra cosa la massima espressione dello stile e dell’eleganza italiani, apprezzati in tutto il mondo, come si sa. E poi, non sono più sicuro che la tendenza in Russia o in Cina, sia rimasta questa. I nostri clienti russi e cinesi, infatti, sono individui con grandi possibilità, che amano viaggiare e scoprire usanze, stili diversi: in altre parole, non si fermano al gusto tipico del paese in cui sono nati e cresciuti, ma han-

no maturato un’estetica dal respiro internazionale». Quindi avete clienti anche nella zona del Medio Oriente o in Russia? «Da tutto il mondo riceviamo richieste. Certo ci sono aree in cui siamo meno presenti, come nel mercato asiatico. Vendiamo a Hong Kong, particolarmente cosmopolita, e non a Shangai, molto meno aperta alle influenze esterne. Detto questo, però, bisogna precisare che si tratta di più di un trend di massa all’interno di singoli paesi. Ora, per esempio, il grande magnate russo non è più quello di una volta, affascinato da uno stile barocco, sfarzoso. Oggi è più o meno costretto a viaggiare, ad aprirsi a nuovi modi di intendere lo stile, dunque la tendenza si sta invertendo. E ciò si vede anche in altre zone come in Medio Oriente, in cui la cosa fondamentale un tempo era la dimostrazione evidente della ricchezza. Adesso, anche per loro, l’eleganza è più importante. In Europa troviamo i mercati in cui siamo più conosciuti, Inghilterra e Francia in particolare. Ma stiamo tentando di aprire due punti vendita in Usa, a Miami e New York e quindi puntiamo ad aprirci anche a quel mercato». ■ Renato Ferretti

Il fondatore di Ypsilon, Vittorio Bottacin, entra nel dettaglio dell’organizzazione interna all’azienda di Padova. «La nostra è una struttura molto giovane – dice Bottacin – mia moglie Elena ed io, siamo molto lontani dalla vecchia concezione aziendale, che prevede ognuno rigidamente al proprio posto, con il proprio ruolo. Dall’ultimo arrivato alla proprietà, abbiamo tutti un grande peso perché insieme riusciamo a creare un team efficiente: tutti insieme generiamo idee e le idee son la cosa più importante che abbiamo. Sempre seguendo questa filosofia, ora che ci siamo affermati nella zona bagno, abbiamo intenzione di andare oltre e di occuparci anche delle altre stanze della casa. In particolare, abbiamo in cantiere un prodotto di living e uno di cucina. Inoltre, siamo completamente fuori dalle logiche di fiera e associazioni che mettono insieme colleghi nel nostro ambito. Spesso si tratta di eventi meravigliosi, importantissimi e di gruppi che possono fare la differenza. Ma noi stiamo cercando di creare relazioni con pochi clienti selezionati, non puntiamo alla quantità, insomma, ma molto anche alle relazioni personali. Questo ci permette di investire di più in ricerca piuttosto che in comunicazione o fiere di settore. Un esempio di nostra comunicazione, potrebbe essere l’invito che riserviamo a un centinaio di clienti l’anno. Sono momenti in cui li ospitiamo facendogli visitare il nostro sito di produzione. Non c’è pubblicità migliore».


Lusso & Mercati Maggio 2016 • Pag. 30

Design

L’haute couture della pietra naturale Elite Stone veste gli interni di progetti residenziali, luxury hospitality e retail più esclusivi a livello internazionale, coniugando alla bellezza della natura l’ingegno della ricerca high tech più avanzata

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ietra emozionale che trasmette sensazioni di magnificenza, bellezza, lusso, regalando colore, luce e profondità agli ambienti più esclusivi. Da sempre l’uomo sceglie la pietra naturale per rivestire gli ambienti in cui vive della propria personalità, creando capolavori di bellezza irripetibile, opere uniche che parlino di lui. La pietra si trasforma, per inseguire le mode e i trend del luxury design, sperimentando nuove combinazioni rese possibili dall’innovazione tecnologica che, dinamica e sempre più oltre il limite dell’ordinaria concezione, segue e sostiene la vena artistica di designer sempre più creativi. Perché la perfezione “naturalmente imperfetta” del minerale allo stato grezzo, in questo settore, da sola non basta. Occorre che la pietra incontri la mano dell’artigiano che smussa, l’occhio futuristico del designer che immagina e la solida progettualità dell’architetto affinché possa divenire una soluzione di rivestimento e di arredo raffinata ed esclusiva. Nel mercato del lusso niente è lasciato al caso e quindi quest’incontro di professionalità e talento può essere tutto fuorché casuale: così nasce Elite Stone che progetta e produce l’intero progetto in pietra naturale ovunque nel mondo ci sia un sogno esclusivo da realizzare. L’azienda ha fatto del suo showroom in provincia di Verona una vera e propria boutique della pietra al servizio di progetti residenziali, alberghieri e di luxury retail internazionali. «La pietra per noi non ha più limiti in termini di applicazioni e look – sottolinea Tetyana Kovalenko, Ceo di Elite Stone – trasformandosi nelle texture più ricercate e sorprendendoci perché la si trova dove e come non si penserebbe possibile, con funzionalità ed effetti scenici sempre nuovi». Qual è la chiave della vostra identità aziendale? «Sicuramente la produzione dell’unico e dell’esclusivo attraverso l’incessante ricerca dei materiali più ricercati, degli esotici più preziosi e pregiati che selezioniamo da sempre fra le produzioni delle migliori cave di tutto il mondo. Un team di esperti della pietra, rappresentato dal nostro reparto commerciale, insieme alla raffinata esperienza e professionalità del nostro dipartimento tecnico di progetto, uniti alla maestria dei nostri artigiani, ci ha permesso negli anni

davvero unico e completo. Il cliente seleziona con il nostro team la propria palette di materiali che viene declinata in rivestimenti e prodotti di design contemporaneo. Il nostro approccio è all’insegna di un design iconico. Elite Stone è uno Stone fashion brand che interpreta i trend in evoluzione del design contemporaneo». Quali sono i vostri mercati di riferimento? «Operiamo ovunque nel mondo si desideri realizzare progetti esclusivi in pietra naturale. Londra, Miami, New York, Mosca, San Pietroburgo, Cannes, Nizza, Dubai, Canberra e Rio de Janiero sono solo alcuni dei luoghi dove Elite Stone ha posto la sua firma realizzando progetti di massimo pregio». ■ Alessia Cotroneo Tetyana Kovalenko, CEO di Elite Stone,

I MARMI

con sede a Volargne di Dolcé (VR) www.elitestone.it - info@elitestone.it

RISPLENDONO A LED ultima frontiera dell’innovazione in materia di Stone Design è E-LIGHT come spiega Tetyana Kovalenko, Ceo di Elite Stone: «La nostra risposta alle nuove istanze creative dell’architettura e dell’interior design contemporaneo è frutto di oltre dieci anni di ricerca e sperimentazione nell’ambito della pietra alleggerita e della retro-illuminazione. E-LIGHT pietra naturale super sottile è realizzata con la nostra esclusiva tecnologia protetta da brevetto industriale. Con uno spessore variabile tra i 3 e 4 mm, il marmo viene trasformato, diventando trasparente e traslucente come l’onice, quindi perfetto per la creazione di lussuose ambientazioni. Il risultato consiste nel mantenere l’effetto materico della pietra moltiplicandone però a dismisura gli effetti scenici e offrendo inconsueta luminosità e leggerezza». ■

L’

di essere perfomer di assoluto high end in progetti internazionali di massimo livello: boutique hotels, ville e appartamenti di lusso, progetti di luxury retail per i quali abbiamo fornito l’intero progetto in pietra naturale. Elite Stone è anche home interior collection: abbiamo realizzato una collezione di arredi in pietra dal design unico altamente customizzato, una linea di arredi e complementi di alta sartoria che arricchisce il mobile della suggestione materica sprigionata dalla bellezza irripetibile e unica della pietra, creando ambienti di raffinata eleganza, accattivante design e sorprendente funzionalità». Che ruolo ha il made in Italy nel campo delle pietre pregiate per il design d’interni? «Made in Italy è sinonimo di boutique del design, di produzione sartoriale di rivestimenti per pareti e pavimenti, di arredi e

STILE ITALIANO

Tutte le nostre produzioni sono realizzate nel nostro Paese e riflettono l’eccellenza del made in Italy

complementi in pietra realizzati nell’atelier del lusso contemporaneo di Elite Stone. L’identità di tutti i nostri prodotti è al cento per cento made in Italy, impronta dello stile più raffinato. Le nostre produzioni sono interamente concepite, sviluppate e prodotte in Italia». Quali sono gli elementi che determinano il vostro stile e lo rendono immediatamente riconoscibile? «Ogni singolo progetto significa per noi ricerca della perfezione. Il nostro team di professionisti accompagna il cliente dalla prima fase del progetto inteso quale ideazione del concept di design, lungo il suo sviluppo, fino alla sua realizzazione finale, occupandosi anche dell’installazione, in sinergia con il nostro team di posatori altamente specializzato, di tutto il materiale tagliato a misura ovunque si trovi il sito del progetto nel mondo. La qualità del nostro prodotto è il risultato dell’incessante ricerca e del costante sviluppo e investimento che da sempre abbiamo operato in merito all’utilizzo delle tecnologie e dei macchinari più all’avanguardia che, uniti alla nostra professionalità e conoscenza della pietra, ci permettono di offrire al cliente un servizio


Il fascino discreto della leggerezza Industrial designer tra i più influenti della scena internazionale, Alberto Meda ha fatto della flessibilità, della semplicità e dell’innovazione i cardini della sua ricerca progettuale

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ispondere alla complessità dell’esistenza con soluzioni che non solo la semplificano, ma la rendono migliore, mettendo al contempo a punto modalità costruttive sempre nuove, frutto di un percorso stimolante. È il modus operandi di Alberto Meda, ingegnere meccanico felicemente convertito al design, progettista per grandi aziende e quattro volte vincitore del Compasso d’Oro. Quanto ha contribuito la formazione di ingegnere meccanico nella sua attività di designer? «È un imprinting che difficilmente non lascia segni. Gli studi mi hanno portato a prestare attenzione agli sviluppi di materiali e tecnologie innovative, così come mi hanno preparato allo studio dei processi produttivi e al calcolo delle strutture, tutte discipline dove è poco presente la problematica estetica. La mia formazione di ingegnere è stata importante, ma si è rivelata anche un vincolo che mi ha costretto a compiere un percorso tormentato per arrivare a capire quale era la mia attitudine. Ho progressivamente capito che potevo svestire, ma non del tutto, i panni dell’ingegnere per assumere quelli del progettista». Qual è stato il punto di svolta? «Ho lavorato sette anni in Kartell come direttore tecnico ed è stata una vera palestra perché ho fatto esperienze diverse, ma soprattutto perché mi ha consentito di respirare “la cultura del progetto”, essendo l’azienda frequentata da architetti del calibro di Castiglioni, Magistretti, Zanuso, Sapper. Avevo l’incarico di sviluppare costruttivamente i loro progetti. Questi incontri costituirono un germoglio che fece crescere in me la decisione di iniziare a lavorare da solo e intraprendere all’inizio una

Alberto Meda, ingegnere e designer

professione a metà strada tra l’ingegnere e il progettista: la chiamai “ingegneria del prodotto”. Un’altra esperienza significativa, durata quattro anni, fu la consulenza per Alfa Romeo, dove misi a frutto il know how delle materie plastiche maturato in Kartell. A un certo punto presi coraggio e provai a fare il consulente di me stesso. Misi a punto la lampada Jack, che l’azienda Luceplan decise di mettere in produzione». È stato il suo primo progetto? «Sì, il mio primo progetto risolto dal punto di vista costruttivo ma anche estetico. Così nacque anche la relazione con il mondo della luce. La lampada è un utensile sofisticato, con una forte potenzialità estetica e io volevo, senza perdere la mia “faccia” di ingegnere, misurarmi con le problematiche estetiche. Mi sembrava particolarmente adatta, perché la sua estetica è fortemente legata a un’idea costruttiva originale e non a un’idea formale predeterminata, non è un’estetica riferita soltanto alla forma, ma anche al “modo” del suo funzionamento. Disegnare lampade è stato il mio primo esercizio per capire cosa succede quando si mette “in forma” un’idea. Ho imparato che l’immaterialità della luce poteva diventare un paradigma di riferimento e un’idea guida, “responsabile” degli aspetti formali. Perché immaterialità significa leggerezza». Quale deve essere, per lei, la funzione primaria del design? «Il compito del progettista è quello di rendersi conto che esistono bisogni e desideri. Rispetto a questi, la sfida è trovare soluzioni che contengano idee innovative rispetto all’esistente. Ho imparato che una soluzione costruttiva elegante è favorita dai materiali e dalle tecnologie contemporanee, frutto della ricerca scientifica applicata, con le quali sono possibili la riduzione delle parti componenti, la miniaturizzazione degli organi di funzionamento e di controllo e l’integrazione delle funzioni che corrisponde all’idea organica di far svolgere più funzioni allo stesso pezzo, semplificando la relazione tra le parti. Non voglio enfatizzare la tecnologia perché non è un fine, è solo un mezzo per realizzare cose semplici con una immagine “quasi organica”. La tecnologia non va esibita, va “addomesticata” all’interno di oggetti che hanno un rapporto il più possibile semplice con l’uomo, rifiutando la concezione dell’oggetto industriale ‘determinato’ dalla tecnologia, indipendentemente dai bisogni umani, e da razionalità comunicativa». ■ F.D.


Lusso & Mercati Maggio 2016 • Pag. 32

Design

Nella magia del vetro I maestri veneti custodi dell’antica arte e le sfide del mercato moderno. Daniele Bagnara ci accompagna alla scoperta di una delle eccellenze made in Italy più rinomate nel mondo, e dei suoi segreti

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n processo di lavorazione unico nel suo genere, uno dei massimi esempi di esclusività targata made in Italy. I maestri del vetro veneti continuano a custodire una delle tradizioni artigianali italiane più famose e apprezzate nel mondo, lavorando manualmente ogni pezzo. Solo così si può ottenere l’eccellenza per cui il vetro realizzato qui è conosciuto. Ma preservare quest’arte antica seguendo i segreti dei suoi processi tramandati di generazione in generazione, non basta a rendere un’azienda competitiva nel contesto del mercato internazionale in cui si inserisce. Un esempio di questo tipo di produzione e ciò che questa implica, sta nell’esperienza imprenditoriale e professionale di Daniele Bagnara, titolare di Vetrart. «La ditta è una soffieria fondata a Bassano del Grappa nel 1990 – premette Bagnara – all’interno della quale viene tramandata l’antica tradizione della lavorazione del vetro. Grazie a uno staff produttivo composto esclusivamente da maestri artigiani veneti, l’azienda si è affermata sempre più nel mercato europeo e globale. Nata come produttrice di articoli da regalo e complementi d’arredo di alta qualità, si è sviluppata già da diversi anni, seguendo le richieste di mercato, design e innovazione nel settore dell’illuminazione. L’azienda partecipa a numerose fiere, in Italia e all’estero, dove viene apprezzata la qualità e l’originalità del prodotto. Non bisogna essere produttori di lusso, ma di qualità. E chi acquista questa qualità, assapora il lusso fino in fondo». Qual è il processo che porta alle piccole opere d’arte che realizzate? «Prima di tutto bisogna considerare che i nostri maestri realizzano tutto completamente a mano e curano nei minimi dettagli la rifinitura del prodotto, motivo per

CHE COS’È IL LUSSO

Daniele Bagnara, titolare di Vetrart, con sede a Bassano del Grappa (VI) www.vetrart.com

cui Vetrart si differenzia dai competitor. Gli articoli, poi, sono realizzati in vetro Pirex, un vetro particolarmente resistente nonostante la sua leggerezza. La lavorazione del vetro soffiato realizzata da Vetrart è un processo alquanto particolare e originale. Partendo da una fiala, i nostri maestri riscaldano il vetro che diventa elastico, lavorandolo a mano e soffiandolo a bocca. Viene successivamente messo in forno prima e dopo la colorazione. Infine vie-

ne decorato con fiocchi e nastri, coroncine o spille per rendere gli oggetti ancora più brillanti». Quali sono le caratteristiche principali che distinguono il vostro vetro e in quale direzione si stanno evolvendo le richieste dei clienti negli ultimi anni? «Il nostro prodotto si distingue dal Vetro di Murano, per il quale viene spesso scambiato, per svariate caratteristiche di lavorazione e del prodotto. In particolare, leggerezza e trasparenza rendono il vetro Pirex di Vetrart un elemento malleabile, per un prodotto eccellente e pregiato. Negli ultimi anni le esigenze della clientela si sono rivolte sempre più verso l’utilità e l’esclusività dei prodotti di design, realizzabili data la versatilità del nostro vetro e al contempo dell’azienda stessa, sempre pronta ad accogliere le richieste dei clienti più esigenti». Quanto investite in ricerca e sviluppo? Su quali progetti state lavorando in questo momento? «Al momento stiamo investendo molto nel campo dell’illuminazione sviluppando e seguendo il nostro mood “we can, you can”

Bisogna essere produttori di qualità. E chi acquista questa qualità assapora il lusso fino in fondo in materiali, colori, design e innovazione. Non possiamo scendere nel dettaglio, per ovvi motivi. Basti solo sapere che i risultati saranno stupefacenti». Nel dettaglio su quali elementi di design principali puntate per la riconoscibilità del vostro stile? «Il nostro punto di forza sta nella semplicità, la cura dei dettagli, l’utilizzo dei migliori prodotti presenti in commercio che ci permettono, con l’ausilio del nostro staff altamente qualificato, di immettere nel mercato un prodotto di altissima qualità, certificato al cento per cento made in Italy». Quali categorie di clienti si rivolgono più frequentemente a voi? «La clientela è in continua evoluzione ma le maggiori collaborazioni sono rivolte a studi di architettura, designer, distributori curando inoltre tutto quello che viene definito wedding world arrivando in qualche caso a una collaborazione diretta con il cliente privato che predilige una cura particolare». ■ Elena Ricci

Il fattore export Daniele Bagnara, titolare della Vetrart, si sofferma sulla capacità di internazionalizzazione dell’azienda vicentina. «Siamo nati come azienda di complemento d’arredo – dice Bagnara – e spingiamo sempre più per incrementare la nostra rete vendita allargando i nostri orizzonti. Questa rete, creata negli anni in tutto il mondo, ci permette di spaziare in quasi tutti i continenti, concentrandoci principalmente in Europa dell’Est, Medio Oriente, America e paesi asiatici. Tutto ciò è frutto di investimenti fatti nel tempo e manifestazioni fieristiche nelle principali capitali mondiali. Saremo a breve presenti presso Homi New York dal 14 al 17 maggio, seguirà un'altra importante esposizione presso Index di Dubai dal 23 al 26 maggio».


Lusso & Mercati Pag. 33 • Maggio 2016

Il vento torna a favore I dati registrati da novembre dell’anno scorso a febbraio di quest’anno dicono che il settore si è rimesso a correre. Anche grazie all’effetto generato dall’ultimo Salone di Genova itrova dinamismo l’industria nautica italiana, in uscita da un 2015 segnato da una variazione del fatturato globale pari al 12 per cento rispetto all’anno precedente. Lo riferisce l’elaborazione dell’indagine semestrale di mercato realizzata dall’Ufficio studi di Ucina, che ritocca in positivo le previsioni diffuse in occasione dell’ultimo Salone nautico di Genova. Guardando ai singoli settori merceologici, incoraggia la traiettoria favorevole disegnata dal

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segmento dei motori, in rialzo del 13 per cento, e dal comparto accessori e componenti che migliora del 7 per cento. «Sulla base delle indicazioni relative a vendite e ordini registrati dalle imprese nella prima parte dell’anno nautico in corso – osserva Carla Demaria, presidente di Ucina Confindustria nautica - possiamo confermare l’andamento positivo per l’industria nautica in Italia con una crescita prevista tra il 5 e il 10 per cento. Nonostante un rallentamento del mercato nei primi mesi del

2016, la stagione primaverile si apre con buone prospettive». Un rallentamento che tuttavia non ha neppure sfiorato la cantieristica, protagonista nel primo bimestre di quest’anno di un exploit di contratti stipulati, in aumento del 135 per cento in termini numerici e addirittura del 350 per cento come valore di fatturato. A fotografare tale dinamica è il report diffuso da Assilea, associazione nazionale del leasing, che sottolinea come questa impennata faccia seguito all’incremento del 35 per cento in valore (superiore ai 20 milioni di euro) già registrato nell’ultimo bimestre del 2015. A dimostrazione del grande effetto volano esercitato dalla scorsa edizione del Salone nautico di Genova. «Nei quattro mesi successivi al Salone – rimarca Demaria - sono stati stipulati contratti di leasing nautico italiano per poco meno di 50 milioni di

Carla Demaria, presidente di Ucina Confindustria nautica

euro. Un risultato del mercato che riflette anche il mutato atteggiamento della politica, letteralmente ribaltato dopo le scelte penalizzanti per il settore effettuate in passato, e alcuni interventi normativi. In entrambi i casi, frutto dell’incessante attività di Ucina dell’ultimo triennio». ■ Giacomo Govoni

INDUSTRIA NAUTICA

Sulla base delle indicazioni relative a vendite e ordini registrati dalle imprese nella prima parte dell’anno si può confermare l’andamento positivo per l’industria nautica in Italia con una crescita prevista tra il 5 e il 10 per cento

SALONI DELLA NAUTICA IN CALENDARIO MAGGIO

AGOSTO

19-22 Korea International Boat Show 27-29 Hanseboot Ancora Boat Show 2-5 Volga Boat Show

4-7 Wind and water on water boat show Gdynia 26-28 Open Yards at Orust 30-4 settembre HISWA Te Water

GIUGNO 16-19 Progressive Insurance San Diego International Boat Show 17-20 Melbourne Boat Show 21-23 Electric & Hibrid MarineWorld Expo Amsterdam

LUGLIO 28-1 agosto Sydney International Boat Show 30-31 Indonesia Yacht Show 2016

SETTEMBRE 1-4 Bater I Sjoen 2-4 Alla t sea in Gustavsberg 6-11 Cannes Yachting Festival 15-18 Newport International Boat Show 16-25 Southampton Boat Show 17-25 Interboot

20-25 Genova International Boat Show   22-25 Norwalk Boat Show 28-1 ottobre Monaco Yacht Show 28-3 ottobre Grand Pavois La Rochelle International In-water boat show 29-1 ottobre Atlantic City in water Power Boat Show 29-2 ottobre Auckland on water boat show    

OTTOBRE 4-9 Istanbul Boat Show 11-13 Marine Maintenance World Expo 2016 12-16 Barcelona Int. Boat Show

13-16 United States Powerboat Show 20-23 Biograd Boat Show 25-29 Qatar International Boat Show      29-6 novembre Hanseboot – 57th International Boat Show

NOVEMBRE 11-13 Boatshow Poland 1-6 Sao Paulo Boat Show

3-7 Fort Lauderdale Int. Boat Show 7-9 Macau International Import&Export Yacht Show 7-11 Xiamen Int. Boat Show    15-17 Marine Equipment Trade Show

DICEMBRE 3-6 International Boat Show and Festival 3-11 Salon Nautique International de Paris


Lusso & Mercati Maggio 2016 • Pag. 34

Nautica NEL SEGNO DELLA TRADIZIONE Nello storico cantiere nautico Francesco Crosera si preserva il sapere artigiano nella progettazione delle imbarcazioni. Ne parliamo con Francesco Crosera er costruire una barca ci vuole pazienza, attenzione ai dettagli e un know how che fonde tradizione e innovazione, l’antica sapienza dei maestri d’ascia e i materiali più innovativi al servizio delle esigenze della navigazione. In Italia per scoprire cantieri nautici in grado di costruire piccoli gioielli, non è solo al mare che si deve guardare. Basta spostare lo sguardo alle rive dei fiumi e alle lagune, dove lo sciabordio delle acque è lento e le tecniche di costruzione si tramandano di generazione in generazione, per scoprire veri e propri talenti artigiani. Come quello del cantiere nautico Francesco Crosera, una realtà storica in Italia, nata all’inizio del secolo scorso sulle rive del Piave prima di trasferirsi, negli anni Trenta, sul Canale Silone a Venezia. «Il cantiere è il retaggio di 160 anni di storia familiare – racconta il proprietario Francesco Crosera – ma anche un’eccellenza da difendere. Da cinque generazioni continuiamo a credere nelle grandi maestranze e lavoriamo per trasmettere l’amore verso un mestiere antico come quello del maestro d’ascia, preservarne la memoria, offrire alle giovani leve chance in un settore in cui la mano d’opera va ormai perdendosi». Il cantiere Crosera si è adattato alle evoluzioni del mercato nautico, facendo della tradizione e dell’innovazione la strategia vincente, senza mai

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Libertà di navigare Cesare Casarola presenta il nuovo Riva 100’ Corsaro, l’ultimo maxi yacht nato nel solco della lunga collaborazione con Riva

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mmaginate le onde, una distesa d’acqua fino all’orizzonte. Immaginate la velocità, il vento, la sensazione di libertà che solo il mare aperto può dare. E immaginate l’eleganza, la bellezza che un’imbarcazione incarna così bene mentre solca le onde. Chi produce yacht queste sensazioni le conosce bene. E mette tutto il suo impegno nel riprodurle, modellando le sue creazioni per far sì che chi le guida le viva, costantemente. Ad applicare al meglio questi valori, questa ricerca di perfezione e di cura per i dettagli, è ancora una volta l’Italia, ambasciatrice di eleganza nel mondo. Precisamente, a interpretare l’eccellenza dell’artigianalità italiana è un yacht imponente: il Riva 100’ Corsaro, ultimo nato dello storico Cantiere, marchio di assoluto rilievo tra i costruttori di imbarcazioni che vanta oltre 170 anni di storia nautica alle spalle. Ovviamente con il supporto esclusivo per l’Italia di Nautica Casarola, la più longeva struttura di vendita e assistenza nautica della nostra penisola. «Il 100’ Corsaro è l’erede di yacht leggendari - spiega Cesare Casarola, fondatore e presidente del Gruppo Nautica Casarola - è una sintesi perfetta di comfort, prestazioni, stile, tecnologia, design e sicurezza. E ha quel tocco di classe in più, che è l’essenza di Riva: la fabbrica dei sogni, la casa madre di capolavori inimitabili con cui ogni armatore sogna di navigare». La silhouette del 100’ Corsaro si protende come la punta di una freccia, regalando al maxi yacht un profilo sportivo e fi-

100’ CORSARO

è una sintesi perfetta di comfort, prestazioni, stile, tecnologia, design e sicurezza

lante. A dominare scafo e sovrastruttura ci sono grandi vetrate, che rendono memorabile l'impatto estetico della nuova imbarcazione e offrono un'ampia visuale panoramica dall’interno. Proprio come un megayacht, prevede una vasta zona privata per l’armatore sul ponte di coperta, grazie alla cabina padronale “wide-body", oltre a quattro suite sottocoperta e un ampio sundeck totalmente personalizzabile. Dopo i successi riscossi in apertura di stagione, quindi, con Riva 88’ Domino Super, Riva 88’ Florida e Riva 76’, l’ultimo oggetto del desiderio è proprio il nuovo flybridge Riva 100' Corsaro. «Nato dalla collaborazione fra Comitato Strategico di Prodotto Ferretti Group, Dipartimento Engineering del Gruppo e il designer Mauro Micheli, il 100’ Corsaro ha già colpito nel segno. La prima unità è già stata venduta ed è già in costruzione presso il cantiere di La Spezia – conclude Cesare Casarola –. La data prevista del varo è a settembre di quest’anno, in occasione del Cannes Yachting Festival».■ Giulia Panzacchi La sede direzionale di Nautica Casarola è a Peschiera del Garda (VR) www.nauticacasarola.com

dimenticare le proprie radici e l’antica tecnica della lavorazione del legno. Dalla costruzione di imbarcazioni fluviali degli inizi, si è passati alla produzione di barche sempre più grandi, per richieste spiccatamente industriali: barche da lavoro per il trasporto merci e, dagli anni Sessanta, pescherecci rinomati per dotazioni tecnologiche e garanzie di sicurezza in mare. «Oggi il nostro simbolo – aggiunge Francesco Crosera – sono le due navette 70 e 75 Classic che sintetizzano un secolo e mezzo di sapienza artigianale, qualità, tecnica costruttiva e innovazione di nell’ambito della cantieristica navale. Come già per i pescherecci Crosera, tecnologicamente all’avanguardia, anche per le navette il grande distinguo sta nell’essere riusciti a coniugare tradizione e tecnologia, offrendo la possibilità di fare grandi transfer e assicurando lunga autonomia. Il tutto mantenendo una linea marinara, classica e intramontabile, in particolare nello stile degli interni, a prova di comfort e abitabilità. Perché, passano gli anni, ma la filosofia aziendale non cambia e continua a puntare su valori di eccellenza che solo manodopera e artigianato possono garantire». ■ Alessia Cotroneo

Il Cantiere Nautico Francesco Crosera ha sede a Quarto D’Altino (VE) www.francescocrosera.com www.croserayacht.com


Lusso & Mercati Maggio 2016 • Pag. 36

Luxury travel

Il lusso si fa esperienza Il luxury tourism si è ormai conquistato un posto al sole all’interno del settore. Per certificare, sviluppare e diffondere il segmento più alto del mercato turistico italiano è nata un’associazione. Ne parla il presidente Giorgio Caire di Lauzet

LUXURY, NUMERI E TREND un mercato in crescita, quello del lusso, che nei prossimi sei anni vedrà i consumatori crescere di 80 milioni. Passeranno, infatti, dai 400 milioni del 2015 ai 480 milioni del 2022. Il mercato globale del lusso varrà 290 miliardi di euro in più rispetto al giro d’affari attuale, toccando quota 1100 miliardi di euro. I consumi di lusso personale ed esperienziale saliranno dagli 845 miliardi di euro dello scorso anno ai 1135 miliardi di euro del 2022 (escludendo automobili e yatch). Sono i dati che emergono dalla terza edizione di True-Luxury Global Consumer Insight, lo studio realizzato da The Boston Consulting Group (BCG) in collaborazione con Fondazione Altagamma. La ricerca prende in considerazione più di 10mila consumatori, con una spesa media in beni di lusso superiore ai 21mila euro all’anno. Tra questi, il 30 per cento spende una media superiore ai 40mila euro all’anno. Sono i valori immateriali a definire l’agenda del consumatore del lusso, in particolare qualità, esclusività, artigianalità e sostenibilità. Il 28 per cento dei consumatori si dimostra ormai saturo di prodotti di lusso personale, privilegiando lo “swapping” (scambio di prodotti) e la ricerca di esperienze, soprattutto con i viaggi. Tra le tendenze della ricerca, spicca l’identificazione del target dei Millennial come orizzonte futuro del mercato. I Millennial identificano la generazione di consumatori dai 18 ai 34 anni, globali, altamente digitalizzati e sensibili al valore della sostenibilità. Milano sale la classifica e si piazza terza tra le città preferite dai fruitori del lusso nel 2016. ■ FD

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Giorgio Caire di Lauzet, presidente di Prima classe Italia

otellerie e viaggi sono destinati ad avere sempre maggiore rilevanza nel mercato del lusso, se è vero che i consumatori stanno progressivamente spostando le proprie spese dai beni personali al campo delle esperienze. Del resto, le stime dell’Organizzazione mondiale del turismo dell’Onu (Unwto) parlano chiaro: i viaggiatori del luxury rappresentano il 3 per cento del totale. Cogliere le notevoli potenzialità di questo segmento e lanciare l’eccellenza esperienziale-turistica sono gli obiettivi di Prima classe Italia, associazione aderente a Federturismo-Confindustria, i cui soci operano in diverse categorie: dimore e immobili di pregio, hotel 5 stelle, chef stellati, organizzatori di eventi; operatori d’arte e di servizi, quali compagnie di elicotteri. Il presidente Giorgio Caire di Lauzet indica i piani per il 2016 dell’associazione, impegnata sui fronti del marketing associativo e della divulgazione sugli organi di informazione italiani ed esteri delle realtà eccellenti italiane del segmento del lusso, rendendo maggiormente consapevole la politica. Se l’Italia è la destinazione preferita dal 9 per cento dei turisti del lusso, cosa rende il nostro turismo esperienziale unico e distintivo rispetto a quello di altri Paesi? Cosa cerca questa tipologia di turista? «I turisti del lusso vengono in Italia perché ci sono ancora realtà in grado di coniugare professionalità e charme con location uniche e strutture affascinanti. Questi fattori, legati anche alla storicità dei luoghi,

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fanno sì che il turista straniero riesca a provare quello che in pochi altri luoghi del mondo è possibile: l’emozione dell’origine della bellezza». Quali fattori oggi frenano lo sviluppo dell’alto profilo italiano, nell’ambito di una crescita globale del segmento del luxury? «I fattori ostacolanti sono molteplici. Innanzitutto, la mancanza di attenzione del mondo politico, di scuole professionali all’altezza di quelle estere e di un vero dibattito economico e culturale sull’importanza del segmento del turismo Luxury per il nostro Paese. A incidere è anche la disattenzione degli organi di stampa sulla cultura del lusso come risorsa e sul riflesso in termini occupazionali e di crescita che questa può avere sull’economica nazionale. Ultimo elemento, e non per importanza, è la cecità sul valore di traino del segmento Luxury sulla crescita del livello qualitativo dell’intero settore turistico. Il turismo in Italia ha necessità di una scossa e la nascita della nostra associazione deve rappresentare lo stimolo per nuovi investimenti finalizzati alla radicale trasformazione dell’intera offerta». Prima Classe Italia sta mettendo a punto un nuovo protocollo di parametri specifici per verificare il possesso di reali requisiti di eccellenza tra le imprese associate. Come sta procedendo la redazione di questo documento, ma soprattutto quali sono le linee guida che definiscono il requisito di eccellenza? «L’eccellenza rappresenta l’elemento conduttore dell’intera iniziativa. Non mi dilungo su qualità, efficienza e lusso perché li ritengo ormai scontati. Non parlo delle stelle attribuite perché sono autocertificate. Parlo, invece, dell’emozione che il turista deve leggere negli occhi di chi opera

nel settore e dell’orgoglio di cui deve sentirsi pervaso nella sua mansione. Questo vuol dire recuperare il “valore del lavoro“; recuperare la voglia di formazione, crescita, evoluzione, valorizzazione del concetto “si può fare meglio, sempre e comunque”. In sintesi, sentirsi parte integrante di un grande sogno che diventa realtà nel quale il cliente entra varcando la soglia delle nostre strutture ricettive o dei luoghi esperienziali ai quali accede. In pratica, i requisiti del protocollo riguardano tutti gli elementi che compongono l’offerta dell’Italia eccellente, catalogati con specifici requisiti ed elementi di controllo oggettivi e misurabili che saranno oggetto di audit veri e propri e che “certificheranno” l’appartenenza a Prima Classe Italia. Ciò a vantaggio sia dei turisti che avranno un punto di riferimento dell’eccellenza esperienziale italiana oggettivamente e periodicamente verificata, che degli associati». Con quali azioni è possibile promuovere ulteriormente il brand di destinazione Italia? «Le politiche infrastrutturali sono di fondamentale importanza. I francesi, diversi secoli fa, istituirono un ministero che iniziò a occuparsi del brand destinazione Francia; abbiamo molto da imparare e tanto di più da offrire. Abbiamo bisogno di reale supporto politico a livello internazionale, dalle Ambasciate sino a tutte le organizzazioni istituzionali che possano dare un supporto per valorizzare il potenziale italiano. Credo anche che uno dei grandi problemi dell’Italia sia l’abbondanza gratuita di bellezze diffuse su tutto il territorio che ha portato a “vivere di rendita” per secoli. Ora che ogni Paese a livello globale tende a promuovere al massimo le proprie caratteristiche per competere sullo scenario internazionale, è venuto il momento di organizzare le nostre risorse e proporci

sullo scenario mondiale con un’offerta chiara e distintiva, specialmente nel segmento trainante e aspirazionale del lusso. Non ritengo esista una vera e propria strategia vincente, ma visto il “problema” dell’abbondanza, inizierei a semplificare e selezionare per ogni categoria e per ogni area geografica le esperienze eccellenti da promuovere, poche ma realmente uniche e distintive, per poi utilizzarle come traino per valorizzare man mano anche tutti gli altri elementi di ogni territorio». ■ Francesca Druidi


Lusso & Mercati Pag. 37 • Maggio 2016

Un’ospitalità che piace ai big spender Un gigantesco patrimonio attrattivo e la capacità di regalare un’esperienza di viaggio unica. Sono gli assi nella manica del turismo italiano, chiamato a fare squadra avendo «come denominatore comune l’incremento della qualità del visitatore», sostiene Luca Patanè

Palazzo Ducale Venezia

nizio in sordina, costellato da dubbi e timori di flop, poi il colpo di reni estivo e acuto finale a zittire i pessimisti cronici. Questa è la parabola tracciata da Expo tra maggio e ottobre dell’anno scorso: la stessa che si spera possa percorrere il Giubileo della misericordia, partito anch’esso a fari spenti ma che in ogni caso «ha superato il milione di turisti stranieri solo nel primo mese». A sottolinearlo è il presidente di Confturismo Luca Patanè, che rifugge lo scetticismo tipico dei grandi eventi preferendo porre l’accento su un 2015 che «ha rilanciato l’immagine di un’Italia dinamica, determinata e piena di risorse». Come si riflette questa immagine nell’accoglienza che stiamo riservando agli ospiti? In quali aspetti emerge l’eccellenza del nostro sistema ricettivo e dove invece mostriamo limiti? «Per l’Italia il 2015 è stato un anno positivo, chiuso in crescendo esponenziale grazie ai risultati ottenuti a Expo. Il Giubileo durerà oltre un anno, pertanto avremo una seconda occasione per mostrare i nostri punti di forza che sono,

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come sempre, il patrimonio attrattivo che possediamo e che nessuno può toglierci e la capacità di reazione agli eventi più privata che pubblica. Il nostro cronico punto debole è l’incapacità di pianificare, la carenza di infrastrutture e la burocrazia pubblica che rende difficoltosa ogni azione di promozione e organizzazione». In base ai dati più aggiornati in termini di spesa turistica, quali “nuovi turismi” stanno scalando la classifica della domanda legata alla destinazione Italia? «Se l’immagine dell’Italia è uscita raf-

Luca Patanè, presidente di Conurismo

forzata, anche i trend inbound confermano l’incremento di turisti stranieri verso il nostro Paese. Non ci sono ancora dati definitivi, ma i dati tendenziali sia di Enit che di Istat confermano incrementi vicini alla doppia cifra percentuale. Nello specifico cresce il turismo non di massa e quello che richiede maggiori contenuti di servizi senza perdere di vista il contenimento del costo complessivo. La nostra enogastronomia, l’arte e la cultura continuano a essere ai primi posti nel mondo per preferenza da parte dei turisti. Il turismo nazionale non è aumentato ma ha smesso di calare e anche la durata media dei pernottamenti ha iniziato a risalire secondo le rilevazioni del nostro Indice di Fiducia del Viaggiatore». Tra le tipologie di turismo in ascesa c’è quello esperienziale, che punta sull’esclusività e sulla ricerca dei dettagli distintivi. Quali fattori di competitività offre la nostra rete dell’ospitalità in questo campo e da quali Paesi si possono mutuare buone pratiche? «Turismo “esperienziale” significa che il turista richiede non tanto e solo un trasferimento, dei pernottamenti e dei ser-

vizi ma ricerca un’esperienza completa e particolare da vivere. Da qui la costruzione di percorsi di viaggio caratterizzati da più luoghi ma uniformi nei contenuti. Percorsi di sport, viaggi legati alla gastronomia di qualità o alle aree vinicole con degustazione come esperienze agrituristiche sono alcuni esempi di ciò che abbiamo e di ciò che dobbiamo rendere visibile nel mondo. Le “buone pratiche” le abbiamo in casa, basta analizzarle, studiarle e renderle replicabili come metodo». Attirare i viaggiatori facoltosi è una delle chiavi per accrescere la competitività turistica presente e futura. Verso quali Paesi occorre puntare il mirino e in che modo i tour operator italiani stanno riqualificando l’offerta in quest’ottica? «È vero, la nicchia dei turisti a maggior potere di spesa è in costante aumento. Fino a un anno fa erano i russi i primi in questa classifica, oggi provengono dai Paesi arabi e domani verranno raggiunti e superati, probabilmente, dai cinesi. Dobbiamo prepararci a valorizzare la nostra offerta senza stravolgerla, ma adattandola alle abitudini e alle aspettative di ogni singolo visitatore pensando alla loro cultura d’origine e declinando il nostro “valore” con linguaggi adatti. In questo senso la nostra impresa media di settore avrebbe bisogno di maggiori aggregazioni e supporti anche istituzionali per vincere la sfida». In chiave di politiche nazionali di attrazione di flussi turistici verso l’Italia, quali misure stanno avendo un impatto positivo e su quali invece occorre accelerare? «Purtroppo non vi sono politiche nazionali in atto, ma varie iniziative distribuite e scoordinate. Da molto tempo l’Italia del turismo si presenta al mondo frammentata e con voci dissonanti, in concorrenza tra loro e di poca valenza media. Non abbiamo una strategia paese né di medio né di lungo termine. Quello che necessità all’Italia è gestire organicamente l’enorme patrimonio attrattivo disponibile avendo come denominatore comune l’incremento della qualità del visitatore». Cosa servirebbe, in concreto? «Un’agenzia globale per la divulgazione del turismo nel mondo con una forte connessione con gli operatori privati. Una fiscalità che valorizzi investimenti privati seri e non penalizzi il singolo viaggiatore con molteplici balzelli. Una burocrazia per l’impresa e per il cittadino comprensibile e rapida. In ultimo una capacità di controllo sul rispetto delle regole che penalizzi furbi e disonesti a vantaggio di chi vuole lo sviluppo di quest’importante “materia prima” unica in Italia che si chiama turismo». ■ Giacomo Govoni


Lusso & Mercati Maggio 2016 • Pag. 38

I Saloni

Luxury China 6-8 MAGGIO 2016 Organizzato dal China Chamber of International Commerce e dal Zhenwei Exhibition Group, Luxury China è la più prestigiosa e influente piattaforma promozionale per i brand di lusso di tutto il mondo, giunta quest’anno alla sua quinta edizione. Si tratta ormai dell’evento più adatto per entrare e fare affari nel mercato cinese, essendo rivolto al pubblico finale dei consumatori ma allo stesso tempo frequentato da buyer e importatori alla ricerca di novità . Nel 2015, hanno partecipato oltre 300 marchi di lusso provenienti da più di 20 paesi e regioni, tra cui spiccano Italia, Svizzera, Francia, Germania, Stati Uniti e Malaysia. La manifestazione presenta il meglio delle fasce alte del mercato in termini di auto sportive, yacht, jet, moto, gioielleria, orologeria, mobili di lusso, agroalimentare di alta gamma, opere d’arte, luxury tourism (golf club, Spa, hotel e club privati) e real estate. La Cina è considerata il mercato chiave per i beni di lusso, considerando le previsioni di un’esponenziale crescita dei consumatori luxury nel futuro. ■

Index Exhibition

23-26 MAGGIO 2016

La fiera, che lo scorso anno ha festeggiato il suo venticinquesimo anniversario, si conferma come la più grande e diversificata esposizione di interior design, arredo e complementi di arredo del Medio Oriente. La scorsa edizione ha registrato oltre 20mila visitatori, in crescita rispetto al 2014, con più di 100 brand italiani. Il nostro Paese ha infatti dominato la scena con la presenza più nutrita, a ulteriore riprova della grande richiesta dei prodotti made in Italy. All’Index International Design Exhibition 2016 saranno presenti oltre 700 tra espositori e fornitori provenienti da oltre 110

Paesi. Ben 11 le categorie rappresentate: dai prodotti eco al design e ai tessuti; dalle nuove tecniche e tecnologie con sistemi di controllo e automazione, alle ultime tendenze in fatto di illuminazione architettonica, decorativa e urbana; dalle soluzioni di arredo ai mobili e agli accessori con focus specifici dedicati alla zona bagno, alla cucina e alla camera da letto. Spazio anche per le eccellenze artigianali del settore. Qui il design incontra il business e le imprese italiane del settore arredo possono estendere il proprio raggio di azione nell’area dei Paesi del Golfo. ■

MidEast Watch and Jewellery Show 26 SETTEMBRE - 1 OTTOBRE 2016 È la più antica e importante fiera del Medio Oriente con due edizioni annuali, una in primavera e una in autunno, che mostrano le novità e le tendenze moda della gioielleria, dell’oreficeria, delle pietre preziose e del-

l’orologeria. Il MidEast watch and Jewellery show, aperto sia ai consumatori finali che agli addetti ai lavori, è la manifestazione più conosciuta e frequentata della regione (operatori di settore, Vip, persone con grande

capacità d’acquisto, clienti abituali ed espositori fidelizzati) e rappresenta la piattaforma ideale per l’incontro con operatori dell’area del Golfo, dell’Africa settentrionale, dell’India e dei paesi confinanti. Il MidEast Watch and Jewellery Show è un’opportunità unica per i piccoli e medi produttori italiani di gioielleria interessati ad ampliare il proprio mercato. L’area Italia ha conosciuto, nel corso degli anni, un incremento regolare e costante: ciò grazie alla riconferma da parte della maggioranza delle aziende alla manifestazione, edizione dopo edizione. ■

Middle East Stone 23-26 MAGGIO 2016 Dmg World Media Dubai, responsabile della fiera Big 5, organizzerà in contemporanea con Index e Middle East Covering, la seconda edizione della fiera specializzata nelle pietre naturali, nel marmo e nella ceramica e delle relative tecnologie di estrazione e lavorazione. Middle East Stone si propone quindi come un’alternativa al Big 5 e in ogni caso come un’ulteriore opportunità per le imprese di rafforzare la presenza nel mercato Mediorientale. L’edizione inaugurale ha ottenuto un riscontro fortemente positivo con 12mila visitatori e più di 230 espositori provenienti da 22 Paesi. Le imprese italiane presenzieranno a questo appuntamento importante per il comparto lapideo con il claim “Italian Experience”. ■


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Lusso e mercati-Mag 2016  

Lusso e mercati-Mag 2016